<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Sandro Trento</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/strento/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description>News, inchieste e blog su politica, cronaca, giustizia, economia</description> <lastBuildDate>Tue, 21 May 2013 00:16:06 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Dal Presidente al Parlamento, le riforme politiche che non possono più aspettare</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/25/dal-presidente-al-parlamento-le-riforme-politiche-che-non-possono-piu-aspettare/574712/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/25/dal-presidente-al-parlamento-le-riforme-politiche-che-non-possono-piu-aspettare/574712/#comments</comments> <pubDate>Thu, 25 Apr 2013 07:37:58 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Francia]]></category> <category><![CDATA[Governo]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[Riforme]]></category> <category><![CDATA[Semipresidenzialismo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=574712</guid> <description><![CDATA[Dopo due mesi sprecati, l’Italia avrà forse un nuovo governo che potrà contare su una maggioranza ampia. E’ importante a questo punto che il nuovo governo di “grande coalizione” abbia il coraggio politico di realizzare alcune riforme non più rinviabili e di non deludere ancora una volta la richiesta di cambiamento che viene dal paese....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Dopo due mesi sprecati, l’Italia avrà forse un nuovo governo che potrà contare su una maggioranza ampia. E’ importante a questo punto che il nuovo governo di “grande coalizione” abbia il coraggio politico di realizzare alcune <strong>riforme non più rinviabili</strong> e di non deludere ancora una volta la richiesta di cambiamento che viene dal paese.</p><p>Lasciamo da parte le riforme sul fronte economico, che avendo comunque un impatto redistributivo tra i vari gruppi sociali ed economici presentano una difficoltà non trascurabile per un governo che comunque avrà una durata non elevata.</p><p>Il nuovo governo deve però affrontare la sfida di<strong> dare all’Italia una “democrazia funzionante”</strong>.</p><p>La Costituzione italiana, com’è noto, fu scritta subito dopo il crollo di una dittatura ventennale, e anche per questo venne costruita in modo da avere un governo debole sottoposto a un Parlamento e a partiti molto forti. I padri costituenti volevano evitare qualsiasi forma di bonapartismo ma il risultato è stato quello di dar vita a una “Repubblica dei partiti” (come l’ha definita Pietro Scoppola), fondata su una democrazia assembleare. L’idea che prevalse fu l’idea giacobina della<strong> supremazia dell’assemblea rappresentativa</strong>, legiferante e governante. In verità, come osservato da molti studiosi (Rebuffa, Cassese), tutta la storia costituzionale dell’Italia unita si è fondata sul predominio del regime d’assemblea, con un Parlamento molto potente, luogo di mediazione tra i partiti. Nell’intera storia italiana si è avuto uno schema nel quale maggioranza e minoranza finivano per governare insieme attraverso lo scambio parlamentare. Solo durante il ventennio fascista si interrompe questo schema (ma ovviamente con il prezzo enorme della cancellazione della libertà).</p><p>L’Italia ha avuto sempre una forte instabilità dei governi. Dal 1861 al 1922 si ebbero <strong>55 governi,</strong> con durata media di <strong>384 giorni</strong>. In 56 anni di repubblica ci sono stati 57 governi con durata media inferiore ad un anno. La centralità del Parlamento era stata voluta dalle forze popolari anche per garantire la sua massima rappresentatività rispetto al paese. La Costituzione non si occupa di legge elettorale ma è chiaro che alla sua base vi fosse un sistema elettorale proporzionale (come in effetti è stato per gran parte del dopoguerra).</p><p>L’Italia repubblicana ha quindi avuto<strong> governi troppo deboli per governare</strong>, un parlamento capace di bloccare qualunque misura di governo e in più un facile ricorso al sistema referendario. Con sole 500.000 firme infatti si può chiedere un referendum. Si pensi che dal 1974 al 1993 sono stati tenuti 26 referendum.</p><p>Per buona parte della Prima Repubblica si è avuto un<strong> sistema nei fatti collusivo tra maggioranza e opposizione</strong> e uno dei risultati è stato l’accumularsi di un debito pubblico di dimensioni enormi.</p><p>La debolezza dell’esecutivo è uno dei problemi più seri del nostro paese. Si pensi alle scelte coraggiose che oggi servono in materia di politica economica e alla necessità di avere esecutivi legittimati a prendere decisioni. Dal 1993 in poi si è cercato di cambiare la legge elettorale per favorire la formazione di maggioranze in Parlamento e per introdurre un qualche principio di legittimazione quasi diretta del governo. Dico quasi, perché fin tanto che la Costituzione non è stata cambiata, è sempre stato il Presidente della Repubblica a dare l’incarico alla formazione del nuovo governo (e non il popolo direttamente) e il nuovo governo deve sempre chiedere la fiducia al Parlamento.</p><p>Questa strada non ha funzionato. La legge elettorale da sola non basta. Abbiamo avuto maggioranze comunque litigiose e governi comunque molto deboli, sottoposti a un parlamento volubile. Non solo ma i tempi di decisione del nostro sistema politico sono molto lenti anche a causa del <strong>bicameralismo perfetto</strong> che costringe alla doppia approvazione (Camera e Senato) e sottopone al rischio della “navetta”, leggi che fanno avanti e indietro da una camera all’altra. E nelle ultime legislature abbiamo finito per avere finte maggioranze: fondate su coalizioni troppo disomogenee.</p><p>Ebbene una democrazia assembleare è solo apparentemente un sistema “più democratico” di un assetto fondato sulla premiership o sul presidenzialismo. In realtà, una democrazia è forte e legittima se è capace di produrre decisioni, possibilmente rapide.</p><p>Sono passati quasi 60 anni dalla fine del fascismo e il paese è cambiato profondamente. E’ il momento di dotarci di un sistema politico che ci dia governi capaci di decidere, governi stabili. Si tratta allora di <strong>riformare la costituzione e di cambiare la legge elettorale</strong>.</p><p>Negli ultimi venti anni, si sono succeduti governi di diverso colore ma altrettanto fragili, rissosi al loro interno e incapaci di decidere. La grave e lunga crisi economica italiana è anche il frutto di questa lunga instabilità politica.</p><p>La<strong> Francia</strong> sperimentò una situazione simile nel secondo dopoguerra, (Quarta Repubblica), governi che cadevano, conflitti parlamentari e fu De Gaulle a prendere in mano la situazione (durante la crisi d’Algeria) e riformare la Costituzione introducendo <strong>un sistema semi-presidenziale</strong> che nel complesso ha dato risultati positivi.</p><p>La prassi recente in effetti ha introdotto in Italia una sorta di <em>presidenzialismo de facto. </em>Si pensi già al ruolo svolto da Scalfaro ma soprattutto al ruolo di Napolitano. Le vicende dell’ultimo settennato segnalano un forte interventismo del <strong>Presidente della Repubblica</strong>. Ed ha un sapore presidenziale anche il ricorso di pochi giorni fa da parte dei partiti a Napolitano per superare lo stallo di questi 60 giorni.</p><p>E’ il momento, credo, di sancire il passaggio pieno a un sistema semi-presidenziale, introducendo l’elezione diretta del Capo dello Stato, eliminando il bicameralismo, riducendo drasticamente il numero di parlamentari, adottando una legge elettorale a doppio turno che costringa i partiti a fare accordi prima delle elezioni, e non dopo, e che assicuri al paese governi stabili; vanno accresciuti i poteri del Presidente del Consiglio.</p><p>Un democrazia funzionante è una democrazia più solida e meno esposta al pericolo di ondate avventuristiche.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/25/dal-presidente-al-parlamento-le-riforme-politiche-che-non-possono-piu-aspettare/574712/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Thatcher, la storia le ha dato ragione?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/08/thatcher-la-storia-le-ha-dato-ragione/555617/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/08/thatcher-la-storia-le-ha-dato-ragione/555617/#comments</comments> <pubDate>Mon, 08 Apr 2013 15:03:26 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Capitalismo]]></category> <category><![CDATA[Liberalizzazioni]]></category> <category><![CDATA[Margaret Thatcher]]></category> <category><![CDATA[Sindacati]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=555617</guid> <description><![CDATA[E’ morta Margaret Thatcher, uno dei grandi leader del secondo novecento. Era figlia di un commerciante ma aveva fatto buoni studi (Grammar School e poi Oxford, Somerville College), era quindi un tipico caso di ascesa sociale basata sul merito. Interessante osservare che Margaret si era laureata, nel 1947, in Chimica a Oxford; una materia tipicamente...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/08/morta-margaret-thatcher-lady-di-ferro-premier-inglese-per-11-anni/555344/">E’ morta Margaret Thatcher</a>, uno dei grandi leader del secondo novecento</strong>. Era figlia di un commerciante ma aveva fatto buoni studi (Grammar School e poi Oxford, Somerville College), era quindi un tipico caso di ascesa sociale basata sul merito. Interessante osservare che Margaret si era laureata, nel 1947, in Chimica a Oxford; una materia tipicamente a scarsa presenza femminile, fino ad allora. Successivamente si dedicò agli studi di legge per diventare avvocato. Nel 1975 fu eletta leader del Partito Conservatore (<strong>prima donna a diventarlo</strong>; per inciso si noti come in Italia siamo ancora in attesa di vedere una donna leader di un grande partito) e nel 1979 fu eletta primo ministro britannico (prima donna a diventarlo); fu primo ministro dal 1979 al 1990.<strong> Un’era che ha rappresentato una vera svolta</strong> nella vita del Regno Unito ma anche nella storia dell’occidente nel suo insieme.</p><p>La Thatcher fu la protagonista di una rinascita della destra e un personaggio di quelli che hanno diviso l’opinione pubblica.</p><p>La Gran Bretagna negli anni ’60 e soprattutto negli anni ’70 aveva sperimentato un lento e grave declino. Il concetto stesso di “declino” per gran parte del novecento è stato legato proprio alla Gran Bretagna, paese che aveva avuto una leadership tecnologica ed economica per un secolo, un vasto impero, un grande peso nella politica internazionale. Negli anni ’60 e ’70 tuttavia si era avuta una perdita forte di competitività. Mentre i paesi dell’Europa continentale (Germania, Italia e Francia) avevano sperimentato un rapido processo di<em> catching up</em> nei confronti degli Stati Uniti, la Gran Bretagna era rimasta indietro e anzi aveva perduto parte rilevante del proprio vantaggio relativo.</p><p>Al centro del “male britannico” vi era un forte <strong>conflitto distributivo tra capitale e lavoro</strong>. Il 5 agosto 1974 il<em> Times</em> titolava: “Nel destino della Gran Bretagna c’è un colpo di Stato militare”, si trattava di un articolo di Lord Chalfont, ministro della Difesa laburista, che prevedeva come sbocco al clima di conflittualità diffusa un <em>putch</em>. Cito questo esempio solo per dare un’idea di quale clima si respirasse in Gran Bretagna (e in buona parte dell’Europa, a metà degli anni ’70).</p><p>Il prezzo delle materie prime e delle derrate alimentari era in forte crescita. Il Club di Roma nel 1972 aveva pubblicato un Rapporto sui Limiti della crescita nel quale si preannunciava l’imminente esaurimento del petrolio e delle principali materie prime. I tassi d’inflazione erano a due cifre e in crescita. Il sistema dei cambi fissi che aveva regolato il commercio mondiale per tutto il dopoguerra si era disfatto ad agosto del 1971. La produttività era in calo. Il prodotto per ora lavorata si era dimezzato tra il 1973 e il 1979. Aspro, continuo, profondo era il <strong>conflitto nelle fabbriche tra operai e imprenditori</strong>. La domanda intanto era caduta anch’essa, con una spirale di caduta della produzione, conseguente caduta dell’occupazione e aumento del conflitto tra sindacato e padronato.</p><p><strong>La spesa pubblica</strong>, soprattutto per fini di welfare, era cresciuta molto. Dalla fine degli anni ’60, si era avuto un forte aumento delle assunzioni pubbliche: insegnanti, medici, lavoratori sociali. Vasti settori erano di proprietà dello Stato. Il partito laburista aveva ripetutamente prospettato piani di nazionalizzazioni di vasti settori produttivi per contrastare la crisi. Lo spettro dell’iper-inflazione, alimentata dall’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime e dal conflitto tra capitale e lavoro, stava provocando un impoverimento dei ceti medi con lavoro dipendente. Nel 1979 l’inflazione in Gran Breatagna era del 18 per cento (in Italia del 21 per cento).</p><p>Sembrava trovare conferma insomma<strong> la tesi di Kalecki</strong> che nel 1943 aveva scritto un famoso saggio “Political Aspects of Full Employment” nel quale aveva sostenuto che la piena occupazione non fosse compatibile con il <strong>capitalismo</strong>. Se per troppi anni c’è pieno impiego, il licenziamento cessa di essere una misura che disciplina gli operai e i lavoratori e questo alimenta richieste e aspettative crescenti di redistribuzione del reddito dal profitto ai salari. Ma questo meccanismo finisce per minare le basi del processo di crescita e quindi porta alla crisi sistemica.</p><p>Ebbene, in questo quadro di crisi profonda e protratta, <strong>la Thatcher ebbe la forza di proporre un disegno di riforma organica dell’economia e della società</strong>.</p><p>L’idea di base era quella che solo l’impresa e l’iniziativa privata fossere in grado di scongiurare il declino e far tornare a crescere la Gran Bretagna. Bisognava quindi abbandonare le politiche stataliste e restituire all’impresa la centralità smarrita. Allo stesso tempo si trattava di ridurre lo strapotere delle Trade Unions, i sindacati britannici che si erano radicati in molti settori produttivi. La Thatcher quindi avviò un vasto programma di privatizzazioni che fu aperto dalla vendita ai privati nel 1979 della British Petroleum. La Thatcher si fece portatrice di un disegno di riduzione della presenza dello Stato, di lotta all’inflazione come priorità della politica economica e di<strong> rilancio dell’iniziativa privata</strong>. La Thatcher si conquistò il soprannome di Lady di ferro per la determinazione con la quale si impegnò nella realizzazione del suo programma. Memorabile fu lo scontro con i minatori del Galles e del nord dell’Inghilterra a seguito della decisione governativa di chiudere le miniere. La Thatcher voleva che si creasse in Gran Bretagna un <strong>capitalismo popolare</strong>, favorì pertanto la vendita delle azioni delle imprese privatizzate ai piccoli risparmiatori.</p><p>La soluzione thatcheriana divenne la<strong> ricetta della nuova destra</strong>: meno spesa pubblica, liberalizzazioni, più concorrenza, privatizzazioni, riduzione del potere dei sindacati, diffusione dell’azionariato, e così via.</p><p>Dopo un decennio nel quale il pendolo aveva oscillato verso il lavoro, il socialismo, l’intervento pubblico (gli anni ’70) si ebbero decenni di centralità del mercato e dell’impresa.</p><p><strong>La politica thatcheriana diede i suoi frutti dopo circa un decennio</strong>. La Gran Bretagna uscì dal declino al quale sembrava condannata.</p><p><strong>Ci furono costi ovviamente</strong>. L’industria manifatturiera britannica subì un forte dimagrimento. I servizi divennero il cuore dell’economia e la City finanziaria in particolare aumentò il suo peso e il suo ruolo. Parte del sistema di welfare venne smantellato. L’ineguaglianza nella distribuzione del reddito aumentò significativamente. Ma questo in parte era un disegno voluto a compensazione dell’eccesso di egalitarismo vissuto negli anni ’70.</p><p>Non si può fare un’analisi completa dell’esperimento thatcheriano in poche righe di un blog. Quindi è chiaro che andrebbero valutati molti più aspetti.