<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Stefano Feltri</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/sfeltri/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>L&#8217;Europa si prepara all&#8217;addio di Atene?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/24/leuropa-prepara-alladdio-atene/240021/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/24/leuropa-prepara-alladdio-atene/240021/#comments</comments> <pubDate>Thu, 24 May 2012 07:34:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[euro]]></category> <category><![CDATA[Grecia]]></category> <category><![CDATA[hollande]]></category> <category><![CDATA[Merkel]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[Rajoy]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=240021</guid> <description><![CDATA[È una riunione più importante di altre”. L’understatement di Mario Monti, che concede qualche battuta ai cronisti prima di inoltrarsi nei corridoi del palazzo di Giusto Lipsio per un incontro a due con François Hollande, non rende il clima di ieri a Bruxelles. La lunga vigilia della cena tra capi di governo con annesso vertice...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div>È una riunione più importante di altre”. L’understatement di <strong>Mario Monti</strong>, che concede qualche battuta ai cronisti prima di inoltrarsi nei corridoi del palazzo di Giusto Lipsio per un incontro a due con <strong>François Hollande</strong>, non rende il clima di ieri a Bruxelles. La lunga vigilia della cena tra capi di governo con annesso vertice sulla crescita, con i negoziati che sono proseguiti fino a tarda notte, si è consumata nel modo peggiore. Le Borse sprofondano, con Milano che è sempre la peggiore e perde il 3,6 per cento. Ma la novità è la fuga di notizie sui negoziati dello “euro working group”, il tavolo di tecnici che lavora per conto dei ministri economici (per l’Italia c’è <strong>Carlo Monticelli</strong>, capo della direzione Rapporti finanziari internazionali del Tesoro): l’agenzia Reuters rivela che nella riunione di lunedì si sono accordati affinché ogni Paese prepari un piano di emergenza <strong>in caso la Grecia esca dall’euro</strong>. “Buon lavoro”, si limita a dire Monti ai giornalisti che lo interrogano in materia. Fonti del Tesoro confermano al <em>Fatto</em> che l’Italia non ha ancora un piano pronto, ma che l’indiscrezione lanciata dalla Reuters è corretta, nonostante le immediate smentite del governo provvisorio di Atene. E gli indiziati principali per la fuga di notizie sono tedeschi e finlandesi, che vogliono tenere sotto pressione i greci e sono ostili a ogni intervento ulteriore di sostegno.</div><p>Il menu della cena di ieri sera a Bruxelles infatti prevedeva le seguenti pietanze: <strong>eurobond</strong> (cioè emissioni di debito pubblico garantite dai Paesi dell’euro nel loro insieme), il redemption fund, una garanzia collegiale per la parte di debito che eccede il 60 per cento, considerato la soglia obiettivo. Altre portate, più digeribili dagli stomaci tedeschi: lo scorporo degli investimenti pubblici dal calcolo del debito pubblico ai fini dei vincoli di bilancio, magari con i project bond (che il ministro <strong>Corrado Passera</strong> già ipotizza in una bozza di decreto) da sperimentare con una prima emissione da 230 milioni di euro e, per dessert, la garanzia europea dei depositi bancari, vera emergenza visto che sta collassando il sistema bancario della Spagna, con il rischio di innescare un’altra ondata di disastri finanziari in tutta la zona euro. Su altri punti c’era già un accordo di massima prima ancora di sedersi a tavola: l’utilizzo del bilancio europeo per misure che producano crescita anche a breve, reimpiego di parte dei fondi strutturali inutilizzati.</p><p>La cena di ieri era un preliminare, il debutto di Hollande e la certificazione dell’isolamento della <strong>Merkel</strong> che ormai può contare soltanto sui piccoli ma agguerriti finlandesi e sul governo popolare di Madrid, perché <strong>Mariano Rajoy</strong> teme di trovarsi a guidare una nuova Grecia e non osa alzare la voce con gli unici che lo possono salvare. Le decisioni vere si prenderanno al Consiglio europeo del 28 giugno, dieci giorni dopo le nuove elezioni di Atene che saranno di fatto un <strong>referendum sull’euro</strong>. Con la Bundesbank, la banca centrale tedesca, che ieri ha scritto nel bollettino mensile che un’uscita di Atene sarebbe drammatica ma “gestibile”. A Bruxelles in tanti scommettono che Berlino stia un po’ bluffando e che vuole tenere sotto pressione i partiti e soprattutto gli elettori greci, troppe sono le incognite di un evento senza precedenti come la perdita di un membro dell’euro.</p><p>I partecipanti alla cena di ieri sapevano però che una parte del loro interesse nazionale dipende dai destini di Atene, ma non tutto. Il segretario del Pd <strong>Pier Luigi Bersani</strong>, ieri a Bruxelles per l’incontro dei leader del Partito socialista europeo, minaccia: “O avremo risposte europee, o dovremo porre un problema nazionale. Ci servono dei margini, la questione sociale e del lavoro sta montando”. Tradotto: se l’Europa non decide nuove regole comuni che ci permettano di investire e creare occupazione, il governo Monti dovrà concordare delle eccezioni personalizzate, forte del risanamento drastico degli ultimi due anni che ora rende l’Italia molto virtuosa nella dinamica della spesa pubblica (l’avanzo primario, entrate meno le spese prima degli interessi sul debito, sarà nel 2013 oltre il 4 per cento del Pil). Bersani lascia intendere che si potrebbe anche rimettere in discussione il pareggio di bilancio nel 2013, per fare un po’ di spesa pubblica che dia sollievo immediato.</p><p><strong>Quello che i mercati vogliono capire</strong> però è se i leader europei si sono rassegnati allo sfascio dell’euro, al di là dei piani preventivi per gestire la Grecia, o se sono pronti a fare (quasi) tutto per evitare che la moneta perda i pezzi. Ma bisogna aspettare di conoscere il risultato della cena per capire quanto sono determinati i leader.</p><p>Twitter @stefanofeltri</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 24 maggio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/24/leuropa-prepara-alladdio-atene/240021/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>&#8220;Alla Germania nell&#8217;euro servivamo proprio perché deboli&#8221;. Parola di Visco</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/13/alla-germania-nelleuro-servivamo-proprio-perche-deboli-parola-visco/228400/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/13/alla-germania-nelleuro-servivamo-proprio-perche-deboli-parola-visco/228400/#comments</comments> <pubDate>Sun, 13 May 2012 15:45:47 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Aznar]]></category> <category><![CDATA[Ciampi]]></category> <category><![CDATA[euro]]></category> <category><![CDATA[Germania]]></category> <category><![CDATA[italia]]></category> <category><![CDATA[ministro finanze]]></category> <category><![CDATA[Prodi]]></category> <category><![CDATA[Spagna]]></category> <category><![CDATA[visco]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=228400</guid> <description><![CDATA[&#8220;La Germania ha gestito la globalizzazione in modo consapevole, avere paesi come l&#8217;Italia dentro la moneta unica ha reso l&#8217;euro una moneta più debole di quanto sarebbe stata altrimenti e ha permesso a Berlino di esportare&#8221;. Vincenzo Visco era ministro delle Finanze ai tempi del governo Prodi, tra il 1996 e il 1998, e a...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;La Germania ha gestito la globalizzazione in modo consapevole, avere paesi come l&#8217;Italia dentro la moneta unica ha reso l&#8217;euro una moneta più debole di quanto sarebbe stata altrimenti e ha permesso a Berlino di esportare&#8221;. <strong>Vincenzo Visco</strong> era ministro delle Finanze ai tempi del governo <strong>Prodi</strong>, tra il 1996 e il 1998, e a lui era affidato &#8220;il lavoro sporco&#8221;, cioè tassare gli italiani per ridurre il deficit quel tanto che bastava da permettere all&#8217;Italia di entrare nell&#8217;euro.</p><p><strong>Professor Visco, l&#8217;inchiesta dello <em>Spiegel</em> dimostra che la Germania non considerava affidabili i nostri conti.</strong> <br />Quando siamo entrati nell&#8217;euro era tutto in regola. Certo, nel 1997 rimasero tutti sorpresi che ce l&#8217;avessimo fatta, ma i nostri numeri erano certificati dall&#8217;Eurostat.</p><p><strong>Ma l&#8217;Italia non è mai riuscita a rimanere nei parametri di Maastricht.<br /></strong> Entrammo con il deficit al 2,7 per cento del Pil, facendo l&#8217;eurotassa. Quando la sinistra tornò all&#8217;opposizione, nel 2001, lasciammo un avanzo primario di 5 punti, quello che adesso si cerca invano di raggiungere. I nostri guai derivano dalle scelte successive: si doveva continuare con il rigore, come richiedeva l&#8217;euro. Ma al governo c&#8217;era il centrodestra, da sempre ostile alla moneta unica, e le sue politiche hanno messo le basi dei guai attuali.</p><p><strong>Avete mai avuto dubbi sulla possibilità di centrare gli obiettivi?<br /></strong> Siamo sempre stati ragionevolmente sicuri. Perché aumentando il surplus primario, scendeva il costo del debito. Scambiammo un aumento temporaneo di tasse con una riduzione permanente degli interessi da pagare. Eravamo tranquilli perché il distacco dal deficit al 3 per cento era minore di quanto risultava dai dati contabili.</p><p><strong>Perché?<br /></strong> Man mano che facevamo correzioni, gli interessi scendevano. Gran parte del lavoro lo facevano i mercati. Il contrario di quello che succede oggi, quando gli investitori distruggono i risultati ottenuti dai governi, facendo salire i tassi sul debito. Siamo tornati in una situazione analoga a prima dell&#8217;euro. Ma l&#8217;euro c&#8217;è e ci vincola.</p><p><strong>Ci sono mai stati momenti di tensione con i tedeschi?<br /></strong> Le relazioni con la Germania le gestiva<strong> Carlo Azeglio Ciampi</strong> che aveva una grandissima credibilità ed era molto abile. Io ricordo i rapporti con l&#8217;Olanda che erano molto difficili, proprio non ci volevano. Poi si convinsero. Però era chiaro a tutti che non avremmo mai avuto il debito al 60 per cento del Pil. Allora il Belgio era al 125 e stava peggio di noi. Poi loro sono scesi a 80-85 prima del 2008, quando sono fallite le banche e sono tornati in crisi. Hanno tenuto una politica rigidissima di bilancio, con una pressione fiscale superiore di 2 punti a quella media europea. Se uno vuole stare nell’euro deve mantenere il bilancio con un surplus primario, c’è poco da fare.</p><p><strong>Qual è stato il momento più critico del percorso di accesso all&#8217;euro?<br /></strong> All&#8217;inizio sembrava che dovessimo entrare un anno dopo gli altri, perché il governo <strong>Dini</strong> aveva posto il 1998 anziché il 1997 come temine per rispettare il vincolo del 3 per cento tra deficit e Pil. Ma nessuno si era accorto che <strong>Ciampi</strong> si era tenuto una strada aperta, scrivendo in una riga del Dpef che si poteva anticipare. Poi<strong> Romano Prodi</strong> andò in Spagna e <strong>José Aznar</strong> gli disse che Madrid sarebbe entrata e fu molto sprezzante nei confronti dell&#8217;Italia. Quando<strong> Prodi</strong> tornò fece una riunione con<strong> Ciampi</strong>, <strong>Enrico Micheli</strong>,<strong> Tiziano Treu</strong>, e me. Si decise di provarci comunque per il &#8217;97. Ma l&#8217;unico modo era fare una manovra dal lato delle entrate, il lavoro sporco fu delegato a me.</p><p><strong>E se fossimo rimasti fuori?<br /></strong>Un&#8217;Italia fuori dall&#8217;euro, visto il nostro apparato industriale, poteva fare paura a molti, incluse Francia e Germania che temevano le nostre esportazioni prezzate in lire. Ma Berlino ha consapevolmente gestito la globalizzazione: le serviva un euro deprezzato, così oggi è in surplus nei confronti di tutti i paesi, tranne la Russia da cui compra l&#8217;energia. Era un disegno razionale, serviva l&#8217;Italia dentro la moneta unica proprio perché era debole. In cambio di questo vantaggio sull&#8217;export la Germania avrebbe dovuto pensare al bene della zona euro nel suo complesso.</p><p><strong>E lo ha fatto?<br /></strong> Non mi pare.</p><p>Twitter @stefanofeltri</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/13/alla-germania-nelleuro-servivamo-proprio-perche-deboli-parola-visco/228400/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Achtung</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/13/achtung/228194/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/13/achtung/228194/#comments</comments> <pubDate>Sun, 13 May 2012 15:26:29 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Der Spiegel]]></category> <category><![CDATA[euro]]></category> <category><![CDATA[hollande]]></category> <category><![CDATA[Kohl]]></category> <category><![CDATA[Merkel]]></category> <category><![CDATA[Prodi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=228194</guid> <description><![CDATA[Un’inchiesta del settimanale tedesco Der Spiegel, pubblicata oggi sul Fatto, rivela che la Germania non pensava che l’Italia fosse pronta per entrare nell’euro, tra il 1997 e il 1998, e che aveva presentato conti un po’ creativi per dimostrare di aver raggiunto gli obiettivi. 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Lo <em>Spiegel</em> ci ricorda che siamo nell’euro per gentile concessione di <strong>Kohl</strong>, oltre che per la determinazione di <strong>Ciampi e Prodi</strong>. Che non siamo poi così diversi dalla Grecia che truccava il deficit per farsi ammettere. E che dunque non abbiamo le credenziali per poter dettare la linea alla zona euro. Oggi come allora, sembra il sottotesto, le decisioni ultime spettano soltanto alla Germania. <strong>Il messaggio a Mario Monti pare chiaro</strong>: grazie per il tuo contributo a risanare l’Italia e arginare il panico da spread, ma non pensare di avere l’ultima parola nell’ormai cronica tensione tra rigore contabile e spinte alla crescita.</div><div>Il 23 maggio si tiene un vertice informale a Bruxelles in cui a rappresentare la Francia ci sarà <strong>François Hollande</strong> e il suo desiderio di rinegoziare l’ossessione fiscale della Germania esplicitata nel trattato “fiscal compact”. Entro giugno si capirà se è possibile arginare <strong>Angela Merkel</strong> e trattenere la Grecia nel perimetro dell’euro. Nel frattempo, Monti sta restituendo un po’ di legittimità alle istituzioni europee asfaltate nei tre anni di crisi dai tedeschi. In cambio, la Commissione gli ha perdonato di non riuscire a raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013.</div><div>Da Berlino continuano ad arrivare segnali di nervosismo che hanno spinto il presidente del Consiglio a una dichiarazione di insolita violenza, quando venerdì ha ricordato che “ci sono molti modi nel mondo contemporaneo per diventare colonie” e che l’Italia è disposta ai sacrifici, ma vuole “lo stesso grado di autonomia e di decisione responsabile” degli altri partner europei. Proprio la vicenda rievocata dallo Spiegel dimostra che non c’è Europa senza Italia e non c’è Germania senza Europa. <strong>Prima o poi se ne accorgerà anche la Merkel</strong>, speriamo non troppo tardi.