<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Stefano Feltri</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/sfeltri/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description>News, inchieste e blog su politica, cronaca, giustizia, economia</description> <lastBuildDate>Sat, 25 May 2013 08:03:03 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Gli alibi dell’austerità e i suoi detrattori</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/24/gli-alibi-dellausterita-e-i-suoi-detrattori/605009/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/24/gli-alibi-dellausterita-e-i-suoi-detrattori/605009/#comments</comments> <pubDate>Fri, 24 May 2013 16:29:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Austerity]]></category> <category><![CDATA[Fmi]]></category> <category><![CDATA[Paul Krugman]]></category> <category><![CDATA[Politica Economica]]></category> <category><![CDATA[Unione Europea]]></category> <category><![CDATA[Usa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=605009</guid> <description><![CDATA[Caro Professor Paul Krugman, un premio Nobel come lei difficilmente leggerà la stampa italiana. Ma vista la eco che hanno qui i suoi editoriali sul New York Times e il suo blog, vale la pena fare qualche osservazione. Lei ha perfettamente ragione a deridere le stupide politiche di austerità di bilancio cui ci siamo sottoposti...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div>Caro Professor <strong>Paul Krugman</strong>, un premio Nobel come lei difficilmente leggerà la stampa italiana. Ma vista la eco che hanno qui i suoi editoriali sul <em>New York Times</em> e il suo blog, vale la pena fare qualche osservazione.</div><div>Lei ha perfettamente ragione a deridere le <strong>stupide politiche di austerità di bilancio</strong> cui ci siamo sottoposti in Europa. Come ha ricordato nel suo ultimo articolo per la <em>New York Review of Books,</em> i soloni del rigore hanno sbagliato tutto.</div><div>Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff hanno imposto il dogma che il debito pubblico non dovesse superare il 90 per cento <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/19/i-numeri-sbagliati-dellausterita-e-degli-economisti/568691/" target="_blank">per colpa di un difetto del software Excel che alterava i risultati</a>, il <strong>Fondo monetario internazionale</strong> ha calcolato male l’impatto sull’economia degli aumenti delle tasse e del taglio della spesa in tempo di recessione, Alberto Alesina e Silvia Ardagna probabilmente hanno davvero provocato danni convincendo le istituzioni europee che la storia dimostrasse che tagliare la spesa pubblica è la premessa della crescita.</div><div>Però, professor Krugman, lei deve capire che i suoi articoli sono letti anche da un pubblico di non americani. Che predicare a noi <strong>la politica monetaria espansiva all’americana</strong> serve a poco, finché la Banca centrale europea è vincolata da trattati che non prevedono la piena occupazione tra gli obiettivi da raggiungere. E che invocare stimoli fiscali analoghi a quelli americani per Paesi ad alto debito – tipo l’Italia – è facile, praticarli molto meno.</div><div>Bisognerebbe essere keynesiani a livello europeo, ma lei sa quanto è complicata la politica a Bruxelles, che non è solo questione della parrocchia economica di appartenenza. Dovrebbe poi capire, professore, che all’italiano medio che vede lo Stato buttare centinaia di milioni di euro per sostenere industrie parastatali che poi scaricano su clienti e imprese le loro inefficienze (vedi il settore dell’energia) o che usano i sussidi per competere a spese dei concorrenti (vedi le ferrovie), o che assiste al proliferare di strati di burocrazia che succhiano risorse al tessuto produttivo per alimentarsi distruggendo la competitività, ecco, a questo italiano medio l’idea che tagliare la spesa (quella giusta) sia necessario a crescere <strong>pare assai ragionevole</strong>.</div><div>Anche se non ha letto Ayn Rand e non ha studiato alla Bocconi. C’è poi un dettaglio, professore, che lei dovrebbe spiegare meglio: in poche righe, nel suo ultimo libro<em> Fuori da questa crisi, adesso!</em> lei si dimostra d’accordo con Angela Merkel: se non si esce dall’euro, l’economia riparte con la svalutazione interna, cioè deprimendo i salari e rendendo i lavoratori meno costosi. È una prospettiva un po’ deprimente, a noi europei servirebbe qualche idea più creativa che, forse, neppure lei può fornirci. Le basi teoriche dell’austerità sono crollate, <strong>ora serve un approccio alternativo</strong>. Che ancora non si vede.</div><p><em>@stefanofeltri</em></p><p><em>da Il Fatto Economico, Il Fatto Quotidiano, 23 Maggio 2012</em></p><p>&nbsp;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/24/gli-alibi-dellausterita-e-i-suoi-detrattori/605009/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Fiat, la legge del Lingotto</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/22/fiat-la-legge-del-lingotto/602303/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/22/fiat-la-legge-del-lingotto/602303/#comments</comments> <pubDate>Wed, 22 May 2013 12:50:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Fiat]]></category> <category><![CDATA[Fisco]]></category> <category><![CDATA[Gran Bretagna]]></category> <category><![CDATA[Italia]]></category> <category><![CDATA[Lavoro]]></category> <category><![CDATA[Lingotto]]></category> <category><![CDATA[Sistema Fiscale]]></category> <category><![CDATA[Tasse]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=602303</guid> <description><![CDATA[Mentre il premier Enrico Letta vola a Bruxelles per discutere di lotta all’evasione e all’elusione, la principale azienda italiana, la Fiat, comunica di spostare la sede fiscale di una parte del gruppo in Gran Bretagna. Per sfruttare i servizi della Piazza finanziaria inglese, certo, ma anche per pagare meno tasse in Italia, come spiega nel prospetto...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Mentre il premier Enrico Letta vola a Bruxelles per discutere di lotta all’evasione e all’elusione, la principale azienda italiana, la <strong>Fiat</strong>, comunica di spostare <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/21/fiat-marchionne-vuole-cittadinanza-fiscale-britannica-per-camion-iveco/601586/" target="_blank">la sede fiscale di una parte del gruppo in Gran Bretagna</a>. Per sfruttare i servizi della Piazza finanziaria inglese, certo, ma anche per pagare <strong>meno tasse in Italia</strong>, come spiega nel prospetto di quotazione a Wall Street. Le azioni della holding olandese FI Cbm, che assorbirà Fiat Industrial e Cnh, saranno infatti scambiate anche negli Stati Uniti.</p><p>D’accordo, c’è il libero mercato e l’integrazione europea: le holding possono basarsi dove è più vantaggioso. Ma <strong>la Fiat è la Fiat</strong>: quando agli Agnelli prima e a John Elkann e Sergio Marchionne poi ha fatto comodo, hanno esaltato il legame tra Lingotto e Italia. Prima per ottenere<strong> incentivi</strong>, in seguito per imporre a sindacati e lavoratori più flessibilità e meno diritti.</p><p><strong>L’aggressività fiscale</strong> non è certo una novità in quel mondo: da anni c’è una guerra dentro la famiglia Agnelli sui presunti tesori dell’Avvocato nei paradisi fiscali e<strong> Sergio Marchionne</strong> ha eletto a proprio domicilio personale il cantone svizzero di Zug, non certo per il paesaggio. Ma la decisione su <em>Fiat Industrial</em> conferma la nuova fase del <strong>rapporto tra azienda e Paese</strong>: un tempo i loro interessi erano coincidenti, poi si sono separati, ora sono contrapposti. Sempre più spesso pare che ciò che è utile per la Fiat risulti dannoso per l’Italia. E il Lingotto non è l’unico a comportarsi così, come dimostrano i contenziosi di molte grandi banche col fisco (l’ultima è Mediolanum).</p><p>Se la politica italiana avesse dedicato a questi temi lo stesso tempo che ha passato a parlare di Imu, forse ora non ci sarebbe bisogno di spremere ancora i contribuenti con Iva, Tares, e tutto il resto. E magari il gettito fiscale che serve a tenere in ordine i conti arriverebbe dalle grandi imprese invece che dai lavoratori dipendenti a reddito fisso che non possono evadere. E neppure trasferire la propria residenza fiscale all’estero. <em>Il </em></p><p><em>Fatto Quotidiano, 22 Maggio 2013</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/22/fiat-la-legge-del-lingotto/602303/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Bankitalia va al governo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/19/bankitalia-va-al-governo/598752/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/19/bankitalia-va-al-governo/598752/#comments</comments> <pubDate>Sun, 19 May 2013 07:29:57 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Bankitalia]]></category> <category><![CDATA[Fabrizio Saccomanni]]></category> <category><![CDATA[Giorgio Napolitano]]></category> <category><![CDATA[Governo Letta]]></category> <category><![CDATA[Mario Draghi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=598752</guid> <description><![CDATA[Quando la politica è debole, senza idee e priva di visione di lungo periodo, gli altri poteri dello Stato riempiono il vuoto: talvolta la magistratura, più spesso la Banca d’Italia.  Ormai sarebbe più semplice trasferire la sede del governo da Palazzo Chigi a via Nazionale, invece che continuare a prelevare i dirigenti apicali della Banca...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Quando la <strong>politica</strong> è debole, senza idee e priva di visione di lungo periodo, gli altri poteri dello Stato riempiono il vuoto: talvolta la <strong>magistratura</strong>, più spesso la <strong>Banca d’Italia</strong>. </p><div>Ormai sarebbe più semplice trasferire la sede del governo da Palazzo Chigi a via Nazionale, invece che continuare a prelevare i dirigenti apicali della Banca d’Italia per metterli su tutte le poltrone chiave della politica economica. L’ultimo caso è di ieri: <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/17/imu-stop-fino-al-16-settembre-per-prima-casa-per-cig-solo-496-milioni-di-euro/597015/" target="_blank">il Consiglio dei ministri ha nominato <strong>Daniele Franco</strong> nuovo <strong>Ragioniere generale dello Stato</strong></a>. Franco era fino a ieri il responsabile della ricerca economica e delle relazioni internazionali della Banca d’Italia, uno dei massimi esperti di finanza pubblica, che ha lavorato al processo di integrazione monetaria europea e ha analizzato la politica economica dei governi di questi ultimi anni. Da ragioniere generale dovrà certificare che tutti i provvedimenti del governo abbiano le coperture finanziarie richieste dalla Costituzione e, se necessario, potrà bloccarli, come tante volte ha fatto il suo detestato (da moltissimi politici) predecessore, <strong>Mario Canzio</strong>. </div><div>La situazione bizzarra è che Franco avrà l’ultima parola su leggi e decreti il cui referente politico sarà, ovviamente, soprattutto il ministro del Tesoro, Fabrizio Saccomanni, che fino a poche settimane fa era il superiore diretto di Franco, in quanto direttore generale della Banca d’Italia. Non solo: il programma del governo Letta si fonda, come ricordato dal premier e dal presidente Giorgio Napolitano, sui documenti elaborati dal comitato di “saggi” riuniti dal Quirinale. Tra questi c’era Salvatore Rossi, attuale direttore generale della Banca d’Italia. Con un minimo di archeologia politica, si può ricordare che il quadro finanziario che tante fatiche ci sta costando (con il pareggio di bilancio anticipato dal 2014 al 2013) ha la sua origine nella <strong>lettera della Bce</strong> firmata anche dall’allora governatore della Banca d’Italia <strong>Mario Draghi</strong>, oggi presidente proprio della Bce, unica istituzione che può difendere l’Italia dalla furia dei mercati in caso di nuovo panico. </div><div>Anche la <strong>Rai</strong> è affidata alla Banca d’Italia, con la presidente <strong>Anna Maria Tarantola</strong>, già responsabile della vigilanza in via Nazionale. Certo, si sono tutti dimessi, formalmente sono indipendenti, ma all’imprinting e a rapporti pluridecennali non si sfugge, ma questa è la sintesi brutale: il ragioniere di Bankitalia dovrà vistare i provvedimenti del ministro di Bankitalia redatti per raggiungere obiettivi fissati da Bankitalia e dettagliati in un programma che Bankitalia ha contribuito a scrivere. Certe Banche centrali, sosteneva il governatore Bonaldo Stringher nel 1913, “per l’attività che svolgono sono chiamate a risanare e a migliorare l’ambiente economico in cui vivono, allo scopo di agire favorevolmente sui corsi dei cambi e di rimborsare i loro biglietti in specie metalliche”. Affermazioni che restano valide anche ora che la lira non c’è più: come ricorda spesso Draghi, una certa <strong>omogeneità</strong> economica tra i Paesi dell’euro è la precondizione per una <strong>politica monetaria</strong> efficace. </div><div><p>È chiaro che se ci fosse una classe politica all’altezza delle sfide o una burocrazia pubblica meno auto-referenziale, forse non ci sarebbe bisogno di ricorrere sempre alla Banca d’Italia, la cui influenza sulla vita pubblica è sempre stata massima nei momenti di fragilità dei partiti. E, con qualche eccezione, i suoi funzionari si sono sempre prestati alle istituzioni (e talvolta alla politica) più per spirito di servizio che per <strong>ambizione</strong>. </p><div>Come ha scritto però il professor Giampiero Cama nel recente La Banca d’Italia (Il Mulino), le funzioni di supplenza “da un lato possono garantire prestigio e potere all’Istituto, dall’altro possono invece avere l’effetto di pregiudicarne l’autonomia e l’autorità”. Chi critica la presenza massiccia di uomini di via Nazionale nelle istituzioni con l’argomentazione che “sono banchieri” sbaglia argomento e pecca di ingenuità. Banca d’Italia non è una banca ma un’autorità che <strong>vigila</strong> sulle banche e anche, seppur non in modo codificato, sulla politica economica, sui numeri dati dai politici, smaschera le menzogne della propaganda e ricorda le priorità (dalla lotta all’evasione alla disoccupazione giovanile). Ma se i vigilanti vanno al governo, chi vigilerà? Quis custodiet ipsos custodes?</div><p>Twitter @stefanofeltri </p></div> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/19/bankitalia-va-al-governo/598752/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Sassuolo, Squinzi e le piastrelle. Metafora di una promozione in serie A</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/18/sassuolo-squinzi-e-piastrelle-metafora-di-promozione-in-serie-a/598590/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/18/sassuolo-squinzi-e-piastrelle-metafora-di-promozione-in-serie-a/598590/#comments</comments> <pubDate>Sat, 18 May 2013 17:42:55 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Calcio]]></category> <category><![CDATA[Confindustria]]></category> <category><![CDATA[Giorgio Squinzi]]></category> <category><![CDATA[Sassuolo]]></category> <category><![CDATA[Serie A]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=598590</guid> <description><![CDATA[Per quelli che nello sport cercano metafore della vita, la promozione in Serie A del piccolo Sassuolo è un segno di speranza. Falliti tre match point (Modena, Padova, Lanciano) per centrare la massima serie, il passaggio di categoria per l’undici di Eusebio Di Francesco è arrivato all’ultimo minuto dell’ultima giornata di serie B con un...