<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Salvatore Borsellino</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/sborsellino/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>La vera voce di Paolo Borsellino</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/23/voce-reale-paolo-borsellino/238812/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/23/voce-reale-paolo-borsellino/238812/#comments</comments> <pubDate>Wed, 23 May 2012 07:26:17 +0000</pubDate> <dc:creator>Salvatore Borsellino</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[20 anniversario via d'Amelio]]></category> <category><![CDATA[fiction Borsellino]]></category> <category><![CDATA[Paolo Borsellino]]></category> <category><![CDATA[via d'amelio]]></category> <category><![CDATA[Zingaretti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=238812</guid> <description><![CDATA[Ho provato anche io a vedere il film, in piedi, camminando avanti e indietro per sfogare l&#8217;agitazione e per essere pronto ad uscire dalla stanza appena avessi superato il livello di guardia. Sono infatti andato via presto, dopo le prime scene in cui Zingaretti percorreva in bicicletta le strade fino al porto dei pescherecci. In...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ho provato anche io a vedere il film, in piedi, camminando avanti e indietro per sfogare l&#8217;agitazione e per essere pronto ad uscire dalla stanza appena avessi superato il livello di guardia. Sono infatti andato via presto, dopo le prime scene in cui Zingaretti percorreva in bicicletta le strade fino al porto dei pescherecci. In quelle scene mi sembrava proprio di <strong>vedere Paolo</strong>, sulla sua Bianchi bianco-celeste che aveva comprato quando la nostra Fiumefreddo, che avevamo comprato insieme da ragazzi e che che io partendo per il nord gli avevo lasciato a Palermo, era diventata troppo vecchia.</p><p>Era proprio eguale, quella Bianchi a quella di Paolo e a quell&#8217;altra Bianchi che contemporaneamente io avevo comprato a Milano senza sapere che, per sostituire la nostra bici che non avevamo potuto dividere in due, Paolo ne aveva scelto una<strong> eguale alla mia</strong>. Mi era sembrato proprio Paolo su quella bici, con quella sua maglietta Lacoste verde eguale a quelle che usava portare e che aveva anche in una delle <strong>sue ultime interviste</strong>, dopo che Giovanni era stato già ucciso. Eguale, quella Lacoste a quelle che intanto anche io avevo cominciato a portare, anche se di colore diverso, in tutte le sfumature dall&#8217;azzurro al blu e che da quando la temperatura lo permette diventano la mia divisa. Eppure da ragazzi non le portavamo quelle magliette, <strong>costavano troppo</strong> e non ce le potevamo permettere.</p><p>L&#8217;illusione di vedere Paolo, di vedere la nostra Bianchi in cui si era sdoppiata la nostra vecchia Fiumefreddo, è svanita di colpo appena Zingaretti è sceso dalla bici, si è tolto gli occhiali e ha cominciato a parlare. Troppo diverse quelle sue inflessioni agrigentine dal nostro dialetto &#8220;ausitano&#8221;, della Kalsa, di Palermo, troppo simile la sua voce a quella che è diventata la voce di Montalbano e non può essere la voce di Paolo.</p><p>Da quel momento ho cominciato ad entrare ogni tanto nella stanza dove mia moglie continuava a vedere il film e ad uscirmene subito dopo, appena vedevo una <strong>Agnese</strong> troppo diversa dalla moglie di Paolo, appena vedevo Lucia, Manfredi, Fiammetta, troppo diversi, nell&#8217;aspetto e nelle voci, da quelle dei figli di Paolo. Anche di questo film quind non saprò mai, se non dai commenti degli altri, quanto sia riuscito a far capire davvero chi era mio fratello, quanto vicina fosse questa rappresentazione alla sua vita ed alla sua morte, quanto Zingaretti sia stato più o meno bravo di Giannini, di Tirabassi, a compiere quella missione impossibile che è <strong>interpretare Paolo</strong>.</p><p>Nessuno può riuscirci, troppo forte e inimitabile è la figura di Paolo e la sua figura reale, la sua <strong>voce reale</strong>, la sua maniera di muoversi e di parlare si sovrapporranno in ogni scena  alla figura e alla voce del più grande, del più perfetto attore che possa interpretarlo. Nonostante questo credo che questi film, questi tentativi, <strong>siano utili</strong>. Troppi giovani non erano ancora nati quando Paolo è stato ucciso, troppi giovani non conoscono la sua vita, la sua morte, i veri motivi per cui hanno dovuto eliminarlo troppo in fretta, dopo troppo poco tempo dalla morte di Giovanni, quando per la mafia non sarebbe stato utile attuare tanto in fretta la seconda e indispensabile parte della sua vendetta, ma per una parte dello Stato, quella dei traditori, quella degli infami, era necessario eliminare al più presto quell&#8217;ostacolo che si frapponeva, insormontabile, sulla strada di una infame, di una <strong>scellerata trattativa</strong> di cui ancora oggi si continuano a pagare le cambiali rimaste ancora insolute. Cosí come era necessario, con ogni mezzo e a qualsiasi costo, fare sparire la sua <strong>agenda rossa</strong>.</p><p>Non credo però ci sia migliore maniera per conoscere Paolo che vedere le sue <strong>interviste reali</strong>, leggere i suoi scritti, una sola sequenza dell<a href="http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=2274:paolo-borsellino-lintervista-nascosta&amp;catid=20:altri-documenti&amp;Itemid=38" target="_blank">&#8216;intervista nascosta</a>, quella ai due giornalisti francesi, dove parla di Mangano, di Dell&#8217;Utri, di Berlusconi, vale per conoscere davvero Paolo di più di qualsiasi film&#8230;..e ci fa capire di più della sua morte.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/23/voce-reale-paolo-borsellino/238812/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il tempo della lotta</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/11/arrivato-tempo-della-lotta/196620/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/11/arrivato-tempo-della-lotta/196620/#comments</comments> <pubDate>Sun, 11 Mar 2012 13:27:45 +0000</pubDate> <dc:creator>Salvatore Borsellino</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Borsellino]]></category> <category><![CDATA[Concorso Esterno in Associazione Mafiosa]]></category> <category><![CDATA[Csm]]></category> <category><![CDATA[Falcone]]></category> <category><![CDATA[Ingroia]]></category> <category><![CDATA[mafia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=196620</guid> <description><![CDATA[Troppe volte è stata negata la Giustizia, troppi macigni hanno continuato ad essere disseminati sulla strada della Verità. Non possiamo più sopportare i depistaggi, la negazione delle prove, anche se fotografiche, le sentenze di condanna annullate dai sodali di chi, dopo avere annullato centinaia di sentenze di processi di mafia, costate anni di lavoro e...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Troppe volte è stata negata la Giustizia, troppi macigni hanno continuato ad essere disseminati sulla strada della Verità.</p><p><strong>Non possiamo più sopportare i depistaggi</strong>, la negazione delle prove, anche se fotografiche, le sentenze di condanna annullate dai sodali di chi, dopo avere annullato centinaia di sentenze di processi di mafia, costate anni di lavoro e spesso sangue di servitori dello Stato, arrivava anche a schernire <strong>Paolo Borsellino</strong> e <strong>Giovanni Falcone</strong> dopo che erano stati già uccisi.</p><p>Non possiamo accettare che venga negato il reato di <strong>concorso esterno in associazione mafiosa</strong>, definendolo come un reato che non esiste nel codice penale, quando è stato configurato in innumerevoli sentenze passate in giudicato, ipotizzato per prima dal pool di Falcone e Borsellino, quando soprattutto dovrebbe essere considerato un reato ancora più grave della stessa associazione mafiosa, perché ne costituisce l&#8217;essenza e ne assicura la sopravvivenza.</p><p>Senza il concorso esterno, senza il favoreggiamento, senza il consenso, la mafia non esisterebbe più da tempo, il cancro che ha minato e corroso il nostro paese sarebbe stato sconfitto e il sogno di Paolo Borsellino si sarebbe realizzato.</p><p>E soprattutto non possiamo accettare che un Procuratore generale ardisca affermare in un&#8217;aula di Giustizia che al reato di concorso esterno non crede più nessuno.</p><p>Non possiamo accettare che questo avvenga senza che il Csm, così attento a sanzionare con provvedimenti disciplinari anche le dichiarazioni di fedeltà alla Costituzione di un giudice come <strong>Antonio Ingroia</strong>, l&#8217;allievo di Paolo Borsellino, faccia finta di non avere udito, non reagisca in alcun modo.</p><p>Non possiamo accettare più le parole dei Giuda, anche se indossano o hanno indossato una divisa di carabiniere contrassegnata dai gradi più alti, anzi soprattutto per questo, che dopo avere tradito un amico, ma dubito che Paolo lo possa avere mai considerato tale, ne insultano la vedova attribuendole inesistenti malattie mentali per offuscare, anzi per negare, la terribile verità che le aveva rivelato il marito.</p><p>La terribile verità di un alto servitore dello Stato che aveva invece scelto di passare dalla parte di quello <strong>che dello Stato è il nemico</strong>, il nemico con il quale non dovrebbe essere ipotizzabile alcun tipo di rapporto o di trattativa.</p><p>E l&#8217;espressione usata da Paolo non definiva un rapporto o una trattativa ma addirittura <strong>una affiliazione</strong>.</p><p>Mi sento ancora più vicino alla moglie di mio fratello, messa in ginocchio da una terribile malattia ma con la mente lucidissima e la testa alta nell&#8217;orgoglio di <strong>proclamare la Verità</strong>.</p><p>Conosco per esperienza diretta le accuse di pazzia o di sconvolgimento mentale che ti vengono rivolte quando gridi ad alta voce e pervicacemente la Verità.</p><p>Sono stato, anche da chi mercifica in spettacoli a pagamento i ricordi dei giudici assassinati, accusato di essere malato mentalmente perché ho fatto delle domande alle quali <strong>non ho ancora avuto risposta</strong>.</p><p>Sono stato assimilato a Caino perché pretendo di conoscere e la verità, tutta la verità, anche quella indicibile, su chi ha ucciso mio fratello o ne ha favorito glia assassini.</p><p>Sono stato accusato, anche da chi attaccava mio fratello quando era in vita, di farlo rivoltare mio fratello nella tomba, ma per questa verità Caino vi giura che continuerà a combattere <strong>fino all’ultimo giorno della sua vita</strong>.</p><p>Se la moglie di mio fratello ha dovuto attendere degli anni prima di rivelare a un Giudice degno di questo nome il suo terribile segreto, lo ha fatto per proteggere i suoi figli, i figli di Paolo, quei figli che Paolo non carezzava più nei giorni che precedettero il suo assassinio  perché sperava di far così sentire meno loro il terribile peso della sua assenza, della sua morte.</p><p>Forse sarà stata anche impaurita, minacciata da questi criminali travestiti da servitori dello Stato, forse le avranno fatto temere, con un ricatto infame, di poterle colpire, dopo il marito, anche i figli, i nipoti.</p><p>E poi a quale giudice degno di questo nome avrebbe dovuto rivelare il suo segreto?</p><p>Forse a quegli altri, vestiti, <strong>o meglio travestiti</strong>, della stessa toga di suo marito, ma che stavano avallando un depistaggio volto ad allontanare le indagini dai veri responsabili di quella strage?</p><p>I responsabili materiali, i responsabili morali e forse anche i mandanti occulti, quei nomi che in fascicoli processuali purtroppo archiviati sono <strong>coperti da sigle</strong>.</p><p>Sigle o lettere dell&#8217;alfabeto greco che forse è meglio usare al posto dei loro nomi per non trovare ribrezzo nel pronunciarli.