<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Silvia Truzzi</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/struzzi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>L&#8217;estinzione dei maestri</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/20/lestinzione-maestri/235400/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/20/lestinzione-maestri/235400/#comments</comments> <pubDate>Sun, 20 May 2012 08:29:28 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Truzzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[anziani]]></category> <category><![CDATA[classe dirigente]]></category> <category><![CDATA[gerontocrazia]]></category> <category><![CDATA[Giovani]]></category> <category><![CDATA[maestri]]></category> <category><![CDATA[trasmissione del sapere]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=235400</guid> <description><![CDATA[Coldiretti c’informa – ma a dire il vero lo si sospettava già – che abbiamo una classe dirigente di nonni. E non poco: l’età media è 59 anni, la più alta tra tutti i Paesi europei. I dati che hanno occupato le pagine dei giornali nei giorni scorsi sono frutto di un’indagine commissionata all’Università della...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div>Coldiretti c’informa – ma a dire il vero lo si sospettava già – che abbiamo una classe dirigente di<strong> nonni</strong>. E non poco: l’età media è 59 anni, la più alta tra tutti i Paesi europei. I dati che hanno occupato le pagine dei giornali nei giorni scorsi sono frutto di un’indagine commissionata all’Università della Calabria.</p><p>In particolare ci dice che: amministratori delegati e presidenti di banche hanno in media 67 anni, come i vescovi (!). Non va tanto meglio dalle parti di Palazzo Chigi: i tecnici si aggirano sui 64. I più giovani –<strong> Renato Balduzzi e Filippo Patroni Griff</strong>i – hanno “solo” 57 anni, mentre il premier Mario Monti totalizza 69 primavere. Per dire: in Gran Bretagna David Cameron è diventato primo ministro a 43 anni, Tony Blair a 44, John Major a 47 e Gordon Brown a solo poco più di 50. Barack Obama è diventato presidente degli Stati Uniti, cioè l’uomo più potente del mondo, a 48 anni.<br /> Tra i nostri parlamentari l’età media dei senatori è di 57 anni e quella dei deputati 54. La politica non si sottrae affatto: i giovani protagonisti sono pochi e ormai nemmeno tanto ragazzini. Tipo Debora Serracchiani che ha 41 anni ma continua a essere salutata come una fanciullina. </p><p><strong>La gerontocrazia trionfa</strong> e basta guardare il telegiornale per farsi un’idea.</p><p>Qualcuno invoca un patto generazionale tra trenta-quarentenni per mandare in pensione i sessa-settantenni che fanno da tappo e restano caparbiamente – non senza una certa cattiveria – attaccati alla sedia. Qualcun altro sospetta che invece questa generazione sia destinata a saltare il turno e che sarà surclassata direttamente dai ventenni. C’è un discorso sul potere: importante in una prospettiva d’innovazione e di possibilità negate. Di chance di fare e dimostrare di saper fare. Di crescita: la generazione dei trentenni sembra al palo, condannata a essere<strong> una promessa mai mantenuta</strong>, portatrice di frustrazioni individuali e paralisi sociale. Poi per forza si grida al bamboccione eternamente adolescente.</p><p>Dietro tutto questo c’è un altro discorso, altrettanto importante, che riguarda la <strong>formazione e la trasmissione del sapere</strong>, attività che sembra oramai totalmente desueta. Ci sono sempre meno maestri, intesi come persone che si impegnano a tramandare competenze. A insegnare qualcosa e a lasciare, a un certo punto, che i discepoli prendano il volo. Magari facendolo addirittura con gioia, senza il rimorso di aver dato qualcosa senza ricevere nulla in cambio. Gratis, senza domandarsi: “Cosa ci guadagno io?”.</p><p>Forse è questo ego ingigantito che ha portato, nell’età dell’individualismo, i maestri all’estinzione. Si potrebbe obiettare che l’arroganza impedisce ai giovani, sempre più disabituati all’idea di autorità, di riconoscere e rispettare modelli. Però ci sono poche “autorità autorevoli” in giro e non è un gioco di parole. I maestri si occupano della costruzione di una società migliore dopo di loro: la loro scomparsa non è un orizzonte rassicurante. “Tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro”, spiegava saggiamente Leonardo. Perché quell’avanzare, in fondo, non è altro che il <strong>progresso</strong>.</p><p>Ah, la ricerca, come spiegavamo, è stata commissionata da un’Università nostrana. Dove i professori universitari sono i più anziani del mondo industrializzato: 63 anni. Bel primato. Chissà quanti di loro hanno usato il computer nell’elaborazione dei dati (leggi pure: sanno farlo).</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 20 Maggio 2012</em></p></div> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/20/lestinzione-maestri/235400/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Le parole vuote della politica</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/19/parole-vuote-della-politica/234559/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/19/parole-vuote-della-politica/234559/#comments</comments> <pubDate>Sat, 19 May 2012 09:09:51 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Truzzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[linguaggio]]></category> <category><![CDATA[parole]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[Stefano Bartezzaghi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=234559</guid> <description><![CDATA[C’erano una volta, e senza forse ci sono ancora, le parole vuote della politica. Cui recentemente si sono aggiunte quelle urticanti: sacrifici o, per altri versi, spending review. Le abbiamo passate in rassegna con Stefano Bartezzaghi, docente di Teorie della creatività allo Iulm, scrittore e giornalista nonché titolare della rubrica ‘Lessico e nuvole’ su Repubblica....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div>C’erano una volta, e senza forse ci sono ancora, le parole vuote della politica. Cui recentemente si sono aggiunte quelle urticanti: sacrifici o, per altri versi, spending review. Le abbiamo passate in rassegna con <strong>Stefano Bartezzaghi</strong>, docente di Teorie della creatività allo Iulm, scrittore e giornalista nonché titolare della rubrica ‘Lessico e nuvole’ su <em>Repubblica</em>.</p><p>Lasciamo perdere etica, per pudore. <strong>Partiamo da libertà</strong>. “Un vocabolo di cui si è fatto scempio” spiega Bartezzaghi. “E non solo per la ‘Casa delle libertà’. Anche per la libertà scolastica che di fatto vuol dire soldi alle scuole cattoliche”. Cult degli ultimi mesi: <strong>rimborsi elettorali</strong>. “Tipico caso di elusione non fiscale ma semantica: a causa del referendum non si può più chiamarlo finanziamento ai partiti. Però è un escamotage prima giuridico che lessicale. Basta vedere come funzionano questi rimborsi per scoprire che la parola è usata in modo distorto: vengono elargiti molti più soldi di quanto non siano stati spesi in campagna elettorale”.</div><div><strong>Sacrifici</strong>: la gente non è solo arrabbiata perché è un termine che s’infila nel portafoglio, ma perché la politica non ha applicato a se stessa il medesimo rigore. “C’è molto di cattolico – più in generale, il riferimento al sacro – in questa parola che colpisce molto nel profondo. Sai se uno dice ‘paga un po’ di più la benzina perché così salviamo l’Italia’, si risveglia in noi la buona volontà . Finora ha abbastanza funzionato”.</div><div>Però, però: i risultati delle amministrative ci dicono che la parola sacrificio comincia a scricchiolare. “Ci sono molti indicatori di consenso che vanno verso il basso: penso al governo ma anche ai parlamentari, persone che hanno fatto errori, perpetrato inganni e che notoriamente non sono state scelte dai cittadini vista la legge elettorale che ci ritroviamo”. Le ribellioni contro <strong>Equitalia</strong> arrivano non a caso in un momento in cui l’equità sociale non guida l’azione di governo. “Non voglio sottovalutare l’irritazione che dà il nome Equitalia. Io amo i giochi con le parole e vorrei che fossero fatti nei giusti contesti: questo è particolarmente beffardo. Equitalia è la faccia dello Stato che all’improvviso diventa inflessibile. Ce la si prende con Equitalia come con il vigile che dà una multa. Ma qui, più che il livello simbolico c’è il livello reale: a un certo punto arriva l’ufficiale giudiziario. Per quanto a me sul piano simbolico dia anche fastidio che si appelli a un valore, l’equità, che dovrebbe essere un punto fermo e invece non lo è. Il vero problema oggi è proprio la mancanza di equità”.</div><p>Non può mancare, nella piccola bottega degli orrori-errori, un <strong>evergreen</strong>: riforme istituzionali. “Sono diventato vecchio sentendo parlare di riforme istituzionali. È un altro dei fotogrammi che ritraggono l’impotenza di una politica che non riesce a ottemperare ai propri doveri. Mi è successo di studiare i lavori della Costituente da un punto di vista linguistico: erano persone distanti per ideologia eppure in un anno hanno dato vita allo Stato. Oggi c’è sia incompetenza che mancanza di volontà. Le riforme non le fanno perché non conviene, l&#8217;accordo non porta consenso: alla fine eludono un dovere. Ed è come se uno prendesse lo stipendio per non lavorare”.</p><p>Sono spuntate poi espressioni come spending review, non immediatamente comprensibili che sembrano un diversivo. “Un rifugio, più che altro. Ogni volta che succede una catastrofe naturale,<strong> saltano fuori parole nuove</strong>. Tipo ‘tsunami’. Di fronte a un problema vecchio, il tecnicismo nuovonon ti fa dire ‘ecco, ci risiamo’. Scovare un tecnicismo conviene: il pubblico deve sapere poco e saper collegare poco. È un modo per spezzettare la memoria sociale”.</p><p>Infatti è proprio questa condizione del non capire che genera il<strong> famoso scollamento tra i cittadini e la politica.</strong> Prima o poi arriverà un redde rationem? “Bè, redde rationem è più o meno la spending review detta in latino, il rendiconto. Io spero che il redde rationem sia già questo che è in atto. Non è che ci possa essere qualcosa di molto peggio di queste enormi incertezze, della povertà, della disoccupazione”. Tristemente ultima, la prima per attualità: crisi, che in greco vuol dire anche decisione. “Sento parlare di crisi da quando ci ho fatto caso, a 15 anni”, conclude Bartezzaghi. “Ma è una parola – bellissima – con cui non abbiamo fatto i conti mai, abbiamo solo elaborato scongiuri di scarsissima efficacia. L’idea della scelta, della separazione ha un suo antidoto: la critica. Eppure non c’è nulla che sia più in crisi, in Italia, della funzione critica”.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 18 Maggio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/19/parole-vuote-della-politica/234559/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Un handicap di civiltà</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/29/handicap-civilta/212826/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/29/handicap-civilta/212826/#comments</comments> <pubDate>Sun, 29 Apr 2012 12:23:05 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Truzzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Caritas]]></category> <category><![CDATA[Cecilia Guerra]]></category> <category><![CDATA[Disabili]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[politiche sociali]]></category> <category><![CDATA[suicidi]]></category> <category><![CDATA[Tagli al Welfare]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=212826</guid> <description><![CDATA[Questa settimana il governo salva Italia ha fermato l’istituzione di un fondo da 150 milioni di euro per l’assistenza ai disabili gravi che restano soli, cioè senza familiari che li possano accudire: Cecilia Guerra, sottosegretario alle Politiche sociali, ha dato parere negativo al provvedimento all’esame della Camera dal 2010. Perché? Secondo il sottosegretario non sarebbe...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div>Questa settimana il governo salva Italia ha fermato l’istituzione di un fondo da 150 milioni di euro per l’assistenza ai disabili gravi che restano soli, cioè senza familiari che li possano accudire: <strong>Cecilia Guerra</strong>, sottosegretario alle Politiche sociali, ha dato parere negativo al provvedimento all’esame della Camera dal 2010. Perché? Secondo il sottosegretario non sarebbe “stato seguito il metodo giusto”. Quindi è stato chiesto un ripensamento alla Commissione: il tema è molto importante “da trattare però nell’ambito di una politica di programmazione più generale”.</div><div>Il sottosegretario non ha torto quando spiega che i disagi legati alla disabilità, psichica e mentale, sono tanti. E che i tagli al welfare sono stati progressivi negli anni, per cui ora non è semplice tappare questa dolente falla. Non significa che non bisogna provarci. Dal 2013 non dovrebbero più esserci fondi nazionali per le politiche sociali, per via del federalismo fiscale. “In questo momento abbiamo il 37% delle risorse in meno”, <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/25/disabili-dopo-fondi-tagliati/206635/" target="_blank">ha spiegato al fattoquotidiano.it Pietro Barbieri</a>, presidente della Federazione italiana superamento handicap. “Il fondo per le politiche sociali è passato da 929,3 milioni di euro nel 2008 a meno di 220 milioni nel 2011, e non è stato finanziato quello per la non autosufficienza con un taglio netto di 400 milioni. Il comune di Torino sta tagliando il 30% dei servizi sociali, così come la Lombardia, in meridione si rischia di arrivare al 70% di tagli”.</div><div>In Italia, secondo il Censis, ci sono 4,1 milioni di persone disabili (il 6,7% della popolazione), 2,6 milioni in condizioni particolarmente gravi. Chi si occupa degnamente di loro? La fata turchina? Giustamente il capogruppo Idv in Commissione Affari Sociali <strong>Antonio Palagiano</strong> ha detto: “Bloccare il fondo di 150 milioni per i disabili è una decisione grave e controproducente. Tagliarlo addirittura è un atto di inciviltà politica. Questo governo si dimostra sempre più amico dei banchieri e delle lobby economiche e finanziarie e sempre meno attento alle reali necessità dei cittadini”. Non ci crediamo?