<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Marco Onado</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/monado/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Tutti ai piedi della Bce</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/17/tutti-ai-piedi-della-bce/198016/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/17/tutti-ai-piedi-della-bce/198016/#comments</comments> <pubDate>Sat, 17 Mar 2012 14:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Onado</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[acquisto titoli Bce]]></category> <category><![CDATA[Bank of England]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[crisi Grecia]]></category> <category><![CDATA[Joseph Stiglitz]]></category> <category><![CDATA[Mario Draghi]]></category> <category><![CDATA[titoli Bce]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/17/tutti-ai-piedi-della-bce/198016/</guid> <description><![CDATA[Le Banche centrali si sono impadronite delle chiavi dei grandi paesi e ormai dominano un mondo politico che appare sempre più incapace di trovare risposte adeguate alla gravità della crisi. L’area dell’euro ne è l’esempio più chiaro. Se qualcuno si chiedeva come mai Mario Draghi aspirasse a una posizione così difficile come quella di presidente...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Le Banche centrali si sono impadronite delle chiavi dei grandi paesi e ormai dominano un mondo politico che appare sempre più incapace di trovare risposte adeguate alla gravità della crisi. L’area dell’euro ne è l’esempio più chiaro. Se qualcuno si chiedeva come mai Mario Draghi aspirasse a una posizione così difficile come quella di presidente della Bce, ha trovato una risposta: nessuno ha tanto potere in Europa e tutti, a cominciare dalla Germania, <strong>gli devono molto</strong>.</p><p>Le quattro grandi banche centrali (la Federal Re-serve americana, la Bank of England, la Bank of Japan e la Bce) hanno inondato il mondo di liquidità. Il bilancio delle prime due (dunque la moneta che hanno stampato) è oggi più che triplo rispetto al momento in cui la crisi è cominciata (l’incremento è del 237 % per la Fed e del 264 per la Boe). Quello della Bce è molto minore (170 circa ora, comprendendo l’ultima operazione da 500 miliardi a febbraio); ma se si misura l’incremento rispetto al Pil dei vari Paesi, le distanze <strong>si avvicinano</strong>. Il bilancio delle principali banche centrali ha raggiunto dimensioni comprese fra il 20 e il 30 per cento del Pil, contro il 5-10 di prima della crisi. Se si considera che questo misura la dimensione del sostegno all’economia, ma anche del sussidio alle banche (il miliardo di euro a tre anni al tasso dell’ 1 per cento concesso dalla Bce negli ultimi mesi è solo l’ultima manifestazione) si capisce quanto siano mutati i rapporti di forza all’interno del <strong>mondo finanziario</strong>.</p><p>Le banche che sono accorse con il cappello in mano, non mancheranno di manifestare la loro riconoscenza nei confronti di un’istituzione che avevano accusato di essere meno severa della Bundesbank. Non c’è niente come un miliardo di euro per ammorbidire le critiche. Ci sono altri aspetti da considerare. Primo. Come ovvia conseguenza del credito che viene loro generosamente concesso, le banche perdono parte della loro autonomia, se non altro perché una quota crescente delle loro attività è dato in garanzia: si arriva al 33 per cento delle banche greche al 15 di quelle italiane e tedesche, passando per il 20 per cento della Spagna. E il fatto che queste garanzie siano sempre più concentrate nelle mani della Bce, aumenta ovviamente la loro dipendenza da<strong> Francoforte</strong>. Secondo. È possibile che la Bce non si fermi al trilione di euro già generosamente erogato. Circolano già autorevoli stime secondo cui si potrebbe andare anche più in là senza generare tensioni inflazionistiche (quindi nel rispetto del mandato che il Trattato europeo assegna alla Bce). Se si utilizzasse il mitico signoraggio (la tassa occulta che incassa chi stampa moneta) si potrebbero aggiungere almeno altri 2 trilioni di euro. Terzo. La Bce (meglio: il sistema europeo di Banche centrali) è di fatto divenuta lo strumento di finanziamento dei deficit con l’estero dei Paesi periferici. L’area dell’euro è infatti sostanzialmente <strong>in equilibrio</strong> nei confronti del resto del mondo in termini di esportazione e importazione di merci e servizi, ma è sempre più divisa fra paesi in deficit (Spagna, Italia, Portogallo e Grecia) e Paesi in surplus (la Germania).</p><p>Fino a due anni fa, il deficit dei primi era finanziato dalla seconda, cioè i tedeschi compravano i titoli pubblici e privati degli altri Paesi. Da quando l’Europa è nell’occhio del ciclone questo non accade più e dunque si è aperto l’inquietante interrogativo: chi finanzierà questo deficit? Se non si riuscisse a trovare una soluzione, i Paesi importatori netti sarebbero costretti a ridurre la loro domanda interna ancora più drasticamente di quanto già stiano facendo. E chi ha risolto il problema? Ma la Bce, si capisce. Il sistema dei pagamenti di Eurolandia è infatti costruito in modo da consentire alle banche dei Paesi in deficit di indebitarsi nei confronti di quelle dei paesi <strong>in surplus</strong>.</p><p>Nella scorsa estate, questa forma di finanziamento che non figura nei bilanci delle banche centrali aveva raggiunto i 400 miliardi di euro. E così le assurde polemiche sulle formiche tedesche costrette (ma da chi?) a finanziare le cavallette greche, si sono per incanto placate. Quarto. Con la ristrutturazione dei titoli greci posseduti da privati faticosamente raggiunta la scorsa settimana, oggi le istituzioni ufficiali, come il Fondo monetario, il fondo europeo e la Bce, detengono la stragrande maggioranza del debito <strong>pubblico greco</strong>. Ulteriori forme di ristrutturazione (sempre più inevitabili) saranno gestite direttamente e più facilmente a Washington, Bruxelles e Francoforte. In tutto questo la Bce dimostra di svolgere un ruolo di supplenza rispetto ad una politica troppo debole per prendere decisioni adeguate a una crisi sempre più grave e che rischia di avvitare il mondo intero in una tremenda <strong>spirale depressiva</strong>.</p><p>Negli Stati Uniti, il premio Nobel Joseph Stiglitz denuncia che con una distribuzione del reddito così squilibrata come quella attuale, ci vorranno almeno 13 anni per tornare al pieno impiego: figurarsi in Europa dove la ripresa è ancora <strong>più stentata</strong>. Ma nell’agenda politica questi temi non entrano, se non sotto forma di mere dichiarazioni di principio: basta guardare alle campagne presidenziali di Stati Uniti e Francia, per capire che tutti si muovono allineati e coperti dietro una strategia basata solo sull’arma monetaria e che ha come unico corollario certo il salvataggio delle banche. Il resto è solo speranza. E i banchieri centrali sono i veri signori della crisi.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 17 Marzo 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/17/tutti-ai-piedi-della-bce/198016/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Grecia: non chiamateli aiuti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/09/grecia-chiamateli-aiuti/196311/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/09/grecia-chiamateli-aiuti/196311/#comments</comments> <pubDate>Fri, 09 Mar 2012 07:59:05 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Onado</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[aiuti Grecia]]></category> <category><![CDATA[default Grecia]]></category> <category><![CDATA[Grecia default]]></category> <category><![CDATA[Grecia Fmi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=196311</guid> <description><![CDATA[Vi sono vaste crepe nell’ottimismo ufficiale secondo cui grazie al patto europeo sul rigore fiscale firmato venerdì scorso da 25 paesi dell’Unione e (soprattutto) grazie al trilione di euro generosamente concesso dalla Bce alle banche, il peggio della crisi sia superato e si possa guardare con ottimismo al futuro. Il problema greco (che è il...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Vi sono vaste crepe nell’ottimismo  ufficiale secondo cui grazie al patto europeo sul rigore fiscale firmato  venerdì scorso da 25 paesi dell’Unione e (soprattutto) grazie al  trilione di euro generosamente concesso dalla Bce alle banche, il peggio  della crisi sia superato e si possa guardare con <strong>ottimismo al futuro</strong>.  Il problema greco (che è il sintomo più grave, ma non l’unico della  crisi europea) non è però risolto.</p><p>L’unica cosa certa è che la <strong>struttura  produttiva</strong> e sociale è sull’orlo del collasso e non può sopportare  ulteriori dosi della terapia d’urto cui viene sottoposta da tre anni, il  cui unico effetto è stato quello di far aumentare il debito pubblico  dal 113 al 163 per cento del Pil. Ma c’è di più, perché il pacchetto di  misure che è stato concordato nelle settimane scorse per dare il via  libera alla tranche di 130 miliardi del programma in corso (e per  favore, almeno non chiamateli “aiuti”) è ancora privo di un tassello      importante, quello dell’assenso dei creditori privati.</p><p>Ai titolari di bond greci per un  valore di 206 miliardi di euro, è stato proposto di<strong> aderire  “volontariamente” </strong>a uno scambio con nuovi titoli, che mira a ridurre il  valore del debito greco in essere di circa 100 miliardi. Una soluzione  tanto drastica quanto tardiva, che comunque venerdì ha già comportato il  declassamento della Grecia da parte di Moody’s al livello C, l’ultimo  gradino prima del default vero e proprio, cioè dell’evento che si cerca a  ogni costo di evitare perché come in un disastro nucleare nessuno – a  cominciare dai regolatori bancari – è in grado di sapere quali reazioni a  catena si produrrebbero per le banche e per l’economia reale.        Ma per evitare di entrare in un  terreno che potrebbe avere conseguenze <strong>disastrose per le banche</strong> si è  costruito un accordo tecnicamente molto complesso, che per essere  ratificato deve raccogliere il 75 per cento dei consensi, il risultato  si conoscerà oggi, ma già ieri sera Atene annunciava      un’adesione superiore  all’obiettivo.</p><p>Con una capriola legale, la Grecia ha introdotto  unilateralmente nei titoli già in essere la possibilità di attivare una <strong>“clausola di azione collettiva”</strong> per imporre lo scambio anche a chi non  ha aderito. E qui si aprono scenari più inquietanti, perché a questo  punto diventerebbe inevitabile dichiarare il default vero e proprio,  attivare i derivati che assicurano il credito (i cosiddetti Credit  Default Swap) e dunque aprire il vaso di Pandora degli oscuri meccanismi  dentro il sistema creditizio che si vuole invece tenere accuratamente  sigillato. Ciliegina sulla torta: con una capriola legale ancora      più ardita, le tre istituzioni che  hanno gestito il programma greco (Fmi, Unione europea e Bce) hanno  ricevuto un <strong>trattamento privilegiato</strong> rispetto agli altri creditori.  Semplicemente, i titoli greci in loro possesso sono stati sostituiti da  nuovi titoli speciali e lo swap di cui sopra si applica solo a quelli  emessi prima del gennaio 2012. Anzi, questo comporta per la Bce un  profitto (sulla carta, si capisce: stiamo parlando di finanza) perché  ovviamente i titoli nuovi valgono più di quelli vecchi, che viene girato  alle banche centrali nazionali per fornire loro ulteriori armi di aiuto  alle loro banche in difficoltà.