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/11/arrivato-tempo-della-lotta/196620/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Corone di Stato per una strage di Stato</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/15/corone-di-stato-per-una-strage-di-stato/145625/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/15/corone-di-stato-per-una-strage-di-stato/145625/#comments</comments> <pubDate>Fri, 15 Jul 2011 13:08:05 +0000</pubDate> <dc:creator>Salvatore Borsellino</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[19 luglio]]></category> <category><![CDATA[Agostino Catalano]]></category> <category><![CDATA[Claudio Traina]]></category> <category><![CDATA[Eddie Walter Cosina]]></category> <category><![CDATA[Emanuela Loi]]></category> <category><![CDATA[fratelli Graviano]]></category> <category><![CDATA[Giovanni Falcone]]></category> <category><![CDATA[Giuseppe Graviano]]></category> <category><![CDATA[Marcello Dell’Utri]]></category> <category><![CDATA[Palermo]]></category> <category><![CDATA[Paolo Borsellino]]></category> <category><![CDATA[scorta]]></category> <category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category> <category><![CDATA[strage di via d'amelio]]></category> <category><![CDATA[Vincenzo Li Muli]]></category> <category><![CDATA[Vittorio Mangano]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=145625</guid> <description><![CDATA[Siamo ormai a pochi giorni dal diciannovesimo anniversario della strage di via D’Amelio, dell’assassinio di Paolo Borsellino, degli uomini &#8211; qualcuno di loro era poco più che un ragazzo &#8211; e dell’unica donna che facevano parte della sua scorta. La prima donna, agente di polizia, ad essere uccisa in un agguato di mafia. Non voglio...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/07/Manifesto-19-Luglio-2011.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-medium wp-image-145629" title="Manifesto 19 Luglio 2011" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/07/Manifesto-19-Luglio-2011-213x300.jpg?47e3a5" alt="Il manifesto per il ricordo della strage di via d'Amelio del 19 luglio 2011" width="213" height="300" /></a>Siamo ormai a pochi giorni dal diciannovesimo anniversario della <strong>strage di via D’Amelio</strong>, dell’assassinio di <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Borsellino" target="_blank"><strong>Paolo Borsellino</strong></a></span>, degli uomini &#8211; qualcuno di loro era poco più che un ragazzo &#8211; e dell’unica donna che facevano parte della sua scorta.</p><p>La prima donna, agente di polizia, ad essere uccisa in un agguato di mafia. Non voglio però chiamarli soltanto con questo nome, <strong>“agenti di scorta”</strong>. Ho ancora vivo il ricordo della madre di uno di loro ad un incontro a cui partecipavo insieme a lei, che, quando un giornalista le chiese il nome di suo figlio, scoppiò a piangere e disse: <em>“Io sono la madre di un ragazzo che si chiamava “scorta”</em>. Perché queste mamme non avevano, non hanno, spesso neppure la consolazione, se così possiamo chiamarla, di sentire nominare i figli che hanno perso con il loro nome di battesimo. I loro figli sono soltanto “gli agenti della scorta”.</p><p>Eppure questi uomini, questa donna, un nome lo hanno e sono nomi che dovrebbero essere impressi a fuoco nella nostra mente, nel nostro cuore. Si chiamavano, si chiamano, <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.cadutipolizia.it/fonti/Polizia1981/1992catalano.htm" target="_blank">Agostino Catalano</a></span></strong>, <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.cadutipolizia.it/fonti/Polizia1981/1992traina.htm" target="_blank">Claudio Traina</a></span></strong>, <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.cadutipolizia.it/fonti/Polizia1981/1992loi.htm" target="_blank">Emanuela Loi</a></span></strong>, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.cadutipolizia.it/fonti/Polizia1981/1992limuli.htm" target="_blank"><strong>Vincenzo Li Muli</strong></a></span>, <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.cadutipolizia.it/fonti/Polizia1981/1992cosina.htm" target="_blank">Eddie Walter Cosina</a></span></strong> e io ricordo ancora quando mia mamma fece giurare a me, a Rita, ad Adele, i fratelli di Paolo, che non avremmo mai pronunciato il nome di Paolo, quando fossimo stati chiamati a parlare di lui,  senza nominare uno per uno questi eroi.</p><p>Perché ancora, allora, si poteva usare per loro questo nome. Non lo si può più fare, io almeno non mi sento più di farlo, da quando <strong>Silvio Berlusconi</strong> e il suo sodale <strong>Marcello Dell’Utri</strong>, quell’uomo che siede ancora in Parlamento nonostante sia stato condannato a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, hanno proclamato eroe, grazie all&#8217;omertà strenuamente mantenuta, <strong>Vittorio Mangano</strong>, lo stalliere di Arcore, quello che usava farsi recapitare i cavalli, magari sotto forma di polvere bianca, in albergo.</p><p>Sono, questi martiri, i compagni di quelle decine tra poliziotti e carabinieri che il giorno dopo la morte di Falcone si misero in fila dietro la porta dell’ufficio di Paolo, alla Procura di Palermo, per chiedergli di essere assegnati a far parte della sua scorta. Eppure tutti sapevano che far parte della scorta di Paolo, dopo l’assassinio di <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Falcone" target="_blank"><strong>Giovanni Falcone</strong></a></span>, di <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Francesca_Morvillo" target="_blank">Francesca Morvillo</a></span></strong>, di <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.cadutipolizia.it/Fonti/Polizia1981/1992schifani.htm" target="_blank">Vito Schifani</a></span></strong>, di <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.cadutipolizia.it/Fonti/Polizia1981/1992dicillo.htm" target="_blank">Rocco Dicillo</a></span></strong>,  di <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.cadutipolizia.it/Fonti/Polizia1981/1992montinaro.htm" target="_blank">Antonio Montinaro</a></span></strong>, significava votarsi alla morte. Perché si trattava solo di tempo, ma dopo Giovanni avrebbero ucciso anche Paolo, forse non dopo solo 57 giorni, ma tutti sapevano che lo avrebbero ucciso. Eppure tutti quei ragazzi si erano messi in fila per potere morire insieme a lui, difendendo fino all’ultimo la sua vita.</p><p>Per questo ho voluto quest’anno che i volti di questi ragazzi, di quelli che insieme a Paolo sono davvero morti, fossero nel <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/07/Manifesto-19-Luglio-2011.jpg?47e3a5" target="_blank">manifesto</a></span></strong> insieme a quello di Paolo, e ho pregato i loro familiari di venire in via D’Amelio, prima dell’ora della strage a leggere una lettera scritta da loro per i loro cari. Non so quanti di loro riusciranno a farlo, per alcuni di loro la ferita, a quasi venti anni di distanza, è ancora troppo aperta e sanguina ancora di più il 19 luglio di ogni anno, ma noi, levando in alto per loro le nostre agende rosse, invocheremo uno per uno i loro nomi, proprio come la mamma di Paolo ci aveva chiesto di fare.</p><p>Altre lettere verranno lette  in via D’Amelio, dopo l’ora della strage e dopo che <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=BTkyWgDcjbE" target="_blank"><strong>Marilena Monti</strong> avrà recitato quella sua meravigliosa poesia</a></span> che 19 anni fa dedicò al Giudice Paolo, il giudice <em>“dagli occhi di miele e mestizia”</em>. Saranno le lettere scritte per Paolo Borsellino da alcuni dei magistrati che gli furono vicini in quegli indimenticabili anni del pool di Palermo, o che condivisero con lui gli anni alla procura di Marsala, o che firmarono le dimissioni dopo la sua morte se non fosse stato allontanato <strong>Pietro Giammanco</strong>, o che cercano oggi di fare luce su quella trattativa che affrettò la sua morte, come <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Leonardo_Guarnotta" target="_blank"><strong>Leonardo Guarnotta</strong></a></span>, <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Ingroia" target="_blank">Antonio Ingroia</a></strong></span>, <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.ragazzidipaolo.it/members/vittorio.htm" target="_blank">Vittorio Teresi</a></strong></span>, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/b-per-salvarsi-aiuta-le-cosche/2145168" target="_blank"><strong>Nino di Matteo</strong></a></span>.</p><p>Anche e soprattutto questo significato vogliamo dare alle <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/07/Manifesto-19-Luglio-2011.jpg?47e3a5" target="_blank">manifestazioni che si terranno a Palermo</a></span></strong> il 17, 18 e 19 luglio, non solo fare memoria e lottare per i giudici morti, ma soprattutto stringerci attorno  a quei magistrati che a Palermo, a Caltanissetta, a Firenze e a Milano stanno cercando di squarciare quel pesante velo nero che fino a oggi, grazie a depistaggi, archiviazioni forzate, leggi studiate per scoraggiare le collaborazioni  di Giustizia, hanno impedito di arrivare ai mandanti occulti di quelle stragi.</p><p>Questi giudici sono oggi <strong>in grave pericolo</strong>, pericolo per le loro stesse vite. Potrebbero non bastare, per fermarli, quei metodi che sono stati usati per eliminare altri magistrati dopo le stragi del ’92 e del ’93: le avocazioni, i trasferimenti, le delegittimazioni. L’atmosfera è oggi troppo pesante, troppo simile a quella degli anni che precedettero Capaci e via D’Amelio e le altre stragi che nel ’93 furono necessarie per arrivare a chiudere quell’infame trattativa. Le manovre di delegittimazione e le <strong>aggressioni di ogni tipo verso i magistrati </strong>vanno di pari passo con una pretesa riforma della Giustizia che è in realtà un vero e proprio sovvertimento di quel principio fondamentale della Costituzione che sancisce l’indipendenza della Magistratura.</p><p>Gli stessi poteri che hanno voluto e pilotato quelle stragi poterebbero metterne in atto delle altre per favorire il passaggio da un sistema di potere che sta ormai annegando nel suo stesso fango ad un nuovo e forse peggiore equilibrio. Ed è notizia di questi giorni l’intenzione di questo governo, ormai agonizzante e soggetto ad ogni tipo di ricatti, di attuare quello che era uno dei punti principali della trattiva, scritto a chiare lettere nel<strong> &#8220;papello&#8221;</strong> dove venivano dettate le condizioni di resa a cui doveva piegarsi lo Statoi di fronte all’antistato. Dopo le varie cambiali che sono state pagate sia dal governo della cosiddetta sinistra sia da quello della cosiddetta destra, perché l’una e l’altra sono stati in tempi diversi e in trattive diverse le controparti dell’antistato, oggi si arriva la richiesta di pagamento della maxi rata finale, <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/14/lultima-del-governo-affievolire-il-41-bis-a-palazzo-chigi-temono-le-parole-dei-graviano/145421/" target="_blank">l’abolizione dell’odiato regime di carcere duro, il 41 bis</a></span></strong>, motivato dalla pretesa necessità di ridurre i costi e il tempo necessario per mantenerlo e confermarlo alla sua scadenza.</p><p>Forse è questo il prezzo imposto in quella parte di trattativa che si è svolto davanti agli occhi di utti, nella deposizione teletrasmessa dei <strong>fratelli Graviano</strong>. Dopo la domanda rivolta dal magistrato al più spietato dei fratelli, quello soprannominato &#8220;Madre Natura&#8221;, se conoscesse o avesse incontrato Silvio Berlusconi, ci fu, prima della risposta negativa qualche secondo di un silenzio che a qualcuno dovette sembrare eterno. Perché questo silenzio fa parte del linguaggio dei mafiosi, un silenzio può avere più significato di tante parole perché potrebbe, se non si rispettano i patti, diventare quelle parole che, per il momento, non vengono pronunciate.</p><p>Forse, come sta venendo alla luce dalle indagini della Procura di Caltanissetta, è stato proprio <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Graviano" target="_blank">Giuseppe Graviano</a></span></strong> a premere, da dietro il muretto dell’agrumeto che chiude trasversalmente via D’Amelio, il pulsante che ha scatenato l’inferno in quella strada. Forse è stata proprio nostra madre, la madre di Paolo, affacciata a quel balcone dal quale, dopo la morte di Paolo, si affacciava a guardare l’olivo che aveva fatto piantare nella buca scavata dall’esplosione, a vedere, tra quegli uomini che si muovevano intorno a quel muro qualche giorno prima del 19 luglio, e che lei segnalò a Paolo, qualcuno degli assassini di suo figlio che stavano facendo un sopralluogo per preparare la strage.</p><p>Oggi, davanti a quell’olivo, rappresentanti di quelle stesse <strong>Istituzioni </strong>che non seppero o non vollero proteggere adeguatamente questo servitore dello Stato e che, portando avanti una scellerata trattativa, ne anticiparono la morte, pretendono di portare corone di fiori per commemorarne l&#8217;uccisione. Ma si può pretendere di commemorare la morte di un uomo che ha servito fino all’ultimo lo Stato e che forse, per la complicità di pezzi deviati dello Stato, è stato ucciso o ha incontrato troppo presto la morte?