<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Marco Travaglio</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/mtravaglio/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description>News, inchieste e blog su politica, cronaca, giustizia, economia</description> <lastBuildDate>Wed, 19 Jun 2013 09:28:15 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Incompatibile a chi?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/13/incompatibile-a-chi/625433/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/13/incompatibile-a-chi/625433/#comments</comments> <pubDate>Thu, 13 Jun 2013 15:58:39 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Travaglio</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Antonio Ingroia]]></category> <category><![CDATA[Cassazione]]></category> <category><![CDATA[Csm]]></category> <category><![CDATA[Francesco Messineo]]></category> <category><![CDATA[Giustizia]]></category> <category><![CDATA[Intercettazioni]]></category> <category><![CDATA[Magistratura]]></category> <category><![CDATA[Nino di Matteo]]></category> <category><![CDATA[Palermo]]></category> <category><![CDATA[Trattativa Stato-Mafia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=625433</guid> <description><![CDATA[Proseguono le grandi manovre per rasserenare il clima intorno al processo sulla trattativa Stato-mafia. Il Pg della Cassazione ha avviato l’azione disciplinare contro l’ex pm che avviò l’indagine: Antonio Ingroia, reo di far politica senza lasciare la toga (come decine di magistrati eletti in Parlamento). Analoga azione ha già colpito l’altro pm titolare dell’inchiesta, Nino...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Proseguono le grandi manovre per rasserenare il clima intorno al processo sulla <strong>trattativa Stato-mafia</strong>. <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/11/ingroia-pg-cassazione-avvia-azione-disciplinare/622883/" target="_blank">Il Pg della Cassazione ha avviato l’azione disciplinare contro l’ex pm che avviò l’indagine: <strong>Antonio Ingroia</strong></a>, reo di far politica senza lasciare la toga (come decine di magistrati eletti in Parlamento). Analoga azione ha già colpito l’altro pm titolare dell’inchiesta, <strong>Nino Di Matteo</strong>, e il procuratore <strong>Francesco Messineo</strong>.</p><p style="text-align: left;">I due l’han fatta grossa. <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/07/trattativa-pg-apre-indagine-disciplinare-su-pm-di-palermo/319583/" target="_blank">Il primo confermò in un’intervista ciò che avevano scritto tutti i giornali</a>: le intercettazioni indirette di alcune telefonate fra Mancino e Napolitano. <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/12/csm-apre-procedura-contro-procuratore-palermo-messineo-rischia-trasferimento/623910/" target="_blank">Il secondo non denunciò il pm al Csm per il grave delitto di intervista</a>. Poi il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, per non restare con le mani in mano, ha rilasciato un’intervista (lui può) per bacchettare la Procura di Palermo che ha osato convocare Napolitano come teste a proposito delle confidenze del suo consigliere D’Ambrosio su “indicibili accordi” fra Stato e mafia.</p><p style="text-align: left;">L’altroieri, casomai non si fosse ancora capita l’antifona, <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/11/costituzione-napolitano-ineludibile-il-processo-di-riforme-della-seconda-parte/622669/" target="_blank">Napolitano ha ammonito i magistrati a tener conto “della portata degli effetti</a>, talora assai rilevanti, che un loro atto può produrre anche al di là delle parti processuali”, specie “quando ci sono difficili equilibri politici”. Ora, in attesa di un bombardamento atomico sulla Procura, il Csm ha aperto una pratica per trasferire Messineo per “<strong>incompatibilità ambientale</strong>”.</p><p style="text-align: left;">Le “<strong>incolpazioni</strong>” fanno scompisciare.</p><p style="text-align: left;">1) Per il “difetto di coordinamento” fra i suoi pm, Messineo avrebbe sulla coscienza “la mancata cattura del latitante Messina Denaro”, dopo un blitz della polizia da lui autorizzato che avrebbe bruciato un’indagine del <strong>Ros</strong>. Peccato che il Ros abbia già smentito la notizia.</p><p style="text-align: left;">2) Messineo sarebbe “<strong>condizionato</strong>” dal suo ex aggiunto Antonio Ingroia, con cui avrebbe “un rapporto privilegiato” che gli avrebbe fatto “perdere la piena indipendenza”. Ingroia ha lavorato all&#8217;antimafia di Palermo per 20 anni, dai tempi di Falcone e Borsellino: il Csm trova disdicevole che Messineo, arrivato in Procura nel 2005, ne sia stato influenzato. Il problema non sono le toghe condizionate dalla mafia, ma dall&#8217;antimafia. In ogni caso Ingroia ha lasciato Palermo 7 mesi fa: in che senso oggi Messineo sarebbe incompatibile con Palermo?</p><p style="text-align: left;">3) Ingroia avrebbe condizionato Messineo tenendo nel cassetto per 5 mesi <strong>intercettazioni</strong> su una possibile fuga di notizie fatta da Messineo a un amico banchiere indagato per usura. Naturalmente Ingroia non ha tenuto nel cassetto un bel niente: a fine indagine, ricevette le trascrizioni delle bobine fatte dalla Finanza e le inoltrò alla competente Procura di Caltanissetta. Che poi ha chiesto e ottenuto l’archiviazione per Messineo: perché mai oggi Messineo sarebbe incompatibile con Palermo?</p><p style="text-align: left;">4) Messineo sarebbe incompatibile anche perché da anni <strong>suo fratello e suo cognato sono imputati</strong> a Palermo con varie accuse. Forse lo era quando i due furono indagati da Ingroia (Messineo correttamente si astenne). Ma poi Ingroia ne ottenne i rinvii a giudizio e la loro sorte ora è in mano ai giudici: dove sta oggi l’incompatibilità di Messineo con Palermo?</p><p style="text-align: left;">5) Messineo sarebbe incompatibile con Palermo per le “<strong>spaccature</strong>” <strong>in Procura</strong>. Peccato che non le abbia create lui: le ha ereditate da Grasso, sempre contestato dalla gran parte dei suoi pm. Ma il Csm, anziché trasferire Grasso, se ne infischiò. Poi lo promosse Procuratore nazionale antimafia. Il che aiuta a capire perché il Csm si accorge solo ora delle spaccature. Finché rifiutò di vistare l’avviso di chiusura-indagini sulla trattativa (ma non era condizionato da Ingroia?), Messineo andava benissimo. Ora che ha firmato le richieste di rinvio a giudizio e affianca Di Matteo alle udienze, diventa improvvisamente incompatibile.</p><p style="text-align: left;">E allora, cari sepolcri imbiancati, abbiate almeno il coraggio di dire la verità: non è Messineo che è incompatibile con Palermo, <strong>è lo Stato che è incompatibile con la Giustizia</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/13/incompatibile-a-chi/625433/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Franca Rame, la bellissima moribonda e il baciamano di Calderoli</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/30/bellissima-moribonda-e-baciamano-di-calderoli/611047/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/30/bellissima-moribonda-e-baciamano-di-calderoli/611047/#comments</comments> <pubDate>Thu, 30 May 2013 15:38:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Travaglio</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Armando Spataro]]></category> <category><![CDATA[Dario Fo]]></category> <category><![CDATA[Franca Rame]]></category> <category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category> <category><![CDATA[mistero buffo]]></category> <category><![CDATA[Roberto Calderoli]]></category> <category><![CDATA[Senato]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=611047</guid> <description><![CDATA[Da quando l’ho conosciuta io, cioè da almeno quindici anni, è sempre stata moribonda. Bella – perché era tanto bella, la più bella – e moribonda. “Maaarco, sto maaalissiiiiimo…”, ogni sua telefonata si apriva così. Poi partiva uno sfavillìo di battute, idee, progetti, commenti sull&#8217;ultimo articolo o l’ultima puntata di Servizio Pubblico, suggerimenti da farci...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Da quando l’ho conosciuta io, cioè da almeno quindici anni, è sempre stata moribonda. Bella – perché era tanto bella,<strong> la più bella – e moribonda</strong>.</p><p>“Maaarco, sto maaalissiiiiimo…”, ogni sua telefonata si apriva così. Poi partiva uno sfavillìo di battute, idee, progetti, commenti sull&#8217;ultimo articolo o l’ultima puntata di <em>Servizio Pubblico</em>, suggerimenti da farci un giornale intero. “Francuccia, non mi pare che tu stia poi così male”. “Ma va là, tu non puoi capire, sto sempre a letto. O muoio da me o trovo qualcuno che mi ammazzi. A proposito, tu che sei il diavolo conosci mica un killer?”. Una volta era la pressione (sempre bassa, bassissima), una volta la depressione, una volta l’ischemia, una volta l’aritmia, una volta la respirazione, una volta la vertebra schiacciata, una volta il prurito, insomma non ho mai conosciuto una moribonda <strong>più in salute di lei.</strong></p><p>La prima volta fu a Palermo, a un dibattito su mafia e giustizia. Non ci eravamo mai visti prima. Lei insultò <strong>Leonardo Marino</strong>, il pentito del delitto Calabresi, io intervenni a difenderlo. Lei non replicò. Alle due di notte rientravo in albergo, e mi sentii toccare una spalla: “Lei, signorino, è quello che oggi mi ha contraddetta su Marino?”. “Sì e se vuole le spiego perché”. Tre ore di accanito dibattito sul divanetto della reception, Dario intanto era passato e salito, augurandoci la buona notte. Non la convinsi io, non mi convinse lei. Però alla fine, barcollando verso la camera, esalò: “Vabbè, per me <strong>Sofri</strong> è innocente perché lo dico io. Ma, siccome scrive sul <em>Foglio</em>, forse un po’ di galera se l’è meritata. E adesso vado a letto perché sono le cinque e io sto malissimo”.</p><p>Nel marzo 2001 vado a presentare <em>L’odore dei soldi</em> su Rai 2, al <em>Satyricon</em> di Daniele Luttazzi. Succede il finimondo. L’indomani mattina il primo squillo sul telefonino è di <strong>Franca</strong>. “Maaarco, erano anni che non avevo un orgaaasmo!”.</p><p>Un&#8217;altra volta presento il mio libro su <strong>Montanelli</strong>, con cui lei e Dario avevano avuto scontri epici negli anni 70. Eccola lì in prima fila, maestosa, smagliante e fiera, accanto a Dario, al Circolo della Stampa di Milano. “Che ci fai qui, Francuccia?”. “Non dirlo a nessuno, ma Montanelli era bellissimo”.</p><p>La prima dell’ultima <em>pièce</em> scritta con Dario, <em>L’anomalo bicefalo</em>, su Berlusconi e Putin. “Marco, alla fine sul palco voglio organizzare un dibattito sul lodo Schifani, invitiamo qualche giudice?”. “Se vuoi provo con <strong>Armando</strong> <strong>Spataro</strong>”. E così, dopo gli applausi finali, Spataro e io la raggiungiamo in camerino. Il magistrato fa il baciamano e i complimenti. Lei lo fissa: “Ma io a lei la conosco”. “Può darsi”. “Ma sì, lei è quello che voleva arrestare mio figlio negli anni 70!”. “Arrestare proprio no, però insomma, mi occupavo anche di gruppi extraparlamentari…”. Tutti e due se la ridono di gusto. E lei: “Guarda te i miracoli che fa <strong>Berlusconi</strong>. Ma chi me lo doveva dire che sarei passata dalla parte dei magistrati”.</p><p>Nel 2006, sarà stato febbraio, lei mi chiama con la solita voce dall&#8217;oltretomba. Io la prendo in giro, ormai è un gioco: “Francuccia, stai morendo o sei già morta?”. “Peggio, peggio”. “Cosa?”. “C’è qui <strong>Di Pietro</strong> che vuole candidarmi al Senato”. “E allora?”. “E allora non so cosa dire. Nessuno mi aveva mai candidata al <strong>Senato</strong>. Dario dice che è meglio di no, Jacopo che è meglio di sì, così mi levo dai coglioni. Siamo uno a uno. Decidi tu”. “Direi di sì: vuoi mettere la scena madre di te che muori in pieno Senato?”. “Hai ragione, accetto”.</p><p>Qualche tempo dopo la incontro a Fiumicino, già <strong>senatrice</strong>, ringiovanita di vent&#8217;anni, dritta come un fuso, bella come un fiore. È tampinata da <strong>Calderoli</strong>, che si profonde in salamelecchi: senatrice di qua, senatrice di là. “Franca, vieni in taxi con me?”. “No, approfitto del passaggio di Calderoli, lui è vicepresidente e lo vengono a prendere”. Mi chiama un&#8217;ora dopo: “Maaarco, guai a te se dici a qualcuno quello che hai visto. Tu non ci crederai, ma il Calderoli è sempre così gentile, mi corteggia, mi fa anche il baciamano. Se i suoi elettori sapessero com&#8217;è davvero, non lo voterebbero più”. “Ma neanche te i tuoi, Franca”. “Ecco, appunto. Zitto”.</p><p>Due anni fa torna a teatro dopo un bel po’, col <em><strong>Mistero buffo</strong></em> al fianco di Dario. Un salutino in camerino, prima che entri in scena. “Maaarco, sto malissimo, mi sa che stasera svengo sul palco”. In effetti è pallida, si regge in piedi a stento, gli occhi persi dietro le lenti a fondo di bicchiere, sempre bellissima, ma di carta velina. Quando tocca a lei, però, è un’altra. Sicura, altera, avanza a grandi falcate, in gran forma come Totò che sui legni del palcoscenico ritrovava persino la vista, attacca col monologo di Maria sotto la Croce e incanta tutti. Dario se la bacia tutta dietro la quinta.</p><p>“Da quando è nato<em> il Fatto</em>, ho di nuovo il mio giornale. Posso mandarvi delle cosette?”. E quante ne ha mandate, di “cosette”. Lettere aperte, articoli, racconti, appelli da far firmare ai lettori, proposte di intervista, post per il suo <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/frame/" target="_blank">blog</a>, campagne contro gli sprechi della casta, le spese militari, gli inciuci, per i familiari dei soldati morti di uranio impoverito, per quella sinistra<strong> a cui ha dato tutto senza riceverne nulla</strong>, l’ultimo per Rodotà. Aveva quasi finito un libro sulle sue memorie di un anno e mezzo in Senato: “Non vedo l’ora di fartelo leggere. Lì c’è tutta l’inutilità del <strong>Parlamento</strong>. Ti guardano, ti sentono, ma non ti ascoltano. Una volta ho fatto un esperimento con un collega senatore: gli ho detto che avevo nella mia valigia un cadavere e che all&#8217;aeroporto stavano per scoprirmi perché un dito era uscito dalla cerniera lampo. Sai cosa mi ha risposto, guardandomi in trasparenza come tutti? ‘Ah sì, ne parliamo nella riunione di gruppo’…”.</p><p>Da una delle ultime mail: “Caro Marco, mi sto esaltando… una pagina del <em>Fatto</em> tutta per me. Grazie! Grazie! Da un po’ di tempo non mi faccio sentire con congratulazioni, ma dopo l’ischemia faccio fatica a riprendermi. Ho, come dico sempre, tanti anni e quindi accetto serena ciò che mi sta capitando. Verrà l’estate e andrà meglio, speriamo. Aspettiamo giovedì sera con allegria e tensione… Nella puntata ultima guardavo la tua faccia onesta, e per la prima volta ho realizzato che i tuoi capelli si stanno ingrigendo. Mi ha fatto una gran tenerezza e ho sentito il bene che ti voglio come fossi della mia famiglia. Un abbraccio grande, franca. Ps. Ti allego un altro racconto un po ’ imbarazzata”.</p><p><strong>Quanto era bella Franca.</strong></p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 30 maggio 2013</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/30/bellissima-moribonda-e-baciamano-di-calderoli/611047/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Pd, metodo Jolie</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/25/pd-metodo-jolie/605863/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/25/pd-metodo-jolie/605863/#comments</comments> <pubDate>Sat, 25 May 2013 14:45:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Travaglio</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Angelina Jolie]]></category> <category><![CDATA[Enrico Letta]]></category> <category><![CDATA[Governo di Larghe Intese]]></category> <category><![CDATA[Ineleggibilità]]></category> <category><![CDATA[Marcello Dell’Utri]]></category> <category><![CDATA[PD]]></category> <category><![CDATA[PDL]]></category> <category><![CDATA[Servizio Pubblico]]></category> <category><![CDATA[Walter Veltroni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=605863</guid> <description><![CDATA[L’altra sera, ascoltando le parole di Walter Veltroni a Servizio Pubblico sulla trattativa e su B. e i silenzi del Pd sulle sentenze della Corte d’appello di Milano sui diritti Mediaset e della Cassazione sul no al trasloco dei processi a Brescia, mi ronzava in testa una domanda: ma cosa potrà mai dire il Pd,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’altra sera, ascoltando le parole di Walter Veltroni a Servizio Pubblico sulla trattativa e su B. e i silenzi del Pd sulle sentenze della Corte d’appello di Milano sui diritti Mediaset e della Cassazione sul no al trasloco dei processi a Brescia, mi ronzava in testa una domanda: ma <strong>cosa potrà mai dire il Pd</strong>, casomai esista ancora, <strong>quando si tornerà a votare?</strong></p><p>Non potrà criticare il governo precedente: è presieduto dal suo <strong>Letta</strong>. Non potrà attaccare<strong> B.</strong>: è suo alleato. Non potrà neppure sfiorare il <strong>conflitto d’interessi</strong>: anche stavolta non ha neppure provato a risolverlo per legge, anzi si accinge a calpestare per la sesta volta la 361/1957. Non potrà promettere norme più severe contro le <strong>tangenti</strong>: l’unica legge che ha contribuito a partorire in vent&#8217;anni è quella che ha ridotto le pene e la prescrizione della concussione per induzione, salvando Penati e risparmiando a B. guai peggiori nel processo <strong>Ruby</strong>.</p><p>Non potrà nemmeno impegnarsi a combattere l’evasione, il riciclaggio e la criminalità organizzata: anche su questi tre fronti – cruciali non solo per la legalità, ma anche per il recupero di enormi bottini – l’alleanza Pd-Pdl non produrrà nulla di nulla. Non potrà rivendicare la “questione morale”, dopo aver mandato al governo due imputati come <strong>De Luca</strong> e <strong>Bubbico</strong> (mentre il Pd indicava miracolosamente solo ministri intonsi da processi ), votato l’imputato Formigoni a presidente della commissione Agricoltura e garantito l’elezione di Nitto Palma al vertice della commissione Giustizia, onde evitare visite notturne del fantasma incazzatissimo di Enrico Berlinguer.</p><p>Anche le parole “<strong>mafia</strong>” e “<strong>P2</strong>” saranno ovviamente proibite, dopo la festosa alleanza col partito fondato da <strong>Dell’Utri</strong>; dopo la difesa degli imputati Conso e Mancino accusati di falsa testimonianza sulla trattativa e dei maneggi di Napolitano contro le indagini; e dopo l’elezione del piduista <strong>Cicchitto</strong> al vertice della commissione Esteri per migliorare le esportazioni. Bandita anche la parola “<strong>ambiente</strong>”, impronunciabile dopo le battaglie campali in difesa dei <strong>Riva</strong> e di quella cloaca che è l’<strong>Ilva</strong>. Insomma quasi tutte le <strong>battaglie tipiche della sinistra italiana</strong>, che aveva avuto la fortuna di poterle combattere per decenni in esclusiva, almeno a parole, grazie a una destra impresentabile, le saranno precluse per motivi di decenza.</p><p>Dunque alle prossime <strong>elezioni</strong>, che si terranno quando B. deciderà che gli conviene staccare la spina al governo, avremo una sinistra afasica, o meglio ancor più afasica di sempre, che non potrà dire nulla perché non avrà nulla da dire e regalerà a <strong>Grillo</strong> tutte le sue parole d’ordine storiche. Dall&#8217;altra parte imperverserà B., loquacissimo contro “<strong>la sinistra delle tasse</strong>”: anche perché in autunno cadrà la maschera dell’<strong>Imu</strong> e si capirà che l’annunciata (molto incautamente) abrogazione dell’imposta sulla prima casa era solo un ridicolo rinvio di pochi mesi.</p><p>E tutto ciò non accadrà a sorpresa, ma<a href="http://www.serviziopubblico.it/puntate/2013/05/24/news/la_fine_del_signor_b.html?cat_id=10" target="_blank"> in seguito a precise scelte politiche che Veltroni l’altra sera, a parte alcuni vuoti mnemonici davvero allarmanti, ha avuto il merito di illustrare e rivendicare</a>: “Siamo andati al governo con B. perché l’alternativa era tornare al voto e far vincere B.”; “Votando l’<strong>ineleggibilità</strong> di B. alimenteremmo l’antiberlusconismo di cui B. da sempre si nutre per vincere”. A parte il fatto che, se B. fosse dichiarato ineleggibile, non potrebbe vincere, resta da capire perché mai B. abbia vinto per vent&#8217;anni contro un centrosinistra che meno <strong>antiberlusconiano</strong> non si poteva.</p><p>Ma è probabile che il Pd abbia scelto il <strong>metodo Angelina Jolie</strong> che, temendo un tumore ai seni, se li è fatti asportare. Siccome B. potrebbe andare al governo dopo le prossime elezioni, tanto vale portarcelo subito noi. E siccome alle prossime elezioni potremmo perdere i nostri elettori rimasti, li mettiamo in fuga subito e ci leviamo il pensiero. Come quel tale che, temendo di diventare impotente, si evirò. Furbo, lui.</p><p>&nbsp;</p><p><em>il Fatto Quotidiano, 25 maggio 2013</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/25/pd-metodo-jolie/605863/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Impunità e ineleggibilità. L&#8217;Epifania</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/21/lepifania/601361/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/21/lepifania/601361/#comments</comments> <pubDate>Tue, 21 May 2013 15:57:03 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Travaglio</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Enrico Letta]]></category> <category><![CDATA[Francesco Nitto Palma]]></category> <category><![CDATA[Guglielmo Epifani]]></category> <category><![CDATA[Immunità]]></category> <category><![CDATA[Ineleggibilità]]></category> <category><![CDATA[Roberto Formigoni]]></category> <category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=601361</guid> <description><![CDATA[Domani la giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera deve votare pro o contro l’immunità-impunità per B. in quattro processi, uno penale e tre civili, nati da altrettante denunce presentate da persone da lui infangate nella scorsa legislatura, quand’era ancora deputato. E la prossima settimana si riunirà finalmente la giunta per le elezioni del...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Domani la giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera deve votare<strong> pro o contro l’immunità-impunità per B</strong>. in quattro processi, uno penale e tre civili, nati da altrettante denunce presentate da persone da lui infangate nella scorsa legislatura, quand’era ancora deputato. E la prossima settimana si riunirà finalmente la giunta per le elezioni del Senato per decidere sulla<strong> eleggibilità</strong> o meno di decine di neosenatori sui quali gravano diversi profili di incompatibilità, fra cui B., titolare con Mediaset delle concessioni televisive pubbliche e dunque ineleggibile in base alla legge 361/1957. <strong>In tutte le votazioni il Pd è decisivo</strong>: alla Camera, perché con Sel ha la maggioranza assoluta grazie al premio-Porcellum; al Senato, perché è il gruppo più rappresentato e, pur non arrivando alla maggioranza, può ampiamente superarla con i 5Stelle, che han già annunciato il loro voto per l’ineleggibilità di B. Dunque, entro una decina di giorni, se il Pd farà ciò che si aspettano i suoi elettori, il Parlamento darà il via libera ad altri quattro processi a B. e lo caccerà dal Parlamento dove siede <strong>abusivamente da vent’anni</strong>.</p><p>Non si tratta di atti ostili o eversivi, ma semplicemente di applicare le leggi dello Stato: l’insindacabilità parlamentare vale per i voti dati e le opinioni espresse nell’esercizio delle funzioni, non per gli insulti e le diffamazioni sparsi in giro per l’Italia (la Consulta l’ha stabilito un’infinità di volte); e l’ineleggibilità non è un’opinione, ma una condizione oggettiva <strong>fissata da una legge</strong> di 56 anni fa, quando B. andava all’università (e studiava legge!). Eppure si apprende dai giornali che, nell’un caso e nell’altro, il Pd potrebbe votare a favore di B. e contro la legge. Urge un chiarimento netto dal neosegretario <strong>Epifani</strong>, ma anche dal premier <strong>Letta</strong> a proposito degli “accordi di governo” evocati a ogni pie’ sospinto dal Pdl e ignoti agli elettori. Sarebbe ben strano se vi fossero comprese questioni di legalità e democrazia, di esclusiva competenza parlamentare. Ma se qualcuno, confondendo i ruoli, ha preso impegni in tal senso farebbe bene a mettere tutte le carte in tavola. Onde evitare che gli elettori ne scoprano via via una al giorno: oggi l’impegno a votare l’imputato <strong>Formigoni</strong> a presidente della commissione Agricoltura; ora la promessa di mandare <strong>Nitto Palma</strong> al vertice della commissione Giustizia (con la furbata di chiedere a Monti di votarlo insieme al Pdl, per potersi astenere e fingere dinanzi agli elettori di aver fatto di tutto per impedirlo).</p><p>Il Pd ha promesso a B. di bloccare i suoi processi per diffamazione e le sue cause civili per danni? Il Pd ha promesso di dichiararlo eleggibile anche se tutti sanno e dicono (D’Alema, Bersani, Zanda e Migliavacca) che non lo è? <strong>Se sì, lo dica e spieghi perché</strong>. Gli elettori se ne faranno una ragione e decideranno di conseguenza alle prossime elezioni. Ciò che è intollerabile è il balletto delle bugie e delle ipocrisie. <strong>Zanda</strong> che ribadisce l’ineleggibilità di B., ma “a titolo personale” (è capogruppo al Senato!), anche perché “io in giunta non ci sono”. Il tartufo <strong>Fioroni</strong> che filosofeggia: “L’ineleggibilità non è nel programma approvato dalle Camere” (già: da quelle Camere formate anche da eletti ineleggibili, visto che la giunta per le elezioni è bloccata da tre mesi; e poi che c’entra il governo col voto del Parlamento sulla legalità della sua composizione?). Il direttore dell’<em>Unità</em> <strong>Claudio Sardo</strong> che scrive, restando serio: “Restiamo convinti che la legge 361/1957 escluda l’eleggibilità del proprietario di un’azienda concessionaria dello Stato. Ma è evidente che una maggioranza politica non potrebbe oggi, senza esercitare violenza ai danni di tanti elettori, ribaltare il giudizio già espresso in sei legislature consecutive”. Come dire che, siccome un serial killer ha ucciso sei persone e l’ha fatta franca, se ne ammazza una settima non si può arrestarlo: sarebbe una violenza ai danni dei suoi complici.