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	<title>Il Fatto Quotidiano &#187; Cervelli in fuga</title>
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		<title>Inventa il sistema per risparmiare carburanteMa in Italia la sua idea non interessa</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 14:17:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Madron</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si chiama Kinetic Drive System (Kds) e promette di dimezzare i consumi di carburante, abbattere le emissioni del 60 per cento e allungare la vita del motore dell&#8217;80 per cento. L&#8217;invenzione porta la firma di Leonardo Grieco, un meccanico di lungo corso di Saltrio (Varese), uno di quelli che si è &#8220;guadagnato i galloni in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_189061" class="wp-caption alignleft" style="width: 305px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/02/leonardo-grieco_interna.jpg"><img class="size-full wp-image-189061" title="leonardo grieco_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/02/leonardo-grieco_interna.jpg" alt="" width="295" height="152" /></a><p class="wp-caption-text">Leonardo Grieco, inventore del Kds</p></div>
<p>Si chiama <strong><em>Kinetic Drive System</em></strong> (Kds) e promette di dimezzare i consumi di carburante, abbattere le emissioni del 60 per cento e allungare la vita del motore dell&#8217;80 per cento. L&#8217;invenzione porta la firma di <strong>Leonardo Grieco</strong>, un meccanico di lungo corso di Saltrio (Varese), uno di quelli che si è &#8220;guadagnato i galloni in officina &#8211; come dice lui stesso -, in anni di lavoro&#8221;, sporcandosi le mani oltre ad usare la testa.</p>
<p>Oggi il suo Kds, dopo essere stato brevettato, ha ottenuto dalla motorizzazione svizzera l&#8217;autorizzazione ad essere montato sui veicoli e in un&#8217;officina del <strong>Canton Ticino</strong> è già possibile farselo installare per poco meno di 2 mila euro. Per un non addetto ai lavori non è semplice intuirne il funzionamento, ma in buona sostanza il Kds è composto da una centralina che interviene sul meccanismo della frizione. &#8220;Una volta accelerata la massa – spiega l&#8217;inventore – la macchina resta su un numero di giri ottimale e ad ogni cambio di marcia, grazie a questo sistema si risparmiano 700 giri motore. Infatti, mentre normalmente si scende al minimo di giri, qui si utilizza il motore soltanto quando dà la coppia migliore, fra i 1700 e i 2300 giri. Praticamente a parte lo spunto iniziale, la macchina viaggia quasi sempre a basso regime, basta dare un colpo di gas ogni tanto e ci si mantiene a velocità di crociera. Il pedale della <strong>frizione </strong>non c&#8217;è e per cambiare si usa solo la mano&#8221;.</p>
<p>Il signor Grieco ha montato il sistema su una vecchia <strong>Skoda 1900 </strong>turbo diesel: &#8220;Ho già fatto 50 mila chilometri con questa macchina e i risultati sono sorprendenti. Questa auto, che oggi ha 290 mila chilometri, fa abitualmente attorno ai 500 chilometri con un pieno, da quando ho montato il sistema Kds sono stabilmente sopra i mille&#8221;. Al signor <strong>Grieco </strong>dobbiamo credere sulla parola. Oltre ad aver visto la centralina montata e ad aver percepito il suo vibrante entusiasmo, non abbiamo infatti a disposizione elementi empirici sufficienti ad avvalorare la sua scoperta, se non un breve viaggio di prova da cui effettivamente abbiamo potuto constatare che il pedale dell&#8217;acceleratore viene usato davvero poco.</p>
<p>Se quanto promesso fosse vero si tratterebbe di una innovazione sensazionale. Con macchine capaci di percorrere normalmente 50 km con un litro. Di questa vicenda colpisce anche un&#8217;altra cosa: &#8220;Questa scoperta potrebbe valere metà del <strong>combustibile </strong>mondiale – dice Grieco – ci ho speso dieci anni di lavoro e tentativi. Soldi, tempo e impegno. Nessuno ha però voluto darci retta. Nessuno ha voluto vederlo e capirne il funzionamento. Abbiamo scritto alle case automobilistiche di tutto il pianeta: a <strong>Marchionne</strong>, a <strong>Montezemolo</strong>, negli Stati Uniti, in Corea, dappertutto. Abbiamo speso un capitale in lettere e raccomandate. Le risposte che ci sono arrivate sono tutte uguali. Hanno tutte lo stesso desolante tenore, ne ho un cassetto pieno&#8221;.</p>
<p>Insomma, Grieco ha scritto e presentato il suo Kds alle principali case automobilistiche che hanno sempre risposto alla stessa maniera: &#8220;Ci dispiace tanto, ma la sua invenzione non ci interessa&#8221;. Ma l&#8217;inventore del <strong>Kds </strong>non ci sta: &#8220;Questi signori dovrebbero scendere dalle loro scrivanie e toccare con mano, sedersi sulla macchina e provarla prima di dire che non gli interessa. Prima provi, studi, poi mi dici che non funziona. Una bocciatura motivata la posso anche accettare. Ma una chiusura a priori no. Nelle cose, per capirle, bisogna metterci il naso&#8221;. Dal momento che nessuna casa automobilistica ha creduto nel progetto, <strong>Grieco </strong>ha stretto un accordo con un&#8217;officina elvetica che ha accettato di montare il sistema sulle auto svizzere: &#8220;Siamo andati alla motorizzazione del <strong>Canton Ticino</strong>, hanno provato il sistema, hanno verificato le caste e dopo dieci giorni avevamo in tasca l&#8217;autorizzazione a montarla. Una cosa simile in Italia, con tutta la burocrazia, sarebbe impossibile&#8221;.</p>
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		<title>Piccolo e low cost, il satellite italiano batte gli investimenti multimiliardari</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 17:12:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Madron</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cervelli in fuga]]></category>
		<category><![CDATA[Agile]]></category>
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		<description><![CDATA[ROMA &#8211; Il satellite scientifico “low cost” tutto italiano ha vinto il più ambito riconoscimento nel campo dell’astrofisica spaziale. Si chiama Agile ed è stato sviluppato dal team guidato dal professor Marco Tavani dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) che nei giorni scorsi è stato premiato dall’American Astronomical Society con il premio Bruno Rossi 2012. Agile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ROMA &#8211; Il satellite scientifico “low cost” tutto italiano ha vinto il più ambito riconoscimento nel campo dell’astrofisica spaziale. Si chiama <strong>Agile</strong> ed è stato sviluppato dal team guidato dal professor <strong>Marco Tavani</strong> dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) che nei giorni scorsi è stato premiato dall’<strong><em>American Astronomical Society</em></strong> con il premio <strong>Bruno Rossi 2012</strong>.</p>
<p><strong>Agile </strong>(Astrorivelatore gamma a immagini leggero) è un piccolo satellite equipaggiato con strumenti scientifici in grado di catturare immagini di oggetti celesti distanti nelle regioni dei raggi gamma e X dello spettro elettromagnetico. Da quando è stato lanciato in orbita, nell’aprile del 2007, è una fonte continua e immediata di dati. Ad ogni passaggio sul Kenya scarica le informazioni ottenute scandagliando l’universo. Ed è proprio dall’analisi di questi dati che i ricercatori del team Agile hanno fatto la scoperta che è valsa loro il premio Rossi. Hanno scoperto che la <strong>Nebulosa del Granchio</strong>, uno degli oggetti astronomici più famosi, non è stabile come si era sempre pensato, scrivendo così una nuova e importante pagina per l’astrofisica mondiale.</p>
<p>“Siamo estremamente contenti perché è molto difficile ottenere questo riconoscimento – ha commentato Marco Tavani &#8211; si tratta di un premio molto ambito per il settore, un riconoscimento importante, con Agile per la prima volta viene premiato un satellite interamente italiano, un premio tutto nostro che non dobbiamo dividere con nessun altro”. Ma non è tutto. Questa è anche la prima volta che il riconoscimento viene assegnato ad un piccolo progetto: “In gergo la nostra è una piccola missione – spiega Tavani &#8211; quelle grandi richiedono risorse per miliardi di euro o di dollari. In genere il premio viene dato per satelliti giganteschi, che costano appunto miliardi. Negli anni novanta e per buona parte dei duemila le scoperte importanti sono arrivate tutti da missioni molto strutturate, ma noi abbiamo voluto lanciare un programma finanziariamente più contenuto, anche perché siamo consapevoli che l’Italia non si può permettere spese per migliaia di milioni di euro, così è nata una piccola missione”.</p>
<p>Per fare un paragone, il satellite che ha vinto il premio lo scorso anno (il progetto Fermi, approvato dalla Nasa, cui hanno collaborato le agenzie spaziali francesi, giapponesi, svedesi e italiane) è costato un miliardo di dollari, mentre il progetto Agile ha avuto un costo, fino al suo lancio, di appena 50 milioni di euro. “Noi ovviamente siamo molto orgogliosi di averlo fatto in Italia e di aver dimostrato che Agenzia spaziale italiana, istituti scientifici, industrie spaziali e università sono in grado di portare a termine con successo anche delle piccole missioni, grazie al buon connubio tra componente scientifica e componente industriale, collaborazione necessaria per abbattere i costi e poter competere con i giganti”.</p>
<p>Il programma Agile è cominciato nel 1997, quando è stato selezionato tra i partecipanti ad un bando pubblico: “Già allora eravamo consapevoli che avremmo fatto un satellite piccolo che andava a competere con i grandi. Abbiamo fatto comunque i test necessari e i fatti ci hanno dato ragione. Il lancio, avvenuto nel 2007 dall’India, è stato perfetto e Agile è stato posizionato sull’orbita equatoriale”. Da allora è iniziato il lavoro di osservazione e di lettura dei dati, lavoro che ha dato grandi soddisfazioni e che continua tutt’oggi. Ora è prevista una discussione sulla continuazione ulteriore della missione:  “Siamo certi – ha concluso il professore &#8211; che non riceveremo brutte sorprese, a maggior ragione ora che il progetto ha ottenuto questo importantissimo riconoscimento internazionale che ci ha dato la carica necessaria per andare avanti verso ulteriori studi e scoperte”.</p>
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		<title>Mr Monti conquista i cervelli in fuga della Lse</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 15:51:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FQ Londra</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/01/montilondra.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-185293" title="Mario Monti alla London School" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/01/montilondra-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Cinque appuntamenti in meno di sette ore. L’agenda di <strong><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/18/monti-va-da-cameron-convincero-i-mercati/184628/" target="_blank">Mario Monti a Londra</a></strong> lo scorso mercoledì 18 gennaio era piena zeppa di appuntamenti importanti: dall&#8217;incontro all’ora di pranzo con <strong>David Cameron</strong> alla conferenza stampa con gli <strong>investitori della City</strong>. Ma alle cinque e mezza di pomeriggio, in ritardo di mezzora, il premier italiano era già seduto all’Old Theatre della <a href="http://www2.lse.ac.uk/publicEvents/events/2012/01/20120118t1700vLSE.aspx" target="_blank">London School of Economics</a> (LSE) per tenere una conferenza sulle sfide della crescita europea nell’economia globale. Il teatro era gremito di gente; <strong>in molti sono rimasti fuori </strong>per un evento che potrebbe definirsi &#8220;da rockstar&#8221; con oltre 3,000 domande per soli 300 biglietti. La sola Ambasciata d’Italia ha fatto fuori trenta posti in sala stampa.</p>
<p>A introdurre Mario Monti ci ha pensato Peter Sutherland, primo direttore generale dell’<a href="http://www.wto.org/" target="_blank">OMC</a>. Intanto, fuori dal teatro, non sono mancate le <strong>proteste per i “dirigenti di banca al governo”</strong>. Ma il lungo applauso con cui il premier è stato accolto dimostra che molti italiani residenti all’estero confidano fortemente nella politica modernizzatrice del suo governo. Il volto sereno, ma leggermente provato, impassibile in piedi davanti la cattedra dell’Old Theatre, Monti ha acceso gli animi degli studenti italiani emigrati all’estero. Visibilmente emozionato (&#8220;an uncontainable emotion&#8221;), il premier ha ricordato che quelle giovani menti brillanti, così come più volte sono stati definiti i <strong>cervelli in fuga dall’Italia,</strong><strong> “da noi non sono certo dimenticate”.</strong></p>
<p>I temi centrali del discorso del primo ministro s’imperniavano tutti sulla <strong>centralità e sull’essenza del progetto europeo</strong>. Queste sono, secondo Monti, le sfide principali che attendono l’Unione Europea. D’altra parte, secondo il premier, l’i<strong>ntegrazione economica sembra essere</strong><strong> </strong><strong>l’unica strada percorribile </strong><strong>per ottenere un singolo mercato aperto alla competizione e nel rispetto della legalità</strong>. <strong>Diplomatico ma deciso</strong>, Monti ha accennato anche all’Italia e ai suoi rapporti con la Germania di Angela Merkel, ora che Nicolas Sarkozy è impegnato a farsi rieleggere in patria. Ne deriva una questione fondamentale in ballo tra Roma e Berlino: e cioè che <strong>l’asse italo–tedesco potrebbe giocare un ruolo fondamentale per superare la crisi.</strong> Per quanto la serietà e l’impegno di Monti siano stati salutati con approvazione dalla cancelliera Merkel, il premier ha più volte chiarito di volere “<a href="http://news.yahoo.com/merkel-slaps-down-eu-push-eurobonds-143057748.html" target="_blank">qualcosa in cambio</a>”, gli ‘eurobonds’ sostenuti dai17 membri della zona euro, ad esempio.</p>