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Per quelli che nello sport cercano metafore della vita, la promozione in Serie A del piccolo <strong>Sassuolo</strong> è un segno di speranza. Falliti tre match point (Modena, Padova, Lanciano) per centrare la massima serie, il passaggio di categoria per l’undici di <strong>Eusebio Di Francesco</strong> è arrivato all’ultimo minuto dell’ultima giornata di serie B con un gol di Missiroli.</p><p>Il giocattolo da ricchi che diventa una cosa seria e, forse, profittevole. La sfida dell’economia reale – perché niente è più reale di una piastrella – al grande calcio dei<strong> bilanci gonfiati</strong>, dei rentier dissipatori come i Moratti o dei poteri costituiti, come gli Agnelli e Silvio Berlusconi.</p><p>Dietro il Sassuolo c’è la Mapei, dietro la bergamasca Mapei Giorgio Squinzi, il presidente di Confindustria. E dietro ancora un distretto industriale,quello della ceramica (e nello specifico della piastrella) che riassume virtù e limiti del capitalismo all’italiana.</p><p>L’ultimo bilancio del Sassuolo disponibile, quello 2011, chiarisce che la squadra è un’emanazione diretta del colosso della chimica Mapei, che ne controlla il 95 per cento del capitale.</p><p>Su 20 milioni di ricavi, 14,2 arrivano dalle sponsorizzazioni (cioè sempre dalla Mapei) che si accolla anche le <strong>fideiussioni</strong> per la campagna acquisti dei calciatori. Nel bilancio 2011 figurano già le operazioni che hanno portato in provincia di Modena alcuni dei giocatori determinanti per la promozione in A, dal difensore Lino Marzoratti al centrocampista Tommaso Bianchi all’ala Gianluca Sansone. Totale: 3,3 milioni di euro. Cifre sopportabili per una società come la Mapei, che nel 2011 aveva un fatturato consolidato di 2,1 miliardi di euro.</p><p>“Non rinnoveremo i contratti in scadenza più onerosi e venderemo i pezzi pregiati della squadra. Questo è il primo passo verso l&#8217;abbandono: l&#8217;entusiasmo è passato. Anche perché è <strong>difficile rimanere</strong> in un ambiente nel quale è chiaro che fare risultati basandosi solo sul puro merito sportivo non è una priorità”, diceva Squinzi nel giugno 2012. Ma era soltanto la rabbia per l’eliminazione della squadra dai <strong>play off,</strong> complici alcuni errori arbitrali.</p><p>Squinzi ha tenuto e ora il Sassuolo è considerato una variabile cruciale dell’economia modenese, non come la <strong>Ferrari</strong> ma quasi: è cominciata una guerra politica su dove giocherà le partite in casa l’anno prossimo. Il Braglia, storico stadio di Modena ammodernato qualche anno fa per una rapida comparsata in A della squadra locale, ha solo 21 mila posti. Ed è considerato troppo piccolo per la massima serie. E quindi circola l’idea di giocare la prossima stagione al <strong>Giglio,</strong> stadio reggiano commisurato alle ambizioni di una Reggiana che negli anni Novanta si considerava grande (circa 30 mila posti a sedere).</p><p>Il consigliere regionale della <strong>Lega Nord</strong>, Mauro Manfredini sostiene che “la squadra è corteggiata da Prodi, originario di Scandiano, che avrebbe fatto pressing anche sul patron del team Giorgio Squinzi”. E c’è chi giura che una promozione del sindaco reggiano Graziano Delrio a ministro avrebbe come primo risultato il trasferimento del Sassuolo a Reggio. Duelli di campanile che rivelano però anche il ruolo di talismano che il Sassuolo calcio ha per il suo territorio.</p><p>Nel 2009 settore della <strong>ceramica</strong>, quello che regge l’economia sassolese, è crollato del 28,21 per cento, al termine di un decennio di lento declino. Nella zona di Modena e Reggio Emilia gli occupati nel settore sono calati dai 21 mila del 1998 ai 16 mila del 2010, i metri quadri prodotti sono scesi dal picco di 638 mila del 2001 ai 387 mila. In parte perché la produzione è andata all’estero, in parte per la concorrenza internazionale. Ma il capitalismo emiliano è resiliente, come dicono gli economisti, capace di superare i traumi.</p><p>Scrive l’economista Franco Mosconi in Le metamorfosi del <strong>modello emiliano</strong> (Il Mulino) che “oggigiorno la crescita interna dell’impresa (via nuovi investimenti) così come quelle che possiamo definire forme ibride di crescita (Ati, Reti) non bastano più”. C’è la globalizzazione.</p><p>E la storia della<strong> Marazzi</strong>, l’azienda simbolo del distretto sassolese, lo dimostra: nel novembre scorso muore, a 63 Piero Marazzi, il presidente ed erede della dinastia. Pare una morte simbolica, la fine di una storia. Invece poche settimane dopo l’azienda viene rilevata dal gruppo americano Mohawk per 1,5 miliardi di dollari, operazione completata due settimane fa. E l’amministratore delegato Mauro Vandini ha detto che “l’avvento degli americani di Mohawk potrà garantire alla Marazzi un’opportunità di stabilità e solidità per il futuro”. Se la ripresa italiana arriverà mai, dicono nel 2014, assomiglierà un po’ alla promozione in A del Sassuolo.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/18/sassuolo-squinzi-e-piastrelle-metafora-di-promozione-in-serie-a/598590/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Grillo e la mentalità dell&#8217;alveare</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/18/grillo-e-mentalita-dellalveare/598282/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/18/grillo-e-mentalita-dellalveare/598282/#comments</comments> <pubDate>Sat, 18 May 2013 14:06:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category> <category><![CDATA[Democrazia]]></category> <category><![CDATA[Movimento 5 Stelle]]></category> <category><![CDATA[Rete]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=598282</guid> <description><![CDATA[L&#8217;infinita discussione sulla diaria, sui rimborsi spese, sui privilegi sta assorbendo tutta l&#8217;energia dei parlamentari del Movimento 5 Stelle in questa prima fase. La rivoluzione è rimandata. La democrazia diretta della rete e il processo decisionale in apparenza lineare e trasparente – evviva lo streaming – sono in realtà farraginosi e circolari. Tutto questo lo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">L&#8217;infinita discussione sulla diaria, sui rimborsi spese, sui privilegi sta assorbendo tutta l&#8217;energia dei parlamentari del<strong> Movimento 5 Stelle</strong> in questa prima fase. La rivoluzione è rimandata. La democrazia diretta della rete e il processo decisionale in apparenza lineare e trasparente – evviva lo streaming – sono in realtà farraginosi e circolari. Tutto questo lo aveva già intuito <strong>Vincenzo Latronico</strong> che nel suo libro appena uscito per Bompiani racconta “<a href="http://www.ibs.it/ebook/mentalit-dell-alveare/9788858760093.html" target="_blank">La mentalità dell&#8217;alveare</a>” (208 pag., 12,50 euro). Latronico ha 28 anni e ha già scritto un romanzo importante, “La cospirazione delle colombe”, ora passa al pamphlet narrativo, non un saggio ma un racconto, “perché non volevo parlare dei principi generali, ma dell&#8217;effetto che questi principi potrebbero avere nel particolare, sulla vita di chi li applica o di chi li subisce”.</p><p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Da Berlino, dopo le elezioni di febbraio, ha scritto in fretta “La mentalità dell&#8217;alveare” per rispondere a chi si entusiasmava per le novità emerse dalle urne. I riferimenti letterari sono due, uno esplicito, a Elias Canettti di <em>Massa e potere</em>, l&#8217;altro non dichiarato ma presente, Arthur Koestler con <em>Buio a mezzogiorno</em>, il populismo e l&#8217;ideologia sovietica che porta alla confessione anche l&#8217;innocente.</p><p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Nel presente prossimo di Latronico, tra 2013 e 2014, la <strong>Rete dei Volenterosi</strong> è il partito di maggior successo. L&#8217;ha fondata un ex presentatore televisivo, Pino Calabrò, passato dalla difesa dei consumatori alla politica. La sua piattaforma è l&#8217;Alveare, un sito-blog dove i Volenterosi discutono e votano, sottoponendo gli eletti a periodico scrutinio il cui esito negativo implica le dimissioni. Non c&#8217;è fantapolitica, Latronico non vuole costruire una distopia o divertirsi a immaginare le conseguenze del grillismo-Alveare al potere. Il suo scopo è raccontare cosa comporta la rinuncia alla propria individualità in nome di un processo decisionale collettivo. L&#8217;enfasi non è sul guru, Pino Calabrò appare poco nel libro, è soltanto un garante dell&#8217;Alverare. Quello che interessa a Latronico è la <strong>democrazia della rete</strong>, la piazza virtuale che dovrebbe smascherare ipocrisie e scandali e invece costruisce una realtà artefatta e manipolabile. I protagonisti sono due Volenterosi, Camilla e Leonardo, il libro comincia col loro matrimonio e finisce con il divorzio.</p><p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">La Rete dei volenterosi ha fatto approvare la non pignorabilità della prima casa (uno dei punti del Movimento cinque stelle), come risultato inevitabile i mutui sono diventati molto più costosi. Leonardo e Camilla trovano la scappatoia: comprando una piccola quota di un altro immobile, riescono a far risultare la loro prima casa come seconda, ottenendo così dalla banca un prestito molto più vantaggioso, perché è meno rischioso prestare a chi ha due immobili come potenziale garanzia invece che a chi ha solo quello su cui paga il mutuo. L&#8217;idea è efficace – un po&#8217; disinvolta, ma tanto il danno è tutto per le banche cattive – e Leonardo la trasforma in una associazione che, gratis, offre servizi alle giovani coppie in cerca di un mutuo.</p><p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">La Rete dei Volenterosi però gli impone di non divulgare la scoperta: risulterebbe una critica implicita alla legge sulla non pignorabilità voluta dal movimento. <strong>Ma scoppia lo scandalo</strong>: Leonardo parla della sua associazione in un articolo sul <em>Guardian</em>, con cui collabora, e nell&#8217;Alveare comincia il processo. Latronico non è un filosofo della politica o un sociologo, non si dilunga in analisi sul comportamento delle masse, ma dimostra in modo narrativo un concetto semplice: nell&#8217;Alveare non prevale la verità, ma il metodo Google, vince l&#8217;idea più condivisa, secondo una valanga cognitiva che travolge ogni tentativo di sopravvivenza individuale.</p><p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Come il Rubasciov di Koestler, Leonardo non è un dissidente: non ha fatto nulla di trasgressivo, non ha sfidato il Capo e rispetta le logiche dell&#8217;Alveare, le condivide perfino quando ne finisce stritolato, non sposta la sua battaglia per la sopravvivenza fuori dalla piattaforma, per esempio parlando ai giornali. Come Rubasciov vorrebbe affermare la verità, che lui sa essere tale, anche per dimostrare che l&#8217;Alveare non è ingiusto, che è efficiente, che non può commettere errori.</p><p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Ma è tutto inutile: più ricostruisce i dettagli della sua “colpa”, post dopo post, commento dopo commento, più viene travolto dalla furia dell&#8217;Alveare che <strong>giudica senza processare</strong>.</p><p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Il sollievo, per Leonardo, arriva solo con la confessione del crimine che non ha commesso e con le scuse: i dettagli non servono, chiede perdono per aver aperto un&#8217;associazione (alla fine non si capisce più se il problema era l&#8217;attività, cioè aggirare le banche, o la presenza del link all&#8217;Alveare nel sito), si duole di aver stabilito un rimborso spese di 500 euro per sé e una collaboratrice, certe cose ti rendono subito “casta”. E racconta di essersi separato dalla moglie Camilla, la cui carriera di cittadina eletta può continuare, a fianco di un nuovo compagno, almeno in apparenza più fedele all&#8217;Alveare.</p><p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Vincenzo Latronico non è animato da pregiudizi o scetticismo verso il Movimento 5 stelle – Rete dei Volenterosi: le politiche che attribuisce al suo Pino Calabrò – <strong>Beppe Grillo</strong> hanno un certo successo, riducono perfino lo spread. Ma tutto ha un prezzo: come ripetono sempre i Cinque Stelle – Volenterosi, se vuoi stare nel gruppo devi accettarne le regole. E vivere e pensare soltanto secondo la “mentalità dell&#8217;alveare”.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/18/grillo-e-mentalita-dellalveare/598282/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La globalizzazione sotto le macerie di Dhaka</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/15/globalizzazione-sotto-macerie-di-dhaka/594898/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/15/globalizzazione-sotto-macerie-di-dhaka/594898/#comments</comments> <pubDate>Wed, 15 May 2013 13:35:46 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Bangladesh]]></category> <category><![CDATA[Commercio]]></category> <category><![CDATA[Diritti dei Lavoratori]]></category> <category><![CDATA[Globalizzazione]]></category> <category><![CDATA[Lavoratori]]></category> <category><![CDATA[Shopping]]></category> <category><![CDATA[Wto]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=594898</guid> <description><![CDATA[Questa settimana due notizie importanti sono passate quasi inosservate in Italia. La prima: il diplomatico brasiliano Roberto Azevedo è stato scelto come nuovo capo del Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, al posto del francese Pascal Lamy. Seconda notizia: in Bangladesh una lavoratrice è stata estratta dalle macerie del Rana Plaza dopo 17 giorni, ma il conto...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div>Questa settimana due notizie importanti sono passate quasi inosservate in Italia. La prima: il diplomatico brasiliano<strong> <a href="http://www.agi.it/economia/notizie/201305081611-eco-rt10258-wto_svolta_al_vertice_brasiliano_azevedo_nuvo_presidente" target="_blank">Roberto Azevedo</a></strong><a href="http://www.agi.it/economia/notizie/201305081611-eco-rt10258-wto_svolta_al_vertice_brasiliano_azevedo_nuvo_presidente" target="_blank"> è stato scelto come nuovo capo del Wto</a>, l’Organizzazione mondiale del commercio, al posto del francese Pascal Lamy. Seconda notizia: in <strong>Bangladesh</strong> una lavoratrice è stata <a href="http://tg24.sky.it/tg24/mondo/2013/05/10/bangladesh_crollo_edificio_dacca_estratta_viva_dopo_17_giorni.html" target="_blank">estratta dalle macerie del Rana Plaza dopo 17 giorni</a>, ma il conto delle vittime del crollo di quella enorme fabbrica tessile è arrivato a <strong>1127</strong>, e ci sono ancora dei dispersi.