<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Nando dalla Chiesa</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/ndallachiesa/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Brindisi, non è il momento di tacere</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/26/brindisi-non-e-il-momento-di-tacere/242404/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/26/brindisi-non-e-il-momento-di-tacere/242404/#comments</comments> <pubDate>Sat, 26 May 2012 09:08:48 +0000</pubDate> <dc:creator>Nando dalla Chiesa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Antimafia]]></category> <category><![CDATA[attentato]]></category> <category><![CDATA[bombe]]></category> <category><![CDATA[Brindisi]]></category> <category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category> <category><![CDATA[inchieste]]></category> <category><![CDATA[Melissa Bassi]]></category> <category><![CDATA[poteri oscuri]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=242404</guid> <description><![CDATA[Brindisi una settimana dopo. Con il suo dolore e i suoi tormenti. E con le sue inchieste, che è sempre giusto rispettare. Solo che chi ha esperienza di storia italiana e di storie di mafia, sente il dovere di non attendere muto. Troppo alti i valori in ballo per non porre pubblicamente tutti gli interrogativi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/05/brindisi-manifestazione-2605.gif?47e3a5"><img class="alignleft size-medium wp-image-242415" title="brindisi-manifestazione-2605" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/05/brindisi-manifestazione-2605-226x300.gif?47e3a5" alt="" width="226" height="300" /></a></strong>Brindisi una settimana dopo. Con il suo dolore e i suoi tormenti. E con le sue <strong>inchieste</strong>, che è sempre giusto rispettare. Solo che chi ha esperienza di storia italiana e di storie di mafia, sente il dovere di non attendere muto. Troppo alti i valori in ballo per non porre pubblicamente tutti gli interrogativi e le ipotesi che vanno posti. Per non provare a ragionare. Davvero ci si trova davanti a un <strong>pazzo solitario</strong>, dotato di nome e indirizzo? Hanno già fatto capire di non crederci sia il capo dello Stato sia il ministro dell’interno. E in effetti l’idea di un pazzo o di un “asociale” con una mano offesa che trasporta da solo gruppi di bombole e cassonetti sembra più tagliata per una piéce di Dario Fo.</p><p>Escludiamo poi (tendenzialmente) la<strong> matrice anarco-insurrezionalista</strong>. Gli anarchici mirano alle scuole? A uccidere gli studenti? Anarchici da piazza Fontana, forse. E nemmeno. Lì era una banca, non una scuola. Escludiamo anche la <strong>Sacra corona unita</strong>. Troppo impegnata in un’azione di inabissamento e anche troppo debole per tirarsi addosso una reazione dello Stato che per molti mesi le toglierà il fiato. Ed escludiamo infine (poiché anche questo è stato ventilato) il gruppo criminale allo stato nascente che abbia voluto accreditarsi con un delitto dal fortissimo impatto mediatico. Per le ragioni dette sopra, la Sacra corona unita ci avrebbe fatto trovare i resti dei responsabili in tre giorni. E allora?</p><p>E allora, anche se non si può escludere mai nulla in assoluto, conviene ragionare sui possibili scenari e interessi in campo. Lo scenario è quello della crisi politica e istituzionale. Metti un <strong>governo tecnico</strong> che non deve i voti a nessuno. Che non ha fatto accordi con alcuna organizzazione di stampo mafioso. Con cui dunque non si può interloquire, dopo avere avuto un governo in cui potevano diventare ministri personaggi rinviati a giudizio per concorso esterno o che aveva tra i suoi più potenti consiglieri frequentatori di lungo corso di ambienti mafiosi o camorristi. E metti un po’ di <strong>promesse in sospeso</strong>, che nessuno può più soddisfare, a partire dall’annosa questione del carcere duro, che costò verosimilmente la vita – in un attentato camuffato da aggressione di un pazzo – all’avvocato ed ex parlamentare palermitano <strong>Enzo Fragalà</strong>, colpevole per Cosa nostra di essere tra i legali che non avevano mantenuto i patti.</p><p>Proviamo a pensarci. Come interloquire, non avendo più relazioni ravvicinate a disposizione? Forse con il <strong>linguaggio delle bombe</strong>, come già nella stagione delle stragi? Non è certo da escludere. Con l’avvertenza però, per i criminali, di tenere in equilibrio due esigenze: evitare il delitto plateale in Sicilia, proprio per non pagare il prezzo (insopportabile) pagato a suo tempo dopo Capaci e via D’Amelio; rendere chiaro al tempo stesso, a chi deve capire, chi è l’interlocutore. Dunque la scuola intitolata a Francesca Morvillo Falcone, premiata per il suo lavoro sulla legalità, nel giorno del passaggio della carovana antimafia, in una città che dagli anni Novanta è nota per avere insegnanti tra i più impegnati su questo fronte in tutta Italia. </p><p>In fondo su che cosa può essere ricattato un Paese ancor più che sul suo patrimonio artistico, scelto come posta pazzesca nel 1993? <strong>Sui suoi figli</strong>. Sui ragazzi innocenti che vanno a scuola. Colpendo i quali si intimidisce anche il luogo che, con i tribunali, ha rappresentato per eccellenza la spina dorsale del movimento antimafia. Imparino anche loro, anche gli studenti, che in questo Paese la lotta alla mafia non è gratis. Imparino i genitori a mandare i figli dove li educano a stare contro di noi. Il delitto commesso a Brindisi, e questa non è un’ipotesi, riguarda tutta Italia, altro che la pista interna alla scuola. Poteva non accadere a Brindisi, certo, ma la città si prestava a generare la giusta confusione.</p><p>Criminalità locale, città esposta a incursioni dall’estero, inesperienza della storia e assenza di memoria in chi doveva raccapezzarsi subito. E in più, ma questo certo è stato un regalo imprevisto, un sindaco solo preoccupato del turismo locale. Sullo sfondo i <strong>poteri sporchi</strong>, quelli che in tutti i delitti di mafia sono emersi, a giudizio dei magistrati, con le loro “convergenze di interessi”. Fantasie? È possibile. Ma una cosa è chiara: ben strano sarebbe il Paese che manda plotoni di commentatori in tivù a fare ipotesi sui delitti passionali o familiari e poi tace improvvisamente per rispettare le inchieste quando sono in ballo (o possono essere in ballo) gli interessi dello Stato e della democrazia.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 26 Maggio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/26/brindisi-non-e-il-momento-di-tacere/242404/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Isolato e &#8220;seviziato&#8221;, ma non arretrò: per fermare Falcone ci volle il tritolo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/22/obbligo-mondo-decidere-parte-stare-fermarlo-volle-tritolo/238554/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/22/obbligo-mondo-decidere-parte-stare-fermarlo-volle-tritolo/238554/#comments</comments> <pubDate>Tue, 22 May 2012 21:28:46 +0000</pubDate> <dc:creator>Nando dalla Chiesa</dc:creator> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Borsellino]]></category> <category><![CDATA[Buscetta]]></category> <category><![CDATA[chinnici]]></category> <category><![CDATA[Ciancimino]]></category> <category><![CDATA[corvo]]></category> <category><![CDATA[Costa]]></category> <category><![CDATA[Falcone]]></category> <category><![CDATA[la torre]]></category> <category><![CDATA[mafia]]></category> <category><![CDATA[padovani]]></category> <category><![CDATA[palazzo dei veleni]]></category> <category><![CDATA[Palermo]]></category> <category><![CDATA[portella della ginestra]]></category> <category><![CDATA[Punta Raisi]]></category> <category><![CDATA[rognoni]]></category> <category><![CDATA[Salvo]]></category> <category><![CDATA[strage di capaci]]></category> <category><![CDATA[stragi]]></category> <category><![CDATA[terranova]]></category> <category><![CDATA[tritolo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=238554</guid> <description><![CDATA[Ci volle il tritolo, un tritolo infinito, per fermarlo. Dicevano di lui da anni che fosse “un morto che cammina”, perché la mafia da tempo l’aveva condannato. Anche Buscetta lo aveva avvertito: lei salderà il suo conto con Cosa Nostra solo con la morte. Lo sapeva benissimo. Per questo non volle avere figli, “per non...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ci volle il tritolo, un tritolo infinito, per fermarlo. Dicevano di lui da anni che fosse “un morto che cammina”, perché la <strong>mafia</strong> da tempo l’aveva condannato. Anche <strong>Buscetta</strong> lo aveva avvertito: lei salderà il suo conto con Cosa Nostra solo con la morte. Lo sapeva benissimo. Per questo non volle avere figli, “per non lasciarli orfani”. Ma continuò lo stesso a camminare. E camminando faceva cose che i “vivi” non sapevano o non osavano fare. Istruì, con <strong>Paolo Borsellino</strong>, il più grande processo alla mafia che si ricordi. Per la prima volta in centotrent’anni di storia dello Stato italiano fece condannare all’ergastolo in via definitiva i grandi capi della mafia, sicuri (perché così gli era stato promesso) di farla franca in Cassazione, come centinaia di volte era già successo. Era arrivato come un turbine, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, mentre la mafia uccideva grandi magistrati: <strong>Cesare Terranova</strong>, <strong>Gaetano Costa</strong>, <strong>Rocco Chinnici</strong>.</p><p>Giovane e sconosciuto, aveva portato un vento nuovo nelle investigazioni e nella giurisprudenza sconvolgendo abitudini ed equilibri, facendo sentire a un mondo melmoso e ambiguo tutta la scomodità di dover decidere da che parte stare, se con la legge o con i criminali. Costruì con tenacia e intelligenza una nuovo cultura giuridica nella lotta alla mafia, sfruttando gli spazi aperti dall’articolo 416 bis introdotto nel codice penale dalla legge <strong>Rognoni-La Torre</strong>. Pochi mesi prima del tritolo, in collaborazione con <strong>Marcelle Padovani</strong>, lasciò anche un libro di rara sapienza antimafiosa, che ancora oggi trasmette insegnamenti preziosissimi, primo fra tutti il ruolo del famoso “concorso esterno”, senza il quale la mafia potrebbe essere spedita a casa in poco tempo.</p><p><div style="display:none"></div><script type="text/javascript" src="http://admin.brightcove.com/js/BrightcoveExperiences.js"></script><div class="videoplayer" style="margin-top: 10px;"> <object id="myExperience1645418280001" class="BrightcoveExperience"><param name="bgcolor" value="#FFFFFF" /><param name="width" value="630" /><param name="height" value="375" /><param name="playerID" value="1476763779001" /><param name="playerKey" value="AQ~~,AAABNTOXzWk~,XOQppeUuyCFS8ojoLW1Z6aFUpF_RsG9O" /><param name="isVid" value="true" /><param name="isUI" value="true" /><param name="dynamicStreaming" value="true" /><param name="@videoPlayer" value="1645418280001" /> </object></div><div class="clear"></div></p><p>Tra quella delle tante vittime, la sua vicenda fu la più terribile. Isolato come altri, ma per un periodo infinito, dieci, dodici anni che sembrarono un secolo, tali furono il carico di sangue, i conflitti, le lacerazioni, ma anche i passi avanti. Invidiato da molti suoi colleghi, e con una acidità tutta palermitana, quella del <strong>Corvo</strong> e del <strong>Palazzo dei veleni</strong>, fino ad accusarlo di essersi organizzato il fallito attentato all’Addaura per far carriera. Inviso al potere, che dopo le sue incursioni nei piani alti dei <strong>Salvo</strong> e dei <strong>Ciancimino</strong> coniò un nuovo vocabolario che ancora impera: il giustizialismo, la cultura del sospetto, il giudice-sceriffo. Temuto dalla politica, che manovrò, trovando provvidenziali aiuti democratici nel <strong>Csm</strong>, per sbarrargli il passo all’ufficio istruzione di Palermo.</p><p>Sospettato perfino da settori dell’antimafia, e questa fu forse la più crudele pagina della sua vita, che ancora tutti ci interroga, poiché nel clima impazzito di quegli anni era possibile muovere accuse proprio a lui o ascoltarle senza condannarle. Isolato, umiliato, “seviziato” (come mi disse un giorno), non arretrò di un metro e nemmeno si fermò. Continuò a camminare. Per rimanere stritolato alla fine dentro una convergenza che sembrò allestita da un destino implacabile: la voglia di vendetta di Cosa Nostra; il crollo del sistema politico di <strong>Tangentopoli</strong>; la nascita della procura nazionale antimafia, da lui voluta tra mille diffidenze, ma che terrorizzava chi – dal nord – faceva patti con la mafia nell’isola e fuori dall’isola; la nascita (ancora clandestina) del nuovo partito a Milano. E l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, con le votazioni che ristagnavano in Parlamento.</p><p>Fu in quel punto della transizione italiana verso qualcosa di nuovo e di incerto che decisero di fermare il suo cammino nel modo più eclatante e spaventoso. Facendo saltare l’autostrada <strong>Punta Raisi-Palermo</strong>. Perché in Italia a ogni momento di svolta arrivano le bombe e i morti e le stragi. Perché i poteri criminali, e la mafia in mezzo a loro, fanno politica così, da <strong>Portella della Ginestra</strong> a ieri. Fu una scena di guerra che si incise per sempre nella memoria di un popolo intero. E si trasmise alle nuove generazioni. Che affacciandosi all’adolescenza vengono da vent’anni educate a specchiarsi nei due visi sorridenti del giudice Falcone e del suo amico Borsellino e grazie al loro esempio scelgono di stare dalla parte dell’antimafia, animando il movimento che più ha cambiato la faccia civile del paese. I sedicenni e Falcone, i sedicenni e Borsellino. Purtroppo le stragi in Italia non finiscono mai. Nei momenti di incertezza, quando la politica si fa viscida e vigliacca insieme, tornano. Con puntualità maledetta. Per colpire chi cammina, da solo o per mano con altri. Per questo il tritolo fermò il giudice che non voleva arrendersi. Per questo, nel giorno del suo ricordo, una bomba ha fermato una sedicenne e il profumo di primavera che si portava addosso.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/22/obbligo-mondo-decidere-parte-stare-fermarlo-volle-tritolo/238554/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Dal presidio alla lista civica. Con nostalgia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/06/cassintegrati-presidio-alla-lista-civica/219880/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/06/cassintegrati-presidio-alla-lista-civica/219880/#comments</comments> <pubDate>Sun, 06 May 2012 11:37:47 +0000</pubDate> <dc:creator>Nando dalla Chiesa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[cassintegrati]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[Dignità e lavoro]]></category> <category><![CDATA[elezioni amministrative 2012]]></category> <category><![CDATA[lista civica]]></category> <category><![CDATA[Magenta]]></category> <category><![CDATA[Novaceta]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=219880</guid> <description><![CDATA[Suicidi in serie. O azioni da commandos temerari. Oppure la vita traslocata su un tetto o su una torre. Per disperazione. Ma nell’Italia presa a pugni dalla crisi c’è anche chi prova a lanciare altre forme di protesta. E cerca di portare direttamente in politica la sua angoscia. Approfittando delle elezioni. Succede oggi a Magenta,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Suicidi in serie. O azioni da commandos temerari. Oppure la vita traslocata su un tetto o su una torre. Per disperazione. Ma nell’Italia presa a pugni dalla crisi c’è anche chi prova a lanciare altre forme di protesta. E cerca di portare direttamente in politica la sua angoscia. Approfittando delle elezioni. <br /><strong>Succede oggi a Magenta,</strong> 23.500 abitanti nella provincia occidentale di Milano, campo di battaglia risorgimentale dove si affrontano cinque candidati sindaci e dove è spuntata una lista civica <strong>impensabile in altri tempi</strong>. Si chiama “Dignità e lavoro”. Non “Magenta per noi” o “Insieme per Magenta”, ma proprio “Dignità e lavoro”.</p><p>L’hanno costituita i cassintegrati della <strong>Novaceta</strong>, un’azienda di filo acetato, un tempo leader nel chimico-tessile, seta artificiale, chiusa nel 2008 sull’altare di una grande operazione immobiliare. Uno di quegli affari leggendari (un megaparcheggio, si sussurra) che promettono sviluppo e modernità e intanto lasciano per strada grappoli di operai. Ecco: qui dopo una vicenda intricata, la solita storia di piani di salvataggio e di rilancio, di acquisti e smembramenti, di maghi zurlì che vengono da lontano (nel caso l’imprenditore campano Lettieri), ne sono rimasti per strada 169. Che hanno pensato di candidare al consiglio comunale la propria condizione: “Settecento-venti euro al mese, con il mutuo da pagare, che mi vergogno quando vado a ritirarli, una volta erano 1.300 e un po’ di decoro lo trovavi”.