<p>Ovunque vada, Mario Monti ha il vantaggio di essere apprezzato e riconosciuto internazionalmente grazie a una <strong>esperienza economica</strong><strong>, soprattutto in campo comunitario</strong>, che gli garantisce una statura politica non indifferente. Questo aiuterà tanto l’Italia quanto l’Europa. Ma, ancor prima delle misure di austerità “alla tedesca”, per Monti <strong>o</strong><strong>ggi la chiave è crescere</strong>. E l’unica formula per risolvere questa equazione sembra essere una maggiore <strong>coesione dell’Europa e</strong> il rafforzamento del processo decisionale nel quadro delle politiche comunitarie europee.</p>
<p>di Giulio Gambino, direttore di <a href="http://www.thepostinternazionale.it/" target="_blank">The Post Internazionale</a></p>
<p><em>(Foto: LaPresse)</em></p>
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		<title>Si fa presto a dire: &#8220;Non tornare&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 15:55:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FQ Londra</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando ero in Erasmus in una piccola cittadina nel nord dell&#8217;Inghilterra, ho avuto il piacere di conoscere una cara ragazza dalle lontane origine italiane. Non appena ho messo piede in casa dei suoi genitori conoscendoli di persona, ho provato una strana sensazione di fronte a due adulti che di italiano avevano solamente un vago accento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando ero in Erasmus in una piccola cittadina nel nord dell&#8217;Inghilterra, ho avuto il piacere di conoscere una cara ragazza dalle <strong>lontane origine italiane</strong>. Non appena ho messo piede in casa dei suoi genitori conoscendoli di persona, ho provato una strana sensazione di fronte a due adulti che di italiano avevano solamente un <strong>vago accento e un ricordo post-bellico</strong>.</p>
<p>Mi sentivo lievemente a disagio quando mi parlavano di <strong>un’Italia e di una cultura che </strong><strong>non corrispondeva a quella del Paese più “recente”</strong> da cui provenivo io. La mia ingenuità semplicistica e il mio orgoglio cosmopolita (da ragazza di vent&#8217;anni) mi portava a prendere le distanze da quello che dicevano e che rappresentavano, racchiudendoli in una sorta di bolla astratta e geograficamente isolata. Dal mio Paese, dalla mia cultura, dalla sottoscritta.</p>
<p>Eppure <strong>oggi in qualche modo </strong><strong>sento di essere diventata una di loro</strong>.</p>
<p>Vivo da tre anni in Inghilterra, dove la mia testardaggine di giovane idealista mi ha lanciato prima in un <strong>master che mi ha fatto sudare 7 camicie al giorno</strong> per 9 mesi, in due tirocini non pagati e un lavoro part-time, arrivando a una posizione che adoro, molto vicina a un lavoro ideale che non pensavo nemmeno potesse esistere.</p>
<p>25 anni, un contratto di lavoro, economicamente indipendente. <strong>Uno scenario lontano dai miei coetanei in Italia</strong><strong>; non impossibile, ma raro</strong>. Non so bene per quale strano motivo, ma mi sono sempre trovata divisa tra due città. Anche oggi mi trovo divisa tra due luoghi, tra quello che faccio ora e quello che vorrei fare, e tra due Paesi, quello mio presente e quello che ora rappresenta solo il mio passato. Di recente mi sono accorta di come ho idealizzato una terra che a stento corrisponde alla mia immagine.</p>
<p>Mi sembra quasi di vivere dentro una cartolina dagli anni &#8217;50, pensiero che mi ha fatto scattare un campanello di allarme. <strong>Quante volte mi sono sentita dire “stai lì, non tornare”</strong>. Lo trovo straziante, addirittura quasi offensivo. Perché? Certo, sono stata io a volermene andare. Ma al contrario di tanti che come me hanno fatto le valigie, <strong>il mio desiderio è sempre stato quello di tornare </strong><strong>e portare il mio contributo</strong> a quella terra e quella cultura che tanto mi fa essere apprezzata altrove.</p>
<p>Trovo doloroso incentivare i giovani a restare fuori dal proprio Paese. C&#8217;è chi “soffre” a restare lontano, non tanto per mancanza del nido familiare, ma quanto perché si vede <strong>costretto a una separazione</strong><strong>, come se nessuno ammettesse la possibilità di un ricongiungimento</strong>. Con il proprio passato ma anche con l&#8217;eredità che si vorrebbe lasciare in futuro. Personalmente voglio contribuire all&#8217;eredità che lascerò ai miei figli.</p>
<p><strong>È facile dire “fuga dei cervelli”, ma è altrettanto facile dire “stai là, non tornare”</strong>. Se tutti se ne andassero, se nessuno tornasse, chi rimarrebbe in Italia? All&#8217;estero descrivono la nostra mentalità illuministico-occidentale come tendente sempre a un futuro più positivo, evoluzionistico. Che questo derivi dall&#8217;Illuminismo o dalla tradizione cattolica sinceramente poco importa. Perché <strong>se effettivamente non ci decidiamo a dire o fare</strong>, ci sarà a malapena una eredità da lasciare.</p>
<p><em>di Annalisa Plachesi, Events and Parterships Co-Ordinator, presso <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.respublica.org.uk/" target="_blank">ResPublica</a></span> </em></p>
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		<title>Ricercatore italiano in fuga negli States  scopre il “mantello dell&#8217;invisibilità”</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 13:22:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Olga Fassina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ventisette anni, una laurea in Fisica (110 e lode all&#8217;Università di Milano) e un sogno nel cassetto: dedicarsi alla &#8220;buona scienza&#8221;. È l&#8217;identikit dell&#8217;ennesimo &#8220;cervello in fuga&#8221; che, come tanti altri ricercatori preoccupati dalla condanna del precariato a vita, ha fatto le valigie ed è andato all&#8217;estero. La notizia è che Alessandro Farsi, dopo meno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_183023" class="wp-caption alignleft" style="width: 305px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/01/Gaeta_group-pezzo.jpg"><img class="size-full wp-image-183023 " title="Gaeta_group pezzo" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/01/Gaeta_group-pezzo.jpg" alt="" width="295" height="152" /></a><p class="wp-caption-text">Il team di ricerca di Alessandro Farsi</p></div>
<p>Ventisette anni, una laurea in <strong>Fisica</strong> (110 e lode all&#8217;Università di Milano) e un sogno nel cassetto: dedicarsi alla &#8220;buona scienza&#8221;. È l&#8217;identikit dell&#8217;ennesimo &#8220;cervello in fuga&#8221; che, come tanti altri ricercatori preoccupati dalla condanna del precariato a vita, ha fatto le valigie ed è andato all&#8217;estero. La notizia è che <strong>Alessandro Farsi</strong>, dopo meno di tre anni da quando è arrivato alla <strong>Cornell University</strong>, a Ithaca, Stato di New York, è già entrato nella <strong>storia della scienza</strong>.</p>
<p>Assieme al suo professore <strong>Alexander Gaeta </strong>e ai colleghi <strong>Moti Fridman</strong> (Israele) e Y<strong>oshitomo Okawachi</strong> (Giappone) ha scoperto il <strong>mantello dell&#8217;invisibilità temporale</strong>. &#8220;Che non è nulla di magico come il nome potrebbe far pensare&#8221;, scherza il giovane fisico milanese. Al contrario è un esperimento che potrebbe rivoluzionare il <strong>futuro dell&#8217;informazione</strong>, ormai destinata ad andare verso l&#8217;utilizzo delle fibre ottiche per ottenere <strong>computer</strong> sempre più veloci. &#8220;Quello che abbiamo fatto è stato nascondere un evento temporale, rendendolo invisibile per 50 picosecondi – spiega Farsi – Attraverso un laser siamo riusciti ad aprire un buco al suo passaggio, rallentare la luce e poi accelerarla in modo che l&#8217;evento potesse passare attraverso e non venisse visto dal detector&#8221;.</p>
<p>Le sue applicazioni? &#8220;Non certo il furto nei musei – ride Farsi – Ma lo sviluppo di <strong>tecnologie</strong> <strong>sempre</strong> <strong>più</strong> <strong>veloci</strong> per la comunicazione&#8221;. Tutto questo in <strong>Italia</strong> non sarebbe stato possibile? &#8220;Non sono andato via perché nel Paese non si faccia buona scienza, ma per le <strong>condizioni di lavoro sempre più precarie</strong> e per le prospettive assenti per un giovane ricercatore&#8221;.</p>
<p>Per la tesi, Farsi, nel 2009, è stato a Firenze, al prestigioso <strong>Lens</strong> e in quella occasione gli era stata rivolta un&#8217;offerta per il dottorato, che però ha gentilmente rifiutato. &#8220;In Italia la mia, come molte altre, sarebbe stata una professione difficile e l&#8217;ambiente non è altrettanto stimolante come negli <strong>Stati Uniti</strong>, ho amici che sono rimasti e le ipotesi sono due: o sono precari oppure hanno trovato una posizione con manovre non trasparenti&#8221;. In <strong>America</strong> non esistono le spintarelle all&#8217;italiana? &#8220;Io ho mandato un cv e una lettera di presentazione, ho eseguito un test e sono stato preso alla Cornell e nella lettera di accettazione gli americani sono stati chiari sul mio ruolo e sul compenso. E come me ci sono ragazzi da ogni parte del mondo, il 60 per cento degli studenti è straniero&#8221;, rivela Farsi che per il momento non ha intenzione di tornare a casa. Almeno fino a quando non si concretizzino <strong>ipotesi migliori</strong> per i giovani. Oggi Farsi condivide un appartamento con altri ragazzi, si è fidanzato e vive del suo lavoro. Come lui, tantissimi altri ragazzi di scienza hanno lasciato il loro paese d&#8217;origine e non solo per sete di esperienze diverse. I fisici italiani alla Cornell non mancano. &#8220;Incontro tanti connazionali, ora cercano di scappare dall&#8217;Italia prima ancora di laurearsi&#8221;.</p>
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		<title>Continua la fuga di cervelliIstat: &#8220;Il 7% dei ricercatori va all&#8217;estero&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Dec 2011 11:06:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cervelli in fuga]]></category>
		<category><![CDATA[dottorato]]></category>
		<category><![CDATA[estero]]></category>
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		<description><![CDATA[Originario del Centro-Nord Italia, con una famiglia dall&#8217;elevato livello di istruzione e con il dottorato conseguito entro i 32 anni: è questo l&#8217;identikit del dottore di ricerca &#8220;mobile&#8221;, cioè quello che si sposta all&#8217;estero dopo il conseguimento del prestigioso titolo di studio. Su 18mila dottori di ricerca, quasi 1.300 (il 7%) si sono infatti spostati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/12/universitari_interna.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-180118" title="universitari_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/12/universitari_interna.jpg" alt="" width="295" height="152" /></a>Originario del Centro-Nord Italia, con una famiglia dall&#8217;elevato livello di istruzione e con il dottorato conseguito entro i 32 anni: è questo l&#8217;identikit del dottore di ricerca &#8220;mobile&#8221;, cioè quello che si sposta all&#8217;estero dopo il conseguimento del prestigioso titolo di studio. Su 18mila dottori di ricerca, quasi <strong>1.300</strong> (il 7%) si sono infatti spostati all&#8217;estero. Questo, il risultato dell&#8217;analisi condotta dall&#8217;Istat tra dicembre 2009 e febbraio 2010: di questo 7% lo 0,6% risiedeva già all&#8217;estero. E all&#8217;interno della percentuale rimanente, sono di più i <strong>maschi</strong> delle femmine (7,6% contro 5,1%). A spostarsi di più sono soprattutto gli studenti che hanno conseguito il dottorato in giovane età (meno di 32 anni) e chi proviene da famiglie con un elevato livello d&#8217;istruzione.</p>
<p>Dei 1.300 ricercatori &#8216;fuggiti&#8217;, il 41,2% risiedeva nel <strong>nord Italia</strong>, il 23,3% al Centro e il 24,2% al Sud. Le regioni settentrionali presentano le quote più elevate di spostamenti verso l&#8217;estero: si va dal minimo dell&#8217;Emilia-Romagna, pari al 6,9% (dei dottori di ricerca residenti prima dell&#8217;iscrizione all&#8217;universita&#8217;) al massimo del 10,5% della Liguria. Inoltre, i dottori di ricerca che hanno trascorso dei periodi in un altro Paese, durante e grazie al corso di dottorato, risultano vivere all&#8217;estero al momento dell&#8217;intervista in una quota doppia rispetto alla media generale (12,9% contro 6,4%); un risultato, almeno in parte, attribuibile al sostegno della cultura della <strong>mobilità </strong>da parte delle istituzioni nazionali ed europee. L&#8217;incidenza della mobilità verso altri Paesi cresce all&#8217;aumentare del livello d&#8217;istruzione dei genitori. In particolare, il 10% dei dottori di ricerca settentrionali con almeno uno dei due genitori laureati vive all&#8217;estero al momento dell&#8217;intervista. Gli originari del Centro e del Mezzogiorno provenienti da famiglie con un elevato livello d&#8217;istruzione hanno scelto di vivere in un altro Paese nel 7,8% e nel 5% dei casi.</p>
