Ci teneva, a quel posto, il povero professor Peter A. Diamond. Ma, nonostante l’anno e passa da lui pazientemente trascorso – metaforicamente parlando – in sala d’aspetto, non c’è stato nulla da fare. Il verdetto di Richard C. Shelby, laureato in legge, senatore per lo Stato dell’Alabama e attualmente number one tra i repubblicani della Commissione del Senato per le banche, l’edilizia e gli affari urbani, è stato, fin dall’inizio, formalmente cortese ma implacabile. E, quel che più conta, senza appello: “Non qualificato”.

Semplicemente: il professor Peter A. Diamond, docente al Massachusetts Institute of Technology (Mit) e ultimo, assieme a Dale T. Mortensen, dei Premi Nobel per l’Economia, non aveva e non ha – per Shelby e per i repubblicani della Commissione (che non sono maggioranza, ma che, come minoranza, possono impedire che si vada al voto) – titoli adeguati per entrare a far parte del Federal Reserve Board of Governors (il consiglio della Federal Reserve che decide la politica di quella che, dal 1913, è di fatto la banca centrale degli Stati Uniti). E invano Diamond ha, negli ultimi mesi, cercato di contrastare questo impietoso giudizio esibendo il pezzo di carta che – insieme al milione di dollari del premio – lo scorso ottobre la Real Accademia delle Scienze di Svezia gli ha con molta solennità consegnato (un pezzo di carta che, sia detto per inciso, è da alcuni buontemponi considerato il più alto riconoscimento che a un economista possa toccare nel corso della carriera).

Richard C. Shelby è stato – sempre e comunque – inamovibile. Il professo Diamond – ha detto e ripetuto fin da quando, nel febbraio del 2010, Barack Obama ha nominato il professore del MIT per l’alto incarico – ha fin qui concentrato i suoi studi sulle dinamiche del mercato del lavoro, ma nulla sa della politica monetaria di cui i governatori della Riserva Federale sono responsabili. E, considerati i chiari di luna che sta attraversando il Paese, non è davvero questo il momento, ha sottolineato il senatore repubblicano, di metterlo nelle mani di dilettanti. O, per citare testualmente Shelby, alle mani di persone “che il mestiere (quello della politica monetaria, Ndr) lo devono imparare strada facendo”.

Insomma: molti complimenti al professor Diamond per il suo Nobel. Ma, per quanto riguarda i repubblicani del Banking Committee, quel pezzo di carta (il Nobel) e tutte le decine di trattati economici elaborati dal medesimo professore (quelli per i quali la Real Accademia di Svezia l’ha infine premiato), non valgono neppure il disturbo di un’udienza preliminare. La nomination muore là dove è cominciata: negli uffici della Casa Bianca. Nella speranza che il presidente s’affretti a sostituire Diamond con qualcuno che, adeguatamente qualificato, non sia soltanto un mallevadore della politica di scialacquamento del pubblico denaro (“profligate spending”) che caratterizza l’attuale Amministrazione. Fuori dalle balle e avanti un altro.

E fuori dalle balle, il professore è, infine, effettivamente andato. Lo ha fatto, il professor Diamond, premio Nobel dell’Economia, annunciando la sua rinuncia attraverso un editoriale aperto pubblicato dal New York Times, nel quale, con molto amara ironia, sottolinea quanto importante – soprattutto in una società devastata da una disoccupazione massiccia e apparentemente incurabile – sia in realtà stabilire una corretta relazione tra politiche monetarie e dinamiche del mercato del lavoro che vanno comprese per quel che realmente sono. Il tutto per arrivare a una assai triste, ma inevitabile conclusione: “Dovremmo tutti preoccuparci – ha scritto Diamond – per quanto distorto è diventato il processo congressuale di conferma delle nomine, e per quanto poco capiscano di politica monetaria le entità congressuali che quella stessa politica sono chiamati a controllare”

La storia qui raccontata si presta, ovviamente, a molte considerazioni. La più immediata delle quali riguarda – come lo stesso professore ha sottolineato – proprio la tortuosità di un “confirmation process” diventato – ben oltre la sacra logica dei “checks and balances”, i reciproci controlli istituzionali – uno strumento di ricatto politico. E, subito dopo, la “mollezza” d’una presidenza, quella di Barack Obama, che, senza proferir parola, ha lasciato che la farsa si dipanasse. Ovvero: che ha consentito (o, con il suo silenzio, acconsentito) che, sfidando impavido e vittoriosamente il  ridicolo, Richard Shelby questionasse per mesi la “qualificazione” di un premio Nobel per l’Economia dalla Casa Bianca prescelto per un incarico economico. O, ancor peggio, che ha permesso, in questi due anni e passa di presidenza, che il dibattito economico (quel dibattito di cui la farsa Shelby-Diamond non è, a ben vedere, che un ultimo, indecente ma coerente capitolo) si sviluppasse – come denunciato da un altro recentissimo Nobel, Paul Krugman – lungo i binari fraudolenti imposti dai repubblicani. Quelli lungo i quali si è giunti alla conclusione che non la disoccupazione – come drammaticamente confermato dagli ultimi dati – ma la spesa pubblica ed il deficit sono il primo, anzi, l’unico, problema del paese…

Come andrà a finire è difficile dire. Ma su una cosa (tanto nessuno potrà mai verificare) io sono disposto a scommettere. Tra qualche secolo, quando agli storici toccherà il compito di analizzare le più profonde ragioni del declino dell’Impero americano, proprio su episodi come questo finirà per soffermarsi l’analisi. La politica che umilia la verità scientifica. Un avvocaticchio dell’Alabama che, dagli scranni del Congresso, impunemente questiona, in materia di economia, le qualificazioni di un premio Nobel. Richard C. Shelby che, come il Trofim Lysenko di staliniana memoria, piega la scienza (quella molto poco esatta dell’economia, in  questo caso) alle ragioni dell’ideologia

Sto esagerando? Certamente. Ma esagerare, a volte, serve a rendere l’idea….

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