</p><p>Certo, nessuno si attende sfracelli. E forse non è tanto importante il risultato, alla fine Magenta non è l’ombelico del mondo. Ma senz’altro ha un senso tutto suo, è senza precedenti la scelta di fare <strong>della cassa integrazione un simbolo elettorale</strong>, di portarla nelle istituzioni, in un comune in cui il lavoro si fasempre più precario, dove è finita in cassa integrazione pure un’altra grande azienda, la celebre Saffa dei fiammiferi.<br /> Perché in fondo questa vicenda è pur partita <strong>con qualche coinvolgimento delle istituzioni</strong>. L’han deciso lì, o no?, che era cosa buona e giusta mettere gli immobiliaristi al posto della fabbrica, accanto alla ferrovia che corre da Milano a Novara, vicino alla stazione. E da quel momento, zac, tutto è diventato più facile. Signori, lo stabilimento, classe 1954, allora area Snia Viscosa, chiude. Quasi 200 operai a casa. Ultracinquantenni come Vincenzo, Paolo, Luca, Concetta, Santo e tanti altri. Ma anche trentenni.</p><p>Loro ci hanno provato a reagire. Usando i metodi di lotta più tipici della vecchia classe operaia: occupare la fabbrica, andare a manifestare nel centro di Milano, a piazza Affari o davanti a Unicredit, proprietaria delle aree. O usando i metodi di quella nuova, figlia di un dio minore, con un potere contrattuale sempre più debole: <strong>salire sui tetti, bloccare l’uscita dei macchinari.</strong></p><p>Il primo giorno di lotta è stato il 14 dicembre 2009. Nebbia, freddo, e un filo di paura inconfessata. Da allora, che sia Pasqua Natale o Capodanno, che imperversino le zanzare o fiocchi la neve, il presidio dei cassintegrati della Novaceta è sempre lì. Uno striscione, <strong>“AAA. Cercasi imprenditori”,</strong> e un cucinino da campeggio che assicura un buon caffè a tutti i visitatori. Spesso anche di notte, racconta Ester Castano, free lance impegnata a fare conoscere questa storia. Talora si improvvisano aperitivi di solidarietà con i viaggiatori che scendono dal treno e passano a salutare.Ad amministrare la cucina frugale e generosaè una donna gentile, la civiltà contadina lombarda nel sangue, la solidarietà delle vecchie corti, si chiama Concetta Covino.</p><p>Ha lavorato nella mensa aziendale per vent’anni e dà ristoro anche ora che sta all’aperto. Senti parlare gli operai e cogli una <strong>nostalgia</strong> che commuove verso il proprio lavoro, le linee di produzione, gli armadietti sfondati (“ma io ci ho lasciato la mia roba, non la tolgo”), la mensa dove “quando sono arrivato nel ‘79 era gremito di gente, si chiacchierava, ci si confrontava”.</p><p>C’è Paolo Chianura, che emigrò giovanissimo dal sud per andare a fare il falegname in Germania e che arrivò qui alla fine degli anni settanta. Alto, con la voce roca da fumatore. È una presenza quasi fissa al presidio, dalle sette a mezzanotte, dicono che gli abbia procurato anche qualche problema familiare. Si rammarica che non tutti abbiano capito il senso della resistenza. A Magenta questi operai, eterogeneo frullato di opinioni politiche, hanno deciso di sostenere <strong>Sergio Prato</strong>, il candidato sindaco più anomalo, un quarantenne frizzante di cultura, presidente di un’associazione contro le discriminazioni etniche e di genere e omosessuale dichiarato. Più per ricordare la loro storia e la loro angoscia, più per ribattere quel chiodo che a cinquant’anni un altro lavoro non lo trovi, più per pubblicizzare il piano che hanno elaborato per il futuro dell’azienda, che non per mettersi a fare politica davvero.</p><p>Ricevono la solidarietà dei cittadini che non si voltano dall’altra parte, o quella degli operai della Saffa che anche l’altro giorno si sono uniti a loro. Ma la solidarietà più bella la ricevono <strong>dai ferrovieri,</strong> le mitiche avanguardie della loro classe. Succede a intervalli quasi regolari. Quando il treno che va verso Milano o verso Novara passa accanto alla fabbrica e sfiora il presidio. Quando il macchinista è di quelli che sanno la storia degli operai accampati ai bordi della ferrovia da più di tre anni. Allora il treno emette un fischio amico. Loro alzano le braccia e salutano. E d’istinto riprendono a sperare.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/06/cassintegrati-presidio-alla-lista-civica/219880/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Contro i boss a suon di master</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/02/contro-boss-suon-master/215180/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/02/contro-boss-suon-master/215180/#comments</comments> <pubDate>Wed, 02 May 2012 07:22:37 +0000</pubDate> <dc:creator>Nando dalla Chiesa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[calabria]]></category> <category><![CDATA[Emilia Lacroce]]></category> <category><![CDATA[maria carmela lanzetta]]></category> <category><![CDATA[Napoli]]></category> <category><![CDATA[ndrangheta]]></category> <category><![CDATA[scampia]]></category> <category><![CDATA[Università di Pisa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=215180</guid> <description><![CDATA[Appassionata di master contro la corruzione e ammiratrice di Schumacher. Che però non è il pilota di Formula 1, ma una suora. Emilia Lacroce ha i capelli bruni e lo sguardo penetrante. Calabrese di Isca sullo Ionio, paese di 1600 abitanti vicino a Soverato, ai confini tra la provincia di Catanzaro e quella di Reggio...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Appassionata di master contro la corruzione e ammiratrice di Schumacher. Che però non è il pilota di Formula 1, ma una suora. Emilia Lacroce ha i <strong>capelli bruni</strong> e lo sguardo penetrante. Calabrese di Isca sullo Ionio, paese di 1600 abitanti vicino a Soverato, ai confini tra la provincia di Catanzaro e quella di Reggio Calabria, si è arruolata nella guerriglia calabrese. Meno <strong>equipaggiata</strong> e protetta dell’esercito vero, quello dei clan della ‘ndrangheta che si sono messi in testa di conquistare l’Italia. Ma con una determinazione eguale e contraria: portare in tutta Italia lo spirito di rivolta contro i poteri criminali di casa propria; cercare in tutta Italia strumenti e appoggi per combatterli meglio. Emilia ha 24 anni. E affila le armi al master sulla corruzione del professor Vannucci, aperto dall’anno scorso a Pisa. “In realtà ero venuta a Pisa con un altro scopo. Mi ero iscritta a Lingue dopo il liceo scientifico a Soverato. Volevo fare la giornalista, mi sognavo inviata di <strong>guerra</strong>. Poi ho capito che la guerra l’avevo in casa. Mentre facevo la laurea specialistica ho frequentato un corso organizzato dalla Normale e dal Sant’Anna con Roberto Saviano. Quattro incontri, quattro giornate intere, che mi hanno aperto gli occhi. Così ho fatto la tesi sulla forza della parola nel contrasto della criminalità organizzata. Una tesi com-parata: il caso italiano, partendo da Gomorra, e il caso nigeriano”.</p><p>“<strong>Da dove vengo?</strong> Sono nata in un campo di battaglia. Ma non me ne sono accorta subito e a scuola non me l&#8217;hanno mai spiegato. Crescendo ho incominciato a guardarmi intorno. Prima, accanto a un morto ammazzato, mi accontentavo del silenzio, anzi peggio, delle voci sommesse . Ora che di quel silenzio ne ho veramente abbastanza, parlo: ma nel mio paese nessuno vuole rispondere alle mie <strong>domande</strong>. Sono cresciuta protetta da un&#8217;educazione, quella dei miei genitori, tutti e due pubblica amministrazione, scuola e giustizia, che mi ha insegnato prima d&#8217;ogni cosa l&#8217;empatia. Le racconto questo. Il mio paesino, come tanti nel Sud, ha un santo patrono a cui è legatissimo; mia nonna mi racconta sempre che fu lui a salvare la popolazione da un disastroso terremoto agli inizi del secolo scorso. Fu uno dei primi martiri cristiani. Nel mese d&#8217;agosto, quando il paese, da disabitato e spettrale si fa folla di emigrati, gli viene dedicata una grande processione. Il santo passa tra le vie del borgo, la bara portata a spalla è circondata da decine di persone, con le anziane vestite di nero che cantano e la banda che rende inutile il loro canto. I portatori della statua hanno un ruolo fondamentale. I posti da noi non vengono messi <strong>all&#8217;incanto</strong>, come nei paesi vicini. Non ce n&#8217;è bisogno. L&#8217;egemonia dei poteri dominanti non si discute. Lì tutti sanno chi comanda.</p><p>Un giorno del decennio scorso, durante la processione, d&#8217;improvviso i portatori del santo, quattro ragazzotti del paese, presero la statua e deviarono dal percorso stabilito. Imposero una strada decisa da loro. Ricordo che mamma mi portò subito verso la nostra auto, tirandomi con forza per vincere le mie resistenze di bambina curiosa. Ricordo nei suoi occhi la paura, e un pezzo di conversazione con papà, che allora non capii: ‘Da un momento all&#8217;altro potevano tirar fuori una pistola&#8230;’. Ecco, oggi di quei quattro ragazzi nessuno è vivo. Due erano fratelli: decine di colpi di fucile caricato a pallettoni li hanno uccisi entrambi a pochi anni di distanza. La madre invoca ancora vendetta anche per un altro figlio, ucciso per sbaglio in una battuta di caccia. Noi ci aspettiamo altri cadaveri sull&#8217;asfalto. Loro sono morti in guerra. Ma nessuno nel mio paese se n&#8217;è accorto. Al bar, tra la nebbia del fumo delle <strong>sigarette</strong> e i videopoker, le frasi sussurrate a mezza voce sono sempre le stesse: ‘Si ammazzano tra di loro’, ‘Il prossimo è lui. È un morto che cammina’. Una decina di morti ammazzati da quando sono nata. Dieci morti ammazzati su mille abitanti. Capito che cosa intendo dire quando parlo di campo di battaglia?”.</p><p>“<strong>Ho avuto un grande esempio</strong>, però. Una suora, che mi seguì all’oratorio fino agli undici anni. Il suo nome era Schumacher. Tutti la chiamavamo così perché sfrecciava con la sua Panda nuova tra il mare e le stradine del borgo antico, il territorio della mia parrocchia. Ora è a Napoli, a Scampia. Svolge la sua missione su un altro fronte di guerra. Oggi non ha più una macchina nuova, ma un catorcio che ti chiedi come faccia a stare in piedi, con cui fa la spola tra le Vele e il <strong>carcere</strong> di Secondigliano. La sua e qualche altra parrocchia sono l&#8217;unica alternativa alla camorra per i ragazzi della zona. Vado ancora a trovarla e le porto un po’ di viveri con mio padre. Noi abbiamo bisogno di esempi. Come quello di Maria Carmela Lanzetta, il sindaco di Monasterace, che è vicino al mio paese. Il suo coraggio mi dà coraggio. Il 25 aprile sono andata a Marzabotto e l’ho incontrata lì. Ed è stato bello trovarsi quel giorno su quelle colline, quasi il segno di una Calabria che non si arrende”.</p><p>“<strong>Se il Master mi è stato utile per i miei scopi?</strong> Certo, funziona. Dà le competenze per uscire dall’antimafia salottiera. E il tirocinio spero di poterlo fare in Sicilia. Voglio diventare una giornalista che non ha paura di leggere le carte dei processi, come purtroppo accade spesso nella mia regione, dove i più <strong>coraggios</strong>i prendono quattro centesimi a rigo più, ogni tanto, cinque proiettili in busta. La parola è importante, se c’è anche l’impegno. Con la parola e l’impegno ce la possiamo fare”. Così parlò la guerrigliera Emilia.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 1 Maggio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/02/contro-boss-suon-master/215180/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Questa è davvero la casa del popolo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/16/questa-davvero-la-casa-del-popolo/204576/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/16/questa-davvero-la-casa-del-popolo/204576/#comments</comments> <pubDate>Mon, 16 Apr 2012 08:20:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Nando dalla Chiesa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[casa del popolo]]></category> <category><![CDATA[elemosina]]></category> <category><![CDATA[MeltinPOP]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/15/questa-davvero-la-casa-del-popolo/204576/</guid> <description><![CDATA[In principio fu l’ordinanza. Vietato fare la questua ai semafori e nelle piazze cittadine. Vietato chiedere l’elemosina anche sul sagrato della chiesa. Firmato: il sindaco, partito Lega Nord. Qui Arona, incantevole cittadina del Lago Maggiore, provincia di Novara. Anche sul sagrato?, si chiesero increduli in molti. Ma con quale diritto si calpestava anche la più...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>In principio fu l’ordinanza. <strong>Vietato fare la questua ai semafori e nelle piazze cittadine</strong>. Vietato chiedere l’elemosina anche sul sagrato della chiesa. Firmato: il sindaco, partito Lega Nord. Qui Arona, incantevole cittadina del Lago Maggiore, provincia di Novara. Anche sul sagrato?, si chiesero increduli in molti. Ma con quale diritto si calpestava anche la più secolare scena di vita domenicale, il povero che chiede l’elemosina davanti alla chiesa? Era il novembre del 2010. Nacque così una delle più originali risposte date in Italia all’idea, tanto trendy al Nord, di fare scomparire povertà e bisogni <strong>con un colpo di scopa</strong>. Non proteste, non lamentazioni, che pure ci sono state. Ma un’impresa sociale, per esprimere con la forza delle cose un’altra idea dei rapporti tra una comunità e le sue componenti più bisognose. All’inizio si ritrovarono Caritas, Libera ed Emergency.</p><p><strong>Poi si formò un trenino di associazioni di buona volontà</strong>. Avis, Arci, Azione Cattolica e un bel po’ di esperienze locali: dagli “Amici del Lago”, nati per ripulire le spiagge e ora impegnati anche nel reinserimento degli ex carcerati, a “Vedogiovane”, grande cooperativa sociale di animazione con un centinaio di dipendenti. Quattordici associazioni in tutto. Ne scaturì il progetto “Nondisolopane”. Obiettivo: dar da mangiare ai bisognosi, a quelli che non potevano più fare la questua ma anche a quelli che non avevano mai trovato il coraggio di farlo. Lo decisero l’estate scorsa, pensando che non dovevano lasciar passare un altro inverno, visto che nel frattempo c’era pure stata la cacciata dei rom da una struttura che li rifugiava dal freddo. Per riuscirci misero in piedi un congegno sociale complicatissimo, a scatole cinesi, degno di un Enrico Cuccia del volontariato. Il “trenino” pensò prima di rivolgersi all’oratorio, poi scelse <strong>la vecchia Casa del popolo del Pci</strong>, direttamente aperta con scala sulla pubblica via. Custode di gloriose bandiere socialiste del dopoguerra, la Casa è attualmente in gestione all’Arci, ed è diventato un locale alla moda, chiamato MeltinPOP, ritrovo per musica e cultura. Ma anche bar con avventori paganti, così da evitare che chi ci entra venga etichettato come povero. Al MeltinPOP la guida del progetto è stata presa da “Vedogiovane”. È la stessa cooperativa che cura anche, ai piani di sotto, una vera “community creativa”: un incubatore di impresa giovanile, laboratori di arte e artigianato e una pista per lo skateboard; attrezzature, uno studio digitale, una sala prove e servizi per dar vita a micro-organizzazioni giovanili di ogni tipo.</p><p><strong>E l&#8217;obiettivo di dare un pasto ai bisognosi?</strong> Marco Traviglia, trentenne con barba e capelli riccioluti, presidente di Meltin-POP, assicura che è stato raggiunto, conducendo in visita per i vani rudimentali e colorati in cui si raccolgono le opere che vengono esposte (un artista al mese) al piano bar. Roberta Tredici, trentenne anche lei, mamma ingegnere e impegnata in Libera, racconta che dopo una sperimentazione su tre giorni settimanali, ormai si gira a pieno regime. Pranzo aperto nei cinque giorni lavorativi. Una sessantina gli ospiti che arrivano. Metà immigrati, età media sui 35-40, e metà anziani del luogo, che mai sarebbero scesi in strada a tendere la mano. Il sindaco alla fine si è convinto pure lui e ha dato perfino il patrocinio. Quanto al rischio di imbucati, pare non esista. La gente si conosce e c’è un efficiente filtro della Caritas. Niente abusivi e anzi tavolo vicino a tavolo arrivano anche gli impiegati degli uffici che pagano regolarmente. “Si è formato uno spirito di comunità”, racconta Roberta. “L’altra volta hanno rubato la bicicletta a un ragazzo marocchino e si è fatta una colletta per comprargliela”. Del cuoco Gianluca, poco più che ventenne e con una buona esperienza all’estero, si decantano le qualità gastronomiche e sociali. A lui si aggiungono giovani e tra un po’ arriveranno a dar man forte anche i condannati ai lavori socialmente utili.