<p>Ma la fuga di cervelli non riguarda solo i paesi esteri: frequente è anche lo spostamento dalle regioni meridionali a quelle del nord Italia. “Le emigrazioni dei dottori di ricerca dalla ripartizione geografica di origine seguono la <strong>direttrice Sud-Nord</strong>, riflettendo, a volte, scelte di trasferimento assunte già prima del dottorato. Più dell’80% dei dottori originari di Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio e Sardegna continua a vivere nella stessa regione. Una minore capacità di trattenimento (inferiore al 70%) è esercitata dalla maggior parte delle regioni meridionali”, sottolinea l’Istat.     “La capacità attrattiva maggiore si riscontra per Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, Toscana, Lazio e Piemonte: oltre il 24% dei dottori di ricerca che vivono in queste regioni al momento dell’intervista risulta provenire da altri contesti regionali. Guardando al Centro e al Mezzogiorno, il saldo (rispetto alla residenza prima dell’iscrizione all’Università) risulta decisamente negativo per le regioni dell’Adriatico centro-meridionale, per la Basilicata, la Calabria e la<strong> Sicilia </strong>(bilancio negativo di oltre il 20%).</p>
<p>L&#8217;attitudine alla mobilità è più frequente per i dottori di ricerca dell’area delle Scienze<strong> fisiche</strong>,<strong> matematiche</strong> e <strong>informatiche</strong> e dell’Ingegneria<strong> industriale </strong>e dell<strong>’informazione</strong>”. Oltre il 56% del collettivo presente nel Centro-Nord proveniente dal Meridione ha fatto scelte di mobilità precedentemente al dottorato (trasferendo la residenza nel Centro-Nord e/o conseguendo la laurea in una sede universitaria ubicata nell’area centro-settentrionale del Paese)”, aggiunge l’Istat.     “In definitiva, la mobilità interna rimanda spesso alle dinamiche proprie del <strong>primo periodo universitario </strong>(iscrizione al corso di laurea), caratterizzato da consistenti spostamenti dal Meridione verso il Centro-Nord non necessariamente formalizzati con cambi di residenza&#8221;.</p>
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		<title>Jazzista di talento scappa dall&#8217;Italia  Ora a Bruxelles è una celebrità</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 07:23:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessio Pisanò</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cervelli in fuga]]></category>
		<category><![CDATA[Belgio]]></category>
		<category><![CDATA[Bruxelles]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Lariccia]]></category>
		<category><![CDATA[jazz]]></category>
		<category><![CDATA[Povera Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Si potrebbe dire uno tra tanti, ma con un qualcosa in più: fa musica ed è pure bravo. Chi? Giacomo Lariccia. Dove? A Bruxelles. Sì, in Belgio, perché se in Italia è ormai difficile lavorare, figuratevi fare l&#8217;artista. Oggi Giacomo lancia il suo secondo disco, &#8220;Colpi di sole&#8221;, ma purtroppo lo fa all&#8217;estero e per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/12/povera-italia.jpg"><img class="size-full wp-image-179453 alignleft" title="povera italia" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/12/povera-italia.jpg" alt="" width="295" height="152" /></a>Si potrebbe dire uno tra tanti, ma con un qualcosa in più: fa musica ed è pure bravo. Chi? <strong>Giacomo Lariccia</strong>. Dove? A <strong>Bruxelles</strong>. Sì, in Belgio, perché se in Italia è ormai difficile lavorare, figuratevi fare l&#8217;artista. Oggi Giacomo lancia il suo secondo disco, &#8220;Colpi di sole&#8221;, ma purtroppo lo fa all&#8217;estero e per giunta in un paese dove di sole ce n&#8217;è davvero poco. Eloquente il titolo del videoclip di lancio: &#8220;<strong>Povera Italia</strong>&#8220;.</p>
<p>Giacomo fa musica. Viene a Bruxelles nel 2000 per studiare jazz al conservatorio.  Dopo cinque anni di &#8220;chitarra jazz&#8221; inizia la carriera da musicista che affianca a quella dell&#8217;insegnamento. Nel 2007 arriva il primo disco, una &#8220;sorpresa pazzesca&#8221; come dice lui, tant&#8217;è che finisce sulla prima pagina di <strong>Le Soir Culture</strong>, inserto culturale del primo quotidiano belga. &#8220;Hanno dato tanto credito a un artista sconosciuto&#8221;, racconta al fattoquotidiano.it. &#8220;In Italia ho provato a mandare qualche pezzo ma ho trovato enormi difficoltà solo per farmi ascoltare&#8221;. Non stupisce, in fondo non lo mandava nessuno. &#8220;In Belgio c&#8217;è più apertura nell&#8217;ascoltare musica nuova, più curiosità per le novità&#8221;. Ma sarebbe possibile una simile avventura in Italia? &#8220;L&#8217;impressione è che ci sia poco rispetto per cose nuove e originali. Per campare bisogna fare le cover di <strong>Vasco Rossi </strong>e <strong>Vinicio Capossela</strong>. Un cantautore nuovo, se non è passato dalla televisione, difficilmente riesce a meritare il silenzio e l&#8217;attenzione di chi conta&#8221;.</p>
<p>Morale della favola, Giacomo e consorte decidono di rimanere in Belgio. &#8220;Abbiamo cercato di tornare a Roma. Mia moglie ha trovato lavoro nell&#8217;organizzazione di eventi, tutto sottopagato e in nero. Al telefono mi ha detto: non venire qui, torno io a Bruxelles&#8221;. E dal Belgio Giacomo è arrivato a suonare in tutto il mondo in una <em>tournée</em><em> </em>internazionale. Non male per chi in Italia non è nemmeno riuscito a farsi ascoltare.</p>
<p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/23/jazzista-talento-scappa-dallitalia-bruxelles-celebrita/179451/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p>Per carità, il mestiere di artista non è tutto oro che luccica nemmeno in Belgio. Il secondo disco, infatti, Giacomo l&#8217;ha autoprodotto insieme a cento persone che hanno creduto nel progetto &#8220;avventura e musica&#8221; e che hanno preso parte attivamente alla sua realizzazione. Tuttavia lo stato belga un aiutino lo dà. Anche se Giacomo ha ritenuto opportuno non chiederlo, il Belgio prevede la possibilità di un sussidio di disoccupazione anche per gli artisti. Conosciuto in gergo come &#8220;<strong>statuto dell&#8217;artista</strong>&#8221; (anche se non si tratta di un vero e proprio statuto),  prevede la possibilità di un sostegno finanziario per chi esercita la professione artististica purtroppo non in continuità e nel caso vengano soddisfatte determinate condizioni. E questo perché, si legge nel relativo testo di legge del 2002, &#8220;l&#8217;artista ha un profilo particolare ed atipico: le condizioni di lavoro sono spesse precarie e fluttuanti con tanto di guadagni irregolari e aleatori&#8221;.</p>
<p>Insomma, Giacomo torni in Italia? &#8220;Tornare per fare la fame non mi passa nemmeno per la testa. Vorrei tornare, ma non ad ogni costo. Qui ho trovato il mio equilibrio&#8221;.</p>
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		<title>Rena, l&#8217;eccellenza italiana all&#8217;estero  Dialoga con la nostra politica</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 06:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Caterina Perniconi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cervelli in fuga]]></category>
		<category><![CDATA[cervelli in fuga]]></category>
		<category><![CDATA[la rete per l’Eccellenza nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[maxxi]]></category>
		<category><![CDATA[Rena]]></category>
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		<description><![CDATA[“Avanti i prossimi” è il titolo dell’evento che oggi porta a Roma, al museo Maxxi, gli oltre 300 iscritti di Rena, la rete per l’Eccellenza nazionale, che riunisce trenta-quarantenni, professionisti, residenti in Italia e “fuggiti” all’estero. Il fattoquotidiano.it segue in diretta streaming l&#8217;evento a partire dalle ore 15. Un evento incentrato su quattro parole chiave: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Avanti i prossimi” è il titolo dell’evento che oggi porta a Roma, al museo <strong>Maxxi</strong>, gli oltre 300 iscritti di <a href="http://www.progetto-rena.it/"><strong>Rena</strong>, la rete per l’Eccellenza nazionale</a>, che riunisce trenta-quarantenni, professionisti, residenti in Italia e “fuggiti” all’estero. Il<strong> fattoquotidiano.it</strong> segue in diretta <strong>streaming</strong> l&#8217;evento a partire dalle ore 15. Un evento incentrato su quattro parole chiave: <strong>apertura, responsabilità, trasparenza, equilibrio</strong>. </p>
<p>“Le spinte democratiche che stanno riscrivendo la storia del Mediterraneo e del Medio Oriente provengono dai giovani e le aziende che hanno trasformato il nostro modo di comunicare sono state create da ragazzi poco più che ventenni– dichiarano gli organizzatori – alla retorica che vuole l’Italia un paese in cui i giovani non trovano lo spazio che meriterebbero, se non attraverso logiche poco trasparenti, noi rispondiamo: l’abbiamo già sentita, ma non ci crediamo! e proviamo a dimostrare concretamente quanto questo non sia, anzi non debba essere, il futuro da prospettare alla prossima generazione”. Rottamatori e fan di <strong>Matteo Renzi</strong>? In realtà l’associazione è bipartisan e oggi ospiterà politici di tutti gli schieramenti: da <strong>Gianni Alemanno</strong> a <strong>Emma Bonino</strong>, fino a <strong>Corrado Passera</strong>. L’ospite più atteso era <strong>Mario Monti</strong>, ma gli associati non hanno perso la speranza di un suo intervento. Domani i giovani di Rena saranno nelle scuole superiori del Lazio per consigliare agli studenti il modo migliore per “realizzarsi” nel rispetto delle regole meritocratiche. Loro ce l’hanno fatta, adesso tocca al resto del Paese.</p>
<p><object width="600" height="400" id="_player" name="_player" data="http://releases.flowplayer.org/swf/flowplayer-3.2.5.swf" type="application/x-shockwave-flash"><param name="movie" value="http://releases.flowplayer.org/swf/flowplayer-3.2.5.swf" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="flashvars" value='config={"playlist":[{"url":"http://www.progetto-rena.it/streaming/111111.jpg","scaling":"orig"},{"url":"http://www.progetto-rena.it/streaming/stream.php","autoPlay":false,"autobuffering":false}]}' /></object></p>
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		<title>L&#8217;esodo degli italiani in Australia&#8220;In un anno sono arrivati in 60mila&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Nov 2011 07:22:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Greco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cervelli in fuga]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Buonaguidi]]></category>
		<category><![CDATA[australia]]></category>
		<category><![CDATA[Melbournepuntoit]]></category>

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		<description><![CDATA[Quanti siano esattamente, è difficile dire. Gli italiani tra i 25 e i 35 anni che scelgono l’Australia in cerca di una vita migliore sono tanti, tantissimi. Arrivano con in tasca un visto turistico o un working holiday visa, che permette un soggiorno di un anno, e poi si danno da fare per restare. Quello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/11/Flag-Pins-Italy-Australia_interna.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-169042" title="bandiere Australia_Italia_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/11/Flag-Pins-Italy-Australia_interna.jpg" alt="" width="295" height="152" /></a>Quanti siano esattamente, è difficile dire. Gli italiani tra i 25 e i 35 anni che scelgono l’Australia in cerca di una vita migliore sono tanti, tantissimi. Arrivano con in tasca un visto turistico o un working holiday visa, che permette un soggiorno di un anno, e poi si danno da fare per restare.</p>
<p>Quello che è certo è che quaggiù non si parla più di “fuga di cervelli”,  ma di un esodo. La “nostra diaspora”, la chiama <strong>Andrea Buonaguidi</strong>, che  ha fondato <strong><a href="http://www.melbournepuntoit.com/" target="_blank">Melbournepuntoit</a></strong>, un network di aggregazione per i nuovi arrivati. “<a href="http://www.facebook.com/MelBournePuntoIT?sk=info" target="_blank">Sulla mia pagina Facebook di Melbourne</a> siamo 750. Abbiamo titoli di studio e professionalità diversi. In comune c’è aver lasciato l’Italia alla ricerca di una vita migliore”, racconta.</p>
<p>Buonaguidi insegna in un liceo, e nel tempo libero crea siti web per gli italiani in fuga dall’Italia: ha già collezionato 53 tra nazioni e città, dall’Africa a Parigi, tutti siglati puntoit. “3.800 ragazzi consultano le mie pagine, ma è la comunità australiana la più unita, forse per la distanza che ci separa dall’Italia. Quaggiù stiamo creando una nuova Italia, più forte, ottimista nel futuro”.</p>
