Francia, dalla French Connection al narco-banditismo. E il giudice lascia: "Combatto contro i mulini a vento"

Di Martina Castigliani

I palazzoni di cemento come fortini nei quartieri Nord di Marsiglia dove comanda il narco-banditismo; i corso-marsigliesi che dettano legge nel controllo delle città e tessono reti che arrivano fino alle istituzioni; il riciclaggio in Costa azzurra, terra di latitanza della camorra e della ‘ndrangheta; il traffico di armi nelle mani dei russi; il mercato nascosto dei videopoker. Disegnare la mappa del crimine organizzato in Francia è un’impresa complessa per la difficoltà di accesso alle informazioni in un Paese dove, dal 2015, la priorità è la lotta al terrorismo. Il quadro lo descrive il giudice istruttore a Marsiglia Guillaume Cotelle che ha deciso di lasciare il suo posto: “E’ come combattere contro i mulini a vento”, si sfoga con ilfattoquotidiano.it. Sul territorio, raccontano il commissario della polizia giudiziaria Fabrice Gardon e il collega del Sirasco Guilhem Depierre, la sfida è quella di arrestare i giovani criminali prima che diventino vittime di esecuzioni. Sono bande violente, con strutture a “tipologia mafiosa”, ma che nessuno vuole definire mafia: si oppongono i sociologi (Laurent Mucchielli per esempio) che ritengono si parli di emergenza solo per giustificare la repressione, ma anche gli investigatori che in generale valutano come secondaria l’introduzione del 416 bis, il reato italiano di associazione mafiosa, anche in Francia. Così pensano pure gli avvocati di criminali come i fratelli Campanella o Jean-Luc Germani, salvo però dire che i loro clienti, se ci fosse, rischierebbero di essere incriminati proprio per quel reato. Le zone con il più alto tasso di criminalità sono l’Ile-de-France, la Provence-Alpes-Côte-d’Azur e la Corsica. L’etichetta di mafia è riservata alle infiltrazioni di ‘Ndrangheta e Camorra a Sud, area che si conferma punto d’appoggio per traffici e latitanza. L’opinione pubblica è poco attenta al problema e la sensibilizzazione è affidata a piccole realtà: oltre all’italiana Libera, si è distinta Crim’HALT del ricercatore Fabrice Rizzoli, che da anni si batte perché si autorizzi l’uso sociale dei beni confiscati. Per ora senza risultati.

IL GRANDE BANDITISMO

In Francia esistono gruppi criminali identificati da lungo tempo come esponenti del cosiddetto “grande banditismo tradizionale”. Queste organizzazioni, come spiegato dal dirigente della polizia giudiziaria francese Jean-Jacques Colombi al Parlamento europeo nel 2012, si muovono su “un asse Nord-Sud che va da Lille alla Corsica, passando per la zona parigina, la regione di Lione e della Provence-Alpes-Côte d’Azur”.

Innanzitutto abbiamo le organizzazioni criminali marsigliesi che sono, spiega Colombi, controllate da capi (o padrini), e “storicamente coinvolte in furti, traffico di stupefacenti, racket delle discoteche, sfruttamento delle slot-machine e regolamenti di conti”. Secondo il poliziotto, con la cattura di Bernard Barresi e dei fratelli Campanella nel 2010, si è scoperta una “organizzazione di tipo mafioso sul territorio francese”. Marsiglia è stata anche il centro della cosiddetta French Connection, ovvero il network di gruppi criminali che fornivano eroina agli Usa negli anni ’50-‘70: la droga era prodotta in laboratori clandestini nella periferia della città. Coinvolti c’erano alcuni dei più noti banditi locali, ma pure Cosa Nostra, con la figura leggendaria di Lucky Luciano. L’organizzazione è stata smantellata anche grazie all’operato del giudice Pierre Michel, poi ucciso nel 1981. Saranno condannati in quattro: l’esecutore materiale dell’omicidio Francois Checchi, l’autista Charles Altieri, i mandanti Homère Filippi e François Girard. Michel è stato il secondo giudice assassinato in Francia dai tempi della Seconda guerra mondiale: nel 1975 è stato ucciso François Renaud a Lione e ancora non sono stati individuati i responsabili.