</p><p>Grazie al Centro servizi per il volontariato, giungerà un finanziamento della Fondazione Cariplo, anche se finora è stato fatto (faticosamente) tutto con mezzi propri. “Ci sosteniamo con iniziative speciali, cene o pranzi mensili in occasione di qualche incontro con personalità varie”. Li aiuta in questi incontri uno storico avvocato milanese delle cause improbe, Luigi Mariani. <strong>Bisogna vederlo, il MeltinPOP, con le sue due sale per incontri e concerti</strong>. Una più piccola è affrescata con immagini di musica “fredda” (elettronica tra palazzoni) e musica “calda” (brasiliana, ma in verità richiama New Orleans). Una più grande, subito dietro, sembra una bella sala da jazz o da monologo teatrale. Chi pensa che le case del popolo possano servire solo a rimescolar memorie e mazzi di carte (o bicchieri di vino) si ricreda. Possono servire anche ad altro. Magari proprio grazie a un’ordinanza.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/16/questa-davvero-la-casa-del-popolo/204576/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>I Gattopardi in camicia verde</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/i-gattopardi-in-camicia-verde/202625/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/i-gattopardi-in-camicia-verde/202625/#comments</comments> <pubDate>Fri, 06 Apr 2012 06:40:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Nando dalla Chiesa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[bossi]]></category> <category><![CDATA[dimissioni Bossi]]></category> <category><![CDATA[Gattopardo]]></category> <category><![CDATA[Lega Nord]]></category> <category><![CDATA[Scandalo Lega]]></category> <category><![CDATA[Umberto Bossi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/i-gattopardi-in-camicia-verde/202625/</guid> <description><![CDATA[A metà tra la commedia napoletana e il grande romanzo della Sicilia borbonica che sventolò il tricolore. Povera Lega che voleva celebrare cultura e tradizioni del Nord. Ma quale Manzoni, ma quale Gadda. Il suo epilogo evoca insieme la pernacchia di Eduardo e il principe di Lampedusa. “Bisogna che tutto cambi perché nulla cambi” pensarono...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>A metà tra la commedia napoletana e il grande romanzo della Sicilia borbonica che sventolò il tricolore. Povera Lega che voleva celebrare cultura e tradizioni del Nord. Ma quale Manzoni, ma quale Gadda. Il suo epilogo evoca insieme la pernacchia di Eduardo e il principe di Lampedusa. “Bisogna che tutto cambi perché nulla cambi” pensarono di fronte a Tangentopoli i ceti dominanti padani, sposando i precetti del Gattopardo di <strong>centotrent’anni</strong> prima. Così, mentre i vecchi partiti battevano in ritirata, consegnarono il futuro a questa armata pittoresca che zampillava dalle contrade brianzole e dalle valli bergamasche, gente nuova, sconosciuta alla politica e che trattava ogni forma e galateo con il rude disprezzo che il diplomato per corrispondenza riserva ai filosofi quando sa di avere il vento della storia alle spalle.</p><p>Un&#8217;armata che prometteva di non toccare il sistema dei privilegi purché potesse partecipare al banchetto. Dotata di un linguaggio sconosciuto, salvificamente barbarico, da esibire e vezzeggiare come segno della massima frattura rispetto al passato. Erano loro, i virgulti leghisti, i giovani “forniti di qualche generico ideale” che il principe di Lampedusa raccomandava di arruolare per rendere immobile il potere dei proprietari terrieri. A essi si affiancò ben presto un’altra armata, più adusa ai salotti, ma soprattutto composta di truppe fedeli al ricchissimo signore che scendeva in campo per difendere, insieme, gli interessi propri e quelli del sistema che lo aveva allevato. Due finte novità in pochi anni. Grazie alle quali il potere, pur tra oscillazioni e capriole, si difese egregiamente. Nessun senso di colpa per le vicende che avevano portato il sistema al collasso, una rapida acclamazione di Antonio Di Pietro come lavacro della propria coscienza. E poi via nella lotta tra vecchio e nuovo, con alle spalle un paese e un <strong>elettorato</strong> che mai era stato chiamato a guardarsi allo specchio. Nella Lega che cavalcava nelle istituzioni romane per conquistare l’indipendenza alla Padania agiva però, sotto il manto dei riti celtici e delle gutturalità sgargianti, un prodigioso concentrato delle culture più congeniali all’antico e aborrito Sud. L’antistatalismo, l’evasione del patto fiscale, il clientelismo, l’uso privato delle istituzioni, l’astuzia contadina, il familismo amorale, il saccheggio delle casse statali, il trasformismo, la propensione a farsi i fatti propri. E insieme un’indifferenza etica che in nome della terra promessa del federalismo faceva sostenere e digerire qualsiasi nequizia di “Roma ladrona”.</p><p>Ora sono giunti al pettine i nodi già inutilmente emersi negli anni eroici delle prime conquiste di grandi e piccoli comuni. Le vicende odierne, culminate nelle ingloriose dimissioni del leader-padrone, spiegano quale meccanismo di potere si sia costituito intorno a un progetto politico che fu decisivo per riempire il grande vuoto apertosi di schianto all’inizio degli anni Novanta: quando seconde linee ed elettori dei partiti della Prima Repubblica poterono schierarsi dalla parte del “cambiamento” arrembando dietro il Carroccio, e mantenendo intatta la loro avversione per il primato delle leggi e delle istituzioni. Il bar si fece Stato nella abiura delle regole. Da lì il paradosso impensabile, la straordinaria diffusione dei clan calabresi nella Lombardia governata dai <strong>difensori </strong>più severi e arcigni della padanità. Le culture non erano incompatibili, purtroppo. Sia perché in nome degli affari, come si è visto, i rispettivi ambasciatori economici si incontravano ai massimi livelli; sia perché la cura ossessiva del particulare ha innaffiato la pianta velenosa dell’omertà da Pavia a Varese, passando per Milano.</p><p>È stata solo ignavia? O, incapaci di sapere che cosa accadeva nelle loro dimore personali, a maggior ragione non potevano <strong>sapere </strong>che cosa accadeva nelle loro province? Certo tutto questo è successo tra auto e consulenze e assunzioni e finanziamenti in famiglia, con i soldi dello Stato. Proprio come i meridionali della propaganda. Quelli che succhiavano il Nord, spremendo soldi agli onesti contribuenti …</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 6 Aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/i-gattopardi-in-camicia-verde/202625/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Lea Garofalo e le ragazze che non mollano</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/02/lea-garofalo-e-le-ragazze-che-non-mollano/201539/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/02/lea-garofalo-e-le-ragazze-che-non-mollano/201539/#comments</comments> <pubDate>Mon, 02 Apr 2012 16:13:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Nando dalla Chiesa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/01/lea-garofalo-e-le-ragazze-che-non-mollano/201539/</guid> <description><![CDATA[Sei ergastoli per il clan Cosco. Per tutti gli imputati dell’assassinio di Lea Garofalo, la giovane donna calabrese uccisa a Milano per ordine del marito. Colpevole di avere scelto di uscire con la figlia Denise dall’ambiente infernale del narcotraffico e delle faide tra clan e perciò testimone di giustizia. Attirata in trappola dal marito, “giustiziata”...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Sei ergastoli per il clan Cosco. Per tutti gli imputati dell’assassinio di Lea Garofalo, la giovane donna calabrese uccisa a Milano per ordine del marito. Colpevole di avere scelto di uscire con la figlia Denise dall’ambiente infernale del <strong>narcotraffico</strong> e delle faide tra clan e perciò testimone di giustizia. Attirata in trappola dal marito, “giustiziata” a colpi di pistola e successivamente sciolta in cinquanta litri di acido.</p><p>Una storia terribile che si è incisa nella coscienza di molti. La ferocia bestiale non aveva fatto però i conti con il coraggio della figlia, che ha trovato la forza di denunciare il padre. E di affrontare la<strong> clandestinità </strong>per sottrarsi alle pressioni e ai condizionamenti dei familiari. Un delitto, uno sfondo di traffici, un luogo di origine, che disegnano un tipico contesto mafioso, anche se in aula il pubblico ministero non ha voluto invocare l’aggravante di mafia. Da cui la scelta del comune di Milano di costituirsi parte civile. E da qui, soprattutto, l’entrata in scena di un attore collettivo che certo gli imputati non avevano previsto: un gruppo di giovanissime donne, mescolate a qualche coetaneo. Studentesse appena maggiorenni o perfino minorenni che avevano sentito parlare di questa storia in qualche incontro sulla legalità nella propria scuola. Che avevano saputo di questa ragazza fuggitiva e costretta a testimoniare contro il padre e che probabilmente non sarebbe stata<strong> creduta</strong>: l’avrebbero fatta passare come psichicamente instabile, avrebbero messo in giro su di lei voci ignobili, quante volte non è successo? E chi mai avrebbe preso le sue parti nella Milano in cui per fare accorrere i fotografi bisogna chiamarsi Ruby o Nicole?</p><p>Così le giovanissime donne hanno deciso di stare accanto a Denise e di fare propria la sua <strong>richiesta</strong> di giustizia. Lucia, Marilena, Giovanna, Giulia, Monica, Alessandra, Paola, Elisabetta, Costanza, più di una quindicina in tutto, si sono fatte trovare il 21 settembre al Palazzo di Giustizia, prima sezione della corte d’assise. Emozionate come delle debuttanti. I Cosco non capirono chi fossero e che cosa volessero quelle ragazzine. Così mandarono, perché anche questo succede, un agente della polizia penitenziaria da Giovanna per sapere come mai si fossero date <strong>appuntamento</strong> proprio lì. Quando lei si sentì interrogare, nonostante l’inesperienza, capì che qualcosa non andava: “E lei perché me lo sta venendo a chiedere?”.</p><p>A ogni udienza, appena finita la scuola, le ragazze si davano appuntamento. Dal Virgilio, dal Volta, dal Caravaggio, dall’Università. Anche se Denise non c’era, essendo sotto massima protezione. Si mobilitavano per lei, per la coetanea mai vista e mai conosciuta a cui avevano ucciso e sciolto nell’acido la madre. Con l’idea che quella <strong>ingiustizia </strong>pesasse anche su di loro. Rimasero perciò di sasso quando il presidente della Corte venne nominato Capo di gabinetto dal nuovo ministro della Giustizia. Quando seppero che per questo il processo sarebbe dovuto ricominciare. Davvero Denise, che già aveva fatto violenza a se stessa per testimoniare la prima volta, sarebbe dovuta tornare ad affrontare domande e insinuazioni? Lucia ricorda perfettamente lo sgomento: “Era novembre, un mercoledì pomeriggio, quando sapemmo che bisognava rifare tutto daccapo. Pensammo che era assurdo, che non esisteva, così decidemmo che il giorno dopo non saremmo andate a scuola e avremmo portato uno striscione bianco con le bombo-lette mettendoci davanti al tribunale per dire che volevamo giustizia per Denise. Qualcuno ci ammonì che rischiavamo di apparire critiche verso i magistrati, ma noi lo facemmo lo stesso. Ingenuamente, forse. Ma per giustizia”.</p><p>Continuarono a esserci. Hanno dato vita addirittura a un presidio di Libera intitolato “Lea Garofalo”. Con tanti giovedì sera passati a decidere come <strong>coinvolgere</strong> giovani e adulti o per stabilire come ripartirsi i turni. L’altro ieri, appena è circolata la voce che la sentenza sarebbe stata pronunciata verso l’ora di cena, si sono date appuntamento di corsa al palazzo di giustizia. Fuori dall’aula, agitate, in silenzio, tenendosi per mano tutto il tempo, con qualche ragazzo che riscattava con la sua presenza il genere maschile. L’emozione della prima sentenza attesa in vita loro. I sei ergastoli? “Non c’è da essere contenti”, dice Giovanna, “Lea non tornerà in vita e un ventenne all’ergastolo (il fidanzato di Denise; nda) non è una bella notizia, però penso che Denise ha avuto giustizia e mi sento più leggera”. Altri i toni di Lucia: “Sono felice. Perché mi sembra che a volte le cose vadano per il verso giusto”. C’è quasi una morale in tutta la vicenda, a ripensarci. Una donna indifesa è stata uccisa con ferocia <strong>inaudita</strong> da sei uomini. Una donna indifesa anche lei, almeno all’inizio, ha avuto il coraggio di testimoniare per amore. Un’altra donna (la presidente Anna Introini) ha guidato il processo a passi veloci. E altre giovanissime donne hanno voluto che questa storia diventasse di tutti, facendone uno straordinario fatto pubblico.</p><p>Lea Garofalo, che gli assassini volevano fare tacere e scomparire per sempre, parla oggi con la sua storia a una città, forse al paese. “Noi abbiamo fatto una cosa semplice, spontanea”, commenta Marilena, “si pensa sempre che si debbano fare grandi cose per cambiare, noi abbiamo solo voluto immedesimarci con un’altra ragazza e aiutarla. Certo la sentenza è importante, ma Denise continuerà a vivere sotto <strong>protezione</strong>. Per questo non finisce qui. Noi le staremo accanto ancora”.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 1 Aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/02/lea-garofalo-e-le-ragazze-che-non-mollano/201539/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> <item><title>Genova, dalla speranza alla saggezza</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/18/dalla-speranza-alla-saggezza/198463/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/18/dalla-speranza-alla-saggezza/198463/#comments</comments> <pubDate>Sun, 18 Mar 2012 09:09:05 +0000</pubDate> <dc:creator>Nando dalla Chiesa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[don ciotti]]></category> <category><![CDATA[famigliari]]></category> <category><![CDATA[genova]]></category> <category><![CDATA[libera]]></category> <category><![CDATA[mafia]]></category> <category><![CDATA[No Tav]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[vittime]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=198463</guid> <description><![CDATA[Il fiume colorato di Libera a Genova? Raccontiamolo con le “s”. Successo, certo. In un momento di vuoto della politica, di sbandamenti e frustrazioni, l’associazione fondata da don Luigi Ciotti ha raccolto intorno a sé a Genova più di centomila persone provenienti da tutta Italia. Per dire no alla mafia e per lanciare le sue...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/17/genova-centomila-lantimafia-gallo-colpevole-anche-silenzio-della-chiesa/198142/" target="_blank">Il fiume colorato di Libera a Genova?</a> </strong>Raccontiamolo<strong> con le “s”</strong>. Successo, certo. In un momento di vuoto della politica, di sbandamenti e frustrazioni, l’associazione fondata da don Luigi Ciotti ha raccolto intorno a sé a Genova più di centomila persone provenienti da tutta Italia. Per dire no alla mafia e per lanciare le sue proposte. Nessuna bandiera di partito, moltissimi striscioni di scuole, dal Piemonte alla Sicilia. Ai livelli alti del paese sembrano indaffarati a smontare leggi e processi e pubblica moralità. Il paese più moderno e vitale raccoglie invece le forze per decollare.</p><p>Libera come speranza, dunque, perché il colpo d’occhio sull’immensa distesa del Porto antico dava ieri il segno di un popolo dalle grandi radici. Di un popolo in cammino.<br /> Libera come sentimento. Perché poi le radici stanno lì. In quelle <strong>centinaia e centinaia di familiari</strong> i cui sentimenti sono stati colpiti dalla violenza mafiosa. Sta lì la forza irriducibile, nella memoria del dolore, nella richiesta di <strong>verità e giustizia</strong> che passa come in una staffetta omerica di generazione in generazione. Ci sono i nipoti, ora, con le foto dei propri cari, tanti nipoti. Familiari che accolgono altri familiari. Quelli delle nuove vittime di mafia o quelli che per la prima volta trovano la forza di venire. Ma anche quelli di vittime delle violenze dello Stato, perché nell’incontro di venerdì pomeriggio grande è stata la commozione per la testimonianza di <strong>Lucia Uva</strong>, sorella di <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/30/la-salma-di-giuseppe-uva-verr-riesumata-il-processo-di-varese-vicino-a-una-svolta/167376/" target="_blank">Giuseppe</a>, il giovane che incontrò uno Stato inconciliabile con quello di Paolo Borsellino o di Roberto Antiochia. Familiari che scoprono nelle parole di chi parla per la prima volta una verità in più.</p><p>Com’è avvenuto con <strong>Giovanni Gabriele</strong>, il giovane padre di Dodò, il bambino di undici anni che venne ucciso durante una sparatoria tra clan avversi su un campetto di calcio di Contorato, in provincia di Crotone. Era il 25 giugno del 2009. “Non ne posso più”, si è sfogato Giovanni, “di sentir dire che mio figlio è morto perché si è trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Perché questo vorrebbe dire che è colpa mia, che ho sbagliato io a portarlo al campetto di calcio. Ma dove deve andare a giocare un bambino? Dodò non era nel posto sbagliato. Nel posto sbagliato c’erano gli assassini”.