<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Vittorio Malagutti</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/vmalagutti/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Fastweb e Telecom alla guerra per appalto pubblico da 500 milioni. Ricorso al Tar</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/24/fastweb-telecom-alla-guerra-appalto-pubblico-milioni-vinto-senza-gara-gruppo-bernabe/240023/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/24/fastweb-telecom-alla-guerra-appalto-pubblico-milioni-vinto-senza-gara-gruppo-bernabe/240023/#comments</comments> <pubDate>Thu, 24 May 2012 08:11:31 +0000</pubDate> <dc:creator>Vittorio Malagutti</dc:creator> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[British Telecom]]></category> <category><![CDATA[Fastweb]]></category> <category><![CDATA[Franco Bernabè]]></category> <category><![CDATA[Telecom]]></category> <category><![CDATA[telecomunicazioni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=240023</guid> <description><![CDATA[È un super appalto che comprende telefonia fissa e mobile, la trasmissione dati e la videosorveglianza, il 113 e perfino i braccialetti elettronici, quelli che dovrebbero servire a sorvegliare i detenuti ai domiciliari. In totale fanno 500 milioni di euro. Paga lo Stato, cioè il ministero dell&#8217;Interno. Chi incassa? Qui viene il bello, perché su questo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>È un super appalto che comprende <strong>telefonia fissa e mobile,</strong> la trasmissione dati e la videosorveglianza, il 113 e perfino i braccialetti elettronici, quelli che dovrebbero servire a sorvegliare i detenuti ai domiciliari. In totale fanno <strong>500 milioni di euro</strong>. Paga lo Stato, cioè il ministero dell&#8217;Interno. Chi incassa? Qui viene il bello, perché su questo contratto se le stanno dando di santa ragione <strong>Telecom Italia</strong> e il concorrente <strong>Fastweb.</strong> La vicenda in verità sarebbe già chiusa, perché il gruppo guidato da <strong>Franco Bernabè</strong> ha siglato l&#8217;intesa con il governo a dicembre del 2011. &#8220;Ma non c&#8217;è stata gara&#8221;, protesta Fastweb, che ha fatto ricorso al <strong>Tar.</strong> Una richiesta di sospensiva è stata respinta il mese scorso, ma oggi è in programma la prima udienza sul merito della questione. La legge europea parla chiaro, protestano gli avvocati di Fastweb. Un appalto pubblico di questi dimensioni, oltre mezzo miliardo di euro, deve essere assegnato con una <strong>gara</strong>. Non solo, di solito un contratto così complesso, con servizi tanto diversi tra loro, viene diviso in lotti. E invece niente. Telecom Italia si è presa tutta la torta. Possibile? Certo che sì, ribattono i legali del ministero dell&#8217;Interno, perché la legge europea prevede che in alcuni casi siano possibili deroghe alle norme sugli appalti.</p><p>Motivi di sicurezza, innanzitutto, visto che molti dei servizi affidati a Telecom incrociano <strong>questioni riservate</strong>. Per non far circolare troppo informazioni coperte da segreto sarebbe quindi più sicuro non cambiare fornitore. Infatti, l&#8217;appalto assegnato negli ultimi giorni del 2011 non è altro che la continuazione di una precedente convenzione con la stessa Telecom. Una convenzione che risale al 2001 ed è scaduta alla fine dell&#8217;anno scorso. A quanto pare, al <strong>ministero della Difesa</strong> la pensano diversamente dai loro colleghi del Viminale, visto che hanno assegnato a Fastweb la telefonia e a <strong>British Telecom</strong> la trasmissione dati.</p><p> C&#8217;è poi un&#8217;altra questione singolare che emerge dalle carte. Il contratto prevede che alla scadenza della convenzione Telecom rientri in possesso di software e altri apparati utilizzati dal ministero. E questo, secondo il dicastero guidato da Anna Maria Cancellieri, sarebbe un altro buon motivo per non cambiare fornitore. Di questo passo, però, Telecom avrà l&#8217;appalto garantito per l&#8217;eternità. Inoltre, dicono quelli di Fastweb, altre aziende pubbliche come le<strong> Poste</strong> si regolano diversamente: gli strumenti passano al cliente. Adesso tocca al Tar decidere e per l&#8217;occasione il ministero degli Interni ha esibito un parere all&#8217;<strong>Avvocatura dello Stato</strong> che nella sostanza ritiene corretta l&#8217;assegnazione senza gara pubblica anche se precisa che per il futuro sarebbe meglio ricorrere a una procedura competitiva. Almeno un capitolo della complessa questione resta però difficile da giustificare.</p><p>Dalle carte ufficiali si scopre che fino al 2018, cioè fino alla scadenza del contatto, il governo spenderà 9 milioni all&#8217;anno per i<strong> braccialetti elettronici</strong> targati Telecom. Anche in questo caso si tratta del rinnovo di una precedente convenzione. Solo che dal 2001 ad oggi i bracciali sono stati indossati da poche decine di detenuti e all&#8217;inizio dell&#8217;anno, i dati disponibili segnalavano solo otto dispositivi in funzione. Adesso il ministero si prepara a ordinarne a Telecom altri 2 mila. Qualcuno li userà?</p><p><strong><em>Dal il Fatto Quotidiano del 24 maggio 2012</em></strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/24/fastweb-telecom-alla-guerra-appalto-pubblico-milioni-vinto-senza-gara-gruppo-bernabe/240023/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Francoforte blindata contro la marcia Occupy</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/20/francoforte-blindata-contro-marcia-occupy/235423/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/20/francoforte-blindata-contro-marcia-occupy/235423/#comments</comments> <pubDate>Sun, 20 May 2012 08:58:27 +0000</pubDate> <dc:creator>Vittorio Malagutti</dc:creator> <category><![CDATA[I nostri video]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Videogallery]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[blockupy frankfurt]]></category> <category><![CDATA[Deutsche Bank]]></category> <category><![CDATA[eurotower]]></category> <category><![CDATA[Francoforte]]></category> <category><![CDATA[Linke]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=235423</guid> <description><![CDATA[Occupy Frankfurt? Bè, insomma, mica facile. Con 5 mila poliziotti che da tre giorni presidiano il centro della capitale finanziaria d&#8217;Europa e qualche chilometro di transenne per isolare i cosiddetti obiettivi sensibili, a cominciare dalla sede della Bce, diventa un&#8217;impresa complicata far sentire le ragioni della protesta contro il potere delle banche. Eppure ieri, nell&#8217;unica...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Occupy Frankfurt? Bè, insomma, mica facile. Con <strong>5 mila poliziotti</strong> che da tre giorni presidiano il centro della <strong>capitale finanziaria d&#8217;Europ</strong>a e qualche chilometro di transenne per isolare i cosiddetti obiettivi sensibili, a cominciare dalla sede della <strong>Bce</strong>, diventa un&#8217;impresa complicata far sentire le ragioni della protesta contro il potere delle banche. Eppure ieri, nell&#8217;unica manifestazione consentita dalle autorità locali, un corteo pacifico e allegro ha portato gli slogan degli indignati nel santuario del capitalismo tedesco, ai piedi dei colossali grattacieli della <strong>Deutsche bank</strong> e della <strong>Commerzbank</strong>, poco distante dall&#8217;<strong>Eurotower</strong>, che ospita gli uffici della Banca centrale europea. “Siamo qui per protestare contro il saccheggio della nostra società”, si sgolava uno degli speaker della manifestazione. E poi via con gli slogan contro il “capitalismo che affama” e la finanza che “stritola la democrazia”.</p><p><iframe width="640" height="460" src="http://www.youtube.com/embed/abPwxPfD688" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p><p>Va detto però che l&#8217;appello lanciato da una miriade di sigle della sinistra tedesca, dalla <strong>Linke</strong> fino ai <strong>centri</strong> <strong>sociali</strong>, ha raccolto meno adesioni di quanto ci si aspettasse alla vigilia. I dimostranti erano circa 25 mila, secondo gli organizzatori. “Poco più della metà”, spiegano fonti della polizia. Comunque sia andata (a occhio nel corteo c&#8217;erano meno 20 mila persone) queste cifre restano lontane dalle 40 mila presenze annunciate nei giorni scorsi dai promotori. C&#8217;erano i tedeschi, uniti nella coalizione battezzata <strong>Blockupy Frankfurt</strong>. Mancava il resto d&#8217;Europa. I più numerosi erano di gran lunga gli italiani, almeno 500, quasi tutti giovani e giovanissimi, in buona parte veneti, coalizzati sotto le insegne di <strong>Rise up</strong> (Rising Italy for social Europe). Il resto del Continente però se n&#8217;è rimasto a casa. Pochi i <strong>francesi</strong>, pochissimi gli <strong>spagnoli</strong>. Qua e là sventolava qualche bandiera della <strong>Grecia</strong>, luogo simbolo della lotta contro l&#8217;austerità imposta dalle banche. “La mia grossa grassa solidarietà greca”, recitava un cartello parafrasando il titolo di un film.</p><p>Alla fine però, una manifestazione presentata come europea, “international solidaritat” cantavano i dimostranti, si è trasformata in un <strong>corteo tedesco al 90 per cento</strong>. E qui le spiegazioni possono essere di due tipi. C&#8217;è chi vede una certa stanchezza del movimento &#8220;Occupy&#8221;, che pure ha meno di due anni di vita. Un movimento che fatica a sfondare fuori dalla cerchia dei movimenti giovanili e studenteschi. Se fosse vero sarebbe un esito paradossale: il sostegno diminuisce proprio quando i danni causati dalle politiche rigoriste diventano più evidenti in tutta Europa. Un&#8217;altra possibile spiegazione è invece più contingente, riguarda il contesto in cui la manifestazione di ieri si è svolta ed è stata organizzata. Tra mercoledì e venerdì gli organizzatori avevano programmato una serie di azioni simboliche per bloccare e occupare, da qui <strong>Blockupy</strong>, i luoghi simbolo del potere finanziario europeo.</p><p>Le autorità di <strong>Francoforte</strong>, e cioè il borgomastro <strong>Petra</strong> <strong>Roth</strong> (democristiana come Angela Merkel) hanno vietato tutto. Per tre giorni i giovani del movimento non hanno potuto avvicinarsi al distretto finanziario. Tutto chiuso. <a href="http://tv.ilfattoquotidiano.it/2012/05/16/blockupy-sgomberato-presidio/197513/">È stato impossibile accamparsi nel giardino di fronte alla Bce, come i manifestanti speravano di fare</a>. Fino alla dimostrazione di ieri, i pochi tentativi di sfondare i blocchi sono stati neutralizzati con fermezza, ma <strong>senza violenza </strong>dalla polizia.</p><p>Nella sola giornata di venerdì sono state <strong>fermate e identificate 400 persone</strong>. Se questo era il clima della vigilia è facile pensare che molti potenziali partecipanti abbiano preferito lasciar perdere proprio per la difficoltà oggettiva di organizzare alcunché. Tanto rigore, una esibizione di muscoli che finisce per comprimere i <strong>diritti civili</strong>, ha lasciato interdetti molti tedeschi, anche schierati su posizioni lontane da quelle del movimento.</p><p>E così ieri, nel giorno della manifestazione autorizzata, gli unici a occupare davvero qualcosa sono stati i poliziotti che hanno preso possesso della città. Arrivati da tutta la <strong>Germania</strong>, gli agenti si sono schierati a migliaia lungo il percorso del corteo, che si è snodato in una sorta di circonvallazione attorno al distretto finanziario. Un gruppo di qualche decina di incappucciati è stato letteralmente sigillato all&#8217;interno del serpentone da uno schieramento di agenti. In quattro ore di dimostrazione, tra mezzogiorno e le quattro di un afoso pomeriggio, non c&#8217;è stato un solo incidente. Canti, cori, slogan e tanta musica. </p><p>Fine corteo in pieno centro, nei giardini a pochi passi dal grattacielo della Deutsche bank. E gli unici che hanno avuto bisogno del medico sono stati alcuni poliziotti, cotti dal caldo anomalo di Francoforte nella loro pesante armatura da <strong>robocop</strong>. Rischi del mestiere.  </p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/20/francoforte-blindata-contro-marcia-occupy/235423/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Lugano addio: il paradiso fiscale più forte d&#8217;Europa è finito sotto assedio</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/12/lugano-addio-paradiso-fiscale-forte-deuropa-sotto-assedio/227305/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/12/lugano-addio-paradiso-fiscale-forte-deuropa-sotto-assedio/227305/#comments</comments> <pubDate>Sat, 12 May 2012 16:50:57 +0000</pubDate> <dc:creator>Vittorio Malagutti</dc:creator> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Banche]]></category> <category><![CDATA[evasione fiscale]]></category> <category><![CDATA[eveline widmer-schlumpf]]></category> <category><![CDATA[jean ziegler]]></category> <category><![CDATA[paradiso fiscale]]></category> <category><![CDATA[Svizzera]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=227305</guid> <description><![CDATA[&#8220;Sentito che cosa ha detto quella? Qui è finita per tutti. È solo questione di tempo, qualche anno, e poi ci costringono a chiudere bottega. La Svizzera intera può chiudere bottega”. Il cielo cupo sopra Lugano in una domenica di pioggia ispira pensieri tristi, ma il banchiere che si fuma l&#8217;ennesima sigaretta seduto a un...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Sentito che cosa ha detto quella? Qui è finita per tutti. È solo questione di tempo, qualche anno, e poi ci costringono a chiudere bottega. La <strong>Svizzera</strong> intera può chiudere bottega”. Il cielo cupo sopra Lugano in una domenica di pioggia ispira pensieri tristi, ma il banchiere che si fuma l&#8217;ennesima sigaretta seduto a un tavolo con vista lago non ha l&#8217;aria, e neppure il curriculum, dell&#8217;uomo sentimentale. Se la prende con una donna, la maledice senza neppure nominarla.</p><p>La signora in questione si chiama <strong>Eveline Widmer-Schlumpf</strong> e siede al governo di Berna come presidente e responsabile delle Finanze. È lei, ormai, il nemico numero uno dei banchieri. La ministra svende agli stranieri il futuro della <strong>Confederazione</strong>, questa l&#8217;accusa. Peggio: si è arresa senza combattere di fronte alle pressioni di americani, tedeschi, inglesi, perfino degli italiani, tutti impegnati a dare la caccia al denaro nero degli evasori fiscali nascosto nelle banche elvetiche. Finanza contro politica, mai visto nulla di simile da queste parti, in un Paese che ha sempre visto il governo allinearsi scrupolosamente alle direttive dei signori del denaro. Per la prima volta l’esecutivo di Berna ha osato mettere in discussione il tabù nazionale, l&#8217;inviolabile segreto bancario su cui il Paese degli orologi a cucù e del cioccolato ha costruito la sua enorme ricchezza. “La Svizzera lava più bianco”, accusava più di vent&#8217;anni fa il sociologo ginevrino<strong> Jean Ziegler</strong> in un libro che faceva a pezzi la casta del potere elvetico, complice di un colossale sistema di riciclaggio.