<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Tomaso Montanari</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/tmontanari/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sun, 27 May 2012 06:55:24 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Biblioteca dei Girolamini, Ornaghi e l&#8217;eccesso di serenità</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/25/ornaghi-eccesso-serenita/241320/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/25/ornaghi-eccesso-serenita/241320/#comments</comments> <pubDate>Fri, 25 May 2012 07:27:19 +0000</pubDate> <dc:creator>Tomaso Montanari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Biblioteca dei Girolamini]]></category> <category><![CDATA[De Caro]]></category> <category><![CDATA[galan]]></category> <category><![CDATA[Lorenzo Ornaghi]]></category> <category><![CDATA[Mibac]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=241320</guid> <description><![CDATA[Rispondendo a una interrogazione alla Camera il 19 aprile scorso, il ministro Lorenzo Ornaghi diceva di aspettare “sereno l’esito delle indagini”. Fosse stato un po’ meno “sereno” avrebbe potuto evitare di perdere la faccia. Le responsabilità del Mibac in questa storia, infatti, sono tante e pesantissime: una gravissima e continuata omissione della tutela di un...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Rispondendo a una interrogazione alla Camera il 19 aprile scorso, il ministro <strong>Lorenzo Ornaghi</strong> diceva di aspettare “sereno l’esito delle indagini”. Fosse stato un po’ meno “sereno” avrebbe potuto evitare di perdere la faccia. Le responsabilità del Mibac in questa storia, infatti, sono tante e pesantissime: una gravissima e continuata omissione della tutela di un inestimabile bene dello Stato. Il primo punto riguarda la nomina di uno come Marino Massimo De Caro a direttore dei <strong>Girolamini</strong>. La Biblioteca è statale, ma una convenzione prevede che il conservatore del complesso sia un religioso (Sandro Marsano, indagato anch’egli), il quale deve scegliere il direttore della Biblioteca tra gli stessi religiosi . Visto che la Congregazione dell’Oratorio è ormai svuotata, si pensò bene di scegliere De Caro, chiedendo una deroga al Mibac. Ebbene, quando, il 1° giugno 2011, il Direttore Nazionale delle Biblioteche Maurizio Fallace ratificò la nomina, avrebbe dovuto prendere qualche informazione.</p><p>E sarebbe bastato Google per capire che era come mettere una volpe a guardia del pollaio. Ciò non venne fatto per una ragione ben precisa: <strong>De Caro</strong> era consigliere del ministro dei Beni culturali, Giancarlo Galan (probabilmente su richiesta di Marcello Dell’Utri, già capo di Galan in Publitalia). E questo è il secondo punto. Perché, prendendo il posto di Galan, Ornaghi conferma De Caro come proprio consigliere, senza nemmeno chiedersi chi fosse? È stata solo un’imperdonabile leggerezza, o il ministro tecnico ha obbedito a pressioni politiche? Terzo, cruciale, punto. Il 23 febbraio viene disposta una ispezione ai Girolamini. La svolta? Manco per nulla: l’ispezione viene ‘rimandata’. E quando (5 aprile) i bibliotecari onesti chiedono formalmente al Mibac di valutare molto attentamente la consegna della chiave del sancta sanctorum della biblioteca al direttore, da Roma arriva un burocratico, terribile, nulla-osta. L’ispettrice, invece, arriva solo il 17 aprile, cioè quasi venti giorni dopo il mio <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/13/biblioteca-girolamini-ministro-ornaghi-ripensi/204174/" target="_blank">articolo sul Fatto</a> (30 marzo) che ha fatto esplodere la questione. E ciò che scrive supera ogni immaginazione: la biblioteca appare devastata. Due giorni dopo arrivano i <strong>sigilli dei carabinieri.</strong></p><p>Quarto punto. Nemmeno la millanteria della laurea (accertata da Gian Antonio Stella il 17 aprile) convince Ornaghi a cacciare il suo immacolato consigliere. Va alla Camera a dire che ne accetta l’autosospensione. Solo dopo una visita del procuratore aggiunto di Napoli, si decide a cacciarlo. Ma non lo dice a nessuno: troncare, sopire. Scandalosamente, Marsano e De Caro rimangono al loro posto: De Caro si dimette il 15 maggio, Marsano viene rimosso (dai suoi superiori) solo il 21. E nella lettera in cui Marsano accetta le dimissioni di De Caro, il religioso scrive che, essendo state suggerite dal direttore Fallace, egli ritiene le dimissioni “un ordine superiore”. Il che fa cadere come un castello di carte le autogiustificazioni che Ornaghi aveva esibito alla Camera, scaricando il barile sugli Oratoriani: sappiamo con certezza che, se Ornaghi avesse voluto, avrebbe potuto indurre De Caro a dimettersi quasi due mesi fa (invece che pochi giorni prima che fosse arrestato!).</p><p>Se i carabinieri del Nucleo di Tutela guidato da Raffaello Mancino e il pool di magistrati guidato dal Giovanni Melillo avessero reagito come il Mibac, oggi la devastazione e il<strong> sacco dei Girolamini</strong> sarebbero in sereno svolgimento. Lorenzo Ornaghi ha l’occasione di fare qualcosa che nessuno in questo Paese sembra saper fare:<strong> chiedere scusa agli italiani</strong>, e ringraziare le migliaia di cittadini che, firmando l’appello promosso dallo storico dell’arte Francesco Caglioti, hanno innescato il salvataggio dei Girolamini. Vera supplenza civile e popolare di una tutela pubblica ormai vacante.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 25 Maggio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/25/ornaghi-eccesso-serenita/241320/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Crolla il patrimonio artistico abbandonato dai governi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/22/crolla-patrimonio-artistico-abbandonato-governi/237895/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/22/crolla-patrimonio-artistico-abbandonato-governi/237895/#comments</comments> <pubDate>Tue, 22 May 2012 11:17:23 +0000</pubDate> <dc:creator>Tomaso Montanari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Operazione Cultura]]></category> <category><![CDATA[Giovanni Urbani]]></category> <category><![CDATA[Mibac]]></category> <category><![CDATA[restauro patrimonio artistico]]></category> <category><![CDATA[rischio sismico]]></category> <category><![CDATA[spesa patrimonio artistico]]></category> <category><![CDATA[Tremonti Mibac]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=237895</guid> <description><![CDATA[Si può annullare il rischio sismico del patrimonio monumentale italiano? La risposta è no: l’invulnerabilità del tessuto storico è un’illusione ottica moderna. Ma la risposta è un “no” anche quando ci chiediamo se si è fatto tutto ciò che si poteva e si doveva fare per ridurlo al minimo, quel rischio. Nel 1983, il direttore...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Si può annullare il rischio sismico del patrimonio monumentale italiano? La risposta è no: l’invulnerabilità del tessuto storico è un’illusione ottica moderna. Ma la risposta è un “no” anche quando ci chiediamo se si è fatto tutto ciò che si poteva e si doveva fare per<strong> ridurlo al minimo</strong>, quel rischio. Nel 1983, il direttore dell’Istituto Centrale del Restauro Giovanni Urbani dedicò una serie di volumi e una mostra alla “Protezione del patrimonio monumentale dal rischio sismico”. Si trattava di un programma concretissimo in cui erano illustrati i singoli passi da percorrere per evitare che i futuri terremoti provocassero danni come quelli, tragici, dell’Emilia di oggi. La stima del 1983 parlava di una spesa globale di 2.700 miliardi di lire: meno di 5 miliardi di euro di oggi. Una <strong>cifra non piccola</strong>, certo: ma la costruzione delle “new town” de L’Aquila hanno speso quasi un miliardo di euro.</p><p><strong>Il Mibac</strong> di oggi mette a bilancio per il rischio sismico la miseria di 4 milioni e mezzo di euro (forniti peraltro da Arcus), e li spende tutti per la verifica dell’applicazione delle attuali linee guida a qualche decina di musei. Se si pensa che, sotto il ministero Bondi, Tremonti sottrasse al bilancio Mibac la bellezza di 1 miliardo e 300 milioni di euro, si avrà un’idea dell’irrilevanza dell’attuale politica di <strong>tutela preventiva</strong>.</p><p>Il risultato paradossale è che oggi il patrimonio monumentale italiano è più esposto ai terremoti di quanto lo fosse due secoli fa. Oggi, infatti, la manutenzione ordinaria del patrimonio diffuso è totalmente trascurata, in nome degli “eventi” e dei <strong>restauri straordinari</strong> e mediatici concentrati su poche opere simbolo . Senza contare le frequenti inserzioni in cemento armato che minano le architetture storiche. Se non si riesce a far capire all’amministrazione comunale di Padova che la suprema Cappella degli Scrovegni di Giotto rischia l’inondazione a causa dei dissennati progetti di cementificazione limitrofa, figuriamoci se è possibile parlare di conservazione programmata su scala nazionale.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/22/crolla-patrimonio-artistico-abbandonato-governi/237895/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il Mezzogiorno rassegnato che somiglia a Chicago</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/15/mezzogiorno-rassegnato-somiglia-chicago/230198/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/15/mezzogiorno-rassegnato-somiglia-chicago/230198/#comments</comments> <pubDate>Tue, 15 May 2012 10:58:26 +0000</pubDate> <dc:creator>Tomaso Montanari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Architettura di rassegnazione. Fotografie dal Mezzogiorno]]></category> <category><![CDATA[colleferro]]></category> <category><![CDATA[Columbia College Chicago]]></category> <category><![CDATA[Gibellina Nuova]]></category> <category><![CDATA[Jay Wolke]]></category> <category><![CDATA[museo di Latina]]></category> <category><![CDATA[Orto Botanico di Messina]]></category> <category><![CDATA[Roberta Valtorta]]></category> <category><![CDATA[Vele di Scampia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=230198</guid> <description><![CDATA[«Architettura di rassegnazione. Fotografie dal Mezzogiorno». Il titolo dell’ultima raccolta di fotografie di Jay Wolke* (capo del dipartimento di arte e design del Columbia College a Chicago) potrebbe essere inteso in senso metaforico: si potrebbe, cioè, pensare ad una serie di ‘istantanee’, cioè di racconti e cronache, capaci di rappresentare quella struttura di rassegnazione (morale,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>«Architettura di rassegnazione. Fotografie dal Mezzogiorno». Il titolo dell’ultima raccolta di fotografie di Jay Wolke* (capo del dipartimento di arte e design del Columbia College a Chicago) potrebbe essere inteso in senso<strong> metaforico</strong>: si potrebbe, cioè, pensare ad una serie di ‘istantanee’, cioè di racconti e cronache, capaci di rappresentare quella struttura di rassegnazione (morale, civile, politica) che imprigiona una grande parte del nostro Paese. E non si sbaglierebbe, in fondo: giacché il senso ultimo del libro di Wolke è proprio questo. Ma ‘architettura’ e ‘fotografie’ vanno intese in senso letterale: perché questo <strong>reportage</strong>, anzi questo acuto trattato di sociologia della disgregazione, è composto da fotografie che ritraggono concrete architetture contemporanee che sfigurano l’Italia, da Roma giù giù fino alla Sicilia.</p><p>Wolke le ha scattate tra il 2000 ed il 2007 in un lungo e amaro Grand Tour in cui l’amore per il Bel Paese non si è impantanato nell’eterna <strong>oleografia</strong> dietro cui cerchiamo, da secoli, di nascondere la nostra inarrestabile decadenza (chi non ricorda il patetico Francesco Rutelli del promo istituzionale noto attraverso il suo piagnucoloso e imbarazzante refrain: «Please, visit Italy»?)</p><p>Grazie al formato à la page e alla carta patinata, il libro di Wolke si insinua come una lama sottile tra i coffee table books che smerciano l’Italia da cartolina, smentendo all’istante ogni cliché sugli americani<strong> creduloni</strong> e superficiali.</p><p>Per un’adeguata ecfrasis di queste fotografie, di sorprendente nitore formale, ci vorrebbe la penna di un marchese De Sade, o di uno Sciascia. Ma solo Fellini potrebbe mettere in scena il mausoleo romano dell’Appia pieno di <strong>spazzatura</strong>, tra cui troneggia un inconcepibile materasso azzurro.</p><p>A Trapani le case abitate si alternano ai ruderi; a Napoli le Vele di Scampia svettano su nature morte di monnezza; a Colleferro la fontana civica è un inimmaginabile trionfo di ferraglia e cemento; la ‘Finestra sul mare’ a Santo Stefano (Sicilia) o la chiesa incompiuta di Gibellina Nuova ridiventano, da pretese opere d’arte, enormi rifiuti di <strong>cemento</strong>. Le infrastrutture della guerra, mai rimosse in settant’anni, si sommano alle ferite di un’industrializzazione clientelare e agli squallidi templi di un turismo d’accatto. In una perversa inversione di senso, anche i luoghi della cultura diventano simboli di un inarrestabile degrado civile: dall’orribile interno di un museo di Latina, alla schiera dei motori di condizionatori d’aria che devasta l’Orto Botanico di Messina. Dovunque<strong> l’incompiuto</strong>, l’abusivo e l’illegale si manifestano nell’osceno, nell’improbabile, nel mostruosamente kitsch: non-luoghi senza abitanti, visto che nessuna ‘figurina’ umana potrebbe redimere queste nuovissime, terrificanti vedute della decadenza italiana.</p><p>Non di rado di fronte a questi scatti viene da pensare che si potrebbe trattare di qualche brano di <strong>periferia</strong> estrema di qualche città americana: e forse una chiave potrebbe essere proprio lo stupore del fotografo di Chicago che ritrova nella culla della civiltà il peggio del proprio paese.</p><p>Architettura e fotografia – forse le uniche due arti ancora capaci di una vera <strong>funzione civile</strong> – si incontrano, anzi si scontrano, nel libro di Wolke, dove la seconda denuncia il tradimento della prima. Sarebbe bello pensare ad un’edizione italiana del libro, anzi ad una mostra di quelle fotografie itinerante attraverso il nostro Mezzogiorno. Ma – in una sorta di perverso comma 22 – siamo troppo rassegnati per lasciarci scuotere da un ritratto della nostra rassegnazione scattato da un americano di Chicago. Come scrive, con terribile esattezza, Roberta Valtorta nell’introduzione: «There is a moment for every society: the Italian moment seems to have come to an end».</p><p><em>*Jay Wolke, Architecture of Resignation. Photographs from the Mezzogiorno. With essays by Roberta Valtorta and Tom Bamberger, Chicago, Center for American Places at Columbia College Chicago, 2011</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/15/mezzogiorno-rassegnato-somiglia-chicago/230198/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Patrimonio culturale, niente politica</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/25/patrimonio-culturale-niente-politica/207386/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/25/patrimonio-culturale-niente-politica/207386/#comments</comments> <pubDate>Wed, 25 Apr 2012 09:38:05 +0000</pubDate> <dc:creator>Tomaso Montanari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Biblioteca Girolamini]]></category> <category><![CDATA[De Caro]]></category> <category><![CDATA[dell'utri]]></category> <category><![CDATA[galan]]></category> <category><![CDATA[Lorenzo Ornaghi]]></category> <category><![CDATA[Villari]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=207386</guid> <description><![CDATA[Tra le tante cause di fatale degrado del patrimonio storico e artistico della nazione italiana ce n’è una assai poco analizzata e dibattuta: la violenza con cui il ceto politico si appropria di musei, biblioteche ed enti culturali, calpestando, con ostentato disprezzo, ogni criterio di competenza, merito, trasparenza. La clamorosa vicenda della Biblioteca dei Girolamini...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Tra le tante cause di fatale degrado del patrimonio storico e artistico della nazione italiana ce n’è una assai poco analizzata e dibattuta: la violenza con cui il ceto politico si appropria di musei, biblioteche ed enti culturali, calpestando, con ostentato disprezzo, ogni <strong>criterio</strong> di competenza, merito, trasparenza.</p><p>La clamorosa <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/30/libri-uomini-e-topi/201126/">vicenda della Biblioteca dei Girolamini a Napoli</a> è un esempio da manuale. Comunque finiscano le indagini dei carabinieri del Nucleo di Tutela del Patrimonio artistico e della Procura, ce n’è abbastanza per delineare un quadro <strong>illuminante</strong>.</p><p>Marino Massimo De Caro non ha titoli per dirigere una biblioteca. Anzi, non ha proprio titoli. Si è iscritto a Giurisprudenza a Siena, nel 1992: è rimasto iscritto fino al 2002, ma non si è mai laureato. In compenso, il 22 settembre del 2004 l’Universidad Abierta Interamericana (privata) lo ha nominato dottore «honoris causa» in cambio del dono di quattro libri <strong>antichi</strong> e di un meteorite piovuto nel Sahara. In effetti, tutti i contatti di De Caro col mondo del libro antico non sono scientifici, ma commerciali: e non senza numerosi episodi assai dubbi.</p><p>In un paese normale quante <strong>possibilità</strong> ha uno con questo curriculum di arrivare a dirigere una delle 46 biblioteche pubbliche statali? Se da noi ci riesce, è solo grazie ad una cosa: la politica.</p><p>Dal marzo di quest’anno De Caro è il segretario organizzativo dell’associazione politica «Il Buongoverno», che raccoglie <strong>l’eredità</strong> dei Circoli di Marcello Dell’Utri: il presidente onorario è quest’ultimo, il presidente è il senatore Pdl Riccardo Villari, il segretario il senatore Pdl Salvatore Piscitelli, vicesegretari i senatori (sempre Pdl) Elio Palmizio e Valerio Carrara.</p><p>È stato grazie all’antico legame (nato in Publitalia) tra Dell’Utri e Giancarlo Galan, che quest’ultimo si è preso De Caro come consigliere al ministero dell’Agricoltura. E quando Galan si è spostato ai Beni Culturali, anche De Caro si è spostato (ovvio no?), diventando consigliere per l’editoria.