<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Valeria Gandus</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/vgandus/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>&#8220;Non è di maggio&#8221;, la graphic novel sulla strage (impunita) di piazza della Loggia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/15/maggio-graphic-novel-sulla-strage-impunita-piazza-della-loggia/230731/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/15/maggio-graphic-novel-sulla-strage-impunita-piazza-della-loggia/230731/#comments</comments> <pubDate>Tue, 15 May 2012 17:47:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Gandus</dc:creator> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Barilli]]></category> <category><![CDATA[becco giallo]]></category> <category><![CDATA[Brescia]]></category> <category><![CDATA[Delfo Zorzi]]></category> <category><![CDATA[Fenoglio]]></category> <category><![CDATA[graphic novel]]></category> <category><![CDATA[non è di maggio]]></category> <category><![CDATA[piazza della loggia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=230731</guid> <description><![CDATA[All’epoca dei fatti uno non era nemmeno nato e l’altro andava alle elementari. Eppure Francesco Barilli, 42 anni, geometra al Comune di Pizzighettone, Milano, e Matteo Fenoglio, 34, un diploma in Belle arti e un lavoro da operaio a Pinerolo, Torino, quella storia hanno saputo farla propria. E, come già avevano fatto per la strage...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>All’epoca dei fatti uno non era nemmeno nato e l’altro andava alle elementari. Eppure <strong>Francesco Barilli</strong>, 42 anni, geometra al Comune di Pizzighettone, Milano, e <strong>Matteo Fenoglio</strong>, 34, un diploma in Belle arti e un lavoro da operaio a Pinerolo, Torino, quella storia hanno saputo farla propria. E, come già avevano fatto per la strage di piazza Fontana, la trasmettono ora alle nuove generazioni con lo strumento che meglio riesce a parlare loro, la <strong>graphic novel</strong>.</p><p><a href="http://www.beccogiallo.org/shop/76-piazza-della-loggia-vol-1.html" target="_blank"><strong>“Non è di maggio”</strong> (Becco giallo)</a> è la loro ultima fatica: ricostruisce la genesi e l’attuazione della strage di piazza della Loggia, Brescia, 28 maggio 1974, otto morti e oltre cento feriti.</p><p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/14/strage-piazza-della-loggia-appello-tutti-assolti/204442/" target="_blank">Ed esce in libreria poche settimane dopo l’ennesimo processo che ha mandato assolti gli imputati dell’attentato</a>: neofascisti di chiara fama come quel <strong>Delfo Zorzi</strong> che vive tranquillo in Giappone, e pezzi dello Stato come il generale dei carabinieri <strong>Francesco Delfino</strong>.</p><p>Quello di Barilli e Fenoglio è un lavoro importante, frutto di approfondite ricerche d’archivio e indagini sul campo. Immagini più vere del vero, dati e documenti ineccepibili. E la passione di chi cerca verità e giustizia per un crimine impunito.</p><p>La storia non si scrive con le sentenze, ma con un fumetto (forse) sì.</p><p>“Già <a href="http://piazzafontana.beccogiallo.net/" target="_blank">il nostro precedente libro su <strong>piazza Fontana</strong></a> era nato dall’esigenza di fare chiarezza fra i più giovani” dice Barilli. “Chiedevi ai ragazzi che cosa sapevano della strage e ti rispondevano: è un mistero. Falso, perché anche se i colpevoli non sono stati consegnati alla giustizia, c’è comunque una verità processuale acclarata: la strage è stata concepita, maturata e attuata nell’ambito dell’eversione nera”.</p><p>Con quella prima graphic novel (edita anch’essa da Becco giallo) il duo Barilli-Fenoglio non si proponeva dunque di svelare chissà quale retroscena, ma di raccontare e illustrare ciò che si sapeva. Lo stesso può dirsi oggi per il nuovo lavoro sull’attentato di Brescia. “Una strage quasi dimenticata” lamenta Barilli. “Ricordo un illuminante articolo di <strong>Luigi Ferrarella</strong> sul <em>Corriere</em> della sera del 12 dicembre 2009, in occasione del quarantennale di piazza Fontana. Ben vengano le testimonianze e i ricordi, scriveva, ma rammentiamo che c’è un processo in corso per un’altra strage, quella di piazza della Loggia, che rischia di passare sotto silenzio”.</p><p>Barilli e Fenoglio decisero allora di squarciare quel silenzio. E di farlo alla grande, coprendo cinque anni di storia (il <strong>“quinquennio nero”</strong> 1969/1974) in due volumi: il primo, quello in libreria oggi, sui prodromi, tutti i fatti che portarono alla strage, e la preparazione della strage stessa, il secondo sugli sviluppi processuali, l’ultimo dei quali si è appunto concluso poche settimane fa (ma ci sarà, con tutta probabilità, il ricorso in appello). Il secondo è in preparazione.</p><p>Fondamentale, per la ricostruzione dei fatti e del clima dell’epoca, il contributo dato dai sopravvissuti e dai parenti delle vittime, fra i quali <strong>Manlio Milani</strong>. Grande e certosino il lavoro sugli atti processuali. E per le immagini? “Ho lavorato su moltissimo materiale inedito” spiega Matteo Fenoglio. “ Nel senso che ho attinto a materiale iconografico giudiziario mai pubblicato dai media. Ma gran parte dei luoghi li ho ricostruiti dopo una ricerca sul campo, così come i volti dei testimoni”.</p><p>È consolante sapere che, nella società dell’effimero, ci siano giovani che coltivano pervicacemente la memoria, la storia degli ultimi: Fenoglio ha cominciato raccontando lo <strong>sciopero dei 35 giorni</strong> alla Fiat negli anni Ottanta. Barilli è fra i collaboratori di <strong><a href="http://www.reti-invisibili.net/" target="_blank">Reti invisibili</a></strong>, un sito e network di associazioni italiane impegnate nella memoria storica, nella ricerca della verità e della giustizia su molte vicende che hanno insanguinato il nostro Paese dal dopoguerra ad oggi.</p><p><em>“Da molto tempo le stragi non sono più raccontate.</em><br /><em>Commemorate sì, ma ridotte a eventi lapidari.</em><br /><em>La memoria è duratura se è un racconto ripetuto:</em><br /><em>racconto, cioè svolgimento narrativo e non rappresentazione</em><br /><em>di un evento isolato. Ripetuto, in quanto abbia</em><br /><em>un senso al mutare del contesto e delle generazioni.</em><br /><em>Io, adesso, sogno come sarebbe stato mio fratello</em><br /><em>Gino, i suoi occhi ridenti, e se fossi stato lo zio dei suoi</em><br /><em>figli avrei cantato loro la ninna nanna della mia terra.</em><br /><em>Non è così.”</em></p><p><strong>Dalla lettera di Lorenzo Pinto, scomparso il 1° gennaio 2011, in ricordo del fratello Luigi, deceduto nella strage di Piazza della Loggia</strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/15/maggio-graphic-novel-sulla-strage-impunita-piazza-della-loggia/230731/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Sabina Rossa e Sergio Segio, anticorpi della non violenza?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/14/sabina-rossa-sergio-segio-anticorpi-della-violenza/229511/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/14/sabina-rossa-sergio-segio-anticorpi-della-violenza/229511/#comments</comments> <pubDate>Mon, 14 May 2012 17:05:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Gandus</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[cancellieri]]></category> <category><![CDATA[don Luigi Ciotti]]></category> <category><![CDATA[ex terroristi]]></category> <category><![CDATA[Gruppo Abele]]></category> <category><![CDATA[In mezzora]]></category> <category><![CDATA[lucia annunziata]]></category> <category><![CDATA[pd]]></category> <category><![CDATA[sabina rossa]]></category> <category><![CDATA[Sergio Segio]]></category> <category><![CDATA[terrorismo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=229511</guid> <description><![CDATA[Ho visto ieri la trasmissione di Lucia Annunziata “In mezz’ora”. Non ne sono rimasta sconvolta come qualche politico (i soliti) ripreso dai giornali. Al contrario, ho trovato molto interessanti le riflessioni di Sergio Segio e di Sabina Rossa sull’attentato al dirigente dell’Ansaldo nucleare Roberto Adinolfi. Di più: da giornalista dico che quella di ieri è...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ho visto ieri la trasmissione di Lucia Annunziata “In mezz’ora”. Non ne sono rimasta sconvolta come <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/13/terrorismo-segio-ospite-mezzora-polemica-pdl-vergogni/228596/" target="_blank">qualche politico </a>(i soliti) ripreso dai giornali. Al contrario, ho trovato molto interessanti le riflessioni di <a href="http://www.inmezzora.rai.it/dl/portali/site/articolo/ContentItem-959d98af-188d-4202-9940-ba48dd9a62e5.html?homepage" target="_blank">Sergio Segio e di Sabina Rossa </a>sull’attentato al dirigente dell’Ansaldo nucleare Roberto Adinolfi. Di più: da giornalista dico che quella di ieri è stata una puntata eccezionale, per la<strong> tempestività</strong> con cui è stata realizzata e per la qualità degli ospiti.</p><p>Si parlava di terrorismo, e in studio c’erano un ex terrorista e la figlia di una vittima del terrorismo. Due persone che però non vivono con lo sguardo rivolto al passato ma fortemente centrato sul <strong>presente</strong> e sul futuro. Sabina Rossa è deputata del Pd, Sergio Segio, che ha da tempo rinnegato la lotta armata, lavora nel sociale, con il Gruppo Abele di don Luigi Ciotti.</p><p>Di che cosa hanno parlato? Di cose che conoscono. Dell’atto in sé, del linguaggio del volantino di rivendicazione. E di come <strong>contrastare</strong> una possibile, nuova, deriva terroristica. Annunziata faceva le domande, loro rispondevano. A una di esse, circa l’uso dell’esercito a tutela degli obiettivi sensibili, Segio si è detto contrario. Sabina Rossa ha risposto testualmente “Ho dei dubbi” (sull’utilità dell’uso dell’esercito).</p><p>Lo scandalo, credo, è nato dal fatto che l’ex di Prima linea e la figlia dell’uomo ucciso dalle Brigate Rosse si siano trovati, sostanzialmente, d’accordo. E non solo sulla questione dell’esercito: entrambi hanno detto che un Paese che non sa fare i conti con il proprio passato (Piazza Fontana, G8 di Genova), difficilmente può riuscire a<strong> fronteggiare</strong> la crisi presente.</p><p>Ho trovato in Sabina Rossa una persona straordinaria: conosco i genovesi e il loro connaturato riserbo, immagino quanto debba esserle costata (nonostante il personale percorso che già l’ha portata a incontrare e a cercare di capire l’origine del gesto degli assassini di suo padre) la <strong>convivenza</strong> sia pur temporanea sul teleschermo con l’ex terrorista, ma mai nelle sue parole o nell’espressione del suo volto ho letto o visto meno che rispetto dell’opinione altrui, oltre che profonda, buona educazione. E lo stesso, devo dire, vale per Segio, certo più imbarazzato di lei a condividere la ribalta televisiva: più volte ha preposto ai suoi interventi la locuzione “non vorrei sembrare irriguardoso”, o qualcosa del genere, anche se non stava per dire nulla di <strong>offensivo</strong>, anzi, generalmente concordava con quanto detto da Rossa.</p><p>Immagino che lui stesso paventasse come “irriguardosa” la sua presenza lì, accanto a quella donna che una mano assassina aveva privato, ancora bambina, del diritto a crescere accanto a suo padre, eppure così forte da <strong>non temere</strong> il confronto con chi, un tempo, stava dall’altra parte, a imbracciare altre armi che provocavano altri lutti.</p><p>Entrambi insieme, oggi, sul fronte della <strong>ragionevolezza</strong>. A dispetto di chi li vorrebbe per sempre nemici e che agli “anticorpi della nonviolenza” auspicati da Sabina Rossa preferiscono forse i venti di guerra.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/14/sabina-rossa-sergio-segio-anticorpi-della-violenza/229511/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Processo Rostagno, lentezza e (in)giustizia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/10/processo-rostagno-ingiustizia-lentezza/225870/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/10/processo-rostagno-ingiustizia-lentezza/225870/#comments</comments> <pubDate>Thu, 10 May 2012 16:56:23 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Gandus</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[chicca roveri]]></category> <category><![CDATA[giustizia]]></category> <category><![CDATA[lentezza]]></category> <category><![CDATA[Mauro Rostagno]]></category> <category><![CDATA[processo]]></category> <category><![CDATA[Vincenzo Virga]]></category> <category><![CDATA[Vito Mazzara]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=225870</guid> <description><![CDATA[Ventinove udienze in un anno e mezzo. Testi che non compaiono: perché sono morti. O perché non si trovano. O perché le notifiche vengono fatte in ritardo. Lunghi e costosi viaggi dei parenti della vittima per seguire il processo. E trasferte spesso inutili. Come quella per l’udienza di ieri, 9 maggio, quando di fronte all’ennesimo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ventinove udienze in un anno e mezzo</strong>. Testi che non compaiono: perché sono morti. O perché non si trovano. O perché le notifiche vengono fatte in ritardo.</p><p>Lunghi e costosi viaggi dei parenti della vittima per seguire il processo. E trasferte spesso inutili. Come quella per l’udienza di ieri, 9 maggio, quando di fronte all’ennesimo intoppo, <strong>Chicca Roveri</strong>, vedova di Mauro Rostagno, assassinato a Valderice il 26 settembre 1988, in segno di protesta ha abbandonato l’aula della Corte di Assise di Trapani, dove si celebra il processo contro i presunti assassini del giornalista e sociologo: “Non verrò più” ha esclamato sbattendo un fascicolo sul tavolo.</p><p>La compagna di Rostagno si è alzata ed è andata via proprio mentre l’avvocato Carmelo Miceli, che la rappresenta nel processo come parte civile, stava evidenziando alla Corte che Chicca Roveri, per presenziare alle udienze, sostiene costi esorbitanti.</p><p>Il processo, che vede imputati il boss <strong>Vincenzo Virga,</strong> accusato di essere il mandante, e<strong> Vito Mazzara</strong>, indicato dai pm come uno degli esecutori materiali del delitto, ha subito un rallentamento (sono già saltate due udienze e anche quella di ieri non ha rispettato il programma fissato dalla Corte) per le difficoltà nel rintracciare i testi citati dalla difesa. Funziona, pare, in questo modo: le difese dei due accusati, Virga e Mazzara, presentano in extremis alla Dda la lista dei testi da sentire. Tecnicamente questo comporta, per il meccanismo delle notifiche, che non si fa materialmente in tempo ad avvertire tutte le persone indicate. Proprio per ovviare il problema, gli avvocati della difesa e i pm della Dda di Palermo hanno avviato una collaborazione, con uno scambio di informazioni.