</p><p>Insomma: stiamo tenendo il fiato per  l’esito di un <strong>programma complesso e incerto</strong>,      che a tutto servirà tranne che a  risolvere il problema dell’economia greca e neppure di quella europea.  Già circolano stime secondo cui non solo la Grecia, ma anche il  Portogallo avranno presto bisogno di un altro ciclo di interventi,  sempre spacciati per “aiuti” perché è bello far leva su sentimenti  nobili.    Perchè allora montare un meccanismo  così complesso? Semplicemente, per consentire alla Grecia di <strong>coprire il  suo fabbisogno</strong> finanziario fino al 2014, senza ricorrere al mercato.  Come ha documentato il Sole 24 Ore, con 176 miliardi (cioè con i 130  attuali e il completamento      dei fondi stanziati nel 2011), la  Grecia sarebbe in grado di fronteggiare tutti i suoi impegni del  triennio, compresa una ricapitalizzazione delle banche per 50 miliardi. E  dopo? È difficile pensare che ci si aspetti che a quel punto la Grecia  sia risanata      e i sottoscrittori privati di  titoli accorrano nuovamente festanti.</p><p>Lo stesso Financial Times ha  scritto che il governo greco sta <strong>tagliando il ramo su cui è seduto</strong>. È  più probabile che ci si attenda che a quel punto l’economia europea e il  suo sistema bancario siano più robusti e in grado di assorbire meglio  l’impatto di un evento traumatico collegato alla Grecia o a qualche  altro piccolo paese periferico. Dimenticando però di avviare le riforme  necessarie per mettere sotto controllo i settori del credito (come i  derivati e in particolare quelli sul rischio di credito) che oggi fanno  tanto paura proprio perché totalmente sconosciuti e incontrollati.  Perché fra tre anni dovrebbero fare meno paura, se continueranno a  operare come oggi? Poiché la politica europea non è in grado di prendere  decisioni se non quelle del<strong> rigore fiscale </strong>e poiché di regolamentare  più rigidamente le banche non si parla più, va quindi bene a tutti di  spostare un po’ in là nel      tempo il problema del debito greco e  lasciare che la Bce con interventi eccezionali inondi di liquidità il  mercato per favorire le banche nell’immediato e attendere che queste  sostengano una ripresa economica ancora di là da venire. Qui non è  questione di essere ottimisti o pessimisti, è proprio il gioco del dare e  dell’avere che non torna.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/09/grecia-chiamateli-aiuti/196311/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Le sofferenze dei greci in nome delle banche</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/12/le-sofferenze-dei-greci-in-nome-delle-banche/190758/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/12/le-sofferenze-dei-greci-in-nome-delle-banche/190758/#comments</comments> <pubDate>Sun, 12 Feb 2012 13:39:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Onado</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Banche]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[debito]]></category> <category><![CDATA[default]]></category> <category><![CDATA[euro]]></category> <category><![CDATA[Europa]]></category> <category><![CDATA[finanza]]></category> <category><![CDATA[Grecia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/12/le-sofferenze-dei-greci-in-nome-delle-banche/190758/</guid> <description><![CDATA[La Grecia è in ginocchio: dopo tre anni di terapia intensiva per curare l’eccesso di debito pubblico, il reddito nazionale è crollato del 12 per cento, la disoccupazione ha superato il 20, la protesta dilaga e il governo di coalizione è in pezzi. Eppure, l’Europa non è soddisfatta e chiede ulteriore rigore. I tempi stringono:...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>Grecia </strong>è in ginocchio: dopo tre anni di terapia intensiva per curare l’eccesso di debito pubblico, il reddito nazionale è crollato del 12 per cento, la disoccupazione ha superato il 20, la protesta dilaga e il governo di coalizione è in pezzi. Eppure, <strong>l’Europa </strong>non è soddisfatta e chiede ulteriore rigore.</p><p>I tempi stringono: i <strong>130 miliardi</strong> della rata di prestito concesso dal Fondo monetario e dalle istituzioni europee sono indispensabili per le necessità correnti e soprattutto per pagare gli interessi in scadenza la settimana prossima (15 miliardi). Il Parlamento greco dovrebbe votare questa sera le nuove misure imposte dai creditori. E’ probabile che alla fine Papademos ottenga i voti necessari, ma non per questo la situazione sarà risolta.</p><p>Il fatto è che il problema fondamentale, quello dell’insolvenza dello Stato greco, continua ad essere affrontato in modo improprio e questo soprattutto per proteggere gli interessi delle <strong>banche</strong> internazionali e delle stesse banche centrali, Bce in testa. Il debito greco, che ha superato il 170 per cento del Pil (era il 106 cinque anni fa), non può essere ragionevolmente rimborsato e dunque i creditori devono accettare un taglio. Ma per compiere questo apparentemente ragionevole passo si sono costruiti non uno, ma<strong> tre pasticci</strong>.</p><p>Primo: la misura del <strong>taglio</strong>, quindi delle perdite sopportate dai creditori. Per non far troppo male alle banche, si sono concordate riduzioni nettamente inferiori a quanto la realtà avrebbe dovuto imporre: un micragnoso 21 per cento a luglio, 50 per cento a novembre e ovviamente nessuna di quelle proposte è andata in porto. Oggi si discute se arrivare al 70 per cento, ma l’accordo non arriva.</p><p>Secondo pasticcio: per non creare problemi alla Bce e agli altri organismi pubblici che detengono titoli greci, l’accordo deve riguardare solo il <strong>settore privato</strong>, cioè le banche.</p><p>Terzo pasticcio: sempre per evitare ulteriori problemi alle banche, il taglio viene spacciato come un <strong>accordo volontario</strong>, che non fa scattare l’assicurazione sul rischio di credito sottoscritto attraverso derivati chiamati credit default swap.</p><p>Un capolavoro di <strong>ipocrisia</strong>, dietro cui si celano tutti i problemi della finanza di oggi e che è motivato dal fatto che il mercato dei Cds è cresciuto, sotto l’occhio sonnacchioso dei regolatori, al di fuori di ogni controllo, tanto che nessuno è in grado di sapere chi dovrebbe pagare quanto a chi nel caso la Grecia cadesse in un default conclamato.</p><p>Nel dubbio, si preferisce non far scattare la protezione assicurativa e così le banche che hanno venduto l’assicurazione, cioè hanno incassato il premio, si tengono i soldi mentre quelle che l’hanno comprata possono utilizzare il contratto per l’uso che tutti immaginano. <strong>Chi ha avuto, ha avuto e amici come prima.</strong> Meglio così, del resto, che mettere in moto una reazione a catena forse inarrestabile, tanto più che le banche hanno svalutato in bilancio i loro crediti verso la Grecia e dunque l’operazione etichettata come “volontaria” non comporta ulteriori salassi per il bilancio.</p><p>Nel frattempo, le banche centrali, e la Bce in particolare, stanno inondando di liquidità il mercato e dunque consentono alle banche <strong>facili profitti</strong>: chi osa mettere in discussione gli interessi della gallina dalle uova d’oro? Ma chi ha comprato Cds, se solo avesse interesse a porsi al di fuori del sistema, avrebbe tutte le ragioni per considerarsi come quello che ha perso nell’incendio due terzi della casa e si sentisse dire che l’assicurazione non copre i danni perché la definizione che dà delle macerie fumanti non è esattamente quella dell’incendio.</p><p>Nessuno si sogna di dire che quanto sta succedendo è la dimostrazione lampante del fatto che il mercato dei Cds, come molti altri settori dei derivati, non solo è inefficiente, opaco e al di fuori di ogni controllo, ma soprattutto che è la dimostrazione di come le soluzioni della crisi dipendano sempre più non da considerazioni reali sull’economia dei Paesi e sulla loro capacità effettiva di sopportare i costi dell’aggiustamento, ma dalle<strong> esigenze del mondo della finanza</strong>.</p><p>Tutte queste considerazioni non fanno parte della real politik che guida le scelte del Fondo monetario e delle istituzioni europee nei confronti della Grecia. Spetta a <strong>Papademos </strong>che – guarda caso &#8211; fino a ieri sedeva nel consiglio direttivo della Bce, assicurare il consenso interno. Ma come dimostrano le cronache di questi giorni, non è detto che questa nuova tornata di sacrifici, ammesso che ottenga i voti in Parlamento, venga accettata da una popolazione sempre più esasperata.</p><p>Se così fosse, si apriranno due scenari molto inquietanti, che sono stati finora accuratamente nascosti sotto il tappeto. O un <strong>default </strong>conclamato che coinvolga tutti i creditori e non solo quelli privati, oppure una soluzione ancora più traumatica che associ il default all’<strong>uscita della Grecia dall’euro </strong>e forse anche dall’Unione europea. Scenari apocalittici, ma che diventeranno di drammatica attualità nei prossimi giorni.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 12 febbraio 2012 </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/12/le-sofferenze-dei-greci-in-nome-delle-banche/190758/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>7</slash:comments> </item> <item><title>Il grande gelo del credito</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/07/il-grande-gelo-del-credito/189432/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/07/il-grande-gelo-del-credito/189432/#comments</comments> <pubDate>Tue, 07 Feb 2012 17:36:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Onado</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Banche]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[credit crunch]]></category> <category><![CDATA[credito]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[imprese]]></category> <category><![CDATA[reditto]]></category> <category><![CDATA[zonaeuro]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/07/il-grande-gelo-del-credito/189432/</guid> <description><![CDATA[Per le imprese italiane l’accesso al credito è sempre più selettivo e sempre più costoso. I dati pubblicati in questi giorni non lasciano dubbi: da quando è stata lanciata l’ampia indagine qualitativa sul mercato del credito nell’area dell’euro, cioè dal 2003, la situazione delle imprese italiane non è mai stata così difficile e soprattutto peggiore...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Per le imprese italiane l’accesso al credito è sempre <strong>più selettivo e sempre più costoso</strong>. I dati pubblicati in questi giorni non lasciano dubbi: da quando è stata lanciata l’ampia indagine qualitativa sul mercato del credito nell’area dell’euro, cioè dal 2003, la situazione delle imprese italiane non è mai stata così difficile e soprattutto peggiore rispetto alla media degli altri paesi di Eurolandia. Neanche nei mesi bui del crac di Lehman gli indicatori avevano toccato <strong>livelli di pericolosità </strong>così elevati. Un dato per tutti: in Italia, la percentuale di coloro che a gennaio valutano le condizioni di offerta più restrittive supera di 87,5 quella di chi ha una visione opposta. In ottobre era pari a 50 e un anno fa a 25. In Europa, l’analoga percentuale è pari a 35. Coloro che valutano una situazione di restrizione sono in Italia più del doppio della media dell’area monetaria.