</p><p>Libera come solidarietà. La voglia di non guardare solo a se stessi. L’incontro del venerdì si è aperto alle parole da brivido di un giovane uomo messicano e di una giovane donna guatemalteca. Il primo, Carlos Cruz, un gigante, ha raccontato di sé che da bimbo iniziò a spacciare in cambio di una bicicletta, della banda da lui fondata e guidata da adolescente per poi accorgersi, dopo alcuni anni, che dei 26 di partenza ne erano rimasti vivi tre. La scelta di cambiar vita, di educare per strada, il pianto non trattenuto davanti al ricordo di un bambino a cui i nuovi trafficanti hanno tagliato la lingua. Lei, Claudia Carrera, avviata alla prostituzione da ragazza e ora, in lotta con la memoria di lutti e di violenze, impegnata in percorsi formativi nelle scuole. Libera, pure, come<strong> sindacalisti contadini</strong>. È stata una festa vera intorno a <strong><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/risultati-di-ricerca/?cx=002673224793559243781%3A8d1aivqnhja&amp;cof=FORID%3A11&amp;ie=UTF-8&amp;sa=&amp;q=placido+rizzotto" target="_blank">Placido Rizzotto,</a></strong> nipote del dirigente contadino corleonese, di cui sono stati trovati i resti dopo 64 anni e per il quale proprio l’altro ieri il governo ha deciso i funerali di Stato.</p><p>Già, perché questo popolo conosce anche la gioia di ritrovare i resti, come era capitato d’altronde anche a <strong>Ninetta Burgio di Niscemi</strong>: suo figlio Pietrantonio, cercato invano per 14 anni, venne alla fine ritrovato. Lo avevano ucciso innocente, solo perché “sapeva”. Ninetta se ne è andata pochi mesi fa e gli altri familiari in questi giorni l’hanno voluta ricordare con gli applausi che si riservano ai vincitori.</p><p>E anche Libera come saggezza. Quando durante la discesa verso il Porto Antico un gruppetto di <strong>No Tav </strong>ha srotolato uno striscione enorme accusando i manifestanti per “la vostra legalità assassina”, nessuno ha fischiato. Certo, quello striscione buttato in faccia ai familiari di gente assassinata, al figlio di Pio La Torre, al nipote di Rizzotto, ai figli di Accursio Miraglia e di Nicola Azoti (altri sindacalisti contadini), o al fratello di Peppino Impastato, era una<strong> bestemmia da delirio</strong>. Ma la testa del corteo, fatta proprio dai familiari, lo ha applaudito come a porgere l’altra guancia. Finché dal gruppetto sono arrivati applausi.</p><p>E infine Libera come scandalo. Se quei familiari sono la storia insanguinata del nostro paese, ebbene, la politica ancora una volta ha detto forte e chiaro ai centomila che <strong>di quella storia non gliene frega niente</strong>. Che il sangue versato è affare di chi è caduto. Ieri a Genova, a Parlamento chiuso, c’erano tre o quattro parlamentari e nessun membro di governo. Nessun leader politico né di primo né di secondo livello. Solo Romano Prodi è giunto venerdì sera alla messa in cattedrale. Per il resto <strong>spalle voltate</strong>. Poi, per riprendere quel che don Ciotti ha urlato dal palco, ci si chiede perché la mafia esista da 150’anni&#8230;</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 18 Marzo 2012</em></p><p><div style="display:none"></div><script type="text/javascript" src="http://admin.brightcove.com/js/BrightcoveExperiences.js"></script><div class="videoplayer" style="margin-top: 10px;"> <object id="myExperience1515239429001" class="BrightcoveExperience"><param name="bgcolor" value="#FFFFFF" /><param name="width" value="630" /><param name="height" value="375" /><param name="playerID" value="1476763779001" /><param name="playerKey" value="AQ~~,AAABNTOXzWk~,XOQppeUuyCFS8ojoLW1Z6aFUpF_RsG9O" /><param name="isVid" value="true" /><param name="isUI" value="true" /><param name="dynamicStreaming" value="true" /><param name="@videoPlayer" value="1515239429001" /> </object></div><div class="clear"></div></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/18/dalla-speranza-alla-saggezza/198463/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>40 anni di potere sconfitti da due giovani</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/27/40-anni-di-potere-sconfitti-da-due-giovani/193904/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/27/40-anni-di-potere-sconfitti-da-due-giovani/193904/#comments</comments> <pubDate>Mon, 27 Feb 2012 17:44:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Nando dalla Chiesa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Bollengo]]></category> <category><![CDATA[liste civiche]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/26/40-anni-di-potere-sconfitti-da-due-giovani/193904/</guid> <description><![CDATA[Immaginate una ragazza che scoppia di vita e simpatia, impegnata nel volontariato. Che vive con la famiglia in una casa a un piano, affacciata su un cortile. E poi che a un certo punto dall’altra parte del cortile venga ad abitare con la madre un giovane che scoppia di vita pure lui, anche lui con...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Immaginate una ragazza che scoppia di vita e simpatia, impegnata nel volontariato. Che vive con la famiglia in una casa a un piano, affacciata su un cortile. E poi che a un certo punto dall’altra parte del cortile venga ad abitare con la madre un giovane che scoppia di vita pure lui, anche lui con la passione dell’impegno pubblico. Famiglie operaie tutt’e due, sotto il segno dell’Olivetti. Lei si chiama Maddalena. Lui Marco, e ha quattro anni in più. Che cosa ne nascerà? Un grande amore? Risposta sbagliata. Una magnifica<strong> lista civica</strong>. È accaduto tutto la scorsa primavera a <strong>Bollengo</strong>, vicino Ivrea, un paese di poco più di duemila abitanti, agricoltura e due aziende meccaniche ancora in salute.</p><p>Una lista civica inventata di sana pianta da loro due e che si è presa il <strong>40 per cento dei voti</strong>. Una storia che ha dell’incredibile e che Maddalena Pezzatti, ventisei anni, una laurea specialistica a Torino in cooperazione internazionale, e impiegata in una finanziaria, racconta così: “Da quando sono nata, qui c’è sempre stato<strong> Luigi Sergio Ricca </strong>a governare il paese. Sei volte sindaco, sempre consigliere comunale, la fascia tricolore addosso il 25 aprile anche quando non era sindaco, pure suo cognato sindaco. Socialista, compagno di Giusy La Ganga, di cui condivise alcuni guai giudiziari. Patteggiò per finanziamento illecito ai partiti, una storia di tangenti. È rimasto socialista, è stato anche presidente della Provincia e pure, ultimamente, assessore regionale con la Bresso, con deleghe a commercio, protezione civile e ambiente. Insomma, <strong>in paese il potere politico è sempre stato lui</strong>. E io mi dicevo ‘ ma perché devono comandare sempre gli stessi? ’.</p><p>Arrivavano le elezioni amministrative e non si avvertiva in giro proprio nessuna intenzione di proporre una candidatura alternativa. Con Marco ne parlavamo e non ci dormivamo la notte. Lo facciamo o non lo facciamo? Solo che io avevo passato gli ultimi anni a Torino, e Marco era appena arrivato da Albiano di Ivrea. E nei piccoli paesi bisogna essere radicati per prendere i voti. Poi un giorno è accaduto il fatto scatenante. Apro il giornale e vedo una intervista di Ricca che annuncia la sua candidatura. Sosteneva che Bollengo ne aveva bisogno. E che, vista la situazione, lui avrebbe messo la propria esperienza al servizio del paese. Era il gennaio del 2011. A quel punto siamo corsi in Comune per sapere che cosa occorreva per presentare una lista. Una vera sfida. Perché quarant’anni di potere amministrato dalla stessa persona provocano<strong> disaffezione</strong>, c’è una specie di delega permanente. Non si ha tanta voglia di inimicarsi chi comanda. Anche in casa mia mio padre era orgoglioso, ma mia madre un po ’ temeva questo mettersi contro il potere. Insomma, serviva chi avesse la voglia e anche il coraggio di fare la lista. Per questo ben cinque dei dieci candidati sono <strong>nati negli anni Ottanta</strong>”.</p><p>Simbolo un albero stilizzato con le foglie, nome “Bollengo bene comune”, perché, continua Maddalena, “era il concetto di bene comune che ci stava a cuore”. E Ricca a quel punto? “Ha fatto anche lui una lista civica, chiamata ‘Gruppo democratico indipendente’ e mi ha anche chiesto di entrare nella sua lista”. Risultato strepitoso: il quaranta per cento. Il calcolo dei <strong>costi della campagna elettorale</strong> lo fa Marco: “Tra manifesti, volantinaggi e tutto il resto siamo rimasti sotto i mille euro”. A differenza di Maddalena, Marco Pavan la sua esperienza politica l&#8217;aveva già fatta. Entrato nei Ds all’epoca della vittoria di Prodi del 2006, era diventato coordinatore della Sinistra giovanile del Canavese e poi anche responsabile organizzativo del Pd di Ivrea. “Un’esperienza frustrante. Iniziata con slancio. Ma poi mi ero scontrato con la difficoltà di incidere, una<strong> sensazione di inutilità</strong>. Facevi incontri pubblici, discutevi, cercavi di far cambiare opinioni alle persone e poi vedevi che per te a livello nazionale parlavano la Binetti o altri, dicendo il contrario di quello che pensavi. Era un partito senza opinioni, a che serviva fare cambiare le opinioni alle persone? Alla fine ho lasciato. Mi sentivo più vicino a Sel, ma anche lì arriva tutto dall’alto, e io non voglio un partito leaderistico. Così oggi non ho una tessera. E guardi, per me la politica è la cosa più bella, è lo strumento più importante per fare cambiare le cose. Ma non necessariamente la si fa nei partiti o cercando di contare sempre di più”.<br /> <strong><br /> Marco e Maddalena sono stati eletti</strong>. E con loro ce l’ha fatta un terzo giovane della loro lista, Luca Gandone. Eletti in un Consiglio comunale che non si riunisce da prima di Natale. E come fate a essere utili? “Informiamo con un foglio mensile, incontriamo la gente della campagna, della collina e del centro storico per discutere delle scelte del Comune. Ad esempio spieghiamo che cosa vuol dire il nostro progetto cemento zero, l’idea di aderire alla rete dei comuni di ‘Avviso pubblico’. O perché contrastiamo l’idea di Ricca di spendere l’avanzo di duecentomila euro facendo sei posti auto al posto di una casa che dovrà essere prima comprata e abbattuta. Diciamo che è meglio coibentare gli edifici pubblici e fare pannelli solari. Facciamo mozioni e interrogazioni. Presenteremo i nostri emendamenti al bilancio, che va approvato entro il 31 marzo”. Scoraggiati? “Neanche un po’, il nostro obiettivo era di immetterci in una rete virtuosa. E questo lo stiamo realizzando. Volevamo uscire da una<strong> politica drogata e malata</strong>. E lo stiamo facendo”. Perciò d’ora in poi nessuno parli più a vanvera di “politica da cortile”.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 26 Febbraio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/27/40-anni-di-potere-sconfitti-da-due-giovani/193904/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>4</slash:comments> </item> <item><title>Un odio che sa di muffa</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/23/la-tav-della-legge/193143/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/23/la-tav-della-legge/193143/#comments</comments> <pubDate>Thu, 23 Feb 2012 15:35:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Nando dalla Chiesa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[gian carlo caselli]]></category> <category><![CDATA[minacce]]></category> <category><![CDATA[No Tav]]></category> <category><![CDATA[violenza]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/23/la-tav-della-legge/193143/</guid> <description><![CDATA[Quel che sta accadendo a Gian Carlo Caselli interroga le viltà, i tartufismi e il periclitante senso della legalità del Paese. Ma prima di tutto la sua memoria. Il movimento No Tav è giovane, ha un’anima vitale e forti elementi di originalità. Ma la campagna contro il procuratore capo di Torino, per chiunque conosca qualcosa...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Quel che sta accadendo a<strong> Gian Carlo Caselli </strong>interroga le viltà, i tartufismi e il periclitante senso della legalità del Paese. Ma prima di tutto la sua<strong> memoria</strong>. Il movimento No Tav è giovane, ha un’anima vitale e forti elementi di originalità. Ma la campagna contro il procuratore capo di Torino, per chiunque conosca qualcosa della nostra storia nazionale, <strong>sa terribilmente di muffa</strong>. Muffa velenosa.</p><p>Nella indubbia diversità dei contesti sociali e culturali riporta a galla qualcosa di fradicio, che rinvia ad altri tempi. Non siamo in presenza infatti di un atteggiamento critico nei confronti del magistrato al quale si imputino (come sarebbe legittimo) scelte sbagliate. Tanto più che ogni magistrato italiano sa in partenza che, specie in certi processi, il suo operato è sottoposto a contestazioni, attacchi, denigrazioni sistematiche e interessate. Qui si va oltre. Qui il magistrato diventa il bersaglio di minacce truculente, di avvertimenti omicidi, fino a impedirgli di rispettare i suoi<strong> impegni pubblici</strong>. Contro di lui si scrivono e si ritmano slogan che lo indicano ossessivamente come il Nemico da abbattere. <strong>Roba alla Calabresi</strong>, per chi ha vissuto quegli anni e resta incredulo davanti al dispiegarsi di tanta violenza verbale e di tanto accanimento organizzato. C’è da chiedersi perché sia lui e solo lui il bersaglio, anche se sono ormai quasi una ventina i magistrati che si sono occupati delle violenze in Val di Susa, giungendo ai suoi stessi risultati.</p><p>Perché gli venga appioppato sui muri l’appellativo di “mafioso” e venga diffusa tra i più giovani una narrazione della sua vita <strong>totalmente bugiarda</strong>: come del giudice che se l’è presa con i piccoli boss della mafia, ma non ha mai voluto colpire i livelli alti delle complicità tra Cosa Nostra e Stato. La muffa, appunto. Ancora una volta, in mezzo ai giovani dei movimenti e ai cittadini indignati, rispuntano <strong>vecchie cariatidi della violenza</strong>, nostalgici della lotta armata e dintorni, che con il Caselli dell’antiterrorismo qualche conto da regolare ce l’hanno. E che, per meglio farne il procuratore maledetto, proprio non vogliono lasciargli l’aura del giudice antimafia.</p><p>Del procuratore che ha sfidato il <strong>livello più alto delle complicità tra mafia e politica</strong> e che per questo è diventato l’unico magistrato contro il quale, anche sfidando il presidente della Repubblica, è stata fatta appositamente una legge per impedirgli di guidare la Procura nazionale. Le vecchie cariatidi non danno ordini, ma soffiano sul fuoco, arrivano alle manifestazioni rivoluzionarie freschi di sostegni al Berlusconi perseguitato dai giudici, come loro. Ed ecco che torna lo <strong>Stato antropomorfo</strong>, l’uomo che simboleggia tutto, il Male personificato, come ai loro tempi. E l’idea che applicare la legge sia fare politica. Perché Berlusconi non si processa. E non si doveva processare la rivoluzione. E non si processa il movimento No Tav. Che infatti non viene processato. Non c’è <strong>nessun reato associativo</strong> contestato. Ma in un Paese civile i reati sono reati. E non si può chiedere a un procuratore di voltarsi dall’altra parte o di fare valutazioni politiche di simpatia o antipatia politica, che è quello che alcuni magistrati vorrebbero (quanti tragici errori, anche da quella parte, negli anni Settanta …). Semmai, i reati, si dimostra di non averli commessi, e se non ci si riesce si cerca di ottenere le attenuanti per avere agito in nome di una causa di rilevante interesse sociale o ambientale.</p><p><strong>Sono mesi che Caselli fa da parafulmine per tutti</strong>. E se certi silenzi o certe astuzie levantine richiamano le viltà di un tempo, non stupisce che chi ha odiato Caselli per avere toccato i nervi più intimi del potere ora contempli soddisfatto i famosi “estremisti” fargli quello che altri con il colletto bianco vorrebbero potersi consentire. Come <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/21/pericolosa-stupidita-blitz-anti-caselli/192817/" target="_blank">ha scritto questo giornale, è una brutta deriva</a>. Che riguarda quei <strong>cittadini democratici</strong> che non vogliono farsi privare della libertà e del diritto (sacrosanto) di ascoltare Caselli parlare o presentare un libro, che pensano di vivere in un Paese dove le idee possono circolare, senza che nessuno decreti stati d’assedio. Ma riguarda anche il <strong>movimento No Tav</strong>.