</p><p>Omicidi di mafia, stragi di Stato, fatti che risalgono a decenni e decenni addietro. È una giustizia<strong> lenta e per nulla implacabile</strong> quella che ancora se ne occupa. Invecchiano i superstiti, imbiancano i testimoni. E qualcuno di loro riesce perfino a fare esercizio d’ironia (amara): «Trapani, processo Rostagno: 29 udienze in un anno e mezzo. Brescia, processo Piazza della Loggia, quasi 400 udienze in due anni. Appello: meno di trenta udienze in due mesi- Sentenza: assoluzione, ma non c&#8217;entra” ha scritto uno di loro sulla pagina facebook del processo Rostagno.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/10/processo-rostagno-ingiustizia-lentezza/225870/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Diaz, se volete sapere cosa è accaduto davvero</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/16/diaz-volete-sapere-cosa-accaduto-davvero/204731/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/16/diaz-volete-sapere-cosa-accaduto-davvero/204731/#comments</comments> <pubDate>Mon, 16 Apr 2012 09:37:48 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Gandus</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Alessandro Mantovani]]></category> <category><![CDATA[bolzaneto]]></category> <category><![CDATA[diaz]]></category> <category><![CDATA[Fini]]></category> <category><![CDATA[scajola]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=204731</guid> <description><![CDATA[Ho visto “Diaz” con mia figlia. Carolina aveva vent’anni, allora, e come molti scampò al massacro per caso, così come per caso tanti altri ragazzi lo subirono. Alla Diaz aveva depositato il suo zaino quella mattina, dopo aver lasciato il Carlini (lo stadio), considerato poco sicuro perché a rischio sgombero. Per fortuna decise di non...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ho visto “Diaz” con mia figlia. Carolina aveva vent’anni, allora, e come molti scampò al massacro per caso, così come per caso tanti altri ragazzi lo subirono.</p><p>Alla Diaz aveva depositato il suo zaino quella mattina, dopo aver lasciato il Carlini (lo stadio), considerato poco sicuro perché a rischio sgombero.</p><p>Per fortuna decise di non passare lì la notte e verso sera prese le sue cose e tornò a Milano.</p><p><strong>Per una buona parte del film mia figlia ha pianto</strong>. Mi stringeva la mano e piangeva mentre assisteva ai pestaggi, alle umiliazioni, insomma alla ricostruzione fedele della barbarie perpetrata quella notte a Genova.</p><p>Dopo, mi ha raccontato quel che ricordava del luogo: il centro stampa con i computer, i suoi amici videomaker che montavano le immagini raccolte il giorno prima. L’allegra confusione di un campeggio al coperto. Nulla che potesse far presagire quanto sarebbe successo.</p><p>Avevo letto il libro di <strong>Alessandro Mantovani </strong>dal quale è tratto il film (“Diaz &#8211; Processo alla polizia”, Fandango) e l’avevo trovato importante: un documento imprescindibile per chi avesse voluto sapere che cosa era accaduto davvero a Genova quella notte. Ne avevo anche scritto per <em>Il Fatto</em> in occasione del decennale del G8, l’anno scorso.</p><p>Il film è altrettanto importante. Bellissimo. Scioccante. Vero. Basato, come il libro, sugli atti processuali. Inattaccabile.</p><p>E, per favore, non venitemi a dire che nel film non si parla di <strong>Scajola</strong> e di <strong>Fini</strong>, o che l’altra barbarie, quella di Bolzaneto, è trattata solo di striscio (ma con che forza!) . “Diaz” racconta una parte di quel G8, e la racconta bene, in modo oggettivo. E scusate se è poco.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/16/diaz-volete-sapere-cosa-accaduto-davvero/204731/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Piazza della Loggia, in appello tutti assolti i quattro imputati per la strage</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/14/strage-piazza-della-loggia-appello-tutti-assolti/204442/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/14/strage-piazza-della-loggia-appello-tutti-assolti/204442/#comments</comments> <pubDate>Sat, 14 Apr 2012 09:27:45 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Gandus</dc:creator> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[delfino]]></category> <category><![CDATA[Loggia]]></category> <category><![CDATA[maggi]]></category> <category><![CDATA[piazza]]></category> <category><![CDATA[tramonte]]></category> <category><![CDATA[zorzi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=204442</guid> <description><![CDATA[E così anche questa volta giustizia non è stata fatta. Nessun colpevole per la strage di Piazza della Loggia (28 maggio 1974, otto morti e oltre cento feriti): trentotto anni dopo, la Corte d&#8217;assise d&#8217;Appello di Brescia ha assolto Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Maurizio Tramonte (neofascisti di Ordine nuovo) e il generale dei carabinieri...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/piazzaloggia_interna.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-204449" title="piazzaloggia_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/piazzaloggia_interna.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a></p><p>E così anche questa volta giustizia non è stata fatta. Nessun colpevole per la strage di Piazza della Loggia (28 maggio 1974, otto morti e oltre cento feriti): trentotto anni dopo, la Corte d&#8217;assise d&#8217;Appello di Brescia ha assolto <strong>Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Maurizio Tramonte </strong>(neofascisti di Ordine nuovo) e il generale dei carabinieri <strong>Francesco Delfino </strong>nel quarto processo per la strage.</p><p>Per sovrappiù, la beffa: le parti civili dovranno accollarsi le spese processuali del ricorso contro contro <strong>Pino Rauti</strong>, ritenuto inammissibile, per il quale la stessa accusa aveva chiesto l’assoluzione.</p><p>Non che i parenti delle vittime e i bresciani che hanno seguito con trepidazione il dibattimento in aula si fossero fatte molte illusioni. Una maledizione, o per meglio dire una congiura del silenzio,  sembra colpire i processi che riguardano lo stragismo nero, variamente supportato da servizi segreti deviati e apparati dello stato infedeli. Piazza Fontana docet.</p><p>Eppure, fin dall’inizio erano state percorse le piste giuste. Nel 1975, per la bomba di Brescia vengono inquisiti i neofascisti Ermanno Buzzi e Angelino Papa, che nel 1979 saranno condannati in primo grado. Ma già 1981 le acque diventano torbide. Poco prima del processo d’Appello, Buzzi, personaggio in bilico fra criminalità comune e neofascismo, viene ammazzato nel supercarcere di Novara dai camerati <strong>Mario Tuti</strong> e <strong>Pierluigi Cocutelli</strong>: perché era un “pederasta”, si giustificano i due. Perché intendeva “cantare” nell’imminente processo di secondo grado, il movente più accreditato, come risulterebbe anche da una lettera di Buzzi medesimo.</p><p>In ogni caso, al processo d’Appello Papa viene assolto e, a sorpresa, arriva anche l’assoluzione “post mortem” di Buzzi. Fra annullamenti e nuovi appelli, le assoluzioni vengono confermate fino in Cassazione.</p><p>Non è l’unica stranezza di questa storia infinita. Nel 1975, a raccogliere la soffiata su Buzzi era stato il capitano dei carabinieri Francesco Delfino il quale, come si scoprirà molti anni dopo, conosceva benissimo Buzzi, che era un suo informatore fin dal 1973: un informatore speciale, che veniva da lui addirittura mandato a colloquio con i detenuti in carcere per carpirne informazioni. Bell’informatore. O meglio: bella coppia di informatore e servitore dello Stato.</p><p>Ma facciamo un passo indietro: da uno stralcio della prima istruttoria (“gruppo Buzzi”) era nata un’ “inchiesta bis” imperniata su <strong>Ugo Bonati</strong>, uno dei principali testimoni dell’accusa, che sosteneva d’aver assistito a tutta la vicenda, dal trasporto dell’esplosivo alla Piazza fino al deposito della bomba. La sua posizione di “testimone inconsapevole” della strage si fa presto insostenibile e viene rinviato a giudizio come componente del gruppo degli attentatori, in concorso con Buzzi e Papa, con conseguente mandato di cattura. Ma nel ’79 fugge da Brescia e da allora non è più stato rintracciato. Il 17 dicembre 1980, comunque, il giudice istruttore dispone l’assoluzione nei suoi confronti, accertando che le sue affermazioni sono false, sul ruolo degli altri imputati come sul proprio.</p><p>Altre due istruttorie si risolvono in un nulla di fatto: nel <strong>1987</strong> vengono assolti gli estremisti di destra <strong>Cesare Ferri </strong>e <strong>Alessandro Stepanoff</strong>. Nel 1993 il giudice istruttore Gian Paolo Zorzi non riesce ad accertare le responsabilità penali di un altro gruppo di neofascisti, fra i quali Giancarlo Rognoni. Nell’ordinanza di rinvio a giudizio Zorzi denuncia la protezione di esecutori e mandanti della strage a opera di servizi segreti e apparati dello Stato, evidenziando “l’esistenza e costante operatività di una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo”.</p><p>Passano 15 anni prima che vengano rinviati a giudizio, nel 2008, altri esponenti neofascisti (Pino Rauti, Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi, già inquisiti per piazza Fontana) e, questa volta, anche un informatore del Sid e un rappresentante delle istituzioni: il comandante, nel frattempo diventato generale, Francesco Delfino.</p><p>L’accusa di strage nei confronti Maggi e Zorzi (quest’ultimo, residente da decenni in Giappone, è accusato di aver confezionato e procurato l’ordigno esploso in piazza della Loggia), si basa sulle veline al Sid di Padova e sulle successive dichiarazioni dell’agente Maurizio Tramonte, nome in codice Tritone, e sulle dichiarazioni del pentito <strong>Carlo Digilio</strong>, ex agente Cia, armiere di Ordine Nuovo.</p><p>Nelle sue veline, l’infiltrato Tramonte-Tritone raccontava in tempo reale (1974) di riunioni svoltesi ad Abano Terme con lo scopo di creare “ …<em> una nuova organizzazione extraparlamentare di destra che comprenderà parte degli ex militanti di Ordine Nuovo. L’organizzazione sarà strutturata in due tronconi. Uno clandestino … opererà con la denominazione Ordine Nero sul terreno dell’eversione violenta contro obiettivi che verranno scelti di volta in volta”.</em> Una dichiarazione d’intenti che non poteva essere presa sottogamba, ma che fu invece ignorata all’epoca dei fatti e considerata ininfluente al processo del 2008, così come non rilevante fu considerata la testimonianza di Digilio, già considerato non credibile come teste nel processo di piazza Fontana e, per estensione, anche in quello di Brescia. Risultato: tutti assolti, sia pure con formula dubitativa.</p><p>Le ultime speranze erano riposte nel processo d’Appello, iniziato due mesi fa. Ma le cose sono andate male fin dall’inizio: non sono state accolte le nuove prove prodotte dall’accusa, fra le quali le dichiarazioni di un altro agente del Sid, <strong>Fulvio Felli</strong>, il quale ammetteva che la velina di Tramonte sulla riunione di Ordine nero in cui si preannunciava la strage era stata posdatata, risultando evidente che, se scritta e letta da chi di dovere prima dei fatti, la strage si sarebbe potuta prevenire.</p><p>La ridefinizione del ruolo di Delfino e dei suoi rapporti con Buzzi non sono stati presi in considerazione. E lo stesso si dica per il ritrovamento del casolare, indicato da Digilio, dove Zorzi avrebbe accompagnato il camerata <strong>Marcello Soffiati </strong>per la consegna della valigetta che conteneva l’ordigno destinato a Brescia.</p><p>È stato accettato, soltanto, un approfondimento sulle perizie balistiche: in pratica una discussione astratta su reperti che non esistono (la piazza fu lavata subito dopo l’esplosione) ingaggiata fra i periti dell’epoca, che avevano almeno annusato dal vivo l’odore dell’esplosivo, e quelli di oggi, che hanno lavorato solo sulle carte. Era tritolo, sostengono questi ultimi, no c’era anche gelignite o dinamite, dicono i vecchi, in accordo con quanto dichiarato da Digilio.</p><p>Con queste premesse, dicevamo, i parenti delle vittime che da 38 anni conducono la loro caparbia battaglia per la ricerca della verità, non si facevano illusioni. E però la delusione è stata forte. «La verità giudiziaria dal punto di vista delle singole responsabilità non l&#8217;abbiamo. Abbiamo invece ormai acquisito una verità storica sui fatti» ha dichiarato <strong>Manlio Milani</strong>, presidente dell’Associazione vittime della strage di piazza della Loggia.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/14/strage-piazza-della-loggia-appello-tutti-assolti/204442/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>&#8220;Crack machine&#8221;, da Société Générale alla vita al tempo delle Grandi Banche</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/11/crack-machine-societe-generale-alla-vita-tempo-delle-grandi-banche/203748/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/11/crack-machine-societe-generale-alla-vita-tempo-delle-grandi-banche/203748/#comments</comments> <pubDate>Wed, 11 Apr 2012 17:37:18 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Gandus</dc:creator> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[jerome kerviel]]></category> <category><![CDATA[Mazzarelli]]></category> <category><![CDATA[Musella]]></category> <category><![CDATA[teatro Menotti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=203748</guid> <description><![CDATA[All’indomani del tracollo delle Borse europee, che hanno visto bruciare in un giorno qualcosa come 170 miliardi di euro, è quanto mai tempestivo il debutto, al Teatro Menotti di Milano, di “Crack Machine – Il denaro non esiste”, pièce di, con e per la regia di Paolo Mazzarelli e Lino Musella, duo prodige del nuovo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/cracmachine_interna.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-203750" title="cracmachine_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/cracmachine_interna.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>All’indomani del tracollo delle Borse europee, che hanno visto bruciare in un giorno qualcosa come 170 miliardi di euro, è quanto mai tempestivo il debutto, al <strong>Teatro Menotti di Milano</strong>, di “Crack Machine – Il denaro non esiste”, pièce di, con e per la regia di <strong>Paolo Mazzarelli </strong>e <strong>Lino Musella</strong>, duo <em>prodige</em> del nuovo teatro italiano avvezzo a misurarsi, in modo diretto e spietato, al mondo che ci circonda.