</div><div><em><br />Il Fatto Quotidiano, 13 maggio 2012</em></div> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/13/achtung/228194/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Lettera della Bce, la vera storia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/12/lettera-della-vera-storia/227690/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/12/lettera-della-vera-storia/227690/#comments</comments> <pubDate>Sat, 12 May 2012 13:51:20 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[Carlo De Bendetti]]></category> <category><![CDATA[governo berlusconi]]></category> <category><![CDATA[Governo Monti]]></category> <category><![CDATA[Jean-claude trichet]]></category> <category><![CDATA[John Lipsky]]></category> <category><![CDATA[lettera Bce]]></category> <category><![CDATA[Mario Draghi]]></category> <category><![CDATA[Renato Brunetta]]></category> <category><![CDATA[Romano Prodi]]></category> <category><![CDATA[Tremonti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=227690</guid> <description><![CDATA[Basta leggere la lettera della Bce per capire che è stata scritta a Roma. Quella lettera è un passaggio politico di grande rilievo che entra nella sovranità di un Paese”, ha buttato lì l’ex ministro del Tesoro Giulio Tremonti durante la puntata di Servizio Pubblico di giovedì sera. “E qualcuno l’ha chiesta, dentro il governo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Basta leggere la lettera della Bce per capire che è stata scritta a Roma. Quella lettera è un passaggio politico di grande<strong> rilievo</strong> che entra nella sovranità di un Paese”, ha buttato lì l’ex ministro del Tesoro Giulio Tremonti durante la puntata di Servizio Pubblico di giovedì sera. “E qualcuno l’ha chiesta, dentro il governo e non solo, c’era un certo tifo per quel tipo di intervento a vari livelli. L’attuale presidente del Consiglio ha detto in Parlamento: ‘non starei in un governo che chiede una lettera’ e in modo inglese stava facendo capire che quella della Bce è stata richiesta da quello precedente”, allude, dice e non dice, ma Tremonti invita a rileggere la storia di quel documento che ha cambiato molto. Perché tutto cominciò da lì. E lì bisogna tornare ora che, dopo sei mesi, si può cominciare a guardare con l’oggettività della distanza alla<strong> nascita</strong> del governo Monti.</p><p><strong>L’ultima chance per B.</strong></p><p>La lettera della Bce, il programma di emergenza firmato da Mario Draghi e Jean Claude Trichet che ha prima accompagnato Silvio Berlusconi alla porta e poi ha dato le basi per l&#8217;azione dei tecnici. Nella vulgata giornalistica la lettera è diventata la condanna a morte del governo Berlusconi, secondo quanto ha <strong>ricostruito</strong> il Fatto Quotidiano, grazie al racconto di alcune delle persone coinvolte, quel documento era invece l&#8217;ultimo tentativo di rendere accettabile ai mercati un esecutivo screditato, ridimensionando la probabilità di una crisi politica che all&#8217;epoca, nell&#8217;estate 2011, poteva dare il colpo finale alle finanze del Paese.</p><p>Una lettura critica della storia della lettera deve partire dal 4 agosto, dalla conferenza stampa convocata a sorpresa in cui il governo Berlusconi ammette di dover riscrivere la manovra di luglio giudicata <strong>inadeguata</strong> dai mercati, anticipando al 2013 il pareggio di bilancio previsto in origine per il 2014 (ma con oltre 20 miliardi di interventi rinviati a dopo la fine della legislatura). I giornali liquidano come un “siparietto” l&#8217;educato ma violento dialogo tra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. Il ministro dell&#8217;Economia accenna ai contatti del governo avviati con diverse istituzioni finanziarie per discutere insieme le misure da adottare, e cita l&#8217;Ocse e il Fondo monetario internazionale, “Noi saremo attivi aprendoci al confronto con queste istituzioni internazionali”. Berlusconi lo interrompe aggiungendo: “Anche la Bce”. Tremonti lo guarda stupito, con l&#8217;espressione di chi pensava che il Cavaliere, alle prese in quel periodo con le vicende bunga bunga, avesse solo una vaga idea di cosa fosse la Banca centrale europea. “Credo sia molto importante, ma non coinvolgibile in questa fase”, precisa il ministro, pensando a quanto Francoforte tenga alla sua indipendenza dai governi e viceversa. E Berlusconi, sibillino: “Ma informabile sì”.</p><p><strong>Il negoziato segreto.</strong></p><p>Tremonti non insiste. Ma al ministro suona bizzarro: in quei giorni il Cavaliere è già un paria per i partner europei, Tremonti è rimasto l&#8217;unico ambasciatore del governo nei consessi internazionali, con una mossa di immagine e di <strong>sostanza</strong> ha appena avvicinato John Lipsky, allora vicedirettore generale del Fmi in procinto di lasciare il suo posto a Washington. Lipsky doveva diventare un super consulente, anello di congiunzione con il Fmi di Christine Lagarde che Tremonti aveva individuato all’inizio dell’estate come la sponda adatta nei mesi difficili dello spread. Invece sorpresa: Berlusconi trattava con la Bce di Mario Draghi, da sempre poco in sintonia con Tremonti (il cui ultimo libro, Uscita di sicurezza è un lungo atto d&#8217;accusa implicito a Draghi).</p><p>La lettera della Bce “arriva” al governo il 4 agosto (e, a quanto risulta al Fatto, è arrivata in simultanea a palazzo Chigi e al Tesoro). Raccontano diverse fonti, quel documento è stato elaborato più a Roma che a Francoforte e l&#8217;ordine delle firme in calce, Mario Draghi, Jean Claude Trichet, non è soltanto<strong> alfabetico</strong>. Certo, anche alla Bce ci sono monitoring team che sanno quanto via Nazionale delle cose italiane. E le richieste della lettera non erano molto diverse dai punti principali delle considerazioni finali di Draghi, a fine anno (e dalle richieste dei mercati). Ma il documento è frutto di un negoziato che si svolge a Roma. Ci ha lavorato l&#8217;altro cervello economico del governo berlusconiano, Renato Brunetta, che oggi oppone un drastico “Non ho niente da dire, ho scritto tutto nelle mie slide”, alludendo alle corpose presentazioni che manda con cadenza settimanale ai giornalisti per commentare l&#8217;attualità. A ben guardare, Brunetta ha fatto il suo coming out, sul Foglio, il primo di ottobre: “Ora che la lettera della Bce è divenuta pubblica posso smettere di nascondere la mia reazione quando la lessi: i signori della Bce hanno ragione, i loro suggerimenti sono il nostro programma”. E nella conclusione dell&#8217;articolo che argomenta come la lettera “annienta gli avversari del governo”, Brunetta scriveva: “In quella missiva, quindi, più che l’intimazione a cambiare rotta c’è, per il governo, la pressante richiesta di procedere più speditamente. E di farlo nella direzione fin qui intrapresa”. Così veniva vissuta, in quell&#8217;ala del governo, ciò che ad altri pareva commissariamento internazionale: un&#8217;assicurazione che permetteva a Berlusconi di sopravvivere.</p><p><strong>La pausa di Monti</strong></p><p>Ma torniamo ai giorni cruciali di agosto. L&#8217;8 agosto il Corriere della Sera rivela i contenuti della lettera che qualcuno, c&#8217;è chi dice Draghi chi Tremonti, ha allungato a via Solferino: privatizzazioni dei servizi pubblici locali, liberalizzazioni, riforma del lavoro con intervento sull&#8217;articolo 18, e una riforma della Pubblica amministrazione, punto questo che sembra una firma di Brunetta che certifica il suo coinvolgimento (tipicamente brunettiano il passaggio “negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l&#8217;uso di indicatori di performance”). In cambio, anche se non si può esplicitare il do ut des, la Bce<strong> comprende</strong> buoni del Tesoro italiani sul mercato secondario per ridurre lo spread e quindi i rendimenti, cioè il costo. È il Securities Market Program che, forzando un po&#8217; i limiti del mandato della Bce spingerà alle dimissioni il membro tedesco del board Jürgen Sark. Il giorno prima della rivelazione dei contenuti della lettera, quasi a darvi l&#8217;imprimatur, il Corriere pubblica un editoriale del professor Mario Monti: “Il podestà forestiero”. La frase importante è questa: “Il governo e la maggioranza, dopo avere rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del Paese, dopo avere rifiutato l&#8217;ipotesi di un impegno comune con altre forze politiche per cercare di risollevare un&#8217;Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un ‘governo tecnico’”. Quindi: “Le forme sono salve. I ministri restano in carica. La primazia della politica è intatta. Ma le decisioni principali sono state prese da un ‘governo tecnico sopranazionale’ ”. É il segnale a un certo mondo che l&#8217;operazione governo tecnico è sospesa. O meglio, delegata a Draghi. Così da salvare – come nota Monti – almeno nelle forme la sovranità italiana. E soprattutto rimandare la caduta di Berlusconi di cui nessuno, allora, era in grado di prevedere le conseguenze.</p><p>Come aveva rivelato Fabio Martini su La Stampa il 24 luglio, infatti, l&#8217;idea che il premier lo dovesse fare Monti era già condivisa in <strong>ambienti</strong> influenti. In una riunione lunedì 18 luglio, nella sede della banca Intesa Sanpaolo, ci sono Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza, l&#8217;editore di Repubblica Carlo De Bendetti, Romano Prodi, il banchiere vaticano Angelo Caloia e il futuro ministro Corrado Passera, allora capo azienda di Intesa. Monti, come suo stile, si mette a disposizione ma soltanto nel caso ci sia un consenso generale dietro il suo nome, non vuole imporsi ma essere imposto. Poi la lettera Bce offre un&#8217;ultima chance a Berlusconi. Sappiamo come è finita.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 12 Maggio 2012</em></p><p>Twitter @stefanofeltri</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/12/lettera-della-vera-storia/227690/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La svolta di Monti dopo Hollande</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/09/debiti-investimenti-monti-vuole-risposta-berlino/223873/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/09/debiti-investimenti-monti-vuole-risposta-berlino/223873/#comments</comments> <pubDate>Wed, 09 May 2012 09:02:10 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Angela Merkel]]></category> <category><![CDATA[Bruxelles]]></category> <category><![CDATA[David Cameron]]></category> <category><![CDATA[Germania]]></category> <category><![CDATA[hollande]]></category> <category><![CDATA[Hollywood]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[Nicolas Sarkozy]]></category> <category><![CDATA[Olli Rehn]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=223873</guid> <description><![CDATA[L’elezione di Fraçois Hollande sta davvero cambiando l’Europa: il presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy ha convocato per il 23 maggio un vertice informale, sulla crescita. Mario Monti ha una sua idea di crescita, che è diversa da quella di Hollande: “C’è una visione keynesiana che punta su una crescita generata dalla domanda, e...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’elezione di Fraçois Hollande sta davvero cambiando l’Europa: il presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy ha convocato per il 23 maggio un vertice informale, sulla crescita. Mario Monti ha una sua idea di <strong>crescita</strong>, che è diversa da quella di Hollande: “C’è una visione keynesiana che punta su una crescita generata dalla domanda, e una visione tedesca che considera la crescita un prodotto di comportamenti etici, bisogna trovare una mediazione tra questi approcci”. Traduzione: Hollande vuole far salire il Pil con più tasse e più spesa pubblica, Monti con investimenti, mercato unico (rimuovere ostacoli al commercio tra Paesi). Uno pensa ai consumatori, l’altro alle imprese. Poi c’è la Germania, il cui riflesso è non aiutare proprio nessuno, imponendo un <strong>rigore contabile</strong> cui non intende rinunciare ma che ormai convince poco i mercati.</p><p>Nell&#8217;Europa di Hollande tutti hanno bisogno di Mario Monti. Per mesi ha lavorato, con la benedizione degli Stati Uniti di Barack Obama, per indirizzare gli eccessi fiscali di Angela Merkel nella direzione più innocua, ha tenuto agganciata la Gran Bretagna di David Cameron in rotta col rigore di Berlino, ha aggregato un fronte di 12 Paesi firmatari di una lettera per la crescita e ha tessuto una rete con gli emergenti tipo la Polonia. Con la Grecia nel caos e un Hollande che pensa più ai francesi che agli europei, con Angela Merkel che ha perso il suo sparring partner Nicolas Sarkozy, Monti è il mediatore che serve. Ieri il premier ha incontrato i giornalisti a fianco di Olli Rehn, Mister euro, il commissario europeo alle Finanze, in uno strano <strong>dibattito</strong> che sembrava più una conferenza stampa. Utile soprattutto a chiarire che la Commissione europea sostiene la linea Monti e avalla i suoi tentativi di compromesso tra esigenze francesi e paure tedesche. La benedizione di Bruxelles sarà ribadita oggi a Firenze, dove caleranno tutte le autorità comunitarie (incluso Rehn) per il simposio annuale sullo “Stato dell’Unione”.</p><p>La situazione è chiara: la Spagna è sull’orlo di una crisi bancaria terribile, epilogo di una bolla immobiliare mai sgonfiata del tutto, il governo olandese è caduto sulle misure di austerità, la Grecia pare ingovernabile dopo il voto e si torna a parlare di una sua uscita dall’euro, il Porto-gallo è uno <strong>zombie</strong> finanziario dipendente dai prestiti europei, come l’Irlanda. L’Italia appare in perenne bilico tra sommersi e salvati, con i mercati che diventeranno sempre più nervosi all’avvicinarsi delle elezioni 2013. Per questo, spiega Monti, “non possiamo più solo studiare” in vista di misure per la crescita e “mi sento davvero di poter esortare” la Commissione europea ad avere un ruolo attivo. “É importante ratificare il trattato per il fiscal compact e procedere con un’agenda per la crescita robusta”, dice il commissario Rehn.</p><p>Dopo i negoziati affidati al felpato ministro per gli Affari europei Enzo Moavero, Monti avanza due esplicite richieste alla Commissione e soprattutto a Berlino. <strong>Primo:</strong> consentire all’Italia di trasformare in debito pubblico i <strong>debiti commerciali</strong> dello Stato verso le imprese fornitrici della pubblica amministrazione (oltre 70 miliardi di euro), così da poterle pagare. <strong>Secondo:</strong> favorire gli <strong>investimenti</strong> pubblici per “un ampliamento della capacità produttiva”, evitando che la spesa che serve alla crescita venga trattata come quella corrente. Come spiega il presidente Franco Bassanini, la Cassa depositi e prestiti è pronta: appena il debito commerciale, quello verso i fornitori oggi fuori dal bilancio pubblico, comparirà diventando debito normale, la Cassa interverrà a sostegno degli enti locali e delle altre amministrazioni per aiutarle a pagare le imprese. Ma si può fare soltanto se l’Europa, e la Germania, accettano di presentare questo intervento come una misura per la crescita, “non può essere percepito come un allentamento della linea di rigore adottata in questi mesi dall’Italia”. Se ci sarà il giusto contesto, lo spread potrebbe addirittura scendere nonostante, guardando da ragionieri un bilancio con 70-80 miliardi di debiti in più, tutti gli obiettivi (tipo il pareggio nel 2013) sarebbero da archiviare. “Dopo le elezioni di domenica, è più probabile che l’Italia riesca a far valere la propria agenda europea”, sostiene Monti. Perché la Germania e i rigoristi ora possono soltanto scegliere se accettare la linea Monti o subire l’onda francese.