</p><p>A quel punto il gioco è fatto. La Congregazione dell’Oratorio doveva nominare il direttore della biblioteca, ma l’impoverimento numerico e culturale dell’ordine di San Filippo Neri è tale da non <strong>consentire</strong> di trovare un candidato interno: cosa di meglio che rivolgersi ad uno dei consiglieri del Ministro per i Beni Culturali?</p><p>Ci fosse un dubbio sul ruolo che il Mibac deve aver giocato in quella nomina, basta rammentare chi era il sottosegretario ai Beni Culturali quando De Caro diventa <strong>direttore</strong> dei Girolamini: il napoletano Riccardo Villari, oggi presidente del Buongoverno!</p><p>Il cerchio magico dellutriano non ha abbandonato De Caro nemmeno nella tempesta di questi giorni.</p><p>I senatori Piscitelli e Palmizio hanno presentato un’interrogazione al ministro dell’Università per sapere se quanto il sottoscritto e il mio collega Francesco Caglioti (entrambi professori alla Federico II di Napoli) abbiamo cercato di fare per difendere i Girolamini «si riconduca allo svolgimento delle normali attività accademiche loro imposte dalla legge e se &#8211; soprattutto &#8211; non rischi di gettare discredito sulle istituzioni accademiche». Una (grottesca) intimidazione che è interessante solo perché teorizza esplicitamente che il legame politica-cultura si deve intendere come lottizzazione <strong>violenta</strong> della prima sulla seconda, giammai come azione civile degli intellettuali per la difesa del patrimonio culturale.</p><p>E non è finita. È stata Diana De Feo (senatrice Pdl e moglie di Emilio Fede) a difendere De Caro a spada tratta dalle prime polemiche. Ed è stato «il Mattino» (diretto dal nipote di Dell’Utri) ad accogliere sue interviste a raffica.</p><p>Il ministro tecnico Lorenzo Ornaghi avrebbe avuto un’ottima occasione per mostrare agli italiani che lo cose possono cambiare. E invece anche lui si è genuflesso all’eterno primato della consorteria politica.</p><p>Fonti ministeriali assicurano che ben prima che scoppiasse lo scandalo, erano arrivate al Mibac pesanti segnalazioni di irregolarità ai Girolamini: e che, tuttavia, una vera e rigorosa ispezione era stata archiviata a causa di pressioni politiche. Non ci sarebbe da stupirsi: Ornaghi ha taciuto dopo il mio articolo; ha taciuto dopo che gli sono state inviate le prime 500 firme (oggi sono oltre 4500) di intellettuali che <a href="http://www.petizionepubblica.it/?pi=Gerolami">chiedevano la <strong>rimozione</strong></a> di De Caro; ha taciuto dopo che Gian Antonio Stella ha raccontato la vicenda, da par suo, sulla prima pagina del <a href=" http://www.corriere.it/cronache/12_aprile_17/biblioteca-vico-libri-spariti-stella_6d77d1ca-8854-11e1-989c-fd70877d52ac.shtml">«Corriere della Sera».</a></p><p>Il coraggioso ministro ha parlato solo il giorno dopo che <a href=" http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/20/messi-i-sigilli-alla-biblioteca-dei-girolamini/205823/ http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2012/19-aprile-2012/girolamini-sequestrata-anticabiblioteca-ordine-procura-2004139515485.shtml">i carabinieri hanno sequestrato la biblioteca</a> e indagato il suo consigliere per peculato. Ma ha parlato per comunicare alla Camera che aveva accettato nientemeno che l’autosospensione di De Caro dalla carica di suo consigliere: che intraprendenza, signor ministro! L’indomani – dopo aver ricevuto la visita del procuratore aggiunto di Napoli Giovanni Melillo – Ornaghi ha avuto un soprassalto di decenza, ed ha finalmente deciso di rimuovere De Caro: ma si è ben guardato dal comunicarlo alla stampa, limitandosi a farlo cancellare dal sito Mibac. E se domani dovesse venir meno il<strong> sequestro</strong> conservativo della Biblioteca, De Caro tornerebbe a dirigerla. E <a href="http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_16/showXhtml.Asp?idAtto=52455&amp;stile=6&amp;highLight=1">Ornaghi ha detto alla Camera</a> che quella nomina spetta alla Congregazione dell’Oratorio, e che lui, dunque, non può far nulla.</p><p>La verità è che non mancano strumenti giuridici e politici che permettano a Ornaghi di porre fine a questo scandalo. Se non lo farà, sarà almeno chiaro che il rapporto tra la politica dei tecnici e la <strong>politica</strong> dei politici si può riassumere in una singola parola: complicità.</p><p>La <a href="http://www.agenparl.it/articoli/news/politica/20120420-biblioteca-girolamini-barbato-idv-cittadinanza-onoraria-a-montanari-e-caglioti">proposta di cittadinanza</a> onoraria per Montanari e Caglioti</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/25/patrimonio-culturale-niente-politica/207386/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Biblioteca dei Girolamini, Ornaghi ci ripensi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/13/biblioteca-girolamini-ministro-ornaghi-ripensi/204174/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/13/biblioteca-girolamini-ministro-ornaghi-ripensi/204174/#comments</comments> <pubDate>Fri, 13 Apr 2012 07:35:55 +0000</pubDate> <dc:creator>Tomaso Montanari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[biblioteca]]></category> <category><![CDATA[direttore]]></category> <category><![CDATA[Girolamini]]></category> <category><![CDATA[Marino Massimo De Caro]]></category> <category><![CDATA[Napoli]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=204174</guid> <description><![CDATA[Pubblico la petizione per la Biblioteca dei Girolamini scaturita dal mio articolo su Il Fatto Quotidiano del 30 marzo. L’elenco completo dei circa 500 firmatari (alla data del 12 aprile 2012) si trova in www.patrimoniosos.it. La petizione si può firmare nella pagina web: http://www.petizionepubblica.it/?pi=Gerolami Al ministro per i Beni e le attività culturali, prof. Lorenzo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblico la petizione per la Biblioteca dei Girolamini scaturita dal mio <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/30/libri-uomini-e-topi/201126/" target="_blank">articolo</a> su Il Fatto Quotidiano del 30 marzo. </em><span style="font-style: italic;"><br /> L’elenco completo dei circa 500 firmatari (alla data del 12 aprile 2012) si trova in </span><a style="font-style: italic;" href="http://www.patrimoniosos.it">www.patrimoniosos.it</a><span style="font-style: italic;">. </span><em>La petizione si può firmare nella pagina web: </em><a href="http://www.petizionepubblica.it/?pi=Gerolami"><em><span style="text-decoration: underline;">http://www.petizionepubblica.it/?pi=Gerolami</span></em></a></p><p><em>Al ministro per i Beni e le attività culturali, prof. Lorenzo Ornaghi</em></p><p>Signor Ministro,</p><p>Le scriviamo a proposito dello stranissimo e increscioso affare che riguarda l’attuale direzione della <strong>Biblioteca Nazionale dei Girolamini a Napoli</strong>, una delle biblioteche storiche più gloriose d’Italia, nata dalla passione culturale della congregazione di San Filippo Neri. Per volontà di Giovan Battista Vico, in essa confluirono i libri di Giuseppe Valletta: pegno vivo di una stagione in cui Napoli era un crocevia del pensiero filosofico europeo e vera capitale della <em>Respublica literaria</em> universale.</p><p>Dopo le enormi perdite e trasformazioni di altri fondi librari avutesi nell’Ottocento, Napoli possiede ormai quest’unico esempio particolare di biblioteca pubblica di origine preunitaria, magnificamente coerente nell’architettura e nelle raccolte in essa ospitate: un organismo che un tempo si affiancava perfettamente alle biblioteche universitarie e alla Nazionale, così come avveniva e avviene in altre antiche capitali italiane, dove però le analoghe biblioteche di origine conventuale, principesca o erudita sono state meno decimate, e svolgono tuttora una funzione preziosissima (si pensi all’Angelica, alla Casanatense, alla Corsiniana e alla Vallicelliana di Roma, o alla Laurenziana, alla Marucelliana e alla Moreniana di Firenze).</p><p>Purtroppo le conseguenze drammatiche, mai piante a sufficienza, del terremoto del 1980, hanno contribuito massicciamente a far uscire i Girolamini dall’orizzonte culturale, e prim’ancora dal vissuto quotidiano, della cittadinanza napoletana, con i suoi numerosissimi intellettuali, studiosi e studenti. E ciò spiega perché, nella distrazione ormai consolidatasi, sia cominciata una vicenda come quella che è adesso in corso, e che siamo qui a denunciarLe.</p><p>Le chiediamo come sia possibile che la direzione dei Girolamini sia stata affidata dai padri filippini, con l’avallo del Ministero che ne è ultimo responsabile, a un uomo (Marino Massimo De Caro) che non ha <strong>i benché minimi titoli scientifici </strong>e la benché minima competenza professionale per onorare quel ruolo. E perché questa scelta sia stata fatta in un Paese e in un’epoca affollati fino all’inverosimile di espertissimi paleografi, codicologi, filologi, storici del libro, storici dell’editoria, bibliotecari, archivisti, usciti dalle migliori scuole universitarie e ministeriali, e finiti sulle strade della disoccupazione o della sotto-occupazione (<em>call centers</em>, pizzerie, servizi di custodia).</p><p>Le chiediamo inoltre di spiegarci come mai <strong>Marino Massimo De Caro</strong>, sebbene del tutto estraneo al mondo della biblioteconomia e della funzione pubblica, abbia avuto e abbia comunque curiose implicazioni con i libri, che lo portano tuttavia nel mondo del commercio, facendo emergere fin qui – sempre e soltanto – episodi degni di essere vagliati non da una commissione di concorso, ma dalle autorità giudiziarie (sia pure con l’auspicio dell’innocenza).</p><p>Le chiediamo inoltre come mai una figura dai trascorsi così poco chiari e poco chiariti sia stata messa a capo di un istituto che oggi come non mai ha bisogno, tutt’al contrario, non solo di una guida ferrea e irreprensibile, ma di un rappresentante – ben facile da trovare – che respinga ad anni-luce da sé i sospetti di ogni collegamento con quelle gravissime perdite più o meno recenti del loro patrimonio librario che i padri filippini per primi denunciano in questi mesi.</p><p>Le chiediamo infine, nel riconsiderare con molta attenzione la scelta di Marino Massimo De Caro come direttore dei Gerolamini (nonché come Suo consigliere personale), di voler creare una commissione pubblica d’inchiesta sull’amministrazione passata e recente di questa biblioteca, prima che la memoria storica dei Gerolamini rimanga affidata soltanto a una maestosa architettura ferita e umiliata, tragicamente solitaria nel cuore di una rete mondiale di traffici rapaci.</p><p>Francesco Caglioti</p><p>Gerardo Marotta</p><p>Nicola Capone, Assise della Città di Napoli</p><p>Mirella Barracco</p><p>Augusto de Luzenberger</p><p>Cesare de Seta</p><p>Andrea Graziosi</p><p>Alberto Lucarelli</p><p>Paolo Macry</p><p>Paolo Maddalena</p><p>Giulio Pane</p><p>Salvatore Settis</p><p>Giuliano Amato</p><p>Remo Bodei</p><p>Marcello De Cecco</p><p>Ennio Di Nolfo</p><p>Dario Fo e Franca Rame</p><p>Carlo Ginzburg</p><p>Tullio Gregory</p><p>Gioacchino Lanza Tomasi</p><p>Gian Giacomo Migone</p><p>Alessandra Mottola Molfino, presidente di Italia Nostra</p><p>Lamberto Maffei, presidente dell’Accademia dei Lincei</p><p>Dacia Maraini</p><p>Stefano Parise, presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche</p><p>Adriano Prosperi</p><p>Stefano Rodotà</p><p>Raffaele Romanelli</p><p>Oliviero Toscani</p><p>Rosario Villari</p><p>Giuliano Volpe</p><p>Gustavo Zagrebelsky</p><p>Francesco Aceto</p><p>Giovanni Agosti</p><p>Alessandro Ballarin</p><p>Guido Bastianini</p><p>Nicola Bonacasa</p><p>Piero Boitani</p><p>Lina Bolzoni</p><p>Sara Bonechi</p><p>Evelina Borea</p><p>Edda Bresciani</p><p>Luigi Capogrossi Colognesi</p><p>Umberto Carpi</p><p>Michele Dantini</p><p>Costanzo Di Girolamo</p><p>Gianni Ferrara</p><p>Bruno Figliuolo</p><p>Maria Pia Guermandi</p><p>C. McIlwaine</p><p>Girolamo Imbruglia</p><p>Adriano La Regina</p><p>Donata Levi</p><p>Daniela Manetti</p><p>Marilena Maniaci</p><p>Marcella Marmo</p><p>Daniele Menozzi</p><p>Massimo Miglio</p><p>Nicolò Mineo</p><p>Tomaso Montanari</p><p>Salvatore Silvano Nigro</p><p>Matteo Palumbo</p><p>Antonio Pinelli</p><p>Filippo Maria Pontani</p><p>Gabriella Prisco</p><p>Amedeo Quondam</p><p>Anna Maria Rao</p><p>Andreina Ricci</p><p>Francesca Rigotti</p><p>Fiorella Sricchia Santoro</p><p>Alfredo Stussi</p><p>Mario Torelli</p><p>Edoardo Tortarolo</p><p>Carlo Vecce</p><p>Giovanni Vitolo</p><p>Fausto Zevi</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/13/biblioteca-girolamini-ministro-ornaghi-ripensi/204174/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;Aquila modello Disneyland</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/laquila-modello-disneyland/203815/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/laquila-modello-disneyland/203815/#comments</comments> <pubDate>Thu, 12 Apr 2012 09:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Tomaso Montanari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[anniversario]]></category> <category><![CDATA[case]]></category> <category><![CDATA[città]]></category> <category><![CDATA[identità]]></category> <category><![CDATA[l'Aquila]]></category> <category><![CDATA[monumenti]]></category> <category><![CDATA[new town]]></category> <category><![CDATA[pianificazione urbanistica]]></category> <category><![CDATA[ricostruzione]]></category> <category><![CDATA[speculazione]]></category> <category><![CDATA[terremoto]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/laquila-modello-disneyland/203815/</guid> <description><![CDATA[Deportare 13.000 aquilani nelle New Town volute dalla Protezione Militare di Guido Bertolaso e Silvio Berlusconi è costato 833 milioni di euro. Quasi un miliardo per costruire diciannove insediamenti chiamati C.A.S.E (“complessi antisismici sostenibili ecocompatibili”): non-luoghi senza forma, socialmente insostenibili (non hanno centri di aggregazione, né servizi, né identità) e ambientalmente devastanti. In questo sprawl di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Deportare 13.000 aquilani nelle New Town volute dalla Protezione Militare di Guido Bertolaso e Silvio Berlusconi è costato <strong>833 milioni di euro</strong>.</p><p>Quasi un miliardo per costruire diciannove insediamenti chiamati C.A.S.E (“complessi antisismici sostenibili ecocompatibili”): <strong>non-luoghi </strong>senza forma, socialmente insostenibili (non hanno centri di aggregazione, né servizi, né identità) e ambientalmente devastanti. In questo sprawl di cemento (che ha distrutto per sempre una gran quantità di terreno agricolo) bambini di tre anni sanno cos’è una C.A.S.A., ma <strong>non sanno cos’è una città:</strong> futuri non-cittadini, perfetti per la non-società immaginata da B.</p><p>Come ha efficacemente scritto l’antropologo culturale aquilano <strong>Antonello Ciccozzi</strong>, “il lato oscuro di questa (ri) fondazione veicolata da un’emergenza rimanda a un sistema di finalità in cui i propositi sociali di aiuto umanitario paiono spesso eccessivamente contaminati da complessi d’interesse votati a usare la catastrofe anche come pretesto per praticare strategie nazionali di profitto economico (nelle abbondanti plusvalenze consentite da certe scelte) e di propaganda politica (nell’aurea taumaturgica ottenuta attraverso la spettacolarizzazione dell’opera)”. Ma la cosa veramente diabolica è che la città in cui quei bambini avrebbero potuto crescere <strong>non è (ancora) morta</strong>.<br /> A tre anni dal devastante terremoto del 6 aprile 2009, L’Aquila appare come un laboratorio dove applicare e sperimentare le peggiori tendenze del pensiero e della prassi nazionali in fatto di città e di paesaggio: il meraviglioso ed estesissimo centro monumentale rantola a qualche chilometro dall’insensato (ma assai lucrativo) scempio paesaggistico e sociale delle C.A.S.E. Se si eccettua il meritorio restauro della <strong>Fontana delle Novantanove Cannelle </strong>(pagato dal FAI), nulla è stato fatto: nessun cantiere è in funzione, nessuna pietra è stata ricollocata e le tante chiese monumentali sono spesso ancora a cielo aperto, o sono protette da ridicoli teli, e dunque in preda alla pioggia e alla neve.</p><p>Perché? Mancanza di soldi? No: per la ricostruzione sono già disponibili quasi 8 miliardi di euro su quasi 11 stanziati dal governo (così la relazione del ministro Fabrizio Barca, presentata il 18 marzo). La verità è che la <strong>sovrapposizione dei poteri commissariali a quelli ordinari</strong>, e un getto continuo di ‘grida’ contraddittorie, hanno portato a una<strong> surreale paralisi</strong>. Come oggi denuncia Italia Nostra, solo “con molto ritardo ci si è resi conto che le ordinanze e le altre normative elaborate all&#8217;indomani del sisma hanno immobilizzato la ricostruzione”.</p><p>A gettare ombra sul futuro della ricostruzione del centro storico, c’è tuttavia anche una prospettiva che si affaccia nelle righe in cui Barca auspica “una modernizzazione e una funzionalizzazione del centro a nuovi modi di vivere, mestieri e professioni”. Il riferimento è al cosiddetto progetto per “<strong>L’Aquila Smart City</strong>”, uno studio dell’Ocse e dell’Università olandese di Groeningen finanziato dal ministero dello Sviluppo economico che propone (oltre a molte cose del tutto condivisibili) di poter cambiare la <strong>destinazione d’uso degli edifici</strong>, permettendo ai proprietari “di modificare la struttura interna delle loro proprietà (in parte o in totalità)&#8230; conservando e migliorando allo stesso tempo le facciate storiche degli edifici”.</p><p>Italia Nostra ha chiesto di accantonare questa “incauta proposta”, e Vezio De Lucia – uno dei più importanti urbanisti italiani – ha scritto che un’idea del genere rinnega la migliore scienza italiana del recupero del tessuto antico delle nostre città, per cui (almeno dalla Carta di Gubbio, del 1960) “i centri storici sono un organismo unitario, tutto d’importanza monumentale, dove non è possibile distinguere, come si faceva prima, gli edifici di pregio (destinati alla conservazione), dal tessuto edilizio di base”. Il rischio è che qualcuno pensi di trasformare <strong>L’Aquila in una specie di set cinematografico,</strong> o di Disneyland antiquariale, fatto di facciate e gusci pseudo-antichi che ospitano servizi turistici in mano a potenti holding.