</div><div>All’inizio degli anni Duemila, grazie ai movimenti di Seattle e al libro<em> <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/No_logo" target="_blank">No Logo</a></em> di Naomi Klein, perfino in Italia era cominciato un dibattito su <strong>costi e virtù della globalizzazione</strong>. Poi la crisi finanziaria e la recessione ci hanno fatto ripiegare su noi stessi. Ora l’economia che ci interessa è ridotta all’Imu, alla cassa integrazione e allo spread. Eppure il<strong> commercio globale</strong>ha continuato a crescere: nel 2009, dai Paesi membri del Wto, sono state esportate merci per un controvalore di 12.542 miliardi di dollari, nel 2012 per 18.323. Le uniche imprese italiane con prospettive di crescita sono quelle inserite nell’economia globale, che esportano.</p><p>Eppure, l’orizzonte della politica economica si è ristretto (il governo Berlusconi aveva addirittura chiuso l’istituto per il Commercio estero). Sia dal lato delle imprese sia da quello dei <strong>diritti</strong>. La crisi dei consumi ha fatto svanire quella <strong>consapevolezza negli acquisti</strong> che stava producendo effetti concreti – ricordate le campagne di boicottaggio contro la Nike? – e che sembrava la nascita di una democrazia globale del consumo adatta ad affrontare le sfide di un’economia non più confinata negli Stati nazionali.</p><p>Con pochi soldi in tasca, siamo meno sensibili a <strong>cosa c’è dietro un prezzo basso</strong>. E i sindacati non hanno mai raccolto il suggerimento che tanti, come Luciano Gallino, davano loro: il modo migliore per tutelare i lavoratori italiani nella competizione globale è la trasparenza sulla catena di fornitura. Chi comprerebbe una t-shirt sapendo che è stata prodotta da qualcuno che ha perso la vita per mantenere basso il prezzo? E forse oggi sarebbe un’informazione utile per il consumatore sapere come stanno reagendo le imprese alla catastrofe bengalese.<br /><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/30/bangladesh-strage-di-lavoratori-tessili-e-foto-incastrano-benetton/578789/" target="_blank"><strong>Benetton</strong>, tra i clienti della fabbrica crollata</a>, ha deciso di rimanere in Bangladesh, con alcuni buoni propositi sul rispetto dei diritti dei lavoratori, decisione accolta con sollievo dai media locali, come il <em>Dhaka Tribune</em>. Altri, tipo la <strong>Walt Disney Company</strong>, hanno annunciato di lasciare il Paese, per andare lontano dagli scandali (e magari da giornalisti e ong).</p></div><p>Il commercio globale pare non appassionarci più, a noi del Vecchio mondo. È un segno dei tempi che all’agonizzante Wto arrivi un brasiliano al posto di un francese. Ma cedendo alle tendenze protezionistiche e autarchiche tipiche di ogni crisi non si eliminano i problemi e i drammi della competizione globale . Semplicemente stiamo rinunciando a gestirli per diventare solo spettatori passivi. O vittime.</p><p><em>Il Fatto Economico - </em><em>Il Fatto Quotidiano, 11 Maggio 2013  </em></p><p><em>@stefanofeltri</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/15/globalizzazione-sotto-macerie-di-dhaka/594898/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il Fatto Economico, l&#8217;informazione contro la crisi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/08/fatto-economico-linformazione-contro-crisi/587180/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/08/fatto-economico-linformazione-contro-crisi/587180/#comments</comments> <pubDate>Wed, 08 May 2013 11:10:17 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Crisi Economica]]></category> <category><![CDATA[Economia]]></category> <category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category> <category><![CDATA[Informazione]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=587180</guid> <description><![CDATA[Da questa settimana, tutti i mercoledì, potrete leggere il Fatto Economico: quattro pagine di economia in più che arricchiscono il Fatto Quotidiano: notizie, inchieste, analisi, i ritratti dei personaggi da tenere d’occhio, sia quelli più noti sia le seconde file, più discrete ma sempre molto attive. Ma ci saranno anche racconti dell’economia reale, perché –...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Da questa settimana, tutti i mercoledì, potrete leggere <strong><em>il Fatto Economico</em></strong>: quattro pagine di economia in più che arricchiscono il Fatto Quotidiano: notizie, inchieste, analisi, i ritratti dei personaggi da tenere d’occhio, sia quelli più noti sia le seconde file, più discrete ma sempre molto attive. Ma ci saranno anche racconti dell’<strong>economia reale,</strong> perché – per fortuna – non tutto il <strong>capitalismo</strong> italiano passa dai palazzi del potere, non sempre (anche se troppo spesso) le storie d’impresa sono anche storie di politica e malaffare.</p><p>Durante l’attuale <strong>crisi dell’editoria</strong>, che per certi aspetti pare irreversibile, i giornali stanno tagliando le pagine: visto che la pubblicità crolla, ridurre la foliazione è uno dei modi più semplici per abbassare i costi. Il Fatto, invece, aggiunge quattro pagine settimanali. Per due ragioni.</p><p>La prima è che la terribile recessione che stiamo attraversando è la grande <strong>sfida</strong> del nostro tempo. La politica è ormai, prima di tutto, governo dell’economia. La sfida della classe dirigente, ma anche del Paese nel suo insieme, è dimostrare che l’Italia sta cadendo per poi rialzarsi. E che non si tratta di un declino senza speranze di ripresa. Capire quello che succede è la premessa per prendere decisioni consapevoli, sia quando si vota sia quando si deve scegliere se indebitarsi, se comprare una casa o pagare un master all&#8217;estero ai figli, se continuare a cercare lavoro qua o emigrare.</p><p>Come ha spiegato <strong>Enrico Giovannini</strong> da presidente dell’<strong>Istat</strong> (ora è ministro del Welfare), durante le crisi cresce il bisogno di <strong>informazione economica</strong>, aumenta la sensibilità ai dati – che sono sempre “choc”, “record”, “dramma” – ma diventa più difficile capirli, valutarli razionalmente. E questa è la prima ragione per cui nasce il Fatto Economico. La seconda è che il Fatto Quotidiano ha una caratteristica unica in Italia: non ha azionisti ingombranti che si indispettiscono per quello che scriviamo, che telefonano per sollecitare o criticare. E abbiamo abbastanza lettori e abbonati, su carta e web, da non essere schiavi della pubblicità. Quindi possiamo scrivere nella più totale libertà. Questo ci ha permesso di denunciare piccoli e grandi scandali, dalle quotazioni in Borsa di <strong>Enel Green Power</strong> e <strong>Sea</strong>, penalizzanti per i piccoli azionisti, alle operazioni di Banca Intesa nei paradisi fiscali ai buchi di bilancio nascosti dal<strong> Monte dei Paschi di Siena</strong>, scoop che ha avuto le conseguenze che tutti conosciamo. Quando si è scoperto che uno dei più grossi inserzionisti pubblicitari italiani, Benetton, si era rifornito nella fabbrica del Bangladesh crollata, uccidendo 600 persone, sul Fatto lo avete letto. Controllate su altri giornali.</p><p>Vogliamo approfittare di questa libertà per raccontare meglio l’economia. Senza sconti, ma anche senza pregiudizi, come vedrete nella pagina delle idee che chiude il Fatto Economico. Ci vediamo mercoledì prossimo. E, se lo vorrete, tutti quelli seguenti.</p><p>Twitter @stefanofeltri</p><p><em>il Fatto Quotidiano, 8 Maggio 2013</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/08/fatto-economico-linformazione-contro-crisi/587180/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il governo Letta appeso a Bruxelles</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/01/disperato-viaggio-di-letta-in-europa/580397/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/01/disperato-viaggio-di-letta-in-europa/580397/#comments</comments> <pubDate>Wed, 01 May 2013 16:06:53 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Angela Merkel]]></category> <category><![CDATA[Bruxelles]]></category> <category><![CDATA[Deficit]]></category> <category><![CDATA[Fiscal Compact]]></category> <category><![CDATA[Francois Hollande]]></category> <category><![CDATA[Governo Letta]]></category> <category><![CDATA[Herman Van Rompuy]]></category> <category><![CDATA[Manuel Barroso]]></category> <category><![CDATA[Mario Monti]]></category> <category><![CDATA[Olli Rehn]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=580397</guid> <description><![CDATA[Enrico Letta ha 48 ore per risolvere un problema molto più serio dei primi screzi interni alla maggioranza sull’Imu. É un’azione diplomatica quasi disperata, tra i molti danni del ritardo nella formazione del governo c’è che il premier si è ridotto all’ultimo per limitare i danni a Bruxelles. Il destino del governo Letta dipende in...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Enrico Letta ha 48 ore per risolvere un problema molto più serio dei primi <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/30/governo-letta-dibattito-sulla-fiducia-al-senato/579062/" target="_blank">screzi interni alla maggioranza sull’<strong>Imu</strong></a>. É un’<strong>azione diplomatica</strong> quasi disperata, tra i molti danni del ritardo nella formazione del governo c’è che il premier si è ridotto all’ultimo per limitare i danni a <strong>Bruxelles</strong>.</p><p>Il destino del governo Letta dipende in gran parte dai numeri che il commissario europeo agli Affari economici e monetari <strong>Olli Rehn</strong> presenterà venerdì mattina alle 11, a Bruxelles: sono le stime di primavera della Commissione, previsioni su <strong>deficit</strong> e <strong>Pil</strong> condite con alcune righe di raccomandazioni. Letta ha bisogno che quelle raccomandazioni siano incoraggianti e spera che i numeri annuncino la chiusura della procedura d’infrazione cui è sottoposta l’Italia dal 2009 per deficit eccessivo. La Commissione quasi certamente certificherà che il deficit 2012 è stato al 3 per cento, rispettando i vincoli di Maastricht. Il problema è che Rehn, vedendo un deficit 2013 pericolosamente vicino al tetto (2,9 per cento nelle previsioni del governo, ma potrebbe essere superiore nei calcoli di Bruxelles) avrebbe tutte le ragioni per tenere in sospeso il giudizio sull’Italia e magari rimandare la chiusura della procedura a ottobre.</p><p>Il governo Letta così passerebbe i primi sei mesi di vita senza alcun margine di manovra, senza poter spendere un euro. Con le conseguenze di tenuta che si possono immaginare. La data in cui si prende la decisione è il<strong> 29 maggio</strong>, ma le premesse stanno nei numeri di venerdì. Per questo oggi Letta arriva a Bruxelles, incontra il presidente del Consiglio <strong>Herman van Rompuy</strong> e, domattina per colazione, il presidente della Commissione europea <strong>José Barroso</strong>. Gli chiederà di non infierire sull’Italia, spiegherà come intende muoversi e ribadirà <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/30/merkel-rigore-e-crescita-letta-dove-troviamo-soldi-problema-di-casa-nostra/579718/" target="_blank">quanto detto anche ieri a Berlino, in un gelido incontro con Angela Merkel: “Confermo che manterremo gli impegni. I modi e le forme con cui troveremo le risorse è roba di casa nostra e non devo spiegarla a nessuno”</a>. Tradotto in numeri: Letta sta promettendo di tenere il deficit 2013 sotto il 3 per cento.   </p><p>Eppure il premier avrebbe due strade diplomatiche, spiegano fonti di Bruxelles. La prima: spiegare a Barroso che il deficit italiano deve assolutamente superare il 3 per cento nel 2013, per arginare la recessione e pagare i debiti arretrati della <strong>pubblica amministrazione</strong>, e chiedere una dilazione di un paio d’anni per il rientro. Come hanno fatto il Portogallo, la Spagna e la Francia. Invece <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/29/nuovo-governo-discorso-di-enrico-letta-per-fiducia-ultima-opportunita/578337/" target="_blank">Letta pare intenzionato a seguire la strategia di <strong>Mario Monti</strong>: gli obiettivi di bilancio, e quindi la credibilità dell’Italia, non si discutono</a>. A qualunque costo. Le eventuali <strong>deroghe</strong> si ottengono, sulla base della virtù dimostrata e su voci specifiche (come è stato per lo 0,5 per cento di deficit che Monti ha strappato al Consiglio europeo del 15 marzo per pagare 40 miliardi di debiti arretrati). Questa seconda strada è molto faticosa e dall’esito incerto. Anche perché a Bruxelles per ora ci danno il beneficio del dubbio, ma aspettano di capire quante delle promesse (tante) di Letta nel suo discorso diventeranno voci di spesa.</p><p>Il portavoce di Olli Rehn ieri ha detto che “Abbiamo preso atto della dichiarazione di Letta sull&#8217;Imu, ma è presto per commentare, abbiamo bisogno di vedere i dettagli delle misure che verranno prese”. A Berlino, ieri, Letta si è trovato in sintonia con Angela Merkel nell’indicare il lavoro come priorità, “nuovo focus”, ha detto la cancelliera. Ma nella frase “il<strong> fiscal compact</strong> non è tutto, la politica deve portare lavoro in Europa” sarebbe troppo leggere aperture da parte della Merkel. Anche lei è in <strong>campagna elettoral</strong>e ed è più sensibile ai disoccupati, ma soltanto di quelli tedeschi. Oggi Letta vede anche François Hollande, a Parigi. Ma l’impopolarità domestica del presidente francese e la sua strategia pasticciata a livello europeo hanno lasciato l’Italia da sola a confrontarsi con Berlino e Bruxelles. Monti è riuscito a lungo a sfruttare a suo vantaggio il peso di Parigi mascherando le fragilità di Hollande, per Letta, da tempo lontano dai corridoi brussellesi, sarà più difficile.   </p><p>Twitter @stefanofeltri</p><p><em>il Fatto Quotidiano, 1 Maggio 2013</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/01/disperato-viaggio-di-letta-in-europa/580397/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Governo Letta, la prima cambiale pagata al Caimano</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/30/governo-letta-prima-cambiale-pagata-al-caimano/579614/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/30/governo-letta-prima-cambiale-pagata-al-caimano/579614/#comments</comments> <pubDate>Tue, 30 Apr 2013 14:55:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Disoccupazione]]></category> <category><![CDATA[Enrico Letta]]></category> <category><![CDATA[Esodati]]></category> <category><![CDATA[Europa]]></category> <category><![CDATA[Governo Letta]]></category> <category><![CDATA[Imu]]></category> <category><![CDATA[Lavoro]]></category> <category><![CDATA[PD]]></category> <category><![CDATA[PDL]]></category> <category><![CDATA[Precari]]></category> <category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=579614</guid> <description><![CDATA[La politica è l’arte di scegliere come distribuire risorse scarse sapendo che non si possono accontentare tutti. Che qualcuno protesterà, ma non sempre chi urla più forte ha anche ragione. Il governo di Enrico Letta nasce invece promettendo tutto a tutti. Il primo risultato concreto lo incassano Silvio Berlusconi e il suo Pdl che avevano...