Stupratore o vittima di un complotto internazionale? È durato solo poche ore il dubbio che ha rischiato di compromettere la reputazione di Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, sito specializzato in fughe di notizie scottanti. Tutto è iniziato ieri mattina, quando il quotidiano svedese Expressen ha rivelato che il 39enne australiano era ricercato dalla polizia di Stoccolma con l’accusa di aver molestato e violentato due giovani donne. Lo stupro, peraltro, era stato confermato anche dal procuratore Maria Haljebo, colei che ne aveva chiesto l’arresto. Nel tardo pomeriggio, però, la clamorosa smentita delle autorità svedesi, secondo le quali non sussistevano prove sufficienti per spiccare il mandato di cattura. Nell’arco di mezza giornata, quindi, la bomba mediatica si è rivelata una miccia di quelle usate dai bambini a carnevale.
Tra i due estremi cronologici della vicenda, però, ieri è successo di tutto, con la Cnn a gridare alla campagna diffamatoria orchestrata dagli Stati Uniti e l’hacker australiano che, da ricercato, è stato costretto a replicare alle accuse inviando una mail a un altro quotidiano svedese. “È tutto falso, vogliono solo colpire il nostro sito – aveva detto – eravamo stati avvertiti del fatto che avremmo dovuto aspettarci degli sporchi trucchi. Ora abbiamo il primo”. Il sospetto, del resto, era avvalorato da quanto accaduto nelle ultime settimane.
A fine luglio Wikileaks ha pubblicato la prima parte del cosiddetto “Diario Afghano”: 76 mila documenti segreti sul conflitto tra Usa e talebani dal quale, tra le altre cose, emergerebbe il ruolo dei Servizi pachistani, sulla carta alleati delle truppe di Obama, ma in realtà spesso fiancheggiatori di Osama Bin Laden.
Dopo il vespaio di polemiche suscitato dalla fuga di notizie, la settimana scorsa Assange ha raddoppiato la sfida, annunciando l’imminente uscita (fine agosto, inizi di settembre) di altri 15 mila documenti top secret, tutti relativi all’ultimo anno di guerra. Incendiarie le reazioni del Pentagono, delle Ong e di Reporters Sans Frontières: “È un irresponsabile, mette a rischio la vita dei soldati Usa e di tutti i collaboratori impegnati per portare la pace in Afghanistan”. Accuse gravi, che a distanza di due giorni hanno convinto Assange a una significativa correzione di mira: pubblicherà comunque la seconda parte del “Diario Afghano”, ma depurandola dei nomi degli innocenti.
Il 18 agosto, però, l’ennesimo colpo di scena: secondo l’hacker australiano il Pentagono sarebbe stato disposto a collaborare all’eliminazione dei dati pericolosi per la vita dei civili afghani dai nuovi x-files. Neanche 24 ore di attesa ed ecco la secca smentita degli Usa: “Non siamo interessati a trattative per arrivare a una versione impersonale dei documenti classificati e non abbiamo avuto nessun incontro con i responsabili di Wikileaks” ha detto il portavoce del Pentagono Bryan Withman.
Trascorre un giorno e le agenzie battono un’altra, ancor più importante notizia. Il Partito dei Pirati informatici svedesi, fresco di alcuni seggi conquistati nelle ultime elezioni europee, ha annunciato di aver siglato un accordo con Assange dal duplice obiettivo: aiutare il suo sito a pubblicare gli x-files e studiare insieme una proposta di legge per la libertà d’informazione. Il dato interessante è però un altro: il 19 settembre in Svezia si voterà per le politiche e il PiratPartiet ha intenzione di ripetere il successo delle europee. In caso di esito positivo e, soprattutto, di candidatura di Assange (ma su questo non ci sono conferme ufficiali), i seggi conquistati in Parlamento significherebbero immunità parlamentare. Il dubbio che qualcuno avesse voluto bloccare l’ascesa politica del padre di Wikileaks e, di conseguenza, la sua attività di spionaggio sul Web, però, è durato solo poche ore. Giusto il tempo di una smentita.

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