Italia

L’Italia è la culla di almeno tre mafie diffuse in diversi Paesi europei: ‘ndrangheta (originaria della Calabria centro-meridionale), Cosa nostra (Sicilia) e camorra (prevalentemente nelle province campane di Napoli e Caserta). Una quarta mafia di più recente formazione è la Sacra Corona Unita, in Puglia, oggi ritenuta fortemente ridimensionata, se non estinta. Fin dagli anni Cinquanta le mafie, in particolare ‘ndrangheta e Cosa nostra, si sono spostate verso il Nord Italia, dando vita in alcuni casi a quella che magistrati e studiosi definiscono una vera e propria “colonizzazione”. Come quella della 'ndrangheta, ad esempio, in alcune aree della Lombardia. Eppure solo nell’ultimo decennio, grazie a indagini eclatanti come l’operazione Crimine-Infinito che ha portato all’arresto per ‘ndrangheta di trecento persone, di cui 160 in Lombardia, si è fatta strada anche nell’opinione pubblica e nella politica che la mafia non è solo una questione “meridionale”.

Fino ai primi ani Novanta, le guerre interne alle diverse mafie hanno provocato migliaia di morti tra Sicilia, Calabria e area di Napoli. Per lo più “soldati” delle opposte fazioni in campo ma, specie in Sicilia, fra le vittime vanno annoverati magistrati, poliziotti, carabinieri, politici locali e nazionali, giornalisti e funzionari pubblici. Nell’estate del 1992, per ordine dell’allora capo di Cosa nostra Totò Riina, due bombe massacrarono i magistrati antimafia siciliani Giovanni Falcone (23 maggio) e Paolo Borsellino (19 luglio), insieme ai loro agenti di scorta. E se in quei mesi si temette che l’Italia potesse diventare un narcostato stile Colombia di Pablo Escobar, la successiva reazione politico-giudiziaria (accompagnata dallo scontento di alcuni settori della mafia siciliana per la strategia stragista di Riina, che fu arrestato il 15 gennaio 1993 dopo una latitanza durata 23 anni) colpì non solo Cosa nostra, ma anche le altre mafie (proprio nel 1992, su spinta di Falcone, erano nate le 26 Direzioni distrettuali antimafia presso tutti i distretti di corte d’appello italiani, da Nord a Sud).

Le mafie, in particolare Cosa nostra e ‘ndrangheta, adottarono così la strategia del cosiddetto inabissamento, che in sostanza perdura ai giorni nostri: minimo ricorso all’omicidio, specie verso bersagli esterni che potrebbero provocatore la reazione dello Stato e dell’opinione pubblica; massima penetrazione nell’economia lecita, sia sul versante degli appalti pubblici che in quello degli affari privati (tipico il caso del sostanziale monopolio del movimento terra nei lavori edilizia in diverse aree del Nord Italia da parte di aziende legate alla ‘ndrangheta).

Sul fronte criminale, la mafia oggi unanimemente ritenuta più forte è la ‘ndrangheta, protagonista del grande traffico internazionale di cocaina grazie soprattutto alle sue tante proiezioni internazionali, dall’Europa al Sudamerica, dal Canada all’Australia. Cosa nostra appare ancora in crisi dopo aver visto finire in carcere, dagli anni Novanta in poi, tutti i più autorevoli padrini, mentre la leadership dell’eterno latitante Matteo Messina Denaro è tutt’altro che certa. Sul fronte della camorra, più polverizzata tra clan rivali spesso in guerra tra loro, si assiste allo sfaldamento delle famiglie storiche; il vuoto di potere, soprattutto nello spaccio di droga, è spesso riempito dalle cosiddette “paranze” di giovanissimi, tanto violenti quanto privi di concrete strategie criminali.

Storicamente, le mafie italiane hanno rapporti saldi con la politica. Solo per citare i casi più recnti, Marcello Dell’Utri, storico braccio destro di Silvio Berlusconi e vera mente della fondazione del suo partito, Forza Italia, di cui è stato senatore, sta scontando nove anni di carcere per una condanna definitiva per concorso esterno con Cosa Nostra; Nicola Cosentino, già sottosegretario all’Economia nel governo Berlusconi dal 2008 al 2010 e deputato di Forza Italia-Popolo delle libertà per quattro legislature, è stato condannato in primo grado, anche lui a nove anni, per concorso esterno alla feroce camorra casalese; l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola, ex Dc passato a Forza Italia, è sotto accusa per aver favorito la latitanza di Amedeo Matacena, imprenditore ed ex parlamentare, sempre di Forza Italia, già condannato definitivamente per i suoi rapporti con la ‘ndrangheta. Non si contano poi gli amministratori locali, da Nord a Sud, di ogni estrazione politica, inquisiti o condannati per i loro contatti con boss e picciotti.

Data la sua storia criminale, l’Italia è il solo Paese europeo a prevedere, fra i reati, una specifica associazione per delinquere di tipo mafioso, l’articolo 416 bis introdotto nel 1982 sull’onda emotiva dell’assassinio del prefetto di Palermo, generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Tra le caratteristiche dell’associazione mafiosa, la capacità di intimidazione verso i soggetti esterni e di condizionamento della politica e dell’economia. Negli ultimi anni, il 416 bis è stato contestato anche a gruppi criminali non legati alle mafie tradizionali, come nel processo “mafia capitale” a Roma.

Dagli anni Novanta, inoltre, sono stati condannati per questo reato anche gruppi criminali cinesi, nigeriani e romeni operanti in Italia, mentre diverse indagini hanno indicato attività della mafia russa. Come nel resto d’Europa, inoltre, gli investigatori registrano l’espansione della criminalità albanese, che nel narcotraffico sta compiendo il salto dalla marijuana alla cocaina. Recenti indagini hanno dimostrato infine un accordo tra Cosa nostra e il gruppo nigeriano Black Axe per la gestione delle attività criminali nel tradizionale mercato palermitano di Ballarò.

Mafie Unite d’Europa

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