</p><p>Dopo la vicenda di Sacco e Vanzetti (“Due cani”) e il gorgo mortifero della tv spazzatura (“Figlidiunbruttodio”, premio In-box 2010) i due autori-attori, milanese il primo, partenopeo il secondo, entrambi attorno alla trentina, affrontano questa volta il mondo della finanza con il corollario di malaffare e follia che gli ruota attorno.</p><p>Lo spunto è fornito da una vicenda reale, quella che nel 2008 ha visto <em><strong>Jérôme Kerviel</strong></em>, giovane trader della <strong>Société Générale</strong>, la più importante banca francese, al centro di un crack colossale: <strong>4,9 miliardi </strong>di euro, il più grande buco della storia della finanza mondiale.</p><p>“Ho saputo di questa vicenda l’anno scorso, in Francia, leggendo il libro di Kerviel” racconta Paolo Mazzarelli. “Sono rimasto molto impressionato dalla storia di questo ragazzo della mia età, 31 anni, che fra l’altro fisicamente mi assomiglia. Uno che ha bruciato le tappe nella finanza guadagnando presto un bel po’ di soldi, ne ha fatti guadagnare moltissimi alla sua banca (utili per decine di milioni di euro), si è esaltato in un crescendo di operazioni azzardate compiute con l’avallo, sostiene, della Société, e alla fine ha pagato per tutti”.</p><p>Inquisito insieme ad altri esponenti della banca, arrestato e incarcerato per un breve periodo, il giovane trader è infatti oggi l’unico dipendente della Société Générale ancora sotto processo. “Possibile” si chiede Mazzarelli “che sia il solo responsabile di un tale disastro? Fino a quando macinava utili per la banca nessuno aveva niente da dire sui suoi metodi spregiudicati, solo a danno fatto è stato scaricato e denunciato dalla Société”.</p><p>Nella finzione teatrale, <em>Jérôme Kerviel diventa </em><em><strong>Geremia Cervello </strong></em><em>e sta scontando la condanna per il crack. E le analogie con la realtà finiscono qui, il resto è fantasia, anche se con molti riferimenti alla realtà della finanza internazionale.</em></p><p><em>In carcere, Cervello </em>si scopre all&#8217;improvviso minacciato, preso di mira dal suo stesso mondo, quello delle Grandi Banche, cuore pulsante e malato dei grandi potentati politico-finanziari: il crimine in doppiopetto. Suo compagno di cella è <strong>Eros</strong>, un giovane assassino, nato e cresciuto ai margini della società: l’altra faccia del crimine, quella sporca. A completare il quadro, <strong>Italo Capone</strong>, guardia carceraria, e <strong>Alberto La Parola</strong>, un importante avvocato, emissario delle Banche.</p><p>Quattro personaggi (due per ciascuno degli autori-attori) che aprono uno squarcio su un mondo dove, maneggiando così ingenti e volatili quantità di denaro, è facile perdere il contatto con la realtà ed essere travolti insieme ai limiti etici troppo facilmente oltrepassati.</p><p>“Il nostro è un lavoro sul senso e il non senso del denaro e sul concetto di criminalità” spiega Mazzarelli. Ma anche un perfetto meccanismo a orologeria, una macchina del crack che non può che portare a un liberatorio crollo finale.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/11/crack-machine-societe-generale-alla-vita-tempo-delle-grandi-banche/203748/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Buona Pasqua.  Hag Sameach</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/buona-pasqua-sameach/202715/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/buona-pasqua-sameach/202715/#comments</comments> <pubDate>Fri, 06 Apr 2012 14:35:20 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Gandus</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Corrado Augias]]></category> <category><![CDATA[gesù]]></category> <category><![CDATA[Mauro Pesce]]></category> <category><![CDATA[Mose]]></category> <category><![CDATA[pasqua cristiana]]></category> <category><![CDATA[pasqua ebraica]]></category> <category><![CDATA[Yeoshua]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=202715</guid> <description><![CDATA[Quest’anno la Pasqua ebraica e quella cristiana cadono negli stessi giorni. Non so se è per questa congiunzione astrale (il calendario ebraico è basato sulle fasi lunari) che la casa editrice et.al. manda in libreria, proprio in questi stessi giorni, “Io Yeoshua chiamato Gesù”, di Miro Silvera. Di sicuro questo piccolo ma ispirato libro è...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Quest’anno la Pasqua ebraica e quella cristiana cadono negli stessi giorni. Non so se è per questa congiunzione astrale (il calendario ebraico è basato sulle fasi lunari) che la casa editrice et.al. manda in <strong>libreria,</strong> proprio in questi stessi giorni, “Io Yeoshua chiamato Gesù”, di Miro Silvera.</p><p>Di sicuro questo piccolo ma ispirato libro è un’ottima occasione per affrontare un tema non dico tabù ma generalmente <strong>rimosso</strong>, più o meno inconsapevolmente: Gesù era ebreo e, davvero, si chiamava Yeoshua, che in ebraico antico significa “il Signore salva”.</p><p>Già Corrado Augias e Mauro Pesce ci avevano spiegato e raccontato in “Inchiesta su Gesù” la profonda e sentita appartenenza di Gesù al suo popolo e alla religione dei padri. Silvera ha un approccio diverso: immagina la vita di Yeoshua prima che diventasse Gesù. Ne ricostruisce l’infanzia vissuta nella serena famiglia composta dall’anziano padre Josef, falegname e rabbino, sua madre Maryam (sposata da Josef in seconde nozze) e i numerosi fratelli, parenti, amici, fra i quali un certo Lazar e un certo Yochannan (Lazzaro e Giovanni) che in modo diverso lasceranno un segno importante nella sua vita.</p><p>Ma il libro <strong>racconta</strong> soprattutto la crescita di Yeoshua, la sua formazione negli anni che seguono alla morte di Josef, quando ventenne lascia la sua casa per cercare non tanto se stesso quanto una verità che ancora gli sfugge.</p><p>È un’ipotesi romanzesca quella costruita, con grande rispetto e partecipazione, dall’ebreo Silvera, ma storicamente plausibile. Attorno a Yeoshua si muovono personaggi realmente esistiti come Erode Antipa e figure fondamentali del cristianesimo come Yochannan-Giovanni, che dai cristiani è <strong>celebrato</strong> come il Battista perché battezzò Gesù nelle acque del fiume Giordano, e qui è semplicemente l’amico e sodale che lo guida nella purificazione rituale in quelle stesse acque.</p><p>Sullo sfondo, una Galilea occupata dagli invasori romani e un popolo oppresso, quello degli ebrei, diviso fra la paura e l’ansia di ribellione.</p><p>Dopo aver vissuto a Gerusalemme e vagato come Mosé nel deserto, Yeoshua viene accolto dagli Esseni (una comunità ebraica di tipo monastico che ha lasciato una straordinaria eredità storica e spirituale nei celebri <strong>manoscritti</strong> rinvenuti nei pressi del Mar Morto nel 1947) e per un periodo ne segue le rigide regole. Fino a quando sete la necessità di allontanarsi per diffondere fra il popolo le sue parole di battaglia contro l’oppressore: ama il tuo nemico.</p><p>E qui il libro si ferma, ma non la storia di Yeoshua.</p><p>Non è il figlio di Dio quello raccontato in queste pagine, ma un uomo <strong>speciale</strong> dopo il quale il mondo non sarà più lo stesso.</p><p>Buona Pasqua. Hag Sameach.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/buona-pasqua-sameach/202715/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>&#8216;Romanzo di una strage&#8217;, manca la società civile</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/05/romanzo-strage-societa-civile-vede/202492/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/05/romanzo-strage-societa-civile-vede/202492/#comments</comments> <pubDate>Thu, 05 Apr 2012 07:24:04 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Gandus</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Delfo Zorzi]]></category> <category><![CDATA[destra eversiva]]></category> <category><![CDATA[golpe]]></category> <category><![CDATA[Oinelli]]></category> <category><![CDATA[piazza della loggia]]></category> <category><![CDATA[piazza fontana]]></category> <category><![CDATA[romanzo di una strage]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=202492</guid> <description><![CDATA[Per me che allora avevo 18 anni, come per tanti altri che hanno l’età per ricordare, la visione di “Romanzo di una strage”, il film di Marco Tullio Giordana sulle bombe di piazza Fontana, ha avuto il sapore della proverbiale madeleine proustiana. Una madeleine amara, perché il ricordo vivido di quei giorni lontani si scontrava...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Per me che allora avevo 18 anni, come per tanti altri che hanno l’età per ricordare, la visione di “<a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=&amp;esrc=s&amp;source=web&amp;cd=1&amp;ved=0CFIQFjAA&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.mymovies.it%2Ffilm%2F2012%2Fromanzodiunastrage%2F&amp;ei=Okl9T6eJHvSM4gTym7C3DA&amp;usg=AFQjCNEI-Xl5DrwB9ZC0fKOB7F2cMEut9w&amp;sig2=e3o5G2iFs1NE_GG2WURxuw" target="_blank">Romanzo di una strage</a>”, il film di Marco Tullio Giordana sulle bombe di piazza Fontana, ha avuto il sapore della proverbiale <strong><em>madeleine</em> proustiana</strong>. Una <em>madeleine</em> amara, perché il ricordo vivido di quei giorni lontani si scontrava con la verità parziale, e a tratti totalmente negata, raccontata dal film.</p><p>Le due borse, i due scoppi, i due mandanti: gli anarchici utili idioti con la loro bombetta dimostrativa, i fascisti e i Servizi deviati con la bomba assassina. Falso e assurdo.</p><p>Sul film e le sue incongruenze storico-giudiziarie, la finisco qui, rimandando a quanto scritto sul Corriere della Sera da un testimone eccellente, il giornalista <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2012/marzo/28/Dalle_due_bombe_Lotta_Continua_co_9_120328020.shtml" target="_blank"><strong>Corrado Stajano</strong></a>, che seguì dall’inizio i fatti e che la notte della morte di Pinelli era nell’ufficio del questore Marcello Guida, come racconta il film, con altri colleghi fra i quali Camilla Cederna. Rimando anche all’<a href="http://www.43anni.it/" target="_blank"><strong>instant book </strong>di Adriano Sofri</a>, volto in realtà a contestare minuziosamente non il film ma il libro al quale è in parte ispirato.</p><p>Sgombro anche il campo sul <strong>valore artistico e sull’utilità sociale dell’opera</strong>: ammetto che è fatto bene e che può aiutare chi non c’era, soprattutto i più giovani, a chiarirsi un po’, ma solo un po’, le idee su che cosa successe quel 12 dicembre 1969. Insomma, al prossimo sondaggio dovrebbero essere un po’ di meno i giovani che attribuiscono la strage alle Brigate rosse.</p><p>Mi preme, invece, soffermarmi sul <strong>clima dell’epoca</strong>, assente nel film. La verità che in “Romanzo di una strage” emerge solo alla fine, e cioè che le bombe avevano una sola matrice, la destra eversiva, per molti fu chiara fin dal giorno seguente. “Strage di stato” venne chiamata subito. E gridata nelle assemblee, nelle piazze, su alcuni giornali. E palese apparve il suo scopo: destabilizzare il Paese e favorire un colpo di stato.</p><p>Non c’è, nel film, questa<strong> presa di coscienza immediata e collettiva</strong> che, di fatto, rese impossibile il golpe. Così come non c’è la convinzione di molti, da subito, dell’assoluta estraneità degli anarchici all’attentato e di Pinelli in particolare. “Omicidio di stato” si disse allora della sua morte, e tale per me rimane, anche se una sentenza tardiva archiviò il suo volo dalla finestra della questura come conseguenza di un non meglio precisato “malore attivo”. Nessuno ha mai davv ero spiegato che cosa successe esattamente in quella stanza. Quello che è certo è che <strong>Pinelli </strong>non  doveva trovarsi lì da 72 ore senza cibo né sonno, sottoposto a un interrogatorio ininterrotto e martellante.</p><p>Manca, nel film, la società civile che partecipò in massa ai funerali delle vittime della strage, che non credette alle<strong> verità propinate dalle fonti ufficiali</strong>, che affiancò e incoraggiò la ricerca dei veri mandanti e autori dell’attentato. La stessa che ancora oggi tiene in vita, insieme con un manipolo di giudici tenaci e coraggiosi, il processo per un’altra strage di Stato, quella avvenuta a Brescia, in <strong>Piazza della Loggia</strong>, cinque anni dopo, nel maggio del 1974.</p><p>Nelle lunghe, infinite indagini sulle due stragi ricorrono nomi e sigle. Nessuno, finora, è stato condannato. E sul banco degli imputati, oggi a Brescia, non c’è il principale indiziato: <strong>Delfo Zorzi,</strong> imputato anche per piazza Fontana ma riparato all’estero, in Giappone, da decenni.</p><p>L’ultima udienza del processo sarà il 10 aprile. Nessun film è, per ora, in programma.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/05/romanzo-strage-societa-civile-vede/202492/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Assalto al cielo, la classe operaia va sui tetti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/04/assalto-cielo-classe-operaia-tetti/195467/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/04/assalto-cielo-classe-operaia-tetti/195467/#comments</comments> <pubDate>Sun, 04 Mar 2012 13:56:54 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Gandus</dc:creator> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Fandango]]></category> <category><![CDATA[Giachetta]]></category> <category><![CDATA[INNSE]]></category> <category><![CDATA[ispra]]></category> <category><![CDATA[Novaceta]]></category> <category><![CDATA[Wagon Lits]]></category> <category><![CDATA[Yamaha]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=195467</guid> <description><![CDATA[Il racconto non può che iniziare da Milano, da Roberto e Stefano: “occhi scuri, tute blu e una diffidenza che si respira”. I primi, con altri tre compagni, a ribellarsi alla chiusura della loro fabbrica e a inaugurare una nuova e inedita forma di lotta: il 2 agosto 2009, mentre centinaia di poliziotti e carabinieri...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_195468" class="wp-caption alignleft" style="width: 305px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/innse_interna.jpg?47e3a5"><img class="size-full wp-image-195468" title="innse_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/innse_interna.