Nella sua vita Renato Schifani è stato molto sfortunato negli affari. Socio di tre società in decenni diversi, in tutte ha incontrato alcuni soci che (anni dopo) sono stati arrestati. E non è andata meglio con le case: il palazzo di via D’Amelio, nel quale ha abitato per 25 anni è stato sospettato, per colpa di un suo condomino mafioso, addirittura come base logistica della strage Borsellino. Mentre la villa di Cefalù del presidente è stata comprata da un costruttore ora indagato nell’inchiesta riaperta recentemente sui rapporti tra Fininvest e mafia.

Schifani ha comprato nel 1994 una villa nel residence “Baia dei sette emiri” di Cefalù proprio dalla Progea, la società di Francesco Paolo Alamia (indagato in passato con Berlusconi e Dell’Utri e ora, di nuovo ma da solo) e di Antonio Maiorana (l’imprenditore scomparso con il figlio nel 2006, probabile vittima della lupara bianca). La vendita però è stata impugnata nel 1999 dal curatore subentrato nell’amministrazione della Progea dopo il crack, che ha chiesto di revocarlo perché lo ritiene un depauperamento dell’attivo della società. A leggere la storia di Schifani a volte sembra di esser di fronte a un Forrest Gump dell’antimafia. Si dichiara nemico delle cosche eppure incappa spesso in acquisti di case e quote con persone che poi si riveleranno mafiose. Forrest-Schifani svicola inconsapevole tra questi mafio-imprenditori ma i suoi nemici delle cosche per un gioco del destino talvolta sono suoi soci e talvolta suoi condomini. Uno dopo l’altro poi finiscono arrestati e condannati. Mentre Forrest-Schifani dribbla tutti e corre senza ostacoli da Palermo a Roma fino ad arrivare alla seconda carica dello Stato.

Il 27 novembre scorso abbiamo raccontato la prima parte della storia di Forrest-Schifani, concentrandoci sulla società Sicula Brokers. Ben quattro soci e un vicepresidente della società anni dopo saranno arrestati. Ma lui dichiara: “entrai nella società con una partecipazione simbolica su richiesta del vecchio Giuseppe La Loggia e dopo un anno e mezzo ho dismesso la quota perché non avevo nessun interesse alla società”. Secondo i Carabinieri però tre anni dopo, il 10 giugno 1983, la Sicula Brokers delibera “di cooptare il consigliere Schifani in sostituzione del dimissionario Mandalà Antonino”, poi arrestato come capomafia di Villabate. Non risulta se Schifani abbia accettato ma la cooptazione (almeno tentata) dimostra che era considerato un uomo fidato.

Proprio nel 1983 Schifani lascia lo studio La Loggia e si lancia nella professione da solo. Sceglie un partner più anziano ed esperto: Nunzio Pinelli. Guadagna bene e pensa a mettere su casa. Per fortuna c’è una cooperativa che ha un bel terreno in via D’Amelio e gli Schifani non si lasciano sfuggire l’occasione. Renato e la sorella Rosanna, diventano soci della cooperativa Desio (senza badare troppo a chi c’è nella società) e comprano in via D’Amelio 46 due appartamenti. Nella stessa strada, al civico 19 abitava la mamma di Paolo Borsellino e proprio dopo avere suonato a quel portone il giudice salterà in aria il 19 luglio del 1992 con i cinque agenti della scorta. Ancora una volta le storie di Borsellino e Schifani si incrociano per un palazzo (vedi “Il Fatto Quotidiano” del 24 novembre). Il civico 19 di via D’Amelio, dove abita tuttora la famiglia Borsellino, è un simbolo dell’antimafia. Mentre il civico 46, dove ha abitato per 25 anni la famiglia Schifani, ha una storia diversa.

Partiamo dall’inizio. La Cooperativa Desio ottiene la concessione e accende un mutuo con il Banco di Sicilia. Nel 1980 consegna i primi appartamenti. Alla conservatoria risulta che Renato Schifani è socio della cooperativa Desio che gli assegna l’appartamento nel 1986 per 34,9 milioni di lire. Il presidente ha venduto l’ottavo piano solo a luglio del 2009 mentre la sorella resta proprietaria del secondo piano. Scorrendo l’elenco degli altri 33 soci assegnatari degli appartamenti troviamo cognomi noti a Palermo: Buscemi, Scarafia, Marcianò, Barbaccia.