</p><p><strong>Il costo del credito </strong>sta aumentando: i dati della Banca d’Italia dicono che tra marzo e dicembre il costo medio dei <strong>prestiti a breve termine alle imprese</strong>, è passato da 3,7 a 5 per cento con un aumento di livello di oltre un terzo. Ed è aumentato in modo ancora più vistoso il differenziale con il tasso praticato alla clientela migliore: un modo pudico per dire che la generalità dei clienti paga tassi ben superiori a quello medio. Il <strong>credit crunch </strong>è quindi ormai un dato di fatto. Non era difficile prevedere che anche le imprese sarebbero state trascinate nel gorgo della crisi che ha investito il debito sovrano e le banche. Come più volte messo in evidenza dal <em>Fatto Quotidiano</em>, quando gli spread sul debito pubblico arrivano a livelli così elevati e per un periodo di tempo prolungato come nel caso italiano, le banche raccolgono sul mercato meno fondi e a costi più cari. Anche perché fra i tanti miti spazzati via dalla crisi c’è anche quello del risparmio italiano abbondante come in pochi altri paesi: il <strong>reddito disponibile delle famiglie italiane</strong> continua a diminuire e il risparmio è ormai al di sotto di molti altri Paesi europei, a cominciare dalla Germania.</p><p>E infatti nell’indagine citata l’87,5 per cento (un valore mai toccato) ritiene che la causa dell’attuale situazione sia da attribuire alla <strong>difficoltà della banca </strong>di finanziarsi sul mercato. L’analoga percentuale per l’intera area dell’euro è del 28 per cento. Dunque, le nostre banche stanno restringendo il credito alle imprese in modo molto più netto rispetto a quanto accade negli altri paesi e fanno molta più fatica a procurarsi i capitali necessari.<br /> Eppure <strong>la Bce non è mai stata così generosa con le banche</strong>. A dicembre le operazioni straordinarie a tre anni decise da Mario Draghi hanno immesso liquidità in Europa per quasi 500 miliardi, di cui 116 sono andati alle banche italiane. Per fine febbraio è attesa un’offerta ancora più abbondante. Possibile che alle imprese non arrivi nemmeno una goccia? E invece è proprio così. Le banche italiane dipendono ormai dalla Bce per la loro attività corrente: l’attuale finanziamento della Banca centrale equivale al 10 per cento dei loro depositi totali, ma la destinazione non è nuovo credito alle imprese e alle famiglie e neppure nuovi acquisti di titoli di Stato, almeno in forma massiccia. Semplicemente, le banche stanno sostituendo passività a costo elevato come le obbligazioni collocate sul mercato con debiti verso la Bce al prezzo “politico” dell’1 per cento. In questo modo rimettono in piedi i loro conti un po’ traballanti e possono promettere ai loro azionisti (i cui nervi sono un po’ scossi, soprattutto dopo le recenti ricapitalizzazioni) una remunerazione accettabile.</p><p>Infatti, i 116 miliardi di dicembre rappresentano il 61 per cento delle obbligazioni in scadenza nei prossimi 24 mesi. Dunque, per il <strong>credito al settore produttivo</strong>, si è pregati di ripassare quando le banche avranno adeguatamente rimpinguato i loro conti. Il disegno perseguito dalla Bce di Mario Draghi è realista al limite del cinismo: poiché l’Europa non è in grado di dare una risposta organica alla crisi europea e asseconda la fobia tedesca per soluzioni più drastiche, utilizziamo l’arma indiretta dei finanziamenti a pioggia della Bce per salvare almeno le banche. Questo dovrebbe portare a poco a poco il sereno sui mercati e alla fine la crisi sarà superata. Il problema è che questo processo è lento, tanto che siamo costretti a salutare come un successo il ritorno dello spread sotto quota 400. C’è un forte rischio che il peggioramento dell’economia reale sia più veloce del miglioramento dei conti dello Stato e delle banche e che dunque la<strong> strategia dei due tempi della Bce </strong>(condivisa da tutti i governi europei) non abbia successo.</p><p>Per proteggersi da questo rischio<strong> non si sta facendo abbastanza</strong>. Anche le misure di liberalizzazione del governo Monti possono dare un contributo nel medio periodo, ma non risolvere il problema immediato di un’attività produttiva sempre più stagnante e che rischia di non avere finanziamenti adeguati. Nei limiti purtroppo stretti della finanza pubblica, occorre utilizzare tutti i canali possibili di sostegno all’attività produttiva ed evitare di <strong>sprecare tempo prezioso</strong> su temi (l’art. 18, tanto per fare un esempio) che non sono certo le cause fondamentali della mancata crescita economica italiana e della distanza che sempre più ci separa dagli altri grandi paesi europei.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 7 Febbraio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/07/il-grande-gelo-del-credito/189432/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Le coop e il giochino dell&#8217;Opa</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/27/le-coop-e-il-giochino-dellopa/186804/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/27/le-coop-e-il-giochino-dellopa/186804/#comments</comments> <pubDate>Fri, 27 Jan 2012 17:57:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Onado</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[consob]]></category> <category><![CDATA[ligresti]]></category> <category><![CDATA[mediobanca]]></category> <category><![CDATA[opa]]></category> <category><![CDATA[Unipol]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/27/le-coop-e-il-giochino-dellopa/186804/</guid> <description><![CDATA[Per salvare Ligresti, Mediobanca ha architettato un’operazione che consente di prendere due, anzi tre, piccioni con una fava. Peccato che, come al solito, il tutto avvenga ai danni degli azionisti di minoranza. Se si escludono i poveri risparmiatori, tutti ci guadagnano. Le banche, Mediobanca in testa, salvano i loro prestiti che ormai ammontano a 1,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Per salvare Ligresti, Mediobanca ha architettato un’operazione che consente di prendere due, anzi tre, piccioni con una fava. Peccato che, come al solito, il tutto avvenga ai danni degli <strong>azionisti di minoranza</strong>. Se si escludono i poveri risparmiatori, tutti ci guadagnano. Le banche, <strong>Mediobanca</strong> in testa, salvano i loro prestiti che ormai ammontano a 1, 5 miliardi; i Ligresti vengono generosamente ricompensati per aver portato sull’orlo del dissesto compagnie un tempo floride; <strong>Unipol</strong>, il salvatore, paga (ma a caro prezzo) il suo desiderio di crescere ulteriormente nel settore e soprattutto la sua smania di entrare a pieno titolo nel “salotto buono” della finanza italiana, repressa fin dai tempi della sventurata scalata a Bnl.</p><p>L&#8217;architettura dell’operazione è troppo complicata per essere riassunta in poche righe; in sintesi, Unipol acquisisce la maggioranza di Premafin (società quotata) che a sua volta detiene la maggioranza di Fondiaria-Sai e di Milano Assicurazioni, pure quotate. Il prezzo per il controllo delle due compagnie è molto alto: secondo i calcoli di Lorenzo Dilena (<a href="http://www.linkiesta.it/" target="_blank">Linkiesta. it</a>) è più di sette volte il prezzo di Borsa dei giorni precedenti l’annuncio. Come se non bastasse, a ciascuno dei componenti della bella famigliola viene concessa una <strong>buonuscita per 5 anni</strong> pari a 700 mila euro l’anno pudicamente travestita da “patto di non concorrenza”, cioè un compenso per uscire dal business che hanno devastato: come pagare Schettino per non salire più sulla plancia di una nave. Ma non c’è limite alla riconoscenza dovuta a una famiglia che ha sempre dimostrato di essere organica al <strong>centro nevralgico della finanza italiana</strong> e acquisito molte benemerenze, fin da quando nei giorni caldi di Mani pulite, il patriarca, Salvatore, passò 112 giorni (Ferragosto compreso) a San Vittore chiuso in un ostinato silenzio, per arrivare ai tempi recenti in cui i Ligresti hanno partecipato, pur già in gravi difficoltà finanziarie, alla cordata voluta da Berlusconi e guidata da Banca Intesa per impedire che Air France assumesse il controllo di <strong>Alitalia</strong>.</p><p>C’è per fortuna un ostacolo prima che l’operazione si concluda ed è la <strong>legge sull’Opa</strong>, il cui obiettivo primario è proprio quello di evitare che le azioni di qualche azionista valgano più di quelle degli altri. In base a essa, il principesco valore riconosciuto alla famiglia Ligresti dovrebbe essere esteso a tutti gli altri azionisti. Ma Unipol da questo orecchio non ci sente: intende effettuare l’offerta su Premafin (e ci mancherebbe), ma chiederà alla Consob di essere esentata dall’Opa sulle due compagnie di assicurazione, guarda caso proprio quelle dove si pone in modo così netto il contrasto fra la valutazione delle azioni dei Ligresti e quelle degli altri azionisti. Come direbbe Jannacci, a costoro va detto solo “no, tu no”. Ma perché? Sempre come nella canzone: perché no.</p><p>Sorge spontanea la domanda: per quale motivo una società che si ispira agli ideali della cooperazione si presta a questo non limpido gioco? Sul tema varrà la pena di tornare, ma per ora basta ricordare che tecnicamente la società di via Stalingrado (anche la toponomastica può essere ironica) invoca una norma della legge sull’Opa che consente alla Consob di esentare dall’Opa gli acquisti di azioni effettuati per operazioni di salvataggio. A prescindere dagli specchi su cui si arrampicheranno i consulenti legali, la giustificazione in questo caso non tiene. L’operazione è congegnata con l’unico fine di riconoscere un <strong>compenso tanto eccezionale quanto immeritato</strong> ai Ligresti: ci sono molti altri modi per evitare il dissesto e far subentrare Unipol senza riempire le tasche della famiglia. Nel modo con cui è stata prospettata, l’operazione serve a salvare i Ligresti, non la società e dunque l’esenzione dall’Opa non può essere invocata.</p><p>Si badi che gli azionisti delle società in questione sono stati tartassati in tutti i modi, tanto che oggi Fondiaria-Sai vale in Borsa un ventesimo rispetto a cinque anni fa. I Ligresti (quelli che ottengono un compenso di 3,5 milioni a testa) sono stati un autentico <strong>Re Mida al contrario</strong>, in un settore in cui per perdere soldi occorre essere particolarmente dotati. Il fatto è che le perdite del gruppo sono arrivate soprattutto da operazioni che hanno portato le due società assicurative a comprare società (sempre controllate dai Ligresti) a prezzi elevati e che hanno prodotto successivamente perdite cospicue, come nel caso della società alberghiera <strong>Atahotels</strong> o addirittura a pagare i cavalli dell’amazzone di famiglia. Sempre, si capisce, ai danni degli azionisti di minoranza. Fintanto che questi comportamenti sono avallati dal fior fiore (si fa per dire) del capitalismo italiano, non c’è da meravigliarsi se la Borsa italiana è sempre più asfittica e se il paese cresce poco. Un sistema finanziario che premia in questo modo imprenditori (si fa sempre per dire) che sarebbero capaci di <strong>gestire in perdita un pozzo petrolifero saudita</strong> è afflitto da vizi profondi che possono portare al massimo alla conservazione del potere, non certo a generare risorse per tutti.