E alla fine, se non altro, Giulio Tremonti potrà affermare senza remore il sempre consolante “io l’avevo detto”. Messo da parte dal suo presidente del Consiglio e ormai definitivamente escluso dalla stesura dei programmi del Governo (nella lettera di intenti presentata all’Ue non c’è traccia del suo contributo), il super ministro delle finanze può trovare infatti almeno il conforto della preveggenza. Visto che, a due giorni di distanza dalla notte più lunga dell’eurozona, i programmi a breve e medio termine dell’Unione sembrano confermare in pieno l’intuizione di fine estate del titolare dell’economia: per salvare l’Europa dalla catastrofe non si può fare a meno dei cinesi.

Aprire le porte a Pechino, coinvolgere i capitali cinesi nel finanziamento del Fondo salva Stati (Efsf), mettere sul piatto obbligazioni, beni immobili e, perché no, anche qualche golden share. Quello che all’inizio di settembre era stato il leitmotiv del vertice “segreto” Tremonti-Lou Jiwei (il presidente del fondo sovrano China Investment Corp. una bestia da oltre 400 miliardi di dollari) torna oggi prepotentemente alla ribalta su scala continentale. Il numero uno dell’Esfs Klaus Regling è volato ieri in Cina per incontrare, tra gli altri, il vice-ministro delle finanze della seconda economia del Pianeta, Zhu Guangyao. Per ora, ha fatto sapere quest’ultimo, nessun accordo è stato raggiunto. Ma la Cina, giurano a Pechino, è pronto a valutare ogni possibilità. E allora sotto a chi tocca, in una mega operazione di mutuo scambio che potrebbe dare una svolta decisiva alla risoluzione della più grave crisi della storia di eurolandia.

Qualche cifra chiave per avere un’idea del contesto. Il Fondo Ue ha in cassa oggi circa 250 miliardi di euro ma questo ammontare, ha stabilito l’accordo di mercoledì notte, dovrà essere quadruplicato. Come? Con un po’ di leverage, ovviamente, visto che l’Europa non è minimamente in grado di autofinanziarsi a questi livelli. Ed ecco allora la soluzione: ¼ di capitale proprio, ¾ dagli investitori, per una leva complessiva di 3 a 1. Se si trattasse di un’operazione speculativa (dove di solito si arriva facilmente a 20) ci sarebbe anche da sorridere, ma per un investimento “di lungo” lo sforzo è notevole. I cinesi, che possiedono riserve estere per oltre 3.200 miliardi di dollari, sono candidati ideali, tanto più che un salvataggio europeo è di certo nel loro interesse. Ma siccome a Pechino hanno capito da tempo che il denaro non va sperperato, ecco sorgere la necessità di valutare attentamente ogni opzione.

La prima, la più semplice, consiste nel finanziamento obbligazionario dell’Efsf, cosa che per altro sta già avvenendo. I famosi eurobond che tanto fanno inorridire Berlino sono infatti sul mercato da tempo per iniziativa del Fondo stesso. Il 40% del totale, ha spiegato Regling, è finito in mano agli investitori asiatici tra cui ovviamente i cinesi. La quota complessiva della partecipazione di Pechino non è nota, ma c’è da credere che non sia minoritaria. Ora l’Europa vorrebbe convincere la Cina a concedere ulteriore credito garantendo ai bond Efsf un rating da tripla A. Solo che a questo punto i conti non tornano: in sintesi si tratterebbe di garantire un interesse “tedesco” scaricando contemporaneamente un rischio che è anche “italiano, spagnolo, greco e portoghese”. Decisamente un cattivo affare. A partire dal 2007, Pechino ha acquistato titoli provenienti da Lisbona, Atene e Madrid che si affiancano ai 1.000 miliardi di dollari già investiti nelle obbligazioni sovrane Usa e ai 76 miliardi di crediti vantati con il Tesoro italiano (circa il 4% del nostro debito pubblico). Investimenti che, soprattutto nel caso delle periferie europee, non rendono come dovrebbero e che, proprio per questo motivo, non possono essere replicati con la stessa facilità.

Tremonti se lo deve essere sentito dire già un mese fa, ed è probabile che per Regling la musica sia la stessa. A meno che, è ovvio, l’Europa non sappia mettere sul piatto qualche altra contropartita. E qui si aprono le altre opzioni, quelle che Pechino giudica più interessanti. Prima di tutto proprio sul fronte dei bond con Pechino, sostiene il Financial Times, che avrebbe intenzione di chiedere che una parte delle future emissioni del Fondo siano denominate in valuta cinese per ammortizzare le fluttuazioni dell’euro. Poi ovviamente ci sono altre opportunità, dagli ingressi di capitali cinesi nelle grandi società europee (per l’Italia si era parlato di quote in Eni ed Enel, le famose golden shares nelle partecipate), fino all’eterna partita che si disputa in sede Wto. La Cina chiede da tempo all’Europa il riconoscimento del suo status di “economia di mercato”, un nulla osta che renderebbe illegittime le politiche protezionistiche (anti dumping) adottate dal Vecchio continente contro l’export di Pechino. Probabile, a questo punto, che il governo cinese torni a battere su questo tasto in occasione dei prossimi incontri con i leader europei. Il primo appuntamento è per il vertice del G20, in programma a Cannes tra meno di una settimana.

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