<p>A Sydney ci sono tre strutture che si rivolgono agli italiani appena arrivati. Il <a href="http://www.coasit.com.au/" target="_blank">Coasit</a> (un’associazione che prende fondi sia dal governo italiano che da quello australiano, <em>ndr</em>) ha incaricato un altro nuovo arrivato, il messinese <strong>Marco Zangari</strong>, di aprire uno sportello dedicato ai giovani italiani. Poi c’è <a href="http://www.facebook.com/people/Sydney-Puntoit/100002369536254" target="_blank">Sydneypuntoit</a>, gemella di Melbournepuntoit ma più piccola, e poi <strong><a href="http://www.ilfaro.org/" target="_blank">Il Faro</a></strong>, un’associazione che presta aiuto pratico (traduzioni e consulenze gratuite con esperti di visti), fondata lo scorso anno da <strong>Marco Cocurullu </strong>e<strong> Max Civili</strong>. Cocurullu, che a Sydney è arrivato cinque anni fa per sposare un’australiana, ha creato <a href="http://www.facebook.com/groups/134388679948524/" target="_blank">&#8216;Il Faro&#8217;</a> con l’intento di aiutare chi arriva senza un visto di lavoro e senza conoscere nessuno. “La nostra associazione, che non ha scopo di lucro, mette in contatto i nuovi migranti con le offerte presenti nel mercato australiano. Tantissimi vogliono vivere qui, ma ottenere un visto non è facile come qualche anno fa”, spiega.</p>
<p><a href="http://www.immi.gov.au/media/statistics/statistical-info/oad/visitors/visit.htm" target="_blank">Secondo i dati del Department of immigration, sono quasi 60mila gli italiani (studenti e turisti)  che tra il 2010 e il 2011 sono sbarcati in Australia</a>. Il doppio di dieci anni fa, dicono al Bureau of Statistics. Quanti siano i ragazzi che restano non è un dato estrapolabile, ma si sa che quest’anno 812 italiani hanno ottenuto il certificato di residenza australiano, contro i 707 del 2009/2010.</p>
<p>“Non c’è dubbio. Per giovani l’Australia è il nuovo Eldorado”, sostiene<strong> Concetta Cirigliano Perna</strong>, presidente dell’<a href="http://www.australiadonna.on.net/italian/asso.htm" target="_blank">Associazione donne italo-australiane</a>. Perna, che ha organizzato un convegno proprio sulla nuova emigrazione dall’Italia, ritiene che “il vero scoglio è ottenere un visto per poter lavorare”. Lo sa bene <strong>Barbara Romeo</strong>, quarantenne, che per vivere a Sydney è costretta a pagare costosissimi corsi professionali sperando di ottenere un permesso di residenza. “Sono diventata una studentessa di professione. Se smetto di studiare perdo il visto, e se studio nessuno mi assume – sospira &#8211; Ma è sempre meglio che tornare in Italia”.</p>
<p>Per <strong>Claudio Marcello</strong>, presidente della <a href="http://www.filef.org/" target="_blank">Filef</a>, la storica associazione che da quarant’anni offre aiuto e contatti sindacali agli emigranti, siamo davanti a “una nuova emigrazione di massa, paragonabile a quella che negli anni Sessanta ha portato in Australia la maggior parte della popolazione di origine italiana. La differenza è che allora a partire era gente senza educazione, che veniva da zone rurali poverissime, mentre ora sono giovani specializzati o laureati”.</p>
<p>E’ il caso di <strong>Martina Cesano</strong>, laurea alla Bocconi, che in Australia ci era venuta inizialmente solo per fare uno stage e un Master in Marketing. Tornata in Italia però, non è riuscita a trovare altro che stage non pagati e promesse di contratti a termine che immancabilmente svanivano. Di fronte a prospettive inesistenti, è ripartita alla volta di Sydney, dove in due sole settimane ha trovato un lavoro  in un’azienda che le ha offerto un contratto a tempo indeterminato, uno sponsor e quindi un regolare visto di lavoro.</p>
<p>La conclusione la offre Andrea Buonaguidi: “In Italia c’è la tendenza a reprimere le capacità degli altri. Qui in Australia ti danno sempre un “fair go”, una possibilità di dimostrare quello che vali. Ma  arriverà il momento anche di una diaspora al contrario, e allora saremo noi, i ragazzi scappati all’estero, che torneremo in Italia per aggiustare le cose”.</p>
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		<title>Caterina querela per l&#8217;epiteto &#8216;mignotta&#8217;Il caso Flash Art finisce in tribunale</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Nov 2011 16:41:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Franco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da Internet a un’aula di tribunale. Il duello tra il direttore di Flash Art, Giancarlo Politi, e Caterina De Manuele continua. Perché la giovane designer di interni, che tre settimane fa aveva scritto via email tutta la sua indignazione per un’offerta di stage gratuito e in risposta si era vista dare della “mignotta”, ha deciso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_168891" class="wp-caption alignleft" style="width: 305px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/11/giancarlo_politi_interna.jpg"><img class="size-full wp-image-168891" title="giancarlo_politi_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/11/giancarlo_politi_interna.jpg" alt="" width="295" height="152" /></a><p class="wp-caption-text">Il direttore ed editore di Flash Art Giancarlo Politi</p></div>
<p>Da Internet a un’aula di tribunale. <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/18/indignata-per-stage-gratis-le-danno-della-mignotta-allestero-ho-un-contratto-vero/164701/" target="_blank">Il duello tra il direttore di <em>Flash Art</em>, <strong>Giancarlo Politi</strong>, e <strong>Caterina De Manuele</strong> continua</a>. Perché la giovane designer di interni, che tre settimane fa aveva scritto via email tutta la sua indignazione per un’offerta di stage gratuito e in risposta si era vista dare della “mignotta”, ha deciso di querelare Politi per ingiuria.</p>
<p>“Perché i miei genitori o chi per essi dovrebbero pagare perché io lavori per lei?”, aveva chiesto Caterina al direttore ed editore della rivista d’arte. E gli aveva elencato tutte le sue competenze. Politi aveva replicato: “Ora anche le mignotte debbono parlare quattro lingue, conoscere l’arte e inDesign”. Parole che ora, nell’atto di citazione a giudizio presentato giovedì scorso al giudice di pace di Milano, vengono definite “gravemente offensive e ingiuriose”. Aggiunge l’avvocato <strong>Niccolò Vecchioni</strong>, che segue Caterina: “Il linguaggio del Politi deliberatamente ‘alterava’ il registro di una discussione che, sino ad allora, si era mantenuta su toni accesi ma mai così ineleganti”. Secondo il legale, il direttore ha “volontariamente associato i requisiti professionali” che Caterina aveva dichiarato di possedere “a quelli che, a suo dire, sono propri di una mignotta”. Il risultato è stato una “espressione oggettivamente offensiva”. Un’ingiuria, insomma.</p>
<p>Il botta e risposta tra Caterina e Politi diventa così un caso giudiziario. Dopo essere stato un caso in Rete. Ne ha parlato anche<a href="http://www.independent.co.uk/news/world/europe/the-intern-the-art-magazine-and-italys-secret-exploitation-2372445.html" target="_blank"> il quotidiano inglese<em> <strong>The Indipendent</strong></em></a>, mentre l’articolo su <em>ilfattoquotidiano.it </em>è stato condiviso da più di 22mila persone su Facebook. E proprio sul social network è avvenuto il primo incontro tra Caterina e l’avvocato Vecchioni. Che sulla bacheca della pagina di Flash Art, poi chiusa per le critiche piovute in pochi giorni, ha offerto assistenza gratuita alla ragazza. Anche lui, nei suoi 29 anni (uno in più di Caterina), “colpito dall’arroganza” delle risposte di Politi. E dai “toni fastidiosi” di <a href="http://www.flashartonline.it/inclusioni/newsletter_det.php?pagina=newsletter_det&amp;id=430&amp;det=ok" target="_blank">un annuncio in cui si proponeva per uno stage di 8-10 mesi un rimborso “minimo, quasi inesistente”. E si chiedeva di rispondere solo “a chi possiede i requisiti richiesti e a chi può mantenersi per parecchi mesi a Milano”</a>.</p>
<p>Nell’atto di citazione si sostiene anche che Politi ha amplificato la “nocività del grave insulto ricevuto” con un comunicato in cui Caterina è stata descritta come “una interlocutrice particolarmente aggressiva e subdola”, che <a href="http://www.flashartonline.it/inclusioni/newsletter_det.php?pagina=newsletter_det&amp;id=432&amp;det=ok" target="_blank">avrebbe “manipolato e modificato” la sua risposta</a>. Non solo. Nel comunicato Politi avrebbe messo in atto, cercando di giustificare la sua frase sulle ‘mignotte’, un “goffo tentativo di minimizzare i fatti”. Le considerazioni del direttore di Flash Art sono state poi ripetute in una seconda nota, intitolata <a href="http://www.flashartonline.it/inclusioni/newsletter_det.php?pagina=newsletter_det&amp;id=435&amp;det=ok" target="_blank">‘Breve risposta a una manipolazione e speculazione su una seria offerta di lavoro’</a>, una frase definita “eloquente”.</p>
<p>Il direttore di Flash Art, contattato da <em>ilfattoquotidiano.it</em>, avverte che anche i suoi avvocati si stanno muovendo. Per il resto “non c’è più nulla da aggiungere”, dice prima di mettere giù la cornetta. La decisione di andare per via legale, spiega l’avvocato Vecchioni, è stata presa “non per speculare sulla vicenda, ma per fare sì che questa non cada nel vuoto”. Un’azione con un valore simbolico, quindi. Come simbolica è la pena a cui rischia di essere condannato Politi: una multa intorno ai 500 euro, le spese legali e un risarcimento che difficilmente supererà i mille euro. Un adeguato rimborso spese allo stagista, con ogni probabilità, sarebbe costato di più.</p>
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		<title>Il coraggio di restare e di partire</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 09:44:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Vitaliano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Francesca mi ha scritto stasera che era arrivata. Era emozionata: Berlino le sembrava fantastica, persino con l&#8217;inebriante odore di würstel. Anna la raggiungerà. Perlomeno è ciò che spero. Spero che quel suo tormentarsi fra l&#8217;andare e il restare si dilegui nel gesto di preparare un bagaglio, con cose che non saranno quelle giuste ma lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Francesca</strong> mi ha scritto stasera che era arrivata. Era emozionata: <strong>Berlino</strong> le sembrava fantastica, persino con l&#8217;inebriante odore di würstel. <strong>Anna</strong> la raggiungerà. Perlomeno è ciò che spero. Spero che quel suo tormentarsi fra l&#8217;andare e il restare si dilegui nel gesto di preparare un bagaglio, con cose che non saranno quelle <em>giuste</em> ma lo saranno abbastanza da spingerla a salire su di un aereo. Verso l&#8217;altrove.</p>
<p>L&#8217;altrove dalla <em>stanchezza, dalla tristezza, dalla delusione, dal buio, dallo sconforto, dall&#8217;avvilimento, dalle umiliazioni</em>. L&#8217;altrove oltre il confine italiano. In un posto qualsiasi <strong>che non sia tricolore</strong> e in cui, chiunque, possa aspirare a trovare la propria strada senza &#8220;padrini&#8221;, senza &#8220;madrine&#8221;, <strong>senza segnalazioni, </strong><strong>senza raccomandazioni</strong>.</p>
<p>Ho conosciuto <strong>Anna, Francesca, Julia e Diego</strong> durante la campagna elettorale a sindaco di Milano di <strong>Pisapia</strong>. Ci siamo &#8220;incontrati&#8221; online, in una delle pagine che lo sostenevano e ci siamo &#8220;riconosciuti&#8221;, parlati, annusati e voluti un gran bene. La gran parte di noi non si è ancora abbracciata ma lo facciamo quotidianamente in qualche modo, parlandoci, scrivendoci, condividendo profumi e mangiate di caldarroste davanti a camini immaginari. Quando<strong> </strong><strong>Anna </strong>sarà partita, solo <strong>Diego</strong> resterà in Italia. Per italica fortuna, perché <strong>qualche cervello deve pur restare.</strong></p>
<p>Come restano <strong>Carlo e Marco</strong>, instancabili nella loro battaglia per veder riconosciuto il loro <strong>diritto a sposarsi</strong>. Loro che si amano da quasi vent&#8217;anni ne avrebbero più diritto di tutti. Ma l&#8217;Italia ha smesso da tempo di essere un <strong>paese di diritto e di amore</strong>. Marco è uno dei miei migliori amici. Lo amo come fosse un pezzo di carne mia rimasto a Napoli per continuare a farmene sentire l&#8217;immensa e disperante bellezza. La dolente bellezza. Quest&#8217;estate ci siamo abbracciati e sappiamo che il tempo è una variante accessoria per noi. Le catene dei nostri anni insieme, dei nostri sussurri e delle nostre grida, sono più forti di qualsiasi distanza.</p>
<p>Io sono andata via poco più di quattro anni fa. Non ho molti ricordi della partenza ma ricordo distintamente<strong> l&#8217;arrivo</strong>. Quasi notte, in un aeroporto  semi deserto e la valigia smarrita e quell’aria afosa e umida, appena le porte del <strong>Jfk</strong> si sono aperte quasi a partorirmi alla mia nuova vita. Con dolore. Quando il tassista mi chiese che strada fare per arrivare al mio indirizzo, gli risposi: <em>“Quella che preferisci”</em>. Per me, poteva portarmi anche all’inferno. Avevo tanta paura di esserci. E dissi a me stessa: <em>“Domani torno a casa”</em>.</p>
<p>Ma non l&#8217;ho fatto e oggi <strong>mi sento a casa qui</strong><strong>, senza rimpianti</strong>. Malinconie, certo. Soprattutto per i miei familiari. Paure, sicuramente. Per una vita sempre sospesa sul filo dell&#8217;incertezza. Ma anche molta felicità assaporata nella sfida quotidiana e condivisa con <strong>la mia famiglia di qui:</strong> gli amici e le amiche (99% americani) che mi hanno accolto, abbracciato e adottato impedendomi di sentirmi sola.</p>