</p><p><strong><span style="color: #ff000a;">Le nuove paure</span></strong></p><p>I tempi cambiano. La Svizzera adesso ha paura. Gli Stati Uniti e l&#8217;Europa, travolti da una crisi economica senza precedenti, non possono più permettersi di ignorare il tesoro accumulato nei forzieri di Zurigo, Ginevra e Lugano da milioni di evasori fiscali. Mentre i tagli in bilancio massacrano il welfare, i governi devono dare un segnale d&#8217;impegno anche sul fronte delle entrate. E visto che le tasse, nuove e vecchie, finiscono per massacrare i soliti noti, che c&#8217;è di meglio di una crociata contro i santuari dell&#8217;evasione fiscale? A Berna hanno capito il messaggio.</p><p>“Il dovere di diligenza dei banchieri va esteso per evitare che giungano nei nostri istituti di credito fondi stranieri non dichiarati al fisco”. Ecco, testuali, le parole della ministra Widmer-Schlumpf che tre mesi fa hanno acceso le polemiche. Se una simile riforma andasse in porto sarebbe una mezza rivoluzione. Adesso i banchieri hanno il dovere di fare ogni accertamento possibile sulla provenienza del denaro depositato dal cliente. Se c’è il sospetto che i soldi siano il frutto di attività criminale allora scatta l&#8217;obbligo di denuncia all&#8217;autorità anti-riciclaggio. Il governo di Berna, questa la novità, vorrebbe che le verifiche del funzionario di banca fossero estese anche alle questioni fiscali. Non pagare le tasse diventa un crimine e quindi il cliente sospetto evasore va denunciato, proprio come il riciclatore del denaro della droga. E se un Paese straniero dovesse chiedere assistenza in un&#8217;indagine, anche amministrativa, su una presunta evasione tributaria, la banca svizzera sarebbe obbligata a fornire le informazioni richieste.</p><p><strong><span style="color: #ff000a;">Sempre meno segreti</span></strong></p><p>Gli ambienti finanziari protestano: fin qui le questioni fiscali erano al riparo da qualsiasi indagine. Il segreto bancario copriva tutto. “Va a finire che ci tocca chiedere la dichiarazione dei redditi ai clienti”, esagera il banchiere ginevrino. I politici però insistono. Il governo di Berna, ha pubblicato un documento, una trentina di pagine, intitolato “Strategie per una piazza finanziaria competitiva e conforme alle leggi fiscali”. É la “Weissgeldstrategie”, la strategia del denaro bianco che serve a tagliare i ponti, almeno a parole, con un passato imbarazzante. Buoni propositi, niente di più. Ma le ipotesi di riforma su una materia tanto delicata hanno mandato in bestia i banchieri. Sentite che cosa ha detto, una decina di giorni fa, il ticinese <strong>Sergio Ermotti</strong>, l&#8217;ex braccio destro di <strong>Alessandro Profumo </strong>all&#8217;Unicredit approdato l&#8217;anno scorso sulla poltrona di numero uno di Ubs, colosso del credito elvetico: “Gli attacchi al segreto bancario non sono altro che una guerra economica”, ha dichiarato Ermotti al giornale zurighese <em>SonntagsZeitung</em>.</p><p>“Questa guerra mira a indebolire la piazza finanziaria elvetica per favorire i nostri con-correnti” ha aggiunto il capo di Ubs. Insomma, il mondo intero trama per svaligiare i forzieri svizzeri. La posta in gioco è colossale. Si calcola che le 320 banche della Confederazione gestiscano patrimoni per oltre 4.500 miliardi di euro. Più della metà di questo tesoro proviene da Paesi stranieri. La sola Italia avrebbe contribuito con 150 miliardi. Una stima per difetto, probabilmente. I banchieri temono che la semplice possibilità di un accordo sulla tassazione dei capitali esportati illegalmente sia sufficiente a mettere in fuga buona parte dei clienti. E questo sarebbe un problema serio per un&#8217;economia come quella elvetica in cui il settore finanziario produce oltre il 10 per cento del valore aggiunto complessivo.</p><p><span style="color: #ff000a;"><strong>La crisi oltre la finanza</strong></span></p><p>La Svizzera però non è solo finanza. Nel territorio della Confederazione hanno sede migliaia di imprese che fanno business con l&#8217;Europa. E allora bisogna mantenere buoni rapporti con i Paesi vicini, altrimenti rischia di affondare l&#8217;economia, in gran parte orientata all&#8217;export.</p><p>Quando era ministro dell&#8217;Economia, <strong>Giulio Tremonti</strong> ha fatto in modo che la Svizzera venisse inserita nella black list dei Paesi non collaborativi in materia fiscale, tipo Cayman e Bahamas. Questa decisione ha creato enormi problemi alle aziende svizzere che lavorano con l&#8217;Italia. Per questo Berna non può fare a meno di inviare segnali distensivi. Che cosa succederebbe, per dire, se Londra sospendesse l&#8217;autorizzazione delle banche elvetiche a lavorare nella City? Nasce con queste premesse il negoziato per i nuovi trattati fiscali con Germania e Inghilterra. <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/30/nelle-banche-svizzere-cinquanta-miliardi-monti-vuole/213260/" target="_blank">E anche il governo di <strong>Mario Monti</strong> adesso ha imboccato la stessa strada.</a></p><p><span style="color: #ff000a;"><strong>Il conto agli evasori</strong></span></p><p>Una multa pesante, fino al 44 per cento della somma esportata illegalmente, e la promessa di pagare le tasse in futuro. Sono questi gli ingredienti del colpo di spugna per i furboni del fisco. Un regalo agli evasori, protesta l&#8217;opposizione socialdemocratica tedesca. E anche in Gran Bretagna l&#8217;accordo, deve ancora essere ratificato dal Parlamento. In Italia la trattativa con Berna ripartirà il 24 maggio, come annunciato mercoledì da una nota dei due governi. Trovare l’accordo non sarà facile. A meno che non siano gli svizzeri a mandare tutto a monte. L&#8217;Udc, il partito nazionalista di <strong>Cristoph Blocher</strong> minaccia di promuovere un referendum per bloccare i negoziati. I banchieri approvano.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/12/lugano-addio-paradiso-fiscale-forte-deuropa-sotto-assedio/227305/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Fisco, la caccia grossa degli Stati Uniti: così scovano le banche che non collaborano</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/12/cosi-piegano-banche-collaborano-fisco/227779/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/12/cosi-piegano-banche-collaborano-fisco/227779/#comments</comments> <pubDate>Sat, 12 May 2012 16:28:32 +0000</pubDate> <dc:creator>Vittorio Malagutti</dc:creator> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[evasione fiscale]]></category> <category><![CDATA[fisco]]></category> <category><![CDATA[raiffeisen]]></category> <category><![CDATA[Stati Uniti]]></category> <category><![CDATA[Svizzera]]></category> <category><![CDATA[Ubs]]></category> <category><![CDATA[wegelin]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=227779</guid> <description><![CDATA[Chiamatela, se volete, la cura americana. Serve a guarire le banche svizzere dal deprecabile vizio di fare ponti d’oro agli evasori fiscali col passaporto Usa. È un metodo spiccio, ma si è rivelato efficace, almeno finora. Prendiamo un caso concreto, giusto per dare un’idea di come funziona l’american way. La Banca Wegelin, istituto di media...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Chiamatela, se volete, la cura americana. Serve a guarire le banche svizzere dal deprecabile vizio di fare ponti d’oro agli evasori fiscali col passaporto Usa. È un metodo spiccio, ma si è rivelato efficace, almeno finora. Prendiamo un caso concreto, giusto per dare un’idea di come funziona l’<em>american way</em>.</p><p>La <strong>Banca Wegelin</strong>, istituto di media grandezza con base a San Gallo cresceva da anni a tutta velocità grazie al doping dei clienti americani. Tutti evasori, o quasi. Gente che aveva pensato bene di chiudere il conto all’<strong>Ubs</strong>, finita nel mirino delle autorità statunitensi, e trasferire il denaro nella meno esposta Wegelin.</p><p>La reazione di <strong>Washington</strong> è stata pesantissima. A gennaio tre funzionari della banca svizzera sono stati formalmente incriminati da un tribunale di Manhattan con l’accusa di aver aiutato una settantina di cittadini americani a nascondere al fisco 1,2 miliardi di dollari in Liechtenstein, a Panama e Hong Kong. Erano tutti ex clienti Ubs covinti dai tre funzionari a passare alla Wegelin considerata al riparo dalla reazione Usa perchè non ha uffici sul territorio americano. I banchieri avevano sbagliato i loro calcoli. La Giustizia Usa si è mossa comunque, bloccando i tre collaboratori della Wegelin di passaggio sul territorio americano. A febbraio la banca è stata formalmente incriminata dal Dipartimento della Giustizia di Washington per aver facilitato una colossale evasione fiscale. Il colpo è stato pesantissimo.</p><p>Alla fine l’istituto sotto accusa ha dovuto alzare bandiera bianca. Nel senso che, per effetto anche delle pressioni del governo Berna, ansioso di chiudere l’incidente con gli americani, la Wegelin ha preferito cedere tutte le attività a un’altra banca elvetica, la <strong>Raiffeisen</strong>.</p><p>Questo però è solo l’ultimo episodio, il più clamoroso, di un conflitto ancora in pieno svolgimento. Sono almeno 11 gli istituti svizzeri che stanno trattando con gli Stati Uniti per chiudere contenziosi in materia fiscale. L’Ubs, la più grande banca elvetica, ha chiuso le sue pendenze nel 2009 pagando una multa di 780 milioni di dollari, più di un miliardo di euro. Ma il guaio peggiore, per l’istituto, è un altro. Già, perché nel 2010 il governo svizzero ha siglato un accordo con Washington per consegnare al fisco Usa una lista di 4.500 evasori americani con un conto all’Ubs. Intanto altri grandi nomi del mondo finanziario svizzero, come il<strong> Crédit Suisse</strong> e la banca <strong>Julius Baer</strong>, stanno cercando di chiudere il contenzioso con gli Usa.</p><p>Nei giorni scorsi è circolata la voce che anche <strong>Pictet &amp; Cie</strong>, il grande istituto ginevrino specializzato nella gestione di patrimoni, sarebbe al centro di una nuova indagine. Di processo in processo l’assedio americano potrebbe continuare ancora a lungo. Almeno fino a quando Washington non avrà raggiunto l’obiettivo finale della sua offensiva. E cioè la consegna al Fisco Usa dell’elenco completo di tutti i clienti statunitensi delle banche svizzere con un deposito superiore ai 50mila dollari. Questo è quanto prevede una legge americana, il Facta, una sigla che sta per Foreign account tax compliance act. Questa norma sarebbe la pietra tombale sul segreto bancario. E sugli affari della finanza svizzera.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/12/cosi-piegano-banche-collaborano-fisco/227779/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Dopo la crisi anche i guai per il formigonismo Tremano 30mila imprese sotto l&#8217;ombrello Cl</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/21/dopo-crisi-anche-guai-formigonismo-timori-delle-30mila-imprese-sotto-lombrello/206127/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/21/dopo-crisi-anche-guai-formigonismo-timori-delle-30mila-imprese-sotto-lombrello/206127/#comments</comments> <pubDate>Sat, 21 Apr 2012 08:09:26 +0000</pubDate> <dc:creator>Vittorio Malagutti</dc:creator> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[angelo abbondio]]></category> <category><![CDATA[Antonio Intiglietta]]></category> <category><![CDATA[Bersani]]></category> <category><![CDATA[claudio artusi]]></category> <category><![CDATA[Comunione e liberazione]]></category> <category><![CDATA[corrado passera]]></category> <category><![CDATA[don Luigi Giussani]]></category> <category><![CDATA[Ferruccio Pinotti]]></category> <category><![CDATA[Formigoni]]></category> <category><![CDATA[Giuseppe Guzzetti]]></category> <category><![CDATA[Graziano tarantini]]></category> <category><![CDATA[luigi roth]]></category> <category><![CDATA[Maurizio Lupi]]></category> <category><![CDATA[paolo fumagalli]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=206127</guid> <description><![CDATA[Prima il terremoto della crisi. Appalti e commesse che crollano. Le banche che non fanno credito. Lo Stato che non paga più. E adesso il sole che si oscura. Il sole si chiama Roberto Formigoni, da 17 anni governatore padrone della Lombardia, il motore più potente dell&#8217;economia nazionale. È lui, il celeste, il punto di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/meeting-comunione-e-liberazione-interna.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-206132" title="meeting-comunione-e-liberazione interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/meeting-comunione-e-liberazione-interna.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>Prima il terremoto della crisi. Appalti e commesse che crollano. Le banche che non fanno credito. Lo Stato che non paga più. E adesso il sole che si oscura. Il sole si chiama <strong>Roberto Formigoni</strong>, da 17 anni governatore padrone della Lombardia, il motore più potente dell&#8217;economia nazionale. È lui, il celeste, il punto di riferimento per migliaia di imprenditori, artigiani professionisti, soprattutto piccoli e piccolissimi, che hanno scelto l&#8217;ombrello della Compagnia delle Opere per darsi una mano e mettersi al riparo dagli alti e bassi della congiuntura.</p><p>Sono tanti, tantissimi, oltre 30 mila imprese e un migliaio di enti no profit, per il 70 per cento concentrate al Nord e soprattutto in Lombardia, con un giro d&#8217;affari globale nell&#8217;ordine dei miliardi di euro. Numeri ufficiosi, perché un censimento esatto non è mai stato fatto. È la macchina di <strong>Comunione e fatturazione</strong>, per dirla con un gioco di parole che dice tutto e anche di più. Perché se un esercito di onesti militanti del movimento fondato da <strong>don Luigi Giussani</strong> assiste attonita e scandalizzata allo spettacolo del governatore che si trastulla allegramente tra yacht e faccendieri, d&#8217;altra parte lo smarrimento si diffonde anche tra le file degli imprenditori ciellini, o sedicenti tali.</p><p>È vero che la Compagnia delle Opere, una sorta di Confindustria nata in seno al movimento ecclesiale, si è creata per tempo entrature e appoggi anche in altri ambienti. Basti pensare, come racconta <strong>Ferruccio Pinotti</strong> nel suo libro <em>La lobby di Dio</em> (Chiarelettere), alla reciproca simpatia sbocciata nei confronti del segretario del Pd <strong>Pier Luigi Bersani</strong> o l&#8217;alleanza sotterranea con il mondo delle coop rosse. Il motore di tutto, però, resta sempre lo stesso: l&#8217;apparato di potere, cioè di poltrone, incarichi e clientele varie, che i politici ciellini hanno da sempre assicurato a imprenditori, banchieri e funzionari con il distintivo dei seguaci di <strong>don Giussani</strong>.</p><p>Il formigonismo è la massima espressione di questo sistema. E adesso che il celeste arranca, un misto di delusione, angoscia e smarrimento si insinua tra le fila dei militanti, quelli sinceri e gli opportunisti. Tra i primi vanno annoverati le migliaia di imprenditori del no profit e del volontariato, gente che impegna a fare del bene e assiste attonita alle peripezie, e alle acrobazie, del governatore. Poi c&#8217;è la razza padrona il salsa ciellina. Sono loro che si sentono mancare la terra sotto i piedi e forse incominciano a pensare che sarebbe meglio per tutti se Roberto facesse un passo indietro. In pubblico nessuno parla, nessuno si espone, ma tutti si chiedono quanto potrà durare e quali danni potrà fare l&#8217;indecente spettacolo in questi giorni finito sotto gli occhi di tutti. E per fortuna che la Lega, l&#8217;unica che negli ultimi anni aveva saputo insidiare alcune roccaforti dei formigoniani (nella sanità, nelle aziende pubbliche regionali), non è proprio in condizioni di partire all&#8217;attacco. Magra consolazione, però. E allora trema, la razza predona ciellina.