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La politica è l’arte di scegliere come distribuire <strong>risorse</strong> scarse sapendo che non si possono accontentare tutti. Che qualcuno protesterà, ma non sempre chi urla più forte ha anche ragione. Il <strong>governo di Enrico Letta</strong> nasce invece promettendo tutto a tutti. Il <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/30/governo-letta-dibattito-sulla-fiducia-al-senato/579062/" target="_blank">primo risultato concreto lo incassano <strong>Silvio Berlusconi</strong> e il suo <strong>Pdl</strong> che avevano vincolato la fiducia alla cancellazione dell&#8217;<strong>Imu</strong></a>.</p><p>L’odiata imposta sugli immobili viene sospesa, a <strong>giugno</strong> non si pagherà in attesa di una riforma complessiva. Eppure Letta impronta il suo discorso di insediamento su un’altra linea: la priorità del Paese è il <strong>lavoro</strong>, la coesione sociale dipende dalla capacità del governo di arginare il numero dei disoccupati. Non c’è razionalità economica nel cominciare invece dall&#8217;Imu. Secondo i calcoli del centro studi <strong>Nens</strong>, bastano 400 milioni di euro per esentare dall&#8217;Imu il 20 per cento degli italiani più poveri, restituendo loro anche quanto pagato nel 2012. Per ragioni elettorali Berlusconi impone invece un’operazione da almeno <strong>2 miliardi</strong> (4 se si arriva alla abolizione completa, 8 restituendo le quote 2012). Il <strong>Pd</strong> subisce, incapace perfino di ricordare che aveva proposto più o meno la stessa cosa prima del voto. Non c’è un solo economista in buona fede che veda nell’Imu l’origine dei mali italiani. Anche il Berlusconi di una volta chiedeva di spostare le tasse dalle persone alle cose, meglio penalizzare la ricchezza improduttiva piuttosto che imprenditori e lavoratori.</p><p>Ma il problema è che le <strong>larghe intese</strong> sono in realtà uno stretto cappio al collo di Letta. Il nuovo premier dimostra di avere la caratura per il compito che è chiamato a svolgere: ha una solida convinzione europeista, rinnega l’approccio da ragioniere che ha caratterizzato spesso il governo Monti, con stangate a ogni zero virgola di <strong>deficit</strong> in più, capisce l’esigenza di rinnovamento, nel Palazzo e fuori. Ma l’ampiezza della coalizione gli impone di aprire un libro dei sogni in cui non ci sono cifre ma soltanto suggestioni. <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/29/governo-letta-promesse-del-nuovo-premier-costeranno-oltre-20-miliardi/578477/" target="_blank">I soli interventi quantificabili valgono almeno <strong>10 miliardi</strong>, che diventeranno molti di più se ai tanti annunci seguiranno provvedimenti concreti. Dove si trovano i soldi?</a> Letta non chiede sacrifici, non annuncia patrimoniali o liberalizzazioni che potrebbero preoccupare le lobby, ma promette: ai giovani, ai pensionati, agli assunti, ai disoccupati, agli <strong>esodati</strong>, ai precari, ai produttori di energia rinnovabile. I “saggi” riuniti da Napolitano avevano un altro approccio: i soldi disponibili devono andare ai redditi da lavoro più bassi, inutile disperdere le poche risorse tra mille voci. Ma ora sono tornati i politici che amano l’effetto annuncio.</p><p>Enrico Letta prende impegni che sa di non poter mantenere. Ma d’altra parte, il Pd aveva anche promesso che non si sarebbe mai alleato con Berlusconi. E gli elettori ormai hanno capito quanto possono fidarsi.</p><p><em>il Fatto Quotidiano, 30 Aprile 2013</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/30/governo-letta-prima-cambiale-pagata-al-caimano/579614/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La pericolosa rivoluzione di Giorgio II</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/22/pericolosa-rivoluzione-di-giorgio-ii/572220/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/22/pericolosa-rivoluzione-di-giorgio-ii/572220/#comments</comments> <pubDate>Mon, 22 Apr 2013 17:18:49 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Elezione Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Giorgio Napolitano]]></category> <category><![CDATA[Movimento 5 Stelle]]></category> <category><![CDATA[Presidenzialismo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=572220</guid> <description><![CDATA[Lui si commuove, i partiti applaudono. Eppure non c&#8217;è alcuna ragione di celebrare questa sobria e un po&#8217; triste cerimonia con cui Giorgio Napolitano ha giurato, per la seconda volta, da presidente della Repubblica. Ne è consapevole anche lo stesso capo dello Stato che ha rifiutato i corazzieri e la macchina scoperta: non è il...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Lui si commuove, i partiti applaudono. Eppure non c&#8217;è alcuna ragione di celebrare questa sobria e un po&#8217; triste cerimonia con cui <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/22/napolitano-giorno-del-giuramento/571843/" target="_blank">Giorgio Napolitano ha giurato, per la seconda volta, da presidente della Repubblica</a>. Ne è consapevole anche lo stesso capo dello Stato che ha rifiutato i corazzieri e la macchina scoperta: non è il momento per il fasto e per i bagni di folla. Perché quello che si è celebrato oggi a Montecitorio è il <strong>funerale della seconda Repubblica</strong>, senza che la politica dimostri alcuna prospettiva di resurrezione nella Terza.</p><p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">La novità più rilevante è il passaggio dell&#8217;Italia a un <strong>presidenzialismo di fatto</strong>: Napolitano ha spiegato che la sua permanenza al Quirinale dipende da due variabili: da quanto lo sosterranno le forze e da come si comporteranno i partiti. Se non collaborano, ha lasciato intendere, lui non si sente più vincolato a restare.</p><p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Questo ha una conseguenza molto concreta: chi volesse sfiduciare il nascente “governo del presidente”, porterebbe alle dimissioni anche il capo dello Stato, non soltanto il premier. <strong>E&#8217; uno schema alla francese</strong>: il primo ministro è un emissario del presidente, vero punto di riferimento. Non è una novità da poco. Anche perché è combinata con un <strong>elemento monarchico</strong>: la tenuta dell&#8217;istituzione è legata a quella della persona che la incarna, la salute del Quirinale dipende da quella di Napolitano (che appare in gran forma, ma ha pur sempre 88 anni). Il Vaticano ha appena sperimentato il trauma profondo che deriva dal legare l&#8217;istituzione – che per sua natura trascende le persone – alla fragilità del corpo.</p><p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">La combinazione di questi due elementi porta l&#8217;Italia in un territorio inesplorato. Come dimostra il fatto che ormai non ci sia più alcuna <em>suspense</em> su chi andrà a palazzo Chigi. Tanto la sede del governo si è spostata al Quirinale.</p><p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><strong>Poi ci sono i partiti</strong>. Napolitano è stato durissimo con tutti mentre i parlamentari applaudivano. Come se le accuse di inconcludenza, di corruzione, di irresponsabilità riguardassero un altro Parlamento e non questo che è stato incapace di fare una legge elettorale decente, di scegliere un governo, di trovare un nuovo presidente della Repubblica. Applaudivano, si alzavano in piedi, accennavano a ovazioni. Ma la riconferma di Napolitano <strong>sancisce l&#8217;inconcludenza di questa classe politica</strong> che, come sempre, deflette ogni critica, pensando che sia colpa di qualcun altro, o magari del fato.</p><p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Il primo bilancio, comunque, è questo:<strong> il Pd ne esce distrutto</strong>, il capo dello Stato ha addossato a Bersani il peso della paralisi. <strong>Silvio Berlusconi è trionfante</strong>: come sempre Napolitano ha invocato pacificazione e dialogo, cioè larghe intese, cioè quello che il Cavaliere sperava (almeno nell&#8217;immediato, lasciando che il centrosinistra finisca di autodistruggersi, prima di chiamare nuove elezioni e riportare il Pdl al potere, magari dopo che una riforma della Costituzione avrà consentito l&#8217;elezione diretta del capo dello Stato, cioè di Berlusconi stesso).</p><p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Al <strong>Movimento Cinque Stelle</strong> viene riconosciuta la dignità e la legittimità di principale (per non dire unica) forza di opposizione. Certo, Napolitano ha invitato a evitare atteggiamenti fideistici verso la Rete, perché la democrazia ha bisogno di persone concrete e di confronto. E ha anche criticato la contrapposizione “tra piazza e Parlamento”, ma soltanto per poi sottolineare che il M5S ha scelto di incanalare il suo impegno proprio nelle istituzioni, invece che contro di esse. Non è escluso che ci sia stato un ruolo di Napolitano nella scelta di Grillo di evitare la “marcia su Roma”, usando la sua presa sul movimento per contenere la protesta invece che per cavalcarla. Cosa che avrebbe potuto fare senza fatica.</p><p style="text-align: left;" align="JUSTIFY">Non comincia una nuova fase, con questo discorso. Ma il sistema politico si è preso un anno o forse due in più di tempo. Una <strong>camera di compensazione</strong> che è parsa l&#8217;unica alternativa all&#8217;anarchia. Sperando che qualcosa sblocchi lo stallo: o il cambio dei protagonisti (con Barca o Renzi al posto di Bersani, prima o poi con l&#8217;uscita di Berlusconi) o un riassetto dei partiti e quindi delle alleanze (il Pd non pare in grado di reggere ancora a lungo) o dello scenario internazionale (un peggioramento o un miglioramento della situazione economica avranno il loro peso).</p><p style="text-align: left;" align="JUSTIFY"><strong>Non siamo più vicini, insomma, alla soluzione dei problemi che ci hanno portato fin qui</strong>. Ma la reazione del sistema, con ulteriori strappi e forzature in direzione presidenziale, potrebbe essere la premessa di ulteriori crisi future. </p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/22/pericolosa-rivoluzione-di-giorgio-ii/572220/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>I numeri sbagliati dell&#8217;austerità (e degli economisti)</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/19/i-numeri-sbagliati-dellausterita-e-degli-economisti/568691/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/19/i-numeri-sbagliati-dellausterita-e-degli-economisti/568691/#comments</comments> <pubDate>Fri, 19 Apr 2013 14:32:32 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Austerity]]></category> <category><![CDATA[Crescita Economica]]></category> <category><![CDATA[Debito Pubblico]]></category> <category><![CDATA[Economia]]></category> <category><![CDATA[Economisti]]></category> <category><![CDATA[Etica]]></category> <category><![CDATA[Fondo Monetario Internazionale]]></category> <category><![CDATA[Harvard]]></category> <category><![CDATA[Pil]]></category> <category><![CDATA[Statistiche]]></category> <category><![CDATA[Tasso di Crescita]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=568691</guid> <description><![CDATA[Da un paio di giorni la comunità degli economisti è sconvolta. Si è scoperto che uno degli articoli scientifici più influenti degli ultimi anni – oltre 2000 citazioni – era sbagliato. Nel 2010, Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart di Harvard presentano un paper che sembra dare basi scientifiche e inconfutabili alle politiche di austerità: confrontano molti Paesi,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div><div>Da un paio di giorni la comunità degli economisti è sconvolta. Si è scoperto che uno degli articoli scientifici più influenti degli ultimi anni – oltre 2000 citazioni – era sbagliato. Nel 2010, <strong>Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart di Harvard</strong> presentano <a href="http://www.nber.org/papers/w15639.pdf" target="_blank">un paper che sembra dare basi scientifiche e inconfutabili alle <strong>politiche di austerità</strong></a>: confrontano molti Paesi, tra il 1945 e il 2009, e scoprono che quelli con i conti più in ordine, cioè con un debito sotto il 30 per cento del Pil, sono cresciuti in media del 4,1 per cento. Quelli con debito tra il 30 e il 90 del Pil del 2,8. Invece quelli con più del 90 per cento (tipo l’Italia) hanno avuto una crescita media negativa, -0,1. Traduzione di <strong>politica economica</strong>: quando il debito diventa troppo elevato, il cappio degli interessi porta il Paese in recessione. Dunque <strong>ridurre il debito pubblico a colpi di tagli e tasse</strong> è, per quanto sgradevole, necessario per tornare alla prosperità.</div><p>Tre anni dopo, due professori della Amherst in Massachusetts, Robert Pollin e Michael Ash affidano a un loro <strong>studente, Thomas Herndon</strong>, un esercizio classico ma poco praticato: prendere i dati su cui si basa una famosa ricerca e rifare i conti, come forma di esercizio (quello che dovrebbero fare, ma spesso non fanno, le riviste accademiche prima di pubblicare gli articoli). <a href="http://www.peri.umass.edu/fileadmin/pdf/working_papers/working_papers_301-350/WP322.pdf" target="_blank">Risultato: i conti di Rogoff e Reinhart <strong>erano sbagliati</strong></a>, pare per colpa di un problema del software Excel che ha escluso alcuni Paesi e alcuni anni che avrebbero cambiato il risultato. I “revisori” ottengono infatti numeri assai differenti: i Paesi con il debito sopra il 90 per cento sono cresciuti, in media, il <strong>2,2 per cento all&#8217;anno</strong> invece che -0,1 come stimato da Rogoff e Reinhart. Forse un po’ poco, ma niente di drammatico. Nessun politico rischierebbe la rielezione per imporre tagli e aumenti delle imposte sapendo che un debito alto comporta soltanto una crescita un po’ più bassa.</p><p>I due economisti di Harvard, che hanno usato le loro ricerche per un best-seller internazionale<em>, &#8216;Questa volta è diverso&#8217;</em> (Il Saggiatore), ammettono gli errori ma si difendono così: anche nella nuova versione i calcoli dimostrano che i Paesi ad alto debito crescono in media meno di quelli con debiti bassi. Forse è vero. Ma questo ci permette di dire con sicurezza che<strong> alto debito e bassa crescita spesso si riscontrano assieme</strong>. Ma non è detto che il debito sia la causa della scarsa crescita. Potrebbe anche essere il contrario.