</p><p>L’elemento interessante è tuttavia legato al fatto che la Gran Bretagna è uno dei pochi casi di un paese in declino che seppe<strong> invertire la rotta</strong>. La Thatcher – a differenza dei politici italiani – ebbe il coraggio delle proprie azioni. Nel pieno delle contestazioni durissime che la signora di Ferro subì, amava ripetere : “Vado avanti, la storia mi darà ragione”.</p><p><strong>L’Italia invece</strong> vive da venti anni una situazione nella quale i politici inseguono i sondaggi, promettono favole, sono spaventati dalla più piccola contestazione. Si parla solo di progetti di corto respiro e nessuno osa disegnare un programma di riforme a medio termine.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/08/thatcher-la-storia-le-ha-dato-ragione/555617/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Crisi e recessione: serve una strategia seria di spending review</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/31/crisi-e-recessione-serve-una-strategia-seria-di-spending-review/547843/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/31/crisi-e-recessione-serve-una-strategia-seria-di-spending-review/547843/#comments</comments> <pubDate>Sun, 31 Mar 2013 09:55:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Paul Krugman]]></category> <category><![CDATA[Politiche Keynesiane]]></category> <category><![CDATA[Recessione]]></category> <category><![CDATA[Spending Review]]></category> <category><![CDATA[Spesa Pubblica]]></category> <category><![CDATA[Tagli Spesa Pubblica]]></category> <category><![CDATA[Tasse]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=547843</guid> <description><![CDATA[La situazione italiana non è esaltante. Siamo in recessione. La disoccupazione è su livelli elevati. Migliaia di imprese chiudono. E grande è il pessimismo delle famiglie e degli investitori. Alcuni sostengono che si dovrebbe smettere di perseguire politiche di risanamento fiscale e adottare i suggerimenti di Krugman. Va detto che in effetti ci sono due...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La situazione italiana non è esaltante. <strong>Siamo in recessione</strong>. La disoccupazione è su livelli elevati. Migliaia di imprese chiudono. E grande è il pessimismo delle famiglie e degli investitori.</p><p>Alcuni sostengono che si dovrebbe smettere di perseguire politiche di risanamento fiscale e adottare i suggerimenti di Krugman.<br /> Va detto che in effetti ci sono due modi per risanare i conti pubblici: a) aumentare le tasse; b) tagliare la spesa pubblica. Monti ha purtroppo seguito la prima strada, come del resto gran parte dei governi della seconda Repubblica. <strong>Questa però è la strada peggiore</strong>. Se si aumentano le tasse, si soffoca l&#8217;economia, si deprimono i consumi e gli investimenti. La domanda interna si restringe. E questo è in buona parte ciò che stiamo sperimentando. Il pericolo è quello di una spirale viziosa: più tasse, meno crescita, aumento del peso del debito pubblico sul Pil, necessità di ulteriori manovre restrittive e nuova caduta della domanda, con rischio di default.</p><p> Viceversa un<strong> piano organico di riduzione della spesa pubblica</strong> può essere l&#8217;occasione per ridefinire i confini dell&#8217;intervento pubblico nel paese, per eliminare molte inefficienze legate alla pubblica amministrazione, alla corruzione, all&#8217;eccesso di Stato. La spending review dovrebbe servire a questo: a fare scelte. La politica italiana non è capace di fare scelte e invece è ciò che dovrebbe fare. Si devono individuare alcune priorità di medio termine. La scuola, l&#8217;innovazione, la difesa dell&#8217;ambiente, la difesa dei più poveri, un sistema di infrastrutture per lo sviluppo. Si dovrà invece tagliare in altri campi e ridurre gli sprechi.</p><p> Da almeno trenta anni l&#8217;Italia ha avuto un grave problema di eccessiva spesa pubblica, non dobbiamo dimenticarlo. Abbiamo accumulato un gigantesco <strong>debito pubblico</strong> non per contrastare la crisi del 2008-2009, non per salvare le banche, come è avvenuto in quasi tutti gli altri paesi. Abbiamo accumulato un mastodontico debito pubblico dagli anni &#8217;80, perché per lunghissimo tempo <strong>spendevamo molto più di quanto avevamo</strong>.</p><p> La ricetta keynesiana in Italia ha solo creato disastri. Le giovani generazioni dovranno pagare per tutta la loro vita i debiti lasciati loro dalle politiche di eccesso di spesa pubblica! Ricordiamolo.</p><p>Krugman in realtà suggerisce di usare uno stimolo di breve durata per far uscire l&#8217;economia americana ed europea dalle secche della bassa crescita. Il guaio è che in Italia stiamo faticando non poco per convincere gli investitori che siamo intenzionati a ridurre la troppa spesa pubblica, a risanare i conti pubblici, ad abbattere il debito pubblico. Non solo. In Italia se si autorizzassero i politici, i governi (tecnici o politici o presidenziali) a far crescere la spesa pubblica in deficit si avrebbe immediatamente un effetto simile a una bomba atomica sui mercati. Gli investitori sarebbero terrorizzati dalla scelta di far crescere spesa pubblica e quindi debito pubblico. Una ricetta del genere farebbe schizzare lo spread su livelli astronomici con un effetto drammatico sulla spesa pubblica per interessi e sulla spesa privata (imprese e famiglie) per mutui e prestiti. Altro che maggiore crescita. Si avrebbe meno sviluppo.</p><p>Quindi, va assicurata una <strong>strategia seria di spending review</strong>, un piano di dismissioni del patrimonio pubblico, una lotta senza quartiere all&#8217;evasione fiscale.</p><p> Tutte le risorse cosi liberate dovrebbero essere usate da un lato per ridurre il debito e dall&#8217;altro per tagliare le tasse su imprese e famiglie. Questa è la strada. A questo va aggiunto un processo di riequilibrio del peso del riaggiustamento che gravi sui ricchi e che favorisca i ceti meno abbienti. Serve più equità.</p><p> Ma nessuno deve pensare che un ritorno alle politiche di spesa pubblica allegra (quelle del Pentapartito di Craxi, ad esempio) possa essere la soluzione ai nostri problemi.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/31/crisi-e-recessione-serve-una-strategia-seria-di-spending-review/547843/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Senza governo verso la catastrofe</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/12/senza-governo-verso-la-catastrofe/527949/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/12/senza-governo-verso-la-catastrofe/527949/#comments</comments> <pubDate>Tue, 12 Mar 2013 16:32:05 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Movimento 5 Stelle]]></category> <category><![CDATA[Nuovo Governo]]></category> <category><![CDATA[PD]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=527949</guid> <description><![CDATA[Siamo fermi e non si vede all’orizzonte una soluzione. Del resto è difficile pensare che Bersani possa diventare un Robespierre credibile nel chiedere di ghigliottinare la casta e la politica, lui che è parte integrante di quel ceto. In questo momento il “mezzo” è importante almeno quanto il “contenuto”. Il Pd e gli intellettuali che...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Siamo fermi e non si vede all’orizzonte una soluzione. Del resto è difficile pensare che Bersani possa diventare un Robespierre credibile nel chiedere di ghigliottinare<strong> la casta e la politica,</strong> lui che è parte integrante di quel ceto.</p><p>In questo momento il “mezzo” è importante almeno quanto il “contenuto”.</p><p>Il Pd e gli intellettuali che scrivono appelli ritengono che l’emergenza sia <strong>il lavoro e l’economia</strong>. Gli otto milioni e mezzo di persone, soprattutto giovani, che hanno votato per il M5S pensano che il problema centrale sia la “credibilità di chi governa”, le “facce e le storie di chi fa politica”. Non si può pensare che le nomenklatura faccia proposte rivolte al M5S e che questo le prenda sul serio. “Non appoggeremo alcun governo espressione dei partiti” ripetono i grillini. Ma qualcuno fa finta di non capire.</p><p>Contano le parole ma conta anche chi le pronuncia, quelle parole. Questo è in parte il succo dello <strong>tsunami grillino</strong>.</p><p>Serve una discontinuità nelle persone. La dirigenza del Pd deve riconoscere la propria sconfitta. Non ha saputo ottenere la maggioranza in ambedue le camere e ha dilapidato in poche settimane un capitale di consensi che era davvero notevole. Ora si può provare a mettere in gioco un leader che sia “credibile” quando dichiara che vuole tagliare o eliminare il finanziamento pubblico ai partiti. Oppure intestardirsi con la strada seguita finora e restare bloccati.</p><p>Governo di salute pubblica? Si che tagli le retribuzioni dei parlamentari, il finanziamento ai partiti e il numero dei parlamentari. Un governo che <strong>cambi la legge elettorale</strong>, che cancelli le province; che accorpi tutti i comuni con meno di 10.000 abitanti. Un governo che dimezzi il numero delle Regioni. Un governo che riduca gli stipendi degli alti burocrati pubblici. E così via.</p><p><strong>E l’economia?</strong> Beh, se un simile programma giacobino, riuscisse a trovare i numeri in parlamento, poi potrebbe anche occuparsi della politica economica.</p><p>Il rischio invece è di perdere altro tempo, di andare ad altre elezioni con questa stessa legge elettorale e di trovarsi di nuovo senza una maggioranza capace di governare. “<em><a href="http://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:2073" target="_blank">Con il vantaggio di cui dispone Berlusconi in regioni chiave (+6% in Puglia, +9% in Campania, +7% il Lombardia, +8% in Veneto), anche con nuove elezioni non ci sarebbe una maggioranza in Parlamento, poiché nessun sistema elettorale può dare la maggioranza parlamentare a una coalizione votata da meno di un terzo degli italiani</a>”.</em><em></em></p><p>E a quel punto sarebbe davvero difficile evitare la catastrofe.</p><p>&nbsp;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/12/senza-governo-verso-la-catastrofe/527949/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Elezioni 2013, cari partiti, vi state dimenticando della recessione</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/07/cari-partiti-vi-state-dimenticando-della-recessione/522969/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/07/cari-partiti-vi-state-dimenticando-della-recessione/522969/#comments</comments> <pubDate>Thu, 07 Mar 2013 07:42:26 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[Crisi Economica]]></category> <category><![CDATA[Disoccupazione]]></category> <category><![CDATA[Elezioni Politiche 2013]]></category> <category><![CDATA[Euro]]></category> <category><![CDATA[Governo Monti]]></category> <category><![CDATA[Movimento 5 Stelle]]></category> <category><![CDATA[Recessione]]></category> <category><![CDATA[Spread]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=522969</guid> <description><![CDATA[Si è diffuso un senso di attesa, dopo i risultati sorprendenti delle elezioni. Fino a poche settimane fa tutti concordavano sul fatto che fosse urgente intervenire per contrastare la grave crisi economica e sociale italiana. Oggi sembra che non ci sia più questa emergenza e che quindi si possa aspettare. Questa illusione si basa in...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Si è diffuso un senso di <strong>attesa</strong>, dopo i risultati sorprendenti delle <strong>elezioni</strong>. Fino a poche settimane fa tutti concordavano sul fatto che fosse urgente intervenire per contrastare la grave <strong>crisi economica</strong> e <strong>sociale</strong> italiana. Oggi sembra che non ci sia più questa <strong>emergenza</strong> e che quindi si possa aspettare. Questa illusione si basa in parte sulla tregua che nei fatti ci hanno concesso i mercati sul fronte dei <strong>titoli pubblici</strong> e quindi dello <strong>spread</strong>. Ma è chiaro che il mercato del <strong>debito</strong> è calmo non perché le cose vadano bene, ma perché confida sulla determinazione della <strong>Banca centrale europea</strong> nella difesa dell’euro e quindi nella sua volontà di scongiurare crisi di panico sui titoli dell’area dell’euro.   </p><p>La crisi italiana è tuttavia molto grave. Secondo la Banca d’Italia il <strong>Pil</strong> è caduto del 2,1 per cento nel 2012, il secondo peggior dato del <strong>dopoguerra</strong>, e nel 2013 subirà un ulteriore calo dell’1 per cento. Gli italiani sono più poveri. Il <strong>reddito</strong> procapite nel 2012 è stato inferiore del 10 per cento rispetto a quello del 2007. Centinaia di migliaia di <strong>posti di lavoro</strong> vengono distrutti. La situazione sul mercato del lavoro è di vera emergenza, ogni mese si perdono circa 100.000 posti di lavoro. Per qualche mese avremo ancora fondi per finanziare la cassa integrazione ma poi? La disoccupazione giovanile è su livelli record. I dati Cerved segnalano che nei primi 9 mesi del 2012 hanno chiuso 55.000 imprese, il dato peggiore degli ultimi dieci anni. Qualcosa non ha funzionato nelle politiche economiche di questi anni. A dicembre del 2011 il <strong>governo Monti</strong> presentava il decreto Salva Italia nel quale si prevedeva un calo del reddito nazionale, per il 2012, pari a (solo) -0,4 per cento e una ripresa dell’1 per cento per il 2013. Come abbiamo visto i fatti hanno smentito drammaticamente queste previsioni. Anche sui conti pubblici il governo Monti ha fatto errori molto significativi sull’andamento del <strong>deficit</strong>.   </p><p>È quindi il momento di una riflessione profonda. <strong>Olivier Blanchard</strong> e <strong>David Leigh</strong> in un recente paper (gennaio 2013) dimostrano come nei Paesi nei quali il consolidamento fiscale è stato più severo la crescita è stata minore rispetto a quella attesa. Vi è insomma un errore sistematico di previsione. I due economisti sostengono che questi errori siano dovuti alla sotto-stima del valore del moltiplicatore fiscale che è implicito nello schema dei governi e alla base delle misure di austerity. Le politiche di <strong>aumento delle tasse</strong> e i <strong>tagli</strong> stanno riducendo la crescita in gran parte dei Paesi europei. L’industria italiana però ha sperimentato risultati positivi sui mercati esteri (quelli che crescono). Il <strong>fatturato</strong> industriale italiano è cresciuto di circa il 3 per cento sull’estero nel 2012 e precipitato di quasi l’8 per cento sul mercato nazionale. Insomma, dove la domanda tira i nostri prodotti vanno bene. Lo ripete da oltre un anno ripete anche Sergio Marchionne. Vi è un problema di bassa domanda in Italia e nell’area dell’euro. Le politiche di austerità stanno generando un circolo vizioso: minore crescita, peggioramento dei conti pubblici, misure di ulteriore consolidamento fiscale e così via. Va data priorità alla crescita economica, prima che sia troppo tardi. Serve farlo a livello di Ue innanzitutto e a livello nazionale. É indispensabile a questo punto dare all’Italia un governo. La forte affermazione del <strong>Movimento 5 Stelle</strong> potrebbe rappresentare un’occasione per ripensare la politica economica. Non è pensabile, d’altro lato, che la terza forza politica della nazione resti alla finestra. La tregua da parte dei mercati è solo apparente. Il baratro è molto vicino.   </p><p>La soluzione auspicabile sembra un governo di salute pubblica con un programma di emergenza minimo: 1. <strong>Nuova legge elettorale e tagli ai costi della politica</strong> (azzeramento rimborsi ai partiti, dimezzamento degli stipendi dei politici, etc.); 2. Abbattimento del <strong>cuneo fiscale</strong> per il lavoro, pagamenti rapidi degli arretrati della Pubblica amministrazione nei confronti delle imprese; 3. <strong>Rinegoziare gli accordi con l’Ue</strong>; 4. Definizione di un programma di vendite dei aziende e attività pubbliche. Siamo davanti a un bivio: c’è l’opportunità di fare alcuni interventi politici ed economici e in questo modo dare un senso al voto di milioni di italiani che chiedevano il <strong>cambiamento</strong>; c’è, però, il pericolo di finire nella voragine. Se l’accordo fallisse, se non ci fossero le condizioni per un governo, se la situazione italiana si dimostrasse di totale instabilità politica è chiaro che saremmo di nuovo sottoposti al “plebiscito permanente” dei mercati: gli spread salirebbero rapidamente e ci si troverebbe davvero vicini al rischio di default. L’intervento europeo e del <strong>Fmi</strong> a nostro sostegno in uno scenario del genere sarebbe condizionato a una cessazione forte di sovranità, dovremmo impegnarci a fare quello che la troika ci chiederebbe con costi impensabili e terribili per il paese. Chi è stato eletto in Parlamento deve aver chiaro un simile scenario catastrofico ed essere pronto a renderne conto.