</p><p>Un discorso strategico, preparato nei dettagli, ma con un incidente di comunicazione. Il premier, parlando dello Stato che non paga le imprese fornitrici, accenna alle “conseguenze umane della crisi” che “dovrebbero far <strong>riflettere</strong> chi ha portato l’economia italiana in questo stato e non chi sta cercando di farla uscire”. Il messaggio che passa è che i suicidi degli imprenditori sono colpa dei governi precedenti, a cominciare da quello Berlusconi, e non delle tasse dei tecnici. Monti prova a schivare le polemiche e precisa: “Non ho parlato di suicidi” e “non mi riferivo ad alcun particolare governo”. Ma è troppo tardi e la polemica oscura il ritrovato vigore europeo.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 9 Maggio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/09/debiti-investimenti-monti-vuole-risposta-berlino/223873/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Evasione, il rischio &#8220;sanatoria&#8221; per l&#8217;accordo tra il Fisco e la Svizzera</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/04/evasione-svizzera/218805/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/04/evasione-svizzera/218805/#comments</comments> <pubDate>Fri, 04 May 2012 16:30:15 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Banche]]></category> <category><![CDATA[berna]]></category> <category><![CDATA[evasione sfiscale]]></category> <category><![CDATA[Ginevra]]></category> <category><![CDATA[Giorgio Napolitano]]></category> <category><![CDATA[lugano]]></category> <category><![CDATA[Mario Monti]]></category> <category><![CDATA[Svizzera]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=218805</guid> <description><![CDATA[L’accordo per tassare i capitali degli evasori in Svizzera, l’ha detto Mario Monti, dipende dalla tregua sui frontalieri: il Canton Ticino ha sospeso unilateralmente il trattato che prevede di trasferire risorse ai Comuni di frontiera i cui cittadini lavorano e pagano le tasse in Svizzera ma consumano servizi pubblici italiani. Per il solo 2010 si...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’accordo per tassare i capitali degli evasori in Svizzera, l’ha detto <strong>Mario Monti</strong>, dipende dalla tregua sui frontalieri: il Canton Ticino ha sospeso unilateralmente il trattato che prevede di trasferire risorse ai Comuni di frontiera i cui cittadini lavorano e pagano le tasse in Svizzera ma consumano servizi pubblici italiani. Per il solo 2010 si tratterebbe di 28 milioni di franchi, circa 23 milioni di euro, che sono rimasti in Ticino invece di arrivare nelle casse di Comuni italiani. Proprio per le tensioni sui frontalieri il capo dello Stato <strong>Giorgio Napolitano</strong> ha annullato (o almeno rinviato) una visita di Stato in Svizzera.</p><p>Ma non è questa l’unica ragione di prudenza del governo di Roma sull’accordo fiscale che permetterebbe di recuperare almeno una parte di quei 120-150 miliardi esportati illegalmente in Svizzera da contribuenti italiani. L’Agenzia delle entrate, secondo quanto risulta al<em> Fatto Quotidiano</em>, da mesi vaglia con attenzione pro e contro di un accordo fatto sul modello di quelli approvati da <strong>Germania</strong> e <strong>Gran Bretagna</strong> (un forte prelievo una tantum, tra il 30 e il 40 per cento che sana il pregresso, poi un’aliquota annuale sopra il 26 per cento per i rendimenti. In cambio gli evasori e la Svizzera restano protetti dal segreto bancario). L’Agenzia delle entrate è preoccupata perché la Convenzione – anche se con aliquote di imposta analoghe a quelle italiane, quindi non di favore – si presenti come una sanatoria. E questo, secondo il Fisco, rischia di avere un impatto mediatico negativo perché apparirebbe proprio come un condono, anche se molto oneroso. Infatti la Svizzera agirebbe da sostituto di imposta ma l’anonimato del contribuente sarebbe garantito non solo per i rapporti pregressi, quelli sanati dal prelievo una tantum, ma pure per il futuro. E comunque, notano i funzionari che rispondono ad <strong>Attilio Befera</strong>, non è bello trattare con un paradiso fiscale che sta ancora nella black list.</p><p>Tra le preoccupazioni dell’Agenzia delle entrate ce n&#8217;è anche una molto concreta: sul gettito c’è una grande incertezza, perché il fatto che Berna agisca come sostituto di imposta è comodo, tutti i costi burocratici sarebbero a carico degli svizzeri, ma il perdurare del segreto bancario comporta che l’Italia non è in grado di sapere se gli svizzeri dicono tutta la verità. Per questo l’Agenzia prevede due strumenti di tutela: il primo è un meccanismo aggiuntivo di salvaguardia di scambio di informazioni, nel caso gli ispettori del Fisco, durante un’indagine scoprano una transazione con la Svizzera. Tradotto: se gli ispettori o la magistratura italiana hanno fondate ragioni per sospettare che un italiano abbia un conto in Svizzera, Berna dovrebbe dimostrare che quel conto paga le tasse – tramite il governo elvetico – o sono guai. Insomma, gli strumenti per capire se la Svizzera non collabora ci sarebbero. La vera garanzia però è l’acconto, pagato subito da Berna, prima di raccogliere direttamente dai conti (e solo da quelli, le cassette di sicurezza sarebbero al riparo) le imposte previste dall’eventuale accordo. In attesa della gallina domani, l’uovo sarebbe certo. Ma piccolo: 1-2 miliardi su 150 depositati nei forzieri di <strong>Ginevra</strong> e <strong>Lugano</strong>.</p><p>Ci sono delle precauzioni ulteriori che l’Italia può adottare e su cui i tecnici del governo stanno ragionando, soprattutto per limitare lo spettro della sanatoria ed evitare che l’operazione diventi un gran regalo ai criminali: il prelievo una tantum non dovrebbe sanare i cosiddetti “reati mezzo” commessi per esportare i capitali, tipo appropriazione indebita e falso in bilancio. E dovrebbero essere perseguibili anche i “reati fine”, commessi utilizzando i soldi, tipo evasione, riciclaggio e corruzione. Il problema più serio è un altro: risalire ai beneficiari ultimi dei conti o degli strumenti di investimento è complesso, senza meccanismi che garantiscano di superare gli schermi giuridici si rischia che il gettito sia quasi zero, come è successo in questi anni in cui era in vigore una direttiva europea non troppo dissimile dagli accordi di Germania e Gran Bretagna. Ma qualunque scelta faccia il governo Monti deve fare in fretta o rischia di trovare i forzieri vuoti. Con i capitali emigrati nelle filiali asiatiche delle grandi banche svizzere.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/04/evasione-svizzera/218805/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Capitali svizzeri, ora Monti dice sì</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/01/capitali-svizzeri-monti-dice/214951/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/01/capitali-svizzeri-monti-dice/214951/#comments</comments> <pubDate>Tue, 01 May 2012 17:08:11 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[capitali svizzeri]]></category> <category><![CDATA[evasione]]></category> <category><![CDATA[Germania]]></category> <category><![CDATA[Inghilterra]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[Svizzera]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=214951</guid> <description><![CDATA[Mario Monti è pronto a trattare con la Svizzera per tassare i capitali nascosti dagli evasori italiani nei forzieri di Lugano e Ginevra: “Considereremo ex novo l’intera materia”, annuncia ieri sera in conferenza stampa. Come anticipato dal Fatto, il via libera della Commissione europea agli accordi bilaterali di Gran Bretaglia, Germania e Austria con Berna,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Mario Monti</strong> è pronto a trattare con la Svizzera per tassare i capitali nascosti dagli evasori italiani nei forzieri di Lugano e Ginevra: “Considereremo ex novo l’intera materia”, annuncia ieri sera in conferenza stampa. Come anticipato dal Fatto, il via libera della Commissione europea agli accordi bilaterali di Gran Bretaglia, Germania e Austria con Berna, ha cambiato tutto. Ora si può discuterne, anzi, si sta già trattando, Monti fissa la prima condizione: il rispetto dei trattati sulla tassazione dei lavoratori frontalieri che “il Canton Ticino ha sospeso unilateralmente”. Il negoziato comincia .</p><p>“Come Pd chiederemo al governo una stima sull’ammontare e la composizione dei capitali italiani in Svizzera, poi servirà con urgenza un accordo bilaterale e un vincolo chiaro per l’utilizzo del gettito ottenuto. Se arrivassero subito 3 miliardi, per esempio, si potrebbero destinare subito a credito di imposta per le imprese che assumono”, spiega <strong>Sandro Gozi</strong>, deputato del Pd che segue da tempo il dossier dell’accordo fiscale. Nel 2008 la Commissione europea aveva iniziato a ragionare su un accordo comunitario con la Svizzera, per tassare in loco i capitali sottratti al fisco, “ma per cambiare le regole in materia fiscale ci vuole l’unanimità e l’Italia si opponeva, formalmente Giulio Tremonti chiedeva un accordo più duro, ma in pratica ha bloccato i negoziati”, ricorda Gozi.</p><p>La Commissione aveva comunque fatto alcuni conti: la metà dei capitali depositati in Svizzera, 3.300 miliardi, sarebbe di origine straniera: 180 miliardi tedeschi, 120-150 italiani, 70 inglesi. A metà 2011 Gran Bretagna e Germania, vista la paralisi della normativa comunitaria e la necessità di fare cassa, stipulano un accordo bilaterale con la Svizzera. La Commissione all’inizio è scettica poi, dopo alcune modifiche, concede formalmente il via libera a metà aprile. Nel frattempo all’elenco si è aggiunta anche l’Austria.</p><p>Gli effetti si sentiranno dal 2013, quando entrano in vigore gli accordi. “Germania e Gran Bretagna hanno concordato che Berna paghi subito un acconto sulle somme che riscuoterà dalle banche, per l’Italia potrebbe essere oltre un miliardo di euro”, stima Gozi.</p><p>Da quando è caduto il veto di Bruxelles, evasori, consulenti, avvocati e banchieri stanno studiando la documentazione ufficiale per capire cosa li aspetta. Questi accordi si compongono di due parti: la prima è una sanatoria del passato, la seconda una tassa annuale sui redditi prodotti dalle attività detenute in Svizzera. Dal primo gennaio 2013, un tedesco o un inglese che hanno un conto a Lugano avranno tre scelte. La prima: chiudere il conto e trasferire i capitali in un altro paradiso fiscale (le autorità elvetiche faranno di tutto per scoraggiare questa opzione). Seconda scelta: il correntista dichiara per iscritto alla banca di voler uscire allo scoperto , la banca poi informa il governo svizzero che informa il Paese di appartenenza che poi si rifarà sul malcapitato correntista facendogli pagare sanzioni, penali e tasse non pagate per tutti gli anni passati (ovviamente questa ipotesi è concepita in modo così poco allettante da non spingere nessuno a sceglierla). Terza opzione, quella che tutte le parti interessate caldeggiano: il pagamento anonimo della tassa. La banca verifica la nazionalità del beneficiario delle attività che detiene (anche se si tratta di un trust o di altri tipi di schermi giuridici), poi preleva dal conto la penale prevista dalle formule contenute negli accordi bilaterali – tra il 21 e il 41 per cento per i tedeschi, tra il 19 e il 34 per gli inglesi, tra il 15 e il 38 per gli austriaci – e versa la somma al governo di Berna che, a sua volta, la passerà allo Stato interessato.</p><p>In teoria tutto questo sarebbe già previsto dalla direttiva 2003/48, in vigore dal 2005, ma non ha mai funzionato: la Svizzera si impegnava ad applicare una ritenuta del 35 per cento sui rendimenti maturati nei suoi confini da cittadini dell’Unione europea, poi versava il 75 per cento del gettito ai Paesi di competenza. Le somme raccolte sono state ridicole, perché era troppo facile aggirare i vincoli. Per questo sono arrivati gli accordi bilaterali. Dopo la sanatoria sul passato, un condono fiscale molto costoso (l’aliquota chiesta da Tremonti agli evasori che usavano lo scudo fiscale per rimpatriare denaro era solo del 5 per cento, qui sui grossi capitali si arriva al 40) in teoria non dovrebbero più esserci situazioni ambigue: chi non è uscito allo scoperto o non ha chiuso il conto fuggendo a Saint Lucia o alle isole del Canale sarà noto al governo e, di fatto, al Paese di provenienza che sa quale gettito aspettarsi. Nella fase due, dopo la “regolarizzazione”, al dentista o al piccolo imprenditore italiano che ha il conto a Lugano resteranno due alternative: o emerge allo scoperto o, se vuole mantenere l’anonimato, paga un’aliquota sui rendimenti ottenuti dalle attività che è abbastanza salata: 26,375 per i tedeschi, tra il 27 e il 48 per gli inglesi , 25 per gli austriaci. “Proteggere la privacy dei clienti delle banche è e rimarrà uno dei pilastri del settore finanziario svizzero. L’accordo rispetta questo impegno: solo i pagamenti delle tasse saranno trasmessi alle autorità fiscali, non i nomi dei clienti”, rassicura la documentazione del governo di Berna. Ma è chiaro che uno dei principali benefici della segretezza, cioè l’elusione fiscale, sarà caduto.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/01/capitali-svizzeri-monti-dice/214951/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Nelle banche svizzere, i cinquanta miliardi che Monti non vuole</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/30/nelle-banche-svizzere-cinquanta-miliardi-monti-vuole/213260/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/30/nelle-banche-svizzere-cinquanta-miliardi-monti-vuole/213260/#comments</comments> <pubDate>Mon, 30 Apr 2012 05:57:29 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Banche]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[recuperare]]></category> <category><![CDATA[Svizzera]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=213260</guid> <description><![CDATA[I soldi sono lì, a portata di mano, facili da incassare. E tutti in una volta, senza stare a racimolare un miliardo qua e uno là tra accise sulla benzina e i blitz utili, e spettacolari, come quello di ieri della Guardia di Finanza negli agriturismi in vista del ponte del Primo maggio. Nelle casse...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>I soldi sono lì, a portata di mano, facili da incassare. E tutti in una volta, senza stare a racimolare un miliardo qua e uno là tra accise sulla benzina e i blitz utili, e spettacolari, come quello di ieri della Guardia di Finanza negli agriturismi in vista del ponte del Primo maggio. Nelle casse delle banche svizzere si stima ci siano almeno 150 miliardi di euro degli evasori italiani e lo Stato potrebbe prendersene fino a 50. Ma al governo non sembrano interessare.</p><p>“Full compliance”, piena conformità. È questa l’espressione che toglie ogni alibi al <strong>governo Monti</strong>. Nella conferenza stampa di mezzogiorno del 17 aprile il commissario europeo alla Fiscalità, <strong>Algirdas Šemeta</strong>, spiega ai giornalisti che gli accordi di Gran Bretagna, Germania e Austria con la Svizzera sono compatibili con il diritto comunitario . E quindi nel 2013 produrranno i loro effetti.