<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Sandro Trento</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/strento/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Grecia, le nuove elezioni sono l&#8217;ultima spiaggia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/15/per-la-grecia-le-nuove-elezioni-sono-lultima-spiaggia/230788/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/15/per-la-grecia-le-nuove-elezioni-sono-lultima-spiaggia/230788/#comments</comments> <pubDate>Tue, 15 May 2012 17:11:54 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[dracme]]></category> <category><![CDATA[elezioni]]></category> <category><![CDATA[fallimento]]></category> <category><![CDATA[Grecia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=230788</guid> <description><![CDATA[Viviamo, ancora una volta, ore di grandissima preoccupazione. A poche settimane dalle elezioni la Grecia si trova costretta a indire nuove elezioni. Che succederà se i nazisti e la sinistra estrema cresceranno ancora? Molti giornali e commentatori prevedono che nell’arco di 10 giorni o al massimo di un mese lo Stato greco possa dichiarare fallimento...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Viviamo, ancora una volta, ore di grandissima preoccupazione. A poche settimane dalle elezioni la Grecia si trova costretta a <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/15/grecia-fallito-ultimo-tentativo-papoulias-nomina-premier-interim/230385/" target="_blank">indire nuove elezioni</a>. Che succederà se i nazisti e la sinistra estrema cresceranno ancora? Molti giornali e commentatori prevedono che nell’arco di 10 giorni o al massimo di un mese lo Stato greco possa dichiarare fallimento e la Grecia possa essere costretta ad abbandonare l’area dell’euro.</p><p><strong>L’uscita dall’euro</strong> <strong>sarebbe un trauma per la Grecia</strong>. Milioni di greci correrebbero agli sportelli delle banche per ritirare i loro depositi, il valore dei titoli del debito pubblico greco crollerebbero a zero e le banche greche fallirebbero. Lo Stato greco dovrebbe riprendere a stampare dracme. E se può sembrare una banalità, basti ricordare che per passare dalla lira all’euro abbiamo impiegato due anni!! Bisogna stampare le nuove banconote, metterle in circolazione, cambiare tutte le macchine bancomat, tutte le macchine di vendita automatica, riprogrammare tutti i sistemi informativi, ridefinire i termini dei contratti etc. Per un periodo di tempo non definibile si tornerebbe al baratto, o all’uso di monete straniere, dollari ad esempio, o allo stesso euro. Chi avrà accumulato dollari se la caverà bene, ma i ceti popolari come potranno procurarsi dollari?</p><p><strong>Il tutto avverrà con grande disordine</strong>. Come si può, del resto, avere una crisi catastrofica, come la bancarotta di uno Stato, in modo ordinato? Ci saranno sommosse, violenze, fame. Non potendo più collocare titoli pubblici lo Stato greco dovrà stampare dracme in enorme quantità per pagare gli stipendi pubblici, per far funzionare le infrastrutture e quindi si avrà inflazione elevata. A chi dice: “il fallimento non è un male”, va ricordato che se c’è inflazione, sono soprattutto i ceti medio-bassi ad impoverirsi ulteriormente,<strong> non certo i ricchi</strong>. Non va dimenticato che il caos economico scatena il caos politico. Chissà se nelle forze armate non c’è già qualcuno che sta preparando “Piani di salvezza nazionale”.</p><p>Certo l’uscita dall’euro consentirebbe alla Grecia di avere prezzi in dracme molto più bassi rispetto ai prezzi in euro prevalenti nel resto dell’area dell’euro. I prodotti greci sarebbero più competitivi. La Grecia produce pochi prodotti esportabili ma vende servizi: trasporti marittimi e turismo. Sia in un caso sia nell’altro la svalutazione consentirebbe di accrescere la quantità venduta: più navi greche sarebbero noleggiate e più turisti stranieri arriverebbero nelle isole greche.</p><p>Ma ci vorranno anni per digerire i costi della crisi. Per migliaia di greci non resterebbe che<strong> la strada dell’emigrazione</strong>.</p><p>Il fallimento della Grecia va evitato anche nell’interesse del resto dell’Unione europea. I costi sarebbero elevati anche per noi.</p><p>Ma certo va detto che i governi greci non hanno saputo avviare un programma di riforme per rendere più competitiva l’economia greca. Hanno accresciuto enormemente le tasse e avviato un<strong> circolo vizioso di austerità fiscale</strong> e di minore crescita. Non si è voluto ristrutturare il debito due anni fa o anche solo un anno fa e ora certo la situazione è molto difficile. E’ chiaro che le prossime elezioni saranno l’ultima spiaggia, ma forse la situazione potrebbe precipitare già nei prossimi giorni.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/15/per-la-grecia-le-nuove-elezioni-sono-lultima-spiaggia/230788/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Economia e finanza nei Licei classici?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/05/economia-finanza-licei-classici/202564/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/05/economia-finanza-licei-classici/202564/#comments</comments> <pubDate>Thu, 05 Apr 2012 15:05:53 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=202564</guid> <description><![CDATA[In un momento nel quale la disoccupazione giovanile in Italia è su livelli altissimi (oltre il 30 per cento) è importante ragionare su quale sia una giusta attitudine verso il lavoro. Si è chiusa da tempo la fase nella quale in Italia c’erano grandi imprese e grandi istituzioni che offrivano posti di lavoro stabili e che...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>In un momento nel quale la <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/02/istat-disoccupazione-giovanile-febbraio/201740/">disoccupazione giovanile in Italia è su livelli altissimi</a> (oltre il 30 per cento) è importante ragionare su quale sia una giusta attitudine verso il lavoro. Si è chiusa da tempo la fase nella quale in Italia c’erano grandi imprese e grandi istituzioni che offrivano posti di lavoro stabili e che <strong>assicuravano</strong> una carriera per tutta la vita. Lo scenario è cambiato in tutto il mondo e in Italia ancora di più.</p><p>Ci sono rimaste pochissime grandi<strong> imprese</strong>. Il 95 per cento delle imprese italiane infatti ha meno di 10 dipendenti. E il settore pubblico non è più in grado di offrire posti di lavoro a tempo indeterminato, se non in misura molto ridotta. La precarietà anzi è molto più diffusa (in proporzione) nel settore pubblico che non nel settore privato. Del resto con un debito pubblico gigantesco come quello italiano come si potrebbe pensare a uno sviluppo dell’occupazione nel pubblico impiego?</p><p>A fronte di questo mutamento epocale allora i giovani dovrebbero scegliere molto accuratamente i percorsi di studio che vogliono intraprendere. E’ chiaro che alcune qualificazioni non hanno sbocchi lavorativi. Tutti lo sanno ma molti fanno finta di non saperlo. Non è facile tuttavia prevedere oggi quali possano essere le competenze più <strong>richieste </strong>tra dieci anni.  Forse più che le qualificazioni e le specializzazioni conta l’approccio al lavoro. Se nei prossimi anni ci saranno sempre meno posti di lavoro “stabili”, offerti da grandi strutture, diventa essenziale avere gli skills per inventarsi un lavoro. La nuova logica dovrebbe essere quella di pensare di diventare imprenditori e non solo “lavoratori dipendenti”. Da un atteggiamento <strong>passivo</strong>: cerco un lavoro per sistemarmi e poi tirare avanti si dovrebbe passare a una visione che sia attiva: in che modo posso capitalizzare sulle mie competenze? Come potrei trasformare il mio capitale umano in un’impresa?</p><p>Vi segnalo, su questi temi, un articolo di Irene Tinagli sulla Stampa di oggi “<a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&amp;ID_articolo=9960">I giovani siano imprenditori di se stessi”</a>.</p><p>Molti chiedono al governo di «creare posti di lavoro» secondo politiche industriali vecchio stile, quelle che tanti politici oggi invocano, a suon di sussidi e incentivi. Ma come si fa a programmare il futuro se è così incerto? Non c’è nessun motivo per il quale <strong>burocrati </strong>del ministero dello sviluppo economico sappiano oggi prevedere quali possano essere i settori del futuro. Sta agli imprenditori capirlo, attraverso tentativi ed errori.</p><p>Tinagli ci segnale che secondo gli studi della Kauffman Foundation, negli Stati Uniti, negli ultimi trent’anni la quasi totalità di nuovi posti di lavoro è stata generata da aziende nei loro primi anni di vita, aziende «nuove». Stimolare nuova imprenditorialità è una buona strada allora. E per farlo si tratta di ridurre i costi di fare impresa, attrarre e stimolare il capitale di rischio, investire in infrastrutture digitali e nuove tecnologie. Ma giustamente Tinagli ci dice che altrettanto importante è insegnare ai giovani ad essere creativi, curiosi, propensi al rischio,<strong> imprenditori</strong>.</p><p>“Tutti i sondaggi condotti tra i giovani italiani mostrano bassi livelli di propensione al rischio e all’imprenditoria. Anche se molti ragazzi hanno minori aspettative rispetto al posto fisso e anche se aumenta, per esempio, la disponibilità a viaggiare e spostarsi, tuttavia la voglia di fare impresa resta molto bassa. Uno dei sondaggi più recenti, condotto nel febbraio scorso da Termometropolitico in collaborazione con La Stampa su ottomila italiani sotto i trentacinque anni, ha fatto emergere come il 24% degli intervistati accetterebbe «qualsiasi lavoro, anche pagato male, basta che sia sicuro e a tempo indeterminato e senza alcun rischio». Per <strong>contro</strong> solo il 16% preferisce «fare sacrifici per qualche anno per mettere soldi da parte e iniziare una sua attività indipendente». Un dato sorprendentemente basso. Per fare un confronto, in un’indagine condotta dalla Gallup Organization assieme alla Fondazione «Operation Hope» e resa nota pochi giorni fa, il 77% dei giovani intervistati dichiara di voler essere «boss di se stesso», il 45% di voler fare la propria impresa, e il 42% si dice convinto che inventerà qualcosa che cambierà il mondo. Non solo, ma il 91% sostiene di non avere paura ad assumersi dei rischi, anche se possono portare a sbagliare e fallire, e l’85% dice di «non mollare mai» quando desidera raggiungere un obiettivo.”</p><p>Quando inizieremo ad insegnare economia e finanza nei Licei Classici?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/05/economia-finanza-licei-classici/202564/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Lavoro, riforma a metà</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/29/lavoro-riforma-a-met/200802/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/29/lavoro-riforma-a-met/200802/#comments</comments> <pubDate>Thu, 29 Mar 2012 12:51:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[ammortizzatori sociali]]></category> <category><![CDATA[apprendistato]]></category> <category><![CDATA[articolo 18]]></category> <category><![CDATA[disoccupazione]]></category> <category><![CDATA[lavoro]]></category> <category><![CDATA[licenziamenti]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[precariato]]></category> <category><![CDATA[riforma]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/29/lavoro-riforma-a-met/200802/</guid> <description><![CDATA[Vorrei analizzare la riforma del mercato del lavoro proposta dal governo partendo da alcune domande di fondo. Era necessaria una riforma? Sì. Il nostro mercato del lavoro non funziona bene: il tasso di disoccupazione tra i giovani con meno di 24 anni è al 31 per cento (2011), un record negativo in Europa. Meno della...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei analizzare la riforma del mercato del lavoro proposta dal governo partendo da alcune domande di fondo.</p><p>Era necessaria una riforma? Sì. Il nostro mercato del lavoro non funziona bene: il tasso di disoccupazione tra i giovani con meno di 24 anni è al 31 per cento (2011), un record negativo in Europa. Meno della metà delle donne italiane lavora in Italia e nel Sud solo il 30 per cento. Da un lato, vi sono i lavoratori pubblici e i lavoratori a tempo indeterminato delle imprese private con oltre 15 dipendenti che godono di varie tutele, dalla protezione contro i licenziamenti individuali (art. 18) alla cassa integrazione guadagni; dall’altro i giovani e i lavoratori di piccole imprese che non hanno nessuna delle due coperture.<br /> Dai primi anni ’90 le riforme hanno favorito la creazione di milioni di posti di lavoro ma hanno creato quasi unicamente<strong> flessibilità in entrata</strong> e ridotto il <strong>costo d’uso del lavoro giovanile</strong>. I vincoli alle assunzioni nel pubblico sono stati aggirati con <strong>milioni di contratti precari</strong>. E’ lo Stato e non l’impresa privata che genera precarietà.</p><p>Quale procedura va seguita per riformare il mercato del lavoro? Non ne esiste una universale. Va salvaguardato <strong>l’interesse generale</strong> e non solo quello dei soggetti iscritti ai sindacati o alle associazioni dei datori di lavoro. In Italia solo dagli anni ’90 si è avviata una forma traballante di concertazione. Il dualismo del nostro mercato del lavoro fa sì che<strong> una categoria fondamentale di soggetti </strong>rischia di non essere rappresentata dalle parti sociali sedute ai tavoli con il governo. Il tasso di sindacalizzazione in Italia è pari<strong> solo al 33 per cento</strong>.</p><p><strong>Cosa funziona?</strong> La riforma degli ammortizzatori va nella direzione giusta, le tutele previste sono composte da tre parti: assicurazione sociale per l’impiego che dovrebbe durare 12 mesi per i lavoratori con meno di 55 anni e 18 mesi per gli altri, è una prima <strong>forma di indennità generale</strong> di disoccupazione che supera le disparità. Vi sarebbero poi le tutele per chi ha ancora il lavoro ma si trova in un’azienda in crisi (cassa integrazione e fondi sociali) e gli strumenti di gestione degli esuberi strutturali. Le piccole imprese si sono lamentate del fatto che a fronte dei maggiori contributi che dovranno pagare (per finanziare gli ammortizzatori) non avrebbero benefici in termini di minor costo dei licenziamenti, visto che a loro non si applica la riforma dell’art. 18.<br /> La riforma individua nel <strong>contratto di apprendistato</strong> la forma privilegiata di accesso al lavoro per i giovani e collega l’assunzione di nuovi apprendisti all&#8217;averne stabilizzati una certa percentuale nell’ultimo triennio (50 %).