</p><p>Comunque, grande scandalo: <strong>Paul Krugman</strong>, sul suo blog, <a href="http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/04/18/correlation-causality-and-casuistry/" target="_blank">smonta con gusto tutto il lavoro di Reinhart e Rogoff</a>. Così come pochi mesi fa aveva assistito compiaciuto al <a href="http://www.imf.org/external/pubs/cat/longres.aspx?sk=40200.0" target="_blank">mea culpa di Olivier Blanchard</a>, il capo economista del Fondo monetario internazionale: dopo aver spinto per anni per il rigore e la riduzione del deficit, al Fmi si sono accorti che avevano sbagliato i moltiplicatori. Cioè che ogni taglio alla spesa pubblica in tempo di recessione aveva conseguenze sul Pil più gravi del previsto.</p><p>In alcuni blog il caso Rogoff&amp;Reinhart è presentato come la <strong>definitiva perdita di credibilità</strong> degli economisti. Ma se l’economia ambisce a essere una scienza (sia pure sociale), deve sottoporsi al requisito minimo di Karl Popper: le teorie devono essere falsificabili, altrimenti sono richieste di fede. Da quando l’economia si è separata dalla filosofia e dall&#8217;etica per sposare la statistica ed evolversi in econometria, le idee devono camminare sui numeri. E <strong>se i numeri non le confermano, le idee vanno cambiate</strong>.</p><p>Quindi, tutto sommato, il grande scandalo è in realtà una buona notizia: uno studente qualsiasi può smentire i luminari di Harvard e, se ha ragione, loro devono chiedere scusa, non c’è principio di autorità che tenga. Però a differenza di altre scienze, il laboratorio dell’economia è la società: il prezzo degli errori <strong>lo pagano le persone</strong>.</p><p>In questi anni molti politici hanno trovato comodo usare gli economisti come oracoli, usando locuzioni come “lo dice anche l’Ocse” (o il Fmi o la Bce) per troncare qualunque dibattito. Ma gli economisti possono sbagliare. E se l’unico fondamento di certe politiche è un’equazione, caduta quella il politico non ha più nulla da dire. Perché aveva delegato ad altri, a tecnici lontani dagli elettori, il compito di elaborare la politica economica. Il dibattito sul rigore e sulle politiche espansive continuerà (dura almeno dalla crisi del 1929). Ma il momento dei sostenitori dell’ortodossia del rigore sembra avviarsi alla fine.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 19 aprile 2013</em></p><p><em>@StefanoFeltri</em></p></div><div> </div> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/19/i-numeri-sbagliati-dellausterita-e-degli-economisti/568691/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Reddito minimo garantito, il sogno che passi in Parlamento</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/17/reddito-minimo-garantito-sogno-che-passi-in-parlamento/565428/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/17/reddito-minimo-garantito-sogno-che-passi-in-parlamento/565428/#comments</comments> <pubDate>Wed, 17 Apr 2013 10:37:15 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Ammortizzatori Sociali]]></category> <category><![CDATA[Campagna Elettorale]]></category> <category><![CDATA[Inps]]></category> <category><![CDATA[Maternità]]></category> <category><![CDATA[Movimento 5 Stelle]]></category> <category><![CDATA[Parlamento]]></category> <category><![CDATA[PD]]></category> <category><![CDATA[Pensioni di Invalidità]]></category> <category><![CDATA[Reddito Minimo Garantito]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=565428</guid> <description><![CDATA[Adesso la proposta di legge c’è e alla Camera si può discutere di reddito minimo garantito. Il comitato che da anni propone di dare a tutti i cittadini almeno 600 euro al mese ha portato a Montecitorio le 50 mila firme necessarie al sostegno della legge di iniziativa popolare. Il presidente della Camera Laura Boldrini,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Adesso la proposta di legge c’è e alla Camera si può discutere di <strong>reddito minimo garantito</strong>. <a href="http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/04/15/montecitorio-sit-in-dei-deputati-m5s-sel-e-pd-uniti-per-reddito-minimo-garantito/228434/" target="_blank">Il comitato che da anni propone di dare a tutti i cittadini almeno 600 euro al mese</a> ha portato a Montecitorio le <strong>50 mila firme</strong> necessarie al sostegno della legge di iniziativa popolare. Il presidente della Camera <strong>Laura Boldrini</strong>, che ora deve certificare la validità delle firme e poi eventualmente sollecitare il Parlamento a discuterne, ha accolto così il comitato “Reddito minimo x tutti e x tutte”: “Il reddito minimo garantito è uno dei temi che ho portato avanti con più convinzione in <strong>campagna elettorale</strong>. Il vostro sforzo va nella direzione di trovare una soluzione a chi oggi è disperato”.</p><p>Se alla Camera i deputati se ne occuperanno davvero, sarà quello presentato il testo da cui partire. Il <strong>Movimento Cinque Stelle</strong> ha il reddito minimo ai primi posti del suo programma, ma non ha mai articolato una proposta. Non ha mai neppure precisato quale delle tante ipotesi di reddito minimo abbraccia. Idem il <strong>Partito democratico</strong>. Il segretario Pier Luigi Bersani lo ha incluso negli <strong>otto punti</strong> con cui cercava l’intesa con il M5s, ma senza dare dettagli. E comunque il partito lo considera un punto non certo urgente: tra manovra correttiva da otto miliardi, aumento dell’<strong>Iva</strong> da evitare (4 miliardi) e <strong>Tares</strong> da gestire, non ci sono le condizioni. Però il testo di legge in Parlamento ci sarà e ricalca la proposta elaborata dalla più esperta delle associazioni parte del comitato, il <strong>Basic Income Network,</strong> che studia il tema da anni.</p><p>L’idea sembra semplice e allettante: dare “a tutti gli individui (inoccupati, disoccupati, precaria-mente occupati)” un assegno mensile di 600 euro, che cresce fino a un massimo di 1.900 per chi ha cinque figli a carico. Non è esattamente l’idea più grillina (il reddito di cittadinanza), quanto una forma di <strong>ammortizzatore sociale</strong> per chi non ha un lavoro e la cui erogazione è vincolata alla ricerca attiva di lavoro. Il beneficiario non può rifiutare l’offerta di un posto coerente con le proprie competenze o perde il sussidio. I <strong>vantaggi</strong> sono molteplici, su tutti quello di garantire una <strong>protezione</strong> a tutti i lavoratori, inclusi gli autonomi e i precari, che in Italia sono da sempre i meno tutelati.</p><p>La domanda ovvia è: <strong>chi lo paga questo reddito garantito</strong>? La proposta di legge si limita a indicare che l’assegno deve essere erogato dall&#8217;<strong>Inps</strong> e a carico della fiscalità generale, cioè pagato dalle tasse. Quanto costa non è indicato, ma il Basic Income Network lo ha calcolato: a spanne 20 miliardi di euro all&#8217;anno. Circa 15,5 già li spendiamo per gli ammortizzatori sociali, dirottando quelle risorse sul reddito minimo ne mancherebbero altri 5, tanti ma non tantissimi. I sostenitori del reddito minimo non sottolineano però un passaggio decisivo: per assicurare i 600 euro a tutti ci vuole un’<strong>impresa politicamente titanica</strong>, cioè la complessiva <strong>riforma</strong> degli ammortizzatori sociali (per la quale viene prevista una legge delega). La proposta portata ieri alla Camera indica quali aiuti dovrebbero essere ridimensionati o scomparire: assegni e pensioni sociali, assegno ai nuclei familiari numerosi e quello di <strong>maternità</strong> base, le pensioni di <strong>invalidità</strong>, le social card, le pensioni per ciechi e sordi. Non si fa cenno alla cassa integrazione – indicata solo come non cumulabile – ma qualche ripercussione inevitabile ci sarebbe. Tutto è possibile, ma una drastica revisione dell’assistenza in Italia non si annuncia facile. Fino a ieri era un dibattito interno al M5s e ad alcuni gruppi di economisti. Da ora spetta al Parlamento decidere se provarci o riservare anche a questa il destino che tocca a tutte le leggi di iniziativa popolare: l’indifferenza e l’oblio.</p><p>Twitter @stefanofeltri</p><p><em>il Fatto Quotidiano, 16 Aprile 2013</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/17/reddito-minimo-garantito-sogno-che-passi-in-parlamento/565428/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Quirinale, effetto Gabanelli</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/16/quirinale-effetto-gabanelli/564087/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/16/quirinale-effetto-gabanelli/564087/#comments</comments> <pubDate>Tue, 16 Apr 2013 09:54:05 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Anna Finocchiaro]]></category> <category><![CDATA[Elezione Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Emma Bonino]]></category> <category><![CDATA[Giuliano Amato]]></category> <category><![CDATA[Milena Gabanelli]]></category> <category><![CDATA[Movimento 5 Stelle]]></category> <category><![CDATA[Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Quirinarie]]></category> <category><![CDATA[Report]]></category> <category><![CDATA[Romano Prodi]]></category> <category><![CDATA[Stefano Rodotà]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=564087</guid> <description><![CDATA[Parliamoci chiaro: la candidatura di Milena Gabanelli alla presidenza della Repubblica ha un senso? A me sembra di no. Milena è una grande giornalista, Report ha un ruolo insostituibile nella televisione pubblica (anche se, per non fare torto a nessuno, va ricordato che è un lavoro di squadra) e, in generale, nell&#8217;informazione italiana. Ma qui...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Parliamoci chiaro: <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/16/presidente-della-repubblica-milena-gabanelli-candidato-scelto-da-m5s/563971/" target="_blank">la candidatura di <strong>Milena Gabanelli</strong> alla presidenza della Repubblica</a> ha un senso? A me sembra di no. Milena è una grande giornalista, <strong>Report</strong> ha un ruolo insostituibile nella <strong>televisione pubblica</strong> (anche se, per non fare torto a nessuno, va ricordato che è un lavoro di squadra) e, in generale, nell&#8217;informazione italiana. Ma qui non si tratta di mettere un “like” su Facebook o concedere un retweet su Twitter: le “<strong>quirinarie</strong>”, per quanto pasticciate e poco trasparenti, sono state un&#8217;operazione politica. Che avrà ripercussioni molto concrete.</p><p>La linea scelta dal <strong>Movimento 5 Stelle</strong>, al momento, favorisce l&#8217;intesa <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/15/presidente-repubblica-amato-e-nome-pdl-per-abbattere-bersani/563419/" target="_blank"><strong>Pd-Pdl</strong> su un nome di compromesso (altro che cambiamento). Come quello di <strong>Giuliano Amato</strong></a>. Se gli scenari ancora peggiori, quelli di una <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/15/quirinale-esclusa-finocchiaro-replica-a-renzi-attacco-miserabile/562701/" target="_blank">Anna Finocchiaro o Franco Marini, sembrano scongiurati, il merito è di <strong>Matteo Renzi</strong></a> tornato in versione rottamatore. Amato è un nome discusso, ma almeno nel suo <strong>curriculum</strong> ci sono esperienze e titoli che legittimano l&#8217;aspirazione al Colle. In quelli di Finocchiaro e Marini è assai più difficile trovare qualcosa di simile.</p><p>La scelta della Gabanelli, invece, significa che il M5S si chiama <strong>fuori dalla partita</strong> fino alla quarta votazione, quando si comincia a decidere a maggioranza e, per allora, le ipotesi di inciucio Pd-Pdl saranno state vagliate e scartate. E, a quel punto, liberi tutti: il M5S potrà applicare la logica del <strong>meno peggio</strong> convergendo su <strong>Romano Prodi</strong> o, chissà, <strong>Emma Bonino</strong>. Ma Pd e Pdl possono anche trovare un accordo al primo turno, rendendo inutile e simbolica tutta la tattica del Movimento.</p><p>Il M5S poteva scegliere un nome forte, che costringesse il Pd a rendersi conto che ci sono fin dall&#8217;inizio altre maggioranze possibili rispetto a quella con il Pdl, riportare un po&#8217; di buon senso tra partiti ormai ubriachi di autoreferenzialità. Poteva indicare <strong>Prodi</strong>, per il suo profilo internazionale, perché il suo governo è stato l&#8217;ultimo decente e con tanti galantuomini (c&#8217;era Mastella, ma c&#8217;era anche Tommaso Padoa-Schioppa), perché ha battuto Silvio Berlusconi. Oppure potevano indicare <strong>Stefano Rodotà</strong>, giurista autorevole, ma soprattutto uno dei rari custodi di quel senso civico e di quegli ideali di cui questo Paese allo sbando ha bisogno, ma chissà se hanno provato a leggere l&#8217;ultimo straordinario libro di Rodotà, “Il diritto di avere diritti”.</p><p>Purtroppo ha prevalso un&#8217;altra logica. Quella, appunto, del “like” su Facebook: voto chi mi piace, perché lo vedo in <strong>tv</strong>. Non è politica.</p><p>Se poi alla presidenza della Repubblica arriverà Giuliano Amato o qualcuno di molto peggio, molti elettori grillini non saranno contenti. E neppure molti del Pd. La colpa verrà attribuita, alla pari, tra Pd, Pdl e M5S.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/16/quirinale-effetto-gabanelli/564087/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il mistero glorioso dello spread basso</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/12/mistero-glorioso-dello-spread-basso/560601/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/12/mistero-glorioso-dello-spread-basso/560601/#comments</comments> <pubDate>Fri, 12 Apr 2013 14:13:02 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Buoni del Tesoro]]></category> <category><![CDATA[Disoccupazione]]></category> <category><![CDATA[Imu]]></category> <category><![CDATA[Iva]]></category> <category><![CDATA[Mario Monti]]></category> <category><![CDATA[Spread]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=560601</guid> <description><![CDATA[Sembra un miracolo: mentre la politica italiana si paralizza e l’economia reale peggiora, lo spread tra i titoli italiani a 10 anni e quelli tedeschi di pari durata resta basso: 300 punti. I “bond vigilantes”, gli occhiuti mercati che da un paio d’anni dettano l’agenda ai governi si sono forse addormentati? O la cura Monti...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div>Sembra un miracolo: mentre la politica italiana si paralizza e l’economia reale peggiora, lo spread tra i titoli italiani a 10 anni e quelli tedeschi di pari durata resta basso:<strong> 300 punti</strong>. I “bond vigilantes”, gli occhiuti mercati che da un paio d’anni dettano l’agenda ai governi si sono forse addormentati? O la cura Monti è stata così efficace da allontanare ogni timore?