</p><p>Partiamo dalla fine: il 13 aprile l’Austria firma l’accordo con la Svizzera. Funziona così: nei forzieri elvetici ci sono almeno 20 miliardi di euro austriaci frutto di evasione. I residenti austriaci titolari dei conti o i beneficiari dei trust e degli altri strumenti giuridici per nascondere le tracce, se vogliono mantenere i loro capitali in Svizzera dovranno pagare una sanzione una tantum del 30 per cento, modulata poi a seconda della durata dei depositi, che può nella pratica oscillare tra il 15 e il 38 per cento. È una specie di condono fiscale, è vero, ma di entità ben diversa da quel 5 per cento applicato da Giulio Tre-monti ai suoi tempi. E soprattutto gli effetti continuano: tutti i proventi dei capitali e degli altri strumenti finanziari (dai dividendi ai capital gain) saranno tassati al 25 per cento ogni anno. La Svizzera si accolla il ruolo di esattore per conto dell’Austria e in cambio conserva il segreto bancario, l’unico vero strumento che le è rimasto per attirare i capitali nel Paese (visto che spesso derivano da evasione fiscale o altre pratiche illecite). Il governo di Berna si trova infatti sotto pressione, soprattutto dagli Stati Uniti, per rivelare i segreti dei conti bancari (celebre il caso di Ubs, che è stata costretta a farlo, in piccola parte).</p><p>Preferisce quindi agire da sostituto d’imposta, ma tenere un po’ di riservatezza. Da mesi ci sono trattative tra Berna, la Germania e la Gran Bretagna che hanno raggiunto accordi simili. L’applicazione si stava complicando perché la Commissione europea temeva gli effetti distorsivi di provvedimenti che, di fatto, sanano le posizioni illecite del passato. “Ma si è trovato un escamotage, i pagamenti una tantum vengono presentati come l’acconto di quanto verrà chiesto a chi ha soldi in Svizzera dopo l’approvazione di un accordo complessivo tra i 27 Paesi Ue che il commissario Šemeta continua ad auspicare”, spiega Rita Castellani, una delle animatrici dell’iniziativa “Operazione Guardie Svizzere” per fare pressione sul governo italiano. In Germania la Spd, il partito socialdemocratico, si è opposta all’accordo negoziato dal governo di Angela Merkel e ha ottenuto condizioni ancora più punitive per gli evasori: un prelievo una tantum tra il 21 e il 41 per cento (invece che tra il 19 e il 34) e una patrimoniale colossale del 50 per cento per chi eredita un conto svizzero e non lo dichiara al fisco tedesco. Le associazioni dei contribuenti in Germania, all’inizio scettiche, ora sono entusiaste della formulazione dell’accordo e chiedono la sua immediata applicazione. I l flusso di denaro verso Berlino comincerà nel 2013.</p><p>Pochi giorni fa il ministro delle Finanze elvetico, Eveline Widmer-Schlumpf, ha detto in un’intervista che “la Svizzera sta portando avanti con Italia e Francia il tema della tassazione degli asset detenuti in conti svizzeri da cittadini dei due Paesi, ma un negoziato formale deve ancora iniziare”. Il ministro del Tesoro Giulio Tremonti aveva concentrato, con un certo successo, le sue attenzioni soprattutto su San Marino. E il governo Monti ha chiarito la sua posizione all’inizio del mandato: favorevole agli accordi con la Svizzera per far pagare gli evasori ma nel quadro di un’intesa comunitaria, anche per non incorrere nel rischio di sanzioni da parte della Commissione Ue. La quale però adesso ha dato il via libera. E l’accordo fatto dall’Austria toglie ogni alibi all’Italia. A cui un po’ di gettito in più, nel 2013, farebbe comodo visto che la recessione farà diminuire le entrate attese su cui è stata impostata l’ultima manovra Salva Italia.</p><p>da <em>Il Fatto Quotidiano</em> del 29 aprile 2012</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/30/nelle-banche-svizzere-cinquanta-miliardi-monti-vuole/213260/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Recessione, la peggiore nella storia d&#8217;Italia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/28/recessione-peggiore-nella-storia-ditalia/211988/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/28/recessione-peggiore-nella-storia-ditalia/211988/#comments</comments> <pubDate>Sat, 28 Apr 2012 14:12:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Banca d'Italia]]></category> <category><![CDATA[conseguenze crisi]]></category> <category><![CDATA[crisi economica]]></category> <category><![CDATA[famiglie italiane]]></category> <category><![CDATA[Grande Recessione]]></category> <category><![CDATA[Intesa-San Paolo]]></category> <category><![CDATA[Istat]]></category> <category><![CDATA[pil]]></category> <category><![CDATA[potere spesa]]></category> <category><![CDATA[recessione]]></category> <category><![CDATA[Risanamento]]></category> <category><![CDATA[spesa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=211988</guid> <description><![CDATA[L’Italia non è abituata alla recessione. E quella di oggi assomiglia sempre più a una depressione senza rimedio che a un episodio sgradevole e passeggero. Nella storia Repubblicana abbiamo avuto poche grandi recessioni: 1974-1975, 1992-1993 e quella 2008-2009, anticamera della recessione 2012 che è appena (ri)cominciata. La più grave di tutte Sappiamo di essere in...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia non è abituata alla recessione. E quella di oggi assomiglia sempre più a una depressione senza <strong>rimedio</strong> che a un episodio sgradevole e passeggero. Nella storia Repubblicana abbiamo avuto poche grandi recessioni: 1974-1975, 1992-1993 e quella 2008-2009, anticamera della recessione 2012 che è appena (ri)cominciata.</p><p><strong>La più grave di tutte</strong></p><p>Sappiamo di essere in recessione dal 12 marzo, quando l’Istat ha comunicato che da sei mesi il nostro Prodotto interno lordo era in calo. La definizione di recessione tecnica richiede questo, due trimestri consecutivi col segno meno: -0,2 negli ultimi tre mesi del 2011 e poi -0,7 nei primi tre del 2012. Per capire quanto è grave, e soprattutto <strong>inedita</strong>, la situazione attuale bisogna fare i confronti con il passato. Nelle tre grandi recessioni recenti, il Pil italiano è stato in calo, in media , per 4,5 trimestri consecutivi: per nove mesi nel 1974-1975, per 18 nel 1992-1993. Dopo circa due anni la ricchezza prodotta dal Paese tornava sui livelli pre crisi. Questa volta non sta succedendo, anzi, l’economia si sta avvitando nella “double dip recession”, cioè una recessione seguita da un accenno di ripresa e poi da una recessione. Non era <strong>mai successo</strong>. Nell’ottobre 2010 quattro ricercatori della Banca d’Italia (Antonio Bassanetti, Martina Cecioni, Andrea Nobili e Giordano Zevi), hanno presentato il lavoro “Le principali recessioni italiane: un confronto retrospettivo” che già allora chiariva come questa fosse la fase pià difficile della<strong> storia</strong> repubblicana.</p><p>Le ragioni sono molteplici, ma la più evidente è che la crescita negli anni precedenti il “picco”, cioè il momento più alto che chissà quando torneremo a raggiungere, è stata particolarmente bassa: soltanto +1 per cento in media tra 2001 e 2007. La perdita cumulata di Pil nella recessione degli anni Settanta è stata del 3,8 per cento, nel 1992-93 dell’1,9 per cento. Mentre in quella 2008-2009 è stato di oltre il 6 per cento.</p><p><strong>Le conseguenze immediate</strong></p><p>Di solito quando comincia la recessione i consumatori si spaventano. Anche quelli che potrebbero spendere non lo fanno, le prime spese a essere rinviate sono quelle dei cosiddetti beni durevoli. Come le automobili. Poi si taglia sui semi-durevoli, dalle lavatrici ai forni a microonde. Infine si cerca di risparmiare su tutto il resto, fino ai beni di prima <strong>necessità</strong>. Qualche settimana fa una ricerca di Intesa San-paolo ha sparso il panico: i livelli di spesa per alimentari sono tornati ai livelli del 1981. In realtà bastava leggere il testo per scoprire che si trattava, appunto, di spesa. E non di quantità di prodotti consumati. Alcune cose sono diventate più economiche altre, tipo il tabacco, più costose.</p><p>Le famiglie italiane sono uscite dalla prima fase di questa recessione con meno <strong>danni</strong> del previsto. Almeno in apparenza. Il colpo del 2009 ha abbattuto del 15 per cento la spesa per beni durevoli nel primo trimestre. Nel 1974-75 il calo era stato in linea, del 14,3, mentre nel 1992-93 assai più pesante, -23,5 per cento. Ma questo si spiega, perché all’inizio degli anni Novanta la crisi dell’Italia aveva anche una natura valutaria, c’era la lira sotto attacco speculativo, e quindi i prodotti d’importazione diventavano sempre più costosi tanto più la lira si svalutava. Il problema è che le famiglie, e i lavoratori, sono arrivati alla prima parte dell’attuale Grande Recessione sotto stress: il grafico della Banca d’Italia, nella ricerca citata, è <strong>impressionante</strong>: il reddito disponibile delle famiglie cresce fino al 1993, quando raggiunge un valore pari a circa il 30 per cento in più di quello del 1980 (anno scelto come paragone) e poi si ferma. Nel 2007, l’anno che ricordiamo con crescente nostalgia , i redditi sono ancora fermi. Miracolosamente, però i consumi hanno continuato a crescere dopo la recessione degli anni Novanta, per la precisione dal ‘94. Fino a quel momento redditi e consumi si erano mossi di pari passo, poi i secondi si involano mentre i primi restano piatti: nel 1993 i consumi erano il 30 per cento più alti del 1980, nel 2008 il 50 per cento. C’è il trucco: è sceso il tasso di risparmio. Lo spiega Giuseppe Bortolussi, nel suo ultimo e-book “Da Tremonti a Monti, il grande salasso”: “Il risparmio delle famiglie è sceso <strong>progressivamente</strong> passando dal 15,5 per cento del reddito disponibile lordo (anno 2007) all’11,7 per cento del 2011 (media dei primi tre trimestri). Le famiglie italiane hanno risparmiato molto meno di quanto facevano prima della crisi. Inoltre è calato il loro potere d’acquisto, in sostanza la quantità di beni che le famiglie possono acquistare con il proprio reddito: nel 2008 (-1,1 per cento) e nel 2009 (-2,8 per cento)”.</p><p>Casa, risparmi e famiglia sono stati una diga che ha permesso di superare la recessione 2008-2009 con traumi limitati, come ha rivelato una sorprendente ricerca della Fondazione Rodolfo De Bendetti. Ma quell’effetto è finito. Come nota il Centro Europa Ricerche, infatti, il cosiddetto Misery Index, l’indice di <strong>miseria</strong> che valuta l’impatto della crisi sulle famiglie , continua ad aumentare da metà 2010, quando l’Italia non era ufficialmente più in recessione, e dal 2012 si è impennato. La diga si è rotta</p><p><strong>Vie di fuga</strong></p><p>A contrastare le recessioni, di solito, ci pensavano le esportazioni , grazie alle svalutazioni competitive della lira. Questa volta non si può contare su quella <strong>risorsa</strong>, anche se gli ultimi dati dell’Istat invitano a qualche cauto ottimismo. Con un po’ di cinismo, ma anche di amor patrio, sul sito lavoce.info Francesco Daveri ha calcolato che se la crisi dell’eurozona continua, l’euro continuerà a indebolirsi: se il cambio dovesse deprezzarsi del 25 per cento rispetto al dollaro, basandosi su confronti con il 1993 Daveri stima che le esportazioni potrebbero salire del 10,5 per cento (è lo stesso meccanismo che ha permesso alla Germania di crescere di buona lena in questi anni difficili). Tutto come una volta, insomma. Se non fosse per le politiche di austerità imposte dal governo Monti che complicano il quadro. Elaborazioni su dati Eurostat dimostrano che forti <strong>aggiustamenti</strong> dei conti riducono in modo più che proporzionale la crescita.</p><p>La Grecia tra 2009 e 2011 ha migliorato il suo deficit del 6,5 per cento, ma il suo Pil nominale è crollato del 7,1. L’Italia si è accontentata di un miglioramento dell’1,5 e il Pil infatti è cresciuto del 4 per cento cumulato (nominale, non si considera l’inflazione). Ora le cose sono cambiate, e il<strong> risanamento</strong> più duro si combina con una nuova recessione. Nessuno ha idee chiare su come affrontare questo nuovo scenario.</p><p><em>Sempre peggio Il misery index, l’indice che spiega l’impatto della crisi sulle famiglie. Nonostante nel 2010 l’Italia non fosse più in recessione, la curva continua a salire</em></p><p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/28/recessione-peggiore-nella-storia-ditalia/211988/indice-della-miseria/" rel="attachment wp-att-212001"><img class="alignleft size-medium wp-image-212001" title="indice della miseria" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/indice-della-miseria-300x254.jpg?47e3a5" alt="indice della miseria" width="300" height="254" /></a></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/28/recessione-peggiore-nella-storia-ditalia/211988/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Una nuova fase in Europa?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/26/nuova-fase-europa/208822/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/26/nuova-fase-europa/208822/#comments</comments> <pubDate>Thu, 26 Apr 2012 10:17:09 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[Draghi]]></category> <category><![CDATA[fiscal compact]]></category> <category><![CDATA[Francia]]></category> <category><![CDATA[hollande]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[presidenziali]]></category> <category><![CDATA[recessione]]></category> <category><![CDATA[zonaeuro]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=208822</guid> <description><![CDATA[Qualcosa in Europa sta cambiando. E non soltanto per la probabile elezione di François Hollande alla presidenza della Francia. Ieri il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi è intervenuto al Parlamento europeo segnando, forse, l’inizio di una nuova fase in Europa. Proprio lui che ha inventato il nome di “fiscal compact” per il trattato...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div>Qualcosa in Europa sta cambiando. E non soltanto per la probabile elezione di François Hollande alla presidenza della Francia. Ieri il presidente della Banca centrale europea <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/25/draghi-europa-meta-guado-serve-patto-crescita/207660/" target="_blank">Mario Draghi è intervenuto al Parlamento europeo</a> segnando, forse,<strong> l’inizio di una nuova fase in Europa</strong>. Proprio lui che ha inventato il nome di “fiscal compact” per il trattato intergovernativo che vuole imporre la linea tedesca sui bilanci (deve essere ratificato dai 25 Stati aderenti), ora dice “&#8217;Quello che al momento mi è maggiormente presente è avere un patto per la crescita”. Anche perché il risanamento dei conti, così come lo stanno conducendo Italia e Spagna <strong>peggiora la recessione</strong>. Con parole che potrebbero anche sembrare una critica all’operato di Mario Monti, Draghi ha spiegato: “In condizioni di urgenza e di estrema tensione , è più facile aumentare le tasse che ridurre le spese, e ridurre le spese in conto capitale invece che quelle correnti. Parte dell&#8217;effetto recessivo che stiamo vedendo dipende da come il consolidamento è stato attuato”.</div><p>In Francia Hollande ne ha subito approfittato e nella sua prima conferenza stampa da potenziale presidente, ha sottolineato come perfino il presidente della Bce “dice che il patto di bilancio deve essere completato da un patto di crescita”. Hollande vorrebbe modificare in questo senso il <strong>fiscal compact</strong>. Nessuno ha capito esattamente come, il leader socialista per ora si limita a dire che la Francia “deve trovare un equilibrio per i propri conti pubblici entro il 2017”, che la Bce deve pensare anche alla crescita e all’occupazione (ma senza modificare i trattati che la impegnano a occuparsi solo d’inflazione) e che ci devono essere regole contabili che permettono gli investimenti. La Germania ha già detto che il fiscal compact non si tocca, ma il cancelliere<strong> Angela Merkel</strong> teme l’isolamento definitivo in Europa, sempre più probabile ora che anche l’Olanda, un altro dei Paesi rigoristi, è nel pieno di una crisi politica innescata proprio dalle misure di austerità. Proprio ieri lo staff della cancelliera ha reso noto che ci sono stati contatti con Roma per discutere di misure per la crescita in vista del Consiglio europeo di giugno. “Noi abbiamo bisogno di crescita, crescita basata su iniziative permanenti, non solo su programmi di congiuntura”, ha detto ieri la Merkel, commentando le parole di Draghi.