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 7 Marzo 2013</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/07/cari-partiti-vi-state-dimenticando-della-recessione/522969/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Senza governo si consegna l&#8217;Italia alla Troika</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/06/senza-governo-si-consegna-litalia-alla-troika/521993/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/06/senza-governo-si-consegna-litalia-alla-troika/521993/#comments</comments> <pubDate>Wed, 06 Mar 2013 10:16:38 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Elezioni 2013]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[Crisi Economica]]></category> <category><![CDATA[Euro]]></category> <category><![CDATA[Governo]]></category> <category><![CDATA[Movimento 5 Stelle]]></category> <category><![CDATA[Nuovo Governo]]></category> <category><![CDATA[PD]]></category> <category><![CDATA[Pier Luigi Bersani]]></category> <category><![CDATA[Unione Europea]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=521993</guid> <description><![CDATA[Se non si riuscirà a formare un governo, se si avrà instabilità e l’Italia si troverà senza governo per mesi, si avrà un’impennata dello spread. Gli investitori stranieri venderanno in massa i titoli pubblici italiani e anche molti risparmiatori italiani faranno altrettanto. I paesi indebitati, soprattutto quelli fortemente indebitati, devono rispondere ai mercati, non ci...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Se non si riuscirà a formare un governo, se si avrà instabilità e l’Italia si troverà <strong>senza governo per mesi</strong>, si avrà un’impennata dello spread. Gli investitori stranieri venderanno in massa<strong> i titoli pubblici </strong>italiani e anche molti risparmiatori italiani faranno altrettanto. I paesi indebitati, soprattutto quelli fortemente indebitati, devono rispondere ai mercati, non ci sono alternative, a meno che il 100 per cento del debito non fosse nelle mani dei residenti.<strong> Così non è per l’Italia</strong>.</p><p>Certo a settembre del 2012 Mario Draghi aveva dichiarato: «Faremo tutto il necessario per difendere l&#8217;euro che è irreversibile. Timori fondati su reversibilità sono quello che sono, e cioè paure non fondate. E ciò rientra pienamente nel nostro mandato». La <strong>Bce</strong> ha fatto capire quindi che è pronta ad acquistare titoli di stato italiani (o di altri paesi europei in difficoltà) in quantità adeguata per calmierare i rendimenti per i titoli con scadenza da uno a tre anni per i paesi che ne faranno richiesta.</p><p>Quindi è vero che nel caso in cui l’Italia si trovasse priva di governo ci sarebbe la possibilità di chiedere aiuto alla Bce. Ma ecco il punto: l’intervento della Bce va chiesto da parte dell’Italia e verrebbe concesso solo a patto che l’Italia firmasse un impegno chiaro a seguire una strategia di politica economica definita da Bce, Unione europea e Fondo Monetario (Troika). Le operazioni di acquisto dei titoli di stato sarebbero interrotte se l’Italia a un certo punto decidesse di non mettere in pratica le ricette imposte dalla Troika.</p><p>In questo scenario<strong> l’Italia sarebbe governata di fatto dalla Troika</strong>, avremmo pochissimi margini, forse nessuno. Non potremmo rifiutarci di fare i tagli allo stato sociale, alla spesa pubblica che ci verranno richiesti.</p><p>Rifiutarsi di scendere a patti con il Pd, restare fuori per non sporcarsi le mani, fare solo l’opposizione oggi significa consegnare il paese alla Troika. Spero che questo sia chiaro ai giovani del M5S. E’ indispensabile che il M5S definisca una <strong>strategia realistica di politica economica</strong>. E’ il momento di passare dalla poesia alla prosa.</p><p>Anche minacciare di fare un<strong> referendum sull’euro</strong> non va certo nella direzione di rassicurare i mercati internazionali e di dare all’Italia ossigeno per ritrovare una strada di sviluppo.</p><p>E’ vero che l’unione monetaria è stata realizzata in modo sbagliato, senza avere un bilancio europeo adeguato e una politica fiscale unica capace di contrastare le crisi come quella che stiamo vivendo. Ma pensare che uscendo oggi dall’euro singolarmente possa costituire una soluzione ai nostri mali è davvero ingenuo. Se l’Italia uscisse dall’euro, l’euro si dissolverebbe e i costi di questo processo sarebbero apocalittici. <strong>Miseria di massa</strong>, disoccupazione, fallimenti bancari e industriali, scontri sociali, rivolte, rischi di conflitti gravi tra i paesi.</p><p>La strada semmai è quella di costruire alleanze in Europa per completare l’unione monetaria con una maggiore unione politica e democratica.<br /> </p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/06/senza-governo-si-consegna-litalia-alla-troika/521993/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>M5S: la decrescita è sempre e solo infelice</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/01/m5s-decrescita-e-sempre-e-solo-infelice/517118/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/01/m5s-decrescita-e-sempre-e-solo-infelice/517118/#comments</comments> <pubDate>Fri, 01 Mar 2013 18:56:26 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Elezioni 2013]]></category> <category><![CDATA[Banche]]></category> <category><![CDATA[Crescita Economica]]></category> <category><![CDATA[Decrescita Felice]]></category> <category><![CDATA[Giovani]]></category> <category><![CDATA[Movimento 5 Stelle]]></category> <category><![CDATA[Parlamento]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=517118</guid> <description><![CDATA[Non sono state elezioni qualunque quelle di domenica scorsa. Come non lo furono quelle del 1994. Voglio partire da un dato che, a mio avviso, è molto importante. L’età media degli eletti nelle liste del Movimento 5 Stelle: 37 anni; 33 anni l’età media dei nuovi deputati del M5S e 46 anni quella dei nuovi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Non sono state <strong>elezioni</strong> qualunque quelle di domenica scorsa. Come non lo furono quelle del <strong>1994</strong>.</p><p style="text-align: left;">Voglio partire da un dato che, a mio avviso, è molto importante. L’<strong>età media degli eletti nelle liste del Movimento 5 Stelle</strong>: 37 anni; 33 anni l’età media dei nuovi deputati del M5S e 46 anni quella dei nuovi senatori M5S. Si tratta di una <strong>rivoluzione</strong>. Nessun altro partito può vantare una quota di giovani così nutrita. <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/27/elezioni-2013-movimento-5-stelle-manda-63-donne-in-parlamento-chi-sono/515170/" target="_blank">Il M5S ha eletto 62 donne in totale, pari al 22,5 per cento di tutte le donne elette nel Parlamento</a>.</p><p style="text-align: left;">L’88 per cento degli eletti del M5S è <strong>laureato</strong>. In un paese nel quale c’è l’<strong>apartheid contro i giovani</strong>, questi dati segnano una forte discontinuità. I giovani oggi, in Italia, sono segregati, a loro non si applicano le regole costruite per i loro padri e nonni, basti pensare al mercato del lavoro. Ai sindacati del resto sono iscritti per lo più pensionati e comunque over-50enni, come potrebbero interessarsi ai giovani?</p><p style="text-align: left;">Le <strong>banche</strong> sono guidate da anziani, i dirigenti dei ministeri sono anziani, i politici degli altri partiti sono anziani. I docenti universitari sono anziani.</p><p style="text-align: left;">L’Italia è l’unico paese al mondo nel quale un quarantenne si auto-definisce: “giovane”. Nel resto del mondo superati i venticinque anni si è considerati adulti. Questo abuso del termine “giovane” è tipico di un sistema gerontocratico. I vecchi si auto-ringiovaniscono, allungando a dismisura la cosiddetta “gioventù”. Salvo poi chiudere ogni porta ai giovani veri.</p><p style="text-align: left;"><strong>Obama</strong> in Italia è definito: giovane presidente. Negli Stati Uniti nessuno lo ritiene “giovane”, è un cinquantenne..</p><p style="text-align: left;">Ebbene, l’ingresso di tanti giovani, qualificati, pieni di passione è di per sé un evento molto positivo. E credo che molti se ne stiano rendendo conto. Perché mai tanti giovani trentenni dovrebbero essere peggiori dei <strong>Berlusconi</strong>, dei <strong>Bersani</strong>, dei <strong>Monti</strong>, dei <strong>Casini</strong>, dei <strong>Di Pietro</strong>, dei <strong>Diliberto</strong> etc.?</p><p style="text-align: left;">Lo dico anche se non condivido molto del programma economico del M5S e non condivido affatto l’assenza di regole in quel movimento. E’ ora che il M5S si dia delle<strong> regole democratiche</strong> interne: non è possibile che la linea politica venga decisa da un consulente aziendale e da un ex-attore in solitudine e senza accountability.</p><p style="text-align: left;">Sul <strong>programma economico</strong> mi permetto di dire che non esiste la “<strong>decrescita felice</strong>”. L’Italia decresce del resto da quindici anni e ne vediamo le <strong>drammatiche conseguenze</strong>: ci siamo impoveriti (avevamo un prodotto pro-capite superiore alla media Ue ora siamo sotto la media); i <strong>salari medi</strong> sono tra i più bassi in Europa e non crescono; il precariato è dilagante; <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/01/disoccupazione-nuovo-record-a-gennaio-con-tasso-che-sale-all117/516768/" target="_blank">la <strong>disoccupazione</strong> aumenta</a>; <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/01/crisi-pil-nel-2012-in-calo-del-24-crollo-dei-consumi-sotto-livello-del-2001/516932/" target="_blank">i consumi ristagnano; migliaia di imprese falliscono</a>; la criminalità organizzata si rafforza. Abbiamo poche risorse da destinare al risanamento ambientale, risorse in declino per la scuola e l’università. E’ un errore pensare che ci sia una decrescita felice. La decrescita è sempre e solo infelice.</p><p style="text-align: left;">Bisogna crescere di più e in un modo diverso, certo.</p><p style="text-align: left;">Più qualità della crescita. Ma per rendere l’Italia un paese più equo, per poter <strong>re-distribuire</strong> <strong>reddito</strong> e <strong>ricchezza</strong>, si deve innanzitutto produrre ricchezza non farla diminuire.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/01/m5s-decrescita-e-sempre-e-solo-infelice/517118/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Non solo le tasse: la centralità dell&#8217;industria manifatturiera</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/10/per-rilancio-dellindustria-manifatturiera-vero-asset-italiano/494510/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/10/per-rilancio-dellindustria-manifatturiera-vero-asset-italiano/494510/#comments</comments> <pubDate>Sun, 10 Feb 2013 08:06:54 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Imu]]></category> <category><![CDATA[Industria]]></category> <category><![CDATA[Piano Industriale]]></category> <category><![CDATA[Pressione Fiscale]]></category> <category><![CDATA[Risparmio]]></category> <category><![CDATA[Tasse]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=494510</guid> <description><![CDATA[Nonostante il calo della produzione industriale e la chiusura di migliaia di fabbriche, l’Italia rimane un paese a forte vocazione manifatturiera. La campagna elettorale però è interamente monopolizzata dal tema delle tasse. Siamo oramai davanti a una gara a chi la spara più grossa: abolirò l’Imu, taglierò l’Irpef, abbatterò l’Irap e così via. In tutte le forze politiche si è...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Nonostante il calo della produzione industriale e la chiusura di migliaia di fabbriche, l’Italia rimane un paese a forte vocazione <strong>manifatturiera</strong>. La campagna elettorale però è interamente monopolizzata dal tema delle <strong>tasse</strong>. Siamo oramai davanti a una gara a chi la spara più grossa: <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/03/elezioni-promessa-day-di-berlusconi-via-limu-al-primo-cdm/487982/" target="_blank">abolirò l’Imu</a>, taglierò l’Irpef, abbatterò l’Irap e così via.</p><p style="text-align: left;">In tutte le forze politiche si è diffusa l’idea, mi viene da dire l’<strong>ideologia</strong>, che l’unico strumento della politica economica sia quello <strong>fiscale</strong> e che quindi l’unico punto rilevante sia quello di capire come ridurre la spesa pubblica per poi tagliare le tasse. Sono convinto anche io che il livello della<strong> pressione fiscale</strong>, in Italia, sia troppo elevato ma va anche detto che altri paesi con pressione fiscale elevata se la passano meglio dell’Italia, basti pensare alla Germania o alla Svezia.</p><p style="text-align: left;">La questione centrale è che chi dietro l’idea che il governo debba solo restituire i soldi agli individui e alle imprese si nasconde una visione secondo la quale una volta restituiti i soldi agli individui, <strong>basterebbe l’agire del mercato per far crescere l’Italia</strong>. Questo mi sembra più un atto di fede che un fatto corroborato da evidenza empirica. Prendiamo l’esempio dei soldi ridati alle persone, sotto forma per esempio di meno tasse sul reddito, ebbene vi è il rischio concreto che una parte rilevante di questi soldi aggiuntivi venga risparmiato, dato l’altissimo livello di incertezza e di paura che c’è oggi in Italia. Un <strong>aumento dei risparmi</strong> non avrebbe un effetto positivo sulla domanda interna e quindi non avrebbe effetto sulla <strong>crescita</strong>. In secondo luogo vi è il rischio concreto che una parte cospicua del <strong>reddito</strong> aggiuntivo ricevuto dalle famiglie venga speso per acquistare beni d’importazione. Basta ricordare gli effetti scarsissimi che ebbero sulle vendite della Fiat gli incentivi sulla rottamazione delle automobili introdotti a più riprese da vari governi italiani. Gli incentivi alla rottamazione fecero crescere le vendite di automobili straniere, favorendo quindi la produzione di altri paesi e non quella italiana.</p><p style="text-align: left;">E’ pazzesco pensare che nessuno dei partiti in gara abbia nei fatto un progetto per <strong>rilanciare l’offerta</strong>, per favorire la ripresa industriale, per rafforzare l’industria manifatturiera. Assistiamo sgomenti ma immobili alle crisi di questa o quella industria italiana e ci rassegniamo all&#8217;idea che nulla si possa fare se non aspettare quel mitico giorno in cui si potranno tagliare le tasse.</p><p style="text-align: left;">Ma perché l’industria manifatturiera è importante?</p><p style="text-align: left;">1. L’industria manifatturiera assicura <strong>stipendi e salari più elevati</strong> rispetto agli altri settori: un ingegnere o un perito guadagnano di più se sono occupati in un’impresa manifatturiera rispetto a un loro collega con pari inquadramento che lavori in una società di assicurazioni o in una società di trasporto. Questo è un fenomeno che si riscontra in tutti i paesi e da sempre. La ragione è legata al fatto che nell’industria manifatturiera la produttività è sistematicamente più elevata che nei servizi. <strong>Produttività</strong> più alta che si consente di pagare stipendi e salari più alti.</p><p style="text-align: left;">2. L’industria manifatturiera ha il duplice vantaggio di dare lavoro sia a tecnici ad elevato capitale umano (ingegneri, ricercatori, scienziati, manager etc.) sia a una vasta platea di lavoratori manuali a minore capitale umano. Le imprese industriali consentono di dare lavoro a molteplici figure professionali e in grandi quantità. Nei servizi invece sono solo alcune le professionalità che trovano maggiormente impiego e spesso con qualifiche basse.