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	<title>Il Fatto Quotidiano &#187; Riccardo Chiaberge</title>
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		<title>Castellucci? Preferisco Cavalli-Sforza</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 16:16:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Chiaberge</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Chissà come sarà invidioso <strong>Amelio Perlini</strong>, detto Memè. Vent’anni fa ci aveva provato anche lui, ed era rimasto scornato. Il suo scabrosissimo film <em>Il ventre di Maria</em>, con tanto di San Giuseppe manesco e di madonna senza veli, con un<strong> Raoul Bova</strong>-arcangelo Gabriele ancor più nudo e un Gesù autistico e deficiente, non se l’era filato nessuno. E dire che l’anteprima, al Cinema Adua di Torino, era stata piazzata alla vigilia di Pasqua, apposta per fare imbufalire i preti. E lo sceneggiatore, il cattolicissimo <strong>Pier Carpi,</strong> irritato per lo stravolgimento del testo originale (un romanzo di sua moglie), aveva mobilitato perfino <strong>Ruini</strong> e <strong>Tettamanzi</strong>. Gli ingredienti per un bel tormentone stile <em>Je vous salue Marie</em> di <strong>Godard</strong> o <em>L’ultima tentazione di Cristo</em> di <strong>Scorsese</strong> c’erano tutti. Gli inviati d’assalto avevano già caricato le penne. Invece niente. Nemmeno l’ombra di una tonaca, non una messa in latino, non una beghina a declamare il rosario. Lefebvriani e militanti di Cielle erano rimasti a casa a guardare la tivù. Insomma, un flop all’acqua santa. Povero Memè. Sai che invidia,  adesso,  per il collega <strong>Castellucci.</strong> A lui sì che è riuscito il colpo. A detta di quasi tutti, <em>Sul concetto di volto nel figlio di Dio </em>è uno spettacolo mediocre o palloso, e quasi tutti ci fanno paginate. Si officiano messe riparatorie in piazza, marciano i crociati di Militia Christi («Monti e Pisapia, fermate questa pazzia»), la forza pubblica presidia  il teatro. E la sala del Parenti, miracolosamente, si riempie. A farne le spese è il pubblico che come sempre non ha diritti, nemmeno quello di essere rimborsato.</p>
<p>Pochi si sono accorti che lo stesso giorno della prima di Castellucci, mercoledì 25 gennaio, al Museo di Storia Naturale di Milano si è aperta una mostra per i novant’anni di <strong>Luigi Luca Cavalli-Sforza</strong>.  Se davvero volete fare un dispetto ai fondamentalisti, correte a vederla. Cavalli è un grande italiano, uno degli scienziati più celebri e apprezzati al mondo. In mezzo secolo di ricerche sulla genetica delle popolazioni ha sbugiardato bigotti e razzisti, ha dimostrato che il racconto biblico non aiuta a capire le nostre origini e l’evoluzione dell’Homo Sapiens. Lasciate perdere Castellucci e i suoi liquami, godetevi invece le foto di Luca tra i Pigmei (anche nel bel libro di Elisa Frisaldi, <em>Ancora una volta ero io il curioso</em>, Codice Edizioni). E se state a Roma, fate un salto al Palazzo delle Esposizioni, dove è in corso un’altra mostra curata dallo stesso Cavalli insieme al figlio Francesco e a<strong> Telmo Pievani. </strong>Nella lotta all’ignoranza e alle superstizioni, ha fatto di più il professore di Stanford di qualsiasi regista fintamente blasfemo. Senza bisogno di buttare sterco sul volto di Cristo.</p>
<p><em>da Saturno del 27 gennaio 2012</em></p>
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		<title>E la Concordia affonda nell&#8217;aria fritta</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 17:47:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Chiaberge</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono loro i veri eroi della Costa Concordia. Ben prima che suonassero le sirene e le scialuppe fossero calate in mare, mentre il comandante De Falco cazziava Schettino e gli elicotteri della Guardia Costiera stavano ancora scaldando i motori, loro erano già lì appesi ai verricelli, muta e palmare al braccio, che volteggiavano sopra la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono loro i veri eroi della <strong>Costa Concordia.</strong> Ben prima che suonassero le sirene e le scialuppe fossero calate in mare, mentre il comandante <strong>De Falco</strong> cazziava <strong>Schettino</strong> e gli elicotteri della Guardia Costiera stavano ancora scaldando i motori, loro erano già lì appesi ai verricelli, muta e palmare al braccio, che volteggiavano sopra la nave ferita. Loro chi? Non stiamo parlando degli aerosoccorritori, ma degli opinionisti d&#8217;assalto. L’oscar della tempestività va all&#8217;intrepido <strong>Michele Serra</strong>, che su<em> Repubblica </em>di domenica 15 ha gonfiato un editoriale di emergenza sulla “grandezza della natura” e la “potenza deiforme degli uragani” contro la tecnologia e l’orgoglio umano: e giù con Icaro e le piroghe, Titanic, Concorde e film catastrofisti. Segue a ruota, con tutto il suo peso, <strong>Armando Torno</strong> sul <em>Corriere </em>di lunedì. Una dotta cavalcata sul fascino del condottiero, che parte da Ulisse e Palinuro per approdare a Walt Whitman (“O Captain! My Captain!”) passando per Melville e il Bounty. Martedì è la volta dello svedese <strong>Björn Larsson,</strong> scrittore e marinaio, in prima di <em>Repubblica</em>: e Schettino, a sua insaputa, diventa il Lord Jim di Conrad. Ieri infine, ciliegina sulla torta, sempre su <em>Repubblica</em>, due paginoni dedicati al Naufragio, “grande metafora dell’Occidente”. Con un <strong>Adriano Sofri</strong> scarcerato di fresco che bordeggia tra Defoe e Blumenberg, mentre il velista <strong>Piero Ottone</strong> ci racconta quando la sua barca di dodici metri incocciò in uno scoglio, e lui, sprezzante del pericolo, si tuffò col blazer (“Cala, Trinchetto!”).</p>
<p>Mayday, mayday! Si salvi chi può. Arrivano gli elicotteristi della parola, gli acrobati del cazzeggio colto, i funamboli dell’erudizione un tanto al chilo. Entrano in azione all’indomani di ogni disastro, mobilitati in tutta fretta dopo affannose riunioni di redazione: «Qui ci vuole un pezzo scritto! L’approfondimento culturale! Il mito, il poema, il romanzo, il film! Tirate fuori tutto quello che c’è in archivio. Google, Wikipedia, Garzantine!».</p>
<p>Si schianta un jumbo? Urge articolessa di<strong> Citati</strong> sul mito del volo da Icaro a Marinetti. Esonda il Bisagno? Chiamate <strong>Magris,</strong> che allarghi il discorso al Danubio, la Mitteleuropa, l’acqua che unisce e divide. Viene giù  una palazzina abusiva ad Afragola? Perfetto per un excursus di<strong> Scurati</strong> sull’idea di crollo in storia e letteratura, da Fitzgerald al muro di Berlino. Se in qualche nuova Cogne una madre sopprime l’infante, subito accorre <strong>Calasso</strong> o <strong>Eva Cantarella </strong>col kit di Medea per eliminare i figli. E basta che il solito guidatore ubriaco stiri un gatto in via Merulana perché intervenga lo specialista di Gadda.</p>
<p>La cultura in prima pagina, un tempo, erano gli Scritti corsari di <strong>Pasolini</strong>: la forza dell’invettiva che suppliva a una cronaca reticente. Adesso, nove volte su dieci, è pura fuffa, aria fritta. Un orpello esornativo che alla cronaca non aggiunge un bel niente. L’opinionismo come malattia senile del giornalismo.</p>
<p>Il guaio è che ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime, di metafore, simboli e rappresentazioni emblematiche, di Achab e di Crusoe non gliene potrebbe fregare di meno. Non vorrei che un giorno o l’altro perdessero la pazienza e organizzassero un flash mob in via Solferino, o sotto le finestre di <em>Repubblica</em>: «Signori commentatori! <em>Andateabbordocazzo</em>! Smettetela di cazzeggiare. E se il direttore vi chiede di scrivere fregnacce, ammutinatevi».</p>
<p><em>da Saturno del 20 gennaio 2012</em></p>