</p><p>Tremano innanzitutto le aziende che da anni sguazzano nel fiume di denaro che ha inondato il sistema sanitario lombardo, sistema efficientissimo, per carità, come ripete sempre Formigoni. Poi c&#8217;è il network del potere vero, quello che comprende banche e grandi aziende. Il mattone innanzitutto con aziende di costruzioni targate Compagnie delle Opere, come il consorzio veneto Consta o la Montagna.</p><p>Viaggia a tutta velocità anche una macchina da soldi (e di appalti) come la Fiera di Milano, una galassia di società da sempre presidiata da ciellini doc come <strong>Antonio Intiglietta</strong> e il deputato Pdl, <strong>Maurizio Lupi</strong>, amministratore delegato di Fiera Milano congressi. Lupi, per la verità, sembra tutt&#8217;altro che affranto dalle disavventure di Formigoni, lui che da sempre ne soffre l&#8217;esuberanza. Un ex manager della Fiera è anche <strong>Claudio Artusi</strong>, a capo di Citylife, il più ambizioso progetto immobiliare milanese, tra grattacieli e palazzi da archistar. E anche un manager di lungo corso di simpatie cielline come <strong>Luigi Roth</strong>, ora a caccia di una poltrona, è transitato dal vertice della Fondazione Fiera.</p><p>Resta rampantissimo, anche se da qualche tempo un po&#8217; in ribasso , l&#8217;avvocato <strong>Graziano Tarantini</strong>, classe 1960, fondatore della Compagnia delle Opere a Brescia, fino a pochi mesi fa vicepresidente della Popolare di Milano e presidente in carica dell&#8217;azienda energetica A2A, in condominio tra i comuni di Milano e di Brescia. La scalata di <strong>Paolo Fumagalli</strong>, 52 anni, un altro avvocato ciellino, socio di studio di Tarantini, l&#8217;ha portato invece fino al collegio sindaca-le del&#8217;Eni e a quello della Cassa depositi e prestiti. Due poltrone eccellenti a cui Fumagalli associa alcuni incarichi nel gruppo Intesa, di cui in passato è stato consigliere. Proprio Intesa è considerato l&#8217;istituto di credito che da sempre ha riservato più attenzioni alla Compagnia delle opere. Con l&#8217;ex numero uno del gruppo bancario, l&#8217;attuale ministro <strong>Corrado Passera</strong> che nel recente passato aveva a più riprese cercato, in diverse uscite pubbliche, il sostegno dei ciellini. Azionista forte di Intesa è la Fondazione Cariplo dove in quota Cl troviamo il finanziere <strong>Angelo Abbondio</strong>. Nei prossimi mesi si apriranno i giochi per il rinnovo dei vertici della grande fondazione bancaria nel 2013 e molti pronosticavano un assalto dei ciellini alle posizioni del presidente <strong>Giuseppe Guzzetti</strong>. Ma con i tempi che corrono, il vecchio democristiano Guzzetti può stare tranquillo.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/21/dopo-crisi-anche-guai-formigonismo-timori-delle-30mila-imprese-sotto-lombrello/206127/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Eni-Enel: bollette più care per i contribuenti, ma super aumento di stipendio per i capi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/08/eni-enel-bollette-pi-care-e-per-i-capi-aumenta-lo-stipendio/203093/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/08/eni-enel-bollette-pi-care-e-per-i-capi-aumenta-lo-stipendio/203093/#comments</comments> <pubDate>Sun, 08 Apr 2012 01:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Vittorio Malagutti</dc:creator> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[aumento]]></category> <category><![CDATA[Berlusconi]]></category> <category><![CDATA[bilanci]]></category> <category><![CDATA[conti]]></category> <category><![CDATA[descalzi]]></category> <category><![CDATA[dispenza]]></category> <category><![CDATA[Enel]]></category> <category><![CDATA[Eni]]></category> <category><![CDATA[fanelli]]></category> <category><![CDATA[Gnudi]]></category> <category><![CDATA[indennità]]></category> <category><![CDATA[manager]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[Poli]]></category> <category><![CDATA[recchi]]></category> <category><![CDATA[Scaroni]]></category> <category><![CDATA[stipendio]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/08/eni-enel-bollette-pi-care-e-per-i-capi-aumenta-lo-stipendio/203093/</guid> <description><![CDATA[L&#8217;energia costa sempre di più? La benzina aumenta e il gasolio pure? La bolletta della luce prende il volo? Peggio per voi che dovete pagare. E peggio ancora vi sentirete nell&#8217;apprendere che nel 2011 i due super manager che guidano Eni ed Enel hanno visto aumentare alla grande i loro già elevatissimi stipendi. Paolo Scaroni,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_203190" class="wp-caption alignleft" style="width: 305px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/conti_scaroni_interna.jpg?47e3a5"><img class="size-full wp-image-203190" title="conti_scaroni_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/conti_scaroni_interna.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a><p class="wp-caption-text">Fulvio Conti e Paolo Scaroni, rispettivamente &#39;guide&#39; di Enel ed Eni</p></div><p>L&#8217;energia costa sempre di più? La benzina aumenta e il gasolio pure? La bolletta della luce prende il volo? Peggio per voi che dovete pagare. E peggio ancora vi sentirete nell&#8217;apprendere che nel 2011 i due super manager che guidano <strong>Eni </strong>ed <strong>Enel</strong> hanno visto aumentare alla grande i loro già elevatissimi stipendi. <strong>Paolo Scaroni</strong>, il gran capo del cane a sei zampe, l&#8217;anno scorso ha ricevuto compensi per un totale di oltre 5,8 milioni, il 30 per cento in più del 2010. Il suo collega <strong>Fulvio Conti</strong>, amministratore delegato dell&#8217;azienda elettrica, si è invece accontentato (si fa per dire) di 4,37 milioni, con un balzo del 40 per cento circa rispetto a quanto, dedotte alcune voci di competenza dell&#8217;anno precedente, gli era stato accordato nel 2010.</p><p>Insomma, ai piani alti di Eni ed Enel, entrambe a <strong>controllo pubblico</strong>, la crisi proprio non si sente. Scaroni e Conti festeggiano due volte. L&#8217;anno scorso il governo di <strong>Silvio Berlusconi </strong>li ha riconfermati in carica fino al 2014. E poi, <em>ad abundantiam</em>, hanno ricevuto una busta paga di gran lunga più pesante d quella del 2010. Del resto, anche gli amministratori che hanno fatto le valigie non hanno davvero motivo di lamentarsi. Prendiamo<strong> Roberto Poli</strong>, il commercialista di provata fede berlusconiana che giusto 12 mesi fa è stato sostituito da <strong>Giuseppe Recchi </strong>sulla poltrona di presidente dell&#8217;Eni. Poli ha ricevuto 262 mila euro per quattro mesi di lavoro (gennaio-aprile 2011), a cui va aggiunto un bonus di 375 mila euro. Infine, il consiglio di amministrazione ha deciso di elargire al presidente uscente un altro milione sotto forma di &#8220;compenso straordinario&#8221;. Un premio, si legge nelle carte ufficiali, per &#8220;il significativo apporto professionale profuso nella realizzazione degli obiettivi aziendali&#8221;. Morale della storia: l&#8217;addio di Poli all&#8217;Eni è stato addolcito da una buonuscita di 1,63 milioni di euro.</p><p>Anche <strong>Piero Gnudi</strong>, passato dalla poltrona di presidente dell&#8217;Enel a quella di ministro al Turismo, Sport e Affari regionali nel governo di <strong>Mario Monti</strong>, ha preso il largo con tanto di ricco premio e buonuscita. Il commercialista bolognese, che ha lasciato l&#8217;incarico a fine aprile del 2011, ha ricevuto 490 mila euro di bonus che si sommano ai 233 mila euro di stipendio per quattro mesi. Niente &#8220;compenso straordinario&#8221; per Gnudi, che ha comunque incassato 337 mila euro come &#8220;<strong>indennità </strong>di fine carica&#8221;. Tutto regolare, tutto messo nero su bianco in documenti <em>ad hoc</em> votati e approvati dai rispettivi consigli di amministrazione sulla base di criteri determinati dagli stessi consiglieri.</p><p>Le stesse carte rivelano anche gli stipendi dei super dirigenti, quelli che vengono definiti manager &#8220;con responsabilità strategiche&#8221;. Insomma, il top della <strong>gerarchia aziendale</strong>. E così si scopre che all&#8217;Enel, questa pattuglia di capi, 17 persone in tutto, l&#8217;anno scorso si sono portati a casa, in totale, quasi 20 milioni di euro. Nel 2010 era andata peggio: i loro stipendi, sommati insieme, non arrivavano a 13 milioni. L&#8217;aumento in busta supera quindi il 50 per cento nel giro di 12 mesi. Per l&#8217;Eni si può fare riferimento ai tre direttori generali <strong>Claudio Descalzi</strong>, <strong>Domenico Dispenza</strong> e <strong>Angelo Fanelli</strong>. Nel 2010 avevano guadagnato, in totale, 4,2 milioni. L&#8217;anno scorso è andata decisamente meglio: i loro stipendi sono arrivati, complessivamente, fino a 5,6 milioni, con una crescita del 30 per cento. Bilanci alla mano, quindi, è festa grande per tutti. Aumentano i compensi dei capiazienda Scaroni e Conti, così come le retribuzioni della prima linea dei manager.</p><p>La musica cambia se invece si vanno a guardare i <strong>risultati aziendali</strong>, i numeri di bilancio a cui, almeno in teoria, dovrebbe essere legati i compensi di dirigenti e amministratori. L&#8217;<strong>Eni</strong>, per dire, nel 2011 sono ha chiuso un bilancio con utili in aumento. La crescita dei profitti però si è fermata al 9 per cento, quindi di gran lunga inferiore all&#8217;incremento in busta paga del numero uno Scaroni. All&#8217;<strong>Enel</strong> è andata ancora peggio. Il gruppo guidato da Conti si è messo alle spalle un esercizio non esattamente brillante, con profitti in calo del 5 per cento. Utili in calo quindi, al contrario dei compensi dell&#8217;amministratore delegato <strong>Conti </strong>saliti del 40 per cento e di quelli del gruppo di dirigenti di vertice, pure questi in netto aumento.</p><p>Chissà che cosa ne pensano i soci del<strong> gruppo elettrico</strong>, che da molti mesi ormai vedono calare il prezzo delle loro azioni. Giusto un anno fa i titoli dell&#8217;Enel viaggiavano intorno a quota 4,8 euro. Adesso invece vivacchiano sui 2,6 euro. Una perdita secca di oltre il 40 per cento nel giro di 12 mesi. Peggio dell&#8217;indice di <strong>Borsa </strong>che nello stesso periodo è arretrato del 30 per cento circa. All&#8217;Eni invece le <strong>quotazioni </strong>hanno aperto il paracadute. Dopo essere precipitato ai minimi da molti anni a questa parte, il titolo del gruppo petrolifero ha ripreso quota fino a tornare sugli stessi livelli di inizio 2011. Niente di esaltante, ma con l&#8217;aria che tirava in Borsa l&#8217;anno scorso ai soci poteva andare molto peggio. Scaroni e Conti, invece, potevano stare tranquilli. Per loro era pronto l&#8217;aumento di <strong>stipendio</strong>.</p><p><strong><em>da Il Fatto Quotidiano dell&#8217;8 aprile 2012</em></strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/08/eni-enel-bollette-pi-care-e-per-i-capi-aumenta-lo-stipendio/203093/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>11</slash:comments> </item> <item><title>Il magnate della sanità scala il gruppo del Rcs Rotelli diventa primo azionista</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/07/rotelli-diventa-primo-azionista-magnate-della-sanita-scala-gruppo-controlla-corriere/202973/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/07/rotelli-diventa-primo-azionista-magnate-della-sanita-scala-gruppo-controlla-corriere/202973/#comments</comments> <pubDate>Sat, 07 Apr 2012 11:26:48 +0000</pubDate> <dc:creator>Vittorio Malagutti</dc:creator> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[bazoli]]></category> <category><![CDATA[Corriere Della Sera]]></category> <category><![CDATA[della valle]]></category> <category><![CDATA[Elkann]]></category> <category><![CDATA[pagliaro]]></category> <category><![CDATA[Perricone]]></category> <category><![CDATA[rcs]]></category> <category><![CDATA[rotelli]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=202973</guid> <description><![CDATA[Alla fine ce l&#8217;ha fatta. L&#8217;outsider Giuseppe Rotelli, l&#8217;investitore lontano (in apparenza) dai salotti buoni della finanza nazionale, ha tagliato un traguardo su cui pochi in partenza avrebbero scommesso. Il più importante imprenditore ospedaliero d&#8217;Italia, un tipo che solo due mesi fa ha messo sul piatto oltre 400 milioni per comprarsi il San Raffaele di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/rotelli-corriere-interna.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-202976" title="rotelli corriere interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/rotelli-corriere-interna.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>Alla fine ce l&#8217;ha fatta. L&#8217;outsider <strong>Giuseppe Rotelli</strong>, l&#8217;investitore lontano (in apparenza) dai salotti buoni della finanza nazionale, ha tagliato un traguardo su cui pochi in partenza avrebbero scommesso.</p><p>Il più importante imprenditore ospedaliero d&#8217;Italia, un tipo che solo due mesi fa ha messo sul piatto oltre 400 milioni per comprarsi il San Raffaele di Milano, ha scavalcato Mediobanca e da ieri è il primo azionista del <em>Corriere della Sera</em>. Acquistando a caro prezzo (il doppio della quotazione di Borsa) il pacchetto di azioni (il 5,24 per cento) messo in vendita dal costruttore <strong>Pierluigi Toti</strong>, la Pandette finanziaria di Rotelli ha così raggiunto una partecipazione del 16,55 per cento nella Rcs Mediagroup, la società quotata in Borsa che pubblica il più venduto quotidiano nazionale.</p><p>Sul piano pratico cambia poco. Il controllo del Corriere resta sotto chiave grazie a un patto di sindacato forte del 58 per cento del capitale. Un patto guidato da Mediobanca, di cui fanno parte una dozzina di soci, dalla Fiat ai Pesenti, fino a Intesa, Pirelli e le Generali. Fin qui il patto si è ben guardato dall&#8217;aprire le porte a Rotelli, ma l&#8217;affare annunciato ieri segna comunque una fase nuova nei delicati (e complicati) assetti di vertice della casa editrice.</p><p>Il padrone del San Raffaele ha comprato per difendere la sua posizione, ma, paradossalmente, ha fatto anche un favore agli amici di Mediobanca. Per capire che cosa sta succedendo basta fare un passo indietro di tre giorni, a mercoledì scorso, quando <strong>Diego Della Valle</strong> ha abbandonato il patto di sindacato nel peggiore dei modi, lanciando insulti a mezzo stampa al presidente di Fiat, <strong>John Elkann</strong> e a quello di Mediobanca, <strong>Renato Pagliaro</strong>.</p><p>Della Valle disponeva però di una possibilità concreta per rientrare in gioco e prendersi da subito una piccola rivincita. Comprando il pacchetto azionario messo in vendita mesi fa da Toti, il padrone della Tod&#8217;s sarebbe riuscito praticamente a raddoppiare la sua partecipazione fino quasi all&#8217;11 per cento. Una quota molto vicina all&#8217;11,1 per cento di Rotelli. Come dire che alla prossima assemblea dei soci di Rcs convocata per il 2 maggio, Della Valle avrebbe potuto insidiare la posizione dell&#8217;imprenditore ospedaliero. In palio c&#8217;è il posto in consiglio di amministrazione riservato alle minoranze, fin qui occupato da Rotelli. Il quale, però, ha giocato d&#8217;anticipo. Ha messo sul piatto 53 milioni e si è assicurato le azioni di Toti.