</p><p>Si tratterebbe di fare a L’Aquila in un colpo solo ciò che un<strong> lento processo sta facendo a Venezia</strong>: deportare i cittadini in periferie abbrutenti e mettere a reddito centri monumentali progressivamente falsificati. Ma basta vedere lo struggente documentario <em><a href="http://www.youtube.com/watch?v=-o5bvNawOK0" target="_blank">Radici. L’Aquila di cemento</a></em> di Luca Cococcetta, o anche solo guardare in faccia gli aquilani, per comprendere che una prospettiva del genere equivarrebbe al suicidio del nostro Paese: il paesaggio e il tessuto monumentale italiani non sono qualcosa di cui possiamo sbarazzarci impunemente. Sono la<strong> forma stessa della nostra convivenza</strong>, della nostra identità individuale e collettiva, del nostro progetto sul futuro. È anche per questo che gli aquilani devono poter tornare a vivere nel cuore della loro città: per far capire a tutti gli italiani a cosa servono, davvero, la nostra natura e la nostra storia.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 12 Aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/laquila-modello-disneyland/203815/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> <item><title>Un manifesto per il nostro patrimonio</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/05/manifesto-nostro-patrimonio/202513/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/05/manifesto-nostro-patrimonio/202513/#comments</comments> <pubDate>Thu, 05 Apr 2012 09:54:14 +0000</pubDate> <dc:creator>Tomaso Montanari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[arte]]></category> <category><![CDATA[Beni culturali]]></category> <category><![CDATA[beni pubblici]]></category> <category><![CDATA[costituzione]]></category> <category><![CDATA[Educazione]]></category> <category><![CDATA[manifesto]]></category> <category><![CDATA[patrimonio artistico]]></category> <category><![CDATA[storia]]></category> <category><![CDATA[storici dell'arte]]></category> <category><![CDATA[TQ]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=202513</guid> <description><![CDATA[Viene oggi pubblicato il Manifesto TQ* sul patrimonio storico e artistico della nazione italiana. Che sottoscrivo doppiamente, come membro di TQ e come suo co-autore materiale. Primo. Occorre affermare con forza la funzione civile e costituzionale del patrimonio. Occorre dire che il patrimonio non è un lusso per i ricchi né è un mezzo per...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Viene oggi pubblicato il Manifesto TQ* sul patrimonio storico e artistico della nazione italiana. Che sottoscrivo doppiamente, come membro di TQ e come suo co-autore materiale.</em></p><p><strong><em>Primo</em>. </strong>Occorre affermare con forza la <strong>funzione civile e costituzionale </strong>del patrimonio. Occorre dire che il patrimonio non è un lusso per i ricchi né è un mezzo per intrattenersi nel “tempo libero”, ma al contrario serve all’aumento della cultura ed è un importante strumento per la rimozione degli “ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” e per l’attuazione piena dell’eguaglianza costituzionale. E occorre anche dire che, dunque, il suo fine non è quello di produrre reddito. Che, cioè, il patrimonio storico e artistico della nazione<strong> non è il petrolio d’Italia.</strong></p><p><strong><em>Secondo</em>.</strong> Il patrimonio di proprietà pubblica deve essere <strong>mantenuto con denaro pubblico</strong>: esattamente come le scuole o gli ospedali pubblici. Fatti salvi i principi generali di competenza (per cui vedi il punto 7) potranno ammettersi al più concorsi privati di finanziamenti, di controllata finalizzazione costituzionale. Il patrimonio di proprietà pubblica deve rimanere tale: e sono dunque inammissibili le alienazioni di sue parti a privati. Esso non deve essere privatizzato nemmeno moralmente o culturalmente attraverso prestiti, noleggi, appalti gestionali esclusivi o cessioni temporanee che di fatto ne sottraggono alla collettività il governo, immancabilmente socializzandone le perdite (in termine di conservazione e di degrado culturale) e privatizzandone gli eventuali utili.</p><p><strong><em>Terzo</em>.</strong> Il patrimonio appartiene alla nazione italiana (e in un senso più lato esso è un bene comune all’intera umanità), e anzi la rappresenta e la struttura non meno della lingua. È per questo che il sistema di tutela deve rimanere nazionale e statale, e non può essere <strong>regionalizzato o localizzato.</strong></p><p><strong><em>Quarto</em>.</strong> Il patrimonio è<strong> proprietà di ogni cittadino</strong> (non <em>pro quota</em>, ma per intero) senza differenze di credo religioso. Il patrimonio, cioè, è laico: ed è tale anche quello religioso e sacro. In altre parole, al significato sacro delle grandi chiese monumentali italiane si è sovrapposto un significato costituzionale e civile che, non negando il primo, impedisce alla gerarchia ecclesiastica di disporre a suo arbitrio di tali porzioni del patrimonio stesso.</p><p><strong><em>Quinto</em>.</strong> Il patrimonio che abbiamo ereditato dalle generazioni passate e che dobbiamo trasmettere a quelle future (e del quale dobbiamo render conto a tutta l’umanità) deve rimanere affidato ad una<strong> rete di tutela</strong> <strong>che obbedisca alla Costituzione</strong>, alla legge, alla scienza e alla coscienza, e non può cadere nella disponibilità delle autorità politiche che decidono a maggioranza. Ogni forma del plebiscitarismo ormai largamente invalso nel Paese appare, infatti, particolarmente pericolosa se applicata al patrimonio.</p><p><strong><em>Sesto</em>.</strong> Il patrimonio storico e artistico italiano è coesteso e fuso all’ambiente e va tutelato, conosciuto e comunicato nella sua dimensione organica e continua. È inaccettabile ogni politica culturale che si concentri sui cosiddetti capolavori “assoluti” (cioè, letteralmente, “sciolti”: da ogni rete di rapporti significanti) per espiantarli e forzarli in percorsi espositivi dal valore conoscitivo nullo. In altre parole, in Italia <strong>gli eventi stanno uccidendo i monumenti</strong>: e occorre, dunque, una drastica inversione di rotta. Nella stragrande maggioranza, le mostre di arte antica sono pure operazioni di marketing che strumentalizzano le opere, ignorano la ricerca e promuovono una ricezione passiva calcata sul modello televisivo: la discussione e l’adozione di un codice etico – e innanzitutto di una severa moratoria – per le mostre appare dunque urgentissima.</p><p><strong><em>Settimo</em>.</strong> È vitale affidare la tutela materiale e morale del patrimonio a <strong>figure professionali di sperimentata competenza tecnica e culturale</strong>. A seconda dei vari ruoli, esse sono quelle degli storici dell’arte, degli archeologi, degli architetti, dei restauratori diplomati dall’ICR e dall’OPD. Non ha invece alcuna identità specifica (né sul piano intellettuale, né su quello professionale) la figura del cosiddetto “operatore dei Beni culturali”.</p><p><strong><em>Ottavo</em>. </strong>Occorre dunque mettere radicalmente in discussione<strong> l’invenzione dei corsi e delle facoltà di Beni culturali</strong>. Non solo la loro esistenza è intenibile sul piano intellettuale (qual è infatti lo statuto epistemologico dei cosiddetti Beni culturali?), ma sostituendo agli storici dell’arte-umanisti figure di “esperti” o “tecnici” tali corsi e facoltà pongono le premesse per l’azzeramento della tutela e dell’attribuzione di senso culturale al patrimonio stesso. Occorre invece ribadire con forza che la<strong> funzione primaria degli storici dell’arte come umanisti</strong> è quella di favorire “la riappropriazione critica degli spazi pubblici e dei beni comuni”. Combattere, cioè, perché il tessuto storico delle nostre città torni ad essere lo strumento di crescita culturale garantito dalla Costituzione, e sfugga all’alternativa tra la distruzione e la trasformazione in un parco di intrattenimento a pagamento.</p><p><strong><em>Nono</em>.</strong> È necessario restituire dignità e utilità intellettuali alla presenza della <strong>storia dell’arte sui media italiani</strong>: che attualmente è dilagante, quanto mortificante. Chi può dire di aver appreso, tramite un giornale italiano, qualcosa circa l’attualità della ricerca storico-artistica? Quale saggio, idea, prospettiva scientifica, scuola di pensiero ha potuto trovare uno spazio per presentarsi al grande pubblico? Il novanta per cento degli articoli che trattano di storia dell’arte si occupa di mostre essendone, di fatto, una pubblicità più o meno occulta: gli sponsor comprano sempre più spesso intere pagine dei grandi quotidiani italiani in cui pubblicare stralci del catalogo accanto ad interventi promozionali di noti storici dell’arte. La storia dell’arte rappresenta, di fatto, il fronte più avanzato della mutazione mediatica del dibattito culturale in marketing occulto.</p><p><strong><em>Decimo</em>.</strong> Il fronte più importante nella battaglia per la salvezza del patrimonio storico e artistico italiano è quello che passa nella <strong>scuola</strong>. È vitale difendere e anzi ampliare l’asfittico spazio concesso negli orari scolastici a quella “storia dell’arte che ogni italiano dovrebbe imparar da bambino come una lingua viva, se vuole aver coscienza intera della propria nazione” (la citazione è da Roberto Longhi).</p><p>Chi davvero ha a cuore il futuro delle opere d’arte, e della natura e della storia che le hanno generate – cioè chi ha a cuore il futuro del nostro Paese , deve lottare perché le prossime generazioni escano dall’<strong>analfabetismo figurativo </strong>che ha afflitto quelle precedenti, e che ha sempre reso cieca la classe dirigente della Repubblica.</p><p>*<a href="http://www.generazionetq.org/" target="_blank">Tq</a> è un movimento di lavoratrici e lavoratori della conoscenza trenta-quarantenni</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/05/manifesto-nostro-patrimonio/202513/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La messa a reddito dei beni culturali</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/29/messa-reddito-beni-culturali/200906/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/29/messa-reddito-beni-culturali/200906/#comments</comments> <pubDate>Thu, 29 Mar 2012 07:30:04 +0000</pubDate> <dc:creator>Tomaso Montanari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Carlo Azeglio Ciampi]]></category> <category><![CDATA[Giorgio Napolitano]]></category> <category><![CDATA[manifesto per la cultura]]></category> <category><![CDATA[patrimonio artistico italiano]]></category> <category><![CDATA[Quatremère de Quincy]]></category> <category><![CDATA[Salvatore Battaglia]]></category> <category><![CDATA[XX giornata fai di primavera]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=200906</guid> <description><![CDATA[Anche Giorgio Napolitano ha aderito al &#8220;manifesto per la cultura&#8221; del Sole 24 ore. E nel messaggio inviato in occasione della XX Giornata Fai di Primavera, il Capo dello Stato non solo ha sposato la linea di fondo del &#8220;manifesto&#8221; (quella, tautologica, per cui la ‘cultura fattura’), ma ne ha esplicitato e radicalizzato il nucleo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Anche Giorgio Napolitano ha aderito al &#8220;<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-03-24/manifesto-cultura-sole-domenica-131230.shtml?uuid=Abff5RDF" target="_blank">manifesto per la cultura</a>&#8221; del Sole 24 ore. E nel messaggio inviato in occasione della XX Giornata Fai di Primavera, il Capo dello Stato non solo ha sposato la linea di fondo del &#8220;manifesto&#8221; (quella, tautologica, per cui la ‘cultura fattura’), ma ne ha esplicitato e radicalizzato il nucleo più controverso. «Se vogliamo più sviluppo economico, ma anche più occupazione – ha scritto il Presidente – bisogna saper valorizzare, <strong>sfruttare fino in fondo</strong> la risorsa della cultura e del <strong>patrimonio storico-artistico</strong>».</p><p>Sfruttare fino in fondo il patrimonio storico-artistico: difficile trovare una formulazione più estrema della cosiddetta dottrina del petrolio d’Italia, o dei giacimenti culturali, nata nell’Italia craxiana degli anni ottanta del secolo scorso. Ed è anche difficile trovare un’accezione del verbo ‘sfruttare’ che, per quanto metaforica, sia compatibile con la <strong>funzione</strong> costituzionale del patrimonio (che è quella di produrre non sviluppo economico, ma cultura). Secondo il <em>Grande dizionario della lingua italiana</em> di Salvatore Battaglia, sfruttare vuol dire «privare un terreno degli elementi nutritivi», «usare un giacimento minerario in modo da ricavarne il massimo profitto economico», «depredare una regione delle sue risorse naturali», «usare in modo esclusivo», «vivere alle spalle di qualcuno», «usare o abusare di qualcuno o qualcosa». Ciascuna di queste accezioni richiama alla nostra mente centinaia di aggressioni, morali e materiali, al patrimonio storico e artistico della nazione perpetrate in nome della sua messa a <strong>reddito</strong>. Ed anche l’accezione meno negativa («ricavare il massimo profitto da ciò che si ha a disposizione») è davvero poco edificante, se accostata, non so, a Michelangelo o alla Valle dei Templi.</p><p>Con questo messaggio, Napolitano ribalta dunque la <strong>dottrina quirinalizia</strong> sul patrimonio, che nel 2003 era stata messa a punto (su frequenze, quelle, perfettamente costituzionali) dal filologo classico ed economista Carlo Azeglio Ciampi: «La cultura e il patrimonio artistico devono essere gestiti bene perché siano effettivamente a disposizione di tutti, oggi e domani per tutte le generazioni. La doverosa economicità della gestione dei beni culturali, la sua efficienza, non sono l&#8217;obiettivo della promozione della cultura, ma un mezzo utile per la loro conservazione e diffusione. Lo ha detto chiaramente la Corte Costituzionale in una sentenza del 1986, quando ha indicato la <em>&#8220;primarietà del valore estetico-culturale che non può essere subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici&#8221;</em> e anzi indica che la stessa economia si deve ispirare alla cultura, come sigillo della sua italianità».</p><p>Lo «sfruttare fino in fondo» di Napolitano converte il patrimonio in un mezzo piegato al fine del reddito, e dunque smentisce questo illuminatissimo discorso, precipitandoci in un <strong>mercatismo</strong> senza se e senza ma che appare perfettamente in linea con la politica del governo che il Capo dello Stato sta, virtualmente, guidando.</p><p>«Fino a quando gli oggetti dell’istruzione pubblica verranno considerati come gioielli, come diamanti dei quali non si gode se non per il prezzo del loro valore?». Lo scrive Antoine Quatremère de Quincy. Nel 1796.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/29/messa-reddito-beni-culturali/200906/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La Reggia della camorra</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/20/la-reggia-della-camorra/198717/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/20/la-reggia-della-camorra/198717/#comments</comments> <pubDate>Tue, 20 Mar 2012 14:29:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Tomaso Montanari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[banca intesa]]></category> <category><![CDATA[carditello]]></category> <category><![CDATA[ornaghi]]></category> <category><![CDATA[Raffaello]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/20/la-reggia-della-camorra/198717/</guid> <description><![CDATA[&#8220;Essendo io stato assai studioso di queste antiquità, e avendo posto non piccola cura in cercarle minutamente e misurarle con diligenza&#8230; penso di aver conseguito qualche notizia dell’architettura antica. Il che, in un punto, mi da grandissimo piacere, per la cognizione di cosa tanto eccellente, e grandissimo dolore, vedendo quasi il cadavere di quella nobil...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;<em>Essendo io stato assai studioso di queste antiquità, e avendo posto non piccola cura in cercarle minutamente e misurarle con diligenza&#8230; penso di aver conseguito qualche notizia dell’architettura antica. Il che, in un punto, mi da grandissimo piacere, per la cognizione di cosa tanto eccellente, e grandissimo dolore, vedendo quasi il cadavere di quella nobil patria, che è stata regina del mondo, così miseramente lacerato</em>&#8220;. Così, nel 1519, scriveva<strong> Raffaello</strong>, rivolgendosi a papa Leone X, che lo aveva incaricato di censire e disegnare le cadenti antichità di Roma. E così possiamo dire ancora noi, dopo mezzo millennio: visitare e conoscere il paesaggio e il patrimonio storico artistico dell’Italia, ci dà, insieme, un grandissimo piacere e un grandissimo dolore.</p><p>In alcuni luoghi, tuttavia, c’è spazio solo per il dolore: così nella reggia borbonica di <strong>Carditello</strong>, che sorge tra Napoli e Caserta.</p><p>Quel luogo, un tempo incantato, è oggi precipitato in un inarrestabile gorgo di <strong>abbandono e decadenza</strong>, che fa apparire surreali e ipocriti gli intonaci ancora nuovi del corpo centrale della grande fabbrica settecentesca, dovuti ad un effimero e costoso restauro avvenuto una dozzina d’anni fa.</p><p>Nelle ultime settimane sono stati sbarbati e rubati i cancelli, le acquasantiere della cappella, i gradini di marmo delle scale (!) e perfino l’intero impianto elettrico. Quel che non si poteva asportare è stato distrutto, e nelle ali fatiscenti che un tempo ospitavano le attività agricole della tenuta è possibile rinvenire di tutto: da cumuli inquietanti di schede elettorali, a mappe e rilievi dell’area, gettati alla rinfusa sotto tetti sfondati. Con un’inversione simbolica, l’abisso si attinge salendo sulla meravigliosa terrazza sommitale: il pavimento di cotto è stato strappato e rubato,<strong> mattonella per mattonella</strong>, e così i balaustrini di marmo che reggevano i parapetti. La reggia si è, insomma, trasformata in una gigantesca cava di materiali pregiati, che non è difficile immaginare indirizzati verso le oscene ville dei signori della malavita locale.</p><p>Né serve alzare lo sguardo verso il panorama: il turbine di gabbiani non segnala il mare, ma la <strong>discarica di Maruzzella</strong>, criminalmente realizzata su un terreno acquitrinoso in cui il percolato penetra fino alla falda, avvelenando i frutteti circostanti, oggi commoventemente in fiore, e compromettendo per decenni la catena alimentare, e dunque l’uomo.