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		<title>San Giulio Einaudi e l&#8217;intervista mancata</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 17:05:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Chiaberge</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella febbrile caccia all’anniversario che si scatena ogni solstizio d’inverno, la vigilia del 2012 è dominata da un fantasma senza rivali. Non il Dickens di cui gli inglesi si apprestano a celebrare i due secoli dalla nascita. Non il cinquantenne Diabolik o l’ottantenne Topolino (versione italiana, 1932). E neppure le amanti dei due dittatori, Eva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella febbrile caccia all’anniversario che si scatena ogni solstizio d’inverno, la vigilia del 2012 è dominata da un fantasma senza rivali. Non il <strong>Dickens</strong> di cui gli inglesi si apprestano a celebrare i due secoli dalla nascita. Non il cinquantenne<strong> Diabolik </strong>o l’ottantenne <strong>Topolino</strong> (versione italiana, 1932). E neppure le amanti dei due dittatori, <strong>Eva Braun</strong> e<strong> Claretta</strong>, che festeggerebbero il centesimo compleanno in febbraio, a pochi giorni di distanza una dall’altra. No, il centenario che più fa sudare i redattori delle pagine culturali è quello di <strong>Giulio Einaudi</strong>, icona intoccabile e santo patrono dell’editoria di sinistra, nato il 2 gennaio 1912 e morto nel ‘99. I giornali, come di consueto, hanno preso la rincorsa lunga, officiando una missa solemnis a reti unificate fin da metà novembre, in coincidenza con l’uscita in libreria de <em>I verbali del mercoledì,</em> le mitiche riunioni editoriali della casa dello Struzzo dal 1943 al ’52: una mappazza rilegata di seicento pagine (prezzo di copertina 40 euro) che qualche zelante einaudiano ha pensato perfino di consigliare come cadeau natalizio. E allora perché non gli atti della commissione antimafia? Almeno lì c’è una trama, sangue e bombe, e i personaggi non sono umbratili intellettuali che si scannano su Adorno e Braudel.</p>
<p>Ma se qualcuno si fosse perso le puntate precedenti, o non avesse guardato il calendario, la “Repubblica” ci rinfresca ora la memoria con un’intervista-fiume a<strong> Roberto Cerati</strong>, che di Giulio fu per mezzo secolo il più stretto collaboratore: un uomo timido, elegante come sua madre, sostiene Cerati.</p>
<p>Personalmente, nel mio piccolo, ho un ricordo diverso. Erano i primi anni Ottanta, lavoravo al “Sole 24 Ore”, il giornale della finanza che proprio allora, sotto la guida di <strong>Mario Deaglio</strong> e <strong>Gianni Locatelli</strong>, si stava aprendo alla cultura. La crisi dell’Einaudi era entrata nella fase culminante. Chiedo un’intervista al patron attraverso il suo ufficio stampa, <strong>Alberto Papuzzi</strong>, e dopo qualche insistenza mi viene concessa. La mattina del giorno convenuto salgo su un treno e mi presento puntuale in via Biancamano, a Torino. Mi viene incontro Papuzzi, pallido e imbarazzato. Al suo fianco <strong>Eileen Romano</strong>, figlia dell’ambasciatore e allora assistente di Einaudi. «Giulio non può riceverti», balbettano. «Come è possibile? Sono venuto apposta». «Mi dispiace, non può». «Insomma, non vuole». Giro sui tacchi e me ne torno, allibito e furente, a Milano.</p>
<p>Ecco chi era Giulio Einaudi: tutto, meno che un signore timido ed elegante. Non sarà stato il <em>Fitzcarraldo del libro</em>, come lo ha definito<strong> Gianarturo Ferrari</strong>, ma un despota capriccioso e all’occorrenza un po’ cafone, questo sì: uno capace di addentare la mano di chi voleva aiutarlo, di sbattere la porta in faccia all’inviato di un quotidiano che gli avrebbe dato accesso alla business community in un momento di gravissime difficoltà finanziarie. E poteva magari commuovere qualche banchiere, tirandolo fuori dal guano. Ancora adesso non riesco a spiegarmi le ragioni di quel gesto. Forse, semplicemente, non ero del giro, stavo fuori dal suo orizzonte ideologico, e non si fidava di me. Avrei potuto raccontare sul mio giornale il colossale pacco che mi aveva tirato. Non me la sentii. Lo faccio ora, a trent’anni di distanza, per onorare a mio modo i cent’anni del divo Giulio.</p>
<p><em>Da Saturno del 30 dicembre 2011</em></p>
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		<title>Hitchens conteso tra Ferrara e Odifreddi</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Dec 2011 18:31:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Chiaberge</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dio non è grande, Ferrara sì. Sull’organo ufficiale dei teocon italiani, il pio elefantino ha eretto un sontuoso monumento funebre al più ateo degli atei, Christopher Hitchens, morto di tumore a 62 anni giovedì 15 dicembre. Più che l’estetica dell’eccesso, che non solo a detta dei medici ha accorciato la vita al polemista inglese, ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dio non è grande, <strong>Ferrara</strong> sì. Sull’organo ufficiale dei teocon italiani, il pio elefantino ha eretto un sontuoso monumento funebre al più ateo degli atei, <strong>Christopher Hitchens</strong>, morto di tumore a 62 anni giovedì 15 dicembre.</p>
<p>Più che l’estetica dell’eccesso, che non solo a detta dei medici ha accorciato la vita al polemista inglese, ad affratellare due personalità così antitetiche è la <strong>guerra in Iraq</strong>, che Hitchens a suo tempo sostenne con grande scandalo degli amici liberal. Ferrara rinfaccia ai “Sancho Panza” del giornalismo di sinistra di avere omesso questo dettaglio, tutt’altro che secondario, della biografia di Christopher.</p>
<p>Dettaglio sul quale, invece, non sorvola affatto il papa dei miscredenti <strong>Piergiorgio Odifreddi</strong>, che nel blog su<em> Repubblica.it </em>dedica allo scomparso un epitaffio impietoso (<em>“<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/2011/12/17/morte-di-un-ateo-reazionario/" target="_blank">Morte di un ateo reazionario</a></span>”</em>), ricordando la delusione provata per la sua conversione filo-Bush dopo l’11 settembre e per la retorica bellicista “alla Oriana Fallaci” di cui era intriso il suo bestseller <em>Dio non è grande</em> (Einaudi 2007). L’ateo reazionario, insomma, è solo un ossimoro: il vero ateo ha da essere progressista.</p>
<p>Quello che né Ferrara né Odifreddi vogliono ammettere è che tra l’Hitch anticlericale e l’Hitch guerrafondaio <strong>non c’è contraddizione</strong>: sono due facce della stessa medaglia. Bombardare Baghdad era per lui la risposta dell’Occidente laico e liberale ai fondamentalisti che avevano tirato giù le Twin Towers. Che poi Bush colpisse l’obiettivo sbagliato nel modo sbagliato, pazienza. L’essenziale era dimostrare che l’America è più grande di Allah, e che la religione rappresenta il male assoluto.</p>
<p>Ma su questo punto Hitchens aveva torto, e con lui i suoi apologeti nostrani. La religione è, anche in Italia, una realtà ambivalente. Esiste la Chiesa del potere, descritta da <strong>Angelo Mincuzzi e Giuseppe Oddo</strong> in <em>Opus Dei. Il segreto dei soldi </em>(Feltrinelli) e la Chiesa della carità di <strong>don Colmegna</strong>. Allo stesso modo ci sono atei come <strong>Margherita Hack</strong> che credono nella scienza e atei che si affidano agli oroscopi. Atei di destra che si bevono le fandonie di <strong>Berlusconi </strong>e atei di sinistra, tipo i compagni della <strong>Fondazione Gramsci</strong>, che non pagano l’Ici proprio come i vescovi.</p>
<p>Nessun battesimo o sbattezzo garantisce un attestato permanente di moralità o di intelligenza. Ciò che occorre è il “buon uso della religione” teorizzato da <strong>Alain de Botton</strong> nella sua<em> Guida per i non credenti</em> (Guanda): ve la consiglio, è l’esatto contrario della religione di Ferrara. Ma forse anche un buon uso dell’ateismo:  per non prendere abbagli come l’Hitch della crociata anti-islamica.</p>
<p><em>da Saturno del 23 dicembre 2011</em></p>
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		<title>La dignità rosa e il falso stupro della sedicenne</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 14:12:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Chiaberge</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non ditelo a Cristina Comencini, a Tiziana Ferrario, a Paola Turci e alle altre amazzoni della “dignità rosa” scese in piazza domenica scorsa al grido di «Mai più senza le donne, mai più contro le donne», perché disarcionato il sultano, tramontate le cene eleganti e le Olgettine in carriera, anche l’Italia dei loden è rimasta, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Non ditelo a <strong>Cristina Comencini</strong>, a <strong>Tiziana Ferrario</strong>, a <strong>Paola Turci </strong>e alle altre amazzoni della “dignità rosa” scese in piazza domenica scorsa al grido di «Mai più senza le donne, mai più contro le donne», perché disarcionato il sultano, tramontate le cene eleganti e le Olgettine in carriera, anche l’Italia dei loden è rimasta, nel fondo, “machista”.<br />
Non diteglielo, alle <strong>Dacie</strong> e alle <strong>Concite</strong>, che le quotazioni del femminismo, alla borsa valori delle nuove generazioni,  sono in caduta libera peggio dei titoli di stato greci.</p>