</p><p>A questo punto Della Valle sembra davvero fuori gioco, messo ai margini dall&#8217;inedito asse, tutto interno al patto di sindacato, tra Mediobanca-Fiat da una parte e il presidente di Intesa, <strong>Giovani Bazoli</strong>, dall&#8217;altra. Dopo lunghe discussioni, l&#8217;intesa è stata faticosamente raggiunta sul rinnovo completo del consiglio, che avrà una maggioranza di amministratori cosiddetti indipendenti, cioè non immediatamente riconducibili agli azionisti. Della Valle, oltre alla riconferma dell&#8217;amministratore delegato uscente <strong>Antonello Perricone</strong>, che invece lascerà la poltrona, avrebbe invece voluto una presenza diretta dei grandi soci nel board. Niente da fare.</p><p>Mister Tod&#8217;s ha perso e il colpo di grazia è arrivato proprio da Rotelli, che sul rinnovo delle cariche di vertice ha posizioni vicine a quelle espresse dal patto. Di recente il re degli ospedali, in passato vicino a Mediobanca, ha coltivato il rapporto con Bazoli. Del resto per rilanciare il San Raffaele messo sul lastrico da don Verzé serve l&#8217;appoggio delle banche. E Intesa può fare molto. Non solo al <em>Corriere</em>.</p><p><strong><em>da Il Fatto Quotidiano del 7 aprile 2012</em></strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/07/rotelli-diventa-primo-azionista-magnate-della-sanita-scala-gruppo-controlla-corriere/202973/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La lezioncina di Pagliaro sul posto fisso</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/28/la-lezioncina-di-pagliaro-sul-posto-fisso/200567/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/28/la-lezioncina-di-pagliaro-sul-posto-fisso/200567/#comments</comments> <pubDate>Wed, 28 Mar 2012 18:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Vittorio Malagutti</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[mediobanca]]></category> <category><![CDATA[posto fisso]]></category> <category><![CDATA[precari]]></category> <category><![CDATA[Renato Pagliaro]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/28/la-lezioncina-di-pagliaro-sul-posto-fisso/200567/</guid> <description><![CDATA[Il posto fisso? &#8220;Scordatevelo, perchè la vostra generazione avrà molte meno risorse a disposizione della nostra”. Parola di Renato Pagliaro, presidente di Mediobanca, un manager che da 31 anni lavora nella stessa banca, che è poi la prima e unica che l&#8217;ha assunto. Un tipo con questo curriculum ha ovviamente una conoscenza approfondita delle difficoltà...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il posto fisso? &#8220;Scordatevelo, perchè la vostra generazione avrà molte meno risorse a disposizione della nostra”. Parola di <strong>Renato Pagliaro</strong>, presidente di Mediobanca, un manager che da 31 anni lavora nella stessa banca, che è poi la prima e unica che l&#8217;ha assunto. Un tipo con questo curriculum ha ovviamente una conoscenza approfondita delle difficoltà (eufemismo) dei giovani alla ricerca di un lavoro. E quindi, con una scelta davvero azzeccata, Pagliaro è stato chiamato a parlare proprio di questo argomento a una platea di oltre <strong>300 ragazzi delle scuole superiori</strong>. L&#8217;incontro si è svolto lunedì nell&#8217;auditorium del liceo classico Carducci di Milano e gli studenti si sono sentiti rivolgere frasi di questo tipo. “Cercate di fare meno vacanze e trovatevi un impiego, così entrerete presto nell&#8217;ottica organizzativa”. Certo, l&#8217;ottica organizzativa è importante. Ci si mette pochissimo a capirla, soprattutto quando ti spediscono a fare fotocopie <strong>durante gli stage non pagati</strong>. Però non vi sarà sfuggito il senso profondo del suggerimento, nato sicuramente da un&#8217;analisi approfondita della realtà italiana e della crisi di molte aziende. Insomma: per trovarvi un impiego trovatevi un impiego. Facile.</p><p>Poi, una volta entrati nell&#8217;ottica giusta, “non bisogna sottovalutare il lavoro manuale&#8221;, suggerisce Pagliaro. Vero. Basta con tutti questi laureati che pretendono pure di trovare un impiego allineato alla loro preparazione universitaria. Poi però Pagliaro dovrebbe anche spiegare perchè l&#8217;Italia ha un numero di laureati molto inferiore a quello degli altri grandi paesi europei. Oppure perché sono troppi i laureati in certe materie piuttosto che in altre. Niente. Il presidente di Mediobanca comunica però che “da noi si è sempre preferito il lavoro dietro una scrivania”. Vi sembra una banalità? Del tipo “qui una volta era tutta campagna” oppure signora mia non ci sono più le stagioni di una volta&#8221;? É solo un&#8217;impressione, oppure un errore del giornalista del <em>Corriere della Sera</em> che nell&#8217;edizione di ieri ha fatto la cronaca dell&#8217;illuminato (e illuminante) discorso di Pagliaro. Il quale, va detto per completezza di informazione, è anche vicepresidente dello stesso <em>Corriere della sera</em>. <strong>Consigli per il futuro</strong>: &#8220;Non abbiate paura di fare figli per insicurezza economica&#8221;. Al limite li potete ospitare insieme a voi nella casa dei nonni, visto che le banche non concedono mutui ai lavoratori precari. E che sarà mai? Pagliaro, da esperto banchiere, uno che ne ha viste di tutti i colori, ci informa che “nessuno ha diritto al credito”. Beh, dipende. Se per esempio <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/20/per-ligresti-40-milioni-in-consulenze/198773/" target="_blank">vi chiamate Ligresti e possedete un’assicurazione tipo la Fondiaria</a>, vedrete che Medio-banca vi presterà un miliardo di euro. <strong>Non vi chiamate Ligresti? Peggio per voi</strong>. Magari poi vi capita di frequentare una scuola pubblica e di trovare un tipo come Pagliaro (2,5 milioni di stipendio l&#8217;anno scorso) che vi viene a dare qualche saggio consiglio sul vostro futuro. Andate a lavorare che è meglio. Lavoro manuale s&#8217;intende.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 28 marzo 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/28/la-lezioncina-di-pagliaro-sul-posto-fisso/200567/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> <item><title>Viaggio nel cuore della Volkswagen, la fabbrica di auto che vende auto</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/18/volkswagen-utili-e-lavoro-altro-che-marchionne/198251/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/18/volkswagen-utili-e-lavoro-altro-che-marchionne/198251/#comments</comments> <pubDate>Sun, 18 Mar 2012 02:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Vittorio Malagutti</dc:creator> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[fiat]]></category> <category><![CDATA[manager]]></category> <category><![CDATA[marchionne]]></category> <category><![CDATA[sindacati]]></category> <category><![CDATA[stipendi]]></category> <category><![CDATA[Volkswagen]]></category> <category><![CDATA[Wolfsburg]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/18/volkswagen-utili-e-lavoro-altro-che-marchionne/198251/</guid> <description><![CDATA[Ciminiere all&#8217;orizzonte: quattro, altissime. Le scorgi da lontano, chilometri prima di entrare in città. Comincia da lì il passato che non se ne vuole andare. Catena di montaggio, fabbrica, operai. Un esercito di tute blu: quasi 20 mila. Fine del turno del mattino, eccoli. Escono a migliaia dai cancelli dello stabilimento. Una scena ormai neppure...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ciminiere all&#8217;orizzonte: quattro, altissime. Le scorgi da lontano, chilometri prima di entrare in città. Comincia da lì il passato che non se ne vuole andare. Catena di montaggio, fabbrica, operai. Un esercito di tute blu: quasi 20 mila. Fine del turno del mattino, eccoli. Escono a migliaia dai cancelli dello stabilimento. Una scena ormai neppure immaginabile dalle nostre parti. Questa è Wolfsburg, Germania del Nord, l&#8217;ultima factory town d&#8217;Europa. Una città con il marchio Volkswagen, la multinazionale dell&#8217;auto più efficiente del mondo, un gigante che l&#8217;anno scorso ha macinato ricavi per 159 miliardi di euro, quasi tre volte Fiat-Chrysler, con profitti per 15, 8 miliardi, più che raddoppiati rispetto al 2010. Il cuore e il cervello di questa macchina da soldi, stanno nella cittadina di 120 mila abitanti in Bassa Sassonia dove Hitler nel 1938 decise di costruire il primo nucleo dell&#8217;industria automobilistica di Stato. Dalla immensa fabbrica di Wolfsburg escono 800 mila auto all&#8217;anno, circa 100 mila più di quanto produce in totale la Fiat nei suoi cinque impianti italiani.</p><p>E&#8217; un successone la Volkswagen guidata dall&#8217;amministratore delegato <strong>Martin Winterkorn</strong>, premiato da uno stipendio, da record pure questo, di 17, 5 milioni. Un successo che è quasi un miracolo, perché negli anni scorsi il gruppo tedesco è riuscito a delocalizzare la produzione, dal Messico alla Cina via Slovacchia, senza tagliare un posto di lavoro in Germania. E i lavoratori, quelli dei sei stabilimenti Volkswagen, sono al centro di un sistema di welfare, dentro e fuori la fabbrica, che da noi, per molti aspetti, è ormai un lontano ricordo. Per non parlare degli stipendi. La paga base di un operaio si aggira, al netto di tasse e contributi, sui 2. 700 euro, ma con qualche ora di straordinario è facile arrivare a quota 3 mila. In altre parole, a Wolfsburg il lavoro alla catena di montaggio è pagato all&#8217;incirca il doppio rispetto a Mirafiori o nelle altre fabbriche Fiat. Qui in Sassonia, nell&#8217;impianto da 51 mila dipendenti compresi gli amministrativi e un esercito di ricercatori, tutto si muove esattamente nella direzione opposta a quella indicata da Sergio Marchionne alla Fiat. È il mondo alla rovescia rispetto al verbo della fabbrica normalizzata e obbediente predicato dal numero uno del Lingotto.</p><p>Qui il sindacato è forte, fortissimo. La IG Metall, a cui è iscritto il 95 per cento circa degli operai di Wolfsburg, partecipa a ogni singola scelta aziendale: dalle grandi strategie fino all&#8217;assunzione a tempo indeterminato di un giovane apprendista. C&#8217;è il consiglio di fabbrica: 65 delegati in rappresentanza di tutti i reparti. E poi, al vertice del gruppo, il sindacato nomina la metà dei 20 membri del consiglio di sorveglianza, l&#8217;organo di controllo sulla gestione. Regolazione minuziosa di ogni aspetto della vita aziendale contro deregulation. Condivisione invece di verticismo autoritario. Questa, in breve, è la ricetta della cogestione, la Mitbestimmung che ha fatto grande l&#8217;industria tedesca e continua, pur tra mille difficoltà, a produrre profitti e benessere. “Difficile fare confronti con l&#8217;Italia”, dice <strong>Franco Garippo</strong>, sindacalista a Wolfsburg da quasi 30 anni. “Ormai per noi la cogestione è diventato un modo di pensare, più che un modello organizzativo”.</p><p>Per questo, conclude Garippo, è “inutile immaginare trapianti parziali o totali del sistema tedesco nella realtà italiana”. Resta un fatto, difficile da smentire. Il modello Volkswagen, quello basato sulla mediazione continua, ha dato fin qui ottimi risultati. Mentre <strong>Marchionne</strong> si rifiutava di condividere con il sindacato perfino le grandi linee del fantomatico piano di investimenti “Fabbrica Italia”, i vertici del gruppo di Wolfsburg hanno negoziato con la IG Metall una serie di importanti novità contrattuali. Sintetizzando al massimo, si può dire che la scelta dei dipendenti è stata quella di concedere maggiore flessibilità, per esempio su orari e salario, in cambio della tutela assoluta del posto di lavoro.</p><p>Una garanzia su tutte: fino al 2014 l&#8217;organico dei stabilimenti tedeschi non potrà diminuire. In cambio, ormai da otto anni tutti i nuovi assunti lavorano 35 ore settimanali invece delle 33 degli operai con maggiore anzianità. A Wolfsburg si è tornati a lavorare su tre turni nell&#8217;arco delle 24 ore, ma dall&#8217;anno scorso è stato introdotto una forma di premio di rendimento (80-100-120 euro al mese) che viene negoziato su base individuale dall&#8217;operaio con il suo capo squadra, ovviamente sotto la sorveglianza della consiglio di fabbrica. Dopo molte resistenze il sindacato ha dato via libera all&#8217;ingresso in fabbrica di lavoratori a tempo determinato, con salari del 20-30 per cento inferiori a quello dei colleghi assunti in pianta stabile. Questi dipendenti precari, che ormai a Wolfsburg ammontano ad alcune migliaia, sono però formalmente alle dipendenze di una società mista tra enti pubblici e Volkswagen. Funziona molto bene anche l&#8217;apprendistato.</p><p>Ogni anno 1. 250 giovani delle scuole superiori entrano nei sei stabilimenti tedeschi (600 solo a Wolfsburg) per un periodo di formazione di 36 mesi. Di solito quei contratti si trasformano in assunzioni a tempo indeterminato dopo il via libera di una commissione mista tra sindacati e ufficio del personale. Perché la regola resta sempre e comunque la stessa: tutto viene negoziato, compresi gli investimenti e gli eventuali straordinari. Il risultato è che dopo anni di grande moderazione salariale adesso tira aria di premi. I dipendenti dei sei stabilimenti tedeschi di Volkswagen si sono appena visti riconoscere un bonus di 7. 500 euro, calcolato sulla base dello straordinario aumento dei profitti del gruppo.</p><p>Proprio in questi giorni sta cominciando la trattativa per il nuovo contratto aziendale. A Wolfsburg, su una parete del quartier generale del sindacato lampeggia un numero, il 6, 5 per cento. Questo è l&#8217;aumento in busta paga chiesto dalla IG Metall. L&#8217;azienda corre a tutta velocità e i sindacati passano alla cassa. Anche perché non si sa fino a quando potrà durare questa nuova età dell&#8217;oro. A metà marzo, in occasione della presentazione del bilancio 2011, il numero uno Winterkorn ha già messo le mani avanti. Per quest&#8217;anno, ha detto il manager, non si prevede un nuovo aumento degli utili, che, comunque, restano elevatissimi. Nel 2011 i profitti operativi del gruppo, quelli legati all&#8217;attività industriale, hanno raggiunto il 7 per cento dei ricavi. La Fiat, grazie più che altro al traino della Chrysler, arriva a malapena al 4 per cento. Il gruppo tedesco naviga nell&#8217;oro e può permettersi di finanziare agevolmente investimenti per oltre il 5 per cento del fatturato. In altre parole il denaro guadagnato non viene accumulato in cassaforte sotto forma di liquidità, come fa Marchionne ormai da anni. Alla Volkswagen le risorse servono invece a finanziare impianti, macchinari e soprattutto lo sviluppo di nuovi modelli. Tanta abbondanza diventa una garanzia per il futuro di Wolfsburg e del suo modello di gestione. Tra meno di due anni, nel 2014, scade la garanzia assoluta per i posti di lavoro. Il sindacato verrà chiamato a una nuova sfida, forse la più dura dal 1993, quando per far fronte a una crisi eccezionale ed evitare il taglio di 30 mila dipendenti si decise di ridurre a 28 ore l&#8217;orario di lavoro settimanale. Questa volta la concorrenza arriva dal lavoro a basso costo e iperflessibile così abbondante nel mondo globale. Non solo in Cina o in Sudamerica. A pochi chilometri da Wolfsburg, nei territori che un tempo erano Germania Est, le fabbriche offrono anche meno di 10 euro l&#8217;ora. Meno della metà dello stipendio lordo dell&#8217;operaio Volkswagen.