</div><div>Di questa settimana è anche la notizia che 7,6 milioni di pensionati (il 45,4% del totale), percepiscono un assegno inferiore ai mille euro al mese. A rischio di sembrare demagogici corre l’obbligo di far notare che altre spese <strong>non sono state toccate</strong>. Per esempio quelle di una politica che sotto gli occhi di tutti dimostra quotidianamente la propria indegnità, tra diamanti, lingotti d’oro, inconsapevoli dimore pagate o ristrutturate, stili di vita da sultani. Oppure i grandi patrimoni finanziari, praticamente graziati dalla manovra Monti. Senza contare gli sprechi di enti inutili, tipo le Province, come facevano notare Stella e Rizzo sul<em> Corriere</em> di ieri. Non c’è davvero modo di chiedere di più a chi ha di più, per aiutare chi sta peggio?</div><div>Le mense della Caritas si riempiono di nuovi poveri, aumentano i suicidi legati al disagio economico. L’efficiente governo dei professori tutto questo lo vede? Avverte la paura delle persone, che si sentono sempre più fragili e non garantite dallo Stato? L’equità sociale non è una voce di bilancio, esiste anche un “conto economico” della civiltà: <strong>il nostro è sempre più in rosso</strong>. Lo Spread non è l’unico valore: questo dovrebbero saperlo perfino i tecnocratici che siedono sui banchi dell’esecutivo con il mandato della contabilità chirurgica.</div><div><em>Il Fatto Quotidiano, 29 aprile 2012</em></div> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/29/handicap-civilta/212826/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La donna secondo B.</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/22/la-donna-secondo-b/206310/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/22/la-donna-secondo-b/206310/#comments</comments> <pubDate>Sun, 22 Apr 2012 10:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Truzzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[burlesque]]></category> <category><![CDATA[donne]]></category> <category><![CDATA[Gheddafi]]></category> <category><![CDATA[prostituzione]]></category> <category><![CDATA[Ruby]]></category> <category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category> <category><![CDATA[travestimenti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/22/la-donna-secondo-b/206310/</guid> <description><![CDATA[Aiuto 42 ragazze, distrutte dalle accuse dei pm. Con questo processo la Procura ha rovinato loro la vita in quanto le ha diffamate per sempre. Hanno perso il fidanzato e forse non ne avranno più, e nessuno le fa lavorare”. “Ruby è una ragazza che mi ha fatto veramente tanta pena, ha raccontato una storia...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Aiuto 42 ragazze, distrutte dalle accuse dei pm. Con questo processo la Procura ha rovinato loro la vita in quanto le ha <strong>diffamate</strong> per sempre. Hanno perso il fidanzato e forse non ne avranno più, e nessuno le fa lavorare”.</p><p>“Ruby è una ragazza che mi ha fatto veramente tanta pena, ha raccontato una storia di vita drammatica dicendo di essere stata buttata fuori dalla famiglia perché si era convertita alla religione cattolica. Si era costruita un’esistenza fantasiosa, vergognandosi della realtà. Decidemmo di aiutarla per evitare che si prostituisse. Ma adesso non più, perché ha trovato una <strong>persona</strong> perbene che l’ha sposata”.</p><p>“Sì, le mie ospiti si sono travestite da poliziotti, da infermiere, da Babbo Natale ma facevano gare di burlesque, si <strong>allenavano</strong> tra loro. Le donne sono per loro natura esibizioniste. E se poi sono donne dello spettacolo, gli piace di montare degli spettacolini”. E gli abiti da suora? “Macché, erano vestiti che mi ha regalato Gheddafi. Un cadeau arrivato dalla Libia dopo che Berlusconi, come lui stesso ha raccontato, ha espresso apprezzamenti per i vestiti adocchiati “negli stand che riguardavano la <strong>produzione</strong> della moda libica”. Tuniche nere con pietre applicate “che tracciano i seni sul petto, senza croce, più adatte in un harem che in un convento”.</p><p>Milano, scene di ordinario squallore da un interno di Tribunale. L’idea di donna che viene fuori da questo<strong> patetico</strong> tentativo di difesa dell’imputato Silvio Berlusconi è ripugnante. Possiamo anche passare sopra all’esilarante e pietosa scusa delle “gare di burlesque”, anche se giustamente le artiste del burlesque si sono inferocite (Scarlett Martini ha precisato che quelli di Arcore “erano spettacolini infantili e volgari”). Tralasciamo anche i doni del dittatore libico. Ma la cosa incredibile è che nell’impresentabile vaniloquio, l’anziano imputato osa ricacciare le donne in una dimensione di assoluta dipendenza, di primitiva <strong>inferiorità</strong> che nemmeno negli Anni Cinquanta era così spudorata. Per cui le donne sono aiutate, “mantenute” finché non trovano una persona per bene disposta a sposarle. Ma dove vive quest’uomo, pieno solo di denaro e disprezzo per il prossimo? Qualcuno gli dica che votiamo, lavoriamo, che la maggior parte di noi <strong>provvede </strong>a se stessa e non ha bisogno dell’aiuto di nessun uomo. Che non è il matrimonio a darci cittadinanza nella società.</p><p>Le donne che gli stanno attorno non sono solo le sue sventurate “ospiti” (“aiutate” nonostante siano testimoni di un processo che lo vede imputato), ci sono anche le figlie, le deputate del suo partito, le ex ministre. Possibile che nessuna tra loro, oltre la ex moglie, abbia un sussulto d’orgoglio e si ribelli a questo schiaffo, <strong>indecente</strong> e reiterato? Le donne, prosegue il monologo offensivo-difensivo, sono “esibizioniste” per natura: ma questo signore si ascolta quando parla? Lui, diventato celebre per le calze sulle telecamere che nascondono le rughe, lui che ha fatto dell’immagine una religione si permette di dire, generalizzando, che le donne sono esibizioniste? Non è un problema politico, è una banale questione di dignità: Berlusconi deve smetterla di umiliarci.</p><p>Non sono la maggioranza quelle che vendono se stesse e i propri sogni. Speriamo che le tante (purtroppo) elettrici si <strong>ricordino</strong> degli insulti che – con il sorriso d’ordinanza e una galanteria finta come i soldi del Monopoli – il signore di Arcore ci riserva.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 22 Aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/22/la-donna-secondo-b/206310/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>5</slash:comments> </item> <item><title>Santanchè, altro che quote rosa</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/15/santanch-altro-che-quote-rosa/204577/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/15/santanch-altro-che-quote-rosa/204577/#comments</comments> <pubDate>Sun, 15 Apr 2012 08:25:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Truzzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[Daniela Santanchè]]></category> <category><![CDATA[donne]]></category> <category><![CDATA[genere]]></category> <category><![CDATA[minetti]]></category> <category><![CDATA[nilde iotti]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[Rosi Mauro]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/15/santanch-altro-che-quote-rosa/204577/</guid> <description><![CDATA[In preda a un’evidente crisi d’astinenza mediatica, Daniela Santanchè ha prodotto l’ennesimo sproloquio, questa volta dedicato all’esilarante equazione Iotti-Minetti. Trovare l’intruso è piuttosto semplice, non val nemmeno la pena perderci tempo. L’ex sottosegretario del governo Berlusconi ha esternato anche su Rosi Mauro, vicepresidente vicario del Senato della Repubblica. A cui il più eloquente complimento lo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>In preda a un’evidente<strong> crisi d’astinenza mediatica</strong>, Daniela Santanchè ha prodotto l’ennesimo sproloquio, questa volta dedicato all’esilarante equazione<strong> Iotti-Minetti</strong>. Trovare l’intruso è piuttosto semplice, non val nemmeno la pena perderci tempo.</p><p>L’ex sottosegretario del governo Berlusconi ha esternato anche su <strong>Rosi Mauro</strong>, vicepresidente vicario del Senato della Repubblica. A cui il più eloquente complimento lo fanno Napolitano, Fini e Schifani evitando trasferte contemporanee all’estero, per non lasciare la già malconcia Italia in balia della badante-sindacalista. Punzecchia la Santanchè, ospite della <strong>“Zanzara” di Radio 24</strong>: “Rosi Mauro svolgeva il ruolo di badante, un lavoro molto prezioso per la Lega e doveva limitarsi a quello, non doveva avere mire politiche. Non la difenderei mai solo perché è una donna. Non è una questione di genere. Non ho mai sentito Rosi Mauro fare battaglie politiche, introdursi nell&#8217;agenda politica del paese”.<br /> E aggiunge: “Visto che lei è una donna di partito e visto che Bossi ha chiesto un passo indietro dovrebbe dimettersi da vicepresidente del Senato. Ha preso il peggio degli uomini. Le donne quando credono di avere il potere vogliono diventare maschi, anche esteticamente, con l&#8217;arroganza, la maleducazione, nel modo di essere. Poi quando cadono in disgrazia se la prendono con i maschi e tornano donne”.</p><p>Quel che salta all’occhio da questo <strong>scampolo di misera polemica</strong> è il disarmante impoverimento della politica, che è soprattutto una questione di persone (maschi e femmine). Sempre più inadeguate, impreparate, ignoranti. E questo si evince anche dal fatto che nel momento più difficile del Paese, <strong>la politica si mette in ginocchio</strong>, fa una riverenza e di buon grado abdica in favore di un gruppo di professori, presunti salvatori della patria. Lo svuotamento si capisce anche dal livello delle protagoniste di questa insulsa querelle: una Santanchè contro una Rosi Mauro.</p><p>Precisato tutto questo, la Rasputin in gonnella del governo Berlusconi, ha ragione su un punto. La vicenda della <strong>Nera di Gemonio </strong>non è affatto una questione di genere, a prescindere dalla quantità di femminilità che Rosi può incarnare (nulla, ma chissenefrega). Un politico è un politico: se l’italiano fosse dotato di un terzo genere – il neutro, come il latino – bisognerebbe usare quello. Si parla molto di quote rosa e di scarsa rappresentanza delle donne nei centri del potere. Vero, comunque un po’ meno che in passato, tant’è che la trattativa sulla riforma del mercato del lavoro la stanno facendo tre donne: <strong>Fornero, Camusso e Marcegaglia</strong>. Sabina Ciuffini ha dichiarato a questo giornale che per sovvertire un potere quasi completamente maschile le donne devono stringere un patto di ferro: “Abbiamo bisogno di tutte, comprese le stronze e le zoccole”. Una provocazione forte su un tema complesso.</p><p>Perché non c’è dubbio che le donne sono ancora marginali, troppo spesso davvero solo badanti (e non solo ai piani alti dei Palazzi del potere, ma nella vita di tutti i giorni). La parità vera sarà raggiunta quando ciascuna sarà scelta e giudicata in base a ciò che sa fare e alle idee che riesce a esprimere: non per le gambe, come diceva la canzone, ma nemmeno in base a un insultante criterio di minoranza. Che continuerà a rendere le donne subalterne, bisognose di tutela come una specie protetta o un popolo in esilio. <strong>Non c’è nessun merito né demerito nell’essere donna</strong>. Altrimenti finiremmo a votare Rosi Mauro o Daniela Santanchè perché sono donne: prospettiva non delle più rassicuranti.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 15 Aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/15/santanch-altro-che-quote-rosa/204577/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Le furie verdi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/08/le-furie-verdi/203091/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/08/le-furie-verdi/203091/#comments</comments> <pubDate>Sun, 08 Apr 2012 12:02:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Truzzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Aurora Lussana]]></category> <category><![CDATA[donne]]></category> <category><![CDATA[Lega Nord]]></category> <category><![CDATA[militanti]]></category> <category><![CDATA[Rosi Mauro]]></category> <category><![CDATA[Scandalo]]></category> <category><![CDATA[Telepadania]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/08/le-furie-verdi/203091/</guid> <description><![CDATA[&#8220;Signora mi scusi, posso farle una domanda? Sono una giornalista&#8221;. Di fronte non c&#8217;è Audrey Hepburn e la risposta che arriva più o meno è: “Mi? Mi con ti non parlo. Siete la feccia, la feccia t&#8217;è capì”? Così ringhia un&#8217;erinni padana nel pomeriggio di un giorno da cani di via Bellerio. Ai “negher” e...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Signora mi scusi, posso farle una domanda? Sono una giornalista&#8221;. Di fronte non c&#8217;è Audrey Hepburn e la risposta che arriva più o meno è: “Mi? Mi con ti non parlo. Siete la feccia, la feccia t&#8217;è capì”? Così ringhia <strong>un&#8217;erinni padana</strong> nel pomeriggio di un giorno da cani di via Bellerio. Ai “negher” e ai “terun” si aggiunge un&#8217;altra infima razza, <strong>quella dei giornalisti</strong>.<br /> E l&#8217;insultato pensa: ma questi qui che odiano tutti e si sentono tanto migliori ce li hanno gli specchi a casa? Saranno pure sconvolti dal lutto e dal dolore per l&#8217;addio dell&#8217;Umberto da Gemonio, ma lo spettacolo che offrono è una <strong>piccola padania degli orrori</strong>: gente che sbraita, bestemmia, spinge. Del resto vanno in visibilio per i vaffanculo, il “foera di ball”, il celodurismo, il dito medio esibito come vessillo di forza.</p><p>Queste <strong>signore in verde </strong>non fanno che lanciare ingiurie assortite in lingue incomprensibili e masticare vistosamente gomme americane, mentre i maschi si aggiustano i pantaloni e gli attributi (sic). Hanno facce che sono caricature di rabbia, occhi macchiati di eye liner e cattiveria. Le donne, le donne che uno s&#8217;immagina più dolci, sono invece le più incazzate. Anzi <strong>inferocite</strong>: mentre gridano gli slogan d&#8217;ordinanza, fanno tintinnare improbabili gioielli di plastica verde e orecchini che pendono come lampadari. Sbavano per Bossi, lo venerano, piangono. E lo chiamano “il capo”, parola volgare e sinistra che fa pensare più alla malavita che alla politica.