Importante la situazione in Corsica, dove ci sono strutture che durano negli anni e che sono eredi, più o meno dirette, di due clan: la Brise de mer al Nord e Jean-Gé Colonna al Sud. Attualmente si distinguono i clan Federici, Mariani, Germani e Le Petit Bar. Questi si muovono anche al di fuori dell’isola, dando corpo al cosiddetto banditismo corso-marsigliese. La Corsica, secondo il report 2016 del Sirasco, è il luogo dove si può vedere “la penetrazione del grande banditismo nella politica locale”. Decisiva è stata l’inchiesta sull’omicidio del manager pubblico Jean-Leccia nel 2014: “Anche se non ci sono state evoluzioni”, si legge nel report, “sui motivi dell’esecuzione, l’inchiesta ha in ogni modo permesso, nel 2015, di aprire un vero fronte giudiziario sulle derive del mondo politico locale incarnato dal deputato Paul Giacoppi, che è stato il padrone politico ed economico dell’isola”. Non solo: nel 2012 è stato ucciso il presidente dell’ordine degli avvocati Antoine Sollaccaro, senza che ancora siano stati condannati i responsabili. L’allora ministro dell’Interno Manuel Valls commentò pubblicamente l’episodio usando due parole tabù per i francesi: mafia e omertà: “Bisogna attaccare, senza rinunciare, senza ammettere l'impotenza, questa mafia, ciò che corrompe la società corsa". E ancora, nel 2013, dopo la morte del presidente del Parco naturale regionale Jean-Luc Chiappini: "L'omertà, il silenzio, il regolamento di un certo numero di affari con la morte, l'omicidio, il fatto che le mafie prosperino sull'isola... Sono stato il primo ministro dell'Interno a usare la parola mafia per definire quello che è oggi la realtà della violenza e del crimine organizzato su quest'isola". Colombi infine, nella lista del grande banditismo mette anche “les milieux” di Lione e Grenoble, legati a furti e traffico di droga; il “milieu storico parigino” (Banlieue Sud) a cui si affianca un “milieu degli affari” specializzato nelle frodi finanziarie.

NARCO-BANDITISMO

E’ il termine coniato nel 2014 dalle forze dell’ordine della Bouches-du-Rhônes per definire le nuove forme di criminalità organizzata nate nelle cité, i quartieri della periferia di Marsiglia. Basta uscire dal centro, prendere la strada che costeggia il porto e si arrampica verso il Nord: qui casermoni di cemento e panni stesi nascondono una rete di traffici sempre più strutturata. Alla Castellane, una delle cité più povere, il liceo sorge di fronte a uno degli edifici dove si gestisce lo spaccio. All’ingresso reti di metallo e massi per fare da barriere alle forze dell’ordine; a lato un ragazzotto in calzoncini e scarpe da ginnastica fa la guardia seduto su un quadrato di cemento 24 ore su 24. “A inizio 2000”, spiega il commissario e direttore interregionale della polizia giudiziaria di Marsiglia Fabrice Gardon, “abbiamo assistito alla nascita del neo-banditismo, ovvero figli e nipoti di immigrati algerini che vivono nei quartieri più poveri e che si sono evoluti verso forme più gravi di criminalità come le rapine e il traffico di droga. Da tre anni circa c’è stato un nuovo passaggio: hanno sviluppato contatti con l’esterno e sono entrati nel mercato delle armi. Questo è quello che chiamiamo narco-banditismo”. Il traffico di cannabis è stato stimato nel 2016 dall’Institut national des hautes études de la sécurité et de la justice (Inhesj) in oltre un miliardo all’anno su un totale di 2,3 miliardi. Seguono la cocaina (902 milioni di euro), l’eroina (267 milioni) e le droghe sintetiche (55 milioni). La Francia è considerata un territorio di transito: da Spagna e Marocco arriva la cannabis, dall’America Latina la cocaina.