Al quinto piano c’è l’appartamento di Vito Buscemi, arrestato per l’inchiesta mafia-appalti nel 1993 e condannato a 3 anni e 3 mesi di carcere. Secondo gli investigatori Vito era legato ai cugini più famosi processati per il tavolino tra impresa, mafia e politica e per le stragi di Capaci e via D’Amelio. Vito Buscemi è entrato in galera nel gennaio del 2007 e ne è uscito nell’aprile scorso. In un rapporto del 1993 il capitano del Ros Sergio De Caprio, alias Ultimo, segnala al pm Ilda Boccassini: “Buscemi Vito è detenuto per una serie di vicende che dimostrano la partecipazione del gruppo imprenditoriale collegato a Totò Riina nella gestione irregolare degli appalti pubblici”. Poi l’uomo che ha arrestato Riina aggiunge: “Buscemi risiede in via D’Amelio 46 e pertanto ha la possibilità di disporre in loco di soggetti di assoluta fiducia”. Ergo, sempre per Ultimo, era “accertata la possibilità da parte della famiglia Buscemi di svolgere una funzione di supporto logistico nelle aree interessate aIle stragi”. Effettivamente il palazzo della Desio vede quello di Borsellino dal quale è separato da un campo verde, il fondo Marasà. L’intuizione di Ultimo è solo una suggestione che nessuno ha mai sviluppato. “Il Fatto Quotidiano” ha chiesto a Gaetano Giambra e Francesco Sanfilippo, ex soci e assegnatari della Desio (come Buscemi e Schifani), di raccontare la storia del palazzo di via D’Amelio 46. Secondo i due anziani condomini: “il palazzo è stato costruito da Gaetano Sansone”. La circostanza non è secondaria: Sansone è stato arrestato nel 1993 e condannato per mafia perché curava la latitanza di Totò Riina, arrestato in una villetta di via Bernini.

Continuando a spulciare gli archivi si scopre poi che tra i soci della cooperativa Desio ci sono Agostino Gioeli e Francesco Barbaccia, due cognati di Salvatore Sansone, arrestato con il fratello Gaetano nel 2000 e poi assolto. In quell’indagine Francesco Barbaccia fu intercettato casualmente mentre parlava con i Sansone e i pm chiesero (ma non ottennero) la sua sorveglianza speciale. Non basta. Tra i soci della Desio che hanno avuto un appartamento come Schifani troviamo Claudio Scarafia, un costruttore che nel 2000 è stato coinvolto nell’indagine sui Sansone e che nell’ordinanza del Gip era considerato una sorta di prestanome di un boss di prima grandezza: Francesco Bonura, arrestato nel 2006 come come capomandamento di Palermo centro. Non basta. Tra i soci-assegnatari della Desio c’era anche un cugino (morto da pochi mesi) dei fratelli Vincenzo e Giovanni Marcianò, arrestati per mafia perché considerati i capi del mandamento di Boccadifalco. “Il Fatto Quotidiano” ha cercato ieri senza successo Renato Schifani per un chiarimento. A persone vicine al suo staff però il presidente ha detto: “è stato mio padre, che abitava lì, a segnalarmi che una persona aveva rinunciato a comprare quell’appartamento. Così sono diventato socio e ho preso il mutuo per comprare e stare vicino a mio padre. Ma non ho mai fatto vita sociale nella Desio. Era solo una cooperativa edilizia”. Nel 2002 l’avvocato Schifani ha difeso la cooperativa Desio davanti ai giudici amministrativi. Il presidente della società è sempre Pietro Gambino. Schifani ha dichiarato: “dal 2001 ho lasciato completamente la professione di avvocato e faccio solo il politico”. Per la Desio ha fatto un’eccezione.

di Peter Gomez e Marco Lillo

da il Fatto Quotidiano del 1° dicembre 2009