<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; TGuccini</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/tguccini/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description>News, inchieste e blog su politica, cronaca, giustizia, economia</description> <lastBuildDate>Wed, 22 May 2013 15:34:24 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Ricordi bolognesi e altre questioni</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/28/ricordi-bolognesi-e-altre-questioni/482546/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/28/ricordi-bolognesi-e-altre-questioni/482546/#comments</comments> <pubDate>Mon, 28 Jan 2013 19:10:04 +0000</pubDate> <dc:creator>TGuccini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Adolescenza]]></category> <category><![CDATA[Bologna]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=482546</guid> <description><![CDATA[Ho camminato per Bologna e annusato l&#8217;aria di un tempo senza tempo però come allora quando i problemi erano lontani e restavano solo le quasi care ansie di sempre: amori felici o non corrisposti, esami vicini, le insicurezze del diventare grandi. Tutto intorno solo feste, risate, sguardi intensi e confessioni, la certezza del possibile, la...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ho camminato per <strong>Bologna</strong> e annusato l&#8217;aria di un tempo senza tempo però come allora quando i problemi erano lontani e restavano solo le quasi care ansie di sempre: amori felici o non corrisposti, esami vicini, le<strong> insicurezze</strong> del diventare grandi.</p><p>Tutto intorno solo feste, risate,<strong> sguardi intensi</strong> e confessioni, la certezza del possibile, la certezza del poter ancora mescolare le carte, del poter essere qualsiasi persona in qualsiasi luogo, del poter sognare l&#8217;impossibile dormendo sereni perché in ogni caso tutto era ancora lontano e non contava poi troppo. Ciò che contava era il gruppo, era la voglia di rivedersi davanti ad un caffè, davanti ad una <strong>pizza,</strong> davanti a una caterva di libri sfogliati appena, annusati o sfiorati ma non ancora fatti realmente propri.</p><p>A colpire solo qualche frase letta in qua e in là, un appunto scritto di lato con<strong> leggerezza</strong> senza neanche immaginare che solo quelle frasi e solo quegli appunti sono quello che più spesso resta nel tempo e che ancora si ricorda a distanza di anni come una canzone. Quello che resta nel tempo è la sensazione di allora di sentirsi padroni dell&#8217;intera città, di sentirsi forti e invincibili, sicuri e spavaldi o finti spavaldi ma quantomeno convinti di esserlo.</p><p>I locali gremiti dove si conosceva qualsiasi persona e ci si sentiva<strong> grandi</strong> uomini e grandi donne dalle mille esperienze che il più delle volte erano solo credute o immaginate. Ogni sera il vortice e la spirale di eventi consueti apparivano sotto nuova forma e sotto nuova luce nel reiterarsi consueto delle cose, ogni volta era come una festa pregna dell&#8217;ansia elettrica delle aspettative sulla soglia del compiersi.</p><p>Con il vestito giusto ci si sentiva <strong>pronti</strong>, carichi come armi sul punto di essere usate, protetti da armature ideali di miti inventati ma condivisi da tutti. Il passaporto per essere visti senza dare nell&#8217;occhio, notati e ammirati senza uscire dal cerchio, regine e re della notte pronti a danzare in amori reali o sperati, pronti a morire in risate infinite e a tratti insensate ma solo con il senno del poi.</p><p>Il passo incespicante e le colazioni rubate alle prime luci del giorno, canzoni inno e promesse, sussurri e commenti accolti da portici ospitali, e strade arancioni, bagnate, riflettori riflettenti di micro realtà personali allora credute importanti.