<p>Ci vuole <strong>coraggio a restare</strong>, a scavare dentro se stessi per cercare la forza per combattere, scarnendo le proprie carni, sentendone il dolore e sopportandolo con fierezza. Ci vuole coraggio a restare, soprattutto se hai quell&#8217;età che è più vicino ai quaranta che ai trenta, e forse li supera, e allora ti senti <strong>doppiamente beffato</strong> perché <strong>sei trasparente</strong>, schiacciato fra quelli che di anni ne hanno molti di più e quelli più giovani, che amano il Renzi, e che sono pronti a considerare anche te come un cancro da estirpare. Te, che non sai cosa sia un posto fisso, un salario, un mutuo di una casa, perché lo schifo che esiste oggi è iniziato prima, molto prima, quando sarebbe stato il &#8220;nostro&#8221; turno e non lo è stato.</p>
<p><strong>Ci vuole coraggio ad andare</strong>. A voltare le spalle a ciò che conosciamo e ci è familiare per l&#8217;ignoto, quello che mi accompagnò quella sera, mentre nel taxi mi avvicinavo a una casa che temevo potesse inghiottirmi senza che nessuno lo sapesse.</p>
<p><strong>Ci vuole coraggio a essere italiani</strong>. Nel restare, così come nel partire. E questo, per me, dovrebbe essere per tutti <strong>profondo dolore</strong>.</p>
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		<title>Torno in Italia. Anzi, resto</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 14:19:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FQ Londra</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fateci caso. Ogni volta che si parla di cervelli in fuga, di italiani che fanno rapidamente carriera nelle Università londinesi, ecco che spunta, immancabile, il commento del &#8220;realista-nazionalista&#8221; di turno. Solitamente il personaggio del &#8220;realista-nazionalista&#8221; mira a demolire il fenomeno dei cervelli in fuga. Insomma, sono tutte fregnacce e le motivazioni sono queste: - La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fateci caso. Ogni volta che si parla di <strong>cervelli in fuga</strong>, di italiani che fanno rapidamente carriera nelle Università londinesi, ecco che spunta, immancabile, il <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/24/cervelli-in-fuga-miti-da-sfatare/165703/" target="_blank">commento del &#8220;realista-nazionalista&#8221; di turno</a>. Solitamente il personaggio del &#8220;realista-nazionalista&#8221; mira a <strong>demolire il fenomeno</strong> dei cervelli in fuga. Insomma, sono tutte fregnacce e le motivazioni sono queste:</p>
<p>- <strong>La fuga di cervelli non esiste</strong>: si chiama “libera circolazione dei ricercatori” ed è parte del loro processo formativo.<br />
- Se li assumono all&#8217;estero significa che l&#8217;Università italiana li ha formati bene. Viva l’Università italiana.<br />
- Londra è troppo costosa, lo stipendio se ne va tutto in affitto e trasporti pubblici, quindi tanto vale restarsene in Italia.<br />
- <strong>Scappare è da codardi</strong>. Abbiamo bisogno che i nostri migliori talenti restino in Italia per contribuire al cambiamento.</p>
<p>Insomma, un inno al realismo, all&#8217;orgoglio di essere italiani, uno <strong>spronare i giovani all&#8217;impegno</strong> sociale e politico. Quali nobili principi! Devo ammettere che l&#8217;amico realista-nazionalista mi ha convinto<strong>. Ho deciso</strong><strong>: mi licenzio e torno in Italia</strong>.</p>
<p>ll mio Head of Department mi ha consigliato di mettere per iscritto i pro e i contro, una sorta di lista delle cose che ho avuto e ho tutt&#8217;ora qui a Londra, e di quelle che troverò in Italia. <em>&#8220;Avere quella lista avanti agli occhi</em> &#8211; mi ha detto &#8211; <em>ti aiuterà a scegliere&#8221;</em>. Ci è voluto un po&#8217;, ma alla fine credo di averci messo tutto. Tra i tanti punti della lista ne ho scelti tre, che mi paiono i più significativi.</p>
<p>1. Londra: l&#8217;annuncio del posto di ricercatore alla University College London era stato <strong>pubblicato sulle</strong><strong> </strong><strong>maggiori riviste internazionali </strong><strong>del settore</strong>. Il concetto è: più ricercatori partecipano, più probabile che si trovi uno bravo. Magari il più bravo.<br />
Italia: quando si bandisce un concorso, si fa in modo che partecipi solo &#8220;chi deve vincere&#8221;. Gli altri vengono<strong> “gentilmente invitati” a ritirarsi</strong>.</p>
<p>2. Londra: fui selezionato unicamente sulla base del mio Cv, le mie pubblicazioni e la famosa <em>interview</em>. Lo stesso dicasi per la promozione da ricercatore a professore associato. Età? <strong>34 anni</strong>.<br />
Italia: i concorsi universitari sono tradizionalmente pilotati, il trucco è la selezione di commissari compiacenti. La priorità è <strong>sistemare i figli</strong><strong>, che sono <em>piezz &#8216;e core</em>, poi mogli e amanti</strong><strong>,</strong> fedelissimi e protetti. I meriti scientifici o didattici sono un accessorio.</p>
<p>3. Londra: <strong>il sistema è tradizionalista</strong>, ma è costruito in modo tale da essere flessibile e supportare al proprio interno cambiamenti, anche rivoluzionari, spesso introdotti da giovani 30enni o 40enni. Il primo ministro inglese ha 45 anni e molti professori universitari ne hanno meno di 40.<br />
Italia:<em> &#8220;Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi&#8221;</em>. L’età media dei politici e professori universitari si avvicina ai <strong>60</strong>. Il primo ministro italiano ne ha 75, non usa Internet e chiama Google &#8220;Gogol&#8221;.</p>
<p>Amico realista-nazionalista, sai che c&#8217;è? Io me ne resto a Londra.<br />
<em><br />
di Stefano Fedele, ricercatore allo University College of London</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Chi ha paura dei giovani che scalciano?</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 15:55:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Voltolina</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci risiamo. A una settimana giusta dall&#8217;infelice uscita di Silvio Berlusconi sul presidente dei Giovani Industriali, un 36enne a capo di un&#8217;industria da 4 milioni di euro di fatturato all&#8217;anno sprezzantemente definito dal premier «ragazzotto industriale», oggi è la controparte a fare un passo falso. Il segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani, a Napoli per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci risiamo. A una settimana giusta dall&#8217;<a title="berlusconi ragazzotti" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/23/berlusconi-gerontocrate-a-corrente-alternata/165894/" target="_blank">infelice uscita</a> di Silvio Berlusconi sul presidente dei Giovani Industriali, un 36enne a capo di un&#8217;industria da 4 milioni di euro di fatturato all&#8217;anno <strong>sprezzantemente definito dal premier «ragazzotto industriale»</strong>, oggi è la controparte a fare un passo falso.</p>
<p>Il segretario del Partito democratico <strong>Pierluigi Bersani</strong>, a Napoli per il convegno «Finalmente sud», avventurandosi in un botta-e-risposta a distanza con <strong>Matteo Renzi</strong> a proposito delle istanze generazionali e del ricambio ai vertici del Pd <a title="bersani scalciare" href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/Politica/Basta-scalciare-Non-sono-asino-Sale-lo-scontro-tra-Bersani-e-Renzi_312592276620.html" target="_blank">ieri ha detto</a> «È chiaro che tocca ai giovani, a chi deve toccare? Ma bisogna mettersi a disposizione, non si può pensare che un giovane per andare avanti deve scalciare, insultare».</p>
<p>Scalciare? Le parole, diceva Nanni Moretti, sono importanti. Usare verbi come questo, al pari di termini come «ragazzotti», non può che <strong>far trasparire superbia</strong> e boria e sopratutto scarso rispetto nei confronti degli avversari &#8211; e alleati &#8211; più giovani.</p>
<p>Un atteggiamento che, se in un certo senso prevedibile da Berlusconi (che già in passato aveva suggerito a una ragazza, come antidoto alla precarietà, la soluzione di cercarsi un fidanzato ricco come suo figlio Piersilvio), sorprende da Bersani, tradizionalmente più attento a questi temi.</p>
<p>Tra l&#8217;altro definire giovani due persone di 36 anni &#8211; il primo a capo di 12mila imprenditori, l&#8217;altro alla guida di una città di quasi 400mila abitanti &#8211; è anche una forzatura. Possono essere definiti giovani solo se comparati all&#8217;<strong>età media dei politici italiani </strong>- non solo il premier ha ormai compiuto 75 anni, ma Bersani ha sorpassato quest&#8217;anno la boa dei 60, come il suo coetaneo Antonio Di Pietro; il leader della Lega Umberto Bossi ne ha 70, mentre i tre che una volta venivano definiti &#8220;le nuove leve&#8221; della politica italiana &#8211; Fini, Rutelli e Casini, a capo di Fli, Api e Udc &#8211; sono nati rispettivamente nel 1952, 1954 e 1955. Il meno anziano dei leader dei grandi partiti è <strong>Nichi Vendola</strong>, ed è tutto dire &#8211; perché ha 53 anni e la sua prima elezione in Parlamento risale a quasi vent&#8217;anni fa.</p>
<p>In un <a title="editoriale Tinagli opzione generazionale" href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&amp;ID_articolo=9378" target="_blank">interessante editoriale</a> sulla Stampa di oggi Irene Tinagli, 37enne &#8220;cervello in fuga&#8221; eccellente che insegna Economia a Madrid (e che probabilmente, se fosse rimasta qui in Italia, sarebbe ancora aggrappata ad assegni di ricerca annuali e alla protezione di un barone), si chiede perché mai «l&#8217;opzione generazionale non arriva mai». E ricorda come all&#8217;estero le cose vadano diversamente: dall&#8217;Inghilterra guidata dal <strong>quarantacinquenne David Cameron </strong>al primo ministro norvegese<strong> Jens Stoltenberg, eletto quando aveva 41 anni </strong>dopo averne passati cinque a capo del dicastero dell&#8217;Economia (noi per parte nostra abbiamo il sessantaquattrenne Tremonti, già attivo in quel ministero in qualità di collaboratore dai lontani anni Ottanta). Per non parlare del primo ministro danese, la quarantaquattrenne <strong>Helle Thorning-Schmidt</strong>, che ha nominato al ministero delle Finanze un trentottenne e a quello degli Interni una ventottenne.</p>
<p>Concordo con la Tinagli: le persone &#8211; vecchie o giovani che siano &#8211; devono dimostrare sul campo quello che valgono, e <strong>non è affatto detto che un Renzi sia più capace di un Bersani per il solo fatto di avere un quarto di secolo in meno</strong>. La politica ha bisogno di buone idee che camminino su buone gambe, di schiene dritte e occhi rivolti al futuro: è vero che possono esserci ottantenni con queste caratteristiche e ventenni invece già vecchi, asserviti al sistema, disonesti ed egoisti.</p>
<p>Insomma, se è innegabile che avere una certa età non significa per forza essere bolliti e non possedere più le caratteristiche necessarie per riformare un sistema, è altrettanto vero che essere giovani non significa automaticamente essere credibili o avere idee candide. Però è assurdo che in Italia si continui a vedere il ricambio  generazionale come il fumo negli occhi, a <strong>negarne il valore e le  potenzialità</strong>. La maggior parte degli studiosi concorda nel sostenere che  l’apice delle capacità intellettuali viene raggiunto fra i trenta e i  quarant&#8217;anni. Se non fossero marginalizzati nel sistema decisionale dei partiti, tutti questi trentenni non &#8220;scalcerebbero&#8221; ma parteciperebbero con grande beneficio di tutti. A cominciare da noi cittadini.</p>
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		<title>Cervelli in fuga, miti da sfatare</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 08:55:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>FQ Londra</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ormai da molto tempo stiamo assistendo a un’elevata presenza mediatica di storie di successo di cervelli in fuga dall’Italia. Sebbene l’intento dei media possa essere quello di denunciare una situazione ormai divenuta insostenibile, soprattutto per i giovani italiani, ritengo che parlare di cervelli in fuga possa rilevarsi fuorviante per vari motivi. La prima riflessione si concentra sul [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ormai da molto tempo stiamo assistendo a un’elevata presenza mediatica di storie di successo<strong> </strong>di <strong>cervelli in fuga</strong><strong> </strong>dall’Italia. Sebbene l’intento dei media possa essere quello di denunciare una situazione ormai divenuta insostenibile, soprattutto per i giovani italiani, ritengo che parlare di cervelli in fuga possa rilevarsi fuorviante per vari motivi.</p>
<p>La prima riflessione si concentra sul concetto di <strong>fuga</strong>. La fuga può essere vista sia come un gesto nobile che come un gesto codardo.</p>
<p>Quando ci troviamo a parlare della mobilità di studenti e lavoratori siamo tuttavia di fronte a qualcosa di diverso. La <strong>libera circolazione delle persone</strong> è uno dei diriti fondamentali garantiti dal diritto comunitario europeo. Compiere esperienze di studio o di lavoro all&#8217;estero è un diritto che va salvaguardato e incentivato, in quanto tali esperienze favoriscono la crescita e la formazione di un qualsiasi individuo. Tuttavia, queste esperienze non hanno nulla a che vedere con il concetto di fuga, soprattutto qualora ci si consideri, oltre che cittadini italiani, anche <strong>cittadini europei</strong>.</p>