</p><p>Arriviamo alle norme sui licenziamenti individuali per le aziende con oltre 15 dipendenti (art. 18). L’art. 18 è diventato il <strong>banco di prova della capacità riformatrice del governo</strong>. Da un lato, è stato proprio il sindacato e la Cgil in particolare che ha ideologizzato questa norma dai tempi dello scontro tra Sergio Cofferati e la Confindustria. Forse proprio per il suo valore simbolico, l’art. 18 ha attirato le attenzioni di Draghi e della Bce nella lettera della scorsa estate. Le agenzie di rating, le banche d’affari, i fondi di investimento, il Fondo monetario, l’Ocse, gli economisti stranieri conoscono tutti, oramai, l’art. 18. Ogni anno le cause relative all’art. 18 sono <strong>poche centinaia</strong> e i lavoratori per i quali è chiesto il reintegro sono ancora meno.</p><p>È difficile sostenere che la cancellazione dell’art. 18 avrebbe effetti rilevanti, sia da parte di chi crede che creerebbe incentivi ad assumere di più, sia da chi teme licenziamenti in massa. Il problema però è che per misurare il <strong>grado di flessibilità del mercato del lavoro italiano </strong>oramai tutti guardano a quanto sia cambiato l’art. 18. E il governo ha proposto una revisione dell’art. 18 che è a dir poco molto complicata.<br /> Si creano soluzioni diverse per le varie fattispecie ma senza assicurare tempi certi, anzi. Una cosa sicuramente le imprese vorrebbero, ed è non dover aspettare per mesi e mesi la risoluzione del conflitto in tribunale nel caso di licenziamento individuale. <strong>I tempi delle giustizia </strong>però non sono stati oggetto dell’intervento del governo e con l’aumento dei compiti affidati ai giudici si rischia un aumento delle cause di lavoro. Forse era meglio avere più coraggio abolire l’articolo 18 per i nuovi assunti, senza invece ipotizzare casi e sotto-casi.</p><p>Il valore simbolico dell’art. 18 può ora essere<strong> fatale alle riforma</strong>. Se ora il Parlamento cancellerà questa parte della riforma si rischia che il giudizio dei mercati e delle istituzioni straniere travolga tutta la riforma.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 29 Marzo 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/29/lavoro-riforma-a-met/200802/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Il futuro della Cina</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/18/futuro-della-cina/198512/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/18/futuro-della-cina/198512/#comments</comments> <pubDate>Sun, 18 Mar 2012 16:02:20 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Ambiente]]></category> <category><![CDATA[Banca Mondiale]]></category> <category><![CDATA[Cina 2030]]></category> <category><![CDATA[pil]]></category> <category><![CDATA[riforma fiscale]]></category> <category><![CDATA[riforme strutturali]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=198512</guid> <description><![CDATA[Siamo così concentrati sui nostri problemi che non ci accorgiamo, a volte, che anche in altre aree del mondo sarebbe necessaria una stagione riformatrice. Si è tenuta a Shanghai, a inizio marzo, una conferenza organizzata dalla Banca Mondiale nella quale è stato presentato e discusso il rapporto “Cina 2030” sulle prospettive a medio termine dell’economia...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Siamo così concentrati sui nostri problemi che non ci accorgiamo, a volte, che anche in altre aree del mondo sarebbe necessaria una <strong>stagione riformatrice</strong>.</p><p>Si è tenuta a Shanghai, a inizio marzo, una conferenza organizzata dalla Banca Mondiale nella quale è stato presentato e discusso il rapporto <strong>“<a href="http://www.worldbank.org/en/news/2012/02/27/china-2030-executive-summary" target="_blank">Cina 2030</a>”</strong> sulle prospettive a medio termine dell’economia cinese.</p><p>La domanda centrale era: riuscirà la Cina a diventare un <strong>paese ad alto reddito </strong>nell’arco dei prossimi due decenni?</p><p>Il Rapporto prevede che nella seconda metà di questo decennio la crescita dell’economia cinese rallenti verso il <strong>7 per cento annuo</strong> (dall’8,5 attuale) per poi  scendere al 5 per cento dal 2026-2030. Questo rallentamento, in linea con le stime del DRC (Development Research Centre, un centro studi del governo cinese), dovrebbe consentire alla Cina di diventare la <strong>prima economia mondiale e un paese ad alto reddito</strong>, secondo la definizione del DRC, vale a dire un paese con un reddito procapite paria 16.000 dollari USA (molto basso se confrontato con i 34.000 dollari USA del reddito procapite italiano nel 2010).</p><p>Ma per poter raggiungere questo obiettivo la Cina dovrebbe realizzare una lunga lista di <strong>riforme strutturali</strong>, si argomenta nel Rapporto della Banca Mondiale. Lo stato cinese dovrebbe ridurre i controlli sui mercati dei capitali (i tassi di interesse in Cina sono infatti fissati per decreto e non sulla base dell’agire dei mercati); il mercato del lavoro è sottoposto a forti regolamentazioni, soprattutto di limitazione della mobilità dalle campagne; la terra è soggetta a vincoli ed espropriazioni statali. I settori industriali inoltre sono dominati da imprese statali. Va inoltre riequilibrato il rapporto tra investimenti e consumi. Al momento i governi locali cinesi cercano di incoraggiare gli investimenti di produttori stranieri e di imprese statali offrendo terra a basso costo (spesso espropriata ai contadini), tasse locali molto ridotte e energia elettrica sotto costo. La crescita cinese ha finito per essere quasi interamente trascinata dagli investimenti con un elevato costo in termini ambientali. L’inquinamento, l’avvelenamento delle falde acquifere, la distruzione delle risorse naturali in Cina ha pochi eguali nel mondo. Una <strong>riforma fiscale e programmi di risanamento ambientale</strong> sono tra le priorità del Rapporto.</p><p>Il forte squilibrio verso l’accumulazione di capitale lascia al lavoro una fetta di reddito nazionale esigua e questo genera una <strong>forte disuguaglianza</strong>. I bassi salari e l’assenza di un sistema pensionistico e di welfare fanno si che la domanda interna sia molto compressa. La Cina esporta massicciamente e i cinesi però non si arricchiscono, in media, come potrebbero. Questo fa sì che la domanda che la Cina esercita verso il resto del mondo è molto ridotta in rapporto al suo peso mondiale.</p><p>La Cina accumula giganteschi surplus di bilancia commerciale che però mettono a rischio le relazioni con gli altri paesi (USA e UE innanzitutto).</p><p>La domanda allora è: ce la farà la futura classe dirigente cinese a mettere in pratica questa agenda riformista? E se fallisse?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/18/futuro-della-cina/198512/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Come migliorare il nostro sistema produttivo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/05/problemi-nostro-sistema-produttivo/195572/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/05/problemi-nostro-sistema-produttivo/195572/#comments</comments> <pubDate>Mon, 05 Mar 2012 10:23:11 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[evasione fiscale]]></category> <category><![CDATA[fiat]]></category> <category><![CDATA[lavoro nero]]></category> <category><![CDATA[piccole imprese]]></category> <category><![CDATA[pressione fiscale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=195572</guid> <description><![CDATA[Se si confrontano le strutture produttive dei paesi europei si scopre che nei paesi del Sud Europa (Grecia, Portogallo, Spagna, Italia) le imprese sono in media più piccole rispetto alla dimensione media che prevale nei paesi del Nord Europa. La Grecia, ad esempio, è il paese europeo nel quale la struttura produttiva è più frammentata,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Se si confrontano le strutture produttive dei paesi europei si scopre che nei paesi del Sud Europa (Grecia, Portogallo, Spagna, Italia) le imprese sono <strong>in media più piccole </strong>rispetto alla dimensione media che prevale nei paesi del Nord Europa.</p><p>La Grecia, ad esempio, è il paese europeo nel quale la struttura produttiva è più frammentata, circa un terzo del totale degli occupati in Grecia lavora in micro-imprese, cioè aziende con meno di 10 addetti; in Germania solo il 4,3 per cento del totale degli occupati lavora in imprese così piccole. In Portogallo solo il 20 per cento delle imprese ha 250 addetti o più contro il 55 per cento delle imprese in Germania. L’Italia è molto più simile alla Grecia o al Portogallo che non alla Germania, sotto questo profilo.</p><p>Il 95 per cento delle imprese italiane ha <strong>meno di 10 dipendenti</strong>. La frantumazione del nostro sistema produttivo si spinge ai massimi livelli. Basti pensare che in Italia circa il 23 per cento degli occupati è costituito da lavoratori autonomi, in Germania solo il 10 per cento.</p><p>Tantissime piccole e piccolissime imprese, poche grandi imprese, moltissimi lavoratori autonomi, <strong>ecco come si presenta il nostro sistema produttivo</strong> e quello di altri paesi del Sud Europa.</p><p>Una simile frammentazione ha una serie di<strong> effetti negativi</strong>: le piccole imprese sono meno produttive delle grandi e sono meno innovative. Le piccole imprese inoltre offrono meno occasioni di lavoro ai lavoratori più qualificati (laureati e specializzati). Le piccole imprese non hanno risorse sufficienti per internazionalizzarsi e per penetrare i mercati esteri più lontani, come Cina, India, Brasile, Indonesia, etc., che sono anche quelli la cui domanda cresce di più.</p><p>Le piccole imprese finiscono spesso per sopravvivere grazie al contenimento di alcuni costi: salari più bassi, minore rispetto delle normative, maggiore evasione fiscale.</p><p>Per crescere di più, la Grecia ma anche l’Italia avrebbero bisogno di una <strong>struttura produttiva più moderna</strong>. Il punto non è tanto quello della dimensione media. Le vere questioni cruciali sono: la scarsa presenza di grandi imprese e la ridotta crescita dimensionale delle aziende. Servono alcuni <em>big players</em> in ogni settore per generare innovazione e diffonderla tra le piccole aziende. L’altro punto è che le nostre imprese nascono piccole e restano piccole, anche dopo 10 anni. Questo spiega in parte perché abbiamo così poche grandi imprese.</p><p><strong>La domanda è: come mai le imprese in Italia non crescono?</strong></p><p>Vi sono fattori istituzionali: norme, regolazioni pubbliche, pressione fiscale e così via che scoraggiano la crescita. Inoltre, il fattore lavoro diventa più rigido da impiegare se si superano certe soglie, se non altro perché aumenta la sindacalizzazione.</p><p>La finanza non funziona bene: le piccole imprese sono razionate sul credito e quindi non hanno fondi per crescere. Mancano strumenti specializzati per il finanziamento delle piccole imprese.</p><p>Ma anche gli <strong>assetti proprietari</strong> sono un ostacolo. Le aziende italiane sono tutte familiari e le famiglie controllanti non vogliono, spesso, aprire la compagine societaria ad altri soci, che porterebbero nuovi capitali ma metterebbero a rischio il controllo da parte della famiglia stessa.</p><p>Ecco allora che dobbiamo cercare di<strong> difendere le poche grandi imprese che abbiamo </strong>(Fiat innanzitutto) e in secondo luogo adottare politiche che rimuovano gli ostacoli alla crescita dimensionale.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/05/problemi-nostro-sistema-produttivo/195572/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Marchionne e la necessità di nuovi modelli</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/27/marchionne-necessita-nuovi-modelli/194041/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/27/marchionne-necessita-nuovi-modelli/194041/#comments</comments> <pubDate>Mon, 27 Feb 2012 09:32:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[auto]]></category> <category><![CDATA[fiat]]></category> <category><![CDATA[italia]]></category> <category><![CDATA[marchionne]]></category> <category><![CDATA[produzione]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=194041</guid> <description><![CDATA[Sabato è stata pubblicata sul Corriere della sera una lunga intervista a Sergio Marchionne, che ha fornito molti elementi di riflessione. Provo a riassumerne alcuni. Vi è un persistente eccesso di capacità produttiva nell’industria dell’auto a livello mondiale. Questo significa che molti impianti non lavorano usando la piena capacità produttiva e che quindi vi sono troppi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Sabato è stata pubblicata sul <em>Corriere della sera</em> una lunga intervista a <strong>Sergio Marchionne</strong>, che ha fornito molti elementi di riflessione. Provo a riassumerne alcuni.</p><p>Vi è un persistente<strong> eccesso di capacità produttiva</strong> nell’industria dell’auto a livello mondiale. Questo significa che molti impianti non lavorano usando la piena capacità produttiva e che quindi vi sono <strong>troppi stabilimenti</strong> produttivi rispetto alla dimensione del mercato. In Europa, in particolare, la capacità produttiva in eccesso è pari al <strong>20-25 per cento</strong>, rispetto alla capacità installata. Non è una notizia nuova. Da almeno dieci anni vi è un problema di eccesso di capacità, ma i governi europei hanno cercato di <strong>drogare il mercato</strong> con gli incentivi alla rottamazione. Una pessima cura. Sono state usate risorse pubbliche per sostenere nel breve la domanda, favorendo tra l’altro anche i produttori non europei (coreani, giapponesi, cinesi, etc.) e si  sono rinviate le decisioni dolorose del “cosa chiudere”.</p><p>Secondo punto, il costo del lavoro per unità di prodotto in Italia èmolto più alto che negli altri paesi, questo non per colpa dei salari (che anzi sono bassi) ma per via della bassa produttività e del<strong> carico fiscale molto alto</strong> (cuneo fiscale). Il risultato: <strong>produrre un auto in Italia costa tanto, troppo,</strong> molto più che in altri paesi europei.</p><p>La produzione del gruppo Fiat in Italia è oramai scesa a livelli molto bassi: 500-600 mila vetture, meno di quanto si produca in Spagna, e simile a quanto si produce nella piccola Repubblica ceca. Questo basso grado di utilizzo della capacità produttiva accresce ulteriormente i costi di produzione degli impianti italiani.<span style="text-decoration: underline;"> </span>Marchionne dice: se si riesce ad esportare le auto prodotte in Italia negli USA allora si potrebbe aumentare il grado di utilizzo degli impianti italiani e magari arrivare all’80-85 per cento.</p><p>Se questa strategia non dovesse riuscire, la<strong> Fiat sarà costretta a chiudere uno o due stabilimenti</strong> (su cinque) in Italia. Si tratta di tagliare i costi fissi per restare competitivi. Marchionne dice inoltre: non chiederemo più incentivi alla rottamazione. E’ un segno di grande maturità.