</p><p>Noi non accetteremo  che vengano portate davanti a quell’olivo<strong> ipocrite corone di Stato</strong> per quella che è stata anche una <strong>strage di Stato</strong>. Quel luogo e quel giorno sono per noi sacri e non vogliamo che vengano turbati da contrasti e contestazioni di alcun genere. Manifesteremo silenziosamente il nostro dissenso soltanto  sedendoci attorno all’olivo, attorno a Paolo, e levando in altro le nostre Agende Rosse, il simbolo della  nostra lotta per la Verità e per la Giustizia.</p><p>Noi rispettiamo le Istituzioni, ma chiediamo alle Istituzioni di <strong>rispettare quel giorno e quel luogo</strong>. E il rispetto non lo si manifesta deponendo una corona, come si fa per i morti: il rispetto lo si manifesta chiedendo, come noi pretendiamo, Verità e Giustizia per quella strage e quei morti. Chiedendo che vengano riaperte, come sembra stia per fare in base a nuovi elementi la Procura di Caltanissetta,  le<strong> indagini per la sparizione di quell’Agenda Rossa</strong> che rappresenta la chiave di volta di quella strage, progettata in quel giorno e in quel posto proprio per potere sottrarre l’agenda. Troppi testimoni reticenti ci sono attorno a quell’agenda, troppi attori i cui ruoli sono ancora da definire e le controverse testimonianze da indagare a fondo.</p><p>Questo chiediamo ai rappresentanti delle Istituzioni che vogliono deporre corone, e in particolare al <strong>presidente della Camera dei deputati</strong>.  Che chiedano,  facendo uso del prestigio che gli compete dal ricoprire le loro cariche, che non si pongano ostacoli sulla strada della Giustizia, sulla strada della Verità. Il presidente della Camera ha interpetrato correttamente il suo ruolo istituzionale, si è, anche se tardivamente, sciolto dall’abbraccio mortale del  capo di un partito che non ha nulla a che vedere con la destra storica italiana, ma non possiamo dimenticare che ha appoggiato per anni e ha permesso l’ascesa al potere di quell’uomo che, secondo il collaboratore di giustizia <strong>Gaspare Spatuzza</strong>, avrebbe trattato, insieme a Marcello Dell’Utri, direttamente con Giuseppe Graviano, il boia di via D’Amelio.</p><p>Ai ragazzi militanti nella <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giovane_Italia_(PdL)" target="_blank"><strong>Giovane Italia</strong></a></span> &#8211; nome che, per i ricordi che ho della mia giovinezza vissuta insieme a Paolo,  meriterebbe ben altra collocazione che il partito al quale fa riferimento &#8211; i quali anche quest’anno faranno la loro fiaccolata silenziosa per Paolo Borsellino, rivolgo una preghiera e una domanda. La preghiera è che  non vogliano mutuare logori e funebri riti di morte deponendo corone per un uomo che, come loro stessi hanno scritto sul muro che fronteggia via D’Amelio, continua a vivere anche da morto.</p><p>Al contrario dei suoi assassini e dei loro complici, che sono morti anche se vivi, via D’Amelio deve essere un luogo di rinascita della vita e della speranza, simboleggiato dall’olivo che nostra madre ha voluto piantare proprio con questo intento, non un sepolcro. Le corone sono più adatte per la tomba nel cimitero di Santa Maria del Gesù, dove risposano le spoglie mortali di Paolo. In via D’Amelio, negli occhi e nel cuore di tanti giovani vive e <strong>deve continuare a vivero lo spirito di Paolo</strong>, che non potrà mai morire.</p><p>La domanda è se pensano che sia veramente <strong>onorare Paolo Borsellino</strong> militare in un partito che, come ha affermato il suo capo indicando Marcello Dell’Utri, condannato già in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, <em>“senza quell’uomo non esisterebbe”</em>.</p><p><em>Nell&#8217;immagine, il programma delle manifestazioni che si terranno a Palermo il 17, 18 e 19 luglio per commemorare la strage di via D&#8217;Amelio. Per ingrandire <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/07/Manifesto-19-Luglio-2011.jpg?47e3a5" target="_blank">clicca qui</a></span></em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/15/corone-di-stato-per-una-strage-di-stato/145625/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>34</slash:comments> </item> <item><title>Le risposte di Ayala</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/07/le-risposte-di-ayala/80681/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/07/le-risposte-di-ayala/80681/#comments</comments> <pubDate>Tue, 07 Dec 2010 14:58:05 +0000</pubDate> <dc:creator>Salvatore Borsellino</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[agenda rossa]]></category> <category><![CDATA[giuseppe ayala]]></category> <category><![CDATA[Paolo Borsellino]]></category> <category><![CDATA[strage via d'amelio]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=80681</guid> <description><![CDATA[Più di due mesi fa, su questo stesso blog, pubblicai un post dal titolo &#8220;Le domande che non avrei voluto fare&#8220;. L&#8217;occasione era scaturita da una serie di notizie diramate dai mezzi di informazione: una dichiarazione di Giuseppe Ayala riguardante le scorte dei magistrati e in particolare dei magistrati di Palermo, che secondo Ayala andavano...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong>Più di due mesi fa, su questo  stesso blog, pubblicai un post dal titolo &#8220;<strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/27/le-domande-che-non-avrei-voluto-fare/65084/" target="_blank">Le domande che non avrei voluto  fare</a></span></strong>&#8220;. L&#8217;occasione era scaturita da una serie di  notizie diramate dai mezzi di informazione: una dichiarazione di Giuseppe Ayala  riguardante le <strong>scorte dei magistrati</strong> e in particolare dei magistrati di  Palermo, che secondo Ayala andavano rivisitate a causa della diminuita  pericolosità di Cosa Nostra, che &#8220;<em><strong>da oltre 18 anni non uccide  più</strong></em>&#8220;. Nella sua replica, il presidente della giunta Anm di  Palermo, Nino di Matteo, manifestava le sue perplessità relativamente a  questa dichiarazione che riteneva, giustamente, &#8220;<em><strong>fuori luogo e fuori  tempo</strong></em>&#8220;. La contro-replica di Ayala che, con la  supponenza che gli è consueta, definiva Di Matteo &#8211; uno dei magistrati più  impegnati nelle nuove inchieste della Procura di Palermo sulla &#8220;trattativa&#8221; che probabilmente fu la causa scatenante della strage di Via  D&#8217;Amelio, e pertanto uno dei magistrati più a rischio &#8211; &#8220;<em><strong>un collega che ha cominciato a muovere i primi passi  da magistrato soltanto nel 1993</strong></em>&#8220;,  quando cioè Ayala aveva già abbandonato, ma solo temporeamente, la toga per  dedicarsi ad una più agiata vita da parlamentare.  Tranne poi a rispolverare la toga stessa  scuotendone la polvere accumulata in ben quattro legislature, due alla Camera e  due al Senato, approdando dal Partito Repubblicano Italiano ad Alleanìza  Democratica e infine ai Democratici di Sinistra.</p><p>Partendo da queste premesse gli ponevo una  serie di domande definendole come &#8220;<em>domande che non avrei voluto fare</em>&#8221; ma  che ero costretto a fare a fronte di alcuni episodi ed alcuni dubbi che  continuavano a tormentarmi nei riguardi di Ayala. La prima riguardava l&#8217;<strong>Agenda Rossa</strong> di  Paolo, la sua sparizione subito dopo la strage  e una serie di testimonianze  discordanti rese  da Giuseppe Ayala su quell&#8217;episodio che lo vide coinvolto, da  protagonista, come una delle persone che ebbero in mano la borsa di Paolo subito  dopo la strage. Le quattro differenti versioni sono, in  successione:</p><p>Quella dell&#8217; <strong>8 aprile 1998</strong>, nella quale Ayala dichiara di avere rifiutato di  prendere in mano la borsa che un ufficiale dei carabinieri gli porgeva dopo  averla prelevata dal sedile posteriore della macchina blindata di  Paolo.<br /> Quella del <strong>2 luglio 1998</strong> nel quale Ayala non è più sicuro che l&#8217;uomo, seppure  in divisa, fosse un ufficiale dei carabinieri.<br /> Quella del 1<strong>2 settembre 2005 </strong>(nel frattempo, a seguito del ritrovamento di una  fotografia, è entrato in scena anche il Cap. Arcangioli) nella quale Ayala cambia  completamente versione e dice di avere prelevato lui la borsa dal sedile  posteriore ma di averla poi affiata ad un ufficiale dei carabinieri escludendo  addirittura <strong>&#8220;</strong><em><strong>i</strong><strong>n modo perentorio che  sia stato l&#8217;ufficiale di cui si parla a consegnare a me la  borsa</strong></em>&#8220;.<br /> Ed infine quella dell&#8217; <strong>8 febbraio 2006, </strong>la più confusa nonostante sia l&#8217;ultima, nella quale  prima sarebbe una persona che &#8220;<em><strong>è  certo che non fosse in divisa</strong></em>&#8221; a  prelevare la borsa e poi è la stessa persona, che adesso però è improvvisamente  &#8220;<em><strong>in divisa</strong></em>&#8220;, a volgersi  verso di lui e a consegnagli al borsa,  che egli stesso, a sua volta, consegna &#8220;<em><strong>istintivamente</strong></em>&#8221; ad un ufficiale in divisa che si trovava accanto alla  macchina.<br /> Le corrispondenti dichiarazione del Cap.  Arcangioli del <strong>5 maggio  2005</strong> sono completamente differenti e  raccontano di Arcangioli e di Ayala che aprono insieme la borsa e constatano che  non c&#8217;è l&#8217;agenda.  Ma sapevano che ci fosse o che ci dovesse  essere?</p><p>A fronte di queste incredibili  contraddizioni mi sembra che sia naturale e legittima la prima domanda posta ad  Ayala: come è possibile che <strong>un magistrato della sua  esperienza </strong>dia versioni così contrastanti e contraddittorie di un episodio di  cui, come magistrato, sapeva che sarebbe stato chiamato a rendere testimonianza?  Come è possibile che, da magistrato, seppur già passato alla carriera politica,  si sia prestato ad alterare o a permettere che venisse alterata la scena del  delitto senza neanche curarsi di identificare o di fare identificare la persona  alla quale veniva consegnata la borsa di Paolo, senza neppure ricordare  chiaramente se questa persona fosse in divisa oppure in borghese?</p><p>La seconda domanda riguarda <strong>l&#8217;incontro del  1° luglio 1992</strong> tra Paolo Borsellino e Nicola Mancino, appena nominato ministro  dell&#8217;Interno nel suo studio del Viminale. Qui Ayala non è direttamente coinvolto, ma è  intervenuto di propria iniziativa come testimone, prima involontariamente a  carico e poi a discarico, asserendo prima che Mancino gli avesse mostrato <strong>un&#8217;agenda </strong>con annotato, il 1° luglio, l&#8217;incontro con Paolo Borsellino, e  cambiando poi completamente versione, dicendo di avere avere visto un&#8217;agenda  senza nessuna annotazione e sostenendo come questo dimostrasse che non ci fosse  stato nessun incontro. La mia richiesta era quella di chiarire  questa circostanza e di spiegare perché si fosse prestato a sostenere prima una  versione e poi ritrattarla e se per questa <strong>ritrattazione </strong>avesse subito  sollecitazioni da parte di qualcuno.</p><p>L&#8217;ultima domanda era più semplice e  riguardava soltanto una questione etica, cioè se ritenesse opportuno che un  magistrato in servizio, ovvero lui stesso, partecipasse, in veste di  protagonista unico, ad uno spettacolo a pagamento, nel quale si parla del periodo  da lui trascorso insieme con Paolo Borsellino e Giovanni Falcone: se, cioè, ritenesse opportuna la <strong>mercificazione del ricordo</strong> dei due giudici uccisi e del  suo rapporto di amicizia con questi ultimi.<br /> Credo che si trattasse di domande più che  legittime da parte di chi ha dedicato l&#8217;ultima parte della sua vita alla ricerca  della Giustizia e della Verità  su una strage della quale, a diciott&#8217;anni di distanza,  non si conosce ancora quasi nulla e per la quale, come per tutte le stragi di  Stato, si sono susseguiti depistaggi e silenzi complici di ogni  tipo. Per più di due mesi queste domande non sono  state degnate di alcuna risposta, ma qualche giorno fa è intervenuto un fatto  nuovo.</p><p>Un gruppo di ragazzi appartenenti al  Movimento a 5 Stelle di Bologna ha pensato di presentarsi all&#8217;ingresso del  teatro dove andava in scena, a pagamento, lo spettacolo di Ayala e, mossi dal  desiderio di sollecitare una risposta alle mie domande e dall&#8217;intenzione di  informare il pubblico sui passaggi più controversi che hanno riguardato le  testimonianze di Ayala su ciò che accadde il giorno della strage in via  D&#8217;Amelio, hanno cercato di <strong>sollecitare queste risposte</strong> dallo stesso  Ayala. E così delle risposte da parte di Ayala sono  finalmente arrivate.