Il “profeta” di questa nuova generazione, così lo chiama il giornalista Xavier Monnier, è Farid Berrahma che viene ucciso nel 2006 nella famosa strage del bar Les Maronniers: bandito di origini algerine, viene punito per aver osato allargare il suo territorio d’azione e di guadagni. Quello che ancora gli investigatori non sono riusciti a decifrare sono i contatti effettivi tra il vecchio e il nuovo banditismo. “Non sappiamo”, spiega il giudice istruttore Guillaume Cotelle, “se i cosiddetti anziani, quelli che controllavano traffico di droga e riciclavano in bar e discoteche, sono ancora così centrali”. Con l’arrivo dei “giovani delle cité”, le dinamiche sembrano almeno all’apparenza, più fluide: “Notiamo in certi dossier che si supera il settore locale per passare all’internazionale con un sistema di riciclaggio di denaro che si organizza su vari Paesi: è come se fosse una multinazionale in franchising. L’impressione è che non ci sia una sola testa, ma che nemmeno siano indipendenti gli uni dagli altri”.

Il 90% dei regolamenti di conti viene fatto risalire al traffico di droga. I morti sono spesso giovanissimi (15-20 anni) e vengono giustiziati per motivi che vanno dai debiti personali al tradimento. Due sono le firme “tradizionali”: il kalashnikov, arma di guerra che dà l’immagine della potenza anche se non è la più adatta alla criminalità, e il barbecue, ovvero il bruciare il corpo dopo l’omicidio. “Dal 2008”, continua Gardon, “contiamo 20/30 esecuzioni ogni anno nel solo dipartimento della Bouches-du-Rhône”. Sirasco parla di 123 morti nel 2015, contro i 90 del 2014. “Nel 2013 abbiamo deciso di cambiare sistema e abbiamo adottato il metodo chiamato proactive: invece di indagare a partire da un omicidio, individuiamo i soggetti che potrebbero essere uccisi a breve o che potrebbero uccidere e apriamo dossier su di loro. In molti casi vanno in carcere per piccoli delitti e questo ci fa prendere tempo: l’anno scorso abbiamo avuto 25 morti e risolto il 50% dei casi. Le stesse dinamiche stanno iniziando in altre città, come Avignone o Parigi”.

CRIMINALITA' E TERRORISMO

In questo quadro c’è un elemento in più a preoccupare gli investigatori: il fenomeno della radicalizzazione islamica in quartieri con una forte presenza musulmana. “Abbiamo avuto segnalazioni”, spiega Gardon, “di alcuni trafficanti di stupefacenti che avrebbero finanziato moschee radicali nelle loro cité, oppure dato soldi per partire sulle terre della jihad. Ma per il momento è un fenomeno marginale”. Un caso c’è stato nella cité di Air Bel (Marsiglia): “Abbiamo scoperto che un grosso trafficante pagava i viaggi a La Mecca dei fedeli della moschea”. Il vero problema sono in realtà le carceri: “Molti esponenti del narco-banditismo dietro le sbarre scelgono di radicalizzarsi. Spesso è una posa: serve per avere più potere e per ripulire la propria immagine”. In questo modo non solo sei un potente criminale, ma diventi anche un uomo rispettato dalla comunità. “E’ una scelta che non ha mai continuità: quando escono ritornano quello che erano prima e abbandonano le buone pratiche dell’islam”. Chi riconosce connessioni, pur con cautela, è il giudice Cotelle. “In alcuni dossier”, spiega, “ci siamo resi conto che ci sono connotazioni terroristiche nei meccanismi di riciclaggio del denaro in Medio Oriente: per esempio ci sono trafficanti di droga già segnalati dai servizi come fiché S, ovvero soggetti radicalizzati pericolosi. Non abbiamo nulla di concreto, ma sentiamo che c’è qualcosa su cui è necessario lavorare”. Marsiglia è comunque un contesto particolare, con una scarsa presenza di salafiti nelle cité. La sociologa Claire Duport, che ha alle spalle un lungo lavoro di ricerca nei quartieri con i ragazzini che scelgono di diventare trafficanti di droga, smentisce che il fenomeno per il momento sia rilevante: “Non possiamo fare l’equazione per cui povertà significa criminalità o radicalizzazione. La religione qui è importante, ma non ha niente a che vedere con il terrorismo. Banalizzare è molto pericoloso e dà un’immagine falsata della realtà”.