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a><p class="wp-caption-text">Lo sgombero della Innse</p></div><p>Il racconto non può che iniziare da Milano, da <strong>Roberto e Stefano</strong>: “occhi scuri, tute blu e una diffidenza che si respira”. I primi, con altri tre compagni, a ribellarsi alla chiusura della loro fabbrica e a inaugurare una nuova e inedita forma di lotta: il 2 agosto 2009, mentre centinaia di poliziotti e carabinieri presidiano i cancelli dell’<strong>Innse</strong> di Lambrate, periferia milanese, loro aggirano i controlli, entrano in azienda e salgono su una gru.</p><p>Comincia così quella che verrà chiamata “la stagione dei tetti” e che <strong>Michela Giachetta</strong>, giovane giornalista precaria, racconta in un libro-reportage forte e partecipato: <em>Assalto al cielo – La classe operaia va sui tetti</em> (Fandango), in libreria dal 5 marzo.</p><p>Come ogni cronista che si rispetti, Giachetta ha consumato le suole delle scarpe nel pellegrinaggio che l’ha portata in dieci fabbriche (ma anche all’Ispra, il prestigioso ente di ricerca scientifica) che hanno adottato questa estrema forma di lotta, dove ha ascoltato gli uomini e le donne che hanno dato l’assalto al cielo per non essere più invisibili.</p><p>Storie diverse ma paradigmatiche di un mondo, quello del lavoro, che è cambiato radicalmente negli ultimi anni, anche se non sempre ineluttabilmente. La storia dell’Innse è lì a dimostrarlo: licenziati da un giorno all’altro, per prima cosa gli operai hanno occupato la fabbrica e continuato a produrre i pregiati componenti in lamiera che i committenti continuavano a richiedere, dimostrando così che un mercato c’era e che lo smantellamento di macchinari ed esseri umani era funzionale solo alla speculazione edilizia che si voleva fare su quei terreni. È stato quando i proprietari hanno cominciato a portare via le macchine che un drappello di loro ha deciso di giocarsi il tutto per tutto ed è salito a 17 metri da terra, su quella gru lercia di olio e grasso nel caldo infernale dell’estate.</p><p>Otto giorni ci sono restati, il tempo di accendere l’interesse di sindacati, media, istituzioni e di trovare un nuovo proprietario. Oggi in fabbrica ci sono <strong>48 operai</strong> e altri quaranta dovrebbero essere assunti entro l’anno, con importanti commesse all’orizzonte. C’è anche il progetto di una scuola all’interno della fabbrica, un apprendistato condotto dagli operai più anziani che insegnano ai giovani usciti dagli istituti tecnici.</p><p>Come hanno fatto gli operai dell’Innse a vincere? “Nei momenti di difficoltà ti rendi conto che quando un operaio si mette in testa una cosa la fa. Puoi vincere o perdere ma la fai. Noi abbiamo tenuto duro” è la risposta di Roberto e Stefano, che parlano a nome di tutti i loro compagni. “O la morte o il lavoro. O fai così o dove cazzo vai?”.</p><p>Non a tutti gli scalatori delle fabbriche è andata altrettanto bene. Di sicuro non ai dipendenti della <strong>Videocon </strong>di Anagni. È il 19 ottobre 2009 quando una cinquantina di persone, a turno, sale sul tetto della fabbrica. I primi tolgono la bandiera indiana (simbolo della proprietà) e la sostituiscono con il tricolore italiano. Altri 700 invadono l’autostrada Roma-Napoli in entrambe le corsie di marcia. E anche loro si guadagnano finalmente l’apertura dei telegiornali e le prime pagine dei quotidiani. La riconversione che cinque anni prima i nuovi proprietari (gli indiani) avevano tentato, non ha dato frutti e l’azienda ha annunciato l’apertura della procedura di mobilità. Da allora la maggior parte degli operai (erano 1.400 nel 2007) è a casa, in cassa integrazione e in cerca di un nuovo proprietario che eviti il fallimento dell’azienda.</p><p>Giachetta incontra alcuni di loro che si ritrovano quotidianamente ai tavolini di plastica di un bar vicino alla fabbrica. Parlano delle trattative fallite, degli accordi sfumati, del duro lavoro in fabbrica, delle vessazioni subite, come quando <strong>Luciana </strong>non ha avuto il permesso di andare in bagno e allora ha fatto pipì lì, in mezzo allo stabilimento. Ma eludono ogni domanda sul privato: “Ci hanno invitato a molte trasmissioni televisive, ma non siamo andati perché mi vergogno di far sapere a mio figlio che suo padre non ce la fa a fare questo e quest’altro” dice uno di loro. Quasi tutti sanno che non torneranno in fabbrica, ma ci sperano. Qualcuno, ha deciso di non aspettare chiuso in casa che l’azienda gli riapra le porte e si è reinventato una vita, come <strong>Emilio</strong>, che a cinquant’anni ha messo in piedi una compagnia teatrale. E aspetta sul palco, mettendo in scena tragedie finte, un lieto fine per la sua tragedia autentica.</p><p>Il viaggio di Michela Giachetta prosegue verso altri tetti: quelli della <strong>Yamaha</strong>, la casa produttrice di moto per la quale Valentino Rossi ha corso fino al 2010 e i cui dipendenti sono da due anni in presidio davanti all’azienda, e quelli dell’industria tessile <strong>Novaceta </strong>di Magenta (Milano), altro caso di tentata speculazione edilizia sui terreni della fabbrica. E poi la <strong>Maflow </strong>di Milano, multinazionale dei tubi di condizionamento per auto, la <strong>Kss </strong>di Rivalta (Torino) specializzata in volanti per automobili, l’<strong>Ages</strong> di Santena (Torino) che fabbricava tubi in gomma e autovibranti per automobili.</p><p>Poi giù fino a Nocera Umbra, dove nel 1997 il terremoto ha buttato giù case e distrutto vite e dieci anni dopo un altro terremoto ha scosso pericolosamente quel poco che era rimasto in piedi, come la <strong>Merloni</strong>, grande e nota fabbrica di elettrodomestici: nel 2008 lo stabilimento ha chiuso i battenti e da allora i lavoratori sono saliti sul campanaccio (30 metri d’altezza, simbolo della cittadina) per ben tre volte. Oggi, solo un terzo dei dipendenti può tornare al lavoro con un nuovo proprietario.</p><p>Non poteva mancare, nel viaggio, il <strong>Gazometro </strong>di Roma, nel cuore del quartiere Ostiense, dove sono saliti i dipendenti della <strong>Conus </strong>(i “letturisti” dei contatori) e tantomeno l’<strong>Eutelia</strong>, l’azienda di telecomunicazioni la cui sede romana sorge in quella che l’autrice definisce <strong>Desert Valley</strong>, sulla Tiburtina, e dove lei stessa lavora, come precaria, in un altro palazzo, quello che ospita il quotidiano <em>DNews</em>. Così fra le tante testimonianze raccolte, c’è anche la sua: le ricerche per il libro Michela le ha fatte nei giorni di libertà forzata dal lavoro, le “giornate di solidarietà” (oggi sono sette al mese) per poter continuare a lavorare.</p><p>Qual è, fra le tante, la storia che l’ha segnata di più? “Quella della Novaceta di Magenta” risponde Michela. “Mi ha colpito la determinazione dei lavoratori a salvare la fabbrica, il loro attaccamento al lavoro. Si pensa che gli operai pensino solo allo stipendio, al posto e i proprietari alla fabbrica. In questo caso è accaduto esattamente il contrario. Per il padrone lo stabilimento aveva valore solo per il terreno dove, al suo posto, si sarebbe dovuto costruire un albergo. Gli operai hanno invece fatto di tutto per riconvertire e riavviare la produzione: hanno studiato le carte, sono diventati tecnici, ingegneri. E hanno dimostrato che lì non si poteva costruire nessun albergo perché sotto c’è un gasdotto”. Eppure tanta dedizione non è bastata: là dove si producevano bellissimi tessuti non sorgerà un albergo, ma la fabbrica verrà con tutta probabilità smantellata.</p><p>Manca, nel viaggio di Michela, una tappa, quella ai lavoratori dei Vagoni letto a Milano e a Roma. “Non abbiamo fatto in tempo a inserirli perché la protesta è recentissima e tuttora in corso” spiega. “Fortunatamente, i riflettori sono ancora accesi oggi sulla loro protesta e spero che non si spengano domani sul loro futuro”.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/04/assalto-cielo-classe-operaia-tetti/195467/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Storia di Mika, la &#8220;capitana&#8221; della Revolution</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/03/storia-mika-capitana-della-revolution/195398/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/03/storia-mika-capitana-della-revolution/195398/#comments</comments> <pubDate>Sat, 03 Mar 2012 20:22:54 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Gandus</dc:creator> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Argentina]]></category> <category><![CDATA[biografia]]></category> <category><![CDATA[elsa osorio]]></category> <category><![CDATA[Guanda]]></category> <category><![CDATA[I vent’anni di Luz]]></category> <category><![CDATA[la miliziana]]></category> <category><![CDATA[libro]]></category> <category><![CDATA[Micaela Etchebéhère]]></category> <category><![CDATA[mika]]></category> <category><![CDATA[rivoluzione]]></category> <category><![CDATA[Spagna]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=195398</guid> <description><![CDATA[Che storia, quella di Mika. E l’abbiamo ignorata per 70 anni. Ci voleva una donna determinata come la scrittrice argentina Elsa Osorio per raccontarcela in un libro prezioso: “La miliziana”, edito da Guanda. Mika era il soprannome di Micaela Etchebéhère, ebrea argentina di origini russe con due passioni nel cuore: suo marito Hipòlito e la...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_195399" class="wp-caption alignleft" style="width: 171px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/milizianagrande.jpg?47e3a5"><img class="size-full wp-image-195399" title="miliziana_grande" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/milizianagrande.jpg?47e3a5" alt="" width="161" height="249" /></a><p class="wp-caption-text">La copertina de &quot;La miliziana&quot; (edizioni Guanda)</p></div><p>Che storia, quella di <strong>Mika</strong>. E l’abbiamo ignorata per 70 anni. Ci voleva una donna determinata come <a href="http://www.elsaosorio.com/blog/" target="_blank">la scrittrice argentina <strong>Elsa Osorio</strong></a> per raccontarcela in un libro prezioso: <a href="http://www.guanda.it/scheda.asp?editore=Guanda&amp;idlibro=7420&amp;titolo=LA+MILIZIANA" target="_blank"><strong><em>“La miliziana”</em></strong>, edito da Guanda</a>.</p><p>Mika era il soprannome di <strong>Micaela Etchebéhère</strong>, ebrea argentina di origini russe con due passioni nel cuore: suo marito <strong>Hipòlito</strong> e la <strong>rivoluzione</strong>. Fu l’unica donna che durante la guerra civile spagnola comandò una milizia antifranchista: una &#8220;capitana&#8221; – così la chiamavano – che sapeva unire al coraggio del soldato la capacità di cura della donna, distribuendo con la stessa dedizione armi e cucchiai di sciroppo, portando all’assalto i suoi soldati e allestendo per loro cucine da campo.</p><p>Elsa Osorio, autrice fra gli altri del bel romanzo <strong><a href="http://www.ibs.it/code/9788850202362/osorio-elsa/vent-anni-luz.html" target="_blank"><em>“I vent’anni di Luz”</em></a></strong>, sul dramma dei figli dei <strong>desaparecidos </strong>argentini, ha inseguito per venticinque anni la storia di Mika, della quale aveva sentito parlare a <strong><em>“Sur”</em></strong>, la storica rivista letteraria argentina, dallo scrittore <strong>Juan José Hernandéz</strong>. “Non ero la sola, allora, a ignorare l’esistenza di un personaggio così unico e importante, e oggi quasi niente è cambiato: sia in Argentina sia in Spagna quasi nessuno sa chi sia stata”.</p><p>Una lacuna ora colmata da quella che non si può definire una <strong>biografia romanzata</strong>, piuttosto un dialogo a distanza fra le due donne, l’autrice e la protagonista, reso possibile dalla consultazione di manoscritti, lettere, testimonianze. E dalla fantasia di Osorio, la cui immaginazione, come scrive nella postfazione, “ha ingaggiato un arduo duello per imporsi sulle soffocanti esigenze della storia”, nella consapevolezza che “senza immaginazione non c’è memoria possibile”.</p><p>Ecco allora la storia d’amore di Mika con Hipòlito, come lei ebreo argentino, conosciuto nel 1920 a Buenos Aires, a una riunione della rivista <em><strong>“Insurrexit”</strong></em>. È lui che, a soli 19 anni (lei ne aveva 17) le spiega che “la rivoluzione è ovunque ci sia una miccia pronta, da accendere”.</p><p>E la inseguiranno, la rivoluzione, ovunque intravederanno quella miccia. A costo di cocenti delusioni, come quando andranno a Berlino, nel 1932, convinti di entrare nel laboratorio nel socialismo europeo e assisteranno invece all’ascesa del nazismo, testimoni dell’incendio del Reichstag e delle violenze delle camice brune.</p><p>A <strong>Berlino</strong> Mika conosce anche l’altra faccia dell’oppressione, quella del <strong>comunismo sovietico</strong>: ha il volto di <strong>Jan Well</strong>, come si faceva chiamare in Germania, agente del <strong>Pcus</strong> invaghito di Mika e da lei respinto con rabbia. Lo stesso uomo che ritroverà in Spagna cinque anni dopo, durante la guerra civile. Questa volta si chiama <strong>Andrei Kozlov</strong> ed è il consigliere sovietico dei miliziani, ma il suo vero compito è stroncare le formazioni politiche non ortodosse, come il <strong>Poum</strong>, il Partito operaio di unificazione marxista nel quale milita Mika. La “capitana” è già l’eroina che ha guidato la fuga rocambolesca della sua milizia dalla cattedrale assediata di Siguenza, ricongiungendola al resto della truppa, e che ha resistito con i suoi uomini settimane in trincea alle porte di Madrid, nel fango e fra i proiettili dei falangisti.  Ma per Well-Kozlov è l’eterna ossessione. E un nemico politico. Non l’ha mai dimenticata, e poiché non può averla, la  perseguita, la incarcera, tenta di violentarla. Non ci riuscirà, ma l’avventura di Mika in Spagna finisce lì.</p><p>Avrebbe preferito morire combattendo, Mika, raggiungere il suo amato Hipòlito, caduto in battaglia nel luglio del 1936. Invece vivrà a lungo fra l’<strong>Argentina</strong> e <strong>Parigi</strong>, dove morirà ultranovantenne.</p><p>Fedele al monito di Hipòlito, non cesserà di rincorrere la miccia della rivoluzione. Lo farà anche a Parigi, nel 1968, scendendo in piazza accanto ai <strong>ragazzi del maggio</strong>. A modo suo, con eleganza e consumata esperienza: alla ragazza che raccoglie sanpietrini a mani nude per scagliarli contro la polizia, insegna a indossare i guanti, prima di staccarli dal terreno: in caso di fermo, non avrà colpevoli unghie sporche di terra ma mani immacolate di brava ragazza. Come quelle di Mika quando imbracciava il fucile e comandava i suoi miliziani.