<p>Allo stesso tempo, i media dovrebbero fare attenzione a non portare i giovani a credere che all&#8217;estero sia tutto rose e fiori.</p>
<p>La realtà è purtroppo ben diversa. Giungere in una città straniera non è facile, prima di tutto perché <strong>“gl</strong><strong>i altri</strong><strong>”</strong>, che spesso a casa nostra guardavamo con sospetto, diventiamo noi. Non tutto è bello e semplice come spesso ci si aspetta al momento della partenza. Le storie di successo rappresentano, sfortunatamente, la minoranza dei casi.</p>
<p>Prendiamo il caso di <strong>Londra</strong>, città vista dai giovani italiani di oggi come la “nuova America”.</p>
<p>Sebbene la città più multiculturale d&#8217;Europa offra tantissimo, sia da un punto di vista artistico-culturale che da un punto di vista umano, è altresì vero che i prezzi degli <strong>affitti </strong>sono altissimi, la qualità degli alloggi è piuttosto scadente, i <strong>lavori </strong>a disposizione non sono molti e per lo più poco gratificanti, le tasse universitarie hanno ormai raggiunto le 9.000 sterline annue, per non menzionare il fatto che l&#8217;abbonamento mensile ai trasporti pubblici supera le 100 sterline.</p>
<p>Nei quattro anni trascorsi nella capitale britannica ho purtroppo visto tanti giovani italiani arrivare pieni di speranze per poi, solamente pochi mesi dopo, essere costretti a far ritorno a casa con la tristezza di chi capisce che il “successo facile” è solo un&#8217;illusione mediatica e che Londra non è “l&#8217;America” e<strong> “l&#8217;America”, forse, non esiste.</strong></p>
<p>Un altro aspetto da considerare è il fatto che, sebbene sia giusto sottolineare come i giovani europei nel proprio Stato d&#8217;origine abbiano più opportunità rispetto a quelle che l&#8217;Italia offre a noi giovani italiani, è vero anche che dobbiamo riabituarci a <strong>conquistare i nostri diritti</strong> e le nostre opportunità attraverso il sudore, la fatica e il sacrificio, qualità che stanno sempre più andando perdute, soprattutto a causa dell&#8217;esaltazione mediatica del “successo facile”.</p>
<p><strong>L’Italia si merita un futuro migliore</strong>, un futuro che non sia più condizionato e dettato dagli interessi faziosi dell&#8217;élite al potere, un futuro che possa dare maggiori opportunità a tutti coloro che le meritano, al di là delle diseguaglianze legate alle condizioni sociali di partenza. Perché ciò avvenga abbiamo bisogno sia di un maggiore attivismo civico e politico, che dei nostri migliori talenti.</p>
<p>Pertanto ritengo che i media italiani dovrebbero prestare attenzione a <strong>non trasmettere un errato concetto di </strong><strong>fuga</strong> e possibilmente dedicare più spazio a coloro che, decidendo di tornare o di non lasciare l’Italia, anche sacrificando ambizioni personali, attraverso un forte impegno civico-sociale lottano per dare un futuro migliore al nostro Paese.</p>
<p><em>di Federico Guerrieri, <a href="http://www.euroalter.com/" target="_blank">European Alternatives</a></em></p>
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		<title>Indignata per stage gratis, le danno della mignotta. &#8220;All&#8217;estero ho un contratto vero&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 19:11:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Franco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cervelli in fuga]]></category>
		<category><![CDATA[Caterina De Manuele]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_164708" class="wp-caption alignleft" style="width: 305px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/Caterina-De-Manuele_interna.jpg"><img class="size-full wp-image-164708" title="Caterina De Manuele_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/Caterina-De-Manuele_interna.jpg" alt="" width="295" height="152" /></a><p class="wp-caption-text">Caterina De Manuele</p></div>
<p>Ha scritto un&#8217;email di protesta a un editore che offriva uno stage senza rimborso spese, adatto &#8220;solo &#8211; recitava l&#8217;annuncio &#8211; a chi può mantenersi per parecchi mesi a Milano&#8221;. E in tutta risposta, <strong>Caterina De Manuele</strong>, 28 anni e una laurea al Politecnico di Milano in Design degli interni con 109 su 110, si è presa della &#8220;mignotta&#8221;. Eppure lei non lo voleva nemmeno quel posto a &#8216;Flash art&#8217;, un&#8217;importante rivista d&#8217;arte (&#8220;la prima in Europa&#8221;, vanta il sito online). Perché da mesi ha già un contratto vero.</p>
<p>Lo ha ottenuto prima in uno studio di architettura d&#8217;interni in Germania, poi in <strong>Inghilterra</strong>. Non in Italia, dove al massimo era arrivata a prendere 600 euro al mese. In nero. <a href="http://www.flashartonline.it/inclusioni/newsletter_det.php?pagina=newsletter_det&amp;id=430&amp;det=ok" target="_blank">L&#8217;annuncio di Flash Art</a> le ha fatto ripensare a quel periodo. Si è indignata quando ha letto: &#8220;Teniamo a precisare che, ahinoi, per almeno 8-10 mesi, il rimborso spese per uno stagista che deve imparare tutto è minimo, quasi inesistente&#8221;. Poco più in là la giustificazione, firmata in prima persona dal direttore ed editore, <strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Giancarlo_Politi" target="_blank">Giancarlo Politi</a></strong>: &#8220;D&#8217;altronde lo stage, almeno da noi, vi permette di apprendere al meglio una professione&#8221;. Caterina si è ricordata di quando spulciava le offerte di lavoro una a una. &#8220;Mi sono laureata a ottobre 2008. Subito dopo l&#8217;inizio della crisi – racconta a <em>ilfattoquotidiano.it</em> -. Ho infilato curricula in ogni mail box esistente&#8221;.</p>
<p>Il colloquio arrivava solo in pochissimi casi. E spesso era una delusione: &#8220;Mi chiedevano di lavorare gratis nel periodo di prova. Domandavo: ‘Per quanto tempo? Due-tre mesi o cinque-sei?&#8217;&#8221;. Risposte vaghe. Così come nessuna certezza c&#8217;era sul dopo: &#8220;Al massimo potevo aspirare a una finta partita Iva&#8221;. Alla fine l&#8217;avevano presa per uno stage gratuito. Poi qualche mese di lavoro senza contratto regolare in uno studio di architetti nel capoluogo lombardo.  Quando ha visto l&#8217;annuncio, <strong>Caterina </strong>si è arrabbiata, &#8220;perché veniva spacciato per stage un lavoro da editor, che richiedeva una persona già formata&#8221;. Così ha deciso di scrivere un&#8217;email a Politi.</p>
<p>Gli ha fatto una domanda diretta: &#8220;Perché i miei genitori o chi per essi dovrebbero pagare perché io lavori per lei?&#8221;. Poco dopo la risposta. Piccata (<a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/Botta-e-risposta-tra-Caterina-e-Politi-1.pdf" target="_blank">leggi lo scambio di email</a>). &#8220;Caterina – ha scritto l&#8217;editore &#8211; se tu fossi in grado di lavorare per noi ti offrirei subito, anzi, prima, due o tremila euro al mese. Prima impara a scrivere, a leggere dai siti e giornali del mondo, a fare una notizia in dieci righe, a fare l&#8217;editing di un testo, a impaginare con inDesign e poi potrai avanzare pretese&#8221;. E ancora: &#8220;Lo sai cosa dice <strong>Tronchetti Provera</strong>? Lavorare oggi a buoni livelli è un lusso. Se uno non lo capisce vada a lavorare al Mac Donald&#8221;. Fino al post scriptum: &#8220;Chiedi allo Stato di aiutarti. La mia azienda non è di beneficenza. E tu cerchi la beneficenza&#8221;.</p>
<p>Niente di più falso, per Caterina. Se ci si è laureati a piani voti, si sanno usare almeno dieci software tecnici e si parlano quattro lingue, non è certo la beneficenza quella che si cerca. Glielo ha detto, a Politi. E poi gli ha scritto: &#8220;La beneficenza se la faccia fare lei, povero indigente che non può nemmeno pagare un povero stagista il minimo&#8221;. La replica è stata un insulto: &#8220;Ora anche le mignotte debbono parlare 4 lingue, conoscere l&#8217;arte e inDesign. Il globalismo fa miracoli&#8221;. Il botta e risposta tra Caterina e il direttore di Flash Art è finito su <strong>Facebook</strong>. Poi in Rete è iniziato il tam tam. Lo scambio di email è stato ripreso dalla pagina <a href="https://www.facebook.com/manifestodellostagista" target="_blank">sul social network del Manifesto dello stagista</a>, da <a href="http://letteraviola.it/2011/10/imprenditore-da-della-mignotta-a-una-disoccupata-in-cerca-di-lavoro-foto/" target="_blank">Lettera Viola</a> e dalla <a href="http://repubblicadeglistagisti.it/article/stage-gratuiti-caterina-vs-flash-art-il-botta-e-risposta-con-giancarlo-politi-ed-e-ribellione-sul-web" target="_blank">Repubblica degli stagisti</a>. Molte le proteste piovute sulla bacheca Facebook di Flash Art. Tanto che Politi ha pubblicato sul sito della rivista <a href="http://www.flashartonline.it/inclusioni/newsletter_det.php?pagina=newsletter_det&amp;id=432&amp;det=ok" target="_blank">un nuovo messaggio</a>, accusando Caterina di avere manipolato e modificato una sua risposta.</p>
<p>Il rimborso spese da &#8220;quasi inesistente&#8221; è diventato di 350-500 euro al mese. Mentre chi aveva protestato è stato definito &#8220;un utente un po&#8217; frustrato che ignora il moderno concetto di stage&#8221;.  Ma il &#8220;moderno concetto di stage&#8221; non coincide con quello che Caterina ha trovato fuori dall&#8217;Italia. &#8220;Nel novembre 2009 ne ho iniziato uno a Stoccarda, in Germania. Pagato 750 euro al mese&#8221;. Poi le hanno fatto il contratto e presto sono arrivate altre opportunità. Così, due mesi fa, Caterina è partita di nuovo, alla volta di <strong>Londra</strong>. A fine ottobre terminerà il periodo di prova. E se tutto andrà bene le verrà proposto un contratto a tempo indeterminato da 32mila sterline all&#8217;anno (oltre 36mila euro).  &#8221;Da quando lavoro all&#8217;estero – racconta &#8211; seguo personalmente il cliente, partecipo al processo creativo insieme a lui e ai miei superiori&#8221;.</p>
<p>Non nasconde la propria soddisfazione Caterina, consapevole di avere dovuto lasciare la sua casa, i suoi genitori, il suo Paese. E i suoi amici rimasti in <strong>Italia</strong>. E&#8217; stato anche per loro che domenica scorsa ha scritto a <strong>Giorgio Napolitano</strong> (<a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/Lettera-di-Caterina-a-Napolitano.pdf" target="_blank">leggi la lettera</a>): &#8220;I miei amici fanno tre lavori per mantenersi, buttano giù rospi incredibili e continuano a rimboccarsi le maniche nonostante centinaia di porte in faccia&#8221;. Poi una preghiera: &#8220;Signor presidente, ci aiuti a ritrovare le nostre speranze. Non lasciateci soli&#8221;. Perché nessuno offra più lavori non pagati. Anche da noi.</p>
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		<title>L&#8217;esodo dei fisici italiani in Francia&#8220;Qui ogni anno giochi le tue carte&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Oct 2011 07:19:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pianetascienza per il Fatto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cervelli in fuga]]></category>
		<category><![CDATA[cern]]></category>
		<category><![CDATA[esodo francese]]></category>
		<category><![CDATA[fisica]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Zamponi]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Amelino-Camelia]]></category>
		<category><![CDATA[lettera a fabio mussi]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Natalini]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra Roma e Parigi c’è una galleria che invece di sparare neutrini recapita Oltralpe i più brillanti fisici nostrani. Così, la &#8220;gaffe&#8221; del ministro dell&#8217;Istruzione Maria Stella Gelmini sull&#8217;esistenza di un fantomatico tunnel che collegherebbe il Gran Sasso con Ginevra &#8211; dopo l’exploit di Antonio Ereditato al Cern - diventa la metafora rappresentativa di una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_162944" class="wp-caption alignleft" style="width: 305px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/zamponi_interna.jpg"><img class="size-full wp-image-162944" title="zamponi_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/zamponi_interna.jpg" alt="" width="295" height="152" /></a><p class="wp-caption-text">Francesco Zamponi, ricercatore in Meccanica statistica dei sistemi complessi presso il Cnrs</p></div>
<p>Tra Roma e Parigi c’è una galleria che invece di sparare neutrini recapita Oltralpe i più brillanti fisici nostrani. <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/24/i-neutrini-del-cern-piu-veloci-della-luce-lelogio-della-gelmini-per-il-tunnel-che-non-ce/159769/" target="_blank">Così, la &#8220;gaffe&#8221; del ministro dell&#8217;Istruzione <strong>Maria Stella Gelmini </strong>sull&#8217;esistenza di un fantomatico tunnel che collegherebbe il <strong>Gran Sasso </strong>con Ginevra</a> &#8211; dopo l’exploit di<strong> Antonio Ereditato</strong> al<strong> Cern </strong>- diventa la metafora rappresentativa di una realtà nota a tutti i giovani studiosi del settore: se vuoi diventare un ricercatore di fisica devi volgere lo sguardo all’estero, percorrere il lungo &#8220;tunnel&#8221; che porta a Parigi. Un tunnel percorso da tanti, se è vero che da quelle parti si parla di “invasione italiana”.</p>