LE MAFIE STRANIERE: DAI RUSSI AGLI ITALIANI

Le organizzazioni criminali straniere sono concentrate, secondo il comandante di polizia del Sirasco di Marsiglia Guilhem Depierre, soprattutto nel dipartimento delle Alpes-Maritimes. I gruppi sono russofoni, balcanici e italiani. “Nei primi due casi”, spiega Depierre, “ci troviamo di fronte a episodi di criminalità marginali legati a traffico di armi, prostituzione e rapine. Spesso si tratta di vicende che rimandano a una rete strutturata che a noi rimane nascosta: abbiamo registrato casi di criminali georgiani uccisi e solo a quel punto abbiamo scoperto che stavano operando sul territorio”.

Per quanto riguarda le mafie italiane, secondo la relazione 2016 della Direzione investigativa antimafia italiana, in Francia c’è “una forte e significativa presenza della ‘ndrangheta, in particolare nella regione delle Alpi, in Provenza e Costa Azzurra, a Parigi e Grenoble”. Gli interessi sono “il reinvestimento di capitali provenienti da attività illecite”, la latitanza, ma anche il traffico di sostanze stupefacenti. “Esponenti della mafia calabrese”, spiega Depierre, “sono arrivati in Costa Azzurra circa 50 anni fa perché dopo essersi impiantati in Liguria, la continuità naturale era proseguire lungo la costa”. Le città con più segnalazioni sono: Nizza, Mentone, Cannes. Due le inchieste che si possono citare: Antibes, che nel 2016, dopo l’arresto di un esponente della ‘ndrangheta proveniente da Pellaro (Reggio Calabria) ha portato a 16 decreti di fermo per associazione mafiosa; Trait d’Union, che nel 2015 ha rivelato l’esistenza di una rete per il commercio tra la Liguria e la Costa Azzurra e i cui protagonisti sono ritenuti contigui alle cosche Molè di Gioia Tauro (RC) e Gallico di Palmi (RC). Da segnalare anche esponenti della famiglia Romano a Pégomas (Grasse), accusati di avere contatti con la ‘ndrangheta e nella cui azienda agricola di gelsomini, nel 2012, è stato trovato un laboratorio di cocaina. La mafia italiana in Francia ha sempre avuto come obiettivo, tra gli altri, quello di creare contatti per il traffico di droga. A questo proposito, si cita il caso del 2014 quando è stata smantellata una rete che comunicava attraverso il sistema di messaggeria Tatoo: tra i referenti Vincent Saccomano, con legami in Italia e nella regione parigina. In merito alla camorra, sempre la Dia mette in evidenza il ruolo nello sfruttare il “corridoio francese” per il traffico di stupefacenti, spesso con il tramite di gruppi albanesi. “In generale”, conclude Depierre, “i camorristi non si accontentano come la ‘ndrangheta del riciclaggio immobiliare o delle infiltrazioni negli appalti pubblici, ma sono spesso coinvolti in rapine di gioielli di lusso”.