</p><p style="text-align: left;">3. La gran parte dell’attività di ricerca e di innovazione tecnologica è legata alla manifattura. E’ la presenza di una forte industria manifatturiera che consente a certi Paesi di avere una <strong>leadership tecnologica</strong>. E la ricerca tecnologica ha il pregio di generare <em>spillovers</em>: produce tecnologie che poi possono essere impiegate anche in altri settori.</p><p style="text-align: left;">4. I prodotti dell’industria manifatturiera  sono <strong>beni fisici</strong> che possono essere esportati (<em>tradables</em>) e questo consente di avere un buon interscambio con l’estero, consente insomma di poter avere delle entrate con le quali poi acquistare dall’estero altri beni.</p><p style="text-align: left;">Il punto però è che non basta il mercato da solo per far nascere e crescere una buona industria manifatturiera. In assenza di un disegno strategico di politica per l’industria si rischia di perdere, pezzo a pezzo, quella che abbiamo costruito con fatica e sacrifici negli scorsi decenni e di non avere poi la base per farne sviluppare una nuova.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/10/per-rilancio-dellindustria-manifatturiera-vero-asset-italiano/494510/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Nazionalizzare Mps per salvarla e rivenderla</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/28/nazionalizzare-mps-per-salvarla/481800/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/28/nazionalizzare-mps-per-salvarla/481800/#comments</comments> <pubDate>Mon, 28 Jan 2013 07:56:26 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Alessandro Profumo]]></category> <category><![CDATA[Derivati]]></category> <category><![CDATA[Fondazioni Bancarie]]></category> <category><![CDATA[Giuseppe Mussari]]></category> <category><![CDATA[Monte dei Paschi di Siena]]></category> <category><![CDATA[Nomura]]></category> <category><![CDATA[Siena]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=481800</guid> <description><![CDATA[Alla metà degli anni duemila, si era diffusa la paura che le banche straniere potessero progressivamente conquistare le banche italiane. Quella paura, come sappiamo, comportò un’ondata di fusioni e scalate. Destra e sinistra sostenevano la necessità di far nascere banche italiane più grandi. Nascevano così colossi come Intesa-San Paolo e Unicredit-Capitalia. Monte dei Paschi abbandonò...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Alla metà degli anni duemila, si era diffusa la paura che le banche straniere potessero progressivamente conquistare le banche italiane. Quella paura, come sappiamo, comportò un’ondata di fusioni e scalate. Destra e sinistra sostenevano la necessità di far nascere <strong>banche italiane più grandi</strong>. Nascevano così colossi come Intesa-San Paolo e Unicredit-Capitalia.</p><p><strong>Monte dei Paschi</strong> abbandonò il progetto di fusione con BNL e finì per essere accusata di essere troppo provinciale e isolata. Nasce in quel clima (fine 2007) l’idea di acquistare a un prezzo di 9,5 miliardi di euro, la banca Antonveneta dagli spagnoli di Santander che l’avevano acquistata per 6 miliardi.  E’ da questa acquisizione che nascono molti dei guai successivi della banca toscana. Franco Bassanini (ex vice-presidente del MP) che oggi prende le distanze da Mussari, al momento dell’acquisizione <a href="http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=200711151552001321&#038;chkAgenzie=PMFNW&#038;titolo=B.Mps/Antonveneta:%20Bassanini,%20miglior%20operazione%20possibile%20" target="_blank">la definì “la migliore operazione possibile” (Panorama)</a>.</p><p><strong>L’acquisto dell’Antonveneta</strong> impone a MPS la necessità di un aumento di capitale per 5 miliardi di euro, sottoscritto per metà dalla Fondazione che controlla la banca stessa. Servono però altre risorse. Nel 2008 si emette anche un prestito obbligazionario subordinato (fresh) per circa un miliardo di euro, sottoscritto per metà dalla solita Fondazione. Il mondo tuttavia è cambiato rispetto al 2005 è fallita Lehman Brothers ed è scoppiata una crisi finanziaria epocale. Il timing scelto per acquisire Antonveneta non è dei migliori. Stranamente, però, nel 2009 la banca toscana riesce a pagare una cedola sulle obbligazioni “fresh” di circa il 10 per cento, con un esborso di circa 100 milioni, anche se gli utili realizzati sono minimi. Restituisce in questo modo molti soldi alla stessa Fondazione. Ma come ha finanziato questa cedola? MPS stipula in segreto dei contratti strutturati con <strong>Nomura</strong> (Alexandria) il cui fine potrebbe essere stato anche quello di far emergere finte risorse per pagare la cedola.</p><p>Nel 2011 MPS riceve<strong> ispezioni</strong> sia dell’autorithy europea preposta alla vigilanza bancaria (EPA) sia della Banca d’Italia e vengono posti in luce  la <strong>scarsa liquidità della banca</strong> e la sua <strong>debolezza patrimoniale</strong>. La Banca d’Italia richiede un rafforzamento del capitale di MPS;  il ministro Tremonti prevede un prestito di 2 miliardi (Tremonti-bond) per consolidare il patrimonio dell’istituto senese.  Nel corso delle ispezioni i vertici di MPS si guardano bene tuttavia  dal comunicare che negli anni precedenti avevano stipulato una serie di contratti strutturati con partner stranieri (Alexandria, Santorini e altri).</p><p>E’ la <strong>Banca d’Italia</strong> che nella seconda metà del 2011 richiede un cambio nel management della Banca senese.</p><p>Mussari e il direttore generale Vigni vengono allontanati. Le ispezioni della Banca d’Italia proseguono e a metà del 2012 emerge la necessità di richiedere un secondo prestito allo Stato, per 1,5 miliardi di euro (Monti-bond) per rafforzare il patrimonio di MPS. I nuovi vertici della banca, <strong>Alessandro Profumo e Fabrizio Viola</strong>, provocano scontri dentro l’amministrazione comunale di Siena e ma scoprono e portano alla luce i contratti tenuti segreti. La stima delle possibili perdite legate a questi contratti sono ingenti, si parla di 250 milioni per Alexandria e di 800 milioni per Santorini. L’ammontare di Monti-bond necessari per aiutare MPS sale di 400 milioni, lo Stato quindi dovrà concedere  1,9 miliardi e non 1,5 come stimato originariamente.</p><p>Sembra che MPS abbia fatto rientrare in Italia <strong>2 miliardi di euro</strong> usufruendo dello scudo fiscale, si tratterebbe di fondi neri creati all’estero forse con parte del sovrapprezzo pagato per acquistare Antonveneta.</p><p>Vale la pena a questo punto fare alcune prime considerazioni.</p><p>La vicenda MPS pone in luce i limiti di un sistema di forte confusione di ruoli tra politica ed economia locale. <strong>13 dei 16 consiglieri della Fondazione</strong> che controlla la banca sono nominati dal Comune  e dalla Provincia di Siena con evidenti conflitti di interesse. Siena è una città nella quale non vi è mai stato un cambio di colore nell’amministrazione locale, ma nella quale vi è una rete trasversale di spartizione del potere e quindi un’assenza di controllo reciproco. MPS ha un modello di governo societario inadeguato. Le operazioni in questione (ad esempio Alexandria) non sono mai state discusse e approvate dal Consiglio di amministrazione perché rientravano nell’autonomia gestionale delle strutture esecutive. Nel CdA non vi era nessun consigliere con deleghe operative, mancava un CEO; tutte le decisioni strategiche avvenivano fuori dal CdA ad opera della squadra manageriale guidata dal direttore generale.</p><p>In generale si pone un problema di ripensare il <strong>ruolo delle Fondazioni bancarie</strong>, strutture semi-private, spesso non adeguate al controllo delle banche e spesso colluse con i vertici delle banche stesse. Non è il momento di demonizzare il localismo ma certo è chiaro che le Fondazioni devono pensare davvero a <strong>fare beneficienza e non a gestire le banche</strong>.</p><p>E’ sbagliato accusare la Banca d’Italia di mancata sorveglianza. La Banca d’Italia in base alle norme non poteva sindacare sul prezzo pagato per Antonveneta, doveva solo assicurarsi che MPS avesse il capitale per poter pagare quel prezzo. Gli ispettori di Via Nazionale inoltre non sono poliziotti e non possono fare perquisizioni, non potevano sapere dell’esistenza di contratti strutturati semi-segreti stipulati da MPS con Nomura. I vertici di MPS saranno accusati quasi certamente di appropriazione indebita, di falso in bilancio e di ostacolo all’organo di vigilanza.</p><p>Indispensabile ripristinare il reato di falso in bilancio cancellato dal governo Berlusconi.</p><p>Rimane aperta la questione relativa alla necessità di separare l’attività di<strong> credito commerciale dall’attività di banca d’investimento</strong>.  E’ grave che i vertici di MPS abbiano messo a repentaglio i risparmi di migliaia di famiglie per stipulare contratti sui derivati.</p><p>Vista la mala gestione, visto il fiume di denaro pubblico che MPS sta assorbendo è forse il momento di nazionalizzare MPS e di risanarla davvero e poi privatizzarla sul serio.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/28/nazionalizzare-mps-per-salvarla/481800/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Università, numero chiuso meritocratico o discrezionale?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/19/universita-numero-chiuso-meritocratico-o-discrezionale/474344/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/19/universita-numero-chiuso-meritocratico-o-discrezionale/474344/#comments</comments> <pubDate>Sat, 19 Jan 2013 08:25:46 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[Medicina]]></category> <category><![CDATA[Meritocrazia]]></category> <category><![CDATA[Numero Chiuso]]></category> <category><![CDATA[Specializzandi]]></category> <category><![CDATA[Università]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=474344</guid> <description><![CDATA[Il numero chiuso può essere un utile mezzo per selezionare i più meritevoli e questo è necessario perché le università sono istituzioni di formazione che vanno riservate solo a chi è più bravo. Ma ci sono in Italia casi di restrizione mediante il numero chiuso che non sembrano seguire criteri di selezione meritocratici che permettono...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>numero chiuso</strong> può essere un utile mezzo per selezionare i più meritevoli e questo è necessario perché le università sono istituzioni di formazione che vanno riservate solo a chi è più bravo. Ma ci sono in Italia casi di restrizione mediante il numero chiuso che non sembrano seguire criteri di selezione meritocratici che permettono ampia discrezionalità alle commissioni di ammissione.</p><p>Voglio discutere del caso delle “<strong>Scuole di specializzazione medica</strong>”. La formazione medica specialistica è delegata in Italia alle Università attraverso le scuole di specializzazione che sono attivate, di solito,  presso gli atenei sede di facoltà di Medicina e Chirurgia. L&#8217;accesso a tali scuole avviene mediante concorso locale dopo emanazione del relativo bando da parte del Miur che specifica le date del concorso e  i posti da destinare alle singole scuole di specializzazione delle diverse università.</p><p>La graduatoria finale dei candidati è definita da tre voci: le due prove concorsuali e la valutazione di alcune voci curriculari. Le commissioni giudicatrici sono locali e costituite di solito dagli stessi professori che insegnano nelle scuole di specializzazione.</p><p>- La prima prova consiste nella risoluzione di 60 quesiti a risposta multipla su argomenti di medicina generale e argomenti specialistici. Tali quesiti sono però <strong>già noti a tutti i partecipanti</strong>; vengono difatti estratti da un archivio disponibile a tutti gli interessati e pubblicato sul sito del Miur. Tale prima prova (che vale 60 punti sui totali 100 a disposizione) si riduce ad un<strong> puro e semplice esercizio mnemonico</strong> perdendo gran parte del valore selettivo. Non sorprende che circa il 95% dei candidati totalizzi in questa prima prova il massimo dei punti. </p><p>- La seconda prova, o prova pratica, consiste in una prova scritta generalmente centrata su un caso clinico proposto dalla commissione. Sorprende però che a ciascun candidato venga assegnato<strong> un quesito clinico differente</strong>, con una conseguente non uniformità della difficoltà della prova.</p><p>- A definire la<strong> graduatoria finale</strong> concorre, per una quota max di 25 punti, anche il curriculum dello studente, valutato facendo riferimento ad alcune voci curriculari,  tra le quali, le uniche che non sono suscettibili di &#8220;interferenze&#8221; sono il voto di laurea (fino a 7 punti) e i voti derivanti da 7 esami attinenti (max 5 punti). I rimanenti 13 punti derivano dalla valutazione della tesi di laurea, dalla valutazione di eventuali pubblicazioni e dalla valutazione di attività extracurriculari attinenti alla specializzazione.</p><p>Nell&#8217;attribuire i punteggi relativi alle suddette voci la commissione ha tuttavia<strong> molta libertà</strong>. Lo stesso accade spesso per la valutazione delle cd. attività didattiche elettive (può accadere che nello stesso concorso ad un concorrente la partecipazione al medesimo congresso venga valutato 1 e ad un altro 0,25) e nella valutazione delle pubblicazioni.</p><p>E’ molto basso il numero di laureati in medicina che provano a ad essere ammessi in una scuola di specializzazione di un ateneo diverso da quello proprio di origine. Gli &#8220;esterni&#8221; spesso subiscono valutazioni molto severe dei propri titoli.</p><p>In altri paesi come Francia e Spagna il reclutamento dei <strong>medici specialisti</strong> avviene con un concorso nazionale secondo criteri più oggettivi, e trasparenti.</p><p>E’ fondamentale allora ridurre la discrezionalità delle commissioni e rendere trasparenti i punteggi. Servono test che siano nuovi ogni anno; prove pratiche che siano uniformi per tutti i candidati; criteri condivisi dalla comunità scientifica per valutare i titoli, indici bibliometrici e impact factor ad esempio per le pubblicazioni e così via.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/19/universita-numero-chiuso-meritocratico-o-discrezionale/474344/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Italia: i poveri finanziano gli studi universitari dei ricchi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/15/italia-poveri-finanziano-studi-universitari-dei-ricchi/469890/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/15/italia-poveri-finanziano-studi-universitari-dei-ricchi/469890/#comments</comments> <pubDate>Tue, 15 Jan 2013 07:53:46 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[Ricchezza]]></category> <category><![CDATA[Riforma Università]]></category> <category><![CDATA[Tagli Spesa Pubblica]]></category> <category><![CDATA[Tasse Universitarie]]></category> <category><![CDATA[Università]]></category> <category><![CDATA[Università Italiane]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=469890</guid> <description><![CDATA[Sulla iniquità dell’attuale sistema di finanziamento delle università italiane cito, Andrea Ichino e Daniele Terlizzese Se i poveri pagano l&#8217;università ai ricchi in Corriere della Sera 10 dicembre 2012 “Il finanziamento universitario opera ogni anno un trasferimento ingente, circa 2,5 mld di euro, dalle famiglie con reddito inferiore ai 40.000 euro lordi annui a quelle...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Sulla iniquità dell’attuale sistema di finanziamento delle università italiane<strong><em> </em></strong>cito,<strong> </strong>Andrea Ichino e <strong>Daniele Terlizzese</strong> <em>Se i poveri pagano l&#8217;università ai ricchi</em><strong><em> in Corriere della Sera</em></strong><strong> 10 dicembre 2012</strong><strong></strong></p><p><strong>“</strong>Il finanziamento universitario opera ogni anno un trasferimento ingente, circa 2,5 mld di euro, dalle famiglie con reddito inferiore ai 40.000 euro lordi annui a quelle con reddito superiore. Non si può discutere di diritto allo studio e di finanziamento dell&#8217;università se prima non si riconosce questa macroscopica e odiosa ingiustizia.