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 21 maggio 2013</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/21/lepifania/601361/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Topi di fogna</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/29/topi-di-fogna-2/577816/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/29/topi-di-fogna-2/577816/#comments</comments> <pubDate>Mon, 29 Apr 2013 07:03:36 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Travaglio</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Corriere Della Sera]]></category> <category><![CDATA[Email]]></category> <category><![CDATA[Hacker]]></category> <category><![CDATA[L'Unità]]></category> <category><![CDATA[Libero]]></category> <category><![CDATA[Marco Travaglio]]></category> <category><![CDATA[Movimento 5 Stelle]]></category> <category><![CDATA[Pancho Pardi]]></category> <category><![CDATA[Rete]]></category> <category><![CDATA[Twitter]]></category> <category><![CDATA[Web]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=577816</guid> <description><![CDATA[Ci sono i topi di fogna annidati nella Rete che, nascosti dietro l’anonimato, violano le password, entrano nelle caselle di posta elettronica di Giulia Sarti, una ragazza di 26 anni che ha l’unico torto di essere stata eletta deputata nel maggior movimento di opposizione al sistema, e pubblicano le sue foto intime, la sua corrispondenza...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono i topi di fogna annidati nella Rete che, nascosti dietro l’anonimato, violano le <strong>password</strong>, <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/24/lespresso-hacker-rubano-mail-di-eletti-m5s-e-minacciano-di-pubblicarle/573824/">entrano nelle caselle di posta elettronica di <strong>Giulia Sarti,</strong></a> una ragazza di 26 anni che ha l’unico torto di essere stata eletta deputata nel maggior movimento di opposizione al sistema, e pubblicano le sue foto intime, la sua corrispondenza privata e politica, infrangendo due volte la legge: quella che protegge la <strong>privacy</strong> di ogni cittadino e quella che tutela la riservatezza delle comunicazioni del parlamentare (che può essere violata solo per ordine di un giudice e previa autorizzazione delle Camere). E poi ci sono i loro complici in certi giornali, anche “autorevoli” e “indipendenti” tipo il Corriere della Sera. Che, non potendo divulgare la spazzatura che gira per il web, fa anche di peggio: si trincera dietro i <strong>tweet</strong> che la riprendono distorcendola e falsificandola, e li pubblica come fossero Vangelo. Antefatto. Il 20 o il 21 febbraio, poco prima delle elezioni, <strong>Pancho Pardi</strong>, che conosco dai tempi dei girotondi, non essendo ricandidato mi invia una mail con i curricula di alcuni giovani dell’ufficio legislativo del Senato che collaboravano con lui in materia di giustizia e conflitti d’interessi, chiedendomi se conosca qualche neoeletto del M5S a cui girarli. Mi procuro la mail della Sarti, che avevo conosciuto anni fa a un incontro del meetup di Bologna, e le giro la mail di Pancho. Fine, morta lì.</p><p>L&#8217;altroieri, <a href="http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/04/26/fatto-tv-media-e-potere-rivedi-lo-speciale-con-travaglio-gomez-sarzanini-e-abbate/230038/" target="_blank">mentre sono al festival del giornalismo di Perugia</a>, mi chiama un collega di Libero, Matteo Pandini, e mi racconta che nelle mail hackerate alla Sarti ce n’è una mia. Gli racconto quell&#8217;episodietto e dico: se vuoi, pubblica pure tutto, è vietato ma non ho nulla da nascondere. Ieri, sulla prima pagina di <strong>Libero</strong>, trovo un enorme disegno che mi ritrae vestito da postino mentre consegno a <strong>Beppe Grillo</strong> una busta con la scritta: “Raccomandati”. Titolo: “Anche Travaglio finisce nella Grilloleaks”. Naturalmente è tutto falso: non ho mai conosciuto nessuno di quei giovani, né dunque ne ho mai raccomandato nessuno, tantomeno a Grillo, né ho mai saputo che esito abbia avuto la mail di Pardi, né me ne importa nulla. L’articolo di Pandini a pag. 15 s’intitola: “Grilloleaks: svelati i segreti di Travaglio e Pardi”. All&#8217;interno c’è la mia intervista, il cui titolo lascia pensare a chissà quali mie colpe e a chissà quanti messaggi (“L’ammissione: ‘È vero, sono i miei messaggi’”). Ma almeno chi legge capisce quel che è accaduto. Poi apro il Corriere della Sera e a pag. 13 trovo il seguente sommario: “L’accusa su <strong>Twitter</strong>: segnalazioni a Grillo tramite Travaglio e Pardi. Ma la ‘cittadina’: rapporti cristallini”. L’articolo di tal Emanuele Buzzi recita testualmente: “Le mail stanno facendo il giro del web. E c’è chi segnala diversi spunti. Alcuni riguardano anche ex parlamentari e giornalisti, come Pancho Pardi e Marco Travaglio. Adriano Bizzoco scrive su Twitter: ‘m5sleaks: Sarti gira i cv a Pardi che gira a Travaglio che gira a Grillo per provare ad assumere collaboratori’”. Basterebbe vedere la mail hackerata e pubblicata online dai topi di fogna per scoprire che è tutto falso.</p><p>Ma questo evidentemente al Corriere non interessa: infatti, anziché dire come stanno le cose, preferisce citare il tweet di tal Bizzoco che stravolge e ribalta completamente la realtà: la Sarti avrebbe ricevuto la mail da Pardi e l&#8217;avrebbe girata a me e io l&#8217;avrei inoltrata a Grillo per fargli assumere quei tizi (che fra l&#8217;altro non han bisogno di essere assunti, visto che già lavorano stabilmente all&#8217;ufficio legislativo del Parlamento). Cose da pazzi. Il pezzo di Buzzi è tutto un poema: la Sarti, cioè la <strong>vittima</strong> di un grave delitto, viene interrogata e invitata a discolparsi, come se il reato l&#8217;avesse commesso lei: “&#8230; Lei ammette: &#8216;Sì, certo che scrivo a Grillo&#8217;”, come se questo fosse un crimine. E ancora: “Non le è sembrata un&#8217;ingenuità lasciare nella posta immagini private o materiale politico?&#8230;”. Nemmeno una telefonata al sottoscritto per verificare i fatti, evidentemente poco interessanti, anzi controproducenti: e così il giornale di <strong>Belpietro</strong> si dimostra addirittura più corretto, o meno scorretto, di quello di De Bortoli.</p><p>Ma non è finita. Ieri, per la prima volta nella sua storia, il sito web de <strong>l&#8217;Unità</strong> riprende in homepage il disegno e il titolo di Libero con il falso su Travaglio che raccomanda qualcuno a Grillo. Questi poveretti che devono far digerire agli eventuali lettori il governo <strong>Pd-Pdl</strong> non si fermano di fronte a nulla. Complimenti per la coerenza. E così gli stessi giornali, dal Corriere a l&#8217;Unità, che fino all&#8217;altroieri reclamavano a gran voce la <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/22/trattativa-distrutte-intercettazioni-napolitano-mancino/571587/">distruzione delle <strong>intercettazioni</strong> legali e legittime delle telefonate <strong>Mancino-Napolitano</strong></a> (regolarmente disposte da un giudice), pubblicano notizie -per giunta false- su mail private illegalmente carpite da hacker senza scrupoli, cioè diventano ricettatori di corpi di reato per sputtanare il maggiore gruppo di opposizione e un giornalista che osa criticare l&#8217;inciucio di regime nato proprio ieri. Morale della favola: le intercettazioni legali sul potere si bruciano, quelle illegali sugli oppositori si pubblicano (e i servizi segreti se li pappa Alfano, cioè B., mentre per nessuna ragione al mondo il <strong>Copasir</strong> deve andare ai <strong>5Stelle</strong>, altrimenti magari controllano).</p><p>Intorno, tutto tace: zitti i custodi della privacy a targhe alterne, zitte le vestali della sacralità del Parlamento a seconda delle convenienze, zitti i tutori della correttezza e completezza dell&#8217;informazione quando fa comodo a lorsignori. Basta immaginare che accadrebbe se le caselle di posta violate fossero quelle di B. o di <strong>Enrico Letta</strong>, o se le manipolazioni colpissero qualche direttore dei giornaloni allineati. Nel 1996, per lubrificare l&#8217;inciucio della <strong>Bicamerale</strong>, Berlusconi si presentò alle telecamere esibendo un cimicione, sostenendo di essere stato spiato: l&#8217;intero Parlamento insorse contro l&#8217;inammissibile lesione dei diritti dell&#8217;opposizione, stigmatizzata con toni drammatici dal presidente della Camera <strong>Violante</strong>, che convocò l&#8217;assemblea in seduta straordinaria. Poi si scopri che era una patacca. Ora invece nessuno dice nulla contro lo spionaggio ai 5Stelle. Occorrono ben altri attentati alla democrazia per scatenare le ire congiunte di <strong>Grasso</strong> e <strong>Boldrini</strong>: tipo la denuncia di Franco Battiato sulle mignotte in Parlamento, prontamente sanzionata col licenziamento dall&#8217;apposito Crocetta. È persino superfluo spiegare perché tutto ciò avviene, e perché proprio ora. Qualcun altro, non abituato a queste porcherie, si spaventerebbe. Noi, che ci abbiamo fatto il callo dai tempi del <strong>Sismi</strong> e <strong>Security Telecom</strong>, non ci spostiamo di un millimetro (se non per portare in tribunale questi topi di fogna). E vediamo chi si stufa prima.</p><p><em>il Fatto Quotidiano, 28 Aprile 2013</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/29/topi-di-fogna-2/577816/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Napolitano bis, Funeral Party</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/22/napolitano-bis-funeral-party/571298/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/22/napolitano-bis-funeral-party/571298/#comments</comments> <pubDate>Mon, 22 Apr 2013 07:17:50 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Travaglio</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Elezione Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Giorgio Napolitano]]></category> <category><![CDATA[Governo]]></category> <category><![CDATA[Inciucio]]></category> <category><![CDATA[Napolitano Bis]]></category> <category><![CDATA[Presidente della Repubblica]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=571298</guid> <description><![CDATA[La scena supera la più allucinata fantasia dei maestri dell’horror, roba da far impallidire Stephen King e Dario Argento. Il cadavere putrefatto e maleodorante di un sistema marcio e schiacciato dal peso di cricche e mafie, tangenti e ricatti, si barrica nel sarcofago inchiodando il coperchio dall’interno per non far uscire la puzza e i...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La scena supera la più allucinata fantasia dei maestri dell’horror, roba da far impallidire Stephen King e Dario Argento. Il cadavere putrefatto e maleodorante di un<strong> sistema marcio e schiacciato dal peso di cricche e mafie</strong>, tangenti e ricatti, si barrica nel sarcofago inchiodando il coperchio dall’interno per non far uscire la puzza e i vermi. Tenta la mission impossible di ricomporre la decomposizione. E sceglie un becchino a sua immagine e somiglianza: un presidente coetaneo di Mugabe, voltagabbana (fino all’altroieri giurava che mai si sarebbe ricandidato) e potenzialmente ricattabile (le telefonate con Mancino, anche quando verranno distrutte, saranno comunque note a poliziotti, magistrati, tecnici e soprattutto a Mancino), che da sempre lavora <strong>per l’inciucio</strong> (prima con Craxi, poi con B.) e finalmente l’ha ottenuto.</p><p>E con una votazione dal sapore vagamente mafioso (ogni scheda rigorosamente segnata e firmata, nella miglior tradizione corleonese). Pur di non mandare al Quirinale un uomo onesto, progressista, libero,<strong> non ricattabile e non controllabile</strong>, il Pd che giurava agli elettori “mai al governo con B.” va al governo con B.,<strong> ufficializzando l’inciucio che dura sottobanco da vent’anni</strong>. Per non darla vinta ai 5Stelle, s’infila nelle fauci del Caimano e si condanna all’estinzione, regalando proprio a Grillo l’esclusiva del cambiamento e la bandiera di quel che resta della sinistra (con tanti saluti ai “rottamatori” più decrepiti di chi volevano rottamare). La cosa potrebbe non essere un dramma, se non fosse che trasforma la Repubblica italiana in una monarchia assoluta e la consegna a un <strong>governo di mummie</strong>, con i dieci saggi promossi ministri e il loro programma Ancien Régime a completare la Restaurazione. Viene in mente il ritorno dei codini nel 1815, dopo il Congresso di Vienna, con la differenza che qui non c’è stata rivoluzione né s’è visto un Napoleone.</p><p>Ma il richiamo storico più appropriato è<strong> Weimar,</strong> con i vecchi partiti di centrosinistra che nel 1932 riconfermano il vecchio e rincoglionito generale von Hindenburg, 85 anni, spianando la strada a Hitler. Qui per fortuna non c’è alcun Hitler all’orizzonte. Però c’è B., che fino all’altroieri tremava dinanzi al Parlamento più antiberlusconiano del ventennio e ora si prepara a <strong>stravincere le prossime elezioni</strong> e salire al Colle appena Re Giorgio abdicherà.</p><p>A meno che non resti abbarbicato al trono fino a 95 anni, imbalsamato e impagliato come certi autocrati, dagli iberici Salazar e Franco ai sovietici Andropov e Cernenko, tenuti in vita artificialmente con raffinate tecniche di ibernazione e ostesi in pubblico con marchingegni alle braccia per simulare un qualche stato motorio. Ieri, dall’unione dei necrofili di sinistra e del pedofilo di destra, è nato un regime ancor più plumbeo di quello berlusconiano e più blindato di quello montiano, perché è l’ultima trincea della banda larga che comanda e saccheggia l’Italia da decenni, prima della Caporetto finale. Prepariamoci al pensiero unico di stampa e tv, alla canzone mononota a reti ed edicole unificate. Ne abbiamo avuto i primi assaggi nelle dirette tv, con la staffetta dei signorini grandi firme che magnificavano<strong> l’estremo sacrificio dell’Uomo della Provvidenza</strong> e del Salvatore della Patria, con lavoretti di bocca e di lingua sulle prostate inerti e gli scroti inanimati delle solite cariatidi. Le famose pompe funebri.</p><p>Ps. Da oggi Grillo ha una responsabilità infinitamente superiore a quella di ieri. Non è più solo il leader del suo movimento, ma il punto di riferimento di quei milioni di cittadini (di centrosinistra, ma non solo) che non si rassegnano al ritorno dei morti morenti e rappresentano un quarto del Parlamento. A costo di far violenza a se stesso, dovrà parlare a tutti con un linguaggio nuovo. Senza rinunciare a chiamare le cose col loro nome. Ma senza prestare il fianco alle provocazioni di un regime fondato sulla disperazione, quindi capace di tutto.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 21  Aprile 2013</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/22/napolitano-bis-funeral-party/571298/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Colle, gli 11 presidenti &#8211; Scalfaro, l&#8217;uomo dell&#8217;emergenza</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/17/colle-11-presidenti-scalfaro-al-quirinale-per-672-elett/566215/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/17/colle-11-presidenti-scalfaro-al-quirinale-per-672-elett/566215/#comments</comments> <pubDate>Wed, 17 Apr 2013 21:37:28 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Travaglio</dc:creator> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Elezione Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Oscar Luigi Scalfaro]]></category> <category><![CDATA[Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Quirinale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=566215</guid> <description><![CDATA[&#8220;La vita al Quirinale è una spaventosa e solitaria traversata, ma per fortuna ogni giorno che passa è uno in meno da trascorrere qui dentro”. In questa frase di Oscar Luigi Scalfaro, pronunciata in uno dei tanti momenti difficili del suo settennato, c’è la chiave per spiegare la solitudine, dunque le bizze, metamorfosi e mattane...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;La vita al Quirinale è una spaventosa e solitaria traversata, ma per fortuna ogni giorno che passa è uno in meno da trascorrere qui dentro”. In questa frase di<strong> Oscar Luigi Scalfaro</strong>, pronunciata in uno dei tanti momenti difficili del suo settennato, c’è la chiave per spiegare la<strong> solitudine</strong>, dunque le bizze, metamorfosi e mattane di tanti presidenti persi nelle 2mila stanze di quella che Marzio Breda (La guerra del Quirinale, Garzanti) descrive come &#8220;la reggia più grande e sfarzosa d’Europa&#8221;. Il 1992 è iniziato, per i politici, sotto i peggiori auspici. Il 17 febbraio, a Milano, è finito in carcere per tangenti il craxiano Mario Chiesa ed è iniziata<strong> Mani Pulite</strong>. Il 13 marzo, a Palermo, Cosa Nostra ha aperto la guerra allo Stato assassinando l&#8217;eurodeputato andreottiano Salvo Lima, considerato traditore. Il capo della Polizia Vincenzo Parisi avverte che c’è una lista di politici destinati a morire anche loro ammazzati, da Mannino a Vizzini, da Martelli ad Andreotti.  </p><p>Il <strong>6 aprile</strong>, dalle urne, il quadripartito che sostiene il VII governo Andreotti esce con le ossa rotte, mentre la Lega di Bossi vola al 9% (sopra il 20 in tutto il Nord). Il 25 aprile<strong> Cossiga</strong> scende dal Colle con due mesi di anticipo, lasciando i suoi poteri presidenziali al supplente: il neopresidente del Senato, Giovanni Spadolini. Il nuovo governo è affare del nuovo capo dello Stato e – prevede il Picconatore con una tetra maledizione – “saranno giorni terribili fino all’elezione del mio successore”. Mai previsione si rivelerà più azzeccata. Anzitutto perché i partiti, terrorizzati dalle indagini giudiziarie e dalle vendette mafiose, paiono un formicaio impazzito, senza bussola. Saltati tutti i giochi e le marcature.</p><p><strong><span style="color: #c4161c;">La scheda nei catafalchi </span></strong></p><p>Il<strong> 13 maggio</strong> il Parlamento si riunisce in seduta comune sotto la guida del neopresidente della Camera, Scalfaro, e comincia a votare. I sospetti incrociati fra i partiti sono tali che Pannella chiede a Scalfaro di garantire la <strong>segretezza del voto</strong>. Scalfaro, a tempo di record, fa allestire dai falegnami di palazzo due cabine di legno foderate con un drappo rosso, subito ribattezzate “catafalchi” da Rutelli. Ma questo non basta al missino Carlo Tassi, sempre in camicia nera, che urla “ladri!” a macchinetta contro i banchi della maggioranza e agita un paio di manette. Scalfaro tenta di zittirlo, quello replica che nessuna legge lo prevede, allora il presidente dell’assemblea ribatte: “Ma non c’è nessuna norma che la obblighi a ragionare! Comunque complimenti, lei deve avere un polmone di riserva”. Nei primi tre scrutini, quelli con maggioranza dei due terzi, ciascun partito opta per il suo candidato di bandiera: Giorgio De Giuseppe (Dc), Nilde Iotti (Pds), Giuliano Vassalli (Psi), Gianfranco Miglio (Lega), Alfredo Pazzaglia (Msi), Paolo Volponi (Rifondazione), Norberto Bobbio (Verdi), Antonio Cariglia (Psdi), Tina Anselmi (Rete), Salvatore Valitutti (Pli). Dalla quarta votazione, scendono in lizza i big. L’accordo del Caf<strong> Craxi-Andreotti-Forlani</strong> prevede che il primo torni a Palazzo Chigi, mentre gli altri due se la vedano fra loro per il Colle. Si parte col segretario Dc Arnaldo Forlani, che al quinto scrutinio prende 479 voti e al sesto sale a 496: manca poco al quorum dei 508. Ma dal sesto scrutinio il Coniglio Mannaro comincia a scendere, impallinato dai cecchini del suo partito e dei cosiddetti alleati. I quali, insieme, dovrebbero totalizzare 540 voti: e invece all’appello, per Forlani, ne mancano 80, di cui almeno 50 dc. Sono gli uomini di Andreotti, abilmente pilotati dal suo factotum Paolo Cirino Pomicino.</p><p>Il 17 maggio, spossato dall’altalena, Forlani annuncia il<strong> ritiro</strong>. Sembra il gran giorno del Divo Giulio, che attende da anni di aggiungere alla sua collezione di poltrone l’unica che ancora gli manca. Restano però da convincere i vedovi del-l’Arnaldo, che sono tanti e non ne vogliono sapere, preoccupati dallo strapotere andreottiano. Il Pds di Achille Occhetto s’incunea nelle divisioni scudocrociate e propone Giovanni Conso, giurista cattolico super partes, presidente emerito della Consulta. La Dc risponde picche. I socialisti provano col loro giurista, Vassalli, e i re-pubblicani con Leo Valiani. Invano. Bruciate in poche ore anche le candidature di Norberto Bobbio, Francesco De Martino e Mino Martinazzoli. Riaffiora Vassalli con l’appoggio di un pezzo di Dc, ma l’altro pezzo lo affonda definitivamente. Forlani, delegittimato una seconda volta, si dimette pure da segretario Dc. Non resta che una soluzione istituzionale: uno dei presidenti delle Camere, o <strong>Spadolini</strong> <strong>o Scalfaro</strong>. Per il secondo si spende molto Pannella, in nome di un ritorno alla Costituzione picconata da Cossiga. Ma gli andreottiani obiettano che anche Giulio è istituzionale (in quanto premier in prorogatio) e buttano la palla in tribuna.</p><p><strong><span style="color: #c4161c;">La bomba di Capaci </span></strong></p><p>Nel pomeriggio di sabato 23 maggio, mentre partiti e correnti ballano sul Titanic, a riportarli coi piedi per terra giunge una terribile notizia da Palermo: il giudice<strong> Giovanni Falcone</strong>, la moglie Francesca Morvillo e i cinque agenti della scorta sono rimasti vittime di un attentato mafioso sull’autostrada Punta Raisi-Palermo, in località Capaci. La notizia è stata anticipata tre giorni prima da una strana agenzia di stampa, “Repubblica” (vicina all’andreottiano dissidente Vittorio Sbardella, detto “lo Squalo”): “Manca ancora qualcosa di drammaticamente straordinario. Un bel botto esterno, come ai tempi di Moro, a giustificazione di un voto di emergenza”. Ed è esattamente ciò che accade. Messo Ko dall’uno-due Lima-Falcone, Andreotti si ritira dalla corsa. La sera dello stesso sabato il suo fedelissimo Nino Cristofori chiama concitato il braccio destro di Occhetto, Claudio Petruccioli: “La strage è un attacco a Giulio”.</p><p>Per il “<strong>voto d’emergenza</strong>” vaticinato da quella strana agenzia, non restano che Spadolini e Scalfaro. De Mita, presidente della Dc priva ormai del suo segretario e del suo ultimo candidato, preferirebbe Spadolini: un po’ in funzione anti-Craxi, un po’ perché non ha dimenticato le parole pesanti scritte da Scalfaro nella relazione finale della commissione d’inchiesta sull’Irpinia. Ma ad azzoppare il repubblicano ci sono le ultime notizie dal Palazzo di Giustizia di Milano: arrestato Giacomo Properzj del Pri, indagato un altro esponente dell’Edera, Antonio Del Pennino. A sbloccare l’impasse provvede il Pds, disposto a votare Scalfaro fin subito.</p><p>Nato a Novara nel 1918, figlio di un impiegato delle Poste di origini calabresi, magistrato, padre costituente, fedelissimo di De Gasperi e Scelba, più volte sottosegretario, ministro dell’Interno nel governo Craxi, lontano dalle correnti, mai sfiorato da scandali o sospetti, vedovo da molti anni, sempre accompagnato dalla devota e inseparabile figlia Marianna, Scalfaro è stato uno dei critici più inflessibili delle <strong>picconate cossighiane</strong>. E infatti Cossiga fa recapitare a tutti i leader dei partiti un dossier con le fotocopie di ben 48 interviste di Scalfaro contro di lui. “Se non l’avessimo votato – dirà Massimo D’Alema – gli altri prima o poi avrebbero ritirato fuori Andreotti”. E così, quel 25 maggio, la sedicesima fumata è bianca: all’ultimo momento Scalfaro ha pregato il vicepresidente Stefano Rodotà di prendere il suo posto, per non dover annunciare la propria elezione. E diventa il nono presidente della Repubblica con 672 voti su 1002, un’amplissima maggioranza di centrosinistra: Dc, Psi, Psdi, Pli, Pds, Verdi, Radicali, Rete. Il Pri insiste su Valiani (36), la Lega su Miglio (75), Rifondazione su Volponi (50). Il Msi, che in un precedente scrutinio ha votato per il giudice Borsellino, opta per Cossiga (63).</p><p>Il quale Cossiga verga una nota di benvenuto con la penna intinta nel fiele: “Scalfaro è un tipico esponente di una concezione ottocentesca e compromissoria. Pur essendo notoriamente di estrema destra, è ossessionato dalla centralità del Parlamento&#8230; Per questo l’hanno votato <strong>Pannella e i verdi</strong>. Ma pensiamo quanto può sul serio condividere Pannella del suo rigore morale, eccessivo anche per me&#8230;”. L’allusione, oltreché alla fama di integrità morale che circonda il successore, è a un vecchio episodio del 1950, quando Scalfaro apostrofò in un ristorante romano una nobildonna, Edith Mingoni Toussan, per una scollatura troppo generosa (“Non si va al ristorante in prendisole”), e c’è chi giura che le assestò addirittura un ceffone. Ma anche al nomignolo di “sottosegretario al Pudore” fin dai tempi in cui Scelba lo nominò viceministro allo Spettacolo con il compito di censurare e purgare i copioni teatrali e le sceneggiature cinematografiche.</p><p>Indro Montanelli, che lo stima e gli vuol bene, ma non risparmia corbellature al suo leggendario bigottismo, saluta così la sua elezione su Il Giornale: “Sappiamo di non scoprire la polvere dicendo che a issare Scalfaro al Quirinale non sono stati i mille grandi (si fa per dire) elettori di Montecitorio, ma i <strong>mille chili di tritolo</strong> (in realtà 200, ndr) che hanno massacrato Falcone, la moglie e il suo seguito. Sono stati gli eventi, non i partiti a portarvelo. Per la prima volta abbiamo un presidente che non è figlio della politica – come la si intende e miserevolmente si pratica in Italia – ma di qualcosa di più serio: la ragion di Stato. Se non l’uomo della provvidenza, certo l’uomo dell’emergenza: un presidente per disgrazia ricevuta”. Poi avrà modo di ammorbidirsi e di apprezzarlo tutte le volte che Scalfaro darà prova di risolutezza (e anche di sorprendente laicità) in alcuni momenti cruciali.</p><p>Il suo primo impegno sul Colle è <strong>la scelta del nuovo premier</strong>. Saltato il piano del fu Caf per Andreotti al Quirinale e Craxi a Palazzo Chigi, si impone una soluzione equilibrata: con un Dc sul Colle, il governo tocca a un socialista. Ma quale? Il 3 giugno il cronista giudiziario del Tg1 Maurizio Losa annuncia che “ora, nell’inchiesta sulle tangenti, c’è anche il nome di Bettino Craxi”. Scalfaro telefona al procuratore di Milano, Francesco Saverio Borrelli: “Craxi è sotto inchiesta?”