TERRA DI LATITANZA

La Francia è anche storicamente terra di latitanza. Tra i nomi più famosi: il boss della camorra Michele Zaza, lo 'ndranghetista Domenico Libri e il trafficante siciliano trapiantato a Milano Biagio Crisafulli. L’avvocato che li ha difesi, l’italo-francese Luc Febbraro, racconta: “Negli anni ’80 Parigi rifiuta l’estradizione di Zaza perché non riconosce il 416bis, rafforzando così l’idea che Oltralpe i latitanti avrebbero potuto trovare rifugio. Le cose cambiano dopo la morte dei giudici Falcone e Borsellino: i francesi capiscono che rischiano di spianare la strada a latitanti pericolosi e cambiano completamente atteggiamento”. Un altro caso che ha fatto molto rumore è stato quello di Crisafulli: nel ’97 Febbraro riesce a ottenere la scarcerazione in attesa del decreto di estradizione. “Il procedimento era lungo e complesso e la Francia voleva dare un segnale: non erano più disposti ad aspettare. Ma il gesto ci portò a un passo dall’incidente diplomatico”. Un altro latitante illustre, il boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano, nel 2003 va fino a Marsiglia per farsi operare alla prostata e torna in Sicilia senza che venga intercettato dalle autorità. Tra gli ultimi fermati con l’accusa di essere esponenti della ‘ndrangheta ci sono Roberto Cima, arrestato nel 2010 a Vallauris e Matteo Alampi nel 2014 a Villefrance-sur-Mer. La Dia, nella seconda relazione semestrale del 2015, ha segnalato l’arresto del latitante Gianluca Di Paola, legato al clan Abete di Napoli. Da ricordare infine l’arresto a gennaio 2016 di Gianni Tagliamento con l’accusa di contrabbando di vodka: scarcerato dopo 3 mesi, è in attesa del processo. Tagliamento è finito più volte al centro di indagini con l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso, ma è sempre stato assolto: “E’ stato vittima”, dice Febbraro che è pure il suo avvocato, “di una giustizia abusiva ossessionata dalla sua condotta”. Il procuratore di Sanremo Roberto Cavallone nel 2012, durante un’audizione in commissione Antimafia, lo ha definito “il punto di riferimento per ogni criminale italiano che voglia operare nel settore del narcotraffico”.

IL MAGISTRATO CHE SI ARRENDE

Guillaume Cotelle fa il giudice istruttore a Marsiglia da 5 anni. Il suo ufficio di 10 metri quadri, con l’aria condizionata che va a singhiozzo, si trova a fianco del tribunale. “Fra pochi mesi me ne vado”, dice con freddezza. “La lotta al crimine organizzato non è più la priorità. E’ molto deludente: quando sono arrivato 5 anni fa c’erano i morti e quindi sono stati stanziati molti fondi. Ora non è più così. Abbiamo fatto belle cose, ma si ha l’impressione di combattere contro i mulini a vento: ci si prende il rischio di iniziare inchieste di grandi dimensioni che poi finiscono in niente”. Secondo Cotelle, il problema è procedurale: “In Francia abbiamo dei gruppi di indagine molto specializzati che lavorano sul terreno, però una volta che l’inchiesta viene incardinata la facciamo giudicare da chiunque, anche da chi non è preparato per questo tipo di casi. E spesso alcuni di loro sono approcciati dai criminali”. Il riferimento è alla creazione nel 2004 delle Juridictions interregionals spécialisées: gruppi di indagine fatti sul modello dei pool italiani. Un passo in avanti che però, per il momento, ha portato a poche sentenze. “Abbiamo grossi processi che si risolvono in zero. Abbiamo chiesto giurisdizioni speciali, ma il potere politico non vuole e gli avvocati si oppongono. I casi sono tanti, dall’affaire Orsoni a quello Guerini. Semplicemente non abbiamo i mezzi: quando l’inchiesta è troppo grossa la giustizia non ha i mezzi. Lo spirito è prendere piccoli casi e non toccare troppo quello che dà fastidio. Io ho sempre saputo che in Francia c’è il rischio di avere problemi quando si va davvero a fondo nelle questioni”. In più, afferma il giudice, manca la percezione del problema da parte delle istituzioni: “Non c’è consapevolezza e soprattutto i poteri pubblici non vogliono occuparsene. E’ un soggetto tabù: si pensa che se hai dei problemi è perché hai fatto troppo, hai superato la linea”.