</p><p>E adesso è bello pensare che almeno per un poco, ogni tanto, con gli amici di sempre, sia possibile <strong>sospendere il tempo</strong> e ritornare a ridere e pensare che ancora sia tutto lontano, che sia ancora pensabile essere chiunque in ogni luogo, possibilità possibile, sospendendo ogni giudizio e ogni decisione, restando fermi nel limbo spensierato di quando non sei ancora ma vorresti essere qualcosa, di quando ciò che vorresti essere rimanda il tempo a decisioni lontane e a momenti che ancora non ti appartengono.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/28/ricordi-bolognesi-e-altre-questioni/482546/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La moda, colore dei tempi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/30/la-moda-colore-dei-tempi/108208/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/30/la-moda-colore-dei-tempi/108208/#comments</comments> <pubDate>Sat, 30 Apr 2011 19:43:17 +0000</pubDate> <dc:creator>TGuccini</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Arte]]></category> <category><![CDATA[Facebook]]></category> <category><![CDATA[Moda]]></category> <category><![CDATA[Pittura]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[teresa guccini]]></category> <category><![CDATA[Twitter]]></category> <category><![CDATA[Vip]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=108208</guid> <description><![CDATA[Qualche giorno fa, mentre sfogliavo una rivista di moda, mi sono imbattuta in un editoriale che sosteneva il ritorno dei colori fauvisti nelle collezioni di alta moda per la primavera-estate 2011. A osservare bene le foto delle pubblicità non ho fatto a meno di notare, infatti, giovani modelle vestite di colori molto accesi e contrastanti. Anche...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Qualche giorno fa, mentre sfogliavo una <strong>rivista di moda</strong>, mi sono imbattuta in un editoriale che sosteneva il ritorno dei colori fauvisti nelle collezioni di alta moda per la primavera-estate 2011. A osservare bene le foto delle pubblicità non ho fatto a meno di notare, infatti, giovani modelle vestite di colori molto accesi e contrastanti.</p><p>Anche se il paragone è audace, vi sono varie teorie che considerano la moda come un<strong> riflesso della società</strong> e della situazione storico-politica di un paese e non come la sola espressione frivola di un ristretto e potente gruppo di creativi.</p><p>Se ci fermiamo per un attimo a pensare, infatti, la moda è un’espressione visiva veloce e potente e come tale andrebbe, azzardando, considerata alla stregua <strong>dell’arte pittorica o fotografica</strong>.</p><p><strong>Un abito è un colpo d’occhio</strong>, un impatto visivo immediato e potente che racchiude un codice preciso, una riproduzione di un pensiero, di un’appartenenza, di una serie importante di categorie sociali e culturali.</p><p>Se realmente la moda rappresentasse la situazione <strong>politica e storica</strong> di un intero paese o ne assorbisse anche solo le tendenze, il periodo che stiamo vivendo troverebbe alcune analogie con i primi anni del Novecento, quando il movimento fauvista si è costituito. Un momento in cui l’Europa necessitava di ridisegnare i confini e le egenomie politico-economiche alle soglie della Prima Guerra Mondiale.</p><p>I Fauves, attraverso l’espressione, tentavano di imprimere all’immagine pittorica le loro sensazioni, gli stati d’animo, la loro visione del mondo attraverso uno scambio con la situazione sociale che stavano vivendo. Il <strong>dipinto non mostrava così la realtà in quanto tale</strong>, ma una realtà mediata dalla loro coscienza.</p><p>Se così fosse, il messaggio che la moda ci sta inviando è quello dell’esistenza di un movimento sottile di cambiamento e di trasformazione, di tumulto. La volontà di imprimere attraverso nuovi modelli culturali, una svolta.