<br /> C&#8217;è però un problema, e non è indifferente: <strong>l</strong><strong>e risposte non hanno nulla a che fare con le domande</strong> e, anzi, sembrano  proprio volte ad eluderle, ad evitare di rispondere. Nel corso dell&#8217;intervista, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=pXdfMYNOTv4" target="_blank">visibile su You  Tube</a></span> e riportata da diversi siti sulla rete, Ayala comincia dapprima  ad  accusarmi, accompagnando le sue affermazioni con evidenti gesti ed espressioni  allusive del viso, di essere &#8220;<em><strong>una persona che soffre di gravi problemi  mentali</strong></em>&#8220;, &#8220;<em><strong>un caso umano</strong></em>&#8220;, e poi, non ancora appagato,  aggiunge, e lo ribadisce più volte accompagnandolo con quella mimica che gli  proviene dalle innegabili doti di affabulatore e di intrattenitore, che il  rapporto tra me e mio fratello sarebbe lo stesso che intercorse tra <strong>Abele</strong> e <strong>Caino</strong>. Se ne deduce, dato che ovviamente Paolo non può essere altri che  Abele, che io sarei evidentemente paragonabile a Caino, cioè all&#8217;assassino di  suo fratello.</p><p>A questo punto, oltre che chiamare il Sig. Ayala a <strong>rispondere davanti alla legge delle sue affermazioni</strong> esibendo i  certificati che attestano la mia infermità mentale e facendo i nomi delle altre  persone che, come sostenuto nel corso dell&#8217;intervista, condividerebbero  la sua diagnosi, non mi resta che porgli due ulteriori domande ed  aggiungerle a quelle già in coda d&#8217;attesa. La prima riguarda un&#8217;affermazione fatta  proprio nel corso dell&#8217;intervista, e cioè che lui non conoscesse neppure  l&#8217;esistenza di questa agenda rossa di Paolo. Forse non ne conosceva il colore, ma del  fatto che Paolo, poco incline all&#8217;uso dei computer, prendesse a mano i suoi  appunti su delle agende o rubriche, Ayala ne ha più volte parlato, anche con me  personalmente, e quindi poteva e doveva supporre che la sua borsa potesse  contenere qualcosa di tanto importante da rendere necessaria una cura maggiore che quella di affidarla alla prima persona, in divisa o meno, che si fosse  trovato accanto.</p><p>In ogni caso, dato che in una intervista del  23 luglio 2009, ripresa in un libro pubblicato da Antimafia Duemila, Ayala  afferma &#8220;<em><strong>è verosimile che l&#8217;agenda fosse dentro la borsa e che sia stata  fatta sparire</strong></em>&#8220;, gli chiedo come concilia questa sua affermazione con  quella in cui dice di non conoscere l&#8217;esistenza di un&#8217;agenda di Paolo e quali  elementi ha per affermare che possa essere fatta sparire. A questo proposito gli chiedo ancora ,  sperando che capisca che si tratta di una domanda provocatoria e non  dell&#8217;ulteriore farneticazione di una persona malata di mente, se per caso non  abbia elementi che siano in grado di <strong>dimostrare </strong>che sia stato io a sottrarre  l&#8217;agenda rossa di Paolo. Mi pare che sia un atto perfettamente attribuibile ad  una persona paragonabile a Caino.</p><p>Una sua eventuale tesi in questo senso  potrebbe essere avallata da una sentanza della Cassazione che ipotizzi che  l&#8217;agenda rossa, al momento della strage, nonostante la testimonianza in questo  senso della moglie di Paolo, non si trovasse nella sua borsa. Questo vuol dire, dato che Paolo era così  geloso di questa sua agenda da portarla sempre con sé, che potrebbe avergliela  sottratta solo uno dei suoi parenti più stretti, come, ad esempio, un <strong>fratello</strong>, che, anche se paragonabile a Caino, non poteva, a causa dello stretto rapporto  di parentela, non godere della sua fiducia, seppur mal riposta. Per Ayala un&#8217;ultima domanda: se, come magistrato, ha chiesto e ottenuto dal <strong>Csm </strong>l&#8217;autorizzazione a partecipare, da  protagonista, a spettacoli a pagamento. Come politico poteva farlo senza  problemi, come magistrato credo sia necessario, oltre che  opportuno.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/07/le-risposte-di-ayala/80681/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>194</slash:comments> </item> <item><title>Le domande che non avrei voluto fare</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/27/le-domande-che-non-avrei-voluto-fare/65084/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/27/le-domande-che-non-avrei-voluto-fare/65084/#comments</comments> <pubDate>Mon, 27 Sep 2010 11:19:58 +0000</pubDate> <dc:creator>Salvatore Borsellino</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[agenda rossa]]></category> <category><![CDATA[ayala]]></category> <category><![CDATA[Borsellino]]></category> <category><![CDATA[Capaci]]></category> <category><![CDATA[Falcone]]></category> <category><![CDATA[Mancino]]></category> <category><![CDATA[via d'amelio]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=65084</guid> <description><![CDATA[Ero rimasto a disagio, e non è la prima volta che mi succede, nel leggere le dichiarazioni di Giuseppe Ayala riguardanti le scorte dei magistrati e in particolare dei magistrati di Palermo. Mi era sembrata una dichiarazione inopportuna, stonata e stranamente sincrona con una analoga dichiarazione dell’arcivescovo di Palermo Paolo Romeo che aveva addirittura lamentato...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ero rimasto a disagio, e non è la prima volta che mi succede, nel leggere le dichiarazioni di <strong>Giuseppe Ayala</strong> riguardanti le scorte dei magistrati e in particolare dei magistrati di Palermo. Mi era sembrata una dichiarazione inopportuna, stonata e stranamente sincrona con una analoga dichiarazione dell’arcivescovo di Palermo <strong>Paolo Romeo</strong> che aveva addirittura lamentato un preteso spreco di risorse pubbliche per “<em>quanto si spende per le cene dei magistrati con scorta</em>”. Delle affermazioni del monsignore non vale nemmeno la pena di parlare, basterà ricordargli i 2,5 milioni di euro che verranno dilapidati per la visita del Papa a Palermo &#8211; una città con enormi problemi di ogni tipo &#8211; in opere delle quali alla città non rimarrà nulla, o chiedergli perché invece di lamentarsi dei fondi per pretese cene dei magistrati con scorta, che non mi risultano avvenire abitualmente o essere a carico dello Stato, non abbia parlato invece dei costi della politica istituzionale non per scorte ma piuttosto per escort e al costo dei voli di Stato adoperati per trasferire in ville in Sardegna nani, ballerine e menestrelli di ogni tipo.</p><p>Ad Ayala che afferma, tra l’altro che “<em>Cosa nostra è cambiata, da oltre 18 anni non uccide più” </em>e che auspica per questo<em> “una responsabile, se pur graduale </em><em>rivisitazione</em><em> </em><em>delle scorte in circolazione</em>” avrei voluto ricordare i progetti di attentati, per fortuna scoperti in tempo grazie a quelle intercettazioni che si vorrebbero abolire, nei confronti di magistrati come <strong>Antonio Ingroia</strong>, <strong>Nino Di Matteo</strong>, <strong>Sergio Lari</strong>, <strong>Giovanbattista Tona</strong> e gli attentati, progettati o anche realizzati seppure finora per fortuna senza esiti mortali, nei confronti di magistrati calabresi.</p><p>Ma piuttosto che a disagio sono rimasto ora indignato nel leggere la replica di Ayala alle sacrosante reazioni dell’Anm e in particolare del presidente della giunta di Palermo, <strong>Nino Di Matteo</strong> che dice, e le sue parole mi sento di sottoscrivere pienamente, “<em>L’intervento di Ayala mi lascia veramente perplesso. Evidentemente il collega, anche per la sua lunga </em><em>militanza</em><em> politica è da troppi anni ben lontano dalla trincea e dall’attualità delle inchieste e dei processi di mafia. Proprio questa attualità dovrebbe semmai indurre gli organismi preposti ad una rinnovata attenzione</em>”. Nella sua risposta Ayala, che ha perso ancora una volta un’ottima occasione per tacere, replica, quasi ironizzando, definendo Nino Di Matteo “<em>un collega che ha cominciato a muovere i primi passi da magistrato soltanto nel 1993</em>”, quasi che questo costituisse una colpa e senza accorgersi di quanto le sue parole siano tristemente simili a quelle di <strong>Francesco Cossiga</strong> quando credeva di bollare con l’epiteto di “<em>giudice ragazzino</em>” quel <strong>Rosario Livatino</strong> la cui grandezza è semmai accresciuta proprio da quella definizione che il Presidente Emerito aveva usato in maniera spregiativa. Poi Ayala non si esime, come è suo costume, di pavoneggiarsi citando i suoi “<em>dieci anni nel pool antimafia e i diciannove anni di vita blindata</em>”. Peccato che del pool antimafia Ayala non abbia mai fatto parte essendo il pool diretto dal <strong>Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto</strong> e formato da <strong>Giovanni Falcone</strong>, <strong>Paolo Borsellino</strong>, <strong>Giuseppe Di Lello</strong> e <strong>Leonardo Guarnotta</strong>, tutti magistrati facenti parte dell’Ufficio Istruzione presso il Tribunale di Palermo. Non ne poteva far parte Giuseppe Ayala che esercitava il suo ruolo di Magistrato presso la Procura di Palermo e che ricoprì il ruolo di Pubblico Ministero al primo maxiprocesso insieme a <strong>Domenico Signorino</strong>, morto suicida dopo le accuse da parte di <strong>Gaspare Mutolo</strong> di essersi venduto alla mafia a causa degli ingenti debiti di gioco. Ma Ayala ha sempre giocato sull’equivoco proclamando in ogni occasione la sua appartenenza al pool antimafia e non se ne capisce la ragione , se non quella di volere concentrare l’attenzione su di sé, quando invece dovrebbe essergli sufficiente , senza alterare la verità, citare il fatto di avere, in qualità di pm, sostenuto al processo il procedimento istruito proprio dal pool di Falcone e Borsellino.</p><p>Strana coincidenza, questa dei debiti, che accomuna i due pm del maxiprocesso, ma che a uno, Domenico Signorino, costarono il volontario addio alla vita spinto dal tormento del rimorso per aver ceduto ai ricatti della mafia, all’altro, Giuseppe Ayala, soltanto un provvedimento disciplinare da parte del Csm e il volontario trasferimento al tribunale di Caltanissetta nelle more di un inspiegabile ritardo nell’attuazione del provvedimento di spostamento dal tribunale di Palermo per incompatibilità ambientale.</p><p>Non conoscevo di persona Ayala prima della morte di Paolo, né avevo sentito parlare proprio per il suo ruolo di pm al maxiprocesso e dopo la strage di <strong>Capaci</strong> mi aveva colpito, e non favorevolmente, il suo continuo accreditarsi come l’amico più intimo di Giovanni Falcone, per cui una volta mi capitò di parlarne con Paolo in una delle poche telefonate che avemmo in quei tragici 57 giorni che intercorsero tra la strage di Capaci e quella di <strong>Via D’Amelio</strong>. Mi ricordo che mi disse, in quel dialetto in cui abbiamo sempre amato esprimerci tra di noi, e mi sorprese il tono, quasi di fastidio, che usò allora “<em>chistu l’avi a chiantari, pari ca fussi sulu iddu amicu di Giovanni</em>” (“<em>questo la deve piantare, sembra che fosse solo lui amico di Giovann</em>i”). In seguito ho incontrato Ayala poche volte, in occasione di incontri ai quali eravamo stati invitati entrambi come relatori e ogni volta ho ascoltato quasi con avidità i suoi racconti, è dotato di spiccate dosi di affabulatore, di episodi e di aneddoti della vita di Paolo, cosa che faccio ogni volta che incontro una persona che ha avuto l’occasione di condividere con Paolo una parte di quei 23 anni di vita in cui io, che sono andato via da Palermo a 27 anni, gli sono stato, per la maggior parte del tempo, lontano.</p><p>Più volte mi è invece capitato, a fronte di episodi nei quali è stato coinvolto Giuseppe Ayala, di sentire la necessità di porgli delle domande, delle domande su pesanti dubbi che mi erano nati a fronte di certi episodi che lo hanno coinvolto dopo la morte di Paolo, ma mi sono sempre trattenuto pensando ai rapporti di amicizia che lo legavano a Paolo di cui mi ha sempre parlato nei suoi racconti. Ma adesso a sentirlo vantarsi, nella sua replica a Nino Di Matteo, del suo “<em>self control”</em>, a sentirlo irridere chi, parlando della situazione attuale in Sicilia parla di “<em>trincea</em>”, scrivendo testualmente: “<em>Accantono ogni pudore. Non credo proprio che riuscirò mai a dimenticare le vittime della barbarie mafiosa di quell’orrendo periodo. Le vedove e gli orfani ai quali ho donato una carezza consolatoria. I miei dieci anni nel pool antimafia e i diciannove di vita blindata. E non aggiungo altro. Altrimenti qualcuno mi accuserà di volere infierire</em>”, dato che il pudore lo ha veramente accantonato, sono io ad abbandonare ogni remora e a fargli finalmente quelle domande che da tanto tempo rimugino nella mente . Perché, se si ha avuto la sorte di partecipare a quei funerali soltanto da spettatore e non da vittima, si deve avere il pudore di non ascrivere a proprio merito le “<em>carezze consolatorie</em>” che si è riusciti a “<em>dispensare</em>” e non si può rinfacciare i propri “<em>diciannove anni di vita blindata</em>” conclusi peraltro con l’abbandono, per di più temporaneo, della magistratura ed il passaggio ad una più agiata vita da parlamentare, a chi invece la vita blindata la conduce ancora oggi.