Un’aquilana scrive a Borghezio, che si è recentemente prodotto in affermazioni decisamente incaute rispetto agli abruzzesi, ma che, tuttavia, rispondono al sentore comune dell’uomo della strada, alla chiacchiera da bar, a commenti che ho sentito fare spesso, in un anno e mezzo di vita che ho, personalmente, dedicato in gran parte alla questione aquilana.

E allora, volentieri cedo questo spazio a Giusi Pitari, autrice della lettera, perché è giusto che le sue parole abbiano quanta più visibilità possibile.

Borghezio,

non so se non riesco a perdonare lei o me stessa, perché sto sprecando tempo a scriverle.
In molti qui si chiedono se lei sia mai stato a L’Aquila e la invitano a visitarci.
Io, invece, la prego, non venga, mai.

Non riuscirebbe a capire come noi, pesi morti, riusciamo a far vivere una città che non c’è, come noi riusciamo persino a pagare le tasse, quelle stesse che le permettono di avere uno stipendio. Non venga Borghezio, è meglio. Potrebbe scoprire che quei pochi che non hanno perduto il lavoro, lavorano il triplo, oppure dedicano il loro tempo a scrivere una legge che li tuteli, o ancora fanno Masterplan e, pensi un po’, anche la raccolta differenziata. Non venga, Borghezio, a sentire i nostri adolescenti che parlano e creano, le potrebbe far male, e non oso immaginare come la sua mente potrebbe essere sconvolta dal vedere che riusciamo persino a riunirci in assemblea, oppure a divertirci, pensi un po’!

Non venga Borghezio, non perché siamo menti labili che potrebbero commettere qualche azione violenta, non venga, non capirebbe mai.

La mia intelligenza mi permette di capire molte cose, ma se anche un centesimo delle mie tasse va nel suo stipendio no, questo non lo capisco.

Le auguro di rimanere nella sua ignoranza, capire potrebbe esserle fatale!

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