</div><p>Da parte dei mercati c’è una “educata cortesia”, come la chiama il professor <strong>Franco Bruni</strong> della Bocconi: aspettano di capire se lo stallo attuale dei partiti sboccherà in un governo di grande coalizione (che agli investitori piace sempre) o in elezioni anticipate. Il secondo scenario potrebbe scatenare un po’ di panico perché, come dimostra il <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/10/consiglio-dei-ministri-via-libera-al-documento-di-economia-e-finanza/557928/" target="_blank">Documento di economia e finanza</a> appena presentato dal governo, ci sono molte decisioni di politica economica da prendere – dall’aumento dell’Iva al destino dell’Imu – e un ritorno al voto significherebbe lasciar andare il fisco col pilota automatico. L’aumento dell’Iva scatterà penalizzando i consumi e, se l’Imu non viene esplicitamente riconfermata dal Parlamento, dal 2015 sparirà causando un buco di decine di miliardi di euro. I vincoli di bilancio, infatti,<strong> vanno governati</strong>: nel breve periodo rassicurano i mercati, nel lungo diventano un problema se non gestiti con una linea politica chiara. Per il momento, comunque, gli investitori ci osservano senza troppa preoccupazione. Anche perché la quantità di debito pubblico italiano in mano a soggetti esteri si è molto ridotta: nel giugno 2011 era il 46,8 per cento del totale, un anno dopo soltanto il 27,8 (i Btp se li sono accollati le banche italiane).</p><p>E che ha ancora Buoni del Tesoro non è così propenso a venderli: “Molti investitori cercano ancora la sicurezza. Ma negli ultimi mesi si registra una maggiore capacità di assorbire il rischio, si cercano prodotti con un rapporto rischio rendimento interessante”, spiega <strong>Angelo Drusiani</strong>, gestore obbligazionario di Banca Albertini Syz. I titoli italiani piacciono perché rendono ancora abbastanza e sono considerati relativamente a basso rischio. I soldi per investire non sono un problema : il mercato è inondato di liquidità. Non soltanto quella arrivata dalla Bce (i 1.000 miliardi del finanziamento Ltro alle banche a inizio 2012, restituiti solo in piccola parte) ma soprattutto quella frutto dell’aggressiva politica della <strong>Banca del Giappone</strong>: il nuovo governatore Haruhiko Kuroda ha annunciato il raddoppio della base monetaria entro fine 2014, con acquisti massicci di titoli di Stato. Lo yen continua quindi a indebolirsi mentre l’euro resta forte, a 1,3067 dollari. Le imprese che pagano stipendi in euro e vendono in altra valuta ne risentono in termini di competitività, ma i titoli di Stato dei Paesi dell’Eurozona diventano un investimento più appetibile per chi si indebita in yen. Merito anche della Federal Reserve americana che continua il suo <em>quantitative easing</em>, cioè, di fatto, stampa dollari, riducendo il valore della divisa americana. Come sempre in queste situazioni ci sono molti economisti che esultano e pochi che avvertono dei pericoli: troppa liquidità alimenta le bolle speculative e confonde la percezione del rischio. Ma nell’immediato gli effetti dell’alluvione di liquidità sono positivi e permettono all’Italia di respirare, dal lato del debito. Tanto che ieri il premier <strong>Mario Monti</strong> ha replicato con decisione a un rapporto della Commissione europea sulle fragilità dell’Italia: “In questo momento, l&#8217;Italia non sta contagiando nessuno”. Il fatto che la pressione finanziaria si sia allentata non basta però a far ripartire l’economia reale e così la disoccupazione continua ad aumentare.</p><p>Twitter: @stefanofeltri</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 12 aprile 2013</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/12/mistero-glorioso-dello-spread-basso/560601/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Documento economico finanziario, dopo Monti torneranno i conti?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/11/documento-economico-finanziario-dopo-monti-torneranno-i-conti/559697/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/11/documento-economico-finanziario-dopo-monti-torneranno-i-conti/559697/#comments</comments> <pubDate>Thu, 11 Apr 2013 15:54:12 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[DEF]]></category> <category><![CDATA[Deficit Pubblico]]></category> <category><![CDATA[Governo Monti]]></category> <category><![CDATA[Imu]]></category> <category><![CDATA[Pil]]></category> <category><![CDATA[Unione Europea]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=559697</guid> <description><![CDATA[La buona notizia è che siamo uno dei Paesi più virtuosi d’Europa, debito a parte. La cattiva è che una nuova manovra correttiva è ormai certa. Il governo Monti ha approvato ieri il documento più politico dell’anno, cioè il Documento di economia e finanza che è la base su cui si decidono eventuali interventi in...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div>La <strong>buona notizia</strong> è che siamo uno dei Paesi più virtuosi d’Europa, debito a parte. La <strong>cattiva</strong> è che una nuova manovra correttiva è ormai certa. Il governo Monti ha approvato ieri il <strong>documento più politico dell’anno</strong>, <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/10/consiglio-dei-ministri-via-libera-al-documento-di-economia-e-finanza/557928/" target="_blank">cioè il Documento di economia e finanza</a> che è la base su cui si decidono eventuali interventi in corso del 2013 e la legge di stabilità (la ex Finanziaria) per il 2014. “Data la particolare situazione in cui si trova l’Italia, il Def è un contributo work in progress”, dice il premier Mario Monti. Infatti chiunque arrivi dopo – ammesso che non tocchi ancora ai tecnici – dovrà trarre le conseguenze dai numeri presentati ieri e prendere qualche decisione politica su dove tagliare, dove tassare o come spiegare all’Unione europea che certi impegni non possono essere rispettati.</div><p>Il Def presenta infatti un equilibrio<strong> perfetto ma apparente</strong>: i due obiettivi europei da rispettare sono il deficit sotto il 3 per cento del Pil e il pareggio di bilancio strutturale (cioè dopo aver scorporato gli effetti della recessione). Per il primo siamo a posto: &#8211; 2,9 nel 2013, -1,8 nel 2014, -2,5 nel 2015. Molto più virtuosi della Francia. Ma c&#8217;è un problema: il governo stima che “a legislazione vigente” mancheranno 25 miliardi entro il 2017. Un buco nascosto? In parte: l&#8217;odiata<strong> Imu</strong> è stata introdotta nel 2011 in una formula “sperimentale” per tre anni. Se non verrà confermata, dal 2015 si tornerà alla Imu pre-Monti che vale attorno ai 10 miliardi di euro annui. Tradotto: il prossimo governo dovrà trovare almeno<strong> 15 miliardi dal 2015</strong> (e, visto che le leggi di stabilità abbracciano un arco di tre anni, il problema va risolto già nel 2013). Se invece i partiti – inclusa la montiana Scelta Civica- vorranno mantenere le promesse elettorali e rivedere l&#8217;Imu, almeno sulla prima casa, i miliardi da trovare cresceranno parecchio.</p><p>E&#8217; una mina pericolosa: questo Parlamento, probabilmente già in autunno, dovrà decidere se spiegare ai propri elettori che conferma l&#8217;Imu, magari rafforzandola, oppure rifilare una <strong>nuova sequela di tagli e tasse</strong>. Qualcosa bisognerà comunque fare e le ricette sono soltanto due: o si persegue la riduzione del deficit, o si cerca di far aumentare il Pil, con le sempre annunciate e mai ottenute riforme strutturali per la crescita. “Le tasse forse si potranno evitare, i tagli no”, dice Pier Paolo Baretta, vice presidente Pd della Commissione speciale alla Camera.</p><p>A complicare le cose c&#8217;è una<strong> lunga lista di ulteriori problemi</strong>: il debito sta continuando a salire, nel 2013 toccherà il picco (colpa anche del pagamento degli arretrati della pubblica amministrazione e degli aiuti internazionali a Grecia e fondo salva Stati) al<strong> 130,4 per cento del Pil</strong>, 10 punti in più che nel 2011. Poi dovrebbe gradualmente scendere. E questo sempre che sia fondata l&#8217;ottimistica previsione governativa di una recessione da -1,3 per cento nel 2013 seguita da un piccolo boom dell&#8217;economia nel 2014 da +1,3 per cento. Sempre che lo spread resti sotto controllo come in questi giorni: ieri il Tesoro ha venduto Bot a tre mesi al prezzo più basso di sempre, un tasso dello 0,243 per cento (mentre la Borsa volava a +3). Ciliegina: nel 2013 servono circa 7-8 miliardi per le spese non rinviabili, tipo il finanziamento della cassa integrazione in deroga, delle missioni internazionali e dei contratti degli statali precari. Se poi ci aggiungiamo pure l&#8217;aumento dell&#8217;Iva di luglio, che per il 2013 vale due miliardi circa, si arriva a una sfida di politica economica che per il prossimo esecutivo vale oltre <strong>32 miliardi di euro</strong>. Trovarli tutti con il metodo Monti applicato a fine 2011, cioè drastici tagli di spesa (sulle pensioni) e con nuove tasse s<strong>ignifica ammazzare l&#8217;economia</strong>.</p><p>La commissione europea, nel suo rapporto sugli squilibri macroeconomici diffuso ieri, è assai prudente sull&#8217;Italia: “Il debito elevato resta un grave problema dell’Italia, vulnerabile ai repentini cambiamenti dei mercati e permane quindi il rischio di contagio (“financial spillovers”) al resto della zona Euro se si dovesse intensificare nuovamente la pressione sul debito italiano”. I problemi immediati sono altri: le banche fragili, il Pil sette punti sotto il livello del 2008, il rigore che non si può allentare e quindi la crescita che non può ripartire. Tutti problemi per i quali il governo Monti può fare poco, più passa il tempo più diventa complessa l&#8217;agenda del prossimo governo, di qualunque colore politico sia.</p><p><em>Twitter @stefanofeltri</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/11/documento-economico-finanziario-dopo-monti-torneranno-i-conti/559697/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>I miracoli di SuperMario Draghi sono finiti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/05/miracoli-di-supermario-draghi-sono-finiti/552901/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/05/miracoli-di-supermario-draghi-sono-finiti/552901/#comments</comments> <pubDate>Fri, 05 Apr 2013 15:11:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[Crisi Cipro]]></category> <category><![CDATA[Crisi Economica]]></category> <category><![CDATA[Debiti Pubblica Amministrazione]]></category> <category><![CDATA[Eurogruppo]]></category> <category><![CDATA[Italia]]></category> <category><![CDATA[Mario Draghi]]></category> <category><![CDATA[Unione Europea]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=552901</guid> <description><![CDATA[Non aspettatevi che adesso arrivi la Bce in soccorso dell’Italia senza governo. Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ieri è stato molto chiaro: “Siamo pronti ad agire”. Ma non agisce. Sui mercati si era creata una grande attesa per la riunione mensile di ieri della Bce, con usuale conferenza stampa. Come minimo ci...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div>Non aspettatevi che adesso arrivi la Bce in soccorso dell’Italia senza governo. <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/04/draghi-ripresa-a-rischio-non-solo-rigore-anche-riforme-ambiziose/551490/" target="_blank">Il presidente della Banca centrale europea, <strong>Mario Draghi</strong>, ieri è stato molto chiaro: “Siamo pronti ad agire”</a>. Ma non agisce. Sui mercati si era creata una grande attesa per la riunione mensile di ieri della Bce, con usuale conferenza stampa. Come minimo ci si aspettava che Draghi abbassasse il costo del denaro, che è allo 0,75 per cento, oppure che annunciasse misure non convenzionali per garantire credito all’economia. Invece niente. Gli analisti capaci di cogliere ogni sfumatura nella gelida prosa draghiana sostengono che l’accenno a una “discussione estesa” nel Consiglio direttivo indica che il presidente potrebbe aver convinto qualche altro membro della necessità di tagliare i tassi. Ma per ora<strong> il costo del denaro non si muove</strong>.</div><p>Non solo: Draghi smentisce le voci su misure non convenzionali che aiutino le aziende. Spiega che molte piccole e medie imprese sono già state autorizzate a presentare i loro crediti come collaterale in Bce, per avere subito denaro fresco. Ma questo funziona bene in alcuni Paesi, male in altri. Come dire: <strong>nessun intervento generalizzato</strong>. Anche perché, spiega Draghi, allargare la lista dei titoli che si possono dare in garanzia serve nei Paesi in cui le aziende fanno molto ricorso al capitale di rischio invece funziona poco in quelli bancocentrici (come l’Italia). Giusto per spazzare via quel poco di ottimismo che ancora rimaneva sui mercati, Draghi ha anche avvertito dei “rischi al ribasso” che minacciano l’attesa ripresa prevista per la seconda metà del 2013.</p><p>Le borse registrano la delusione, Piazza Affari chiude in lieve rosso a -0,30, e <strong>all’improvviso Draghi sembra ingessato</strong>: da un lato deve difendere le misure straordinarie del passato (come il Ltro, i 1.000 miliardi dati alle banche a basso costo), dall’altro cercare il consenso dei falchi del rigore, Germania in testa. Ieri ha garbatamente rimproverato il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem che aveva indicato<strong> il caso Cipro</strong> come un modello di gestione della crisi. E ha definito “non molto smart” la prima versione del piano per Nicosia in cui erano colpiti anche i piccoli risparmiatori. Mentre l’Europa e la Bce si avvitano sulle faide interne, la Banca del Giappone inizia a fare sul serio: applicando il mandato del premier Shinzo Abe, il nuovo governatore Haruhiko Kuroda ha iniziato il mandato annunciando una politica monetaria espansiva senza precedenti. La base monetaria passerà dai 138 mila miliardi di yen di fine 2012 ai 270 mila miliardi di fine 2014. Così da indebolire la valuta giapponese favorendo le esportazioni e riducendo il costo del lavoro per gli investitori stranieri.</p><p><strong>L’Italia paralizzata osserva</strong>. Draghi si rifiuta di commentare la situazione politica, a proposito della telefonata ricevuta da Giorgio Napolitano si limita a dire che “ho risposto, è quello che fanno di solito gli esseri umani”. Poi, senza riferirsi direttamente all’Italia (anche se è a noi che sta pensando), ricorda che “la misura di stimolo più importante che un Paese possa dare è restituire gli arretrati, che in alcuni casi valgono diversi punti di Pil”.</p><p>L’impressione è che in Europa temano che, dopo le aperture strappate da Mario Monti, il governo non sia in grado di <strong>pagare davvero i 40 miliardi</strong> promessi alle imprese creditrici della Pubblica amministrazione. Il commissario europeo Olli Rehn sollecita “l’approvazione da parte del governo italiano di un decreto legge finalizzato ad affrontare l’urgente questione di un insopportabile debito commerciale dello Stato”. Come dire: noi siamo d’accordo, purché rispettiate il tetto del deficit al 3 per cento. Adesso sbrigatevi. Dopo l’imprevisto rinvio di mercoledì, il governo Monti dovrebbe riunire il Consiglio dei ministri nel weekend per approvare il decreto. Dobbiamo farcela da soli, senza aspettare miracoli da Francoforte o Bruxelles.