</p><p>Da oggi, la patata bollente è<strong> sul tavolo della Consob</strong>. Sul piano formale non mancano gli argomenti per accettare le argomentazioni giuridiche degli azionisti di maggioranza (in base al principio che l’occhio del padrone ingrassa il cavillo), ma sul piano sostanziale della tutela delle regole elementari di un mercato sano, non c’è dubbio che l’Opa dovrebbe essere imposta anche per le società controllate da Premafin. La commissione guidata da Vegas finora ha assunto<strong> posizioni diverse</strong>: nella primavera del 2011, ha imposto l’Opa a Groupama (al che la società transalpina si è ritirata in buon ordine) mentre ha esentato Unicredit che partecipava in prima fila all’aumento di capitale. Qual è il precedente cui appellarsi? Chi ha a cuore gli interessi del mercato, non dovrebbe avere dubbi.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 27 Gennaio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/27/le-coop-e-il-giochino-dellopa/186804/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Scenari 2012: più Ciampi, meno Marchionne</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/04/oltre-la-crisi-pi-ciampi-e-meno-marchionne/181464/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/04/oltre-la-crisi-pi-ciampi-e-meno-marchionne/181464/#comments</comments> <pubDate>Wed, 04 Jan 2012 17:56:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Onado</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Piacere quotidiano]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/04/oltre-la-crisi-pi-ciampi-e-meno-marchionne/181464/</guid> <description><![CDATA[Il prossimo sarà l’anno del rinnovo (o quasi) degli inquilini di case e palazzi del potere dopo la devastante crisi economica che ha ribaltato le certezze dell’Occidente. Ecco quali sono le scelte da compiere nello Speciale Fatti Nuovi, oggi in edicola. Chiedersi come sarà il 2012 per l’economia italiana equivale a chiedersi come reagirà il nostro sistema produttivo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Il prossimo sarà l’anno del rinnovo (o quasi) degli inquilini di case e palazzi del potere dopo la devastante crisi economica che ha ribaltato le certezze dell’Occidente. Ecco quali sono le scelte da compiere nello Speciale Fatti Nuovi, oggi in edicola.</em></p><p>Chiedersi come sarà il 2012 per l’economia italiana equivale a chiedersi come reagirà il nostro sistema produttivo e sociale alla “<strong>cura da cavallo</strong>” (Tito Boeri su <a href="http://www.lavoce.info/" target="_blank">lavoce. info</a>) cui è stato sottoposto a partire dall’estate, fino al botto finale del governo Monti. Con interventi drastici, sbilanciati sulle entrate e che portano la pressione fiscale al 47 per cento del Pil, l’impatto recessivo è scontato e infatti le stime più recenti prevedono per l’anno prossimo un calo del Pil dell’ 1,6 per cento, che porterebbe il reddito complessivo del Paese a un livello inferiore di quasi il<strong> 4 per cento</strong> a quello del 2008.  Bastano queste cifre per capire che far crescere finalmente l’economia italiana è allo stesso tempo un<strong> imperativo categorico,</strong> ma anche una sfida molto difficile, il cui esito dipende in parti uguali dalle scelte del governo Monti e da quelle dell’Europa.</p><p>Dire che bisogna stimolare la crescita è<strong> come dire che bisogna voler bene alla mamma</strong>: tutti entusiasticamente approvano. Il problema è come. Per ora, i principali Paesi, a cominciare da quelli dell’area dell’euro, hanno insistito sulla necessità di mettere ordine nelle finanze pubbliche e di perseguire il pareggio di bilancio. Ma non è esattamente quello che gran parte degli economisti ritiene necessario. Un economista del rango di <strong>Paul Krugman</strong>, ha detto: “nel 2011, come nel 2010, l’America era tecnicamente in ripresa, ma continuava a essere afflitta da una disoccupazione drammaticamente alta. Eppure, negli ultimi due anni, il dibattito a Washington riguardava qualcos’altro: la pretesa urgente necessità di ridurre il deficit di bilancio. Questo errore di prospettiva dimostra quanto il Congresso sia lontano dalle sofferenze dell’americano comune”.</p><p>La situazione europea non è strettamente paragonabile a quella americana, ma l’ultima lapidaria frase del premio Nobel può applicarsi anche a molti politici europei, a cominciare dal<strong> duo Sarkozy-Merkel</strong> che sembra sbandierare il mito del pareggio di bilancio soprattutto per nascondere l’incapacità di dare risposte concrete e decisive alla crisi europea. Il 2011 si è consumato fra l’attesa di summit che avrebbero dovuto trovare una soluzione definitiva (il fondo europeo, gli eurobond, il patto fiscale e via elencando) e la delusione di fronte ai soliti risicati compromessi (l’ultimo a prezzo del veto britannico) che non hanno risolto assolutamente nulla. <strong>La vera incognita del 2012 </strong>è quale sarà il livello dei tassi di interesse (cioè gli spread) che il mercato chiederà ai paesi più esposti alla crisi, a cominciare da Italia e Spagna. Una differenza di cinque punti percentuali con la Germania, come quella di oggi, non solo rende il pareggio di bilancio ancora più lontano, ma aumenta in maniera<strong> insostenibile</strong> i costi finanziari per famiglie e imprese, aumentando gli effetti depressivi e facendo avvitare l’economia in una spirale senza fine.</p><p>È ormai chiaro che in mancanza di una chiara e decisa risposta europea, non basterà la Bce a togliere le castagne dal fuoco e il 2012 rischia di presentarsi come un remake dell’anno appena trascorso. La settimana prossima già prevede <strong>un nuovo summit</strong>: avremo presto indicazioni su cosa ci attende. Se arriveranno solo sorrisi e annunci trionfalistici, meglio allacciare le cinture. La crescita economica italiana dipende invece dalle politiche che il governo ha annunciato per i prossimi giorni. Saranno adeguate alla gravità del momento? Difficile dire, per ora, senza conoscere il merito delle proposte. Ma c’è una <strong>questione di metodo</strong> che si può fin d’ora indicare. Quando si è trattato di fronteggiare l’emergenza economica, l’Italia ha già dimostrato di essere capace di dare risposte drastiche. Ma ha scelto la strada dell’accordo con le parti sociali, non la logica oggi cara a Marchionne del “prendere o lasciare”. Un governo tecnico come quello presieduto da Carlo Azeglio Ciampi lo ha fatto nel 1993 con uno storico accordo sulla scala<strong> mobile</strong>. Sarà bene ricordarselo.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 4 Gennaio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/04/oltre-la-crisi-pi-ciampi-e-meno-marchionne/181464/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Europa, le banche sono nude</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/22/le-banche-sono-nude/179246/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/22/le-banche-sono-nude/179246/#comments</comments> <pubDate>Thu, 22 Dec 2011 08:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Onado</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Banche]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[Commerzbank]]></category> <category><![CDATA[Eba]]></category> <category><![CDATA[Mario Draghi]]></category> <category><![CDATA[Royal Bank of Scotland]]></category> <category><![CDATA[spread]]></category> <category><![CDATA[zonaeuro]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/22/le-banche-sono-nude/179246/</guid> <description><![CDATA[L’intervento della Bce di ieri non va salutato come gli “arrivano i nostri” dei western classici, ma poco ci manca: 500 miliardi di liquidità immessi nel sistema rappresentano molto più di una boccata d’ossigeno per un sistema bancario europeo che ha un disperato bisogno di fondi (l’anno prossimo scadono oltre 700 miliardi di obbligazioni bancarie)....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’intervento della Bce di ieri non va salutato come gli “arrivano i nostri” dei western classici, ma poco ci manca: <strong>500 miliardi di liquidità </strong>immessi nel sistema rappresentano molto più di una boccata d’ossigeno per un sistema bancario europeo che ha un disperato bisogno di fondi (l’anno prossimo scadono oltre 700 miliardi di obbligazioni bancarie). I problemi a breve delle banche sono così superati ed è tutto sommato secondario chiedersi quanta parte di questa liquidità andrà ai titoli di Stato: l’importante è riavviare il meccanismo del credito nel suo complesso. Una forte domanda di titoli di Stato che fa cadere finalmente gli <em>spread </em>come è successo martedì in Spagna è una buona notizia per tutti e giova anche al credito alle imprese perché fa diminuire parallelamente i tassi dei prestiti.</p><p>Non bisogna però dimenticare che si tratta di una terapia di emergenza e che per attuarla <strong>Mario Draghi</strong> ha spostato di molto il confine dell’ortodossia degli interventi delle Banche centrali. <strong>Rimangono sul tappeto tutti i nodi</strong> della crescita europea e italiana, cioè la necessità di attivare le politiche economiche necessarie per evitare che il rigore fiscale si traduca in un’enorme spinta depressiva. E rimangono sul tappeto i problemi delle banche, della loro robustezza patrimoniale e delle regole necessarie per evitare che in futuro esse si trasformino in generatori e propagatori di crisi finanziarie come è avvenuto. E su questo fronte finora non ci sono segnali positivi. L’unico punto su cui i paesi europei sembrano d’accordo è quello di sabotare il livello comunitario di regolamentazione finanziaria. Al vertice di Bruxelles <strong>David Cameron</strong> ha posto un autentico ricatto perché ha detto chiaro e tondo: approvo il patto di rigore fiscale se l’Europa la smette di pensare a una regolazione più severa dei servizi finanziari. Come direbbe un famoso slogan: toccatemi tutto, ma non la City. L’ironia vuole che nello stesso momento a Londra venisse pubblicato un ponderoso rapporto che dimostra come il dissesto bancario più grave della storia inglese, quello di <strong>Royal Bank of Scotland</strong>, sia dovuto non solo a errori manageriali clamorosi, ma anche a una vigilanza all’acqua di rose, la cui preoccupazione principale era quella di turbare il meno possibile le scelte dei soggetti controllati.</p><p>Con la faccia di marmo che solo i politici consumati sanno esibire, Cameron ha usato la stessa argomentazione, per di più per l’atto di rottura più grave compiuto da un governo di Sua Maestà negli ultimi anni, scagliando così un autentico<strong> siluro contro le speranze di una risposta europea adeguata</strong> alla gravità dei fattori che hanno creato la crisi. Sia le ipotesi che stavano faticosamente prendendo corpo a Bruxelles (fra cui quella di una tassazione delle attività finanziarie, che era stata caldeggiata dal Fondo monetario) sia le nuove autorità di regolamentazione si trovano oggi fatalmente in difficoltà.