</p><p>Una svolta che forse si sta già avviando, attraverso nuovi modelli e nuovi mezzi, attraverso l’urlo che si sta espandendo nel pianeta in bocca o, per meglio dire, nelle mani di <strong>milioni di giovani</strong> che cercano di urlare la disperazione strisciante di una <strong>generazione perduta attraverso i canali del web</strong>. Una generazione, la nostra, che per la prima volta nella storia fa fatica a realizzare un reale miglioramento<strong> economico o culturale rispetto ai propri genitori</strong>. Una generazione di laureati che non può costruirsi un futuro perché i posti di lavoro sono pochi, perché i contratti precari, perché l’occidente destina sempre meno fondi per la ricerca e la cultura, perché il potere resta in mano ad una setta di oligarchi che governano paesi che invecchiano con loro.</p><p>Attraverso strumenti come <strong>twitter, facebook e i blog</strong> di ragazzi che lanciano nel mondo i loro messaggi, si cerca di proporre soluzioni e realizzare cambiamenti per smantellare un universo di credi e mitizzazioni politiche, sociali e religiose che fanno ormai parte di un mondo in cui non riusciamo a riconoscerci completamente.</p><p>Alle tendenze riformiste però, ai movimenti oppositivi, si alterna sempre l’opposto: la ricerca di un’isola felice, la volontà di aggrapparsi a qualcosa di placido e rassicurante sino ad arrivare al rifugio sicuro del comodo camaleontismo.</p><p>Ancora una volta la moda ci offre lo specchio di questa tendenza. Oggi come allora, quando il movimento fauvista si opponeva alla leggerezza e all’edonismo <em>art nouveau</em>, nella moda troviamo l’antitesi ai colori fauve nelle stampe leggere ed eteree di motivi floreali su tessuti di sete e organze; fluttuanti metafore di fughe mentali e spirituali.</p><p>Forse allora, l’illusione dell’artistico non è solo la rappresentazione della realtà o del suo analogo, ma l’unico strumento per poterla comprendere appieno e ridisegnare dal fondo.</p><p>Credo che mio<strong> zio Pietro</strong> avesse ragione quando sosteneva l’importanza di una frase tratta dalla quarta di copertina dell’album <em>In Praise of learning</em> dell’allora per me sconosciuto <strong>Henry Cow</strong>. Quella frase che allora non riuscivo ad afferrare del tutto la capisco appieno solo oggi.</p><p>Henry Cow e mio zio erano d’accordo: l’arte (la moda?) non è solo uno specchio, ma è un martello.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/30/la-moda-colore-dei-tempi/108208/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>15</slash:comments> </item> <item><title>Una Bologna che muore</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/09/una-bologna-che-muore/103320/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/09/una-bologna-che-muore/103320/#comments</comments> <pubDate>Sat, 09 Apr 2011 14:16:05 +0000</pubDate> <dc:creator>TGuccini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Bologna]]></category> <category><![CDATA[Città]]></category> <category><![CDATA[Cultura]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[Vip]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=103320</guid> <description><![CDATA[Bologna io me la ricordo com’era una volta. Ho avuto la fortuna-sfortuna di viverla in maniera tangente. La fortuna di vedere un universo oramai mitizzato che non esiste più, la sfortuna di provarne nostalgia e di non vedere un reale passaggio di testimone con i ragazzi della mia generazione. A Bologna c’erano le osterie. Ricordo le...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Bologna </strong>io me la ricordo com’era una volta. Ho avuto la fortuna-sfortuna di viverla in maniera tangente. La fortuna di vedere un universo oramai mitizzato che non esiste più, la sfortuna di provarne nostalgia e di non vedere un reale passaggio di testimone con i ragazzi della mia generazione.