<p>O almeno così la pensano, per esempio,  nella evoluta Inghilterra.  In un lungo saggio sulla <em>London Review of Books (</em><a href="http://www.lrb.co.uk/v33/n24/jenny-turner/as-many-pairs-of-shoes-as-she-likes" target="_self">http://www.lrb.co.uk/v33/n24/jenny-turner/as-many-pairs-of-shoes-as-she-likes)</a><em> </em> la scrittrice <strong>Jenny Turner </strong>prende spunto dalle sommosse di agosto nella capitale britannica per misurare lo <strong>spread crescente</strong> tra la mentalità delle ragazze di oggi e quella delle femministe. Da una parte diciotto-ventenni per bene come Natasha, Shonola, Chelsea, arrestate e condannate per saccheggio e furto, che dalla prigione scrivono su Facebook di essere “sconcertate” del proprio comportamento. E che pure in quei giorni folli, trascinate dal <em>mob</em>, dalla furia dei compagni, hanno gustato l’ebbrezza di sentirsi forti e agili, il delirio di onnipotenza di poter arraffare qualsiasi oggetto del desiderio,  tv-color, vestiti, iPod, Mac e scarpe da ginnastica, senza contanti né carte di credito. Come ha scritto una blogger, «il possesso di queste cose vale almeno quanto i diritti della donna. <strong>Io faccio shopping, dunque sono</strong>».</p>
<p>Su tutta un’altra sponda, le <strong>militanti di <em>UK Feminista </em></strong>si battono contro il sessismo degli uomini e manifestano davanti ai porno shop e ai Playboy Club inalberando cartelli con lo slogan: “Ob-ject, women not sex objects”. Perché, si chiede Jenny Turner, queste brave signore non si preoccupano invece delle commesse di Selfridges che non guadagnano abbastanza per potersi comprare la merce che vendono ai clienti?  «Nella vita quotidiana e nelle prospettive future di una ragazza, quanto conta<strong> essere donna </strong>piuttosto che essere nata negli anni Novanta, o in Somalia, essere bruttina o bella, ricevere un sussidio per studiare o frequentare Oxford o Cambridge?». Le radici della diseguaglianza vanno molto al di là del “gender”, ma l’onda rosa non sembra farci caso.</p>
<p>Vabbè, stiamo parlando dell’Inghilterra, e l’Inghilterra è un’isola che si sta allontanando sempre più dall’Europa. Ma per restare qui da noi, quanto dista dalle Turci e dalle Comencini <strong>una sedicenne</strong> che scatena un pogrom anti-nomadi pur di non confessare ai genitori di avere perso la verginità? E che fanno le “quotiste rosa” per ricuperarla al consorzio civile? Se non ora, quando?</p>
<p><em>da Saturno del 16 dicembre 2011</em></p>
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		<title>Il Genio italiano, da Leonardo a Gomorra</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 15:28:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Chiaberge</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’Istituto Italiano di Cultura di New York apre a giorni una grande mostra su 150 anni di Genio italiano. Da Leonardo a Olivetti, dalla radio al cruscotto della 500, tutte le innovazioni “made in Italy” che hanno cambiato il mondo. Alla sfilata dei geni in esposizione, per lo più sepolti da secoli o decenni, sarebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->L’Istituto Italiano di Cultura di New York apre a giorni una grande mostra su <em>150 anni di Genio italiano.</em> Da <strong>Leonardo</strong> a <strong>Olivetti</strong>, dalla radio al cruscotto della 500, tutte le innovazioni “made in Italy” che hanno cambiato il mondo. Alla sfilata dei geni in esposizione, per lo più sepolti da secoli o decenni, sarebbe però doveroso affiancarne altri, viventi, che onorano il tricolore anche in questi anni di declino. Eccone alcuni.</p>
<p>L’ingegner <strong>Maurizio Seracini</strong>, inventore del “Gratta da Vinci”, gioco a premi che consiste nel raschiare un murale del <strong>Vasari </strong>in Palazzo Vecchio alla ricerca di un fantomatico affresco di <strong>Leonardo</strong> (la ”battaglia di Anghiari”). Al vincitore, la tessera onoraria del fan club di <strong>Dan Brown</strong>.  <strong></strong></p>
<p><strong>Roberto De Mattei</strong>,  fino a pochi mesi fa vicepresidente del Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche, di cui è presidente il ministro dell’Istruzione <strong>Francesco Profumo</strong>). A lui si deve la nascita di una nuova disciplina scientifica, la teo-sismologia:  i terremoti, sostiene il professore, «sono una voce terribile ma paterna della bontà di Dio». Urge laurea ad honorem all’università dell’Aquila. In cambio dell’indulgenza plenaria per le vittime del sisma.   <strong></strong></p>
<p><strong>Alfonso Luigi Marra,</strong> pioniere del <em>self-publishing.</em> Da molti anni, ben prima di Amazon, l’avvocato napoletano stampa da sé i suoi libri e se li autopromuove con pagine di pubblicità e spot televisivi mettendoci la faccia (di recente anche la faccia, e non solo, di ex-veline e showgirl come <strong>Ruby</strong> e <strong>Sara Tommasi</strong>). Lo faranno presidente del Salone del Libro?</p>
<p><strong>Antonio Corvino, </strong>assessore comunale di Casal di Principe, ideatore di un sistema ingegnoso per combattere l’apatia degli elettori: scovare quelli che non votano mai, testimoni di Geova, malati gravi, disabili, emigrati in Padania, fare un duplicato della loro tessera elettorale e andare a votare al posto loro. Insomma, un benemerito della democrazia. Cosa aspettano a dargli una cattedra di diritto costituzionale?</p>
<p><strong>Davide Oldrati </strong>e <strong>Luigi Brambilla, </strong>due uomini d’affari lombardi che per accelerare le pratiche di una discarica di amianto hanno scomodato la buonanima di <strong>don Giussani</strong>, santo patrono di Comunione e Liberazione. «Ti ricordi – dice Brambilla in un’intercettazione – cosa c’è scritto nel <em>Senso Religioso (</em>opera del sacerdote-teologo morto nel 2005, NdR): poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore». Oldrati: «Esatto». E l’altro: «Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità. Figa, è cosi! Il caro vecchio Don Gius c’ha ragione». Figa, è proprio il caso di dirlo: amianto all’acqua santa, sai che materiale rivoluzionario! Può aprire prospettive impensate alla difesa dell’ambiente. Questi sono geni italiani, innovatori che cambiano il mondo.  Altro che <strong>Adriano Olivetti</strong>.</p>
<p><em>da Saturno del 9 dicembre 2011</em></p>
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		<title>Supermario, i gatti neri e gli euro-jettatori</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 14:45:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Chiaberge</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Può un Tecnico, anzi un Supertecnico, essere superstizioso? Il lancinante interrogativo rimbalza in Rete da qualche settimana, da quando cioè si è scoperto che Mario Monti ha paura dei gatti neri che gli tagliano la strada. Lo ha confessato lui stesso, tempo fa, all’Espresso, precisando: «Specie se provengono da sinistra». Gatti neri, dunque, ma con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Può un Tecnico, anzi un Supertecnico, essere superstizioso? Il lancinante interrogativo rimbalza in Rete da qualche settimana, da quando cioè si è scoperto che <strong>Mario Monti</strong> ha paura dei gatti neri che gli tagliano la strada. Lo ha confessato lui stesso, tempo fa, all’<em>Espresso</em>, precisando: <em>«Specie se provengono da sinistra»</em>. Gatti neri, dunque, ma con la bandana rossa della Fiom: sono quelli a spaventare di più il premier. Che per questo si attira lo sdegno bipartisan degli animalisti. Una adepta del sito <em>Gatto Miao Blog</em>, per esempio, solidarizza coi felini sgraditi a Monti che <em>«vengono spesso maltrattati o usati in riti particolari solo perché considerati a loro modo diabolici, legati alle forze del male»</em>. E conclude: <em>«Sarebbe ora di andare avanti non solo politicamente, ma anche culturalmente»</em>.</p>
<p>Ma il professor Monti è solo uno dei tanti uomini di stato e di cultura che pur non credendo nel malocchio, si comportano come se ci credessero. Magari, all’occorrenza, toccherebbero pure la gobba ad Andreotti. Leggetevi al riguardo lo sfizioso libello di <strong>Sergio Benvenuto </strong><em>Lo jettatore </em>(Mimesis editore). <em>«Le superstizioni </em>– scrive il filosofo napoletano –<em> sono un atto politico populistico, un fremito di rivolta contro l’Alta Cultura snob. Superstizione e occultismo sono trasgressioni cognitive, e, come ogni trasgressione, attraenti e saporose per tante “brave persone” insofferenti nei confronti di chi ha potere, sapere, autorevolezza»</em>. Proprio come Monti.</p>
<p>E poi il prof. sarebbe un elitario, un illuminista Findus? Altroché. La sua dichiarata fobia per i gatti neri mette a nudo un’anima trasgressiva, populista, anti-establishment. E soprattutto anti-iella. Il che, con un euro così sfigato, non guasta. Rovesciando la geniale battuta di <strong>Umberto Eco,</strong> <em>«non siate superstiziosi, la superstizione porta scalogna»</em>,  Benvenuto sostiene che <em>«la credenza nello jettatore non si limita a contestare la razionalità dominante… ma dimostra che la razionalità, la scienza, la tecnologia portano iella e ci rendono infelici»</em>.</p>