</p><p>Purtroppo non è solo un problema dei soliti inglesi. Al tiro al bersaglio contro il livello europeo di regolamentazione si stanno esercitando in molti. Italia, Spagna e Germania fanno oggi a gara nel criticare l’autorità europea in campo bancario (Eba) che ha dato trasparenza e rigore agli esercizi di stress test, ma ha avuto il torto di chiedere alle banche europee una ricapitalizzazione di 115 miliardi (di cui 15 per le banche italiane, ma quasi la stessa cifra per quelle tedesche e il doppio per quelle spagnole). La reazione è stata furibonda: l’autorità, che pure ha agito su impulso del Consiglio europeo, cioè dei capi di governo, è accusata di mettere in ginocchio banche altrimenti solide e di strozzare l’offerta di credito al settore produttivo. La colpa maggiore di cui si è macchiata l’Eba è quella di <strong>aver proclamato che il re è nudo</strong>. Di aver detto, ad esempio, che <strong>Commerzbank </strong>è priva di capitale e dovrà essere nazionalizzata. Cioè quello che tutti (tranne i tedeschi si capisce) hanno sussurrato a mezza voce per anni. Oppure di aver riconosciuto che da qualche mese i mercati penalizzano azioni e obbligazioni delle banche perché considerano i titoli pubblici nei loro portafogli come un fattore di rischio e di aver dedotto che la ricapitalizzazione delle banche è condizione necessaria (ancorché non sufficiente) per ripristinare la fiducia. Una realtà dolorosa, ma da tempo affermata da operatori e studiosi di ogni parte: una recente ricerca citata da Financial Times afferma che occorre immettere “tonnellate di soldi” nelle banche. Anche loro talebani?</p><p>Delegittimare l&#8217;Eba è fin troppo facile: in Italia ad esempio si è saldato il fronte fra il management delle banche, che certo non sprizza di gioia all’idea di aver un maggior volume di capitale da remunerare in futuro, e le fondazioni azioniste dei principali istituti, che hanno risorse ormai ridotte al lumicino. Ma così facendo si ripropone la stessa logica che ha mosso Cameron: gli interessi dell’industria nazionale avanti a tutto. Con il risultato di <strong>indebolire il livello di vigilanza europea</strong>, che era una delle poche risposte efficaci alla crisi e che diventa essenziale nel momento in cui le debolezze stanno esplodendo e dunque un livello internazionale di supervisione è essenziale. O si crede davvero che la vigilanza tedesca da sola avrebbe riconosciuto la fragilità di Commerzbank? Il guaio è che, nonostante rapporti ponderosi (e tardivi) come quello su Rbs dimostrino al di là di ogni ragionevole dubbio i disastri che possono essere causati da una vigilanza troppo benevola, al momento della verità le banche osannano le Banche centrali che dispensano liquidità a basso costo a piene mani, ma vogliono autorità di vigilanza come la Fsa di allora: un cane da guardia che si muoveva leggero come un passerotto in un’aiuola di petunie.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 22 dicembre 2011</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/22/le-banche-sono-nude/179246/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Monti e le promesse tradite</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/06/monti-e-le-promesse-tradite/175445/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/06/monti-e-le-promesse-tradite/175445/#comments</comments> <pubDate>Tue, 06 Dec 2011 12:24:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Onado</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[equità]]></category> <category><![CDATA[manovra]]></category> <category><![CDATA[Marco Onado]]></category> <category><![CDATA[Mario Monti]]></category> <category><![CDATA[promesse]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/06/promesse-tradite/175445/</guid> <description><![CDATA[Mario Monti aveva promesso una manovra fatta di rigore, sviluppo ed equità. Solo il primo ingrediente è stato dispensato a piene mani, ma il secondo è scarso (un soupçon, direbbero i ricettari francesi) e il terzo praticamente assente. L’equità è necessaria per raccogliere un consenso adeguato in Parlamento, ma soprattutto per rendere accettabili i sacrifici...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Mario Monti </strong>aveva promesso una manovra fatta di rigore, sviluppo ed equità. Solo il primo ingrediente è stato dispensato a piene mani, ma il secondo è scarso (un soupçon, direbbero i ricettari francesi) e il terzo praticamente assente.</p><p>L’equità è necessaria per raccogliere un consenso adeguato in Parlamento, ma soprattutto per rendere accettabili i sacrifici che ci attendono. Ma come si può considerare equa la decisione di sospendere l’indicizzazione delle pensioni sopra i 980 euro? Economisti di destra e di sinistra considerano da sempre l’inflazione come la più ingiusta delle tasse, perché colpisce soprattutto i più deboli e perché agisce subdolamente. Non si dica che basta l’esenzione della fascia minima (quella della vera e propria sopravvivenza) e la promessa di temporaneità per rendere accettabile il provvedimento. Con un’inflazione prevista del 3 per cento circa (ma il paniere dei beni e servizi acquistati dagli anziani aumenta più rapidamente dell’indice Istat) questo significa un taglio delle pensioni quasi del 10 per cento in due anni sulla fascia eccedente i primi 953 euro. E questo senza neppure il bel gesto di una seria sforbiciata alle pensioni d’oro.</p><p>Purtroppo questo è l’esempio più clamoroso, ma non l’unico di rinuncia all’equità. L’Ici sulla prima casa era inevitabile, ma ancora una volta si rinuncia a tassare il patrimonio immobiliare ecclesiastico non dedicato al culto, perpetuando così un altro privilegio assurdo e odioso. E che dire della lotta all’evasione fiscale? Aggiungere all’aliquota irrisoria dello scudo fiscale di Tremonti un’altra aliquota irrisoria non corregge la profonda distorsione di un provvedimento che premia, di fatto, gli evasori di ieri. Molto meglio sarebbe stato impegnarsi a colpire i patrimoni ancora all’estero, tramite accordi con i vari paradisi fiscali, come hanno già fatto Germania e Inghilterra, assicurandosi entrate per vari miliardi all’anno. Anche perché in questo modo si potrebbero finalmente scovare gli evasori di oggi.</p><p>La reazione positiva dei mercati non deve ingannare, perché agli investitori interessa solo che il conto venga pagato, non certo quali sono le tasche cui si attinge. Ma fino a quando si rinuncerà a toccare i mille privilegi di cui è intrisa la società italiana, le manovre economiche risulteranno socialmente inique (e anche zoppe dal punto di vista dello sviluppo); quel che è peggio, le speranze di una vera svolta politica dopo due decenni di berlusconismo andranno in frantumi.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 6 dicembre 2011 </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/06/monti-e-le-promesse-tradite/175445/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Fine delle illusioni</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/18/fine-delle-illusioni/171471/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/18/fine-delle-illusioni/171471/#comments</comments> <pubDate>Fri, 18 Nov 2011 13:41:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Onado</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[crescita]]></category> <category><![CDATA[Governo Monti]]></category> <category><![CDATA[lavoro]]></category> <category><![CDATA[programma]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/18/fine-delle-illusioni/171471/</guid> <description><![CDATA[Un programma di governo serio, che merita attenzione e apprezzamento e che sarà tutt’altro che facile da realizzare, dopo che per tre anni il governo Berlusconi ha prima negato che la crisi riguardasse anche l’Italia e poi ha preso misure inadeguate. Il programma di governo può essere diviso in due parti: errori da correggere e...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Un <strong>programma di governo </strong>serio, che merita attenzione e apprezzamento e che sarà tutt’altro che facile da realizzare, dopo che per tre anni il governo Berlusconi ha prima negato che la crisi riguardasse anche l’Italia e poi ha preso misure inadeguate. Il programma di governo può essere diviso in due parti: errori da correggere e misure da prendere.</p><p>Lo stile asciutto da tempo dimenticato nella politica italiana non deve ingannare. Monti ha fatto un elenco impietoso delle <strong>illusioni </strong>con cui il centrodestra aveva cullato il paese. L’abolizione dell’Ici, i tagli indiscriminati alla spesa pubblica, il rinvio all’infinito dei tagli ai costi della politica, la mancanza di una seria lotta all’evasione, l’idea che il debito pubblico italiano fosse in sicurezza grazie al rigore di Tremonti e alle virtù dei risparmiatori italiani.</p><p>Tradotto in euro, tutto ciò significa che alla manovra varata in estate, si devono sommare le misure legate alla lettera di intenti inviata a Bruxelles e “misure aggiuntive”: verosimilmente i <strong>20 miliardi </strong>stimati dalla Banca d’Italia. Il capitolo più delicato è quello delle misure necessarie per rilanciare l’economia e per convincere finalmente i mercati che l’Italia, oltre che essere finalmente rappresentata da un governo serio, ha un debito pubblico sostenibile e un’economia che cresce. Qui il governo prende un impegno preciso, che è quello di coniugare sviluppo, rigore ed equità, il che significa perseguire i tre obiettivi congiuntamente.</p><p>Nel campo del <strong>lavoro</strong>, delle pensioni e della fiscalità ci sono disparità enormi accumulate nel tempo e che pochi governi finora (non solo il centrodestra) hanno potuto o voluto toccare. É possibile intervenire oggi in modo da evitare che siano i soliti noti (i contribuenti, i <strong>giovani</strong>, le <strong>donne</strong>, i lavoratori <strong>precari </strong>e guai a chi appartiene a tutte e quattro le categorie contemporaneamente) a essere colpiti dalle misure necessarie? L’impegno è ambizioso, ma forse necessario per bilanciare l’incognita politica che pesa su questo governo, perché qualsiasi riforma che rispetti contemporaneamente i tre obiettivi difficilmente potrà essere bocciata dalle parti sociali e in Parlamento.</p><p>Per ora, non si può che apprezzare il coraggio degli impegni programmatici: se fossero realizzati non solo usciremmo dal baratro, ma risolveremmo problemi che ci trasciniamo da decenni. E proprio per questo il governo avrà bisogno anche di molta <strong>attenzione critica</strong> alla sua azione che comincia da oggi.<br /> <em><br /> Il Fatto Quotidiano, 18 novembre 2011 </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/18/fine-delle-illusioni/171471/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>98</slash:comments> </item> <item><title>Quanto costa B. alle banche</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/02/quanto-costa-b-alle-banche/167842/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/02/quanto-costa-b-alle-banche/167842/#comments</comments> <pubDate>Wed, 02 Nov 2011 07:47:10 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Onado</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Banche]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[downgrading]]></category> <category><![CDATA[Eba]]></category> <category><![CDATA[spread]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=167842</guid> <description><![CDATA[L’entusiasmo dei mercati per la lettera di intenti del governo Berlusconi è durata l’espace d’un matin, come la rosa del poeta. Venerdì il tasso sui titoli italiani a 10 anni ha oltrepassato la soglia del 6 per cento e le ultime due giornate sono state la degna cornice della notte delle streghe. Il differenziale di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’entusiasmo dei mercati per la lettera di intenti del governo Berlusconi è durata <em>l’espace d’un matin</em>, come la rosa del poeta. Venerdì il tasso sui titoli italiani a 10 anni ha oltrepassato la soglia del 6 per cento e le ultime due giornate sono state la degna cornice della notte delle streghe. Il differenziale di tasso rispetto a quello tedesco è balzato a 452 punti (4,52 punti percentuali). Per rinnovare i nostri debiti paghiamo il triplo della Germania e il doppio della Francia. È la prova definitiva del fatto che l’Italia <strong>ha perso la fiducia dei mercati</strong>.