. La risposta è no. Ma dopo le elezioni è partita la richiesta di autorizzazione a procedere per gli ex sindaci socialisti Tognoli e Pillitteri. Basta leggere i giornali per capire che per Bettino è questione di mesi. Il delfino Claudio Martelli, Guardasigilli uscente, sale al Quirinale con il collega Vincenzo Scotti, ministro dell’Interno. “Scalfaro – racconterà – mi disse che giudicava legittima la candidatura di Craxi, ma che non avrebbe potuto designarlo perché contro di lui era in corso ‘una campagna d’opinione molto forte, anche se con aspetti diabolici’”. In realtà il Presidente si è fatto l’idea che Martelli e Scotti, con quella strana visita ‘in tandem’, si stiano candidando per formare il governo in nome del ‘nuovo’ in politica e della lotta alla mafia che li ha visti impegnati fino al decreto sul 41-bis all’indomani di Capaci.</p><p>Craxi lo viene a sapere, toglie il saluto al ‘traditore’ Martelli e consegna a Scalfaro una rosa di nomi: Amato, De Michelis e Martelli (“in ordine non solo alfabetico”). Infatti Scalfaro incarica <strong>Giuliano Amato</strong>, che in autunno spremerà gli italiani con una manovra-salasso da 93 mila miliardi di lire e il prelievo forzoso del 6 per mille sui conti bancari: l’Italia di Tangentopoli è sull’orlo della bancarotta. Craxi, indagato a dicembre, si dimette da segretario del Psi nel gennaio ’93. A febbraio cade anche Martelli, rimpiazzato da Conso. A marzo Amato e Conso tentano il colpo di spugna su Tangentopoli, ma Scalfaro non firma e rimanda il decreto al mittente. Ad aprile, dopo il<strong> referendum che abolisce i fondi pubblici ai partiti</strong>, Amato si dimette, anche perché ha mezzo governo indagato.</p><p><strong><span style="color: #c4161c;">I tanti no a Berlusconi </span></strong></p><p><strong></strong>Il 26 aprile Scalfaro incarica un tecnico fuori dai partiti: il governatore di Bankitalia,<strong> Carlo Azeglio Ciampi</strong>. In estate poi licenzia il direttore delle carceri Niccolò Amato, fautore della linea dura sul 41-bis per i mafiosi detenuti, e lo rimpiazzano con un alfiere della linea morbida, Adalberto Capriotti. La Procura di Palermo, indagando sulla trattativa Stato-mafia, accuserà Scalfaro e Conso di avere ceduto alle minacce di Cosa Nostra. Che infatti, di lì a poco, torna ad attaccare con le stragi di Firenze, Milano e Roma. E in novembre ottiene da Conso la revoca del 41-bis a 343 mafiosi. Il tutto all’indomani del ricatto paragolpista dei vecchi capi del Sisde, che tirano il Presidente nello scandalo dei fondi neri. Lui insorge in tv: “A questo gioco al massacro io non ci sto: prima hanno provato con le bombe e ora con il più ignobile degli scandali”.</p><p>Insomma, nei primi due anni sul Colle Scalfaro ne vede di tutti i colori. Poi scende in campo <strong>Berlusconi</strong> che – confiderà lui – “con i suoi modi mi dava un fastidio persino fisico”. Mai un giorno di tregua. E lui, il Pertini Bianco, sempre lì, rigido e stentoreo, la erre moscia, le basette ottocentesche come la sua retorica, il naso e il mento convergenti, la lunga sciarpa bianca, il santo rosario in una mano e la Costituzione nell’altra. Dice no a Previti ministro della Giustizia del primo governo Berlusconi (“Qui quel nome non passa, per senso etico”). Dice no alle elezioni anticipate reclamate dopo la caduta per mano di Bossi. S’inventa il <strong>secondo governo tecnico</strong>, affidato a Dini e ingiustamente degradato a “ribaltone”. Per sette anni difende il Parlamento e i giudici, attaccati prima dal solo B., poi anche dal centrosinistra di D’Alema, che s’imbarca nella Bicamerale (apertamente osteggiata dal Presidente) mercanteggiando la Costituzione col Caimano e infine rovesciando il Prof (grazie a Bertinotti) per prendere il suo posto.</p><p>Quello nato nell’ottobre ’98 a guida <strong>D’Alema</strong> è il quinto e ultimo governo benedetto da Scalfaro. Con molta amarezza, perché già si intravede in lontananza il ritorno del Cavaliere. Nel 1999, quando conclude la “spaventosa e solitaria traversata” sul Colle, l’Economist lo saluta con questo titolo: “Scalfaro, la bambinaia che non serviva all’Italia”. Invece serviva eccome. Infatti non sarà né la prima né l’ultima.</p><p>(9-continua)</p><p>Da<em> Il Fatto quotidiano</em> del 17 aprile 2013</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/17/colle-11-presidenti-scalfaro-al-quirinale-per-672-elett/566215/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Colle, gli 11 presidenti &#8211; Cossiga, un &#8220;agente&#8221; tra dossier e picconate</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/17/colle-11-presidenti-cossiga-lagente-tra-dossier-e-picconate/566213/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/17/colle-11-presidenti-cossiga-lagente-tra-dossier-e-picconate/566213/#comments</comments> <pubDate>Wed, 17 Apr 2013 21:36:50 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Travaglio</dc:creator> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Elezione Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Francesco Cossiga]]></category> <category><![CDATA[Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Quirinale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=566213</guid> <description><![CDATA[&#8220;Io al Quirinale? 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Possibilista, ma pure consapevole dell&#8217;età media dei precedenti inquilini del <strong>Quirinale</strong>: mai sotto i 60 anni. E lui, nel 1985, non ne ha ancora compiuti 57. “Largo ai vecchi”, sembra suggerire Cossiga, tanto più che nella corsa al <strong>Colle</strong> i favoriti sono <strong>Andreotti</strong>, <strong>Forlani</strong> e il solito <strong>Fanfani</strong>. E lui, l’ex ministro degli Interni dimissionario dopo il caso Moro, l’ex premier più amato da Pertini, se ne sta comodo comodo sulla poltrona di presidente del <strong>Senato</strong>. “Sette anni là dentro, in quella prigione dorata, lassù sul Colle&#8230;”, continua a ripetere a <strong>Ciriaco De Mita</strong>, suo segretario e (allora) amico. In quel giugno del 1985 una sola cosa è certa: sul Colle salirà un democristiano, per la regola dell’alternanza. <strong>Craxi</strong> non farà storie, per non perdere <strong>Palazzo Chigi</strong>. E i comunisti di <strong>Alessandro Natta</strong>, appena bastonati nel referendum sul punto unico di contingenza, hanno una gran voglia di rientrare in gioco. Il problema semmai è la Dc, dove al solito scalpitano i cavalli di razza.</p><p><strong>De Mita</strong>, padre-padrone del partito, fa sapere che “l’elezione del capo dello <strong>Stato</strong> è cosa diversa dalla maggioranza e quindi dall’alleanza di governo”. Non gli basta vincere. Vuole stravincere. Ma possibilmente, per la prima volta nella storia repubblicana dai tempi di <strong>De Nicola</strong>, con un candidato concordato con gli altri partiti. Infatti incontra con largo anticipo Natta, e gli propone subito Andreotti. Risposta: “Non possiamo votarlo”. Nemmeno l’altro big Dc, <strong>Forlani</strong>, piace a tutti. Si decide allora che ogni partito proponga una rosa di nomi. Il <strong>Pci</strong> gradirebbe due intellettuali cattolici democratici, <strong>Giuseppe Lazzati</strong> e <strong>Leopoldo Elia</strong>. I partiti laici vorrebbero <strong>Paolo Baffi</strong>, ex governatore di <strong>Bankitalia</strong> e figura cristallina. Cossiga – racconterà De Mita a <strong>Concita De Gregorio</strong> di <em>Repubblica</em> – viene fuori quasi per caso, perché compare in diverse “rose”. Ha collaborato col <strong>Pci</strong> nel governo Andreotti di solidarietà nazionale, è un giurista di chiara fama, un politico di specchiata moralità, per giunta lontano dai giochi di corrente (pur facendo riferimento alla sinistra Dc). E piuttosto docile – così almeno s’illude Ciriaco – agli ordini di scuderia. “Il nostro agente al Quirinale”, dirà anni dopo Cossiga, tracciando un beffardo <em>identikit</em> del presidente perfetto agli occhi di De Mita.</p><p><span style="color: #c4161c;"><strong>La “benedizione” del nettapipe</strong></span></p><p>Natta, che già l’ha votato alla presidenza del <strong>Senato</strong>, ci sta subito, nella speranza di fare un dispetto a <strong>Craxi</strong> e ricominciare ad amoreggiare con la sinistra Dc: lo scontro del 1980, quando i comunisti votarono la sua messa in stato di accusa per il caso <strong>Donat Cattin</strong>, è già dimenticato. E poi Cossiga è pur sempre il cugino di terzo grado di <strong>Berlinguer</strong>. Il Garofano, d’altronde, fatica a contrapporgli un suo uomo: l’unico sulla piazza è <strong>Pertini</strong>, cui non dispiacerebbe affatto la riconferma. Ma, a parte le stoccate che riserva di continuo a Via del Corso, è troppo vecchio con i suoi 88 anni per essere rieleggibile. E dopo di lui un altro socialista non passerebbe mai. Cossiga, insomma, va bene a tutti. O quasi, visto che nella Dc incontra le resistenze più forti. Ma Andreotti lo appoggia: “Fosse vivo <strong>De Gasperi</strong>, approverebbe”. E convince gli altri. Ora si tratta di convincere lui. <strong>De Mita</strong> ci riesce con una frase un po’ strana: “Se non te la senti di tirare avanti per sette anni, puoi mollare dopo quattro o cinque. Pensa che bel gesto: un precedente che potrebbe preludere alla riforma del settennato presidenziale”. Si fa anche promettere che manterrà al <strong>Quirinale</strong> il segretario generale <strong>Maccanico</strong>, irpino come lui. E che nominerà tre senatori a vita – <strong>Elia</strong>, <strong>Malagodi</strong> e <strong>Baffi</strong> – per accontentare il <strong>Pci</strong> e i laici.</p><p>Cossiga s’impegna (poi non nominerà nessuno dei tre senatori a vita) e informa in anteprima i suoi due figli: “Ci sono molte probabilità che tra qualche giorno vostro padre diventi presidente della Repubblica”. Basterà qualche ora. Quando, alle 16 del 25 giugno, l’Assemblea plenaria di <strong>Camera</strong> e <strong>Senato</strong> si riunisce per la prima votazione, i giochi sono già fatti. Compresa la benedizione di Pertini: “Cossiga è un uomo onesto – ha detto il giorno prima – e ha sofferto molte amarezze. È diventato bianco e curvo. E poi una volta mi ha regalato un nettapipe d’oro”. Il candidato unico ha già in tasca i voti di Dc, Pci, Psi e laici. Mancano all’appello solo missini, demoproletari e radicali, che tuonano all’unisono contro l’inciucio maggioranza-opposizione su uno dei simboli del compromesso storico: alla fine voteranno scheda bianca. L’elezione è una pura formalità: per la prima volta il Presidente è eletto al primo colpo, con gran sorpresa dell’amministrazione di <strong>Montecitorio</strong> che, memore dei sedici scrutini della volta precedente, hanno ammassato quintali di derrate alimentari nei depositi dei ristoranti della Camera, per sfamare per giorni i mille e più grandi elettori. Un’ora e 52 minuti appena, dura lo scrutinio. Poi, quando la presidente della Camera <strong>Nilde Jotti</strong> legge per la 566ª volta il nome di Cossiga, il quorum è raggiunto e scatta l’applauso. Totale: 752 voti su 977, con 141 schede bianche. Nessun voto per il commendatore e pensionato<strong> Pietro Melone da Casagiove</strong>, Caserta, che giorni prima ha annunciato la sua candidatura “senza illusioni, ma per sfizio”.</p><p>Il discorso d’insediamento di Cossiga non ha nulla di rivoluzionario, ma si fa ascoltare. Un po’ emozionato, con un’inflessione sarda ancor più spiccata del solito, le doppie consonanti quando non sono previste e viceversa, attacca: “Sono il primo presidente della Repubblica che non appartiene alla generazione dei padri della patria. Ne sono umilmente consapevole&#8230; Voglio essere il presidente della gente comune che lavora nelle fabbriche, che studia, che scrive, che patisce la disoccupazione&#8230; Sono uno di loro”. E mentre ancora parla, alcuni camerieri trafelati portano via 25 prosciuttoni intonsi. “È il mio capolavoro”, gongola De Mita. Se ne pentirà. I partiti che più hanno osteggiato l’ascesa di <strong>Cossiga</strong>, dal <strong>Psi</strong> al <strong>Msi</strong>, diventeranno con gli anni i suoi più accaniti tifosi; quelli che l’hanno sponsorizzato, dalla Dc al Pci, i suoi più acerrimi nemici. Per non parlare dei giornali: <em>Repubblica</em> di <strong>Scalfari</strong>, che ingaggerà con lui epici duelli negli anni delle esternazioni, saluta la sua elezione con squilli di tromba. L’entusiasmo è tale da indurre un malcapitato redattore a intervistare, in esclusiva mondiale, i genitori del neopresidente, festanti nella casa di <strong>Sassari</strong>. Peccato che siano morti da una decina d’anni.</p><p>Strana biografia, quella di Cossiga. Classe 1928 e famiglia della <strong>Sassari</strong> bene non proprio cattolica: il nonno Francesco Maria, fratello del nonno di <strong>Berlinguer</strong>, era un pezzo grosso della massoneria; suo padre, un seguace di <strong>Emilio Lussu</strong>, leader del <strong>Partito sardo d’azione</strong>; sua madre cattolica sì, ma finita nei guai per aver lanciato volantini che chiedevano la liberazione di alcuni anarchici durante una visita del re <strong>Vittorio Emanuele</strong>. Francesco prende molto da lei. Laureato a 20 anni, docente di <strong>Diritto costituzionale</strong> a 24, s’iscrive giovanissimo alla <strong>Fuci</strong>, è un dossettiano sfegatato e nel 1956 fa la guerra al conterraneo <strong>Antonio Segni</strong>, che poi se lo fa amico portandolo in Parlamento nel &#8217;58. Sposato con<strong> Peppa Sigurani</strong>, che gli darà due figli e non si lascerà mai fotografare, adora l’insegnamento. Ma quando Segni si ammala e lascia anzitempo il Quirinale, Moro lo vuole con sé come sottosegretario alla Difesa (1966): tocca a lui gestire l’operazione <strong>Gladio</strong> e lardellare di <em>omissis</em> il rapporto parlamentare sul <strong>Piano Solo</strong>. Nel &#8217;74 ministro della Riforma burocratica, dal &#8217;76 al &#8217;78 ministro dell&#8217;Interno nei governi Andreotti della solidarietà nazionale. Per l&#8217;ultrasinistra è &#8220;Kossiga&#8221; (con la K e la doppia S runica, alla nazista). Per Pannella, il responsabile morale della morte di<strong> Giorgiana Masi</strong> durante una manifestazione di piazza.</p><p><span style="color: #c4161c;"><strong>Moro, le ombre e il rimorso</strong></span></p><p>I 55 giorni del caso <strong>Moro</strong> lo invecchiano di vent’anni: l’ansia per l’amico ostaggio, il dolore per le sue ingenerose lettere dalla prigione, il dovere della fermezza, il rimorso di non aver fatto abbastanza per salvarlo, le polemiche per le pessime indagini della “sua” polizia e per i piduisti nei suoi comitati di crisi. E, subito dopo, le dimissioni dal <strong>Viminale</strong>. Un anno da eremita, il dolore somatizzato in vitiligine che gli sbianca i capelli e gli chiazza la pelle <em>à pois</em> (“Mi svegliavo ogni notte di soprassalto, col pensiero fisso che Moro l’avevo ucciso io”). Poi il ritorno sulla scena, presidente del Consiglio dal 1979 all&#8217;80. Lo scandalo <strong>Donat Cattin</strong> (Cossiga accusato di aver agevolato la fuga del terrorista Marco, avvertendo il padre Carlo che il figlio era ricercato) e i franchi tiratori che impallinano il suo governo. Per sempre, pare. Invece, nel 1983, De Mita arriva alla segreteria e lo fa eleggere presidente del <strong>Senato</strong>. Poi, due anni dopo, presidente della <strong>Repubblica</strong>. I suoi primi quattro anni sul Colle sono di una noia mortale: parla poco, non esterna, non fa notizia. I vignettisti scherzano sul “sardomuto”. L’inserto satirico dell’<em>Unità</em>, “Tango”, lo ritrae come un omino un po’ stralunato che fa capolino da dietro una persiana (“Mi hanno eletto presidente e non mi hanno detto che cosa devo fare”).</p><p>Lui passa le giornate a tagliar nastri, a leggere e studiare i suoi autori preferiti (Tommaso Moro, Henry Newman, Pascal, Bernanos, Cartesio, i maestri del giallo e dello spionaggio), a praticare le sue bizzarre collezioni (soldatini, cose militari e – insinua qualcuno – dossier) e la sua passione di radioamatore (nome in codice: Andy Capp). E, a parte qualche furiosa litigata con il <strong>Csm</strong> (che secondo lui si allarga un po’ troppo), tutto fila liscio fino al &#8217;90. Poi, un bel giorno, complice il crollo del muro di <strong>Berlino</strong> che chiude la <strong>Guerra fredda</strong> e scioglie i due blocchi contrapposti in cui è diviso il mondo da <strong>Yalta</strong> in poi, il risveglio: “Voglio togliermi alcuni sassolini dalle scarpe”. Apriti cielo. Sarà la ciclotimia, che gli fa alternare momenti di euforia e di depressione. Saranno le trame degli “amici” dc che prendono forma. Sta di fatto che Cossiga comincia a tuonare. Anzi, dice lui stesso, a “picconare”.</p><p><span style="color: #c4161c;"><strong>Il sismografo di Tangentopoli</strong></span></p><p>Ancora contro il Csm, che vuole censurare i giudici massoni, e poi vuole difendere i giudici attaccati per la prima volta da <strong>Craxi</strong> (per impedirlo, l&#8217;uomo del Colle minaccia di mandare i carabinieri a Palazzo dei Marescialli). Poi contro il <em>Tg1</em>, che intervista un falso agente della <strong>Cia</strong> con le prime allusioni a Gladio (la rete anticomunista, nome in codice “Stay Behind”, varata in gran segreto in alcuni paesi <strong>Nato</strong> fin dagli anni 60 in vista di una temuta invasione sovietica). Quella Gladio che <strong>Andreotti</strong> ha messo in mano al giudice veneziano <strong>Felice Casson</strong>, spalancandogli gli archivi dei servizi segreti a <strong>Forte Braschi</strong>, con sospetta generosità. Sospetta almeno per Cossiga, che intravede una manovra del Divo per farlo dimettere anzitempo e prendere il suo posto. Da allora è una grandinata continua di esternazioni e interviste (soprattutto al prediletto Paolo Guzzanti) da ogni capo del mondo, ora furibonde ora beffarde, ma sempre destabilizzanti, contro tutto e contro tutti (tranne i socialisti): <strong>Andreotti</strong>, Craxi, <strong>Forlani</strong>, Pomicino, <strong>Gava</strong>, l’esercito, tutta la <strong>Dc</strong>, la Lega, <strong>Mancino</strong>, Occhetto (“zombie coi baffi”), <strong>Violante</strong> (“piccolo Wishinsky”), i “giudici ragazzini” antimafia, il pm <strong>Cordova</strong>, “la nota lobby” <em>Repubblica-Espresso</em>-<strong>Scalfari</strong>-<strong>De Benedetti</strong>, <strong>Luca Orlando</strong> e padre <strong>Pintacuda</strong>, Rodotà (“se lui è di sinistra, io sono un brigatista rosso”), il <strong>Vaticano</strong>, persino <strong>Vespa</strong> e <strong>Baudo</strong>.</p><p>Difende Gladio a spada tratta, esalta <strong>Edgardo Sogno</strong>, dice che nella <strong>P2</strong> c’erano anche veri patrioti, vuole i pm subordinati al governo, è ossessionato dai complotti (quelli veri, ma anche quelli inventati) ai suoi danni. La Dc scarica il Picconatore (qualcuno invoca financo la perizia psichiatrica), il Pci e Pannella chiedono l’impeachement. Il fronte nemico s’ingrossa e gli getta tra i piedi ogni sorta di accuse, esagerate come le sue esternazioni: matto, golpista, fascista, depistatore del caso Solo e delle stragi di <strong>Bologna</strong> e di <strong>Ustica</strong>, criptopiduista e chi più ne ha più ne metta. In realtà, con i suoi sbalzi d’umore, Cossiga è diventato il sismografo impazzito di una classe politica marcia dalle fondamenta, quasi che presentisse lo tsunami che sta per travolgerla: Tangentopoli. Lupo solitario che ulula alla luna circondato da ladri e da sordi, Cossiga se ne va il 25 aprile 1992, con un discorso commosso e commovente alla Nazione. Due mesi prima della scadenza del mandato, due mesi dopo l’arresto di <strong>Mario Chiesa</strong>, un mese prima della strage di <strong>Capaci</strong>. Fra le macerie della <strong>Prima Repubblica</strong>.</p><p><em>da Il Fatto Quotidiano del 16 aprile 2013</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/17/colle-11-presidenti-cossiga-lagente-tra-dossier-e-picconate/566213/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Colle, gli 11 presidenti &#8211; Ciampi, banchiere grigio che sognava la &#8220;moral suasion&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/17/colle-11-presidenti-ciampi-banchiere-grigio-che-sognava-moral-suasion/566351/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/17/colle-11-presidenti-ciampi-banchiere-grigio-che-sognava-moral-suasion/566351/#comments</comments> <pubDate>Wed, 17 Apr 2013 21:36:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Travaglio</dc:creator> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Carlo Azeglio Ciampi]]></category> <category><![CDATA[Elezione Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Presidente della Repubblica]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=566351</guid> <description><![CDATA[Il decimo Presidente, come il primo Enrico De Nicola, i partiti lo vanno a prendere fuori dal Parlamento. È Carlo Azeglio Ciampi, il tecnico di pronto intervento che nel 1993 è divenuto premier e ha salvato per pochi mesi la reputazione della politica screditata da Tangentopoli e da Mafiopoli; e che nel 1996-&#8217;98, come ministro...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il decimo Presidente, come il primo Enrico De Nicola, i partiti lo vanno a prendere<strong> fuori dal Parlamento</strong>. È Carlo Azeglio Ciampi, il <strong>tecnico</strong> di pronto intervento che nel 1993 è divenuto premier e ha salvato per pochi mesi la reputazione della politica screditata da Tangentopoli e da Mafiopoli; e che nel 1996-&#8217;98, come<strong> ministro del Tesoro</strong> del primo governo Prodi, ha salvato il Paese dalla deriva verso il Terzo Mondo, agganciandola miracolosamente all’Europa della moneta unica. L’Italia che nel 1999 saluta il presidente Scalfaro dopo sette anni di Quirinale ha appena visto naufragare la Bicamerale, tentativo maldestro e suicida del centrosinistra di giungere alla “normalità” tanto cara a Massimo D’Alema con un compromesso al ribasso sulla riforma della Costituzione con l’eversore incostituzionale per antonomasia: Silvio Berlusconi.</p><p> Il quale, subito dopo aver perso rovinosamente le sue seconde elezioni nel ‘96 e aver ottenuto dal Conte Max l’insperata legittimazione di padre costituente, anzi ricostituente, ha portato a spasso il centrosinistra per due anni, costringendolo a snaturarsi in “patti della crostata” in casa Letta e in progetti neocraxiani sul presidenzialismo e contro l’indipendenza della magistratura. Poi, sul più bello, li ha mollati a metà del guado e ha fatto saltare il tavolo della Bicamerale, avendo capito che il suo vero obiettivo finale – l’amnistia per salvarsi dai processi – non glielo può regalare nemmeno la sinistra più masochista del pianeta, terrorizzata dalla rivolta dei suoi elettori. In compenso ha ottenuto un risultato mica da ridere:<strong> indebolire il governo Prodi</strong>, che insieme a Scalfaro alla Bicamerale ha sempre guardato con sospetto, fino a farlo cadere per mano di Bertinotti e a rimpiazzarlo nell’ottobre ’98 con una parodia di governo D’Alema sostenuto dai ribaltonisti al seguito di Cossiga e Mastella. Il viatico ideale per una riscossa che solo due anni prima pareva follia.</p><p>Ma se la controriforma della seconda parte della Costituzione va in fumo dopo due anni di inutile lavoro, l’<strong>asse D&#8217;Alema-Berlusconi</strong> resta in piedi per eleggere il nuovo capo dello Stato, che i due compari vogliono scegliere insieme, convinti ciascuno di poterlo usare per mettere nel sacco l’altro. Max e Silvio non hanno dubbi: il nuovo capo dello Stato deve<strong> descalfarizzare</strong> il Quirinale, dunque non può essere un politico abile nella manovra di palazzo come lo era il Presidente uscente. Occorre – come scriverà Marzio Breda ne La guerra del Quirinale (ed. Garzanti) – “un <strong>defibrillatore istituzionale</strong>, un dissuasore” che spenga gli ardori della battaglia politica. Un anestesista, un emolliente che consenta ai partiti di riprendere in mano il pallino della politica, troppo a lungo commissariata. “Una figura istituzionale all’insegna della terzietà”, auspica Gianni Letta col suo linguaggio alla vaselina.</p><p><strong><span style="color: #c4161c;">L’inciucio tra B. e D’Alema</span></strong></p><p>Dunque è subito chiaro a tutti che i candidati di bandiera ai blocchi di partenza, nella primavera ‘99, sono specchietti per le allodole. Berlusconi pronuncia due nomi:<strong> Amato</strong>, l’ex craxiano che fino a due anni prima è stato presidente dell’Antitrust da lui stesso nominato e perfetto garante del trust Mediaset; e<strong> Bonino</strong>, eletta con Forza Italia nel ’94 e sempre rimasta nell’orbita del centrodestra, anche perché lo stesso Cavaliere l’ha scelta come commissario europeo insieme a Monti. Il centrosinistra non gradisce: Amato è ancora sotto scacco di Craxi, che ogni tanto distilla veleni sul suo passato socialista con i famosi fax da Hammamet; e la Bonino non è ancora ascesa nell’Olimpo progressista.</p><p>Così il centrosinistra ribatte con le candidature di tre ex democristiani: Rosa Russo Iervolino, ex presidente del Ppi, fedelissima di Scalfaro, dunque vista come il fumo negli occhi dal Cavaliere; Nicola Mancino, presidente del Senato, ex sinistra Dc e ora Ppi; e Franco Marini, ex leader della Cisl, poi passato alla politica attiva con Andreotti, anche lui confluito nel Ppi. Ma nessuno dei tre incontra i favori della destra. E Prodi, altro papabile, viene spedito alla Commissione Ue. Ciampi invece va bene a tutti. Tant’è che il <strong>13 maggio</strong>, quando le Camere iniziano a votare, viene eletto plebiscitariamente al <strong>primo scrutinio</strong>. Come Cossiga. Lo votano centrodestra e centrosinistra, tranne la Lega Nord e Rifondazione comunista. Con 707 voti su 1010, contro i 72 del lumbard Luciano Gasperini e i 21 del rosso antico Ingrao (scelto dai rifondatori). Raccolgono consensi anche la Iervolino (16), la Bonino (15), l&#8217;imputato per mafia Andreotti (10) e persino il latitante Craxi (6).</p><p>Sul Corriere, Montanelli saluta con sollievo non tanto il nuovo Presidente, quanto lo scampato pericolo di veder eletti i suoi concorrenti demo-cristiani e dunque rinascere la Balena Bianca: il “mostro senza volto che m’incalza con la logorrea del presidente uscente (Scalfaro, ndr), aggravata dall’accento irpino di Mancino e dalle corde vocali della signora Iervolino”. L’idea di un capo dello Stato più taciturno, dopo le intemperanze di Per-tini, le picconate di Cossiga e le omelie di Scalfaro, rassicura più di un italiano. E Ciampi – scrive il vecchio Indro – promette bene almeno da questo punto di vista: “Non è di un grande statista che stiamo parlando, ma di un ‘<strong>commesso dello Stato</strong>’, come si chiamano in Francia gli alti e ringhiosi guardiani della pubblica amministrazione, allergici alle manovre politiche&#8230; Impacciato parlatore, in aula non brilla. Ma non brillava nemmeno Einaudi, come non aveva mai brillato Giolitti”. Il quale, “quando non aveva più nulla da dire, aveva finito di parlare”.