</p><p>A Bologna c’erano le osterie. Ricordo le Dame e Vito. Ricordo le serate intrise di fumo a coprire tutto come una coltre; perché allora si poteva ancora fumare. Si bighellonava fino a tarda notte, si giocava a carte e si cantava, poi erano solo vino e discussioni e <strong>politica</strong>.</p><p>Ricordo tutti questi volti che ho poi imparato a collocare tra le<strong> persone famose</strong> ma il ricordo è sfumato perché io ero bambina. Ricordo quando per la prima volta mi sono resa conto del concetto di famoso. Per me erano solo volti consueti o amici di casa, poi ho capito che erano anche qualcosa di diverso. A sera, salivo sulle ginocchia di qualcuno e si provava a cantare, oppure ascoltavo quelle voci, quei suoni, quelle atmosfere confuse e cercavo di ridere anch’io di battute e discorsi che non afferravo fino in fondo. Ma chissà perché quei grandi ridevano così tanto? E chissà per cosa.</p><p>E poi quel <strong>frate</strong>. Quell’uomo sempre sorridente che doveva stare in chiesa, mica lì con quella strana tunica a quelle serate. Che strano. Chissà cosa ci faceva un frate in osteria fino a tarda notte; mi chiedevo:<em> “Babbo che ci fa un prete in osteria?” “Ci lavora”</em>, mi rispondeva mio padre tranquillo. Ma non ero mai del tutto convinta.</p><p>E poi gli scherzi e tanti. Era una Bologna goliardica e profonda. Da quelle notti nascevano canzoni, fumetti e libri. Ma lo avrei imparato solo molto più tardi, quando ho collegato che tutto il mondo che faceva parte della mia vita d’infanzia era qualcosa di più. Era un<strong> momento sociale</strong> preciso e importante, un movimento quasi, un passaggio di un’epoca culturale. Ma per me, allora, e in parte ancora oggi, erano solo voci e momenti destinati a spegnersi sempre in maniera soffusa, a poco a poco, quando gli occhi non reggevano più la stanchezza e il sonno cancellava ogni cosa.</p><p>A Bologna esisteva ancora <strong>un mondo che adesso sta morendo</strong>. I negozietti di quartiere: latteria, macellaio e panettiere ad ogni isolato, gli anziani in bicicletta con le mollette ai pantaloni e il pollaio nei giardini dietro casa. La mattina si sentiva ancora il gallo nei giardini delle case operaie di primi novecento della <em>Cirenaica</em>. Un mondo antico che resisteva ancora, nascosto ma non troppo, agli inizi degli anni Ottanta. Al bar <em>Roberta,</em> dietro casa, mi regalavano ancora la spuma. Che gioia! Quella bibita giallo fluorescente e frizzosa. Come le caramelle <em>pillichine</em>, come le chiamavo io. Ve le ricordate? Si mettevano in bocca e venivano i brividi dappertutto.</p><p>A Bologna si poteva arrivare in macchina in <strong>Piazza Maggiore </strong>e posso davvero giurarlo perché ho il netto ricordo di un’alba vista dalla <em>R4</em> dei miei genitori. Si partiva con il pullman dalla piazza. Adesso si rischierebbe di essere arrestati.</p><p>A Bologna oggi è arrivata la <strong>primavera</strong>. E quello non è mutato. E’ rimasto uguale. Quell’odore inconfondibile che solo un vero bolognese riconosce. Non è un’aroma definito o distinguibile, è un insieme calibrato di erba tagliata, di ozono e di fiori. Un insieme elettrico che avvolge tutto e ti obbliga a uscire di casa, a saltare in sella al motorino e ad andare sui colli a prendere il sole e a mangiare una tigella <em>Dal Nonno</em> o a bere un bicchiere di vino <em>all’Osteria del Sole</em> verso sera, con gli amici di sempre, prima che cali la luce.