</p><p>Il quale proprio nel momento in cui <strong>accumula ragioni </strong>se le vede prosciugare da un’immagine di violenza che rischia inevitabilmente di ricadere su tutti. Sia chiaro, nella democrazia gli scontri ci sono sempre stati, con i loro processi e i loro vincitori morali: da Berkeley alle manifestazioni antinucleari. Ma questa muffa d’oggi parla d’altro. I manifestanti generosi che hanno dato vita a uno dei movimenti più innovativi di questi anni sappiano o ricordino che <strong>i teorici della violenza non sono mai stati le avanguardie dei movimenti</strong>. Ne sono sempre stati la tomba. Loro e i babbioni che rifiutano di prendere le distanze dai violenti in nome dell’unità del movimento. Dagli anni Settanta ai giorni nostri. Arrivano loro e fanno il deserto.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 23 Febbraio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/23/la-tav-della-legge/193143/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> <item><title>Greta, precaria ma ottimista</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/09/precaria-felice-di-esserlo/182324/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/09/precaria-felice-di-esserlo/182324/#comments</comments> <pubDate>Mon, 09 Jan 2012 09:13:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Nando dalla Chiesa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[futuro]]></category> <category><![CDATA[lavoro]]></category> <category><![CDATA[precari]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/08/precaria-felice-di-esserlo/182324/</guid> <description><![CDATA[La sera di Natale ha lavorato. E pure quella del 26. E, prima, quelle del 22 e del 23. E poi quelle del 28, 29 e 30. “Ma la sera della vigilia e la notte di capodanno no, quindi non mi lamento. Quanto ho preso? Sei euro e mezzo l’ora. Se li mette insieme sono...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La sera di Natale ha lavorato. E pure quella del 26. E, prima, quelle del 22 e del 23. E poi quelle del 28, 29 e 30. “Ma la sera della vigilia e la notte di capodanno no, quindi non mi lamento. Quanto ho preso? Sei euro e mezzo l’ora. Se li mette insieme sono dei bei soldini, sa?”. <strong>Greta è così</strong>. Conosciuta per caso. Dopo averla avuta come allieva per tutto un corso. È un viaggio doppio, stesso autobus, stessa coincidenza con il tram che porta verso l’estrema periferia sud di Milano, che fa scoprire nell’allieva le inquietudini, le speranze e le fatiche di una generazione a cui il futuro vorrebbe <strong>sbattere la porta in faccia</strong>. “Vado a lavorare la sera ai bar dell’Autogrill al Forum di Assago, quando ci sono i concerti. Al secondo anello. Non è un bar fisso, ce ne sono diversi della stessa gestione. Ci fanno ruotare. Cappellino e magliette rossi. Ci chiamano a seconda delle esigenze. Stai dietro il bancone e servi caffè, panini e birre a tutto spiano. Insomma, è come se fossimo camerieri.</p><p>La gente non è molto educata. Diciamo che quasi la metà dei clienti, soprattutto quelli sui quaranta, ci trattano male. Le faccio un esempio. Noi abbiamo l’ordine di vendere solo bottiglie stappate, è la regola dei pubblici spettacoli. Ma non c’è verso che certi clienti lo capiscano, le vorrebbero con il tappo per mettersele nelle borse. E allora ti dicono che sei incompetente, che non sai fare il tuo mestiere. Anche se c’è tanto di cartelli che avvisano. Una sera ho detto a uno ‘ ma secondo lei io mi diverto a stare qui a stappare? Le vuol vedere le mie mani come sono rosse? ’. Sono scorbutici, sempre sul piede di guerra. Diventano cattivi, non mi viene altra parola. Solo perché siamo ragazzi. <strong>Ti fanno passare la poesia del lavorare</strong>. A volte poi se vedono un immigrato al banco sono ancor più duri, gli parlano sillabando come se lui non capisse, mentre ci sono senegalesi e albanesi che sono fior di studenti universitari. Allora dobbiamo arrivare noi in soccorso. Eh, il clima dei concerti … Meno male che a volte possiamo mettere la faccia fuori e andarci a vedere lo spettacolo qualche minuto. Le ultime erano le serate della Pausini, quando ero piccola mi piaceva un sacco. Poi i gusti cambiano. Sempre ‘ ste frasi, ‘ Grazie, siete fantastici’. A volte scopri che cantanti famosi dal vivo sono inascoltabili. Altre volte resti affascinata. Ho scoperto <strong>Paul Mc Cartney</strong>. Formidabile, lo conoscevo solo per i Beatles. Poi mi sono visto questo signore, sarà sui settanta, no?, che ha tenuto quattro ore con un’energia incredibile. Al Forum vado con due o tre coetanee. Qualche volta, se ci chiama il Teatro della Luna, andiamo più eleganti, con la camicia e i pantaloni buoni. Usiamo l’auto dei genitori a turno perché la benzina costa. Abito a Opera, sto lì con mia madre che fa la parrucchiera, mentre mio padre ha una ditta di confezioni. Ho passato la vita con mia madre. Prima l’accompagnavo quando andava dalle clienti nelle case, fa quel mestiere da sempre. Iniziò, come si diceva una volta, facendo ‘ la piccinina’, quella che puliva i capelli per terra. Da bambina stavo sempre con lei dopo la scuola, fino alla chiusura serale del negozio. E anche d’estate. Forse è lì che ho imparato a trattare con i clienti, con la gente più grande. Ma io non ho voluto seguire la sua strada, anche se da qualche anno ha un negozio tutto suo. Come manualità sono un cane. Ho scelto il liceo sociopiscopedagogico, perché mi interessano i fatti della società. Leggo, leggo molto, i libri sono il mio hobby, il mio proponimento per il 2012 è di <strong>leggere di più</strong>. L’ho fatto a Pavia, il liceo, è poco distante da Opera; a Milano i miei avevano paura delle occupazioni e dei picchetti. Poi però sono voluta tornare subito a Milano. Perché mi sono iscritta a scienze politiche? Un po’ per esclusione. Certo mi sarebbe piaciuto fare medicina, ma sapevo in partenza che non me lo potevo permettere. Ingegneria o fisica no perché per le materie scientifiche sono negata. Tra i corsi umanistici preferivo quello di comunicazione e società. Io vorrei lavorare comunque nell’informazione, rendermi utile alla società. Non capisco questa campagna contro noi di comunicazione, quelli di scienza delle merendine, come se fossimo scarti, senza motivazioni. Io ce l’ho eccome la motivazione. Vorrei fare il master in editoria libraria o quello in giornalismo ‘ Walter Tobagi’. Una specializzazione vera voglio, anche se so che poi <strong>il lavoro si impara sul lavoro</strong>. L’università me la pago con i miei soldi, ho la soddisfazione che per le tasse e il resto sono quasi autosufficiente, e metto anche da parte qualcosa per il master, chissà. Sarà difficile, ma alla fine penso che questi studi mi daranno qualcosa di buono. Sa, nella mia famiglia sono la prima che va all’università”.</p><p>Il freddo del tardo pomeriggio entra a sciabolate a ogni fermata dentro il tram. Greta si protegge dentro un giubbotto corto, chiamando in soccorso anche i lunghi capelli neri. Racconta il suo ottimismo di giovane che non campa di rendita, che lotta con i pregiudizi che gravano sulla sua generazione, sia che lavori dietro il bancone di un bar zeppo di gente infoiata, sia che studi in università seguendo le sue passioni. “Faccio ventidue anni a marzo”, comunica con la serenità di chi non ha vissuto nella bambagia, e sa benissimo che <strong>non troverà tappeti rossi</strong> srotolati sulla sua strada. Cortina è roba d’altri giovani. E anche le sere natalizie. Saluta ridendo il suo professore che scende. Qui finisce la chiacchierata. Il cognome di Greta? Dimenticavo: La Gioiosa. Incredibile, eh?</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 9 gennaio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/09/precaria-felice-di-esserlo/182324/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Il profeta antimafia. Del &#8220;noi&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/07/il-profeta-antimafia-del-noi/182086/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/07/il-profeta-antimafia-del-noi/182086/#comments</comments> <pubDate>Sat, 07 Jan 2012 10:47:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Nando dalla Chiesa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Antimafia]]></category> <category><![CDATA[associazioni]]></category> <category><![CDATA[don Luigi Ciotti]]></category> <category><![CDATA[La speranza non è in vendita]]></category> <category><![CDATA[libera]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/07/il-profeta-antimafia-del-noi/182086/</guid> <description><![CDATA[Dicono sia un moderno profeta. Certo solo lui poteva piantare nel mezzo di un libro sulla speranza una frase come questa: “A volte mi chiedo – e credo che dobbiamo farlo con rigore – se tra i ‘nemici’ della ‘lotta’ alle mafie non ci siano anche le associazioni antimafia, quando evitano le fatiche del lavorare...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/01/speranza.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-182175" title="Speranza non è in vendita" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/01/speranza.jpg?47e3a5" alt="" width="170" height="246" /></a>Dicono sia un <strong>moderno profeta</strong>. Certo solo lui poteva piantare nel mezzo di un libro sulla speranza una frase come questa: “A volte mi chiedo – e credo che dobbiamo farlo con rigore – se tra i ‘nemici’ della ‘lotta’ alle mafie non ci siano anche le associazioni antimafia, quando evitano le fatiche del lavorare insieme e sacrificano il ‘noi’ a interessi individuali o di gruppo”. Solo lui poteva<strong> </strong>sferzare associazioni, gruppi e cooperative, chiedendo loro di non “adagiarsi nell’autoreferenzialità, che è fatta anche di egoismi, di piccoli e grandi opportunismi, di comode convenienze”. Non altri, certo. Parole non consentite ai professionisti della<strong> collusione o del quieto vivere</strong>.</p><p>Ma che diventano spinta inesausta in bocca a chi da più di quarant’anni si batte contro ogni tipo di mafia, da quella che disfaceva di eroina i ragazzi che il gruppo Abele si prodigava a salvare a quella che ha ammazzato centinaia e centinaia di persone note e anonime e a cui lui, con<strong> Libera</strong>, ha voluto dedicare un giorno all’anno per ridare nome e memoria e dignità a ciascuno. <a href="http://www.ibs.it/code/9788809773455/ciotti-luigi/speranza-non-e.html?shop=5277" target="_blank"><strong><em>La speranza non è in vendita</em></strong></a> si chiama questo libro scritto da don Luigi Ciotti per la casa editrice Giunti. Un libro che è un fremito continuo, attraversato da una <strong>passione che predica pace e non la trova</strong>.<br /> <strong><br /> Passione per gli ultimi, prima di tutto</strong>. Con i quali bisogna mischiarsi, ai quali si deve rispetto sempre, anche quando occorre imporre il primato delle leggi. Gli ultimi con i quali l’uomo di chiesa deve sapersi schierare, altro che gli stereotipi sui preti di trincea o di strada, chi annuncia il vangelo non può che stare sulla strada. Gli ultimi che vanno difesi anche dalla legalità quando questa diventa strumento per emarginare o umiliare, tradendo lo spirito della Costituzione. Passione per la Costituzione, inconsueta in un prete. Figlia della Resistenza, opera letteraria, legge suprema, vero testo dell’antimafia. Che “non intimorisce, né blandisce” ma “fa appello alla nostra coscienza”. E passione per la legalità, purché intrecciata con la giustizia sociale. Per la legalità reclamata dai lenzuoli bianchi di Palermo o dai giovani di Locri, non quella che arriva come un <strong>tallone d’acciaio</strong> a schiacciare la dignità dei migranti. Perché quasi ogni parola nella vita priva di bussola etica può significare una cosa e il suo contrario. Solo di alcune parole si fida, don Ciotti. <strong> </strong></p><p><strong> </strong></p><p><strong>Responsabilità, giustizia sociale e soprattutto “noi”</strong>. Il noi che accomuna, che costringe a dar conto, a pensare per gli altri. Il noi non come corporazione, come partito, come gruppo chiuso. Perché quello è solo un “io” che si maschera allargandosi. Il noi sono le diversità che si uniscono. Diversi come essere umani, uguali come cittadini, scandisce il moderno profeta. Sono molte le massime involontarie che si incidono nella mente di chi legge. Anche chi ha sentito spesso parlare don Ciotti – ed è il caso di chi scrive – rimane sorpreso dal nitore e dalla densità dei concetti che arrivano d’improvviso come fermi immagine a fissare la passione. Non il discorso fluviale e ispirato che cattura le platee. Ma un ragionare serrato che spazia nella storia del pensiero, da Platone a Sant’Agostino, e soprattutto dell’azione, da Carlo Rosselli a Martin Luther King, da don Tonino Bello ad Antonino Caponnetto. Che con rispetto ma senza alcuna sudditanza culturale entra in dialettica con le culture e con i poteri del paese. Che affonda nelle pieghe della sua crisi. Per ricordare che è crisi soprattutto morale. Dalla quale si può uscire se non si scambierà più la speranza con l’illusione elargita dall’alto con un sorriso.<strong> Perché la speranza è fatica, progetto, costruzione</strong>. E le radici della crisi sono lunghe, ricorda l’autore, che non per nulla ripesca una manifestazione contro la mafia a Locri del 1970 e una denuncia della democrazia dell’applauso, firmata Norberto Bobbio, 1984. Tanti anni prima di Berlusconi. Il passato pesa. E sperare, come hanno fatto i giovani delle cooperative sui beni confiscati, significa mettersi in gioco, impegnarsi. Tutti. “Noi”.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 7 Gennaio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/07/il-profeta-antimafia-del-noi/182086/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;ultima intervista prima della fine di mio padre</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/27/lultima-intervista-prima-della-fine-di-mio-padre/180071/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/27/lultima-intervista-prima-della-fine-di-mio-padre/180071/#comments</comments> <pubDate>Tue, 27 Dec 2011 11:15:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Nando dalla Chiesa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[dalla chiesa]]></category> <category><![CDATA[generale]]></category> <category><![CDATA[Giorgio Bocca]]></category> <category><![CDATA[giornalista]]></category> <category><![CDATA[intervista]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/27/lultima-intervista-prima-della-fine-di-mio-padre/180071/</guid> <description><![CDATA[Il generale e il giornalista si trovarono a tu per tu il 9 agosto 1982. Nell’ufficio in cui il nuovo prefetto di Palermo era arrivato lasciando l’Arma poco più di tre mesi prima. Il generale non amava le interviste, eppure quella l’aveva chiesta lui. Per drammatica urgenza. Nel cuore dei cento giorni in cui, davanti...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il generale e il giornalista</strong> si trovarono a tu per tu il 9 agosto 1982. Nell’ufficio in cui il nuovo prefetto di Palermo era arrivato lasciando l’Arma poco più di tre mesi prima. Il generale non amava le interviste, eppure quella l’aveva chiesta lui. Per drammatica urgenza. Nel cuore dei cento giorni in cui, davanti a un’Italia imbambolata dai Mondiali di calcio, si discuteva pubblicamente e incredibilmente dell’opportunità di eliminarlo.</p><p>Aveva voluto un giornale e un giornalista non sospetti di benevolenza acritica nei suoi confronti. Bocca aveva espresso più volte su <em>Repubblica</em> le sue perplessità su alcuni episodi della lotta al terrorismo. Era dunque<strong> l’interlocutore ideale</strong> per dare rappresentazione oggettiva di quel che stava accadendo a<strong> Palermo</strong>, dello scontro che si giocava sui poteri di coordinamento della lotta alla mafia prima promessi e poi mai dati al prefetto. Il giornalista incuriosito salì fino all’ufficio di “sua eccellenza” per corridoi deserti, senza incontrare più nessuno dopo il piantone all’ingresso. E conoscendo bene i sistemi di sicurezza dell’antiterrorismo <strong>intuì al volo l’isolamento del suo ospite</strong>.</p><p>Il generale gli spiegò come stava cambiando la<strong> geografia del potere mafioso</strong>, chiamando per la prima volta in causa i cavalieri del lavoro di Catania. Gli disse (nel 1982 …) che la mafia non poteva essere combattuta solo nel “pascolo palermitano” e che gli interessava combattere l’“accumulazione primitiva” mafiosa, le vie del riciclaggio, “le lire rubate, estorte che architetti e grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti à la page”. Poi gli consegnò <strong>due messagg</strong>i. Il primo: occorreva assicurare ai cittadini i diritti confiscati loro dalla mafia, così da portarli dalla parte dello Stato. Il secondo: aveva capito la “nuova regola del gioco”. Si viene uccisi quando si diventa pericolosi e si è soli. È questa la combinazione mortale, spiegò.