</p><p>Così, in questa distruzione simultanea dell’ambiente, del paesaggio, e del patrimonio storico e artistico pare di scorgere davvero “il cadavere della patria”, cioè il volto sfigurato dell’Italia.</p><p>Sfigurato da chi? Anche qui salgono alle labbra le parole di Raffaello: “<em>Ma perché ci doleremo noi de’ Goti, Vandali e d’altri tali perfidi nemici, se quelli li quali come padri e tutori dovevano difender queste povere reliquie di Roma, essi medesimi hanno lungamente atteso a distruggerle?</em>”. I vandali siamo noi: i<strong> ladri italianissimi </strong>che ogni notte si infilano nella reggia (in un territorio lasciato in mano alla Camorra), i cittadini che non reagiscono, immemori della loro stessa identità. Ma soprattutto i proprietari, che hanno permesso questo scempio: il Consorzio di Bonifica del Volturno, indebitatosi al punto da farsi pignorare la reggia dal Banco di Napoli. E poi quest’ultimo, e dunque Banca Intesa, che invece di farsi carico di questo straordinario complesso, lo mette all’asta per recuperare il credito. E infine il Ministero per i Beni culturali, che avrebbe avuto tutti gli strumenti per imporre il rispetto della tutela, fino ad arrivare ad un esproprio che avrebbe potuto salvare un patrimonio ormai in gran parte compromesso. Una catena di vandalismo, diretto o indiretto, di cui non si intravede la fine.</p><p>Cosa fare, a questo punto? Domani il ministro <strong>Ornaghi</strong> sarà a Carditello, e presiederà una riunione che dovrebbe decidere la sorte della reggia.</p><p>Il ministero per i Beni culturali potrebbe anche comprarla direttamente. Ma indigna l’idea che lo Stato possa regalare altro denaro pubblico a una proprietà che ha permesso che un bene pubblico fosse devastato. Forse sarebbe più saggio e più equo costringere <strong>Banca Intesa</strong> (non del tutto sconosciuta al governo Monti) a essere all’altezza di quella magnifica immagine di mecenatismo e sollecitudine per l’interesse pubblico tanto celebrata dalla retorica dominante. Sarebbe, infatti, paradossale che in un momento in cui i cosiddetti ‘mecenati’ acquistano o noleggiano i beni pubblici capaci di produrre reddito, lo Stato sollevasse proprio uno di loro dal peso di un bene assai difficile da valorizzare, e peraltro colpevolmente ridotto al disastro.</p><p>Qualunque sarà – se ci sarà – la soluzione, essa non potrà riguardare solo l’edificio monumentale di Carditello, ma dovrà far parte di un piano di rilancio complessivo di un territorio che ora sente di non avere futuro. A quale funzione si può assegnare un edificio che sorge in una zona in cui all’imbrunire non è prudente circolare? Quale prospettiva turistica esiste per un sito in cui, quando il vento tira dalle discariche, l’aria è irrespirabile?</p><p>Il miglior lavoro di documentazione e informazione su questo intreccio infernale che divora una delle terre più feconde e belle del mondo è stato fatto dall’eccezionale gruppo di giovani intellettuali napoletani che si riunisce nelle ‘<strong>Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno</strong>’ e opera attraverso la Società di studi politici di Napoli. Il loro dossier si chiama “Campania chiama Europa”. L’Italia, ormai, sembra fuori dal gioco.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 20 marzo 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/20/la-reggia-della-camorra/198717/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Ornaghi, perché L&#8217;Aquila non viene ricostruita?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/17/ornaghi-trasferiamo-sede-ministero-laquila/198106/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/17/ornaghi-trasferiamo-sede-ministero-laquila/198106/#comments</comments> <pubDate>Sat, 17 Mar 2012 09:22:29 +0000</pubDate> <dc:creator>Tomaso Montanari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[l'Aquila]]></category> <category><![CDATA[Lorenzo Ornaghi]]></category> <category><![CDATA[ricostruzione]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=198106</guid> <description><![CDATA[Uno spettro non si aggira per l’Aquila. È l’ombra-ministro per i Beni culturali, il professor Lorenzo Ornaghi. Chissà se questo prudente assenteismo si deve al fatto che uno degli uomini più discussi della ‘ricostruzione’, il vicecommissario Antonio Cicchetti (il gentiluomo di Sua Santità che – come ha raccontato da ultimo Gian Antonio Stella – si...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/duomo.jpg?47e3a5"><img class="alignnone size-medium wp-image-198109" title="L'Aquila, Duomo" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/duomo-200x300.jpg?47e3a5" alt="" width="200" height="300" /></a>Uno spettro <strong>non</strong> si aggira per l’Aquila. È l’ombra-ministro per i Beni culturali, il professor <strong>Lorenzo Ornaghi</strong>.</p><p>Chissà se questo prudente assenteismo si deve al fatto che uno degli uomini più discussi della ‘ricostruzione’, il vicecommissario <strong>Antonio Cicchetti</strong> (il gentiluomo di Sua Santità che – <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.corriere.it/cronache/12_marzo_07/Aquila-tre-anni-dopo_8e7afcdc-681d-11e1-864f-609f02e90fa8.shtml" target="_blank">come ha raccontato da ultimo Gian Antonio Stella</a></span> – si è costruito, tra le macerie, un super-resort di lusso) è stato a lungo il direttore amministrativo di quell’Università Cattolica di cui Ornaghi è ancora il rettore, anche se temporaneamente in sonno.</p><p>Fosse andato all’Aquila, il ministro avrebbe capito in una frazione di secondo che tutte le ciance sui Leonardi perduti, sulle costituenti della cultura-che-fattura, sul ‘brand Italia’ e sulle sponsorizzazioni del Colosseo sono solo<strong> diversivi indecorosi</strong>, e che l’unico atto simbolico che in questo momento avrebbe un senso sarebbe trasferire la sede del Ministero all’Aquila, e mettersi a combattere in prima linea per la città martire del patrimonio storico e artistico della nazione italiana.</p><p>La situazione dell’Aquila supera, infatti, anche la più catastrofica immaginazione. Il centro storico è una città spettrale, dove nessun cantiere è in funzione, nessuna pietra è stata ricollocata (e anzi molte sono state rubate), e dove le meravigliose e immense chiese monumentali (<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/duomo.jpg?47e3a5" target="_blank">a cominciare dal Duomo</a></span>) sono spesso ancora a cielo aperto, o sono protette da ridicoli teli, e dunque in preda alla pioggia e alla neve.</p><p><strong>Piero Calamandrei</strong> ha scritto che «una parte della nostra Costituzione è una polemica contro il presente»: ecco, camminare per l’Aquila permette di capire che l’articolo più polemico è, oggi, l’articolo 9. All’Aquila, infatti, la Repubblica ha sistematicamente tradito se stessa, rinunciando radicalmente a «tutelare il patrimonio storico e artistico della nazione italiana».</p><p>Ma com’è possibile che quasi nessuno denunci più che a pochi chilometri da Roma si entra in un mondo parallelo, dove la Costituzione, la legge e la civiltà semplicemente non esistono? Il vicecommissario con delega ai Beni culturali, <strong>Luciano Marchetti</strong>, risponde che i conflitti di competenze, la litigiosità degli aquilani (<em>sic</em>) e la mancanza di fondi bloccano la ricostruzione. Ma lo dice con tono svagato, in un ineffabile misto di rassegnazione e cinismo burocratico: e si capisce subito che, di questo passo, tra trent’anni il centro dell’Aquila sarà ancora in queste condizioni. Ha dunque ragione da vendere Italia Nostra, che chiede le dimissioni del commissario (che ci sta a fare, se da tre anni non riesce a far nulla?), il ritorno alle competenze ordinarie delle soprintendenze (a cui Ornaghi dovrebbe fare massicce trasfusioni di personale e mezzi, se solo tutti i suoi predecessori non avessero ridotto il Mibac al lumicino), e l’avvio immediato dei lavori di ricostruzione. Mancano i soldi? Ornaghi dovrebbe <strong>battere allora il pugno sul tavolo </strong>del Consiglio dei Ministri: uno dei venti capoluoghi di regione italiani è in fin di vita, e non c’è più molto tempo se vogliamo salvarlo.</p><p>Ornaghi non è l’unico che dovrebbe andare all’Aquila. Dovrebbero farlo innanzitutto gli storici dell’arte delle università e delle soprintendenze italiane. Perché magari si renderebbero conto che continuare a gettare denaro ed energia nella spensierata industria delle mostre e dei Grandi Eventi è ora doppiamente criminale: proprio come organizzare una festa da ballo mentre il cadavere di un fratello giace nella stanza accanto.</p><p><strong>Ma è a tutti gli italiani che farebbe bene vedere l’Aquila</strong>. È terribilmente illuminante visitare nelle stesse ore un’intera città monumentale distrutta e abbandonata, e le ‘<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/duomo.jpg?47e3a5" target="_blank">new town</a></span>’ imposte da Berlusconi e Bertolaso, cioè gli insediamenti, sorti intorno alla città, che accolgono quindicimila dei quasi trentamila aquilani che vivevano in quel centro. Sono non-luoghi di cemento che sembrano immaginati da Orwell: anonimi, senza servizi, senza negozi, senza piazze. Con i mobili uguali in ogni appartamento, in comodato come tutto il resto. E con giganteschi televisori-alienatori che fanno da piazze e monumenti virtuali per un popolo che si vuole senza memoria, senza identità e senza futuro: e, dunque, senza la rabbia per ribellarsi.</p><p>Ma l’Aquila non è solo la metafora dell’Italia, <strong>rischia di rappresentarne anche il futuro</strong>: quello di un Paese che affianca all’inarrestabile stupro cementizio del territorio la distruzione, l’alienazione, la banalizzazione del patrimonio storico monumentale, condannando così all’abbrutimento morale e civile le prossime generazioni.</p><p>Nell’<em>Epopea aquilana del popolo delle carriole </em>(Angelus Novus Edizioni 2011), Antonio Gasbarrini racconta che la notte del 6 aprile 2009 (più o meno all’ora in cui qualcuno, a Roma, sghignazzava pensando alla pioggia di cemento e denaro), sua figlia arrivò sconvolta, dal centro della città, e gli disse solo: «L’Aquila non c’è più». A tre anni esatti, è ancora così.</p><p>L’Aquila non c’è più: ma se possiamo continuare a dormire sapendo tutto questo, allora è l’Italia a non esserci più.</p><p><em>Saturno, 16 marzo 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/17/ornaghi-trasferiamo-sede-ministero-laquila/198106/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il dubbio &#8220;manifesto&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/09/dubbio-manifesto/196385/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/09/dubbio-manifesto/196385/#comments</comments> <pubDate>Fri, 09 Mar 2012 14:45:41 +0000</pubDate> <dc:creator>Tomaso Montanari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Andrea Carandini]]></category> <category><![CDATA[manifesto cultura sole 24 ore]]></category> <category><![CDATA[privatizzazione culturale]]></category> <category><![CDATA[Roberto Cecchi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=196385</guid> <description><![CDATA[Ci sarebbero molte ragioni per non prendere sul serio il manifesto «per una costituente della cultura» lanciato dal giornale di Confindustria: prima tra tutte «una determinata opacità, oscillante tra convenzionale deferenza per le competenze umanistiche e indifferenza o fatale estraneità al tema» (così, perfettamente, Michele Dantini sul “Manifesto”). Tra gli stessi firmatari molti confessano (ovviamente...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ci sarebbero molte ragioni per non prendere sul serio il <strong>manifesto </strong>«per una costituente della cultura» lanciato dal giornale di <strong>Confindustria</strong>: prima tra tutte «una determinata opacità, oscillante tra convenzionale deferenza per le competenze umanistiche e indifferenza o fatale estraneità al tema» (così, perfettamente, Michele Dantini sul “Manifesto”). Tra gli stessi <strong>firmatari </strong>molti confessano (ovviamente in privato) di trovare il testo irrilevante («Me l’hanno chiesto, son cose che passano come acqua»), mentre altri raccontano di esser stati inclusi a loro insaputa, o addirittura dopo un diniego. Ma la solenne adesione dei ministri <strong>Passera</strong>, <strong>Profumo </strong>e <strong>Ornaghi </strong>e il successo che il “manifesto” sta riscuotendo nel paese più conformista del mondo, significano che esso ha interpretato nel modo più rassicurante un’opinione diffusa. Al famoso “la cultura non si mangia” di <strong>Giulio Tremonti</strong>, il giornale di Confindustria oppone un discorso che vuol essere «strettamente economico»: “la cultura si mangia eccome”.</p><p>Niente di nuovo: è questo il dogma fondante del trentennale pensiero unico sul patrimonio culturale, per cui «le risorse non si avranno mai semplicemente sulla base del valore etico-estetico della conservazione, [ma] solo nella misura in cui il bene culturale viene concepito come convenienza economica» (<strong>Gianni De Michelis</strong>, 1985). Su questo dogma si fonda l’<strong>industria culturale </strong>che sta trasformando il patrimonio storico e artistico della nazione italiana in una disneyland che forma non cittadini consapevoli, ma spettatori passivi e clienti fedeli. È a questo dogma che dobbiamo la <strong>privatizzazione </strong>progressiva delle città storiche (Venezia su tutte), e un’economia dei beni culturali che si riduce al parassitario drenaggio di risorse pubbliche in tasche private, socializzando le perdite (l’usura materiale e morale dei pochi “capolavori” redditizi) e privatizzando gli utili, senza creare posti di lavoro, ma sfruttando un vasto precariato intellettuale.</p><p>È grazie a questo dogma che prosperano le strapotenti <strong>società di servizi museali</strong>, che lavorano grazie a un opaco sistema di concessioni e che stanno fagocitando antiche istituzioni culturali e cambiando in senso commerciale la stessa politica del Ministero per i Beni culturali. È in omaggio a questo dogma che la storia dell’arte è mutata da disciplina umanistica in <strong>“scienza dei beni culturali”</strong> (e infine in una sorta di escort intellettuale), e che le terze pagine dei quotidiani si sono convertite in inserzioni a pagamento.</p><p>Appare, insomma, realizzata la profezia di <strong>Bernard Berenson</strong>, che già nel 1941 intravide un mondo «retto da biologi ed economisti dai quali non verrebbe tollerata attività o vita alcuna che non collaborasse a un fine strettamente biologico ed economico». Di tutto ciò il manifesto confindustriale non si occupa, preferendo affermare genericamente che «la cultura e la ricerca innescano l’innovazione, e dunque creano <strong>occupazione</strong>, producono <strong>progresso </strong>e <strong>sviluppo</strong>». Naturalmente questo è vero, ed è giusto dire che anche dal punto di vista strettamente economico investire in cultura “paga”.</p><p>Ma il pericolo principale di questa stagione è la <strong>debolezza dello Stato</strong> e la voracità con cui i privati declinano la valorizzazione (leggi monetizzazione) del patrimonio. E che il manifesto del Sole non intenda per nulla smarcarsi da questa linea dominante, induce a crederlo il nome del primo firmatario, quell’<strong>Andrea Carandini </strong>che è un guru del rapporto pubblico-privato nei beni culturali, visto che è riuscito ad autoerogarsi fondi pubblici per restaurare il castello di famiglia chiuso al pubblico. Né tranquillizza il fatto che il “manifesto” fosse accompagnato da un articolo di fondo del sottosegretario <strong>Roberto Cecchi</strong>, artefice del più smaccato trionfo degli interessi privati in seno al Mibac (dal caso clamoroso del finto Michelangelo alla svendita del Colosseo a Diego della Valle).</p><p>Induce, infine, a più di un dubbio la sede stessa in cui il “manifesto” è comparso, quel <em>Domenicale </em>che da anni pratica (almeno nelle pagine di storia dell’arte) un elegante cedimento delle ragioni culturali a quelle economiche, con lo sdoganamento di “eventi” impresentabili e di “scoperte” improbabili. Un meccanismo approdato a una filiera completa: <strong>24 Ore Cultura</strong> produce le mostre (per esempio l’ennesima su Artemisia Gentileschi), <strong>Motta </strong>(dello stesso gruppo) ne stampa i cataloghi,<strong> il «Domenicale»</strong> le vende con una pubblicità martellante. Dopo il pirotecnico lancio iniziale, il «Domenicale» ha dedicato ad Artemisia altre quattro pagine, con foto di <strong>Piero Chiambretti </strong>che visita la mostra e con l’immancabile sfruttamento intensivo della condizione femminile di Artemisia (stupro incluso). Così, una mostra mediocre che si apre con la commercialissima trovata di un letto sfatto che si tinge del rosso della verginità violata di Artemisia si trova a essere la mostra più pompata della storia italiana recente. È forse pensando a questo tipo di esiti che il “manifesto” consiglia l’«acquisizione di pratiche creative, e non solo lo studio della storia dell’arte»? Più che un programma per il futuro, la santificazione del presente. La risposta vera a quanti affermano che la “cultura non si mangia” è, innanzitutto, che «non di solo pane vive l’uomo»: la nostra civiltà non si è mai basata solo su un «discorso strettamente economico», e la cultura è una delle pochissime possibilità di orientare le nostre vite fuori del dominio del mercato e del denaro. Il punto non è «niente cultura, niente sviluppo», ma: lo sviluppo non ci servirà a nulla, se non rimaniamo esseri umani. Perché è a questo che serve la cultura.</p><p>Sarebbe stato assai meglio se, invece del fumoso e conformista “manifesto” confindustriale, gli <strong>intellettuali italiani</strong> avessero sottoscritto una dichiarazione antiretorica e pragmatica come quella pronunciata, qualche anno fa, da uno dei massimi storici dell’arte del Novecento, <strong>Ernst Gombrich</strong>: «Se crediamo in un’istruzione per l’umanità, allora dobbiamo rivedere le nostre priorità e occuparci di quei giovani che, oltre a giovarsene personalmente, possono far progredire le discipline umanistiche e le scienze, le quali dovranno vivere più a lungo di noi se vogliamo che la nostra civiltà si tramandi. Sarebbe pura follia dare per scontata una cosa simile. Si sa che le civiltà muoiono. Coloro che tengono i cordoni della borsa amano ripetere che “chi paga il pifferaio sceglie la musica”. Non dimentichiamo che in una società tutta volta alla tecnica non c’è posto per i pifferai, e che quando chiederanno musica si scontreranno con un silenzio ottuso. E se i pifferai spariscono, può darsi che non li risentiremo mai».