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/09/una-bologna-che-muore/103320/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>91</slash:comments> </item> <item><title>Bonvi, i 70 anni mancati  di un formidabile genio</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/01/bonvi-i-70-anni-mancati-di-un-formidabile-genio/101328/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/01/bonvi-i-70-anni-mancati-di-un-formidabile-genio/101328/#comments</comments> <pubDate>Fri, 01 Apr 2011 10:48:18 +0000</pubDate> <dc:creator>TGuccini</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Andrea Pazienza]]></category> <category><![CDATA[Bologna]]></category> <category><![CDATA[Bonvi]]></category> <category><![CDATA[cattivik]]></category> <category><![CDATA[de maria]]></category> <category><![CDATA[Francesco Guccini]]></category> <category><![CDATA[Fumetti]]></category> <category><![CDATA[Modena]]></category> <category><![CDATA[sturmtruppen]]></category> <category><![CDATA[Superman]]></category> <category><![CDATA[valerio massimo manfredi]]></category> <category><![CDATA[Vasco Rossi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=101328</guid> <description><![CDATA[Un grande giornalista vive nei rimandi. Il suo nome si perde, resta quel che ha insegnato, seminato. E’ giusto che sia così. Ricordiamo Biagi]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/03/STURM.jpg?adf349"><img class="alignleft size-full wp-image-101330" title="STURM" src="http://www.ilfattoquotidiano.it/wp-content/plugins/lazy-load/images/1x1.trans.gif?adf349" id="no-script-hide" data-lazy-src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/03/STURM.jpg?adf349" alt="" width="300" height="220" /><noscript><img class="alignleft size-full wp-image-101330" title="STURM" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/03/STURM.jpg?adf349" alt="" width="300" height="220" /></noscript></a>Un grande giornalista vive nei rimandi. Il suo nome si perde, resta quel che ha insegnato, seminato. E’ giusto che sia così. Ricordiamo Biagi e <strong>Montanelli </strong>e per quanto? e poi?</p><p>La stessa cosa succede per chi di fumetti è vissuto. Lascia una nuvola, un baloon e se è fortunato allievi che producono allievi che producono allievi che non sanno da dove sono partiti. Oggi <strong>Bonvi avrebbe compiuto 70 anni</strong>. I giovani di oggi erano bambini quando il 10 dicembre 1995 è stato ucciso da una macchina guidata da un ubriaco. Lui che come il suo amico <strong>Hugo Pratt</strong> aveva la cirrosi dietro l’angolo.</p><p>Bonvi è le <strong>Sturmtruppen, Nick Carter, Cattivik,</strong> per i ragazzi degli anni 80 è <strong>Gulp Fumetti in tv</strong>. Sono i soldati tedeschi antinascisti, le prime strip su un quotidiano italiano. <em>Paese Sera</em> le pubblica nel novembre del ‘68. Primo giornale in Italia con una striscia di fumetti. L’anno dopo l’<em>Ora </em>di Palermo. Sinistra all’avanguardia e da un pezzo defunta.</p><p>Bonvi, ovvero <strong>Franco Bonvicini</strong>, geometra, nato a <strong>Modena, vissuto a Bologna</strong>, lo seppellirono mentre risuonava No,  Je Ne Regrette Rien. Edith Piaf cantava dal mangianastri portato alla Certosa da <strong>Guido De Maria</strong>, il vate di Bonvi nel mondo dei cartoni, uomo di tv e pubblicità, che all’allievo fino al 2 giugno dedica due mostre a <strong>Carpi</strong>. Cadeva la neve, i figli di Bonvi facevano a palle di neve con gli amici, da una parte all’altra della fossa. Sofia ora è architetto, Francesco compie 22 anni. Addio a un ’68 folle, gioioso, anche intristito. Quell’anno <strong>Guccini</strong> aveva appena inciso <strong>Folk Beat n.1</strong>, primo disco, a ottobre Bonvi disegna i soldatini tedeschi e non nazisti delle Sturmtruppen.</p><p>C’erano tutti, tutti parlarono dal pulpito, da padre <strong>Michele Casali</strong> del Centro San Domenico a <strong>Francesco Guccini a Massimo Valerio Manfredi a Guido Silvestri, Silver, </strong>già giovane di studio di Bonvi che gli regalò come liquidazione l’idea di <strong>Lupo Alberto</strong>. Sembrava Alice’s Restaurant di <strong>Arthur Penn</strong>, il padre di Sean, regista di film di ribellioni diverse, da Bonny and Clyde a Il piccolo grande uomo.