</p><p>L’Italia è così costretta a ricevere ultimatum tanto pressanti quanto umilianti. Dai problemi di oggi si esce o innestando la marcia dello sviluppo economico o tagliando senza pietà le spese pubbliche per ridurre il debito. Se non riusciamo ad imboccare la prima strada, ci spingono sulla seconda e comunque in Italia qualcuno apprezza che ciò comporti anche una <strong>bella botta ai diritti sindacali</strong>. L’abolizione dell’articolo 18 è come un diamante per una fanciulla: un regalo per sempre. A questo bivio siamo arrivati con un progressivo smottamento da inizio anno scandito dai <em>downgrading</em> del Paese e dall’aumento degli spread: quello a due anni, già prima delle ultime giornate di fuoco era aumentato di 183 punti base rispetto a dicembre scorso; per la Spagna l’aumento è stato di soli 70 punti base. È la misura più lampante della differenza con cui oggi i mercati guardano al nostro Paese: <strong>è quello che ci costa l’agonia del governo</strong>.</p><p>Fra le vittime di questa situazione ci sono anche le banche, cui l’autorità bancaria europea (Eba) oggi chiede di aumentare i capitali (per le prime 5 italiane si tratta di 15 miliardi su un totale di 106 per le principali 70 dell’Unione). Un importo indispensabile per garantire un flusso adeguato di crediti all’economia.</p><p>Lunedì i principali banchieri italiani hanno chiesto una sostanziale riduzione degli obblighi di capitale imposti dall’Europa, ma è difficile che le loro richieste arrivino a Bruxelles, perché <strong>nessuno oggi è disposto a fare sconti all’Italia</strong>. Ma soprattutto dovrebbero capire che stanno chiedendo soccorso a chi è la causa dei loro principali problemi, che derivano in larga misura proprio dalla spirale perversa degli spread. Per le banche infatti questi aumenti di tassi sono dannosi quanto per le casse statali. Da un lato devono accantonare più patrimonio per fronteggiare le perdite potenziali sul debito pubblico e su quello privato che subisce gli effetti dei downgrading. Dall’altro, vedono aumentare i costi della raccolta sul mercato obbligazionario e interbancario, perché gli spread bancari si muovono parallelamente a quelli del debito pubblico.</p><p>In termini pugilistici, un uno-due micidiale. Solo per le banche oggetto della richiesta dell’Eba, il primo effetto comporta maggiori esigenze di capitale per quasi 9 miliardi <strong>per ogni 100 punti base di spread</strong>. Basterebbe cioè oggi essere fra 300 e 350 punti (che sarebbe comunque il doppio di dicembre) per ridurre di due terzi l’onere che viene imposto dall’Europa e renderlo ben più tollerabile. E poi ci sono i maggiori costi di raccolta: le 5 banche hanno rinnovato titoli per 94 miliardi nel corso del 2011: ogni punto percentuale di maggior tasso è dunque costato quasi un miliardo. Per la raccolta interbancaria, 65 miliardi, l’incremento dei costi è attenuato dalle condizioni di favore della Bce, ma vale comunque qualche centinaio di milioni. In totale, un aumento dei costi di 1,2 miliardi significherebbe il 14% dei profitti lordi prima delle tasse del 2010 e dunque una sostanziale riduzione della capacità di aumentare i capitali accantonando utili futuri. E ci meravigliamo se in borsa i titoli bancari scendono?</p><p>Insomma: ogni 100 punti base di spread comportano per le banche un salasso di 9 miliardi in termini patrimoniali e 1,2 di riduzione dei profitti lordi. Ed è ragionevole ipotizzare che la debolezza delle risposte italiane alla crisi <strong>vale almeno tanto</strong>, che è comunque meno del differenziale che si è aperto rispetto alla Spagna. Ma cosa è questa se non la misura della “tassa Berlusconi”, la nuova versione della “Robin tax” che all’inizio del suo mandato il ministro Tremonti, quello che aveva previsto la crisi, proponeva di far pagare alle banche? Altro che chiedere al governo di essere protette a Bruxelles; le banche dovrebbero limitarsi ad una sola parola: vattene.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 2 novembre 2011</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/02/quanto-costa-b-alle-banche/167842/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>89</slash:comments> </item> <item><title>Le falle del piano Ue</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/30/le-falle-del-piano-ue/167321/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/30/le-falle-del-piano-ue/167321/#comments</comments> <pubDate>Sun, 30 Oct 2011 14:37:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Onado</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[banche europee]]></category> <category><![CDATA[crisi finanziaria]]></category> <category><![CDATA[debito Grecia]]></category> <category><![CDATA[efsf]]></category> <category><![CDATA[euro]]></category> <category><![CDATA[spesa sociale]]></category> <category><![CDATA[tutele sindacali]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/30/le-falle-del-piano-ue/167321/</guid> <description><![CDATA[È ancora presto per dire se a Bruxelles è stato scritto un finale felice al thriller europeo della crisi finanziaria. Quello che è certo è che si è fatto un passo importante e necessario: è stato imposto alle banche un costo adeguato alla gravità della situazione e nello stesso tempo sono state fornite garanzie sulla...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>È ancora presto per dire se a Bruxelles è stato scritto un finale felice al <strong>thriller europeo della crisi finanziaria</strong>. Quello che è certo è che si è fatto un passo importante e necessario: è stato imposto alle banche un costo adeguato alla gravità della situazione e nello stesso tempo sono state fornite garanzie sulla loro robustezza. Una condizione necessaria, ma non sufficiente: molti dettagli tecnici fondamentali sono ancora da definire e soprattutto è ancora incerto se i Paesi europei, in particolare quelli più deboli come l’Italia, sapranno finalmente avviarsi su un sentiero di crescita permanente.</p><p>Dopo un estenuante braccio di ferro, le banche hanno infine ceduto e hanno accettato una <strong>ristrutturazione del debito greco</strong>, che comporta una perdita del 50 per cento circa, in linea con le valutazioni dei titoli da qualche mese a questa parte. Il debito greco scende così al 120 per cento del Pil, un livello che può essere ragionevolmente stabilizzato. Secondo il Fondo monetario oggi è pari al 166 per cento, quasi 30 punti in più del dato previsto dallo stesso Fondo solo un anno fa (139,3). È la misura più impietosa di quanto ottimisti fossero i piani approntati dal momento in cui la crisi greca è esplosa e soprattutto di quanto fosse sottovalutata la caduta del reddito conseguente a un’ondata senza precedenti di tagli e sacrifici. Ma era molto comodo far finta che il conto potesse essere presentato solo ai cittadini greci e non alle banche che avevano finanziato il loro governo.</p><p>A luglio l’Europa aveva strappato alle banche una prima ristrutturazione con una perdita per esse di circa il 20 per cento (forse inferiore secondo i calcoli di molti): troppo poco per essere credibile e infatti da allora è cominciata l’estate più calda delle banche europee. La crisi greca (ma anche di Irlanda e Portogallo) si è rapidamente estesa all’Italia e alla Spagna, facendo schizzare verso l’alto i tassi di interesse e in particolare la differenza (spread) rispetto a quelli tedeschi. Lo spread italiano a 2 anni è passato da circa 2 punti percentuali di gennaio a 4 a settembre (il livello greco di aprile 2010, per intenderci). E a questo punto ovviamente i timori si sono <strong>estesi all’intero sistema bancario europeo</strong>, che è il principale finanziatore degli Stati. Come sempre nei momenti in cui la crisi precipita, non era realistico pensare che il mercato potesse trovare autonomamente una posizione di equilibrio e in particolare che bastasse un aumento di capitale delle banche per fugare i timori sulla loro robustezza.</p><p>Le decisioni di mercoledì agiscono finalmente su entrambi i lati del problema. L’Europa ha dimostrato che c’è una volontà precisa di realizzare finalmente un programma serio di stabilizzazione della Grecia, anche se questo comporta costi non piccoli per le banche dei paesi creditori (Francia e Germania soprattutto). Questo significa una volontà politica di mantenere la Grecia all’interno dell’area dell’euro e dunque di garantire la <strong>sopravvivenza dell’Unione monetaria </strong>alla crisi più grave finora vissuta. Nello stesso tempo, sotto la regia dell’autorità di vigilanza europea è stata fatta una stima dei nuovi capitali che dovranno essere immessi nelle banche per assorbire le perdite potenziali e si è assicurato che la Bce continuerà a fornire alle banche i fondi necessari in questa difficile fase. Per quanto riguarda i capitali, si tratta di 106 miliardi per le principali banche europee, di cui circa 15 per quelle italiane.</p><p><strong>Ma qui cominciano i problemi</strong>. Potranno le banche trovare sul mercato una cifra così ingente, più del doppio di quanto hanno raccolto nei primi quattro mesi dell’anno in condizioni ben più favorevoli? Se pensiamo alla situazione italiana non tira certo una buona aria e le fondazioni che sono importanti azioniste di almeno tre di esse non sembrano aver molta voglia di mettere ancora una volta mano al portafoglio. Sarà allora il Fondo europeo (Efsf) a intervenire, cioè il fondo che dovrebbe anche acquistare titoli pubblici sul mercato per stabilizzare la situazione? E in questo caso, avrà sufficienti risorse per essere veramente efficace e stroncare alla base la speculazione?</p><p>Si può solo citare il saggio di “Quelli della notte”: “ah saperlo, saperlo”. I dettagli sul potenziamento del fondo sono ancora tutti da definire e ruotano intorno a ipotesi inquietanti di ingegneria finanziaria, molte delle quali non promettono nulla di buono. Bisognerà aspettare almeno metà novembre per dare un giudizio completo. Nel frattempo, <strong>l’incertezza fondamentale riguarda la crescita</strong> che è la strada maestra per uscire dalla crisi. Un problema comune a tutta l’Europa, ma particolarmente acuto in Italia, per l’incapacità conclamata del governo Berlusconi di approntare misure adeguate. La lettera inviata dal governo Berlusconi non è solo un elenco di pie intenzioni, è l’elenco delle promesse mancate degli ultimi quattro anni: basta pensare a che fine ha fatto la “sferzata” all’economia di primavera. Ma all’Europa questo importa poco: quello che Bruxelles ci chiede è di non creare troppi problemi con il nostro debito pubblico: se questo succede perché tagliamo selvaggiamente la spesa sociale o quella per la salvaguardia del territorio o svendendo pezzi di patrimonio nazionale, <strong>poco importa</strong>. E già che ci siamo, perché non dare qualche botta anche alle tutele sindacali?