</p><p><em>Saturno, 9 marzo 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/09/dubbio-manifesto/196385/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La cultura di Matteo Renzi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/01/cultura-matteo-renzi/194859/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/01/cultura-matteo-renzi/194859/#comments</comments> <pubDate>Thu, 01 Mar 2012 14:51:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Tomaso Montanari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Firenze]]></category> <category><![CDATA[Matteo Renzi]]></category> <category><![CDATA[patrimonio]]></category> <category><![CDATA[piazza della signoria]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=194859</guid> <description><![CDATA[Parlando lunedì in Consiglio comunale, Matteo Renzi ha rilanciato la vecchia idea di ripristinare l’antica pavimentazione in cotto di Piazza della Signoria a Firenze, annullando i due secoli di storia che hanno storicizzato le pietre volute dai Lorena. Non è un caso isolato: con cadenza regolare, Renzi prende un tema della storia dell’arte fiorentina e...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Parlando lunedì in Consiglio comunale, Matteo Renzi ha rilanciato la vecchia idea di ripristinare l’antica pavimentazione in cotto di <strong>Piazza della Signoria </strong>a Firenze, annullando i due secoli di storia che hanno storicizzato le pietre volute dai Lorena.</p><p>Non è un caso isolato: con cadenza regolare, <strong>Renzi </strong>prende un tema della storia dell’arte fiorentina e lo brandisce come una <strong>clava mediatica</strong>. Ha cominciato con la rivendicazione della <strong>proprietà comunale del David</strong> di <strong>Michelangelo</strong>, ha continuato con l’idea di costruire la facciata della<strong> basilica di San Lorenzo</strong> secondo i progetti dello stesso <strong>Michelangelo</strong>, quindi si è gettato a capofitto nella tragicomica ricerca della perduta <strong>Battaglia di Anghiari</strong>, dipinta da <strong>Leonardo </strong>a <strong>Palazzo</strong> <strong>Vecchio</strong>. E a Firenze già si sente dire che stia meditando di ingaggiare battaglia per riavere da Ravenna <strong>il corpo di Dante</strong>: e magari inumarlo in un’urna di plexiglas con la neve artificiale dei souvenir fiorentini. Facile immaginare che in futuro toccherà a <strong>Giotto</strong>, a <strong>Masaccio </strong>e via via a tutti i totem fiorentini.</p><p>Il movente politico è trasparente: usare il patrimonio storico e artistico materiale e immateriale della città come una potentissima <strong>arma di distrazione di massa</strong>. In tutto questo c’è una buona dose di cinismo, perché <strong>Renzi </strong>sa benissimo che <strong>Piazza della Signoria</strong> non tornerà mai al cotto (ipotesi già bocciata, in passato, dal Ministero per i Beni culturali), che <strong>la facciata di Michelangelo</strong> non si farà, che la <strong>Battaglia di Anghiari</strong> non si troverà: ma ciò che conta è l’effetto notizia. Perché è più facile e redditizio finire sui giornali di tutto il mondo come ‘il sindaco del bello’ che lavorare perché le scuole elementari di Firenze abbiano un servizio di autobus che consenta ai bambini di visitare quello stesso patrimonio.</p><p>Ma sono i <strong>presupposti culturali </strong>di questa strategia a far cadere le braccia. Innanzitutto, non c’è niente di nuovo: l’indubbia abilità mediatica di Renzi proietta su un palcoscenico globale i peggiori vizi della Firenzina abituata a vivere come il ragazzo (di cui parla <strong>James Joyce</strong>) che si manteneva mostrando ai turisti il cadavere della nonna. In questo momento, la <strong>Provincia di Firenze</strong> promuove un’improbabile campagna di scavo per cercare le ossa della <strong>Gioconda </strong>(intesa come <strong>Lisa Gherardini</strong>), mentre si raccolgono le firme per convincere il <strong>Louvre </strong>a prestare a Firenze la stessa Gioconda (intesa come quadro, o meglio come feticcio). L’arcivescovo, e neocardinale, Giuseppe Betori  usa una pala del giovane <strong>Giotto</strong> come merce di scambio nella propria promozione personale, e la <strong>Confindustria fiorentina</strong> sostiene <em>Florens</em>, manifestazione culminata nel collocamento di un’oscena copia in vetroresina del David su un castelletto di tubi innocenti piazzati su uno dei contrafforti del Duomo, in un penoso tentativo di mimare la collocazione originaria della statua. In questa Firenze che vive del sistematico sciacallaggio di un passato che è incapace di capire, il ‘rottamatore’ Renzi non mostra dunque il minimo segno di discontinuità.</p><p>Ma ciò che colpisce veramente è il <strong>sordo disprezzo per la cultura</strong> che traspare dalle parole e dagli atti del sindaco, nonché attuale assessore alla Cultura, di Firenze.</p><p>Quando i più importanti storici dell’arte di tutto il mondo gli hanno chiesto di smettere di bucare gli affreschi di <strong>Vasari </strong>per cercare il <strong>Leonardo </strong>fantasma, Renzi ha risposto con una newsletter piena di insulti verso questi «presunti scienziati», accusati di non essere «stupiti dal mistero» a causa di un «pregiudizio ideologico». Non siamo al «culturame», ma poco ci manca.</p><p>Per Renzi la cultura è quella di <strong>Roberto Giacobbo</strong>: complotti, misteri, templari e santi graal. Evasione, vaghezza misticheggiante, suggestione a buon mercato. Non sa che la storia serve ad educare all’esattezza, alla presa sul reale, alla capacità di modificarlo.</p><p>Proponendo di riportare <strong>Piazza della Signoria</strong> alla sua pavimentazione tardogotica egli sfoglia il libro della storia come se fosse il book di un chirurgo estetico. Un libro dei sogni e della <strong>propaganda </strong>che non serve più a crescere e ad aver presa sulla realtà, e dunque ad imparare come cambiare il mondo, ma – al contrario – a cancellare le tracce del tempo e a rimanere <strong>eternamente immaturi</strong>. Non uno strumento per formare cittadini consapevoli dotati di senso critico, ma un mezzo per continuare a plasmare un pubblico passivo, destinatario perfetto di una martellante propaganda che invita non a pensare, ma a sognare. Si dice che Silvio Berlusconi si compiaccia da tempo di questo nipotino ideologico: difficile dargli torto.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 1 Marzo 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/01/cultura-matteo-renzi/194859/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Lo scandalo del &#8220;falso Michelangelo&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/20/scandalo-falso-michelangelo/192474/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/20/scandalo-falso-michelangelo/192474/#comments</comments> <pubDate>Mon, 20 Feb 2012 12:19:29 +0000</pubDate> <dc:creator>Tomaso Montanari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[corte dei conti]]></category> <category><![CDATA[falso Michelangelo]]></category> <category><![CDATA[Sandro Bondi ministro]]></category> <category><![CDATA[sovrintendenze]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=192474</guid> <description><![CDATA[«Risalga su quel ‘Michelangelo’, c&#8230;!». A partire dal comandante-sottosegretario Roberto Cecchi, l’intero comando del ‘finto-Michelangelo-da-crociera’ sta cercando in queste ore di mettersi in salvo, precipitando nelle più inverosimili scialuppe (leggende metropolitane su pareri di illustri defunti, irrilevanti carteggi privati): rigorosamente a propria insaputa. Dopo l’impatto col roccioso e acuminato scoglio del rinvio a giudizio della...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>«Risalga su quel ‘Michelangelo’, c&#8230;!»</em>. A partire dal comandante-sottosegretario <strong>Roberto Cecchi</strong>, l’intero comando del<strong> ‘finto-Michelangelo-da-crociera’</strong> sta cercando in queste ore di mettersi in salvo, precipitando nelle più inverosimili scialuppe (leggende metropolitane su pareri di illustri defunti, irrilevanti carteggi privati): rigorosamente a propria insaputa.</p><p>Dopo l’impatto col roccioso e acuminato scoglio del rinvio a giudizio della <strong>Corte dei Conti</strong>, il celeberrimo <strong>Cristo ligneo</strong>, già nave ammiraglia della poderosa flotta culturale dell’armatore in disarmo Sandro Bondi, giace sui fondali dei depositi del <strong>Polo Museale Fiorentino</strong>, pericolosamente inclinato su un fianco. Quanto fa male ricordare, nell’ora del naufragio, i giorni gloriosi del varo.</p><p>Credo sia difficile trovare un’altra opera d’arte che sia stata esibita, nel giro di dieci giorni (era la fine del dicembre 2008), al <strong>papa</strong>, al <strong>presidente della Repubblica </strong>e a quello della <strong>Camera</strong>; che sia stata portata fisicamente <strong>negli studi del Tg1</strong>; della quale sia stato progettato l’invio negli Stati Uniti, a solennizzare l’insediamento di un nuovo presidente; che sia stata esposta a Montecitorio; che, per oltre un anno dal suo acquisto, sia stata ininterrottamente protagonista di <strong>mostre monografiche</strong> da Trapani a Milano; che sia stata sommersa da un paragonabile diluvio di retorica autocelebrativa da parte del Governo, e per opera della stampa tutta.</p><p>Chi vuol conoscere i dettagli della storia può cliccare sulle <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/20/finto-michelangelo-acquistato-dallo-stato/192454/" target="_blank">Frequently Asked Questions</a> circa il caso del finto-Michelangelo, ma in sintesi estrema i passaggi sono i seguenti.</p><p>1) Un brillante <strong>antiquario torinese</strong> compra un Cristo crocifisso ligneo di 42 centimetri da un collega fiorentino, il quale a sua volta l’aveva acquistato negli Stati Uniti per l’equivalente di diecimila euro;</p><p>2) tre autorevoli storici dell’arte si convincono che sia <strong>un’opera del giovane Michelangelo</strong>, e la presentano come tale in una mostra del 2004 a Firenze: nonostante che la mostra avvenga in un museo pubblico, il catalogo (prefato dal soprintendente Antonio Paolucci!) non è uno studio terzo, ma il catalogo di vendita dell’antiquario;</p><p>3) nel 2005 la successora di Paolucci alla soprintendenza di Firenze, Cristina Acidini, propone al Mibac di comprare l’opera;</p><p>4) il <strong>comitato tecnico-scientifico</strong> di storia dell’arte del Mibac decide di non chiedere nessun parere terzo: basta e avanza il catalogo dell’antiquario (!); se avessero provato a fare il loro lavoro, si sarebbero accorti che nessun&#8217;altro esperto credeva all’attribuzione, perché si conoscono venti crocifissi usciti dalla stessa bottega seriale del primo Cinquecento fiorentino;</p><p>5) l’<strong>Acidini </strong>certifica il prezzo (3.250.000 euro: prezzo improbabilmente basso per un vero Michelangelo, pazzescamente alto per il povero Cristino, che ne varrà 50mila a esagerare), e il direttore generale <strong>Roberto Cecchi</strong> decide di comprarlo;</p><p>6) esplode la<strong> campagna di stampa più bombastica</strong> e retorica della storia del Mibac: l’armatore Bondi, il comandante Cecchi e tutto l’equipaggio vengono portati sugli scudi come eroi del patrimonio storico e artistico italiano (che intanto, ovviamente, va in rovina) e difensori della fede (è un Cristo, che diamine!);</p><p>7) una <strong>pattuglia di rompiscatole</strong> della quale mi onoro di far parte (vedi <a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/tomaso-montanari/a-cosa-serve-michelangelo-/978880620705" target="_blank">il libro che ho dedicato alla storia</a>) rovina la festa del varo, e cerca di tenere accesi i riflettori su tutte le gravissime falle dell’ammiraglia lignea (la quale rimane inspiegabilmente invisibile: sono tanto convinti di aver comprato un Michelangelo, che non lo espongono da due anni!);</p><p>8) lo scoglio della <strong>Corte dei Conti</strong> squarcia la chiglia: siamo alla cronaca di questi giorni.</p><p>Questa incredibile vicenda appare una <strong>metafora perfetta del ruolo di escort acquisito dalla storia dell’arte </strong>nella società italiana contemporanea: e raccontarla significa parlare di una realtà vastissima, che la trascende di gran lunga. Significa parlare del potere del mercato, dell’inadeguatezza degli storici dell’arte, della cinica manipolazione dei politici e delle gerarchie ecclesiastiche, del sistema delle mostre, del miope opportunismo dell’università e della complice superficialità dei mezzi di comunicazione.</p><p><strong>Il discorso, dunque, è appena cominciato.</strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/20/scandalo-falso-michelangelo/192474/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il &#8220;finto Michelangelo&#8221; Dossier sulle responsabilità e le spese inutili</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/20/finto-michelangelo-acquistato-dallo-stato/192454/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/20/finto-michelangelo-acquistato-dallo-stato/192454/#comments</comments> <pubDate>Mon, 20 Feb 2012 12:07:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Tomaso Montanari</dc:creator> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[il falso cristo di michelangelo]]></category> <category><![CDATA[ministero beni culturali]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=192454</guid> <description><![CDATA[Come è noto, la stampa italiana non ha una gran confidenza con la storia dell’arte, a meno che non si tratti di pubblicare a caro prezzo la velina dell’ultima mostra blockbuster. Non c’è dunque da stupirsi, se in queste ore in cui la farsa grottesca del crocifisso ligneo cosiddetto ‘di Michelangelo’ entra nella fase finale...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/02/cristo_saturno_interna_picnik.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-192467" title="cristo_saturno_interna_picnik" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/02/cristo_saturno_interna_picnik.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>Come è noto, la stampa italiana non ha una gran confidenza con la<strong> storia dell’arte</strong>, a meno che non si tratti di pubblicare a caro prezzo la velina dell’ultima mostra blockbuster. Non c’è dunque da stupirsi, se in queste ore in cui <a title="Il post di Montanari che riassume la vicenda del falso Michelangelo" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/20/scandalo-falso-michelangelo/192474/">la farsa grottesca del <strong>crocifisso ligneo</strong></a> cosiddetto ‘di Michelangelo’ entra nella fase finale (vale a dire il processo alla Corte dei Conti per alcuni degli attori del suo acquisto pubblico), le pagine dei quotidiani si vadano riempiendo delle più inverosimili balle.<br /> Non potendo certo pretendere che chi firma articoli sulla questione perda tempo a leggere le centotrenta pagine del libro che ho dedicato a questa storia (<em>A cosa serve Michelangelo</em>?, Torino, Einaudi, 2011), ho pensato che rispondere alle dieci domande frequenti (Frequently asked questions) possa giovare.</p><p><strong>1. Perché il Cristo comprato dallo Stato non è di Michelangelo?</strong><br /> Si legge di tutto, in questi giorni:<strong> il Cristo sarebbe una copia</strong>, un falso, un’opera di scuola. Niente di tutto questo: il Cristo è una scultura realizzata all’inizio del Cinquecento nella Firenze di Michelangelo. Ma non ha nulla a che fare con lui: non ha né lo stile né la somma qualità dell’opera del Buonarroti. È invece stata prodotta in una prolifica bottega di artigiani del legno, e conosciamo a tutt’oggi una ventina di pezzi usciti dalla stessa bottega, alcuni proprio della stessa mano. Una delle imperdonabili colpe del Mibac è stata proprio quella di non riunire in una mostra tutti questi pezzi, permettendo a tutti di farsi un giudizio.</p><p>Non sappiamo esattamente quale fosse il titolare di questa bottega:<strong> Stella Rudolph</strong> ha, per esempio, proposto di identificarlo con <a href="http://www.ambasciatateatrale.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=376:il-vero-padre-del-crocefisso&amp;catid=131:2incauto-acquisto&amp;Itemid=71" target="_blank">Leonardo del Tasso</a>.</p><p>Come ha scritto <a href="http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/bari/notizie/arte_e_cultura/2009/17-settembre-2009/opera-diocesano-quel-crocifisso-non-michelangelo-vi-spiego-perche-1601778224021.shtml" target="_blank">Francesco Caglioti</a> (tra i massimi esperti della scultura rinascimentale): «il Crocifisso appena acquisito dallo Stato non trova rispondenza né in quello di Santo Spirito né in altri lavori di Michelangelo, esso mostra invece <strong>somiglianze davvero eloquenti</strong> con un’altra decina di Crocifissi ugualmente lignei e piccoli, di solito classificati, per intesa pacifica di tutti, come opere fiorentine anonime del 1500-10 circa. Tali Crocifissi erano in parte ben noti già nel 2004 (io stesso ne avevo segnalato alcuni al venditore), ma la <strong>Sovrintendenza di Firenze </strong>adottò la curiosa scelta di non presentarne neanche uno alla mostra del <strong>Museo Horne</strong>. Ci si limitò a schedarli nel catalogo di accompagnamento, riservato a pochi occhi, mentre al grande pubblico fu concesso di osservare il Crocifisso privato a contrasto con due altri Crocifissi lignei fiorentini di dimensioni analoghe ma di tutt’altro stile (uno dei due appartenente o appartenuto – guarda un po’ – allo stesso antiquario torinese). Fu scelto, insomma, di rimuovere ogni paragone imbarazzante e di presentare la nuova scultura alla stregua di un capolavoro assoluto e irrelato».</p><p>È importante notare che, ancora alla data di oggi, <strong>gli unici storici dell’arte</strong> che si sono pronunciati per l’attribuzione a Michelangelo dell’opera sono quelli direttamente coinvolti, a vario titolo, nella pubblicazione (legittimamente) sovvenzionata dall’antiquario. In altre parole, nessun esperto terzo e indipendente sostiene che l’opera comprata dallo Stato sia del Buonarroti. Sarà dunque assai interessante seguire le deposizioni degli storici dell’arte durante il processo.