</p><p>Le Furie verdi radunate in <strong>via Bellerio</strong> sembrano fotocopie di Rosi Mauro, la pasionaria nera con un debole per i ragazzotti canterini e lo shopping universitario (a proposito: in questi giorni non si fa che parlare di lauree e diplomi comprati come fossero una maglietta. Ma da quando?). <strong>Lady Mauro è una tipa versatile</strong>: senatrice, sindacalista e badante a tempo perso, la vedi sbracciarsi dai comizi con le vene che escono dal collo. Come la compagna Gisella di “Don Camillo”, a cui il marito – esasperato dai soprusi coniugali – mette un sacco in testa e, nascosto dietro una siepe, dipinge le natiche di vernice rossa.<br /> Non dev&#8217;essere facile per una signora muoversi nel<strong> magico mondo del Carroccio</strong>, tutto doppi sensi e metafore falliche: nel saggio “L&#8217;idiota in politica” la ricercatrice francese Lynda Dematteo racconta di quando il leghista Belotti, da lei intervistato, le chiese in prestito una “tetta per leccare il suo gelato”.</p><p>Per fortuna qualche spiraglio di luce c&#8217;è e arriva<strong> dal tubo catodico</strong>. Venerdì sera a <em><a href="http://www.la7.tv/richplayer/index.html?assetid=50259503" target="_blank">Otto e mezzo</a> </em>Lilli Gruber ha invitato assieme alla nostra Antonella Mascali, il direttore di Tele Padania <strong>Aurora Lussana </strong>che senza urlare e minacciare nessuno ha spiegato l&#8217;imbarazzo in cui si trova il suo partito a causa dell&#8217;inchiesta che sta portando alla luce inaccettabili pratiche familistiche. Sottolineando che prima dei magistrati, gli eventuali responsabili di distrazioni e ruberie si devono preoccupare dei tanti militanti giustamente indignati.<br /> Una ragazza normale, sveglia che dice con calma cose sensate: chissà che <strong>il Sole delle Alpi non illumini il partito delle Aurore</strong>, lasciando in ombra le mogli fattucchiere, le sguaiate agit prop e le badanti nere.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 8 Aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/08/le-furie-verdi/203091/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Donne afghane, diritti lontani</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/02/donne-afghane-diritti-lontani/201581/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/02/donne-afghane-diritti-lontani/201581/#comments</comments> <pubDate>Mon, 02 Apr 2012 09:28:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Truzzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Afghanistan]]></category> <category><![CDATA[condizione delle donne]]></category> <category><![CDATA[Fariha Khorsand]]></category> <category><![CDATA[sharia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/01/donne-afghane-diritti-lontani/201581/</guid> <description><![CDATA[Sulla copertina del “Time”, agosto 2010, c’è Aisha. Tracce di paura negli occhi neri e capelli, meravigliosi, ugualmente corvini. Ha 18 anni, è afghana: mostra con dignità il volto sfigurato senza naso. La chioma copre le orecchie, che non ci sono più. Questo regalino glielo ha fatto il marito, talebano, come contromisura per aver tentato...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Sulla copertina del “Time”, agosto 2010, c’è <strong>Aisha</strong>. Tracce di paura negli occhi neri e capelli, meravigliosi, ugualmente corvini. Ha 18 anni, è afghana: mostra con dignità il volto sfigurato senza naso. La chioma copre le orecchie, che non ci sono più. Questo regalino glielo ha fatto il marito, talebano, come contromisura per aver tentato di sfuggire alle sue violenze. Conosciamo questa storia perché Aisha ha convinto il padre a portarla alla base statunitense, dove ha ricevuto le prime cure. <strong>Gul Guncha</strong> ha ucciso il marito che aveva violentato la figlia di sette anni, ne aveva venduta un&#8217;altra di due anni e mezzo e voleva disfarsi di una terza. È in prigione, aspettando la grazia per una sentenza che ne stabilisce la morte. Non si è mai pentita. <strong>Nilofar</strong> ha chiesto aiuto alla giustizia: ha mostrato le ferite inflittele dal marito con un cacciavite. Il procuratore, visto che non erano “mortali”, ha disposto l’arresto per adulterio (aveva detto di aver invitato un uomo a casa). <strong>Sabereh</strong>, 18 anni, è stata accusata dal padre di aver avuto rapporti sessuali. Lei ha negato, è in carcere dove è stata visitata ed è risultata vergine.</p><p>Qualche giorno fa l&#8217;associazione <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.hrw.org/" target="_blank">Human Rights Watch</a></span> ha riportato l’attenzione sul dramma delle donne afghane, spiegando che oltre 400 di loro sono oggi detenute per crimini contro la morale. <strong>Quali sono questi reati? </strong>Fuggire di casa quando vengono picchiate o stuprate dal marito, avere rapporti sessuali fuori dal matrimonio o essere accusate di adulterio. Cos’è l’adulterio? Il rapporto sessuale tra persone non sposate. Pena: dai 5 ai 15 anni di carcere. Dal 2009 esiste una legge che punisce la violenza sulle donne. <strong>Come si vede è lettera pressoché morta</strong>. Il presidente afghano <strong>Karzai </strong>ha graziato molte donne – erano 565, secondo l’Onu, nel 2010 – imprigionate per crimini contro la moralità. Però ha recentemente sottoscritto un editto del Consiglio degli Ulema (i dotti islamici, la più importante autorità religiosa del Paese) di questo tenore: le donne non dovrebbero “mischiarsi a uomini estranei in attività di carattere sociale come l’istruzione, nei mercati, negli uffici e in altri aspetti della vita”. Poi sancisce che “molestare e picchiare le donne” è vietato “a meno che non avvenga per un motivo legato alla sharia”. Sulla cui “interpretazione” ci sono molti margini.</p><p>Sul blog “la 27 esima ora” del Corriere. it si legge la lettera di <strong>Fariha Khorsand</strong>, una giovane giornalista di Herat, dove si spiega che la comunità internazionale s’interroga sul futuro delle donne in Afghanistan più che per qualsiasi altro paese al mondo. Questo accade perché gli osservatori stranieri sono “sconvolti da quanto hanno visto riguardo la condizione delle donne, che vivono tagliate fuori da ogni contatto con il mondo esterno”. Fariha racconta anche una storia di rinascita. La lotta delle afghane per l’emancipazione sta dando buoni frutti, grazie a una <strong>consapevolezza crescente</strong>: oggi oltre 4 milioni di ragazze frequentano le scuole e gli istituti di istruzione superiore. Nel pubblico impiego, il 17 per cento è donna, il 25 per cento dei seggi in Parlamento è occupato da donne. Eppure non basta, l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale <strong>deve restare alta</strong>. Più di duemila donne l’anno si suicidano in Afghanistan (stime del 2010). Scrive Michele Taruffo nell’introduzione a “La giustizia e le ingiustizie” di Federico Stella: “il male, una volta inferto, non ha soluzione”. Le risposte sono fallaci, la vendetta “reagendo al male con il male, non fa che aumentare il male complessivo”. Di fronte a questa sofferenza – collettiva, ingiusta e ingiustificabile – non si può che provare il dolore della rabbia.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/02/donne-afghane-diritti-lontani/201581/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Il manifesto dei prof per una nuova politica Ginsborg: &#8220;Basta clientele e favori&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/29/manifesto-ginsborg-nuovo-soggetto-affianchi-partiti-basta-clientele-favori-riprendiamoci/201011/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/29/manifesto-ginsborg-nuovo-soggetto-affianchi-partiti-basta-clientele-favori-riprendiamoci/201011/#comments</comments> <pubDate>Thu, 29 Mar 2012 14:54:10 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Truzzi</dc:creator> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[clientele]]></category> <category><![CDATA[democrazia]]></category> <category><![CDATA[finanziamenti]]></category> <category><![CDATA[Ginsborg]]></category> <category><![CDATA[mandati]]></category> <category><![CDATA[manifesto]]></category> <category><![CDATA[movimenti]]></category> <category><![CDATA[palazzo]]></category> <category><![CDATA[parlamentari]]></category> <category><![CDATA[trasparenza]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=201011</guid> <description><![CDATA[La politica dovrebbe essere come l&#8217;acqua, un bene comune. Oggi è il tesoretto privato di un&#8217;enclave: e infatti il gradimento dei partiti è precipitato. Una situazione di scollamento tra rappresentanti e rappresentati che deve cambiare: Alberto Lucarelli, assessore della giunta De Magistris, assieme a una manciata di intellettuali ha scritto un manifesto “Per un soggetto...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/ginsborg-interna.jpg?47e3a5"><img class="alignnone size-full wp-image-201015" title="ginsborg interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/ginsborg-interna.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>La politica dovrebbe essere come l&#8217;acqua, un bene comune. Oggi è il tesoretto privato di un&#8217;enclave: e infatti il gradimento dei partiti è precipitato. Una situazione di scollamento tra rappresentanti e rappresentati che deve cambiare: <strong>Alberto Lucarelli</strong>, assessore della giunta <strong>De Magistris</strong>, assieme a una manciata di intellettuali ha scritto un manifesto “<a href="http://www.soggettopoliticonuovo.it/" target="_blank">Per un soggetto politico nuovo</a>” (<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/29/manifesto-soggetto-politico-nuovo-unaltra-politica-nelle-forme-nelle-passioni/201020/" target="_blank">qui il testo integrale</a>). Tra gli estensori c&#8217;è <strong>Paul Ginsborg</strong>, storico e docente all&#8217;Università di Firenze.<br /> <strong>Professore, si butta in politica?<br /> </strong>Non proprio. Ma va fatto, e subito, qualcosa per rompere con la forma novecentesca del partito. Bisogna aprire il potere a soggetti nuovi. Il Palazzo non è la politica.<br /> <span style="font-weight: bold;">Risponda all&#8217;accusa più facile: sobillate l&#8217;anti-politica?<br /> </span>Ma questa è , squisitamente, politica. È il palazzo a non rappresentare più nessuno.<br /> <strong>Come hanno potuto i partiti arrivare al gradimento del 4 per cento?<br /> </strong>L&#8217;idea dell&#8217;amico-nemico è stata molto nociva. O con me o contro di me non funziona, perché così la politica si riduce a competizione tra gruppi.<br /> <strong>È la morte della democrazia rappresentativa?<br /> </strong>No, fino ad oggi è l&#8217;unico sistema che garantisce il voto segreto a tutti gli adulti di una nazione. Ma non basta, è assolutamente necessario affiancare delle strutture di democrazia partecipativa.<br /> <strong>Finite le ideologie, sono finite anche le idee: la gente non si riconosce più nei partiti. D&#8217;accordo?<br /> </strong>Sì. Del Pci, per esempio, si può dire tutto, non che al suo interno mancasse una vita intellettuale. E questo è andato completamente perduto. I partiti si sono smarriti, inseguendo i favori, le clientele, le parentele.<br /> <strong>La corruzione dilagante fa crescere la sfiducia nei partiti?<br /> </strong>Lo scandalo della Margherita fa un grande effetto sulla gente. Soprattutto in un momento di estrema difficoltà economica. Le persone si sentono defraudate, altro che rappresentate. Ed è gravissimo. Il livello di fiducia nei partiti è molto basso in tutta Europa: in nessun luogo però è così drammatico come in Italia.<br /> <strong>Voi dite: troppo potere concentrato a Roma.<br /> </strong>Il nostro documento nasce a Napoli e ha visto la partecipazione di un gruppo a Firenze e uno a Torino. Non volevamo escludere i romani: ma è necessario affermare che il potere deve circolare e connettere i territori con la democrazia. Il movimento in Val di Susa ha provato a fare questo.<br /> <strong>Perché questa vostra proposta dovrebbe essere diversa dai girotondi, dai tanti movimenti che non hanno avuto la forza di incidere sulla politica?<br /> </strong>Sono state tutte importanti iniziative, ma alla fine delegavano l’azione politica ai partiti. Abbiamo supplicato i partiti di cambiare, di autoriformarsi. Più di una volta mi sono trovato con <strong>D&#8217;Alema</strong>, per esempio, a un dibattito pubblico e gli ho mosso queste critiche&#8230;<br /> <strong>E lui?<br /> </strong>Annuiva, ma non era d’accordo.<br /> <strong>Hanno cambiato nome un’infinità di volte.<br /> </strong>Ma cambiare nome non vuol dire cambiare le dinamiche interne al partito.<br /> <strong>I politici sono o sembrano inconsapevoli? L&#8217;impressione è che il popolo che rappresentano li disprezzi.<br /> </strong>Quando vanno a<em> Otto e mezzo</em> sono imperturbabili. Ma se tu parli con loro in privato sono angosciati. Non tutti, ma tanti. Quelli più lungimiranti sanno che se andiamo avanti così, vincerà la destra populista. La storia insegna che dalle grandi depressioni economiche non si esce a sinistra. Ma a destra o con la guerra. Non c&#8217;è più tempo.<br /> <strong>C&#8217;è un problema di persone, di mancato ricambio all&#8217;interno dei partiti?<br /> </strong>Non ho nessun dubbio sul fatto che ci sia un problema di persone. Ma è anche un fattore generazionale. Abbiamo bisogno di una nuova generazione di ‘contestatori civili’.<br /> <strong>Il governo tecnico ha dato il colpo di grazia alla politica nella percezione dei cittadini?<br /> </strong>Non credo. Sono molto grato a Monti e agli altri ministri perché sono arrivati dopo i terribili anni di Berlusconi. Però non condivido il loro programma: non è sensato in termini di equità sociale. Le disuguaglianze non sono mai state così grandi nella storia della Repubblica. Nella primavera del 2013 andremo a votare: mi auguro che dentro quella competizione ci sia una forza radicalmente nuova.<br /> <strong>Il vostro documento è molto bello. E altrettanto utopico.<br /> </strong>Lo vuol essere. Perché bisogna farsi una domanda: dove ci ha portato il realismo?<br /> <strong>Cosa proponete?<br /> </strong>Una discussione più diffusa possibile sul territorio partendo da questo manifesto. Dove non compare né la parola destra né la parola sinistra. Nasce da un gruppo di sinistra, ma le idee che esponiamo non hanno etichetta, sono un bene comune. Noi speriamo che possa nascere una struttura che abbia come base queste idee: sarebbe positiva la presenza alle amministrative di liste di cittadinanza politica che prendano a riferimento e contribuiscano a costruire questo progetto nazionale.<br /> <strong>Quali sono le regole base?