<p>Gli jettatori di oggi vestono in grisaglia, lavorano a <strong>Moody’s </strong>e gufano sul default dell’Italia. Corna e bicorna! Ma gatti neri a parte, siamo convinti che Supermario non sia affatto superstizioso. Altrimenti non si sarebbe preso un sottosegretario che di cognome fa <strong>Malinconico</strong>, e sembra uscito da un film di <strong>von Trier.</strong></p>
<p><em>Saturno, 2 dicembre 2011</em><strong><br />
</strong></p>
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		<title>Camilleri scrive western a sua insaputa</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 14:35:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Chiaberge</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sulla strada per Dublino, dove il 5 dicembre gli danno la ventisettesima laurea Honoris causa, nei cinque minuti liberi tra l’ultimo romanzo per Sellerio, un giallo per Mondadori, un libro illustrato per Skira, quindici interviste e sei tra articoli e racconti inediti, l’alluvionale Andrea Camilleri ha fatto sosta a Courmayeur per ritirare il premio Chandler [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Sulla strada per Dublino, dove il 5 dicembre gli danno la ventisettesima laurea Honoris causa, nei cinque minuti liberi tra l’ultimo romanzo per Sellerio, un giallo per Mondadori, un libro illustrato per Skira, quindici interviste e sei tra articoli e racconti inediti, l’alluvionale <strong>Andrea Camilleri</strong> ha fatto sosta a Courmayeur per ritirare il <strong>premio Chandler </strong>del <strong>Noir in Festival </strong>e in cambio ha impartito a quei rudi valdostani una bella lectio magistralis, infarcita di aneddoti. “Una volta – ha rivelato, tra lo stupore dei presenti – scrissi un western. Me lo pagarono e non ne seppi più nulla. Un giorno accesi la tivù e vidi degli ectoplasmi muoversi. Incredibilmente riuscii a prevedere gli accadimenti. Non capivo perché. Poi sobbalzai: l’avevo scritto io”.  Ecco cosa succede quando uno soffre, come il nostro, di una sindrome opposta a quella del Bartleby melvilliano (“preferirei di no”) e non si fa intimidire dalla pagina bianca. Al contrario. Camilleri la riempie in men che non si dica, la inonda, la stupra: talvolta perfino a sua insaputa.  </p>
<p>È di pochi giorni fa la notizia che <strong>Jessica Castillo, </strong>ventiquattrenne texana, ha inviato un sms al suo fidanzato in piena notte, chiedendogli dove fosse e dicendo che gli voleva parlare. Ma era addormentata e non ricorda nulla di quel messaggino.  Jessica infatti soffre di <em>sleep-texting</em>, disturbo raro ma in pericoloso aumento. Tre anni fa gli specialisti dell’Università di Toledo, nell’Ohio, avevano registrato il caso di una donna quarantaquattrenne che nel sonno inviava mail sconclusionate, che il giorno dopo non era in grado di decrittare. Colpa dell’overdose di internet e cellulari, sentenzia il professor <strong>David Cunnington, </strong>del Melbourne Sleep Disorder Center australiano. </p>
<p>Camilleri, che pure si tiene alla larga da queste cretinerie tecnologiche, deve essere affetto da un disturbo analogo. Non riuscendo a smaltire le martellanti richieste di editori e giornalisti, tende a fare confusione tra veglia e sonno. Solo che nel suo caso lo <em>sleep-texting</em> produce non messaggini, ma romanzi o sceneggiature western. Scrive, il nostro, anche mentre dorme. E sempre a occhi chiusi emette regolare fattura: <em>sleep-invoicing,</em> lo chiamano gli specialisti. Poi dimentica cos’ha scritto, e salta sulla sedia quando si rivede in tivù. Ma la fattura, quella se la ricorda perfettamente. E non c’è rischio che la mandi per sbaglio al fidanzato di Jessica.</p>
<p><em>Da Saturno del 25 novembre 2011</em></p>
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		<title>Dieci tabù che potremo infrangere nell&#8217;era Monti</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 14:26:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Chiaberge</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Oggi siamo tutti più liberi», titolava a piena pagina il nostro giornale domenica scorsa. Più liberi, anche, di essere politicamente scorretti. Quando il cavaliere e i suoi scherani sputacchiavano sul “culturame parassitario”, sugli intellettuali comunisti, sui professori fannulloni, sui Saviano e sui Placido, l’ordine di scuderia era uno solo: resistere, stringersi a coorte. E chi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Oggi siamo tutti più liberi», titolava a piena pagina il nostro giornale domenica scorsa. Più liberi, anche, di essere politicamente scorretti. Quando il cavaliere e i suoi scherani sputacchiavano sul “<em>culturame parassitario</em>”, sugli intellettuali comunisti, sui professori fannulloni, sui Saviano e sui Placido, l’ordine di scuderia era uno solo: resistere, stringersi a coorte. E chi usciva dai ranghi veniva subito accusato di fare “o<em>ggettivamente</em>”  il gioco del nemico.</p>
<p>Ora che a Palazzo Chigi non c’è più lui, ora che dal governo dei protettori siamo passati a quello dei prorettori, la cultura non si sente più accerchiata, ed è venuto il momento di infrangere i <strong>tabù</strong>. Ecco un primo elenco delle cose che sarà lecito dire (e scrivere) nell’era Monti, senza che qualcuno ci possa tacciare di berlusconismo.</p>
<p>1)  Walter Veltroni non è il Franzen de noantri.</p>
<p>2)  L’ultima <em>lectio magistralis</em> di Zygmunt Bauman al festival di filosofia, più che liquida era gassosa. Purissima aria fritta.</p>
<p>3)  Gli occupanti del teatro Valle non sono tutti martiri del lavoro.</p>
<p>4)  Se Umberto Eco non prende il Nobel per la letteratura, ci dispiacerà ma ce ne faremo una ragione.</p>
<p>5)  Non siamo mai stati a una riunione del mercoledì con Giulio Einaudi, e non ci vergogniamo di confessarlo. In via Biancamano ci andavamo solo di giovedì.</p>
<p>6)  Fare un complimento a una donna non configura un tentativo di stupro. E l&#8217;alternativa a Ruby non è l’astinenza.</p>
<p>7)   L’Accademia dei Lincei somiglia più a un gerontocomio che a un consesso scientifico (oops! mi dicono che ne faccia parte anche il premier, come non detto).</p>
<p>8)  L’Oscar a Tornatore? Eh, sticazzi…(citazione dai Soliti Idioti)</p>
<p>9)   Due festival del cinema (anzi tre, con Torino), per i contribuenti italiani, forse sono troppi.</p>
<p>10) Lottare per la scuola pubblica occupando le stazioni, o le corsie preferenziali, non è carino. Anche gli indignati usano i mezzi di superficie.</p>
<p>11)  Non se ne può più degli elenchi stile Fazio-Saviano.. Di tutti gli elenchi. Incluso questo.</p>
<p><em>Da Saturno del 18 novembre 2011- in edicola con Il Fatto Quotidiano</em></p>
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		<title>Se la scuola (pubblica) alleva Berluschini</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 15:02:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Chiaberge</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Michael del nuovo romanzo di Gene Gnocchi (L&#8217;invenzione del balcone, Bompiani), prototipo del teenager bullo e fancazzista, è in buona compagnia. Stando agli ultimi dati Istat, il 23 % dei giovani italiani (quasi uno su quattro) non studia né lavora. In America, dove adorano gli acronimi, li chiamano Neet (Not in Education, Employment or [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Michael del nuovo romanzo di <strong>Gene Gnocchi</strong> (<em>L&#8217;invenzione del balcone</em>, Bompiani), prototipo del teenager bullo e fancazzista, è  in buona compagnia. Stando agli ultimi dati Istat, il 23 %  dei giovani italiani (quasi uno su quattro) non studia né lavora. In America, dove adorano gli acronimi, li chiamano Neet (<em>Not in Education, Employment or Training</em>). La Crusca non ha ancora coniato un termine equivalente.  Bamboccioni, fannulloni? Troppo banale. Per molti di loro, è una scelta dettata dalla sfiducia o dalla recessione. Ma non c’è solo questo. Sul sito online del nostro giornale così commenta la notizia un’insegnante, <strong>Maria Chiara Cappelli</strong> (che in quanto lettrice del Fatto non sarà certo di destra): «Questo è un discorso lungo, articolato e anche doloroso. La congiuntura economica è quello che è. Ma, almeno in parte, è anche vero che molti di questi ragazzi sono stati viziati dalle famiglie. Talvolta sarà capitato che i loro genitori siano andati a protestare dal preside perché un professore aveva sgridato il figliolo, accusandolo di non stare attento in classe e non studiare a casa. Quante volte si sono sentiti genitori inveire contro gli insegnanti del figlio perché non lo sapevano motivare!</p>