</p><p>Chissà, forse in un altro contesto Ciampi avrebbe davvero tenuto fede a queste attese. Di sé quest’uomo in grigio, anzi in bianco e nero con le sopracciglia folte ad accento circonflesso, dice: “Soffro di agorafobia, prendere la parola in una piazza o davanti a platee troppo vaste mi blocca”. Ma dovrà fare violenza a se stesso. Perché, dopo poco più di un anno di tregua, si ritrova subito in mezzo a un’infuocata <strong>campagna elettorale</strong>: quella del 2001, col ritorno di fiamma di Berlusconi. Seguita da un quinquennio terribile fatto di leggi vergogna, norme ad personam, attacchi alla Costituzione e alla magistratura, scontri con la “sua” Europa e incidenti internazionali. Ed è costretto, lui che non ama parlare in pubblico, men che meno a braccio, a esternare quasi ogni giorno: se non come i tre precedessori, quasi.</p><p>Nato a<strong> Livorno</strong> nel 1920 da un negoziante di ottica e una insegnante di musica, sposato con Franca Pilla, Ciampi ha studiato dai gesuiti e poi alla Normale di Pisa. Ha due lauree, in Filologia classica e in Giurisprudenza. Credente ma laico (e, secondo qualche maligno, anche massone), si definisce un “<strong>liberale crociano</strong>”: combattendo in guerra come sottotenente degli autieri in Albania e poi in Abruzzo, ha conosciuto il suo maestro Guido Calogero, filosofo antifascista e liberalsocialista, che l’ha avvicinato al Partito d’azione. È questa l’unica militanza politica del giovane Ciampi, insieme all’iscrizione alla Cgil. Nel 1946, dopo aver insegnato per un po’ Lettere al liceo, dà il concorso per la<strong> Banca d’Italia</strong>, dove resterà 47 anni percorrendo tutto il cursus honorum, da impiegato a governatore (per 14 anni, dal 1979 al 1993). È lì che matura uno stile sobrio ed essenziale e un metodo di lavoro fondato sulla “squadra”, che metterà a frutto sul Colle con un’équipe di consulenti esterni (i “Ciampi boys”) di cui fanno parte Andrea Manzella, Sabino Cassese, Mario Draghi, Maurizio Viroli, Tommaso Padoa-Schioppa e il solito, eterno Tonino Maccanico.</p><p><strong><span style="color: #c4161c;"> Sì e no alle leggi vergogna </span></strong></p><p><strong></strong>Una sobrietà tecnica che non gli impedirà qualche concessione alla retorica patriottarda, senza plateali baci alla bandiera e lacrime in pubblico, con giuste campagne come quella per rivalutare la festa del 2 giugno. Ma pure con qualche indulgenza di troppo al nazionaltrombonismo. Tipica, in questo senso, la battaglia per far cantare l’<strong>inno di Mameli</strong> ai calciatori della Nazionale. E anche un’esternazione nel giorno dell’ottantesimo compleanno: “Nel ’93, da presidente del Consiglio, andai in visita di Stato in Germania. Ero sul palco al fianco del cancelliere Kohl, e fu issato il tricolore mentre la banda suonava l’inno di Ma-meli. Lo confesso, un brivido mi corse lungo la schiena e mi tremarono le gambe”. Figurarsi la faccia di Ciampi, sul palco della prima alla Scala, quando il maestro Riccardo Muti rifiuta di eseguire l’inno nazionale “perché si tratta di una marcetta incompatibile con Beethoven”.</p><p>Il suo primo atto politico è, nel 2000, la nomina di<strong> Giuliano Amato</strong> per rimpiazzare D’Alema, dimissionario dopo la rovinosa disfatta alle elezioni regionali. Poi, appunto, <strong>torna Berlusconi</strong>. Sulle prime Ciampi si illude di fronteggiare i suoi continui strappi istituzionali, costituzionali e internazionali con la <strong>moral suasion</strong>: qualche fervorino in via riservata. Come quello che consiglia al Cavaliere di rinunciare a nominare ministro della Giustizia Roberto Maroni, condannato in via definitiva per aver picchiato un poliziotto durante una perquisizione nella sede della Lega, e dirottato al Welfare.</p><p>Ma ben presto deve cambiare registro: sin da quando, a fine 2001, il Cavaliere dichiara guerra all’Europa con la legge sulle rogatorie e il rifiuto di ratificare la legge sul mandato di cattura europeo, perdendo per strada il ministro degli Esteri, il tecnico, Renato Ruggiero e assumendo su di sé l’interim della Farnesina. Ciampi fa buon viso a cattiva sorte anche con la legge sul falso in bilancio e con la Cirami sul legittimo sospetto, mentre le piazze si riempiono di girotondini , scudi umani contro il bombardamento alle procure. Ma nel 2003 deve rassegnarsi: la moral suasion, con un tipaccio come il Caimano, non serve a nulla. Del resto, agli scenari di guerra è abituato: non solo per la sua esperienza di sottufficiale, ma anche perchè porta ancora le stimmate della notte fra il 27 e il 28 luglio ‘93, quando le bombe mafiose polverizzavano a suon di bombe il Pac di Milano, le basiliche romane del Velabro e del Laterano, e i centralini di Palazzo Chigi andavano in tilt, facendogli temere il golpe.</p><p><strong><span style="color: #c4161c;">I soliti dossier </span></strong></p><p><strong></strong>Dunque, dal 2003, il Presidente comincia a rispedire al mittente le<strong> leggi più incostituzionali</strong>: quella sui tribunali minorili e soprattutto quelle sulla tv (la Gasparri) e contro la giustizia (la Castelli sull’ordinamento giudiziario e la Pecorella che abolisce l’appello contro le assoluzioni). E così diventa anche lui, come Scalfaro, un nemico da abbattere, un “ribaltonista”, un “comunista mascherato”. Gli house organ di Arcore e dintorni estraggono i dossier pronti da tempo: allusioni al figlio scavezzacollo e ai suoi pasticci finanziari; e soprattutto all’operazione Telekom Serbia, il controverso acquisto della compagnia telefonica di Belgrado dalle mani di Milosevic ai tempi del governo Prodi, quando Ciampi era al Tesoro. Il centrodestra istituisce una commissione parlamentare ad hoc, trasforma un truffatore (il celebre Igor Marini) in supertestimone, raccoglie accuse false a Prodi, Fassino e Dini.</p><p>Ma Claudio Scajola e Carlo Taormina fanno sapere che sono pronti a tirare in ballo anche il Presidente, se farà lo schizzinoso sulle leggi del Capo. Lui non si lascia intimidire (anche se poi firmerà senza batter ciglio altre vergogne come la Bossi-Fini, il lodo Schifani, la ex-Cirielli e le guerre in Afghanistan e in Iraq). Così come quando un’orda di leghisti guidati dagli “onorevoli” Borghezio, Salvini e Speroni, accoglie la sua visita al Parlamento europeo al grido “Basta euro, Padania libera, Italia vaffanculo”. Sul momento, Ciampi minimizza, anche per non enfatizzare la figuraccia italiana in Europa. Ma si prenderà una sonora rivincita il giorno dopo le sue dimissioni, nella primavera del 2006, annunciando da semplice senatore a vita il suo <strong>No al referendum</strong> confermativo sulla controriforma costituzionale della “<strong>devolution</strong>” targata Carroccio e centrodestra. Qualcuno dirà: troppo poco, troppo tardi. Ma solo perché non ha ancora visto all’opera il suo successore.</p><p>(10-continua)</p><p>Da <em>Il Fatto quotidiano</em> del 17 aprile 2013</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/17/colle-11-presidenti-ciampi-banchiere-grigio-che-sognava-moral-suasion/566351/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Colle, gli 11 presidenti &#8211; Pertini, al Colle il socialista che sapeva resistere</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/15/colle-11-presidenti-pertini-al-colle-socialista-che-sapeva-resistere/563416/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/15/colle-11-presidenti-pertini-al-colle-socialista-che-sapeva-resistere/563416/#comments</comments> <pubDate>Mon, 15 Apr 2013 19:14:49 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Travaglio</dc:creator> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Elezione Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Luigi Einaudi]]></category> <category><![CDATA[Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Quirinale]]></category> <category><![CDATA[Sandro Pertini]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=563416</guid> <description><![CDATA[&#8220;Dicevano che giocavamo a perdere. Invece giocavamo a vincere. E con Pertini abbiamo vinto. Oggi, per la prima volta nella storia, va al Quirinale un socialista”. Bettino Craxi tenterà di mettere il cappello sul Presidente Partigiano. Ma la verità è opposta: nel 1978, quando si è trattato di cercare il successore di Giovanni Leone, lui...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Dicevano che giocavamo a perdere. Invece giocavamo a vincere. E con <strong>Pertini</strong> abbiamo vinto. Oggi, per la prima volta nella storia, va al <strong>Quirinale</strong> un socialista”.<strong> Bettino Craxi</strong> tenterà di mettere il cappello sul Presidente Partigiano. Ma la verità è opposta: nel 1978, quando si è trattato di cercare il successore di <strong>Giovanni Leone</strong>, lui Pertini l&#8217;ha osteggiato finché ha potuto. E vi si è rassegnato soltanto in extremis. Pur di non aprire la strada all&#8217;ennesimo democristiano, o all&#8217;odiatissimo <strong>Ugo La Malfa</strong>. La campagna presidenziale di 35 anni fa si apre con sei mesi d&#8217;anticipo sulla tabella di marcia. <strong>Giovanni Leone</strong> se ne dovrebbe andare solo a dicembre, ma si dimette sei mesi prima, per mettere fine alla campagna politico-giornalistica delle sinistre. Il 1978 è forse l&#8217;anno più nero della <strong>Repubblica italiana</strong>: i grandi scandali, il nervosismo atlantico per l&#8217;ingresso dei comunisti nell&#8217;area di governo, il terrorismo che dilaga nelle strade, la strage di via <strong>Fani</strong> seguita dal sequestro di <strong>Aldo Moro</strong>, la spaccatura dei partiti tra il fronte della fermezza e quello della trattativa con le <strong>Br</strong>, e alla fine quella terribile Renault rossa parcheggiata in via <strong>Caetani</strong>, a metà strada fra <strong>Botteghe Oscure</strong> e piazza del Gesù, con il corpo del presidente della Dc crivellato di colpi e rannicchiato nel bagagliaio.</p><p>La morte di Moro, candidato numero uno al Quirinale, con le drammatiche dimissioni del ministro dell&#8217;Interno <strong>Francesco Cossiga</strong>, è del 9 maggio. L&#8217;uscita di scena di Leone, del 15 giugno. I papabili per la successione sono il segretario Dc, <strong>Benigno Zaccagnini</strong>, il segretario repubblicano La Malfa, i socialisti di sinistra <strong>Francesco De Martino</strong> e <strong>Antonio Giolitti</strong>. I primi due portati dal fronte della fermezza (segreteria Dc, Pci, Pri), gli altri due da quello della trattativa, che ruota intorno al <strong>Psi</strong>. Ma nei primi tre scrutini &#8211; quelli che richiedono la maggioranza dei due terzi delle Camere &#8211; ciascun partito vota il proprio candidato di bandiera. É ormai la fine di giugno e nemmeno nelle successive votazioni l&#8217;impasse accenna a sbloccarsi: altre dodici fumate nere.</p><p><span style="color: #c4161c;"><strong>Il socialista e il compagno Berlinguer</strong></span></p><p>Per ammazzare il tempo fra una tornata e l&#8217;altra, alcuni giovani deputati democristiani organizzano partitelle a calcetto in periferia e rientrano a <strong>Montecitorio</strong> con la sacca sportiva: tra questi, ci sono un tal <strong>Clemente Mastella</strong> e un certo <strong>Antonio Segni</strong>. Craxi, a questo punto, fa la voce grossa con Zaccagnini: “O un socialista (<strong>Giolitti</strong>, <em>ndr</em>) sale al Quirinale, o il <strong>Psi</strong> scende dal governo Andreotti”. I toni sono quelli perentori e ricattatori del miglior <strong>Ghino di Tacco</strong>. E gli altri partiti sembrano d&#8217;accordo con lui. Tranne la Dc, che tiene duro su <em>Zac</em>, e il Pri, tetragono su La Malfa. Il leader dell&#8217;Edera, come poi Pertini, fa finta di non ambire alla poltrona, e per affettare distacco si trasferisce per qualche giorno in <strong>Val d&#8217;Aosta</strong> annunciando: &#8220;Mi sono definitivamente allontanato dalla politica&#8221;. Salvo poi ripiombare a <strong>Roma</strong> non appena si comincia a fare sul serio. <strong>Enrico Berlinguer</strong>, che i socialisti li detesta (chiama Craxi “il gangster”), ha una sola preoccupazione: se socialista dev&#8217;essere il nuovo Presidente, che almeno sia il più lontano possibile da Craxi. Ecco così affiorare, a sorpresa, il nome di Sandro Pertini.</p><p>È dagli anni &#8217;50, all&#8217;indomani della <strong>Resistenza</strong>, che questo anziano socialista savonese classe 1896 è considerato una vecchia gloria dallo stesso Psi: un monumento da venerare, ma purchè resti sul piedistallo e soprattutto chiuso in una teca, alla larga da incarichi partitici e governativi, al massimo da issare come una bandiera su una poltrona istituzionale di rappresentanza, come la presidenza della <strong>Camera</strong> dal 1968 al &#8217;76. A quel punto, pare a tutti che il vegliardo possa ritirarsi in buon ordine. Pochi sospettano che la sua vera carriera politica sta appena per cominciare. Pertini piace ai comunisti per le stesse ragioni che lo rendono inviso a Bettino: predica il &#8220;ritorno ai rapporti unitari nella sinistra&#8221;, suo vecchio pallino, sferza la nuova generazione socialista, avversa la linea molle dei craxiani sul terrorismo ed è un alfiere della &#8220;questione morale&#8221; berlingueriana. Ne ha dato prova nel 1974, da presidente della Camera, prima respingendo l&#8217;aumento dell&#8217;indennità dei deputati (“Ma come, dico io, in un momento grave come questo, quando il padre di famiglia torna a casa con la paga decurtata dall&#8217;inflazione&#8230; voi date quest&#8217;esempio d&#8217;insensibilità? &#8216;Io deploro l&#8217;iniziativa&#8217;, ho detto. &#8216;Entro un&#8217;ora potete eleggere un altro presidente della Camera . Siete 630, ne trovate subito 640 che accettano di venire al mio posto. Ma io, con queste mani, non firmo&#8217;&#8230;”).</p><p>E poi schierandosi dalla parte dei tre giovani pretori della sua <strong>Liguria</strong> –<strong> Mario Almerighi</strong>, <strong>Carlo Brusco</strong> e <strong>Adriano Sansa</strong> &#8211; che avevano scoperchiato il primo scandalo dei petroli: i partiti e quasi l&#8217;intero <strong>Parlamento</strong> a libro paga dell&#8217;<strong>Unione Petrolifera</strong> in cambio di leggi fiscali di favore. Mentre politici e grande stampa attaccavano i “pretori d&#8217;assalto”, Pertini li ricevette a <strong>Montecitorio</strong> (ma nella lavanderia, perché gli uffici erano infestati di microspie, o almeno così lui pensava) e prometteva loro il suo pieno appoggio. E in effetti li difese pubblicamente, come in una memorabile intervista a<strong> Nantas Salvalaggio</strong> su “<em>La Domenica del Corriere</em>”: “Non accetterò mai di diventare il complice di coloro che stanno affossando la democrazia e la giustizia in una valanga di corruzione. Non c&#8217;è ragione al mondo che giustifichi la copertura di un disonesto, anche se deputato. Lo scandalo più intollerabile sarebbe quello di soffocare lo scandalo. L&#8217;opinione pubblica non lo tollererebbe. Io, neppure. Ho già detto alla mia Carla: tieni pronte le valigie, potrei piantare tutto&#8230;Io spero che i documenti dei famosi &#8216;pretori d&#8217;assalto&#8217; siano vagliati con rigore. Spero che tutto sarà discusso in aula, e nessuna copertura sarà frettolosamente inventata dai padrini dell&#8217;assegno sottobanco&#8230; Mi fanno pena i magistrati e i politici che cercano di tagliare le gambe ai pretori dell&#8217;inchiesta sullo scandalo del petrolio. Dicono che sono troppo giovani: ma da quando la giovinezza è un reato? Se mai è un sintomo esaltante e meraviglioso: significa che il Paese ha una riserva di coraggio e di onestà nelle nuove generazioni. E poi, mi creda: questi giovani (beati loro!) sono stati esemplari, rapidissimi. In tredici giorni hanno vagliato quintali di documenti. Hanno perduto ciascuno tre o quattro chili, mi dicono. Ma è quel sudore, quella fatica, che possono ora lavare le macchie dei piccoli e grandi corruttori. Nel mio partito mi accusano di non avere <em>souplesse</em>. Dicono che un partito moderno si deve &#8216;adeguare&#8217;. Ma adeguare a che cosa, santa Madonna? Se adeguarsi vuol dire rubare, io non mi adeguo. Meglio allora il partito non adeguato e poco moderno. Meglio il nostro vecchio partito clandestino, senza sedi al neon, senza segretarie dalle gambe lunghe e dalle unghie ultralaccate&#8230; Dobbiamo tagliarci il bubbone da soli e subito. Non basta il borotalco a guarire una piaga. Ci sono i ladri, gli imbroglioni? Bene, facciamo i nomi e affidiamoli al magistrato”.</p><p>Per questo, quattro anni dopo, non solo <strong>Craxi</strong>, ma anche la <strong>Dc</strong> storce il naso su <strong>Pertini</strong>: a parte l&#8217;età (81 anni suonati), il vecchio Sandro puzza di <strong>Fronte Popolare</strong> distante un miglio (anche se nel 1948 si era opposto all&#8217;alleanza Pci-Psi, ritenendola un tragico errore). Così il 2 luglio, nel tentativo di bruciarlo, Craxi lancia Pertini presentandolo come &#8220;il candidato di tutta la sinistra&#8221;. Il vegliardo però annusa la trappola e l&#8217;indomani è lui stesso, furibondo, a chiedere di non essere votato. Mossa geniale. Mentre tutti lo credono fuori gioco, lui &#8211; all&#8217;insaputa del suo partito &#8211; comincia a muoversi in ogni direzione per allacciare i rapporti con i vecchi amici (<strong>Alessandro Natta</strong>, <strong>Giorgio Amendola</strong>,<strong> La Malfa</strong>). Giolitti, intanto, tramonta, mentre sembra decollare La Malfa, simbolo vivente del compromesso storico dopo la scomparsa di Moro. Proprio per questo Craxi lo osteggia e, pur di sbarrargli il passo, ripesca Pertini. Anche Andreotti, per evitare che Sandro salga al Quirinale con i voti determinanti dei craxiani, convince la Dc ad appoggiarlo dopo una lunga serie di astensioni. Pertini, con l&#8217;aria di quello che non ci tiene, ostenta indifferenza. Ma non si perde un passaggio della partita a scacchi e segue ogni mossa di amici e nemici dalla sua bella casa in piazza Navona. Qui, il 7 luglio, lo raggiunge la notizia che il più è fatto. Non ha mai capito granchè di politica <em>politicante</em>, ma stavolta si gioca la partita da maestro. Diffidente, continua a tessere abilmente la sua tela, ma anche a fingersi rassegnato alla sconfitta. E, per rendere più credibile la sceneggiata, prepara i bagagli per le vacanze estive a <strong>Nizza</strong> che &#8211; lo sa benissimo &#8211; dovrà rimandare. Dire che l&#8217;8 luglio venga colto di sorpresa dall&#8217;annuncio dello scrutinio decisivo, sarebbe una bugia. Ma lui lo dice. Affermare che ha già pronto il discorso d&#8217;investitura sarebbe la verità. Ma lui lo nega. Mesi dopo rievocherà così quelle ore cruciali, con una dose di sfrontatezza pari soltanto alla simpatia: &#8220;Quando mi hanno offerto la presidenza della Repubblica, a 82 anni, io sono diventato pallido come un morto. Questi miei giovani compagni del Psi, invece, quando gli offrono una carica se la prendono senza batter ciglio. Comunque son sicuro che, dei miei 832 elettori, almeno la metà si sono già pentiti&#8221;.</p><p><span style="color: #c4161c;"><strong>L’elezione a sorpresa</strong></span></p><p>Dunque l&#8217;8 luglio, al sedicesimo e ultimo scrutinio, Pertini raccoglie 832 voti su 995 (l&#8217;83.6%): la maggioranza più ampia mai raccolta fino a quel momento da un presidente della Repubblica italiana. Praticamente l&#8217;intero &#8220;arco costituzionale&#8221;, che taglia fuori soltanto il <strong>Msi</strong>. Il discorso d&#8217;insediamento, l&#8217;indomani, è un abile cocktail di antifascismo, resistenzialismo e &#8220;partito degli onesti&#8221;, con le nobili aggiunte di un ricordo di Moro, un onore delle armi a <strong>Leone</strong> e un fermo appello contro ogni cedimento al terrorismo. Tutti felici, contenti e plaudenti. Almeno finchè Pertini, uscendo dall&#8217;aula, non minaccia sia pure bonariamente: &#8220;Chi si illude che io duri poco, se lo levi dalla testa. Mia madre morì a 90 anni, e solo perché cadde da una sedia. Mio fratello ha felicemente raggiunto quota 94&#8230;&#8221;.<strong> </strong></p><p><strong>Indro Montanelli</strong>, che abita con la moglie Colette in un attico su Piazza Navona prospiciente le finestre della sua casa, gli invia un telegramma agrodolce di benvenuto sul Colle: “Che Dio le conceda il coraggio, Presidente, di fare le cose che si possono e che si debbono fare; l&#8217;umiltà di rinunziare a quelle che si possono ma non si debbono, e a quelle che si debbono ma non si possono fare; e la saggezza di distinguere sempre le une dalle altre”. Non ne farà granchè tesoro, Pertini, accompagnato da cori di giubilo ed esaltazione dei media, che fanno a gara a esaltare la sua biografia di socialista onesto nato a <strong>Stella</strong> (Savona), educato dai salesiani, eroe della Grande guerra, socialista e fin da subito antifascista tutto d&#8217;un pezzo, compagno di fuga di <strong>Filippo Turati</strong>, esule in <strong>Francia</strong> dove si guadagnò da vivere facendo il manovale (&#8220;ma il muratore lo fece un giorno solo, e quel giorno riuscì a farsi fotografare&#8221;, lo corbellava <strong>Nenni</strong>), arrestato in Italia nel 1929 e sbattuto in carcere con <strong>Gramsci</strong> e poi al confino fino al 1943, ardimentoso capo della <strong>Resistenza</strong>. Su altri particolari più controversi, come il ruolo nella fucilazione di<strong> Osvaldo Valenti</strong> e<strong> Luisa Ferida</strong>, o le scalmane all&#8217;indomani della Liberazione nell&#8217;attesa della rivoluzione socialista che per fortuna non venne, o ancora le lodi all&#8217;invasione sovietica dell&#8217;<strong>Ungheria</strong> nel 1956, gli agiografi sorvolano. Così come sorvoleranno sui molti strappi alla Costituzione che costelleranno la presidenza Pertini, inaugurando quel presidenzialismo strisciante a base di “esternazioni” a ruota libera, poi ampiamente sviluppato e istituzionalizzato da <strong>Cossiga</strong>, <strong>Scalfaro</strong> e – dopo la parentesi <strong>Ciampi</strong> &#8211; <strong>Napolitano</strong>.</p><p>La presidenza Pertini è un lungo terremoto durato sette anni. Nel Quirinale un po&#8217; grave o lento lasciato da Leone &amp; famiglia, o almeno dalla loro rappresentazione mediatica che vi ha aggiunto del suo, il vecchio Sandro porta odore di bucato: la sua onestà è unanimemente riconosciuta, la sua immagine di bonarietà rigorosa è quel che ci vuole per restituire un po&#8217; di prestigio e di popolarità alle istituzioni. Il suo settennato non sarà mai sfiorato dall&#8217;ombra di uno scandalo e registrerà &#8211; tra i non pochi pregi &#8211; quello di aver rotto il quarantennale monopolio della Dc su Palazzo Chigi con la nomina dei due primi governi a guida laica: prima quello di <strong>Giovanni Spadolini</strong> (dopo un vano incarico a La Malfa), poi quello di <strong>Craxi</strong> (che si presenta al <strong>Quirinale</strong> in blue jeans, e lui lo rispedisce a casa a cambiarsi: &#8220;Vai, vai, ne riparliamo più tardi&#8221;). In più Pertini, diversamente da Leone, non tiene famiglia: non ha figli, e la moglie Carla Voltolina, donna schiva e bizzarra ai limiti della scontrosità, non metterà mai piede a Palazzo e non poserà mai da first lady, evitando di aggiungere altre dosi di sale e pepe a quelle che l&#8217;intemperante marito semina in giro per l&#8217;Italia e per il mondo. Perché lui, Sandro, è un <em>gaffeur</em> da competizione. Gaffes lungamente studiate a tavolino, le sue, come quelle di <strong>Mike Bongiorno</strong>, per apparire ancor più spontaneo, scomodo e vicino alla gente di quanto già non sia di suo. Il “nonno degli italiani”, assecondato e incoraggiato da una stampa conformista e da una classe politica che tenta di usarlo come foglia di fico (<strong>Guido Ceronetti</strong> definisce il fenomeno &#8220;papagiovannificazione&#8221;, e anche Montanelli non perde occasione per canzonare il suo voluttuoso presenzialismo mediatico), bacia migliaia di bambini, abbraccia decine di migliaia di madri e nonne, lacrima copiosamente a migliaia di funerali, intralcia i soccorsi in varie sciagure: dal pozzo di <strong>Vermicino</strong> al terremoto in <strong>Irpinia</strong>. E proprio nei giorni del disastro avellinese va in tv ad accusare, in un famoso messaggio alla <strong>Nazione</strong>, di collusione col sisma il governo da lui stesso nominato e la classe politica di cui ha sempre fatto parte.</p><p>Ma è questo anche il bello di “nonno Sandro”: avvicinare un&#8217;istituzione fino ad allora lontana e irraggiungibile, il <strong>Quirinale</strong>, alla gente comune che dei “politici” ha smesso di fidarsi da un pezzo. Anche perché Pertini, col suo pane al pane e vino al vino, dà l&#8217;impressione di credere a quel che dice. E, anche quando piange, di non farlo a comando. Piange nell&#8217;agosto 1980 in <strong>piazza Maggiore</strong> a <strong>Bologna</strong>, accanto al sindaco <strong>Renato Zangheri</strong>, per i funerali delle vittime della strage. Piange nel giugno 1984, quando si ritrova a Padova dove <strong>Berlinguer</strong> s&#8217;è appena sentito male nel famoso comizio. Arriva fra i primi in ospedale e, insieme a <strong>Tonino Tatò</strong>, si fa portare nella stanza dove il leader comunista è intubato alle macchine. Si fa allestire una stanza, ha un lieve malore ma non si muove di lì, ascolta i medici dire che non c&#8217;è più niente da fare, piange e conforta i famigliari: &#8220;Lo porto a casa io, come un fratello, un amico. Un compagno di lotta&#8221;. Si carica la bara del compagno Enrico sull&#8217;aereo presidenziale e l&#8217;accompagna ai funerali in piazza San Giovanni, il 13 giugno, con un milione di persone, ancora in lacrime.