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/03/storia-mika-capitana-della-revolution/195398/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Mauro Rostagno, processo sotto silenzio</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/01/mauro-rostagno-processo-nessuno-parla/194872/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/01/mauro-rostagno-processo-nessuno-parla/194872/#comments</comments> <pubDate>Thu, 01 Mar 2012 16:27:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Gandus</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[mafia]]></category> <category><![CDATA[Mauro Rostagno]]></category> <category><![CDATA[omicidio]]></category> <category><![CDATA[processo]]></category> <category><![CDATA[Puccio Bulgarella]]></category> <category><![CDATA[Rtc]]></category> <category><![CDATA[Trapani]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=194872</guid> <description><![CDATA[Udienza importante, ieri, al processo per l’omicidio di Mauro Rostagno, il giornalista-sociologo dalle molte vite che, dagli schermi di un tv privata trapanese, spiegava la mafia a chi ne era governato, cioè i cittadini di Trapani e dintorni. È da un anno che il processo va avanti, imputati Vincenzo Virga e Vito Mazara, nel disinteresse...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Udienza importante, ieri, al processo per l’omicidio di<strong> <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mauro_Rostagno" target="_blank">Mauro Rostagno</a></strong>, il giornalista-sociologo dalle molte vite che, dagli schermi di un tv privata trapanese, spiegava la mafia a chi ne era governato, cioè i cittadini di Trapani e dintorni.</p><p>È da un anno che il processo va avanti, imputati <strong>Vincenzo Virga e Vito Mazara</strong>, nel disinteresse della grande stampa. Eppure ogni udienza riserva qualche sorpresa. Ieri la sorpresa si chiamava<strong> Angelo Siino</strong>, il cosiddetto ministro dei lavori pubblici di Totò Riina, pentito di mafia. Quattro ore di deposizione, un viaggio a ritroso nel tempo, alla Trapani degli anni Ottanta, completamente in mano alla mafia, agli appalti truccati, ai politici in ginocchio. E al delitto Rostagno, del quale Siino aveva già parlato 17 anni fa, nei primissimi tempi del suo “pentimento”: “Collaboravo da un mese” precisa oggi Siino. E da quel verbale di tanti anni fa (ma solo cinque dopo la morte di Rostagno) si dipana il racconto che il pentito fa in aula.</p><p>Un racconto che conferma quanto già detto da un altro pentito, Vincenzo Sinacori, e cioè che dietro l’omicidio di Rostagno c’era<strong> Francesco “Ciccio”Messina Denaro</strong>, sottocapo della famiglia di Mazara del Vallo.</p><p>Siino rievoca i suoi incontri con don “Ciccio”, delle sue minacce contro il giornalista, della netta sensazione che “Rostagno da un giorno all&#8217;altro avrebbe fatto una brutta fine”. E poi degli avvertimenti che aveva dato a<strong> Puccio Bulgarella, editore di Rtc,</strong> la televisione che mandava in onda i servizi e gli editoriali di Rostagno, ma che, essendo anche e soprattutto un imprenditore edile, era inevitabilmente in rapporti di affari con emissari della mafia. “Gli dissi che la minaccia era seria, che veniva da una persona importante”. Minacce che arrivarono a Rostagno, ma che non lo misero a tacere, non frenarono la sua sete di verità e giustizia. Perché Rostagno era “un cane sciolto” come diceva Bulgarella, la cui tv grazie a lui ebbe un’impennata negli ascolti. Ma soprattutto<strong> un incubo per i mafiosi</strong>: “Si tu lo senti parlare t&#8217;arrizzano li carni&#8221;&#8230;è un cornuto” diceva di lui Messina Denaro.</p><p>I <strong>depistaggi</strong> sul suo assassinio partirono da subito, addirittura dall’ambiente mafioso: “Battista Agate mi fece notare che (<em>per ucciderlo</em>, ndr) era stata usata una scupittazza vecchia, un vecchio fucile, che era esploso” racconta Siino. “Me lo disse per calmarmi, per farmi convinto che non era stata la mafia&#8230;tentavano tutti di calmarmi perchè ero agitato per quel delitto, non perchè Rostagno mi faceva simpatia … A me sembrava strano che per un delitto di tale rilevanza veniva usato un fucile vecchio &#8230; E però in quella occasione, mentre Agate tendeva ad escludere colpe della mafia, Ciccio Messina fece un segno quasi a smentire Agate”.</p><p><strong>“Una questione di corna”</strong>, così venne liquidato il delitto dai carabinieri che sostituirono quasi subito la polizia nelle indagini e abbandonarono contestualmente la pista mafiosa. “Un delitto fra amici” fu l’ipotesi portata avanti anni dopo, con tanto di arresto della <strong>compagna di Rostagno, Chicca Roveri,</strong> liberata poi con tante scuse. Non mancò nemmeno la pista politica: un delitto ordito per far tacere Mauro, che sarebbe stato ascoltato dai giudici sul delitto Calabresi. Quest’ultima tesi era stata caldeggiata subito dopo la morte di Rostagno da Aldo Ricci, nuovo direttore di Rtc (e sostenuta ancora oggi). A un incontro in un ristorante di Palermo “quel giornalista fece cenno che il delitto Rostagno poteva essere maturato dentro Saman, Bulgarella si infastidì” racconta Siino. Una tesi smentita dallo stesso Rostagno con i suoi interventi televisivi a favore di Sofri e compagni. E inverosimile per Siino: “Avevo sentito parlare Francesco Messina Denaro in modo violento contro Rostagno”. E tanto bastava a lui, che il linguaggio mafioso ben conosceva, per capire da dove fosse venuto l’ordine di ucciderlo.</p><p>Nella deposizione del pentito c’è anche un riferimento alla massoneria e a<strong> Lucio Gelli</strong>: “A Trapani qualche volta ho avuto frequentazioni con ambienti della massoneria, io stesso ero massone”. Ma a Trapani, precisa, “non c&#8217;erano mafiosi e massoni assieme, altrove si. a Roma, Milano, Palermo”. E Licio Gelli, ha avuto rapporti con mafiosi trapanesi? “Nel finto sequestro Sindone, Gelli venne a Palermo e per un giorno sparì, e il prof. Barresi (Michele Barresi, ginecologo palermitano, piduista) mi disse che erano andato a Trapani per cercare appoggi tra i fratelli di Trapani”.</p><p>“Meno male che erano due paginette di verbale” commenterà alla fine dell’udienza Siino a voce abbastanza alta da farsi udire in tutta l’aula, riferendosi  al suo verbale di 17 anni fa. Di cose da dire, evidentemente, ce n’erano ancora tante, e tante altre probabilmente ci sarebbero.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/01/mauro-rostagno-processo-nessuno-parla/194872/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Accesso ai farmaci, in India si aspetta sentenza della Corte suprema</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/27/accesso-farmaci-india-aspetta-sentenza-della-corte-suprema/194050/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/27/accesso-farmaci-india-aspetta-sentenza-della-corte-suprema/194050/#comments</comments> <pubDate>Mon, 27 Feb 2012 10:08:24 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Gandus</dc:creator> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[aids]]></category> <category><![CDATA[cure]]></category> <category><![CDATA[farmaci]]></category> <category><![CDATA[farmaci basso costo]]></category> <category><![CDATA[india]]></category> <category><![CDATA[Medici senza frontiere]]></category> <category><![CDATA[novartis]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=194050</guid> <description><![CDATA[L’India è considerata la farmacia dei paesi in via di sviluppo perché produce versioni generiche a basso costo dei farmaci che vengono utilizzati in tutto il mondo. Ma a marzo potrebbe non esserlo più. In quella data, infatti, i giudici della Suprema corte indiana emetteranno una sentenza dalla quale dipende la produzione farmaceutica del Subcontinente...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/02/india_farmaci_interna.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-194055" title="india_farmaci_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/02/india_farmaci_interna.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>L’India è considerata la farmacia dei paesi in via di sviluppo perché produce versioni generiche a basso costo dei farmaci che vengono utilizzati in tutto il mondo. Ma a marzo potrebbe non esserlo più. In quella data, infatti, i giudici della Suprema corte indiana emetteranno una sentenza dalla quale dipende la produzione farmaceutica del Subcontinente e, con essa, la vita di migliaia di persone.</p><p>Tutto è cominciato nel 2006, quando la multinazionale del farmaco <strong>Novartis </strong>ha portato in giudizio il governo indiano dopo che quest’ultimo si era rifiutato di concederle il brevetto per una nuova versione del farmaco oncologico <strong>Glivec</strong>.</p><p>La legge indiana consente infatti di impugnare i brevetti di prodotti farmaceutici stranieri se si dimostra che il nuovo farmaco non è totalmente, ma solo parzialmente, innovativo nella molecola rispetto alla versione precedente, ormai fuori brevetto. È grazie a questa legge, per esempio, che l’Ufficio indiano dei brevetti ha rifiutato alla <strong>Roche</strong> la richiesta di brevetto per una nuova versione del <strong>Valganciclovir</strong> (è usato per trattare e prevenire le infezioni da cytomegalovirus causate da <strong>Hiv/Aids</strong>), consentendo così la produzione dell’equivalente generico made in India, con un prezzo di vendita decisamente inferiore.</p><p>Dopo un analogo rifiuto del brevetto per la nuova versione del Glivec, Novartis ha chiamato in causa direttamente il governo indiano, chiedendo che la legge venga cambiata per poter estendere più facilmente i brevetti ai propri prodotti e bloccare così le industrie farmaceutiche indiane dal produrre gli stessi medicinali a basso prezzo.</p><p>Per contrastare questo attacco, l’organizzazione medica umanitaria <strong>Medici senza frontiere</strong> ha lanciato la campagna internazionale <a href="http://www.msfaccess.org/novartis-drop-the-case" target="_blank"><em><strong>“Drop the Case”</strong></em></a>, che ha raccolto oltre 500.000 adesioni. Ma sei anni dopo la battaglia continua. Nonostante nel 2007 la Corte suprema di Madrasa si sia pronunciata contro la Novartis, il colosso farmaceutico è rimasto irremovibile ricorrendo in appello. Se il 28 febbraio la Corte Suprema si pronuncerà in favore della Novartis si aprirebbe un precedente pericoloso che minerebbe la produzione delle versioni generiche di tutti i farmaci di nuova generazione, le uniche che i paesi in via di sviluppo possono permettersi di acquistare.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/27/accesso-farmaci-india-aspetta-sentenza-della-corte-suprema/194050/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>&#8220;Il capo dice noi e intende io&#8221;, esce in dvd  il documentario sulla macchina del consenso</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/08/capo-dice-intende-esce-documentario-sulla-macchina-consenso/189621/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/08/capo-dice-intende-esce-documentario-sulla-macchina-consenso/189621/#comments</comments> <pubDate>Wed, 08 Feb 2012 22:04:47 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Gandus</dc:creator> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[bechis]]></category> <category><![CDATA[consenso]]></category> <category><![CDATA[documentario]]></category> <category><![CDATA[fascismo]]></category> <category><![CDATA[il sorriso del capo]]></category> <category><![CDATA[istituto Luce]]></category> <category><![CDATA[mic]]></category> <category><![CDATA[milano]]></category> <category><![CDATA[Museo interattivo del cinema]]></category> <category><![CDATA[mussolini]]></category> <category><![CDATA[Propaganda]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=189621</guid> <description><![CDATA[“Il capo dice noi e intende io. Il capo fa l’uomo nuovo. Il capo sa quello che serve. Il capo ha la folla, il capo è la folla. Il capo ha una corte, la corte lo adora. Il capo è bello, il capo è virile. Il capo non ammette tradimenti. Il capo fa promesse, il...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/02/mussolini_interna.jpg.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-190071" title="mussolini_interna.jpg" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/02/mussolini_interna.jpg.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>“Il capo dice noi e intende io. Il capo fa l’uomo nuovo. Il capo sa quello che serve. Il capo ha la folla, il capo è la folla. Il capo ha una corte, la corte lo adora. Il capo è bello, il capo è virile. Il capo non ammette tradimenti. Il capo fa promesse, il capo non mantiene le promesse. Il capo si volta, non c’è nessuno”. Con queste parole, pronunciate dal regista, inizia <em>“Il sorriso del capo”</em> il documentario di <strong>Marco Bechis</strong> (regista già di <a href="http://www.garageolimpo.it/new-go/index.html" target="_blank"><em>&#8220;Garage Olimpo&#8221;</em></a>, <a href="http://www.garageolimpo.it/hijos/fr-hijos.html" target="_blank"><em>&#8220;Hijos&#8221;</em></a>) su come si costruiva, nel ventennio fascista, la fabbrica del consenso. Un lavoro sorprendente, presentato a novembre 2011 in anteprima al Festival del cinema di Torino e ora disponibile in dvd distribuito da<strong> Cinecittà Luce</strong>. La pellicola è stata realizzata infatti grazie agli sterminati archivi dell’<strong>Istituto Luce</strong>, ventimila titoli, dei quali già quattromila liberamente consultabili, conservati al Mic, il <a href="http://mic.cinetecamilano.it/" target="_blank"><strong>Museo interattivo del cinema di Milano</strong></a>, un  progetto di <a href="http://www.cinetecamilano.it/" target="_blank">Fondazione cineteca italiana</a> e Regione Lombardia-Cultura che sorge nellʼarea della ex Manifattura Tabacchi. <a href="http://mic.cinetecamilano.it/sala/" target="_blank">Con <strong>una sala</strong> di proiezione da un centinaio di posti</a>, il Mic offre a tutti i visitatori un ampio archivio consultabile.</p><p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/WCiywD7I4mY" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p><p>Non ci sono, nel documentario, le solite immagini viste e riviste nelle molte trasmissioni di storia in tv. Perché non è la grande storia quella che interessa al regista, ma la falsa storia raccontata allora agli italiani. “Non ho mai pensato ai documenti dell’Istituto Luce  come a un archivio del reale ma a un grande serbatoio di finzione”, spiega Bechis. “Non si troveranno mai, in quei filmati, immagini di prostitue o scugnizzi, disoccupati o emigranti”. Il mondo rappresentato e diffuso allora nei cinegiornali, era una sorta di “favoloso mondo di <strong>Mussolini</strong>” dove  i bimbi nascevano e venivano accuditi in cliniche modello, studiavano in scuole modello, si fortificavano in palestre e campi modello. E da bravi Balilla offrivano al volgo un modello di comportamento esemplare, per esempio improvvisandosi detective che trovavano un’infante smarrita e la restituivano (piangente: la piccina non era ancora in grado di recitare) ai grati genitori. I quali venivano a loro volta rappresentati come soldati modello, operai modello, minatori modello, cittadini modello: milioni di particelle che, “unite fra loro come le gocce d’acqua di un fiume” recita la voce fuori campo, formano quella folla oceanica che riempiva le piazze osannando il duce.