Rima – La maestra con i sensi di colpa

Dall’asilo di Homs alle scuse alle figlie: “Mi perdoneranno mai per averle portate qui?”

 

I bambini puzzano di pipì. Hanno i vestiti usati di tre giorni e puzzano di pipì. Rima se ne accorge. Guarda le sue figlie, Sarah e Najla che si litigano una bambola poco più in là e non dice niente. Prende per un braccio il più piccolo del gruppo e si rimette a giocare con i volontari. Traduce le spiegazioni in arabo e per un attimo le sembra di essere di nuovo la maestra dell’asilo di Homs. “Non voglio che mi vedano piangere ancora”, dice mentre si tira la maglia troppo stretta per il seno di chi ha smesso di allattare da poco. “I vestiti della mia taglia, faccio sempre così fatica a trovarli negli scatoloni delle donazioni”. Poi si alza in piedi: “Basta”, grida. “Ora seduti bambini che si gioca”. Quando stanca si ferma in un angolo, inizia a raccontare la sua storia.

Perdonami, perdonami Sarah se non arriviamo dall’altra parte, perdonami

“Sarah ogni volta che mi vede piangere si arrampica sulle mie ginocchia e mi dice ‘mamma torniamo in Siria, non ti preoccupare: anch’io lo voglio’”. Ha sette anni e il broncio. Sempre. La sua fronte è corrucciata, con le estremità della bocca rivolte al pavimento. Quando ti guarda, ti sta chiedendo tante cose. Non le dice, ma te le pianta come un coltello nel cuore. “Mi perdonerà mai?”. Rima lo chiede ogni giorno. A se stessa, a suo marito, alle persone che incontra. “Io quel giorno sulla barca ho stretto mia figlia al petto quasi fino a farla soffocare e gliel’ho ripetuto per ore: ‘Perdonami, perdonami Sarah se non arriviamo dall’altra parte, perdonami. Perdonami per averti fatto vivere tutto questo. Perdonami. Perdonami’”.

Gli occhi si gonfiano, guarda in basso e ricomincia: “Sai a volte quando in camera mi metto a piangere più forte, lei chiama suo padre e gli chiede di comprarmi il narghilè per farmi smettere. Sa quanto mi piace fumare e sa che sono sei mesi che non lo faccio. Sei mesi. Sei mesi di niente”. L’affronto più grande per Rima è il tempo perso. Quello che scorre veloce, che fa diventare i giorni gli uni uguali agli altri. “State chiedendo a me e a queste persone di stare ad aspettare pratiche burocratiche che non arrivano mai. Vorrei solo che il mondo sapesse che noi non volevamo tutto questo. Non volevamo lasciare il nostro Paese. La Siria è meravigliosa. E’ un posto bellissimo. E invece siamo qui come animali incastrati in stanze che non ci contengono tutti, dove manca l’ossigeno, infagottati in vestiti stretti e lisi, scarti delle vostre vite passate”.

Non volevamo lasciare il nostro Paese. La Siria è meravigliosa. E’ un posto bellissimo. E invece siamo qui come animali incastrati

Rima ha 32 anni e dalla sua Homs non avrebbe mai voluto andarsene. Poi un giorno le bombe sono cadute su una scuola a 500 metri da casa. “500 metri sono pochi. Sono lo spazio che c’è tra qui e la cucina, tra qui e mia figlia, tra qui e mio marito. Sono un soffio. Io quel pomeriggio sono andata a dare una mano ai soccorritori per tirare fuori le persone dalla macerie. C’era sangue dappertutto, polvere. C’erano pezzi di cadaveri. Lì sotto c’erano gli amici delle mie figlie: avevano uno, tre, cinque anni. Erano innocenti. Quel giorno sono andata a casa da mio marito e gli ho detto ‘partiamo’”.