<br /> </strong>Un limite di mandato: al massimo due legislature per i parlamentari. E poi: trasparenza non segretezza sui finanziamenti. Basta clientele. Ancora: semplicità non burocrazia, potere distribuito non accentrato, rotazione degli incarichi direttivi. Si può fare politica come contributo civile per qualche anno e poi tornare ad altro: la politica non è un vitalizio e i partiti non sono enti previdenziali.</p><p>Da <em>Il Fatto Quotidiano</em> del 29 marzo 2012</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/29/manifesto-ginsborg-nuovo-soggetto-affianchi-partiti-basta-clientele-favori-riprendiamoci/201011/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Tabucchi, l&#8217;addio  degli elefanti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/27/mi-piace-di-pi-laddio-degli-elefanti/200287/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/27/mi-piace-di-pi-laddio-degli-elefanti/200287/#comments</comments> <pubDate>Tue, 27 Mar 2012 12:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Truzzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Antonio Tabucchi]]></category> <category><![CDATA[Fernando Pessoa]]></category> <category><![CDATA[Giorgio Napolitano]]></category> <category><![CDATA[Maria José de Lancastre]]></category> <category><![CDATA[sostiene pereira]]></category> <category><![CDATA[Tristano muore]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/27/mi-piace-di-pi-laddio-degli-elefanti/200287/</guid> <description><![CDATA[&#8220;Fra tutti i riti funebri che le creature di questo mondo hanno escogitato, ho sempre ammirato quella degli elefanti. Hanno una strana maniera di morire. Quando un elefante sente che è arrivata la sua ora, si allontana dal branco. Ma non va da solo. Sceglie un compagno che vada con lui. E partono&#8221;. È la...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Fra tutti i riti funebri che le creature di questo mondo hanno escogitato, ho sempre ammirato quella degli <strong>elefanti</strong>. Hanno una strana maniera di morire. Quando un elefante sente che è arrivata la sua ora, si allontana dal branco. Ma non va da solo. Sceglie un compagno che vada con lui. E partono&#8221;. È la pagina di un libro, amaro e vivo: Tristano muore (Feltrinelli), dove il nome del protagonista non è un omaggio al mito, ma al Tristano delle Operette leopardiane e al loro autore <strong>dolente</strong>.</p><p>&#8220;Buongiorno signora morte, sono arrivato&#8221;: Antonio Tabucchi è partito di domenica, con il passo dell’elefante incerto. Pochissimi, anche tra gli amici, sapevano del suo male: &#8220;La morte è un fatto privato, molto privato, e non ci può entrare nessuno oltre a chi sta morendo&#8221;. La morte è una geografia <strong>personale</strong>. In un incontro a Mantova nel 2005, al Festival della letteratura, disse: il corpo resta sempre, fino all’ultimo quando è consunto. E anche il desiderio rimane: &#8220;È l’ultimo che se ne va&#8221;. Lui era un animale desiderante e appassionato, pieno di gioie e relative ombre. I sogni, i viaggi (tantissimi), le persone di cui ricordava tutto perché aveva il sentimento dell’altro. Se una volta gli avevi detto che tua madre stava poco bene, a distanza di mesi, non si dimenticava di chiedere &#8220;come sta la mamma&#8221;? Burbero e tenero. Poi, sopra tutto, c’erano i libri di cui parlava con una meraviglia mai sopita e cui aveva dedicato<strong> la vita</strong>.</p><p>Come professore – insegnava Lingua e letteratura portoghese – e come traduttore: con la moglie Maria José de Lancastre portò in Italia Fernando Pessoa, quando era ancora sconosciuto alle nostre latitudini. Lo incontrò, scrive Ernesto Ferrero su La Stampa, in<strong> stazione</strong>. Partendo da la Gare de Lyon, aveva trovato un libro. E dove poteva accadere, se non nell’adorata Parigi, questo amoroso convegno? Tutto il resto di Pessoa l’aveva imparato da Luciana Stegagno Picchio, sua maestra di letteratura portoghese. E poi arrivò la scrittura: Piazza d&#8217;Italia, il primo lavoro, uscì nel 1975 da Bompiani. Nel &#8217;78 pubblicò Il piccolo naviglio e nell’ 85 il primo romanzo di successo, Notturno indiano (per cui riceverà in Francia il Prix Médicis). La fama arrivò nel 1994, con Sostiene Pereira, storia di una &#8220;educazione sentimentale&#8221; alla libertà.</p><p>Il giornalista che osò sfidare il regime salazarista divenne un simbolo mondiale della lotta ai regimi, la prova che qualunque uomo, anche un mite cronista, può ribellarsi alle ingiustizie. Quell’anno, in Italia, sarebbe rimasto famoso per la &#8220;discesa in campo&#8221; di Berlusconi. Tabucchi capì al volo cosa avrebbe significato per il nostro povero Paese che è sempre stato anche il suo, nonostante la lontananza. Si è scritto molto in questi due tristi giorni delle sue &#8220;altre&#8221; patrie – il Portogallo e la Francia – meno del suo visceralissimo legame con l’Italia. Nel 2009 uscì Il tempo invecchia in fretta, un titolo che è quasi un presagio: il neonato Fatto Quotidiano pubblicò uno dei<strong> racconti,</strong> &#8220;Fra generali&#8221; sul primo numero in edicola. Ci sarebbe stato molte altre volte su quella prima pagina: non conosceva la<strong> rassegnazione</strong>. E non aveva ansie di protagonismo. Rifiutava moltissimi inviti e sollecitazioni, ma odiava l’idea di sottrarsi a quello che considerava un dovere, portare la sua testimonianza d’intellettuale (parola che, ha scritto Marco Travaglio, non gli sarebbe piaciuta).</p><p>Non voleva girare la testa: il rimpianto di aver taciuto, mai. I nostri signori della politica non smettevano di stupirlo. Spesso telefonava, incredulo e amareggiato, in redazione: &#8220;Ma veramente Napolitano firmerà il decreto salva liste?&#8221;. Voleva sapere tutto e di solito in capo a due giorni arrivava una email: &#8220;Posso mandarvi un pezzo?&#8221;. Qualche volta era arrabbiato: detestava la Lega per le politiche razziste, l’Unione europea per quella che lui chiamava una &#8220;mancata e colpevole vigilanza&#8221;. Su Le Figarò aveva scritto: &#8220;Un uomo non bianco (ne basta uno) avrà forse un giorno un coltello per difendere il proprio corpo e la propria <strong>dignità</strong>. E lo utilizzerà. E capiterà come a Soweto. Non è ciò che mi auguro. È al contrario ciò che mi preoccupa, che mi allarma, che mi fa paura, e che mi abbatte&#8221;. L’intervento è datato 30 dicembre 2009: quasi un vaticinio di quello che sarebbe accaduto, una settimana dopo, a Rosarno. Antonio Tabucchi era, caparbiamente, tutto questo e moltissimo altro.</p><p>&#8220;Le persone non muoiono, restano solo incantate&#8221; si legge nel necrologio di un’amica su Repubblica. Sono parole del professore. Vogliamo credergli: questo incanto lo tiene vicino a noi che, per caso e per fortuna, l’abbiamo conosciuto. E a tutti quelli che hanno avuto il privilegio di incrociare le sue parole.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 27 Marzo 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/27/mi-piace-di-pi-laddio-degli-elefanti/200287/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Ma come parlano i giornali?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/18/come-parlano-giornali/198480/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/18/come-parlano-giornali/198480/#comments</comments> <pubDate>Sun, 18 Mar 2012 12:26:24 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Truzzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[giornalismo]]></category> <category><![CDATA[informazione]]></category> <category><![CDATA[linguaggio]]></category> <category><![CDATA[Michele Serra]]></category> <category><![CDATA[parole]]></category> <category><![CDATA[sensazionalismo]]></category> <category><![CDATA[stampa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=198480</guid> <description><![CDATA[Essere pronti a cambiare idea è una condizione necessaria per non rincretinirsi. La retorica che inneggia ai “ggiovani” – di cui a nessuno frega nulla, basta vedere in che condizioni sono la scuola e le politiche di accesso al lavoro – e li agita come vessillo del futuro è una foglia di fico. Giovane è...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div>Essere pronti a cambiare idea è una condizione necessaria per non rincretinirsi. La retorica che inneggia ai “ggiovani” – di cui <strong>a nessuno frega nulla</strong>, basta vedere in che condizioni sono la scuola e le politiche di accesso al lavoro – e li agita come vessillo del futuro è una foglia di fico.</p><p>Giovane è bello, poi, non è un granché come equazione: i “ggiovani” oggi parlano più lingue della generazione passata, ma non è affatto scontato che abbiano da dire molte più cose dei loro genitori. Eppure, prima che un&#8217;Amaca di Michele Serra innescasse una <a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/03/17/news/serra_twitter-31698872/?ref=HREC1-10" target="_blank">polemica</a> a proposito dell&#8217;uso delle parole sui media (Twitter e giornali), una studentessa di una scuola di Melegnano, dove si svolgeva un incontro con i giornalisti del<em> Fatto</em>, ha posto una <strong>domanda semplice e chiarissima</strong>: <strong>“Perché i giornali usano così male le parole?”</strong>. Alice motivava la sua domanda adducendo che la<strong> semplificazione degli slogan</strong> tipo “macchina del fango” non aiuta a capire. Usare un lessico povero e comunicare solo con sms, cmq, tvb, xé impedisce una lettura attenta della realtà. Notizia benvenuta.</p><p>È vero: <strong>maltrattiamo le parole</strong>. Scrive Serra: “Che dire di un giornalismo per il quale ogni dissidio diventa ‘rissa’, ogni inciampo diventa ‘rottura’, e per speziare il suo minestrone quotidiano abusa di ‘proposte shock’, ‘dichiarazioni shock’, ’notizie shock’, come se l’opinione pubblica fosse sordastra e solo l’urlaccio nelle orecchie potesse attirare la sua attenzione?”. Risposta: è più facile, più veloce, meno impegnativo. <strong>Lo slogan arriva dritto dritto</strong>, il ragionamento costa più fatica a chi lo elabora e a chi lo utilizza. Lo capiscono tutti: l’uditorio si fa più ampio, con lui il consenso. Ma è tutt&#8217;altro che innocuo: convince Gustavo Zagrebelsky quando dice che la frase “mettere le mani nelle tasche degli italiani” sottintende l&#8217;idea che lo Stato sia un borseggiatore. È un messaggio implicito.<br /> E poi: stigmatizziamo il dito medio di Bossi, come una riduzione al minimo – addirittura al gesto – della <strong>comunicazione politica</strong>. Non siamo molto diversi da lui quando sui quotidiani usiamo l&#8217;espressione “scontro tra politica e magistratura” se davanti a indagini su questo o quell&#8217;onorevole, viene negata un&#8217;autorizzazione a procedere. I magistrati cercano di fare il loro mestiere (anzi dovere, l’azione penale è ancora obbligatoria), la classe politica si arrocca sui propri privilegi. Non è uno scontro: se lo definiamo così mettiamo sullo stesso piano chi cerca di perseguire un crimine e chi cerca di sottrarsi all&#8217;accertamento di un fatto. Poi c&#8217;è la sciatteria: “Auto impazzita” prevede un senno della macchina che naturalmente non esiste.</p><p>Si potrebbe andare avanti a oltranza: tragedia della follia, dramma della disperazione, vite spezzate. Il sole sempre cocente, la pioggia battente, gli appelli accorati. “Sono i media grossolani a costruire un pubblico superficiale”, conclude Serra. Però, ne è consapevole anche lui, nessuno è esente da colpe. Non si tratta di alzare il ditino contro qualcuno, né di un’erroneamente immaginata puzza sotto il naso. Potremmo – anche solo nell&#8217;esclusivo interesse della nostra sopravvivenza – riflettere sul <strong>mestiere dei giornali</strong>, messi insieme con sempre maggiore fretta, da persone spesso non adeguatamente formate e dimentiche dell&#8217;importanza della funzione. E andare oltre la lusinga del parlare (e far parlare) di sé, come individui e come categoria. L&#8217;obiezione di Alice ricorda una<strong> verità pressoché ignorata</strong>: facciamo i giornali per chi li compra e legge. Non il nostro pubblico, ma gli utenti di un servizio che si chiama informazione.</p></div> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/18/come-parlano-giornali/198480/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;esperta di mediazione: &#8220;La lezione francese? Il dibattito pubblico&#8221;. Ma per la Tav è tardi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/17/lesperta-partecipazione-lezione-della-francia-dibattito-pubblico/198182/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/17/lesperta-partecipazione-lezione-della-francia-dibattito-pubblico/198182/#comments</comments> <pubDate>Sat, 17 Mar 2012 19:05:01 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Truzzi</dc:creator> <category><![CDATA[Cronaca]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=198182</guid> <description><![CDATA[Non è difficile da capire: subire una decisione è molto peggio che parteciparvi. E poi: ascoltare punti di vista altri è meglio che procedere con il paraocchi su una strada già tracciata. Il governo ha annunciato di voler rendere obbligatorio un confronto pubblico sulle grandi opere, come accade in Francia. È tardi per il Tav,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/iolanda-romano-interna.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-198183" title="iolanda romano interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/iolanda-romano-interna.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>Non è difficile da capire: subire una decisione è molto peggio che parteciparvi. E poi: ascoltare punti di vista altri è meglio che procedere con il paraocchi su una strada già tracciata. Il governo ha annunciato di voler rendere obbligatorio un confronto pubblico sulle grandi opere, come accade in Francia. È tardi per il Tav, ma in futuro sarà sicuramente utile: se realizzato bene il modello d&#8217;Oltralpe diminuisce molto il rischio di infrastrutture (e spese) inutili, minimizzando i danni per le popolazioni interessate. Lo spiega chiaramente <strong>Iolanda Romano</strong>, architetto, presidente di <a href="http://www.avventuraurbana.it/chisiamo/" target="_blank">Avventura Urbana</a> ed esperta in metodi di interazione guidata e tecniche di mediazione e confronto creativo.</p><p><strong>Dopo il vertice sul Tav, il ministro Passera ha detto di voler adottare il confronto anticipato sulle grandi opere anche in Italia. In cosa consiste?