Un altro dei limiti rilevati da Cotelle riguarda la persecuzione della mafia italiana. “Di recente abbiamo incontrato i magistrati italiani perché ci siamo stupiti che non ci fossero molti processi in corso. È un peccato perché ci sarebbe del lavoro da fare. Credo che il problema sia la cooperazione che non funziona: a volte abbiamo difficoltà ad avere informazioni dall’Italia e viceversa. Secondo me ad esempio gli italiani dovrebbero denunciarci più cose”. In generale, secondo Cotelle, il problema viene sottovalutato per una chiara volontà politica. “Ricordo ad esempio”, spiega il giudice, “di aver seguito il caso di Antonio Corrieri, affiliato alla camorra. Durante un interrogatorio si è arrabbiato e mi ha detto: ‘Lei finirà come il giudice istruttore Jean-François Sampieri che stava indagando su di me ed è morto in un incidente stradale’. Io ho verificato: è successo nel 2005. Poi l’ho segnalato alla procura, ma nessuno ha mai aperto un’inchiesta”.

Il giudice parla anche dei limiti della legge francese e dell’ipotesi di introdurre il 416bis: “Sarebbe importante, ma andrebbe adattato al nostro sistema. Ad esempio abbiamo molte inchieste che non arrivano a conclusione perché non riusciamo a caratterizzare abbastanza l’intimidazione. Ci troviamo davanti a persone che sappiamo essere appartenenti a dei clan, dei padrini, ma non abbiamo mai minacce concrete e quindi le inchieste finiscono in niente. La legge italiana darebbe una mano in questo”. Sorride. “Ma siamo ancora al punto di dibattere se esiste o meno una mafia francese, quindi siamo lontani dal pensare a come punirla”.

CRIMINALITA' E POLITICA

Uno dei pochi ad avere il coraggio di dire, e scrivere, che in Francia c’è “un’influenza mafiosa” è Xavier Monnier. Giornalista, 35 anni, è autore di due libri (Marseille ma ville e Les nouveaux parrains de Marseille) che mettono in fila i risultati delle inchieste e i racconti dei protagonisti, dalle forze dell’ordine fino agli stessi padrini. “Gli elementi”, spiega Monnier seduto a un bar della sua città che dice di amare “follemente”, “sono chiari: ci sono la gestione del territorio, la dimensione internazionale e poi l’intimidazione”. Si volta e comincia a fare l’elenco dei locali vittime di racket o di proprietà di persone vicine alla criminalità: “Sono tanti, sono sotto gli occhi di tutti”. L’ultimo libro inizia con una citazione di Michel Campanella, esponente del grande banditismo e in libertà dal 2011, che rende l’idea del contesto: “Voi parlate di associazione a delinquere, io di amici di infanzia”, recita. “La parola usata dal procuratore Jacques Dallest è porosità”, scrive il giornalista. Il sistema che ne deriva, ancora in pochi riescono a definirlo chiaramente. “Quello che ho scoperto è un quadro generale dove il grande banditismo lascia spazio a un’idra mafiosa, fatta di varie ramificazioni che durano nel tempo, oltre gli stessi padrini”. Monnier è anche il giornalista che nel 2009 rivela, con un articolo pubblicato sul suo giornale online Bakchich.info, l’esistenza di una delle inchieste più importanti degli ultimi anni a carico dei fratelli Guerini: l’imprenditore Alexandre e il senatore ed ex presidente socialista del dipartimento Jean-Noël. “Tutto è iniziato con uno sciopero della raccolta rifiuti, il cui regista era proprio Alexandre. Io l’ho incontrato e intervistato, l’inchiesta era appena partita”. Quasi otto anni dopo, Jean-Noël non è più a capo del dipartimento della Bouches-du-Rhône, ma rimane senatore, ed è ancora indagato insieme al fratello per reati che vanno dal traffico di influenze all’associazione a delinquere. Come scrive sempre Monnier, “il sistema svelato dall’inchiesta denominata Guernica sembra impregnare il tessuto economico e politico locale”. L’indagine è molto complessa, quasi otto anni dopo non si ha una verità giudiziaria. Ma, scrive Monnier, non c’è solo il caso Guerini a testimoniare l’infiltrazione e i contatti con le istituzioni. Ad esempio c’è la vicenda che tira in ballo la senatrice socialista Samia Ghali, sindaca del 15esimo municipio di Marsiglia. “Ho rivelato che ha dato un milione di euro all’associazione sportiva del cugino senza gara. E’ stata aperta un’inchiesta. Lui è stato l’unico che mi ha minacciato pubblicamente”.

