Hotel City Plaza – L’alternativa

L’ex albergo a tre stelle occupato dove vivono 400 migranti: “Noi siamo la prova che c’è un’alternativa ai campi”

 

Fofi ha una bambola. E’ nuova e ha pure un passeggino. Lo usa per portarla in giro nel salone della mensa e nessuno ancora l’ha fermata. L’allarme si diffonde quando è l’ora del pranzo. Maia e Tahraa vanno a chiamare i volontari del Hotel City Plaza perché è un’ingiustizia. Che importa se Fofi ha appena 4 anni e loro già quasi il doppio: se nei sacchi delle donazioni non c’era una bambola per tutti allora nemmeno lei può averla. Fofi si aggrappa allo scalone dell’hotel che un tempo aveva tre stelle e piange disperata. Ma non si oppone, perché conosce le regole e ribellarsi non servirà. O tutti o nessuno.

Se tra le donazioni non c’era una bambola per tutti allora nemmeno lei può averla

La nuova vita, quella senza le bombe, funziona così. O almeno funziona così all’Hotel City Plaza, numero 78 di Acharnon street, Atene. “Non siamo la soluzione, ma un modello. Un altro modo per accogliere i migranti esiste e si basa sulla convivenza”. Elias parla come un volantino stampato il giorno dopo una manifestazione che ha riempito una piazza. Suona impossibile, ma dalla sua ha che quello che promette lo ha già realizzato. Il City Plaza è un palazzo abbandonato nel cuore della capitale della Grecia: ex hotel a 3 stelle, le sue stanze erano vuote da sei anni. Attività fallita, i lavoratori sono in causa con la proprietaria e da quel giorno la hall è diventata uno scantinato di polvere, silenzio e buio. Fino a che sono arrivate tre associazioni: Diktio, Anasinthesi e Aaran.

“Abbiamo individuato questo spazio come quello più idoneo per il nostro progetto: vogliamo dimostrare al governo che è possibile gestire l’emergenza immigrazione in modo più dignitoso che mettendo i rifugiati in posti dispersi e in condizioni igienico sanitarie estreme”. Sono abusivi e ogni giorno è una conquista che li allontana dall’inizio e dall’utopia per avvicinarli alla realtà. Per farlo le regole sono rigide: 20 volontari greci vivono stabilmente nell’edificio, sono vietati alcool e droghe, le famiglie vengono selezionate sulla base di conoscenza e affidabilità. Punto.

“Siamo molto severi perché non vogliamo che ci venga contestato nessun problema di sicurezza. Se il premier Tsipras vuole cacciarci, dovrà assumersi tutta la responsabilità di buttare in mezzo alla strada 400 persone di cui 180 bambini”.

Il City Plaza è un carrozzone di odori. I bimbi corrono per le scale e si arrotolano come gatti nel salone dei giochi. Al primo piano c’è la cucina: ogni famiglia deve coprire i turni per fare da mangiare, pulire e gestire il bar. Gli altri otto strati del palazzo di cemento sono stanze e bagni: ogni camera ha la sua privacy e ogni famiglia ricrea piccole dimensioni che sanno di casa. Almeno nella maggior parte dei casi.

“Quando arrivano qui”, spiega Irene, “i primi giorni si chiudono nelle loro stanze. Hanno affrontato viaggi stremanti, sono stati in mezzo al mare e dispersi sulle montagne. Chiudono la porta e dobbiamo andare a tirarli fuori quasi a forza”. Socializzare, contribuire all’ordine e alla disciplina. La prima regola è che ognuno al City Plaza deve fare la sua parte. La cucina apre le porte tre ore prima che si cominci a distribuire il cibo. Sembra la piazza di un mercato il sabato mattina: dietro i fornelli i cuochi incaricati, intorno chi passa per dare una mano o semplicemente scambiare due chiacchiere.

Sfamare 400 persone è ogni volta un miracolo. A volte il cibo finisce nel bel mezzo della distribuzione: Beiruss a quel punto esce e incrociando le braccia all’altezza del viso grida “no food”. Succede spesso e la fila si scioglie come fosse routine: mangeremo stasera, dicono. Poi Beiruss torna dentro e si prova a ricucinare i resti dei giorni precedenti, allungare brodi e inzuppare pane e farina. Ormai è un rito. Quasi si volessero mettere alla prova le pance, allenarle alla carestia. Che potrebbe succedere, ancora una volta, prima o poi.

Il City Plaza è un laboratorio, un esperimento per la convivenza in un quartiere che fino a pochi anni fa era il regno dell’estrema destra di Alba dorata. Uno dei temi cruciali è quello della sicurezza. Gli abitanti hanno nazionalità che da sole hanno sulle spalle decenni di guerre: sono curdi, iraniani, siriani e afghani. Sono uomini e donne, sono 180 bambini. Hanno tradizioni e modi di vivere diversi. Non riconoscono i sapori del cibo greco, chiedono di poter pregare e fare il Ramadan. Chiedono di essere lasciati stare.

I volontari temono solo l’isolamento: perché se la comunità rimane compatta saprà affrontare le difficoltà, se si spezza sarà in balia dei mari. A questo ha pensato Irene quando ha creato un gruppo per sole donne: una volta a settimana le porta sul tetto dell’hotel dove ancora campeggia l’insegna del City Plaza come un trofeo. Si vedono lontano dagli occhi vigili dei mariti quando scende il sole: lì possono parlare, dire le cose come stanno, confessare paure e debolezze. Così sul tetto del loro mondo escono le storie di abusi e maltrattamenti e condividerle significa iniziare a combattere: “Mi conquisto la loro fiducia piano piano e ascolto”. Spiega Irene. “Ci sono problemi culturali e problemi di sicurezza. Serve il tempo e la pazienza per scoprirli e affrontarli”.

Quello che nei campi profughi con migliaia di persone è quasi impossibile, qui diventa fattibile. O almeno ci provano. La casa del City Plaza ha pareti di cristallo e un piano per diventare un’unica grande famiglia. “Vogliamo dare un messaggio alle istituzioni”, dice Elias. “Questo governo ha promesso cose mai realizzate e non fa più politiche di sinistra. Da quando sono stati chiusi i confini è chiaro che dobbiamo imparare a convivere con i rifugiati. Sono nostri concittadini. Una delle battaglie vinte? Iscrivere alla scuola pubblica tutti i bambini che ancora non hanno documenti”.

Anasinthesi era la giovanile del partito Syriza, i suoi membri se ne sono andati sbattendo la porta dopo che il premier ha deciso di aderire alle richieste della troika nonostante i greci avessero votato per il No al referendum del 2015. “Ci hanno dato una pacca sulla spalla e ci hanno detto che purtroppo non c’è altra scelta”. Scoppia in una risata, che, pure quella, sembra venire dal corteo di una manifestazione di piazza. “Una scelta c’è sempre e noi vogliamo dimostrarlo. Vogliono un’alternativa? Eccola, siamo noi”.

Hotel City Plaza – L’alternativa