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Non stupisce che Valerio Varesi abbia messo in pausa il più noto dei suoi personaggi, il commissario Soneri. Lo aveva già fatto in passato, per esempio, con “Il paese di Saimir” (Verdenero, 2009) per raccontare la storia di un ragazzino albanese finito sotto il crollo di un edificio in un cantiere edile in cui non avrebbe dovuto esserci. Almeno non così, in nero. Ed era accaduto anche con “Le ombre di Montelupo” (Sperling & Kupfer, 2008), vicenda di un’impresa alimentare che cresce fino al punto di trasformarsi in uno scandalo finanziario e che richiama senza troppi veli il crac Parmalat, consumatosi nella terra d’origine dello scrittore, quella “piccola Parigi” nel cuore dell’Emilia finita tante volte sulle pagine di cronaca dei giornali.

Varesi è così, racconta storie prima che queste vengano classificare a seconda dei generi narrativi. E dunque, si diceva, non stupisce che la Parma che rievoca nel libro appena uscito, “La sentenza” (Frassinelli), sposti l’asse del tempo per assestarla sull’anno del Signore 1944. Seconda guerra mondiale, dunque, e soprattutto lotta di Liberazione, in piena occupazione tedesca che, nella realtà geograficamente poco distante da lì significava gli eccidi di Monte Sole con i fatti di Marzabotto che seguivano a ruota la lucchese strage di Sant’Anna di Stazzema.

È questo il mondo che sta intorno ai due protagonisti, nomi di battaglia Jim e Bengasi. E nelle fila partigiane non è che hanno proprio scelto di starci, ci si ritrovano, il primo dopo un’evasione dal carcere in cui era rinchiuso e l’altro infiltrato nella quarantasettesima brigata Garibaldi. Per quanto diverso nelle atmosfere, il libro di Varesi richiama il racconto epico – comprese luci e ombre, gesta eroiche e vigliaccherie – di una pietra miliare della letteratura di guerra, “L’esercito di Scipione” di Giuseppe D’Agata. Perché la storia, anche quella che ha un’iniziale maiuscola, passa attraverso vicende personali. E la letteratura, talvolta, può ridare attualità a vicende accadute davvero e inghiottite dal tempo per i più.

La vera storia di chi combatté in quegli anni a fianco del partigiano Ubaldo Bertoli, Gino, è quella che infatti Valerio Varesi rivisita. È una storia di guerra e la “quarantasettesima”, definita “la calda”, era diventata già in passato protagonista di altre narrazioni (anche autobiografiche) su rastrellamenti, nascondigli e speranze. Ma Varesi, con gli strumenti da cronista navigato che si ritrova, si pone come l’anti-Pansa: vuole evitare il racconto agiografico senza cedere ai facili revisioni infittitisi nel corso degli ultimi anni.

“Critiche e annotazioni sulla storia partigiana se ne possono e se ne devono porre”, dice lo scrittore di Parma, “ma quelle pagine di vissuto sono forse l’unica parte nobile del nostro passato. I miei personaggi, un anarchico nativo che non sa nemmeno di esserlo e un criminale comune che cerca per tutta la vita l’espiazione, sono giovani ribelli di allora che da un punto di vista concettuale non sono così diversi dagli indignati di oggi. Hanno la stessa ansia per il futuro e se durante la guerra imbracciavano le armi per conquistarlo, oggi vanno in piazza per manifestare il loro dissenso contro un sistema economico criminale che li schiaccia”.