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/18/volkswagen-utili-e-lavoro-altro-che-marchionne/198251/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>12</slash:comments> </item> <item><title>La Fondazioni hanno i conti in rosso Mediobanca ne approfitta</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/06/fondazioni-hanno-conti-rosso-mediobanca-approfitta/195723/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/06/fondazioni-hanno-conti-rosso-mediobanca-approfitta/195723/#comments</comments> <pubDate>Tue, 06 Mar 2012 08:11:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Vittorio Malagutti</dc:creator> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[Fondazioni Bancarie]]></category> <category><![CDATA[intesa]]></category> <category><![CDATA[mediobanca]]></category> <category><![CDATA[Mps]]></category> <category><![CDATA[Nagel]]></category> <category><![CDATA[Palenzona]]></category> <category><![CDATA[Unicredit]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=195723</guid> <description><![CDATA[Chiamatelo, se volete, pronto soccorso Mediobanca. Funziona così. Le grandi fondazioni bancarie battono cassa? Non sanno come far quadrare i conti nella stagione più difficile della loro storia? All&#8217;orizzonte si profilano perdite miliardarie per via della crisi delle Borse? Ecco che arriva Mediobanca, pronta a cogliere un’occasione straordinaria per fare affari d&#8217;oro e aumentare il...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_195729" class="wp-caption alignleft" style="width: 305px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/nagel-mediobanca_interna.jpg?47e3a5"><img class="size-full wp-image-195729" title="nagel mediobanca_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/nagel-mediobanca_interna.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a><p class="wp-caption-text">Alberto Nagel, ad di Mediobanca</p></div><p>Chiamatelo, se volete, pronto soccorso Mediobanca. Funziona così. Le grandi fondazioni bancarie battono cassa? Non sanno come far quadrare i conti nella stagione più difficile della loro storia? All&#8217;orizzonte si profilano perdite miliardarie per via della crisi delle Borse? Ecco che arriva <strong>Mediobanca</strong>, pronta a cogliere un’occasione straordinaria per fare affari d&#8217;oro e aumentare il potere, già enorme, di cui dispone fornendo un salvagente agli enti a cui fanno capo partecipazioni decisive per la stabilità delle grandi banche nazionali: Unicredit, Intesa e Mps.</p><p>Si parte da Siena, dove i signori e padroni del <strong>Monte dei Paschi</strong> hanno <strong>debiti per quasi un miliardo</strong> e pochi giorni per venire a capo della situazione. A guidare il salvataggio della fondazione senese , allo stremo delle forze per la strategia perdente dei propri vertici, sarà proprio la banca che fu di <strong>Enrico Cuccia</strong>, oggi guidata dalla coppia <strong>Renato Pagliaro</strong>, presidente, e <strong>Alberto Nagel</strong>, amministratore delegato. Mediobanca aveva prestato alla Fondazione Monte dei Paschi quasi 200 milioni già nel 2008 e adesso torna a gestire le trattative per trovare il modo di far fronte a debiti per 900 milioni.</p><p>A Padova e a Bologna, invece, le locali fondazioni vivono l&#8217;incubo del taglio dei dividendi di <strong>Intesa</strong>. Senza quei soldi dovranno ridurre le erogazioni sul territorio, cioè i finanziamenti a società, associazioni e istituzioni no profit. Il problema vero, però, è che l&#8217;anno scorso entrambi gli enti si sono svenati per far fronte all&#8217;aumento di capitale di Intesa senza diminuire la propria quota. Alla fine ce l&#8217;hanno fatta. Come? Semplice , è arrivata Mediobanca.</p><p>La <strong>Fondazione Cassa di Padova e Rovigo</strong>, che ha il 4,2 per cento di Intesa, ha ottenuto una linea di credito di 100 milioni dall&#8217;istituto guidato da Nagel. E anche la <strong>Cassa di Bologna</strong> (2,7 per cento di Intesa) ha fatto ricorso a un prestito di 20 milioni sempre targato Mediobanca. <strong>Fabio Roversi Monaco</strong>, presidente dell&#8217;ente bolognese, a ottobre è entrato nel consiglio di amministrazione della stessa Mediobanca, di cui la Fondazione emiliana è anche azionista con un pacchetto del 2,5 per cento del capitale. E non è l&#8217;unica. Negli anni scorsi i colleghi di Roversi Monaco hanno fatto la fila per uno strapuntino a bordo della più blasonata tra le banche d&#8217;affari nazionali. Sono investimenti di sistema, spiegavano. E poi rendono.</p><p>Da Siena, a Torino fino a Verona, per citare le più importanti, almeno una decina di Fondazioni hanno investito centinaia di milioni in Mediobanca. E così il cerchio si chiude, come è tradizione nella storia dell&#8217;istituto. I debitori diventano azionisti e viceversa. Lo stesso succedeva ai tempi di Cuccia per i grandi gruppi industriali privati, in quella che appare come un&#8217;apoteosi del conflitto d&#8217;interessi. Solo che nel caso delle Fondazioni il ricorso all&#8217;indebitamento dovrebbe essere un evento eccezionale e come tale, infatti, va preventivamente autorizzato dal ministero dell&#8217;Economia. E allora luce verde (dall&#8217;allora ministro <strong>Giulio Tremonti</strong>) per Siena, che è diventata azionista di Mediobanca e ne ha ricevuto i finanziamenti.</p><p>Lo stesso vale per la <strong>Cassa di Bologna</strong> e anche per quella di <strong>Padova</strong>. Già nel 2008 si era mossa sulla stessa strada anche la genovese <strong>Fondazione Carige</strong>, a caccia di risorse per l&#8217;aumento di capitale da un miliardo della controllata Carige. Oltre 400 milioni sono arrivati da Mediobanca che si è presa in garanzia azioni di risparmio della stessa Carige. I manager di Nagel sono arrivati anche ad Alessandria, dove la locale fondazione si è trovata a gestire un cospicuo pacchetto di azioni <strong>Bpm</strong> ricevuti in cambio della vendita della cassa di risparmio. Mediobanca ha fatto da controparte, e lo è ancora adesso, a un contratto derivato su buona parte dei titoli Bpm di proprietà dell&#8217;ente piemontese.</p><p>Nel mondo <strong>Unicredit</strong>, primo azionista di Mediobanca con l&#8217;8,7 per cento del capitale, l&#8217;intreccio è ancora più complesso. <strong>Fabrizio Palenzona</strong>, vicepresidente sia di Mediobanca sia di Unicredit è il dominus della torinese<strong> Fondazione Crt</strong>, a sua volta socia rilevante di Unicredit. Crt a suo tempo ha costituito una società (Perseo) partecipata e finanziata da Mediobanca per investire in Unicredit. E la stessa Crt, attraverso un&#8217;altra finanziaria, ha puntato centinaia di milioni nelle assicurazioni Generali, che sono l&#8217;attività principale di Mediobanca. Ne viene fuori un intreccio impressionante di partecipazioni e prestiti, che la dice lunga sul potere dell&#8217;ex democristiano Palenzona.</p><p>Tutti contenti, allora? Mica tanto. Per capire meglio si può chiedere ai vertici della Fondazione Monte Paschi, che per tappare i buchi in bilancio sono stati costretti a mettere in vendita i loro titoli Mediobanca nel frattempo colpiti dal crollo generalizzato in Borsa delle azioni bancarie. I conti finali dell&#8217;operazione ancora non sono disponibili, ma sono prevedibili perdite per decine di milioni. Va male, molto male anche per la Cassa di Bologna, che a fine 2011 era in rosso di oltre 200 milioni sulla propria partecipazione in Mediobanca. Negli ultimi due mesi le quotazioni sono un po&#8217; risalite ma la perdita, per ora solo potenziale, resta consistente. Morale della storia: Mediobanca aumenta il giro d&#8217;affari e consolida il suo potere. Alle Fondazioni, invece, restano debiti e perdite.</p><p><strong>Da <em>Il Fatto Quotidiano</em> del 6 marzo 2012</strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/06/fondazioni-hanno-conti-rosso-mediobanca-approfitta/195723/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Severino, vive in una casa da 10 milioni ma nella scheda personale non figura nulla</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/23/casa-severino-c-ma-non-si-vede/193153/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/23/casa-severino-c-ma-non-si-vede/193153/#comments</comments> <pubDate>Thu, 23 Feb 2012 06:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Vittorio Malagutti</dc:creator> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[mario fea]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[paolo di benedetto]]></category> <category><![CDATA[rosario nicolò]]></category> <category><![CDATA[Sedibel]]></category> <category><![CDATA[Severino]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/23/casa-severino-c-ma-non-si-vede/193153/</guid> <description><![CDATA[Il ministro della Giustizia Paola Severino vive da anni in una splendida villa, tre piani con parco e piscina, immersa nel verde di una zona tra le più belle di Roma, poco distante dall&#8217;Appia Antica. Un professionista del suo livello, per molti anni avvocato di grido con clienti di gran fama, può di sicuro permettersi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/02/severino_interna.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-193333" title="severino_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/02/severino_interna.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>Il ministro della Giustizia <strong>Paola Severino</strong> vive da anni in una splendida villa, tre piani con parco e piscina, immersa nel verde di una zona tra le più belle di Roma, poco distante dall&#8217;Appia Antica. Un professionista del suo livello, per molti anni avvocato di grido con clienti di gran fama, può di sicuro permettersi una casa così importante. Non per niente, come risulta dalla dichiarazione depositata martedì sera, il reddito del Guardasigilli nel 2010 ha superato i 7 milioni. La sorpresa però è un&#8217;altra: l&#8217;immobile dove risiede il ministro non compare nella sua scheda personale. Anzi, secondo quanto si legge nel documento disponibile on line, la residenza anagrafica di Paola Severino si trova a un indirizzo diverso da quello della villa. Possibile? Forse il ministro è in affitto? Forse ha cambiato casa di recente? Le carte che <em>il Fatto Quotidiano</em> ha potuto consultare raccontano una storia diversa. La villa nella zona dell&#8217;Appia Antica risulta intestata a una società semplice, la <strong>Sedibel</strong>. Le quote di quest&#8217;ultima appartengono per il 90% al ministro e per il restante 10% alla figlia Eleonora Di Benedetto, anche lei avvocato nello studio legale gestito fino a tre mesi fa dalla madre. Questa è la situazione così come viene descritta dai documenti ufficiali.</p><p><object id="flashObj" width="480" height="270" classid="clsid:D27CDB6E-AE6D-11cf-96B8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=9,0,47,0"><param name="movie" value="http://c.brightcove.com/services/viewer/federated_f9?isVid=1&#038;isUI=1" /><param name="bgcolor" value="#FFFFFF" /><param name="flashVars" value="videoId=1468768892001&#038;playerID=1329505880001&#038;playerKey=AQ~~,AAABNTOXzWk~,XOQppeUuyCHFPHir3rZfgAp9TwwwWZB0&#038;domain=embed&#038;dynamicStreaming=true" /><param name="base" value="http://admin.brightcove.com" /><param name="seamlesstabbing" value="false" /><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="swLiveConnect" value="true" /><param name="allowScriptAccess" value="always" /><embed src="http://c.brightcove.com/services/viewer/federated_f9?isVid=1&#038;isUI=1" bgcolor="#FFFFFF" flashVars="videoId=1468768892001&#038;playerID=1329505880001&#038;playerKey=AQ~~,AAABNTOXzWk~,XOQppeUuyCHFPHir3rZfgAp9TwwwWZB0&#038;domain=embed&#038;dynamicStreaming=true" base="http://admin.brightcove.com" name="flashObj" width="480" height="270" seamlesstabbing="false" type="application/x-shockwave-flash" allowFullScreen="true" allowScriptAccess="always" swLiveConnect="true" pluginspage="http://www.macromedia.com/shockwave/download/index.cgi?P1_Prod_Version=ShockwaveFlash"></embed></object></p><p>Riassumendo: la villa è di proprietà di Paola Severino, perché è lei la titolare della società a cui l&#8217;immobile è intestato. Né la villa né la società compaiono però nella cosiddetta scheda trasparenza presentata martedì dal nuovo responsabile della Giustizia. Ieri sera <em>il Fatto</em> ha interpellato la portavoce del ministro. Niente di fatto. Non abbiamo ricevuto alcuna spiegazione di questa singolare omissione. Alla voce &#8220;quote e azioni societarie&#8221; della sua dichiarazione il ministro ha invece segnalato un pacchetto di titoli <strong>Generali</strong>, per un valore di circa 50 mila euro, e la piccola partecipazione, 1,2% per un valore nominale di 500 mila euro, nel <strong>Gruppo bancario mediterraneo</strong>. Un investimento, quest&#8217;ultimo, che finora non ha dato grandi soddisfazioni, visto che il piccolo istituto di credito ha da anni i conti in rosso, come <em>il Fatto</em> ha raccontato in un articolo di pochi giorni fa. Con la villa romana si viaggia su cifre ben superiori. La lussuosa dimora del ministro è iscritta nello stato patrimoniale della Sedibel per una valore di 7,5 milioni di euro. Questa però è una semplice valutazione contabile che risale al 2006, data dell&#8217;ultimo bilancio depositato. Il prezzo di mercato, secondo alcune fonti interpellate dal <em>Fatto</em>, potrebbe sfiorare i 10 milioni.</p><p>La villa che ora appartiene al ministro Severino era già salita agli onori delle cronache più di trent&#8217;anni fa. All&#8217;epoca apparteneva al grande giurista <strong>Rosario Nicolò</strong>, che nel 1977 fu rapito da una banda di malviventi calabresi proprio all&#8217;ingresso del parco di casa sua. Nicolò, preside della facoltà di Giurisprudenza alla <strong>Sapienza di Roma</strong> dal 1967 al 1980 e consulente di grandi imprese, fu liberato dopo 37 giorni di prigionia. Severino nel 2005 comprò la villa da <strong>Angela</strong> e <strong>Francesco Nicolò</strong>, i due eredi del professore scomparso nel 1987. Da sette anni, quindi, la casa risulta intestata alla Sedibel. Passa il tempo e le carte della società non segnalano novità di rilievo. Tutto tranquillo, solo ordinaria amministrazione fino a un paio di mesi fa, quando si registra un cambio al vertice. Paola Severino, socio amministratore della Sedibel, passa il testimone alla figlia <strong>Eleonora</strong>. Il 90 % delle quote restano però di proprietà del Guardasigilli.</p><p>Il cambio in corsa risale al 25 novembre scorso, pochi giorni dopo il giuramento del governo <strong>Monti</strong>, il 16 novembre. In quello stesso 25 novembre, le carte ufficiali registrano un&#8217;altra operazione in famiglia per il neoministro. Questa volta la compravendita riguarda le azioni della Sedi services srl. Il 60% del capitale di questa società viene ceduto dal Guardasigilli. Chi compra? Il 20% passa alla figlia, che possedeva un altro 40%. Il restante 40% della Sedi viene acquistato da <strong>Paolo Di Benedetto</strong>, marito di Paola Severino. Con questa doppia transazione, registrata nello studio del notaio <strong>Mario Fea</strong>, il ministro ha quindi girato il controllo della società ai suoi due famigliari. Ma di che cosa si occupa la Sedi? Dal bilancio risulta che la società, nei primi mesi del 2011, ha preso in leasing un ufficio a Milano per un valore di 1,4 milioni. Acqua passata ormai per il ministro che ha venduto le sue quote. Lo stesso non si può dire per la lussuosa villa romana. Quella è ancora casa Severino, ma il ministro non lo ha fatto sapere agli italiani.