</p><p><strong>La questione è delicata</strong>: da mesi c’è una tensione fortissima tra Draghi e Berlino, con attacchi senza precedenti del governatore della Bundesbank Jens Weidmann resi noti dalla stampa tedesca. Alla Germania non è piaciuta l’operazione LTRO di Draghi, cioè i 1.000 miliardi di finanziamenti a tre anni dati alle banche europee a tasso agevolato. Per Berlino è una violazione del mandato della Bce e una potenziale fonte di inflazione. Ieri Draghi ha presentato un bilancio non entusiastico dell’operazione: sono scese le tensioni sul settore del credito (cioè le banche non sono fallite per crisi di liquidità diventate di insolvenza), ma la Bce non può interferire su come poi usano i soldi, e quindi non c’è la garanzia che i prestiti vadano a beneficio dell’economia reale. Insomma: il LTRO ha evitato crisi bancarie a catena, ma non basta.</p><p>Serve qualche idea forte, il <strong>voto francese</strong> potrebbe favorire l’uscita dallo stallo di questi mesi (dovuto anche a un Nicolas Sarkozy azzoppato). <strong>È cruciale il ruolo di Monti</strong>, unico possibile mediatore tra la Germania, la nuova Francia di Hollande o di un Sarkozy influenzato dal Front National e la Bce di Draghi. La ricetta europea del premier è nota: eurobond e mercato unico (liberalizzazioni europee, poco amate dai francesi come dai tedeschi). O Monti riesce a incassare qualche successo concreto al Vertice di giugno, oppure anche la sua strategia europea dovrà essere archiviata tra i suoi obiettivi raggiunti soltanto a metà.<br /> <br /><em>Twitter@stefanofeltri</em></p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 26 Aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/26/nuova-fase-europa/208822/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Margin Call, il cinema alla prova della crisi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/25/margin-call-cinema-alla-prova-della-crisi/207942/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/25/margin-call-cinema-alla-prova-della-crisi/207942/#comments</comments> <pubDate>Wed, 25 Apr 2012 13:56:10 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Curtis Hanson]]></category> <category><![CDATA[Goldman Sachs]]></category> <category><![CDATA[Gordon Gekko]]></category> <category><![CDATA[Lehman Brothers]]></category> <category><![CDATA[Margin Call]]></category> <category><![CDATA[Too big to fail]]></category> <category><![CDATA[wall street]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=207942</guid> <description><![CDATA[Un trader siede davanti allo schermo, inarca le sopracciglia, parte la musica a evocare tensione, scattano i primi “Jesus” e “Fuck”, gergo tecnico che sembra imprescindibile nel racconto della grande finanza. Lo scenario è sempre lo stesso,Wall Street, settembre 2008, il crollo di Lehman Brothers. Molto di più il cinema non sembra in grado di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Un trader siede davanti allo schermo, inarca le <strong>sopracciglia</strong>, parte la musica a evocare tensione, scattano i primi “Jesus” e “Fuck”, gergo tecnico che sembra imprescindibile nel racconto della grande finanza. Lo scenario è sempre lo stesso,Wall Street, settembre 2008, il crollo di Lehman Brothers.</p><p>Molto di più il cinema non sembra in grado di fare per raccontare la grande crisi. Margin Call è un film che 01 distribution (Rai Cinema) distribuirà in Italia dal 18 maggio, diretto da J.C. Handor, in concorso al Festival di Berlino. La trama: un giovane trader (Zachary Quinto) completa le<strong> analisi</strong> del suo capo appena licenziato (Stanley Tucci) e scopre che la grande banca in cui lavorano è esposta a rischi eccessivi e si profila il crac da un momento all’altro. Si susseguono riunioni con capi più o meno inetti fino all’arrivo di Jeremy Irons, l’amministratore delegato John Tuld (chiara allusione a Richard Fuld di Lehman Brothers, chiamato “il Gorilla”). Decidono di scaricare tutti i rischi sui clienti per ridurre l’esposizione della banca. Il cast è di livello, ci sono anche Demi Moore e Paul Bettany.</p><p>In Margin Call, titolo criptico che allude a una <strong>tipica</strong> operazione speculativa, c’è il potenziale narrativo della crisi – che dai tempi di Wall Street di Oliver Stone, nel 1987 – ha il suo fascino. Ma ci sono anche tutti i limiti: lo spettatore medio non coglie neppure i rimandi a Lehman, quello scafato si stupisce che tutti i capi sembrino analfabeti finanziari che chiedono ai sotto-posti di spiegare in parole semplici cosa sta succedendo, a esclusivo beneficio dello spettatore ma a scapito della credibilità. Sembra che i film non riescano mai a superare il personaggio di Gordon Gekko (Michael Douglas), lo speculatore di Stone che teorizzava “greed is good” (l’avidità è bene). Lo stesso Stone ha tentato, con risultati non <strong>indimenticabili</strong>, di riportarlo in vita con il sequel Wall Street 2 del 2011. Anche in quel film la crisi viene riassunta negli eccessi americani del 2007-2008, i “masters of the universe” che, come nel Falò delle vanità di Tom Wolfe, precipitano, trascinandosi però dietro il resto dell’economia.</p><p>In Margin Call c’è almeno un accenno al fatto che, quattro anni dopo il crac di Lehman, abbiamo capito che i banchieri sono stati una parte (grossa) del problema, ma c’è anche altro. Uno dei banker spiega una <strong>sgradevole</strong> verità: “Ci sono persone là fuori a cui va bene così, se noi togliamo la mano non potranno più abitare in case che non possono permettersi e guidare auto comprate a rate”.   </p><p>Nel 2011 il regista Curtis Hanson ha trasformato in un film la grande inchiesta di Andrew Ross-Sorkin, il giovane ma famosissimo reporter del New York Times, che ha ricostruito i retroscena <strong>dell’esplosione</strong> della finanza nell’estate 2008. Se Margin Call evoca, suggerisce, sintetizza, Too Big To Fail voleva essere la cronaca, ora per ora, delle fasi più critiche della storia di Wall Street. Ma anche quell’esperimento non è riuscito: per il grande pubblico era impossibile riconoscere i protagonisti e cogliere le sfumature, il personaggio principale, l’ex segretario al Tesoro Henry Paulson, ne usciva come un servitore dello Stato che aveva fatto il possibile, i suoi conflitti palesi con Goldman Sachs, che aveva diretto per anni, soltanto accennati.</p><p>L’unico che ha raccontato la crisi (americana) nella sua complessità è Charles Ferguson, con il documentario Inside Job, che ha giustamente vinto l’Oscar: dopo numerosi tentativi, sembra ormai evidente che soltanto l’inchiesta giornalistica riesce ad affrontare i diversi aspetti del disastro in cui siamo <strong>immersi,</strong> evidentemente troppo complesso e troppo poco umano per la fiction. Il cinema ha i suoi limiti, serve pure sempre un protagonista, una trama, un equilibrio da rompere e ricomporre, un’unità di spazio e tempo. Un inizio e una fine. Ma quest’utlima, nel mondo reale, nessuno riesce a intravederla. Kevin Spacey in Margin Call funziona, il suo ruolo di trader vecchio stile, cinico ma non troppo, è perfino plausibile. Eppure lo spettatore non può emozionarsi più di tanto vedendo un tizio che fissa uno schermo e impallidisce, senza poter capire cosa c’è dietro i numeri e grafici di Bloomberg.   </p><p>Non è che la letteratura se la cavi poi tanto meglio con questa crisi. Robert Harris ha trovato un’allegoria così palese da sfiorare la<strong> banalità</strong>, con L’indice della paura (Mondadori): un algoritmo per speculare perfetto che prende vita e uccide i suoi creatori. Nel 2010 Adam Hasslet ha colto bene lo spirito dei tempi con Union Atlantic (Einaudi), romanzo che riassume però soltanto la vigilia del tracollo, raccontando l’intreccio tra banche e bolla immobiliare. Forse il romanzo finanziario migliore resta Questa città che sanguina (Eliot) di Alex Preston, proprio perché è l’opposto di Inside Job: non il racconto della big picture del quadro di insieme, ma un dramma <strong>individuale</strong>, senza pretese di completezza: la caduta di un giovane inglese che aveva rinunciato a un dottorato su Shakespeare per i soldi facili della City. E che finisce per dimenticare il figlio in auto troppo preso dal fallimento imminente della società finanziaria in cui lavora. Lo ritroverà arrostito dalla calura estiva nel parcheggio.   </p><p>Twitter @stefanofeltri</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 25 Aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/25/margin-call-cinema-alla-prova-della-crisi/207942/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Perché (forse) voterei Sarkozy</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/24/perche-forse-voterei-sarkozy/206851/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/24/perche-forse-voterei-sarkozy/206851/#comments</comments> <pubDate>Tue, 24 Apr 2012 12:23:09 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[ballottaggio]]></category> <category><![CDATA[Francia]]></category> <category><![CDATA[Politiche comunitarie]]></category> <category><![CDATA[presidenziali]]></category> <category><![CDATA[Sarkozy. Hollande]]></category> <category><![CDATA[Unione Europea]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=206851</guid> <description><![CDATA[Guardando da italiano, e da europeo, alle elezioni francesi mi viene da dire che forse al ballottaggio voterei Nicolas Sarkozy, con tutti i suoi limiti, e non François Hollande. Pur considerandomi di sinistra, non vedo molto di buono nella possibile vittoria del candidato socialista. Provo a elencare i motivi. Se siamo in questa situazione, con un&#8217;Europa...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Guardando da italiano, e da europeo, alle <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/22/elezioni-francesi-primi-exit-poll-danno-hollande-vantaggio-sarko-sorpresa/206425/" target="_blank">elezioni francesi</a> mi viene da dire che forse al ballottaggio voterei Nicolas Sarkozy, con tutti i suoi limiti, e non François Hollande. Pur considerandomi di sinistra, non vedo molto di buono nella possibile vittoria del candidato socialista. Provo a elencare i motivi.</p><p>Se siamo in questa situazione, con un&#8217;Europa economica in crisi e quella politica che manca, è anche <strong>per colpa delle scelte della Francia</strong>. Nel 2003 la Francia ha violato il patto di Stabilità, come la Germania, togliendo credibilità ai vincoli europei di bilancio. Anche Mario Monti, lo ricorda ogni volta che può, all&#8217;epoca tentò, senza riuscirci, di imporre una linea dura a livello comunitario. Se sgarra la Francia, perché Italia e Atene no? Sappiamo com&#8217;è finita. Nel 2005 gli elettori francesi bocciano la <strong>Costituzione europea</strong> dopo un surreale dibattito sull&#8217;invasione degli idraulici polacchi. Oggi il mercato unico (liberalizzazioni europee) sembra la sola leva di crescita a disposizione, ma ancora non si è ripreso da quel colpo. Hollande rappresenta la Francia che non vuole rispettare le regole e che contesta il mercato unico. Non ne è derivato molto di buono allora, non c&#8217;è ragione per pensare che oggi andrà diversamente.</p><p>Finché ha potuto, prima di essere azzoppato dai sondaggi e dai mercati, Sarkozy ha spinto per una<strong> soluzione comunitaria alla crisi</strong>. Nel 2008 con il suo ministro Christine Lagarde, chiedeva un maxi fondo per stimolare l&#8217;economia europea e per intervenire sul mercato del debito. Il semestre europeo a guida francese è stato uno dei pochi che si ricordano. Anche nelle crisi più recenti, quelle innescate dalla Grecia, la Francia ha sempre tenuto un <strong>atteggiamento europeista</strong>, contrastando per quanto possibile gli eccessi della Germania. Perfino l&#8217;idea di usare il fondo Salva Stati per ricapitalizzare le banche, vista col senno di poi, forse era meglio della operazione poi adottata da Mario Draghi alla Bce (prestiti senza condizioni per tre anni), che già non convince più i mercati.<br /> In sintesi: Sarkozy cercava soluzioni europee per salvare la Francia. Hollande considera Bruxelles parte del problema ed è disposto a far franare tutto pur di spendere un <strong>po&#8217; di soldi pubblici in più </strong>(mica per investimenti, ma per assumere dipendenti pubblici e abbassare l&#8217;età pensionabile a 60 anni, un insulto a Paesi come l&#8217;Italia che invece si stanno sforzando di avere un sistema pensionistico sostenibile).</p><p>Certo, <strong>Sarkozy è il presidente Bling Bling</strong>, che flirta con la grande finanza e poi diventa il primo supporter della Tobin Tax, che cede agli impulsi più beceri della destra intollerante e sciovinista, che doveva modernizzare la Francia e non ha fatto praticamente nulla, che non ha esitato ad attaccare la Libia nel nome del più cinico interesse nazionale, che ha speculato senza scrupoli sulla recente strage nella scuola ebraica.</p><p>Eppure <strong>Hollande</strong> non offre alcuna garanzia di essere davvero migliore, non ha mai ricoperto alcun ruolo di governo nella sua lunga (e grigia) carriera politica, ha usato un populismo appena più sofisticato di quello dei suoi avversari in campagna elettorale e a livello europeo, dove ormai si decide tutto, si annuncia più come un ostacolo a soluzioni condivise che <strong>come un innovatore</strong>.</p><p>E come dimostrano la crisi del governo olandese, i sondaggi delle elezioni greche, l&#8217;ascesa dei Veri Finlandesi in Finlandia e le tensioni sull&#8217;immigrazione in Svezia, di tutto c&#8217;è bisogno in Europa tranne che di ulteriori dosi di populismo.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/24/perche-forse-voterei-sarkozy/206851/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La lotta di classe al contrario</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/22/la-lotta-di-classe-al-contrario/206309/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/22/la-lotta-di-classe-al-contrario/206309/#comments</comments> <pubDate>Sun, 22 Apr 2012 09:44:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[finanza]]></category> <category><![CDATA[lavoratori]]></category> <category><![CDATA[lotta di classe]]></category> <category><![CDATA[Luciano Gallino]]></category> <category><![CDATA[produzione]]></category> <category><![CDATA[zonaeuro]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/22/la-lotta-di-classe-al-contrario/206309/</guid> <description><![CDATA[Per uscire dalla crisi sappiamo cosa fare: ridurre il debito, tagliare la spesa pubblica, rendere più competitivi i lavoratori, aumentare il ruolo dei privati nell&#8217;economia. Sappiamo tutte queste cose, ma non ci è chiarissimo perché le sappiamo. Anche gli economisti più assertivi, tipo Francesco Giavazzi e Alberto Alesina sul Corriere della Sera, faticano a dimostrare...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Per uscire dalla crisi</strong> sappiamo cosa fare: ridurre il debito, tagliare la spesa pubblica, rendere più competitivi i lavoratori, aumentare il ruolo dei privati nell&#8217;economia. Sappiamo tutte queste cose, ma non ci è chiarissimo perché le sappiamo. Anche gli economisti più assertivi, tipo Francesco Giavazzi e Alberto Alesina sul <em>Corriere della Sera</em>, faticano a dimostrare che queste sono le ricette migliori. Bisogna fare così e basta, perché lo dicono gli economisti più autorevoli, quelli ascoltati dai mercati. Cioè loro.