</p><p>E allora eccole, rivolte ad Ayala e in attesa di una risposta, le domande che non avrei voluto fare.</p><p>La prima domanda riguarda l’<strong>Agenda Rossa</strong> di Paolo e la sparizione di questa dalla borsa che sicuramente la conteneva dato che la moglie di Paolo, <strong>Agnese</strong>, gliela aveva vista riporre prima di partire per il suo appuntamento con la morte. Delle circostanze relative al rinvenimento e al prelievo di questa borsa Ayala, che è testimone diretto visto che fu uno dei primi ad arrivare sulla scena della strage, ha dato, in successione e in tempi diversi almeno quattro versioni differenti.</p><p>La prima è dell’ <strong>8 aprile 1998</strong> e fu resa quindi da Giuseppe Ayala, che il 19 luglio 1992 era deputato della Repubblica, sette anni prima del coinvolgimento del <strong>Capitano Giovanni Arcangioli</strong>.</p><p>“<em>Tornai indietro verso la blindata della procura anche </em><em>perché</em><em> </em><em>nel frattempo un carabiniere in divisa, quasi certamente un ufficiale, se mal non ricordo aveva aperto lo sportello posteriore sinistro dell’auto. Guardammo insieme in particolare verso il sedile posteriore dove notammo tra questo e il sedile anteriore una borsa di cuoio marrone scuro con tracce di bruciacchiature e tuttavia integra, l’ufficiale tirò fuori la borsa e fece il gesto di consegnarmela. Gli feci presente che non avevo alcuna veste per riceverla e lo invitai </em><em>pertanto</em><em> a trattenerla per poi consegnarla ai magistrati della procura di Palermo</em>”.</p><p>In questa prima versione è dunque un <strong>ufficiale in divisa</strong> ad aprire la portiera, ad estrarre la borsa e a fare il gesto di consegnarla ad Ayala, ma lui rifiuta di prenderla in mano.</p><p>Il <strong>2 luglio 1998</strong>, al processo <strong>Borsellino Ter</strong>, Ayala dichiara di essere residente all’hotel Marbella, a non più di 200 metri in linea d’aria da Via D’Amelio. Sente il boato nel silenzio della domenica pomeriggio. Si affaccia, ma non vede nulla perché davanti c’era un palazzo. Per curiosità scende giù, si reca in via D’Amelio e vede “<em>una scena da Beirut</em>”. Dal momento dell’esplosione “<em>saranno passati dieci minuti, un quarto d’ora massimo</em>”. Dice di non sapere che lì ci abitava la madre di Paolo Borsellino. Camminando comincia a vedere pezzi di cadavere. Vede due macchine blindate, una con un’antenna lunga, di quelle che hanno solo le macchine della procura di Palermo. Pensa subito a Paolo Borsellino. “<em>Ho cercato di guardare dentro la macchina, ma c’era molto fumo nero</em>”. Ayala afferma che proprio in quel momento stavano arrivando i pompieri. Osserva il cratere e poi torna indietro. “<em>Sono tornato verso la macchina, era arrivato qualcuno… parlo di forze di polizia. Ora, il mio ricordo è che a un certo punto questa persona, che probabilmente io ricordo in divisa, però non giurerei che fosse un ufficiale dei carabinieri, (….) ciò che è sicuro è che questa persona aprì lo sportello posteriore sinistro della macchina di Paolo. Guardammo dentro e c’era nel sedile posteriore la borsa con le carte di Paolo, bruciacchiata, un po’ fumante anche… però si </em><em>capiva</em><em> sostanzialmente… lui la prese e me la consegnò (….) Io dissi: &#8211; Guardi, non ho titolo per… La tenga lei. –</em>“.</p><p>In questa versione, leggermente ritoccata rispetto alla prima, non c’è più la sicurezza di un ufficiale in divisa che apre la portiera, ma permane la certezza che sia stata questa persona ad aprire la portiera e a raccogliere la borsa. Ayala, in ogni caso, nega assolutamente di avere preso in mano ed aperto la borsa. “<em>Io poi mi sono girato, sono andato di nuovo verso questo giardinetto, e </em><em>lì</em><em> poi ho trovato il cadavere di Paolo (…). Io ci ho inciampato nel cadavere di Paolo, </em><em>perché</em><em> </em><em>non era una cadavere… era senza braccia e senza gambe</em>”.</p><p>Le corrispondenti dichiarazioni rilasciate il <strong>5 maggio 2005</strong> dal Capitano Arcangioli, l’ufficiale cui fa riferimento Ayala, sono completamente differenti. Ayala parla di un ufficiale in divisa mentre Arcangioli dice che è <strong>in borghese</strong>, Ayala dice di avere esaminato la macchina con l’ufficiale mentre Arcangioli dice che Ayala era rimasto in un posto diverso. Ayala dice che la borsa era bruciacchiata mentre Arcangioli dice di no. Ayala dice di avere rifiutato la borsa e di non averla mai aperta ed esaminata mentre Arcangioli dice che addirittura la aprirono e la esaminarono insieme. E’ chiaro che almeno uno dei due mente, se non entrambi.</p><p>Il <strong>12 settembre 2005</strong> Ayala cambia completamente versione.</p><p>Afferma di essere arrivato sul luogo subito dopo l’esplosione, di avere identificato il cadavere di Paolo Borsellino e di avere notato l’auto del magistrato con la portiera posteriore sinistra aperta. “<em>Scorsi sul sedile posteriore una borsa di pelle </em><em>bruciacchiata. Istintivamente</em><em> la presi, ma mi resi subito conto che non avevo alcun titolo per fare ciò, per cui ricordo di averla affidata immediatamente ad un ufficiale dei carabinieri che era a pochi passi. Nell’affidargli la borsa gli spiegai che probabilmente era la borsa appartenente al dottore Borsellino</em>”. Quando gli viene mostrata la foto di Arcangioli, Ayala dichiara: “<em>Non ricordo di avere mai conosciuto</em><em>, né</em><em> all’epoca </em><em>né</em><em> </em><em>successivamente il capitano Arcangioli. Non posso escludere ma neanche affermare con certezza che detto ufficiale sia la persona alla quale io affidai la borsa. Per quanto possa sforzarmi di ricordare mi sembra che la persona alla quale affidai la borsa fosse meno giovane, ma può darsi che il mio ricordo mi inganni. Insisto comunque nel dire che l’ufficiale ricevette la borsa e poi andai via. Escludo comunque in modo perentorio che all’inverso sia stato l’ufficiale di cui si parla a consegnare a me la borsa</em>”.</p><p>Cambia tutto dunque. Non è più l’ufficiale in divisa ad estrarre la borsa dalla macchina, ma Ayala in persona, che aveva precedentemente escluso di avere mai preso in mano la borsa.</p><p>E’ lui a questo punto a consegnarla all’ufficiale e questa volta esclude “<em>in modo perentorio</em>” che sia avvenuto l’inverso.</p><p>L’<strong>8 febbraio 2006</strong> Ayala modifica di nuovo la propria versione dei fatti: “<em>Ebbi modo di vedere una persona in abiti borghesi (…) è certo che non fosse in divisa, la quale prelevava dall’autovettura attraverso lo sportello posteriore sinistro una borsa. Io mi trovavo a pochissima distanza dallo sportello e la persona in divisa si volse verso di me e mi consegnò la borsa (…). Dato che accanto alla macchina vi era anche un ufficiale in divisa quasi istintivamente la consegnai al predetto ufficiale</em>.”</p><p>Cambia tutto di nuovo. Questa volta Ayala si dice certo che la persona non fosse in divisa, ma in borghese. Non fu lui quindi ad estrarla, ma la prese in mano e la consegnò poi ad un altro ufficiale, in divisa. Questa dichiarazione di Ayala è talmente confusa che lui stesso chiaramente sbaglia quando dice “<em>la persona in divisa si volse verso di me</em>”, visto che due secondi prima si era detto certo che non fosse in divisa. La ritrattazione di Ayala non potrebbe essere più traballante e incoerente di così.</p><p>La domanda che a questo punto mi preme fare a Giuseppe Ayala è la seguente: ma come è possibile che un magistrato della sua esperienza, abituato a vagliare le deposizioni dei testimoni e degli imputati, possa dare versioni così contrastanti e contraddittorie di una circostanza di cui lui stesso è non testimone ma attore diretto, come è possibile che si sia prestato ad alterare la scena del delitto prelevando la borsa e poi consegnandola ad una persona della quale non ricorda neppure chiaramente se fosse in divisa o in borghese, come è possibile che avendo avuto in mano un reperto così fondamentale come la borsa contenente l’agenda rossa di Paolo non lo abbia protetto per assicurarsi, se egli come dice “<em>non aveva titolo</em>” per prenderlo in consegna, che fosse almeno consegnato ad una persona di sua assoluta fiducia.</p><p>Giuseppe Ayala ha avuto in mano l’agenda di Paolo, la cui sottrazione è stata uno dei motivi di quella strage e non la ha saputa proteggere come avrebbe potuto e dovuto?</p><p>O c’è qualche altra, agghiacciante, risposta ?</p><p>Ma c’è un altro episodio, sempre relativo a Paolo Borsellino che mi ha fatto nascere forti perplessità su Giuseppe Ayala e riguarda l’incontro del <strong>1° luglio 1992</strong> tra lo stesso Paolo e Nicola Mancino nel suo studio del <strong>Viminale</strong> dove <strong>Mancino</strong> si era appena insediato come <strong>ministro dell’Interno</strong>. Io ho sempre sostenuto che quest’incontro non solo ci fu ma che nel corso di esso Mancino parlò a Paolo di quella scellerata “<em>trattativa</em>” che era stata avviata tra la criminalità organizzata e pezzi dello Stato, e di cui Mancino, come da recenti rivelazioni di alcuni collaboratori di Giustizia, costituiva il “<em>terminale istituzionale</em>”. Sostengo anche da tempo che deve essere stata la reazione violenta e senza appello di Paolo a quella proposta che deve avere affrettato la necessità della sua eliminazione e l’attuazione della strage del 19 luglio 1992. Di quell’incontro resta la testimonianza diretta di Paolo che nella sua agendina grigia che, diversamente dalla sua agenda rossa non è stata sottratta subito dopo la strage, annota “<em>1° luglio – Ore 19:30 – Mancino</em>”. Mancino ha però sempre negato l’incontro, sostenendo addirittura, e qui la sua affermazione risulta assolutamente inverosimile, che anche se avesse incontrato Paolo non potrebbe ricordarlo perché “<em>non lo conosceva fisicamente</em>”. E a fronte dell’esibizione da parte mia dell’agenda di Paolo che prova il contrario di quello che egli afferma, ha esibito in televisione una sua agenda ‘planning’, cioè quelle agende che riportano sulla stessa pagina i giorni di tutta una settimana nella quale, per quel giorno, non risulta alcun appuntamento. Ora a parte il fatto che ciò non prova nulla perché l’appuntamento potrebbe non averlo annotato, è la stessa agenda ad essere inverosimile perché in tutta la settimana sono annotate soltanto tre righe e non è pensabile che tutta l’attività settimanale di un ministro della Repubblica, appena nominato, riesca a riempire solo tre righe di un planning.</p><p>Su questa storia dell’incontro e dell’agenda Giuseppe Ayala ha dato a Mancino un maldestro assist cadendo anche in questo caso in evidenti contraddizioni come nel caso dell’agenda rossa.</p><p>Il <strong>24 luglio del 2009</strong>, durante un’intervista ad <strong>Affari Italiani</strong>, Ayala dichiara: “<em>lo stesso Nicola Mancino mi ha detto che il 1° luglio incontrò Paolo Borsellino. Le dirò di più, Mancino mi ha fatto vedere la sua agenda con l’annotazione dell’incontro</em>”.</p><p>Ma poche ore dopo, questa vota sul settimanale <em>Sette</em> ribalta completamente la precedente dichiarazione e afferma: “<em>Si è trattato di un lapsus. In realtà volevo dire che non ci fu nessun incontro. Anzi Mancino tirò fuori la sua agenda per farmi vedere che non c’era nessuna annotazione</em>”.</p><p>Ci risiamo, per la seconda volta, e sempre in relazione a Paolo Borsellino, Ayala si contraddice in maniera evidente e fa dichiarazioni che, da magistrato, avrebbe pesantemente contestato a qualsiasi testimone, imputato o collaboratore di Giustizia. E non si tratta di una contraddizione da poco perché riguarda un incontro che, come io ritengo, è stato la causa o almeno ha affrettato la fine di Paolo Borsellino.