</p><p>Perché a questo compito è consacrata <strong>la macchina del consenso</strong>: venerare il capo. Un capo che sorride benevolo e seducente, ieri dal balcone di palazzo Venezia, oggi  dagli schermi delle sue tv, suggerisce nemmeno troppo velatamente il documentario.</p><p>Sono immagini potenti quelle che corrono sullo schermo, di grande presa e di eccellente qualità. Geometriche parate militari. Primi piani di giovani volti radiosi, campi lunghi su armoniose composizioni di giovani corpi tonici e scultorei. La mistica-estetica della “mens sana in corpore sano” tanto cara al fascismo poi copiata dal <strong>nazismo</strong>, che vi aggiunse una componente esoterica. “L’Istituto Luce nacque nel 1924, dopo le avanguardie russe e prima del nazismo” osserva Bechis. “Il celebre film di <strong>Leni Riefenstahal </strong>sulle Olimpiadi berlinesi è del 1936: il debito con i filmati fascisti italiani è più che evidente”.</p><p>E il capo, come si rappresentava? Scamiciato, simpatico, benevolo in quel comizio del 1932, a Torino, che Bechis sceglie per mostrare l’altra faccia del fascismo, quella poco o niente marziale, piaciona, familiare. “Uno di loro” si potrebbe dire; così come “uno di noi”, in maglioncino e bandana, menestrelli e figuranti, si presentava l’ex presidente del Consiglio <strong>Silvio Berlusconi</strong> in versione “privata”.</p><p>Che nulla, nella costruzione del consenso, sarebbe cambiato, lo si poteva intuire già all’indomani del <strong>25 aprile</strong>. Senza soluzione di continuità il documentario passa dai filmati dell’era fascista a uno dei primi dell’Italia liberata: le inedite immagini degli inglesi a Venezia, generali che solcano le acque della laguna su potenti motoscafi, sono offerte al solito pubblico dei cinegiornali con la consueta enfasi e il commento dell’inconfondibile “voce littoria”.</p><p>“Non sapevamo niente, non capivamo niente. Mi vergogno di ammetterlo, ma ero affascinato da Mussolini” dice un’altra voce fuori campo, quella che nel documentario commenta oggi le immagini di ieri. È la voce di un testimone d’eccezione, <strong>Riccardo Bechis</strong>, classe 1921, padre del regista.</p><p>Oggi sappiamo, e quindi dovremmo capire, un po’ di più. “Viviamo in democrazia, abbiamo accesso a innumerevoli fonti d’informazione, dal bar a internet” dice Bechis figlio. “Eppure siamo riusciti a farci incantare un’altra volta dal sorriso del capo. La capacità manipolatoria è forte oggi più di allora. E come allora non sappiamo reagire. La sinistra sta aspettando un altro capo, perpetuando così un meccanismo di delega. Io vorrei invece vedere una cittadinanza che non abbia bisogno di un capo ma si prenda, attraverso il voto per candidati conosciuti, la responsabilità del suo destino”.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/08/capo-dice-intende-esce-documentario-sulla-macchina-consenso/189621/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Wislawa Szymborska, incantevole poetessa</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/02/wislawa-szymborska-incantevole-poetessa/188432/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/02/wislawa-szymborska-incantevole-poetessa/188432/#comments</comments> <pubDate>Thu, 02 Feb 2012 09:03:24 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Gandus</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Cracovia]]></category> <category><![CDATA[Il gatto in un appartamento vuoto]]></category> <category><![CDATA[poesia]]></category> <category><![CDATA[Premio Nobel]]></category> <category><![CDATA[Wisława Szymborska]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=188432</guid> <description><![CDATA[Toccante senza essere melensa, profonda e insieme ironica. Così aderente alla realtà &#8211; delle cose, dei sentimenti– ma mai prosaica. Wislawa Szymborska, la grande poetessa polacca, premio Nobel per la Letteratura nel 1996, è morta a 89 anni la scorsa notte a Cracovia, la città dove è sempre vissuta, lasciando un grande vuoto nel cuore...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/02/Szymborska.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-medium wp-image-188434" title="Obit Sweden Szymborska" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/02/Szymborska-196x300.jpg?47e3a5" alt="" width="196" height="300" /></a>Toccante senza essere melensa, profonda e insieme ironica. Così <strong>aderente alla realtà &#8211; delle cose, dei sentimenti</strong>– ma mai prosaica.<br /> <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Wis%C5%82awa_Szymborska" target="_blank">Wislawa Szymborska</a></strong>, la grande poetessa polacca, premio Nobel per la Letteratura nel 1996, è morta a 89 anni la scorsa notte a <strong>Cracovia</strong>, la città dove è sempre vissuta, lasciando un grande vuoto nel cuore dei suoi molti e appassionati cultori.</p><p>La raccolta completa delle sue poesie (<a href="http://www.ibs.it/code/9788845923302/szymborska-wislawa/opere.html?shop=5277" target="_blank">Opere</a>, Adelphi) è uno scrigno colmo di gioielli più che preziosi. Con un linguaggio solo apparentemente semplice, colloquiale, Szymborska affrontava grandi temi e piccole realtà quotidiane con<strong> ironico understatement</strong>. Mai un lamento, anche nei momenti di grande dolore, come quello della scomparsa del suo compagno: a lui è dedicata una delle poesie più celebri, <em>Il gatto in un appartamento vuoto</em>, dove il dolore per l’assenza della persona amata è espressa attraverso lo sconcerto del gatto di casa.</p><p>Per una parte della critica letteraria Szynborska era una “miniaturista” che eccelleva nell’<strong>arte del paradosso</strong>, altri l’hanno definita “Mozart della poesia”. Il traduttore italiano Pietro Marchesani, curatore di alcune sue raccolte, ha spiegato che “l&#8217;incanto” è il suo vero segreto.<br /> Di sé e dell’arte poetica lei stessa ha detto: &#8220;Per me la poesia nasce dal silenzio&#8221;.</p><p><strong><em>Il gatto in un appartamento vuoto</em></strong><br /> Morire &#8211; questo a un gatto non si fa.<br /> Perché cosa può fare il gatto in un appartamento vuoto?<br /> Arrampicarsi sulle pareti.<br /> Strofinarsi tra i mobili.<br /> Qui niente sembra cambiato,<br /> eppure tutto è mutato.<br /> Niente sembra spostato,<br /> eppure tutto è fuori posto.<br /> E la sera la lampada non brilla più.<br /> Si sentono passi sulle scale,<br /> ma non sono quelli.<br /> Anche la mano che mette il pesce nel piattino<br /> non è quella di prima.</p><p>Qualcosa qui non comincia<br /> alla sua solita ora.<br /> Qualcosa qui non accade<br /> come dovrebbe.<br /> Qui c&#8217;era qualcuno, c&#8217;era,<br /> e poi d&#8217;un tratto è scomparso,<br /> e si ostina a non esserci.<br /> In ogni armadio si è guardato.<br /> Sui ripiani è corso.<br /> Sotto il tappeto si è controllato.<br /> Si è perfino infranto il divieto<br /> di sparpagliare le carte.<br /> Cos&#8217;altro si può fare.<br /> Aspettare e dormire.</p><p>Che provi solo a tornare,<br /> che si faccia vedere.<br /> Imparerà allora che con un gatto così non si fa.<br /> Gli si andrà incontro come se proprio non se ne avesse voglia,<br /> pian pianino,<br /> su zampe molto offese.<br /> E all&#8217;inizio niente salti né squittii.<br /> <em><br /> <strong> Wislawa Szymborska</strong><br /> <strong> da “Koniec i poczontek” (Fine e principio), 1993</strong></em></p><p><em>(Foto:LaPresse)</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/02/wislawa-szymborska-incantevole-poetessa/188432/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>&#8216;Il mistero di London Eye&#8217; e Ted che non sa dire le bugie, giallo sul mondo della disabilità</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/01/mistero-london-dire-bugie-giallo-mondo-della-disabilita/188257/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/01/mistero-london-dire-bugie-giallo-mondo-della-disabilita/188257/#comments</comments> <pubDate>Wed, 01 Feb 2012 19:24:10 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Gandus</dc:creator> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[asperger]]></category> <category><![CDATA[autismo]]></category> <category><![CDATA[disabilità]]></category> <category><![CDATA[dislessia]]></category> <category><![CDATA[Siobhan Dowd]]></category> <category><![CDATA[Uovonero]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=188257</guid> <description><![CDATA[Ted la vede così: sul suo cervello gira un sistema operativo diverso da quello delle altre persone. Un bel modo per definire la sindrome di Asperger, un disturbo della personalità imparentato con l’autismo. A causa di questa sindrome, Ted comprende il linguaggio verbale ma non riesce a leggerne i significati sottotraccia. Per esempio, non capisce...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/02/mistero-del-london-eye_interna.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-188297" title="mistero-del-london-eye_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/02/mistero-del-london-eye_interna.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>Ted la vede così: sul suo cervello gira un sistema operativo diverso da quello delle altre persone. Un bel modo per definire la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_di_Asperger" target="_blank"><strong>sindrome di Asperger</strong></a>, un disturbo della personalità imparentato con l’autismo.</p><p>A causa di questa sindrome, Ted comprende il linguaggio verbale ma non riesce a leggerne i significati sottotraccia. Per esempio, non capisce i giochi di parole o i modi di dire, anche i più semplici. Soprattutto, non riesce a decifrare il linguaggio del corpo, a capire dall’espressione dei suoi interlocutori se sono tristi o allegri, sereni o arrabbiati. <strong>E poi non sa dire le bugie</strong>: carenza davvero straordinaria per un dodicenne di ogni latitudine.</p><p>In compenso, il sistema operativo del cervello di Ted è imbattibile sul terreno della logica. Non per niente sarà proprio lui a risolvere il mistero della sparizione di suo cugino, salito una mattina di maggio su una capsula del <strong>London Eye</strong>, la grande ruota panoramica londinese, e mai più sceso.</p><p>Questa è, grosso modo, la trama di <a href="http://www.uovonero.com/s/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;catid=35:i-geodi&amp;id=132:il-mistero-del-london-eye" target="_blank"><em>“<strong>Il mistero del London Eye</strong>”</em>, giallo per ragazzi (e per i loro genitori) di <strong>Siobhan Dowd</strong>, edito da <em><strong>Uovonero</strong></em></a>. Ma nelle 250 pagine, che si leggono tutte d’un fiato, c’è molto di più di un romanzo avvincente e ben scritto. C’è un  mondo, quello della <strong>disabilità</strong>, e un modo di raccontarlo davvero unico. Così come unica è <em><strong>Uovonero</strong></em>, casa editrice nata per garantire a tutti il diritto alla lettura (“leggere aiuta a capire il mondo che ci circonda e la comprensione aiuta a essere liberi”)  ma anche il piacere di godere dei libri: quel piacere negato alle persone affette da autismo,<strong> dislessia</strong>, <strong>ritardo cognitivo</strong> e altre forme di disturbi dell’apprendimento. Come, appunto, la sindrome di Asperger.</p><p>Nel romanzo, però, questa sindrome non è mai nominata. Perché non ce n’è bisogno: chiunque ne sia colpito o abbia un figlio, un fratello, un amico che ne sia affetto, la riconoscerà nei comportamenti di Ted: un ragazzo apparentemente diverso dai suoi coetanei, che non comprendono le sue “manie”(per esempio l’ossessione per la meteorologia) e con i quali lui non riesce a relazionarsi. Eppure così simile a loro (per esempio nei rapporti con la sorella maggiore  Kat o con i genitori) anche se non riesce a manifestarlo normalmente. Del resto, come scrive nella prefazione <strong>Simonetta Agnello Hornby</strong>, scrittrice di successo (<em>La mennulara</em>, <em>Vento scomposto</em>, <em>La monaca</em>) ma prima di tutto avvocato dei minori e dei diseredati “la normalità è diventata una questione di opinione e di moda. Nei brevi anni di questo deludente millennio la diversità, di cui tanto si parla e che a parole è tenuta in gran conto, nei fatti non è stata protetta”.</p><p>Non è un caso che a scrivere questo importante e godibilissimo romanzo sia stata una scrittrice anglo-irlandese, <strong>Siobhan Dowd</strong>, che dopo essersi a lungo battuta contro la censura e per la difesa degli scrittori perseguitati e incarcerati, ha trovato nella letteratura per ragazzi una nuova forma di espressione e di lotta. “Il mistero del London Eye” è stato il primo romanzo per ragazzi che ha scritto, anche se il secondo pubblicato dopo “A swift pure cry”, vincitore di numerosi premi in Gran Bretagna e in Francia. In seguito è riuscita a scriverne altri due prima di morire improvvisamente di cancro, a soli 47 anni, nel 2007.</p><p>Se il romanzo di Siobhan Dowd è rivolto a un pubblico di ragazzi e adolescenti, altre collane di Uovonero sono destinate a piccoli e piccolissimi che hanno voglia di leggere ma faticano a farlo. Per loro  ci sono libri che ripropongono i classici della letteratura per l’infanzia con caratteristiche particolari: una sagomatura delle pagine progettata per renderli più facili da sfogliare e, soprattutto, una “traduzione” dei testi in un linguaggio speciale che utilizza la <strong>Caa</strong> (tecniche di comunicazione aumentativi e alternativa: facilita la comunicazione in persone che hanno una ridotta o nulla capacità comunicativa) e i simboli <strong>Pcs</strong> (Picture comuniucation symbols) che attraverso immagini grafiche rappresentano parole, frasi e concetti che rinforzano l’espressione e la comprensione di un’ampia gamma di argomenti. Così, la storia di <em>Cappuccetto rosso</em> o di <em>Giacomino e il fagiolo magico</em> riescono a emozionare anche quei bambini che, apparentemente, non ne sarebbero capaci.