</p><p><em> Twitter @stefanofeltri</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/05/miracoli-di-supermario-draghi-sono-finiti/552901/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Nuovo governo: lo stallo conviene a tutti, anche a Grillo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/30/nuovo-governo-stallo-conviene-a-tutti-anche-a-grillo/547519/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/30/nuovo-governo-stallo-conviene-a-tutti-anche-a-grillo/547519/#comments</comments> <pubDate>Sat, 30 Mar 2013 17:48:11 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category> <category><![CDATA[Giorgio Napolitano]]></category> <category><![CDATA[Mario Monti]]></category> <category><![CDATA[Matteo Renzi]]></category> <category><![CDATA[Nuovo Governo]]></category> <category><![CDATA[Pier Luigi Bersani]]></category> <category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=547519</guid> <description><![CDATA[Sorpresa: il nuovo governo non ci sarà. E quello di Mario Monti, ormai un esecutivo-zombie, un po&#8217; morto ma non del tutto, durerà almeno fino a maggio. Ma più probabilmente fino a luglio, o addirittura a ottobre, chissà. Il 15 aprile si comincia a scegliere il nuovo capo dello Stato. Che dovrebbe insediarsi dal 15...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/30/napolitano-non-mi-dimetto-proposte-programmatiche-da-due-gruppi-ristretti/547219/" target="_blank">Sorpresa: il nuovo governo non ci sarà.</a> E quello di <strong>Mario Monti</strong>, ormai un esecutivo-zombie, un po&#8217; morto ma non del tutto, durerà almeno fino a maggio. Ma più probabilmente fino a luglio, o addirittura a ottobre, chissà.</p><p>Il 15 aprile si comincia a scegliere il nuovo capo dello Stato. Che dovrebbe insediarsi dal 15 maggio. A quel punto il mister (o Mrs) X che sarà al <strong>Quirinale</strong>, riceverà Monti. Il premier rimetterà il mandato – di nuovo – e il capo dello Stato dovrà decidere che fare. Potrà nominare un “governo del Presidente” che abbia come programma quello minimo elaborato – si spera – dai <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/30/nuovo-governo-ecco-nomi-dei-saggi-scelti-da-napolitano/547479/" target="_blank">saggi che Giorgio Napolitano ha indicato oggi</a>. Oppure dovrà rassegnarsi a sciogliere le Camere. E i tecnici di Monti rimarranno nel frattempo ancora in carica per gli affari correnti, attraversando così tre legislature.</p><p>Sembra un disastro? In realtà questo scenario va bene a tutti. Vediamo perché.</p><p><strong>Silvio Berlusconi. </strong>Si presenta come uomo di Stato, è lui il vero “responsabile” che è pronto a far nascere ogni governo, era disposto a votare perfino Bersani. Nel caos attuale, può presentarsi come l&#8217;<strong>usato sicuro</strong>, deludente, certo, ma sempre meglio dei pasticcioni apparsi in seguito alla sua dipartita (tanto gli italiani hanno memoria breve, non si ricordano già più il <strong>Bunga Bunga</strong> e il <strong>default</strong> imminente). In questa fase di negoziato permanente, il Cavaliere sa di essere un interlocutore per tutti, uno dei pochi punti fermi. E quindi, spera, le <strong>Procure</strong> non oseranno chiedere il suo arresto, i giudici saranno più miti, il Pd abbandonerà ogni intransigenza e archivierà sia il proposito di renderlo ineleggibile che quello di fare una vera legge sul conflitto di interessi.</p><p><strong>Beppe Grillo.</strong> La sua è stata una profezia che si è auto-avverata: alla fine ci sarà la grande coalizione, o almeno questo è il tentativo, tra Pd e Pdl. Non per colpa della malasorte o per un disegno preciso del Pd, quanto per esclusiva responsabilità di Grillo. Il leader del <strong>Movimento a 5 stelle</strong> ha boicottato sia l&#8217;ipotesi di un accordo politico con i democratici perché, legittimamente, non poteva accordarsi con un avversario politico diretto come <strong>Pier Luigi Bersani</strong>. Ma ha affossato anche l&#8217;ipotesi del “governo dei migliori”, quello che sarebbe stato guidato da un Rodotà o Zagrebelsky e che avrebbe realizzato una buona parte del programma a Cinque Stelle. Ora Grillo è nella condizione che sperava: opposizione pura, anti-sistema, contro tutti, senza sfumature. Da lì spera di aumentare ancora i consensi, sempre che le gaffe e l’inadeguatezza manifestata finora dai suoi parlamentari, a cominciare dai capigruppo, non portino a una rapida disillusione degli elettori. Adesso il Movimento è sicuro che praticamente tutto il suo programma rimarrà su carta e che non si verificheranno più situazioni tipo quella che ha spinto alcuni deputati grillini a votare Pietro Grasso alla presidenza della Camera. Una vittoria tattica, al prezzo di una sconfitta strategica.</p><p><strong>Mario Monti.</strong> Il premier in carica non ha più niente da perdere. Non si ricandiderà mai, il suo partito è nato morto, dopo un risultato elettorale pessimo. Al momento è fuori dalla corsa per il Quirinale. Quindi a lui va benissimo rimanere in carica e gestire il complesso avvio del “<strong>semestre europeo</strong>”, cioè definire di raccordo con Bruxelles il bilancio dell&#8217;Italia per il 2014. Rimane in carica, ri-legittimato dal Quirinale dopo che il <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/26/maro-terzi-mi-dimetto-per-salvare-lonorabilita-dellitalia/542777/" target="_blank"><strong>ministro degli Esteri Giulio Terzi</strong>, probabilmente per ambizioni personali, si è dimesso per il caso marò</a> creando un danno di immagine notevole. Il Professore è anche ministro degli Esteri ad interim, cosa che gli assicura il massimo della visibilità internazionale in questa fase. Può recuperare il suo ruolo di garante della politica italiana davanti a mercati e partner internazionali. Potrebbe guadagnarsi una riconferma nel prossimo governo, magari guidare lui un eventuale esecutivo del presidente (scelto dal prossimo capo dello Stato) o avere la presidenza del <strong>Consiglio europeo nel 2014</strong>.</p><p><strong>Pier Luigi Bersani. </strong>Politicamente<strong> </strong>è morto. Ma poteva andare perfino peggio. Se Napolitano avesse provato subito con un governo del presidente, magari con un nome interessante, il Pd avrebbe potuto spaccarsi. Una parte a sostegno del governo, un&#8217;altra col segretario. Adesso Bersani guadagna tempo: può cercare di gestire la successione alla <strong>segreteria</strong> del Pd, tutelando il suo gruppo dirigente di fedelissimi (da sempre una priorità per Bersani). Ha anche la possibilità di accompagnare <strong>Renzi</strong> alla candidatura a premier o alla segreteria, evitando lacerazioni nel partito. Cosa che aiuterà il Pd a restare compatto ma ridurrà di molto l&#8217;appeal del rottamatore. Formalmente è ancora il premier incaricato, ma le probabilità che al termine del lavoro dei saggi e dopo il voto al Colle riesca davvero a diventare presidente del Consiglio sono molto vicine allo zero.</p><p><strong>Matteo Renzi. </strong>Il sindaco di Firenze temeva di bruciarsi in questa fase di transizione. Si è solo un po&#8217; strinato, il suo nome è circolato troppo. Comunque sia, ora è considerato il salvatore (del Pd, del Paese, della democrazia&#8230;). E non solo dagli elettori del Pd. Potrebbe vincere per acclamazione, anche oltre i suoi meriti. Il protrarsi del <strong>vuoto</strong> di potere è la condizione ideale per rafforzare la presa sul partito e chiarirsi le idee sulla strategia da seguire per arrivare a <strong>palazzo Chigi</strong> senza ripetere gli stessi errori di Grillo (squadra non all&#8217;altezza, difficoltà di comunicazione, programma vago ecc.).</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/30/nuovo-governo-stallo-conviene-a-tutti-anche-a-grillo/547519/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Grillo, i commenti e gli schizzi di merda (e di democrazia)</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/24/grillo-commenti-e-schizzi-di-merda-e-di-democrazia/540825/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/24/grillo-commenti-e-schizzi-di-merda-e-di-democrazia/540825/#comments</comments> <pubDate>Sun, 24 Mar 2013 15:47:01 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category> <category><![CDATA[Commenti]]></category> <category><![CDATA[Gianroberto Casaleggio]]></category> <category><![CDATA[PD]]></category> <category><![CDATA[Pietro Grasso]]></category> <category><![CDATA[Rete]]></category> <category><![CDATA[Troll]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=540825</guid> <description><![CDATA[In attesa di Gaia, delle apocalissi, della democrazia della rete preconizzata da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, dobbiamo accontentarci di quella che abbiamo. Il peggiore di tutti i sistemi tranne gli altri, come noto (dove tra gli altri, per il momento, dobbiamo includere la democrazia del web). Beppe Grillo non ama il contraddittorio. Preferisce la...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>In attesa di <strong>Gaia</strong>, delle apocalissi, della democrazia della rete preconizzata da <strong>Beppe Grillo</strong> e <strong>Gianroberto Casaleggio</strong>, dobbiamo accontentarci di quella che abbiamo. Il peggiore di tutti i sistemi tranne gli altri, come noto (dove tra gli altri, per il momento, dobbiamo includere la <strong>democrazia del web</strong>).</p><p>Beppe Grillo non ama il contraddittorio. Preferisce la modalità di comunicazione top-down, palco-pubblico. Che funziona bene quando dall&#8217;altra parte ci sono masse adoranti ed entusiaste, invece che capannelli di discussione. Ora se la prende dal suo blog <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/24/grillo-contro-boldrini-e-grasso-manifestazione-della-partitocrazia/540537/" target="_blank">contro gli “schizzi di merda” digitali che sarebbero i commenti che gli chiedono di sostenere il Pd</a>, che sostengono che<strong> Pietro Grasso</strong> e Renato Schifani non sono la stessa cosa, che annunciano di smettere di votare 5 stelle e così via.</p><p>Poi il leader critica i media che scorrono i commenti, scelgono quelli più adatti alla tesi che devono sostenere e annunciano che “il popolo del web si spacca”. Su questo ha ragione. Perché i media non riescono (ancora) a raccontare la politica che passa per il web. Ma è stato anche lo stesso Grillo, che considera il web una divinità da venerare e non uno strumento, ad averli sobillati enfatizzando tanto spesso la democrazia della rete.</p><p>Gli errori che compiono i media sono dovuti agli stessi equivoci che spingono Grillo a considerarsi l&#8217;apice della democrazia dal basso invece che un leader monocratico.</p><p><strong>1. Il popolo del web non esiste.</strong> Su Internet ci andiamo tutti. Tutti abbiamo un account <strong>Facebook</strong>, centinaia di migliaia di persone sono su Twitter. Quando i giornali parlano del “popolo del web” o quando Grillo parla della “Rete” dicono entrambi una cosa assurda. E&#8217; come dire “il popolo della Metropolitana”, “le masse di tram”, “la classe dei pedoni”. Non c&#8217;è un particolare gruppo di italiani che frequenta Internet. E “la Rete” non esiste separatamente da coloro che la usano.</p><p><strong>2. Le statistiche valgono anche in Rete.</strong> Ai giornali e alle tv piace molto lanciare “sondaggi” on line e poi presentarne i risultati come se fossero derivanti da sondaggi veri. Non hanno alcuna valenza statistica, i campioni non sono rappresentativi e non c&#8217;è lavoro sui dati. Grillo ha contribuito in modo rilevante a far passare l&#8217;idea che in rete valgano regole diverse che nel mondo reale (per esempio lui considera i suoi 30mila votanti a parlamentarie chiuse come un esempio migliore dei 3milioni alle primarie del Pd). Invece le regole sono le stesse. Se io urlo dalla finestra “Pensate che il movimento 5 stelle debba allearsi con Bersani?”, magari due passanti mi rispondono di sì, uno di no e uno tace. Ma non per questo posso dire che il 50 per cento degli italiani è a favore dell&#8217;alleanza Pd-M5S. Per le stesse ragioni non ci si può affidare ai commenti di un blog come termometro statistico.</p><p><strong>3. Le orde di troll e quelle dei guerrieri della verità.</strong> Se un commentatore sostiene la tua tesi è un onesto cittadino che cerca di far trionfare la verità, se dice cose sgradevoli è un troll (che per i profani significa un commentatore che ha l&#8217;obiettivo di boicottare la discussione invece che contribuirvi). Questo schema mentale vale sia per Grillo che per i crociati anti-grillini che vedono dietro ogni critica un complotto dell&#8217;onnipotente azienda Casaleggio e associati. Per quel che vale la mia esperienza, molti commentatori ossessivi compulsivi che insultano gli altri e intasano di volgarità il nostro sito difendono Grillo e il M5S. Ma non saprei dire se sono orde di troll o di guerrieri del bene.</p><p><strong>4. La Rete non ha un cervello.</strong> Quando i parlamentari grillini affermano “chiederemo alla rete chi votare come presidente della Repubblica” dicono, semplicemente, un&#8217;idiozia. Cosa pensereste di un deputato Pdl che dicesse “Chiederemo alla strada chi indicare”. O di uno del Pd che affermasse “faremo scegliere all&#8217;illuminato popolo dei giornali tra Prodi e Amato”? Direste che sono ingenui, ubriachi o in malafede. La Rete non ha un cervello, le consultazioni in web sono sempre meno democratiche di quelle “fisiche” perché è enormemente più facile alterarle. L&#8217;unico vantaggio che hanno è di essere potenzialmente aperte a tutti. E infatti Grillo, quando ha dovuto fare una consultazione virtuale con un effetto concreto (le parlamentarie), le ha chiuse il più possibile.</p><p><strong>5. Ma le persone sì.</strong> Google ha imposto un nuovo paradigma: non è vero ciò che è vero ma ciò che la maggioranza pensa che sia vero. Il motore di ricerca non ti offre la risposta giusta, ma quella che pensa tu stia cercando sulla base delle richieste degli altri. Ma il fatto che molte persone siano convinte di qualcosa (tipo che la crisi è tutta colpa del Bilderberg, del signoraggio, degli ebrei, della Trilaterale, degli alieni, o che i vaccini fanno male e che abbiamo micorchip sotto pelle impiantati dalla Cia&#8230;) non significa che sia vero. Essere connessi non rende intelligenti. Ma avere a disposizione tutte le informazioni del mondo però toglie molti alibi agli stupidi, agli ignoranti, alle persone volgari.</p><p><strong>6. I rappresentanti rappresentano.</strong> Quando il Movimento 5 stelle ha deciso di diventare un partito (e non dite di no, c&#8217;è anche lo statuto registrato dal notaio e ci sono i gruppi parlamentari) ha implicitamente accettato le regole della democrazia rappresentativa. Se io voglio sapere la posizione del Pd su qualcosa, ascolto Bersani oppure uno degli altri eletti o dirigenti titolati a parlare a nome del partito. Perché nella democrazia rappresentativa loro rappresentano, con tutte le approssimazioni che sappiamo, le idee di chi si riconosce nel centro sinistra. Ma se io chiedo qualcosa a un deputato del Movimento 5 stelle, quello di solito risponde citando “Beppe” oppure dice che decide la Rete o cose così. Non c&#8217;è altra informazione ufficiale che non i post del leader. E, non essendoci alcun processo decisionale esplicito, è impossibile avere informazioni se non dal sito. Ma se tutto passa da lì, come può stupirsi Grillo che i giornalisti considerino i commenti ai post più rilevanti delle dichiarazioni fumose dei suoi eletti?