</p><p>Può chiarire Ayala questa contraddizione e questa circostanza? Perché si è prestato a sostenere questa versione e su sollecitazione di chi ha poi ritrattato? Finora non lo ha fatto perché della sua prima dichiarazione esiste la registrazione audio e quindi non può in alcuna maniera affermare di essere stato frainteso.</p><p>Un’ultima cosa. Ayala continua a ricordare in ogni suo intervento la sua amicizia con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e senza dubbio in un certo periodo della sua vita questa amicizia c’è stata, ma proprio per questo dovrebbe evitare di mercificarla e sono rimasto veramente allibito quando, qualche giorno fa, ho letto testualmente di un “<em>recital-spettacolo</em>“ dal titolo “<em>Chi ha paura muore ogni giorno</em>” nel quale il “<em>consigliere preso la Corte D’Appello dell’Aquila, debutta a teatro</em>” E, in coda è riportato : “<em><strong>Prezzi: Poltronissima 40,00; Poltrona I settore 35,00; Poltrona II settore 25,00; Tribuna 15,00</strong></em>”<strong>. </strong>Siamo alla svendita dell’amicizia e dei ricordi.</p><p>Anche se poi oggi forse non è più tanto conveniente vantarsi di essere stato amico di Paolo, come in tanti, troppi, dopo la sua morte hanno preso l’abitudine di fare, se, come hanno testimoniato due magistrati che lavoravano con Paolo a Marsala, <strong>Alessandra Camassa</strong> e <strong>Massimo Russo</strong>, a pochi giorni dalla strage del 19 luglio, essendo andati a trovare Paolo nel suo ufficio alla Procura di Palermo, lo trovarono sconvolto e in pianto mentre, con la testa tra le mani, ripeteva “<em>Un amico mi ha tradito, un amico mi ha tradito</em>”. E nell’ agenda rossa sparita Paolo Borsellino avrà sicuramente annotato anche il nome di quel traditore.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/27/le-domande-che-non-avrei-voluto-fare/65084/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>232</slash:comments> </item> <item><title>Si muore quando si è soli</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/08/si-muore-quando-si-e-soli/57874/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/08/si-muore-quando-si-e-soli/57874/#comments</comments> <pubDate>Wed, 08 Sep 2010 08:13:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Salvatore Borsellino</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Alfano]]></category> <category><![CDATA[Angelo]]></category> <category><![CDATA[Borsellino]]></category> <category><![CDATA[Camorra]]></category> <category><![CDATA[omicidio]]></category> <category><![CDATA[pollica]]></category> <category><![CDATA[sindaco]]></category> <category><![CDATA[Vassallo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=57874</guid> <description><![CDATA[Appello scritto con Sonia Alfano e Benny Calasanzio Siamo rimasti smarriti e senza parole di fronte all&#8217;ennesimo cruento assassinio di un uomo, Angelo Vassallo, barbaramente ucciso solo perchè voleva onorare il suo mandato da sindaco, solo perchè amava Pollica e il suo mare e non avrebbe permesso a nessuno di sfregiarla, nemmeno ai camorristi da quattro soldi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Appello scritto con Sonia Alfano e Benny Calasanzio</em></strong></p><p>Siamo rimasti smarriti e senza  parole di fronte all&#8217;ennesimo cruento assassinio di un uomo, <strong>Angelo  Vassallo</strong>, barbaramente ucciso solo perchè voleva onorare il suo mandato  da sindaco, solo perchè amava <strong>Pollica</strong> e il suo mare e non avrebbe  permesso a nessuno di sfregiarla, nemmeno ai camorristi da quattro soldi  con i nomi da fumetto.</p><p>Questo omicidio  ha riportato alla memoria di ciascuno di noi quei momenti in cui noi stessi, congiunti di vittime di mafia, abbiamo appreso della morte per mano mafiosa dei nostri cari,  quando attraverso la televisione, il telefono o un ripetuto bussare alla porta  ci sono arrivate notizie di morte.</p><p>Ci  lacera il cuore sentire le parole della moglie di Angelo Vassallo, che  si augura che il marito non venga dimenticato e che il suo lavoro venga  portato avanti da altri. Noi non abbiamo potuto salvare Vassallo, ma ora  possiamo evitare che le sue battaglie vengano inghiottite dall&#8217;oblio.</p><p>Dopo   il primo momento di disorientamento e confusione, abbiamo deciso che è nostro dovere fare qualcosa di concreto per far si che il sacrificio di Vassallo  possa essere l&#8217;ultimo  tributo di sangue di cui questa nazione sventurata ha bisogno. Angelo,  il sindaco-pescatore, deve essere l&#8217;effige della nostra battaglia in <strong>Campania</strong>; un uomo che intendeva la lotta ai clan fatta anche di piccoli  gesti, come multare anche per un mozzicone buttato a terra, e gesti  enormi, come quello di affrontare a viso aperto gli  spacciatori di droga intimandogli di andarsene altrove. Lo chiameremmo  eroe se questo aggettivo non fosse stato lordato da due uomini collusi  con la mafia per un loro amico-collega.</p><p>E&#8217; per questo che oggi lanciamo un appello a tutto il popolo che in  questi anni ci è stato vicino, che con noi ha condiviso il nostro dolore  e la nostra rabbia. Al popolo dell&#8217;<strong>antimafia</strong>, alle associazioni, ai  sindacati. Organizziamo insieme una grande manifestazione a Pollica,  andiamo  a portare i nostri cuori e la nostra rabbia in quel paese per cui Vassallo ha dato la vita e che non lasceremo che cada nelle mani della camorra.</p><p>E&#8217; il momento di dimostrare ad Angelo che il suo sangue ha  abbeverato una pianta di vita che sta già dando i suoi frutti; da quel  sangue nascerà la ribellione dei cittadini di Pollica, poi del  salernitano e infine della Campania tutta.</p><p>Assai poco in fondo ci chiede Vassallo.</p><p>Salvatore Borsellino (fratello del giudice Paolo)<br /> Benny Calasanzio Borsellino (nipote degli imprenditori Borsellino)<br /> Sonia Alfano (figlia del giornalista Beppe)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/08/si-muore-quando-si-e-soli/57874/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>80</slash:comments> </item> <item><title>La lunga fuga di Schifani</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/06/la-lunga-fuga-di-schifani/57080/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/06/la-lunga-fuga-di-schifani/57080/#comments</comments> <pubDate>Mon, 06 Sep 2010 07:38:47 +0000</pubDate> <dc:creator>Salvatore Borsellino</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Berlusconi]]></category> <category><![CDATA[Borsellino]]></category> <category><![CDATA[Capaci]]></category> <category><![CDATA[Falcone]]></category> <category><![CDATA[mafia]]></category> <category><![CDATA[pdl]]></category> <category><![CDATA[Schifani]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=57080</guid> <description><![CDATA[L&#8217;ultima volta che ho visto Renato Schifani da vicino fu in via D&#8217;Amelio, il 19 luglio del 2008. Esattamente un anno prima, nel luglio del 2007, avevo interrotto il mio silenzio durato sette lunghi anni, un silenzio che ero riuscito a vincere solo percorrendo a piedi, passo dopo passo e sentendo sempre vicino a me...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;ultima  volta che ho visto <strong>Renato Schifani</strong> da vicino fu in via D&#8217;Amelio, il 19  luglio del 2008. Esattamente un anno prima, nel luglio del 2007, avevo  interrotto il mio silenzio durato sette lunghi anni, un silenzio che ero  riuscito a vincere solo percorrendo a piedi, passo dopo passo e  sentendo sempre vicino a me mio fratello Paolo, gli 850 chilometri che  separano San Jean Pied de Port, sul versante francese dei Pirenei, da  Santiago di Compostela, ed avevo  scritto e diffuso sulla rete una  lettera aperta a cui avevo dato il titolo <strong>&#8220;19 luglio 1992 : Una strage  di Stato&#8221;</strong>.  In quel primo 19 luglio a Palermo dopo  lunghi anni di assenza, ero andato in via D&#8217;Amelio per sentirmi più  vicino, nell&#8217;anniversario di quel giorno tragico, a Paolo e ai suoi  ragazzi proprio nel luogo in cui i loro occhi avevano visto per l&#8217;ultima  volta stagliarsi nel cielo azzurro di Palermo la sagoma del Castello  Utveggio, che sovrasta Palermo da uno sperone del Monte Pellegrino, e la  loro vita e i loro sogni erano stai bruscamente spezzati, insieme ai  loro corpi, dall&#8217;esplosione di centinaia di chili di Semtex, l&#8217;esplosivo  usato dai militari e dai servizi segreti.  Era circa mezzogiorno e vidi  arrivare su una macchina blu, preceduto da una scorta  di poliziotti  motociclisti, Renato Schifani, da poco eletto presidente del Senato che  si avviò per deporre una corona di fiori davanti allo stabile di via  D&#8217;Amelio. Non davanti al numero 19, dove sul luogo esatto dove c&#8217;era la  buca scavata dall&#8217;esplosione mia madre ha fatto piantare l&#8217;olivo che  oggi tutti chiamiamo l&#8217;olivo di Paolo, ma ad una certa distanza, come se  avesse paura ad avvicinarsi troppo.  Sentii forte l&#8217;impulso di farmi  avanti, sbarrargli la strada e urlargli di andare a deporre quella  corona davanti alla tomba di <strong>Vittorio Mangano</strong> e lo avrei sicuramente  fatto se in quel momento non fosse arrivata un&#8217;altra macchina che  portava la moglie di Paolo, Agnese, che avrebbe dovuto presenziare alla  cerimonia.</p><p>Restai in disparte perché sapevo che il mio gesto, in quel  giorno, la avrebbe turbata e non potevo prevederne le reazioni, ma fu  proprio in quel giorno e in quel momento che giurai a me stesso e a  Paolo che a nessuno degli sciacalli che ogni anno, dal 19 luglio del  1992, erano venuti a scorrazzare in via D&#8217;Amelio quasi ad accertarsi che  Paolo fosse veramente morto, sarebbe più stato permesso di farlo.  <strong>Da quel giorno via D&#8217;Amelio non avrebbe più dovuto essere profanata da quegli avvoltoi</strong> e l&#8217;anno  dopo, nel 2009, chiamai a raccolta per il 19 luglio quel movimento che  era cominciato a nascere sulla rete  composto da  persone che si riconoscevano nella mia richiesta, portata in una serie  infinita di incontri in tutte le città d&#8217;Italia, dovunque mi  chiamassero, di Giustizia e di Verità sulle stragi del &#8217;92 e del &#8217;93.  Quell&#8217;anno bastò la notizia, fatta  circolare sulla rete, del presidio che avevamo intenzione di organizzare  in via D&#8217;Amelio per il 19 luglio per fare si che nessun rappresentante  delle Istituzioni, nessun politico, per la prima volta dopo 17 anni, si  presentasse in via D&#8217;Amelio, anzi successe di più. Il 23 Maggio, per  l&#8217;anniversario della strage di Capaci, arrivò all&#8217;aeroporto di Palermo  un richiesta della Digos che chiedeva di conoscere se per quel giorno io  avessi prenotato un volo per Palermo. Era in programma per quel giorno  una visita a Palermo del Presidente Napoletano e qualcuno aveva paura  che io volessi anticipare la contestazione promessa per l&#8217;anniversario  della strage di via D&#8217;Amelio all&#8217;anniversario della strage di Capaci.  Quando il 19 luglio, per la prima  volta, <strong>via D&#8217;Amelio si riempì di Agende Rosse</strong> nessuna corona venne  portata in via D&#8217;Amelio, c&#8217;era soltanto, ormai appassita, una corona di  fiori che era stata portata li&#8217; il 23 Maggio dopo che si erano  assicurati del fatto che nessun presidio era stato preparato per quel  giorno.</p><p>A questo arriva la pavidità di questi personaggi che oggi  occupano indegnamente gran parte delle nostre Istituzioni. C&#8217;era anche  una riproduzione in polistirolo, fatta da un ragazzo studente in  architettura, della tomba di Mangano, completa di lapide, fotografia e  data della morte. Se qualche rappresentante indegno delle Istituzioni si  fosse presentato a commemorare Paolo  sarebbe stato dirottato verso  quella tomba per commemorare ed onorare il &#8220;suo eroe&#8221;  Anche quest&#8217;anno, il 19 luglio,  la  storia si è ripetuta. Il 23 Maggio, dopo essersi assicurato che neanche  quest&#8217;anno io mi trovassi a Palermo, Renato Schifani si è recato in via  D&#8217;Amelio a deporre la sua corona mentre se ne è rigorosamente tenuto  alla larga il 19 luglio quando, come e più dell&#8217;anno precedente, via  DAmelio era piena di Agende Rosse. Anzi quest&#8217;anno è successo di più,  nel corso della giornata, durante il nostro presidio, abbiamo ricevuto  della richieste da parte della questura tendenti a contrattare chi  potesse accedere in via D&#8217;Amelio e chi non era invece gradito. Così  abbiamo accettato di fare venire il Presidente della commissione  Parlamentare Antimafia, rifiutando però che venisse accompagnato  dall&#8217;intera commissione, della quale fino a qualche tempo fa faceva  parte il senatore <strong>Carlo Vizzini</strong>. Abbiamo fermato il corteo già partito  da via D&#8217;Amelio dopo l&#8217;ora della strage, per farlo ritornare indietro a  rinnovare il presidio quando è circolata la voce che stesse per arrivare  Schifani, abbiamo invece accettato che venisse a deporre una corona il presidente della Camera Fini perché abbiamo ritenuto che abbia  interpretato correttamente il suo ruolo Costituzionale, mentre avremmo  contestato Schifani  anche per rimarcare la differenza tra lui e Fini,  che, se non altro, non hai mai avuto frequentazioni ne stretto rapporti  societari con persone che poi sono state condannate per mafia.  