</p><p><strong>Da <em>Il Fatto Quotidiano</em> del 23/2/2012</strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/23/casa-severino-c-ma-non-si-vede/193153/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>16</slash:comments> </item> <item><title>Tutti i redditi dei ministri (o quasi)</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/22/quasi-tutti-i-redditi-dei-ministri/192899/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/22/quasi-tutti-i-redditi-dei-ministri/192899/#comments</comments> <pubDate>Wed, 22 Feb 2012 17:12:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Vittorio Malagutti</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[barca]]></category> <category><![CDATA[Cecchi]]></category> <category><![CDATA[Fornero]]></category> <category><![CDATA[Gnudi]]></category> <category><![CDATA[grilli]]></category> <category><![CDATA[Improta]]></category> <category><![CDATA[Martone]]></category> <category><![CDATA[Milone]]></category> <category><![CDATA[ministri]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[ornaghi]]></category> <category><![CDATA[Peluffo]]></category> <category><![CDATA[redditi]]></category> <category><![CDATA[riccardi]]></category> <category><![CDATA[Severino]]></category> <category><![CDATA[Zoppini]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/22/quasi-tutti-i-redditi/192899/</guid> <description><![CDATA[Ci sono voluti tre mesi di annunci a vuoto e mezze verità, alla fine però Mario Monti ce l&#8217;ha fatta. Ha mantenuto la promessa. Redditi, patrimoni, incarichi professionali e societari di ministri, viceministri e sottosegretari sono online, pubblicati sui siti Internet del governo e dei ministeri. Non è una novità di poco conto. Tanto più...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono voluti tre mesi di annunci a vuoto e mezze verità, alla fine però <strong>Mario Monti</strong> ce l&#8217;ha fatta. Ha mantenuto la promessa. <strong>Redditi</strong>, patrimoni, incarichi professionali e societari di ministri, viceministri e sottosegretari sono online, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/21/redditi-online-ministri-tutti-patrimoni-siti-istituzionali/192696/" target="_blank">pubblicati sui siti Internet</a></span> del governo e dei ministeri. Non è una novità di poco conto. Tanto più in un Paese come l&#8217;Italia in cui la classe politica non ha mai brillato per trasparenza di atti e comportamenti. Di tutto questo va dato atto al presidente del Consiglio.</p><p>Governo da dieci e lode, allora? No, perché l&#8217;operazione promossa da Monti è riuscita soltanto a metà. Il primo buco, clamoroso, riguarda lo stesso Monti la cui dichiarazione è stata pubblicata alle 23. Un ritardo che appare difficile da giustificare. In molti casi, poi, le schede pubblicate ieri non risultano chiare e neppure esaustive. Alcune sono dettagliate, altre omettono dati importanti. Primo tra tutti il reddito percepito prima di approdare al governo. Troppo facile segnalare solo il compenso da ministro, come ha fatto, per esempio, <strong>Vittorio Grilli</strong>, vice di Monti all&#8217;Economia. Come lui anche la responsabile degli Interni, Maria Cancellieri. Nessuna trasparenza sul passato anche per il titolare dei Beni culturali, <strong>Lorenzo Ornaghi</strong>. Stesso discorso per <strong>Michel Martone</strong>, viceministro del Lavoro, quello dell&#8217;infelice <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/25/martone-sfigato-ordinario/186394/" target="_blank">battuta sui laureati ventottenni &#8220;sfigati&#8221;</a></span>.</p><p>Non è solo una questione di redditi. Il ministro della Giustizia, <strong>Paola Severino</strong>, ci informa che oltre ai suoi guadagni (7 milioni) da principe del foro vanta anche crediti per onorari maturati fino al 16 novembre 2011. Trasparenza vorrebbe che Severino svelasse l&#8217;ammontare di questi crediti e l&#8217;identità dei suoi debitori, visto che la lista dei suoi (ex) clienti comprende banchieri e imprenditori di primo piano. Anche il sottosegretario alla Giustizia <strong>Andrea Zoppini</strong>, pure lui avvocato, reddito 2010 di quasi 1,5 milioni, vanta crediti professionali. A quanto ammontano? No si sa. Zoppini, si legge nella sua scheda, <em>&#8220;ha dato incarico a una società di revisione di certificare l’inerenza di tali crediti all’attività svolta prima dell’assunzione della carica di governo&#8221;</em>. Calcoli complessi, a quanto pare.</p><p>Per evitare equivoci sarebbe bastato fornire agli interessati un formulario uguale per tutti. Invece solo alcuni ministri hanno presentato schede omogenee. Altri se la sono cavata con una dichiarazione &#8220;fai da te&#8221;, del tipo di quelle presentate da Grilli, dal ministro del Lavoro <strong>Elsa Fornero </strong>e dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, <strong>Paolo Peluffo</strong>. D&#8217;altra parte non manca neppure chi, con encomiabile sforzo di trasparenza, ha messo online per intero anche la propria dichiarazione dei redditi (Unico o 740). È il caso dei ministri<strong> Fabrizio Barca</strong> (Coesione territoriale), <strong>Piero Gnudi </strong>(Affari regionali, Turismo, Sport) e <strong>Andrea Riccardi</strong> (Cooperazione internazionale). Per altri, invece, l&#8217;operazione trasparenza è fallita del tutto. Non sarà colpa sua, ma ieri a tarda sera il link che avrebbe dovuto aprirsi sulla situazione patrimoniale del sottosegretario alle Infrastrutture<strong> Guido Improta </strong>portava a una scheda vuota.</p><p>Tutta da spiegare è anche la dicitura &#8220;Non di interesse&#8221; che compare a fianco di alcune voci della scheda presentata da sottosegretari come<strong> Filippo Milone</strong> (Infrastrutture) e <strong>Roberto Cecchi</strong> (Beni culturali). Che vuol dire &#8220;non di interesse&#8221;? Forse i dati in questione sono di valore trascurabile? E allora nel dubbio non era meglio specificare? Milone per esempio aveva incarichi in società del gruppo Ligresti. Dalla sua scheda non si capisce se abbia dato le dimissioni oppure no.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 22 febbraio 2012 </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/22/quasi-tutti-i-redditi-dei-ministri/192899/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>5</slash:comments> </item> <item><title>Il premier parla a una Borsa in declino</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/21/il-premier-parla-a-una-borsa-in-declino/192633/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/21/il-premier-parla-a-una-borsa-in-declino/192633/#comments</comments> <pubDate>Tue, 21 Feb 2012 07:50:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Vittorio Malagutti</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[borsa]]></category> <category><![CDATA[milano]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[visita]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/21/il-premier-parla-a-una-borsa-in-declino/192633/</guid> <description><![CDATA[Applausi, sorrisi e battimani. Ieri la visita di Mario Monti in Borsa è stata sommersa dal mare di melassa sparsa da banchieri e top manager delle grandi aziende nazionali corsi a Piazza Affari per incontrare il presidente del Consiglio. L&#8217;evento è stato preceduto e seguito dal consueto bla bla delle grandi (grandi?) occasioni. Un gran...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Applausi, sorrisi e battimani. Ieri la<strong> visita di Mario Monti in Borsa </strong>è stata sommersa dal mare di melassa sparsa da banchieri e top manager delle grandi aziende nazionali corsi a Piazza Affari per incontrare il presidente del Consiglio. L&#8217;evento è stato preceduto e seguito dal consueto bla bla delle grandi (grandi?) occasioni. Un gran parlare di <strong>innovazione, sviluppo, competitività</strong>, con gli interlocutori del premier bene attenti a far trapelare la loro fiducia nell&#8217;azione del governo.</p><p>Belle parole. Certo il contesto stonava un po&#8217;. L&#8217;intervento di Monti è stato ospitato dalla<strong> Borsa italiana</strong>. Italiana per modo di dire, visto che da anni il listino di Milano è gestito dallo <strong>Stock Exchange di Londra</strong>. E questo sarebbe il meno. Il problema vero è che le aziende preferiscono girare al largo da Piazza Affari. Il numero delle nuove quotazioni è di molto inferiore a quello delle società che lasciano il listino.</p><p>Difficile, a questo punto, vedere nella Borsa un <strong>motore di sviluppo del&#8217;economia italiana</strong>. Per ricordare questo concetto a Monti c&#8217;è voluto l&#8217;intervento dell&#8217;ex agente di cambio Urbano Aletti. Parole amare tra tanta melassa.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 21 Febbraio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/21/il-premier-parla-a-una-borsa-in-declino/192633/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>4</slash:comments> </item> <item><title>Severino (e consorte), banchieri in perdita L&#8217;investimento sbagliato del Guardasigilli</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/16/severino-e-consorte-banchieri-in-perdita/191554/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/16/severino-e-consorte-banchieri-in-perdita/191554/#comments</comments> <pubDate>Thu, 16 Feb 2012 06:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Vittorio Malagutti</dc:creator> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Alitalia]]></category> <category><![CDATA[Banche]]></category> <category><![CDATA[Bankitalia]]></category> <category><![CDATA[caltagirone]]></category> <category><![CDATA[cardi]]></category> <category><![CDATA[Consorte]]></category> <category><![CDATA[Di Benedetto]]></category> <category><![CDATA[Draghi]]></category> <category><![CDATA[Federiciana]]></category> <category><![CDATA[geronzi]]></category> <category><![CDATA[passera]]></category> <category><![CDATA[Severino]]></category> <category><![CDATA[Traglio]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/16/severino-e-consorte-banchieri-in-perdita/191554/</guid> <description><![CDATA[Del ministro della Giustizia Paola Severino si conosce la brillante carriera d&#8217;avvocato da sempre vicino alle stanze del potere. La lista dei suoi clienti comprende pezzi da novanta del mondo finanziario come il costruttore Francesco Gaetano Caltagirone e l&#8217;ex banchiere Cesare Geronzi. Meno nota è l&#8217;attività del ministro come investitore in proprio. Investitore in banca,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/01/SEVERINO_INTERNA.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-185926" title="SEVERINO_INTERNA" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/01/SEVERINO_INTERNA.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>Del ministro della Giustizia <strong>Paola Severino</strong> si conosce la brillante carriera d&#8217;avvocato da sempre vicino alle stanze del potere. La lista dei suoi clienti comprende pezzi da novanta del mondo finanziario come il costruttore <strong>Francesco Gaetano Caltagirone</strong> e l&#8217;ex banchiere <strong>Cesare Geronzi</strong>. Meno nota è l&#8217;attività del ministro come investitore in proprio. Investitore in banca, per la precisione. Poca cosa, in verità, se la confrontiamo con il tesoretto azionario del collega ministro <strong>Corrado Passera</strong>, che nelle settimane scorse ha annunciato la vendita del suo pacchetto milionario di azioni <strong>Intesa</strong>. Severino invece possiede una piccola quota del<strong> Gruppo Bancario Mediterraneo</strong>. Si tratta dell&#8217; 1,20 per cento (valore nominale 500 mila euro) del capitale della holding creditizia a cui fa capo la Banca Federiciana di Bari.</p><p>La sorpresa però è un&#8217;altra. Tra i membri del comitato etico della Banca Federiciana compare anche <strong>Paolo Di Benedetto</strong>, marito del ministro Severino. Di Benedetto, anche lui avvocato, per anni funzionario e poi commissario della <strong>Consob</strong>, ha lasciato l&#8217;Authority di controllo dei mercati finanziari nel marzo 2010. Nel giro di un paio di mesi è approdato nel comitato etico della Federiciana. Tutto bene, se non fosse che normalmente i componenti dei comitati etici vengono scelti tra personalità prive di legami con soci e amministratori. Per Di Benedetto, marito dell&#8217;azionista Severino, questi legami esistono. L&#8217;istituto pugliese, nato nel 2004 per iniziativa di un gruppo di imprenditori, fin qui non se l&#8217;è passata granché bene. Nel 2009, con la regia della Banca d&#8217;Italia, il controllo della Banca Federiciana è passato al Gruppo Bancario Mediterraneo. Ed è in questa occasione che l&#8217;allora avvocato <strong>Severino </strong>ha comprato le sue azioni.</p><p>A proporle l&#8217;investimento fu l&#8217;amico <strong>Enzo Cardi</strong>, professore all&#8217;Università <strong>Roma 3</strong> nonché, per molti anni, presidente delle Poste con Corrado Passera nel ruolo di amministratore delegato. Cardi, anche lui azionista con poco meno del 3 per cento del capitale, è diventato presidente del gruppo bancario. A quanto sembra, però, il cambio al vertice non ha portato grandi novità sul piano dei risultati, almeno nei primi mesi della nuova gestione. La banca pugliese, infatti, ha continuato a viaggiare con i conti in rosso. Dal 2007 il bilancio si è sempre chiuso in perdita. E nel 2010 (ultimi dati pubblicati) il deficit, anche per effetto della svalutazione di crediti a rischio, è arrivato a superare i 4,5 milioni. Una somma importante, se si pensa che la banca Federiciana, con i suoi 3 sportelli (Bari, Andria e Barletta) e i 30 dipendenti, può contare su una raccolta di 46 milioni e mezzi propri per una trentina di milioni.</p><p>Peggio ancora, negli ultimi mesi del 2010 la Banca d&#8217;Italia guidata da <strong>Mario Draghi </strong>ha mandato i suoi ispettori per una verifica sulla gestione. &#8220;Carenze nell&#8217;organizzazione e nei controlli interni&#8221;, questo il verdetto. Tra l&#8217;altro Bankitalia ha rilevato che circa &#8220;un terzo delle erogazioni&#8221; è andato a favore di soggetti &#8220;riferibili a esponenti aziendali&#8221;. In altre parole il 30 per cento dei prestiti sono stati concessi a dirigenti o azionisti dell&#8217;istituto. E così, ad agosto dell&#8217;anno scorso, la <strong>Vigilanza </strong>ha disposto sanzioni per un totale di 121 mila euro a carico di amministratori, collegio sindacale e un paio di manager. Tra i multati c&#8217;è anche il vicepresidente<strong> Maurizio Traglio</strong>, l&#8217;imprenditore (settore gioielleria) che è azionista e consigliere di <strong>Alitalia</strong>. Difficile pensare, a questo punto, che Severino sia particolarmente soddisfatta dell&#8217;investimento. Dividendi non se ne vedono e il valore delle azioni perde quota per via delle perdite in bilancio. &#8220;Ma io quei titoli sto cercando di venderli&#8221;, ha risposto il ministro al <em>Fatto Quotidiano</em>. Il problema, a quanto pare, è trovare un compratore. Perché, con i bilanci che si ritrova la Banca Federiciana, per il momento non sembra esattamente un gioiellino.