"LA NOSTRA NON E' MAFIA"

A rifiutarsi di usare l’etichetta “mafia” sono diversi sociologi. In prima fila Laurent Mucchielli, direttore di ricerca al Cnrs: “Quello che vediamo a Marsiglia”, spiega, “non ha niente a che vedere con il modello storico della mafia italiana: non c’è coordinamento tra i gruppi criminali, ma piuttosto concorrenza che porta poi ai regolamenti di conti; la violenza non viene mai usata verso ‘esterni’ (politici, giornalisti o vittime di racket); infine i criminali non sono coinvolti in attività legali che siano politiche o economiche e quando lo sono è per mettere in sicurezza i propri traffici”. Mucchielli è anche presidente dell’Osservatorio sulla delinquenza giovanile dell’universitè Aix-Marseille e sostiene che il numero di morti è molto più basso rispetto agli anni ’80: “Parlare di emergenza serve solo a giustificare interventi di repressione nei quartieri sensibili”. Sulla stessa linea anche il sociologo Cesare Mattina che, in un articolo del 2014, sostiene non esserci mai state a Marsiglia in modo congiunto “le caratteristiche essenziali di una mafia”: “L’esistenza di un’impresa capitalista operante sia a livello locale che internazionale (French Connection); l’esercizio di una autorità politico-istituzionale, in parte legittimata dai poteri pubblici (anni ’30 e in misura minore tra 1950-1970); il radicamento sociale in alcuni territori (mai veramente verificato)”.

LA FRANCIA VUOLE IL 416 BIS (ASSOCIAZIONE MAFIOSA)?