</p><p>Bonvi, cresciuto con Guccini, ha venduto milioni di album nel mondo ed è il racconto di un’Emilia rossa che si è persa per strada. Agli inizi degli anni Settanta ha vinto il Prix Saint-Michel a Bruxelles come migliore disegnatore europeo. Un suo amico, ultimo compagno di vita, morto poco dopo di lui, <strong>Magnus, Roberto Raviola, creatore di Satanik, Kriminal, Alan Ford,</strong> è uno dei pochi italiani al <em>Musée de la bande dessinée a Angoulême</em>, il più importante museo di illustrazioni al mondo. Bologna ha dimenticato nascita e morte. Niente di niente.</p><p>Un altro disegnatore meraviglioso, <strong>Vittorio Giardino</strong>, celebrato in Europa, esposto nei musei, ha casa ignota a San Lazzaro: è uno degli italiani che hanno vinto dovunque, compreso al Festival di Angoulême, Oscar o Cannes della categoria. Ad Angoulême quest’anno ha battuto tutti la graphic novel Cinquemila chilometri al secondo, ocra, rosso, giallo, sembra una Bologna da incubo, autore è Manuele Fior, cesenate, adolescenza da queste parti, vita a Parigi, pubblicazione con la bolognese <strong>Coconino</strong>. Ricordato quanto i defunti, da una terra che dovrebbe usarlo come monumento.</p><p>Speriamo che si faccia qualcosa per Andrea Pazienza, altro bolognese per scelta, che il 23 maggio avrebbe compiuto 55 anni. Non è rimpianto, non deve essere nostalgia, può essere ragionare su come si manda avanti una città, nelle piccole e grandi cose. Modena il <strong>25 giugno celebrerà Bonvi </strong>con un Bonvi Parken in una bella, verde zona centrale, mostre sue e di giovani disegnatori, feste di piazza con Guccini e compagnia cantante.</p><p>Parlare di un fumettaro morto, vecchio, è il tentativo di parlare ai eredi fumettari vivi, giovani. Case come <strong>Alessandro, Krazy Kat e Comma22</strong> operano da anni a livello internazionale nel campo dell´illustrazione e del fumetto. Tra le “nuvole parlanti” e Bologna esiste una trama di relazioni molto fitta.</p><p>Storia antica. L’ha aperta Apocalittici e integrati, dato alle stampe dal professore di Semiotica Umberto Eco a metà anni Sessanta, applicando a <strong>Superman, a Charlie Brown o a Steve Canyon</strong> gli strumenti di indagine in uso presso la Cultura Alta. Sono i fumetti del ’68, poi quelli del &#8217;77, fra  Radio Alice, Andrea Pazienza, proveniente dalla Puglia per studiare al DAMS, e del suo amico Filippo Scòzzari, da Rimini. Insieme, dall&#8217;appartamento che condividono in Via Clavature, sede della loro “Traumfabrik Productions”, lavoreranno alle riviste romane &#8220;Cannibale&#8221; e a &#8220;Frigidaire&#8221;, oltre che alla milanese &#8220;Alter&#8221;.</p><p>E’ la Bologna del Fumetto, famosa in Italia, in Europa, forse nel mondo. Ha proposto associazioni culturali come Hamelin, che dal 2001 organizza “bilBOlbul” progetto ad ampio raggio con lezioni di storia del fumetto, incontri con autori, presentazioni di libri, mostre. Attorno c’è un mondo giovane ricco e diffuso, basta vedere le file alle mostre in Palazzo Comunale per la Fiera degli Illustratori.</p><p>Peccato però che gli aspiranti amministratori, di qualsiasi colore, sappiano solo parlare di calcio sbagliando citazioni, di universiadi sbagliando date e sognando affari impossibili, di progetti di cenetificazione. <strong>Senza sapere nulla di una riccaBolognapovera.</strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/01/bonvi-i-70-anni-mancati-di-un-formidabile-genio/101328/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>40</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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