</p><p>E ora apro l&#8217;ombrello, perché mi pare di sentire le orde di troll in marcia verso questo post, pronte a sommergermi dei suddetti schizzi.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/24/grillo-commenti-e-schizzi-di-merda-e-di-democrazia/540825/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>I grandi giornali che tifano l&#8217;inciucio di governo Bersani-Pdl (salvando Silvio)</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/24/tifosi-dellinciucio-pd-pdl/540583/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/24/tifosi-dellinciucio-pd-pdl/540583/#comments</comments> <pubDate>Sun, 24 Mar 2013 11:52:41 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category> <category><![CDATA[Ernesto Galli della Loggia]]></category> <category><![CDATA[Eugenio Scalfari]]></category> <category><![CDATA[Ezio Mauro]]></category> <category><![CDATA[Giuliano Ferrara]]></category> <category><![CDATA[Giulio Andreotti]]></category> <category><![CDATA[Governo Bersani]]></category> <category><![CDATA[Il Messaggero]]></category> <category><![CDATA[Inciucio]]></category> <category><![CDATA[Lega Nord]]></category> <category><![CDATA[Mario Monti]]></category> <category><![CDATA[Nuovo Governo]]></category> <category><![CDATA[Pier Luigi Bersani]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=540583</guid> <description><![CDATA[La speranza è l&#8217;ultima a morire per i tifosi dell&#8217;inciucio, quelli che non si rassegnano all&#8217;impossibilità di prorogare l&#8217;esperienza della “strana maggioranza trasversale”. 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Il <strong>Corriere della Sera</strong> spinge da giorni perché Pd e Pdl trovino un compromesso, possibilmente con un premier tecnico.</p><p> <strong>Ernesto Galli della Loggia</strong>, di recente convertito sulla via del grillismo, quando c&#8217;era l&#8217;ipotesi di un sostegno esterno del M5S al Pd, dedica la prima pagina a seppellire <strong>Mario Monti</strong> (ormai non più necessario a un progetto trasversale Pd-Pdl):</p><p> “<em>Non vorrei apparire ingeneroso verso Mario Monti e i suoi ministri, impegnatisi in un compito certo non facile. Sta di fatto però che per oltre un anno tutti hanno potuto vedere come essi non siano riusciti in alcun modo ad accompagnare all&#8217;adozione di provvedimenti tecnici indispensabili, tecnicamente obbligati, l&#8217;idea che tali provvedimenti dovessero poi anche essere «venduti» politicamente ai cittadini (e perciò, ad esempio, comprendere forti indicazioni di equità sociale). Invece la democrazia &#8211; cioè il regime del suffragio universale e dell&#8217;«uomo della strada» &#8211; è precisamente questo: e lo è tanto più quando i tempi sono difficili e ai cittadini si chiedono sacrifici non indifferenti</em>”.</p><p> Secondo Galli della Loggia, quindi, il centro “ha mantenuto sì la propria rispettabilità, ma al prezzo non proprio insignificante di diventare un attore politico di terz&#8217;ordine”.</p><p> E se il centro è un fallimento totale, l&#8217;unico modo per creare un governo è quello di alleare destra e sinistra. Ci pensa infatti <strong>Antonio Polito</strong>, sempre sul <em>Corriere</em>, a completare il ragionamento di Della Loggia: “Un sentiero più largo per Bersani, accettare il dialogo con la destra”.</p><p>Polito vuole un accordo esplicito, chiedendo un sostegno esterno al Pdl sul modello della non sfiducia del Pci al governo <strong>Andreotti</strong> nel 1976, approfittandone anche per una riforma istituzionale profonda “che renda l&#8217;Italia governabile”. Si tratta del “<em>Santo Graal della politica” e pazienza se per ottenere questo tesoro bisognerà abbandonare la linea dura sul conflitto di interesse, “rinunciando alla puerile idea dei far fuori l&#8217;avversario appena eletto per la sesta volta cacciandolo ope legis dal Parlamento</em>”.</p><p><strong>Eugenio Scalfari</strong>, su <strong>Repubblica</strong>, non si rassegna all&#8217;ipotesi che <strong>Pier Luigi Bersani</strong> possa dover fare un passo indietro. Il giornale diretto da <strong>Ezio Mauro</strong> continua a sostenere il Pd e, pur tenendo una linea molto dura su <strong>Silvio Berlusconi</strong> e la sua ultima offensiva giudiziaria, pare disposto ad accettare qualche compromesso. Scalfari osserva che<em> “gli interlocutori di Bersani per realizzare la prima tappa del suo faticoso percorso sono il movimento montiano di Scelta civica ed anche &#8211; per alcuni specifici punti &#8211; il MoVimento 5 Stelle. Le modifiche istituzionali e costituzionali includono anche il Pdl e la Lega e comprendono al primo posto una nuova legge elettorale</em>”.</p><p> Andare a nuove elezioni, sostiene Scalfari, sarebbe disastroso “per la nostra economia e la nostra credibilità internazionale”. Come dire: per evitare il peggio, si può anche arrivare a un compromesso con il Pdl e la Lega, se Beppe Grillo proprio non vuole collaborare.</p><p> Sul <strong>Messaggero</strong> il giurista<strong> Pier Alberto Capotosti</strong>, molto vicino al Quirinale, nel suo editoriale domenicale spiega che Bersani “<em>sa dunque che per risolvere il problema del governo deve avere opportuni contatti con tutte le altre forze politiche e con i soggetti rappresentativi della realtà socio-economica del Paese. E su questa strada si è già messo al lavoro</em>”.</p><p> La formula di Capotosti è chiara: appoggio esterno del Pdl a un governo Bersani “<em>senza cioè entrare nella struttura di governo, ma solo discutendo nelle aule parlamentari i singoli provvedimenti. Non si tratta quindi di larghe intese, ma solo di una sorta di mini-intesa sulle linee programmatiche del governo</em>”.</p><p>La prova che questi ragionamenti non siano solo auspici di autorevoli editorialisti domenicali sta nel titolo di prima pagina della <strong>Padania</strong>, il quotidiano della <strong>Lega Nord</strong>: “Fiducia soltanto a chi difende il Nord”. Nel dettaglio: “<em>Il tempo è scaduto: qualsiasi nuovo governo dovrà necessariamente sbloccare il patto di stabilità e permettere agli enti locali virtuosi di pagare le aziende fornitrici. Altrimenti sarà la morte dell&#8217;economia</em>”.</p><p>Logico corollario: se Bersani offre alla Lega questo punto programmatico considerato dirimente, potrebbe anche ottenere il sostegno (diretto o sotto forma di non sfiducia) da parte del Carroccio che, dopo aver conquistato tutta la Macro Regione del Nord, ora ha soltanto l&#8217;obiettivo pragmatico di far affluire quante più risorse possibili sull&#8217;asse Milano-Torino-Venezia.</p><p> Il problema è che sul <strong>Giornale</strong>, affidabile termometro della temperatura nel Pdl, non si trovano grandi tracce di ottimismo sulla collaborazione con Bersani. Il titolone di apertura è “<em>Voglia di voto”, mentre a Berlusconi viene attribuita la seguente linea: “Indecente la proposta di collaborare alle riforme mentre fanno il governo da soli</em>”.</p><p><strong>Giuliano Ferrara</strong>, nella sua invettiva della domenica, chiarisce qual è il punto: Bersani deve rompere ogni legame con “<em>quattro mentecatti che vorrebbero dichiarare ineleggibile il principale uomo politico italiano degli ultimi vent&#8217;ani, i micromeghisti che passeggiano in piazza Santi Apostoli</em>”. Prima di iniziate ogni dialogo con il Pdl, il Pd deve rinunciare a ogni ipotesi di legge sul conflitto di interessi, non votare l&#8217;ineleggibilità di Berlusconi (men che meno il suo eventuale arresto, casomai una Procura lo richiedesse). E poi, forse, si può iniziare a discutere, magari consegnando il Quirinale a un uomo non sgradito alla destra.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/24/tifosi-dellinciucio-pd-pdl/540583/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Grillo, commenti negativi o filo Pd sul blog? &#8220;Sono schizzi di merda digitali&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/24/grillo-contro-boldrini-e-grasso-manifestazione-della-partitocrazia/540537/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/24/grillo-contro-boldrini-e-grasso-manifestazione-della-partitocrazia/540537/#comments</comments> <pubDate>Sun, 24 Mar 2013 10:09:53 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category> <category><![CDATA[Crisi di Governo]]></category> <category><![CDATA[Governo Bersani]]></category> <category><![CDATA[Laura Boldrini]]></category> <category><![CDATA[Movimento 5 Stelle]]></category> <category><![CDATA[Nichi Vendola]]></category> <category><![CDATA[Pier Luigi Bersani]]></category> <category><![CDATA[Pietro Grasso]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=540537</guid> <description><![CDATA[“Prima vomitano i commenti sul blog e poi li rivomitano nelle televisioni”. Beppe Grillo non gradisce che i giornalisti leggano nei commenti al suo blog una frattura nell&#8217;elettorato del MoVimento 5 stelle, quelli favorevoli a un accordo con il Pd e quelli contrari a ogni alleanza. E il leader denuncia quindi in un durissimo post...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“Prima vomitano i commenti sul blog e poi li rivomitano nelle televisioni”. <strong>Beppe Grillo</strong> non gradisce che i giornalisti leggano nei commenti al suo blog una frattura nell&#8217;elettorato del MoVimento 5 stelle, quelli favorevoli a un accordo con il Pd e quelli contrari a ogni alleanza. E il leader denuncia quindi in un durissimo post che “da mesi <strong>orde di trolls</strong>, di fake, di multinick scrivono con regolarità dai due ai tremila commenti al giorno sul blog. Qualcuno evidentemente li paga per spammare dalla mattina alla sera”.</p><p> Non bisogna fidarsi, insomma, di quello che si legge nei commenti al blog: è tutto pilotato, una cyber guerra per indebolire il Movimento coprendolo di “<strong>schizzi di merda digitali</strong>”. Che Grillo cataloga in alcune categorie: gli “appellanti per la governabilità del Paese”, poi i “divisori venuti per separare ciò che per loro è oscenamente unito, che chiedono a Grillo di mollare <strong>Casaleggio</strong>, al M5S di mollare Grillo e a tutti gli elettori del M5S di mollare il M5S per passare al sol dell&#8217;avvenire delle notti polari del pdmenoelle”</p><p> E infine quelli che paiono essere i più detestabili, nella lista nera di Grillo: “i cosiddetti &#8220;ex&#8221;”. Quelli che &#8220;Grillo ti ho votato ma dopo che sei passato con il rosso con sprezzo delle istituzioni non ti voto più&#8221;, oppure &#8220;Beppe, ti ho seguito dal primo <strong>Vday</strong>, ma il tuo autista, si legge in giro, è un narcotrafficante. Addio al mio voto&#8221;. Oltre, ovviamente ai “critici di giornata che arrivano in massa come le locuste”, pronti a commentare e stroncare le dichiarazioni e le prese di posizione del Movimento e fel suo leader.</p><p> Quello che Grillo proprio non tollera è l&#8217;uso che i media fanno dei commenti del blog: “Da questa brodaglia i telegiornali e i talk show colgono fior da fiore, con lerci e studiati &#8220;copia e incolla&#8221; per spiegare che Grillo è un eversivo, che il MoVimento 5 Stelle è spaccato”. E invece, ricorda il leader, “dato che nel blog chiunque può commentare questo non vuol dire nulla”.</p><p> Che però le tensioni sui rapporti con il Pd e con gli altri partiti non siano solo argomento per “schizzi di merda digitali”, lo dimostra il post molto più politico che Grillo ha pubblicato in mattinata, dedicato a Pietro Grasso (&#8220;l&#8217;unico procuratore antimafia stimato da Berlusconi&#8221;) e Laura Boldrini, dal titolo &#8220;Nominati e rinominati&#8221;, per chiarire che il M5s non appoggerà alcun governo. E per stroncare sul nascere il tentativo di <strong>Pier Luigi Bersani</strong> e del Pd di trovare un accordo informale con il Movimento almeno sul programma, sperando così se non in una fiducia almeno in una astensione per far partire l’esecutivo.</p><p>Il leader 5 stelle, dal blog, spara contro i due presidenti delle Camere, <strong>Laura Boldrini</strong> e <strong>Pietro Grasso</strong> indicati in questi giorni come l’esempio più concreto di quel rinnovamento che il Movimento 5 stelle può favorire nelle istituzioni.</p><p>Secondo Grillo Boldrini e Grasso “sono celebrati dai giornaloni e dai partiti come le effigi del cambiamento, il segno del rinnovamento, l’espressione della società civile (dando così implicitamente per scontato la società civile non sia mai stata rappresentata). In realtà sono la più moderna manifestazione della partitocrazia”.</p><p>Se il termine partitocrazia evoca un po’ troppo dibattiti da Prima Repubblica (Marco Pannella lo usa dagli anni Settanta), Grillo ne ha anche la sua versione 2.0 “foglie di fico”, cioè “brave persone accuratamente selezionate per coprire personaggi che sanno benissimo di essere impresentabili, ma che in questo modo continuano a sopravvivere”.</p><p>La colpa principale, secondo Grillo, è che “né la Boldrini né Grasso hanno partecipato alle Buffonarie del pdmenoelle, ma sono stati nominati e inseriti nelle liste direttamente dai rispettivi capi Vendola e Bersani&#8221;. Cioè eletti nel listino bloccato (invece i parlamentari del Movimento 5 Stelle sono stati tutti eletti con primarie on line anche se molto chiuse, limitate soltanto a 30mila iscritti, una minuscola frazione degli 8,5 milioni di elettori che poi hanno votato Grillo).</p><p>Grillo sottolinea che “né la Boldrini né Grasso sono stati democraticamente scelti per il loro attuale ruolo istituzionale attraverso votazione del gruppo parlamentare di appartenenza, come avvenuto per i candidati presidenti del M5S, ma ri-nominati da Bersani”. Per la verità c’è stato un voto in aula ma, sostiene Grillo, questo non basta perché la decisione vera era già stata presa dal vertice del partito: “Nella democrazia bersaniana non servono votazioni, basta nominare le “persone giuste” e farle ratificare dall’assemblea per acclamazione. Porcellum style. ‘L’assemblea ha accolto la proposta con degli applausi all’annuncio dei nomi’. Togliattiane reminiscenze”. Replica della <strong>Boldrini</strong> nel pomeriggio: &#8220;Considerazioni fuori luogo, parla la mia storia&#8221;.</p><p>Il dibattito assume però toni sempre più vintage, prima le accuse di leninismo da parte di Bersani (“Il M5s fa riunioni chiuse e poi vuole lo streaming quando va dal capo dello Stato, secondo un antico e conosciuto leninismo”, ha detto un paio di giorni di fa). E ora l’ex comico replica a tono, con l’accusa di togliattismo. E <strong>Silvio Berlusconi</strong>, che nella manifestazione di ieri ha ripescato la solita minaccia comunista, è ben contento che il dibattito assuma questo colore rosso scuro.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/24/grillo-contro-boldrini-e-grasso-manifestazione-della-partitocrazia/540537/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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