</p><p>In famiglia disse: “credo che sarà un’<strong>intervista storica</strong>”. Lo fu davvero. Bocca ascoltò con rispetto e interesse. Si punzecchiarono più volte sul garantismo, come due coetanei celebri che scoprissero in quel momento di potere essere amici. L’intervista uscì il <strong>10 agosto</strong>, 23 giorni prima che tutto finisse in un inferno di fuoco. Bocca vi definiva il suo interlocutore un “singolare personaggio scaltro e ingenuo, maestro di diplomazie italiane ma con squarci di candori risorgimentali. Difficile da capire”. Invece lo capì benissimo.</p><p>Dopo la <strong>strage del 3 settembre</strong> sentì il dovere di non dimenticare quel che aveva visto e sentito; di difendere la memoria del generale che lui aveva saputo capire in poche ore, oltre ogni pregiudizio. Paradossalmente ne diventò amico dopo la morte, rimettendo idealmente insieme le molte cose che avevano in comune: la data e la terra di nascita, il Piemonte risorgimentale, la Resistenza, l’ostilità verso il potere mafioso. <strong>Non perse mai occasione per citarlo</strong>. Per risarcire il coetaneo potente e abbandonato che un giorno sempre più lontano gli aveva chiesto aiuto.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 27 Dicembre 2011</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/27/lultima-intervista-prima-della-fine-di-mio-padre/180071/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Grande Nonna Quercia, una favola per l&#8217;ambiente</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/18/grande-nonna-quercia-una-favola-per-lambiente/178394/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/18/grande-nonna-quercia-una-favola-per-lambiente/178394/#comments</comments> <pubDate>Sun, 18 Dec 2011 07:47:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Nando dalla Chiesa</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Ambiente]]></category> <category><![CDATA[Grande Nonna Quercia]]></category> <category><![CDATA[Nando Dalla Chiesa]]></category> <category><![CDATA[po]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/18/grande-nonna-quercia-una-favola-per-salvare-lambiente/178394/</guid> <description><![CDATA[Ma quale ampolla. È una quercia, una grande quercia oggi il simbolo del Po che si ribella, che chiede rispetto per le tradizioni e la storia delle terre padane. Un immenso albero secolare che sorge a pochi chilometri da Cremona, vicino a Castelvetro piacentino. Destinato a essere cancellato o violentato dall’ennesima bretella autostradale inventata dalla...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ma quale ampolla. È una <strong>quercia</strong>, una grande quercia oggi il simbolo del Po che si ribella, che chiede rispetto per le tradizioni e la storia delle terre padane. Un immenso albero secolare che sorge a pochi chilometri da Cremona, vicino a Castelvetro piacentino. Destinato a essere cancellato o violentato dall’ennesima <strong>bretella autostradale</strong> inventata dalla inesausta fantasia dei costruttori.</p><p>Dodici chilometri per congiungere Porto Canale Cremona con Castelvetro. E per travolgere d’un colpo<strong> tre aree protette</strong> dall’Unione europea; tra cui, grazie a un bel ponte, l’Isola del deserto, tempio fluviale di magico silenzio tra boschi e spiagge in cui vanno a nidificare rare specie rare di uccelli, dall’airone rosso al picchio verde.</p><p>Un progetto nato negli anni Novanta per disintasare il traffico pesante del porto di Cremona sulla A 21. E giunto alla sua terza versione nel 2010. Costo <strong>216 milioni</strong>. Soldi di tutti, visto che <em>“la società che dovrebbe realizzarlo è la Centro-padane, e che i suoi azionisti sono praticamente gli enti pubblici di Piacenza, Brescia e Cremona”</em>. Altro che tagli.</p><p>Chi parla è un pubblicista bresciano, <strong>Simone Mazzata</strong>. Proprio quando il progetto macinava autorizzazioni ministeriali, è arrivato lui, il guastafeste. Cercava casa in campagna, con un’idea su tutte: realizzarci una scuola per bambini fondata sul pensiero ecologico. La cascina che gli avevano fatto vedere vicino Castelvetro ne aveva i numeri. Spazi e pertinenze, tra cui una ex stalla, per farci delle belle aule. Ma a convincerlo era stata proprio la vicinanza di quella quercia. Grandiosa, possente, quasi divina. Simone è giunto tre anni fa con la moglie Daniela, una ex insegnante esperta di handicap, e con la figlia. E ha subito raccolto intorno al loro nucleo un folto gruppo di ambientalisti.</p><p>La storia della pianta che deve sparire o finire sotto i gas dei tir è diventata presto una <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.salviamononnaquercia.com/" target="_blank">favola</a></span></strong>. <em>“Io so chi l’ha scritta quella favola”</em>, ammicca, <em>“ma non lo dirò mai. Noi raccontiamo che è stata la quercia stessa, la Grande Nonna Quercia. Per chiederci aiuto”</em>. Una favola dolce, datata 23 gennaio 2010. Che circola in versione patinata, impreziosita da foto e da splendidi disegni infantili. Ma gira anche in versione internet. La Nonna vi parla dell’uomo buono che l’ha fatta nascere, delle stelle, del silenzio, della solitudine e della morte.</p><p>Viaggia, la favola. È giunta anche a Walter, <em>“un ragazzo siciliano che nessuno di noi conosceva”</em>, che ha aperto un <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.facebook.com/group.php?gid=277847053188" target="_blank">gruppo su facebook</a></span></strong> che ora conta undicimila contatti. <em>“Ma lo sa che vengono scolaresche anche da Milano o da Brescia a vederla? Sta diventando un simbolo per chi vuole fermare questa follia devastatrice, per chi sa farsi incantare dalla bellezza superiore della natura”</em>.</p><p>Ma non è che di questa bretella c’è bisogno sul serio? viene da chiedersi per scrupolo. Altrimenti perché degli enti pubblici sosterrebbero con tanta determinazione un progetto che violenta le bellezze delle loro terre?<em> “Dicono che è l’Anas a volerlo, come prezzo per rinnovare la concessione della Brescia-Piacenza alla Centropadane. Intanto però gli industriali di Cremona non l’hanno inserita tra le cose necessarie in vista dell’Expo. E fior di studiosi dicono che si potrebbero comunque trovare soluzioni molto più leggere. I flussi di traffico attuali <strong>non giustificano</strong> l’impellenza. E infatti non ce ne vengono date stime aggiornate. Pare siano un terzo di quelle indicate.</p><p>E poi è possibile che le tre versioni del progetto che si sono succedute costino sempre la stessa cifra? Che si calpestino così gli indirizzi dell’Unione europea in materia di ambiente? Che non si facciano incontri con le comunità interessate? Per questo con un nostro gruppo di esperti abbiamo steso un dossier e fatto <strong>ricorso al Tar e poi all’Unione</strong>. C’è qualcosa di poco convincente. Diversi amministratori ce l’hanno confessato: è una porcata ma bisogna farla perché abbiamo le mani legate.</p><p>Poi parliamoci chiaro. Questi sono lavori che chiederanno estrazione di materiale, ci sono di mezzo le cave, e le cave sono appena state il cuore di uno<strong> scandalo regionale sulla gestione dei rifiuti</strong>. E gli interessi che premono sul movimento terra e sui rifiuti lei li conosce meglio di me”. </em></p><p>Simone e il gruppo di ambientalisti raccolti attorno alla sua idea di una scuola del pensiero ecologico non si daranno vinti.<em> “Mica siamo di quelli che che ormai non c’è più niente da fare, sapesse quanti ne ho incontrati quando sono arrivato”</em>.</p><p>Intorno alla Grande Quercia si riunisce il popolo delle favole. Sembrano pellerossa che difendono le loro riserve dalle ferrovie dei visi pallidi. Solo che stavolta il progresso sta dalla loro parte. All’ombra della Nonna tengono riunioni e assemblee. Anche <strong>concerti</strong>. Musica classica e gospel. I Modena City Ramblers e Omar Pedrini. Perfino gli Intillimani, ma sì,<em> “ed eravamo millecinquecento, e pensi: stavamo tutti sotto la chioma della Quercia”</em>.</p><p>Chissà come finirà questa partita. Certo sta facendo fiorire una nuova favolistica. Ha scritto Federica, 11 anni: <em>“Allora Giulietta tornò dal suo amico albero, prese un bel po ’ di polvere magica e la buttò negli occhi del ‘ signore dei supermercati ’ che non vedendo più niente non poté tagliare l’albero e se ne andò via adirato. Giulietta fece i salti di gioia e decise di sposare quel mago che tanto amava. Così si sposarono sotto l’albero. E vissero per sempre felici e contenti”</em>. Ammettiamolo: ma chi avrebbe mai detto che si potessero combattere i costruttori e i signori dei subappalti <strong>a colpi di favole</strong>?</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 19 dicembre 2011 </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/18/grande-nonna-quercia-una-favola-per-lambiente/178394/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Lotta per l&#8217;ambiente nella Milano delle poltrone</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/13/la-lotta-per-lambiente-nella-milano-delle-poltrone/176793/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/13/la-lotta-per-lambiente-nella-milano-delle-poltrone/176793/#comments</comments> <pubDate>Tue, 13 Dec 2011 07:57:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Nando dalla Chiesa</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Ambiente]]></category> <category><![CDATA[Mariolina De Luca]]></category> <category><![CDATA[milano]]></category> <category><![CDATA[Nando Dalla Chiesa]]></category> <category><![CDATA[verdi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/11/mariolina-e-la-lotta-per-lambiente-nella-milano-delle-poltrone/176793/</guid> <description><![CDATA[“Ma insomma che cosa vuoi? Dillo che cosa vuoi”. Il tono è esasperato, di dispetto. Solo che il destinatario non è un bimbo in pianto davanti a una vetrina natalizia, ma una consigliera di zona milanese che porta avanti cocciutamente le sue battaglie ambientaliste. Convinta che abbiano dieci volte più cittadinanza nella Milano di Pisapia,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>“Ma insomma che cosa vuoi? Dillo che cosa vuoi”</em>. Il tono è esasperato, di dispetto. Solo che il destinatario non è un bimbo in pianto davanti a una vetrina natalizia, ma una consigliera di zona milanese che porta avanti cocciutamente le sue battaglie ambientaliste. Convinta che abbiano dieci volte più cittadinanza nella <strong>Milano </strong>di Pisapia, dove i mezzi pubblici rispettano finalmente gli orari e sulla circonvallazione interna sono arrivate le piste ciclabili.</p><p>Lei si chiama <strong>Mariolina De Luca</strong>, è laureata in legge, porta i suoi più che cinquanta con piglio sbarazzino e fa politica nella <strong>zona 3</strong>, l’enorme spicchio di città che da corso Buenos Aires porta fino a Lambrate e all’Ortica. Una brulicante fetta urbana con tradizionali problemi di sicurezza ma anche e sempre più di ambiente. Congestione del traffico, quartieri interi in rifacimento, pendolarismo e parcheggi. Tanti parcheggi. Sotterranei, mastodontici. A Milano non ci sono andati per il sottile, pure alla Darsena dei Navigli e a Sant’Ambrogio se li sono inventati. Molti restano aperti anni dopo lo sventramento, quasi a indicare la ferita a chi voglia pensare ad altro.</p><p>Mariolina De Luca è una consigliera storica della zona 3. Questo è il terzo mandato. Il suo esercito elettorale è composto in gran parte da una combattiva mamma siciliana che recapita ovunque i suoi volantini tessendo le lodi della figlia al vicinato. Chi scrive conosce bene la figlia da quasi vent’anni e può garantire che <strong>verdi </strong>come lei in Italia ne bazzicano pochi. Romanticamente attaccata a quel sole che ride che tanti “verdi” hanno offeso e sbrindellato. <em>“Vale non per quel che prende alle elezioni ma per quel che simboleggia”</em>, ripete.</p><p>Politicamente una kamikaze, insomma. Ma utilissima a una città che voglia difendersi dall’edilizia abusiva, dalla scomparsa di piante e giardini, trent’anni in ginocchio davanti ai costruttori, i nuovi principi, altro che industria moda design finanza e professioni.</p><p>Mariolina di<strong> buone battaglie</strong> ne ha combattute tante. Basti ricordare quella contro l’imperialismo urbanistico della celebre clinica Santa Rita. O il presidio per difendere un parco giochi con le sue piante secolari in via Bazzini. <em>“Tre giorni poi caricò la polizia. E la Moratti fece pure sapere di aver pianto vedendo la foto di una delle piante più belle di Milano rasa al suolo”</em>. O la lotta contro il parcheggio sotterraneo aperto in via Ampére dal 2003, danni per milioni di euro alle case intorno. E piazza Novelli. E piazzale Lavater.</p><p>Cordiale e disponibile con i cittadini, ma cipigliosa se c’è da difendere l’interesse pubblico. Allora sono mappe, cartine, documenti e delibere, sopralluoghi e ricognizioni. E poi denunce, interrogazioni, presìdi e volantinaggi. Tempo fa, mentre impazzava (come oggi) l’antipolitica, era venuta al sottoscritto l’idea di prendere Mariolina come esempio. Vedete che <strong>la politica non fa poi sempre così schifo</strong>? Vedete che ci sono persone che senza aspettarsi nulla difendono l’interesse collettivo? Non paghereste voi, come contribuenti, qualcuno che vi difenda nei vostri interessi primari? E sapete quante persone così ci sono in Italia? Ricredetevi sulla politica.</p><p>Santa ingenuità. Perché nel frattempo la ignara politica ha fatto il suo show in sincerità. È accaduto il miracolo di San Giuliano: in tutte le zone di Milano (come non succede neanche nelle città rosse) ha vinto il centrosinistra. E per gli incarichi San Giuliano ha raccomandato tre regole: competenza, continuità, genere. Con la consigliera verde alla testa delle battaglie ambientaliste della zona est di Milano sono state capovolte tutte e tre. Ma quale <strong>commissione Ambiente</strong>? In altre zone, semmai. Nel gioco delle poltrone era forse scontato che la presidenza di quella commissione non fosse assegnata per meriti sul campo ma per forza di partito (Pd) a una persona che mai (ma non è una colpa) si era occupata di ambiente. Guai d’altronde a invocare i meriti sul campo, si rischia l’accusa ingenerosa: pensi di essere l’unica, Mariolina? E non sei un po ’ monotematica?</p><p>Ma anche la politica ha un pudore. Così, fatte le commissioni, si sono inventati un <strong>“gruppo”</strong>, o un ufficio di cui darle il coordinamento. Senza poteri. Perché la consigliera sta continuando a dar prova di tignosità. <em>“Quei parcheggi di via Bernini e di largo Rio de Janeiro sono stati costruiti presentando progetti differenti al Comune e ai vigili del fuoco. Se ne sta occupando la magistratura, qualcuno ha già patteggiato. Capito? I cittadini della zona subiscono disagi da due o tre anni grazie a un falso. Chi li ripagherà? Non dovrebbe essere tutto bloccato? Non abbiamo vinto anche in nome dell’ambiente e della trasparenza amministrativa?”</em>.</p><p>Il muro di gomma è cresciuto subito. Ci sono di mezzo le coop. Poi ci fanno pagare i danni. Ma hanno ingannato loro, che danni ci possono fare pagare? Ti dico i danni, sono spese immense. E poi ormai lo hanno fatto. Ma è illegale, così certifichiamo che chi inganna il Comune passa dalla parte della ragione. Difficile discutere con i bambini che chiedono perché. Fino alla domanda indispettita: <em>“Ma insomma, che cosa vuoi? Si può sapere che cosa hai in mente? Diccelo, una volta per tutte!”</em>. In controluce una autentica filosofia di vita. Gli <strong>ideali politici e civili </strong>come strada per ottenere qualcosa. La coerenza e la combattività come armi di carriera. Scherzi del destino. Un’ambientalista inflessibile trattata dai compagni politici come Franco Evangelisti, il famoso braccio destro di Andreotti, era trattato dai costruttori romani: <em>“A Fra’, che te serve?”</em>.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 13 dicembre 2011 </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/13/la-lotta-per-lambiente-nella-milano-delle-poltrone/176793/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Dai boss agli studenti anfi-mafia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/06/dai-boss-agli-studenti-anfi-mafia/168789/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/06/dai-boss-agli-studenti-anfi-mafia/168789/#comments</comments> <pubDate>Sun, 06 Nov 2011 15:42:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Nando dalla Chiesa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Antimafia]]></category> <category><![CDATA[beni confiscati]]></category> <category><![CDATA[don Luigi Ciotti]]></category> <category><![CDATA[libera]]></category> <category><![CDATA[mafia]]></category> <category><![CDATA[milano]]></category> <category><![CDATA[pierfrancesco majorino]]></category> <category><![CDATA[pio la torre]]></category> <category><![CDATA[studenti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/06/dai-boss-agli-studenti-anfi-mafia/168789/</guid> <description><![CDATA[Una festa di popolo. Pacifica, in nome della legalità. Come l’occupazione dei feudi, quando la legge invocata era quella per l’assegnazione delle terre incolte. Anche se qui il popolo ha un’età media bassa e spensierata, e la legge è già arrivata. Anche se invece del classico sole siciliano c’è una pioggia inclemente, come sempre accade...