</p><p>E’ un discorso chiaro. So che molti si sono già esercitati nel linciaggio mediatico di Marchionne e altri lo faranno. <strong>Ma cosa dovrebbe dire un dirigente di un’azienda privata?</strong></p><p>La questione è che bisogna ridurre i costi di produzione, migliorare la qualità del prodotto e solo in questo modo si può pensare di vendere sui mercati del nord America e del resto del mondo. Cosa facciamo per aiutare le imprese italiane a restare competitive? Esiste un <strong>piano di politica industriale </strong>per non disperdere le competenze accumulate nel settore auto? Si può ridurre il cuneo fiscale e quindi il clup? C’è un progetto europeo per l’industria dell’auto?</p><p>Certo un po’ evanescenti sono le sue risposte sul lato dei<strong> nuovi modelli.</strong> E’ vero che il mercato mondiale è in grave ristagno ma se non si hanno modelli nuovi da offrire è difficile vendere. Molti di quelli che criticano Marchionne rimpiangono forse i tempi in cui interveniva lo Stato, magari attraverso l’IRI e si accollava il costo di aziende in perdita, scaricandolo poi sulle future generazioni. No grazie, dicono i giovani.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/27/marchionne-necessita-nuovi-modelli/194041/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Produttività, l’articolo 18 non c’entra</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/12/produttivita-l%e2%80%99articolo-18-non-c%e2%80%99entra/190746/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/12/produttivita-l%e2%80%99articolo-18-non-c%e2%80%99entra/190746/#comments</comments> <pubDate>Sun, 12 Feb 2012 14:46:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[articolo 18]]></category> <category><![CDATA[cassa integrazione]]></category> <category><![CDATA[licenziamenti]]></category> <category><![CDATA[precari]]></category> <category><![CDATA[produttività]]></category> <category><![CDATA[reddito]]></category> <category><![CDATA[riforme del lavoro]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/12/produttivit-lart-18-non-centra/190746/</guid> <description><![CDATA[Si discute di riforme del mercato del lavoro e purtroppo si torna a parlare di interventi sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che potrebbero scatenare una guerra di religione. Due dovrebbero essere gli obiettivi delle riforme: rimuovere ostacoli alla crescita della produttività; ridurre la precarietà del lavoro, soprattutto per i neo-assunti. C&#8217;è consenso quasi unanime...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Si discute di riforme del mercato del lavoro e purtroppo si torna a parlare di interventi sull’<strong>articolo 18</strong> dello Statuto dei lavoratori che potrebbero scatenare una guerra di religione. Due dovrebbero essere gli obiettivi delle riforme: rimuovere ostacoli alla crescita della produttività; ridurre la precarietà del lavoro, soprattutto per i neo-assunti.</p><p>C&#8217;è consenso quasi unanime sul fatto che la <strong>produttività </strong>in Italia cresca troppo poco e che questo sia il vero problema dell’economia italiana. Vanno esaminati i vari aspetti della regolamentazione attuale alla luce degli effetti che possono avere sulla produttività. L’articolo 18, limita i licenziamenti individuali e impone il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa.</p><p>E ’ un ostacolo rilevante alla crescita della produttività? No. Perché semmai sono i <strong>licenziamenti collettivi </strong>quelli che davvero sono rilevanti per riaggiustare i livelli di produzione in caso di crisi economica, e non certo i licenziamenti di un singolo lavoratore. La crescita delle imprese è un modo per incrementare la produttività. L’art. 18 conta sotto questo profilo? No, perché non c’è evidenza empirica sul fatto che l’art. 18 costituisca un ostacolo alla crescita dimensionale delle imprese italiane. Il 95 per cento delle imprese italiane ha al massimo 10 dipendenti quindi è molto al di sotto della soglia dei 15 dipendenti oltre la quale si applica lo Statuto. Quindi circa la metà dei lavoratori privati italiani è fuori dalla copertura dell’art. 18.</p><p>La <strong>contrattazione collettiva</strong> è invece un nodo importante. I contratti nazionali impongono salari uniformi tra imprese dello stesso settore anche se molto diverse in termini di produttività o se il costo della vita è diversa sul territorio. In un Paese ad alta varianza come l’Italia si dovrebbe riformare il sistema della contrattazione e far sì che le imprese possano legare salario e produttività e salario e costo della vita (nel Sud è diverso che nel Nord). Serve un ribaltamento: massimo decentramento del livello della contrattazione e dimagrimento di quella nazionale. Questo potrebbe favorire un maggior stimolo alla produttività.</p><p>Vi è stata un’eccessiva moltiplicazione delle forme contrattuali per i <strong>neo-assunti</strong>. Molte di queste forme contrattuali sono inutili e nocive. Va fatta una drastica semplificazione e costruito un sentiero di tutele crescenti. E ’ giusto ci sia un periodo di prova durante il quale sia molto semplice interrompere il contratto tra impresa e dipendente. Con il passare del tempo vanno introdotte forme di tutela. L’<strong>eccesso di precarietà</strong> riduce la produttività dei lavoratori, quindi una stabilizzazione progressiva ha effetti benefici. Va incoraggiato il lavoro a tempo indeterminato, con una tassazione più favorevole rispetto ai contratti a termine. Dopo 3 o 5 anni va introdotto un sistema di indennizzo in caso di licenziamento che sostituisca l’art. 18.</p><p>Per completare il quadro serve un sistema universale che assicuri un <strong>reddito </strong>a tutti i lavoratori (anche ai giovani neoassunti) che perdono il lavoro. Va abolita la Cassa integrazione e le altre forme di integrazione del salario oggi esistenti e creato un unico sistema. Servono controlli severi e l’obbligo da parte del disoccupato di accettare qualunque lavoro, pena la perdita del sussidio. Va costruito un sistema di agenzie del lavoro che favoriscano l’incontro tra posti di lavoro e disoccupati. La tassazione attuale che grava sul lavoro scoraggia il lavoro. Andrebbe fissato un percorso di abbattimento del cuneo fiscale, destinando a questo obiettivo tutte le somme recuperate dalla lotta all’evasione.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 12 febbraio 2012 </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/12/produttivita-l%e2%80%99articolo-18-non-c%e2%80%99entra/190746/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>I paradossi europei</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/08/paradossi-europei/189770/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/08/paradossi-europei/189770/#comments</comments> <pubDate>Wed, 08 Feb 2012 08:41:25 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[agricoltura]]></category> <category><![CDATA[euro]]></category> <category><![CDATA[Europa]]></category> <category><![CDATA[Germania]]></category> <category><![CDATA[Politica agricola comune]]></category> <category><![CDATA[potenza]]></category> <category><![CDATA[Stati Uniti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=189770</guid> <description><![CDATA[L’Unione europea, presa nel suo insieme, è la prima potenza economica e commerciale del mondo, con un Pil complessivo pari al 28 per cento del Pil mondiale (la quota degli Stati Uniti è pari al 24%; Cina 8,4%); è un’area di 400 milioni di persone, con un reddito medio molto alto, una vasta rete di università...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’<strong>Unione europea</strong>, presa nel suo insieme, è la <strong>prima potenza economica e commerciale del mondo</strong>, con un Pil complessivo pari al 28 per cento del Pil mondiale (la quota degli Stati Uniti è pari al 24%; Cina 8,4%); è un’area di 400 milioni di persone, con un reddito medio molto alto, una vasta rete di università e di centri di eccellenza.</p><p>Eppure questa vasta area continua a guardare verso Ovest in attesa di una ripresa dell’economia statunitense. Gran parte dell’attenzione degli osservatori economici europei continua ad essere rivolta a ciò che accade negli Stati Uniti e in Asia, per capire se anche l’Europa può agganciarsi a una possibile ripresa americana o cinese. E’ sempre stato così e ancora è così. Gli europei sono ossessionati dal <strong>valore esterno dell’euro</strong>, cioè da quanto vale in termini di dollari o di yuan o di yen la nostra valuta (il tasso di cambio).</p><p>Se andate negli Stati Uniti nessuno sa dirvi quanto vale un dollaro in euro, nessuno si preoccupa del tasso di cambio. Gli Stati Uniti sono un’enorme economia che sostanzialmente è <strong>auto-propulsiva</strong>. L’Europa invece continua a ragionare come se fosse una media potenza dipendente dagli scambi con il resto del mondo.</p><p>Che ragionino così i Paesi Bassi o la Svezia è sensato. Si tratta di paesi piccoli, privi di materie prime e per forza di cose dipendenti dalle esportazioni. Ma che ragioni così la <strong>Germania</strong>, quarta potenza economica del mondo, fa molta impressione. Seguire una logica di media potenza esportatrice significa pensare che la propria crescita economica debba dipendere solo o in prevalenza dalla competitività del proprio settore esportatore, che bisogna risparmiare, che non bisogna consumare “troppo” per poter accumulare avanzi di bilancio dei pagamenti, che bisogna seguire politiche restrittive per evitare che aumentino le importazioni e i salari.</p><p>Questa logica dominante in Germania è stata trasferita a <strong>Bruxelles</strong>, è la logica dell’Unione europea. Ma l’Unione europea è un colosso dell’economia mondiale, non è un piccolo o medio paese esportatore.</p><p>Questa è una questione fondamentale. Non è possibile pensare che l’Europa sia impotente, che non possa essere <strong>padrona dei propri destini</strong>, che non possa essere in grado di sostenere la propria crescita, ma che debba scrutare con il cannocchiale ciò che accade oltre Atlantico, sperando che il consumatore americano riprenda a comprare le Bmw o le scarpe italiane o i profumi francesi.</p><p>In questo quadro c’è poi un altro paradosso, costituito dal fatto che il <strong>34 per cento del bilancio </strong> dell’Unione europea è destinato alla <strong>Politica agricola comune </strong>(Pac). La più grande politica europea è infatti quella che attraverso il Feoga (Fondo europeo di orientamento e garanzia agricola) tiene alti i prezzi dei prodotti agricoli.</p><p>Sì, perché miliardi di euro vengono spesi ogni anno per acquistare e <strong>distruggere le eccedenze</strong> di produzione agricola, per mantenere le quote di produzione nei vari paesi, per aiutare il settore agricolo. Non solo, ma su molti prodotti agricoli, siccome i prezzi che prevalgono sui mercati mondiali sono molto più bassi di quelli necessari per far sopravvivere l’agricoltura europea, abbiamo imposto anche dei <strong>dazi </strong>alle importazioni che scoraggiano le importazioni dal resto del mondo (In questo modo tra l’altro colpiamo anche i paesi in via di sviluppo).</p><p>Si parla tanto di economia della conoscenza, di economia del futuro, di ricerca e alta tecnologia ma poi la fetta più grande del bilancio europeo non è destinata alle nuove tecnologie o all’economia eco-compatibile, ma a <strong>sussidiare l’agricoltura</strong>, soprattutto quella francese e quella dei paesi nordeuropei, perché l’Italia anche in questo non è stata capace di tutelare i propri interessi.</p><p>E’ sensato? Non sarebbe meglio orientare quelle risorse verso i settori del futuro? Se i prezzi dei prodotti agricoli scendessero, inoltre, si avrebbe un effetto benefico sui <strong>salari </strong>reali: diminuirebbe il costo dei beni alimentari con grande beneficio per centinaia di milioni di famiglie europee.</p><p>Siamo ricchi abbastanza da poter aiutare le aziende agricole che entrerebbero in crisi a <strong>riconvertirsi</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/08/paradossi-europei/189770/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Kodak, morte (o quasi) di un gigante</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/25/kodak-morte-quasi-gigante/186302/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/25/kodak-morte-quasi-gigante/186302/#comments</comments> <pubDate>Wed, 25 Jan 2012 07:48:42 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[capitalismo]]></category> <category><![CDATA[digitale]]></category> <category><![CDATA[fallimento]]></category> <category><![CDATA[fotografia]]></category> <category><![CDATA[Fujifilm]]></category> <category><![CDATA[Kodak]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=186302</guid> <description><![CDATA[La Kodak è vicina al fallimento; ha chiesto l’applicazione del Chapter 11, il dispositivo della legge fallimentare statunitense che concede a un’impresa in crisi una moratoria di sei mesi. La Eastman Kodak fu fondata nel 1880 a Rochester e a quei tempi era l’equivalente di Google: impresa di grande innovatività. “You press the button, we do the...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>Kodak</strong> è vicina al fallimento; ha chiesto l’applicazione del Chapter 11, il dispositivo della legge fallimentare statunitense che concede a un’impresa in crisi una moratoria di sei mesi.</p><p>La Eastman Kodak fu fondata nel 1880 a Rochester e a quei tempi era l’equivalente di <strong>Google</strong>: impresa di grande innovatività. “You press the button, we do the rest” (Tu premi il tasto, noi facciamo il resto) era lo slogan pubblicitario della Kodak nel 1888. Colosso della fotografia, fino agli anni ’90 classificata tra i cinque marchi di maggior valore a livello mondiale.</p><p>La Kodak aveva costruito il proprio successo su competenze nel campo della chimica e della fisica, mettendo a punto <strong>pellicole e carta da fotografia</strong> ma anche macchine fotografiche di semplice utilizzo.</p><p>L’arrivo della <strong>fotografia digitale</strong> negli anni ‘80 ha rappresentato un cataclisma per la Kodak. La tecnologia digitale infatti era un’innovazione <em>competence destroying</em>: la base di conoscenze accumulate dal colosso di Rochester diventava inutile rispetto al nuovo standard tecnologico, fondato sulla microelettronica e sul software.</p><p>Il principale concorrente di Kodak è da decenni <strong>Fujifilm</strong>, società giapponese che di fronte alla rivoluzione digitale è stata però capace di adattarsi. Una novità cruciale della fotografia digitale è che i consumatori non stampano quasi mai le foto, le guardano e le scambiano con gli amici e parenti via pc, smartphone, Facebook etc. Non solo la pellicola è diventata inutile ma anche l’intero processo di sviluppo e stampa delle foto, processo che assicurava a Kodak (e a Fujifilm) enormi profitti.</p><p>La Fujifilm però è stata capace di avviare nuove linee di business e di sopravvivere nel nuovo scenario.