</p><p><strong>Le famiglie con un reddito fino a 40.000 euro</strong> sono il <strong>93%</strong> del totale dei contribuenti e pagano solo il <strong>54%</strong> del gettito Irpef, dato che questa è una tassa progressiva (Dipartimento delle finanze). Quindi queste famiglie finanziano attraverso l&#8217;Irpef il 54% di quanto lo Stato dà all&#8217;università, con un contributo di <strong>4,9 mld</strong> di euro. Tuttavia da esse <strong>proviene solo un quarto</strong> degli studenti universitari italiani, <strong>mentre dal 7% di famiglie più ricche vengono i restanti tre quarti</strong> (Banca d&#8217;Italia). Le famiglie più povere ricevono perciò, sotto forma di istruzione, un quarto di quanto lo Stato spende per gli atenei: circa 2,2 miliardi. La differenza tra quanto pagano e quanto ricevono (2,7 mld) è un regalo alle famiglie più abbienti. È vero quindi che, in proporzione al loro reddito, i più ricchi pagano più Irpef, ma non in misura tale da compensare l&#8217;uso maggiore che essi fanno dell&#8217;università. Tenendo conto delle altre imposte, che sono sicuramente meno progressive dell&#8217;Irpef, l&#8217;entità del regalo aumenta.</p><p><strong>Cambiano le conclusioni considerando le rette universitarie?</strong> No. La loro somma, per legge, non può superare il 20% dei bilanci degli atenei. Inoltre la loro struttura è marcatamente <strong>regressiva</strong>: da un rapporto di Federconsumatori si desume che, in proporzione al reddito, le <strong>rette</strong> incidono per il <strong>15,6% sui redditi più bassi,</strong> ma <strong>solo per il 4,3% su quelli di 40.000 euro</strong>, <strong>fino a quasi annullarsi a livelli ancora più alti</strong>. I ricchi pagano di più, ma non molto; tenendo conto delle rette di iscrizione, <strong>il regalo che ricevono dai poveri resta comunque di 2,4 mld.</strong> E sarebbe di 2,2 mld anche se le tasse universitarie, rimanendo ai bassi livelli attuali, fossero interamente pagate dai più ricchi.</p><p><strong>È un trasferimento inaccettabile</strong>, che si perpetua solo perché i più ignorano come stanno realmente le cose. Che possa essere maggiore in Paesi dove l&#8217;università è del tutto gratuita non lo rende meno odioso e paradossale.</p><p>Vanno rimossi tutti gli ostacoli che scoraggiano i ragazzi poveri e di talento dall&#8217;acquisire un&#8217;istruzione superiore. La qualificazione «di talento» non è però un inciso retorico, va presa sul serio. <strong>Il sistema universitario </strong>è la modalità con cui la società trasmette la frontiera<strong> più avanzata della conoscenza a chi è meglio in grado di riceverla ed estenderla</strong>. È un sistema intrinsecamente elitario, perché si fonda su un&#8217;ineliminabile disuguaglianza nelle capacità delle persone. È una disuguaglianza che <strong>non deve dipendere dalla ricchezza della famiglia d&#8217;origine</strong>, e bisogna fare ogni sforzo per rompere questo legame; ma così come non è possibile che tutti vadano alle Olimpiadi, è inevitabile che alcuni siano più di altri in grado di prendere il testimone della conoscenza. Ciò non è in contrasto con la nostra Costituzione (art. 34), dove stabilisce il diritto di «raggiungere i gradi più alti degli studi» per i «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi». Anche questa è una qualificazione importante e spesso trascurata: non per tutti, solo per i capaci e meritevoli.</p><p>La scuola è e deve essere per tutti: è lì che si devono davvero creare le pari opportunità. L&#8217;università è altra cosa. Chiunque vinca dovrà ripensare al suo finanziamento”. (Ichino e Terlizzese, cit.)</p><p>Provo a sintetizzare alcuni punti:</p><p><strong>1. </strong>In Italia l’università è soprattutto per i ceti  medio-alti: il 75 per cento degli studenti universitari appartiene alle famiglie più ricche pari al 7% del totale delle famiglie italiane;</p><p><strong>2.</strong> Le famiglie meno abbienti finanziano quindi gli studi ai figli delle classi più ricche, che pagano pochissimo in termini di rette universitarie.</p><p><strong>3.</strong> Un rapporto della European University Association (Financially sustainable universities II. European diversifying income streams, Bruxelles, febbraio 2011) ci dice che nei 27 paesi dell’Unione europea (2009) <strong>le università si finanziano</strong> per il <strong>72,8 % con fondi pubblici</strong> e per il <strong>9,1 con i proventi delle tasse studentesche</strong>. Le <strong>risorse dei privati</strong> (contratti di ricerca e consulenza) sono pari solo al <strong>6,5 %,</strong> a questi va sommato un 4,5 per cento di fondi filantropici: il totale finanziamenti privati, in Europa, è pari all’11 %.  <strong>In Italia</strong>, le entrate degli atenei non privati (Miur, Le risorse dell’università, 2009) sono per il <strong>63,2 %</strong> pubbliche (Stato ed altri enti pubblici), circa 10 punti percentuali in meno rispetto alla media UE 27. <strong>Significativamente inferiori rispetto alla media europea sono però anche i proventi dalle tasse universitarie: 7,8 % in Italia</strong> (9,1 % nella UE-27) e i finanziamenti privati: solo 2 %. Una fonte importante, pari al 26,3 %, è rappresentata da ‘altre entrate’: vendita di beni e servizi, redditi e proventi patrimoniali ed entrate da alienazione.</p><p><strong>4.</strong> Nel 2007, le rette a carico degli studenti fornivano in media 1.245 euro agli atenei pubblici della Lombardia; 1.151 a quelli veneti; si tratta di cifre davvero basse se confrontate con paesi come il Regno Unito.</p><p><strong>5. </strong>L’università deve essere selettiva, se non è selettiva non svolge la sua funzione. Il numero chiuso è un primo modo per selezionare. In tutto il mondo avanzato si usano test per accertare le conoscenze e le capacità degli studenti. Si può ragionare sul fatto che i test non siano sempre gli strumenti migliori, e infatti molti atenei tengono conto anche di altri elementi come i voti conseguiti alla maturità, la media dei voti negli ultimi anni di scuola superiore. Tutto è perfettibile. Ma è  demagogico dire che vada abolito il numero chiuso.</p><p>Spero che anche sull’università si abbia presto chiaro che cosa propongono i partiti in lizza per le prossime elezioni.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/15/italia-poveri-finanziano-studi-universitari-dei-ricchi/469890/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Test universitari, i Tar stanno demolendo la meritocrazia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/13/test-universitari-tar-stanno-demolendo-meritocrazia/468528/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/13/test-universitari-tar-stanno-demolendo-meritocrazia/468528/#comments</comments> <pubDate>Sun, 13 Jan 2013 09:39:46 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Meritocrazia]]></category> <category><![CDATA[Ricorso al Tar]]></category> <category><![CDATA[Riforma Università]]></category> <category><![CDATA[Studenti Universitari]]></category> <category><![CDATA[TAR]]></category> <category><![CDATA[Tasse Universitarie]]></category> <category><![CDATA[Test]]></category> <category><![CDATA[Università]]></category> <category><![CDATA[Università Italiane]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=468528</guid> <description><![CDATA[I Tar (tribunali amministrativi) stanno demolendo quel poco di meritocrazia e di concorrenza tra le università che c’è in Italia. I Tar, in varie zone d’Italia, infatti stanno accogliendo i ricorsi di studenti che non hanno superato gli esami di ammissione a corsi universitari a numero chiuso e stanno imponendo ai vari atenei di accogliere...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>I <a href="http://www.repubblica.it/scuola/2013/01/12/news/universit_numero_chiuso_a_rischio-50396130/?ref=HREC1-8" target="_blank"><strong>Tar</strong> (tribunali amministrativi) stanno demolendo quel poco di meritocrazia e di concorrenza tra le università</a> che c’è in Italia.</p><p>I Tar, in varie zone d’<strong>Italia</strong>, infatti stanno accogliendo i <strong>ricorsi</strong> di <strong>studenti</strong> che non hanno superato gli <strong>esami di ammissione</strong> a <strong>corsi universitari</strong> a <strong>numero chiuso</strong> e stanno imponendo ai vari atenei di accogliere l’iscrizione di questi studenti “non meritevoli”.  <br />Secondo i giudici amministrativi bisogna assicurare la <strong>parità di trattamento</strong> tra i cittadini italiani: una ragazza oggi potrebbe risultare estromessa all’Università X con un punteggio che sarebbe sufficiente per essere ammesso in un&#8217;altra università. E’ su questo punto che si è pronunciato il Tar del Lazio il 21 dicembre 2012. I giudici amministrativi di <strong>Roma</strong> hanno riammesso alcuni studenti di Milano, Parma, Firenze e Messina esclusi per il punteggio troppo basso, ma che con lo stesso punteggio sarebbero stati ammessi a La Sapienza di Roma. Risultato: <strong>tutti ammessi</strong> in attesa che il Tar si pronunci in via definitiva.</p><p>Il numero chiuso è un modo per <strong>selezionare</strong> gli studenti più motivati. L’istruzione universitaria non è un diritto, a differenza della scuola dell’obbligo, ma è una <strong>formazione</strong> di <strong>eccellenza</strong> che va assicurata solo a chi lo merita. L’istruzione universitaria in Italia è quasi interamente a carico dei <strong>contribuenti</strong> e questo significa che gli <strong>operai</strong> i cui figli (purtroppo) difficilmente si iscrivono all’università (<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/18/istat-oltre-milione-disoccupati-under-35-al-sud-situazione-piu-critica/449338/" target="_blank">come ci confermano i dati Istat sugli iscritti</a>) con le loro imposte pagano i costi dell’istruzione universitaria ai figli dei notai, dei medici, dei politici, ecc. Il nostro<strong> sistema universitario</strong> è <strong>regressivo</strong>: toglie soldi ai poveri per assicurare un’istruzione universitaria quasi <strong>gratis</strong> ai figli dei ricchi. Le <strong>tasse universitarie</strong> nelle buone università statunitensi sono pari a 30.000 dollari all’anno, ma possono arrivare a 50.000 dollari all’anno. In quelle università si accede solo se si è <strong>meritevoli</strong> e molto bravi (per essere ammessi si deve avere ottimi risultati in<strong> vari test</strong>; ottime lettere di motivazione, lettere di presentazione e curricula) ma ci sono anche borse di studio (pagate con quei 30-50.000 dollari annui dai ricchi) per i meritevoli meno abbienti.</p><p>La <strong>demagogia italiana</strong> è quella di chi dice: no al numero chiuso, iscrizioni libere per tutti. Questi si oppongono però anche all’aumento delle tasse universitarie. Siamo al solito: “il paese di Bengodi”; si vuole istruzione universitaria senza selezione, a costo quasi pari a zero, e di qualità. Aule con 1.200 studenti, lezioni tenute nei cinema e nei <strong>teatri</strong> per l’elevatissimo numero di studenti. <strong>Aule affollate</strong> da moltissimi studenti che sono lì solo per scaldare la sedia fanno si che la qualità dell’istruzione sia bassa per chi invece è all’università per studiare davvero. Un simile sistema, fa sì che non sia l’università a fare selezione sul merito ma che la selezione sia fatta poi dopo la laurea e in modo non meritocratico. Se i laureati hanno avuto tutti una formazione mediocre, saranno poi le <strong>raccomandazioni</strong>, i <strong>contatti personali</strong>, le spintarelle a far sì che i più “inseriti” trovino lavoro e gli altri siano costretti a fuggire all’<strong>estero</strong>.</p><p>Come diceva <strong>Don Milani</strong>, il sei politico colpisce i poveri, la meritocrazia è sempre a favore di chi non appartiene alle élite.</p><p>Ci vuole la parità di trattamento? Chiunque lavori nel <strong>settore privato</strong> sa bene che le imprese da anni conoscono bene la <strong>diversa qualità</strong> di un titolo conseguito in un certo ateneo piuttosto che in un altro. Le lauree, nella stessa disciplina, non sono tutte uguali, i laureati sono valutati anche sulla base della sede universitaria frequentata. Un 98 in un certo ateneo è spesso considerato pari a un 110 conseguito in un’altra sede.</p><p>Un tentativo fatto dal <strong>ministro</strong> <strong>Profumo</strong> è stato quello di creare una graduatoria unica valida per vari atenei e test di <strong>ammissione uguali</strong> (soprattutto per la facoltà di medicina).</p><p>Ma non si può pensare di imporre per decreto o per ordine del tribunale la stessa qualità dell’istruzione universitaria tra le varie sedi. In tutti i paesi del mondo ci sono atenei di elevata qualità, atenei di seconda fascia e atenei di bassa qualità.</p><p>La questione cruciale è quella di dare più potere agli studenti sotto forma di “<strong>potere di scelta</strong>”. Se le università dovessero finanziarsi in parte rilevante con i soldi delle tasse pagate dagli iscritti, le tasse universitarie crescerebbero e gli studenti sarebbero molto più attenti alla qualità dell’istruzione in ciascun ateneo. Si creerebbe una vera <strong>concorrenza</strong> tra le sedi universitarie per avere sufficienti iscritti (come avviene negli Stati Uniti o nel Regno Unito). Per attirare studenti le università dovrebbero garantire didattica di <strong>qualità</strong>, docenti di qualità, placement adeguato <strong>post-laurea</strong>. Le università di bassa qualità dovrebbero fare sconti nelle tasse universitarie per indurre almeno qualche iscritto, ma così facendo avrebbero meno risorse e finirebbero per diventare sempre più università di serie C o peggio chiudere. <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-11-26/universita-autofinanzia-081431_PRN.shtml" target="_blank">Una simile riforma è proposta da <strong>Andrea Ichino</strong> e <strong>Daniele Terlizzese</strong></a> in un volume recente “Facoltà di scelta”, Rizzoli.</p><p>Per rendere virtuosa una riforma di questo tipo bisognerebbe, anche, abolire il <strong>valore legale</strong> del titolo di studio. A quel punto un 110 e lode conseguito all’Università di Roccacannuccia non avrebbe alcun valore.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/13/test-universitari-tar-stanno-demolendo-meritocrazia/468528/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Alitalia, che programma hanno i partiti candidati?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/08/alitalia-che-programma-hanno-partiti-candidati/463951/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/08/alitalia-che-programma-hanno-partiti-candidati/463951/#comments</comments> <pubDate>Tue, 08 Jan 2013 12:15:39 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Air France-Klm]]></category> <category><![CDATA[Air One]]></category> <category><![CDATA[Alitalia]]></category> <category><![CDATA[Cai]]></category> <category><![CDATA[Cgil]]></category> <category><![CDATA[Fiumicino]]></category> <category><![CDATA[Malpensa]]></category> <category><![CDATA[Partecipazione]]></category> <category><![CDATA[Privatizzazioni]]></category> <category><![CDATA[Roberto Colaninno]]></category> <category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category> <category><![CDATA[Stato]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=463951</guid> <description><![CDATA[L’Alitalia è in crisi. Già nel 2008 l’Alitalia era stata vicina al fallimento. La compagnia di bandiera non era redditizia per una serie di ragioni: costi troppo elevati e insufficiente capacità di attirare nuovi passeggeri. L’Alitalia, società pubblica, era sopravvissuta fin tanto che la concorrenza sui mercati aerei era stata limitata e godeva di rendite...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/06/alitalia-air-france-prepara-lofferta-fusione-possibile-prima-dellestate/462150/" target="_blank">L’Alitalia è in crisi.</a> Già nel 2008 l’Alitalia era stata vicina al <strong>fallimento</strong>. <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/06/alitalia-baluardo-del-turismo-ultima-bufala-di-b-tratte-internazionali-gia-in-mano/462405/" target="_blank">La compagnia di bandiera non era redditizia per una serie di ragioni: <strong>costi troppo elevati</strong> e <strong>insufficiente capacità di attirare nuovi passeggeri</strong></a>. L’Alitalia, società pubblica, era <strong>sopravvissuta</strong> fin tanto che la concorrenza sui mercati aerei era stata limitata e godeva di rendite su alcune rotte particolarmente lucrose (come la tratta Roma-Milano). L’apertura dei mercati e la maggiore concorrenza aveva reso impossibile la vita alla nostra compagnia di bandiera. I costi di gestione della flotta erano molto alti anche per l’elevato numero di modelli diversi di aereo utilizzati; i costi del personale erano elevati; la presenza sui mercati insufficiente. Ulteriori danni erano poi derivati dalla lunga lotta su quale dovesse essere l’hub: <strong>Fiumicino</strong> o <strong>Malpensa</strong>.