</p><p><strong><em>da il Fatto Quotidiano del 16 febbraio 2012</em></strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/16/severino-e-consorte-banchieri-in-perdita/191554/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> <item><title>Salvataggio Fonsai, Unipol non pagherà  i settanta milioni di buonuscita ai Ligresti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/30/salvataggio-fonsai-unipol-paghera-settanta-milioni-buonuscita-ligresti/187605/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/30/salvataggio-fonsai-unipol-paghera-settanta-milioni-buonuscita-ligresti/187605/#comments</comments> <pubDate>Mon, 30 Jan 2012 09:29:39 +0000</pubDate> <dc:creator>Vittorio Malagutti</dc:creator> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[consob]]></category> <category><![CDATA[FonSai]]></category> <category><![CDATA[ligresti]]></category> <category><![CDATA[Unipol]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=187605</guid> <description><![CDATA[Cambio in corsa per il salvataggio della Fonsai di Salvatore Ligresti da parte di Unipol. Dopo un week end concitato di riunioni, e soprattutto dopo l&#8217;intervento della Consob che ha fatto sapere che non avrebbe dato via libera alla prima versione dell&#8217;operazione, è arrivata la marcia indietro di Mediobanca e Unicredit, veri registi dell&#8217;affare. La...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Cambio in corsa per il salvataggio della Fonsai di <strong>Salvatore Ligresti</strong> da parte di Unipol.  Dopo un week end concitato di riunioni, e soprattutto dopo l&#8217;intervento della Consob che ha fatto sapere che non avrebbe dato via libera alla prima versione dell&#8217;operazione, è arrivata la marcia indietro di Mediobanca e Unicredit, veri registi dell&#8217;affare.</p><p>La novità sostanziale è che la famiglia Ligresti non riceverà la buonuscita di 70 milioni di euro in cambio della vendita del suo 51 per cento della holding Premafin. Una buonuscita che aveva sollevato le proteste del mercato, perché concedeva un premio enorme, pagato da Unipol, a chi aveva portato Fonsai sull&#8217;orlo del tracollo.</p><p>Il nuovo schema dell&#8217;operazione prevede invece che la compagnia di assicurazioni controllata dalla Lega delle cooperative prenda il controllo di Premafin con un aumento di capitale riservato di 400 milioni.  I Ligresti non incasseranno nulla e vedranno diluirsi la loro quota nella holding fino a circa il 10 per cento. In un secondo tempo Fonsai lancerà un aumento di capitale da 1,1 miliardi a cui parteciperà anche Premafin. Anche Unipol dovrà rafforzarsi chiedendo ai suoi soci, in primo luogo alle coop, 1,1 miliardi. Una volta completati questi due aumenti, si realizzerà la fusione a quattro tra Fonsai, Unipol, Milano assicurazioni (oggi controllata da Fonsai) e Premafin.</p><p>Questa, in breve, la nuova versione del piano, a cui dovrebbe presto arrivare il semaforo verde della Consob. Salvo improbabili sorprese non ci sarà quindi l&#8217;offerta pubblica d&#8217;acquisto (Opa) di Unipol su Fonsai, che avrebbe consentito ai piccoli azionisti di scegliere se partecipare all&#8217;operazione oppure sfilarsi vendendo i loro titoli. La compagnia dei Ligresti, che ha perso 1,1 miliardi nel 2011, è a rischio crac e deve trovare al più presto un socio che porti nuovi capitali. E in casi come questi la legge prevede che il cambio di proprietà possa avvenire senza Opa. Per arrivare al traguardo della fusione a quattro occorreranno alcuni mesi. Il sipario su questa controversa operazione dovrebbe quindi calare non prima della fine dell&#8217;anno.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/30/salvataggio-fonsai-unipol-paghera-settanta-milioni-buonuscita-ligresti/187605/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Ligresti in salvo. Ecco chi paga</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/21/soci-di-fonsai-peggio-per-voi/185421/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/21/soci-di-fonsai-peggio-per-voi/185421/#comments</comments> <pubDate>Sat, 21 Jan 2012 15:07:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Vittorio Malagutti</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[FonSai]]></category> <category><![CDATA[ligresti]]></category> <category><![CDATA[risparmiatori]]></category> <category><![CDATA[Unipol]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/21/soci-di-fonsai-peggio-per-voi/185421/</guid> <description><![CDATA[Il Corriere della Sera di ieri ha dedicato un&#8217;ampia analisi al salvataggio della Fonsai dei Ligresti organizzata da Mediobanca e Unicredit. L&#8217;articolo ha una sua tesi di fondo. L&#8217;operazione, che porta Fonsai nelle braccia di Unipol e 70 milioni nelle tasche dei Ligresti, sarà anche una porcata, ma è il male minore rispetto alla liquidazione del...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il <em>Corriere della Sera</em> di ieri ha dedicato un&#8217;ampia analisi al <strong>salvataggio della Fonsai dei Ligresti </strong>organizzata da Mediobanca e Unicredit. L&#8217;articolo ha una sua tesi di fondo. L&#8217;operazione, che porta Fonsai<strong> nelle braccia di Unipol </strong>e 70 milioni nelle tasche dei Ligresti, sarà anche una porcata, ma è il male minore rispetto alla liquidazione del gruppo o al suo passaggio in mani straniere.</p><p>L&#8217;acuto articolista afferma tra l&#8217;altro che i diritti degli assicurati e dei creditori di Fonsai sono &#8220;di gran lunga più importanti di quelli degli azionisti, specie di quelli che hanno scelto il rischio Ligresti&#8221;. Come dire: se un investitore si è messo in società con quel finanziere poco affidabile peggio per lui, poteva rivolgersi altrove. <strong>Tesi ardita</strong>. Seguendo la stessa logica anche gli assicurati potevano assicurarsi altrove. E che dire dei creditori, tra cui istituti come Medio-banca, socio principale del Corriere? Anche loro hanno corso &#8220;il rischio Ligresti&#8221;.</p><p>Solo che i banchieri, a differenza dei risparmiatori, possono tutelare i<strong> loro interessi</strong> con operazioni che danneggiano gli altri soci.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 21 Gennaio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/21/soci-di-fonsai-peggio-per-voi/185421/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Politici, banchieri, avvocati e prefetti: tuttia busta paga nella storia del gruppo Ligresti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/18/ligresti-famiglia-affari-e-parcelle/184546/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/18/ligresti-famiglia-affari-e-parcelle/184546/#comments</comments> <pubDate>Wed, 18 Jan 2012 06:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Vittorio Malagutti</dc:creator> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Alfano]]></category> <category><![CDATA[Bocchino]]></category> <category><![CDATA[cancellieri]]></category> <category><![CDATA[difesa]]></category> <category><![CDATA[ferrante]]></category> <category><![CDATA[fondiaria-sai]]></category> <category><![CDATA[La Russa]]></category> <category><![CDATA[ligresti]]></category> <category><![CDATA[Lombardi]]></category> <category><![CDATA[Masi]]></category> <category><![CDATA[Milone]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[Peluso]]></category> <category><![CDATA[Unicredit]]></category> <category><![CDATA[Unipol]]></category> <category><![CDATA[Vicari]]></category> <category><![CDATA[Virgillito]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/18/ligresti-famiglia-affari-e-parcelle/184546/</guid> <description><![CDATA[E gli orfani, chi ci pensa adesso agli orfani? Perché Salvatore Ligresti e famiglia, gratificati da 70 milioni e passa di buonuscita (paga Unipol), se la caveranno alla grande anche quando sarà stata definita, forse già nei prossimi giorni, la vendita del loro impero finanziario targato Fondiaria-Sai. Dopo la famiglia però vengono i famigli. Amici...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_88470" class="wp-caption alignleft" style="width: 305px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/01/salvatore-ligresti.jpg?47e3a5"><img class="size-full wp-image-88470" title="salvatore ligresti" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/01/salvatore-ligresti.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a><p class="wp-caption-text">Salvatore Ligresti</p></div><p>E gli orfani, chi ci pensa adesso agli orfani? Perché <strong>Salvatore Ligresti </strong>e famiglia, gratificati da 70 milioni e passa di buonuscita (paga <strong>Unipol</strong>), se la caveranno alla grande anche quando sarà stata definita, forse già nei prossimi giorni, la vendita del loro impero finanziario targato <strong>Fondiaria-Sai</strong>. Dopo la famiglia però vengono i famigli. Amici e parenti. Quasi sempre gente importante. Politici, banchieri, avvocati, professionisti vari, perfino prefetti della Repubblica. Ligresti per loro è stato un punto di riferimento. Dall&#8217;ingegnere di Paternò hanno ricevuto case, incarichi professionali e societari con tanto di lauti compensi, a volte milionari.</p><p>In cima alla lista ci sono i <strong>La Russa</strong>, l&#8217;ex ministro Ignazio col figlio Geronimo e il fratello Vincenzo, entrambi avvocati. Il primo ha ricevuto circa 350 mila euro dal gruppo Ligresti a titolo di &#8220;compensi per incarichi professionali&#8221;. Mentre Vincenzo La Russa, consigliere di Fondiaria-Sai, tra il 2008 e il 2010 ha presentato all&#8217;incasso fatture per 1,3 milioni pagate dalla compagnia di assicurazioni. Quello tra i La Russa e i Ligresti è un legame che si può definire storico. Si tramanda di padre in figlio, ormai da tre generazioni, nella famiglia del politico targato Pdl.</p><p>Un&#8217;amicizia condita da affari e parcelle. Ne sa qualcosa anche <strong>Filippo Milone</strong>, catanese come La Russa, che grazie al rapporto strettissimo con entrambe le famiglie è rimbalzato addirittura fino alla poltrona di sottosegretario alla <strong>Difesa</strong>. Prima di arrivare al governo chiamato da <strong>Mario Monti</strong>, il (quasi) sessantenne Milone ha sempre lavorato nelle società immobiliari targate Ligresti. Inizia da qui, con il sottosegretario di fresca nomina, una curiosa &#8220;saga dei prefetti&#8221; che a vario titolo nell&#8217;arco di quasi mezzo secolo hanno incrociato i Ligresti. Il padre di Milone, Antonino, era viceprefetto a Milano una cinquantina di anni fa, quando il futuro padrone di Fondiaria concluse i primi affari immobiliari nella metropoli, grazie anche ai rapporti con il senatore missino Antonino La Russa (padre di Ignazio) e il finanziere, anche lui catanese, <strong>Michelangelo Virgillito</strong>.</p><p>Da Milone padre si arriva fino all&#8217;attuale ministro degli Interni, <strong>Annamaria Cancellieri</strong>, che ha lavorato a lungo alla prefettura del capoluogo lombardo, collaborando tra gli altri negli anni Ottanta con l&#8217;allora prefetto <strong>Enzo Vicari</strong>. Una volta lasciati gli incarichi pubblici, Vicari diventò amministratore di alcune società del gruppo Ligresti. Dopo Vicari, morto nel 2004, un altro ex prefetto milanese come <strong>Bruno Ferrante</strong> trovò lavoro nel gruppo del finanziere immobiliarista siciliano. Pure l&#8217;attuale prefetto di Milano<strong> Gian Valerio Lombardi</strong>, successore di Ferrante nel 2005, ha ottimi rapporti con la famiglia Ligresti. In particolare suo figlio Stefano, avvocato, è grande amico dei figli di Ligresti e anche di Geronimo La Russa.</p><p>Si torna così ai giorni nostri con <strong>Piergiorgio Peluso</strong>, attuale direttore generale di Fondiaria, che è figlio del ministro Cancellieri. Fino a un anno fa, prima di approdare al gruppo assicurativo, Peluso ha lavorato come direttore generale al gruppo <strong>Unicredit</strong>, grande creditore di Ligresti. Quest&#8217;ultimo è stato anche padrone di casa del manager. L&#8217;erede del ministro ha infatti vissuto a lungo in una bella casa del centro di Milano di proprietà del gruppo Fondiaria. Del resto Ligresti, che controlla attraverso le sue società di uno sterminato patrimonio immobiliare, ha sempre avuto un&#8217;attenzione particolare verso un certo tipo di inquilini.</p><p>A Roma in un palazzo dei Parioli si erano sistemati l&#8217;ex ministro e attuale segretario del Pdl <strong>Angelino Alfano</strong>, il deputato finiano <strong>Italo Bocchino</strong>, l&#8217;ex direttore generale della Rai, <strong>Mauro Masi</strong>. Qualche anno fa ha trovato casa in un immobile di Ligresti anche<strong> Marco Cardia</strong>, avvocato, figlio dell&#8217;allora presidente della Consob, Lamberto. Già che c&#8217;era l&#8217;immobiliarista di Paternò penso bene di offrire al rampollo del numero uno della Consob alcuni incarichi professionali. Prontamente accettati dal diretto interessato. E a proposito di padri e figli va segnalato tra gli amministratori di società della galassia Ligresti anche <strong>Luigi Pisanu</strong>, erede di Beppe, politico già democristiano, ex ministro, ora Pdl.</p><p>Nell&#8217;elenco c&#8217;è posto anche per <strong>Simone Tabacci</strong>, che è consigliere d&#8217;amministrazione della <strong>Milano assicurazioni</strong>, controllata da Fondiaria. Suo padre Bruno, una lunga carriera politica alle spalle, attuale assessore della giunta <strong>Pisapia </strong>a Milano, vive in un appartamento del gruppo Ligresti nella torre Velasca, grattacielo a pochi metri dal Duomo. I La Russa ovviamente non sono gli unici avvocati del gruppo Ligresti. A consigliare e assistere le aziende di famiglia troviamo da almeno un decennio un peso massimo come <strong>Carlo D&#8217;Urso</strong>, uno dei legali di riferimento dell&#8217;alta finanza nazionale. Lo studio D&#8217;Urso viaggia a 1,5 milioni di compensi all&#8217;anno. Infine, a proposito di famigli come non ricordare i parenti dei gran capi del gruppo Fondiaria? Carriera assicurata, ad esempio, per <strong>Fabio Marchionni</strong>. Suo padre Fausto per dieci fino a gennaio del 2011 è stato amministratore delegato della compagnia di assicurazioni. Poi c&#8217;è <strong>Alessandra Talarico</strong>, figlia di Antonio, classe 1942, strettissimo collaboratore del patron Salvatore, e <strong>Barbara De Marchi</strong>, moglie di Paolo Ligresti. Insomma, tutto in famiglia. Almeno fino a quando i Ligresti non avranno ammainato la bandiera.</p><p><em><strong>da Il Fatto Quotidiano del 18 gennaio 2012</strong></em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/18/ligresti-famiglia-affari-e-parcelle/184546/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Reazione a catena dopo la bocciatura di S&amp;PA rischio il rating di enti pubblici e banche</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/15/e-adesso-lo-spread-torna-a-far-paura/183962/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/15/e-adesso-lo-spread-torna-a-far-paura/183962/#comments</comments> <pubDate>Sun, 15 Jan 2012 06:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Vittorio Malagutti</dc:creator> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[borsa]]></category> <category><![CDATA[declassamento]]></category> <category><![CDATA[rating]]></category> <category><![CDATA[Standard & Poorìs]]></category> <category><![CDATA[Unicredit]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/15/e-adesso-lo-spread-torna-a-far-paura/183962/</guid> <description><![CDATA[C&#8217;è un dato statistico, almeno uno, che dà ragione all&#8217;esercito di pompieri che da venerdì sera, con dichiarazioni e commenti vari, getta acqua sul fuoco dei timori innescati dalla nuova bocciatura dell&#8217;Italia. L&#8217;ultima volta che Standard &#38; Poor&#8217;s (S &#38; P) ha declassato il debito del nostro Paese la Borsa di Milano non ha fatto...