</p><p>Nessun colosso di mercato è al sicuro per sempre rispetto ai mutamenti che derivano da innovazioni radicali. Questo è il bello del capitalismo: la minaccia di <strong>ricambio</strong>, la possibilità per nuovi imprenditori innovativi di entrare sul mercato e di distruggere i giganti che hanno dominato fino a quel momento. Nessun sistema nella storia dell’uomo ha mai conosciuto prima un simile processo di “distruzione creatrice”. Serve la concorrenza, servono imprenditori capaci, servono le conoscenze scientifiche.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/25/kodak-morte-quasi-gigante/186302/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Italia, c&#8217;è un capitano a bordo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/21/italia-capitano-bordo/185479/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/21/italia-capitano-bordo/185479/#comments</comments> <pubDate>Sat, 21 Jan 2012 08:25:06 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[concorrenza]]></category> <category><![CDATA[Farmacie]]></category> <category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[taxi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=185479</guid> <description><![CDATA[Una fresca ventata di concorrenza sta per investire l’Italia. Il Consiglio dei Ministri (CdM) ha infatti approvato un pacchetto di liberalizzazioni che ha pochi precedenti nella storia del nostro Paese. Va apprezzato il fatto che si è intervenuti su molti settori: assicurazioni, gas, servizi pubblici, distribuzione di carburante, professioni, farmacie, notai, giustizia, diritto societario, taxi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Una fresca ventata di concorrenza sta per investire l’Italia</strong>. Il Consiglio dei Ministri (CdM) ha infatti approvato un <span style="text-decoration: underline;"><a href=" http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/20/liberalizzazioni-bozza-decreto/185346/" target="_blank">pacchetto di liberalizzazioni</a></span> che ha pochi precedenti nella storia del nostro Paese. Va apprezzato il fatto che si è intervenuti su molti settori: assicurazioni, gas, servizi pubblici, distribuzione di carburante, professioni, farmacie, notai, giustizia, diritto societario, taxi e così via. Si poteva fare di più? Si è fatto tanto, più di quanto i precedenti governi abbiano fatto.</p><p>Il governo ha con i fatti risposto a chi lo accusava di voler colpire solo settori marginali. Più concorrenza significa <strong>aumentare i venditori</strong>, accrescere quindi le opzioni di scelta per le famiglie, i consumatori e gli utenti in generale. Se ci sono più venditori di norma ci sarà concorrenza di prezzo e quindi benefici anche monetari per chi acquista quel dato prodotto o servizio. Ma più concorrenza significa anche introdurre più stimoli a essere innovativi, a migliorare il servizio o a inventare nuove soluzioni per accaparrarsi i clienti.</p><p>Non è liberismo, anzi. Più concorrenza <strong>significa tutelare i ceti più deboli</strong>.</p><p><strong>Prendiamo il caso delle farmacie</strong>: le misure approvate dal CdM prevedono l’apertura di 5.000 nuove farmacie e questo farà sì che 5.000 giovani laureati in farmacia potranno trovare un lavoro e su molti prodotti potranno esserci sconti e ribassi di prezzo. Le famiglie che devono acquistare i pannolini per i propri bambini o i pensionati che devono acquistare prodotti in farmacia avranno benefici concreti dal calo dei prezzi di questi prodotti. I ricchi non hanno bisogno delle liberalizzazioni, per loro un calo del prezzo del carburante o del taxi è irrilevante, tanto loro girano con la loro Mercedes o Bmw.</p><p>Il governo ha avuto il coraggio di separare la <strong>rete gas</strong> (Snam) dal gruppo energetico pubblico e questo consentirà una maggiore parità di trattamento per tutti gli operatori che volessero distribuire e vendere gas in Italia. Sono previsti 550 nuovi posti da <strong>notaio</strong>. Sono state abolite le <strong>tariffe minime </strong>nei servizi professionali. La definizione del numero delle licenze di<strong> taxi </strong>è sottratta ai Comuni, che quasi sempre sono catturati dalla potente e rumorosa lobby dei tassisti, ed è affidata alla Autorità nazionale dei trasporti.</p><p>E’ stato istituito un <strong>Tribunale delle imprese</strong>, una corte insomma specializzata in materie economiche alla quale potranno rivolgersi le imprese per le controversie di natura economica. In un paese nel quale i tempi della giustizia sono geologici, l’istituzione di un tribunale specializzato in materia economica è un’ottima notizia.</p><p>L’Italia ha finalmente un governo che è concentrato sui problemi urgenti dell’economia. Per 8 degli ultimi 10 anni abbiamo avuto governi che erano interessati solo o soprattutto a risolvere i problemi del capo del governo.</p><p>La profonda azione di risanamento e di riforma che Monti sta mettendo in pratica finirà per convincere gli investitori internazionali del fatto che c’è di nuovo un “<strong>capitano a bordo</strong>”. Due elementi sono importanti: non va trascurato il bisogno di spiegare al pubblico, ai mercati, agli osservatori, agli investitori tutte le riforme che l’Italia sta realizzando; le riforme vanno applicate, non bastano i decreti serve un’azione tenace e continua per monitorare lo stato di attuazione di ogni singolo provvedimento.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/21/italia-capitano-bordo/185479/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Un Paese diseguale, feudale, non meritocratico</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/14/paese-diseguale-feudale-meritocratico/183850/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/14/paese-diseguale-feudale-meritocratico/183850/#comments</comments> <pubDate>Sat, 14 Jan 2012 14:29:09 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[ascensore sociale]]></category> <category><![CDATA[Diseguaglianze]]></category> <category><![CDATA[Istruzione]]></category> <category><![CDATA[italia]]></category> <category><![CDATA[meritocrazia]]></category> <category><![CDATA[mobilità sociale]]></category> <category><![CDATA[reddito]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=183850</guid> <description><![CDATA[Vorrei tornare sul tema della diseguaglianza. In Italia la diseguaglianza nella distribuzione del reddito è alta se confrontata con la gran parte degli altri Paesi avanzati ed è rimasta alta per gran parte degli ultimi quindici anni. A fronte di questa stabilità vi sono stati però dei processi che hanno riguardato alcune categorie in particolare:...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei tornare sul tema della <strong>diseguaglianza</strong>. In Italia la diseguaglianza nella distribuzione del reddito è alta se confrontata con la gran parte degli altri Paesi avanzati ed è rimasta alta per gran parte degli ultimi quindici anni.</p><p>A fronte di questa stabilità vi sono stati però dei processi che hanno riguardato alcune categorie in particolare: si è avuto un impoverimento delle <strong>famiglie operaie e impiegatizie</strong> con rischi di scivolamento verso la povertà relativa; vi è una elevata volatilità del reddito per i giovani; si sono avuti all’estremo opposto fenomeni da “superstar”: fasce ristrette al top della distribuzione si sono appropriate di quote molto elevate del reddito complessivo. I lavoratori autonomi sono andati meglio di gran parte del ceto medio dipendente. Maurizio Franzini nel suo recente volume &#8220;Ricchi e poveri&#8221;<em>, (UBE </em>2010) sottolinea il fatto che si riscontra a livello internazionale una correlazione tra trasmissione intergenerazionale delle posizioni economiche e alta diseguaglianza. I Paesi nei quali vi è alta diseguaglianza sono Paesi nei quali <strong>più vischioso è il cambiamento di ceto sociale</strong> da una generazione e l’altra. La trasmissione intergenerazionale (i figli dei poveri restano poveri e i figli dei ricchi restano ricchi) è alta negli Stati Uniti contrariamente allo stereotipo che vuole l’America come terrà di elevata mobilità sociale. Viceversa la trasmissione intergenerazionale è bassa in Svezia e in altri paesi Nordici, regioni di forte <strong>mobilità sociale</strong>.</p><p><strong>L’Italia, come gli Stati Uniti</strong>, è un Paese ineguale e nel quale c’è poca mobilità sociale. Il coefficiente di correlazione tra i redditi dei figli e quelli dei padri è contenuto nei paesi Scandinavi, è invece pari allo 0,47 in USA, allo 0,50 nel Regno Unito e allo 0,51 in Italia. Questo significa che oltre metà della differenza di reddito che c’è tra due giovani lavoratori è spiegabile dalla differenza di reddito che sussiteva tra i rispettivi genitori. Le <strong>condizioni di nascita</strong> insomma hanno in Italia una forte influenza sulla posizione economica e sociale delle persone. I figli degli operai tendono a restare in una condizione di disagio economico, come i loro genitori. Si tratta di un<strong> tema cruciale.</strong> Infatti, un sistema economico ha legittimazione se è percepito come “equo”. Certo vi sono vari modi per definire l’equità ma diciamo che serve che tutti o il maggior numero dei cittadini deve avere sufficienti opportunità per salire nella gerarchia sociale. Se invece le posizioni sociali sono cristallizzate si ha un sistema di stampo feudale e la stessa democrazia assume connotazioni fragili.</p><p>Molto importante è capire quali siano i canali attraverso i quali si realizza la trasmissione intergenerazionale dei vantaggi e degli svantaggi economici. L’<strong>istruzione</strong> in un sistema economico “aperto” è uno dei canali più importanti per rompere la trasmissione intergenerazionale e per favorire l’ascesa sociale di chi per nascita appartiene a una classe sociale umile. Affinchè l’istruzione funzioni come “<strong>ascensore sociale</strong>” servono: 1) scuole di qualità 2) meccanismi di selezione meritocratici.</p><p><strong>Scuole di qualità</strong>: le scuole devono fornire le competenze necessarie per il mercato del lavoro; devono essere molto meritocratiche: chi è bravo riceve i voti migliori; ci devono essere borse di studio adeguate per chi è bravo ma privo di mezzi economici.<span style="text-decoration: underline;"><br /> </span><strong>Meritocrazia</strong>: per accedere ai lavori l’unico criterio deve essere quello del merito, della bravura, delle competenze. Chi è figlio di poveri ma ha studiato e ha meritato un titolo di studio con voto elevato deve poter avere accesso a un posto di prestigio ben retribuito.</p><p>In Italia manca la meritocrazia. La scuola non è meritocratica, salvo pochissime eccezioni. Chi ha figli in età scolastica sa che in classe si copia, che esistono le “interrogazioni programmate”, che si suggeriscono le risposte ai compagni interrogati. <strong>I programmi sono vecchi</strong>. Mancano poi vere borse di studio per i meritevoli. Le <strong>borse universitarie</strong> sono correlate solo al reddito dichiarato dai genitori: quasi sempre finiscono per essere assegnate ai figli degli evasori fiscali e non ai meritevoli senza mezzi.</p><p>Il mercato del lavoro non è meritocratico. Si accede ai vari lavori con le<strong> raccomandazioni</strong>, con le reti familiari, con gli amici di papà o di mamma. Ci si tramanda la professione da generazione a generazione. Siamo un Paese feudale e non un’economia “aperta”.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/14/paese-diseguale-feudale-meritocratico/183850/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Liberalizzazioni: analisi di un processo complesso</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/08/liberalizzazioni-analisi-processo-complesso/182407/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/08/liberalizzazioni-analisi-processo-complesso/182407/#comments</comments> <pubDate>Sun, 08 Jan 2012 17:52:39 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[concorrenza]]></category> <category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category> <category><![CDATA[licenze]]></category> <category><![CDATA[notai]]></category> <category><![CDATA[taxi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=182407</guid> <description><![CDATA[Si avvicina la “Fase 2” e si parla di liberalizzazioni. L’orario di apertura dei negozi è stato già liberalizzato. Si preannuncia la rimozione di molti vincoli amministrativi all’entrata in vari settori oggi regolamentati: farmacie, taxi, edicole, professioni e così via. Una grande ventata di concorrenza potrebbe investire l’Italia. Si è creata in Italia una dicotomia tra...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Si avvicina la “Fase 2” e si parla di liberalizzazioni. L’orario di apertura dei negozi è stato già liberalizzato. Si preannuncia la rimozione di molti vincoli amministrativi all’entrata in vari settori oggi regolamentati: farmacie, taxi, edicole, professioni e così via.</p><p>Una grande ventata di concorrenza potrebbe investire l’Italia.</p><p>Si è creata in Italia una <strong>dicotomia</strong><strong> tra i settori protetti e i settori esposti alla concorrenza internazionale</strong>, in particolare alla concorrenza proveniente dai produttori localizzati nei paesi emergenti come Cina, India, Indonesia, Brasile etc. I settori aperti, in sostanza la quasi totalità dell’industria manifatturiera e alcuni segmenti del terziario (complessivamente si parla di <em>tradables</em>) negli ultimi venti anni hanno conosciuto un cambiamento drammatico: pressione fortissima sui prezzi, aumento dei competitori sia sui mercati stranieri sia sul mercato italiano, necessità di riorganizzare l’impresa, di ridisegnare la catena produttiva, obbligo di essere efficienti e di essere innovativi.</p><p>Basta fare un giro per i distretti industriali italiani per capire quanto sia difficile sopravvivere sul mercato, ogni giorno, con una concorrenza internazionale così feroce.</p><p>Vi sono d’altro lato, fette importanti di economia italiana che non sono soggette alla concorrenza cinese o brasiliana. Si tratta in generale dei <strong>settori</strong><strong> </strong><strong><em>non-tradables</em></strong>, e questi sono, in generale, molti  servizi. All’interno dei servizi vi sono poi comparti che sono protetti ulteriormente da <strong>barriere amministrative</strong> come la necessità di licenze, le concessioni; oppure da prezzi minimi fissati da associazioni di categoria (ordini professionali) e così via. Si pensi che per aprire una farmacia serve innanzitutto una laurea in farmacia ma poi serve una licenza che di fatto si può acquistare solo da un farmacista già attivo che decide di rivendere la propria licenza. In molte città italiane una licenza di farmacia sul mercato secondario può costare 1 milione e mezzo di euro o anche 2 milioni, a seconda dei quartieri. Un simile costo è segno del fatto che il reddito netto che una farmacia può assicurare è molto elevato. Nel caso dei notai, non è possibile rivendere la “licenza”. Bisogna superare il concorso e la cosa interessante è che spesso chi vince il concorso è figlio o parente di notai. In molti paesi esteri la figura del “notaio” non esiste e le funzioni notarili sono svolte dagli avvocati, da vari uffici pubblici a costi molto contenuti. Le edicole, i tabaccai, i taxi e così via sono altri esempi si servizi regolamentati. Vi sono poi servizi pubblici locali che sono riservati a semi-monopoli pubblici: trasporti, energia, smaltimento rifiuti, etc.