</p><p><span style="color: #c4161c;"><strong>Diplomazia a stile libero</strong></span></p><p>Per converso, gl&#8217;incidenti diplomatici provocati dalle sue esternazioni pesudo-improvvisate non si contano. Confonde il <strong>Guatemala</strong> col <strong>Nicaragua</strong>. Imputa la strage di <strong>Sabra</strong> e <strong>Chatila</strong> agli israeliani anzichè ai falangisti libanesi. Tira in ballo l&#8217;<strong>Urss</strong> come mandante delle <strong>Br</strong> senza uno straccio di prova. Fraternizza con papa <strong>Wojtyla</strong> come se fosse il cappellano del <strong>Quirinale</strong>. Confida alla stampa di aver saputo da re <strong>Hussein di Giordania</strong> che il capo druso <strong>Jumblatt</strong> è un morfinomane. Annuncia il ritiro del contingente italiano dal <strong>Libano</strong> senza che il governo ne sappia nulla (&#8220;me l&#8217;ha detto coso&#8221;: che, per la cronaca, è il presidente del Consiglio<strong> Giovanni Spadolini</strong>). Quando muore Berlinguer, trasforma i funerali in un mega-spot elettorale che frutta al <strong>Pci</strong> il sorpasso sulla <strong>Dc</strong> alle elezioni europee. Quando defunge il presidente sovietico <strong>Cernenko</strong>, non proprio un campione di democrazia, interrompe una visita ufficiale in <strong>Sudamerica</strong> per volare a <strong>Mosca</strong> a piangere sulla sua bara. E quando i controllori di volo <strong>Alitalia</strong> &#8211; ufficiali dell&#8217;Aeronautica &#8211; entrano in sciopero, anzichè farli arrestare come comandante delle <strong>Forze Armate</strong> per violata consegna, li riceve al <strong>Quirinale</strong> per avviare una mediazione col governo.</p><p>Egocentrico, estroverso, collerico, intollerante verso qualunque cenno di dissenso, Pertini si affaccia informale a ogni <strong>Capodanno</strong> nelle case degli italiani con la pipa e il caminetto accesi, menando fendenti a destra e a manca. Memorabile il discorso di fine 1981, l&#8217;anno della scoperta della loggia <strong>P2</strong>: “Questa P2 ha turbato, inquinato la nostra vita. Non mi interessa per ora se cada o non cada sotto il codice penale. Io guardo a un altro codice, che è il codice morale, il codice che ogni uomo, specialmente di ogni uomo politico, dovrebbe portare scritto nella sua coscienza. Ebbene, la P2 cade sotto questo codice morale. Vi è un proverbio che si usa dire: la moglie di <strong>Cesare</strong> non dev&#8217;essere sospettata, ma prima di tutto è Cesare che non dev&#8217;essere sospettato. E allora ogni sospetto devono allontanare dalla loro persona gli uomini politici: non può rimanere al suo posto chi è stato indiziato in questa trappola della P2. La P2 si prefiggeva di compiere atti contro la <strong>Costituzione</strong>, contro la democrazia e contro la Repubblica. E quindi coloro che ne facevano parte dovranno risponderne prima di tutto dinanzi alla loro coscienza, ai loro partiti e soprattutto dinanzi al Parlamento. Non vi può essere in questo caso alcuna comprensione e alcuna solidarietà. Ripeto quel che ho detto altre volte: qui le solidarietà personali, le solidarietà di partiti diventano complicità”.</p><p>Altre volte i fulmini di Pertini si appuntano contro contro i “suoi” stessi governi, costringendo poi il Presidente a precisazioni imbarazzate e a contorsionismi diplomatici &#8220;riparatori&#8221; con gli esecutivi offesi dalla sua furia fanciullesca. Un giorno il povero <strong>Maccanico</strong>, spinto dalle segreterie dei partiti dopo una delle dirompenti esternazioni dell&#8217;arzillo misirizzi, gli telefona a <strong>Selva di Val Gardena</strong> dov&#8217;è in vacanza: “Forse, Presidente, se mi posso permettere, troppe interviste potrebbero danneggiarla&#8221;. E subito viene investito dalla trillante vocetta dall&#8217;altro capo del filo: &#8220;Io parlo con chi voglio, di cosa voglio, quante volte voglio!&#8221;. Epico il burrascoso licenziamento, dopo soli due anni, del suo capufficio stampa <strong>Antonio Ghirelli</strong>, grande giornalista napoletano: accade nel 1980, quando una nota del Quirinale annuncia la richiesta di dimissioni del ministro dell&#8217;Interno Cossiga, accusato di favoreggiamento nei confronti di <strong>Marco Donat-Cattin</strong>, figlio del leader democristiano Carlo e terrorista di <strong>Prima Linea</strong>, sfuggito all&#8217;arresto grazie a una soffiata. Ghirelli rivelerà anni dopo di aver offerto le proprie dimissioni d&#8217;accordo con Pertini, in seguito alla solita sfuriata del Presidente, per tutelare un giovane collaboratore che aveva vergato il comunicato al posto suo. L&#8217;ultima catastrofe è la grazia concessa in tutta fretta da Pertini a <strong>Flora Pirri Ardizzone</strong>, una terrorista rossa condannata per associazione sovversiva, ma molto speciale: è la figlia di Ninni, seconda moglie di <strong>Emanuele Macaluso</strong>. E molti commentano: cosa non si fa per gli amici. Ne vien fuori un putiferio e il segretario generale del Quirinale, <strong>Antonio Maccanico</strong>, è costretto ad addossarsene tutta la colpa. Nel 1985, a fine settennato, i partiti esausti respingono al mittente le perentorie avances dell&#8217;arzillo ottantottenne per essere riconfermato. E votano in massa per <strong>Francesco Cossiga</strong>. Il mite, il taciturno, il riservato, il notarile Cossiga. Insomma, l&#8217;<em>Antipertini</em>. O almeno così credono. Se ne accorgeranno.</p><p><em>da Il Fatto Quotidiano del 15 aprile 2013</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/15/colle-11-presidenti-pertini-al-colle-socialista-che-sapeva-resistere/563416/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Colle, gli 11 presidenti &#8211; Leone, il giurista incompreso che faceva le corna</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/15/colle-11-presidenti-leone-giurista-incompreso-che-faceva-corna/562131/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/15/colle-11-presidenti-leone-giurista-incompreso-che-faceva-corna/562131/#comments</comments> <pubDate>Mon, 15 Apr 2013 18:28:46 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Travaglio</dc:creator> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Colle]]></category> <category><![CDATA[Elezione Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Quirinale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=562131</guid> <description><![CDATA[&#8220;Romperò i garretti ai due cavalli di razza”. È il 20 dicembre 1971 quando Ugo La Malfa tuona nei corridoi di Montecitorio, pronto a tutto pur di impallinare i candidati forti della Democrazia cristiana: Amintore Fanfani e Aldo Moro. Con l’aiuto degli altri partiti laici, nonché dei soliti cecchini scudocrociati, ce la farà. Perché quello...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Romperò i garretti ai due cavalli di razza”. È il 20 dicembre 1971 quando <strong>Ugo La Malfa</strong> tuona nei corridoi di <strong>Montecitorio</strong>, pronto a tutto pur di impallinare i candidati forti della <strong>Democrazia cristiana</strong>: <strong>Amintore Fanfani</strong> e <strong>Aldo Moro</strong>. Con l’aiuto degli altri partiti laici, nonché dei soliti cecchini scudocrociati, ce la farà. Perché quello del 1971 è un <strong>Natale</strong> presidenziale ancor più tormentato di sette anni prima: stessi balletti, stesse divisioni nella Dc, stessi candidati in lizza: <strong>Fanfani</strong>, <strong>Leone</strong>, <strong>Saragat</strong>. Con l’aggiunta di <strong>Moro</strong>.</p><p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/13/quirinale-11-presidenti-saragat-chiamavano-barbera-voleva/561855/">Dopo il laico <strong>Saragat</strong>, il partito cattolico rivendica il Quirinale per sé</a>. Ma, come al solito, si frantuma in mille pezzi. Da una parte l’ala moderata doroteo-andreottiana, al centro i fanfaniani, a sinistra i filocomunisti Moro con la sua “strategia dell’attenzione” e <strong>De Mita</strong> col suo “arco costituzionale”. <strong>Arnaldo Forlani</strong>, il segretario del partito, uomo di Fanfani, non sa che pesci pigliare, ma fa onore al nomignolo che gli appiopperà <strong>Giampaolo Pansa</strong>: “Coniglio Mannaro”. Mandare sul <strong>Colle</strong> un rappresentante della sinistra, tipo Moro, significherebbe regalare un’altra vagonata di voti al <strong>Msi</strong>, trionfatore delle recenti elezioni amministrative (più 7%) a spese della Dc (meno 7%). E mandarci un uomo di destra sortirebbe un’analoga emorragia verso il <strong>Pci</strong>.</p><p>Fallito ogni tentativo di trovare un candidato comune con i partiti alleati, la Dc – in una burrascosa riunione dei gruppi parlamentari – opta per il solito Fanfani. “Il Rieccolo”, come lo chiama <strong>Indro Montanelli</strong>, passa ancora per un “progressista”, anche se ha appena condotto (e rovinosamente perduto) la battaglia contro il divorzio a braccetto col <strong>Vaticano</strong> e col leader missino <strong>Giorgio Almirante</strong>. Per quanti voti l’Amintore prevalga su Moro in quella notte dei lunghi coltelli, non si saprà mai: la votazione avviene a scrutinio segreto. Pochi, comunque: alla fine infatti le schede vengono bruciate, come nei conclavi, per distruggere le prove dell’ennesima spaccatura. Il 9 dicembre il <strong>Parlamento</strong> in seduta comune comincia a votare. Ed emerge subito chiarissimo che Fanfani non ha dietro di sé tutto il partito: prende appena 388 voti, contro i 397 del socialista <strong>Francesco De Martino</strong>, votato compattamente dai socialcomunisti. E negli scrutini successivi il divario, anziché ridursi, aumenta. I socialisti, col segretario<strong> Giacomo Mancini</strong>, non mollano su De Martino, anche se <strong>Bettino Craxi</strong> – lo scalpitante pupillo di Nenni – lavora sottobanco per Moro. Ma di Moro non vuol sentire parlare <strong>La Malfa</strong>, che chiede espressamente un laico, o al massimo un cattolico “poco colorito”. Il <strong>Pli</strong> è fermo sul suo segretario,<strong> Giovanni Malagodi</strong>, e così il <strong>Psdi</strong>, tetragono sulla rielezione di <strong>Saragat</strong>, che ci tiene tanto e ne sta facendo una malattia. I comunisti continuano a votare <strong>De Martino</strong>, pronti però a intese segrete con la Dc, nella convinzione che stavolta Piazza del Gesù non ricorrerà al soccorso nero (cioè ai voti missini). E qui si sbagliano di grosso.</p><p><span style="color: #c4161c;"><strong>Le 11 fumate nere di Fanfani</strong></span></p><p>La confusione regna sovrana. In odio a Fanfani, i deputati del manifesto depositano nell’insalatiera schede con la scritta “Fanfascista” o con la rima baciata: “Maledetto nanetto, non verrai mai eletto”. All’undicesima fumata nera, Fanfani capisce l’antifona e si ritira. Per l’ennesima volta lo Scudocrociato è costretto a cambiare cavallo a metà della corsa. E, in attesa di trovare un nuovo candidato, si astiene. Lo stesso fanno, tra le proteste delle sinistre, i missini, i monarchici, i repubblicani, i socialdemocratici e i repubblicani: una vasta area di parcheggio – tutta di centrodestra – che rappresenta la maggioranza dell’aula e sembra aspettare soltanto un uomo di vasto consenso. Ma le sinistre non lo capiscono e chiedono ingenuamente alla Dc i voti per <strong>Nenni</strong>, disposte al massimo ad appoggiare <strong>Moro</strong>. Proprio quel che non vogliono il <strong>Pri</strong> e il <strong>Psdi</strong>, che propongono in alternativa Leone, <strong>Rumor</strong> o <strong>Paolo Emilio Taviani</strong>. Il secondo e il terzo declinano subito. Resta Leone.</p><p>Nato a Napoli nel 1908, figlio di uno dei fondatori del <strong>Partito popolare</strong>, insigne docente di procedura penale e principe del foro, di orientamento monarchico, iscritto in gioventù al <strong>Partito fascista</strong> e poi alla Dc fin dal 1944, deputato fin dalla <strong>Costituente</strong> (fu relatore alla commissione dei Settantacinque per il titolo “Magistratura”), vicepresidente eppoi presidente della Camera, due volte presidente del Consiglio nonché senatore a vita, Leone è un notabile che non s’è mai impegolato nelle beghe di corrente. Passa per un uomo <em>super partes</em> e la sua fama di conservatore basta e avanza a mettere la sordina ai dissensi, dovuti essenzialmente alla sua ostentata, quasi sfacciata napoletanità: scongiuri e “corna” ad ogni pie’ sospinto, sfrenate tarantelle e cantate di <em>O’ Sole mio</em> anche in cerimonie ufficiali, intemperanze non proprio protocollari allo stadio San Paolo quando gioca il <strong>Napoli</strong>, e un’inflessione dialettale quasi molesta. Ma il suo rigore di giurista sembra fatto apposta per un partito che, nel caos dell’Italia dei primi anni 70, vuole ridarsi un’immagine di<em> law and order</em>. E recuperare i voti regalati alla destra.</p><p>L’interessato viene informato a cose fatte: mentre gli “amici” lo designano per il <strong>Quirinale</strong>, Leone è chiuso in casa con la bronchite. È qui che <strong>Forlani</strong>, i capigruppo<strong> Giulio Andreotti</strong> e <strong>Giovanni Spagnolli</strong> e il presidente del partito <strong>Benigno Zaccagnini</strong> gli portano la notizia. Lui prende tempo: memore del “supplizio cinese” di sette anni prima, quando alla fine la spuntò Saragat, vuole prima sentire gli alleati laici. A La Malfa il suo nome va bene, al Psdi pure e anche i liberali ci stanno. I socialisti tuonano contro “l’ennesima candidatura di centrodestra”, i comunisti si accodano. Ragion per cui anche il Msi si associa a Leone. Il quale accetta e l’indomani, 23 dicembre, manca il quorum per un solo voto: 503 voti contro gli almeno 504 necessari. Ma lo ottiene alla vigilia di <strong>Natale</strong>, con appena 13 voti di scarto (518 su 996). Una maggioranza risicatissima (51.4%) e ultramoderata, la sua: Dc, laici, Msi. Lui, a 63 anni, è il più giovane presidente della Repubblica: quello eletto dopo il maggior numero di scrutini: ben ventitré. L’epilogo della votazione decisiva l’ha seguito dal suo ufficio in Senato, alla tv. Tentennerà un po’ prima di accettare. L’ora è grave e gliene dà la prova un’allusiva lettera che gli viene recapitata un minuto prima del voto. “Nella mia qualità di segretario organizzativo di una potente Istituzione riservata, mi pregio informarla che abbiamo deliberato di far convergere sul suo nome i voti di tutti i nostri Grandi Elettori”. Firmato: <strong>Licio Gelli</strong>. La potente Istituzione riservata è la loggia <strong>Propaganda 2</strong> del <strong>Grande Oriente d’Italia</strong>, detta P2. E Gelli ne è il <strong>Maestro Venerabile</strong>.</p><p>L’elezione di Leone scatena il pandemonio a sinistra. <em>Il manifesto</em> lo definisce “il Segni napoletano”, per via del determinante appoggio missino. E quando si presenta alle Camere per l’insediamento, i comunisti l’accolgono con lanci di monetine. <strong>Pajetta</strong> scaraventa un sacchetto pieno di 10 lire addosso a <strong>Ugo La Malfa</strong>, antifascista ma sponsor di un presidente eletto coi voti decisivi dei fascisti. Poco importa se il primo discorso del presidente Leone, nonostante il linguaggio ottocentesco, è un capolavoro di equilibrio giuridico e di osservanza costituzionale: “Non spetta a me formulare programmi o indicare soluzioni. Solo vigilare sul rispetto della <strong>Costituzione</strong>”. Purtroppo alle parole non sempre seguiranno i fatti. Leone darà spesso l’impressione di accodarsi agli ordini del suo partito, soprattutto dell’uomo forte Giulio Andreotti. Con l’elezione di Leone, il centrosinistra è in frantumi. La Dc spinge per le elezioni anticipate e Leone si adegua, senza scaldarsi troppo per salvare la legislatura. Prima di sciogliere le Camere (è la prima volta, nella storia repubblicana), incarica il divo Giulio per un bicolore di minoranza Dc-Pli, destinato a sicura bocciatura, ma che consente allo Scudocrociato di gestire le elezioni con un governo tutto suo.</p><p>Gli anni che seguono sono tra i più burrascosi della storia della Repubblica. L’Italia fuori dal serpente monetario europeo (1973), il ritorno di Fanfani alla segreteria Dc e l’ultimo rantolo del centrosinistra (governo <strong>Rumor</strong>), il referendum sul divorzio e le stragi di <strong>Brescia</strong> e dell’<strong>Italicus</strong> (1974), il crollo del governo <strong>Moro-La Malfa</strong> (1975). Il Presidente scioglie di nuovo le Camere per espresso desiderio della Dc, che gestisce le elezioni con un altro monocolore di minoranza. Poi l’inizio della lunga stagione del compromesso storico, mentre l’Italia affonda nel fango degli scandali e nel sangue del terrorismo. Nel caso <strong>Lockheed</strong> viene coinvolto pure l&#8217;uomo del Colle, tirato per i capelli come il possibile regista (“Antelope Cobbler”) dell’operazione tangentizia italo-americana. E poco importa se, anni dopo, ne verrà totalmente scagionato. La campagna scandalistica bipartisan, delle sinistre (soprattutto<em> l’Espresso</em> e la giornalista <strong>Camilla Cederna</strong>) e dell’agenzia OP di <strong>Mino Pecorelli</strong>, prende di mira il Quirinale per la vita disinvolta della famiglia Leone: voci di assegni a donna Vittoria (la bella e ingombrante first lady) e insinuazioni sulla di lei vita privata (tratte da un vecchio dossier del generale <strong>De Lorenzo</strong>); pettegolezzi sull’allegra figliolanza (i “tre monelli” <strong>Mauro</strong>, <strong>Roberto</strong> e <strong>Paolo</strong>); accuse di nepotismi di corte; chiacchierate amicizie con i fratelli <strong>Lefebvre d’Ovidio</strong> (protagonisti dell’affaire Lockheed), il finanziere Rovelli, financo con lo Scià di Persia. Il resto lo fa “don” Giovanni, con le sue continue esibizioni di corna: davanti agli studenti che lo contestano all’Università di Pisa e davanti ai malati di colera negli ospedali di Napoli, sempre sotto i flash e le telecamere. Ad aggiungere discredito sulle istituzioni contribuiscono, nel 1978, il sequestro Moro e il referendum radicale contro il finanziamento pubblico dei partiti (che lo osteggiano in blocco, mentre il 43% degli italiani vota Sì).</p><p><span style="color: #c4161c;"><strong>Le accuse e l’isolamento</strong></span></p><p>Ci vuole un capro espiatorio: e chi meglio di Leone? Nel 1975 il Presidente s’è inimicato definitivamente le sinistre, con un duro messaggio alle <strong>Camere</strong> in cui le invitava ad applicare la <strong>Costituzione</strong> regolamentando il diritto di sciopero. E ora è messo al tappeto dal feroce pamphlet della Cederna,<strong> Giovanni Leone</strong> -<strong> Carriera di un Presidente</strong> (in seguito denunciata dai figli di Leone e condannata a per diffamazione, anche se non tutte le sue accuse, soprattutto all’entourage leonino, erano campate per aria) e dalla martellante campagna dei radicali capitanati da <strong>Marco Pannella</strong> (che anni dopo, insieme a Emma Bonino, gli chiederà pubblicamente scusa). Lui vorrebbe querelare, ma il ministro della Giustizia del governo Andreotti, il democristiano <strong>Francesco Paolo Bonifacio</strong>, nega più volte l’autorizzazione a procedere per oltraggio. Il Pci di <strong>Enrico Berlinguer</strong> chiede le sue dimissioni. E lo stesso fa <strong>Ugo La Malfa</strong>, che pure aveva patrocinato la sua elezione. A quel punto la Dc, sempre più succube del Pci, non si accontenta di non difenderlo, e platealmente lo scarica. Andreotti e Zaccagnini vanno a trovarlo al Quirinale il 15 giugno per invitarlo dolcemente a sloggiare anzitempo. Leone vorrebbe ricordare ad Andreotti che fu proprio lui a convincerlo a non rispondere alle accuse, a non querelare i suoi diffamatori: lo stesso Andreotti che ora, in base a quelle accuse, gli dà il benservito. Ma non lo fa e se ne va, sei mesi e due settimane prima della scadenza naturale del mandato. Ha già pronto il discorso di commiato. E congeda sarcastico e frettoloso i due “amici”, ospiti più che mai sgraditi: “Grazie, guagliò, così ora potrò guardarmi i Mondiali di calcio in santa pace”.</p><p><em>da Il Fatto Quotidiano del 14 aprile 2013</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/15/colle-11-presidenti-leone-giurista-incompreso-che-faceva-corna/562131/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Gli impresentabili al Quirinale</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/15/impresentabili-al-quirinale/562975/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/15/impresentabili-al-quirinale/562975/#comments</comments> <pubDate>Mon, 15 Apr 2013 14:03:08 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Travaglio</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category> <category><![CDATA[Candidati Impresentabili]]></category> <category><![CDATA[Elezione Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Marco Travaglio]]></category> <category><![CDATA[Movimento 5 Stelle]]></category> <category><![CDATA[Passaparola]]></category> <category><![CDATA[Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Quirinale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=562975</guid> <description><![CDATA[Oggi parliamo degli impresentabili nella corsa verso il Quirinale, che non è una poltrona qualsiasi, è la poltrona del Presidente della Repubblica, del rappresentante di tutta la nazione che soprattutto dura in carica sette anni e dovrebbe essere svincolato da logiche di partito e di casta proprio perché non deve rappresentare questa o quella coalizione,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Oggi parliamo degli impresentabili nella corsa verso il Quirinale, che non è una poltrona qualsiasi, è la poltrona del Presidente della Repubblica, del rappresentante di tutta la nazione che soprattutto dura in carica sette anni e dovrebbe essere svincolato da logiche di partito e di casta proprio perché non deve rappresentare questa o quella coalizione, questo o quel partito, ma dovrebbe rappresentare tutti gli italiani. E infatti <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/13/quirinale-11-presidenti-saragat-chiamavano-barbera-voleva/561855/" target="_blank">su il Fatto Quotidiano ogni giorno sto raccontando la storia dei presidenti della Repubblica italiani</a>: ogni volta che venne eletto un presidente i partiti quando c&#8217;erano almeno si ponevano il problema di quale progetto, di quale disegno, di quale sintonia con lo spirito del tempo doveva incarnare il nuovo presidente. </p><p><div style="display:none"></div><div class="videoplayer" style="margin-top: 10px;"> <object id="myExperience2301721722001" class="BrightcoveExperience"><param name="bgcolor" value="#FFFFFF" /><param name="width" value="630" /><param name="height" value="375" /><param name="playerID" value="1476763779001" /><param name="playerKey" value="AQ~~,AAABNTOXzWk~,XOQppeUuyCFS8ojoLW1Z6aFUpF_RsG9O" /><param name="isVid" value="true" /><param name="isUI" value="true" /><param name="dynamicStreaming" value="true" /><param name="@videoPlayer" value="2301721722001" /> </object></div><div class="clear"></div><script async="async" type="text/javascript">brightcove.createExperiences();</script></p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/15/impresentabili-al-quirinale/562975/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Quirinale, gli 11 presidenti – Saragat: chiamato Barbera, voleva essere De Gaulle</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/13/quirinale-11-presidenti-saragat-chiamavano-barbera-voleva/561855/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/13/quirinale-11-presidenti-saragat-chiamavano-barbera-voleva/561855/#comments</comments> <pubDate>Sat, 13 Apr 2013 19:18:45 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Travaglio</dc:creator> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Elezione Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Giuseppe Saragat]]></category> <category><![CDATA[Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Quirinale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=561855</guid> <description><![CDATA[Era un supplizio cinese, un gioco complicato di schede bianche, o a volte dirottate su candidature di comodo perché si perdessero le tracce dei franchi tiratori”. 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Candidato ufficiale dello Scudocrociato è, appunto, il presidente della Camera Giovanni Leone, che la spunta sul solito Fanfani, su Scelba e su Giulio Pastore. Psi, Pri e Psdi ripropongono, come due anni prima, il fondatore del <strong>Partito socialdemocratico</strong> Giuseppe Saragat. Torinese, 67 anni, figlio di immigrati sardi, socialista riformista turatiano fin dal 1922, esiliato in Svizzera, Austria e Francia durante il fascismo, rientrato e <strong>arrestato dai nazisti</strong> nel 1943, presidente della Costituente nel 1946, ha avuto il coraggio di opporsi al fronte socialcomunista e a promuovere nel 1947 la scissione del <strong>Psi</strong> a <strong>Palazzo Barberini</strong>, appoggiando l’adesione dell’Italia alla Nato e al Piano Marshall, diventando la bestia nera dei comunisti che lo trattano da traditore al soldo degli americani.</p><p>Ora però, siamo alla fine del 1964, da quello strappo dilaniante sono trascorsi quasi vent’anni: tant’è che anche l’ala destra del Pci – che fa capo a <strong>Giorgio Amendola</strong> – è disposta a votare per Saragat al Quirinale, mentre la sinistra di Mario Alicata e Pietro Ingrao preferirebbe Fanfani, fautore di un’interpretazione “progressista” del centrosinistra. Il Pli si isola attorno al suo candidato di bandiera, <strong>Gaetano Martino</strong>, già ministro degli Esteri di De Gasperi. Questi gli schieramenti ai blocchi di partenza quando, il 16 dicembre, le Camere cominciano a votare.</p><p><span style="color: #c4161c;"><strong>Il supplizio cinese di Leone</strong></span></p><p>Nei primi quindici scrutini Leone sale, scende, recupera, ridiscende. È il suo “<strong>supplizio cinese</strong>”, orchestrato da dietro le quinte a suon di franchi tiratori da <strong>Carlo Donat Cattin</strong>, da<strong> Ciriaco De Mita</strong> e dal solito <strong>Fanfani</strong>. Per convincere l’Amintore a sbloccare lo stallo, deve scendere in campo<strong> papa Paolo VI</strong>, con una lettera del direttore dell’Osservatore Romano Raimondo Manzini: “Quassù – gli scrive Manzini – si desidera vivamente una rinuncia per il bene maggiore”. Nella successiva votazione, per tutta risposta, tre anonimi fanfaniani scrivono provocatoriamente sulla scheda il nome di <strong>Ludovico Montini</strong>, fratello del Papa e senatore Dc. Gli altri votano scheda bianca. E Leone, esasperato, si ritira. È il 24 dicembre. Per la prima volta nella sua storia centenaria, il Parlamento italiano apre i battenti anche il giorno di Natale. E in piazza Montecitorio la folla rumoreggia: corre voce che là dentro la tirino tanto alle lunghe perché è previsto un gettone di presenza di 50 mila lire al giorno. Non è vero, ma fa lo stesso.