<p>Quante volte si sono sentiti genitori sbraitare e inveire contro un’insegnante del figlio perché aveva prospettato che forse il liceo non era il percorso scolastico più adatto. E quanti professori hanno trovato il modo di sguazzare nel letamaio di studenti somari e genitori ambiziosi!» Quei genitori, quegli insegnanti, magari poi sono gli stessi, democratici, laici e antifascisti, che sfilano in difesa della scuola pubblica, contro i tagli e le regalie agli istituti privati. Ma cosa vogliono?  Una scuola di qualità o un Cepu gratuito che promuova tutti?</p>
<p>Prepotenza, disprezzo delle regole, svilimento dell’autorità dei docenti, voglia di fare i propri comodi: le premesse ci sono tutte per allevare nidiate di berlusconcini. Un esercito di “<strong>Trota</strong>”, di destra o di sinistra: proprio quello che ci vuole per l’Italia dello spread a 500. Se avremo, come pare, un professore a capo del governo, sarà il caso che faccia sentire la sua voce.  Come diceva il grande <strong>Gaber</strong>: «non temo <strong>Berlusconi</strong> in sé, ma Berlusconi in me». Se già il B. in sé è restio a mollare, chissà quanto durerà quello che un po’ tutti, berlusconiani,  antiberlusconiani e berlusconcini in erba, ci portiamo dentro.</p>
<p><em>da Saturno dell&#8217;11 novembre 2011</em></p>
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		<title>Si allarga lo spread tra Cacciari e l&#8217;italiano</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 15:35:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Chiaberge</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sull&#8217;orlo del baratro finanziario, accerchiati da galli e teutoni di Eurolandia, verrebbe voglia di dar retta a Davide Rondoni e ritirarci in qualche monastero benedettino aspettando, come suggerisce il poeta sull&#8217;Avvenire, che passi &#8216;a nuttata e i barbari se ne vadano. “Ora et labora”. O meglio, secondo i dettami della Compagnia delle Opere, “Ora et [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Sull&#8217;orlo del baratro finanziario, accerchiati da galli e teutoni di Eurolandia, verrebbe voglia di dar retta a<strong> Davide Rondoni </strong>e ritirarci in qualche monastero benedettino aspettando, come suggerisce il poeta sull&#8217;<em>Avvenire</em>, che passi <em>&#8216;a nuttata</em> e i barbari se ne vadano. “Ora et labora”. O meglio, secondo i dettami della Compagnia delle Opere, “<em>Ora et fattura</em>”. E nel silenzio claustrale della nostra cella, cos&#8217;altro leggere se non il libretto del Mulino sul comandamento evangelico<em> Ama il prossimo tuo</em>? Intenso come sempre il sermone di <strong>Enzo Bianchi</strong>, ma ancor più illuminante quello del profeta nerobarbuto <strong>Massimo Cacciari</strong> (titolo: <em>“Drammatica della prossimità”</em>). Eccone alcuni gustosi assaggi:</p>
<p><em>«Anche questo mandatum è pleroma, non katalysis della Legge, salvezza del nomos stesso nel suo radicale rinnovarsi».</em></p>
<p><em>«Il Signore si ab-solve e si ad-prossima, senza mai che la relazione possa risolversi in astratta identità, in Unum est. L&#8217;Uno è Unus ed ek-siste, patibilis et patiens&#8230;Ma se il Sé non diventa capace di odiare la propria philautia (ed in ciò consiste il significato autentico di metanoia, di conversio), di fare esegesi di sé al prossimo&#8230;? ».</em></p>
<p><em>«Il Figlio che è uomo, noi, i figli, nel cuore del Theós Agape. La sua sovrabbondanza, il suo essere Agathós, potremmo dire, custodisce in sé ab aeterno tutti i loro pathemata. Dio è proximus perché plesios in sé – e per questo può essere vinto d&#8217;amore per il plesios che incontra e invocarne la philia». </em></p>
<p>Amen. Se è così che Cacciari ama il prossimo, preferiamo non essere amati. Ci dimettiamo da prossimi suoi. Sarà colpa della Crisi, anzi della cacciariana<em> Krisis,</em> ma lo<em> <strong>spread</strong></em><strong> linguistico</strong> tra noi e il prof è schizzato a livelli insostenibili. Metti che facciano lo <em>stress test</em> ai lettori: non lo passiamo di certo. Ci declassano tra i <em>Pigs</em> (Popoli Ignoranti, Grossolani e Superficiali) insieme a greci e irlandesi. Ma forse a rischiare il <em>default</em>, quanto meno sul piano sintattico, è proprio il filosofo veneziano. Tanto che da qualche giorno un gruppo di Indignados è accampato per protesta davanti alla Facoltà di Filosofia Vita-Salute di don Verzé.<em> «A&#8217; Massimo! </em>– gridano i manifestanti – <em>Rispetta il primo comandamento: fatti capire!»</em></p>
<p><em>Saturno, 4 novembre 2011</em></p>
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		<title>Anche Baricco al Locarno con Elkann</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 12:39:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Chiaberge</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tutto esaurito all&#8217;Hotel Locarno. Sulla scia di Alain Elkann altri grandi nomi del firmamento letterario si cimentano col tema (non nuovissimo, ma sempre attuale) dello scrittore che smette di scrivere perché non ci riesce più, o perché ha trovato di meglio da fare. Ieri il paginone di Repubblica suonava la grancassa al nuovo romanzo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tutto esaurito all&#8217;Hotel Locarno. Sulla scia di <strong>Alain Elkann</strong> altri grandi nomi del firmamento letterario si cimentano col tema (non nuovissimo, ma sempre attuale) dello scrittore che smette di scrivere perché non ci riesce più, o perché ha trovato di meglio da fare.</p>
<p>Ieri il paginone di <em>Repubblica </em>suonava la grancassa al nuovo romanzo di <strong>Alessandro Baricco</strong>, <em>Mr Gwyn, </em>in uscita da Feltrinelli: la storia di un autore di successo inglese, collaboratore del <em>Guardian</em>, che di punto in bianco decide di attaccare la penna al chiodo. <em>«Ma sei pazzo?»</em> sbraita il suo agente. «Io quella frase&#8230; l&#8217;ho già sentita pronunciare anche da <strong>Martin Amis</strong>&#8230; E sai una cosa? Non uno che abbia smesso davvero, non esiste di smettere». E invece Mr  Gwyn tira innanzi e sparisce.</p>
<p>Anche la protagonista di <em>Baci a colazione</em> di  <strong>Gaetano Cappelli</strong> (Marsilio) è una scrittrice di bestseller che si ritira gettando nello sconforto il suo editore. Solo che invece di prenotare una camera al Locarno di Elkann, o come Gwyn in un alberghetto di Granada, se ne va a sguazzare con un&#8217;amica in una spa New Age di Saturnia. Cosa sarà questa voglia di smettere che serpeggia tra i narratori italiani? Una conseguenza del piano anti-crisi? Una reazione snob all&#8217;invadenza di politici, attori e  giornalisti, da <strong>Veltroni</strong> a <strong>Cazzullo,</strong> che gli rubano il mestiere? O magari l&#8217;esempio di <strong>Maurizio Cattelan</strong> che alza il dito medio e dice: <em>«Affan&#8230; l&#8217;arte contemporanea» </em>(lui ormai si sente un classico)?</p>
<p>Per fortuna c&#8217;è chi tiene duro. Proprio in questi giorni <strong>Claudio Magris</strong> dà alle stampe da Garzanti una raccolta dei suoi interventi sul <em>Corriere </em>(<em>Ambiguità italiane. Note civili)</em>. Intervistato dalla <em>Stampa</em>, l&#8217;intellettuale triestino rivela che continua a scrivere a mano. A differenza di <strong>Severgnini </strong>che per i suoi pezzi ha sempre usato gli Apple. <em>«Digitando </em>– dice Magris – <em>io so scrivere solo parole; la frase, il ritmo, io li ho nella mano»</em>. Perché, sulla tastiera ci va coi piedi? La verità è un&#8217;altra: il padrone del Caffé San Marco, dove Claudio lavora abitualmente, gli ha proibito il computer. Ogni libro erano bollette pazzesche, e più d&#8217;una volta hanno dovuto buttare via i gelati perché lo scrittore si attaccava alla presa del frigo: <em>«Per favore, solo carta e penna. Sennò la mando a Granada con Baricco»</em>.</p>
<p><em>Saturno, 28 ottobre 2011</em></p>
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		<title>Piperno a cena con Achab (e Er Pelliccia)</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 14:45:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Chiaberge</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Compagni di merende (immaginarie). A un certo punto della sua lunga tirata  contro il realismo in letteratura, sul <em>Corriere </em>di domenica scorsa, il bravo <strong>Alessandro Piperno</strong> ci confessa una delle sue tante perversioni, forse la più bizzarra: ha sempre avuto un debole per <strong>Achab,</strong> il detestabile protagonista di <em>Moby Dick</em>.  <em>«Per quanto brutale possa apparire</em> – scrive l&#8217;autore di <em>Persecuzione. Il fuoco amico dei ricordi </em>– <em>nessun individuo che io abbia fin qui incontrato ha saputo ispirarmi più interesse del capitano Achab</em> (ma che razza di gente frequenta Piperno? NdR). <em>Anzi, dirò di più: se dovessi scegliere di andare a cena in un ristorante di pesce con <strong>Melville </strong>o con il capitano Achab, sceglierei sicuramente quest&#8217;ultimo»</em>. Corpo di mille balene! A cena con quel  gambadilegno, che ti parla tutto il tempo di cetacei, facendoti andare di traverso il fritto di paranza? Può trovarlo simpatico giusto uno che soffra, come lui, di manie di <em>Persecuzione. </em>Potendo scegliere tra i personaggi di Melville,  meglio una serata con <strong>Ismaele </strong>o <strong>Queequeg</strong> il ramponiere, almeno ti fai due risate.</p>