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Una festa di popolo. Pacifica, in nome della <strong>legalità</strong>. Come l’occupazione dei feudi, quando la legge invocata era quella per l’assegnazione delle terre incolte. Anche se qui il popolo ha un’età media bassa e spensierata, e la legge è già arrivata. Anche se invece del classico sole siciliano c’è una pioggia inclemente, come sempre accade quando si festeggia la “prima volta”.</p><p>Ma è sempre un rapporto fisico gioioso. La domanda di giustizia sotto le forme di un collettivo umano in movimento, un terreno o un immobile che cambiano padrone. Per legge. <strong>Milano</strong>, 5 novembre 2011. Una data storica. La capitale morale dove “la mafia non esiste” apre alle scolaresche e ai cittadini i <strong>beni confiscati alle cosche mafiose </strong>e destinati a finalità sociali.</p><p>Il capoluogo e poi Corsico, Paderno Dugnano, Garbagnate, Sesto San Giovanni. Diciassette immobili in tutto. E dentro ombrelli, impermeabili e gruppi di ragazzi e ragazzini tra i dodici e i diciotto anni. Arrivano dai licei “Maxwell” e “Vittorini” o dal “Lagrange” di Milano ma anche dall’Itis e dal “Montale di Cinisello”, trenta scuole in tutto, <strong>più di seicento studenti</strong>. Insegnanti che da anni lavorano con passione sulla legalità guidano i propri allievi per renderli consapevoli della eccezionalità della visita.</p><p>Il loro sembra un ripasso ad alta voce: la Lombardia è la quinta regione d’Italia per immobili confiscati e addirittura la terza per le aziende. I comuni interessati sono quasi cent’ottanta … Mica male per una<strong> mafia “inesistente”</strong>. Poche volte la retorica istituzionale ha osato sfidare tanto la realtà. Ora è tutto aperto, squadernato. Le associazioni o le persone che hanno i beni in gestione sono state pazientemente sensibilizzate da <strong>Libera</strong>, che ha ispirato questa giornata speciale, perché diano giusta accoglienza anche al visitatore più sprovveduto.</p><p>All&#8217;<strong>Opera San Francesco </strong>in via Oxilia lo fa perfino una famiglia bisognosa, assegnataria di un appartamento. Marito e moglie si mettono a disposizione dei giovanissimi ospiti mentre si aggiungono altre famiglie dalle case di ringhiera intorno e ascoltano il racconto: chi c’era prima, il sequestro deciso dal giudice, il nuovo uso. Non ne sapevano nulla, i vicini, vogliono altri particolari: la legge e come funziona, ma caspita, che idea giusta.</p><p>I più piccoli sono colpiti dalla vicinanza dei “posti di mafia” alle loro scuole. Lo dice un ragazzino a Sesto: <em>“Non avevo capito che la mafia fosse così vicino a noi”</em>. Spesso le scuole sono state scelte esattamente con questo criterio: <strong>aprire gli occhi </strong>sul proprio quartiere. Un sedicenne in via Jean Jaurès all’associazione Arché, confessa la sua scoperta: <em>“Allora se compriamo l’orologio e i cd taroccati risparmiamo qualcosa ma lo paghiamo di più dopo arricchendo la mafia”</em>.</p><p>Ovunque corre la domanda su che cosa si può fare oltre a informarsi, ma anche la constatazione che insieme (l’avverbio torna e ritorna) la mafia la si può sconfiggere. Stavolta il Comune non guarda altrove. <strong>Pierfrancesco Majorino</strong>, l’assessore al welfare che appena nominato si è trovato il progetto già in pista grazie ad alcuni comuni dell’hinterland, non ci ha messo dieci minuti a sposarlo.</p><p>Si gusta gli ospiti che entrano nella sede dell’associazione “Sonora”, musica e cultura giovanile, dopo che venerdì ha visitato l’immobile in cui ha preso sede “l’altro sport”, associazione per l’integrazione, una squadra di calcio multietnica e corsi di italiano. <em>“È solo la prima volta”</em>, promette. <em>“Ma il progetto è di rendere periodici questi appuntamenti, di trasformare i beni confiscati in luoghi aperti. Di tenerli sotto i riflettori. Anzi, per assegnarli dovrà essere fissata come condizione che chi ci entra sia sempre pronto a ricevere e a spiegare. I cittadini devono avere chiara la natura di quel che viene messo loro a disposizione. Sconfitta della mafia uguale <strong>benessere collettivo</strong>, pensi un po’… Metteremo fuori manifesti, segni, targhe, per dirlo. Non può più succedere quel che accadde a Corsico, quando i condomini votarono contro l’apposizione di una targa dedicata a Silvia Ruotolo sull’esterno del palazzo che ospitava i locali confiscati”</em>. E proprio a Corsico ieri si è chiuso tutto in allegria con una degustazione di massa dei prodotti di LiberaTerra.</p><p>Sono 17 i beni aperti ieri ai cittadini. Con le destinazioni più svariate: cultura, assistenza agli anziani, sport, promozione sociale, cooperative di lavoro. È felice Nicolas, il giovane mingherlino di ferro che ha curato per mesi questo giorno di festa. Felici Ilaria e Lorenzo, passati da un posto all’altro in frenesia, e Giuseppe e Jole e Susanna e i tanti cittadini impegnati a rovesciare l’indifferenza delle istituzioni in questianni. Felice a distanza <strong>don Luigi Ciotti</strong>, che nel ‘ 95 guidò la raccolta di più di un milione di firme perché una legge consentisse l’uso sociale dei beni dei clan. Ma i protagonisti veri sono stati loro, i ragazzini e gli adolescenti della Milano che cambia, che hanno capito d’incanto che i mafiosi non sono imbattibili.</p><p>Chissà se qualcuno ha raccontato loro con amore la storia di <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pio_La_Torre" target="_blank">Pio</a></span></strong>, quell’amico dei contadini siciliani che arrivò in Parlamento ed ebbe l’idea di fare una legge per il sequestro e la confisca dei patrimoni mafiosi. E che per questo finì la sua vita in quella posa sgraziata, un piede fuori dal finestrino della sua auto, in un mattino di aprile. Lui e il suo amico fidato che lo proteggeva. Chissà se qualcuno ha ricordato che tutto questo lo si deve a lui. Nessuno lo ha visto ieri, alla festa. Eppure c’era.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 6 novembre 2011 </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/06/dai-boss-agli-studenti-anfi-mafia/168789/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>4</slash:comments> </item> <item><title>Antonio Turri, l&#8217;ispettore anti-mazzette</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/31/lispettore-anti-mazzette/167358/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/31/lispettore-anti-mazzette/167358/#comments</comments> <pubDate>Mon, 31 Oct 2011 08:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Nando dalla Chiesa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Antonio Turri]]></category> <category><![CDATA[beni confiscati]]></category> <category><![CDATA[Carmine Schiavone]]></category> <category><![CDATA[Latina]]></category> <category><![CDATA[lazio]]></category> <category><![CDATA[libera]]></category> <category><![CDATA[mafia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/30/lispettore-anti-mazzette/167358/</guid> <description><![CDATA[Sempre in servizio, come i veri poliziotti. Anche se è in pensione. Antonio Turri ha lasciato l’anno scorso il suo incarico di sostituto commissario alla questura di Latina. Ma non ha mollato l’osso. Così se oggi l’offensiva dei clan sul basso Lazio sta trovando una risposta lo si deve anche a lui, che i suoi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Sempre in servizio, come i veri poliziotti. Anche se è in pensione. <strong>Antonio Turri</strong> ha lasciato l’anno scorso il suo incarico di sostituto commissario alla questura di Latina. Ma non ha mollato l’osso. Così se oggi l’offensiva dei clan sul basso Lazio sta trovando una risposta lo si deve anche a lui, che i suoi ventinove anni di servizio li ha trascorsi tutti tra Roma e Latina e quindi la zona la conosce bene.</p><p>Un padre poliziotto e palermitano, fra l’altro; dunque figlio d’arte che la <strong>mafia </strong>ha iniziato a capirla sin da bambino. Provate a immaginare un pezzo d’Italia che nel giro di trent’anni diventa un autentico bengodi per i clan di mafia, camorra e ‘ ndrangheta. Dove ci sono coste indifese e mete del turismo d’élite. Dove o c’è troppo movimento perché si possa controllare a vista il territorio o ce n’è troppo poco perché chi controlla non sia costretto a esporsi personalmente. Dove c’è uno dei più grandi mercati ortofrutticoli d’Europa, quello di Fondi.</p><p>Dove sono arrivati i boss al soggiorno obbligato a far da ambasciatori e a preparar la pappa per tutti. Dove si arriva in un’ora o due dalle terre di camorra. E dove un bel gruzzolo di amministratori gozzovigliano corrotti. E dove vi trovate un cocktail di storia criminale da tremare: <strong>Franck Coppola</strong> a Pomezia, <strong>Bardellino </strong>a Formia, gli <strong>Alvaro </strong>ad Aprilia, i <strong>Mallardo </strong>a Terracina. E un prete, <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Boschin" target="_blank">don Cesare Boschin</a></span></strong>, ucciso e incaprettato per essersi battuto contro le discariche abusive.</p><p>E avrete davanti a voi un quadro impressionante di affari e impunità. Dove il consiglio comunale di Nettuno viene sciolto ma di quello di Fondi non se ne parla nemmeno, neppure se lo chiede il ministro dell’Interno. E poi ci mettete questo <strong>poliziotto in pensione</strong>, niente fisico da Rambo ma solido, saggio, coraggioso con le decine di giovani e meno giovani che imparano da lui e ormai fanno catena civile in proprio.</p><p>Quand’era in servizio all’anti-crimine un po ’ di sorci verdi ai <strong>clan </strong>glieli ha fatti vedere.<em> “Arrivai alla fine degli anni Ottanta, primi anni Novanta. E già allora fiutai il pericolo che rappresentavano, che con i soldi contaminassero questa parte del Lazio, con l’aiuto logistico di quelli spediti qui con le misure di prevenzione. </em></p><p><em>Fra l’altro le amministrazioni locali spesso non erano delle dighe morali. Io stesso, dedicandomi ai reati contro la pubblica amministrazione, arrestai diversi politici locali negli anni ’94- ’95. Mi soprannominarono <strong>l’ispettore anti-mazzette</strong>. No, non arrestai consiglieri comunali, ma il presidente della provincia di Latina e alcuni sindaci. </em></p><p><em>Poi quando <strong>Carmine Schiavone</strong>, primo pentito dei casalesi, mise a verbale quel che sapeva mi preoccupai ancor di più. Raccontò degli appalti sulle autostrade, dell’arrivo delle ‘ ndrine dei Tripodo, dei traffici di cocaina, dei rifiuti tossici, delle alleanze con imprenditori del posto. Ci disse, pensi le cifre, che lui pagava trenta ‘soldati di mafia’ dal Garigliano a Sabaudia e altrettanti da Sabaudia a Roma. Furono bravi il <strong>prefetto Frattasi</strong> e anche il comandante dei carabinieri di Latina, ma questi sono protetti. E pretendono il pieno controllo su tutta l’area.</em></p><p><em> </em></p><p>A me nel ’ 95 misero una bomba davanti casa; mi fecero saltare di notte l’inferriata del villino. Adesso lavoro con <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1" target="_blank">Libera</a></strong></span>. In realtà l’ho fatto per tanti anni anche quando ero in servizio. Noi poliziotti dell’antimafia ci trovavamo, ci scambiavamo idee ed esperienze incontrandoci. Sa, le indagini, le scorte, lo stesso sindacato, io ero del Siulp e poi ero passato al Silp Cgil, scrivevo sul giornale sindacale.</p><p><em>Poi conobbi <strong>Saveria Antiochia</strong>, la mamma di Roberto, il nostro collega ucciso a Palermo nell’ 85 mentre faceva la scorta al commissario Cassarà. Una donna stupenda. Con lei ci battemmo tutta Roma per raccogliere le firme di sostegno alla legge approvata nel ’96, quella per la destinazione sociale dei beni confiscati alle mafie. </em></p><p><em>Ora, vede un po ’ il destino, sono io l’assegnatario di una tenuta confiscata per abusivismo edilizio. È a Borgo Sabatino, Latina, ai bordi del canale Mussolini e al confine con la centrale nucleare. Un villaggio turistico tutto abusivo, pensi per loro che smacco. Ci abbiamo fatto un <strong>campo della legalità </strong>dedicato a una vittima catanese della mafia, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Serafino_Fam%C3%A0" target="_blank">Serafino Famà</a></span>.” </em></p><p>La saggezza e il coraggio del poliziotto di razza sono stati messi nuovamente alla prova. <em>“La settimana scorsa ce l’hanno <strong>vandalizzato </strong>tutto. E non è stata la prima volta. È un continuo. Pali divelti, acqua avvelenata. Ma non siamo soli. Ci siamo impegnati nel villaggio con una trentina di associazioni, quelle classiche nazionali come Legambiente, Agesci o Arci, e altre locali. <strong>Don Ciotti</strong> è venuto un sacco di volte a sostenerci. E lo sa che solo da aprile scorso, quando lo abbiamo preso in gestione, sono venuti qui migliaia di giovani, anche da Verona? Facciamo musica, corse campestri, rifacciamo un’idea di società, con Luigi, Maria Sole, Lello e molti altri. Mio figlio stesso lavora con Libera, coordina i beni confiscati nel centro Italia. </em><br /> <em><br /> Vede, per capire il valore di quello che stiamo facendo bisogna solo ricordare la loro <strong>impunità</strong>. E soprattutto immaginare che cosa hanno sepolto sotto queste terre, dove vengono segnalate masse ferrose a profondità variabili e hanno trovato sacchi e sacchi di monete da 500 lire. Bisogna pensare che quanto a beni confiscati, dopo Roma, nel Lazio, c’è <strong>Latina</strong>. Certo, lo credo che stanno un po ’ inc&#8230;. Diciamo che un po ’ di confusione la stiamo facendo”.</em></p><p><em> </em></p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 30 ottobre 2011 </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/31/lispettore-anti-mazzette/167358/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>9</slash:comments> </item> <item><title>La vendetta dell&#8217;etica</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/27/la-vendetta-delletica/166619/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/27/la-vendetta-delletica/166619/#comments</comments> <pubDate>Thu, 27 Oct 2011 16:18:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Nando dalla Chiesa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[corruzione]]></category> <category><![CDATA[Etica]]></category> <category><![CDATA[evasione fiscale]]></category> <category><![CDATA[illegalità]]></category> <category><![CDATA[seconda repubblica]]></category> <category><![CDATA[tangentopoli]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/27/la-vendetta-delletica/166619/</guid> <description><![CDATA[Forse fatichiamo a capirlo. Ma quel che sta accadendo è una grandiosa vendetta dell’etica sui suoi nemici. È la sua rivincita su chi l’aveva dileggiata in nome delle superiori ragioni dell’economia, della politica, del potere. Cacciata con superbia, ci ricade addosso travolgendoci. Il baratro economico è l’effetto di un collasso della fiducia. Ma la fiducia...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Forse fatichiamo a capirlo. Ma quel che sta accadendo è una grandiosa <strong>vendetta dell’etica</strong> sui suoi nemici. È la sua rivincita su chi l’aveva dileggiata in nome delle superiori ragioni dell’economia, della politica, del potere. Cacciata con superbia, ci ricade addosso travolgendoci. Il baratro economico è l’effetto di un collasso della fiducia. Ma la fiducia è una misura sintetica ed efficacissima di uno stato di salute e di una reputazione che, nel caso italiano, fanno drasticamente i conti con i fondamenti dell’etica pubblica. Basta dare storia e radici all’indebitamento contro il quale annaspiamo ormai impotenti. Non è forse, da sempre e ovunque, una primaria questione di etica pubblica l’atteggiamento dei cittadini verso il dovere di pagare le tasse?</p><p>E non È nel nostro caso <strong>l’evasione fiscale </strong>un indicatore diretto, solare, della cultura civica praticata, vezzeggiata, giustificata anche dall’alto in nome di un consenso drogato e anarcoide? Altrettanto è una fondamentale questione etico-istituzionale quella del senso di responsabilità e del rigore con cui si amministrano i soldi pubblici. Valori irrisi. Eppure paghiamo oggi esattamente il saccheggio degli anni di <strong>Tangentopoli</strong>. I cui protagonisti, con le loro ruberie, fecero schizzare verso vette mai raggiunte (e a quanto pare irreversibili) i livelli del debito. Oggi, trent’anni dopo, quelle scelte sciagurate che ai protagonisti consentirono vite principesche ricadono su chi allora non era ancora nato. Sappiano i nostri figli chi ringraziare, con buona pace dei nostalgici della Prima Repubblica.