<p>Il perché è presto detto. “In Francia – spiega <a href="http://www.phys.ens.fr/~zamponi/" target="_blank"><strong>Francesco Zamponi</strong>, ricercatore in Meccanica statistica dei sistemi complessi presso il Cnrs</a>, l’omologo francese del nostro Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) – per fare il mio lavoro non devi metterti in coda all’ordinario di turno e aspettare un concorso che potrà non arrivare prima di cinque o dieci anni, ma puoi giocartela ogni anno grazie ai bandi del principale ente statale deputato alla ricerca di base”.</p>
<p>Tempi certi, posti programmati, trasparenza e tempo indeterminato, questi gli ingredienti che rendono incomparabilmente più attrattivo rispetto al nostro il sistema di reclutamento transalpino. “Qui – continua Zamponi – il concorso Cnrs non solo si svolge con cadenza annuale, sempre nello stesso periodo, ma le università bandiscono un numero di posti che rimane costante, in modo che ogni studioso possa sapere in anticipo le disponibilità, cominciare a mettersi alla prova e rendersi conto prima possibile delle proprie possibilità di successo. In Italia, ammesso e non concesso che i concorsi si continuino a fare, accade l’esatto contrario: si accumulano per anni generazioni di studiosi per poi essere assunti tutti, o quasi, in una volta sola. Non c’è bisogno di uno scienziato per capire che si tratta di un reclutamento improvvisato, che mortifica invece di valorizzare”.</p>
<p>Zamponi, seppur appena 32enne, è stato testimone in prima persona dell’annus mirabilis della fisica italiana in Francia, il 2007, quando al concorso del Cnrs gli italiani ottennero, nelle classi di fisica, circa il 35 per cento dei posti banditi (il 71 nella sola classe di fisica teorica).</p>
<p>La cosa fece così scalpore che la “diaspora francese”, tra cui lo stesso Zamponi, scrisse una lettera aperta rivolta a <strong>Fabio Mussi</strong>, allora ministro di Università e ricerca, per denunciare non tanto una malintesa “fuga di cervelli” (“Il fatto che i ricercatori italiani – c’era scritto nella missiva – desiderino andare all&#8217;estero e vincano concorsi in tutti i paesi più avanzati è un dato molto incoraggiante. Vuol dire che la formazione che si impartisce in Italia è ottima, e che i giovani ricercatori italiani sono motivati, dinamici e talmente appassionati al proprio lavoro da essere pronti a emigrare per fare ricerca nelle migliori condizioni”), quanto piuttosto la totale <strong>assenza di un flusso inverso</strong>.</p>
<p>Non si assiste a un normale processo di internazionalizzazione, in cui ognuno ha da guadagnare, ma a un esodo che impoverisce solo un parte: il nostro Paese. Tanto più che in genere sono proprio quelli più bravi a non aspettare il loro “turno”. “Se qui bisogna mettersi in fila &#8211; spiega <a href="http://www.iac.rm.cnr.it/~natalini/" target="_blank"><strong>Roberto Natalini</strong>, dirigente di ricerca presso l’Istituto per le Applicazioni del calcolo “M. Picone” del Cnr</a> – e altrove è possibile mettersi alla prova ogni anno, è chiaro i più bravi facciano la scelta di provarci”. “La verità è che appena un giovane respira l’aria pulita di un paese straniero decide di non tornare più indietro&#8221;.</p>
<p>&#8220;E&#8217; come scegliere tra le stelle e le stalle”, spiega <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Amelino-Camelia" target="_blank"><strong>Giovanni Amelino-Camelia</strong></a>, tra i fisici più apprezzati al mondo, considerato dalla prestigiosa rivista americana <em>Discover Magazine</em> come uno dei possibili eredi di <strong>Albert Einstein</strong> in virtù dei suoi innovativi studi sulla gravità quantistica. Laureato a Napoli, specializzato a Boston, ha poi lavorato al Mit e al Cern, per poi scegliere di tornare in Italia dove ora è ricercatore presso il “glorioso” dipartimento di Fisica della “Sapienza” di Roma. “Non mi pento della mia scelta, benché percepisca un sesto di quello che percepivo in Svizzera, perché questa struttura ha un tradizione nobilissima”. Ma c’è un ma. “Devo tuttavia ammettere – confessa Amelino-Camelia – che quando ho deciso di tornare si faceva un gran parlare di uniformare l’Italia agli standard europei e invece non si è fatto assolutamente nulla”. Sull’“esodo” francese chiarisce: “E’ ovvio che sia così. Lì c’è una programmazione, i giovani hanno delle certezze su date e sulla disponibilità di posti. Qui non se ne ha alcuna, è semplicemente incivile il modo in cui viene trattato chi aspira a fare ricerca”.</p>
<p>A prendere un altro biglietto di sola andata per la Francia è <a href="http://tnt.phys.uniroma1.it/twiki/bin/view/TNTgroup/DarioVillamaina" target="_blank"><strong>Dario Villamaina</strong></a>, dottorando presso il Dipartimento di Fisica della Sapienza con una tesi sui materiali granulari, che grazie al suo curriculum è stato appena chiamato per un anno di post-doc al Laboratoire de Physique théorique et modèles statistiques di Orsay. “Sia chiaro che la mia storia è la storia di tanti e che andare all’estero dopo il dottorato non solo è normale, ma doveroso. Quel che mi fa un po’ rabbia è sapere già di dover abbandonare l’idea di poter tornare qui a svolgere il mestiere per cui sono stato formato e per il quale non c’è più rispetto”.</p>
<p><strong>di Cristian Fuschetto</strong></p>
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		<title>Per l&#8217;Italia a bordo di una Cinquecento  Obiettivo: capire se restare o fuggire</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Oct 2011 08:27:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Bianchini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cervelli in fuga]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconismo]]></category>
		<category><![CDATA[calabria]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[New York]]></category>
		<category><![CDATA[roma]]></category>

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		<description><![CDATA[Un viaggio a bordo di una Fiat Cinquecento rosso fiammante per capire se è meglio andarsene o rimanere nel paese affetto da berlusconismo e carenza di lavoro. Gustav Hofer, altoatesino, e Luca Ragazzi, romano, si sono dati sei mesi di tempo per deciderlo e nel docu-trip “Italy, Love it or leave it” hanno attraversato l&#8217;Italia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un viaggio a bordo di una Fiat Cinquecento rosso fiammante per capire se è meglio andarsene o rimanere nel paese affetto da berlusconismo e carenza di lavoro. <strong>Gustav Hofer</strong>, altoatesino, e <strong>Luca Ragazzi</strong>, romano, si sono dati sei mesi di tempo per deciderlo e <a href="http://www.italyloveitorleave.it/" target="_blank">nel docu-trip “Italy, Love it or leave it”</a> hanno attraversato l&#8217;Italia in macchina, per scoprire se valesse la pena lasciare Roma, dove vivono insieme da 12 anni, per trasferirsi a Berlino. Un film che nelle settimane scorse ha fatto incetta di riconoscimenti al Milano Film Festival e che la prossima settimana sarà al festival di Rio de Janeiro, mentre il trailer su YouTube e Vimeo in due settimane è stato visto oltre 25mila volte.</p>
<p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/07/per-litalia-a-bordo-di-una-cinquecento-obiettivo-capire-se-restare-o-fuggire/162625/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p>“Volevamo presentare un paese vivo e appassionato, diverso da quello dei farabutti che infestano la politica”, spiega Luca. “E&#8217; importante dare un messaggio di positività e speranza ai giovani, visto che quelli della nostra età, sui quarant&#8217;anni, sono spacciati”. La loro generazione degli &#8216;anta&#8217; infatti, secondo i due autori, è ormai fuori dai giochi: oppressa dai baroni che non lasciano la poltrona, non avranno mai accesso al potere e a un vero riscatto. “Questo paese è un gerontocomio”, prosegue il regista. “Negli ultimi tre anni abbiamo visto tanti nostri amici lasciare l&#8217;Italia. Alcuni sono andati a Londra, altri in Nuova Zelanda e Germania. Oggi però, <strong>Berlusconi</strong> è al tramonto e le cose stanno cambiando. Certo, questo non significa la fine del berlusconismo perché cambiare cultura e  mentalità richiede tempo. Per questo abbiamo voluto raccontare l&#8217;Italia che normalmente non viene rappresentata. Né al Tg1 né nelle fiction”.</p>
<p>Luca e Gustav, già registi del documentario <a href="http://www.suddenlylastwinter.com/ " target="_blank">sui DICO “Improvvisamente l&#8217;inverno scorso”</a>, iniziano il loro viaggio alla Fiat di Settimo Torinese, con gli operai che vivono con mille euro al mese e il mutuo da pagare. Poi incontrano gli ex dipendenti oggi disoccupati e in cassa integrazione della Bialetti, brand del &#8216;made in Italy&#8217;, che ha deciso di delocalizzare tutta la produzione in Romania. Con <strong>Carlo Petrini</strong> di SlowFood smontano il luogo comune della cucina italiana, che “non è la migliore del mondo”, e scendono fino a Rosarno per documentare le condizioni di sfruttamento in cui versano gli immigrati. Eppure a questi squarci drammatici drammi fanno da contraltare gli imprenditori che lottano in Calabria e sfidano la &#8216;ndrangheta,  la società civile che denuncia l&#8217;abusivismo edilizio ed è impegnata nell&#8217;antimafia. E oltre a questi segnali di reazione, i due registi intravedono negli avvenimenti politici degli ultimi mesi la volontà degli italiani di voltar pagina.</p>
<p>“La vittoria di <strong>Pisapia</strong> e <strong>De Magistris</strong> è stata un segnale di forte cambiamento dal basso, insieme alla valanga di sì per il referendum e alla manifestazione di &#8216;Se non ora, quando?&#8217;”, osserva Luca. “Certo, ci sono problemi strutturali. L&#8217;affitto a Berlino costa un terzo rispetto a Roma, siamo il paese europeo con meno laureati e un italiano su quattro è a rischio povertà”, osserva. “Eppure tanti dei nostri amici che sono partiti, all&#8217;inizio erano entusiasti delle metro che circolavano di notte e dei sussidi statali. Poi hanno affievolito l&#8217;energia iniziale”. Complice un sentimento di malinconia legato al calore umano, agli amici e alla cultura che potevano ritrovare solo in Italia.</p>
<p>“Ho vissuto tra Roma e New York per cinque anni – conclude Luca &#8211; . Vivevo bene dal punto di vista economico, ma sentivo che mancava la convivialità italiana”. Per Gustav è stato lo stesso: ha trascorso gli anni dell&#8217;università tra Vienna e Londra, poi si è trasferito nella Capitale per scrivere la tesi ed è rimasto. Vivere in Italia oggi non è facile secondo i due registi, ma il cambiamento è alle porte. E per averlo bisogna reagire: “Quello che i giovani devono fare è smettere di sottostare alle cattive abitudini imposte da chi vuole ancora rimanere al comando. Bisogna dire no al lavoro gratuito, rifiutarsi di firmare a nome di un professore un articolo scritto di proprio pugno. Basta farsi fottere da questa classe di vecchi al potere”. Messaggio per i trentenni: visto che dal basso le cose stanno cambiando, “non lasciate il paese o il vostro posto ve lo occuperà chi volete combattere”.</p>
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		<title>Diritti dello stagista: se non ci pensa lo Stato&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 17:25:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Voltolina</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Dall&#8217;Irlanda alla Romania, dalla Germania alla Spagna, i giovani hanno lo stesso problema:  non trovano lavoro e si sentono proporre <strong>tirocini</strong>. Sembra infatti che avere nel cv qualche stage sia ormai indispensabile, e la formazione da “continua” si stia pericolosamente trasformando in “perpetua”. Da un sondaggio presentato a Bruxelles emerge che i problemi degli interns, i tirocinanti, sono comuni alla maggior parte dei ventenni europei: e se l&#8217;Italia è messa  peggio, specie perché i suoi stagisti sono <strong>molto più vecchi</strong>, anche gli altri non se la passano così bene.</p>
<p>La pietra della discordia è sempre il rimborso spese, che poche organizzazioni (sia nel privato sia nel pubblico) sono disponibili a erogare. La metà degli stagisti infatti non prende un euro, e l&#8217;altra metà fa i conti con compensi che in buona parte dei casi non sono affatto sufficienti per mantenersi. E allora che si fa? Alla vecchia maniera tipica italiana: il 48,5% dei tirocinanti (percentuale che sale a 65% se si considerano solo quelli pagati, ma troppo poco) va a bussare alla porta di mamma e papà. C&#8217;è però anche un 26,5% che meritoriamente si mantiene utilizzando risparmi personali, e uno su dieci che addirittura fa un altro lavoro, contemporaneamente allo stage, per portare a casa qualche soldo.</p>
<p>Un altro aspetto significativo è che ben uno stagista su cinque – un’enormità – alla domanda sulla motivazione che lo ha spinto ad effettuare un internship risponde esplicitamente “perché non trovavo lavoro”. Nella migliore delle ipotesi lo stage quindi <strong>è diventato un jolly</strong> che i giovani si giocano mentre cercano un contratto vero, per non restare con le mani in mano, seguendo il pericoloso concetto del “piuttosto che niente, meglio piuttosto”. Nella peggiore, è diventato un’alternativa al normale impiego subordinato, proposta dai datori di lavoro perché costa e impegna infinitamente meno di un contratto.</p>