Il codice penale francese prevede il reato di association de malfaiteurs (associazione a delinquere), che riguarda “un gruppo di persone che si forma per la preparazione di uno o più crimini o delitti puniti con almeno 5 anni di prigione”. Secondo gli investigatori è sufficiente, anche se l’estensione del 416 bis renderebbe più semplici le inchieste. “Ci faciliterebbe la vita”, commenta Guilhem Depierre del Sirasco. “Ma dovremmo dimostrare che c’è una struttura e sarebbe complicato”. Secondo Fabrice Gardon della polizia giudiziaria, non servono nuovi strumenti legislativi, ma più repressione: “Abbiamo troppi recidivi e il tasso di incarcerazione in Francia è più basso rispetto a Inghilterra e Spagna”. Se per il giudice Guillaume Cotelle bisognerebbe aprire un dibattito, chi la vede in modo diverso sono alcuni noti avvocati che hanno difeso esponenti della criminalità organizzata. Uno di questi è Jean-Jacques Campana, avvocato dei fratelli Campanella e di Jean-Luc Germani: “Per essere più efficaci avremmo bisogno del 416 bis, ma verificandone la corretta applicazione. A ogni modo serve una legge europea sovranazionale che unifichi i singoli sistemi”. Secondo Campana il reato di associazione mafiosa in Francia aiuterebbe nel processare gli esponenti di camorra e ‘ndrangheta, ma alla domanda se Germani, ad esempio, potrebbe essere accusato di tale reato risponde: “Probabilmente sì. Ma quella non è mafia. In generale in Francia abbiamo piccoli gruppi che lavorano in maniera indipendente”. Tra le discriminanti ci sono le effettive infiltrazioni nel sistema politico: “I contatti ci sono. L’ex sindaco di Marsiglia Gaston Defferre aveva fatto un patto con alcuni grandi banditi perché si occupassero di ‘fare pulizia’ dei piccoli criminali. Ora con il narco-banditismo non è più possibile: sono giovani incontrollabili che uccidono per questioni futili”. Il 416 bis viene definito “una legge azzardata” da Dominique Mattei, avvocato che tra le altre cose difende il senatore Jean-Noël Guerini: “Il mio cliente, attualmente indagato anche per association de malfaiteurs, potrebbe essere accusato di associazione mafiosa se avessimo la legge italiana. Ma non è sicuro: servono elementi precisi per queste accuse e qui non ci sono”. Una posizione molto netta sul tema è quella dell’avvocato italo-francese Luc Febbraro, che dagli anni ’90 ha difeso alcuni dei più importanti esponenti della mafia latitanti in Francia: “Il 416bis corrisponde a una realtà specificatamente italiana. Qui ovviamente esiste la criminalità organizzata, ma non ha niente a che vedere con il sistema mafioso. Un giudice intelligente può agire a prescindere dalle leggi speciali: chi le vuole è per riuscire a condannare senza prove”. Resta il fatto che in Francia è difficile condannare le estorsioni: “Non possiamo”, chiude Febbraro, “rischiare di condannare qualcuno che fa paura solo per una brutta nomea. Se l’estorsione è caratterizzata con minacce e violenze, il 416 bis è inutile”.

L'ANTIMAFIA ALL'ITALIANA

La società civile francese soffre di una scarsa consapevolezza del fenomeno della criminalità organizzata, secondo gli attivisti antimafia. A distinguersi per l’attività di informazione e sensibilizzazione è Libera: ong italiana fondata nel ’95 da Don Luigi Ciotti per realizzare una cultura dal basso dell’antimafia, in Francia è un’associazione riconosciuta il cui presidente è il 23enne Marino Ficco. L’antenna di Marsiglia è composta da un gruppo di lavoratori e ricercatori che organizzano incontri pubblici e lezioni nelle scuole. Libera, tra le altre cose, è portavoce di una battaglia per una legge che permetta, come in Italia, il riutilizzo sociale dei beni confiscati. Uno dei fautori della campagna è Fabrice Rizzoli, fondatore dell’associazione Crim’HALT ed esperto di criminalità organizzata: “Sarebbe un grande passo avanti per un cambio di mentalità: far capire che il crimine non solo non paga, ma anzi ciò che sottrae viene poi restituito alla comunità”. Nella scorsa legislatura, grazie alla sua attività di lobbying, la proposta è stata approvata dall'Assemblea nazionale, ma poi bocciata per problemi di forma (è stato definito un cavalier legislatif) dalla Corte costituzionale. “Confesso”, dice Rizzoli, “che credevo ce l’avremmo fatta. Ma c’è molta ignoranza”. Crim’HALT è nata anche per questo, cercare di fare informazione su un argomento trascurato e chiedere di migliorare l’accesso dei cittadini per esempio ai rapporti Sirasco o alle sentenze giudiziarie. “Trasparenza e conoscenza per una riflessione consapevole”, recita il manifesto. E la strada è ancora lunga.

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