</p><p>Quello che si pone è quindi un <strong>problema di</strong> <strong>disparità</strong> tra chi è soggetto alla concorrenza internazionale e chi invece ne è protetto. Pensiamo alle migliaia di operai che hanno perso il lavoro per le difficoltà di competizione delle imprese manifatturiere, pensiamo alle centinaia di imprenditori che si sono tolti la vita, pensiamo a come si siano ridotti i salari reali nei settori esposti alla concorrenza estera, pensiamo a quanto sia duro restare attivi se si deve competere in mercati così competitivi come quelli industriali. D’altro lato, i redditi dei lavoratori autonomi sono cresciuti di più dei redditi dei lavoratori impiegati nei settori aperti alla concorrenza.</p><p>E’ giusto che ci sia chi può fissare prezzi elevati solo perché ha avuto una licenza e chi invece non può farlo perché è soggetto alla concorrenza cinese o indiana rischia di fallire?</p><p>E’ giusto che un giovane laureato con 110 e lode in ingegneria guadagni 1.600 euro al mese mentre un laureato in legge che faccia il notaio possa guadagnarne 5.000 o 7.000 al mese?</p><p>E’ giusto che un taxista (lavoro per il quale non serve una qualificazione specifica ma basta solo la patente di guida) guadagni 3.500 o 5.000 euro al mese mentre un operaio metalmeccanico ne guadagni solo 1.150?</p><p>La seconda questione è che si liberalizza per far scendere le tariffe, per far diminuire le rendite di chi ha licenze. Più concorrenza vuol dire più attenzione per il cliente finale, prezzi più bassi, più innovazione, servizio migliore. Insomma <strong>con le liberalizzazioni si vuole tutelare il consumatore finale</strong>. E questo è giusto.</p><p>Ma una questione importante è che ciascuno di noi ha varie funzioni sociali: <strong>è consumatore, è lavoratore, è cittadino</strong>. Può accadere che come consumatori si sia felici di avere più concorrenza perché ci porta prezzi più bassi, più opzioni tra cui scegliere. Ma noi stessi potremmo essere colpiti dalla maggiore concorrenza se siamo operai di una impresa che deve chiudere per effetto della troppa concorrenza straniera o se siamo taxisti che vedono aumentare le licenze.</p><p>Non solo. <strong>Prendiamo il caso del commercio</strong>. Se si liberalizzano gli orari di apertura, ad esempio, è chiaro che si favorisce la grande distribuzione a scapito del piccolo esercizio. Se liberalizziamo le licenze dei taxi è chiaro che si innesca un processo di cambiamento del settore. Se andate a New York potete scoprire facilmente che la quasi totalità dei taxisti è costituita da immigrati di prima generazione. A Washington ad esempio moltissimi sono africani appena arrivati negli Usa. Esistono nelle città americane società che sono proprietarie delle licenze e delle vetture e i taxisti sono dei dipendenti pagati poco. Le economie di scala che si possono realizzare in questo modo, ad esempio, nell’acquisto e nella manutenzione delle vetture favorisce le tariffe basse.</p><p>Ma siamo sicuri che vogliamo una trasformazione così profonda dal punto di vista sociale?</p><p>E cosa dire poi dei legittimi interessi di chi ha comprato la propria licenza di taxi pagando 200.000 euro e che dopo la liberalizzazione si ritrova con una licenza che ha perso molto del valore?</p><p>Certo l’operaio metalmeccanico che ha perso il lavoro sta molto peggio, così come il giovane ingegnere che ha studiato cinque anni e che magari ha perso il lavoro.</p><p>Con le liberalizzazioni inoltre si intende accrescere le opportunità per i giovani che vogliano entrare in certi settori: i giovani architetti, i giovani laureati in farmacia, i giovani che vogliano fare i taxisti e così via. <strong>Rimuovere le barriere all’entrata nei settori regolamentati significa accrescere le possibilità per chi è senza lavoro</strong>.</p><p>Gli alti costi di molti servizi, dovuti alla scarsa concorrenza, sono una delle ragioni della perdita di competitività dell’industria italiana, soprattutto delle piccole imprese industriali italiane. Aumentare la concorrenza nei servizi pubblici è un modo per far scendere i costi dei trasporti, dell’energia, dei servizi legali, del credito, delle assicurazioni e quindi rendere più competitivi i prodotti italiani sui mercati internazionali.</p><p><strong>Aprire alla concorrenza serve molti scopi: equità distributiva, difesa dei consumatori, opportunità di lavoro, competitività del sistema produttivo.</strong></p><p>Un sistema economico aperto alla concorrenza è un sistema nel quale i mercati funzionano e quindi se alcuni settori vanno in crisi ci saranno altri settori che nascono e che assorbono i lavoratori e le risorse liberate dai settori in declino.</p><p><strong>Ma restano due questioni</strong>:<br /> -  Come gestire il passaggio da un sistema non di mercato (l’economia italiana di oggi) a un sistema aperto?<br /> -  Siamo certi che vogliamo avere anche i mutamenti sociali connessi con il passaggio a un sistema di pieno mercato?</p><p>Nel caso dei taxi una possibilità è quella di assegnare ad ogni taxista una licenza aggiuntiva e di consentirgli di venderla e di incamerarne i proventi come parziale compensazione della perdita di valore della propria licenza originaria.</p><p>Ma cosa dire se i piccoli esercizi chiudono progressivamente e il volto delle città italiane cambia profondamente?</p><p>I taxisti non vanno demonizzati così come i piccoli bottegai. Le loro paure vanno comprese. Insomma non è tutto bianco e nero come a volte si vuole far credere. I problemi sono complessi e le risposte devono essere articolate. Tutto il contrario di ciò che la “politica spettacolo” ha fatto negli ultimi 20 anni.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/08/liberalizzazioni-analisi-processo-complesso/182407/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;euro, la Bundesbank e il buon senso</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/27/leuro-bundesbank-buon-senso/180084/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/27/leuro-bundesbank-buon-senso/180084/#comments</comments> <pubDate>Tue, 27 Dec 2011 08:27:30 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[Bundesbank]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[euro]]></category> <category><![CDATA[Germania]]></category> <category><![CDATA[liquidità]]></category> <category><![CDATA[Merkel]]></category> <category><![CDATA[zonaeuro]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=180084</guid> <description><![CDATA[L’Italia ha fatto molto sul fronte del risanamento. Le misure realizzate da quest’estate fanno si che l’Italia abbia un avanzo primario, la differenza tra entrate e spese pubbliche al netto della spesa per interessi, di 5 punti di Pil. E’ un avanzo realizzato con misure strutturali (tagli alla spesa e aumenti di entrata) e quindi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia ha fatto molto sul fronte del risanamento. Le misure realizzate da quest’estate fanno si che l’Italia abbia un <strong>avanzo primario</strong>, la differenza tra entrate e spese pubbliche al netto della spesa per interessi, di 5 punti di Pil. E’ un avanzo realizzato con misure strutturali (tagli alla spesa e aumenti di entrata) e quindi molto rilevante. Nessun altro grande paese europeo può rivendicare un risultato del genere. Con la riforma delle pensioni appena approvata, l’età di pensionamento degli italiani è <strong>di due anni in media superiore</strong> rispetto a quella dei tedeschi. A differenza della Grecia, l’Italia non può essere accusata di aver falsificato i propri conti e di aver temporeggiato.</p><p>Certo, lo<strong> spread</strong> continua ad essere elevato. Ma è chiaro che ora l’oggetto degli attacchi speculativi è l’euro e non solo l’Italia.</p><p>Il testimone, a questo punto, passa da Roma a Bruxelles, o forse dovremmo dire a Berlino. E qui è il punto dolente. Da molti mesi i <strong>tedeschi</strong> stanno giocando un ruolo di cerbero, dicendo no al salvataggio della Grecia, no agli Eurobonds, no a un maggiore coinvolgimento della Bce  nelle azioni di contrasto della crisi dei debiti sovrani. Parte della classe dirigente tedesca sembra ancora impaurita da una politica monetaria espansiva memore di tragici precedenti storici di iperinflazione.</p><p>I tedeschi però appaiono come coloro che si rifiutano di reagire al <strong>disastro incombente</strong> mettendo così a repentaglio tutta l’Europa. Vi è in Germania una specie di religione la cui somma chiesa è la <strong>Bundesbank</strong> (BuBa). Questa religione si fonda sul sacramento che dice che la banca centrale non deve stampare moneta per finanziare i debiti pubblici e quindi non può acquistare titoli pubblici al momento della loro emissione ma in generale non deve facilitare il finanziamento dei governi. <strong>L’intera Europa è ostaggio di questa religione monetaria</strong>. Monetaria e non monetarista, come erroneamente sostengono molti osservatori:  Milton Friedman (teorico massimo del monetarismo) non ha mai sostenuto una simile regola semplicistica.</p><p>La Bce è stata costruita secondo il credo teutonico in base la quale si debba combattere sempre e solo l’inflazione e che le vada impedito di occuparsi dei problemi di finanziamento degli Stati sovrani.<strong> Axel Weber,</strong> presidente della Bundesbank, infatti, si è dimesso rumorosamente a febbraio 2011 in aperta polemica con gli acquisti di titoli pubblici greci da parte della Bce. E’ difficile capire, per chi non è tedesco, cosa sia questa<strong> religione-monetaria</strong>. Ma oggi essa rappresenta un gravissimo pericolo per tutta l’Europa.</p><p>“La politica monetaria non può e non deve risolvere i problemi fiscali degli Stati,” ha ripetuto il nuovo presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, (ex consigliere economico di Angela Merkel). I pilastri della tradizione economica tedesca sono l’economia sociale di mercato -  un generoso welfare state e una redistribuzione della ricchezza – e una Ordnungspolitik, un liberalismo tedesco in base al quale i mercati operano dentro <strong>severi vincoli regolativi</strong>. Il tabù monetario in questione in verità non si basa sulla teoria economica ma è frutto di una prassi pluri-decannale e su norme cristallizzate nell’ordinamento tedesco.</p><p>Pensare solo all’iperinflazione e ricordare l’esperienza di Weimer è come guidare guardando sempre nello specchietto retrovisore, prima o poi si rischia di schiantarsi.</p><p>In astratto, è vero che se i governi potessero finanziarsi vendendo i <strong>titoli alle banche centrali</strong> si avrebbero alla lunga effetti inflazionistici. Ma il momento richiede pragmatismo: bisogna assicurare possibilità di finanziarsi ai Paesi in crisi di liquidità ma solventi come l’Italia. Questo è l’unico modo per riportare lo spread a 200-250 punti base (il valore sensato dati i fondamentali di Italia e Germania). Serve quindi che la Bce (e magari il Fondo monetario) annunci la sua disponibilità a immettere liquidità illimitata per favorire il finanziamento del Tesoro italiano. Solo così si scongiurerebbe una <strong>crisi di liquidità dell’Italia</strong> e quindi uno scenario catastrofico per l’euro. Questo nel breve termine. Poi certo si deve ragionare su una riforma dell’architettura europea e un avvio dell’unione fiscale.</p><p>Nel breve termine serve il “bazooka” della Bce. Lorenzo Bini Smaghi ha giustamente sostenuto che è il momento del <strong>quantitative easing</strong> (alleggerimento quantitativo): la  Bce dovrebbe acquistare in misura massiccia, come ha iniziato a fare, titoli di ogni tipo delle banche e immettere grandi quantità di liquidità. L’idea è che con questa liquidità le banche acquistino in parte titoli degli Stati. Un peccato mortale per i custodi della religione monetaria teutonica. Un ottimo strumento di politica monetaria. Evitare il collasso dell’euro e salvaguardare la<strong> stabilità del sistema finanziario europeo</strong> sono oggi indispensabili obiettivi per la  Bce.</p><p>Ciò che ci aspettiamo da Berlino a questo punto sono nuove regole di condotta della politica monetaria che superino la religione e assumano i caratteri laici del <strong>buon senso</strong>. “Se c’è un incendio va spento”, non si può pensare che se si usa l’autobotte dei pompieri poi la prossima volta ci sarà di nuovo qualcuno che lascerà cadere il mozzicone acceso. Ora spegniamo l’incendio.</p><p>La SPD, i socialdemocratici tedeschi, sembrano aver capito questo semplice ragionamento e sembrano disposti a dare un dispiacere alla Bundesbank. Ma la <strong>Merkel</strong>? Perché è ancora succube dell’ortodossia monetaria della Buba?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/27/leuro-bundesbank-buon-senso/180084/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;articolo 18 è un tabù o un totem?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/20/larticolo-tabu-totem/178837/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/20/larticolo-tabu-totem/178837/#comments</comments> <pubDate>Tue, 20 Dec 2011 09:28:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[articolo 18]]></category> <category><![CDATA[camusso]]></category> <category><![CDATA[dipendenti]]></category> <category><![CDATA[diritti]]></category> <category><![CDATA[Fornero]]></category> <category><![CDATA[lavoro]]></category> <category><![CDATA[licenziamenti]]></category> <category><![CDATA[precariato]]></category> <category><![CDATA[reintegro]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=178837</guid> <description><![CDATA[La ministra Fornero ha riaperto il capitolo della riforma del mercato del lavoro in un modo forse sbagliato. Ha infatti sostenuto in un’intervista al Corriere della Sera che l’art.18 dello Statuto dei lavoratori non deve essere un tabù. L’intervista ha suscitato l’immediata reazione della Camusso (segretario generale della CGIL) che ha accusato la Fornero di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La ministra <strong>Fornero</strong> ha <a href="http://ilfattoquotidiano.it/2011/12/19/marcegaglia-articolo-essere-totem-sindacati-collaborino/178584/" target="_blank">riaperto</a> il capitolo della riforma del mercato del lavoro in un modo forse sbagliato. Ha infatti sostenuto in un’intervista al <em>Corriere della Sera</em> che l’art.18 dello Statuto dei lavoratori non deve essere un tabù. L’intervista ha suscitato l’immediata reazione della <strong>Camusso</strong> (segretario generale della CGIL) che ha accusato la Fornero di essere autoritaria e ha dichiarato che l’art.18 è la linea del Piave per il sindacato.