<p>Però Achab&#8230; un momento, dove abbiamo letto questo nome? Ah sì, sulla fiancata di uno dei blindati della polizia dati alle fiamme sabato scorso a Roma. Era scritto senza l&#8217;acca, <strong>Acab</strong>. Che nel gergo dei Black Bloc sta per <em>All Cops Are Bastards</em> (tutti gli sbirri sono dei bastardi). E se quello di Piperno fosse un messaggio in codice a <strong>Fabrizio Filippi</strong>, meglio noto come <strong>er Pelliccia,</strong> novello capitano Acab degli Indignados (uno che dice di essere<em> «in guerra con qualcuno ma non sa con chi»</em>: forse la balena bianca?). Come dire: se ti comporti bene e la smetti di tirare estintori, domenica prossima ci facciamo una scofanata di pesce a Fregene&#8230;</p>
<p>Un&#8217;altra che fa confusione sui nomi è <strong>Laura Donnini</strong>, nuovo direttore generale delle edizioni Mondadori, che sentendo citare i <em><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/I_Buddenbrook:_decadenza_di_una_famiglia" target="_blank">Buddenbrook</a></span></em> da una sua collaboratrice pare abbia esclamato: <em>«E chi sarebbero? Non li conosco»</em>. I <em>Buddenbrook</em>? La aiutiamo noi, signora Donnini. È il nome di una birreria tedesca di Usmate Brianza, specializzata in crauti e prosciutto affumicato. Una di queste sere potrebbe andarci a cena con Piperno, che è autore Mondadori. Purché non si porti appresso quello scassaballe di Achab. E men che meno er Pelliccia.</p>
<p><em>Saturno, 21 ottobre 2011</em></p>
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		<title>Saturno 2.0: nuovi occhi sulle culture digitali</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 08:51:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Chiaberge</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_164945" class="wp-caption alignnone" style="width: 162px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/COPERTINA-Saturno-31-sito.jpg"><img class="size-full wp-image-164945" title="COPERTINA Saturno 31-sito" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/COPERTINA-Saturno-31-sito.jpg" alt="" width="152" height="246" /></a><p class="wp-caption-text">illustrazione ALE + ALE</p></div>
<p>Abbiamo fatto trenta, e facciamo trentuno. Tagliando felicemente il traguardo della trentunesima orbita, Saturno, il settimanale culturale in edicola ogni venerdì col Fatto Quotidiano, da domani si rinnova e si arricchisce, per venire incontro alle richieste dei lettori. Apre le sue pagine a nuove rubriche e nuovi temi. In particolare, la sezione centrale dell&#8217;inserto sarà dedicata, da questo numero, al mondo digitale: computer, tablet, apps, smartphone, e-book, social networks, multimedia. Si chiamerà “<strong>Saturno 2.0</strong>”, per rimarcare il passaggio a una dimensione diversa dalla cultura tradizionale, ma non meno centrale nella vita di tutti noi. Internet non è più roba da iniziati. Se fino a poco tempo passavamo per un popolo non di navigatori, ma di telefonisti, perché in Italia si vendevano più cellulari che computer, ora la barriera è caduta e gli smartphone hanno sorpassato i pc: a fine settembre erano a quota venti milioni, il 52 per cento in più rispetto all&#8217;anno scorso. La gente, insomma, è sempre più connessa e in grado di navigare in ogni momento. O condannata a farlo, anche se non le va. Libri digitali, acquisti online, partite di calcio seguite da casa in 3D, viaggi organizzati online: tutto questo fa ormai parte della nostra realtà quotidiana. Eppure sui giornali e in tv questi argomenti sono per lo più trattati in modo oscuro o trionfalistico, spesso in un gergo da addetti ai lavori: tra Cookie, Mashup, Metatag, Cloud e una nebulosa di altre sigle indecifrabili</p>
<p>Su Saturno 2.0 non troverete articoli scritti da specialisti per specialisti, ma interventi e inchieste alla portata di tutti. Per capire, per curiosare, per imparare a sfruttare al meglio le potenzialità di questi mezzi straordinari, ma anche per non farsi gabbare dalle sirene di un paradiso virtuale che nasconde talvolta insidie e trucchi. A rompere il ghiaccio è una testimone eccellente, <strong>Michela Murgia</strong>, scrittrice e blogger nonché collaboratrice di Saturno, che racconta come i suoi esordi letterari siano legati all&#8217;esperienza della rete, e in particolare a un gioco di ruolo cui si era appassionata da ragazza. Ci sarà poi un&#8217;inchiesta sui “webserial”, tra cui “Freaks!”, prima serie italiana in rete, vista da otto milioni di fan, un confronto tra tre diverse chiavette per connettersi, e tante altre schede, link e curiosità, tra cui la rubrica “Interdet” che segnala le perle più divertenti che si possono trovare navigando, le idiozie e gli idioti digitali: perché Internet è anche cazzeggio.</p>
<p>Quanto al resto, Saturno manterrà l&#8217;attenzione di sempre al mondo dei libri e dell&#8217;arte, all&#8217;architettura e ai beni culturali, al cinema, al teatro e alla musica, con recensioni puntuali e quando è il caso, doverose stroncature. Daremo più risalto a rubriche come “flop”, sui libri e gli autori più pubblicizzati che non riescono a sfondare nelle classifiche, “best sì e best no”, sui bestseller da comprare o da lasciare in libreria, “mostre e mostri”, sugli eventi artistici degni di una visita o da evitare. Vi promettiamo che saremo cattivi come sempre, anzi di più: le Vespe che si annidano al piede della copertina diventeranno uno sciame, invadendo anche le pagine interne, pronte a punzecchiare chi capita a tiro. Compresi i guru o pseudoguru del pianeta digitale.</p>
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		<title>E il senatore Carofiglio in Aula scrive romanzi</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2011 15:15:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Chiaberge</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Meno romanzi, più notizie! Siamo grati a Ferruccio de Bortoli per avere strigliato i numerosi redattori che all’umile lavoro del cronista preferiscono la letteratura (e vogliono pure la recensione). Ma non sono soltanto i giornali a dover “recuperare efficienza”. Proprio sul Corriere, lunedì scorso, Milena Gabanelli tirava una sacrosanta mazzata ai corrotti e agli ignavi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Meno romanzi, più notizie! Siamo grati a <strong>Ferruccio de Bortoli </strong>per avere strigliato i numerosi redattori che all’umile lavoro del cronista preferiscono la letteratura (e vogliono pure la recensione). Ma non sono soltanto i giornali a dover “recuperare efficienza”.  Proprio sul <em>Corriere</em>, lunedì scorso, <strong>Milena Gabanelli</strong> <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.corriere.it/inchieste/reportime/interviste/11_ottobre_10/penati-carofiglio-questione-morale-gabbanelli_0900dc9c-f0f0-11e0-a040-589a4a257983.shtml" target="_blank">tirava una sacrosanta mazzata</a></span> ai corrotti e agli ignavi del Pd. Non risparmiando il senatore <strong>Carofiglio,</strong> ex sostituto procuratore di Bari e apprezzato giallista. L’ottimo Gianrico, accusa la conduttrice di <em>Report</em>,  «dedica molto tempo alla scrittura e alla promozione dei suoi romanzi, un’attività conciliabile con quella parlamentare  che “richiede la mia presenza a Roma dal martedì al giovedì sera”, mi ha confidato una volta… Carofiglio è una persona onesta e capace – concede l’inflessibile Milena – ma quale idea ha del mandato che i cittadini consegnano nelle mani del parlamentare? Sappiamo che è uno scrittore di successo, come secondo mestiere fa il senatore, e se le cose dovessero andar male può sempre tornare a fare il magistrato, perché essendosi messo in aspettativa, il suo posto non glielo occupa nessuno. Peccato che il suo carico di lavoro, al momento, se lo devono accollare i colleghi, e se non ce la faranno magari qualcuno non avrà giustizia per intervenuta prescrizione.  E’ questo il politico nuovo che vogliamo?» La risposta è già implicita nella domanda.</p>