</strong></p><p>Il <em>débat public</em> sulle grandi opere è stato istituito nel 1995. Si tratta di una discussione aperta a tutti, ma gestita da una commissione che è terza rispetto agli interessi in gioco, diversamente dal caso dell&#8217;osservatorio sul Tav istituito dal governo, che è il committente dell’opera. Nel modello francese, il proponente dell’opera – tecnicamente si chiama <em>maître d’ouvrage</em> – sottopone il progetto alla commissione per il dibattito pubblico sulle opere di interesse nazionale, che è obbligatoria per quelle superiori ai 300 milioni di euro. È la commissione nazionale del <em>débat public</em> che decide se dare avvio o no al confronto. Ma nel momento in cui lo decide, il confronto diventa obbligatorio e, sottolineo, aperto a tutti. Nel débat public, e questo è importantissimo, non si discute solo del come, ma anche del se, dell’opportunità dell’opera. E deve svolgersi in una fase anticipata rispetto al progetto definitivo.</p><p><strong>Servono modifiche per applicare questo protocollo in Italia?</strong></p><p>Sì: mentre in Francia è tutto più centralizzato, qui le competenze sono talvolta d&#8217;interesse regionale. Quando il ministro Passera si è insediato ha scritto una lettera al commissario straordinario del Tav, <strong>Mario Virano</strong>, perché si potesse utilizzare l’esperienza dell&#8217;osservatorio per migliorare il modello. Questa richiesta ha messo in moto una riflessione all’interno dell&#8217;osservatorio. Quali sono le cose buone e quali da buttare? In questa riflessione sono stata coinvolta come esperta di mediazione dei conflitti, assieme ad altri. Abbiamo messo a confronto il modello francese del<em> débat public </em>con quello americano e ora stiamo individuando delle proposte.</p><p><strong>Negli Stati Uniti come funziona?</strong></p><p>È completamente diverso. Il metodo più diffuso si chiama Public consensus building e il confronto non è aperto a tutti ma ai portatori d’interessi, coloro che sono in grado di rappresentare i principali punti di vista sul tema. Anche lì c’è un mediatore indipendente, ma il suo obiettivo è raggiungere un risultato. Il <em>débat public</em> invece non deve per forza raccomandare una soluzione. È possibile, ed è successo, che si arrivi alla conclusione di non procedere con il progetto.</p><p><strong>Quali sono i tempi del <em>débat public</em>?</strong></p><p>Quattro mesi, prorogabili a sei. Al termine la commissione indipendente redige una relazione e la consegna al proponente, che entro tre mesi deve esprimere pubblicamente la sua decisione in merito al proseguimento o meno dell’opera. E deve spiegarla. Non è obbligato a tenerne conto, ma è obbligato a motivare la decisione.</p><p><strong>Risultato?</strong></p><p>Il fatto di ascoltare tutti ha di fatto cambiato il modo con cui i <em>maître d’ouvrage</em> progettano le opere. Ci sono stati 65 dibattiti tra il 1997 e il 2011: meno di un terzo dei progetti è proseguito tal quale come era iniziato. Negli altri casi o sono state seguite le indicazioni uscite dal confronto o il progetto è stato modificato o è addirittura stato abbandonato.</p><p><strong>È un pressing politico?</strong></p><p>Sì, la commissione – dicono i francesi – è una magistrature d’influence. Aprire la discussione e obbligare il maître d’ouvrage ad argomentare, a spiegare, a migliorare, ha di per sé un effetto positivo.</p><p><strong>In Italia le procedure prevedono che la Valutazione d&#8217;impatto ambientale sia eseguita sul progetto definitivo. Non sarebbe meglio farla prima?</strong></p><p>Ha poco senso procedere quando le decisioni sono già a uno stato avanzato, sono stati spesi molti soldi e si sono radicati dei convincimenti. Virano, ospite di <strong>Lucia Annunziata</strong>, ha affermato che uno dei vulnus fondamentali del caso Tav è il fatto che il confronto è avvenuto a valle del progetto, quando era già inserito in legge obiettivo e aveva preso una corsia di accelerazione.</p><p><strong>Perché non è stato fatto un débat public sulla parte francese della Torino-Lione?</strong></p><p>Quando il débat public è diventato legge il progetto era già a uno stadio avanzato.</p><p><strong>Ma è stato fatto sulla Marsiglia-Nizza.</strong></p><p>In quel caso il progetto iniziale di Alta velocità è stato completamente trasformato in un potenziamento della linea attuale,</p><p><strong>E in Italia?</strong></p><p>Molti ignorano che è stato fatto il primo débat public su una grande opera, la nuova autostrada che affiancherà la Genova-Ventimiglia. Autostrade ha presentato un progetto preliminare. Il sindaco <strong>Marta Vincenzi</strong>, visto che l’opera era molto controversa, ha proposto un dibattito pubblico, su quattro alternative di tracciato. Dopo tre mesi è stata stesa la relazione finale. Alla fine Autostrade si è pronunciata a favore del tracciato suggerito dal dibattito pubblico. Attenzione: non è uno dei quattro, ma un ulteriore quinto. Che riduce in modo sostanzioso l’impatto negativo dell’opera sulla popolazione residente, portando da mille a 200 le famiglie coinvolte.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/17/lesperta-partecipazione-lezione-della-francia-dibattito-pubblico/198182/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Precarietà, così non può continuare</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/12/precarieta-cosi-continuare/196750/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/12/precarieta-cosi-continuare/196750/#comments</comments> <pubDate>Mon, 12 Mar 2012 14:18:38 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Truzzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[disoccupazione]]></category> <category><![CDATA[lavoro]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[precarietà]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=196750</guid> <description><![CDATA[Abbiamo letto la lettera di Marcella in riunione di redazione. Abbiamo deciso di pubblicarla, non solo perché è bella e drammatica, ma anche perché la sua storia assomiglia a tante. Tutti noi che ascoltavamo abbiamo un amico, una sorella, un cugino che si affanna nella ricerca di un lavoro. E affronta lunghe giornate di “no,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Abbiamo letto <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/12/lettera-marcella-laureata-senza-lavoro-senza-speranza/196725/" target="_blank">la lettera di Marcella</a></span> in riunione di redazione. Abbiamo deciso di pubblicarla, non solo perché è bella e drammatica, ma anche perché la sua storia assomiglia a tante. Tutti noi che ascoltavamo abbiamo un amico, una sorella, un cugino che si affanna nella ricerca di un lavoro. E affronta lunghe giornate di “no, grazie”, “le faremo sapere” e porte che si chiudono dietro le speranze. Il giorno dopo, ogni giorno dopo, è sempre più difficile ricominciare la ricerca di un lavoro come se quello fosse il lavoro. <strong>E i giorni si fanno mesi</strong>. Chi è precario aspetta la fine del contratto come un incubo da cui è difficile svegliarsi.</p><p>C’è un’aggravante: Marcella come tanti suoi coetanei ha investito sul suo futuro. <strong>Ha una laurea</strong>, tra l’altro molto specialistica: tanti esami e laboratori, tante spese e tanti anni trascorsi nell’illusione che non fosse tempo buttato, ma la costruzione di un futuro. Come chimico farmaceutico non trova lavoro, come insegnante nemmeno. E neppure come commessa, perché è troppo qualificata. Un paradosso, direbbero gli analisti: ma è un controsenso che imprigiona l’esistenza. “Non posso nemmeno comprare un frigorifero a rate; non me lo fanno il finanziamento, non ho un contratto a tempo indeterminato, figuriamoci un mutuo o un prestito”. Un frigorifero è la misura di una vita che non si può immaginare nemmeno a rate. <strong>Maurizio Landini</strong> l’ha spiegato molto semplicemente a “<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.serviziopubblico.it/" target="_blank">Servizio pubblico</a></span>”: in Italia chi lavora è povero.</p><p>Dice Marcella: “Mi inquieta vedere che le persone che stanno decidendo della mia vita, nonostante abbiano sulle spalle il peso della devastazione di almeno una generazione, continuano imperterrite a fare tutto quello che ci ha portato qui, dimenticandosi il principio dei vasi comunicanti, se io affogo l’acqua prima o poi arriva anche da te”. È sacrosanto. Ci chiede che cosa fare oltre la demagogia, <strong>oltre il miraggio di una vita altrove</strong>, all’estero, già provata e abbandonata. È una risposta difficile, perché l’unica possibile sarebbe trovare, qui e ora, un lavoro decente per Marcella. Anche se potessimo, resterebbero tutti i suoi compagni.</p><p>E&#8217; chiaro: quel che resta della politica dovrà trovare in fretta delle soluzioni. Noi possiamo non abbassare l’attenzione, vigilare sull’operato del governo, sostenere chi lotta perché il lavoro diventi il <strong>primo punto dell’agenda Monti</strong>. Benedetta e benvenuta ogni voce che grida la situazione tragica del lavoro. E poi? Possiamo ascoltare e non girarci dall’altra parte. Anche l’isolamento è parte del dolore di una generazione ostaggio. Delle sabbie mobili, del precariato, dell’inoccupazione, della paura di essere dimenticata. Quello che non possiamo fare è accettare la resa (e non certo per assolvere qualcuno). “Se mai sparerò un colpo sarà autoinflitto”: tutte le volte che avrai questo pensiero, scrivi a noi o a un amico. Chiunque perde l’ultimo barlume di speranza spegne una luce in più nelle stanze di un paese già buio. Così non può continuare o esploderà tutto.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 11 marzo 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/12/precarieta-cosi-continuare/196750/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Festa delle donne, l&#8217;ex valletta di Mike &#8220;Abbiamo bisogno anche di zoccole&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/08/festa-delle-donne-valletta-mike-bongiorno-abbiamo-bisogno-anche-zoccole/196121/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/08/festa-delle-donne-valletta-mike-bongiorno-abbiamo-bisogno-anche-zoccole/196121/#comments</comments> <pubDate>Thu, 08 Mar 2012 07:26:09 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Truzzi</dc:creator> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[8 marzo]]></category> <category><![CDATA[Berlusconi]]></category> <category><![CDATA[bunga bunga]]></category> <category><![CDATA[ciuffini]]></category> <category><![CDATA[Festa delle donne]]></category> <category><![CDATA[Mike Bongiorno]]></category> <category><![CDATA[Rai]]></category> <category><![CDATA[unaqualunque.it]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=196121</guid> <description><![CDATA[Dica la verità, ha fatto un patto con il diavolo per restare così”. “Ovviamente sì”. Benedetto otto marzo, che ci dà il privilegio d’incontrare Sabina Ciuffini, 60 anni bugiardi e uno charme spettacolare. Perfino la parola “valletta” ha tutto un altro suono associata a questa donna illuminata e sfacciata. I tempi in cui conduceva &#8220;Rischiatutto&#8221;...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_196122" class="wp-caption alignleft" style="width: 305px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/ciuffini_interna.jpg?47e3a5"><img class="size-full wp-image-196122" title="ciuffini_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/ciuffini_interna.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a><p class="wp-caption-text">Mike Bongiorno e Sabina Ciuffini</p></div><p>Dica la verità, ha fatto un patto con il diavolo per restare così”. “Ovviamente sì”. Benedetto otto marzo, che ci dà il privilegio d’incontrare <strong>Sabina Ciuffini</strong>, 60 anni bugiardi e uno charme spettacolare. Perfino la parola “valletta” ha tutto un altro suono associata a questa donna illuminata e sfacciata. I tempi in cui conduceva &#8220;Rischiatutto&#8221; con <strong>Mike Bongiorno</strong> sono lontani, gli anni Settanta della tv in bianco e nero e delle contestazioni. L’Italia cambiava pelle: “La rivoluzione sessuale? Noi donne pensavamo che avremmo potuto fare l’amore con gli uomini di cui c’innamoravamo. Il risultato è che abbiamo reso una consumazione gratuita l’unico strumento di potere di cui disponevamo”. Oggi, dopo diverse esperienze fuori e dentro il piccolo schermo, ha aperto un portale – <strong><a href="http://www.unaqualunque.it/" target="_blank">Unaqualunque.it</a></strong> – dedicato alle questioni di genere.</p><p><strong>Sabina l’otto marzo ha senso o è solo marketing?</strong><br /> Ci vuole tanta pazienza, mia cara.</p><p><strong>Perché?</strong><br /> Solo la pazienza, l’ingenuità, l’altruismo delle donne fanno sì che l’8 marzo sia tollerato. Quando qualcuno mi si para davanti con un sorriso imbecille, mi dice “auguri” e io non gli stacco il naso con un morso, mi sento molto saggia. Supereremo anche l’8 marzo.</p><p><strong>Indignata?</strong><br /> L’indignazione è sacrosanta. Ma anche no. Che ce ne facciamo dei santini, degli slogan, delle manifestazioni? Non abbiamo più tempo per i cortei e i film di denuncia. È il momento di agire.</p><p><strong>Che fare?</strong><br /> Contiamoci e cerchiamo di contare qualcosa. Si vota tra un anno? Mettiamo insieme le donne di sana e robusta Costituzione, che non abbiano parenti potenti, competenti nei loro settori d’interesse. Duecento nomi in un sacchetto, poi si estraggono a sorte quelle da candidare. E dopo il voto si fa un programma semplice. Quattro punti di benessere “antropologico”: un tetto sopra la testa, il cibo sano, l’aria buona, l’assistenza garantita ad anziani e bambini, di cui le donne si fanno carico. Oggi le comunicazioni sono talmente facili, non abbiamo più scuse.</p><p><strong>Per questo ha aperto un sito?</strong><br /> Sì, è un tentativo di metterci in contatto. Abbiamo bisogno di tutte le donne . Anche delle stronze, di quelle cattive, delle ninfomani che ci fregano gli uomini e delle zoccole.</p><p><strong>Un po’ forte.</strong><br /> Ma è vero, su. Io ho rispetto per qualunque donna abbia trovato la via del potere.</p><p><strong>A prescindere da come?</strong><br /> Anche se ci è riuscita infilandosi nel letto di qualcuno. Mi rifiuto di guardare il dettaglio. Di alzare il ditino e fare distinguo. I numeri parlano.</p><p><strong>Diamone qualcuno.</strong><br /> Le donne possiedono l’1% della ricchezza globale. Basta?