</p><p>Luciano Gallino sostiene una spiegazione sorprendente nella sua semplicità: questo genere di misure <strong>non sono neutre e indiscutibilmente giuste</strong>, ma la traduzione in politica economica della “<a href="http://www.ibs.it/code/9788842096726/gallino-luciano/lotta-classe-dopo.html?shop=5277" target="_blank">Lotta di classe dopo la lotta di classe</a>”, come si intitola il nuovo libro del sociologo torinese pubblicato da Laterza (un&#8217;intervista a cura di un’altra sociologa, Paola Borgna). L&#8217;analisi di Gallino corrisponde al <strong>passo indietro</strong> che, in un museo, permette di vedere un quadro come un insieme invece che come somma di dettagli. La tesi è questa: nei primi 70 anni del Novecento la lotta di classe ha portato a una ridistribuzione verso il basso delle risorse: la costruzione dei sistemi di welfare ha protetto milioni di persone dalla povertà e dalle incertezze, la pressione dei sindacati ha ridotto la quantità di lavoro e ne ha migliorato la qualità, l&#8217;istruzione di massa ha permesso mobilità sociale.<br /> <strong><br /> La classe dei lavoratori ha vinto la battaglia</strong>. Ma la guerra è continuata, è iniziato un “contromovimento” come lo chiamava Karl Polanyi. I numeri di Gallino sono <strong>difficili da confutare</strong>: tra il 1976 e il 2006 crolla la percentuale dei redditi da lavoro sul Pil, misura di quanta parte della ricchezza nazionale finisce nelle tasche dei lavoratori. Tra il 1976 e il 2006, nei 15 Paesi più ricchi dell&#8217;area Ocse, si passa dal 68 al 58 per cento. In Italia i redditi da lavoro scendono addirittura al 53 per cento. Questo significa, ricorda Gallino, che i lavoratori dipendenti hanno perso <strong>240 miliardi di euro all&#8217;anno</strong>. Ma pagano comunque moltissime tasse e tuttora in Italia l&#8217;aliquota più bassa dell&#8217;Irpef (23 per cento) è maggiore di quella sui proventi finanziari, passata nel 2012 dal 12, 5 al 20 per cento. Non è colpa della globalizzazione, sostiene Gallino. È la lotta di classe. Perché mentre i lavoratori dipendenti diventavano più poveri, altri si arricchivano. <strong>Una superclass globale,</strong> ma fortemente radicata anche all&#8217;interno delle singole nazioni, si appropriava di quella ricchezza sottratta ai lavoratori.</p><p>La teoria (neo) liberista, che secondo Gallino è una delle espressioni più compiute della lotta di classe, sostiene che se il Pil cresce tutti ci guadagnano, che rimuovere gli ostacoli alla crescita, rendere il lavoro più flessibile e i salari più competitivi, alla fine è nell&#8217;interesse di tutti. Il filosofo John Rawls affermava nei suoi principi di giustizia che una disuguaglianza è accettabile soltanto se migliora la condizione anche di chi ha meno. E Gallino dimostra che all&#8217;arricchimento di pochi, soprattutto nella finanza, ha corrisposto un impoverimento della base della piramide sociale, con la perdita della capacità di essere una classe “per se” (soggetto attivo, consapevole di avere interesse comuni).</p><p>Il libro di Gallino costringe a una perenne ginnastica mentale, perché a ognuno delle dimostrazioni della violenza della nuova lotta di classe al lettore scatta subito la risposta mainstream. I nostri lavori sono poco produttivi? Dobbiamo accettare meno diritti e più flessibilità, o la disoccupazione. <strong>Sbagliato</strong>, risponde Gallino: con un minimo di coscienza dell&#8217;essere classe anche i sindacati dovrebbero porsi il problema di far aumentare i salari dei lavoratori cinesi e indiani, denunciando le condizioni di sfruttamento, invece che rassegnarsi a veder scendere quelli italiani o americani.</p><p>C&#8217;è un punto di fragilità nel libro di Gallino: l&#8217;ascesa della finanza, il trionfo del capitalismo a debito e la conseguente crisi di finanza pubblica non è soltanto un prodotto di questa lotta di classe. Ma anche, per dirla sempre con termini marxisti, <strong>l&#8217;epilogo di una crisi di sovrapproduzione</strong>: i poveracci americani ricorrevano a carte di credito e mutui subprime per avere uno stile di vita che non potevano permettersi e mantenere artificiosamente alto il livello dei consumi. In Europa le finanze allegre della Grecia hanno permesso ai greci di continuare a comprare prodotti tedeschi, e così via. La bolla della finanza, insomma, non ha contagiato l&#8217;economia reale, come sostiene Gallino, ma si fonda sulle sue debolezze. Dopo aver letto il libro di Gallino, quando si vedono Mario Monti ed Elsa Fornero accampare spiegazioni scivolose sulla necessità di ridurre le tutele al lavoro, viene da parafrasare Bill Clinton: “É la lotta di classe, stupido”.</p><p>Twitter @ stefanofeltri</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 22 Aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/22/la-lotta-di-classe-al-contrario/206309/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Monti ha già fallito?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/monti-ha-gi-fallito/203821/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/monti-ha-gi-fallito/203821/#comments</comments> <pubDate>Thu, 12 Apr 2012 12:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[fiducia dei mercati]]></category> <category><![CDATA[Giorgio Napolitano]]></category> <category><![CDATA[Governo]]></category> <category><![CDATA[Mario Monti]]></category> <category><![CDATA[spread]]></category> <category><![CDATA[Tremonti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/monti-ha-gi-fallito/203821/</guid> <description><![CDATA[Due indizi non fanno una prova, ma quasi: lo spread tocca i 409 punti, prima di chiudere a 375, e il presidente Giorgio Napolitano adotta i toni da crisi nazionale: “Siamo molto preoccupati per il quadro cupo internazionale ed europeo” e nota come “non basta invocare la crescita, attraverso invocazioni quotidiane talvolta un po’ fastidiose”....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/monti.jpg?47e3a5"><img class="alignnone size-full wp-image-203973" title="monti_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/monti.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>Due indizi non fanno una prova, ma quasi: lo spread tocca i 409 punti, prima di chiudere a 375, e il presidente <strong>Giorgio Napolitano</strong> adotta i toni da crisi nazionale: “Siamo molto preoccupati per il quadro cupo internazionale ed europeo” e nota come “non basta invocare la crescita, attraverso invocazioni quotidiane talvolta un po’ fastidiose”. E in serata incontra il premier al Quirinale. Siamo tornati a novembre, al crepuscolo berlusconiano, quando lo spread picconava la Repubblica? Per dirla in altro modo:<strong> Mario Monti</strong> ha già fallito?</p><p>La risposta è complessa. Con <strong>Silvio Berlusconi</strong> ancora al governo, pensano molti operatori finanziari, l’Italia sarebbe già in default. La tensione sui mercati, comunque, sta risalendo, tutti i miglioramenti raggiunti da inizio anno sono svaniti (ieri i Bot sono stati collocati a un tasso doppio rispetto all’asta precedente, 2, 8 contro 1, 4). Un flop di Monti? Vediamo i dati: intorno al 19 marzo, in simultanea, si ferma il rialzo della Borsa (arrivata a 17. 133 punti sul FTSE Mib), riparte lo spread, un balzo da 286 a oltre 400, e comincia a crollare il rendimento dei Bund tedeschi, quelli che determinano, appunto, lo spread (rendimento italiano meno rendimento tedesco). Traduzione: gli investitori all’improvviso vendono azioni italiane, soprattutto di banche, e titoli del debito pubblico comprando invece buoni del Tesoro di Berlino, porto sicuro. Cosa è successo il 19 marzo? Niente.<em> Il Corriere della Sera</em> apriva con un neutro “Ultimatum di Fornero sul lavoro”. Forse, semplicemente, in tanti si erano rifatti abbastanza dalle perdite dei mesi precedenti e hanno venduto, per intascare la plusvalenza e non rimanere scottati ancora. Le riforme di Monti sembrano contare poco.</p><p>Basta mettersi nei panni di un investitore straniero per faticare a vedere differenze profonde, al di là di quelle ovvie di stile e di competenze, con i risultati del governo precedente. Come ai tempi di <strong>Giulio Tremonti</strong>, anche Monti deve preoccuparsi del pareggio di bilancio promesso (da Berlusconi) all’Europa nel 2013. Come Tremonti ora è nei guai, perché a giorni deve rivedere le stime ufficiali di crescita 2012 (“Siamo coerenti con le stime della Commissione europea”, dice <strong>Vittorio Grilli</strong>, si passerà almeno da -0, 4 di oggi a -1, 3). Come Tremonti, il premier spera di avere soldi dalla lotta all’evasione, quelli che i partiti (e non solo) vorrebbero destinare a ridurre le tasse. Ma non è elegante mettere a bilancio introiti incerti prima di averli incassati. Quando Tremonti l’ha fatto è stato crocifisso e Monti, infatti, a dicembre l’ha evitato nel Salva Italia. Ora sembra aver cambiato idea.</p><p>Gli investitori guardano l’Italia e vedono soprattutto una pioggia continua di tasse, anche qui in continuità col precedente esecutivo: ci sono balzelli perfino nella riforma del lavoro (sui biglietti aerei, sull’auto e la casa), accise potenziali sulla benzina nel decreto fiscale, gabelle sugli sms nella riforma della protezione civile. I colleghi economisti <strong>Alberto Alesina</strong> e <strong>Francesco Giavazzi</strong>, anche sul<em> Corriere</em> di ieri, continuano a chiedere a Monti di tagliare la spesa pubblica. Ma il ministro<strong> Piero Giarda</strong> ancora non ha completato la spending review (argomento che studia, però, da decenni) per capire dove intervenire. Nel frattempo le mosse del governo non lasciano prevedere l’uso dell’accetta. Ieri il ministro dello Sviluppo <strong>Corrado Passera</strong> ha presentato la rimodulazione degli incentivi alle energie rinnovabili. Il titolare dell’Ambiente, <strong>Corrado Clini</strong>, scherza ma non troppo: “Grazie agli incentivi i produttori di energia verde in questi anni hanno avuto rendimenti che neanche gli spacciatori di droga”. Quindi drastica riforma? No, una limatura dell’aumento degli incentivi, da qui al 2020 cresceranno di 3 miliardi invece che di 6, sussidi che pagheremo con una bolletta destinata a lievitare.</p><p>Di fronte a queste riforme dall’esito incerto, anche Monti perde un po’ di compostezza. Prima evoca il rischio (fondato) di “contagio” dalla Spagna, con <em>El Mundo</em> che accusa il premier di scaricare su Madrid le proprie difficoltà di politica interna. Poi lo scontro con<strong> Emma Marcegaglia</strong> che ha criticato la riforma del mercato del lavoro. Stando alle indiscrezioni filtrate dal suo staff e riportate dagli inviati al Cairo con la delegazione del governo, Monti avrebbe imputato alla Marcegaglia pure la ripresa dello spread. Visto che nessuno ha davvero voglia di votare a ottobre, però, Monti ha davanti ancora un anno. Non è molto chiara quale sarà la sua agenda adesso, magari ha qualche sorpresa in serbo. Chissà.</p><p>da<em> Il Fatto Quotidiano</em>, 12 aprile 2012</p><p>Leggi anche:</p><p><em><a href="../2012/04/12/i-mercati-rivedono-la-deriva-tremontiana/203820/" target="_blank">I mercati rivedono la deriva tremontiana</a></em> di Fabio Scacciavillani</p><p><em><a href="../2012/04/12/il-problema-a-monte-la-politica-della-bce/203822/" target="_blank">Monti chi?</a></em> di Vladimiro Giacché</p><p><em><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/non-ha-mai-convinto-davvero-gli-investitori/203819/?preview=true&amp;preview_id=203819&amp;preview_nonce=3f9abd0279" target="_blank">Non ha mai convinto davvero gli investitori</a></em> di Superbonus</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/monti-ha-gi-fallito/203821/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>7</slash:comments> </item> <item><title>Toh chi si rivede: lo spread a 400</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/11/monti-nei-guai-la-spagna-manda-lo-spread-a-400/203607/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/11/monti-nei-guai-la-spagna-manda-lo-spread-a-400/203607/#comments</comments> <pubDate>Wed, 11 Apr 2012 10:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[atene]]></category> <category><![CDATA[crisi euro]]></category> <category><![CDATA[governo spagnolo]]></category> <category><![CDATA[Mariano Rajoy]]></category> <category><![CDATA[Mario Monti]]></category> <category><![CDATA[Piazza Affari]]></category> <category><![CDATA[spread]]></category> <category><![CDATA[spread Italia]]></category> <category><![CDATA[spread Spagna]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/11/monti-nei-guai-la-spagna-manda-lo-spread-a-400/203607/</guid> <description><![CDATA[La cronaca offre la metafora della giornata, tragica, di ieri sui mercati: giocando con un fucile Marichalar y Borbòn nipote di re Juan Carlos di Spagna, si spara in un piede e finisce al pronto soccorso. È quello che sta succedendo al governo popolare di Mariano Rajoy che sta continuando a farsi del male con...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La cronaca offre la metafora della giornata, tragica, di ieri sui mercati: giocando con un fucile Marichalar y Borbòn nipote di re Juan Carlos di Spagna, si spara in un piede e finisce al pronto soccorso. È quello che sta succedendo al governo popolare di Mariano Rajoy che sta<strong> continuando</strong> a farsi del male con il fucile della finanza pubblica: Madrid annuncia un nuovo pacchetto di austerità, il più pesante nell’era post franchista, i mercati non si fidano e tutto torna ai momenti peggiori dell’estate 2011.</p><p>Non sono problemi soltanto spagnoli: la Borsa di Milano è la peggiore d’Europa, chiude con un tracollo che non si vedeva <strong>da tempo</strong>, -5 per cento, la capitalizzazione totale del listino diminuisce di 17 miliardi. Colpa delle banche, soprattutto, che sprofondano (Intesa perde l’ 8 per cento). E lo spread continua a crescere: il differenziale di rendimento tra titoli di debito italiani a 10 anni e gli omologhi tedeschi sfonda abbondantemente i 400 punti e chiude la giornata a 404. Per dirla in altro modo: i rendimenti per il nostro debito pubblico fissati dal mercato sono superiori al 5, 6 per cento. Ancora sotto il livello di guardia, ma la tendenza è pericolosa visto che il governo Monti conta proprio sui risparmi dai tassi di interesse (stimati nelle manovre ai livelli di fine 2011, oltre il 7 per cento) per attutire l’impatto della recessione 2012 nei conti pubblici.</p><p>Che cosa sta succedendo? Soltanto dieci giorni fa il premier, nel suo viaggio asiatico, invitava <strong>all’ottimismo</strong> e pochi giorni fa ancora ribadiva: “La crisi dell&#8217;Eurozona è quasi finita e l&#8217;Italia ha contribuito a questo”. Il guaio è che questa è una crisi di fiducia, un modo elegante per dire che il problema è tanto psicologico quanto economico. Tradotto: i mercati sono inquieti, dopo cinque anni di disastri si fanno prendere dal panico con una certa frequenza. Prendiamo il caso della Spagna: nel 2009, come ha ricordato ieri il Governatore della Banca centrale Miguel Fernàndez Ordonez, il Paese aveva un deficit all’ 11 per cento del Pil, nel 2012 dovrebbe portarlo al 5, 3, non l’obiettivo concordato con l’Europa ma meglio di niente. Solo che gli investitori ora hanno due paure: la prima che Rajoy non riesca a ottenere il risultato, perché i tagli di spesa annunciati sono di competenza soprattutto di regioni molto autonome dal governo <strong>centrale</strong>, e il secondo timore è che Rajoy faccia davvero quello che promette, aggravando la recessione del Paese (secondo il Fondo monetario internazionale sarà -1, 7 per cento nel 2012).