<p>15 mila euro al mese per tre giorni scarsi di presenza neppure tutte le settimane:  altro che Caro, <em>Carissimofiglio,</em> dovrebbe chiamarsi!  Certo, il povero (si fa per dire) Gianrico mai si sarebbe aspettato un colpo così basso, proprio alla vigilia dell’uscita del nuovo libro, <em>Il silenzio dell’onda </em>(Rizzoli) per giunta sul quotidiano del suo editore. Ha rimediato, dalle pagine di <em>Sette</em>,<strong> Camilla Baresani,</strong> con una simpatetica intervista che descrive un Carofiglio pimpante, appena rientrato da un improbo tour americano (cocktail con<strong> Scott Turow </strong>e <strong>Martin Cruz Smith,</strong> mentre in Parlamento si discuteva la manovra), e preoccupato, più che per il lancio, per la pancia: due chili di troppo, a forza di<em> junk food.</em> Sull’impegno politico, una sola domanda: come fa a sopportare ore di interventi torrenziali dei colleghi senatori? Semplice: accende  l’iPad, e mentre gli altri cliccano i siti delle escort, <strong>lui va avanti col romanzo</strong>. Meno male che de Bortoli non è presidente del Senato.</p>
<p><em>da Saturno del 14 ottobre 2011</em></p>
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		<title>Concorso per dee jay al liceo Parini</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2011 14:06:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Chiaberge</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo la lunga notte morattiana, la Milano di Pisapia si apre finalmente al vento della cultura. Tra le iniziative più lungimiranti, quella del glorioso Liceo Parini (culla del “caso Zanzara” e del Sessantotto), che lunedì scorso ha fatto sfilare una ventina di studentesse con indosso gli abiti della stilista Chiara Boni, nell&#8217;atrio gremito di celebrità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Dopo la lunga notte morattiana, la Milano di <strong>Pisapia </strong>si apre finalmente al vento della cultura. Tra le iniziative più lungimiranti, quella del glorioso <strong>Liceo Parini </strong>(culla del “caso Zanzara” e del Sessantotto), che lunedì scorso ha fatto sfilare una ventina  di studentesse con indosso gli abiti della stilista <strong>Chiara Boni, </strong>nell&#8217;atrio gremito di celebrità (tra cui Daniela Santanché e Salvatore Ligresti). Non tutti erano d&#8217;accordo, tra gli allievi e il corpo insegnante: i bacchettoni, purtroppo, si annidano ovunque. Ma bisogna pure “svecchiarla” questa scuola, taglia corto il preside <strong>Carlo Pedretti,</strong> contando goloso i 4 mila euro che vanno a rinsanguare le agonizzanti finanze dell&#8217;istituto: è già in arrivo un Tir di rotoloni Regina. Purché non glieli scippino (gli euro, non i rotoloni) i signori della moda, che piangono miseria.  E poi, vuoi mettere una passerella di belle ragazze &#8211; casting attentamente selezionato, nessuna sosia di <strong>Rosy Bindi</strong> &#8211; rispetto ai soporiferi sermoni (<strong>De Bortoli, Bodei, Rodotà, Don Colmegna,</strong> si salvi chi può&#8230;) organizzati da <strong>Laterza</strong> in altri licei milanesi? Il Parini è un passo più avanti, guarda al futuro. La prossima volta &#8211; scommettiamo? &#8211;  toccherà ai maschi, con un concorso per dee jay, giudice <strong>Marco Mazzoli </strong>di Radio 105. Una bella “sfilata degli imbecilli”, non c&#8217;è che dire, come quella della nobiltà settecentesca immortalata  nelle strofe del  <em>Giorno</em> dal poeta che dà il nome all&#8217;istituto. L&#8217;abate <strong>Parini,</strong> sulla sua nuvoletta, si spancerà dalle risate.  Per non essere da meno, un altro tempio della cultura cittadina, l&#8217;<strong>Università Bocconi</strong>, mobilita i migliori cervelli, dal Rettore in giù, per una giornata di studi (4 ottobre) su uno dei capitoli più roventi  dell&#8217;emergenza italiana: “Il longevity risk”. Un rischio che solo noi incoscienti siamo lieti di correre, mentre i dotti relatori illustreranno i benefici di una dipartita precoce (sarà casuale che il convegno cada pochi giorni dopo il 75mo genetliaco del premier?). Ma l&#8217;agenda della Bocconi non si ferma qui: già si annunciano un seminario internazionale  dall&#8217;intrigante titolo  “Licenziamenti di massa, arma vincente per uscire dalla crisi”, un workshop sui  “Vantaggi della disoccupazione” e un ciclo di conferenze su “Gli odiosi privilegi dei precari e i modi per sradicarli”. Perché Milan l&#8217;è on gran Milan.</p>
<p><em>da Saturno del 30 settembre</em></p>
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		<title>Se Coelho si reincarna al Sofitel</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 10:39:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Chiaberge</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’è chi per ritrovare se stesso si ritira in convento, chi prende lezioni di yoga e chi implora l’intercessione di Tarantini. Per ritrovare se stesso (e già che c’era, anche le sue royalties miliardarie), Paulo Coelho ha attraversato la Russia da Mosca a Vladivostok su un vagone della Transiberiana. E lì nel mezzo della tundra, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->C’è chi per ritrovare se stesso si ritira in convento, chi prende lezioni di yoga e chi implora l’intercessione di <strong>Tarantini</strong>.  Per ritrovare se stesso (e già che c’era, anche le sue royalties miliardarie), <strong>Paulo Coelho </strong>ha attraversato la Russia da Mosca a Vladivostok su un vagone della Transiberiana. E lì nel mezzo della tundra, ciuf-ciuf, ciuf-ciuf,  ha incontrato una bella violinista di nome Hilal. Che tanto ha fatto e tanto ha insistito da prendersi lo scompartimento accanto al suo, con relativa porta comunicante.</p>
<p>Alt, fermi tutti: non è andata come pensate voi, coi vostri cervelli rasoterra e il testosterone ipertrofico. Qui non siamo a una cena elegante di Arcore, ma nelle pagine di <em>Aleph, </em>il nuovo romanzo dello scrittore guru brasiliano, che Bompiani lancia con gran pompa in questi giorni. La verità – spiega Coelho in <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.corriere.it/cultura/11_settembre_23/coelho-intervista-bossi-fedrigotti_ef96a9e0-e5ef-11e0-b1d5-ab047269335c.shtml" target="_blank">un’intervista a <strong>Isabella Bossi Fedrigotti</strong> del </a></span><em><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.corriere.it/cultura/11_settembre_23/coelho-intervista-bossi-fedrigotti_ef96a9e0-e5ef-11e0-b1d5-ab047269335c.shtml" target="_blank">Corriere</a></span> </em>– è che lui era convinto di aver già incontrato quella donna. Non però in questa vita: cinquecento anni prima, nella Spagna dell’Inquisizione, dove i due stavano su sponde opposte, Paulo con gli aguzzini, Hilal sul rogo. E allora non si poteva che iniziare insieme <em>«un percorso di espiazione e di perdono» </em>nello scompartimento della Transiberiana. Una sublime esperienza spirituale, da cui è nato <em>Aleph. </em>Coelho dice di averlo scritto sull’onda delle riflessioni fatte durante la spedizione <em>«perché non riusciva a dormire, in quanto il vagone di coda nel quale viaggiavamo sbandava terribilmente»</em>. Contala giusta, Paulo! Ben altre erano le sbandate che ti toglievano il sonno…</p>
<p>Comunque sia, il nuovo bestseller di Coelho (l’autore più venduto al mondo dopo <strong>Shakespeare</strong>) non resterà privo di conseguenze. La faccenda della reincarnazione potrebbe diventare un’ottima linea difensiva nei processi per stupro: <em>«Vostro Onore, lo ammetto: sono saltato addosso a quella cameriera afroamericana,  nella suite del Sofitel. Ma mi creda, lì nel bagno ho avuto un’illuminazione extrasensoriale: noi due ci eravamo conosciuti in una vita precedente, tre secoli prima in Luisiana. Lei era una schiava, io un colono francese che la sfruttava. Dovevo pur espiare in qualche modo, e non ho potuto fare a meno di abbracciarla»</em>. E il giudice, picchiando con stizza il martelletto : <em>«Imputato, chi crede di coelhonare?»</em>.</p>
<p><em>Saturno, 23 settembre 2011</em></p>