</p><p><strong>Sta cercando fondi?</strong><br /> Sì, dalle aziende. Ho cominciato con la grande distribuzione, i supermercati che le donne frequentano tutti i giorni. Chiedo finanziamenti, come risarcimento per ogni borsa della spesa che noi tutte abbiamo portato e portiamo.</p><p><strong>Funziona?</strong><br /> All’inizio mi guardano come una pazza. Di solito, in questo tipo di marketing, si scambiano i contatti dei visitatori. Poi quando dico: “Ma veramente volete chiedere alle donne ancora qualcosa? Non basta la fatica che fanno tutti i giorni, non solo facendo la spesa, cucinando, lavorando, correndo ma anche accudendo i bambini, gli anziani, i malati di famiglia?”. Allora si convincono.</p><p><strong>È femminista?</strong><br /> Per carità. Negli anni 70 andavo a trovare mia sorella Virginia nella sede di Lotta continua con le ciglia finte, gli stivaloni e la minigonna: grandi feste quando arrivavo. E dire che i maschi di Lc non volevano nemmeno che le ragazze si truccassero. Però poi erano loro che facevano i ciclostili e portavano il caffè ai maschi. Lo facevo notare e mi dicevano che non capivo nulla, ero una subrettina del resto.</p><p><strong>A proposito di tv, che pensa della Rai di oggi?</strong><br /> Ho avuto la fortuna di imparare molto non solo da Mike Bongiorno, ma anche da Bernabei e da Voglino. La Rai di oggi fa schifo, hanno annientato tutti i talenti e le competenze migliori. Quando volevano far fuori Ruffini ho telefonato a Bersani.</p><p><strong>Conosce il segretario del Pd?</strong><br /> No. Ho chiamato il gruppo alla Camera . Mi ha risposto una ragazzina contrariata: “Ma non posso disturbare l’onorevole!”. Le ho chiesto di passarmi una collega più anziana. Bersani è venuto al telefono, gli ho detto: “Senta io guardo solo Rai3, perché vuol mandare via Ruffini?” E lui, imbarazzato: “Ma no signora Ciuffini, cosa dice?”.</p><p><strong>Poi lo cacciarono e arrivò Di Bella.</strong><br /> Un ottimo professionista.</p><p><strong>A proposito di Berlusconi è vero che fece una scommessa con Mike Bongiorno sostenendo che l’avrebbe, diciamo così, sedotta?</strong><br /> Sì. Mi portò a pranzo. Naturalmente vinse Mike. Io non ho mai avuto un bel rapporto con Silvio. Lo trattavo come un uomo, non ho mai pensato fosse Dio.</p><p><strong>Stupita dal bunga bunga?</strong><br /> Sì, per l’ingenuità con cui si è fatto beccare. E dalle tariffe, un po’ basse. Dopotutto questi anziani milionari vogliono carne fresca e prestazioni particolari. Resta naturalmente lo squallore di tutta questa vicenda.</p><p><strong>Che ha pensato quando Belén ha fatto vedere la farfallina a Sanremo?</strong><br /> Belén è stupenda, mai volgare. È stata una dimostrazione di potere. Pensi a quanti maschi hanno commentato, sbavato, cercato le foto on line&#8230;</p><p>da <em>Il Fatto Quotidiano</em> dell&#8217;8 marzo 2012</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/08/festa-delle-donne-valletta-mike-bongiorno-abbiamo-bisogno-anche-zoccole/196121/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Storie di profughi a Mantova</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/04/storie-profughi-mantova/195491/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/04/storie-profughi-mantova/195491/#comments</comments> <pubDate>Sun, 04 Mar 2012 16:04:54 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Truzzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[clandestini]]></category> <category><![CDATA[Libia]]></category> <category><![CDATA[mantova]]></category> <category><![CDATA[rifugiati]]></category> <category><![CDATA[scuola senza frontiere]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=195491</guid> <description><![CDATA[Arrivando alla stazione di Mantova (su un autobus “sostitutivo”, stipato in modo vergognoso, perché la linea ferroviaria è inagibile, dottor Moretti) capita d’incrociare gruppi di extracomunitari. E di chiedersi chi sono. Clandestini, direbbe qualche leghista giunto recentemente al governo di una città da sempre di sinistra. Invece no. Arrivano, qui come in tutta Italia, dalla...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Arrivando alla stazione di Mantova (su un autobus “sostitutivo”, stipato in modo vergognoso, perché la linea ferroviaria è inagibile, dottor Moretti) capita d’incrociare gruppi di extracomunitari. E di chiedersi chi sono. Clandestini, direbbe qualche leghista giunto recentemente al governo di una città da sempre di sinistra. Invece no. Arrivano, qui come in tutta Italia, dalla Libia, <strong>scappati dalla guerra</strong>. Di loro si è a lungo parlato durante la primavera araba, a causa degli sbarchi a Lampedusa. Poi sono svaniti in una nuvola di oblio mediatico. Nel Mantovano sono un’ottantina, in Italia un po’ più di 22 mila. Da maggio dello scorso anno a gennaio 2012 sono arrivati in diversi gruppi. Il più numeroso è alloggiato in un hotel che sta di fronte alla stazione. Il governo stanzia 43 euro al giorno per il soggiorno di ciascuno.</p><p>Sono profughi, dunque. Anche se, nel calderone della politica ignorante e dei media spesso non più raffinati, vengono bollati appunto come fuorilegge. E che fanno qui? Aspettano, <strong>da mesi</strong>, che si dica loro se hanno diritto di avere riconosciuto lo status di rifugiato politico. Decide una commissione territoriale che ha quattro soluzioni a disposizione: dichiarare lo status di profugo (prevede il soggiorno in Italia per 5 anni), la protezione sussidiaria (soggiorno di 3 anni), la protezione umanitaria (1 anno) o il respingimento. Quasi nessuno di loro però ha cittadinanza libica: vivevano lì, ma arrivano da Paesi dell’africa subsahariana. Gli unici ad avere qualche possibilità sono i cittadini del Congo, dove c’è la guerra. A molti di loro però basterebbe avere qualche certezza sul loro destino: anche se vengono trattati come numeri senza vita, hanno famiglie e legittime aspettative sul loro domani.</p><p>Leggendo i giornali, sono tutti disperati, affamati, pronti a derubarci. Invece, racconta <strong>Sandro Saccani </strong>– presidente dell’associazione di volontari “Scuola senza frontiere” che si occupa dell’alfabetizzazione degli immigrati – sono tutte persone che in Libia avevano un lavoro e delle professionalità. Una settimana fa i profughi hanno osato scendere in piazza per chiedere una soluzione. Il corteo non era autorizzato, ma a parte un po’ di tensione e un contuso (lieve) non è successo nulla di grave. La Lega non ha gradito, sui giornali il solito allarme sicurezza.</p><p>Possibile che nessuno capisca come dev’essere angosciosa un’attesa così lunga? La Caritas e le altre associazioni che si occupano dell’accoglienza (a Mantova anche il centro San Luigi) organizzano lezioni d’italiano, d’informatica, visite ai monumenti e altre attività, compreso il sostegno psicologico. <strong>Ma l’inoperosità genera frustrazione</strong>, paura, esasperazione. Si calcola che il 75 per cento di loro saranno respinti. Dovranno tornare a casa o diventeranno davvero – con buona pace del razzismo leghista – clandestini. Formalmente non hanno diritto allo status di rifugiato. Eppure sono scappati dalle bombe, tanti sono morti nelle traversate della vergogna. Forse qualcuno – magari un ministro tecnico che sotto il loden si ritrovi anche un’anima – potrebbe riconoscere che sono esseri umani fuggiti da una guerra. Sul sito di <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://nuke.scuolasenzafrontiere.it/" target="_blank">Scuola senza frontiere</a></span>, un video mostra i ragazzi che tutti i giorni seguono le lezioni d’italiano: sorridono e amano il nostro Paese più di quanto ormai non sappiamo fare noi. Guardandoli, l’ultima parola che viene in mente è pericolo. Forse è perché hanno incontrato qualcuno che – invece di prenderli a calci come cani rabbiosi – ha teso loro una mano.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 4 marzo 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/04/storie-profughi-mantova/195491/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Dulbecco, quando il Nobel entrò a casa degli italiani</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/21/quando-fazio-lo-port-a-sanremo/192601/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/21/quando-fazio-lo-port-a-sanremo/192601/#comments</comments> <pubDate>Tue, 21 Feb 2012 08:04:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Truzzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Fazio]]></category> <category><![CDATA[Premio Nobel]]></category> <category><![CDATA[Renato Dulbecco]]></category> <category><![CDATA[Sanremo 1999]]></category> <category><![CDATA[scomparsa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/21/quando-fazio-lo-port-a-sanremo/192601/</guid> <description><![CDATA[Mentre il frastuono di una delle edizioni più sguaiate e sbilenche del Festival si fa eco lontana, se n’è andato Renato Dulbecco: scienziato, padre della mappa del genoma, premio Nobel, ex partigiano, gentiluomo soprattutto. Entrò nel salotto degli italiani nel 1999, in punta di piedi, quando condusse Sanremo accanto a Fabio Fazio con una grazia...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/02/dulbecco.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-medium wp-image-192691" title="dulbecco" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/02/dulbecco-300x226.jpg?47e3a5" alt="" width="300" height="226" /></a>Mentre il frastuono di una delle edizioni più sguaiate e sbilenche del Festival si fa eco lontana, se n’è andato<strong> Renato Dulbecco</strong>: scienziato, padre della mappa del genoma, premio Nobel, ex partigiano, gentiluomo soprattutto.<strong> Entrò nel salotto degli italiani nel 1999</strong>, in punta di piedi, quando condusse Sanremo accanto a Fabio Fazio con una grazia che oggi si può solo rimpiangere. La scelta di Fazio non fu capita subito: il professore fu accolto da una perplessità diffidente, forse figlia del pregiudizio che vuole gli uomini di cultura per forza noiosi.</p><p>Il giorno in cui fu annunciato “Dulbecco al Festival”, nessuno ci credeva. Tutti scettici, straniti, increduli. “Mi telefonò due volte Lamberto Sposini, che allora era al Tg 1”, racconta Fazio. “Era sicuro che fosse una notizia falsa. Mi disse: ‘ Ma è chiaro che è uno scherzo, dai piantala’”. Invece era vero. Il Festival ebbe <strong>ascolti stellari</strong>: oltre il 62 per cento di share la prima e l’ultima sera.</p><p>Dulbecco – la classe non è acqua–  si presentò<strong> con una frase di Galileo</strong>: “Sono venuto qui per fare esperienze”. Su quel palco ci fu l’incontro storico con un altro Nobel, <strong>Michail Gorbaciov e un ballo con Laetitia Casta</strong>, sulle note de<em> La vie en rose</em>. Qualche mese dopo disse: “È stata un’esperienza molto interessante. Dopo il Festival sento molta musica contemporanea e qualche canzone in più di quanto facessi prima e ogni tanto riascolto il disco del Festival che ho presentato, mi piacciono quelle canzoni”. Vinsero Anna Oxa e Alex Britti tra i giovani, Gianni Morandi si esibì tra i super ospiti, Teo Teocoli si presentò in mutande nell’indimenticabile imitazione del sindaco di Milano, Gabriele Albertini.</p><p>Dulbecco ci andò perché voleva far conoscere<strong> Telethon</strong> e decise di devolvere il suo cachet a favore del <strong>rientro in Italia degli scienziati andati a studiare e lavorare all’estero.</strong> Di questa iniziativa resta oggi traccia nel progetto “Carriere Dulbecco” promosso appunto da Telethon. Racconta Fabio Fazio che l’idea di chiamare un Nobel gli venne un giorno, guidando in direzione Langhe: “Pensai che Sanremo è il capodanno della televisione. E quindi è di tutti e tutti avrebbero dovuto presentarlo. Infatti da quella scala scesero postini, poeti e calciatori. Però si doveva cominciare da un grande personaggio. Allora mi venne in mente un premio Nobel, perché no?”. Era il primo Festival in cui si tentava di rompere lo schema “presentatore più valletta bionda e valletta bruna”. Così all’Ariston arrivò un <strong>85enne a presentare canzoni</strong>.</p><p>“Cercammo a lungo una definizione per presentarlo”, racconta Fazio. “Alla fine, l’aggettivo che ci parve più adatto fu <strong>coraggioso</strong>”. “Il coraggio era una sua caratteristica: da quando in gioventù decise di studiare medicina; negli anni della guerra partigiana; quando scelse di trasferirsi negli Stati Uniti; nel tipo di ricerca che ha portato avanti. Quel coraggio, anche se su scala infinitamente più ridotta, riguardò anche il suo sì a Sanremo. Non aveva pregiudizi, era un uomo libero. E la libertà intellettuale, il coraggio, la lucidità sono il viatico della scienza, producono le visioni fuori dal comune di chi arriva a qualche scoperta”. Ci s’immagina l’imbarazzo di Fazio quando andò a chiedere <strong>una cosa tanto stravagante a un professore tanto illustre</strong>.</p><p>“Andai da lui con Pietro Galeotti. Io pensavo ‘giochiamo a chi conduce il Festival di Sanremo. Chiediamolo a tutti’. Per il ‘tutti’ funziona se cominciamo con il più grande. Un giorno andiamo a casa del professor Dulbecco, a Milano. Avevo pensato di chiedergli la partecipazione a una serata. Poi quando sono stato lì ho osato: gli ho chiesto di presentare con me. Silenzio. Io ero molto intimorito. Sai, quando sei lì pensi di tutto, compreso che ti stia per sparare un neutrino. Poi lui prende l’agenda e mi fa: sì sì, a fine febbraio dovrei essere libero”. Tutto liscio? Non proprio. “Mentre stavamo uscendo, mi raggiunse: ‘ Aspetti un momento’. Ero sulla porta, io e lui come nei film. Credevo ci avesse ripensato. Invece no, voleva chiedermi un’altra cosa: ‘<strong> Lei pensa che lo smoking andrà bene?</strong> ’. Ha attraversato con levità quella <strong>macchina infernale</strong>, sempre sorridendo, divertendosi. La perfezione assoluta. Tra tutte le esperienze della mia vita professionale è stata la più clamorosa”.