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/01/Borsa2_interna1.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-184045" title="Borsa2_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/01/Borsa2_interna1.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>C&#8217;è un dato statistico, almeno uno, che dà ragione all&#8217;esercito di pompieri che da venerdì sera, con dichiarazioni e commenti vari, getta acqua sul fuoco dei timori innescati dalla nuova bocciatura dell&#8217;<strong>Italia</strong>. L&#8217;ultima volta che <strong>Standard &amp; Poor&#8217;s</strong> (S &amp; P) ha declassato il debito del nostro Paese la Borsa di Milano non ha fatto drammi. Anzi da quel 20 settembre in cui il rating italiano calò da A+ ad A gli indici azionari hanno inaugurato una fase di moderato rialzo che è durata quasi un mese, per poi ripiombare di nuovo nella tempesta che ha preceduto la caduta del governo Berlusconi a metà novembre. Non è detto, quindi, che la stangata di S &amp; P inneschi per forza di cose una nuova ondata di ribassi sui mercati. L&#8217;impressione, adesso come nel settembre scorso, è che gli<strong> investitori</strong> prevedessero da tempo la bocciatura e si siano mossi di conseguenza nelle settimane scorse.</p><p>Insomma, chi doveva vendere ha già venduto. Questo è il giudizio (o forse l&#8217;auspicio) che si raccoglie tra gli analisti. Solo domani, alla riapertura dei mercati, si capirà se l&#8217;ottimismo è giustificato. Nel frattempo i timori restano. Prima di tutto perchè le cannonate di S &amp; P sono andate a colpire anche un altro grande Paese come la <strong>Francia</strong>. Un colpo pesante che potrebbe innescare nuova instabilità in tutta l&#8217;Eurozona. Quanto all&#8217;Italia, retrocessa nella serie B del debito, al pari di Perù, Kazakhistan e Irlanda, adesso rischia di fare ancora più fatica a collocare i propri titoli pubblici. In altre parole i<strong> rendimenti</strong> potrebbero tornare a salire e di conseguenza anche la spesa per interessi a carico del Tesoro. Non è esattamente una prospettiva esaltante per uno Stato che quest&#8217;anno deve rifinanziare circa <strong>400 miliardi</strong> di debiti di cui 150 miliardi entro aprile.</p><p>Il paradosso è che una delle motivazioni del declassamento deciso da S &amp; P è proprio &#8220;la vulnerabilità crescente ai rischi di finanziamento esterno&#8221;. Questa stessa vulnerabilità finisce per aumentare proprio a causa della bocciatura decisa dall&#8217;agenzia di rating in un circolo vizioso che non promette niente di buono. E pensare che solo pochi giorni fa, con il netto calo dei rendimenti registrato nell&#8217;asta dei Btp e, soprattutto, dei Bot, l&#8217;Italia sembrava in marcia verso territori più sicuri. Adesso tutto torna in discussione. Va ricordato che il rating di <strong>BBB+</strong>, quello appena assegnato ai nostri titoli pubblici da S &amp; P, finisce anche per ridurre la platea dei possibili investitori. Infatti, non mancano i grandi fondi internazionali che per regolamento interno possono mettere in portafoglio solo titoli di classe A. Molti di più, peraltro, sono gli investitori istituzionali che sono tenuti a comprare solo prodotti finanziari denominati &#8220;investment grade&#8221;, cioè quelli con rating superiore a doppia B, considerati più sicuri. Con la doppia retrocessione di venerdì sera, l&#8217;Italia si trova ancora all&#8217;interno del recinto dell&#8217;&#8221;investment grade&#8221;, ma pericolosamente vicina all&#8217;uscita.</p><p>Intanto, come è già accaduto lo scorso settembre, la bocciatura darà il via a un effetto a catena. È probabile che nei prossimi giorni venga declassato anche il rating di grandi regioni, comuni enti e società a controllo pubblico. Nel mirino anche le<strong> banche</strong>. Del resto se i titoli di Stato italiani tornano a perdere terreno sui mercati, non possono che calare anche le quotazioni degli istituti di credito che hanno i bilanci imbottiti di Btp. Non per niente, già venerdì pomeriggio, quando si sono diffuse le prime indiscrezioni su un prossimo taglio del rating, le azioni bancarie sono state le prime a perdere quota interrompendo una fiammata rialzista che durava da qualche giorno. Nuvole nere in arrivo, quindi, per istituti di credito come Monte dei Paschi e Banco Popolare, già sotto pressione perchè nei prossimi mesi dovranno rafforzare il patrimonio. Le tensioni maggiori potrebbero però scaricarsi su <strong>Unicredit</strong> che venerdì prossimo chiuderà l&#8217;aumento di capitale monstre da 7,5 miliardi. Dopo un esordio disastroso lunedì scorso, la quotazione della grande banca milanese ha recuperato terreno nel corso della settimana. Adesso però è arrivato il siluro di S &amp; P. Domani vedremo se il colosso Unicredit è in grado di tener botta.</p><p>da <em>Il Fatto Quotidiano</em> del 15 gennaio 2012</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/15/e-adesso-lo-spread-torna-a-far-paura/183962/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> <item><title>Pagano coop e risparmiatori (di V. Malagutti)</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/13/chi-salva-ligresti-pagano-coop-e-risparmiatori/183548/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/13/chi-salva-ligresti-pagano-coop-e-risparmiatori/183548/#comments</comments> <pubDate>Fri, 13 Jan 2012 06:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Vittorio Malagutti</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Bologna]]></category> <category><![CDATA[Consorte]]></category> <category><![CDATA[coop]]></category> <category><![CDATA[coop rosse]]></category> <category><![CDATA[cuccia]]></category> <category><![CDATA[finsoe]]></category> <category><![CDATA[ligresti]]></category> <category><![CDATA[mediobanca]]></category> <category><![CDATA[sacchetti]]></category> <category><![CDATA[Unipol]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/13/chi-salva-ligresti-pagano-coop-e-risparmiatori/183548/</guid> <description><![CDATA[Il presidente della Lega delle cooperative Giuliano Poletti si sente in una botte di ferro. L’Unipol controllata dalle Coop salverà quel che resta della Fonsai di Salvatore Ligresti? “Non c’è da preoccuparsi – sostiene Poletti – perché dobbiamo fidarci della capacità di valutazione dei manager”. La dichiarazione è una sfida alla buona sorte. Anche ai...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il presidente della <strong>Lega delle cooperative Giuliano Poletti </strong>si sente in una botte di ferro. L’Unipol controllata dalle Coop salverà quel che resta della Fonsai di <strong>Salvatore Ligresti</strong>? “Non c’è da preoccuparsi – sostiene Poletti – perché dobbiamo fidarci della capacità di valutazione dei manager”. La dichiarazione è una sfida alla buona sorte.</p><p>Anche ai tempi di <strong>Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti</strong> il movimento cooperativo si fidò ciecamente dei suoi manager. Si sa come è andata a finire, con i processi e tutto il resto. D’altra parte se Poletti si dichiara tranquillo, non si può dire altrettanto dei piccoli azionisti di<strong> Unipol</strong>. Da quando a fine dicembre la compagnia delle Coop è entrata nella complicata partita del salvataggio Fonsai, il titolo della società bolognese ha perso il 20 per cento circa, mentre la Borsa ha recuperato il 2 per cento.</p><p>Il crollo non è una sorpresa. Secondo le indiscrezioni che circolano ormai da giorni sarà Unipol a mettere sul piatto buona parte della somma necessaria a evitare il crac di Fonsai. Si parla di un miliardo di euro o anche di più, che in gran parte verrebbero rastrellati in Borsa con un aumento di capitale. Logico, allora, che i piccoli azionisti della compagnia bolognese, spaventati dalla prospettiva di dover metter mano al portafoglio, scappino a gambe levate.</p><p>Da qui il ribasso del titolo, già in forte difficoltà anche nei mesi scorsi (meno 60 per cento in un anno). Il gruppo che nascerebbe da un’eventuale fusione tra Unipol e <strong>Fonsai </strong>raggiungerebbe di sicuro una massa critica importante, con oltre 22 miliardi di premi raccolti l’anno nei rami vita e danni (comunque ben distante dal leader generali che in Italia viaggia sui 30 miliardi), ma secondo la maggior parte degli analisti sarebbe molto difficile gestire in modo efficiente le sovrapposizioni della rete di agenzie, a meno di non varare pesanti tagli di personale. In questi giorni però la partita si sta giocando nell’alto dei cieli della finanza e qui è Mediobanca guidare le danze.</p><p>L’istituto che fu di <strong>Enrico Cuccia</strong> è il principale creditore sia di Fonsai (un miliardo) sia di <strong>Unipol (400 milioni)</strong>. Mettere i crediti sotto lo stesso ombrello, di sicuro aiuta la banca. Diverso il discorso per quanto riguarda i soci delle due compagnie. A Bologna, per dire, nel mondo coop molti si chiedono: chi ce lo fa fare? Tanto più che di questi tempi nessuna delle grandi cooperative naviga nell’oro. E allora, forse, sarebbe meglio risparmiare risorse preziose invece di avventurarsi nel salvataggio di Fonsai. Ragiona così chi in questi giorni tenta di opporsi al salvataggio di Ligresti. A quanto sembra, però, non è facile dire di no a Mediobanca, da anni consulente principale di Unipol per tutte le operazioni più importanti. E così il negoziato che ha preso il via ormai da un paio di settimane è ormai arrivato all’ultimo round. Tutto potrebbe chiudersi entro questo fine settimana.</p><p>Se davvero venisse varata la fusione tra Unipol e la dissestata Fonsai, le coop dovrebbero rassegnarsi a finanziarie la loro controllata per l’ennesima volta. Finsoe, la holding delle cooperative a cui fa capo il 50, 2 per cento della compagnia, ha sborsato oltre 150 milioni di euro per sottoscrivere la propria quota dell’aumento di capitale varato da Unipol ad aprile del 2010. L’anno prima la stessa Finsoe e la controllante Holmo avevano sottoscritto obbligazioni Unipol per circa 140 milioni. I conti però ancora non tornano per la holding.</p><p>Basti pensare che il 50 per cento del capitale ordinario di Unipol è iscritto nel bilancio di Finsoe per 1, 8 miliardi. Ebbene, in questi giorni il valore di Borsa del 100 per cento della compagnia non supera i 600 milioni. Regole contabili piuttosto generose hanno fin qui consentito alle coop di non prendere atto nei bilanci di questa enorme potenziale minusvalenza nei bilanci di Finsoe. Va detto che Unipol, nel 2009 in perdita per <strong>769 milioni</strong> a causa della disastrosa gestione della banca del gruppo, nei mesi scorsi ha recuperato terreno. La strada da fare, però, sarebbe ancora lunga, dicono gli analisti. Ma Fonsai incombe. Lo vuole Mediobanca. E allora il risanamento può aspettare. Con buona pace dei piccoli soci e delle coop.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/13/chi-salva-ligresti-pagano-coop-e-risparmiatori/183548/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Ferretti, quando la finanza spolpa le aziende</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/10/ferretti-quando-finanza-spolpa-aziende/182819/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/10/ferretti-quando-finanza-spolpa-aziende/182819/#comments</comments> <pubDate>Tue, 10 Jan 2012 17:27:58 +0000</pubDate> <dc:creator>Vittorio Malagutti</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[cinesi]]></category> <category><![CDATA[debiti]]></category> <category><![CDATA[Ferretti]]></category> <category><![CDATA[Rimini]]></category> <category><![CDATA[vendita]]></category> <category><![CDATA[yacht]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=182819</guid> <description><![CDATA[E’ una storia di malafinanza. Di manager spregiudicati e banchieri rapaci. E’ la storia della Ferretti, grande azienda di Rimini che fabbrica yacht e dà lavoro a circa 1.900 persone in una decina di stabilimenti.  Da oggi questo gioiello dell’industria nazionale non è più italiano. L’hanno comprato i cinesi, il gruppo Shandong Heavy industries. E...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>E’ una storia di <strong>malafinanza</strong>. Di manager spregiudicati e banchieri rapaci. E’ la storia della <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/26/crisi-piega-anche-lusso-ferretti-yacht-cina-ferrari-maserati-furla-operai-rischio/179946/" target="_blank">Ferretti</a>, grande azienda di Rimini che fabbrica yacht e dà lavoro a circa 1.900 persone in una decina di stabilimenti.  Da oggi questo gioiello dell’industria nazionale non è più italiano.<strong> L’hanno comprato i cinesi</strong>, il gruppo Shandong Heavy industries. E forse questo è il male minore perché la società romagnola stava per fallire travolta dai debiti.</p><p>Una vicenda come tante, si dirà, in questi tempi di recessione. E invece no, perché il triste declino della Ferretti c’entra poco con la crisi del mercato della nautica. In realtà la vendita ai cinesi è il risultato di dieci anni di <strong>scorribande finanziarie </strong>che hanno devastato i bilanci dell’azienda. Si comincia nel 2000 quando Ferretti sbarca in Borsa valutata 375 milioni di euro. Passano meno di tre anni e il fondo Permira se la compra per 675 milioni per poi rivenderla nel 2006 al prezzo di 1,7 miliardi a un altro fondo britannico, Candover. Nel frattempo il fatturato del gruppo aumenta fino a superare il miliardo di euro.</p><p>Tutte queste operazioni hanno una caratteristica in comune. Le acquisizioni sono state finanziate caricando di debiti l’oggetto stesso della compravendita, cioè Ferretti. In gergo tecnico si chiama<strong> leveraged buy out</strong>, una delle specialità dei banchieri riveriti e strapagati negli anni della grande bolla finanziaria. Solo che nel 2009 il mercato rallenta e Ferretti, schiacciata sotto il peso degli interessi da pagare alle banche, non riesce a far fronte alla crisi. Nel frattempo i finanzieri dei fondi di private equity sono già passati all’incasso per spartirsi decine di milioni tra bonus e premi vari. E’ un banchetto per pochi, mentre nel 2010 un pesante piano di ristrutturazione taglia oltre 300 dipendenti. Non basta ancora. <strong>Troppi debiti</strong>. E alla fine arrivano i cinesi.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/10/ferretti-quando-finanza-spolpa-aziende/182819/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
<!-- Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: http://www.w3-edge.com/wordpress-plugins/

Minified using memcached
Page Caching using memcached (User agent is rejected)
Object Caching 1769/1832 objects using memcached
Content Delivery Network via st.ilfattoquotidiano.it

Served from: www.ilfattoquotidiano.it @ 2012-05-27 07:10:47 -->