</p><p>Ma ha molto a che fare con l’etica anche la dissipazione delle ricchezze realizzata dalla Seconda Repubblica. Si pensi solo alla somma mostruosa (più di 60 miliardi) sottratta ogni anno alla collettività dalla <strong>corruzione</strong>, perseguita con leggi sempre più blande e anzi sdoganata con diffusi meccanismi di deresponsabilizzazione, come la trasformazione in una galassia di soggetti “di diritto privato” del sistema dell’economia pubblica. Le grandezze economiche che ci inchiodano e ci rendono inquieti sul nostro futuro sono insomma figlie legittime di un preciso sistema di regole morali. Di un modo di intendere compiti, ruoli e doveri quando si operi nelle e al servizio delle istituzioni. Di una specifica qualità della solidarietà sociale. Di un senso dello Stato infermo. E anche della distruzione del circolo virtuoso delle democrazie, quello che stringe insieme consenso, potere e responsabilità.</p><p>Figlie della convivenza di un potere senza responsabilità (il capo del governo), di un potere senza consenso (i Lavitola ministri degli esteri o i Bisignani vicepresidenti del Consiglio), di un consenso senza potere (gli organi elettivi, al di là delle leggi elettorali). Abbiamo anche scoperto che<strong> l’etica privata</strong> ha un’autonomia del tutto relativa. Che i comportamenti privati di chi ha funzioni istituzionali tracimano a un certo punto, e necessariamente, nella sfera dei comportamenti degni di pubblico giudizio (altro che buco della serratura…). E concorrono a generare o distruggere fiducia. O pensiamo forse che i <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/23/crisi-sarkozy-italia-e-grecia-siano-responsabili/165910/" target="_blank">risolini imbarazzati di Sarkozy e della Merkel</a></span> non esprimano una “sfiducia” che in loro, come in tutta l’opinione pubblica internazionale, si è sedimentata anche in virtù di un giudizio (radicale) su conclamati comportamenti “privati”?</p><p>L’etica, purtroppo, restituisce i torti subiti con gli interessi, non risparmiando nemmeno la Costituzione. Quando il cancelliere tedesco telefona al presidente della Repubblica per avere ragguagli e certezze sulla manovra economica del governo, di fatto è stata cambiata la geografia costituzionale dei poteri, che ci piaccia o no. Insomma, la cenerentola dei congressi politici, l’ospite a stento tollerato nel Palazzo, sta trionfando. Avevano pensato di mandarlo in esilio, ma non ci sono riusciti. Perché l’etica si può umanamente trasgredire. Ma non la si può calpestare (Tangentopoli) e tanto meno rovesciare (Seconda Repubblica). Ci avevano detto che la legalità era bella ma impediva lo sviluppo. Ora impariamo che <strong>l’illegalità </strong>ci ha portato a un passo dall’abisso.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 27 ottobre 2011 </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/27/la-vendetta-delletica/166619/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>27</slash:comments> </item> <item><title>La cultura non piace ai “compagni”</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/24/la-cultura-non-piace-ai-%e2%80%9ccompagni%e2%80%9d/165784/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/24/la-cultura-non-piace-ai-%e2%80%9ccompagni%e2%80%9d/165784/#comments</comments> <pubDate>Mon, 24 Oct 2011 13:14:15 +0000</pubDate> <dc:creator>Nando dalla Chiesa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[cultura]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=165784</guid> <description><![CDATA[Nella bellezza surreale di questo autunno padano è in corso una storia surreale che riguarda, ma chi l’avrebbe detto, la sinistra incapace di farsi portar dal vento. Milano e la sua provincia, ancora una volta. Anzi, il Circolino di Cusano Milanino. E a dispetto delle desinenze non è una storia minima. Ma metafora che parla...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/20111023_373220.jpg?47e3a5"><img src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/20111023_373220.jpg?47e3a5" alt="" /></a><br /> Nella bellezza surreale di questo autunno padano è in corso una storia surreale che riguarda, ma chi l’avrebbe detto, la sinistra incapace di farsi portar dal vento. Milano e la sua provincia, ancora una volta. Anzi, il Circolino di Cusano Milanino. E a dispetto delle desinenze non è una storia minima. Ma metafora che parla a tutti. Cusano è hinterland popolare con una sfilza di buone amministrazioni di sinistra che nel 2009 ha virato a destra, sindaco leghista. Qui il Circolino (in realtà Centro sociale cooperativo) è da sempre luogo di incontro di tradizioni socialiste e solidaristiche. Nato nel 1903, ha visto darsi la staffetta generazioni di uomini e di donne impegnati a realizzare i principi del mutuo soccorso e della cooperazione. Nei consumi, nel tempo libero, nella cultura.</p><p>È stato un pilastro dell’antifascismo, a due passi dal grande vialone alberato dedicato a Giacomo Matteotti. Tanto che il primo a guidarlo nel dopoguerra fu il “comandante Nello”, valoroso partigiano locale. Tavolate e politica, ballo liscio e temi di frontiera dell’impegno civile. Andirivieni di chiome argentate con nostalgia della rossa primavera e di sciami di giovani con in testa l’idea generosa di svecchiare la politica e al tempo stesso di ridarle buoni principi antichi.</p><p>Finché è scoppiato il caso. Che inquieta i molti che hanno frequentato nel tempo il Circolino, apprezzandone la capacità di produrre ottima cultura su temi che, in genere, i partiti agitano solo in campagna elettorale. Che è successo? Che un “comitato di soci” numeroso e prestigioso chiede ai tredici membri del consiglio di amministrazione di dimettersi, pena la bocciatura del bilancio. Dimissioni già chieste inutilmente lo scorso anno.<br /> “Ci dicono che diamo troppo spazio alla cultura rispetto alla ricreazione”, commenta Anna Loveci, la presidente, una donna minuta e tenace, dipendente della Provincia. “Ci dicono che tradiamo lo spirito originario della Cooperativa. Ma che senso ha? Il salone grande è occupato solo per il 5-10 per cento del tempo dalle iniziative culturali. Tutto il resto del tempo è a disposizione per il liscio e per lo svago. E poi sa quale fu la prima iniziativa promossa nell’aprile del ‘53 dalla cooperativa ricostituita dopo la Liberazione? Una giornata del libro, altro che tradire lo spirito originario. È che qui c’è un po’ di berlusconismo strisciante. Noi abbiamo cercato di supplire alle tante mancanze proprio nella diffusione della cultura e dell’istruzione. Sostegno allo studio nel pomeriggio, in raccordo con le scuole. Iniziative con gli Istituti della Resistenza, con la Casa della Carità, con Legambiente, Libera, la fondazione Di Vittorio. E fior di ospiti. Da Valerio Onida a Susanna Camusso, da Moni Ovadia ad Armando Spataro. Scuola, diritti, pace, ambiente, legalità. Era il 2000 quando mi chiesero di dare una mano al circolo e io l’ho fatto. Con entusiasmo. Come gli altri. Le cito per tutti la mia vice Maria Teresa Spanò, un’insegnante trentenne, e Sabrina Zocco, giornalista precaria. Fra l’altro abbiamo introdotto la clausola del massimo di tre mandati, quindi scadrei tra due anni. Ma lo sa quanti giovani si sono iscritti all’Anpi proprio passando da noi, affrontando con noi certi argomenti?”</p><p>Forse avete trascurato la dimensione cooperativa… “Ma nient’affatto! Anzi, abbiamo ottenuto il riconoscimento come cooperativa sociale, che ci dà il diritto di partecipare ai bandi della Regione Lombardia, tanto che abbiamo realizzato lo spazio giovani con la legge 23”. E allora come se la spiega questa ingiunzione di sfratto? “Guardi, non c’è mai una discussione sul merito. Nessun incontro è stato contestato.  Io le dico solo una cosa, poi valuti lei se può essere una spiegazione di questa cosa assurda che sta accadendo. Gliela metto così: nessuno del consiglio di amministrazione ha una tessera di partito”. Ma certo… Ma certo che può essere una spiegazione, anche di questi tempi, in cui il vento va da un’altra parte. Intanto nella surreale bellezza di questo autunno milanese gira da pochi giorni un appello: sostenete il Circolino. Prima adesione, Silvia Calamandrei.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 23 ottobre 2011 </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/24/la-cultura-non-piace-ai-%e2%80%9ccompagni%e2%80%9d/165784/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>14</slash:comments> </item> <item><title>Giorgio e gli altri, i “Clandestini” di Modica</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/10/giorgio-e-gli-altri-i-%e2%80%9cclandestini%e2%80%9d-di-modica/163000/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/10/giorgio-e-gli-altri-i-%e2%80%9cclandestini%e2%80%9d-di-modica/163000/#comments</comments> <pubDate>Mon, 10 Oct 2011 12:18:09 +0000</pubDate> <dc:creator>Nando dalla Chiesa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[giornali]]></category> <category><![CDATA[giornalismo]]></category> <category><![CDATA[Giovani]]></category> <category><![CDATA[Il Clandestino]]></category> <category><![CDATA[informazione]]></category> <category><![CDATA[Modica]]></category> <category><![CDATA[sicilia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=163000</guid> <description><![CDATA[Se non li conoscete non si arrabbiano. In fondo lo sanno: stanno negli ultimi lembi dell’Italia e hanno pure un nome che sembra fatto apposta per nascondersi, Il Clandestino. Però se li conoscete è meglio, e vi tira pure su di morale. Perché questo gruppo di giovani e giovanissimi giornalisti, tutti di Modica, provincia di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/20111009_371321.jpg?47e3a5"><img title="La redazione del mensile Il Clandestino di Modica" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/20111009_371321.jpg?47e3a5" alt="La redazione del mensile Il Clandestino di Modica" width="3576" height="2106" /></a>Se non li conoscete non si arrabbiano. In fondo lo sanno: stanno negli ultimi lembi dell’Italia e hanno pure un nome che sembra fatto apposta per nascondersi, <strong><em><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilclandestino.info/2011/10/09/il-clandestino-un-mensile-per-raccontare-la-sicilia-che-nessuno-racconta/" target="_blank">Il Clandestino</a></span></em></strong>. Però se li conoscete è meglio, e vi tira pure su di morale. Perché questo gruppo di giovani e giovanissimi giornalisti, tutti di Modica, provincia di Ragusa, tiene in piedi da cinque anni un mensile frizzante e coraggioso, rinnovando una tradizione siciliana che resiste alla forza di Internet e alla proverbiale carestia di soldi. Già, mentre nessuno si azzarda più a far viaggiare per edicole periodici di carta e tutti puntano sulla comunicazione gratuita dei siti, questi del <em>Clandestino </em>vanno controcorrente e tirano quasi <strong>un migliaio di copie </strong>che a Modica vanno in edicola regolarmente. La carta, il giornale da sfogliare, se non lo tocchi non c’è, sembrano dire mentre spiegano che al sito, giunti ormai al quinto anno di vita, stanno provvedendo solo ora; che c’è un loro amico bravo in informatica che glielo sta mettendo a posto per rimediare all’imperdonabile lacuna.</p><p>Sono una decina in redazione. <em>“Ma sono quelli fissi. Perché poi ogni numero è firmato da almeno trenta persone, tutte giovani come noi”</em>, racconta <strong>Giorgio </strong>(<strong>Ruta </strong>è il cognome), una bella faccia da siciliano da battaglia, una breve barba bionda che farebbe sfracelli in un western all’italiana.</p><p><em>“Mi sono laureato a Siena in scienze politiche. E lo sa perché sono tornato qui a Modica? Perché mi mancavano la Sicilia e </em>Il Clandestino<em>. Senza mi sentivo un po’ inutile, e chissà mai se me ne pentirò. Mi piacerebbe fare il giornalista, certo, ma intanto faccio il cameriere in una pizzeria qua a Modica alta. È una <strong>passione</strong>, il mensile. Io sono stato tra quelli che lo hanno fondato. Lo facemmo nascere per caso, un po’ per scommessa, alla fine di una discussione. In un garage dove dei giovani si trovavano a suonare, per questo lo chiamammo</em> Il Clandestino<em>. Era il 2006 e lo vendevamo nelle nostre scuole, all’Archimede, al Galilei, al Verga. Poi lo registrammo nel 2008. I soldi? Ce li danno con la pubblicità la pizzeria dove lavoro io e qualche bar; in genere ci copriamo la metà dei costi. Ogni tanto si va in rosso e allora la differenza ce la mettiamo noi All’inizio eravamo un gruppo interamente maschile, poi un po’ alla volta sono venute anche le ragazze, e ora anzi sono quelle che lavorano di più. I nomi? Ciccio, Piero, Francesco, Stefania, Fatima, Rossana, Angelo, Marcello, Stefano, Enrica, Angela. E loro due”</em>.</p><p>Loro due sono <strong>Salvo Puma</strong>, ventitre anni e <strong>Giovanni Lonico</strong>, ventuno. Il primo fa service audio e suona pure la chitarra in un po’ di gruppi locali, il secondo studia ingegneria meccanica a Catania. Belle facce da battaglia anche le loro. <em>“Come è fatto il Clandestino? Ventiquattro pagine. Le prime cinque sono sempre dedicate all’inchiesta del mese. L’ultimo numero abbiamo lavorato sul nuovo centro commerciale di Modica, per sapere perché ne nascono tanti, in che acque navigano, chi c’è davvero dietro. Il prossimo invece sarà sul cimitero, visto che lo stanno privatizzando. Per le altre pagine non c’è un ordine fisso. Cultura, libri, cronaca, personaggi di Modica, dal vecchio gelataio al musicista, gli eventi della città. Questo mese ci sarà una novità: chiuderemo con due pagine di satira intitolate ‘Grisou’.”<br /> </em><br /> I moschettieri del Clandestino contano da tempo su un mentore d’eccezione, <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/ROrioles" target="_blank">Riccardo Orioles</a></span></strong>, nome dell’antica ed eroica redazione dei <em>Siciliani</em>. Se li coccola, trasmette loro gli insegnamenti di <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Fava" target="_blank">Giuseppe Fava</a></span></strong>, li propaganda in rete come i portabandiera dell’Italia che un giorno cambierà davvero. Loro ricambiano. E intanto organizzano da tre anni un festival del giornalismo che sta diventando un evento nel suo genere. Un appuntamento fisso dal 25 al 28 agosto.<em> “Lo facciamo nell’atrio del Comune”</em>, spiega Giorgio,<em> “ma usiamo anche altri palazzi per qualche workshop. A essere sinceri la prima edizione è andata così e così, poi ci abbiamo preso la mano e le cose sono andate molto meglio. Oltre Orioles hanno accolto l’invito molti giornalisti siciliani sensibili ai temi della lotta alla mafia, come Luciano Mirone e Antonio Roccuzzo, Attilio Bolzoni e Alfio Sciacca. E c’è stata una bellissima risposta da parte dei giovani”.<br /> </em><br /> I <strong>giovani</strong>. Sono loro i protagonisti. Per i bisogni concreti del mensile, però, grazie al cielo che ci sono gli anziani. Il direttore responsabile infatti glielo fa un sessantenne: un ferroviere anarchico di Ragusa, Pippo Gurrieri, tessera di pubblicista come direttore di <em>Sicilia libertaria</em>, <em>“uno di cui ci fidavamo, sapevamo che ci avrebbe lasciato autonomia totale”</em>. E quanto alla sede, la redazione viene ospitata quasi una volta a settimana dal circolo “Di Vittorio”.</p><p><em> “Lì discutiamo, lì prepariamo il giornale. I momenti difficili? Mah, i problemi maggiori finora li abbiamo avuti nei periodi in cui tutti hanno esami. Allora sì che è un’impresa riempire le ventiquattro pagine, però alla fine ce l’abbiamo sempre fatta. In ogni caso non pensi che abbiamo tutti in testa l’idea di diventare giornalisti. C’è chi vuole fare l’informatico, chi il musicista; quel che ci spinge è il bisogno di raccontare, di influire positivamente sulla nostra città. Se uno prende</em> <em>il </em>Giornale di Sicilia<em> o </em>La Sicilia <em>si accorge subito che gli articoli su queste zone sembrano quasi tutti comunicati stampa, che <strong>inchieste vere non ce ne sono</strong>. Ma una città va raccontata. Se no è come se non esistesse, o esistesse in un altro modo”</em>. Giusto, proprio come se fosse clandestina…</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 9 ottobre 2011</p><p>Nella foto, la redazione de Il Clandestino. Per ingrandire <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/20111009_371321.jpg?47e3a5" target="_blank">clicca qui</a></span> </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/10/giorgio-e-gli-altri-i-%e2%80%9cclandestini%e2%80%9d-di-modica/163000/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>5</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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