</p><p>A inizio del 2008 si fece avanti <strong>AirFrance</strong> che era disposta ad acquistare Alitalia versando un miliardo di euro, accollandosi 1,4 miliardi di euro di debiti finanziari (dell’Alitalia) e conferendo proprie azioni (con cambio, che alle quotazioni di oggi sarebbe stato redditizio).</p><p>In aprile del 2008 la proposta di AirFrance fu respinta da un fronte composito, costituito dal <strong>governo Berlusconi</strong>, dai piloti e dalla <strong>Cgil</strong>. <strong>Epifani</strong>, allora segretario confederale della Cgil, era sceso in campo contro la “<strong>svendita</strong>” di Alitalia ai francesi. Berlusconi parlò di difesa dell’italianità. Si sosteneva che il trasporto aereo fosse strategico per un paese a vocazione turistica come l’Italia e che sarebbe stato inaudito cedere agli stranieri la compagnia di bandiera.</p><p>Fu così che <strong>Banca Intesa</strong>, guidata da <strong>Corrado Passera</strong>, decise di diventare regista di un’operazione patriottica per trovare una <strong>cordata italiana</strong> disponibile ad acquisire Alitalia.</p><p>Nell’agosto del 2008 fu così creata la <strong>Cai</strong>, <strong>Compagnia Aerea Italiana</strong>, della quale erano soci, tra gli altri, Riva, Intesa San Paolo, Benetton, Colaninno, Ligresti, Tronchetti Provera, Angelucci, Marcegaglia, Caltagirone.</p><p>I <strong>debiti</strong> <strong>finanziari</strong>, che i francesi erano pronti ad accollarsi, vennero invece attribuiti ad una <strong><em>bad company</em></strong> la cui liquidazione affidata ad <strong>Augusto Fantozzi</strong> non è ancora finita e che secondo alcune stime potrebbe costare ai contribuenti miliardi di euro.</p><p>I soci Cai si impegnarono a pagare 1 miliardo di euro ma solo 200 milioni vennero versati in denaro.</p><p>Ci fu un <strong>taglio di 4.000 dipendenti</strong> della ex-Alitalia, nonostante la Cgil avesse posto il veto contro AirFrance proprio sulla questione della necessità di salvaguardare i posti di lavoro. Anche in questo caso, il costo dei licenziamenti fu scaricato sui <strong>contribuenti</strong>. Si introdusse un “regime speciale” con ben sette anni di ammortizzatori sociali tra <strong>mobilità</strong> e <strong>cassa integrazione</strong> per un costo che è vicino ai 700 milioni di euro.</p><p>Nel 2008 tra l’altro, con il prolungarsi dei tempi di identificazione di una soluzione per Alitalia, il governo italiano aveva dovuto concedere alla compagnia aerea un <strong>prestito</strong> <strong>ponte</strong> di 300 milioni di euro, soldi che di fatto vennero bruciati in un tempo brevissimo. L’<strong>Unione europea</strong> ha chiesto che questi soldi vengano <strong>restituiti</strong> allo Stato (per evitare che si configurino come un aiuto di Stato in violazione alla concorrenza) ma è difficile immaginare che dalla bad company possano venir fuori 300 milioni per cancellare il prestito-ponte.</p><p>Il costo stimato a carico dello Stato (cioè dei contribuenti) dell’operazione patriottica di salvataggio dell’Alitalia è pari al momento a 3,2 miliardi di euro. Vanno aggiunti però i 4,4 miliardi di euro versati dallo Stato per ricapitalizzare l’Alitalia tra il 1998 e il 2008.</p><p>La nascita della Alitalia-Cai comportò tra l’altro l’incorporazione della compagnia <strong>AirOne</strong> con conseguente creazione di un <strong>monopolio</strong> sulla tratta Milano-Roma.</p><p>Ora l’Alitalia è di nuovo in crisi profonda. <strong>La Cai ha fallito</strong> e si parla di <strong>vendere ad AirFrance</strong>. Un aspetto interessante è dato dal fatto che i soci privati proprietari dell’Alitalia potrebbe ricavare un guadagno in conto capitale dalla vendita ai francesi del loro pacchetto azionario. E’ lo Stato invece che ha subito un grave danno.</p><p>La storia è interessante e forse su questo tipo di questioni sarebbe utile capire come la pensano i partiti in gara per le <strong>elezioni</strong>.</p><p>Che giudizio diamo della gestione pubblica delle aziende? E’ sensato invocare di nuovo le <strong>partecipazioni statali</strong> se si pensa al buco nero lasciato da Alitalia dopo una lunghissima gestione pubblica?</p><p>Ma certo le <strong>privatizzazioni</strong> devono seguire logiche di mercato e non logiche politiche. L’interesse principale deve essere quello di <strong>massimizzare l’introito per lo Stato</strong> che vende, e questo non è stato fatto nella vicenda in questione.</p><p>La teoria delle <strong>imprese strategiche</strong> nasconde quasi sempre interessi privati. La <strong>Svizzera</strong> ad esempio ha da tempo una compagnia di bandiera che in realtà è controllata dalla <strong>Lufthansa</strong>. Non vi era nessuna ragione economica per non vendere nel 2008 Alitalia ai francesi.</p><p>Nella cordata Cai del resto non era presente nessun socio che avesse la pur minima <strong>competenza</strong> in materia di gestione di una compagnia area.</p><p>L’Italia è tra i pochi paesi al mondo nei quali la destra è priva di una cultura di mercato. Ma anche il sindacato è spesso forza di conservazione e finisce per favorire operazioni molto dubbie dal punto di vista della logica economica e dei costi sociali.  </p><p>Vi è in Italia troppa <strong>commistione tra politica ed economia</strong> e questo è uno dei nodi da sciogliere. La politica dovrebbe definire le regole del gioco e mantenere una certa <strong>imparzialità</strong>; dovrebbe tutelare gli interessi della collettività. A destra ma anche a sinistra invece è molto radicata la cultura dirigista di chi pensa che lo Stato può orientare, programmare, plasmare il sistema economico e sociale. In questi venti anni governi di centrodestra e governi di <strong>centrosinistra</strong> hanno ambedue interferito con il mercato generando risultati che è difficile definire “buoni”. Si pensi alle privatizzazioni che hanno creato monopoli privati (<strong>Autostrade</strong>, per citarne una) o alle interferenze nella scalata a <strong>Telecom</strong> <strong>Italia</strong> ai primi anni duemila, o ai veti all&#8217;ingresso dei <strong>francesi</strong> nel settore elettrico e così via.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/08/alitalia-che-programma-hanno-partiti-candidati/463951/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Gli investitori europei non scelgono le città italiane</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/19/le-citta-italiane-possono-diventare-poli-di-attrazione-per-le-imprese/451032/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/19/le-citta-italiane-possono-diventare-poli-di-attrazione-per-le-imprese/451032/#comments</comments> <pubDate>Wed, 19 Dec 2012 16:55:11 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Imprese]]></category> <category><![CDATA[Innovazione]]></category> <category><![CDATA[Londra]]></category> <category><![CDATA[Parigi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=451032</guid> <description><![CDATA[La Cushman &#38; Wakefield effettua periodicamente una rassegna sull’attrattività delle principali città europee, “European Cities Monitor” 2011. Nel rapporto si analizzano i fattori che le imprese considerano importanti per le loro decisioni di localizzazione. Da vari anni le due città al top della lista sono Londra e Parigi. Francoforte si colloca al terzo posto ma...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La<strong> Cushman &amp; Wakefield</strong> effettua periodicamente una rassegna sull’attrattività delle principali città europee, “<a href="http://www.cushwake.com/cwglobal/jsp/kcReportDetail.jsp?Country=GLOBAL&#038;Language=EN&#038;catId=100003&#038;pId=c38200001p" target="_blank">European Cities Monitor</a>” 2011. Nel rapporto si analizzano i fattori che le imprese considerano importanti per le loro decisioni di localizzazione.</p><p>Da vari anni le due città al top della lista sono Londra e Parigi. Francoforte si colloca al terzo posto ma con un distacco rispetto alle prime due. Al 4° e 5° posto ci sono Amsterdam e Berlino.<strong> Tra le prime 10 non ci sono città italiane</strong>, mentre ce ne sono tre tedesche (Francoforte, Berlino e Monaco) e due spagnole Barcellona e Madrid. Milano è scesa al 12° posto dall’11° nel 2010. Negli ultimi anni le città che hanno conosciuto un forte miglioramento sono state Vienna, salita di sei posizioni nel 2010 e Bucarest salita di 8 posizioni nel 2011. Al contrario Roma è tra le città con la variazione più negativa passando dal 28° al 35° posto su 36 città analizzate, solo Atene ha condizioni peggiori.</p><p>A livello globale<strong> Shanghai</strong> è la città di maggiore attrattività, seguita da Rio de Janeiro e San Paolo.</p><p><strong>I fattori più rilevanti agli occhi delle imprese sono</strong>: il facile accesso ai mercati e ai clienti; la disponibilità di lavoro qualificato; la qualità delle telecomunicazioni; i trasporti internazionali.</p><p>Viceversa, la qualità della vita e il basso inquinamento sono ritenuti dalle imprese intervistate poco rilevanti.</p><p>Le città competono tra di loro, a livello globale e regionale, quali<strong> poli di attrazione per le attività economiche</strong> e questa indagine mostra come ci sia un gap di competitività da parte delle aree urbane italiane rispetto alle altre città europee.</p><p>Le città più grandi e le aree urbane presenti in regioni ad alta intensità di popolazione hanno un vantaggio rispetto alle città più piccole e periferiche in termini di grandezza del mercato. Localizzare la propria azienda a Londra o a Parigi assicura l’accesso a un mercato locale molto grande, dell’ordine di 13/18 milioni di persone, considerando l’hinterland e le regioni prossime. La <strong>qualità dei sistemi di trasporto</strong> è un altro fattore che influisce sulle opportunità di raggiungere un vasto mercato e di approvvigionarsi da fornitori diffusi sul territorio o esteri.</p><p>Le grandi città italiane sono più “piccole” rispetto a Londra, Parigi, o anche all’area raggiungibile da Francoforte. C’è quindi un problema di dimensione e di accessibilità: i trasporti e i collegamenti internazionali di Milano e di Roma sono di qualità più bassa rispetto a gran parte delle grandi città europee.</p><p>Ma va detto gli affitti e i salari a Londra e a Parigi sono molto più alti che altrove. Sotto il profilo dei costi queste città dovrebbero essere meno competitive di quelle più piccole. Non contano solo i costi però. Sono soprattutto le industrie più innovative quelle che si localizzano nelle aree urbane e in questo caso un fattore cruciale è la presenza in loco di talenti, di lavoratori molto qualificati (laureati e PhD), di servizi ad alto valore aggiunto. Avere università di alto livello,<strong> centri di ricerca</strong>, istituzioni finanziarie capaci di selezionare e finanziare l’innovazione contano molto di più del costo degli affitti o del costo di un pasto al ristorante, nella scelta di locazione delle imprese high tech.</p><p>L’Italia ha tuttavia una rete di<strong> medie città universitarie</strong> che potrebbero diventare hub per aziende che intendano servire tutto il Nord Italia e parte dell’Europa centrale, offrirebbero costi meno elevati delle grandi città, ma dovrebbe puntare ancora di più sul capitale umano, su trasporti e telecomunicazioni d’eccellenza.</p><p>Non si discute molto di questo nelle campagne elettorali locali, invece è questa una <strong>moderna politica per la crescita</strong> della quale vorremmo che i politici discutessero. I trasporti, la ricerca, l’attrazione di talenti, le politiche per le start-up sono strumenti per accrescere l’attrattività delle nostre città e per favorire una trasformazione della nostra geografia economica.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/19/le-citta-italiane-possono-diventare-poli-di-attrazione-per-le-imprese/451032/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Germania, il prezzo di un successo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/11/14/germania-il-prezzo-di-un-successo/413299/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/11/14/germania-il-prezzo-di-un-successo/413299/#comments</comments> <pubDate>Wed, 14 Nov 2012 08:12:57 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Competitività]]></category> <category><![CDATA[Economia]]></category> <category><![CDATA[Esportazioni]]></category> <category><![CDATA[Euro]]></category> <category><![CDATA[Flessibilità]]></category> <category><![CDATA[Germania]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=413299</guid> <description><![CDATA[Gran parte dei paesi avanzati è in seria difficoltà, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Spagna, Italia. Vi è però un’eccezione rilevante costituita dalla Germania. La Germania è il paese avanzato che in questi anni sta sperimentando i maggiori successi economici: la quasi totalità della sua crescita però è legata alle esportazioni. La Germania è diventata...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Gran parte dei paesi avanzati è in seria difficoltà, <strong>Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Spagna, Italia</strong>. Vi è però un’eccezione rilevante costituita dalla <strong>Germania</strong>.</p><p>La Germania è il paese avanzato che in questi anni sta sperimentando i maggiori <strong>successi economici</strong>: la quasi totalità della sua crescita però è legata alle <strong>esportazioni</strong>. La Germania è diventata sempre di più una macchina perfetta capace di accumulare un avanzo commerciale record, uno dei più alti al mondo in rapporto al Pil, maggiore di quello cinese.</p><p><a href="http://ecfr.eu/page/-/ECFR55_CHINA_GERMANY_BRIEF_AW.pdf" target="_blank">I prodotti tedeschi  hanno successo in tutti i mercati del mondo ma soprattutto in Cina</a>. Le imprese tedesche hanno saputo approfittare delle opportunità rappresentate dalla forte crescita della Cina e non si sono limitate ad esportare ma hanno da tempo aperto propri stabilimenti nel grande paese asiatico. Basta andare a Shanghai per scoprire che la maggior parte delle auto in circolazione sono tedesche. I taxi di Shanghai sono quasi tutti delle Volkswagen Touran, tanto per dire.</p><p>Come si spiega il successo tedesco?</p><p>A metà degli anni ’90 la Germania era ritenuta il &#8216;malato d’Europa&#8217; e l’accusa che le veniva rivolta dagli osservatori anglosassoni, dal Fondo monetario, dall’Ocse  e così via era di essere poco &#8216;terziarizzata&#8217;, di fare troppa industria, di non aver liberalizzato i propri servizi, di essere troppo rigida e di avere un capitalismo relazionale.</p><p>Ebbene, fu il governo rosso-verde di<strong> Schroeder</strong> che tra il 1998 e il 2003 realizzò alcune riforme importanti. In particolare, <a href="http://ftp.iza.org/dp4100.pdf" target="_blank">venne riformato il mercato del lavoro <strong>aumentando la flessibilità</strong></a>, venne rivisto il sistema di welfare e si ridussero le tasse sulle fasce di reddito<strong> più elevato</strong>. Da un lato quindi il grado di ineguaglianza aumentò ma dall’altro le imprese tedesche riuscirono ad utilizzare in modo più efficiente il lavoro. Uno dei tratti che colpisce della Germania è che negli anni in cui la crescita rallenta o si ha recessione le ore lavorate diminuiscono in modo drastico ma i posti di lavoro non cadono in modo altrettanto forte. Si ha quindi una <strong>flessibilità</strong> che consente alle imprese di contenere i costi del lavoro senza dover licenziare. Gli accordi in materia di costo del lavoro trovarono la forte opposizione dei potenti sindacati tedeschi ma vennero tutti approvati dai Consigli di fabbrica (che in Germania sono molto più importanti di quanto non lo siano in Italia).