</p><p>In attesa di trovare l’intesa su un nuovo candidato, i democristiani si accordano per <strong>astenersi</strong>: sfilano in 368 davanti all’insalatiera di vimini verde-oro pronunciando la parola “astenuto”, mentre dall’emiciclo piovono i “<strong>vergognatevi!</strong>” delle sinistre. Nella notte, all’ennesima riunione di partito, volano parole grosse: da una parte i fanfaniani e forzanovisti di <strong>Donat-Cattin</strong>, che puntano a un’intesa con le sinistre; dall’altra i centristi di Scelba e la destra di <strong>Andreotti</strong>, che si oppongono a ogni cedimento verso i comunisti. La battaglia si chiude con un fumoso documento che pare orientato verso Saragat, ma non lo nomina mai, e men che meno indica la maggioranza che lo dovrà sostenere. Ormai siamo alla pochade: infatti, l’indomani, è l’ennesima fumata nera. E anche il fronte saragattiano sembra sfarinarsi, con un numero sempre maggiore di socialisti che si uniscono al<strong> Pci</strong> nel votare <strong>Pietro Nenni</strong>. Saragat si ritira, ma per ripresentarsi l’indomani.</p><p>Disperato, il segretario del<strong> Psdi Mario Tanassi</strong> va a chiedere i voti di Botteghe Oscure.<strong> Luigi Longo</strong> dice di sì, ma pretende un appello pubblico ed esplicito: “I voti ve li diamo se ce li chiedete ufficialmente”. Sembra fatta, anche perché Saragat ha già in tasca i voti del<strong> Psi</strong>, dopo un incontro strappalacrime con Nenni. Ma deve stare attento a non indispettire la Dc moderata. Così s’inventa una dichiarazione che è un capolavoro di dico-non dico: “Ho posto per la seconda volta la mia candidatura a presidente della Repubblica e mi auguro che sul mio nome vi sia la confluenza dei voti di tutti i partiti<strong> democratici e antifascisti</strong>”. In pratica del nascente “arco costituzionale”. In quel “democratici” sono compresi o no i comunisti? Per la Dc esclusi, per il Pci compresi. Ma a Rumor, segretario Dc, e a Longo va bene così. Così il 28 dicembre, al ventunesimo scrutinio, Saragat viene finalmente eletto quinto presidente della Repubblica Italiana, con 464 voti su 927: quelli di tutti i partiti, eccetto Pli, Msi e un manipolo di cecchini. Lapidario il commento del <em>Time</em> di Londra: “Hanno scelto l’uomo migliore nel peggiore dei modi”.</p><p>Saragat il giorno fatidico lo trascorre barricato in casa fin dal mattino con la figlia Ernestina, unica compagna della sua vita dopo la morte della moglie Giuseppina. E, dopo l’annuncio ufficiale, si mette subito a scrivere il discorso d’insediamento. Un discorso dignitoso: “So che gli unici titoli che mi hanno raccomandato ai vostri suffragi sono le convinzioni democratiche e un passato di militante per la libertà. Cercherò di esser degno del vostro voto”. Poco dopo, però, tesse le lodi del <strong>centrosinistra</strong>: un’intromissione bella e buona nella politica attiva. Ma i partiti maggiori non trovano nulla da ridire. E nessuno, escluse le destre, protesta.</p><p>Il fatto di averlo votato non impedirà però ai comunisti di risfoderare le loro vecchie ruggini contro l’uomo di <strong>Palazzo Barberini</strong>, il socialista filoamericano, sprezzantemente dipinto come “socialfascista”, “socialtraditore”, “rinnegato”. Il tutto condito con pesanti battute sul suo trasporto per gli alcolici (Pinot Barbera, lo chiama qualcuno nel suo Piemonte). In un’unica occasione il<strong> Pci</strong> starà dalla sua parte: quando il presidente concederà la grazia a un criminale della guerra partigiana, <strong>Francesco Moranino</strong>, tra le violente polemiche del centrodestra. Qualcuno arriverà a insinuare che quello fosse il prezzo pagato per l’appoggio comunista alla sua scalata al Colle. In politica estera, Saragat si conferma un leale alleato del fronte atlantico, anche se una sua strigliata al presidente Usa <strong>Lyndon Johnson</strong> su “questa guerra del <strong>Vietnam</strong> che dura troppo a lungo e che dovete chiudere” viene accolta con fastidio alla <strong>Casa Bianca</strong>.</p><p>Sul fronte interno, sono anni terribili: il <strong>Sessantotto</strong>, le violenze di piazza, le prime bombe, la strategia della tensione che qualche dietrologo vorrebbe far risalire addirittura a lui. Intanto, il centrosinistra sta tramontando per colpa dei <strong>socialisti</strong>, che alzano continuamente la posta invocando “equilibri più avanzati” (verso il Pci) e della sinistra Dc ora capitanata da <strong>Moro</strong>, mollemente rassegnato all’abbraccio più o meno lontano con i comunisti. In questi giochi di palazzo Saragat mette spesso lo zampino, patrocinando dal <strong>Colle</strong> – con interventi ai limiti della Costituzione – la riunificazione socialista. Che però durerà l’espace d’un matin. Per non finire stritolati nell’abbraccio mortale <strong>Psi-Pci</strong>, i socialdemocratici faranno ben presto marcia indietro. Si dirà che, nei giorni burrascosi della contestazione e degli scontri di piazza , Saragat accarezzasse addirittura il proposito di improvvisarsi come “<strong>il De Gaulle italiano</strong>” con un pronunciamento per la Repubblica presidenziale, sul modello appena adottato in Francia dal generale suo idolo. Ma che i consiglieri l’avessero convinto a soprassedere.</p><p><span style="color: #c4161c;"><strong>Disse: Moro è come le monache</strong></span></p><p>Caparbio e testardo, ma schietto e sincero, pane al pane e vino al vino (soprattutto vino, direbbero i maligni), Saragat detesta il linguaggio alla vaselina tanto caro ai <strong>democristiani</strong>. Quando Moro, per non urtare i <strong>comunisti</strong>, evita accuratamente di nominare in pubblico l’Alleanza atlantica (limitandosi a parlare della “nostra collocazione internazionale”), monta su tutte le furie: “Moro mi ricorda le monache di un tempo, che per non nominare certe parti del corpo le chiamavano pudende”. Si deve a lui se il messaggio di Capodanno diventa, da un rituale e burocratico augurio agli italiani, una sorta di “discorso della corona” o “del caminetto”, con il bilancio dell’attività politica dell’anno passato e gli incoraggiamenti e i suggerimenti presidenziali per i mesi a venire. Particolarmente significativo quello pronunciato da Saragat il <strong>31 dicembre 1970</strong>, a pochi mesi dalla scadenza del suo mandato. Qualche giorno prima, <strong>Ugo La Malfa</strong> ha invitato il presidente a dimettersi in anticipo, per non incrociare il semestre bianco con le elezioni politiche e non paralizzare per un anno la vita politica sulla scadenza quirinalizia. L’idea a Saragat – che tra l’altro spera di essere rieletto – non piace per nulla. E lo dice in tv: “Italiani, questo è l’ultimo discorso di fine anno che io rivolgo a voi nel corso del mio settennato, che avrà termine il 29 dicembre 1971&#8230;”. E non un giorno di meno. La Malfa, tiè.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/13/quirinale-11-presidenti-saragat-chiamavano-barbera-voleva/561855/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Ingroia, il calcio dell&#8217;asino</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/13/ingroia-calcio-dellasino/561584/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/13/ingroia-calcio-dellasino/561584/#comments</comments> <pubDate>Sat, 13 Apr 2013 14:20:18 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Travaglio</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Antonio Ingroia]]></category> <category><![CDATA[Csm]]></category> <category><![CDATA[Elezioni Politiche 2013]]></category> <category><![CDATA[PM]]></category> <category><![CDATA[Procura Nazionale Antimafia]]></category> <category><![CDATA[Rivoluzione Civile]]></category> <category><![CDATA[Valle d'Aosta]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=561584</guid> <description><![CDATA[Uno straniero che si trovasse a passare in Italia in questi giorni, nel leggere certi titoloni contro Antonio Ingroia, penserebbe che l’ex pm di Palermo sia stato colto con le mani nel sacco a rubare, a dire falsa testimonianza, a trescare con mafiosi, a coprire assassini, a corrompere minorenni. “Ingroia, vai a lavorare”. “Ingroia ha...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Uno straniero che si trovasse a passare in Italia in questi giorni, nel leggere certi titoloni contro <strong>Antonio Ingroia</strong>, penserebbe che l’ex pm di Palermo sia stato colto con le mani nel sacco a rubare, a dire falsa testimonianza, a trescare con mafiosi, a coprire assassini, a corrompere minorenni.</p><p>“Ingroia, vai a lavorare”. “Ingroia ha mentito anche a se stesso” (Libero). “L’antico vizio di sentirsi il più antimafia di tutti. Ecco perché ha fallito il giudice palermitano coccolato dai media” (La Stampa). “Il finale grottesco del giudice Ingroia” (Repubblica). Cos’ha fatto Ingroia per meritarsi tutto questo?</p><p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/05/ingroia-prepara-lista-che-perde-professori/461730/" target="_blank">Si è candidato in politica come decine di suoi collegh</a>i, ha perso le elezioni, ha chiesto il permesso di lavorare in un incarico extra-giudiziario – quello di commissario delle esattorie siciliane – a metà stipendio. Ma<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/21/ingroia-csm-sia-giudice-ad-aosta-lunico-posto-in-cui-non-si-e-candidato/538099/" target="_blank"> il <strong>Csm</strong> gli ha risposto picche confinandolo in <strong>Val d’Aosta</strong> (l’unica regione dove non era candidato)</a>. La prima destinazione, ineccepibile dal punto di vista delle regole, era quella di giudice: solo che ad Aosta gli organici giudicanti sono tutti coperti, dunque Ingroia sarebbe stato “in soprannumero”: avrebbe percepito stipendio pieno scaldando una sedia. A quel punto il Csm s’è accorto che la porcata era troppo sporca persino per i suoi standard e l’ha nominato pm, derogando al divieto di funzioni requirenti per chi si è candidato. Lui ha annunciato ricorso: deroga per deroga, c’è un posto ben più consono alla sua storia e competenza: quello di <strong>sostituto alla Procura nazionale antimafia</strong>, che ha competenza su tutta Italia e funzioni di puro coordinamento di indagini altrui, dunque non striderebbe troppo col divieto di tornare in toga dove ci si è candidati.</p><p>Resta da capire perché <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/10/ingroia-csm-dice-no-allincarico-in-sicilia-per-ex-pm/558214/" target="_blank">Ingroia non può fare il commissario delle esattorie siciliane</a>, crocevia di <strong>interessi illegali</strong> e spesso anche mafiosi, che richiede proprio un uomo della sua esperienza. La risposta dei sepolcri imbiancati è che l’incarico non ha attinenza con l’attività giudiziaria, dunque un magistrato non può ricoprirlo. Ingroia ha chiesto di esser sentito, per spiegare che così non è. Ma non l’hanno neppure degnato di una risposta. Che strano. Un anno fa il Csm autorizzò la giudice <strong>Augusta Iannini in Vespa</strong>, dal 2001 distaccata al ministero della Giustizia, a passare al <strong>Garante della privacy</strong>: che attinenza avrà mai quel ruolo con la giustizia? Del resto, in questi anni, Palazzo dei Marescialli ha autorizzato vari magistrati a fare gli assessori nella regione in cui fino al giorno prima erano pm (Russo nella giunta siciliana Lombardo e Marino nella giunta Crocetta): funzioni non elettive, ma di nomina politica, ben più delicate di un’esattoria. Perciò ha ragione da vendere Ingroia a denunciare il trattamento contra personam di un Csm presieduto da <strong>Napolitano</strong>, la cui voce fu da lui casualmente ascoltata intercettando Mancino.</p><p>Fare due più due è facile, ma anche legittimo. Eppure commentatori che non hanno mai scritto una riga in difesa di Ingroia quand’era massacrato perché indagava sui potenti, oggi lo massacrano perché s’è dato alla politica. Il solito Francesco Merlo, su Repubblica, lo accusa financo di aver “usato le indagini antimafia per uscire dalla magistratura” e di “danneggiarla” dando ragione a Sallusti. Ora – a parte il fatto che Sallusti non è in carcere grazie a Merlo che chiese per lui la grazia e a Napolitano che la concesse – dov&#8217;era Merlo quando Ingroia veniva isolato con i suoi colleghi perché osava indagare sulla trattativa Stato-mafia? Se gli piaceva tanto il pm Ingroia, perché non l’ha difeso quando tutti lo attaccavano? Il Fatto è stato il primo a criticare la scelta di Ingroia di fare politica (non perché non ne avesse diritto, ma perché rischiava di scendere di livello anziché salire). Ma pure a solidarizzare con lui e i suoi colleghi isolati e linciati da tutti. Anche da quanti ora si esercitano nello sport italiota più diffuso e più vile: la bastonata allo sconfitto, detta anche il calcio dell’asino.</p><p><em>il Fatto Quotidiano, 13 Aprile 2013</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/13/ingroia-calcio-dellasino/561584/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Quirinale, gli 11 presidenti – Segni, uomo solo tra sciabole e golpisti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/13/quirinale-11-presidenti-segni-uomo-solo-tra-sciabole-e-generali-golpisti/561023/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/13/quirinale-11-presidenti-segni-uomo-solo-tra-sciabole-e-generali-golpisti/561023/#comments</comments> <pubDate>Sat, 13 Apr 2013 06:45:09 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Travaglio</dc:creator> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Elezione Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Quirinale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=561023</guid> <description><![CDATA[&#8220;La Dc sostiene la candidatura di Antonio Segni non in contrapposizione, ma in parallelo con quella di Giuseppe Saragat&#8220;. Per la quarta battaglia all’ombra del Quirinale, a fine aprile del 1962, il segretario democristiano Aldo Moro partorisce una delle sue formule più fumose – la candidatura parallela ma non contrapposta – che fa il paio...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;La <strong>Dc</strong> sostiene la candidatura di <strong>Antonio Segni</strong> non in contrapposizione, ma in parallelo con quella di <strong>Giuseppe Saragat</strong>&#8220;. Per la quarta battaglia all’ombra del <strong>Quirinale</strong>, a fine aprile del 1962, il segretario democristiano <strong>Aldo Moro</strong> partorisce una delle sue formule più fumose – la candidatura parallela ma non contrapposta – che fa il paio con le “convergenze parallele” di due anni prima. Quello, d’altronde, è tempo di equilibrismi, politici e verbali. Il 2 marzo è nato il quarto governo <strong>Fanfani</strong>, formato da <strong>Dc</strong>, <strong>Psdi</strong> e <strong>Pri</strong> con l’appoggio esterno del <strong>Psi</strong>: l’anticamera del tanto discusso centrosinistra. La destra democristiana, cioè quella vasta palude che i giornali chiamano “dorotea”, è in preda alle convulsioni. Ma in quel partito nessun ostacolo è insormontabile. Basta pagare. E i dorotei, al congresso di gennaio, in cambio del loro assenso alla svolta a sinistra invocata da Fanfani, hanno preteso e ottenuto la candidatura ufficiale al Quirinale del loro leader indiscusso: Antonio Segni.</p><p>Classe 1891, sassarese, Segni è il tipico gentiluomo di campagna: nobile di nascita – la famiglia ha lombi di sangue ligure –, ma popolare per vocazione, è entrato giovanissimo nell’<strong>Azione cattolica</strong> e nel Ppi di <strong>don Luigi Sturzo</strong>, segnalandosi per la linea dura contro il fascismo. Docente di diritto a <strong>Perugia</strong>, <strong>Sassari</strong> e <strong>Roma</strong>, è tra i fondatori della nuova Dc, poi nel 1946 padre costituente e in seguito ministro dell&#8217;Agricoltura chiamato da <strong>De Gasperi</strong> a realizzare la storica riforma agraria. Conservatore, certo, ma con una vena di riformista. È stato due volte presidente del Consiglio e ora – nel governo <strong>Fanfani IV</strong> – è ministro degli <strong>Esteri</strong>. Dopo l’accordo congressuale tra destra e sinistra Dc, nessuno sembra potergli insidiare la successione a <strong>Giovanni Gronchi</strong>. Ma i patti, soprattutto in piazza del Gesù, sono fatti per essere infranti. E quando, il 30 aprile, alla vigilia del voto a Camere riunite, i gruppi parlamentari scudocrociati si contano, ecco riemergere le solite spaccature e imboscate. Con Segni si schierano i dorotei e le altre correntine moderate. La sinistra interna sfodera addirittura tre soluzioni alternative:<strong> Gronchi-bis</strong> (sponsorizzato dal presidente dell&#8217;Eni, <strong>Mattei</strong>), <strong>Attilio Piccioni</strong> e il sindacalista <strong>Giulio Pastore</strong>, mentre qualche fanfaniano propone addirittura il socialdemocratico <strong>Giuseppe Saragat</strong> pur di silurare il candidato ufficiale e tirare la volata all’Amintore.</p><p><span style="color: #c4161c;"><strong>In testa ma senza voti</strong></span></p><p>Alla fine Segni la spunta, ma per un pelo. E quando le Camere cominciano a votare, il 2 maggio, gli effetti della lacerazione sono subito evidenti. I socialcomunisti si riversano come un sol uomo su Saragat, mentre la Dc si frastaglia in ordine sparso. Nei primi sette scrutini Segni è, sì, il primo della graduatoria, ma non raggiunge mai la maggioranza assoluta. E dire che sul suo nome sono confluiti anche i <strong>liberali</strong> e, dopo la sesta tornata, anche <strong>monarchici</strong> e <strong>missini</strong> (che peraltro avevano appoggiato il suo secondo governo, procurandogli l’odio eterno della sinistra Dc). Lo stallo minaccia di durare in eterno. A quel punto, il 6 maggio, Saragat propone di congelare la propria candidatura e quella di Segni a vantaggio di un terzo uomo, candidato “di pacificazione”: il presidente della Camera Giovanni Leone. <strong>Moro</strong> ci starebbe pure, ma i dorotei e la destra del partito (<strong>Scelba</strong> e <strong>Andreotti</strong>) no: minacciano addirittura la guerra al governo <strong>Fanfani</strong>. Il quale, terrorizzato dall’idea di perdere la poltrona, capitola e ripiega sull’odiato Segni: come sette anni prima, <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/12/quirinale-11-presidenti-gronchi-da-benito-alla-censura-tognazzi-vianello/559955/">quando aveva dovuto abbandonare <strong>Merzagora</strong> per <strong>Gronchi</strong></a>.</p><p>La svolta “unitaria” o quasi è propiziata anche da una telefonata del cardinal <strong>Giovanni Battista Montini</strong>, futuro <strong>Paolo VI</strong>, buon amico e grande estimatore dello statista sassarese. E così fa capolino nella corsa al <strong>Quirinale</strong> un’altra pessima abitudine della politica italiana: l’ingerenza del <strong>Vaticano</strong>. È anche grazie a queste pressioni che, per la prima e ultima volta nella storia repubblicana, la Dc riesce a mandare al Quirinale il suo candidato ufficiale. Tocca ad <strong>Arnaldo Forlani</strong>, giovane delfino del presidente del Consiglio, il compito di portare la notizia rassicurante a Segni nella sua casa di via Sallustiana: finalmente la Dc voterà compatta per lui. Il leader sardo, però, non si fida: vuole sentirselo dire dalla viva voce di Fanfani. L’incontro fra i due carissimi nemici si chiude con un abbraccio. La sera stessa di quella domenica 6 maggio, all’ottavo scrutinio, Segni manca il <em>quorum</em> per appena quattro voti. Ormai è chiaro che sarà lui a farcela e si passa subito alla nona votazione. Così in fretta che i commessi non fanno neppure in tempo a distribuire tutte le schede.</p><p>Un deputato Dc, ancora sprovvisto della sua, si fa passare quella del vicino di banco, già compilata col nome di Segni. Nulla di grave, ma <strong>Sandro Pertini</strong> – imbufalito per l’ormai imminente sconfitta delle sinistre – fa cenno ai socialisti di abbandonare l’aula e grida al broglio: “Camorra, camorra!”. Putiferio nell’emiciclo, sospensione di due ore. Profittando della pausa,<strong> Palmiro Togliatti</strong> incontra a quattr’occhi Leone per offrirgli tutti i voti della sinistra, lasciandogli intendere che <strong>Moro</strong> è pronto a portargli quelli di metà della Dc. Ma Leone rifiuta l’inciucio e riconvoca l’assemblea per lo scrutinio numero 9-bis. Segni finalmente è eletto, sia pure con una maggioranza risicatissima e con l’apporto determinante di monarchici e missini: 51.8%, ovvero 443 voti su 842, contro i 334 di Saragat (più 51 schede bianche). I due concorrenti, vicinissimi nell’ordine alfabetico, si incrociano al momento del voto. E, dopo vent’anni di amicizia, voltano lo sguardo dall’altra parte per non doversi salutare. Per la prima volta gli italiani possono assistere allo spoglio in diretta televisiva: a molti deve apparire interminabile il rituale del presidente Leone che, con smaccata inflessione napoletana, legge “bianga”, “bianga”, “Segggni”, “Saragatte”&#8230;</p><p>I parenti del nuovo presidente racconteranno che Antonio, dalla notte della sua elezione, ha perduto per sempre il sonno e l’appetito. Ma lo choc più forte lo subisce, al momento della proclamazione ufficiale, il suo giovane aiutante di campo, sassarese come lui, che ha temuto fino all’ultimo il cecchinaggio dei franchi tiratori: quando scatta l’applauso per l’elezione del nuovo Presidente, sviene in corridoio come una pera matura. Il suo nome è <strong>Francesco Cossiga</strong>. Il messaggio d’insediamento di Segni è l’esatta antitesi di quello gronchiano di sette anni prima. “Non tocca a me – avverte l’11 maggio – determinare gli indirizzi politici nella vita dello Stato, prerogativa questa che spetta al governo e al <strong>Parlamento</strong>”. A queste parole l’aula si lancia in una corale ovazione, che suona come un addio polemico al settennato di Gronchi, costellato di forzature e deragliamenti costituzionali che avevano trasformato il Quirinale in una sorta di Superpresidenza del Consiglio. “A me quale capo dello Stato – prosegue Segni – incombe il dovere di tutelare l’osservanza della <strong>Costituzione</strong> e di operare affinché sia garantita nella forma e nello spirito dell’attività dello Stato l’unità morale e civile della Nazione&#8230;”. E pare che parli a nuora perché suocera intenda.</p><p>La sua missione è chiara: traghettare l’<strong>Italia</strong> verso il centrosinistra (che Segni ritiene ormai ineluttabile) nel modo più indolore e vellutato possibile. Ma, lungi dalle invasioni di campo, il suo stile presidenziale sarà improntato al più sobrio rigore, lontano mille miglia dallo sfarzo invadente ed esibizionista del predecessore. Anche la first lady, donna <strong>Laura Carta</strong>, se ne starà al suo posto senza ostentazioni né vistosità. Il quarto presidente della <strong>Repubblica italiana</strong> è un uomo solo, e lo diventa ancor di più quando varca il portone del Quirinale. Lo tocca con mano quando il Parlamento accoglie nella più assoluta indifferenza il suo splendido messaggio che invita a riformare la Costituzione per escludere la possibilità del doppio mandato quirinalesco.</p><p>Forse, se fosse stato meno solo, si sarebbe pure capito qualcosa di quel che accadde tra lui e il generale<strong> De Lorenzo</strong> nella nebulosa vicenda del presunto golpe tentato dall’ufficiale, nel 1964, curiosamente ribattezzato “<strong>Piano Solo</strong>”. A rivelarla, cinque anni più tardi, saranno<strong> Lino Jannuzzi</strong> ed <strong>Eugenio Scalfari</strong> in un celebre scoop sull’<em>Espresso</em>. Vero o falso? Quel che è certo è che il 26 giugno 1964 il primo governo di centrosinistra organico, capitanato da Moro, è costretto a dimettersi. La crisi ristagna per un mese e più, senz’alcuno spiraglio di sbocco verso un’alleanza alternativa. Terrorizzato dall’idea di dover rimandare alle Camere un governo senza maggioranza precostituita, col rischio che le destre vi si insinuino per mandare a monte il rapporto tra <strong>Dc</strong> e <strong>Psi</strong>, come già era avvenuto nella drammatica rivolta popolare contro il governo <strong>Tambroni</strong> (Dc-Msi), Segni manda a chiamare il colonnello <strong>Giovanni De Lorenzo</strong>. Già capo dei servizi segreti, poi comandante dell’<strong>Arma dei Carabinieri</strong>, da poco capo di Stato maggiore dell’Esercito, molto influente anche su Gronchi, il “generale col monocolo” è convocato alle prime avvisaglie della crisi (inizio maggio), per rispondere a una domanda precisa: le Forze Armate sarebbero in grado di scongiurare una nuova e più ampia rivolta di piazza scatenata dal Pci? Quel che ne segue – la risposta dell’alto ufficiale, le eventuali intese col Presidente, le successive mosse di ambienti militari più o meno all’insaputa del Quirinale – resterà avvolto nel buio. Probabile che, profittando delle eccessive apprensioni di Segni e spendendo (o millantando) il suo nome, De Lorenzo abbia ampiamente travalicato dal suo mandato. Sta di fatto che, in gran segreto, nei giorni successivi predispone un piano (detto in codice “Solo”, perché scritto solo da lui o perché prevede l’intervento dei soli <strong>Carabinieri</strong>) che, se non è un golpe, molto gli somiglia: militari provvisoriamente al potere, deportazione di 731 politici e sindacalisti di sinistra (gli “enucleandi”) nella base Nato sarda di Capo Marrargiu, occupazione della Rai e dei giornali di sinistra. Il 10 maggio, quando lo presenta al Presidente, questi ne rimane profondamente turbato. Storici e giornalisti, come <strong>Giorgio Galli</strong> e <strong>Indro Montanelli</strong>, si diranno convinti che Segni non avesse alcuna intenzione golpista, ma accarezzasse l’idea di usare il colpo di Stato come spauracchio per indurre i partiti a uscire dall’impasse e retrocedere dal centrosinistra.</p><p><span style="color: #c4161c;"><strong>L’epilogo drammatico</strong></span></p><p>Di sicuro c’è che, dopo quelle settimane drammatiche, Segni non è più lo stesso. Assillato dai problemi dell’ordine pubblico e dalla crisi economica, facilmente impressionabile a ogni stormir di fronda, si commuove come un bambino al solo assistere a una sfilata di carabinieri e si circonda di consiglieri quantomeno discutibili. Ad alimentare la leggenda del presidente golpista contribuirà la percezione a una famosa cena in casa del moroteo <strong>Tommaso Morlino</strong>: vi partecipano De Lorenzo, il comandante <strong>Cossetto</strong> (uomo di fiducia del presidente), il capo della polizia <strong>Vicari</strong>, il segretario Dc <strong>Rumor</strong> e il premier dimissionario Moro. Si discute dell’ordine pubblico e si conclude che la situazione è tranquillizzante.