Il trafficante lo hanno rintracciato in meno di un giorno. Ha garantito che sarebbe stato facile, che non ci sarebbe stato bisogno di fare troppe ore di cammino a piedi o troppe ore sulla nave. “Una bugia. Lui ha mentito a noi e noi abbiamo mentito alle nostre figlie”.

Sono partiti a fine marzo e hanno marciato per giorni sulle montagne di notte. “Io avevo per mano Sarah, mio marito teneva sulle spalle la più piccola. Dopo un’ora le ho chiesto se era stanca, mi ha detto di sì e ho iniziato a piangere. Da quel momento non ha più detto una parola: l’ha fatto per me”. Rima l’ha vista stringere i denti, camminare con i calli sui piedi, l’ha vista avere paura, di quelle paure che nessun bambino mai dovrebbe provare nella sua vita. “Arrivati al confine con la Turchia il trafficante ci ha consegnato a un altro uomo e ci ha fatto salire su un taxi. Eravamo in sette. Dopo dieci chilometri l’auto ha inchiodato: aveva visto una macchina della polizia”.

A quel punto l’autista voleva farli scendere. “Ci ha scaricato e si moriva di freddo. Le mie figlie rischiavano di morire dal freddo. Non potevo permetterlo. Allora ho gridato a mio marito che saremmo andati alla polizia, saremmo tornati indietro, non importava più niente: ‘Le nostre bimbe non ce la faranno’, gridavo”. Così hanno fermato una macchina e hanno chiesto di essere accompagnati in caserma. “Quell’uomo non voleva. Aveva paura di essere scambiato per un trafficante. L’ho implorato”.

Le grida strazianti di Rima hanno convinto il turco a portare la famiglia a casa sua, dove sono rimasti nascosti per dieci giorni prima di ripartire per Izmir. “Sulla spiaggia abbiamo trovato la nostra barca”. Mentre parla, arriva Sarah correndo e Rima la annusa come fosse il suo cucciolo. Nella sala c’è puzza di pipì. I bimbi si lavano poco, il cambio dei vestiti è di uno ogni tre quattro giorni. Perché c’è la fila per la lavatrice, la fila per stendere i panni. Non c’è spazio. Le mamme lottano per mantenere brandelli di dignità, ma poi ogni tanto ci si arrende. Perché le gambe non reggono e le braccia si fanno ancora più deboli. Sarah torna a giocare e Rima continua: “Ci avevano detto che il viaggio in barca sarebbe durato 45 minuti. Un’altra menzogna. Abbiamo comprato i giubbotti di salvataggio e due ruote per poterci aggrappare in caso la nave fosse affondata. Poi una volta in mare aperto le onde erano così alte che credevamo di morire. Mio marito voleva chiamare la polizia, tornare indietro. Gridava, ma nessuno stava a sentire. L’acqua era ovunque, entrava dai buchi ed era come stare in una bacinella. Eravamo fradici. E’ lì che ho stretto Sarah. Piangevamo così tanto. Le ho chiesto scusa. Sorry, sorry, sorry, continuavo a gridare. Non potevo accettare di aver fatto una cosa simile alle mie figlie: io volevo soltanto salvarle”.

Le mamme lottano per mantenere brandelli di dignità, ma poi ogni tanto ci si arrende

A terra sono arrivati come fantasmi, cadaveri svuotati di tutto. “Sbarcati a Chios non riuscivo a credere che fossimo vivi. Siamo scesi dalla nave e avevo solo bisogno di vestiti asciutti. Non me li dava nessuno. Ho incontrato una signora in strada che mi ha detto: ‘Tornatene al tuo Paese’. Ho pianto. Con le ultime forze che avevo, ho pianto. Ero diventata un animale. Da quel giorno so che per voi io sono un animale”. Le lacrime piano piano lasciano spazio alla rabbia. Rima si tira la maglia e asciuga le guance, perché sa che Sarah e Najla la sorvegliano da lontano.

“Volete toglierci anche la dignità, ma non ve lo permetteremo”.

Rima – La maestra con i sensi di colpa