</p><p><strong>2. Cosa c’entra la Corte dei Conti con la storia dell’arte?</strong><br /> Sulla «Repubblica» del 18 febbraio, <strong>Antonio Paolucci</strong> ha dichiarato di non vedere «come un giudice contabile possa esprimersi su un’analisi storico-artistica». Apprendiamo così che per l’ex Ministro dei Beni culturali non esistono procedure, pareri tecnici sindacabili, consulenze terze: padrone in casa propria, perché la storia dell’arte è zona franca. Tutto questo, nei fatti, è stato fin troppo vero. Per decenni il chiuso, intoccabile mondo degli storici dell’arte si è sentito, ed è stato, letteralmente irresponsabile. Ma, naturalmente, la legge dice il contrario, e la Corte dei Conti ha ora la possibilità di affermare che non esistono zone franche dalla responsabilità verso i cittadini e i loro denari.</p><p>È importante capire che <strong>la Corte non dovrà decidere</strong> se quell’opera è o non è di Michelangelo, ma se i funzionari dello Stato hanno agito in scienza e coscienza per accertarlo (per esempio, chiedendo e acquisendo pareri autorevoli e terzi sull’autografia e sul vero valore dell’opera), o se invece c’è stata una colpa, magari grave o gravissima.</p><p>È accertato che pochi anni fa <strong>il Cristo fu comprato negli Stati Uniti</strong> per l’equivalente di diecimila euro: è normale che lo Stato lo acquisti poco dopo per 3.250.000 euro? Domanda urgentissima, in un momento in cui – per dirne una – la Pinacoteca di Brera non riesce a pagare il conto dell’energia elettrica (equivalente, per un anno, ad un ottavo di ciò che è stato pagato il cosiddetto ‘Michelangelo’).</p><p><strong>3. Quali sono le responsabilità del Comitato tecnico scientifico storico-artistico del Mibac?</strong><br /> In queste ore <strong>Sandro Bondi</strong> è riemerso dalle nebbie per dirne una delle sue: il Cristo lo comprò lui – dice – ma per il «parere vincolante del Comitato consultivo»: certo, se una ha creduto alla nipote di Mubarak, può anche credere alla categoria metafisica del «consultivo vincolante».<br /> Ma il tentativo è chiarissimo: scaricare le colpe sui tecnici veri, i quattro storici dell’arte del comitato. La tattica appare un po’ troppo comoda. Negli ultimi mesi lo stesso comitato composto dalle stesse persone ha, per esempio, espresso parere negativo sulla spedizione a Mosca di un <strong>Giotto </strong>(dove è andato a ‘impreziosire’ un assurdo inciucio di prelati assortiti) e di un importantissimo <strong>Caravaggio</strong>: ebbene, in entrambi casi il direttore generale ha spedito le opere in Russia, in barba a quel parere. Non si può dunque sostenere che quando il Comitato dice di non mettere a repentaglio Giotto il Ministero se ne può fregare, ma se dice di comprare una patacca, ebbene quel parere è vincolante. Non conosco i meccanismi del processo contabile, ma riterrei bizzarro che, alla fine, ai quattro storici dell’arte si chiedesse di restituire la stessa cifra chiesta all’allora direttore generale, o alla soprintendente di Firenze: chi dà un parere consultivo non può esser ritenuto responsabile come chi firma il decreto, o chi certifica la congruità del prezzo.<br /> Ciò detto, quando la Corte dei Conti dice che <strong>Marisa Dalai Emiliani</strong>, <strong>Carlo Bertelli</strong>, <strong>Caterina Bon Valsassina</strong> e<strong> Orietta Rossi Pinelli</strong> hanno «abdicato alla propria posizione di garanzia circa la correttezza dell’acquisto ministeriale», ha naturalmente ragione. Anzi, l&#8217;abdicazione è stata anche più larga: un&#8217;abdicazione alle ragioni della storia dell&#8217;arte, e più in generale della scienza, visto che hanno prevalso quelle «dell&#8217;autorevolezza dei colleghi», e cioè della logica di casta.</p><p>Per ben tre volte il Comitato è stato chiamato a vagliare la proposta d’acquisto al fine di consigliare il ministro circa l<strong>’attendibilità dell’attribuzione</strong>, e circa il prezzo da proporre al venditore. Poiché tra i quattro membri non figurava né un michelangiolista né uno specialista di scultura rinascimentale sarebbe stato ovvio, perfino banale, aspettarsi una nutrita serie di formali consultazioni di esperti italiani e stranieri, riconosciuti e indipendenti. E invece il Comitato non fece niente di tutto questo. In ossequio alla chiara fama dei colleghi che vi avevano scritto (potere della consorteria accademica!), decise di acquisire come unica relazione scientifica il catalogo pubblicato a spese dell’antiquario nel 2004. Così, l’unico organo composto da storici dell’arte chiamato ad esprimersi ufficialmente sull’acquisto del ‘Michelangelo’ risolse la sua<strong> alta consulenza</strong> nella segnalazione dell’unica voce bibliografica disponibile: e viene da chiedersi se per far questo non sarebbe bastato un bibliotecario, o anche un libraio aggiornato. E, anzi, nemmeno questo adempimento notarile fu svolto impeccabilmente, giacché, di fatto, esso censurò l’importante e autorevole parere negativo di Margrit Lisner.<br /> Nel far ciò, il comitato – forse perché composto in gran parte da storici dell’arte che non fanno attribuzioni – mostrò <strong>una deferenza più fideistica che scientifica</strong> verso il principio di autorità: poiché i colleghi che hanno scritto sono autorevoli, il loro parere è sufficiente. Al contrario, se anche questi illustri colleghi avessero pubblicato sulla più indipendente delle riviste, sarebbe stato comunque necessario che il comitato si rivolgesse ad esperti terzi, cioè a studiosi che non avevano impegnato il proprio nome e la propria reputazione nell’attribuzione da valutare.</p><p>Quando poi si ricordi che il catalogo del 2004 è niente di più che una articolata <strong>perizia a più voci pagata dal venditore</strong> (e non priva di parecchie mende scientifiche), non si può che rimanere sbalorditi: consigliare al ministro di acquistare l’opera basandosi su quel testo e sull’audizione della proponente è stato esattamente come se un comitato del Ministero della Sanità avesse messo in circolazione un nuovo farmaco basandosi sulla letteratura finanziata dalla casa produttrice di quel farmaco, e sull’audizione di chi ne proponeva l’adozione.</p><p>Anche nel loro caso, tuttavia,<strong> ‘dimission impossible’</strong>: salvo Orietta Rossi Pinelli (dimessasi qualche settimana fa), sono ancora tutti al loro posto a vagliare allegramente gli acquisti del Mibac. E se, almeno, Caterina Bon ha accettato un pubblico dibattito sul caso Michelangelo, Marisa Dalai Emiliani ha invece accusato di lesa maestà chiunque le muovesse una critica. Ma se la professoressa si è rifiutata di discutere della cosa con la Consulta degli storici dell’arte universitari (quelli che in teoria rappresenterebbe in seno al comitato), ora le sarà più difficile trattare con sdegnosa sufficienza i giudici della Corte dei Conti che la stanno per processare.</p><p><strong>4. Quali sono le responsabilità di Cristina Acidini, soprintendente di Firenze?</strong><br /> Molte, e assai pesanti. La prima e più importante è stata quella di aver proposto (con una lettera ufficiale spedita all’allora <strong>ministro Rutelli</strong> il 25 luglio 2007) l’acquisto pubblico del Cristo. La seconda è quella di aver perorato la causa dell’acquisto in seno al Comitato tecnico-scientifico (ai cui membri riferì di«conferme sulla scultura emerse nel recente convegno fiorentino dedicato a Michelangelo»: conferme poi irrintracciabili), anche come autrice di un libro su Michelangelo. La terza – rilevantissima –  è quella di aver dichiarato (il 14 novembre 2008) formalmente la <strong>congruità del prezzo richiesto </strong>(che più incongruo non poteva essere). E una delle cose che il processo aiuterà a capire è come questi tre ruoli potessero stare insieme senza macroscopici conflitti di interesse.</p><p>Anche <strong>Cristina Acidini</strong> si è sempre rifiutata di accettare un confronto pubblico sul Cristo ‘di’ Michelangelo e sulle modalità del suo acquisto. La soprintendente ha preferito buttarla in politica, sostenendo che si trattava di accuse politiche della ‘sinistra’ contro Bondi. In effetti, l’unico giornalista che l’ha indefessamente sostenuta è stato <strong>Marco Ferri</strong> (del «Giornale della Toscana»), il quale ha addirittura pubblicato un libro, con il Cristino in copertina, zeppo di errori ma zelantissimo nella difesa dell’Acidini. La quale avrà tanti difetti, ma non è un’ingrata: da qualche giorno ha nominato Ferri suo portavoce, facendoselo pagare da <strong>Opera Laboratori Fiorentini</strong> (la controllata di Civita concessionaria dei servizi aggiuntivi del Polo Museale diretto dall’Acidini stessa: alla faccia dei conflitti di interesse).</p><p>Ma, soprattutto, la macroscopica e oggettiva responsabilità dell’Acidini è quella di <strong>aver sequestrato in cassaforte il Cristino</strong> per ben due anni. La ragione di questa clamorosa decisione è stata la paura di polemiche: ma la paura è notoriamente una pessima consigliera. Se l’Acidini fosse davvero convinta di aver comprato un Michelangelo, perché non esporlo in un museo? Chi comprerebbe un tesoro per tenerlo nascosto? E se occultare il corpo del reato fa aumentare i sospetti, negare ai cittadini la vista di un’opera acquistata coi loro soldi non fa che aumentare il danno erariale.</p><p><strong>5. Quali sono le responsabilità dell’attuale Sottosegretario ai Beni Culturali, Roberto Cecchi?</strong><br /> Il vero motore decisionale dell’acquisto del ‘Michelangelo’ è stato l’allora direttore generale<strong> Roberto Cecchi</strong>. È stato lui a imprimere la svolta risolutiva ad una pratica che avrebbe potuto essere archiviata; è stato lui a<strong> fissare il prezzo</strong>, decidendo di sottrarre oltre tre milioni di euro ad un bilancio già ridotto all’osso; è stato (soprattutto) lui a firmare il <strong>decreto di approvazione del contratto di acquisto</strong> (l’atto ufficiale e decisivo di tutta la vicenda); è stato lui a difendere vibratamente l’acquisto, firmando il memoriale di risposta all’interrogazione parlamentare. Insomma, la sua presenza negli studi del Tg1 (il 21 dicembre 2008, edizione delle 20) accanto al ministro e alla scultura stessa ha tradotto in immagine un ruolo effettivo.</p><p>Se a Cecchi è andata la gloria, sempre a lui si dovrebbe imputare anche la responsabilità di aver condotto la faccenda in un modo che ha aperto le porte alle polemiche (che, alla fine, hanno guastato su scala planetaria la festa michelangiolesca), e soprattutto alle indagini della<strong> Corte dei Conti</strong> e della <strong>Procura di Roma</strong>. Il direttore generale, infatti, ha accettato come oggettiva la perizia del venditore (il catalogo del 2004, sdoganato dal parere notarile del Comitato tecnico scientifico), senza coprirsi le spalle con lo straccio di uno studio indipendente; non è riuscito a farsi dire da dove venisse davvero il pezzo (finendo così a girare al pubblico del Tg1 la leggenda della «derivazione fiorentina»); non si è preoccupato di indagare sul perché l<strong>’Ente Cassa di Risparmio di Firenze</strong> avesse rinunciato all’opera; ha permesso che a certificare il prezzo fosse la stessa funzionaria che aveva proposto l’acquisto, creando così un macroscopico caso di conflitto di interesse. E, soprattutto, non si è chiesto perché un vero Michelangelo rimanesse per anni a disposizione, ed anzi fosse finito ai saldi, facendosi comprare per un sesto della (già stracciatissima) richiesta iniziale. Ora, in qualsiasi paese civile (financo nello Zimbabwe, avrebbe detto il mitico <strong>Mauro Masi</strong>) un funzionario che copre di ridicolo il suo Ministero e il suo ministro viene gentilmente invitato a passare ad altro incarico. In Italia, invece, viene promosso al ruolo di onnipotente <strong>Segretario generale del medesimo Ministero</strong>, e poi fatto sottosegretario in quanto supertecnico in un immacolato governo di tecnici. Salvo comportarsi come il peggior politico berlusconiano, insinuando (grazie ad un compiacente Paolo Conti, sul Corsera del 19 febbraio) che il suo ‘rinvio a giudizio’ presso la Corte dei Conti farebbe parte di una ‘macchinazione’. Nientemeno! Le toghe rosse vogliono abbeverare i loro cavilli nelle cristalline fontane del Mibac!</p><p><strong>6. Quali sono le responsabilità dell’ex Ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi?</strong><br /> L’assetto giuridico sottrae in questo caso il ministro in carica al momento dell’acquisto ad ogni responsabilità contabile. Ma <strong>Sandro Bondi</strong> ha messo con eccezionale entusiasmo la propria faccia nell’operazione e ha strumentalizzato senza ritegno il nome di Michelangelo e l’iconografia sacra dell’opera. Ciò che, poi, si deve attribuire interamente a Bondi e alla sua appartenenza politica è l’<strong>eccezionale amplificazione</strong>, anzi la vera e propria trasfigurazione mediatica del nuovo ‘Michelangelo’. Da questo punto di vista, la vicenda ha rappresentato una esemplare applicazione alla storia dell’arte di uno dei principi cardine del berlusconismo: la fede illimitata nel marketing della comunicazione.</p><p>La brevissima prefazione di Bondi al catalogo pubblicato in occasione dell’<strong>ostensione del Cristo a Montecitorio</strong>, è identica al comunicato stampa con il quale il ministro aveva annunciato e commentato l’acquisto il 12 dicembre 2008, e individua con chiarezza i due poli tra i quali si sarebbe poi mossa la macchina della propaganda: il nome sommo di Michelangelo e la somma sacralità del tema del Crocifisso. Sul primo punto,<strong> il ministro</strong> scrive: «In un momento delicato e di crisi come quello che stiamo attraversando, è fondamentale dedicare le poche risorse disponibili a progetti e iniziative che abbiano un significato così alto che possiamo consegnare alle generazioni future». È un concetto chiave per comprendere non solo la genesi dell’acquisto del ‘Michelangelo’, ma anche l’intera visione di Bondi: ed è difficile immaginare un concetto altrettanto intrinsecamente sbagliato. Innanzitutto, esso sancisce una resa incondizionata e senza speranze verso lo scellerato prosciugamento del bilancio dei Beni Culturali, che proprio sotto il quarto governo Berlusconi è arrivato a record inimmaginabili.</p><p>È in questo contesto che Bondi arrivò a teorizzare che la risposta a un simile disastro potesse essere la<strong> concentrazione delle poche energie residue</strong> su opere ed eventi tanto celebri e illustri da assurgere ad un rango simbolico. Un’idea grave non solo perché rivela che l’acquisto del Crocifisso ‘di Michelangelo’ è stato pensato come una foglia di fico enfaticamente posta sull’enorme vergogna dell’abbandono della tutela perpetrato dal governo (da tutti i governi recenti, di destra o di sinistra). Essa è ancor più grave per il valore profondamente diseducativo che rischia di avere su un’opinione pubblica già pericolosamente esposta al rischio di una desertificazione culturale che lascia vivi (ma a questo punto vuoti e muti) solo i nomi di <strong>Michelangelo </strong>e <strong>Leonardo</strong>, di <strong>Caravaggio </strong>e <strong>Van Gogh</strong>.</p><p><strong>7. Cosa c’entra in questa storia Antonio Paolucci?</strong><br /> Moltissimo, quasi tutto: anche se l’attuale direttore dei Musei Vaticani non ha avuto responsabilità burocratiche (e dunque eviterà il processo alla Corte dei Conti), è lui il regista e il motore immobile dell’acquisto pubblico dell’opera. Come Soprintendente di Firenze, nel 2004 egli ‘lanciò’ la scultura ospitandola presso il<strong> Museo Horne</strong> in una mostra che la presentava, senza se e senza ma, come un Michelangelo e il cui catalogo (da lui sdoganato con una prefazione istituzionale) era di fatto una perizia pagata dall’antiquario che possedeva il pezzo. E quel catalogo (in cui egli stesso sposava l’attribuzione) divenne poi decisivo per l’acquisto pubblico dell’opera.</p><p>Il 6 agosto 2007 <strong>Paolucci </strong>scrisse all’allora ministro dei Beni culturali <strong>Francesco Rutelli </strong>consigliandogli «di prendere in seria considerazione l’acquisto» dell’opera, che giudicava «di superba qualità e straordinario interesse». In seguito, e fino a questi giorni, Paolucci ha difeso a spada tratta l’acquisto e la sua pupilla, e successora a Firenze, Cristina Acidini.</p><p><strong>8. Cosa c’entra in questa storia Federico Zeri?</strong><br /> Probabilmente niente. <strong>Zeri </strong>è stato tirato in ballo esattamente dieci anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1998. Un articolo di <strong>Antonio Paolucc</strong>i apparso sull’<strong>«Osservatore Romano»</strong> del 16 dicembre 2008 enfatizzava la presunta eccezionalità dell’opera con un titolo audace fino alla blasfemia: “Se non è Michelangelo è Dio”. La frase era tra virgolette perché attribuita proprio a Federico Zeri: ma Paolucci l’aveva ricavata da un articolo del <strong>«Giornale dell’arte»</strong> del maggio precedente dello stesso 2008, che non cita né fonte né testimoni. Dunque, una patacca nella patacca.</p><p><strong>9. Cosa c’entra in questa storia Salvatore Settis?</strong><br /> Evidentemente non avendo migliori argomenti di autodifesa, <strong>Roberto Cecchi </strong>sta cercando di appollaiarsi sulle spalle dei ‘padri della patria’ della storia dell’arte: in un’intervista al Corriere della Sera (19 febbraio 2012) ha ripetuto il mantra di <strong>Zeri</strong>, e ha tirato fuori dal cassetto una email di <strong>Settis </strong>del novembre 2008, in cui l’allora presidente del Consiglio Superiore dei Beni culturali definiva «ottima» la decisione di acquistare un Michelangelo.</p><p>Nella sua replica (Corsera del 20 febbraio), <strong>Settis </strong>ha chiarito che questa «è una citazione irrilevante. Durante la mia presidenza il Consiglio Superiore non ha mai, neppure per un secondo, parlato del Crocifisso (lo fece invece il Comitato di Settore per la Storia dell’arte): è dunque evidente che non posso aver parlato in nome del Consiglio. Né posso aver fatto <strong>attribuzioni</strong>, e non solo perché non sono un esperto di <strong>scultura del tardo Quattrocento</strong>, ma perché non ho mai visto (ad oggi) quel crocifisso, e non ho l’abitudine di esprimere pareri senza aver visto. La verità è molto più semplice, anzi banale; e ringrazio Cecchi per aver citato la data dalle mia email (18 novembre 2008), che aiuta a ricostruire il contesto.