</p><p>Ma a <strong>Pietro Nenni</strong> – così almeno dirà il leader socialista alla commissione d’inchiesta sui fatti dell’estate ‘64 – viene comunicata una versione allarmantissima, per forzare la mano ai socialisti affinché – vista l’emergenza – abbassino le pretese e tornino al governo rinunciando alle pregiudiziali per le quali l’avevano rovesciato. Nenni dirà di aver avvertito in quei giorni “un tintinnar di sciabole”: in pratica, aria di golpe. A ciò si aggiunge quel che accade nella tragica sera del 7 agosto: mentre colloquia burrascosamente al Quirinale con <strong>Moro</strong> e <strong>Saragat</strong>, <strong>Segni</strong> viene colto da un gravissimo malore. Fuori dalla porta, qualche testimone dirà di aver sentito i tre urlare e Saragat minacciare il presidente di trascinarlo davanti all’<strong>Alta Corte di Giustizia</strong>. Saragat smentirà, ma quella sera qualcosa di tragico forse accade. Sta di fatto che i commessi, quando si aprono le porte, vedono Segni quasi esanime tra le braccia di Moro e di Saragat. La diagnosi dei medici è: “Malessere dipendente da disturbi circolatori e cerebrali”. Una trombosi che lo immobilizzerà per il resto della sua vita, lasciandolo in uno stato di parziale incoscienza fino alla morte, avvenuta nel 1972. Il momento è così delicato che il vertice Dc, fatta siglare la dichiarazione del suo stato di inabilità temporanea dai presidenti del Consiglio e delle Camere (quello del Senato, Merzagora, assume l’interim sino a fine anno), decide di attendere quattro mesi prima di avviare le procedure per eleggere il nuovo presidente. Segni resta congelato, quasi imbalsamato dal suo stesso partito fino al 6 dicembre, quando finalmente gli vengono fatte firmare le dimissioni. Si chiude così, dopo due anni e mezzo, l’avventura del quarto presidente. Il più solo e sfortunato della storia della <strong>Repubblica</strong>.</p><p><em>da Il Fatto Quotidiano del 12 aprile 2014</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/13/quirinale-11-presidenti-segni-uomo-solo-tra-sciabole-e-generali-golpisti/561023/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Quirinale, gli 11 presidenti &#8211; Gronchi, da Benito alla censura Tognazzi-Vianello</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/12/quirinale-11-presidenti-gronchi-da-benito-alla-censura-tognazzi-vianello/559955/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/12/quirinale-11-presidenti-gronchi-da-benito-alla-censura-tognazzi-vianello/559955/#comments</comments> <pubDate>Fri, 12 Apr 2013 06:15:54 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Travaglio</dc:creator> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Elezione Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Quirinale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=559955</guid> <description><![CDATA[Da Einaudi a Gronchi: ovvero come rimpiazzare un gentiluomo con un magliaro. Nella primavera del 1955, quando si tratta di eleggere il terzo presidente della Repubblica, solo i liberali spingono per la riconferma del presidente uscente. E l’interessato – ansioso di tornare tra i filari langaroli della sua Dogliani – non è tra questi: “Sono...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div>Da Einaudi a Gronchi: ovvero come rimpiazzare un gentiluomo con un magliaro. Nella primavera del 1955, quando si tratta di eleggere il <strong>terzo presidente</strong> della Repubblica, solo i liberali spingono per la riconferma del presidente uscente. E l’interessato – ansioso di tornare tra i filari langaroli della sua Dogliani – non è tra questi: “Sono troppo vecchio”. Sulle prime, in pole position nella corsa al Colle c’è una personalità di tutto rispetto: il presidente del Senato Cesare Merzagora, 57 anni, ministro del Commercio estero con De Gasperi, senatore senza tessera eletto come indipendente nella Dc, economista di tendenze liberali. È a lui che, nella primavera <strong>del 1955</strong>, pensano Amintore Fanfani, da un anno segretario dello Scudocrociato, e Mario Scelba, presidente del Consiglio. E la cosa pare fatta. Senonché, nel ventre molle della Balena Bianca, covano rancori mai sopiti dall’ultimo congresso-terremoto di Napoli (giugno 1954), dove l’Amintore s’è impossessato del partito stracciando la destra interna, riunita intorno a Giulio Andreotti e Guido Gonella. E non c’è più nemmeno il prestigio di De Gasperi, morto il 19 agosto 1954, a tenere insieme quel ballatoio di comari.</div><p>Così, il<strong> 28 aprile</strong>, quando il presidente della Camera Giovanni Gronchi convoca la seduta plenaria del Parlamento per eleggere il successore di Einaudi, ecco subito il colpo di scena: il favoritissimo Merzagora non va oltre i 228 suffragi, benché i democristiani presenti e votanti siano 380. Prende più voti (308) il vecchio Ferruccio Parri, sostenuto dai socialcomunisti. Einaudi ne raccoglie 120, Gronchi 30. Merzagora vorrebbe ritirarsi, ma Fanfani lo prega di non farlo, sicuro che poi anche il Psi e il Pci confluiranno su di lui. Invece gli antifanfaniani puntano in gran segreto su Gronchi, pisano di Pontedera, <strong>classe 1887</strong>, uno dei fondatori del <strong>Partito popolare</strong>, già sottosegretario del primo governo Mussolini, ora dichiaratamente ostile al centrismo degasperiano e alla Nato, nonché fautore dell’apertura ai socialisti. Paradosso dei paradossi: la destra Dc sta dalla parte di un sinistro, mentre a volere Merzagora – conservatore, filoamericano, amatissimo dagli industriali – è la sinistra del partito.</p><p><strong><span style="color: #c4161c;">Merzagora, lo sconfitto</span></strong></p><p>Nel pomeriggio, secondo scrutinio: Merzagora, anziché salire, scende ancora (a 225). Einaudi scivola a 80. E Gronchi <strong>balza a 127</strong>. Ma il dato più eclatante sono le 332 schede bianche: socialisti, comunisti, missini, monarchici e democristiani antifanfaniani. L’Amintore capisce l’antifona: le opposizioni interne si sono alleate con quelle esterne di ogni colore per Gronchi e contro di lui. Infatti in serata, al terzo scrutinio, Gronchi passa in testa<strong> con 281 voti</strong> contro i 245 di Merzagora. Le schede bianche, 195, sono pronte a saltare sul carro del vincitore alla quarta tornata (quando è sufficiente la maggioranza semplice). Quella che segue è una notte dei lunghi coltelli. Il vertice della Dc, capitanato da Scelba, va a trovare Gronchi pregandolo di ritirarsi: “La tua candidatura – gli dice Scelba – rischia di apparire come il preludio a una svolta antiamericana e antiatlantica della nostra politica estera”. Gronchi monta su tutte le furie: “Ma come, mi avete eletto presidente della Camera, e ora scoprite che non vado bene come presidente della Repubblica?”. Finisce a male parole. Poco dopo il vicesegretario Dc Mariano Rumor telefona a Merzagora per informarlo che il partito ha cambiato cavallo. Fanfani tenta ancora le carte Piccioni e Segni, ma nessuno gli dà retta. Ormai non gli resta che far buon viso a cattivo gioco, presentando Gronchi come il candidato di tutto il partito, per rendere superflui i voti dei comunisti.</p><p>L’indomani Gronchi, sempre affiancato dal presidente del Senato Merzagora, comincia a estrarre le schede dall’urna e a leggere infinite volte il proprio nome. Al 422° “Gronchi”, scoppia l’applauso dell’aula: il<strong> quorum</strong> è raggiunto. Gronchi viene eletto presidente con <strong>658 suffragi</strong> (mezza Dc, Psi, Pci, Msi, monarchici ), contro i 70 di Einaudi; 92 le schede bianche, 2 le nulle, 11 i voti dispersi. L’ambasciatrice americana Claire Booth Luce, ferocemente anticomunista, abbandona stizzita la tribuna: “He is a bloody neutralist”, è un fottuto neutralista. Giancarlo Pajetta vede Scelba che si contorce per la rabbia e, unico nel-l’emiciclo, non batte le mani al vincitore: beffardo, gli fa portare da un commesso un bicchiere di Cynar, l’aperitivo al carciofo contro il logorio della vita moderna. “Io non l’ho ordinato”, replica a muso duro il premier, “se ne vada”. In aula si ride di gusto.</p><p>La cerimonia d’insediamento di Gronchi è quanto di più<strong> pomposo</strong> si possa immaginare: nulla a che vedere con la frugalità dei due predecessori. La bionda e maestosa first lady, donna Carla Bissatini, sua seconda moglie, di 25 anni più giovane di lui, troneggia al centro della tribuna d’onore. Quello di Gronchi è un vero “<strong>discorso della corona</strong>”, tutto politico. Una bomba. Invita la maggioranza a “far entrare nell’edificio dello Stato le masse lavoratrici” (cioè il Pci e il Psi). Tuona contro “la dittatura dei partiti” e “l’oligarchia burocratica” che “minacciano la libertà del Parlamento”.</p><p>Gran fautore dell’invadenza dello Stato nel-l’economia, come il suo amico Enrico Mattei (presidente dell’Eni e foraggiatore occulto dell’ala antiamericana e filosocialista della Dc), Gronchi invita a “contrastare il dominio delle multinazionali in Italia”, ad “attuare una vera politica di programmazione democratica ed eliminare i dislivelli sociali persistenti nel Paese”. Mezz’ora di messaggi tutt’altro che cifrati ad amici e nemici, come a dire: adesso comando io. Ventinove interruzioni di applausi scroscianti dai banchi delle sinistre, che alla fine intonano l’Inno di Mameli. Saragat, furibondo, sbotta: “Abbiamo finalmente anche noi il nostro Peròn italiano. Il Peròn di Pontedera&#8230;”. Si rivelerà buon profeta.</p><p>Tanto aperto con le critiche era stato Einaudi, tanto è intollerante Gronchi. Ne fanno le spese <strong>Ugo Tognazzi</strong> e <strong>Raimondo Vianello</strong>, che una sera, nel programma Rai Un due tre, accennano a una parodia di un incidente occorso al presidente qualche giorno prima nel palco d’onore della <strong>Scala di Milano</strong>, e rigorosamente censurato dai principali giornali e dai tg: presenziando a un concerto accanto al generale Charles de Gaulle, a causa di un commesso distratto che non gli ha avvicinato la poltrona alle terga, Gronchi è precipitato a terra fra i risolini degli spettatori nei palchi circostanti. Tognazzi e Vianello <strong>mimano la caduta</strong>, senza far nomi né dire una parola. Ma tanto basta a scatenare le ire del Quirinale e indurre la Rai a<strong> chiudere il programma</strong>.</p><p>“Con Gronchi – scrive il giornalista Enrico Mattei, solo omonimo del boss dell’Eni – il Quirinale diventa Palazzo”. Un palazzo di intrighi, complotti e malversazioni. Uno dei suoi “consigliori” più ascoltati è padre Antonio Messineo, gesuita della Civiltà cattolica, vero artefice della congiura del 28-29 aprile. Ottenuto il suo scopo, il gesuita intrigante passa alla cassa e persuade Gronchi a rovesciare il governo Scelba. Così, quando Scelba va al Quirinale per “portarti il mio saluto augurale e le mie dimissioni formali”, il presidente lo gela: “Perché formali?”. “Perché il mio governo gode ancora della fiducia delle Camere”, è la risposta.</p><p>Scelba capisce che è un preavviso di sfratto. Un mese dopo Gronchi chiede le <strong>dimissioni del governo</strong> con la scusa che il Pri ha ritirato l’appoggio esterno. Scelba rifiuta: “I repubblicani non sono determinanti, abbiamo ancora la maggioranza”. Ma la segreteria Dc, per evitare lo scontro, manda il capo dei deputati Aldo Moro a invitarlo alla resa. Gronchi, per sommo sfregio, dà l’incarico a due “destri” come Giuseppe Pella e Adone Zoli. Poi, dopo le elezioni del 1958, <strong>tocca a Fanfani</strong>. Il suo governo Dc-Psdi promette bene, ma viene regolarmente impallinato da una pattuglia di franchi tiratori pilotati dal presidente. Il quale smania di rispedire il Paese alle urne, per poi patrocinare il tanto sospirato centrosinistra col Psi di Pietro Nenni. Fanfani cade, scaricato da alcuni socialdemocratici passati al Psi per ordine di Gronchi. Ma stavolta la Dc tiene duro e designa Segni, della destra del partito. Il presidente, pur di non capitolare, tenta addirittura di rinviare Fanfani alle Camere. Ma l’Amintore si rende irreperibile e alle chiamate del Quirinale fa rispondere la moglie, Bianca Rosa: “Mio marito non c’è e comunque non intende parlare col presidente”.</p><p><strong><span style="color: #c4161c;">Tangentopoli ante litteram</span></strong></p><p>Nel 1960 un altro memorabile pasticcio: la nomina a premier del suo fedelissimo <strong>Fernando Tambroni</strong>, della sinistra Dc, per un “<strong>governo del presidente</strong>” che apra a sinistra. Risultato: Tambroni ottiene la fiducia solo con l’appoggio del <strong>Msi</strong>, scatenando scontri di piazza da Genova a Licata a Reggio Emilia (qui la polizia spara sui manifestanti e ne ammazza cinque). Ed è costretto a dimettersi, richiamando in servizio Fanfani. Fine degli intrighi presidenziali, almeno in politica interna. Perché ogni viaggio di Gronchi all’estero si trasforma in incidente diplomatico: una volta caldeggia con gli Usa la riunificazione delle Germanie in un unico Stato neutrale, senza nemmeno avvertire il governo. Un’altra si reca, primo capo di governo occidentale, in visita a Mosca, ospite della dacia di Krusciov; ma le sue critiche al Cremlino provocano imbarazzi nel governo.</p><p>Le sue <strong>amanti</strong>, a Roma e a Pontedera, le conosce anche il popolino. I suoi <strong>scandali</strong> – manovre finanziarie poco chiare, rapporti occulti con l’Eni, uso disinvolto del denaro pubblico – sono sulla bocca di tutti, e su molti giornali. Indro Montanelli, sul Corriere della Sera, smaschera i più indecenti in una serie di memorabili inchieste che fanno tremare il Colle e il ras dell’Eni Mattei, “l’incorruttibile corruttore”. Tipico il caso di un giovane deputato toscano – secondo le malelingue, suo figlio naturale – che rischia la bancarotta: Gronchi mobilita tutti gli amici ricchi e potenti che, però, di fronte alla cifra stratosferica del “buco”, si tirano indietro. Alla fine il consulente costituzionale del Quirinale, Francesco Cosentino, mette le cose a posto intimando a una banca del Sud di accettare una cambiale del giovanotto che alla regolare scadenza veniva continuamente rinnovata. È il 1960. Nasce ufficialmente, all’ombra del Quirinale, <strong>Tangentopoli</strong>.</p><p>(3. Continua)</p><p>Da<em> Il Fatto Quotidiano</em> dell&#8217;11 aprile 2013</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/12/quirinale-11-presidenti-gronchi-da-benito-alla-censura-tognazzi-vianello/559955/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Quirinale, gli 11 presidenti &#8211; Einaudi, al Colle vince l&#8217;Italia laboriosa</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/11/quirinale-11-presidenti-einaudi-al-colle-vince-litalia-laboriosa/558775/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/11/quirinale-11-presidenti-einaudi-al-colle-vince-litalia-laboriosa/558775/#comments</comments> <pubDate>Thu, 11 Apr 2013 06:28:33 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Travaglio</dc:creator> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Bankitalia]]></category> <category><![CDATA[Colle]]></category> <category><![CDATA[Luigi Einaudi]]></category> <category><![CDATA[Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Quirinale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=558775</guid> <description><![CDATA[&#8220;Io presidente della Repubblica? Ma come farò, zoppo come sono, a passare in rassegna le truppe alle parate militari?”. E’ l’alba dell’11 maggio 1948. Luigi Einaudi, sorpreso e imbarazzato, risponde con una battuta a Giulio Andreotti, venuto a offrirgli la candidatura al Quirinale per conto del suo principale, Alcide De Gasperi. La replica del giovane...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Io presidente della <strong>Repubblica</strong>? Ma come farò, zoppo come sono, a passare in rassegna le truppe alle parate militari?”. E’ l’alba dell’11 maggio 1948. <strong>Luigi Einaudi</strong>, sorpreso e imbarazzato, risponde con una battuta a <strong>Giulio Andreotti</strong>, venuto a offrirgli la candidatura al <strong>Quirinale</strong> per conto del suo principale, <strong>Alcide De Gasperi</strong>. La replica del giovane e astuto sottosegretario alla presidenza del Consiglio è fulminante: “Non si preoccupi, potrà farlo in automobile”. Così a 74 anni, l’economista di <strong>Carrù</strong> (Cuneo), figlio di un funzionario delle imposte, da tre anni governatore della <strong>Banca d&#8217;Italia</strong>, diventa il primo presidente “effettivo” della Repubblica italiana dopo il “provvisorio” <strong>Enrico De Nicola</strong>.</p><p>Curiosamente anche lui, come il predecessore, è un monarchico convinto: la Repubblica non riesce proprio a darsi un presidente repubblicano. Lui però ha un <em>pedigree</em> antifascista di tutto rispetto. Liberale doc, nel 1919 è divenuto senatore del Regno, nel 1924 ha aderito all’<strong>Unione nazionale</strong> di <strong>Giovanni Amendola</strong>, nel 1925 ha firmato il <strong>Manifesto degli intellettuali antifascisti</strong> promosso da <strong>Benedetto Croce</strong> ed è andato in esilio in <strong>Svizzera</strong>, in costante contatto con altri simboli della cultura democratica come <strong>Altiero Spinelli</strong> ed <strong>Ernesto Rossi</strong>. Ha dovuto smettere di scrivere di economia per<em> La Stampa</em> e il <em>Corriere</em>, normalizzati quasi subito dal regime. Ma è divenuto corrispondente economico dell&#8217;<em>Economist</em>. Al Quirinale, Einaudi sale davvero malvolentieri. Non è il tipo da farsi pregare e desiderare, come De Nicola: no, lui a quel posto non tiene proprio. Infatti non ha fatto nulla per arrivarci. Al contrario di don Enrico che invece, a furia di minacciare le dimissioni, ora ci ha preso gusto e briga sottobanco per succedere a se stesso per altri sette anni: ha persino fatto portare nell’appartamento presidenziale del <strong>Quirinale</strong> (dove non ha mai risieduto in quanto provvisorio) un letto d’ottone e un quadro d’autore. Ma a De Gasperi e al resto della classe politica, due anni di sue bizze e bizzarrie sono bastate. E della sua rielezione non vogliono neppure sentir parlare. Lui alla fine capisce di essere di troppo, e si ritira in buon ordine.</p><p><strong><span style="color: #c4161c;">I primi franchi tiratori</span></strong></p><p>L’Alcide, dapprincipio, punta sul fedele ex ministro degli Esteri, il conte <strong>Carlo Sforza</strong>, repubblicano. Che incoccia però in una gragnuola di veti incrociati: quello dei socialcomunisti i quali, ancora bruciati dalla storica batosta del <strong>Fronte Popolare</strong> il 18 aprile ‘48, gli rimproverano l’eccessiva fedeltà agli <strong>Stati Uniti</strong> (“stenterello in uniforme americana”, l’ha ribattezzato sprezzante <strong>Palmiro Togliatti</strong>); quello dei “professorini” della sinistra Dc, <strong>Dossetti</strong>, <strong>Fanfani</strong> e <strong>La Pira</strong>, allarmatissimi per la sua fama di mangiapreti e dongiovanni impenitente; e infine quello di <strong>Giuseppe Saragat</strong>, ansioso di mostrarsi il più indipendente possibile da De Gasperi agli occhi degli ex-compagni socialisti che già lo bollano di “traditore” per lo strappo socialdemocratico.</p><p>Il 10 maggio, al primo scrutinio, Sforza raccoglie appena 353 voti su 833 votanti (contro i 396 rastrellati da De Nicola, che pure s’è ritirato). Per la prima volta, nel Parlamento repubblicano, fanno la loro comparsa i “franchi tiratori”, tutti della sinistra democristiana. Saragat vota <strong>Ivanoe Bonomi</strong>, vecchio notabile liberale. I comunisti tentano subito di accordarsi con la sinistra Dc per buggerare De Gasperi eleggendo Einaudi prima del quarto turno (quando il quorum dei due terzi scenderà al 50 per cento più uno, rendendo superflui i loro voti); e il bigotto La Pira ci sta, anche perché lo statista piemontese è, sì, un liberale, ma anche un buon cattolico di sani principi.</p><p>Non che De Gasperi non stimi Einaudi, anzi: il suo credo liberista e la sua collocazione sinceramente filoatlantica sono al di sopra di ogni sospetto. Così come la sua competenza finanziaria, che può rivelarsi molto utile per appoggiare le politiche necessarie a salvare l’Italia dalla bancarotta post-bellica. Altrimenti il premier non l’avrebbe chiamato con sé nel ‘47 come vicepresidente del Consiglio e ministro delle <strong>Finanze</strong>, <strong>Tesoro</strong> e <strong>Bilancio</strong> nel suo quarto governo, dove la sua politica finanziaria improntata al calo delle tasse e dei dazi ha dato volano a quello che poi sarà il boom economico. È il suo inflessibile rigore a metterlo in soggezione: nella sua spartana ossessione per la sobrietà e l’austerità, il governatore se l’è presa persino con l’aumento degli incassi dei botteghini del cinema, visti come un pericoloso salasso ai risparmi privati degli italiani.</p><p>“Sette anni di Einaudi, ma te ne rendi conto?”, va sospirando l’Alcide con il fido Andreotti.Alla fine, però, dopo una notte passata tra dubbi angosciosi, è costretto a mollare Sforza e a ripiegare su Einaudi, per sventare il golpettino<strong> Togliatti-La Pira</strong>, che tra l’altro spaccherebbe <em>vieppiù</em> la Dc. A quel punto il <strong>Fronte Popolare</strong> ripiega su una candidatura di bandiera: il solito, vecchissimo <strong>Vittorio Emanuele Orlando</strong>.</p><p><span style="color: #c4161c;"><strong>E ora chi lo dice a Sforza?</strong></span></p><p>Tocca ad Andreotti, accompagnato da <strong>Cingolani</strong> e <strong>Piccioni</strong>, l’ingrato compito di portare la ferale notizia a Sforza, il mattino dell’11 maggio. Il conte, chiuso nel suo studio, è così sicuro di farcela che già sta ripassando il discorso d’investitura presidenziale. “Come non detto, senza rancore”, ribatte acido ai tre infausti messaggeri. Poi, trattenendo a stento il furore, li congeda gelidamente. Ma i suoi compagni di partito ancora non disperano. <strong>Ugo La Malfa</strong> e <strong>Randolfo Pacciardi</strong> piombano in casa Sforza subito dopo e di lì il secondo telefona a Saragat per offrirgli poltrone e ministeri in cambio dell’appoggio al conte.</p><p>“Sono<strong> Giuseppe Saragat</strong>, non un mercante di vacche”, è la risposta dall’altro capo del filo. Andreotti intanto è già da Einaudi. Che quello stesso mattino, al quarto scrutinio, viene eletto con 518 voti su 871 (il 57.5 per cento): quelli di <strong>Dc</strong>, Pli e <strong>Pri</strong>. Il Pci, il <strong>Psi</strong> e &#8211; curiosamente &#8211; il <strong>Msi</strong> votano <strong>Orlando</strong>. Intanto i commessi del Quirinale corrono a portar via il letto d’ottone e il quadro d’autore incautamente recapitati dall’indefesso De Nicola. Sono le 8 della sera quando il giornale radio dirama la notizia agli italiani. “Luigi, ti hanno proprio eletto”, annuncia la moglie del neopresidente, donna<strong> Ida Pellegrini</strong>, al marito. Lui, che pure sa già tutto, non riesce a nascondere un tipico imbarazzo piemontese. Non per nulla, mentre la votazione era ancora in alto mare, aveva lasciato il Parlamento per rintanarsi nella villetta sulla via Tuscolana riservata ai governatori di <strong>Bankitalia</strong>.</p><p>“Che peccato, però, lasciare la nostra casetta in Piemonte”, è il suo primo commento. E poi, agli amici liberali venuti a congratularsi: “Che peccato non poter più scrivere di economia sui giornali”. “Ma diavolo, presidente &#8211; cerca di rincuorarlo uno dei presenti &#8211; lei potrà scrivere quanto le pare, usando uno pseudonimo”. “Questo mai – ribatte lui &#8211; non sarebbe leale”. Alla fine arrivano anche i presidenti della Camera e del Senato, <strong>Gronchi</strong> e <strong>Bonomi</strong>. “Che Dio mi perdoni per l’orgoglio di questa mia accettazione”, dice loro arrossendo ancora. Poi lancia un brindisi, andando a prendere una bottiglia di Nebbiolo dei suoi filari: “Qui bisogna bere, bisogna bere&#8230; già, ma come facciamo: in casa abbiamo solo dodici bicchieri”. Si beve a turno, quel giorno, in casa Einaudi. L’indomani il presidente giura. Poi legge con voce appena tremante l’allocuzione di insediamento davanti alle Camere riunite. Discorso breve, asciutto, impeccabile.</p><p>De Gasperi l’ha convinto a trasferirsi al Quirinale (sebbene lui preferisca <strong>Palazzo Giustiniani</strong>, “perché lì c’è l’orto e mi piacerebbe coltivarlo”). Ma la prima sera scoppia subito un incidente diplomatico : l’appartamento presidenziale è ancora come l’hanno lasciato re <strong>Vittorio Emanuele III</strong> e la regina <strong>Elena</strong>, che dormivano in camere diverse. Ci sono le stanze degli ospiti, con due letti sì, ma separati. Luigi e Ida, però, non vogliono rinunciare alla loro intimità nemmeno per una notte. I commessi, agitatissimi, risolvono la tragedia accostando i due letti. Quello matrimoniale arriverà solo qualche giorno più tardi. Comincia così il miglior settennato presidenziale che la Repubblica italiana abbia mai conosciuto, proprio mentre il Paese apre le ali per planare verso la <strong>Ricostruzione</strong>.</p><p>Il presidente, poggiato all’inseparabile bastone, è l’immagine dell’Italia pulita, laboriosa, competente, discreta. Rarissimamente farà parlare di sé, mai sarà sfiorato dal benchè minimo sospetto di scorrettezza istituzionale o di interesse personale. Una volta, nel 1953, la Dc tenta di porre il veto su un ministro – <strong>Salvatore Aldisio</strong> &#8211; scelto da lui e dal presidente del Consiglio<strong> Giuseppe Pella</strong> in fase di rimpasto: è<strong> Aldo Moro</strong> a portare il diktat al Quirinale. Einaudi, a questo primo sopruso partitocratico, risponde per le rime con una durissima nota ai capigruppo parlamentari. E visto che Pella, abbandonato dai suoi ministri timorosi di scontrarsi col proprio partito, non se la sente di tener duro, il presidente lascia cadere il governo pur di non cedere di un millimetro dalle sue prerogative. Convinto com’era che “non le lotte e le discussioni devono impaurire, ma la concordia ignava e le unanimità dei consensi”. Una lezione per qualche successore, ossessionato dal mito delle “larghe intese”, del “moderare i toni” e dell’evitare “scontri”.