</p><p>La Germania si rifiutò però di spingere verso la <strong>finanziarizzazione</strong>, e mantenne una forte vocazione manifatturiera. Rimane tra le più forti potenze industriali del mondo, al contrario degli Stati Uniti, del Regno Unito che invece si sono de-industrializzati.</p><p>L’aumento della diseguaglianza del reddito negli Stati Uniti e in Cina ha d’altro lato fatto aumentare la domanda per i beni di lusso e per le auto di lusso tedesche, favorendo ulteriormente quindi l’industria germanica.</p><p>Va detto che l’industria tedesca ha puntato verso un <strong>modello di alta qualità</strong>, usando forza lavoro molto qualificata e cooperativa. Il miglioramento del prodotto è una vera ossessione tedesca che si accompagna a una forte produttività. Ma questo richiede anche un clima di cooperazione tra capitale e lavoro.</p><p>L’introduzione dell’euro d’altro lato ha eliminato la possibilità per l’industria di altri paesi europei, come l’Italia e la Spagna, di avere tramite la svalutazione del cambio forti guadagni di competitività. In pratica, si è allargato il mercato domestico tedesco <strong>a tutta l’area dell’euro</strong> e si sono messi in gabbia temibili concorrenti. Questo spiega perché tutta l’industria tedesca, tutto il sindacato tedesco anche la potentissima IG Metall siano oggi tra i più forti<strong> difensori dell’euro</strong>. Sanno bene che se non ci fosse l’euro oggi l’Italia avrebbe svalutato la lira e le Fiat si venderebbero come il pane in tutta Europa.</p><p>L’industria manifatturiera di fatto scarica però<strong> su tutta la collettività tedesca il prezzo della propria competitività</strong>. Per favorire le vendite di BMW o di Volkswagen è necessario anche tenere sotto controllo l’inflazione interna, la spesa pubblica, ridurre i sussidi sociali, aumentare le tasse, tenere il bilancio pubblico in equilibrio, contenere i consumi interni.</p><p>Il confronto politico oggi in Germania è su questo problema. La SPD sostiene che vale la pena di sussidiare i paesi mediterranei (Grecia, Spagna, Portogallo etc.) perché questo consente di mantenere in vita l’euro e questo è vitale per gli interessi tedeschi. La Merkel cerca di dire il contrario senza però scontentare l’industria e i sindacati tedeschi.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/11/14/germania-il-prezzo-di-un-successo/413299/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Italia, se il progresso passa da una rivoluzione culturale</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/24/italia-se-progresso-passa-da-rivoluzione-culturale/391711/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/24/italia-se-progresso-passa-da-rivoluzione-culturale/391711/#comments</comments> <pubDate>Wed, 24 Oct 2012 08:37:14 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Collusione]]></category> <category><![CDATA[Giustizia Sociale]]></category> <category><![CDATA[Meritocrazia]]></category> <category><![CDATA[Riforme]]></category> <category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=391711</guid> <description><![CDATA[Ci sarà bisogno con alta probabilità di una nuova manovra correttiva a inizio 2013 per assicurare l&#8217;obiettivo di bilancio che il governo si era dato, questo ci ha detto la Banca d&#8217;Italia e questo sta nel fatto che l&#8217;economia italiana non cresce.Il governo Monti ha fatto molte riforme, alcune buone altre forse deludenti, e il...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ci sarà bisogno con alta probabilità di una <strong>nuova manovra correttiva a inizio 2013</strong> per assicurare l&#8217;<strong>obiettivo di bilancio</strong> che il governo si era dato, questo ci ha detto la Banca d&#8217;Italia e questo sta nel fatto che l&#8217;economia italiana non cresce.<br />Il <strong>governo Monti</strong> ha fatto molte <strong>riforme</strong>, alcune buone altre forse deludenti, e il confronto con i governi precedenti di centro-destra e di centro-sinistra sarebbe tutto a favore del governo Monti. Nessun governo italiano, se non forse il governo Amato nel 1992, è riuscito in così poco tempo a riportare l&#8217;Italia in una zona di relativa <strong>sicurezza finanziaria</strong>.</p><p>Ma è evidente che resta il problema di fondo della <strong>bassa crescita</strong>. Diciamo la verità: serve una rivoluzione. Bisogna cambiare il paese da cima a fondo. Ma per farlo non può bastare un &#8220;tecnico&#8221;. Serve un leader politico che abbia carisma, che abbia una investitura elettorale, che sappia parlare con la pancia del paese e non solo con gli intellettuali e i potenti. E non basterà una legislatura. La Gran Bretagna di fine anni &#8217;70 era in pieno tracollo e le ci vollero dieci, quindici anni per rimettersi in sesto. Serve una lunga <strong>stagione di riforme</strong>, molte impopolari, che sia condivisa in buona parte del Parlamento e del paese.</p><p>Serve innanzitutto un&#8217;azione che riduca le disuguaglianze, non si può pensare di rilanciare lo sviluppo se si colpiscono sempre i soliti. Più <strong>giustizia sociale e più giustizia tra le generazioni</strong>. Va ripensata la flessibilità eccessiva che ha prodotto precariato tra i giovani (che non sono affatto schizzinosi, a mio avviso). La troppa precarietà ha indotto molte aziende a ridurre l&#8217;impegno innovativo, a preferire più lavoro a basso costo rispetto a macchine e tecnologie avanzate. Se il salario è troppo basso le imprese fanno meno ricerca e sviluppo (diceva giustamente Paolo Sylos Labini nel suo &#8220;Oligopolio e Progresso Tecnico&#8221;).</p><p>Ma c&#8217;è molto altro.<strong> Va rotto il clima di collusione diffusa</strong>, vanno rotti gli intrecci tra potentati economici e tra politica ed economia. Qui c&#8217;è una questione cruciale. Il capitalismo italiano è ancora un sistema asfittico nel quale non prevale <strong>il merito e la concorrenza</strong>, ma esistono &#8220;arciconfraternite&#8221;, circoli, salotti, comitati, incroci che chiudono il circuito finanziario ed economico verso i &#8220;new comers&#8221;. Basti pensare alle grandi banche che troppo spesso si comportano come se fossero agenzie pubbliche e non come aziende private. Le banche di sistema sono state chiamate, banche che aiutano questo o quel governo a realizzare progetti con scarso ritorno economico.</p><p>Tutti si sono scagliati contro il fatto che Berlusconi sia proprietario di reti televisive e di giornali, ma in realtà basta guardare la proprietà di qualsiasi testata giornalistica per scoprire che tutti i giornali italiani sono di proprietà di imprenditori e banchieri. Ebbene, un&#8217;<strong>economia di mercato</strong> che funzioni richiede che ci sia una stampa forte e indipendente che faccia da cerbero, che controlli e denunci i comportamenti errati e truffaldini di chi governa le imprese e le banche. C&#8217;è mai stato uno scandalo scoperto dalla stampa in Italia? Tutti gli scandali, politici ed economici, vengono scoperti solo dalla magistratura. Poi magari i giornali pubblicano le intercettazioni.</p><p>Va rotta questa <strong>&#8220;fratellanza siamese&#8221; tra stampa ed economia</strong>. Per capire fino in fondo il fenomeno Berlusconi va compreso che sono in molti gli imprenditori che in Italia non riescono ad avere accesso al credito, che non hanno accesso alla grande stampa, che sono privi di agganci politici e che finiscono per non poter sviluppare le loro idee. In questi casi c&#8217;è chi ricorre alla corruzione e chi chiude. Berlusconi si presentò all&#8217;inizio come l&#8217;alfiere di una &#8220;rivoluzione liberale&#8221; contro il sistema delle grandi imprese e delle grandi banche. Il problema era che lui aveva usato senza scrupoli la strada della vicinanza alla politica per rafforzare il proprio impero.</p><p>Serve insomma un mix di maggiore equità, procedurale innanzitutto: in ogni campo devono essere rispettate &#8220;procedure&#8221; eque, via le mazzette e le tangenti, via le raccomandazioni, via i favori tra amici (politici e banchieri, capitalisti e banchieri, giornalisti e politici, giornalisti e capitalisti etc.), via il sistema vecchio e soffocante delle co-optazioni alla guida di questa o dia quella authority, via tutto un ceto dirigente immobile e inamovibile.</p><p>Per tornare a crescere servono nuove procedure che <strong>premino chi ha il talento</strong>, chi ha idee, chi sa fare, chi ha progetti, chi è onesto, chi vuole competere e non corrompere. Nuove procedure che in molti non condivideranno, è chiaro. Tutti coloro che prosperano sul sistema attuale.</p><p>La domanda è: esiste un leader politico oggi che abbia la <strong>credibilità</strong>, la storia personale, le competenze per realizzare una rivoluzione di questa portata? <strong>Davvero qualcuno pensa che un comico di 60 anni possa fare una rivoluzione centrata su equità, merito, concorrenza</strong>? Certo neanche chi appoggiava Consorte nella scalata alle banche e difendeva Antonio Fazio ha la credibilità per fare una simile rivoluzione.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/24/italia-se-progresso-passa-da-rivoluzione-culturale/391711/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Corruzione, quando il denaro diventa metro di giudizio</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/20/corruzione-quando-denaro-diventa-metro-di-misura/388184/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/20/corruzione-quando-denaro-diventa-metro-di-misura/388184/#comments</comments> <pubDate>Sat, 20 Oct 2012 09:01:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Corruzione]]></category> <category><![CDATA[Denaro]]></category> <category><![CDATA[Etica]]></category> <category><![CDATA[Finanziamento ai Partiti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=388184</guid> <description><![CDATA[Aumentano i casi di corruzione e di appropriazione a fini personali di fondi del finanziamento pubblico, quasi ogni partito è coinvolto. La percezione diffusa è che l’Italia sia un paese ad elevata corruzione, dove servano tangenti e raccomandazioni per ottenere una licenza, per essere ricoverati in un ospedale, per essere ammessi in un corso di laurea...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Aumentano i casi di corruzione e di appropriazione a fini personali di fondi del finanziamento pubblico, quasi ogni partito è coinvolto. La percezione diffusa è che l’Italia sia un paese ad elevata <strong>corruzione</strong>, dove servano tangenti e raccomandazioni per ottenere una licenza, per essere ricoverati in un ospedale, per essere ammessi in un corso di laurea a numero chiuso, per avere una pensione di invalidità, per ottenere l’aggiudicazione di un appalto.</p><p>La corruzione dipende da molti fattori. C’è naturalmente una questione di <strong>caduta verticale dei valori etici</strong>, e questo a sua volta dipende da ciò che si insegna nelle famiglie, nelle scuole, nelle parrocchie, nelle sedi di partito, nelle associazioni e così via. Basti citare un semplice fatto. In molti paesi, il plagio a scuola è ritenuto un comportamento molto scorretto e se uno studente viene scoperto a copiare il compito da un compagno o da un testo viene punito molto duramente. Non è così in Italia. Il presidente di una importante impresa italiana si è spesso vantato in pubblico di aver copiato i compiti al liceo e all&#8217;università. Quello stesso imprenditore poi magari si riempiva la bocca di “meritocrazia” e di “concorrenza leale”.</p><p>In secondo luogo, vi è in Italia un <strong>eccesso di norme e di lacci</strong> che la pubblica amministrazione impone all&#8217;economia e al sistema e che conferiscono ai politici e ai burocrati molto potere di ricatto nei confronti di tutti gli utenti e i fornitori. La corruzione e la concussione diventano strumenti per accelerare le procedure, ma al costo di favorire i meno capaci, di creare ingiustizie, di sperare il denaro pubblico. Vi è poi il problema del livello troppo alto delle remunerazioni dei politici. E’ chiaro che se un consigliere regionale percepisce 8.500 euro netti al mese più una serie di altri benefits, se un deputato può arrivare a guadagnare 15.000 euro netti, queste posizioni attireranno un numero altissimo di faccendieri e di personaggi senza qualificazioni particolari ma assetati di soldi.</p><p>Basterebbe analizzare i curricula dei politici presenti nei consigli regionali, provinciali, nel Senato, alla Camera, al Parlamento europeo, etc. per scoprire che per lo più sono persone senza qualifiche particolari. Se si abbassassero gli stipendi, se si fissasse ad esempio lo stipendio di consigliere regionale a 2.000 euro netti, sono certo che si innalzerebbe di molto la qualità della ceto politico regionale. Resterebbero in politica quasi solo quelli motivati dagli ideali. Allo stesso modo si dovrebbe <strong>tagliare il finanziamento</strong> pubblico ai partiti. Come è possibile che solo nel Lazio i dirigenti vari partiti, di diverso schieramento, siano accusati di essersi intestati su conti personali cifre pari a 700.000 euro provenienti dai finanziamenti pubblici?</p><p>Le regole della politica favoriscono la corruzione. Sistemi nei quali i cittadini non possono scegliere, partiti verticistici, leggi che impediscono il ricambio del ceto politico sono tutti elementi che favoriscono una casta di professionisti della tangente e del furto. Ma vi è una questione più generale: negli ultimi trenta anni abbiamo assistito all&#8217;affermarsi in ogni campo dell’idea che ci sia un prezzo per qualunque cosa; abbiamo mercatizzato tutto. Si vendono ovuli e seme umano; si affittano gli uteri; si può comprare il permesso di inquinare; ci sono siti sui quali si comprano organi; si viene pagati per fare da cavia nella sperimentazione di farmaci; si vende il sangue; si stipulano contratti pre-matrimoniali; si pagano i bambini perché studino a scuola; si aumentano le tasse su chi è obeso e così via.</p><p>Si è diffusa l’idea insomma che in ogni ambito il comportamento umano abbia come unico <strong>metro di misura il denaro</strong>; che vi possa essere uno scambio, un contratto, un prezzo per qualsiasi servizio o bene. Il mercato era uno strumento di allocazione dei beni ora è diventato l’unico sistema per regolare il mondo. Forse su questo noi economisti abbiamo delle colpe e non c’è sufficiente dibattito. E’ possibile ridurre l’ambito di applicazione del mercato?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/20/corruzione-quando-denaro-diventa-metro-di-misura/388184/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Dobbiamo davvero lavorare tutti di più?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/12/dobbiamo-davvero-lavorare-tutti-di-piu/381033/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/12/dobbiamo-davvero-lavorare-tutti-di-piu/381033/#comments</comments> <pubDate>Fri, 12 Oct 2012 16:52:10 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Costo del lavoro]]></category> <category><![CDATA[Crisi Economica]]></category> <category><![CDATA[Occupazione]]></category> <category><![CDATA[Produttività]]></category> <category><![CDATA[Salari]]></category> <category><![CDATA[Stipendi]]></category> <category><![CDATA[Tasse]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=381033</guid> <description><![CDATA[Il governo ha aperto il confronto sulla produttività e quindi sulla crescita economica. La questione è molto importante. L’Italia è in recessione quest’anno. É evidente che se la domanda è bassa, se la capacità occupata è molto ridotta e le imprese usano la cassa integrazione la produttività sarà altrettanto bassa. Quindi in questo momento c’è...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div>Il governo ha aperto il confronto sulla produttività e quindi sulla crescita economica. La questione è molto importante. L’Italia è in recessione quest’anno. É evidente che se la domanda è bassa, se la capacità occupata è molto ridotta e le imprese usano la cassa integrazione la produttività sarà altrettanto bassa. Quindi in questo momento c’è anche<strong> un problema di congiuntura</strong>.