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 21 Febbraio 2012</em></p><p>(Foto: LaPresse)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/21/quando-fazio-lo-port-a-sanremo/192601/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Dopo Celentano la Rai commissaria il Festival. Arriva Marano a &#8220;coordinare&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/15/piccolo-attivista-dellipocrisia-coro-critiche-contro-lintervento-celentano/191404/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/15/piccolo-attivista-dellipocrisia-coro-critiche-contro-lintervento-celentano/191404/#comments</comments> <pubDate>Wed, 15 Feb 2012 11:43:02 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Truzzi</dc:creator> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Avvenire]]></category> <category><![CDATA[Celentano]]></category> <category><![CDATA[Famiglia Cristiana]]></category> <category><![CDATA[lei]]></category> <category><![CDATA[mazza]]></category> <category><![CDATA[Rai]]></category> <category><![CDATA[sanremo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=191404</guid> <description><![CDATA[Le bombe di Celentano fanno volare gli ascolti (48% di share) e contemporaneamente esplodere la Rai. Il giorno dopo gli attacchi alla Chiesa, ai giornali cattolici, alla Corte costituzionale per la bocciatura dei quesiti referendari, al direttore generale Rai Lorenza Lei per la perdita di Santoro, Viale Mazzini è un campo di battaglia. Mauro Mazza...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/02/celentano_interna1.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-191406" title="celentano_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/02/celentano_interna1.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>Le bombe di <strong>Celentano</strong> fanno volare gli ascolti (48% di share) e contemporaneamente esplodere la Rai. Il giorno dopo gli attacchi alla Chiesa, ai giornali cattolici, alla Corte costituzionale per la bocciatura dei quesiti referendari, al direttore generale Rai <strong>Lorenza Lei </strong>per la perdita di <strong>Santoro</strong>, Viale Mazzini è un campo di battaglia.</p><p><strong>Mauro Mazza</strong> ieri sera non si è alzato ad applaudire Celentano. Poi si è assentato qualche minuto, verosimilmente raggiunto da una telefonata dei vertici. Stamattina ha cercato di prendere le distanze: “La chiusura di un qualsiasi giornale non si invoca mai: sono cose brutte e ad ascoltarle si avvertono i brividi lungo la schiena. Se fossimo di fronte a un filosofo contemporaneo, come Sgalambro o Cacciari potremmo discutere, contrastare. Ma la chiusura di un qualsiasi giornale non si invoca mai. Celentano è un grande cantante, ma un pessimo tele-comunicatore”.</p><p>Non è bastato però, la Lei ha commissariato il Festival: un breve comunicato stampa informa che “vista la situazione che si è venuta a creare” si è deciso “di inviare il vice direttore per l’offerta, <strong>Antonio Marano</strong>, a coordinare con potere d’intervento il lavoro del Festival di Sanremo”. Non era mai successo: è l’ennesimo segno di un’azienda allo sbando. Mazza prende la parola durante una conferenza stampa, addirittura rimandata di un&#8217;ora. Si arrampica sugli specchi: “Nei compiti istituzionali di Marano c’è il coordinamento dell’offerta televisiva. Di fronte alla complessità della macchina, dell’apparato tecnico, anche ad alcune difficoltà riscontrate ieri sera. Viene a darci una mano, lo aspettiamo. Quando abbiamo sottoscritto il contratto di Celentano, sapevamo chi era. Resto meravigliato da tanta meraviglia. Era prevista testualmente la libertà d’espressione dell’artista. Si può valutare se abbia usato bene questa libertà, travalicando il codice etico. Come dare del deficiente a un collega&#8221;. E continua: &#8220;Io ho cominciato a lavorare al Secolo d’Italia, qualcuno voleva chiuderlo con le bombe: so di cosa si tratta. E&#8217; singolare che Celentano abbia parlato di censura della Rai, mentre era sul palco a dire quello che voleva. Io sono per la libertà d’espressione, anche quando non le idee espresse non coincidono con le mie. Vale per Celentano, vale anche per <strong>Luca e Paolo</strong>: troppo scurrili. Auguro loro buon lavoro nelle reti che ci fanno concorrenza. E dove abitualmente non fanno satira su premier con loden o senza o ex premier con o senza capelli”. Chissà dov’era l’anno scorso, il direttore di Rai Uno: i due hanno fatto esattamente la stessa cosa. Mazza in ogni caso avverte Marano: “Leggo nella nota che ha potere d’intervento, ma la direzione artistica ha un percorso già tracciato”. E difende Celentano: “una performance fantastica. Ha parlato, ha cantato. Ha avuto coraggio, cantando del bel rock: quanto alle ingiurie, ricordiamoci anche che cosa ha scritto <strong>Grasso</strong>”.</p><p>Arrabbiatissimi i vescovi, che replicano con una nota del <strong>Sir</strong>, l&#8217;agenzia stampa della Cei. “I giudizi di Adriano Celentano su due testate cattoliche nazionali da lui accusate di ipocrisia, di parlare di politica e non di Dio, sono stati la prova di un vuoto che è anche dentro di lui”. E ancora: “Vuoto di conoscenza di ciò che le testate cattoliche professionalmente sono e vuoto di conoscenza del servizio che esse svolgono per la crescita umana, culturale e spirituale della società tutta”. Vogliono le  scuse del Molleggiato. Difficile pensare che arriveranno. Ora bisogna capire se lui tornerà sul palco (o se lo fanno tornare). Ancora più dura la replica di <em><strong>Famiglia Cristiana</strong></em>: “Adriano Celentano è solo un piccolo attivista dell’ipocrisia, un finto esegeta della morale cristiana che sfrutta la tv per esercitare le sue vendette private”.</p><p>E volano giudizi anche dal mondo politico. <strong>Lupi, Formigoni, Letta, Buttiglione</strong>: molti esponenti di area cattolica hanno criticato l&#8217;intervento di Celentano, giudicato, nel migliore dei casi, &#8220;un artista al tramonto&#8221;. Fa eccezione al coro, per una volta, <strong>Sandro Bondi, </strong>che così ha commentato: &#8220;Al di là di certe sgradevoli provocazioni, l&#8217;apparizione ieri sera al festival di Sanremo di Adriano Celentano può essere letta come un imprevedibile e commovente discorso sulla fede, un discorso pieno di pietà religiosa sulla vita e sulla morte, un discorso sull&#8217;amore che è il segno distintivo del cristianesimo. Mai in uno spettacolo pubblico così popolare era stato elevato un grido così vibrante in difesa di una fede autentica&#8221;.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/15/piccolo-attivista-dellipocrisia-coro-critiche-contro-lintervento-celentano/191404/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Festival di Sanremo al via Celentano in campo dalla prima serata</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/14/santadriano-in-campo-dalla-prima-sera/191108/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/14/santadriano-in-campo-dalla-prima-sera/191108/#comments</comments> <pubDate>Tue, 14 Feb 2012 06:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Truzzi</dc:creator> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[canzone]]></category> <category><![CDATA[Celentano]]></category> <category><![CDATA[festival]]></category> <category><![CDATA[fornaciali]]></category> <category><![CDATA[Gianni Morandi]]></category> <category><![CDATA[raiuno]]></category> <category><![CDATA[renga]]></category> <category><![CDATA[Rocco Papaleo]]></category> <category><![CDATA[sanremo]]></category> <category><![CDATA[tv]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/14/santadriano-in-campo-dalla-prima-sera/191108/</guid> <description><![CDATA[Il Festival prova a darsi un tono nell&#8217;anno dell&#8217;austerity, in precarissimo equilibrio tra la sobrietà d&#8217;ordinanza e l&#8217;impossibilità di rinunciare allo spettacolo. 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Pochi ospiti stranieri, a parte i cantanti della serata di giovedì: non vedremo robacce come l&#8217;intervista a <strong>De Niro</strong> dell&#8217;edizione 2011. Davanti allo spettro dell&#8217;audience, il santino di <strong>Celentano</strong>. Si comincia alle 20.40 in punto, <strong>Raiuno</strong> sacrifica anche i pacchi di <strong>Frizzi</strong>, ed è quasi certo che Adriano il Salvatore degli ascolti ci sarà stasera: per lui anche la benedizione di <strong>don Gallo</strong>. Canterà e probabilmente conserverà le cannonate più pesanti per le puntate successive.</p><p>Oggi – anticipa Vanity Fair – il Cele dovrebbe fare il suo ingresso in uno scenario di guerra, tra finte macerie, morti e feriti. Come da ultimo album. Intanto l&#8217;antipasto è una conferenza stampa algida come il vento della Riviera. Così ingessata da far rimpiangere il paludato Meeting di<strong> Cl</strong>: più che tensione da agone, agonia della tensione. Il primo a prendere la parola in conferenza stampa è il mitico sindaco <strong>Zoccarato</strong> che saluta come evento straordinario l&#8217;apertura di un hotel nella sua cittadina. Forse era una battuta: gli alberghi qui sono una barzelletta da sempre. <strong>Mauro Mazza</strong>, direttore-scrittore (ha appena pubblicato per <strong>Fazi</strong>), si dice emozionato: lo sarà sicuramente domani, quando si sapranno i dati dello share. Ancora di più quando, tra un mesetto, scadrà il cda di <strong>Viale Mazzini</strong>. Senza giri di parole, fa sapere alla direzione artistica che si aspetta ascolti superiori all&#8217;edizione 2011: traguardo difficile. Morandi ha annunciato di voler riproporre la formula &#8220;stiamo uniti&#8221;: più che una promessa, una minaccia. Ha qualche ora per redimersi.</p><p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/14/occupy-remo-diretta-twitter-fatto-quotidiani/191247" target="_blank"><strong><span style="color: #ff0000;">SEGUI LA DIRETTA TWITTER DA SANREMO DI FEDERICO MELLO E ANDREA SCANZI</span></strong></a></p><p>La bella <strong>Ivana</strong> ha il torcicollo e non si presenta ai giornalisti, causa collarino: malesseri da nonnina – fanno notare – e dire che ha 19 anni. <strong>Rocco Papaleo </strong>ci guarda come dei marziani: &#8220;ma &#8216;sta gente fa sul serio?&#8221;. Lui, super casual, regala ai giornalisti gli unici sorrisi della mattinata e una citazione colta dalle <strong>Lezioni americane</strong>. Siccome non è sicuro che sia stata colta specifica che la &#8220;Leggerezza&#8221; di cui parla è quella di<strong> Calvino</strong>. Però è nervosissimo. Nonostante il mestiere e l&#8217;indiscusso talento, qualche motivo ce l&#8217;ha. L&#8217;anno scorso <strong>Luca</strong> e <strong>Paolo</strong> furono i vincitori morali: bei pezzi e ottima tenuta del palco. La vera star? L&#8217;onnipotente <strong>Gianmarco Mazzi</strong>: ha parlato quasi solo lui, senza tanti complimenti. Anche per i defunti: &#8220;L&#8217;omaggio a <strong>Whitney Houston</strong>? Ci sarà, anche se l&#8217;hanno già fatto i tg&#8221;. Ovviamente il ritornello è Celentano qui, Celentano là: fondamentale, insostituibile e bla bla. Tra le righe il direttore artistico fa intendere che l&#8217;anno prossimo lui potrebbe non esserci più: scade il settennato, come al Quirinale. Pare che sia intenzionato a involarsi verso i lidi di <strong>Mediaset</strong> che quest&#8217;anno, per gradire, ha già troncato sul nascere ogni concorrenza: via <strong>Italia&#8217;s got talent</strong>, via <strong>Zelig</strong> e le <strong>Iene</strong>. La storia è vecchia. Al pomeriggio le prove degli artisti sono un po&#8217; meno sbadigliose: ecco cosa si vedrà domani. <strong>Lucio Dalla</strong> accompagna (dirige e vocalizza) <strong>Pierdavide Carone</strong>: <strong>Nanì</strong> è la storia d&#8217;amore tra una prostituta e un camionista.</p><p>Bello il testo di <strong>Francesco Renga</strong>: amore, sesso ma anche il sentimento della vita, &#8220;La tua bellezza è nobile e furiosa&#8221;. <strong>Eugenio Finardi</strong> si esercita con la fede e il dolore, in un brano maturo, &#8220;E tu lo chiami Dio&#8221;. <strong>Samuele Bersani</strong> canticchia solo: &#8220;Ho preso la siberiana&#8221; (come <strong>Luca Bizzarri</strong>, a letto la febbre). Il suo pezzo, al solito, è ironico e raffinato: la storia di un pallone sgonfio. <strong>Nina Zilli</strong> si atteggia a <strong>Mina</strong>, con furbizia e una canzone super festivaliera: &#8220;Per sempre&#8221;. Su di lei la direzione artistica sembra contare molto, stesso dicasi per <strong>Emma Marrone</strong>. La favorita presenta un testo furbissimo, perfetto per il governo tecnico: &#8220;Se tu che hai coscienza credi nel paese, dimmi cosa devo fare per pagarmi da mangiare&#8221;. I <strong>Marlene Kunz</strong> devono farsi perdonare dai fan la sbandata sanremese. &#8220;Canzone per un figlio&#8221; non si fischietta, però è costruita e la voce di <strong>Cristiano Godano</strong> tira su il morale. <strong>Arisa</strong> non fa se stessa, risparmiandoci la solita filastrocca (grazie). <strong>Irene Fornaciari</strong> – nel paese dei figli di papà – presenta un titolo che è una denuncia: &#8220;Il mio grande mistero&#8221;.</p><p>Tutti gli anni è qui: una risposta si fatica a trovare. Il polverone suscitato da <strong>Chiara Civello</strong> per la non più inedita &#8220;Al posto del mondo&#8221; è incomprensibile. I <strong>Matia Bazar</strong> (Sei tu) sono quel che sono, senza camuffi. <strong>Dolcenera</strong> &#8211; Ci vediamo a casa &#8211; ci mette grinta e voglia. Poi, la coppia <strong>D&#8217;Alessio</strong>-<strong>Bertè</strong>: qui si fanno delle gran discussioni sul fatto che non si può snobbare un fenomeno così di massa come D&#8217;Alessio. Sarà, ma ci sono due ma: il limite del pop è il trash e &#8220;Respirare&#8221; lascia senza fiato (non per la sindrome di Stendhal). Chi vince? <strong>Noemi</strong>, stando a quanto dopo le prove si sente canticchiare il suo brano.</p><p><strong>Da <em>Il Fatto Quotidiano </em>del 14/2/2012</strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/14/santadriano-in-campo-dalla-prima-sera/191108/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> <item><title>La magrezza sulle punte</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/12/la-magrezza-sulle-punte/190747/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/12/la-magrezza-sulle-punte/190747/#comments</comments> <pubDate>Sun, 12 Feb 2012 11:12:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Truzzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[anoressia]]></category> <category><![CDATA[danza]]></category> <category><![CDATA[La verità vi prego sulla danza]]></category> <category><![CDATA[Mariafrancesca Garritano]]></category> <category><![CDATA[teatro alla scala]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/12/la-magrezza-sulle-punte/190747/</guid> <description><![CDATA[Mariafrancesca Garritano, étoile del corpo di ballo della Scala, in La verità vi prego sulla danza, ha denunciato una situazione generale: una ballerina su cinque soffre di disturbi alimentari. Ha scritto un libro e rilasciato un’intervista all’Observer (non a Novella 2000), rimbalzata poi sui media italiani. Le Iene hanno ripreso la notizia, intervistando la ballerina...