</p><p>Era allora in corso un durissimo scontro con l’allora <strong>ministro Bondi</strong>: egli tacque quando il bilancio del suo ministero subì un taglio pesantissimo di oltre un miliardo, ma si agitò quando io ne scrissi sul Sole-24 ore del 24 luglio 2008; il sottosegretario Giro ed altri mi invitarono allora alle dimissioni, che Bondi respinse. Ma la gravità della situazione mi spinse a intervenire ripetutamente nei mesi successivi, con alcuni articoli su <em>Repubblica</em>, uno su <em>Die Welt</em> e <strong>numerose interviste</strong>, in Italia e fuori. […] È in questo clima polemico che Cecchi, senza darmi particolari né sulle procedure né sul prezzo, mi chiese “abbiamo i soldi per comprare un probabile Michelangelo, che ne pensi?”. In quel contesto, c’era un solo senso possibile: verificare se avrei criticato il Ministero, magari sui giornali, perché, in tempi di magra, non destinava quei soldi altrimenti. E la mia risposta aveva un solo senso possibile: la convinzione che, anche in tempi di magra,<strong> un buon acquisto  può essere un segnale positivo</strong>. Nessuna implicazione di tipo istituzionale, né tanto meno attributivo. Non potevo allora immaginare gli inquietanti retroscena che avrebbe più tardi rivelato Tomaso Montanari nel suo A cosa serve Michelangelo?».</p><p><strong>10. Perché questa è una storia davvero importante?</strong><br /> La vicenda del finto Michelangelo acquistato dal governo Berlusconi è una <strong>metafora perfetta del destino dell’arte</strong> del passato nella società italiana contemporanea: raccontarla significa parlare del potere del mercato, dell’inadeguatezza degli storici dell’arte, della cinica manipolazione dei politici e delle gerarchie ecclesiastiche, del sistema delle mostre, del <strong>miope opportunismo dell’università</strong> e della complice superficialità dei mezzi di comunicazione. La storia del finto Michelangelo insegna che l’amore per l’arte può essere distorto e strumentalizzato fino a diventare un potente vettore di diseducazione, imbarbarimento e mistificazione.</p><p>Se vogliamo che <strong>Michelangelo </strong>non serva solo agli interessi di un pugno di cinici registi del pubblico intrattenimento, ma torni ad essere necessario alla vita interiore di ciascuno di noi, dobbiamo ricominciare a raccontare la storia dell’arte. Quella vera.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/20/finto-michelangelo-acquistato-dallo-stato/192454/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Castello di Carandini, botta e risposta</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/16/castello-carandini-continua-botta-risposta/191705/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/16/castello-carandini-continua-botta-risposta/191705/#comments</comments> <pubDate>Thu, 16 Feb 2012 14:39:24 +0000</pubDate> <dc:creator>Tomaso Montanari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[carandini]]></category> <category><![CDATA[Castello di Torre in Pietra]]></category> <category><![CDATA[ministero beni culturali]]></category> <category><![CDATA[Ministro Ornaghi]]></category> <category><![CDATA[soldi pubblici]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=191705</guid> <description><![CDATA[Prosegue la vicenda del castello di Carandini, denunciata sulle pagine di Saturno, ripresa da un&#8217;interrogazione parlamentare di alcuni senatori del PD. Qui di seguito il comunicato stampa del Mibac e la mia replica. Comunicato stampa del Mibac pubblicato oggi in merito all&#8217;articolo Chi paga il castello di Carandini? Noi In merito alle vicende diffuse a...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Prosegue la vicenda del castello di Carandini, denunciata sulle pagine di Saturno, ripresa da <a title="interrogazione ecodem sul castello di carandini" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/14/caso-castello-carandini-interrogazione-senatori-pd/191256/" target="_blank">un&#8217;interrogazione parlamentare</a> di alcuni senatori del PD.</p><p>Qui di seguito il comunicato stampa del Mibac e la mia replica.</p><p><strong>Comunicato stampa del Mibac pubblicato oggi in merito all&#8217;articolo <a title="articolo montanari sul castello di carandini" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/10/paga-castello-carandini/190390/" target="_blank">Chi paga il castello di Carandini? Noi</a></strong></p><p>In merito alle<strong> vicende diffuse a mezzo stampa </strong>relative al finanziamento dei restauri del Castello di Torre in Pietra, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali precisa che:</p><p>• le richieste relative al <strong>contributo ministeriale</strong> sono state formulate nel 2004, cinque anni prima che il Prof. Andrea Carandini fosse nominato Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali;<br /> • rispetto ai contributi ai privati per le spese di <strong>manutenzione e restauro</strong> degli immobili vincolati, il Consiglio Superiore non ha alcun potere di entrare nel merito dei singoli interventi né la responsabilità&#8217; decisionale in ordine a queste spese, che sono stabilite dagli organi tecnici del Ministero in base a criteri oggettivi;<br /> • i progetti sono valutati esclusivamente dalle Soprintendenze, che giudicano anche l’<strong>ammissibilità al contributo</strong> e la percentuale da erogare, in ragione della qualità e tipologia dell’intervento, e procedendo secondo un ordine rigorosamente cronologico.</p><p>Si chiarisce inoltre che, in merito all’apertura del monumento al pubblico, in data 24 gennaio 2008, di fatto prima ancora della comunicazione della concessione del contributo, i proprietari dell’immobile avevano tempestivamente sottoscritto un <strong>atto d’obbligo</strong> con la definizione degli orari di visita al Castello subordinati all’erogazione effettiva del contributo.<br /> Il Prof. Carandini, al termine di un incontro con il ministro Prof. Lorenzo Ornaghi, che gli ha confermato piena fiducia, ha comunicato la sua intenzione di difendere nelle sedi competenti i propri <strong>diritti </strong>e la propria <strong>reputazione</strong>.</p><p>Roma, 16 febbraio 2012<br /> Ufficio Stampa MiBAC</p><p><strong>La mia risposta </strong></p><p>Avremmo preferito leggere un <strong>comunicato stampa</strong> – che so – sulle chiese storiche che a Urbino cedono sotto il peso della neve, sullo sfregio del parcheggio di Sant’Ambrogio, sul Vasari bucato a Palazzo Vecchio o sulle navi da crociera che minacciano il Bacino di San Marco. Ma è chiaro che le priorità del Mibac sono altre: prima la struttura, poi (semmai) la missione.</p><p>Entrando nel merito, poi, non si sa se ridere o piangere.</p><p>Sulla <strong>cronologia </strong>della richiesta: grazie per il chiarimento, ma nessuno aveva sollevato la questione.</p><p>Sulla <strong>competenza </strong>del Consiglio superiore: benissimo, ma allora – di grazia – perché il Consiglio perde tempo a esaminare queste pratiche? Si dirà che il Consiglio non esamina i singoli casi, ma decide se varare o meno l’intero finanziamento: una ragione che sarebbe dovuta bastare a suggerire al professor Carandini di lasciare temporaneamente la presidenza della riunione.</p><p>Sui <strong>criteri di finanziamento</strong>: abbiamo scritto che il Castello meritava eccome il finanziamento pubblico. Ma a patto che fosse accessibile per i cittadini.</p><p>Ed è su questo punto cruciale che si chiude l’<strong>equilibristico comunicato stampa</strong>. Il professor Carandini, come tutti, ha fatto una convenzione col Mibac all’atto di chiedere i soldi: e di questo mai abbiamo dubitato, ci mancherebbe altro.</p><p>Il punto è che quella convenzione prevedeva – ora si apprende –<strong> l’apertura del castello all’atto dell’erogazione</strong>. Ma questo è in palese contrasto col Codice dei Beni culturali, che non parla di fondi erogati, ma «concessi» (articolo 38). E i fatti sono questi: il denaro è stato concesso e il sito è chiuso.</p><p>Cosa risponderà il <strong>ministro Ornaghi</strong> all’interrogazione parlamentare presentata in Senato dal PD? Certo non potrà rispondere che un castello capace di accogliere centinaia di invitati ad un matrimonio il cui testimone è il presidente del Consiglio in carica non sia attrezzato per ricevere le famiglie, gli anziani e gli studenti che volessero visitarlo per ragioni culturali.</p><p>Infine, una <strong>considerazione politico-culturale</strong>. Il comunicato stampa dipinge <strong>Andrea Carandini </strong>come uno che va in banca ogni mattina per sapere se è arrivato il bonifico disposto dall’organo che presiede. Come può, uno che è stato responsabile dei Beni Culturali del PCI, uno che scrive (e giustamente!) sui giornali che bisogna smettere di frequentare i soliti monumenti-feticcio e scoprire invece i «tantissimi, bellissimi monumenti del nostro territorio» (proprio come <strong>Torre in Pietra</strong>), uno che presiede il Consiglio Superiore dei Beni Culturali –  come può, uno così, rispondere che lui, quanto al suo straordinario castello, lo apre solo dopo che i <strong>soldi pubblici</strong> gli sono piovuti in tasca, e tutti fino all’ultimo centesimo. Parfrasando <strong>Lutero </strong>che inveiva contro la vendita delle indulgenze («Quando il soldo va giù nella cassetta / in Cielo sale su, l’anima benedetta»), l’ex Conte Rosso dovrebbe forse dire: «Quando il soldo è ben chiuso nel borsello / solo allora aprirò il mio bel Castello»?.</p><p>Lo scivolone è così bizzarro che ci si può chiedere se sia davvero un incidente. Il fatto che  – proprio nelle stesse ore in cui incontrava il professor Carandini – il <strong>ministro</strong> <strong>Ornaghi </strong>firmasse il <strong>provvedimento che farà decadere</strong>, dal 21 febbraio, oltre a tutti i Comitati tecnici del Mibac, anche il Consiglio Superiore dei Beni culturali e il suo presidente potrebbe fornire una risposta non scontata.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/16/castello-carandini-continua-botta-risposta/191705/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Chi paga il castello a Carandini? Noi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/10/paga-castello-carandini/190390/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/10/paga-castello-carandini/190390/#comments</comments> <pubDate>Fri, 10 Feb 2012 14:41:07 +0000</pubDate> <dc:creator>Tomaso Montanari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Andrea Carandini]]></category> <category><![CDATA[Castello di Torre in Pietra]]></category> <category><![CDATA[Consiglio Superiore per i Beni Culturali]]></category> <category><![CDATA[patrimonio culturale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=190390</guid> <description><![CDATA[L’ultimo numero dell’«Espresso» ha rivelato che il Consiglio Superiore per i Beni culturali ha approvato il versamento di 288.973 euro ai proprietari del Castello di Torre in Pietra, a Fiumicino: e cioè al presidente del medesimo Consiglio, il conte Andrea Carandini, e alle sue sorelle. L’aristocratico archeologo ha risposto – noblesse oblige – che non...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’ultimo numero dell’«Espresso» ha rivelato che il Consiglio Superiore per i Beni culturali ha approvato il versamento di 288.973 euro ai proprietari del <strong>Castello </strong>di <strong>Torre in Pietra</strong>, a Fiumicino: e cioè al presidente del medesimo Consiglio, il conte <strong>Andrea Carandini</strong>, e alle sue sorelle.</p><p>L’aristocratico archeologo ha risposto – <em>noblesse oblige</em> – che non si cura di queste cose, e che dunque non si era accorto che si discutesse di un’<strong>elargizione</strong> diretta a lui stesso. Se ne fosse accorto – pensa il lettore ingenuo – forse si sarebbe allontanato per qualche minuto dalla presidenza: anche solo per eleganza (gentilizia, se non istituzionale).</p><p>Si potrebbe chiudere qua il discorso – magari augurandosi che, di norma, il presidente sia al corrente di ciò che sta discutendo l’organo che presiede – se non fosse che l’«Espresso» ha trascurato la vera sostanza dell’episodio. Perché lo Stato, cioè tutti noi, dovrebbe elargire una cifra cospicua a un<strong> privato</strong> non certo indigente per la conservazione di un suo palazzo?</p><p>La risposta porta diritto al cuore del nostro modello di tutela, ed è che le opere o gli edifici storici non si considerano in base alla loro proprietà, ma al grado del loro interesse culturale. Se un bene è davvero importante (e Torre in Pietra lo è di sicuro, grazie alle opere architettoniche e figurative che racchiude, tra le quali spiccano gli affreschi di Pier Leone Ghezzi) il proprietario deve risponderne alla <strong>collettività</strong>. Perché, accanto alla proprietà giuridica, esiste una proprietà, costituzionale e morale, ben più ampia: in questo senso, quel bene appartiene a tutta la nazione italiana, la quale dunque può contribuire economicamente al suo mantenimento. Naturalmente, però, questo diverso modo di possedere deve potersi esercitare, nell’unico modo possibile: quel bene, per quanto privato, dev’essere <strong>accessibile a tutti</strong>.</p><p>È per questo che l’articolo 38 del Codice dei Beni Culturali impone l’«accessibilità al pubblico dei beni culturali oggetto di interventi conservativi», prescrivendo che «i beni culturali restaurati o sottoposti ad altri interventi conservativi con il concorso totale o parziale dello Stato nella spesa, o per i quali siano stati concessi contributi in conto interessi, sono resi accessibili al<strong> pubblico</strong> secondo modalità fissate, caso per caso, da appositi accordi o convenzioni da stipularsi fra il Ministero ed i singoli proprietari», e ancora che «gli accordi e le convenzioni stabiliscono i limiti temporali dell’obbligo di apertura al pubblico».</p><p>E qui casca l’asino (<em>absit iniuria verbis</em>) perché Torre in Pietra non è visitabile. Se non siete<strong> Mara Carfagna</strong> (che ha noleggiato il castello, e ci si è sontuosamente sposata), o Silvio Berlusconi (che le ha fatto da testimone) non avete infatti nessuna possibilità di vedere come sono stati spesi i vostri soldi. Sul curatissimo <a href="www.castelloditorreinpietra.it" target="_blank">sito internet</a> la voce “visita” si risolve in una galleria di belle fotografie, e mentre abbondano le indicazioni per l’affitto, non c’è traccia dell’assoluzione dell’obbligo di accessibilità. Volendo approfondire la faccenda, ho chiamato l’amministrazione per ben tre volte, e in giorni diversi, presentandomi come un privato cittadino, come un insegnante e infine come uno studioso di barocco romano e chiedendo quali fossero le modalità per visitare il castello. La risposta è stata sempre la stessa, cortese ma assai stupita: «Il castello è privato – ha capito? Pri-va-to! – e non è visitabile. Ma se le serve per un matrimonio chiami al …».</p><p>Quel che sarebbe grave (perché illegale) per ogni cittadino, diventa gravissimo per il presidente del Consiglio superiore per i Beni culturali. In un paese normale, basterebbe molto meno per <strong>dimettersi</strong>. Ma in Italia, dove i ministri comprano case senza saperlo, figuriamoci se il professor Andrea Carandini si sente tenuto ad accorgersi di auto-stanziarsi trecentomila euro, o a sapere se casa sua sia aperta o no ai cittadini che gli elargiscono quella somma. E poi, il pensiero unico ortodosso sul patrimonio culturale non prevede oggi la totale abdicazione dell’interesse pubblico nei confronti degli interessi privati? E il conte Carandini all’ortodossia – comunista o ultraliberista, poco importa – ci ha sempre tenuto.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/10/paga-castello-carandini/190390/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Giotto SOS</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/02/giotto/188436/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/02/giotto/188436/#comments</comments> <pubDate>Thu, 02 Feb 2012 09:08:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Tomaso Montanari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[affreschi]]></category> <category><![CDATA[appello]]></category> <category><![CDATA[Auditorium]]></category> <category><![CDATA[cappella degli scrovegni]]></category> <category><![CDATA[Giotto]]></category> <category><![CDATA[Padova]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=188436</guid> <description><![CDATA[Pubblico l’appello per l’incolumità di uno dei massimi monumenti dell’arte italiana, la Cappella degli Scrovegni a Padova. L’appello è stato promosso da Alessandro Nova, Steffi Roettgen e Chiara Frugoni (massima studiosa della cappella), ed è stato scritto da questa ultima. Chi volesse sottoscriverlo, può mandare un’email al professor Sergio Costa: gs.costa@alice.it Gli affreschi di Giotto...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblico l<strong>’appello </strong>per l’incolumità di uno dei massimi monumenti dell’arte italiana, la <strong>Cappella degli Scrovegni</strong> a Padova. L’appello è stato promosso da <strong>Alessandro</strong> <strong>Nova</strong>, <strong>Steffi Roettgen </strong>e <strong>Chiara Frugoni </strong>(massima studiosa della cappella), ed è stato scritto da questa ultima.<br /> Chi volesse sottoscriverlo, può mandare un’email al professor <strong>Sergio Costa</strong>: gs.costa@alice.it</em></p><p>Gli<strong> affreschi di Giotto</strong> della Cappella Scrovegni a Padova corrono il rischio di essere distrutti perché la delicatissima situazione idro-geologica sottostante sarà modificata inesorabilmente dalla progettata costruzione di un<strong> Auditorium</strong> a meno di 200 metri dalla cappella. Nella stessa zona esiste anche il progetto di un <strong>grattacielo</strong> di 104 metri ed è stato appena ultimato un <strong>parcheggio</strong>, cioè una vasta cementificazione che ha modificato l’assorbimento delle piogge nel terreno.