Non vedo infatti perché dovremmo  rispettare e non contestare Schifani solo per il ruolo costituzionale  che occupa. Se il Signor B., come Caligola, avesse fatto senatore il  suoi cavallo, uno di quelli veri, con quattro zampe, non quelli  racchiusi in sacchetti di plastica pieni di polvere bianca, che trattava  il suo fattore di Arcore, il suo eroe, dopo aver finito di accompagnare  i suoi figli a scuola tendendoli per mano insieme a quelli dello stesso  signor B.,  noi saremmo stati tenuti a rispettare quel cavallo come  rappresentante delle Istituzioni?  Schifani ha avuto finora il buon  gusto di continuare a scappare da qualunque posto in cui venisse  segnalata la presenza di Agende Rosse, la sua lunga fuga si è però  conclusa sabato in Piazza Castello quando una trentina di giovani armati  di queste terribili armi, insieme ad altri rappresentanti di altri  movimenti egualmente stanchi di accettare il vilipendo che si continua a  fare della nostra Costituzione, lo hanno raggiunto alla festa del PD  accogliendolo al grido di <strong>&#8220;Fuori la Mafia dallo Stato&#8221;</strong> così come qualche  giorno prima a Como era stato accolto il senatore <strong>Marcello Dell&#8217;Utri</strong>.   Ora aspettiamo solo, perché  l&#8217;auspicio di questi giovani si realizzi, che Marcello Dell&#8217;Utri venga  condannato in via definitiva e rinchiuso in carcere e che Schifani, per  il momento, si dimetta. Poi magari toccherà anche a lui.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/06/la-lunga-fuga-di-schifani/57080/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>146</slash:comments> </item> <item><title>In piazza per difendere la Costituzione</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/03/invito-a-difendere-la-costituzione/56105/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/03/invito-a-difendere-la-costituzione/56105/#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Sep 2010 08:05:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Salvatore Borsellino</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[agende rosse]]></category> <category><![CDATA[costituzione]]></category> <category><![CDATA[micromega]]></category> <category><![CDATA[Popolo viola]]></category> <category><![CDATA[società civile]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=56105</guid> <description><![CDATA[Il Movimento Agende Rosse, rispondendo ai contemporanei appelli lanciati dal Popolo Viola e dalla rivista MicroMega che intepretano una esigenza sentita come improcrastinabile da tutta la Società Civile, invita tutti i cittadini ad una mobilitazione generale in difesa della Costituzione. Il principio di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla Legge è stato messo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>Movimento Agende Rosse</strong>, rispondendo ai contemporanei appelli lanciati dal <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://noberlusconiday2.wordpress.com/" target="_blank">Popolo Viola</a></span></strong> e dalla rivista <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://temi.repubblica.it/micromega-appello/?action=vediappello&amp;idappello=391171" target="_blank">MicroMega</a></strong></span> che intepretano una esigenza sentita come improcrastinabile da tutta la Società Civile, invita tutti i cittadini ad una mobilitazione generale in difesa della Costituzione.</p><p>Il principio di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla Legge è stato messo pesantemente in discussione negli ultimi diciotto anni da una serie di rovinosi provvedimenti legislativi che hanno minato le fondamenta della convivenza civile.</p><p>Riteniamo che questa involuzione della vita politico-istituzionale sia conseguenza di un patto scellerato stretto tra la criminalità organizzata e settori consistenti della classe dirigente italiana attraverso un piano eversivo culminato nelle stragi del biennio 1992-93. Questi crimini efferati hanno piegato il naturale evolversi della vita democratica del paese.</p><p>Fino a quando non sarà fatta piena luce sui moventi e su tutti i volti degli autori, dei complici e degli ispiratori di tali delitti non potremo vivere come liberi cittadini in una democrazia matura: saremo sempre condizionati dal ricatto.</p><p>Vogliamo esprimere pubblicamente il nostro sostegno a quei magistrati e rappresentanti delle forze dell’ordine che sono impegnati nelle inchieste sulle stragi degli anni 1992-93 e sui rapporti tra mafia e potere. Siamo al loro fianco e faremo fino in fondo la nostra parte per sostenerli in questa difficile ricerca della verità.</p><p>Il Movimento Agende Rosse aderisce pertanto agli appelli lanciati dal Popolo Viola e dalla rivista MicroMega a scendere in piazza in difesa della Costituzione. Auspichiamo che tutti i cittadini e le forze sane della nazione si raccolgano per una grande manifestazione unitaria per far sentire la propria voce. Pretendiamo il ritiro dalla vita pubblica di una classe dirigente che con il suo intollerabile degrado morale ha tradito il giuramento fatto sulla Costituzione e non rappresenta più altro che i propri meschini interessi personali. La politica va fatta con le mani pulite.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/03/invito-a-difendere-la-costituzione/56105/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>121</slash:comments> </item> <item><title>19 luglio &#8217;10: rispondiamo alla chiamata di Paolo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/16/19-luglio-2010-siamo-pronti-per-rispondere-alla-chiamata-di-paolo/40777/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/16/19-luglio-2010-siamo-pronti-per-rispondere-alla-chiamata-di-paolo/40777/#comments</comments> <pubDate>Fri, 16 Jul 2010 14:49:31 +0000</pubDate> <dc:creator>Salvatore Borsellino</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[19 luglio]]></category> <category><![CDATA[92]]></category> <category><![CDATA[agende]]></category> <category><![CDATA[Borsellino]]></category> <category><![CDATA[mafia]]></category> <category><![CDATA[Paolo]]></category> <category><![CDATA[Salvatore]]></category> <category><![CDATA[stragi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=40777</guid> <description><![CDATA[E&#8217; passato un anno da quando ci siamo ritrovati tutti a Palermo, in via D&#8217;Amelio, per impedire che quel luogo, reso sacro dal sacrificio di Paolo e dei suoi ragazzi, venisse ancora una volta profanato. Profanato dagli avvoltoi che, tornando sulla scena del delitto, arrivano come ogni anno ad assicurarsi che Paolo sia veramente morto. Ad assicurarsi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; passato un anno da quando ci siamo ritrovati tutti a Palermo, in via D&#8217;Amelio, per impedire che quel luogo, reso sacro dal sacrificio di Paolo e dei suoi ragazzi, <strong>venisse ancora una volta profanato</strong>. Profanato dagli avvoltoi che, tornando sulla scena del delitto, arrivano come ogni anno ad assicurarsi che Paolo sia veramente morto. Ad assicurarsi che non possa più mettersi di traverso rispetto ad una ignobile trattativa stretta tra Stato e antistato della quale oggi continuiamo a vedere gli effetti ed a pagare le conseguenze. Ad assicurarsi che possano continuare a godere i frutti di quel patto scellerato e continuare a pagare le cambiali contratte per concludere quel patto.</p><p>L&#8217;anno scorso, in via D&#8217;Amelio abbiamo per la prima volta stretto in mano e levato al cielo le nostre Agende Rosse e, per la prima volta, nessun rappresentante delle Istituzioni ha avuto il coraggio di arrivare in quella via.<br /> Nessuno di loro è venuto a deporre quelle corone di fiori che non avremmo accettato fossero poste davanti alle foto di Paolo, di Agostino, di Claudio, di Emanuela, di Vincenzo, di Walter, i nostri eroi. <strong>Se qualcuno di loro fosse arrivato lo avremmo dirottato su una riproduzione della tomba di Vittorio Mangano, il loro eroe</strong>. Anche quest’anno saremo in quella strada, con le nostre Agende Rosse ad impedire che ci vengano imposti quei funerali di Stato che 18 anni fa abbiamo rifiutato. Con quelle Agende Rosse siamo stati, un anno fa, nell&#8217;atrio della Facoltà di Giurisprudenza, dove Paolo ha vissuto quattro degli anni della propria giovinezza, preparando quegli esami che lo avrebbero portato a diventare il più giovane magistrato d&#8217;Italia, ed anche quest’anno saremo in quell’atrio, a ripercorrere i passi di Paolo.</p><p>Siamo saliti, levando le nostre grida di rabbia, lungo le rampe assolate che portano al Castello Utveggio, sul monte Pellegrino. Da lì abbiamo visto con i nostri occhi come, chi ha azionato il detonatore che ha provocato la strage, potesse, ad occhio nudo, vedere, davanti al portone di Via D&#8217;Amelio, il Giudice Paolo<strong> suonare il campanello della casa dove lo aspettava sua madre</strong>. Anche quest’anno saliremo quelle rampe, e continueremo a farlo ogni anno, fino a quando non sapremo chi, da quel Castello, ha azionato il detonatore che ha causato la strage. Con quelle Agende Rosse siamo stati in via D&#8217;Amelio, nell&#8217;ora della strage, quando è calato il silenzio e ciascuno di noi ha potuto sentire battere forte il proprio cuore e, nel battito del cuore degli altri, ha riconosciuto il battito del cuore di Paolo e dei suoi ragazzi. Anche quest’anno saremo lì, nell’ora della strage, quando suonerà il silenzio e la voce di Marilena Monti ci farà sentire ancora una volta l’addio di Palermo al Giudice Paolo.</p><p>Ancora con quelle Agende Rosse abbiamo percorso a piedi le strade di Palermo, fino ad arrivare nelle strade della Kalsa, in piazza Magione. Quella piazza, quel quartiere, dove Paolo e Giovanni si sono affacciati alla vita e sono poi cresciuti insieme con tanti di quei ragazzi che poi la vita avrebbe portato nelle mani di quelli che sarebbero stati i loro assassini. Quest’anno dall’olivo di Via D’Amelio andremo insieme fino all’albero che in Via Notarbartolo ricorda Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e i ragazzi della loro scorta Antonino Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Con quelle Agende Rosse siamo stati, un anno fa, davanti al Palazzo di Giustizia di Palermo a gridare <strong>la nostra solidarietà ed il nostro affetto a quei magistrati per i quali oggi, con le stesse Agende Rosse in mano e nel cuore, ci siamo costituiti in Scorta Civica </strong>in loro appoggio ed a loro protezione. Davanti allo stesso Palazzo di Giustizia saremo quest’anno per fare sentire ai quei magistrati come la nostra solidarietà e il nostro affetto si siano fatti ancora più forti a fronte del duro lavoro che, a rischio della loro stessa vita, continuano a portare avanti per la Giustizia e per la Verità.</p><p>Con le stesse Agende Rosse in mano e nel cuore siamo stati poi, per tutto questo anno che è trascorso da allora, in tanti incontri, in tante città, dovunque fosse necessaria la nostra rabbia, la nostra voglia di Verità e di Giustizia, o il nostro amore. Siamo stati a Roma, a L&#8217;Aquila, ancora a Palermo, nelle vicinanze del Natale, e abbiamo riempito l&#8217;olivo di Via D&#8217;Amelio di foglietti rossi con i nostri pensieri per Paolo; a Torino, a Napoli, a Pescara, a Cinisi, in tante altre città, in tanti altri incontri, in tante altre battaglie. Ora è passato un anno e <strong>Paolo ci chiama ancora una volta nel posto dove ha guardato l&#8217;ultima volta il cielo azzurro di Palermo</strong>, dove il suo sangue si è mescolato a quello dei suoi ragazzi, dove qualcuno ha sottratto dalla sua borsa quell&#8217;Agenda Rossa che è diventata il nostro simbolo. Tante cose sono cambiate in questo anno, il nostro paese sta sempre più scivolando verso il baratro di un regime, la nostra Costituzione viene sempre più messa sotto tiro e chi ne dovrebbe essere il garante è sempre più preda della sua ignavia, i magistrati sono sempre più attaccati e vilipesi, ma nonostante questo, alcuni di loro, a Palermo e a Caltanissetta stanno forse riuscendo a togliere il velo che finora ha impedito di arrivare ai mandanti occulti delle stragi del &#8217;92 e del &#8217;93.