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/03/lavorare-alla-scala-porta-allanoressia-teatro-licenzia-ballerina-garritano/188910/" target="_blank">Mariafrancesca Garritano</a></span></strong>, étoile del corpo di ballo della Scala, in <em>La verità vi prego sulla danza</em>, ha denunciato una situazione generale: una ballerina su cinque soffre di <strong>disturbi alimentari</strong>. Ha scritto un libro e rilasciato un’intervista all’<em>Observer</em> (non a <em>Novella 2000</em>), rimbalzata poi sui media italiani.</p><p>Le <em>Iene </em>hanno ripreso la notizia, intervistando la ballerina stessa, altre sue aspiranti colleghe e mamme delle allieve della scuola della <strong>Scala</strong>. Dal servizio non esce un’accusa alla Scala: ma discorsi, preoccupati e preoccupanti, sullo stato di salute delle ragazze.</p><p><strong>Laura </strong>si è mostrata in tv senza filtri né camuffata. Oggi ha 22 anni, non frequenta più la scuola di ballo meneghina, ma è ugualmente molto magra. Delle allieve del suo corso, ha detto, sei su otto avevano problemi alimentari. Così gravi da non avere più il ciclo mestruale per mesi, a volte per anni. Non ha incolpato nessuno, non ha fatto discorsi enfatici o teatrali. Ha semplicemente raccontato la sua storia: guardando la sua magrezza, ancora oggi, non c’è da dubitare delle sue parole. E l’osservazione vale anche per le sue colleghe.</p><p>Anche la mamma di una ballerina della Scuola ha voluto portare la sua testimonianza: questa volta dando le spalle alle telecamere per non danneggiare la figlia. Ha confermato quanto sostenuto dalla Garritano. Anche lei senza urlare allo scandalo: sua figlia non ha le mestruazioni da tantissimo tempo. Però la Garritano è stata <strong>licenziata </strong>senza tanti complimenti: lede l’immagine del Teatro e della Scuola.</p><p>Tutte le volte che una notizia dà fastidio, la <strong>stampa </strong>viene accusata di strumentalizzare o cercare facili sensazionalismi. Per carità: la categoria non è esente da limiti, pecche e difetti. Per di più a volte anche in malafede. E’ successo anche nella vicenda della Scala. Ecco il comunicato del Corpo di ballo:<br /> <em><br /> “Il sospetto che ci si trovasse di fronte a un mero sfruttamento del caso costruito ad hoc per fini personali o a uno pseudo-scoop che servisse da traino promozionale al libro della Garritano ha avvelenato ulteriormente la situazione. A leggere certi giornali (e anche alcuni comunicati sindacali interni) sembra ci sia una coraggiosa eroina che lotta solitaria contro un luogo infernale dove molte ragazze soffrono nel silenzio della omertosa complicità di tutti gli altri. Le cose non stanno così, non ci sono paladini né inferni, tutta la vicenda è stata gonfiata da alcuni giornalisti in cerca di facili scoop e dalla superficialità di chi legge”</em>.</p><p>Non si tratta di prendere le parti di una o degli altri. Semplicemente si tratta di capire se, come si sostiene, c’è un problema che riguarda la salute. È una cosa che succede anche nel mondo del calcio, dove è accaduto (e forse accade ancora) che la condizione fisica fosse sacrificata a una prestazione atletica perfetta. Il difensivismo è una pessima attitudine. Se il problema non c’è, alla Scala come altrove, <strong>basterebbe fare chiarezza</strong>.</p><p>Il punto non è se Mariafrancesca Garritano cerca pubblicità, né se i giornali le fanno da cassa di risonanza. Nemmeno la reputazione di questo o quel teatro. Il punto è: le ballerine soffrono di questi problemi? Se sì &#8211; visto che si tratta di vite &#8211; chi può perché deve, se ne occupi. Mettendo da parte gli opportunismi e il problema dell’immagine. Non tutto è commercio, né commerciabile. E sarebbe bello che la parola “responsabilità” &#8211; in Italia sostituita troppo spesso dal “vabbuò” – fosse un faro e non un fastidio. Giusto per ristabilire un principio:<strong> le persone valgono di più</strong>.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 12 febbraio 2012 </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/12/la-magrezza-sulle-punte/190747/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Coppie gay, i nuovi diritti dei milanesi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/06/i-nuovi-diritti-dei-milanesi/189167/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/06/i-nuovi-diritti-dei-milanesi/189167/#comments</comments> <pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Truzzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Altan]]></category> <category><![CDATA[clandestini]]></category> <category><![CDATA[coppie gay]]></category> <category><![CDATA[fondi anticrisi]]></category> <category><![CDATA[Matteo Salvini]]></category> <category><![CDATA[pisapia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/05/i-nuovi-diritti-dei-milanesi/189167/</guid> <description><![CDATA[“La peggiore ingiustizia, lo insegnava anche don Lorenzo Milani, è trattare in maniera uguale situazioni differenti&#8221;. Così ‘Avvenire’ saluta la decisione della giunta Pisapia di assegnare anche alle coppie gay i fondi anticrisi, in tutto oltre 4 milioni di euro. Per accedere agli assegni messi a disposizione da Palazzo Marino bisogna: avere un Isee inferiore...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“La peggiore ingiustizia, lo insegnava anche don Lorenzo Milani, è trattare in maniera uguale situazioni differenti&#8221;. <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/28/fondi-anticrisi-alle-coppie-fatto-avvenire-attacca-pisapia-costituzionalisti-assolvono/187279/" target="_blank">Così ‘Avvenire’ saluta la decisione della giunta Pisapia</a></span> di <strong>assegnare anche alle coppie gay i fondi anticrisi</strong>, in tutto oltre 4 milioni di euro. Per accedere agli assegni messi a disposizione da Palazzo Marino bisogna: avere un Isee inferiore a 25 mila euro, avere meno di 40 anni, essere sposati o, appunto, “coabitanti nello stato di famiglia per sussistenza di vincolo affettivo al primo gennaio 2012”.<strong> Apriti cielo</strong>.</p><p>Perfino Cgil e Pd hanno avuto da ridire: il sindacato per non essere stato coinvolto nella decisione su come spartire i fondi, il Partito democratico perché alcuni suoi esponenti han giudicato la decisione inopportuna (“una fuga in avanti”). Tutto nella settimana in cui si ritorna a parlare del libretto di <strong>Altan</strong>, la favola del piccolo uovo per cui si sono addirittura evocati i roghi di piazza. Vabbè, la sparata è di Forza Nuova, gruppuscolo che si attacca ormai a qualunque cosa pur di far parlare di sé. Meglio sarebbe consegnarlo al<strong> meritato oblio</strong>.</p><p><em>Piccolo Uovo</em> &#8211; proprio un ovetto nel senso di un gamete femminile &#8211; incontra nel fumetto diverse famiglie: quella etero dei conigli, quella gay dei pinguini, un ippopotamo single con figlio, una mista con un cane nero e una cagnolina bianca. Una favola sulla diversità di cui si discuterà il 9 febbraio <strong>in consiglio comunale </strong>perché la giunta vorrebbe distribuirlo – oibò &#8211; negli asili.</p><p>A proposito di asili, questa settimana la giunta di Milano ha preso un’altra decisione che ha fatto rumore: gli istituti comunali saranno aperti anche ai<strong> figli di immigrati senza permesso di soggiorno</strong>. O meglio, a tutti quelli che “sono presenti abitualmente nel Comune di Milano e privi di una residenza anagrafica”. La dicitura in realtà era già presente nella delibera della precedente giunta: decisione della signora Moratti? Non proprio. Era intervenuto il Tribunale, statuendo che è necessario accogliere anche i figli di clandestini. Il Comune di Milano era stato anche condannato a una multa per aver discriminato un bimbo: “il diritto all’educazione, di cui il minore è titolare, rientra nei diritti fondamentali della Costituzione”. Insorge la Lega <strong>(che noia)</strong>: “La clandestinità è un reato” – tuona<strong> Matteo Salvini</strong>. “E non è giusto agevolare chi vive in una situazione di reato. I bambini non si toccano, è il principio che contestiamo”. I bambini non si toccano? Basta guardare la squallida vicenda di Adro per capire quanto valga quest’affermazione.</p><p>Bene ha fatto Pisapia a rivendicare, con orgoglio, la distanza dal Carroccio. “Noi aiutiamo tutti quelli che sono in stato di necessità, che si tratti di senzatetto o di asili”, ha dichiarato il sindaco. I diritti sono un valore. Però non è sufficiente che restino slogan da comizio elettorale. Le cose non basta saperle: a volte bisogna vederle, bisogna vedere che qualcuno le mette in atto. <strong>E’ il valore dell’esempio</strong>. Qualcuno pensa che queste dimostrazioni di civiltà non siano necessarie: finché qualcuno metterà in circolazione il veleno della discriminazione, ci sarà bisogno di antidoti. Del resto siamo un paese dove si è arrivati &#8211; com’è accaduto ad Adro &#8211; a togliere il pane di bocca ai bambini. Gli animali con i loro cuccioli sono meno bestiali.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 5 gennaio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/06/i-nuovi-diritti-dei-milanesi/189167/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Quel microchip poco Galeotto</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/29/quel-microchip-poco-galeotto/187332/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/29/quel-microchip-poco-galeotto/187332/#comments</comments> <pubDate>Sun, 29 Jan 2012 16:27:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Silvia Truzzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[e-book]]></category> <category><![CDATA[editoria]]></category> <category><![CDATA[Fantasia]]></category> <category><![CDATA[libri interattivi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/29/quel-microchip-poco-galeotto/187332/</guid> <description><![CDATA[Tutti quelli che rompono con le tradizioni &#8211; per il semplice fatto di dichiararlo o di attuarlo &#8211; sono salutati come coraggiosi, originali, moderni. Ma “il moderno invecchia, il vecchio torna di moda”, ammoniva con illuminato sarcasmo Leo Longanesi. Non sarà particolarmente lungimirante, eppure chi scrive non si rassegna all’ipotetica scomparsa del libro. Quell’oggetto rilegato,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Tutti quelli che rompono con le tradizioni &#8211; per il semplice fatto di dichiararlo o di attuarlo &#8211; sono salutati come coraggiosi, originali, moderni. Ma “il moderno invecchia, il vecchio torna di moda”, ammoniva con illuminato sarcasmo <strong>Leo Longanesi</strong>. Non sarà particolarmente lungimirante, eppure chi scrive non si rassegna all’ipotetica <strong>scomparsa del libro</strong>. Quell’oggetto rilegato, odorante, fisico. Quest’oggetto caldo e vivo pare destinato a soccombere in favore di una sterminata serie di “informazioni informatiche” che insieme fanno il testo. È successo con la musica e con la fu lettera, a beneficio dell’email. Il postino di Skarmeta oggi non incontrerebbe <strong>Pablo Neruda</strong>. E le sue metafore – quelle tanto “pericolose” secondo la madre della sua innamorata – non sarebbero fogli preziosi da nascondere nel reggiseno, accanto al cuore. Al massimo, un microchip.</p><p>Prendiamo Paolo e Francesca. Una passione fatale e travolgente, il destino in una frase. Oggi sarebbe così: “Galeotto fu l’eBook e chi lo scrisse”, onestamente fa tutto un altro effetto. Nostalgismo snob da due soldi, si dirà: i<strong> libri interattivi</strong>, con collegamenti ipertestuali &#8211; filmati e audio &#8211; sono la nuova frontiera dell’editoria. Ma “non è tutt’oro quel brilla”, avverte <strong>Tolkien</strong>. Ecco, “Il signore degli anelli” è una miniera per i produttori dei formati digitali. Perché è molto più di un romanzo, è un poema epico. Un mondo intero con popoli diversi e mappe da “taggare”. Ma il bello di un racconto è che mentre leggi immagini e immaginando entri in quell’universo. Che diventa tuo: i tuoi raminghi, i tuoi elfi. Se qualcuno disegna per te paesi, monti, fiumi o il volto di un personaggio qualcosa ti ruba:<strong> la fantasia</strong>. E non è un furto da poco.</p><p>Un’altra cosa che non si può fare con il libro digitale è regalarlo: o meglio si può, ma non si presenta un granché. Il libro è anche un gesto: spedire un file con le poesie di Montale decisamente è meno romantico che consegnare un pacco da scartare a un appuntamento. Come spiega <strong>Firmino</strong>, il topo “librofago” del romanzo di Sam Savage: “I buoni libri si divorano, lasciano il miele in bocca e un po’ d’amaro nelle viscere”. Cosa avrebbe potuto mangiare, il ratto solitario, per sfuggire alla fame? Megabyte? L’immagine del funerale di <strong>Carlo Fruttero</strong> &#8211; il più dolce e poetico addio cui abbia mai assistito &#8211; è una montagna di libri. Le figlie li hanno distribuiti attorno alla bara perché sono stati i compagni di viaggio d’una vita intera. Una catasta di immateriali file non avrebbe mai spiegato la lunga storia d’amore tra lo scrittore e i suoi libri.</p><p>Detto tutto questo, la rivoluzione digitale ha degli aspetti positivi. Il libro elettronico costa meno: ci sono pochi soldi e la cultura deve essere accessibile a tutti. Il carattere del testo si modula a piacimento, a seconda delle diottrie del lettore. Si può tenere una biblioteca intera nella borsa. È leggero: “Il Visconte di Bragelonne”, per esempio, è un tomo da mille e trecento pagine non proprio agevole da tenere in mano. L’eBook ha innegabili pregi. Ma leggere su uno schermo la scena in cui – ne “La Certosa di Parma” – il conte Mosca, potente ministro del Principe, istupidisce di gelosia come uno scolaretto, <strong>non dà lo stesso piacere</strong>. È un po ’ come abbracciare un manichino, fare una lampada invece che scaldarsi al sole, mangiare una pillola proteica al posto di un filetto. Val la pena esporsi al ridicolo d’una visione di retroguardia per le cose che si amano? Forse sì. Sperando in una lunga e pacifica convivenza tra pagine e schermo.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/29/quel-microchip-poco-galeotto/187332/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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