</p><p>I risultati di uno studio affidato dal Comune nel 2011 a <strong>tre ingegneri</strong> sulle possibili conseguenze che la costruzione dell’Auditorium avrebbe sull’area circostante, sono possibilisti, ma segnalano che la falda profonda dell’area Auditorium è in collegamento con quella della Cappella. E&#8217;  evidente che non si può affidare a un progettista di una nuova opera la salvaguardia dell’ambiente né affidargli  il verdetto sulla <strong>possibilità che l&#8217;Auditorium danneggi la Cappella,</strong> nell’immediato o negli anni futuri.</p><p>Chiediamo che prima che inizi la costruzione dell’Auditorium, si realizzino opere di massima<strong> salvaguardia del sottosuolo</strong> della Cappella, possibilmente a seguito di un concorso internazionale.<br /> Quanto valgono gli affreschi di Giotto, rispetto ai vantaggi portati dalle nuove costruzioni? Non lasciamo soli i padovani a discuterne il prezzo, perché non c’è prezzo.</p><p>Chiara Frugoni</p><p>Francesco Aceto<br /> Roberto Bartalini<br /> Francesco Caglioti<br /> Laura Cavazzini<br /> Keith Christiansen<br /> Maria Monica Donato<br /> Vittorio Emiliani, per il <strong>Comitato per la Bellezza</strong><br /> Julian Gardner<br /> Carlo Ginzburg<br /> Maria Pia Guermandi, per <a title="Eddyburg, urbanistica, politica e società" href="http://www.eddyburg.it" target="_blank">Eddyburg</a><br /> Donata Levi, per <a title="Sito di Patrimonio SOS" href="patrimoniosos.it/index.php   " target="_blank">PatrimonioSos</a><br /> Franco Miracco<br /> Tomaso Montanari<br /> Alessandra Mottola Molfino, per <a title="Sito Italia Nostra" href="italianostra.org   " target="_blank">Italia Nostra</a><br /> Alessandro Nova<br /> Titti Panajotti, per<strong> Italia Nostra Padova</strong><br /> Giuseppe Pavanello<br /> Antonio Pinelli<br /> Giuliano Pisani<br /> Serena Romano<br /> Steffi Roettgen<br /> Salvatore Settis<br /> Giovanna Valenzano<br /> Bruno Zanardi</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/02/giotto/188436/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;eolico che minaccia la bellezza</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/31/leolico-minaccia-bellezzaancora-caso-sepino/187993/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/31/leolico-minaccia-bellezzaancora-caso-sepino/187993/#comments</comments> <pubDate>Tue, 31 Jan 2012 14:20:11 +0000</pubDate> <dc:creator>Tomaso Montanari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[danno ambientale]]></category> <category><![CDATA[Ministro Ornaghi]]></category> <category><![CDATA[Molise]]></category> <category><![CDATA[scandalo eolico]]></category> <category><![CDATA[tutela del paesaggio]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=187993</guid> <description><![CDATA[Proprio in questi giorni una quinta sentenza del Consiglio di Stato rischia di condannare Sepino. Il Consiglio continua a ritenere operante l’originaria autorizzazione improvvidamente concessa alla ditta dall’allora soprintendente archeologo. Quell’autorizzazione fu annullata dalla Direzione generale, e chi la emise è ora sottoposto ad un’indagine penale e ad una della Corte dei Conti, che gli...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Proprio in questi giorni una quinta sentenza del <strong>Consiglio di Stato</strong> rischia di condannare Sepino. Il Consiglio continua a ritenere operante l’originaria autorizzazione improvvidamente concessa alla ditta dall’allora soprintendente archeologo. Quell’autorizzazione fu annullata dalla Direzione generale, e chi la emise è ora sottoposto ad un’indagine penale e ad una della Corte dei Conti, che gli contesta un grave <strong>danno ambientale</strong>.</p><p>L’ultima speranza è una legge speciale per<strong> Sepino</strong>, modellata su quella speciale per i Colli Euganei: essa ora giace al Mibac, aspettando di iniziare il suo iter di approvazione.</p><p>Il <strong>ministro Lorenzo Ornaghi</strong> si è in questi giorni molto occupato del Colosseo e di Della Valle: speriamo che trovi il tempo di occuparsi anche di Sepino. Dove l’emergenza è assai più grave, anche se le televisioni non ne parlano.</p><p><em>Di seguito l&#8217;articolo di Tomaso Montanari pubblicato il 15 luglio 2011 su Saturno, in cui si descrive in dettaglio la vicenda della città di origine romana Sepino, minacciata dai cantieri per la costruzione di uno dei così detti parchi eolici.</em></p><p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/15/qual-buon-ventoporta-a-sepino/145440/" target="_blank">Quale buon vento porta a Sepino?</a></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/31/leolico-minaccia-bellezzaancora-caso-sepino/187993/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Alemanno e il valore della laurea in Beni Culturali</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/27/alemanno-valore-della-laurea-beni-culturali/186911/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/27/alemanno-valore-della-laurea-beni-culturali/186911/#comments</comments> <pubDate>Fri, 27 Jan 2012 07:51:15 +0000</pubDate> <dc:creator>Tomaso Montanari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[dirigenti Roma Capitale]]></category> <category><![CDATA[sbocchi professionali storia dell'arte]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=186911</guid> <description><![CDATA[Scrivo questo post mentre ‘sorveglio’ trentuno dottori in Beni culturali e Lettere, intenti alla prova scritta del concorso per accedere ad un Dottorato di ricerca in Archeologia e Storia dell’arte. Hanno le facce serie e appassionate di chi ha deciso di provare a dedicare la propria vita allo studio e alla ricerca nelle scienze umane:...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Scrivo questo post mentre ‘sorveglio’ trentuno dottori in Beni culturali e Lettere, intenti alla prova scritta del concorso per accedere ad un <strong>Dottorato di ricerca in Archeologia e Storia dell’arte</strong>.</p><p>Hanno le facce serie e appassionate di chi ha deciso di provare a dedicare la propria vita allo studio e alla ricerca nelle scienze umane: quelle scienze che, in ultima analisi, hanno il fine di aumentare il tasso di <strong>umanità e civiltà</strong> della nostra società, la quale ne ha evidentemente un gran bisogno. Ma – che vincano questo concorso, o che lo perdano – lo Stato italiano non li tratterà né con umanità, né con civiltà.</p><p>In palio ci sono tre posti con borsa di studio, e tre senza. Quest’ultimo, assurdo istituto è un <strong>pessimo viatico</strong> per il senso stesso del dottorato: perché alimenta l’idea che la formazione superiore sia un lusso per le classi agiate. E legittima la deriva per cui quella formazione non è un investimento dello Stato, che dovrebbe poi metterlo a frutto assumendo i dottori di ricerca nei propri ranghi, ma un capriccio per ricchi, perfetta premessa per una disoccupazione perpetua.</p><p>In questo primo mese di vita del blog, i miei interlocutori più accesamente critici sono stati <strong>due laureati in Beni culturali </strong>che stanno sperimentando sulla loro pelle tutto questo, e che sono – chi non lo sarebbe –  arrabbiati e disillusi.</p><p>Il nostro disaccordo è solo su un punto. Io sono convinto che la <strong>mutazione genetica della storia dell’arte universitaria</strong> da disciplina umanistica a materia ancillare nella ‘formazione’ di ‘operatori dei beni culturali’ sia un passaggio decisivo nel processo di delegittimazione sociale e professionale degli storici dell’arte (inclusi quelli laureati in Beni culturali). I miei interlocutori temono che questa critica radicale abbassi ancor più il valore del loro titolo di studio, e comprometta ancor di più la loro vita professionale. Si tratta di un nodo importante, che vorrei affrontare in futuro.</p><p>Qui vorrei dire senza equivoci che essi hanno perfettamente ragione sulla questione fondamentale: è <strong>scandaloso</strong> che lo Stato italiano e gli enti locali non tengano in alcun conto le lauree in  Beni culturali, che (giuste o sbagliate) sono attualmente la via maestra per la formazione di coloro che dovrebbero tutelare e far conoscere il patrimonio storico e artistico della nazione. Si tratta di una specie di abolizione di fatto del valore legale dei titoli di studio: ma non compensata da<strong> nessun accertamento reale</strong> delle competenze, che diventerebbe fondamentale a fronte di un’abolizione come questa (di cui proprio ora si torna a discutere).</p><p>Lo ha scritto benissimo <strong>Laura Cavazzini</strong>: «L’impressione sconfortante è anzi che tra il mondo della formazione universitaria e quello del lavoro sia mancato negli ultimi vent’anni qualunque tipo di comunicazione. Vent’anni durante i quali abbiamo continuato a promettere &#8211; mettendolo nero su bianco nei nostri manifesti degli studi &#8211; sbocchi professionali che in realtà non esistono, dato che una laurea in Filosofia morale serve per un concorso ministeriale quanto una in Beni Culturali» (tutto l’intervento, che significativamente si chiama: <a href="arte.unipi.it/documenti/convegni/cavazzini.pdf" target="_blank">“Titoli senza sbocchi, sbocchi senza titolo”</a>). L’Associazione Bianchi Bandinelli sta promuovendo un’iniziativa dal titolo analogo (“L’Italia dei Beni Culturali: formazione senza lavoro e lavoro senza formazione”) che nei prossimi mesi potrebbe fornire un quadro prezioso della situazione (specie se si supererà lo <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/11/09/signore-e-signori-cariatidi-e-precariato-cognitivo/" target="_blank">stucchevole maternalismo</a> che ne ha caratterizzato l’avvio-).</p><p>Nel frattempo, però, si va di male in peggio. Lunedì prossimo scadono i termini per concorrere ad un posto di <strong>dirigente del Comune di Roma per i Beni culturali e ambientali</strong>. Lo stesso giorno scade un bando dello stesso comune per un posto di <strong>Avvocato dirigente</strong>: per cui si richiede la laurea ‘vecchio ordinamento’ o quella magistrale in Giurisprudenza e l’Esame di Stato per l’avvocatura. Per chi avrà, invece, l’immane responsabilità dello sterminato e cruciale patrimonio di <strong>Roma capitale</strong> basta anche una laurea triennale in «discipline umanistiche, letterarie o ambientali». E l’eventuale laureato in Letteratura contemporanea giapponese o in Linguistica computazionale non deve certo agitarsi: all’orale gli si faranno domande di storia medievale e moderna (ma non di quella antica, notoriamente irrilevante pr Roma), mentre della storia dell’arte basterà che conosca qualche «elemento».</p><p>Il <strong>sindaco Alemanno</strong> si straccia le vesti perché ancora non è partito il noleggio del <strong>Colosseo</strong> a <strong>Diego Della Valle</strong>: chissà se qualcuno gli ha spiegato che se assumesse in quel ruolo un vero storico dell’arte (invece che il prevedibile raccomandato incompetente) farebbe qualcosa di infinitamente più importante. Oltre che di più giusto.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/27/alemanno-valore-della-laurea-beni-culturali/186911/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Saldi Palladiani e non solo: da Venezia a Firenze in vendita i gioielli dell&#8217;arte</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/27/saldi-palladiani/186843/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/27/saldi-palladiani/186843/#comments</comments> <pubDate>Fri, 27 Jan 2012 06:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Tomaso Montanari</dc:creator> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Canal Grande]]></category> <category><![CDATA[Firenze]]></category> <category><![CDATA[Parma]]></category> <category><![CDATA[Pinault]]></category> <category><![CDATA[prada]]></category> <category><![CDATA[Vendita Patrimonio Artistico]]></category> <category><![CDATA[venezia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/27/saldi-palladiani/186843/</guid> <description><![CDATA[C’è un modo radicale di risolvere l’annosa disputa (tornata d’attualità col pasticcio del Colosseo) sul ruolo dei privati nella gestione del patrimonio storico e artistico pubblico: alienarglielo direttamente. Voleva farlo il governo Berlusconi, ora lo stanno facendo, alla spicciolata e lungo tutta la Penisola, enti di ogni tipo e di ogni colore politico. A Venezia...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/01/venezia-canal-grande_interna.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-186912" title="venezia canal grande_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/01/venezia-canal-grande_interna.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>C’è un modo radicale di risolvere l’annosa disputa (tornata d’attualità col pasticcio del Colosseo) sul ruolo dei privati nella gestione del patrimonio storico e artistico pubblico: alienarglielo direttamente. Voleva farlo il governo <strong>Berlusconi</strong>, ora lo stanno facendo, alla spicciolata e lungo tutta la Penisola, enti di ogni tipo e di ogni colore politico. A <strong>Venezia</strong> il Comune vende a <strong>Miuccia Prada</strong> un pezzo pregiato del Canal Grande: Ca ’ Corner della Regina. Una sorta di versione radicale della privatizzazione della Punta della Dogana, ceduta (temporaneamente) al bilionario <strong>Pinault</strong>. Si potrà discutere all’infinito su chi possa garantire la miglior tutela e il miglior godimento del palazzo (se, cioè, il ricchissimo privato o il comune sempre in bolletta): ma bisogna sottolineare che il Comune ha usato i 40 milioni di Prada per risanare il bilancio ordinario, non per realizzare qualcosa di durevole (un asilo o un ospedale, per esempio). In altri termini, la generazione presente decide di sottrarre a quelle future un bene comune per ricavarne un fuggevole beneficio una tantum.</p><p>A <strong>Parma</strong> l’Ospedale Vecchio, fondato nel 1476 e di proprietà del Comune, è stato affidato a un’impresa locale attraverso lo strumento del project financing, che prevede l&#8217;affidamento al privato del 44% della struttura per ventinove anni. Il risultato è che si pensa di realizzarci un albergo e un centro commerciale, mentre l’Archivio di Stato di Parma, ospitato dall&#8217;ultimo dopoguerra nell&#8217;Ospedale, è stato trasferito in periferia e la Biblioteca Civica giace pressoché abbandonata. A Firenze, lo strombazzatissimo Anno Vespucciano (cioè le celebrazioni per il quinto centenario della morte di <strong>Amerigo Vespucci</strong>) si apre in modo tragicomico con la notizia che l’Ospedale di San Giovanni di Dio, cioè la viva eredità della famiglia Vespucci a Firenze, è stato venduto (con tutte le opere d’arte e le testimonianze storiche che contiene) dalla Asl ad una società privata.</p><p>Nell’anno 1400 Simone Vespucci, il prozio di Amerigo, dispose in testamento che tutte le sue case di Borgo Ognissanti fossero trasformate in un ospedale, a beneficio della popolazione. La filantropia di Simone si irradia fino al 2012: ma non andrà oltre, perché – in nome di un presente onnivoro – decidiamo di tagliare questo prezioso filo di senso civico che lega il passato al futuro. E anche in questo caso, la Asl non investirà il ricavato in qualche progetto duraturo (magari nel restauro della Villa di Careggi di <strong>Lorenzo il Magnifico</strong>, che le appartiene e che va in rovina), ma lo userà per ripianare il bilancio ordinario, sommando danno a danno.</p><p>Sempre a Firenze, la Facoltà di Architettura sta vendendo a privati il Palazzo San Clemente &#8220;il quale – scriveva Giorgio Vasari nel 1568 – per ricchezza di diverse varie fontane … non ha pari in Fiorenza, né forse in Italia&#8221;. Risulta che la destinazione d’uso potrebbe cambiare radicalmente: da sede dei Dipartimenti di Costruzioni e Restauro, e di Urbanistica e Pianificazione del Territorio (nonché di buona parte della biblioteca e di alcuni importanti archivi storici), a sede di un albergo di lusso. E cioè: da luogo dove si impara a tutelare e conservare l’architettura del passato, ad architettura essa stessa stravolta e violata per essere suddivisa in camere. E ancora: da luogo dove si studia la più virtuosa distribuzione dei nostri preziosi spazi storici, a spazio esso stesso privatizzato; da luogo votato al reddito culturale collettivo, a luogo deputato a produrre reddito monetario privato.</p><p>A <strong>Pisa</strong> è l’Ospedale dei Trovatelli, praticamente in Campo dei Miracoli, a essere venduto con tutti i suoi beni. Il 16 dicembre scorso l’asta (24 milioni di base) è andata deserta, e alla prossima il complesso (che appartiene alla Asl) verrà battuto con un ribasso del 10 %, per poi passare alla trattativa privata. La probabile trasformazione in albergo potrebbe mettere a rischio lo splendido edificio e le opere che contiene, tra cui la ruota cinquecentesca su cui venivano esposti i bambini, ricollocata all&#8217;interno.</p><p>Continuiamo a scendere: in Lazio il Comune di <strong>Priverno</strong> (amministrazione Pd) ha appena messo in vendita l’edificio nel quale è ospitato il Museo Medievale di Fossanova, che è l’antica foresteria della gloriosa Abbazia in cui è morto <strong>san Tommaso d’Aquino</strong>. Il destino del museo è probabilmente quello di tramutarsi in un ristorante, e per ottenere una deroga al vincolo della legge regionale attraverso cui è stata finanziata la realizzazione del museo si dovranno esporre altrove le opere: dove, ancora non è dato saperlo.</p><p>Concludiamo, in gloria, nella Campania in cui tutto è possibile. Va in vendita il Casino reale di <strong>Carditello</strong>, una delle residenze extraurbane preferite da<strong> Carlo di Borbone</strong> e <strong>Ferdinando IV</strong>, decorata da artisti come <strong>Philipp Hackert</strong> e <strong>Fedele Fischetti</strong> e già centro di una complessa azienda agricola, ma oggi teatro di spettacolari discariche di monnezza. Carditello appartiene al Consorzio di bonifica del Volturno, che è indebitatissimo nei confronti del Banco di Napoli, cioè di Banca Intesa: nel prossimo marzo il complesso sarà battuto all’asta, se la Regione Campania non troverà 9 milioni di euro. Si potrebbe continuare a lungo, fino a disegnare una mappa della inarrestabile trasformazione che, convertendo la ricchezza del popolo italiano in ricchezza privata, inverte un secolare processo di civilizzazione. E il messaggio di quella mappa è chiarissimo: la recessione economica sta diventando regressione culturale.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/27/saldi-palladiani/186843/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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