</p><p><span style="color: #c4161c;"><strong>Il “vilipendio” di Guareschi</strong></span></p><p>Un giorno il <em>Candido</em> di <strong>Giovanni Guareschi</strong> pubblica una feroce vignetta che lo ritrae piccolo piccolo, al fianco di un enorme corazziere che presenta le armi a un bottiglione di <strong>Barolo</strong> di <strong>Dogliani</strong> (dove il Presidente ha la sua tenuta agricola, produttrice di vini prelibati). Un magistrato zelante incrimina Guareschi per vilipendio, ma Einaudi &#8211; appena lo viene a sapere &#8211; monta su tutte le furie. Strapazza il Guardasigilli, che ha concesso l’autorizzazione a procedere contro lo scrittore, poi fa sapere ai giornali che lui con quella smarronata della magistratura non ha nulla a che fare. “Ma come &#8211; confida a un amico &#8211; in 85 anni di monarchia i re e le regine sono stati bersaglio continuo della satira, e non s’è mai fatto un processo come questo. La Repubblica democratica è forse meno tollerante della monarchia, al punto di processare chi ironizza sul fatto che il presidente sia stato e voglia restare produttore e venditore di vini?”.</p><p>Un giorno Einaudi invita a pranzo al Quirinale la redazione de <em>Il Mondo</em> di <strong>Mario Pannunzio</strong>. C’è anche <strong>Ennio Flaiano</strong>, che anni dopo racconterà la scena ne <em>La solitudine del satiro</em>: “Alla frutta, il maggiordomo recò un enorme vassoio del tipo che i manieristi olandesi e poi i napoletani dipingevano due secoli fa: c’era di tutto eccetto il melone spaccato. E, tra quei frutti, delle pere molto grandi. Einaudi guardò un po’ sorpreso tanta botanica, poi sospirò: ‘Io prenderei una pera, ma sono troppo grandi, c’è nessuno che vuole dividerne una con me?’”. Flaiano alza la mano: “Io”. “Qui finiscono i miei ricordi sul presidente Einaudi”, concluderà lo scrittore. “Qualche anno dopo saliva alla presidenza un altro e il resto è noto. Cominciava per l’Italia la repubblica delle pere indivise”. Già: nel 1955, quando si tratterà di eleggere il nuovo presidente della Repubblica, a nessuno verrà in mente di confermare <strong>Luigi Einaudi</strong>. Chissà mai perché.</p><p><em style="color: #c4161c;"><strong>QUIRINALE, GLI 11 <br /></strong></em><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/10/enrico-de-nicola-il-monarchico-col-palto-rivoltat/557493/"><em>Enrico De Nicola, il monarchico col paltò rivoltato</em></a></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/11/quirinale-11-presidenti-einaudi-al-colle-vince-litalia-laboriosa/558775/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Quirinale 2013. Madonna Bonino</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/10/quirinale-2013-madonna-bonino/558444/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/10/quirinale-2013-madonna-bonino/558444/#comments</comments> <pubDate>Wed, 10 Apr 2013 16:49:25 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Travaglio</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Emma Bonino]]></category> <category><![CDATA[Quirinale]]></category> <category><![CDATA[Radicali]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=558444</guid> <description><![CDATA[Quando ho scritto “Si fa presto a dire Bonino”, la sapevo apprezzata da molti italiani per le caratteristiche che illustravo nelle prime righe: donna, competente, onesta, impegnata per i diritti civili, umani e politici in tutto il mondo. Non la sospettavo, però, circondata di persone adoranti che la guardano con gli occhi che dovevano avere...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div>Quando ho scritto “<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/07/si-fa-presto-a-dire-bonino/554172/" target="_blank">Si fa presto a dire Bonino</a>”, la sapevo apprezzata da molti italiani per le caratteristiche che illustravo nelle prime righe: donna, competente, onesta, impegnata per i diritti civili, umani e politici in tutto il mondo. Non la sospettavo, però, circondata di persone adoranti che la guardano con gli occhi che dovevano avere i pastorelli di Fatima davanti alla Madonna. A questi innamorati che non sentono ragioni, anzi preferiscono non conoscere o non ricordare le zone d&#8217;ombra (solo politiche, lo ripeto) della sua lunghissima carriera politica, non so che dire: al cuore non si comanda. Rispondo invece alle <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/09/quirinale-non-e-mai-tardi-per-dire-bonino/556568/" target="_blank">cortesi obiezioni del segretario radicale Mario Staderini</a>, il quale – diversamente da me – la ritiene il presidente della Repubblica ideale. E, per nobilitarla e dipingerla come antropologicamente estranea al berlusconismo, cita alcuni suoi imbarazzanti avversari (Ferrara, Gasparri, <em>Libero</em>). Potrei rispondere che invece Mara Carfagna la vuole al Quirinale, ma preferisco concentrarmi sulla biografia della Bonino.</div><p>Chi auspica un Presidente estraneo alla casta, tipo Zagrebelsky, Settis, Gabanelli, Caselli, Guariniello, Strada e altri, non può certo sostenere la Bonino, <strong>8 volte parlamentare italiana e 3 volte europea</strong>. I suoi amici la raffigurano come un&#8217;outsider estranea all&#8217;establishment. Che però non è d&#8217;accordo: altrimenti la Bonino non sarebbe stata invitata a una riunione del gruppo Bilderberg, o almeno non ci sarebbe andata. Sulla sua vicinanza, “fra alti e bassi”, al Polo berlusconiano dal 1994 (quando fu eletta con Forza Italia fino al &#8217;96, senza dire una parola contro le prime violenze alla Giustizia e alla Costituzione) al 2006, ci sono tonnellate di articoli di giornale, lanci di agenzia, esternazioni, vertici, incontri, tavoli, inseguimenti, corteggiamenti, ammuine. Il tutto mentre il Caimano ne combinava di tutti i colori, nel silenzio-assenso della Bonino (che ancora nel 2004 veniva proposta da Pannella per un posto di ministro; e nel 2005 dichiarava: “Con Berlusconi abbiamo iniziato un lavoro molto serio&#8230; apprezziamo ciò che sta facendo come premier, ma la posizione degli alleati è nota”: insomma cercava disperatamente l&#8217;alleanza con lui, che alla fine la scaricò per non inimicarsi “gli alleati” e il Vaticano). Poi la Emma passò armi e bagagli col centrosinistra e cambiò musica. <strong>Un po&#8217; tardi, a mio modesto avviso</strong>. Ma neppure in seguito, sulle questioni cruciali del berlusconismo (leggi vergogna, rapporti con la mafia, corruzioni, attacchi ai magistrati e alla Costituzione, conflitti d&#8217;interessi, editti bulgari e postbulgari), risulta un solo monosillabo della Bonino. Forse perché, pur con motivi molto diversi, sulla giustizia B&amp;B hanno sempre convenuto: separazione delle carriere, abolizione dell&#8217;azione penale obbligatoria (altro che difesa della “Costituzione più bella del mondo”, caro Staderini), per non parlare dell&#8217;idea intimidatoria e pericolosa della responsabilità civile dei magistrati che non esiste in nessun&#8217;altra democrazia.</p><p>La corrispondenza di amorosi sensi con B. si estende al No radicale all&#8217;arresto di <strong>Cosentino</strong> perché “siamo contro l&#8217;immunità parlamentare, però esiste”. Al fastidio per i sindacati, definiti in blocco “barbari, oscurantisti e retrogradi” (Ansa, 22-1-2000). E alla lettura dell&#8217;inchiesta Mani Pulite come operazione politica filocomunista: per la Bonino le tangenti di Craxi furono solo “errori” e occorre “una rivisitazione seria di cosa è successo dal &#8217;90 in poi: la mia analisi è che indubbiamente, soprattutto nel &#8217;92, si è cercato di risolvere alcuni problemi politici per vie giudiziarie, un po&#8217; orientate perchè poi se n&#8217;è salvato uno solo di partito” (Ansa, 19.11.99). Per non parlare dello scandalo delle frequenze negate per dieci anni a Europa7 per non disturbare Rete4 che le occupava abusivamente.</p><p>Il 1° aprile 2007, ministro delle Politiche europee del governo Prodi-2, la Bonino porta in Consiglio dei ministri tutte le sentenze della Corte di giustizia europea per darne finalmente attuazione. Tutte, tranne una: quella che dà ragione a Europa7 e torto al gruppo B. Una cronista le chiede il perché, e lei risponde che non c&#8217;è alcuna urgenza (in effetti Europa7 attende le frequenze negate solo dal 1999, quando vinse la concessione e Rete4 la perse). </p><p><strong>C&#8217;è poi il bilancio di Commissario europeo dal 1994 al &#8217;99 su nomina di B.</strong>, quando, insieme a battaglie sacrosante, la Bonino sponsorizza i cibi Ogm senza etichettatura.E soprattutto sostiene l&#8217;insensata sospensione degli aiuti all&#8217;Afghanistan, dopo una sfortunata missione a Kabul in cui è stata fermata dalla polizia religiosa perché i suoi collaboratori fotografano e filmano il volto delle donne, in barba alla legge islamica. Durante la guerra in Afghanistan &#8211; da lei appoggiata come quelle nell&#8217;ex Jugoslavia e in Iraq (“Io credo che non ci fosse alternativa per sconvolgere la rete terroristica: se mandiamo il messaggio che dopo le torri di New York possono bombardare, senza colpo ferire, anche il Colosseo e la Torre Eiffel, non ci dà sicurezza”) &#8211; la Bonino si oppone alla sospensione dei bombardamenti proposta dall&#8217;Ulivo per aprire un corridoio umanitario agli aiuti ai profughi (“servirebbe solo ai talebani per riorganizzarsi”, Ansa 2-11-2001).</p><p>Nel 2007, poi, durante il sequestro Mastrogiacomo, non trova di meglio che prendersela con <strong>Gino Strada</strong>, accusandolo di trescare con i talebani col suo “atteggiamento ambiguo, tra l&#8217;umanitario e il politico, che si può prestare a qualunque illazione”, perché “scientemente o incoscientemente &#8211; che sarebbe ancora peggio &#8211; finisce per giocare un ruolo che è sempre un ruolo ambiguo, tra torturati e torturatori. Quando uno si mette a praticare una linea così ambigua, così poco limpida, si presta a qualunque gioco altrui. Nell&#8217;illusione di tirare lui le fila, finisce che il burattinaio non è lui” (Ansa, 9.4.2007). A proposito di ambiguità fra torturati e torturatori, ho cercato disperatamente nell&#8217;archivio Ansa una parola della Bonino su <strong>Abu Ghraib e su Guantanamo</strong>. Risultato: non pervenuta.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 10 aprile 2013</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/10/quirinale-2013-madonna-bonino/558444/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Quirinale, gli 11 presidenti &#8211; Enrico De Nicola, il monarchico col paltò rivoltato</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/10/enrico-de-nicola-il-monarchico-col-palto-rivoltat/557493/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/10/enrico-de-nicola-il-monarchico-col-palto-rivoltat/557493/#comments</comments> <pubDate>Wed, 10 Apr 2013 06:31:54 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Travaglio</dc:creator> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Elezione Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Giorgio Napolitano]]></category> <category><![CDATA[Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Quirinale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=557493</guid> <description><![CDATA[Il primo presidente della neonata Repubblica Italiana è un monarchico e ha 69 anni: Enrico De Nicola, napoletano, politico liberale, avvocato penalista e insigne giurista, che eccezionalmente detesta la retorica (“è il cloroformio delle Corti d’Assise”), ma bada molto alle forme. Ed è proprio per una questione di forme che, il 28 giugno 1946, viene...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il primo presidente della neonata Repubblica Italiana è un <strong>monarchico</strong> e ha 69 anni: <strong>Enrico De Nicola</strong>, napoletano, politico liberale, avvocato penalista e insigne giurista, che eccezionalmente detesta la <strong>retorica</strong> (“è il cloroformio delle Corti d’Assise”), ma bada molto alle <strong>forme</strong>. Ed è proprio per una questione di forme che, il 28 giugno <strong>1946</strong>, viene eletto capo provvisorio dello Stato. All’indomani del <strong>referendum</strong> istituzionale del 2 giugno, che ha sancito per un soffio e tra mille polemiche di brogli la <strong>vittoria della Repubblica sulla Monarchia</strong>, le massime cariche dello Stato sono occupate da due settentrionali fieramente repubblicani: il trentino <strong>Alcide De Gasperi</strong> al governo, il piemontese <strong>Giuseppe Saragat</strong> alla Costituente. Bisogna dare un contentino al Sud, che ha votato in massa per Casa Savoia e si sente più che mai estraneo alla vita politica, tutta dominata dal “vento del Nord” resistenziale. I candidati alla presidenza sono tutti &#8220;revenants&#8221; (fantasmi, come li chiamava in dialetto piemontese Vittorio Emanuele III, memore dei loro trascorsi nell’Italietta prefascista): la Dc tifa per <strong>Vittorio Emanuele Orlando</strong>, i socialisti per <strong>Benedetto Croce</strong>. Ma tra i papabili c’è pure De Nicola, ex deputato liberale e ministro giolittiano, anche se nessuno è disposto a scommettere su di lui, per via del suo pedigree non proprio antifascista.</p><p><strong><span style="color: #c4161c;">RITARDO DI 1 ORA E MEZZA AL GIURAMENTO IL 1° LUGLIO &#8217;46. </span></strong>Qualcuno lo rammenta ancora presidente della Camera nel<strong> 1922</strong>, quando non fece una piega di fronte ai pesanti insulti del cavalier Mussolini a quell’“aula sorda e grigia”, e anzi zittì bruscamente il socialista Modigliani che tentava di protestare e votò la fiducia al primo governo del Cavalier Benito. Qualcun altro giura che don Enrico rifiuterà la candidatura, essendo noto più per le sue rinunce che per le sue investiture: quattro volte ha rifiutato la <strong>presidenza del Consiglio</strong>, una la nomina a senatore, una l’elezione a deputato, una la poltrona a sindaco di Napoli. Ma alla fine è proprio il gioco dei veti incrociati a catapultarlo sul <strong>Colle più alto</strong>. La Dc impallina Croce: troppo “laico”, il filosofo partenopeo, che comunque declina l’invito “per evitare lo scandalo e il chiasso”. Fuori uno. Il Pci boccia pure Orlando: ha sponsorizzato un po’ troppo i Savoia nella recente campagna referendaria. Fuori due. Sulle prime, Togliatti pensa ad Arturo Toscanini, poi ripiega su De Nicola. Gli altri si adeguano. Don Enrico viene eletto il <strong>27 giugno</strong>, al primo scrutinio, con il 73,7 per cento dei suffragi: 397 voti su 501. Contrari soltanto i repubblicani, il Partito d’azione e la Concentrazione democratica di Ferruccio Parri, che danno 40 voti a Cipriano Facchinetti (Pri), candidato di bandiera. Anche l’Uomo Qualunque non ci sta e sostiene bizzarramente la baronessa catanese Ottavia Penna da Caltagirone nata Buscemi, antifascista, anticomunista e monarchica, candidata apposta – spiega Guglielmo Giannini – come “condanna di un mondo politico incancrenito”, (32 voti). Orlando non lo votano che in 10. Un monarchico sfegatato scrive sulla scheda “Umberto II di Savoia”.</p><p>Ma accetterà l’incarico, don Enrico? È noto che adora farsi pregare. Manlio Lupinacci lo canzona sul Giornale d’Italia: “Onorevole De Nicola, decida di decidere se accetta di accettare”. Lui infatti, alle prime avvisaglie della sua elezione, è subito fuggito da Roma rintanandosi nella sua casa di Torre del Greco. Saragat tenta di avvertirlo che sta cominciando la votazione decisiva, ma trova il telefono staccato. Qualche ora dopo ci riprova De Gasperi, per comunicargli l’esito finale. E finalmente il bizzarro e bizzoso neoeletto risponde: “M’inchino alla <strong>volontà popolare</strong>”. Neppure un cenno di ringraziamento ai deputati che l’hanno issato alla più alta carica dello Stato. L’Alcide ci rimane male, ma prosegue con una punta di ironia: “Auguri, presidente. Se lei è d’accordo, il 1° luglio alle ore 12 dovrebbe giurare fedeltà alla Repubblica&#8230;”. “<strong>Presidente provvisorio</strong>, prego”, lo tronca scontroso l’interlocutore. E il 1° luglio, tanto per non smentirsi, si fa attendere non poco. Fa un caldo africano, quel giorno, a Roma. Davanti al palazzo di <strong>Montecitorio</strong> una folla di parlamentari, giornalisti e semplici curiosi aspetta con ansia il suo arrivo. Rintanati nell’atrio per ripararsi dalla canicola opprimente, Saragat, presidente dell’assemblea, Orlando, decano del Parlamento, e il conte Carlo Sforza, ex-presidente della Consulta (l’assemblea che dalla liberazione di Roma ha svolto funzioni di organo non elettivo dei governi del Cln) si asciugano il sudore e guardano nervosamente l’orologio. Lo stesso fanno il resto dei parlamentari, assiepati nella Sala della Lupa e, nell’attigua Sala Gialla, De Gasperi, con il governo al gran completo.</p><p>Davanti al portone, un picchetto d’onore di vigili urbani a cavallo e un duplice schieramento di carabinieri in alta uniforme si sciolgono sotto il sole che picchia. Ma don Enrico non arriva. Qualcuno, in avanscoperta in piazza Colonna, lancia falsi allarmi: “Arriva, è lui&#8230; no, non è lui”. “Doveva esser qui a mezzogiorno ed è già la mezza. La <strong>Repubblica</strong> è già in <strong>ritardo</strong>”, sghignazzano i monarchici. Ritardo imbarazzante: un’ora e mezza. Solo alle 13.30 il corteo presidenziale sbuca finalmente dall’ultima curva e avanza lentamente verso la piazza. Un corteo piuttosto <strong>scarno</strong>, formato da una sola automobile nera, quella privata di De Nicola, senza scorta: i sei poliziotti in motocicletta che l’hanno accompagnato da Napoli li ha licenziati lui personalmente alle porte di <strong>Roma</strong>. Al suo fianco, oltre all’autista, lo accompagna<strong> un nipote</strong> (il neopresidente è scapolo). Ma la valigia di cuoio, suo unico bagaglio, pretende di portarsela da solo. Quella che segue, più che una cerimonia ufficiale, è una bicchierata fra vecchi amici. Dopo<strong> il giuramento</strong>, un telegrafico discorso di presa d’atto dell’incarico. Poi tante pacche sulle spalle, abbracci e salutoni da fiera paesana. A un certo punto gli si fa incontro la democristiana <strong>Angela Maria Cingolani Guidi</strong>, una sorta di Paola Binetti ante litteram. E gli stampa un <strong>bacio</strong> sulla guancia: “<strong>A nome di tutte le donne</strong> italiane”. Lui, imperturbabile, ringrazia. E restituisce uno smack sulla guancia della timorata signora.</p><p><strong><span style="color: #c4161c;">I CONTRASTI CON IL DETESTATO DE GASPERI.</span></strong> Quando gli descrivono gli appartamenti presidenziali approntati per lui al Quirinale, non li visita neppure: essendo “provvisorio”, non può risiedere nella dimora dei <strong>Re</strong>. Dunque si fa condurre a <strong>Palazzo Giustiniani</strong>, uno dei luoghi più bassi e più bui di Roma (“ogni mattina al primo visitatore devo chiedere se fuori piove o c’è il sole&#8230;”). Nei due anni scarsi del suo mandato, farà in tempo ad apporre la sua firma sulla <strong>Carta costituzionale</strong>. Scostante, umorale e sempre più stizzoso, arriva a dimettersi “<strong>per ragioni di salute</strong>” nel maggio del <strong>1947</strong>, terrorizzato dalle possibili conseguenze della rottura fra De Gasperi e le sinistre dopo lo storico viaggio a Washington. La Costituente, non potendo respingere le sue dimissioni, lo rielegge il giorno dopo. Un’altra volta minaccia di andarsene perché il procuratore generale della<strong> Cassazione</strong>, inaugurando l’anno giudiziario, non gli ha rivolto un saluto sufficientemente ampolloso. Epici i suoi scontri con De Gasperi, che detesta cordialmente: nel maggio del ’47, pur di non ridargli l’incarico, convoca <strong>Francesco Saverio Nitti</strong> e financo l’ottantottenne Orlando. Quattro mesi dopo l’Alcide va a fargli firmare il trattato di pace, ma lui non ne vuole sapere: monta su tutte le furie, afferra le carte diplomatiche e le scaraventa sul pavimento, tra lo sgomento di funzionari e ministri presenti. Solo dopo lunghe insistenze riusciranno a strappargli la firma di ratifica.</p><p>Per mesi, poi, De Gasperi e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio<strong> Giulio Andreotti</strong> tenteranno di convincerlo a firmare il decreto che gli attribuisce la “lista civile”, cioè l’appannaggio presidenziale (<strong>12,5 milioni di lire</strong>). Ma invano. De Nicola è quasi povero (ha perduto tutti i suoi risparmi professionali investendoli in buoni del Tesoro all’inizio della guerra), ma rifiuta l’appannaggio presidenziale. Celeberrimo il suo <strong>cappotto rivoltato</strong>, sempre lo stesso, con cui partecipa alle cerimonie ufficiali: un giorno, su insistenza degli imbarazzati collaboratori, lo manda al suo sarto di Napoli per la riparazione, ma quello gli fa il lavoro gratis e rifiuta i soldi, allora lui gli leva il saluto. Maniaco delle <strong>dimissioni</strong> e allergico al denaro e al potere: il più<strong> antitaliano</strong> dei presidenti. Infatti non sarà riconfermato. Due anni di De Nicola possono bastare.</p><p>(1. Continua)</p><p>da <em>Il Fatto Quotidiano</em> del 10 aprile 2013</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/10/enrico-de-nicola-il-monarchico-col-palto-rivoltat/557493/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Quirinale, si fa presto a dire Bonino</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/07/si-fa-presto-a-dire-bonino/554172/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/07/si-fa-presto-a-dire-bonino/554172/#comments</comments> <pubDate>Sun, 07 Apr 2013 07:30:54 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Travaglio</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Elezione Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Emma Bonino]]></category> <category><![CDATA[Presidente della Repubblica]]></category> <category><![CDATA[Quirinale]]></category> <category><![CDATA[Radicali]]></category> <category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=554172</guid> <description><![CDATA[Molti italiani vorrebbero vedere Emma Bonino al Quirinale. Perché è donna, perché è competente, perché è onesta e mai sfiorata da scandali, perché ha condotto battaglie spesso solitarie per i diritti civili e umani e politici in tutto il mondo, forse anche perché è sopravvissuta a Pannella e perfino a Capezzone. Insomma, un sacco di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/05/quirinale-2013-chi-volete-al-colle-dopo-napolitano-vota-sondaggio-del-fatto-quotidiano/552698/" target="_blank">Molti italiani vorrebbero vedere Emma Bonino al Quirinale</a>. Perché è donna, perché è competente, perché è onesta e mai sfiorata da scandali, perché ha condotto battaglie spesso solitarie per i diritti civili e umani e politici in tutto il mondo, forse anche perché è sopravvissuta a Pannella e perfino a Capezzone. Insomma, un sacco di ottimi motivi, tutti veri e condivisibili. <span style="color: #262626; font-size: small;">Ma della sua biografia, in questo paese dalla memoria corta, sfuggono alcuni </span><strong style="color: #262626; font-size: small;">passaggi politici</strong><span style="color: #262626; font-size: small;"> che potrebbero indurre qualcuno, magari troppo giovane o troppo vecchio per ricordarli, a cambiare idea e a ripiegare su candidati più vicini al proprio modo di pensare.<br /></span><span style="color: #262626; font-size: small;">A costo di essere equivocati, come ormai accade sempre più spesso, complice il frullatore del web, li ricordiamo qui per completezza dell&#8217;informazione, convinti come siamo che di tutti i candidati alle cariche pubbliche si debba sapere tutto. “Conoscere per deliberare”, diceva Luigi Einaudi, cuneese come lei.</span></p><p>Nata 65 anni fa, la Bonino è stata parlamentare in Italia sette volte e in Europa tre volte, a partire dal lontano 1976. Da sempre radicale, si è poi candidata<strong> nel &#8217;94 con Forza Italia</strong> fondata da Berlusconi, Dell&#8217;Utri, Previti &amp; C., e col centrodestra berlusconiano è rimasta alleata, fra alti e bassi, fino alla rottura del 2006, quando è passata al centrosinistra. Ha ricoperto le più svariate cariche: deputata, senatrice, europarlamentare, commissario europeo, vicepresidente del Senato, ministro per gli Affari europei nel governo Prodi. Ed è stata <strong>candidata a quasi tutto</strong>: presidente della Repubblica, presidente del Consiglio, presidente delle Camere, ministro degli Esteri e della Difesa, presidente della Regione Piemonte e della Regione Lazio, alto commissario Onu ai rifugiati, rappresentante Onu in Iraq, addirittura a leader del centrodestra (da Pannella, nel 2000).</p><p>Nel &#8217;94, quando si candidò per la prima volta con B., partecipò con lui e la Parenti a un comizio a Palermo contro le indagini su mafia e politica. Poi, appena eletta, fu indicata<strong> dal Cavaliere assieme a Monti come commissario europeo</strong>. Il che non le impedì di seguitare l&#8217;attività politica in Italia, nelle varie reincarnazioni dei radicali: Lista Sgarbi-Pannella, Riformatori, Lista Pannella, Lista Bonino. Nel &#8217;99 B. la sponsorizzò per il Quirinale, anche se poi confluì su Ciampi. Ancora nel 2005, alla vigilia della rottura, la Bonino dichiarava di “apprezzare ciò che Berlusconi sta facendo come premier” (una legge ad personam dopo l&#8217;altra, dalla Gasparri alla Frattini, dal lodo Schifani al falso in bilancio, dalla Cirami alle rogatorie alla Cirielli) e cercava disperatamente un accordo con lui. Sfumato il quale, scoprì all&#8217;improvviso i vizi del Cavaliere e le virtù di quelli che fino al giorno prima lei chiamava “komunisti” e “cattocomunisti”.</p><p>Molte delle sue battaglie, referendarie e non, coincidono col <strong>programma berlusconiano</strong>: dalla deregulation del mercato del lavoro (con tanti saluti allo Statuto dei lavoratori, articolo 18 in primis) alla campagna contro le trattenute sindacali in busta paga. Per non parlare del via libera alle guerre camuffate da “missioni di pace” in ex Jugoslavia, Afghanistan e Irak. E soprattutto della giustizia: separazione delle carriere fra giudici e pm, amnistia, abolizione dell&#8217;obbligatorietà dell&#8217;azione penale, responsabilità civile delle toghe e no all&#8217;autorizzazione all&#8217;arresto per parlamentari accusati di gravi reati: perfino Cosentino, imputato per camorra. </p><p>Alle meritorie campagne contro il finanziamento pubblico dei partiti, fa da contrappunto la contraddizione dei soldi pubblici sempre chiesti e incassati per Radio Radicale. Nel 2010 poi, la Bonino fece da sponda all&#8217;editto di B.contro Annozero: il voto radicale in Vigilanza fu decisivo per <strong>chiudere i talk</strong> e abolire l&#8217;informazione tv prima delle amministrative.</p><p>Con tutto il rispetto per la persona, di questi errori politici è forse il caso di tenere e chiedere conto.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 6 Aprile 2013</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/07/si-fa-presto-a-dire-bonino/554172/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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