</p><p>Insomma l’art. 18 in Italia è oramai o un<strong> Tabù o un Totem</strong>.</p><p>Com’è noto, <strong>l’art.18 prevede il reintegro al lavoro</strong> per quei lavoratori che sono stati licenziati senza giustificato motivo nelle aziende con oltre 15 dipendenti.  E’ proprio il reintegro – da parte del giudice del lavoro – ciò che secondo molti rappresenta l’aspetto più fastidioso per i datori di lavoro. Il paradosso italiano, però, è che è molto più semplice licenziare 800 o 2.000 dipendenti che non licenziare un singolo dipendente. Nel caso di crisi economica infatti non ci sono ostacoli al<strong> licenziamento di massa</strong>, in questi casi infatti, l’impresa può utilizzare la cassa integrazione come strumento transitorio prima di interrompere, eventualmente, del tutto il rapporto di lavoro. Mentre invece per il licenziamento individuale sono previsti vincoli. Ma quanto è importante l’art.18? Se si guarda a quanti lavoratori vengono reintegrati dai giudici del lavoro in Italia si scoprono numeri irrisori: <strong>40, 50</strong> lavoratori al mese. Questo anche perché spesso il dipendente licenziato e l’azienda, già oggi, si mettono d’accordo su un compenso monetario in cambio del mancato ricorso in tribunale.</p><p>Qualcuno sostiene che siccome l’art.18 si applica al di sopra della<strong> soglia dei 15 dipendenti </strong>esso rappresenterebbe un ostacolo alla crescita delle imprese italiane: per evitare i “costi aggiuntivi” derivanti dall’art.18 le imprese resterebbero piccole, più piccole rispetto alla loro dimensione ottimale e questo avrebbe effetti negativi sull’industria. In verità, se si passa dalle analisi teoriche alla verifica empirica di questa tesi si scopre che non ci sono evidenze robuste a sostegno di questo fenomeno. Fabiano Schivardi e Roberto Torrini (economisti della Banca d’Italia) in un loro <a href="http://ideas.repec.org/p/bdi/wptemi/td_504_04.html" target="_blank">lavoro</a> del 2004 hanno mostrato come non ci sia alcuna evidenza dell’effetto di <strong>scoraggiamento della crescita</strong> delle imprese riconducibile all’art.18. Le imprese italiane restano <strong>piccole </strong>per varie ragioni: assetti proprietari familiari, difficoltà di accesso al credito, pressione fiscale, vincoli istituzionali; ma l’art.18, di per sé, non ha un ruolo particolarmente forte. In linea con questi risultati sono le <a href="http://www.confindustria.it/studiric.nsf/All/46042AF82D8A77AAC1256893005830F6?openDocument&amp;MenuID=B36EFEB019851205C1257547003A70DD)" target="_blank">ricerche</a> contenute nel volume a cura di F. Traù, <em>La questione dimensionale nell’industria italiana</em>, Bologna, il Mulino, 1999.</p><p><strong>Seconda questione</strong>: il 95 percento delle imprese italiane ha<strong> meno di 10 dipendenti</strong>, e quindi nel 95 per cento delle imprese italiane già ora non si applica l’articolo 18. Nella quasi totalità delle imprese italiane già ora non ci sono protezioni contro il licenziamento individuale.<br /> <strong>Terza questione</strong>: vi sono in Italia <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina2633.html" target="_blank">3.750.000 lavoratori precari</a> ai quali non si applica lo <strong>Statuto dei Lavoratori e l’art.18 </strong>e questa forse è la vera questione. Qualcuno sostiene che le aziende non assumano a tempo indeterminato questi lavoratori perché hanno paura che poi non potrebbero licenziarli in caso di difficoltà di mercato.Va detto che questo sarebbe il caso solo se l’azienda assumendo i lavoratori precari superasse la soglia dei 15 dipendenti. Non sempre è così. Inoltre va osservato che molti di questi lavoratori precari sono occupati nel <strong>settore pubblico</strong>, nel quale non è l’articolo 18 il nodo ma altre forme di protezione.</p><p>Allora: l’art.18 è un tabù o è un totem? Penso che non debba essere visto né come un tabù né come un totem.</p><p>Se il nodo è quello di<strong> riequilibrare i diritti</strong> tra chi è dipendente di una grande impresa e gode della protezione dell’art. 18 e tutti i giovani (3.750.000) privi di tutele allora va ripensato il sistema attuale di contratti di lavoro. Vi sono oggi in Italia quasi<strong> quaranta diverse modalità di assunzione</strong> che creano una grande frammentazione dei diritti e dei percorsi lavorativi. Molte di queste figure contrattuali hanno un utilizzo scarso da parte delle imprese.</p><p>La strada allora di una riforma del mercato del lavoro è quella di pensare a una <strong>semplificazione </strong>delle forme contrattuali. Una soluzione potrebbe essere quella di un contratto di apprendistato e formazione che consenta all’impresa e al lavoratore di conoscersi reciprocamente, prevedendo la possibilità dopo un certo arco di tempo di sciogliere il contratto stesso qualora non vi sia perfetta e mutua soddisfazione. E prevedere invece un grado crescente di protezione e di tutele al passare del tempo. Andrebbe semplificata la gamma di contratti e introdotto il principio che <strong>la flessibilità costa di più</strong>. L’azienda che offra contratti a termine, privi di tutele, deve offrire un salario più alto rispetto a quanto previsto dal normale contratto a tempo indeterminato. Come del resto accade oggi per le posizioni elevate: i dirigenti privati e pubblici assunti con contratto a tempo determinato hanno remunerazioni più alte, non più basse rispetto a chi è assunto a tempo indeterminato.  La riforma quindi dovrebbe prevedere un periodo di massima flessibilità (nessun vincolo alla possibilità di licenziare) ma un percorso di crescente tutela.</p><p>Questo tipo di riforma si applicherebbe ovviamente ai nuovi contratti e chi ha le tutele dell’art.18 non subirebbe cambiamenti. Va osservato che la precarietà eccessiva di questo decennio ha avuto un <strong>effetto deleterio sulla</strong> <strong>produttività</strong>. L’utilizzo massiccio di <strong>contratti a breve termine</strong> ha creato incertezza e scarso attaccamento al lavoro da parte dei dipendenti. Se si è sempre in ansia per paura che alla fine dei 12 o dei 18 mesi il contratto non venga rinnovato, se il rapporto è di brevissimo termine e fondato su partite iva (finte) si avrà meno disponibilità ad apprendere fino in fondo le pratiche e le routine lavorative. Se ogni anno si rimpiazza il dipendente con uno nuovo per risparmiare sul costo del lavoro è chiaro che non ci saranno mai quei percorsi di apprendimento e di formazione che in alcuni paesi, come la Germania, consentono alle aziende di arrivare a elevati livelli di produttività del lavoro. La eccessiva precarietà consente di ridurre i costi nel breve termine ma danneggia l’impresa nel medio termine perché riduce la dinamica della produttività.</p><p>Sarebbe davvero deleterio però oggi riaprire il conflitto sindacale su un <strong>tema secondario come l’art.18</strong>. Se il nuovo ministro del lavoro ricompattasse il fronte sindacale sulla linea dello scontro e degli scioperi a difesa dell’art.18 sarebbe un vero disastro.<span style="text-decoration: underline;"> </span>Si apra la discussione sul <strong>mercato del lavoro</strong> partendo dall’idea di una semplificazione, di uno scoraggiamento della precarietà, e di un nuovo sistema di ammortizzatori sociali esteso a tutti e non solo ai lavoratori (più anziani) tutelati. Si utilizzino i fondi della cassa integrazione guadagni per creare una <strong>vera indennità di disoccupazione universale</strong>, che copra anche i giovani che perdano il lavoro.</p><p>Ma evitiamo le guerre di religione.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/20/larticolo-tabu-totem/178837/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Approvata la manovra, ora deve crescere l&#8217;Europa</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/17/approvata-manovra-deve-crescere-leuropa/178290/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/17/approvata-manovra-deve-crescere-leuropa/178290/#comments</comments> <pubDate>Sat, 17 Dec 2011 14:27:14 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[crescita]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[euro]]></category> <category><![CDATA[Europa]]></category> <category><![CDATA[manovra]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=178290</guid> <description><![CDATA[La manovra Monti è stata approvata. Si tratta di un passo importante ma non definitivo. L’Italia ha a questo punto realizzato una riforma del sistema pensionistico che risolve i problemi di sostenibilità e riequilibra i costi tra le generazioni. Importante l’attenzione per le regioni meridionali. Il ministro per la Coesione sociale investirà un miliardo di euro...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/16/napolitano-sacrifici-anche-meno-abbienti-fiducia-iniziata-discussione-alla-camera/177972/" target="_blank">manovra Mont</a>i è stata approvata. Si tratta di un passo importante <strong>ma non definitivo</strong>. L’Italia ha a questo punto realizzato una riforma del sistema pensionistico che risolve i problemi di sostenibilità e riequilibra i costi tra le generazioni. Importante l’attenzione per le regioni meridionali. Il <strong>ministro per la Coesione sociale</strong> investirà un miliardo di euro in edilizia scolastica, in infrastrutture di trasporto, nella banda larga e in incentivi per l’assunzione di giovani nelle regioni del Sud. Non è poco. Non è poco se si pensa che lo scorso governo non aveva fatto nulla per il Sud se non blaterare di una inutile Banca del Mezzogiorno, ennesimo carrozzone pubblico.</p><p>Ci sono varie misure che potevano essere fatte meglio. Si poteva in effetti agire sui <strong>costi della politica</strong> con più coraggio. Si pensi che <strong>Rifondazione comunista</strong> continua ad avere rimborsi elettorali anche se non ha membri eletti in Parlamento in questa legislatura. Un’assurdità. I rimborsi per legge durano cinque anni anche se la legislatura termina dopo solo due anni (come quella scorsa), così i soldi di tutti vanno a partiti che non hanno avuto voti sufficienti per mandare propri rappresentanti in parlamento.</p><p>Ma io penso che il g<strong>overno Monti sia un buon governo</strong> e che possa prendere altri provvedimenti utili per il Paese. Aspettiamo una riforma degli ammortizzatori sociali e una riforma del mercato del lavoro che dia ai <strong>giovani </strong>più tutele. Aspettiamo la creazione di una vera anagrafe tributaria e una revisione del catasto che consentano poi una vera tassa sui patrimoni, tassa che oggi non era possibile.</p><p>Ma la vera questione è quella della <strong>crescita</strong>. A parte gli investimenti di Barca per il Sud non c’è molto per favorire la crescita.<br /> Solo alcuni accademici illuministi pensano che per far crescere l’Italia basti liberalizzare le<strong> licenze dei taxi</strong>. Sì certo le liberalizzazioni servono e bisogna farne molte. Ma la crescita dipende anche dalla domanda. Se si pensa di agire solo sull’offerta: liberalizzazioni, riforma del mercato del lavoro, rimozione dei vincoli all’attività delle imprese, si deve aspettare decenni prima di avere un salto nel tasso di crescita. Diciamo la verità: ci vuole un aumento della domanda effettiva per stimolare gli investimenti delle<strong> imprese</strong>, per far crescere la produzione, per aumentare l’occupazione. E al momento la situazione è davvero nera. La Confindustria giustamente ci segnala il rischio di recessione.</p><p>Da dove può venire uno stimolo alla domanda? In passato erano gli Stati Uniti che trascinavano la domanda mondiale ma ormai l’economia americana è ferma e per un bel po’ di tempo, il consumatore americano non potrà rappresentare la <strong>locomotiva mondiale</strong>. La Cina è ancora un free rider: si fa trascinare dagli altri, e cresce grazie alle esportazioni ma non ha voglia di farsi carico lei di trascinare il resto del mondo. Sarebbe invece il caso che la Cina di dotasse di un vero sistema pensionistico e di un vero sistema di welfare per ridurre così il tasso di risparmio delle famiglie cinesi e far crescere i consumi e la domanda. Questa è una questione fondamentale.</p><p>Allora il punto è l’<strong>Europa</strong>. Serve una rivoluzione copernicana in Europa altrimenti moriremo di risanamento. La logica teutonica è sbagliata. Non si può pensare di scongiurare la <strong>morte dell’euro </strong>e la catastrofe solo con il risanamento fiscale. Se si fanno solo tagli e più tasse si finisce per deprimere ulteriormente la crescita e il risultato finale è un decennio giapponese di bassa crescita e di depressione. E’ indispensabile avere una seconda gamba: da un lato la stabilità ma dall’altro la domanda e la crescita. Per salvare <strong>l’euro</strong> ci vuole un programma vasto e articolato di investimenti e di programmi europei. L’Europa non può ragionare come se fosse un piccolo Paese che pensa di crescere con le esportazioni. L’Europa è la più grande potenza economica del mondo e deve essere in grado di auto-trascinarsi. Questo è il punto. La <strong>miopia della Merkel</strong> in questo senso è totale.</p><p>Ora l’Italia ha approvato una manovra seria. <strong>Non ci sono alibi</strong>. Ognuno deve fare la sua parte. Si deve costruire una nuova architettura di governo dell’economia in Europa che sia in grado di promuovere lo sviluppo e non solo di reprimere l’inflazione e di imporre la disciplina fiscale. I tempi sono brevi.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/17/approvata-manovra-deve-crescere-leuropa/178290/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Una manovra drastica, ma seria</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/10/manovra-drastica-seria/176604/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/10/manovra-drastica-seria/176604/#comments</comments> <pubDate>Sat, 10 Dec 2011 07:55:39 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[evasione fiscale]]></category> <category><![CDATA[Giovani]]></category> <category><![CDATA[ici]]></category> <category><![CDATA[lavoro]]></category> <category><![CDATA[manovra]]></category> <category><![CDATA[Mario Monti]]></category> <category><![CDATA[pensioni]]></category> <category><![CDATA[Sandro Trento]]></category> <category><![CDATA[spesa pubblica]]></category> <category><![CDATA[tasse]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=176604</guid> <description><![CDATA[Il decreto “Salva Italia” presentato dal presidente Monti ha innanzitutto il pregio di essere costruito su ipotesi serie e non su variabili ipotetiche: presunte entrate future, condoni o misure del tipo di quelle che Tremonti ci aveva abituato a trovare negli anni passati. Va detto che si otterrebbe una riduzione dell’indebitamento netto dello Stato di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/04/monti-decreto-salva-italia-colpite-pensioni-patrimoni-torna-lici-sale-liva/175246/" target="_blank">decreto “Salva Italia”</a></span></strong> presentato dal presidente Monti ha innanzitutto il pregio di essere costruito su ipotesi serie e non su variabili ipotetiche: presunte entrate future, condoni o misure del tipo di quelle che Tremonti ci aveva abituato a trovare negli anni passati.