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/01/mistero-london-dire-bugie-giallo-mondo-della-disabilita/188257/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Ultimo ciak per &#8216;Una canzone del paradiso&#8217;  Ecco la scuola dei cantautori genovesi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/28/ultimo-ciak-canzone-paradiso-ecco-scuola-cantautori-genovesi/187239/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/28/ultimo-ciak-canzone-paradiso-ecco-scuola-cantautori-genovesi/187239/#comments</comments> <pubDate>Sat, 28 Jan 2012 16:05:23 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Gandus</dc:creator> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Bindi]]></category> <category><![CDATA[cantautori]]></category> <category><![CDATA[canzone]]></category> <category><![CDATA[De André]]></category> <category><![CDATA[di francescantonio]]></category> <category><![CDATA[don gallo]]></category> <category><![CDATA[genova]]></category> <category><![CDATA[lauzi]]></category> <category><![CDATA[Tenco]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=187239</guid> <description><![CDATA[L’ultimo ciak è previsto per il 31 gennaio, negli studi del Cineporto di Cornigliano, nel ponente genovese: Umberto Bindi e Luigi Tenco, Bruno Lauzi e Fabrizio De Andrè approdano via mare direttamente in via del Campo, dove il mare non c’è mai stato. Anche se arrivava, davvero, appena un po’ più in là, in via...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_187245" class="wp-caption alignleft" style="width: 305px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/01/Don-Gallo-e-Gino-Paoli_interna.jpg?47e3a5"><img class="size-full wp-image-187245" title="Don-Gallo-e-Gino-Paoli_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/01/Don-Gallo-e-Gino-Paoli_interna.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a><p class="wp-caption-text">Don Gallo e Gino Paoli sul set del film (foto dal sito http://genova.mentelocale.it/)</p></div><p>L’ultimo ciak è previsto per il 31 gennaio, negli studi del Cineporto di Cornigliano, nel ponente genovese:<strong> Umberto Bindi </strong>e <strong>Luigi Tenco</strong>, <strong>Bruno Lauzi </strong>e<strong> Fabrizio De Andrè</strong> approdano via mare direttamente in via del Campo, dove il mare non c’è mai stato. Anche se arrivava, davvero, appena un po’ più in là, in via Prè.</p><p>Una scena un po’ felliniana, resa possibile dal mago degli effetti speciali <strong>Sergio Stivaletti</strong> (ha lavorato agli horror di Lamberto <strong>Bava</strong> e Dario <strong>Argento</strong>, ma anche al Pincchio di<strong> Benigni</strong>) che, mescolando magicamente foto d’epoca e persone reali, riporta a Genova i suoi cantori più amati e li fa incontrare con chi di quella schiera fece parte, come <strong>Gino Paoli </strong>e<strong> Paolo Villaggio</strong> (suo è il testo del &#8220;Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers&#8221; di De Andrè).</p><p><strong>Nicola Di Francescantonio</strong>, sessantenne genovese, una vita in Rai, è il regista di <em>“Una canzone per il paradiso”</em>, film curioso, un po’ fiction un po’ documentario, girato fra i caruggi (vicoli) del centro storico e gli studi di Cornigliano, con attori in carne e ossa e fantasmi del passato. Un viaggio nel tempo che celebra Genova e i suoi poeti musicisti e dove lo spettatore è accompagnato da un doppio Virgilio: Gino Paoli, unico superstite del gruppo storico, e il “prete da marciapiede” <strong>Don Andrea Gallo</strong>, genovese doc, più altri testimoni come <strong>Gianfranco Reverberi</strong>, il produttore musicale padrino di gran parte di quei cantautori.</p><p>Nel film ci sono il porto e via Prè, le puttane e via del Campo, il popolo dei caruggi e i ragazzi che, senza saperlo, quasi cinquant’anni fa scrivevano una pagina importante della storia della musica italiana. Non c’è materiale di repertorio, nel film, ma tanta musica, la loro, che fa da colonna sonora a una storia sospesa fra il reale e il fantastico, fra ieri e oggi.</p><p>È un film nel film, dove un regista vuole raccontare quel mondo e chiede aiuto a Paoli e a Don Gallo per ricostruire storie e personaggi. Nel loro pellegrinare per le viuzze del centro (i cui monumenti si animano in un visionario gioco digitale) il prete e il cantante ricordano così episodi leggendari eppure reali. Come il funerale del venditore di limoni: il vecchietto non aveva un soldo e a fargli un bel funerale pensarono le prostitute sue amiche. Ed ecco che il set si trasforma: si torna indietro nel tempo, i caruggi si popolano degli abitanti di allora e la bara del limonaio, che non riusciva a passare dalle strette scale del vecchio palazzo, viene calata dal terzo piano, fra le grida di incoraggiamento della gente del quartiere.</p><p>«Ci fan tornare indietro Gino, ma tu lo sai com&#8217; è il cinema?». Camminano da porta di Vacca in via del Campo, don Andrea Gallo e Gino Paoli, &#8220;ambasciatori&#8221; di Genova, in un’altra scena. «Janua significa porta, se Genova avesse mantenuto la sua vocazione sarebbe ancora una grande città&#8221; dice Paoli». E, ancora: «I genovesi una volta erano saggi, lavavano la città con l&#8217;acqua di mare per non sprecarne. Oggi è una città che pensa all&#8217; apparenza. La bellezza di una città è la sua gente». «Nei vicoli si trovava di tutto, c&#8217;erano gli artigiani, i commercianti, come si vede dai nomi delle vie: salita Pollaiuoli, vico Indoratori, via Orefici» ricorda Don Gallo. «Era ed è il centro storico più grande d&#8217;Europa».</p><p>Nei quartieri “dove il sole del buon Dio non dà suoi raggi” e dove un tempo c’erano le “graziose” cantate da De Andrè, oggi gli immigrati fanno la fila davanti alle decine di “phone center” e gestiscono le numerose botteghe di “kebab” e cianfrusaglie. Ma questa, in fondo, è la vocazione storica di Genova, città di marinai e di forestieri che vi approdavano da tutto il mondo. A scomparire, invece, sono stati i cantautori con la loro celebre scuola. Ammesso che sia mai esistita, visto che di genovesi autentici, in quel gruppo, ce n’erano pochi: Paoli è nato a Monfalcone, Tenco a Cassine, in Piemonte, Lauzi addirittura all’Asmara, Eritrea. E se pure a Genova tutti loro hanno vissuto, paradossalmente la fortuna è arrivata quando se ne sono andati, chiamati a Milano da Reverberi che, sostiene Paoli, «non aveva alcuna fiducia nelle nostre capacità artistiche, aveva nostalgia di Genova e bisogno di compagnia».</p><p>Sarà, ma quella truppa di amici che si incontrava in locali come la &#8220;Pensione del Corso&#8221; e il ristorante &#8220;Dal Genovese&#8221; (quest’ultimo, chiuso da anni, è stato fedelmente ricostruito per ambientarvi una delle scene clou del film) ha portato con sé un pezzo di Genova che ha permeato la loro musica. E ora a Genova tornano, sia pure virtualmente.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/28/ultimo-ciak-canzone-paradiso-ecco-scuola-cantautori-genovesi/187239/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>&#8220;Nella testa degli adolescenti&#8221;  Il cervello dei giovani in un libro</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/21/nella-testa-degli-adolescenti-cervello-giovani-libro/185572/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/21/nella-testa-degli-adolescenti-cervello-giovani-libro/185572/#comments</comments> <pubDate>Sat, 21 Jan 2012 18:55:08 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Gandus</dc:creator> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[adolescenti]]></category> <category><![CDATA[Eveline Crone]]></category> <category><![CDATA[Feltrinelli]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=185572</guid> <description><![CDATA[Perché gli adolescenti non riescono ad alzarsi dal letto? Perché fanno i compiti sempre all’ultimo momento? Perché devono andare in motorino senza casco? Perché non riescono mai ad arrivare a casa all’ora giusta? Chiunque abbia un figlio o una figlia in transito nella fatidica età che va dai 12 ai 18 anni (ma per molti...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Perché gli adolescenti non riescono ad alzarsi dal letto? Perché fanno i compiti sempre all’ultimo momento? Perché devono andare in motorino senza casco? Perché non riescono mai ad arrivare a casa all’ora giusta?</p><p>Chiunque abbia un figlio o una figlia in transito nella fatidica età che va dai 12 ai 18 anni (ma per molti anche oltre) si è certamente posto queste domande. “È l’età ingrata”, si saranno risposti i più, chi con rassegnazione, chi con esasperazione. Risposta (quasi) esatta. È infatti palese che in quel periodo cruciale della vita il carattere di ogni individuo muta vistosamente. Ma ora è scientificamente provato che tutti quei comportamenti che fanno impazzire i genitori, così come la malinconia o l’esagerata esuberanza che affliggono più o meno tutti gli adolescenti, non sono semplicemente caratteriali ma hanno una causa precisa: la modificazione che avviene proprio in quegli anni nel cervello.</p><p>Lo spiega, con rigore scientifico ma con un linguaggio chiaro e accessibile, un saggio appena tradotto in Italia: <strong>“Nella testa degli adolescenti”</strong> (Urra –Feltrinelli), della neuropsichiatria olandese <strong>Eveline Crone</strong>. “I giovani si comportano in modo diverso dagli adulti perché il loro cervello lavora in modo diverso” scrive Crone, che nel <em>Brain and Developement Laboratory</em> dell’Università di Leida, in Olanda, da anni studia le modificazioni che avvengono nel cervello degli adolescenti attraverso esperimenti su diversi gruppi di età, dagli otto (età pubere) ai 24 anni (età adulta).</p><p>Gli studi consistono nell&#8217;assegnare ai ragazzi compiti precisi e, nel contempo, analizzare il comportamento del cervello: «Li facciamo giocare al computer e poniamo loro domande sui loro interessi e sulle loro attività quotidiane. Mentre svolgono questi compiti registriamo le attività del loro cervello, per vedere come si presenta e come lavora. Guardiamo direttamente anche sotto la scatola cranica, e le osservazioni ci mostrano come il cervello dei giovani controlla quello che fanno e come pensano, come programmano le attività, come affrontano i sentimenti, come stringono amicizie”.</p><p>Fra i risultati più importanti della ricerca c’è la constatazione che, durante la pubertà, l’equilibrio fra le attività delle diverse regioni cerebrali può facilmente rompersi, rendendo temporaneamente dominante un’area sull’altra: nessuna meraviglia, dunque, che in quell’età i ragazzi possano essere così imprevedibili.</p><p>Gli studi hanno inoltre messo in rilievo che la tempesta ormonale che si abbatte sugli adolescenti può influenzare lo sviluppo e l’organizzazione del cervello. “Accanto a nuovi interessi sessuali, le trasformazioni ormonali portano con sé forti sbalzi d’umore. Gli ormoni influiscono direttamente sull’attività cerebrale e in genere sollecitano fortemente le aree preposte all’elaborazione delle emozioni. (…) È importante comprendere che questi sbalzi sono normali. Diventare membri a pieno titolo della società è un processo fatto di alti e bassi che spesso si possono ricondurre a un sistema nervoso che perde facilmente l’equilibrio. L’adolescenza è un fase in cui il cervello si trova ancora nel bel mezzo di un processo di crescita e le regioni cerebrali che regolano le emozioni hanno sempre l’ultima parola”.</p><p>Il libro affronta comportamenti e attitudini dei ragazzi mettendoli in relazione con le trasformazioni delle diverse aree del cervello. Si capisce così come con l’età si modificano le capacità cognitive, come e quando si attivano i freni inibitori (e quindi perché in una certa fase della vita si è più temerari o avventati), ma anche perché i giovani sono più flessibili e imparano meglio le lingue.</p><p>Il testo può essere davvero utile per quei genitori che vogliano comprendere le ragioni profonde per le quali i loro pargoli si trasformano d’improvviso in alieni. Ma, avverte l’autrice, non è un libro di consigli su come comportarsi correttamente con loro. “Sicuramente il comportamento dei vostri figli non cambierà d’incanto dopo aver letto queste pagine. Un ragazzo difficile rimarrà difficile. Ma forse potrete capire meglio perché si comporta in modo così detestabile, perché è così insicuro o perché programma così male i propri impegni”.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/21/nella-testa-degli-adolescenti-cervello-giovani-libro/185572/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>&#8220;Migrazioni narranti&#8221;, la parola dell&#8217;immigrazione africana in Italia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/09/migrazioni-narranti-voce-dellimmigrazione-africana-italia/182397/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/09/migrazioni-narranti-voce-dellimmigrazione-africana-italia/182397/#comments</comments> <pubDate>Mon, 09 Jan 2012 14:33:15 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Gandus</dc:creator> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Africa]]></category> <category><![CDATA[dakar]]></category> <category><![CDATA[Pap Khouma]]></category> <category><![CDATA[Patrizia Ceola]]></category> <category><![CDATA[settimana della lingua italiana]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=182397</guid> <description><![CDATA[All’inizio scrivevano dell’odissea del viaggio, delle tribolazioni all’arrivo, del dramma della clandestinità. Ma più che scrivere, in realtà spesso raccontavano ad altri, generalmente giornalisti, che poi scrivevano per loro. Più che libri, erano testimonianze. Poi le parole dei migranti hanno preso forma di autentici racconti, romanzi, opere teatrali. Scritti senza più mediazioni e nella lingua...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>All’inizio scrivevano dell’odissea del viaggio, delle tribolazioni all’arrivo, del dramma della clandestinità. Ma più che scrivere, in realtà spesso raccontavano ad altri, generalmente giornalisti, che poi scrivevano per loro. Più che libri, erano testimonianze. Poi le parole dei migranti hanno preso forma di autentici racconti, romanzi, opere teatrali. Scritti senza più mediazioni e nella lingua del paese ospitante, l’italiano. Un passo obbligato, già compiuto da tanti scrittori accolti da altri Paesi di più antica immigrazione come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna.</p><p>Da uno dei gruppi etnici più consistenti, cioè quello degli africani (in Italia sono circa un milione, un quinto degli immigrati) viene il più nutrito numero di opere e scrittori: dai primi anni Novanta ad oggi sono stati pubblicati in Italia 377 testi fra romanzi, racconti, antologie di poesie, autobiografie, pamphlet, saggi e opere teatrali.  