</p><p>Schizofrenia? Non è certo l’unico caso in Europa, in questi tempii: pochi giorni fa Charles Dallara, presidente dell’Istituto internazionale della finanza, una lobby delle grandi banche, ha scritto un documento per dare indicazioni ai governi: “Bisogna muoversi oltre la sola disciplina fiscale”, il rigore non basta. Eppure Dallara rappresenta quelle stesse banche che per mesi hanno chiesto e ottenuto sacrifici dai greci, spingendo Atene a un soffio dal default, per limitare le perdite sui propri crediti. Ora <strong>capiscono</strong> che troppo rigore nei conti porta alla recessione che farà salire gli spread e scendere il valore dei titoli di Stato in pancia alle banche stesse. Come ha ricostruito una nota della banca JP Morgan, molto commentata in questi giorni dagli operatori finanziari, tutte le misure anticrisi adottate finora a livello europeo servivano solo a prendere tempo. Se i Paesi a rischio, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia su tutti, non dimostrano di poter cambiare le proprie prospettive ma di avviarsi a pesanti recessione, i mercati tornano al panico di fine 2011. Gli oltre 1. 000 miliardi prestati a tassi agevolati dalle Bce alle banche sembrano all’improvviso inutili, così come il Fondo salva Stati fermo a pochi spiccioli (500 miliardi).</p><p>Per questo l’immagine di un Paese è cruciale: Mario Monti sta lavorando molto per presentare l’Italia come dinamica e prossima alla ripresa, nonostante la recessione. Ma la grande stampa finanziaria sembra aver già deciso che la cura Monti ha fallito, il Wall Street Journal ha in corso una campagna contro il premier, e ieri ha pubblicato anche sull’edizione europea (dopo quella Usa) l’editoriale in cui parla della “resa davanti al partito di sinistra” sull’articolo 18 e corregge il paragone: il premier non è la nuova Margaret Thatcher, ma una replica dell’inconcludente John Heath. Pure il <strong>governatore</strong> della Banca di Spagna, Ordonez, ha tentato un disperato scaricabarile “in Italia la retromarcia sulla riforma del lavoro sta creando enorme ansia”.</p><p>@stefanofeltri</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 11 Aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/11/monti-nei-guai-la-spagna-manda-lo-spread-a-400/203607/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;Europa chiede un&#8217;altra manovra, Monti nicchia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/04/leuropa-chiede-unaltra-manovra-monti-nicchia/202178/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/04/leuropa-chiede-unaltra-manovra-monti-nicchia/202178/#comments</comments> <pubDate>Wed, 04 Apr 2012 06:39:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[debito pubblico]]></category> <category><![CDATA[Ecofin]]></category> <category><![CDATA[Eurozona]]></category> <category><![CDATA[evasione fiscale]]></category> <category><![CDATA[financial times]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[recessione]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/04/leuropa-chiede-unaltra-manovra-monti-nicchia/202178/</guid> <description><![CDATA[Mario Monti contro l’Europa. È la prima volta, ma era inevitabile che succedesse: un documento dell’Ecofin dice che se la recessione si aggrava, all’Italia servirà una nuova manovra di tagli e tasse per tenere i conti in ordine. Monti smentisce, e non potrebbe fare diversamente dopo aver annunciato trionfante in Cina che “la crisi dell&#8217;Eurozona...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Mario Monti contro l’Europa</strong>. È la prima volta, ma era inevitabile che succedesse: un documento dell’Ecofin dice che se la recessione si aggrava, all’Italia servirà una nuova manovra di tagli e tasse per tenere i conti in ordine. Monti smentisce, e non potrebbe fare diversamente dopo aver annunciato trionfante in Cina che “la crisi dell&#8217;Eurozona c’è stata e, io credo, è stata superata”.</p><p>Da alcuni giorni il<em> <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ft.com/home/europe" target="_blank">Financial Times</a></span></em> sta pubblicando i documenti riservati della riunione dell’Eurogruppo, il coordinamento dei ministri economici della zona euro, che si è tenuta venerdì a Copenaghen, in Danimarca. Mentre Monti era in Asia, al summit europeo si è discusso <strong>con una certa preoccupazione </strong>degli sviluppi di quella crisi del debito che, stando alle parole di Monti, sarebbe finita. Ma anche a Pechino leggono il <em>Financial Times</em> e quindi gli investitori cinesi ora sanno che il terzo punto in agenda a Copenaghen era un rapporto di quattro pagine sulla “Situazione di bilancio dell’Italia”, come rivela un <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://blogs.ft.com/brusselsblog/2012/04/more-leaked-warnings-this-time-for-italy/#axzz1r3EgPMHp" target="_blank">articolo del quotidiano inglese</a></span>.</p><p>I dubbi della Commissione europea sono questi: “Gli sforzi dell’Italia per raggiungere gli obiettivi di bilancio possono essere danneggiati dalle previsioni di crescita molto basse e dai tassi di interesse [sul debito pubblico, ndr]”. Il governo deve quindi essere pronto a evitare ogni sforamento e “a prendere ulteriori provvedimenti se necessario”. Non solo: ogni risparmio dovuto al calo dello spread, e quindi dei tassi di interessi alle aste del debito pubblico, deve essere destinato alla riduzione del debito, chiede la Commissione. Monti non risponde direttamente, ha avuto troppi incidenti di comunicazione in questi giorni (con Grecia, Spagna, partiti italiani ecc.), c’è soltanto una dichiarazione di Palazzo Chigi alle agenzie di stampa: <strong>non serviranno altre manovre</strong>. Fine della polemica.</p><p>In realtà le cose sono un po’ diverse. Da settimane i tecnici del Tesoro stanno facendo gli stessi ragionamenti della Commissione europea. Basta guardare le stesse previsioni del governo per capire: nelle slide che Monti ha mostrato in Giappone, nella sua lezione presso il quotidiano Nikkei, è prevista per il 2012 una modesta recessione dello 0,4 per cento, seguita da una ripresina da + 0,3 nel 2013. <strong>Peccato che la situazione sia più grave</strong>, nei tre mesi che abbiamo alle spalle il Pil è già sceso dello 0,5 per cento. Se si continua così, e il tracollo della produzione industriale (previsione da -5 per cento nel 2012) lascia poche speranze, a fine anno chiuderemo con un Pil almeno a -2 per cento. Il Fondo monetario internazionale aveva previsto -2, 2 per cento e finora è questa la stima più pessimistica. Conseguenza: dal lato delle entrate mancheranno diversi miliardi. Un punto di Pil vale circa 15 miliardi, se ne vengono meno addirittura due (30 miliardi) ci saranno conseguenze pesanti dal lato delle entrate, soprattutto per quanto riguarda l’Iva. L’Italia si è impegnata ad avere nel 2012 un avanzo primario (entrate meno le spese prima senza contare gli interessi sul debito) pari al 3,4 per cento del Pil, poi nel 2013 addirittura al 4,9 per cento. E, avverte la Commissione nel documento segreto, “la posizione fiscale non potrà rilassarsi dopo il 2013”. È difficile mantenere questi risultati se l’economia collassa e le entrate crollano. Anzi,<strong> è impossibile senza prendere qualche provvedimento</strong>. C’è sempre la via spagnola, il governo Rajoy ha comunicato poche settimane dopo l’insediamento che non avrebbe rispettato gli impegni presi dall’esecutivo precedente, e sta ancora negoziando con Bruxelles un obiettivo di deficit al 5,3 per cento, dopo aver abbandonato la soglia del 4,4. Ma Monti non può permetterselo.</p><p><strong>Al governo sono tranquilli</strong>: hanno fatto i conti che dalla lotta all’evasione stanno arrivando alcuni miliardi di gettito extra, la stima sulle spese per gli interessi sul debito è stata volutamente esagerata, e diversi ministri confidano in una mini-ripresa dopo l’estate.</p><p>Ma i numeri sono numeri: la prossima settimana, forse già martedì, Monti presenterà nella doppia veste di premier e ministro del Tesoro la sua prima Def, la decisione di finanza pubblica, il documento ufficiale più importante per impostare la politica economica. <strong>Ai tempi di Giulio Tremonti</strong> funzionava così: la Def registrava gli scostamenti e il governo contestualmente annunciava la manovra per rimediarvi. Monti, dicono i suoi collaboratori, non ha alcuna intenzione di fare lo stesso. Bisogna capire se i numeri glielo consentiranno.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 4 aprile 2012</em></p><p>Twitter <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://twitter.com/#!/StefanoFeltri" target="_blank">@stefanofeltri </a></span></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/04/leuropa-chiede-unaltra-manovra-monti-nicchia/202178/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Articolo 18, Monti: &#8220;Non tiro a campare. Se l&#8217;Italia non è pronta non continuiamo&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/27/art-18-monti-avverte-non-tiro-a-campare/200320/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/27/art-18-monti-avverte-non-tiro-a-campare/200320/#comments</comments> <pubDate>Tue, 27 Mar 2012 01:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[angelino alfano]]></category> <category><![CDATA[Fornero]]></category> <category><![CDATA[Governo]]></category> <category><![CDATA[Mario Monti]]></category> <category><![CDATA[Pierferdinando Casini]]></category> <category><![CDATA[Pierluigi Bersani]]></category> <category><![CDATA[riforma del lavoro]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/27/art-18-monti-avverte-non-tiro-a-campare/200320/</guid> <description><![CDATA[Quando il più tecnico dei primi ministri italiani arriva a citare Giulio Andreotti, è il segnale che la politica ha prevalso sulla sobrietà bocconiana del governo Monti. “Un illustrissimo uomo politico diceva: meglio tirare a campare che tirare le cuoia. Per noi nessuna delle due espressioni vale perché l’obiettivo è molto più ambizioso della durata...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_200204" class="wp-caption alignleft" style="width: 305px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/monti_seul_interna.jpg?47e3a5"><img class="size-full wp-image-200204" title="monti_seul_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/monti_seul_interna.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a><p class="wp-caption-text">L&#39;arrivo di Mario Monti a Seul</p></div><p>Quando il più tecnico dei primi ministri italiani arriva a citare <strong>Giulio Andreotti</strong>, è il segnale che la politica ha prevalso sulla sobrietà bocconiana del governo <strong>Monti</strong>. “Un illustrissimo uomo politico diceva: meglio tirare a campare che tirare le cuoia. Per noi nessuna delle due espressioni vale perché l’obiettivo è molto più ambizioso della durata ed è fare un buon lavoro”.</p><p>Mario Monti lo dice da Seul, Corea del Sud, all’inizio del suo viaggio in Asia dove si occuperà di investimenti, debito pubblico, nucleare, politica estera. Un viaggio che, secondo una tradizione inestirpabile della politica, serve soprattutto da megafono per far arrivare meglio certi messaggi in Italia, amplificati dalla distanza. Monti chiarisce: “Se il Paese, attraverso le sue forze sociali e politiche, non si sente pronto a quello che secondo noi è un buon lavoro, non chiederemo certo di continuare per arrivare a una certa data”. La traduzione è ovvia: quello di Monti non è un governo ponte per arrivare a fine legislatura, ma con pieni poteri. O governa, o lascia.</p><p>Attraverso le reazioni si comprende la geometria degli umori tra i partiti. <strong>Angelino Alfano</strong>, segretario del Pdl, non ha dubbi sul fatto che il premier si riferisca all’imminente negoziato parlamentare sulla proposta di riforma del mercato del lavoro fatta dal governo e dice: “Siamo d’accordo: o si fa una buona riforma o nessuna riforma”. <strong>Pier Ferdinando Casini</strong>, dell’Udc, si conferma il più montiano: “La situazione drammatica in cui versava il paese non si è esaurita, per questo il governo deve continuare”. Anche se con i suoi collaboratori ragiona sul fatto che “è normale che il governo perda un po’ di consenso se agisce con decisione, ma sarebbe inaccettabile se lo perdesse senza concludere le riforme”. Secondo il sondaggio di La 7, in una settimana il gradimento dell’esecutivo è passato dal <strong>61</strong> al <strong>56</strong> per cento. Poi c’è il Partito democratico, che ieri si è riunito per trovare una posizione comune sull’articolo 18 e che non può permettersi di far uscire la riforma dal Parlamento senza strappare qualche modifica. Il segretario <strong>Pier Luigi Bersani</strong> assicura: “Il Paese è prontissimo e il presidente Monti lo ha già visto, ma per aiutare il Paese e affrontare l’emergenza bisogna che ci sia un buon dialogo e non un distacco tra la sensibilità del Paese e l’azione del governo”. Se non una critica, è almeno una manifestazione di disagio. Rimbalza su Twitter il commento del direttore di Repubblica <strong>Ezio Mauro</strong>: “Il Paese non è pronto. E chi lo certifica? Non siamo a scuola”.</p><p>C’è poi un altro protagonista della vicenda, il capo dello Stato <strong>Giorgio Napolitano</strong>. Sottovoce alcuni sostengono che Monti abbia mandato un messaggio anche al Quirinale, intervenuto in modo plateale nella vicenda dell’articolo 18, prima facendo pressione sulla Cgil perché firmasse la riforma e poi perché il governo non usasse lo strumento del decreto legge. Monti pensa davvero di dimettersi prima del 2013? Non sembra, però non ha alcuna intenzione di compromettere la sua immagine di presidente decisionista ed efficace. Sul sito della Presidenza del Consiglio è stata pubblicata ieri l’intervista rilasciata dal premier al quotidiano giapponese <em>The Nikkei</em>, datata 24 marzo ma concessa nei giorni precedenti: Monti si augurava una “final conclusion” della vicenda articolo 18 in pochi giorni. Una conclusione che sembra lontana. Al <em>Nikkei</em> Monti annunciava anche la riforma del fisco nel Consiglio dei ministri di venerdì. E non si è vista.</p><p>Monti sarà pure un tecnico, ma da vent’anni frequenta la politica e sa che il bastone senza la carota è poco utile. In questo momento il problema è il Pd, quindi la sua azione si muove su due binari. Il primo, quello del dramma: sabato il premier ha agitato il “rischio contagio dalla Spagna” (e ieri ha scherzato: “Di quel Paese per due giorni non parlo”). La carota per il Pd è la Rai: Bersani si è incartato, non vuole indicare consiglieri per un cda scelto secondo la legge Gasparri ma la riforma sembra lontana. Monti potrebbe toglierlo dall’imbarazzo con un’ipotesi di compromesso lasciata filtrare al <em>Corriere della Sera</em>: un cda con manager puri, niente politici, ex parlamentari e affini, così che sia impossibile ricondurre le nomine a una lottizzazione. In cambio, è ovvio, Monti vuole un sostanziale via libera sull’articolo 18. O si approva la riforma in Parlamento entro l’estate o rischia di slittare tutto alla prossima legislatura.