</p><p>Va detto che si otterrebbe una <strong>riduzione dell’indebitamento</strong> netto dello Stato di circa 20 miliardi di euro all’anno per il 2012, 2013 e 2014. Larga parte della correzione però è costituita da maggiori entrate (<strong>tasse</strong>).</p><p>Sul fronte della spesa l’aggiustamento è rappresentato dalle misure sulle pensioni.</p><p>E’ una manovra che indica la volontà del governo di rassicurare i mercati e di riequilibrare i conti pubblici.</p><p>La riforma delle <strong>pensioni </strong>è la misura che più ha sollevato critiche, ma invece penso che fosse necessaria. L’estensione del metodo contribuitivo pro-rata a tutti i lavoratori collega i benefici pensionistici ai contributi versati e quindi riduce le disparità tra lavoratori più anziani e lavoratori più giovani.</p><p>L’allungamento della vita media e l’invecchiamento particolarmente intenso della popolazione in Italia rendevano indispensabile un aggiustamento del regime pensionistico. I cambiamenti del sistema di pensionamento di anzianità vanno nella giusta direzione.</p><p>Va chiarito naturalmente che questa deve essere<strong> l’ultima riforma pensionistica</strong> che verrà fatta in Italia per un lungo arco di tempo. Non è possibile avere una riforma ogni cinque anni. Si deve dare certezza a tutti i cittadini, anche perché l’incertezza si traduce in minori consumi, e quindi in minore domanda.</p><p>Rimangono aperte alcune questioni delicate e cruciali. Molti <strong>giovani</strong> sperimentano percorsi lavorativi frammentati, con periodi di lavoro che sono seguiti da periodi di uscita dal mercato del lavoro. Lavoro e disoccupazione si susseguono nella vita di molti giovani e questo si tradurrà in pensioni molto basse.</p><p>E’ necessario allora riformare anche il <strong>mercato del lavoro </strong>per garantire ai giovani percorsi meno precari e più equi. Si tratta di rivedere le regole del mercato del lavoro e di costruire un sistema di ammortizzatori sociali e di previdenza complementare che diano tutele soprattutto ai giovani.</p><p>Questo è ciò che deve essere fatto al più presto.</p><p>La manovra ripristina <strong>un’imposta sugli immobili </strong>che non sarà leggera. Ma è giusto trasferire carico fiscale dai redditi e dalle imprese alle “cose”, cioè agli immobili innanzitutto. Ricordiamo del resto che è vero che la casa è il frutto, spesso, di anni di risparmi, ma che circa il 25 per cento delle famiglie italiane non è stato in condizione di acquistare neanche un&#8217;abitazione e vive in affitto. Se le tasse sono tutte sul reddito e non sui patrimoni, si finisce per dover gravare ancora di più sui redditi di chi non è ricco abbastanza da poter comprare una casa.</p><p>La manovra però fa crescere la <strong>pressione fiscale al 45 per cento</strong> del Pil, un livello davvero elevato.</p><p>Cosa si poteva fare?</p><p>Forse si poteva vendere qualcosa del patrimonio pubblico.</p><p>Ma va detto che altre misure richiedono tempi medio-lunghi: la lotta all’<strong>evasione fiscale</strong> non può essere realizzata dall’oggi al domani, serve volontà di azione e predisporre una serie di mezzi (ad esempio, si doveva immaginare di chiedere ai professionisti un conto corrente dedicato, di rendere pubblico il registro dei fornitori, consentire forme di sgravio a chi allega una serie di fatture e ricevute per spese sostenute, servono controlli incrociati). Sui <strong>capitali scudati</strong> ho impressione che non si potrà ricavare molto: gran parte di quei capitali sono rientrati e già riusciti mediante società di comodo, Tremonti del resto aveva assicurato l’anonimato a chi voleva usufruire dello scudo fiscale, e quindi non ci sorprenderemo se scopriremo che non si ha nessuno “scudato” da colpire ancora.</p><p>Va avviato un piano organico invece di contenimento della spesa pubblica primaria. Ma se non si vuole tagliare la spesa pubblica in modo indiscriminato (come faceva Tremonti, invece) si deve approntare una<strong><em> Spending Review</em></strong>: ossia una attenta analisi, capitolo per capitolo, di dove sono annidati gli sprechi, di come si possono ottenre risparmi e così via. Non è un’azione di pochi giorni. Si tratta ad esempio di ridurre le duplicazioni derivanti dal fatto che in Italia ci sono troppe polizie (carabinieri, polizia, guardia di finanza, polizia locale, guardia costiera, polizia penitenziaria, guardia forestale). Oppure si tratta di <strong>accorpare </strong>i comuni, eliminando ad esempio tutti quelli sotto i 5.000 abitanti. Si potrebbe decidere di chiudere le ambasciate italiane nei paesi dell’Unione europea, visto che siamo in un’area comune. Si potrebbe decidere di aggregare le Regioni e passare da venti a 6 o 7 regioni al massimo e così via.</p><p>Sulle <strong>liberalizzazioni </strong>avremmo voluto più forza. In particolare ci aspettavamo un provvedimento sui servizi pubblici locali, che sono il vero problema in molti settori a rete.</p><p>La manovra non è forse la manovra migliore in assoluto che si poteva immaginare, ma nel complesso va salutata come una manovra seria.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/10/manovra-drastica-seria/176604/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La rivoluzione liberale è possibile?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/17/rivoluzione-liberale-possibile/171299/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/17/rivoluzione-liberale-possibile/171299/#comments</comments> <pubDate>Thu, 17 Nov 2011 07:57:14 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Fabrizio Barca]]></category> <category><![CDATA[Governo]]></category> <category><![CDATA[rivoluzione liberale]]></category> <category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=171299</guid> <description><![CDATA[Nasce il governo Monti con i migliori auspici. La squadra di governo è di grande qualità. E vi è un giusto equilibrio tra chi deve pensare al risanamento e chi si occuperà di crescita. Personalmente sono molto contento della nomina di Fabrizio Barca a ministro della coesione territoriale. Sono legato a Fabrizio Barca da un’amicizia...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Nasce il <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/16/accademici-banchieri-cattolici-nasce-governo-mario-monti/171159/" target="_blank">governo Monti</a></span></strong> con i migliori auspici. La squadra di governo è di grande qualità. E vi è un giusto equilibrio tra chi deve pensare al risanamento e chi si occuperà di crescita. Personalmente sono molto contento della nomina di<strong> Fabrizio Barca</strong> a ministro della coesione territoriale. Sono legato a Fabrizio Barca da un’amicizia più che ventennale, siamo stati colleghi nel Servizio Studi della Banca d’Italia e abbia condiviso molte battaglie. A lui un augurio di cuore. Sono certo che si impegnerà fino in fondo (come sempre ha fatto nella sua vita) per il benessere del Paese.</p><p>La <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/12/legge-stabilita-oggi-voto-alla-camera/170239/" target="_blank">fuoriuscita ingloriosa di Silvio Berlusconi</a></span> deve essere un’occasione per riflettere su questi ultimi decenni di vita nazionale. Il primo punto, a mio avviso importante, è capire che la vicenda berlusconiana non può essere liquidata come una parentesi politica dovuta solo al controllo dei mezzi televisivi. Berlusconi ha interpretato le paure e i bisogni di una<strong> fetta importante del Paese</strong>.</p><p>Nella sua fase iniziale si era proposto come portatore di un progetto di riforma dell’economia e della società italiana: aveva parlato di “rivoluzione liberale”. L’Italia è stato ed è ancora un paese chiuso, nel quale esistono “salotti buoni”, sistemi di amicizie, arciconfraternite del potere (diceva Guido Carli), ristretti gruppi che partecipano a tanti consigli di amministrazione, alleanze trasversali. E’ sempre stato difficile emergere, affermarsi, anche in campo imprenditoriale. Berlusconi si presenta come colui che intende <strong>rompere alcune consuetudini</strong>, vuole ridurre le tasse e il peso dello Stato, aprire alla concorrenza, semplificare la burocrazia.</p><p>Nella pratica di governo tuttavia Berlusconi mostra di non avere la forza per realizzare quel programma. Fare una<strong> rivoluzione liberale </strong>richiede un grande coraggio e la capacità di essere impopolari magari per un periodo non breve. Si pensi alla signora Thatcher che per lunghi anni fu odiata, dileggiata, ostracizzata da tutti mentre procedeva lungo un sentiero di riforme draconiane. La Thatcher continuava a ripetere “la storia mi darà ragione” e così è stato. Berlusconi non ha avuto quel coraggio.</p><p>Forse aveva venduto sogni. Ma se fosse così è sorprendente scoprire che per ben tre volte la maggioranza degli elettori ha scelto di affidarsi a lui per governare il Paese.</p><p>Berlusconi ha <strong>cambiato il modo di fare politica</strong> in Italia, personalizzando il confronto e utilizzando tecniche di marketing politico mutuate da paesi come gli Stati Uniti.</p><p>Non voglio soffermarmi sugli aspetti di populismo di cui il modo berlusconiano di fare politica è intriso. Mi sembra più interessante capire come mai non ci sia stata in questi 17 anni <strong>un’alternativa credibile</strong> al berlusconismo che si presentasse agli italiani con un programma di riforme utili per rilanciare la crescita.</p><p>Come mai è così difficile fare una rivoluzione liberale in Italia?</p><p>Perché si tratta di <strong>colpire tante corporazioni </strong>e tanti comportamenti consolidati. Si tratta di cambiare la pubblica amministrazione (i cui dipendenti votano a sinistra per lo più); si tratta di riformare la scuola per renderla meritocratica  (e gli insegnanti votano a sinistra); si tratta di rendere più efficiente e veloce la giustizia (e i magistrati non godono di buona stampa a destra); si tratta di rendere più efficienti le banche; si tratta di combattere l’evasione (e molti evasori sono elettori del centrodestra); si tratta di far crescere le imprese, di aprirle a nuovi capitali; si tratta di aprire alla concorrenza tanti settori: notai, avvocati, farmacisti, taxi, assicurazioni, servizi pubblici locali, etc. E liberalizzare significa <strong>scontentare </strong>chi appartiene a questi settori. Si tratta di dare più opportunità ai giovani magari riducendo alcuni dei privilegi di cui godono gli anziani. E così via.</p><p>Al momento nessuno dei due schieramenti che si sono confrontati alla guida del governo in Italia negli ultimi venti anni ha avuto la capacità di costruire un blocco sociale pro-riforme.</p><p>La fine di Berlusconi non significa che i problemi siano risolti. Le forze di conservazione sono ancora intatte.</p><p>Da qui nasce l’idea di un <strong>governo tecnico</strong>. I tecnici forse non dovendo essere ri-eletti possono avere la lucidità e il coraggio di fare le riforme nell’interesse di tutti e non di questo o di quel gruppo. Ma i tempi sono stretti. Lo spread è rimasto immutato.</p><p>Gli investitori non si fidano.</p><p>Ma in pochi mesi Monti non potrà fare tutto. Ci sarà uno schieramento capace di proporre un progetto riformatore serio e coraggioso <strong>quando si tornerà a votare</strong>?</p><p>La “rivoluzione liberale” sarà mai possibile?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/17/rivoluzione-liberale-possibile/171299/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>78</slash:comments> </item> <item><title>Dopo Monti c&#8217;è bisogno di leader, non di manager</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/11/dopo-monti-ce-bisogno-di-leader-non-di-manager/170074/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/11/dopo-monti-ce-bisogno-di-leader-non-di-manager/170074/#comments</comments> <pubDate>Fri, 11 Nov 2011 16:01:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[crisi di governo]]></category> <category><![CDATA[financial times]]></category> <category><![CDATA[governo berlusconi]]></category> <category><![CDATA[governo tecnico]]></category> <category><![CDATA[leader]]></category> <category><![CDATA[Mario Monti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=170074</guid> <description><![CDATA[Abbiamo vissuto una settimana davvero piena di nervosismo e di emozioni. L&#8217;incertezza e la debolezza del Governo Berlusconi hanno accresciuto le paure degli investitori che hanno venduto in massa grandi quantità di titoli pubblici e privati italiani. Lo spread tra il rendimento dei titoli a medio termine italiani e quelli tedeschi è salito a livelli...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Abbiamo vissuto una settimana davvero piena di nervosismo e di emozioni. L&#8217;incertezza e la debolezza del <strong>Governo Berlusconi </strong>hanno accresciuto le paure degli investitori che hanno venduto in massa grandi quantità di titoli pubblici e privati italiani. Lo spread tra il rendimento dei titoli a medio termine italiani e quelli tedeschi è salito a livelli prossimi ai 600 punti base, il rendimento implicito richiesto per acquistare titoli pubblici italiani è salito al 7 per cento. Martedì e mercoledì sono state giornate da cardiopalma.</p><p>Finalmente Berlusconi ha capito che doveva fare un passo indietro dopo la votazione alla Camera del Rendiconto dello Stato. Si è di fatto aperta la <strong>crisi di governo</strong>. Anche se, ancora una volta, le procedure seguite sono irrituali. Le dimissioni sono state smentite, annunciate da giornalisti organici al Pdl e poi promesse per una data futura. In qualunque paese europeo il primo ministro avrebbe direttamente presentato le dimissioni senza tirarla troppo per le lunghe.</p><p>Ci siamo abituati, purtroppo, ad essere un paese &#8220;diverso&#8221;, e sempre in senso negativo. Questo anche contribuisce al pessimo giudizio che i mercati e molti osservatori stranieri hanno sull&#8217;Italia.</p><p>Quanto ci vorrà al nostro paese per recuperare <strong>credibilità</strong>? Quanto è costata questa perdita di reputazione? Difficile quantificare, ma certo i nostri imprenditori e chiunque stia andando all&#8217;estero per lavoro ha modo di toccare con mano la sorpresa e l&#8217;ironia con la quale ci guardano i nostri partner stranieri.