Sono dati e informazioni  che provengono da “Migrazioni narranti” (libreriauniversitaria.it edizioni), un saggio di <strong>Patrizia Ceola</strong>, docente in materie letterarie e lettrice di Italiano all’Università di <strong>Dakar</strong>, che analizza e offre una lettura critica della produzione letteraria africana in lingua italiana.</p><p>Molti sono gli scrittori raccontati dall’autrice, a cominciare dal senegalese <strong>Pap Khouma</strong>, autore di uno dei primi libri scritti da un immigrato africano, l’autobiografico <em>Io venditore di elefanti</em> (1990, Garzanti), per arrivare a <strong>Cheikh Tidiane Gaye </strong>(<em>Il canto del Djali</em>, Ed. dell’Arco), vincitore in Italia di numerosi premi letterari, fra cui quello per la poesia intitolato ad Ada Negri.</p><p>Il saggio è stato presentato a dicembre a Dakar, in occasione della Settimana della lingua italiana. Un appuntamento molto interessante per conoscere un aspetto generalmente sconosciuto dell’immigrazione e incontrare alcuni degli scrittori che ne rappresentano, per così dire, l’altra faccia. Ma, soprattutto, un’occasione per cogliere il loro sguardo sull’Italia.</p><p>Quello di <strong>Ibrahina Diawara</strong>, professore di Lingua e letteratura italiana, è uno sguardo innamorato, anche se il richiamo alle tradizioni della madrepatria, il Senegal, è ancora molto forte. Modou, il protagonista del suo romanzo <em><strong>Samal Sa Kaddu</strong></em> (Ed. Keplero), è affascinato e insieme spaventato dal paese che impara a conoscere attraverso Maina, la ragazza italiana che gli insegna cose a lui sconosciute, come la puntualità, o addirittura inaudite come ricevere regali da una donna. E che tenta, ma senza successo, di passargli anche il concetto “occidentale” di libertà: “Per Maina la libertà consiste nel non essere costretta ad agire in un modo o nell’altro, nell’esprimere se stessa, nel poter decidere, scegliere la propria strada”.</p><p>Un concetto molto diverso da quello di Modou, per il quale “la libertà è la vittoria su qualsiasi pensiero cattivo e la permanenza nel bene, la vittoria sulle passioni, sui desideri”. Non c’è da stupirsi se, date queste premesse, Modou, sebbene innamorato di Maina e del paese che lo ospita, finirà per acconsentire al matrimonio con Amina, la sposa che i genitori hanno scelto per lui.  Ma per ammissione dello stesso autore, il suo personaggio è una sorta di “ultimo dei mohicani”. Il romanzo si conclude infatti con queste parole: “Modou ha risposto all’appello della savana. Ma per quanto tempo ancora questo appello sarà forte e irresistibile?”.</p><p>Per tanti immigrati il richiamo è ormai poco più che un flebile suono: il paese dove intendono continuare a vivere è l’Italia. Ma non per questo rinunciano alla propria identità. Come? La parola chiave è conoscenza. Reciproca. “Chi non ti conosce ti chiama ‘Ehi!??’, chi ti conosce ti chiama con il tuo nome” dice <strong>Moudou Gueye</strong>, in Italia da 15 anni, accento milanesissimo, scrittore, educatore, regista, musicista. Con la sua compagnia “Le maschere nere” Gueye, che ha in programma anche una collaborazione con il teatro Filodrammatici di Milano, persegue l’obiettivo di far chiamare tutti gli immigrati con il loro nome, facendone conoscere la storia e le tradizioni.</p><p>“Faccio spettacoli che fanno piangere, perché raccontano la storia vera di chi arriva su una di quelle barche stracolme che vedete in televisione. Ma racconto anche che c’è fra noi chi viene in Italia per libera scelta, per studiare, per lavorare, senza essere spinto necessariamente dalla fame”.</p><p>Il teatro è il mezzo scelto anche da un altro autore, <strong>Mandiaye Ndiaye</strong>, per coltivare la memoria, perché, dice “il mondo occidentale, ma anche il nostro, la stanno negando”. Conoscenza è soprattutto scambio, come quello fra lo stesso Ndiaye e uno dei maggiori scrittori italiani contemporanei, Gianni Celati. Con i racconti sul villaggio in cui è nato, il senegalese ha ispirato il suo <em>Passare la vita a Diol Kadd</em> (Feltrinelli), corredato da un documentario sulla vita nel villaggio, presentato dai due scrittori alla Settimana della lingua italiana di Dakar.</p><p>Alla manifestazione erano presenti anche scrittori italiani che scrivono dell’Africa, come <strong>Vincenzo M. Oreggia </strong>(<em>Bach tra gli elefanti</em>, storie e ritratti di senegalesi) e <strong>Francesca Caminoli</strong>, autrice di <em>La guerra di Boubacar</em>, il romanzo sulla liberazione dell’isola d’Elba da parte di un battaglione di “tirailleur” senegalesi durante la seconda guerra mondiale.</p><p>Insieme agli scrittori, un drappello di artisti senegalesi che hanno esposto le loro opere dedicate all’Italia, o meglio alla loro idea dell’Italia (irresistibile una Monna Lisa nera) nella galleria di Mauro Petroni, artista-ceramista italiano che vive da 26 anni a Dakar. Perché c’è anche chi ha fatto, con soddisfazione, il percorso inverso.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/09/migrazioni-narranti-voce-dellimmigrazione-africana-italia/182397/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Volevano vederli bruciare</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/12/volevano-vederli-bruciare/177047/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/12/volevano-vederli-bruciare/177047/#comments</comments> <pubDate>Mon, 12 Dec 2011 17:24:40 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Gandus</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Auschwitz]]></category> <category><![CDATA[campo nomadi]]></category> <category><![CDATA[Django Reinhard]]></category> <category><![CDATA[raid]]></category> <category><![CDATA[razzismo]]></category> <category><![CDATA[rom]]></category> <category><![CDATA[Torino]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=177047</guid> <description><![CDATA[E così è successo un’altra volta, la bestia umana ha trovato il suo capro espiatorio. Il solito: i Rom. La storia è nota. Una ragazzina sedicenne fa l’amore per la prima volta con il suo ragazzo e, segnata nel corpo dai gesti di un amore che credeva forse più romantico, temendo le reazioni di una...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>E così è successo un’altra volta, la<strong> bestia umana</strong> ha trovato il suo capro espiatorio. Il solito: i Rom.</p><p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/10/torino-stuprata-smentisce-fiaccolata-finisce-lincendio-campo/176718/" target="_blank">La storia è nota</a>. Una ragazzina sedicenne fa l’amore per la prima volta con il suo ragazzo e, segnata nel corpo dai gesti di un amore che credeva forse più romantico, temendo le r<strong>eazioni di una famiglia a dir poco retrogada</strong> (pare che la giovane venisse periodicamente sottoposta a visite mediche che certificassero la sua purezza) pensa bene di inventarsi uno stupro. Da parte dei soliti, appunto. <strong>I Rom</strong>.</p><p>E alla gente del suo quartiere, periferia torinese, non sembra vero di avere <strong>finalmente l’occasione</strong> per dare una lezione a quelli là: con una feroce azione punitiva, giovani ultrà e vecchi razzisti incendiano il campo Rom confinante, bruciando le baracche e le povere cose che contengono; mettendo in conto, sicuramente, anche quei morti che, per fortuna, non ci sono stati. Li volevano <strong>vedere bruciare</strong>, gli zingari. Immemori di riprodurre così lo scempio che altri, prima di loro, avevano fatto di altri nomadi: mezzo milione di Rom e Sinti gassati e bruciati ad <strong>Auschwitz</strong> per mano nazista.</p><p>Anche se so che questa non sarà l’ultima volta che una violenza cieca si abbatte su un popolo o su un gruppo etnico solo perché è “quel” popolo, che il pregiudizio ha la meglio sulla<strong> ragionevolezza</strong>, la falsità sulla verità, non avrei più voluto scrivere dei Rom sull’onda dell’ennesimo<strong> raid squadristico</strong>. Altre erano le storie che avrei voluto raccontare, per una volta, su di loro.<br /> Pochi giorni fa ho assistito, a Milano, a un magnifico spettacolo di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Moni_Ovadia" target="_blank">Moni Ovadia</a> dedicato agli zingari. Il cantastorie ebreo ha con grande onestà ceduto il <strong>primato di perseguitato storico</strong> del suo popolo ai Rom. Gli ebrei, ha detto, sono infine entrati nel salotto buono, oggi denigrarli è politicamente scorretto. Non così è per i Rom “popoli di cui molto si è parlato, ma con cui poco si è parlato”.</p><p>Con lui sul palco, magnifici musicisti tzigani (fra i quali un giovanissimo violinista autodidatta, iscritto di diritto agli ultimi anni di corso al Conservatorio per la sua straordinaria abilità) punteggivano  il racconto di persecuzioni e rivelazioni. Pochi sanno, per esempio, che sono zingari i più grandi suonatori e costruttori di <strong>cembalo</strong>, un raffinato pianoforte senza tasti, a sole corde, o che Brahms e Listz s’ispiravano dichiaratamente a musiche tzigane nella composizione delle proprie; o, ancora, che uno dei più grandi chitarristi jazz, <strong>Django Reinhard</strong>, era uno zingaro, per sovrappiù handicappato, visto che gli mancavano tre dita.</p><p>Ovadia leggeva invettive contro sudici individui che vivono in sordide baracche campando di elemosina, furti, rapimenti, per poi rivelare che quelle parole si riferivano agli <strong>italiani emigrati </strong>di cent’anni fa, in America. O rievocava gli esodi degli ebrei che negli anni Venti migravano da Oriente fuggendo dai pogrom, ma sembrava che descrivesse le migrazioni dei Rom, solo pochi anni fa, dai paesi balcanici, la loro fuga da altre, nuove persecuzioni. “La vile Europa non ha ancora imparato nulla dalla sua storia più recente e crudele” diceva Ovadia. Figuriamoci se l’ha capito <strong>l’italiano medio</strong>, quello che, come ha scritto in un illuminante articolo su <em>Repubblica</em> <a href="http://www.michelamurgia.com/di-diritti/generi/torinoburning-inventarsi-il-mostro" target="_blank">Michela Murgia</a>, è cresciuto “imparando a temere il diverso e lo straniero<strong> </strong>a prescindere dal fatto che sia colpevole di qualcosa”. Confortato da una classe politica fatta di sindaci, assessori, parlamentari, perfino ministri che hanno legittimato il diritto, se non il vanto, di dichiararsi razzisti.</p><p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/IBi4YG14uIE" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/12/volevano-vederli-bruciare/177047/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>&#8220;Stasera non escort&#8221;, la Milano delle &#8216;cene eleganti&#8217; in scena a teatro</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/12/stasera-escort-faiella/176946/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/12/stasera-escort-faiella/176946/#comments</comments> <pubDate>Mon, 12 Dec 2011 14:11:23 +0000</pubDate> <dc:creator>Valeria Gandus</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[antonelli]]></category> <category><![CDATA[faiella]]></category> <category><![CDATA[pelusio]]></category> <category><![CDATA[penoni]]></category> <category><![CDATA[Ruby]]></category> <category><![CDATA[stasera non escort]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=176946</guid> <description><![CDATA[L’ispirazione è arrivata direttamente dalla cronaca, come i personaggi e pure il titolo: “Stasera non escort”, spettacolo comico, ma inevitabilmente amaro, in scena a Milano, al Teatro della Cooperativa dal 13 dicembre. Sul palco, quattro attrici quattro, Margherita Antonelli, Alessandra Faiella, Rita Pelusio e Claudia Penoni, che danno voce e corpo a una serie di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/12/alessandra-faiella-interna.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-176981" title="alessandra faiella interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/12/alessandra-faiella-interna.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>L’ispirazione è arrivata direttamente dalla cronaca, come i personaggi e pure il titolo: “Stasera non escort”, spettacolo comico, ma inevitabilmente amaro, in scena a Milano, al Teatro della Cooperativa dal 13 dicembre. Sul palco, quattro attrici quattro, <strong>Margherita Antonelli</strong>, <strong>Alessandra Faiella</strong>, <strong>Rita Pelusio</strong> e <strong>Claudia Penoni</strong>, che danno voce e corpo a una serie di figure femminili contemporanee: quelle che abbiamo imparato a conoscere dalle cronache politico-gossippare  e anche donne più comuni ma non per questo meno rappresentative della condizione della donna oggidì. Ci sono tre escort che parlano solo inglese perché sono laureate (e fanno balzare alla memoria il celebre caso emerso nell&#8217;inchiesta Ruby) e la madre che vende la figlia purché abbia successo in tv (anche qui i collegamenti con le papi-girl non mancano); c’è la classica moglie schiava della suocera e la drogata di chirurgia plastica.   Sul palco, trasformato in una specie di cabaret anni ’20, un circo metaforico diretto dalla domatrice-maîtresse <strong>Margherita Antonelli</strong> (la logorroica donna delle pulizie di programmi come Cielito Lindo e Zelig), sfilano dunque i nuovi mostri al femminile: «Herpes sulla faccia della terra, deviazioni antropologiche, mutazioni genetiche della società» le definisce Alessandra Faiella (era la cubista Alexia nel “Pippo Kennedy show”, i lettori del Fattonline la conoscono anche per il suo blog).  Ma l’ospite d’onore, la presenza tanto inevitabile quanto inquietante è “colei che muove i destini del mondo: la gnocca” anticipa Faiella.  No, non sarà una escort in carne ed ossa ma una vulva di gommapiuma, gigante e parlante, che rappresenta la sessualità vista dall’organo sessuale femminile. Non è un caso che lo spettacolo vada in scena all’indomani della riedizione di “Se non ora quando”: il progetto di “Stasera non escort” ha preso vita proprio a febbraio, all’epoca della prima clamorosa e grandiosa manifestazione di piazza delle donne d’Italia. Insieme sul palco del teatro comico La Scala della Vita, curato da Alessandra Faiella, le quattro attrici sono state colte da un impulso battagliero e, imbracciate le armi della satira, hanno deciso di tradurre l’indignazione in spettacolo.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/12/stasera-escort-faiella/176946/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>5</slash:comments> </item> </channel> </rss>
<!-- Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: http://www.w3-edge.com/wordpress-plugins/

Minified using memcached
Page Caching using memcached (User agent is rejected)
Object Caching 1719/1720 objects using memcached
Content Delivery Network via st.ilfattoquotidiano.it

Served from: www.ilfattoquotidiano.it @ 2012-05-27 07:09:03 -->