<p>Da notare che la reale prospettiva di assunzione al termine dello stage è bassa: 16% secondo questo sondaggio [gli ultimi dati ufficiali italiani, relativi ai soli stage nelle imprese private, riportano una percentuale ancora inferiore: 12,2%], a cui si aggiunge un 18% che afferma che pur non avendo ottenuto un&#8217;assunzione ha poi potuto trovare lavoro grazie allo stage, mettendo a frutto le competenze acquisite o il network di conoscenze.</p>
<p>La ricerca, realizzata dallo <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youthforum.org/" target="_blank">European Youth Forum</a></span> – un&#8217;organizzazione finanziata dall&#8217;Unione europea, composta da under 35 di tutte le nazionalità europee e guidata tra gli altri da un vicepresidente italiano, il 27enne <strong>Luca Scarpiello</strong> –, è stata presentata al Parlamento europeo sotto l&#8217;occhio vigile e soddisfatto della danese<strong> Emilie Turunen</strong>, la più giovane europarlamentare in carica, che già l&#8217;anno scorso era riuscita a far votare all&#8217;unanimità una risoluzione sulla necessità di proteggere di più i giovani che si affacciano al mondo del lavoro. Pur non avendo pretese di scientificità, perché effettuata su un campione casuale e non rappresentativo, la survey dello EYF  delinea un quadro molto preoccupante. Per proteggere i giovani e dare seguito alla risoluzione del 2010, proprio all&#8217;interno del Parlamento Ue è stata costituita una task force: un gruppo di lavoro che lavora alla stesura di una Carta dei diritti dello stagista europea. Là dove i singoli Stati non riescono ad arrivare per tutelare i propri giovani, dunque, arriverà l&#8217;Europa.</p>
<p><em></em><em>Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2011</em></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.repubblicadeglistagisti.it" target="_blank">www.repubblicadeglistagisti.it</a></span></p>
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		<title>Cervelli in fuga? Andatevene dal Sud</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 07:49:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò Carnimeo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo il desolante rapporto Svimez sul meridione e la sua economia al collasso e, soprattutto, l&#8217;esodo di migliaia di giovani, sulla Gazzetta del Mezzogiorno è stato pubblicato questo editoriale a firma di Lino Patruno che riproduce la lettera di un giovane costretto a fuggire. A commento e risposta ho scritto questa lettera in basso immaginando che venga da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo il desolante <a title="rapporto Svimez" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/29/allarme-disoccupazione-nel-mezzogiorno-al-sud-due-giovani-su-tre-senza-lavoro/148654/" target="_blank">rapporto Svimez</a> sul meridione e la sua economia al collasso e, soprattutto, <strong>l&#8217;esodo di migliaia di giovani</strong>, sulla <em>Gazzetta del Mezzogiorno </em>è stato pubblicato questo <a title="editoriale" href="http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDNotizia=459230&amp;IDCategoria=2682" target="_blank">editoriale</a> a firma di Lino Patruno che riproduce la lettera di un giovane costretto a fuggire. A commento e risposta ho scritto questa lettera in basso immaginando che venga da un ragazzo pugliese che è già all&#8217;estero, provando a fornire un&#8217;altra chiave di lettura a questo fenomeno. Attendo e sono curioso di leggere i vostri commenti.</p>
<p>Se io fossi un giovane del Sud, scriverei  quanto segue:</p>
<p><em>Quello che mi ha spinto a lasciare la mia Puglia (ma qui si può estendere il pensiero a tutto il Meridione) è la consapevolezza di essere non solo cittadino europeo, ma del mondo intero. Qui al Nord da dove scrivo (ma potrebbe essere Est oppure Ovest) ho trovato nuove opportunità, e la mia non è stata una fuga, ma la<strong> ricerca di una nuova identità</strong> che non si può limitare al luogo dove siamo nati. Vivere nella propria terra non è un valore assoluto. </em></p>
<p><em>Certo, il mare e gli ulivi li porto sempre nel cuore, ma più passa il tempo più dove mi trovo i luoghi e le cose acquistano familiarità, e penso che la nostra vera «patria» sia dove si riescono a creare e coltivare gli affetti, dove c’è la capacità di sognare, di trovare una nicchia nella quale sentirsi finalmente <strong>utili e appagati</strong>. L’altrove è una scoperta dura, ma fantastica e ci vuole lo stesso coraggio e determinazione sia a rimanere che a partire, perchè il metro e la misura a cui ci si dovrebbe riferire non è la nostalgia o lo struggersi di una terra lontana, ma le nostre aspirazioni.</em></p>
<p><em>Nelle scelte importanti della vita bisogna comprendere bene cosa si vuole, la <strong>velocità </strong>alla quale si intende vivere. La nostra Puglia è la terra mediterranea della lentezza, è sempre stato così e sempre sarà: se quella è la propensione del nostro animo si deve rimanere qui, ma se la velocità, i nostri desideri e le ambizioni non collimano con l’identità del luogo nel quale ci troviamo, allora bisogna andar via. E senza fare tragedie, ma con la consapevolezza di fare la scelta giusta. </em></p>
<p><em>Per tutti i nostri sogni o ambizioni c’è il luogo adatto dove poterli realizzare e viverli con pienezza. E poi oggi non è più come prima, la <strong>globalizzazione </strong>ha avvicinato e reso più piccolo questo nostro pianeta, non si parte più sui bastimenti, ci sono voli low cost a prezzi appetibili che abbattono le distanze, ci sono i social network con i quali si riesce a stare più vicini ai genitori o agli amici come se si vivesse al portone accanto. </em></p>
<p><em>E se c’è una cosa che oggi i genitori e anche le istituzioni di formazione dovrebbero fare è <strong>aprire la mente </strong>dei giovani a nuove opportunità, incentivare i programmi Erasmus (che consentono di studiare per qualche tempo in Università straniere) gli scambi e la mobilità europea a tutti i livelli, bisogna far comprendere a chi si affaccia alla vita che le prospettive e possibilità di vita sono infinite e non limitate a ciò che abbiamo davanti al naso. </em></p>
<p><em><strong>I cervelli non fuggono</strong> (oggi il termine va molto di moda), trovano semplicemente la possibilità di esprimersi altrove, dove ce n’è più bisogno. E non è vero che se un ricercatore foggiano trova una nuova cura contro il cancro alla Boston University non ne beneficeranno un giorno anche i suoi concittadini. </em></p>
<p><em><strong>L’emigrazione </strong>non è più quella dei nostri nonni, e non deve più essere considerata un disvalore, ma un modo per accrescere e realizzare la propria personalità. Solo con questa nuova consapevolezza si possono davvero aiutare i giovani, continuare a lamentarsi non serve a nulla.</em></p>
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		<title>Vivo all&#8217;estero e sono precari@</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2011 15:48:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>San Precario</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La precarietà è sempre un ottimo argomento per la Tv, che ci tratta sempre immancabilmente allo stesso modo: poveri sfigati che con tre lauree e due master raccontano le loro incredibili storie. Scoop: i precari hanno contratti al limite della fantascienza, non possono comprare casa e a volte vanno persino a lavorare all&#8217;estero per la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La precarietà è sempre un ottimo argomento per la Tv, che ci tratta sempre immancabilmente allo stesso modo: <strong>poveri sfigati</strong> che con tre lauree e due master raccontano le loro incredibili storie. Scoop: i precari hanno contratti al limite della fantascienza, non possono comprare casa e a volte vanno persino a lavorare all&#8217;estero per la <strong>disperazione</strong>. Sai che notizia. Non ha mancato di seguire questo stile Iacona, con la puntata di domenica scorsa di “Presa diretta”, dall’eloquente titolo “<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.presadiretta.rai.it/dl/portali/site/puntata/ContentItem-03cd89b1-7425-4962-9aa0-0f44ac3b62f6.html" target="_blank">Generazione sfruttata</a></span>”.</p>
<p>L’intera trasmissione ripeteva il cliché del “<strong>racconto della sfiga</strong>”: una carrellata di “giovani” (ormai almeno trentenni) precari che raccontano le loro difficoltà a sbarcare il lunario, la sequenza di lavori malpagati a cui sono costretti o il tunnel di stage da cui non riescono a uscire. Storie che conosciamo tutti, e che – viste da questa prospettiva, di sfiga e solitudine –  appaiono senza soluzione. O così o così; tutt’al più ci si può piangere addosso. Il conduttore riservava alla parte finale del programma una ventata di ottimismo: un giretto a Barcellona a trovare alcuni italiani emigrati nella città catalana, dove &#8211; dopo aver trovato un lavoro finalmente stabile e soddisfacente &#8211; hanno potuto finalmente dar vita al sogno italiano:<strong> metter su famiglia</strong>. Che bel quadretto! Peccato che, proprio dalla Spagna, la scorsa primavera, sia partito il movimento degli <strong><em>indignados </em></strong> in risposta alle politiche di austerità del governo Zapatero e della crescente disoccupazione (che ha toccato il 20%). Il movimento si sta rapidamente diffondendo in Europa e in questi giorni è sbarcato anche a <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.adbusters.org/campaigns/occupywallstreet" target="_blank">Wall Street</a></span></strong>. Possibile che Iacona non ne sapesse nulla? Eppure a Barcellona evidentemente non sono tutti felici e contenti.</p>
<p>Sulla mia pagina <a href="http://www.facebook.com/pages/San-Precario/128326730515950" target="_blank">Facebook</a> in queste ore un sacco di <strong>precari che vivono all&#8217;estero</strong> un po&#8217; incazzati per il programma di Iacona stanno raccontando storie di precarietà all&#8217;estero. Perché anche se è vero che in molti settori le cose vanno un po&#8217; meglio, spesso chi se ne va si trova in situazioni magari un po&#8217; migliori, ma non certo idilliache, oltre a dover lasciare i propri affetti e la propria terra per emigrare. Richard mi scrive che “a Barcellona si fa la fame e si salta di precariato in precariato come in Italia, partite iva ecc ecc, giusto si pagano meno tasse e la vita costa meno&#8230;”. Giorgia rincara la dose: “Da italiana all&#8217;estero posso dire che lo stereotipo dell&#8217;italiano all&#8217;estero &#8216;felice e contento&#8217; non corrisponde affatto al reale scoramento di moltissimi di noi&#8230; all&#8217;idea di non poter mai più tornare e nel vedere l&#8217;affanno dei propri amici e famigliari in Italia. E, come i precari in Italia, spesso vorremmo poter provare a rientrare e a lottare in Italia per migliorare le nostre vite e le sorti del paese”.</p>
<p>Forse le cose vanno meglio in altri paesi? Be&#8217; mica per forza: Paolo ci dice che “anche in Gran Bretagna le cose sono uguali: precariato galore (internship e volunteering) o contratti a breve termine (se non quando a settimana) sono la norma; in accademia baroni e portaborse non sono mai mancati e sarà sempre peggio. Molti di noi (emigrati) sono rimasti subalterni e precari, con l&#8217;aggravante di aver lasciato tutto e dover ricominciare sempre tutto daccapo”.</p>
<p>Torniamo in Italia. Maggio 2011: una troupe di <em>Presa Diretta</em> segue per due giorni San Precario all’interno del <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.precaria.org/san-precario-16%C2%B0-personaggio" target="_blank">Salone del Libro di Torino</a></strong></span>. In quell’occasione i lavoratori e le lavoratrici dell’editoria protestavano per le loro condizioni di lavoro e per l’uso indiscriminato di contratti atipici e finte Partite Iva. L’azione ha avuto molto successo, ricevendo la solidarietà delle decine di precari che mandavano avanti la fiera.</p>
<p>Durante quelle giornate la troupe ha filmato tutto e registrato varie interviste, ma di tutto il materiale è andata in onda solo una minima parte: qualche inquadratura fuori contesto e le parti di <strong>interviste più lacrimose</strong>. Non vogliamo qui entrare nel merito delle scelte televisive e del lavoro dei giornalisti di <em>Presa Diretta </em>(molti di loro precarissimi, come sottolineato e testimoniato in prima persona dai giornalisti stessi durante la trasmissione). Ma in quei giorni a Torino, così come in tante altre occasioni, da parte dei precari c’è stato molto altro: il bisogno di scrollarsi di dosso l’immagine avvilente che danno i media della precarietà, la voglia di fare rete e di reagire, di farsi sentire, di contestare le aziende precarizzatrici.</p>
<p>Già perché nelle interviste in Tv raramente si chiede al precario o alla precaria per chi lavori, chi ti sfrutta così, cosa vorresti fare per migliorare la tua situazione? Mai che intervistino qualcuno che ha fatto causa all&#8217;azienda (spessissimo i contratti precari sono illegali) e ha vinto soldi e stabilizzazione. Mi chiedo se i nostri media riusciranno mai a proporre <strong>un’idea diversa della precarietà</strong>, dimostrando come ci si possa autorganizzare e, in molti casi, far valere i propri diritti. Peccato che tutto questo ieri sera non sia andato in onda; avrebbe portato un messaggio di speranza, e non di sconfitta. E non avrebbe alimentato la falsa illusione che all&#8217;estero tutto sia rose e fiori. Ma tu vivi all’estero e vuoi raccontare la tua storia? Scrivimi!</p>
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