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		<title>Arbasino e Crialese, martiri di Premiopoli</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 13:28:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Chiaberge</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Settembre, andiamo: è tempo di premiare. Mentre la penisola boccheggia sotto una cappa di calore africano, i tagli alla cultura costringono scrittori e registi a rocamboleschi “viaggi della speranza” a caccia di assegni, bonifici e felini d&#8217;oro.  Uno dei casi più strazianti è Alberto Arbasino, intrappolato per un intero weekend a Certaldo,  in una logorante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Settembre, andiamo: è tempo di premiare. Mentre la penisola boccheggia sotto una cappa di calore africano, i tagli alla cultura costringono scrittori e registi a rocamboleschi “viaggi della speranza” a caccia di assegni, bonifici e felini d&#8217;oro.  Uno dei casi più strazianti è <strong>Alberto Arbasino</strong>, intrappolato per un intero weekend a Certaldo,  in una logorante sequela di cene, colazioni, “fanfaluche e convenevoli” per la consegna del <strong>Premio Boccaccio.</strong> Proprio sul più bello, quando finalmente la cerimonia stava per iniziare, l&#8217;autore di <em>America amore</em>, estenuato dall&#8217; attesa, si è alzato con un bel “Vaffa&#8230;” ed è corso alla stazione in tempo per acchiappare l&#8217;ultimo Frecciarossa. Nel frattempo, un altro dei premiati, <strong>Enrico Mentana</strong>, atterrava con l&#8217;elicottero nel vicino campo sportivo. Per un lunghissimo quarto d&#8217;ora, l&#8217;intero sistema nazionale dei trasporti ha sfiorato il collasso. Peggio ancora i promotori del premio, che si sono vista rovinata la festa del trentennale. Arbasino rifiuta il Boccaccio? Che schiaffo per Certaldo. Solo un concitato scambio di telefonate col sindaco<strong> Andrea Campinoti</strong> ha convinto lo sdegnoso saggista a incassare l&#8217;assegno di 5 mila euro, senza più scomodarsi dalla sua casa romana.</p>
<p>Altra odissea memorabile, quella di<strong> Emanuele Crialese, </strong>Leone speciale della giuria di Venezia per il suo <em>Terraferma</em>. Si sfoga il regista con Valerio Cappelli del Corriere della sera: «L&#8217;aereo da Lampedusa non riusciva a decollare, motori spenti per due volte. Avevo deciso di scendere e non ripartire più. Un charter per Rimini mi ha fatto cambiare idea. Abbiamo proseguito su un camioncino senza ammortizzatori. Al Lido ero stordito, teso, come uscito da una lavatrice». Un naufrago, un clandestino, insomma, come quelli del suo film. Avrebbero dovuto avvisare la capitaneria di porto, la Caritas, il commissariato dell&#8217;Onu per i rifugiati. Anche perché, dopo le polemiche seguite al premio, con le accuse di pressioni politiche in suo favore, Crialese ora minaccia di emigrare. Forse il Leone  (e perché no, anche il Boccaccio) era meglio darlo al<strong> Kung Fu Panda</strong>. Quello almeno, invece di lamentarsi o di mandare “affa&#8230;” i giurati, li atterra con una zampata.</p>
<p><em>Saturno, inserto culturale de Il Fatto Quotidiano &#8211; 16 settembre 2011</em></p>
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		<title>Severino e i filosofi di don Verzè</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Sep 2011 13:47:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Chiaberge</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come in un convivio platonico, il futuro della filosofia mondiale si decide a tavola. Quest’estate, dopo un incontro alla Milanesiana, Emanuele Severino si è trovato a cenare con Umberto Eco e Maurizio Ferraris. «A un certo punto – racconta sul Corriere il pensatore bresciano – il discorso è caduto sul modo di intendere i ‘“fatti”. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Come in un convivio platonico, il futuro della filosofia mondiale si decide a tavola. Quest’estate, dopo un incontro alla Milanesiana, <strong>Emanuele Severino</strong> si è trovato a cenare con <strong>Umberto Eco</strong> e <strong>Maurizio Ferraris.</strong> «A un certo punto – racconta sul Corriere il pensatore bresciano – il discorso è caduto sul modo di intendere i ‘“fatti”. Molto difesi da Eco e Ferraris». Avete letto bene: i fatti, non i <em>piatti,</em> come sarebbe stato più logico: «Caro Umberto, tu come intendi questi paccheri allo scorfano?»  «Eccellenti». «A me  sembrano un po’ insipidi». Replica di Ferraris: «Non fare il nichilista, Emanuele, realisticamente sono i migliori paccheri che abbia mai mangiato». Attaccato ai fianchi dai due rivali, Severino si agitava sulla sedia: «Il loro primo bersaglio era l’affermazione di <strong>Nietzsche</strong> che “non esistono fatti (e dunque neanche piatti) ma solo interpretazioni”. Nietzsche non è un ‘“realista”. Ma implicitamente il bersaglio si allargava a <strong>Heidegger</strong> e a <strong>Gadamer</strong> e anche a chi, come <strong>Gianni Vattimo</strong> e <strong>Pier Aldo Rovatti, </strong>ha lavorato sulla scia di questi pensatori». Un convivio davvero affollato, insomma, e chissà se c’erano paccheri per tutti, o se Heidegger si è dovuto accontentare del solito wurstel con crauti, magari interpretato da qualche chef ermeneutico.  In realtà, prosegue Severino, quella cena non era che il preludio di un tormentone estivo che ha appassionato le folle di bagnanti da Rimini alla Costa Smeralda, in seguito a un accorato appello di Ferraris su Repubblica: buttiamo a mare i postmodernisti (quei mattacchioni francesi che negavano l’esistenza della verità), cavalchiamo l’onda del “new realism”. Il neorealismo? Vabbè che il debito ci ha messo in brache di tela, ma non siamo ancora tornati ai tempi di <em>Sciuscià</em> e di <em>Ladri di biciclette. </em>E poi, con buona pace di Ferraris, il pensiero debole è più vivo che mai: basta vedere la faccia di Sacconi quando tenta di concentrarsi su un’idea.  E comunque se il pensiero è debole, l’ego è forte, anzi fortissimo. Parliamo dell’ego dei filosofi di ogni tendenza. Siamo nell’era dell’egosofia. I filosofi volano da un festival all’altro come rockstar. In questi giorni si radunano a Milano, all’università Vita-Salute San Raffaele, i big della filosofia analitica, storici rivali dei “continentali”. A dire il vero, più che i continentali, erano gli incontinenti (sul piano finanziario) a turbare i sonni di <strong>Don Verzé</strong>. E oggi, prima che di filosofi analitici, servirebbero buoni analisti di bilancio. Possibilmente neorealisti: come il De Sica di <em>Miracolo a Milano.</em></p>
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		<title>Vargas Llosa, il dittatore e il Meeting di Cielle</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Aug 2011 07:42:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Chiaberge</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Comunione e liberazione]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Napolitano]]></category>
		<category><![CDATA[Rafael Leonidas Trujillo]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“Non si doveva torcere un capello ai vescovi, per adesso, anche se continuavano a rompere, come stavano facendo da domenica 25 gennaio 1960 – ormai un anno e mezzo! – quando la Lettera Pastorale dell’Episcopato era stata letta a tutte le messe, inaugurando la campagna della Chiesa cattolica contro il regime. Quei maledetti! Quei corvi! Quegli eunuchi! Fare questo a lui, decorato in Vaticano, da Pio XII, con la Gran Croce dell’Ordine Papale di San Gregorio”. È il dittatore<strong> Rafael Leonidas Trujillo </strong>a sfogarsi così, in un immaginario soliloquio, nel romanzo <em>La festa del caprone</em> (Einaudi) di <strong>Mario Vargas Llosa</strong>. Un grandissimo scrittore, uno che il Nobel avrebbe dovuto prenderselo almeno da vent’anni, e che è stato tenuto in panchina solo perché la lobby latino americana lo boicottava per ragioni ideologiche (è un liberale, ergo di destra, ergo un amico dei gringos). Un libro potente e sanguigno che consigliamo a tutti (c’è anche in edizione tascabile, a 14 euro)  in questa estate di bunker assediati, di cavalieri dimezzati e di porpore in virata. “Peròn lo aveva avvisato – continua il soliloquio del Trujillo di Vargas Llosa – ‘Attento ai preti, Generalissimo. Non è stata la corte degli oligarchi né i militari a buttarmi giù; sono state le tonache. Si metta d’accordo con loro o li faccia fuori una volta per sempre’. Lui non lo avrebbero buttato giù. Rompevano, questo sì…Lettere, memoriali, messe, novene, sermoni”. Potremmo aggiungere: “meeting dell’amicizia tra i popoli…” e la descrizione calzerebbe a pennello per i <strong>cattolici nostrani</strong>.</p>
<p>Come il clero di Santo Domingo, anche quello italiano ha voltato bruscamente le spalle al regime berlusconiano, passando dall’ossequio troppo a lungo praticato, dallo scambio sfacciato di favori, oboli, leggi e agevolazioni fiscali, alla fronda e poi alla ribellione aperta. Certo, prima di rallegrarci per gli <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/21/napolitano-conquista-il-popolo-di-cl-nel-nome-della-costituzione-e-delladdio-a-b/152766/" target="_blank">applausi della platea di Cielle al presidente Napolitano</a></span>, sarebbe il caso di domandare a quei cristiani militanti perché avessero <strong>venduto le loro anime</strong> al grande Satana di Arcore e come mai ci abbiano messo tanto ad aprire gli occhi.</p>
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