</div><p>Ma da quindici anni almeno la produttività ha un andamento molto deludente. Nello stesso periodo le remunerazioni sono cresciute più della produttività, anche se i salari netti sono cresciuti meno rispetto ad altri Paesi. Il risultato è che il <strong>costo del lavoro</strong> per unità di prodotto è cresciuto molto più in Italia rispetto alla Germania ma anche rispetto ad altri paesi europei. Un CLUP che aumenta troppo significa una perdita di competitività e minori esportazioni. </p><p>Il male da curare quindi è la <strong>bassa produttività</strong>. Il numero di ore lavorate pro-capite in Italia è piuttosto alto. In Germania si lavorano meno ore che in Italia, ma la produttività del lavoro è molto più alta. Questo perché i lavoratori tedeschi sono più qualificati e usano tecnologie più moderne delle nostre. Conta più l<strong>a qualità che il numero delle ore lavorate.</strong></p><p>Nel Rapporto Istat 2012, la crescita della produttività del lavoro viene decomposta in due componenti: quella legata all’aumento del capitale per addetto, e quella dovuta alla &#8220;produttività totale dei fattori&#8221;. Quest’ultima incorpora gli effetti dello sviluppo tecnologico e organizzativo. L&#8217;accumulazione del capitale per addetto viene suddivisa a sua volta tra capitale fisico (ICT, e non) e capitale intangibile (uso di software, spese Ricerca e sviluppo). Negli anni pre-crisi 1995-2007, la produttività del lavoro è cresciuta molto meno in Italia (0,44% medio annuo) che in Europa (2,2%). Questo è dovuto al fatto che il capitale fisico spiega interamente la (debolissima) crescita italiana, mentre le nuove tecnologie, legate al capitale intangibile (software e R&amp;S) contribuiscono per una parte trascurabile (l’8% del misero 0,4% annuo), a differenza di quanto avvenuto in Europa. Molto preoccupante è il fatto che la Produttività totale dei fattori contribuisca in Italia in modo negativo alla crescita della produttività, solo in Spagna avviene lo stesso. In Finlandia, Svezia, Paesi Bassi, Gran Bretagna, contribuisce in maniera positiva e preponderante.</p><p><strong>Perché la produttività in Italia non cresce o cresce poco?</strong> Le ragioni sono molteplici. Alcune sono di contesto: scarsa efficienza della Pubblica amministrazione, poca concorrenza nei servizi, infrastrutture inadeguate, trasporti congestionati e sistema di formazione che non fornisce capacità adatte alle nuove tecnologie. Altri dipendono dall’organizzazione del lavoro. Le imprese italiane sono molto piccole se confrontate con quelle tedesche o di altri paesi. La piccola dimensione si traduce in minore capacità di impiego di tecnologia, minor uso di lavoro qualificato e minore innovazione tecnologica e organizzativa. In tutti i settori la dimensione delle aziende italiane è molto ridotta: servizi, industria, agricoltura. La piccola dimensione è quindi un nodo importante da affrontare per far crescere la produttività.</p><p>Servono più<strong> lavoratori laureati e tecnici qualificati</strong> per essere più produttivi con le ICT ma la frammentazione dimensionale è un ostacolo al loro impiego. Secondo elemento importante è l’eccessiva<strong> tassazione del lavoro</strong>. Nel 2010 l’aliquota fiscale implicita sul lavoro, ossia la somma delle imposte dirette ed indirette e dei contributi sociali che gravano sul reddito da lavoro dipendente espressa in percentuale della retribuzione complessiva dei lavoratori subordinati, era pari, in Italia, al 42,6%, il valore più elevato della zona euro, superando di 6 punti percentuali e mezzo la media dell’Ue (ponderata in rapporto al Pil). Quest’evoluzione è in controtendenza rispetto alla maggior parte degli Stati membri, che hanno registrato una riduzione dell’imposizione fiscale sul lavoro. Sempre nel 2010, l’aliquota fiscale implicita sui consumi in Italia era invece pari al 16,8%, un dato sensibilmente inferiore al 19,2% della media della zona euro.</p><p>In Italia, gli aumenti salari concessi dalle imprese, magari per favorire la produttività, sono <strong>bruciati in parte rilevate dalle tasse</strong>. Si deve, inoltre, consentire, in questa fase, alle imprese di<strong> fare sperimentazioni</strong>, di cambiare l’organizzazione del lavoro, di introdurre nuove tecnologie, di premiare i dipendenti in base ai risultati raggiunti. É cruciale quindi accrescere al massimo il decentramento della contrattazione. Su questo tema però il sindacato è diviso. L’accordo del 2009 prevedeva un trattamento fiscale favorevole agli aumenti salariali legati alla produttività stabiliti a livello aziendale. Ma quell’accordo non è riuscito a disciplinare la rappresentanza sindacale. L’accordo del giugno 2011 tra le parti sociali stabilisce tali regole e rafforza ulteriormente il ricorso ai contratti di livello aziendale. É importante puntare sul decentramento della contrattazione.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 12 Ottobre 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/12/dobbiamo-davvero-lavorare-tutti-di-piu/381033/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;Austerità non basta. La storia insegna</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/29/lausterita-non-basta-storia-insegna/367843/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/29/lausterita-non-basta-storia-insegna/367843/#comments</comments> <pubDate>Sat, 29 Sep 2012 13:52:06 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Austerity]]></category> <category><![CDATA[Debito Pubblico]]></category> <category><![CDATA[Governo Monti]]></category> <category><![CDATA[Pil]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=367843</guid> <description><![CDATA[Il Fondo Monetario ha pubblicato un interessante paper che analizza 26 casi, dal 1875 ad oggi, di paesi con debiti pubblici pari o superiori al 100 per cento del Pil. Lo studio analizza le strategie seguite nei vari casi per ridurre il debito pubblico e cerca quindi di suggerire delle possibili lezioni. Tra i casi più interessanti...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il <a href="http://www.imf.org/external/pubs/ft/survey/so/2012/RES092712B.htm#top" target="_blank">Fondo Monetario</a> ha pubblicato un interessante paper che analizza 26 casi, dal 1875 ad oggi, di paesi con debiti pubblici pari o superiori al 100 per cento del<strong> Pil</strong>. Lo studio analizza le strategie seguite nei vari casi per ridurre il <strong>debito pubblico</strong> e cerca quindi di suggerire delle possibili lezioni.</p><p>Tra i casi più interessanti vi è la <strong>Gran Bretagna</strong> che dopo la Prima guerra mondiale aveva accumulato un debito pubblico pari al <strong>140%</strong> del Pil (<strong>1918</strong>). Il governo britannico aveva dichiarato di voler assolutamente ripagare il debito e di riportare la sterlina al suo valore pre-guerra rispetto all’oro. Si adottarono politiche severissime di risanamento fiscale e monetarie restrittive e si raggiunse un avanzo pubblico pari al 7 per cento del Pil, nello stesso tempo la <strong>Banca d’Inghilterra</strong> alzò i tassi ufficiali. La Gran Bretagna precipitò in una grave recessione, si ebbe deflazione (prezzi in diminuzione) con il risultato che i tassi reali salirono ulteriormente. Il Pil quindi diminuì per molti anni e il rapporto tra debito e Pil invece di diminuire (come desiderato dalle autorità di politica economica) aumentò al <strong>170% </strong>nel <strong>1930 </strong>e al <strong>190%</strong> nel <strong>1933</strong>. L’avanzo primario in questo caso era stato bruciato dai tassi d’interesse in aumento e dalla caduta del prodotto interno lordo.</p><p>Lo studio del Fondo monetario suggerisce quindi che:</p><p>a) <strong>Le misure di consolidamento fiscale debbano essere accompagnate da politiche si sostegno alla crescita</strong> – politiche monetarie espansive ad esmpio, che facciano scendere i tassi d’interesse, che accrescano la liquidità nel sistema e favoriscano gli investimenti e la domanda; svalutazioni del cambio che rendano più competitive le esportazioni.</p><p>b) <strong>La riduzione del debito è maggiore nei casi in cui le misure fiscali sono permanenti.</strong> Il Canada e il Belgio ad esempio hanno avuto più successo dell’Italia degli anni ’90 a realizzare misure permanenti e non una-tantum per abbattere il debito.</p><p>c) <strong>Il risanamento fiscale e la riduzione del debito richiedono tempo</strong>. Solo dopo le guerre si riesce a volte a tagliare drasticamente la spesa pubblica (militare) e quindi ridurre il disavanzo e il debito pubblico in poco tempo. In generale, le politiche di consolidamento fiscale possono essere realizzate nell’arco di vari anni. Serve costanza, e una condizione bi-partisan dell’obiettivo tra maggioranza e opposizione. Altrimenti un governo di diverso colore rischia di annullare tutti gli sforzi di risanamento messi in atto dal governo precedente.</p><p>Quello che stiamo facendo in Europa non sembra quindi seguire in pieno questi insegnamenti. <strong>L’austerità</strong> da sola rischia di portare vari paesi verso una spirale viziosa e pericolosa. I tagli e le maggiori tasse hanno effetti recessivi (in Grecia, in Spagna, in Italia sta avvenendo questo) che possono far <strong>aumentare il rapporto tra Debito e Pil</strong> e portarci verso il collasso. La Bce dovrebbe avere più coraggio e seguire politiche di quantitative easing, di maggiore espansione. Ma anche i governi nazionali dovrebbero adottare un mix di politiche che siano di tagli della spesa pubblica ma accompagnate da misure volte alla crescita economica.</p><p>Può un governo in carica per pochi mesi ancora avere questo coraggio? In fondo a Monti e al suo governo è stato chiesto di evitare con rapidità la catastrofe. Ora però è il momento di pensare al medio termine e di capire che non basta solo tagliare e aumentare le tasse.  Ma cosa accadrà da aprile 2013 in poi?</p><p>Molti osservatori e investitori internazionali hanno paura che dalle urne possano uscire soluzioni di grande instabilità: una maggioranza risicata; alleanze di governo strampalate; o peggio un risultato indefinito. Il centro-destra è in ebollizione. Sulle ali estreme si addensano forze che minacciano <strong>referendum sull’euro</strong> o contro le riforme appena realizzate. Il centro è ancora indefinito. La sinistra riformista oscilla tra aperture verso politiche riformiste e ritorni alla vecchia ricetta di aumento della spesa pubblica e del debito. Il tempo rimasto è breve.</p><p>Anche per questo Monti dichiara di essere pronto per un secondo mandato, dopo le elezioni, naturalmente.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/29/lausterita-non-basta-storia-insegna/367843/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La vera urgenza è l’offerta?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/26/vera-urgenza-e-l%e2%80%99offerta/363830/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/26/vera-urgenza-e-l%e2%80%99offerta/363830/#comments</comments> <pubDate>Wed, 26 Sep 2012 09:50:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato]]></category> <category><![CDATA[Concorrenza]]></category> <category><![CDATA[Crisi Economica]]></category> <category><![CDATA[Domande]]></category> <category><![CDATA[Industria]]></category> <category><![CDATA[Offerta]]></category> <category><![CDATA[Tasso di Crescita]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=363830</guid> <description><![CDATA[L’austerità è stata necessaria vista la situazione nella quale si trovava l’Italia solo un anno fa, ma oggi vi è un’altra emergenza alla quale non si può rispondere con la sola austerità. La crisi Alcoa, la chiusura di migliaia di piccole e medie imprese, la caduta della produzione industriale segnalano una sofferenza profonda nel settore...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’austerità è stata necessaria vista la situazione nella quale si trovava l’Italia solo un anno fa, ma oggi vi è<strong> un’altra emergenza</strong> alla quale non si può rispondere con la sola austerità.</p><p>La<strong> crisi Alcoa</strong>, la chiusura di migliaia di piccole e medie imprese, la caduta della produzione industriale segnalano una sofferenza profonda nel<strong> settore industriale in Italia</strong>. La lunga crisi non è ancora finita e forse solo a fine 2013 si avrà una ripresa dell’economia italiana che per ora è in una gravissima recessione.</p><p>E’ il momento di fare una riflessione importante su quella che da anni costituisce la strategia dei riformatori/modernizzatori in Italia (ma anche in molti altri paesi avanzati). Riassumiamo questa strategia in poche righe, visto lo spazio di questo blog, ma certo servirebbe molto più spazio per rendere giustizia a un disegno che in parte è stato condiviso da importanti istituzioni italiane e internazionali.</p><p>1.       I mercati sono il sistema più efficiente di allocazione delle risorse e di selezione dei progetti economici</p><p>2.       Per assicurare la crescita economica è fondamentale per ogni paese avere dei mercati che funzioni al meglio, servono quindi <strong>authorities forti </strong>per tutelare la concorrenza, per far rispettare regole certe, per difendere i consumatori e gli investitori</p><p>3.       La concorrenza è il vero sistema mediante il quale si può migliorare il sistema economico: più concorrenza significa che le imprese meno efficienti, meno innovative, parassitarie vengono eliminate dal mercato (falliscono, chiudono) e in questo modo si accresce la <strong>produttività</strong> media del sistema. Le risorse liberate dalle aziende inefficienti che chiudono sono riallocate (se appunto i mercati sono concorrenziali) verso usi più efficienti e promettenti. Il paese cresce in questo modo.</p><p>4.       L’Italia è tra i paesi nei quali c’è un<strong> deficit di concorrenza in molti settori</strong> e quindi prevalgono aziende e strutture inefficienti, non innovative, parassitarie. Questo si traduce in prezzi più alti per i consumatori e per le altre imprese che acquistano i prodotti del settore non concorrenziale come input per le loro produzioni (si pensi al settore dei servizi legali o al settore del gas naturale). L’intero sistema economico finisce per avere un livello di sviluppo più basso rispetto a paesi nei quali i mercati sono più aperti e competitivi. (So che arriveranno osservazioni del tipo: ci vorrebbe il monopolio statale, ci vorrebbe il comunismo in Italia! Ma la storia ha dimostrato come il monopolio statale sia la peggiore soluzione organizzativa possibile dal punto di vista economico, chi abbia visitato Cuba, la Corea del Nord sa bene cosa sia la miseria di massa generata dal comunismo).</p><p>5.       Un corollario di questa ricetta è che bisogna far sì che i consumatori possano scegliere, che tutti gli operatori possano scegliere. <strong>E’ insomma la domanda che può modellare l’offerta</strong>. Se c’è concorrenza, la domanda dei consumatori può di fatto selezionare chi merita e punire chi non merita. Il sistema economico conoscerebbe così un processo darwiniano di selezione della specie.</p><p>6.       Le riforme strutturali derivano da questa tipo di analisi. Si deve consentire ai mercati, tutti i mercati, di funzionare. Il mercato del lavoro, il mercato del credito e della finanza, il mercato dei prodotti, il mercato della proprietà delle imprese, il mercato dei servizi, il mercato dell’istruzione e così via. I paesi che hanno aperto e liberalizzato i propri mercati negli anni pre-crisi sono quelli che sono cresciuti di più (l’OCSE ha pubblicato moltissima evidenza empirica su questo nesso causale).</p><p>7.       Ma di fronte alla crisi dell’industria italiana, davanti al tracollo di interi comparti, in presenza delle difficoltà di milioni di partite iva, di piccoli imprenditori, di lavoratori autonomi, di professionisti, di tecnici e così via, siamo certi che questa strategia incentrata sulla domanda sia ancora valida? Siamo certi che basti consentire ai consumatori di scegliere per poi avere la soluzione del problema dalla bassa crescita?</p><p>Tornerò su questo tema, quindi ora voglio solo sollevare il problema.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/26/vera-urgenza-e-l%e2%80%99offerta/363830/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
<!-- Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: http://www.w3-edge.com/wordpress-plugins/

Minified using memcached
Page Caching using memcached (User agent is rejected)
Object Caching 1971/2186 objects using memcached
Content Delivery Network via st.ilfattoquotidiano.it

Served from: www.ilfattoquotidiano.it @ 2013-05-21 05:42:00 -->