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/27/art-18-monti-avverte-non-tiro-a-campare/200320/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Monti ha il suo Tremonti, madama Fornero</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/24/chi-sale-chi-aspetta/199780/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/24/chi-sale-chi-aspetta/199780/#comments</comments> <pubDate>Sat, 24 Mar 2012 12:10:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/24/chi-sale-chi-aspetta/199780/</guid> <description><![CDATA[Elsa Fornero sta diventando il Tre-monti di Mario Monti. Necessaria, fonte di guai e tensioni, difficile da contenere, autonoma e con una visibilità pari a quella del premier, uomo forte del governo (che sia donna è un dettaglio marginale, noterebbe lei) che sta oscurando gli altri potenziali numeri due, da Corrado Passera a Vittorio Grilli....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Elsa Fornero sta diventando il Tre-monti di Mario Monti. Necessaria, fonte di guai e tensioni, difficile da contenere, autonoma e con una visibilità pari a quella del premier, uomo forte del governo (che sia donna è un dettaglio marginale, noterebbe lei) che sta oscurando gli altri <strong>potenziali </strong>numeri due, da Corrado Passera a Vittorio Grilli.</p><p>Quelle lacrime iniziali erano un equivoco, &#8220;mi commuovo solo una volta al mese&#8221;, aveva subito <strong>precisato</strong>. Era il 4 dicembre, Elsa Fornero non aveva retto alla tensione. Il primo equivoco è stato che la Fornero fosse fragile, debole, in quanto donna. Proprio lei che dichiara da anni cose tipo &#8220;Non frequento più convegni dove tutti i relatori sono maschi, mi rifiuto di credere che non ci sia almeno una donna competente quanto loro&#8221;. Celebre la feroce battuta &#8220;Chissà, forse se studio molto da grande chiameranno economista anche me&#8221;, rivolta a quelli che la consideravano solo la moglie di Mario Deaglio, economista, editorialista della Stampa.</p><p>Il secondo equivoco ha resistito più a lungo, quello della professoressa originaria del canavese precipitata a Roma, spiazzata dai ritmi e dai riti della politica. Poi politici e giornali hanno iniziato a eccitarsi, Panorama le ha regalato una copertina &#8220;Scandalosa Elsa&#8221;, questa settimana c’è L’Espresso che la battezza &#8220;Elsa la tosta&#8221;, un sondaggio de Linkiesta. it che chiede se la professoressa sia più Margaret Thatcher o Hillary Clinton. Si è capito presto che la Fornero non appartiene alla categoria del loden, non solo perché confessa una <strong>debolezza </strong>per gli abiti firmati e vivaci. Faceva politica già durante Mani Pulite, consigliere comunale dell’Alleanza per Torino di Valentino Castellani, forte di sponsor importanti nel mondo bancario come Enrico Salza. E nel 2010 è arrivata alla vicepresidenza della Compagnia di San Paolo, una delle fondazioni che controllano banca Intesa San Paolo, allora guidata da Passera.</p><p>Già allora le attribuivano il suo limite di avere un approccio troppo teorico, di non riuscire a emanciparsi dalla matrice <strong>accademica</strong>, priva di quel talento diplomatico e politico che caratterizza professori come Mario Monti o Romano Prodi. Un dettaglio utile, rivelato da L’Espresso: anche in Parlamento preferisce parlare in piedi, quando le hanno fatto notare che non è la prassi ha risposto: &#8220;Mi spiace, sono abituata così&#8221;, come all’università. Come approccio la Fornero più che a Monti è affine a Francesco Giavazzi, il fustigatore bocconiano che dalle colonne del Corriere della Sera spiega a Monti come fare il premier, con la forza e una punta di sicumera dell’economista che ha la teoria dalla sua parte.</p><p>La Fornero aveva idee chiare e risposte pronte sulla riforma delle pensioni, che studiava e invocava da anni. Chiusa quella, ha iniziato a muoversi un po ’ a tentoni su campi meno <strong>esplorati</strong>, sempre però ostentando una sicurezza professorale (&#8220;Guardate che bei grafici ci sono&#8221;, diceva giovedì mostrando in conferenza stampa il documento sul lavoro che non aveva voluto consegnare ai sindacati). Prima evoca la riforma dell’articolo 18 in un’intervista al Corriere, poi dice che i giornalisti &#8220;sono bravissimi a tendere trappole&#8221;, subito precisa che non parlava di quelli del Corriere e &#8220;non ho nulla in mente sull’articolo 18&#8243;. Della gaffe sulla &#8220;paccata&#8221; di miliardi tutto è noto tranne la cifra a cui ammonterebbe, visto che finora di <strong>soldi</strong> non se ne sono visti. Mancano ancora quelli per gli &#8220;esodati&#8221; nel limbo tra lavoro e pensione, sempre promessi e ancora virtuali. La Fiat &#8220;può fare ciò che vuole&#8221;, ma anche no. Monti ha accentrato, con un certo successo, tutta la comunicazione del governo su di sé. Ma la Fornero non riesce a controllarla come gli altri ministri.</p><p>E il solito Giavazzi ha suggerito addirittura che se la riforma del lavoro non passava, una persona seria come la Fornero si sarebbe dovuta <strong>dimettere.</strong> Mettendo nei guai Monti e segnando la fine del suo governo. Tra Berlusconi e Tremonti è noto chi si è dimesso per primo. Chissà come andrà questa volta.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 24 Marzo 2012</em></p><p>@stefanofeltri</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/24/chi-sale-chi-aspetta/199780/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> <item><title>Ne valeva la pena?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/22/valeva-pena/199380/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/22/valeva-pena/199380/#comments</comments> <pubDate>Thu, 22 Mar 2012 13:05:52 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[esodati]]></category> <category><![CDATA[Fornero]]></category> <category><![CDATA[lavoro]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[pd]]></category> <category><![CDATA[pensioni]]></category> <category><![CDATA[precari]]></category> <category><![CDATA[riforma]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=199380</guid> <description><![CDATA[Il presidente Napolitano spiega ogni giorno quanto è buona e necessaria la riforma del mercato del lavoro presentata dal governo. Qualche domanda però è lecita. Davvero svuotare l’articolo 18 è necessario per far ripartire la crescita e rassicurare i mercati? Sembra di no: gli economisti non sono riusciti a dimostrare che le imprese italiane restano...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div>Il presidente Napolitano spiega ogni giorno quanto è buona e necessaria la riforma del mercato del lavoro presentata dal governo. <strong>Qualche domanda però è lecita</strong>. Davvero svuotare l’articolo 18 è necessario per far ripartire la crescita e rassicurare i mercati? Sembra di no: gli economisti non sono riusciti a dimostrare che le imprese italiane restano nane per non superare la soglia dei 15 dipendenti che fa scattare l’articolo 18, gli investitori stranieri sono più spaventati dalla camorra, dalla mafia, dalla burocrazia e dalla politica più che dai giudici del lavoro, l’aumento di produttività dovuto al timore del licenziamento difficilmente compenserà anni di investimenti troppo bassi da parte delle imprese. I mercati <strong>non sembrano folgorati</strong>: ieri lo spread è salito da 287 a 302 punti.</div><p>Possiamo almeno dire che è una riforma equa, che toglie ai vecchi per dare ai giovani, distribuendo tra generazioni il peso della crisi? In parte. È vero che finora l’insofferenza delle imprese per la rigidità del mercato del lavoro italiano è stata <strong>scaricata sui precari</strong>. E la riforma del governo Monti, va sottolineato, introduce novità rilevanti a difesa dei lavoratori più fragili: basta con le false partite Iva, contratti precari più costosi per le aziende, spinge verso il canale dell’apprendistato che dovrebbe evitare l’eterna reiterazione dei contrattini a progetto.</p><p><strong>Però c’è il contesto</strong>: la riforma delle pensioni condanna le imprese a tenere i lavoratori anziani, demotivati e poco produttivi, fino a 67 anni. Facilitando i licenziamenti economici si fornisce l’incentivo a liberarsene per sostituirli con altri, più giovani e più economici. I cinquantenni di oggi rischiano quindi di trovarsi senza lavoro, senza pensione e con pochi ammortizzatori sociali, “<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/20/esodati-raccontateci-vostra-storia/198849/" target="_blank">esodati</a>”, come quelli (oltre 200 mila) travolti dalla riforma Fornero per aiutare i quali il governo non riesce a trovare le risorse. D’accordo, i cinquantenni di oggi hanno avuto una vita più facile di quella dei loro figli. Ma <strong>sostituire un’emergenza sociale con un’altra</strong> non sarebbe un gran risultato.</p><p>Poi c’è la politica. La prova di forza di Monti, con la Cgil pronta allo sciopero generale, serve a <strong>compattare la maggioranza al centro</strong>, come auspica Napolitano? Per ora l’unico risultato è che l’asse Pdl-Udc è più forte, ma il <strong>Pd è traumatizzato, umiliato</strong>. A forza di isolare gli estremi il governo rischia di trovarsi con una base risicata. E forse a quel punto anche Monti dovrà chiedersi: ne valeva la pena?</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 22 Marzo 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/22/valeva-pena/199380/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Lo strappo di Monti  e il voto del Pd</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/21/a-monti-serviva-lo-strappo-ma-il-pd-voter-tutto-comunque/199009/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/21/a-monti-serviva-lo-strappo-ma-il-pd-voter-tutto-comunque/199009/#comments</comments> <pubDate>Wed, 21 Mar 2012 10:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Stefano Feltri</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[angelino alfano]]></category> <category><![CDATA[articolo 18]]></category> <category><![CDATA[Cgil]]></category> <category><![CDATA[Fiom]]></category> <category><![CDATA[Mario Monti]]></category> <category><![CDATA[maurizio landini]]></category> <category><![CDATA[Pierluigi Bersani]]></category> <category><![CDATA[pietro ichino]]></category> <category><![CDATA[riforma del lavoro]]></category> <category><![CDATA[spread]]></category> <category><![CDATA[Susanna Camusso]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/21/a-monti-serviva-lo-strappo-ma-il-pd-voter-tutto-comunque/199009/</guid> <description><![CDATA[La cravatta rossa, anzichè il classico blu bocconiano, alla fine è l’unica vera concessione di Mario Monti alla Cgil. Il lungo negoziato sul lavoro si è chiuso ieri lasciando sul campo molte vittime. Le prime, un po ’ a sorpresa, sono le ambizioni iniziali del governo. Flashback: novembre 2011, Monti è appena arrivato a palazzo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La cravatta rossa, anzichè il classico blu bocconiano, alla fine è l’unica vera concessione di Mario Monti alla Cgil. Il lungo negoziato sul lavoro si è chiuso ieri lasciando sul campo molte vittime. Le prime, un po ’ a sorpresa, sono <strong>le ambizioni </strong>iniziali del governo.</p><p><strong>Flashback</strong>: novembre 2011, Monti è appena arrivato a palazzo Chigi. Pietro Ichino, senatore del Pd, gongola nei corridoi del Senato perché il premier, nel suo discorso di insediamento, ha fatto suoi i principi della riforma che il giuslavorista predica da anni. I nuovi assunti devono essere tutti a tempo indeterminato ma licenzia-bili con facilità, accompagnati nelle fasi transitorie da sussidi pagati <strong>dalle imprese</strong>. Per questo bisogna superare il tabù dell’articolo 18, che finora aveva paralizzato tutte le riforme. &#8220;La riforma del lavoro arriverà entro la fine di marzo e ci ispireremo al modello della flexsecurity adottato nei paesi del Nord Europa&#8221;, dice il premier nella famosa puntata di Matrix sulla monotonia del <strong>posto fisso</strong>.</p><p>Marzo 2012: alla vigilia del viaggio (auto) promozionale in Asia, per vendere Btp e attirare investimenti, Monti ha bisogno di un <strong>successo</strong>. Il modello Ichino è stato archiviato da quel pezzo, le imprese non vogliono farsi carico di maggiori oneri per gli ammortizzatori, il ministro Elsa Fornero ha capito subito (ma dopo un paio di improvvide dichiarazioni) che non ci sono soldi per il reddito di cittadinanza. E allora bisogna ridimensionare le ambizioni, tutti i partecipanti al negoziato sanno che non ci sono le condizioni per una rivoluzione, per scardinare l’&#8221;aprtheid&#8221; tra garantiti e <strong>non garantiti</strong>. L’obiettivo cambia in corsa, si punta all’immagine: il 7 febbraio il più filogovernativo dei giornali, la Repubblica, cita imprecisate stime governative secondo cui lo scalpo dell’articolo 18 vale 200 punti di spread. La riforma diventa più un messaggio per i mercati che un intervento profondo, la riforma degli ammortizzatori va rinviata e annacquata perché costa troppo (nessuno ha ancora spiegato da dove arriveranno i 2 miliardi che servono per gli interventi minimi).</p><p>Ai mercati non piacciono i compromessi al ribasso, se lo scopo è dimostrare che si fa sul serio, meglio accompagnare la riforma con le proteste della Cgil. E infatti Susanna Camusso, in conferenza stampa, annuncia: &#8220;Siamo nella stagione in cui dobbiamo decidere la mobilitazione&#8221;. Ma anche questa linea minima-lista, per Monti comportava dei rischi: il Pd, con Pier Luigi Bersani, aveva detto in tutti i modi che per i democratici sarebbe un problema votare una riforma non condivisa dall Cgil. &#8220;Se fallisce il tavolo, liberi tutti&#8221;, ha bluffato. Monti non gli ha creduto. E ha architettato uno <strong>stratagemma</strong> per non umiliare il segretario del Pd: la riforma non è un testo sotto cui i sindacati devono mettere la firma, ma una raccolta di pareri, una proposta da sottoporre al Parlamento che è sovrano e decide. Niente testo, niente strappo. E adesso il Partito democratico che fa? Discute alla Camera una riforma contro cui la Camusso scende in piazza? Fulmineo il supermontiano Enrico Letta, vicesegretario del Pd, dichiara alle agenzie: &#8220;Lavoreremo ancora fino alla fine per soluzioni più condivise, ma il nostro voto favorevole, pur con tanti distinguo, non può essere messo in discussione&#8221;. I democratici ingoieranno anche questa. Interviene anche Bersani che commenta anodino: &#8220;É chiaro che su quel che c&#8217;è di buono nell’impostazione del governo e su quel che c&#8217;è da migliorare e da correggere, a questo punto dovrà pronunciarsi seriamente il Parlamento&#8221;. Non chiarisce la linea del suo partito, per quello ci sarà tempo, in fondo ci sono abbastanza novità positive sul <strong>precariato</strong>, gli stage e le finte partite Iva da permettere al Pd di difendere la riforma.</p><p>Certo, sarà piuttosto complesso spiegare agli elettori del Pd che la riforma è accettabile, con la Cgil che riempie Roma, magari con uno sciopero generale, con la Camusso che si trova costretta a lottare a fianco della Fiom di Maurizio Landini e dei <strong>movimenti</strong>, con Emma Marcegaglia e la Confindustria soddisfatta. Il Pdl esulta, in silenzio, sapendo che ora l’esito delle elezioni amministrative di maggio è un po ’ meno scontato. Lo aveva detto Angelino Alfano: &#8220;Le nostre tre priorità sono lavoro, lavoro, lavoro&#8221;. Non era diventato di sinistra, spiegava solo che da questa riforma può dipendere la crisi dei <strong>suoi avversari</strong>.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 21 Marzo 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/21/a-monti-serviva-lo-strappo-ma-il-pd-voter-tutto-comunque/199009/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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