</p><p>Insomma, non solo è troppo presto per festeggiare gli accordi di Bruxelles: la probabilità che da questi, se non cambia il quadro politico, derivino solo sacrifici e costi per gli italiani, è molto alta. I mercati sono euforici, forse troppo. <strong>Noi dovremmo essere più cauti</strong>; anzi, dalla parte degli indignati.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 30 ottobre 2011</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/30/le-falle-del-piano-ue/167321/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>32</slash:comments> </item> <item><title>Caro Visco, sarà tutta salita</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/25/caro-visco-sara-tutta-salita/166126/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/25/caro-visco-sara-tutta-salita/166126/#comments</comments> <pubDate>Tue, 25 Oct 2011 10:23:09 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Onado</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Bankitalia]]></category> <category><![CDATA[Ignazio Visco]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=166126</guid> <description><![CDATA[Non sarà un compito facile quello che attende Ignazio Visco: nessuno finora si era insediato al vertice della Banca d’Italia in un momento così difficile per l’Italia e per l’Europa. Tutti i suoi predecessori hanno conosciuto crisi anche molto gravi, ma nessuno ha ereditato il timone proprio nel mezzo della tempesta. Basta questo per capire...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/20111025_373339.jpg?47e3a5"><img src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/20111025_373339.jpg?47e3a5" alt="" /></a>Non sarà un compito facile quello che attende <strong>Ignazio Visco</strong>: nessuno finora si era insediato al vertice della Banca d’Italia in un momento così difficile per l’Italia e per l’Europa. Tutti i suoi predecessori hanno conosciuto crisi anche molto gravi, ma nessuno ha ereditato il timone proprio nel mezzo della tempesta. Basta questo per capire quali saranno i temi fondamentali dell’agenda del nuovo governatore: soluzione della crisi europea, vigilanza sulle banche italiane, pressing per il rilancio dell’economia.</p><p>Questi tre temi sono legati da un unico filo: il livello insostenibile dei <strong>tassi di interesse</strong> per l’Italia e per tutti gli altri paesi a rischio. Tassi superiori di 4 punti a quello tedesco (il famigerato spread di 400 punti base),  come registrato venerdì scorso, non sono sostenibili né per lo Stato italiano, né per le banche, né per l’economia privata.</p><p>Per tornare alla normalità bisogna innanzitutto bloccare il contagio che dalla <strong>Grecia </strong>(ma anche da Portogallo e Irlanda) si è trasmesso a <strong>Italia </strong>e Spagna. Ciò richiede di trovare soluzioni finalmente credibili, che inevitabilmente comportano perdite per i paesi creditori, in primis Germania e Francia. Sono stati i <strong>banchieri </strong>a opporsi a soluzioni che comportassero per loro un costo immediato e solo a luglio avevano acconsentito a un taglio del 21 per cento sul debito greco. Troppo poco e troppo tardi. Adesso si parla di superare il 50 per cento e la reazione è stata furibonda. Ancora una volta si rischia l’impasse, tanto che è già stato annunciato che neanche questo weekend vedrà una soluzione definitiva.</p><p>In questo intricato processo in cui si decidono le sorti della moneta unica e dell’Europa, la <strong>Banca d’Italia</strong> è ovviamente solo una delle voci di un coro assai stonato. Ma può alzare la sua voce autorevole per far capire che siamo ormai a un bivio: bisogna <strong>far pagare i banchieri</strong> per salvare l’economia e l’Europa.</p><p>La Banca d’Italia ha poi la piena responsabilità della vigilanza su un sistema bancario che era fra i più robusti quando la crisi è scoppiata, ma che non può cullarsi sugli allori di quel risultato, ormai vecchio di quattro anni. Nel frattempo, molte delle posizioni di forza delle banche sono state erose e la redditività di base (prima condizione di solidità) è minacciata. Ma in questi quattro anni le strategie delle principali banche hanno continuato lungo le rotte di prima, <strong>come se nulla fosse successo </strong>e la crisi fosse solo uno spiacevole incidente di percorso. E continuano ad affermare imperterrite di essere robuste e patrimonializzate, candidandosi all’oscar per “le ultime parole famose”, come dimostrano le vicende della Banca Popolare di Milano.</p><p><strong>Draghi </strong>non è stato tenero con le banche, tanto da suscitare più di un mugugno e addirittura rimpianti per Fazio. I fatti gli hanno dato ragione perché gli aumenti di capitale effettuati a malincuore dalle banche italiane hanno loro consentito di superare gli stress test di luglio, e neppure a pieni voti. Quella severità deve essere mantenuta e rafforzata perché la situazione si è aggravata.</p><p>Ciò significa mantenere alta la guardia perché le banche <strong>non cerchino facili scorciatoie</strong> per recuperare la redditività perduta, sia con operazioni altamente rischiose (il caso Dexia è esemplare di quanto l’indulgenza dei supervisori possa creare disastri irreparabili) sia aumentando senza ragione e in modo opaco i costi a carico dei clienti, soprattutto quelli più deboli.</p><p>Lo scorso 31 maggio Draghi aveva rivendicato con orgoglio di aver <em>“tutelato con forza le ragioni della trasparenza e del mercato e avviato un dialogo aperto con l’industria bancaria e con tutta la collettività”</em> per<em> “rafforzare la <strong>protezione dei clienti </strong>delle banche”</em>. Non è difficile prevedere che anche su questo secondo fronte le tensioni si inaspriranno: in tempi come questi, i banchieri sono sottoposti a tentazioni che fanno impallidire quelle dei santi, e la loro carne è assai più debole, quasi uno stracchino.</p><p>Come se non bastasse, la Banca d’Italia dovrà continuare la sua opera di <strong>guardiano implacabile della politica economica di governo</strong>. Le decisioni monetarie sono ormai prese congiuntamente a Francoforte, ma a Roma si deve verificare la compatibilità con le scelte europee. È stato proprio da via Nazionale che negli ultimi tempi sono venute le indicazioni più severe sulle risposte inadeguate del governo: la Banca d’Italia fin dalla fine dell’anno scorso aveva detto in Parlamento che le decisioni di politica fiscale erano sostenibili solo in un paese in grado di crescere almeno del 2 per cento all’anno e in questi mesi è stata una voce importante, autorevole e purtroppo inascoltata. Ignazio Visco dovrà <strong>continuare implacabile</strong>, perché la voce della Banca d’Italia è stata l’unica che in questi anni bui ha dato al  paese credibilità.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 25 ottobre 2011 </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/25/caro-visco-sara-tutta-salita/166126/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>7</slash:comments> </item> <item><title>Le ragioni del dissenso</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/18/la-minoranza-violenta-di-roma-e-riuscita-a/164531/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/18/la-minoranza-violenta-di-roma-e-riuscita-a/164531/#comments</comments> <pubDate>Tue, 18 Oct 2011 13:03:35 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Onado</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[disoccupazione giovanile]]></category> <category><![CDATA[indignati]]></category> <category><![CDATA[Mario Draghi]]></category> <category><![CDATA[No Tav]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=164531</guid> <description><![CDATA[La minoranza violenta di Roma è riuscita a rovinare una manifestazione che doveva lanciare un doppio importante segnale politico: alla base non c’era infatti solo il disagio dei giovani che come in tutti i paesi occidentali sono le principali vittime della crisi, ma anche la sempre più evidente incapacità dell’Italia di creare nuova ricchezza e...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La minoranza violenta di Roma è riuscita a rovinare una manifestazione che doveva lanciare <strong>un doppio importante segnale politico</strong>: alla base non c’era infatti solo il disagio dei giovani che come in tutti i paesi occidentali sono le principali vittime della crisi, ma anche la sempre più evidente incapacità dell’Italia di creare nuova ricchezza e nuovi posti di lavoro. La protesta italiana ha radici <strong>diverse e più profonde</strong> rispetto agli altri Paesi perché i nostri problemi sono iniziati ben prima della crisi finanziaria. Anche se gli slogan sono quelli di New York e Londra contro il debito e le banche, alla base c’è il fatto ben più concreto che “un quarto dei giovani italiani oggi è senza lavoro” (lo ha detto<strong> Mario Draghi</strong> giovedì, proprio mentre i manifestanti cominciavano a radunarsi) per colpa di un sistema politico che negli ultimi venti anni, dominati dai governi di centrodestra, ha fatto peggiorare tutti gli indicatori di benessere, dal reddito pro-capite, all’occupazione, alla condizione femminile.</p><p>I giovani italiani non protestano solo perché non vogliono accollarsi il debito accumulato dalle generazioni precedenti. Se fosse così, avrebbero torto perché a essi verrà consegnata anche una consistente ricchezza immobiliare e finanziaria. Il problema è che debiti e ricchezze non sono equamente distribuiti e le seconde sono sempre più concentrate nelle mani di pochi e soprattutto di chi non paga le tasse <strong>o le paga molto meno </strong>delle uniche due categorie oggi tassate: lavoratori dipendenti e pensionati (probabilmente come i genitori di gran parte dei manifestanti).</p><p>Dunque la protesta di Roma doveva essere una grande occasione per richiamare l’attenzione sui grandi problemi del Paese e per sfatare forse definitivamente la tesi cara a Berlusconi secondo cui l’Italia è toccata marginalmente dalla crisi.  È vero invece il contrario: la crisi è nata fuori dai nostri confini, <strong>ma ha fatto esplodere tutti i problemi di fondo</strong> e richiede risposte urgenti, che il governo più screditato della storia non è palesemente in grado di dare.</p><p>È successo ai dimostranti pacifici di Roma, in modo ancora più clamoroso, quello che è successo ai No-Tav: <strong>una minoranza teppista rischia di oscurare le molte e solide ragioni del dissenso</strong>. Qui la posta in gioco è ancora più alta e le forze di opposizione devono finalmente dimostrare di essere capaci di incanalare e dare uno sbocco a una protesta ancora confusa, ma assolutamente fondata. Se si vuole davvero cambiare bisogna ripartire da Roma.