</p><p>Alcuni nuovi collaboratori di Giustizia stanno parlando con i magistrati, tanti personaggi hanno improvvisamente, a 17 anni di distanza, riacquistato barlumi di memoria e cominciano a fare delle ammissioni sulla &#8220;trattativa&#8221;. Solo uno, <strong>Nicola Mancino, continua a fingere di non ricordare</strong>, ma, forse, dovrà presto scavare nella propria memoria davanti ai magistrati. Noi siamo pronti per rispondere alla chiamata di Paolo, saremo a Palermo il 17, il 18, chi potrà, e il 19 tutti perché Paolo ha bisogno di noi, ancora una volta Palermo si riempirà delle nostra Agende Rosse e delle nostra grida di incitamento alla <strong>RESISTENZA</strong>.</p><p><strong>Chiedo a tutti</strong> e soprattutto a quei Palermitani che 18 anni fa hanno saputo scacciare via dalla Cattedrale di Palermo, davanti alle bare dei ragazzi di Paolo fatti a pezzi nella strage, quei politici che davanti a quelle bare si disputavano i primi posti per essere meglio ripresi dalle telecamere, <strong>di venire in Via D’Amelio dove gli occhi di Paolo e dei suoi ragazzi hanno visto per l’ultima volta il cielo azzurro della nostra città</strong>. Un giorno della nostra vita per chi ha sacrificato la propria vita, per noi, in quella strada sul cui selciato il sangue di quei martiri non si potrà asciugare fino a quando Giustizia non sarà fatta.</p><p style="text-align: right;">(<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/16/tre-giorni-per-paolo-borsellino-da-palermo-a-roma/40828/">Tutte le iniziative</a> per l&#8217;anniversario di via D&#8217;Amelio)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/16/19-luglio-2010-siamo-pronti-per-rispondere-alla-chiamata-di-paolo/40777/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>83</slash:comments> </item> <item><title>Fassino e Federica &#8216;la piccola&#8217;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/03/fassino-federica-la-piccola-e-il-biglietto-strappato/35799/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/03/fassino-federica-la-piccola-e-il-biglietto-strappato/35799/#comments</comments> <pubDate>Sat, 03 Jul 2010 09:43:32 +0000</pubDate> <dc:creator>Salvatore Borsellino</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[agende]]></category> <category><![CDATA[bavaglio]]></category> <category><![CDATA[Borsellino]]></category> <category><![CDATA[Fassino]]></category> <category><![CDATA[Navona]]></category> <category><![CDATA[piazza]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[rosse]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=35799</guid> <description><![CDATA[Quella ragazza che ha fatto fuggire Fassino a piazza Navona, la conosco da quando ho ricominciato ad andare in tutti i posti dove dei giovani mi chiamavano a gridare la mia voglia di Giustizia e di Verità, ad incitare quei giovani alla Resistenza, la conosco forse da Piazza Farnese, forse ancora da priima, mi sembra di conoscerla...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Quella ragazza che ha fatto fuggire <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/01/fassino-agende-rosse-polemica-durante-la-manifestazione/35192/" target="_blank">Fassino a piazza Navona</a></span>,</strong> la conosco da quando ho ricominciato ad andare in tutti i posti dove dei giovani mi chiamavano a gridare la mia voglia di Giustizia e di Verità, ad incitare quei giovani alla Resistenza, la conosco forse da Piazza Farnese, forse ancora da priima, mi sembra di conoscerla da sempre.</p><p>La ricordo da sempre ad aprire la strada nei cortei cercando di tenera ben levato in alto il suo braccio con la sua <strong>Agenda Rossa</strong> per supplire alla sua piccola statura.</p><p>Per questo dopo averla chiamata a lungo Fede 3 per identificarla, in base all’ordine di tempo in cui la ho conosciuta tra uno splendido terzetto di Federiche, ho cominciato, per non fare confusione tra i numeri, a chiamarla “Fede, la piccola”.</p><p>Qualche tempo dopo la pria volta in cui l’avevo incontrata mi disse che aveva a casa un biglietto per Londra comprato qualche tempo prima per poterlo pagare di meno: aveva deciso di andare via dall’Italia, di andare a lavorare all’estero, forse anche perché in Italia non riusciva a trovare u lavoro che non fosse precario, come tanti giovani della sua età , ma soprattutto perché in questo paese non si riconosceva più.</p><p>Lei, che come dice davanti a un Fassino che fugge per non doversi confrontare con una persona che gli dice guardandolo negli occhi quello che pensa di lui e dei politici come lui, lei che la Costituzione ce l’ha nel sangue, non sopporta di vivere in un paese in cui gli articoli della nostra Costituzione vengono a poco a poco sostituiti dai punti del piano programmatico per la rinascita democratica che costituisce il manifesto della P2.</p><p>Da allora “Federica la piccola” l&#8217;ho incontrata in tutti i campi di battaglia dove per la Giustizia e la Verità ci siamo trovati a insieme combattere, a Piazza Navona, davanti alle questure a difendere “il più grande scandalo della Storia d’Italia”, Gioacchino Genchi, a piazza Navona, a Piazza San Giovanni per il NO-B Day, a Cinisi per lottare insieme a Peppino Impastato, e soprattutto a Palermo per impedire la profanazione di Via D’Amelio da parte degli avvoltoi, che, cacciati nel 1992 dalla Cattedrale di Palermo, ogni anno tornavano sul luogo di quella strage ad assicurarsi che Paolo fosse veramente morto, e ogni volta la sua Agenda Rossa sembrava levarsi più in alto di tutte le altre.</p><p>Poi un giorno mi telefona e mi dice che quel biglietto pronto per portarla via dall’Italia, lo ha strappato, che non partirà più, che ha deciso di restare in Italia, il paese per cui Paolo e i suoi ragazzi hanno sacrificato la loro vita, perché ha capito che è qui che deve lottare, insieme ai tanti altri giovani che l’Agenda Rossa hanno scelto a simbolo della loro lotta.</p><p>Un altro giorno alla fine dell’anno scorso, mi telefona e mi dice che quello era il giorno la cui data era scritta sul suo biglietto aereo, il giorno in cui avrebbe dovuto lasciare l’Italia, ma che è felice di essere qui, di non avere lasciato il suo paese, il paese di Paolo, il paese dove c’è da lottare per difendere la nostra Costituzione, e io che dico sempre agli altri che non è tempo di lacrime ma di lotta, io che rimprovero quelli che mi dicono, al termine dei miei incontri, che li ho fatti commuovere, non capisco perché sento delle lacrime scendere e bagnarmi gli occhi.</p><p>Fassino, questi giovani dei quali parli con disprezzo mentre fuggi senza voltarti indietro per non doverli guardare negli occhi, a questi due ragazzi, come tu dici, che hanno inscenato un teatrino per poterti attaccare, non importa ormai più niente di te, tu oramai sei il nulla, sei soltanto “quel signore li”, hai svenduto la passione di tante persone che negli ideali della sinistra hanno creduto e continuano a credere per dei brandelli di potere, per il controllo di almeno “una banca”, continui a partecipare, tu si, a dei teatrini televisivi nei quali si esaurisce la tua opposizione a chi ha ridotto il nostro paese a un regime, tu sei davvero piccolo e Federica, la piccola Federica, da ieri comincerò invece a chiamarla “<strong>Federica la grande</strong>”.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/03/fassino-federica-la-piccola-e-il-biglietto-strappato/35799/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>176</slash:comments> </item> <item><title>Il gradino che non hanno costruito</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/30/il-gradino-che-non-hanno-costruito/34170/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/30/il-gradino-che-non-hanno-costruito/34170/#comments</comments> <pubDate>Wed, 30 Jun 2010 07:34:17 +0000</pubDate> <dc:creator>Salvatore Borsellino</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Agenda]]></category> <category><![CDATA[andreotti]]></category> <category><![CDATA[Borsellino]]></category> <category><![CDATA[dell'utri]]></category> <category><![CDATA[mafia]]></category> <category><![CDATA[Palermo]]></category> <category><![CDATA[Rossa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=34170</guid> <description><![CDATA[Nel suo appello finale ai Giudici della Corte d’Appello di Palermo, nell’aula bunker di Pagliarelli, il sostiruto Procuratore Generale Nino Gatto aveva concluso la sua arringa con questa appassionata esortazione: “Voi potete contribuire alla costruzione di un gradino salito il quale forse, e ripeto forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno fare accertare le...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Nel suo appello finale ai Giudici della Corte d’Appello di Palermo, nell’aula bunker di Pagliarelli, il sostiruto Procuratore Generale<strong> Nino Gatto</strong> aveva concluso la sua arringa con questa appassionata esortazione:</p><p>“<em>Voi potete contribuire alla costruzione di un gradino salito il quale forse, e ripeto forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno fare accertare le responsabilità che hanno insanguinato il nostro paese. Oppure potete distruggerlo questo gradino</em>”.</p><p>Con la sentenza promulgata oggi che condanna a sette anni di reclusione il sentatore <strong>Dell’Utri</strong> per concorso esterno in associazione mafiosa, i Giudici della Corte d’Appello non lo hanno distrutto quel gradino ma hanno pero rinunciato a dare il loro conribuito per percorrere quegli altri scalini che, malgrado loro, ci porteranno a conoscere la verità sulle stragi del ’92 e del ’93 e a scoprire le responsabilità di quel sistema di potere che ha intriso di sangue le fondamenta di questa disgraziata seconda Repubblica.</p><p>Si è ripetuto, seppure in forma peggiore per l’imputato di questo processo lo scenario del processo a <strong>Giulio Andreotti</strong>, con una cesura sulle responsabilità dei due imputati per i due periodi rispettivamente prima e dopo gli anni e ‘80 e prima e dopo il ’92, come se la criminalità mafiosa fosse possibile troncare repentinamente i rapporti intrattenuti fino a un dato momento.</p><p>Con la differnza che per Giulio Andreotti era stato possibile applicare quella prescrizione dei reati che una informazione non degna di questo nome ha sempre spacciato come assoluzione, mentre, grazie a Dio per Marcello Dell’Utri questa possibilità scatterà solo nel 2015.</p><p>La prescrizione non ha quindi potuto essere applicata e questo ci consentirà, e ne saremo felici, di vedere Marcello Dell’Utri varcare le porte del carcere dove potrà sentirsi più vicino al suo eroe, <strong>Vittorio Mangano</strong>, al quale anche in questa occasione ha ritenuto di dovere tributare il suo omaggio e che in carcere, appunto, ha concluso i suoi giorni.</p><p>Questo sempre che, come succeso con <strong>Cesare Previti</strong>, altro soddale del Presidente del Consiglio a cui questi non era riuscito ad evitare il carcere, non venga affidato ai servizi sociali.</p><p>Che si profilasse una assoluzione per i fatti dal ’93 in poi , la gestione della seconda fase della trattativa e la nascita di Forza Italia quale nuovo partito di riferimento della criminalità organizzata era da intuire dopo che il colleggio giudicante aveva rinunciato ad acquisire le testimonianze dei nuovi collaboratori di giustizia, Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza.</p><p>Testimonianze che stanno permettendo alle Procure di Palermo, Caltanissetta e di Firenze di salire appunto quei gradini che questo collegio giudicante non ha avuto il coraggio di contribuire a costruire anche se di certo non ha potuto, ne sicuramente voluto, distruggere e che ci porteranno a conoscere la verità sulle stragi del ’92 e del ’93, sulla “trattativa” o meglio sulle “trattative” tra pezzi dello Stato e criminalità organizzata, e sulla nascita del partito e del sistema di potere che oggi regge il nostro paese.</p><p>Grazie anche ai ricatti che è in grado di gestire chi oggi detiene<strong> l’Agenda Rossa</strong> sottratta dalla macchine ancora in fiamme del Giudice <strong>Paolo Borsellino.</strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/30/il-gradino-che-non-hanno-costruito/34170/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>34</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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