Il Fondo Monetario Internazionale sta valutando l’ipotesi di garantire un nuovo sostegno finanziario alla Grecia una volta esaurito il programma tuttora in corso. Notizia confermata anche dal Wall Street Journal che ieri ha citato una fonte anonima vicina all’organismo. Per il Governo di Atene è una prospettiva salubre, considerato che soltanto il Fondo può garantire la salvezza del paese.

Per quanto dal Fondo tengano a precisare di non credere nell’ipotesi bancarotta, infatti, l’apertura nei confronti di un ulteriore intervento salva-Atene suona implicitamente come un’effettiva ammissione di paura. L’organismo, in altri termini, sembra aver perso fiducia nei confronti delle capacità di recupero della Grecia avvicinandosi, almeno in parte, al pensiero di quegli analisti che da mesi vedono nel default sovrano l’unico possibile punto d’arrivo della crisi ellenica. Gli osservatori del Fondo non sono ancora arrivati a questa conclusione (anzi, per il momento sembrano escluderla) ma la voce di un nuovo sostegno finanziario confermerebbe quell’ipotesi che per molti è già una certezza: il piano di risanamento greco non starebbe funzionando per niente.

Nel maggio scorso il Fmi, la Commissione Ue e la Banca Centrale Europea hanno accordato ad Atene un maxi sostegno da 110 miliardi di euro per scongiurare la bancarotta. Il governo greco, in cambio, ha promesso di avviare un doloroso piano di austerity fatto di tasse e tagli alla spesa pubblica (a cominciare dal taglio agli stipendi degli statali). L’operazione “lacrime e sangue” dovrebbe funzionare come preludio alla ripresa economica, ma di quest’ultima – ed è questo il problema principale – non si vede traccia. Quest’anno, si stima, il prodotto interno lordo dovrebbe contrarsi del 3,7%. Un calo significativo che, unitamente alla stretta salariale, dovrebbe pesare in modo molto negativo sull’ammontare delle entrate fiscali. Nei primi otto mesi dell’anno queste ultime sono aumentate appena del 3,3% contro una previsione iniziale del 13,7%.

A complicare ulteriormente la situazione c’è poi l’inevitabile stretta creditizia. Già provate nei propri bilanci, le banche elleniche saranno ora costrette ad adeguarsi ai più stringenti parametri imposti da Basilea. E a pagarne le conseguenze saranno ovviamente cittadini e imprese, per i quali il credito disponibile si ridurrà ancora. A salvare il sistema, in teoria, dovrebbero essere i capitali stranieri ma è difficile, per il momento, pensare seriamente a una futura corsa agli investimenti che non sia meramente speculativa dal momento che gli operatori stranieri faticano sempre più a dar credito alla rassicurazioni greche preferendo, al contrario, concentrarsi sui dati “oggettivi” del mercato.

Tra questi ci sono anche i calcoli sui rendimenti delle obbligazioni nazionali, a ben vedere, il vero nocciolo della questione. Siccome gli interessi sui bond sono un’implicita misura di rischio, un’analisi sul valore di questi ultimi può tradursi in una stima delle probabilità di bancarotta. Lo sanno bene gli analisti del Council on Foreign Relations (Cfr), uno dei più influenti think tank di Washington, che, di recente hanno raccolto e commentato i dati. Secondo il Cfr, l’ipotesi di default, scongiurata nel breve periodo dai finanziamenti esterni (Fmi, Bce etc.), sarebbe destinata a crescere costantemente nel tempo fino ad assumere una certezza pressoché totale in un arco di tempo di dieci anni. Nella percezione degli operatori di mercato, sostengono gli analisti, le probabilità di bancarotta della Grecia entro il 2020 sarebbero circa del 90%. Il collasso, in altre parole, sarebbe solo una questione di tempo.

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