</p><p>Si preannuncia ora un incarico a <strong>Mario Monti</strong>, docente di economia all&#8217;Università Bocconi ed ex Commissario europeo. Persona di grande integrità intellettuale e prestigio internazionale. Uomo indipendente. Monti non ha risparmiato critiche ai governi che si sono succeduti alla guida dell&#8217;Italia negli ultimi 10 anni. Monti da Commissario europeo per la tutela della Concorrenza si è battuto in difesa dei consumatori ed è stato protagonista di sentenze storiche contro Microsoft, dimostrando di non avere timore reverenziale nei riguardi dei poteri forti. E attirandosi critiche feroci dagli Stati Uniti.</p><p>Diciamo la verità nell&#8217;esperienza italiana degli ultimi 20 anni: solo, ripeto solo, i governi guidati dai tecnici hanno avuto il coraggio di realizzare <strong>riforme </strong>significative. Si pensi ad Amato, a Dini, a Ciampi e allo stesso Prodi che nel suo primo governo (1996) non era un parlamentare ma un tecnico. La performance dei politici di professione negli ultimi 20 anni è stata a dir poco deludente in Italia.</p><p>Detto questo restano aperte varie questioni.</p><p>A) quale <strong>programma </strong>intende realizzare Monti? Non basta dire che vorrà realizzare le misure che ci vennero richieste da Trichet e Draghi nella lettera di questa estate. Alcune di quelle misure non sono benefiche per l&#8217;economia italiana. Cancellare l&#8217;art. 18 dello Statuto dei lavoratori in questo momento non è certo un provvedimento necessario e utile.  Ridurre gli stipendi dei dipendenti pubblici non aiuterebbe certo la crescita. E così via. Sarà cruciale capire cosa vuole fare Monti. Poche cose dovrà fare: alcuni provvedimenti che diano il senso che l’Italia vuole risanare le sue finanze pubbliche ma anche crescere: ad esempio, l’introduzione di una imposta ordinaria sui patrimoni; la liberalizzazione di alcuni settori importanti; l’abolizione delle Province e magari l’accorpamento delle Regioni in quattro macro-Regioni; tagli mirati alla spesa pubblica; nuova legge elettorale. Punto.</p><p>B) qual è l&#8217;orizzonte di <strong>tempo </strong>che si pone? Non è pensabile che Monti possa governare fino alla primavera del 2013. Un simile orizzonte di tempo sarebbe solo un modo per consentire al centrodestra di far dimenticare agli italiani tutti i disastri compiuti in questi anni di governo.</p><p>Il <strong><em>Financial Times</em></strong> di oggi dice:  <em>&#8220;C&#8217;è bisogno di leader, non di manager. Le competenze tecniche non sono sufficienti per la Grecia e per l&#8217;Italia&#8221;</em>. Il prestigioso quotidiano britannico dice in sintesi: non discutiamo le grandi doti di Mario Monti, le sue qualità professionali e umane ma <em>&#8220;la nomina di un tecnocrate non eletto dal popolo è tutto tranne che l&#8217;ideale&#8221;</em>, la si comprende in tempi di emergenza, c&#8217;è sicuramente un significativo<em> &#8220;appoggio per un governo ad interim e l&#8217;esperienza di una leadership tecnocratica è positiva&#8221;</em>, però questa non è la soluzione dei mali, <em>&#8220;sarebbe un errore fatale crederlo&#8221;</em>.</p><p>La via maestra è una: sia in Grecia, sia in Italia  i nuovi governi devono stabilire <em>&#8220;una chiara tempistica per le elezioni in modo che gli elettori non si sentano esclusi da un processo che chiederà loro enormi sacrifici (..), nulla può essere raggiunto senza il <strong>consenso popolare</strong>&#8220;</em>. In definitiva le <em>&#8220;competenze manageriali non sono sufficienti&#8221; </em>se non si mettono in gioco doti reali di leadership politica riconosciute attraverso le urne.</p><p>Napolitano allora dovrebbe indicare sin da subito (domenica ad esempio) una data chiara per le elezioni, come aprile o giugno 2012. Va superata nel più breve tempo possibile l’anomalia di un’alleanza tra maggioranza e opposizione. Va ripristinata la normale competizione democratica. Va soprattutto reso chiaro ai mercati, alle imprese italiane e straniere, alle famiglie italiane che presto ci sarà un nuovo <strong>governo politico</strong> legittimato a fare le altre azioni (dolorose ma necessarie) di ricostruzione di questo nostro Paese.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/11/dopo-monti-ce-bisogno-di-leader-non-di-manager/170074/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>39</slash:comments> </item> <item><title>Le promesse non bastano più. Servono atti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/01/le-promesse-non-bastano-piu-servono-atti/167814/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/01/le-promesse-non-bastano-piu-servono-atti/167814/#comments</comments> <pubDate>Tue, 01 Nov 2011 18:41:47 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[credibilità]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[default]]></category> <category><![CDATA[fallimento]]></category> <category><![CDATA[Governo]]></category> <category><![CDATA[Grecia]]></category> <category><![CDATA[italia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=167814</guid> <description><![CDATA[Martedì 1° novembre, giornata di panico sui mercati. La Grecia annuncia un referendum per dire sì o no al Piano di sacrifici concordato con l’Europa. Il rischio è che, se il Piano venisse respinto, non resterebbe che il fallimento della Grecia. Altro imputato è l’Italia. La lettera scritta da Berlusconi pochi giorni fa non è...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Martedì 1° novembre, giornata di panico sui mercati. La <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/01/grecia-referendum-sul-piano-ue-il-coup-de-theatre-di-papandreou-sconvolge-l%E2%80%99europa/167780/" target="_blank"><strong>Grecia</strong> annuncia un referendum</a> per dire sì o no al Piano di sacrifici concordato con l’Europa. Il rischio è che, se il Piano venisse respinto, non resterebbe che il fallimento della Grecia.</p><p>Altro imputato è <strong>l’Italia</strong>. La lettera scritta da Berlusconi pochi giorni fa non è stata ritenuta credibile dai mercati. La Borsa di Milano ha perduto il 7 per cento. I rendimenti dei BTP sono saliti al 6,33 per cento, lo spread vola a 459 punti base, record storico. E’ chiaro oramai che neanche gli acquisti di titoli pubblici italiani da parte della Bce sono sufficienti per frenare la caduta del loro valore di mercato.</p><p>L’aumento dello spread (tra titoli pubblici italiani e titoli tedeschi) si traduce in maggiore spesa pubblica per finanziare l’enorme debito (spesa per interessi pari 5 miliardi di euro in più l’anno). Gli investitori ritengono i titoli pubblici italiani così rischiosi che vogliono rendimenti via via crescenti.</p><p>Ma non solo crescono i tassi sui titoli pubblici, salgono anche gli interessi che devono pagare le banche italiane per ri-finanziarsi e questo si traduce in <strong>aumento dei tassi</strong> sui mutui delle imprese e delle famiglie.</p><p>La caduta del valore dei titoli pubblici significa inoltre che l’attivo delle banche italiane si svaluta e quindi impongono nuove ricapitalizzazioni bancarie. Per ricapitalizzarsi, le banche potrebbero restringere ulteriormente i cordoni del credito con gravi conseguenze per le imprese e le famiglie.</p><p>Siamo in un momento di enorme nervosismo e ci avviciniamo al baratro.</p><p>Se lo spread continuasse a salire nei prossimi giorni il quadro potrebbe diventare drammatico. Si potrebbe arrivare a un punto di insostenibilità. La spesa per interessi crescerebbe a tassi talmente elevati da rendere non più possibile scongiurare il <strong>fallimento dello Stato</strong>.</p><p>E’ chiaro che il nodo è la <strong>credibilità </strong>del Governo italiano che è davvero bassa. Sono stati sprecati mesi cruciali.<span style="text-decoration: underline;"> </span>Abbiamo sentito dire che non era l’Italia al centro del ciclone, che tutto era sotto controllo. Ma la verità è che servono misure coraggiose e questo Governo non ha la credibilità per chiedere sacrifici agli italiani. Ci vorrebbe una svolta. Un colpo di reni.</p><p>La sfiducia dei mercati potrebbe travolgerci. Le promesse non bastano più, <strong>servono atti</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/01/le-promesse-non-bastano-piu-servono-atti/167814/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>39</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;Italia, il Paese più diseguale degli altri</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/29/litalia-il-paese-piu-diseguale-degli-altri/167214/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/29/litalia-il-paese-piu-diseguale-degli-altri/167214/#comments</comments> <pubDate>Sat, 29 Oct 2011 09:43:36 +0000</pubDate> <dc:creator>Sandro Trento</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Diseguaglianze]]></category> <category><![CDATA[italia]]></category> <category><![CDATA[lavoratori stranieri]]></category> <category><![CDATA[OCSE]]></category> <category><![CDATA[povertà]]></category> <category><![CDATA[salari]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=167214</guid> <description><![CDATA[L’Italia è tra i paesi con più alta diseguaglianza, insieme con il Regno Unito e gli Stati Uniti. I paesi a maggiore eguaglianza invece sono quelli Scandinavi, mentre l’Europa continentale si colloca nel mezzo. In una prospettiva di medio termine si osservano degli andamenti comuni tra le varie aree: negli anni ‘70-‘80 la diseguaglianza è...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.oecd.org/dataoecd/44/62/41524135.pdf" target="_blank">L’Italia è tra i paesi con più alta <strong>diseguaglianza</strong></a></span>, insieme con  il Regno Unito e gli Stati Uniti. I paesi a maggiore eguaglianza invece sono quelli Scandinavi, mentre l’Europa continentale si colloca nel mezzo.</p><p>In una prospettiva di medio termine si osservano degli andamenti comuni tra le varie aree: negli anni ‘70-‘80 la diseguaglianza è rimasta stabile quasi ovunque, mentre invece è <strong>aumentata </strong>nel decennio ’90. Regno Unito e Stati Uniti sono delle eccezioni perché hanno sperimentato un aumento delle diseguaglianze in ambedue i periodi .</p><p>L’aumento della diseguaglianza negli Stati Uniti può essere spiegata da una serie di fattori: aumento delle <strong>differenze salariali</strong> tra i lavoratori a più elevata istruzione e lavoratori manuali; aumento in generale del  rendimento dell’istruzione. Si è soprattutto avuto un impoverimento dei lavoratori meno qualificati (<em>unskilled</em>): il salario reale di questi lavoratori è <strong>diminuito </strong>negli anni ‘90 rispetto agli anni ’70.</p><p>L’avvento di tecnologie digitali ha spiazzato questo tipo di lavoro non qualificato, ma anche il commercio con i paesi a più basso costo di lavoro (Cina, India etc.) ha spinto verso la delocalizzazione di lavorazioni a maggiore contenuto di lavoro <em>unskilled</em>. Si è creata negli Stati Uniti una vera classe di <strong>lavoratori poveri </strong>(<em>working poors</em>): persone che guadagnano uno salario insufficiente per vivere decentemente.</p><p>I dati sull’<strong>Italia</strong> sono quelli delle <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.bancaditalia.it/statistiche/indcamp/bilfait" target="_blank">indagini della Banca d’Italia</a></span>. La diseguaglianza del reddito in Italia ha registrato un andamento ad U: in diminuzione dalla metà degli anni ’70 fino alla fine degli anni ’80; in aumento negli anni ‘90, con un andamento stazionario dai primi anni 2000 in poi.</p><p>La diffusione di forme contrattuali flessibili, la concorrenza dei paesi emergenti, e la bassissima dinamica della produttività hanno probabilmente spinto verso l’aumento della diseguaglianza negli anni ’90. Si stima che  circa il <strong>15-20%</strong> dei lavoratori italiani è <em>working poor, </em>hanno cioè un<em> </em>salario che è inferiore di  due terzi  rispetto al salario mediano.</p><p>Le spiegazioni generali della maggiore diseguaglianza sono quelle che abbiamo descritto per gli Stati Uniti: progresso tecnologico che premia i lavoratori più <strong>istruiti</strong>; commercio internazionale che spinge verso la delocalizzazione dai paesi ricchi a quelli poveri delle lavorazioni a maggiore intensità di lavoro meno qualificato; maggiore flessibilità dei mercati del lavoro; politiche pubbliche meno generose per i poveri.</p><p>Per l’Italia la prima spiegazione non è rilevante. Il premio all’istruzione in Italia è <strong>molto basso</strong>. I laureati guadagnano poco di più dei diplomati e così via.</p><p>Sull’Italia ci fornisce <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/distribuzione-del-reddito-e-diseguaglianza-l-italia-e-gli-altri/" target="_blank">utili analisi</a></span> Stefano Perri:</p><ul><li>La quota del reddito nazionale che 	va al lavoro è in Italia <strong>tra le più basse</strong> nei paesi Ocse.</li><li>La diminuzione della quota dei 	redditi da lavoro dipende in misura maggioritaria dalla negativa 	evoluzione del salario reale (<strong>diminuito del 16%</strong> tra il 1988 e il 	2006).</li><li>Se confrontiamo i redditi 	mediani, quelli del decile più povero e quelli del decile più 	ricco della popolazione, emerge in modo drammatico la gravità della 	situazione italiana. Mentre sia per il reddito mediano sia per il 	reddito del 10% più povero l’Italia è <strong>l’ultima </strong>tra i 	paesi considerati, e ha redditi minori rispetto alla media Ocse, il 	reddito del 10% più ricco risulta <strong>più alto</strong> rispetto alla 	media Ocse, e anche rispetto alla Francia. Si tratta di un dato che 	mostra in modo inconfutabile lo squilibrio che il nostro paese vive, 	con conseguenze molto rilevanti sia sul piano sociale che economico.</li></ul><p>Siamo un paese <strong>molto ineguale</strong>. Abbiamo poveri che sono (relativamente) più poveri di quelli di altri paesi e ricchi che sono più ricchi (relativamente) rispetto ad altri paesi.</p><p>La <strong>mobilità sociale</strong> è molto bassa: la probabilità di cambiare classe sociale è modesta e i percorsi di carriera (per la stessa generazione) sono lenti.</p><p>Da questa breve fotografia bisogna partire per ragionare su quali misure prendere per tornare a crescere. Non bastano le ricette che ci suggerisce la <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/29/ecco-le-condizioni-imposte-dalleuropa-al-governo-per-la-manovra-di-ferragosto/160779/" target="_blank">lettera della Bce</a></span>. Bisogna<strong> agire sulla diseguaglianza</strong>. Ci torneremo su.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/29/litalia-il-paese-piu-diseguale-degli-altri/167214/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>22</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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