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 18 ottobre 2011</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/18/la-minoranza-violenta-di-roma-e-riuscita-a/164531/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>37</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;effetto analgesico dell&#8217;euro per noi è finito</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/23/l%e2%80%99effetto-analgesico-dell%e2%80%99euro-per-noi-e-finito/159083/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/23/l%e2%80%99effetto-analgesico-dell%e2%80%99euro-per-noi-e-finito/159083/#comments</comments> <pubDate>Fri, 23 Sep 2011 06:54:06 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Onado</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[Confindustria]]></category> <category><![CDATA[crisi economica]]></category> <category><![CDATA[euro]]></category> <category><![CDATA[Fondo monetario internazionale]]></category> <category><![CDATA[Marcegaglia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=159083</guid> <description><![CDATA[Solo un governo asserragliato nel bunker può sostenere che il declassamento dell’Italia da parte delle agenzie di rating sia frutto di un complotto mediatico. In realtà, è la conseguenza inevitabile di due gravi problemi che sono diventati ormai strutturali: una crescita economica insufficiente e un costo del debito superiore agli altri paesi. La decisione di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Solo un governo asserragliato nel bunker può sostenere che il declassamento dell’Italia da parte delle agenzie di rating sia frutto di un complotto mediatico. In realtà, è la <strong>conseguenza inevitabile </strong>di due gravi problemi che sono diventati ormai strutturali: una crescita economica insufficiente e un costo del debito superiore agli altri paesi. La decisione di Standard &amp; Poor’s era scontata e infatti lunedì la reazione dei mercati è stata modesta: tutto previsto, purtroppo.</p><p>Le ragioni sono ben spiegate nei rapporti del <strong>Fondo monetario internazionale</strong> pubblicati in questi giorni. Il documento dedicato allo scenario macroeconomico fornisce un quadro preoccupato e definisce “anemico” il tasso di crescita dei paesi sviluppati. Per l’area dell’euro, le previsioni per il prossimo biennio vengono abbassate a 1,6 e 1,1 per cento, che si riducono per l’Italia a un misero 0,6 e 0,3. In due anni, cioè rischiamo di accumulare quasi due punti di differenza rispetto alla media di Eurolandia. Se gli altri sono anemici, noi stiamo ancora peggio.</p><p>È vero che il rapporto del Fondo sulle finanze pubbliche stima che le misure approvate dall’Italia sono in grado di stabilizzare il debito, anche se non verrà raggiunto il pareggio di bilancio (ma il deficit corrente viene ridotto all’1 per cento, che comunque è tra i più bassi del mondo occidentale). Il documento mette però in evidenza altre due verità elementari, che attenuano di molto questa confortante notizia. Primo. In uno scenario di bassa crescita, il rapporto debito/Pil è destinato a crescere soprattutto dove questo indicatore è già alto. Un semplice esercizio dimostra che Grecia, Giappone e Italia sarebbero i più esposti: per essi, una diminuzione di un punto di Pil rispetto alle previsioni significa un aumento del rapporto del 20 per cento circa, il che significa un debito non più controllabile. Detto in altri termini, per l’Italia il rischio di non raggiungere i già magri obiettivi di crescita comporta conseguenze ben più gravi che altrove. O, se si preferisce, noi<strong> avremmo bisogno di crescere più degli altri</strong>, anziché continuare ad accumulare ritardi. Non a caso, S&amp;P si è affrettata a spiegare che il declassamento italiano è motivato soprattutto dall’incapacità del governo di prendere misure adeguate al rilancio dell’economia.</p><p>Il secondo problema riguarda lo spread, cioè il maggior costo del nostro debito pubblico, salito a oltre 3,5 punti percentuali nonostante gli aiuti della Bce. Osserva il Fondo che questo non comporta un maggior costo sul debito totale, ma solo sulle nuove emissioni: anche se questi livelli persistessero fino alla fine dell’anno, l’impatto sul deficit sarebbe di circa 0,2 punti di Pil. Dunque, se gli attuali livelli fossero temporanei, l’effetto complessivo sarebbe modesto, anche se non bisogna dimenticare che il problema non è da attribuire solo alle tempeste estive: è da maggio del 2010 che il tasso italiano si muove in controtendenza rispetto ai paesi del G7, cioè da quando ha cominciato a sfaldarsi la credibilità dell’azione economica e finanziaria di questo governo.</p><p>Il problema è che <strong>non è affatto probabile che tutto torni come prima </strong>per l’area dell’euro e cioè che, superata in un modo o nell’altra la tempesta, gli spread scendano ai modesti livelli pre-crisi per tutti i paesi aderenti all’unione monetaria. Sia in caso di un default controllato della Grecia, sia nel deprecato caso di rottura totale o parziale dell’euro, i creditori subiranno delle perdite e dunque in futuro non saranno più disposti – come hanno fatto in passato – a considerare più o meno alla stessa stregua tutti i paesi di Eurolandia. Forse, gli spread di oggi non sono razionali, ma ancora più irrazionali erano quelli vicini allo zero di cui  tutti hanno beneficiato fino all’esplosione della crisi greca.</p><p>Non solo: lo spread rappresenta un onere aggiuntivo anche per il debito del settore privato, se non altro perché aumenta proporzionalmente il costo di raccolta sui mercati delle banche. Ma se i tassi italiani a lungo termine risulteranno permanentemente così disallineati rispetto a quelli di tutti gli altri paesi del G7 come accade ora, la competitività dell’intero paese va a rotoli. Ancora più che per il settore pubblico, il settore privato avrebbe urgente bisogno che questi spread rientrassero rapidamente. Non a caso, il commento più sferzante alla decisione di S&amp;P è venuto dalla<strong> Confindustria</strong>, preoccupata di vedere aumentare i costi finanziari delle imprese a livelli doppi o tripli rispetto alle imprese concorrenti.</p><p>Purtroppo per noi il grande effetto analgesico della moneta unica è cessato, <strong>probabilmente per sempre</strong>. D’ora in poi, conta solo la vera robustezza di ciascun paese e la credibilità della sua azione di governo. I proclami sulle “sferzate” all’economia e sui “tagliandi” per la crescita sono stati valutati per quello che realmente sono, cioè meri esercizi verbali, “lip service”, come direbbero gli inglesi. Espressione che il nostro premier interpreta nell’unico modo che gli è congeniale. E così, sempre Marcegaglia dixit, diventiamo<strong> lo zimbello d’Europa</strong>, lo spread rimane a livelli intollerabili nel lungo periodo e si rischia il tracollo.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 23 settembre 2011</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/23/l%e2%80%99effetto-analgesico-dell%e2%80%99euro-per-noi-e-finito/159083/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>25</slash:comments> </item> <item><title>Dilettanti da sfiduciare</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/07/dilettanti-da-sfiduciare/155799/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/07/dilettanti-da-sfiduciare/155799/#comments</comments> <pubDate>Wed, 07 Sep 2011 12:33:32 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Onado</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[fiducia]]></category> <category><![CDATA[Governo]]></category> <category><![CDATA[manovra]]></category> <category><![CDATA[spread]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=155799</guid> <description><![CDATA[Dilettanti allo sbaraglio. Non ci sono altri termini per definire un governo che, per rassicurare i mercati sulla solidità finanziaria del nostro Paese di fronte all’emergenza, ha cambiato le carte in tavola almeno quattro volte in meno di un mese. È stato ottenuto l’effetto contrario, anzi ci siamo giocati l’ultima briciola di credibilità rimasta. Chi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Dilettanti allo sbaraglio. Non ci sono altri termini per definire un <strong>governo </strong>che, per rassicurare i mercati sulla solidità finanziaria del nostro Paese di fronte all’emergenza, ha cambiato le carte in tavola almeno quattro volte in meno di un mese. È stato ottenuto l’effetto contrario, anzi ci siamo giocati l’ultima briciola di credibilità rimasta. Chi può prenderci sul serio dopo che, tra Consigli dei ministri e vertici di Arcore, tutte le misure possibili sono state prima proposte, modificate e abbandonate? E dopo aver spacciato come entrate sicure quelle della<strong> lotta agli evasori</strong>, cioè la categoria premiata con scudi fiscali a condizioni da saldo estivo?</p><p>Sono andate in pezzi anche le favole che il governo ha raccontato ai mercati negli ultimi mesi. Hanno ripetuto che la <strong>crisi </strong>non avrebbe mai toccato l’Italia perché il nostro deficit, grazie al ministro Tremonti, era sotto controllo come e più di quello tedesco. Hanno predicato che bastava la ricchezza finanziaria privata ad evitare problemi di sostenibilità del debito pubblico.</p><p>Tutto dissolto. Non a caso ieri il termometro della crisi italiana, cioè il differenziale (<strong>spread</strong>) rispetto al tasso tedesco, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=201109061724073386&amp;chkAgenzie=TMFI&amp;sez=news&amp;testo=&amp;titolo=Spread%20al%20limite,%20ultimatum%20al%20governo%20italiano" target="_blank">non si è mosso</a></span> ed è rimasto intorno ai 365 punti, mentre la Borsa continuava nella sua desolante discesa. Neanche un piccolo rimbalzo di incoraggiamento. E sia ben chiaro che è inutile accusare i soliti speculatori. Semplicemente, è<strong> finito il sostegno della Bce</strong>, cioè la terapia d’urgenza sotto forma di acquisti di titoli italiani, che doveva consentire al governo italiano di presentare una manovra credibile.</p><p>Con questo livello di tassi di interesse, non solo il debito pubblico è fuori controllo, ma <strong>si uccide semplicemente l’economia privata</strong>. Nessun sistema imprenditoriale può sopravvivere, non si dice investire, con un costo del capitale doppio dei suoi concorrenti. Altro che costo del lavoro. La risposta dei mercati è dunque la dimostrazione definitiva che il governo Berlusconi sta concludendo tragicamente il suo mandato e rischia di trascinare nel gorgo l’intero Paese. L’unica speranza a questo punto è che il Parlamento abbia un sussulto di dignità e razionalità e <strong>neghi la fiducia </strong>su questa scellerata manovra. Anche una transizione politica difficile e delicata è meglio di questa banda di sedicenti governanti.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 7 settembre 2011 </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/07/dilettanti-da-sfiduciare/155799/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>59</slash:comments> </item> <item><title>Finché le banche non pagano, la crisi continua</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/03/finche-le-banche-non-pagano-la-crisi-continua/155008/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/03/finche-le-banche-non-pagano-la-crisi-continua/155008/#comments</comments> <pubDate>Sat, 03 Sep 2011 08:21:13 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Onado</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Banche]]></category> <category><![CDATA[christine lagarde]]></category> <category><![CDATA[crisi economica]]></category> <category><![CDATA[debito pubblico]]></category> <category><![CDATA[Raghuram Rajan]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=155008</guid> <description><![CDATA[Diceva Billy Wilder che gli austriaci sono dei geni perché hanno fatto credere che Beethoven fosse austriaco e Hitler tedesco. Ma i banchieri di oggi si rivelano ancora più astuti, perché hanno convinto governi e autorità di vigilanza che era necessario un salvataggio in massa (che è la causa prima dell’esplosione dei deficit pubblici) e...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Diceva Billy Wilder che gli austriaci sono dei geni perché hanno fatto credere che Beethoven fosse austriaco e Hitler tedesco. Ma i banchieri di oggi si rivelano <strong>ancora più astuti</strong>, perché hanno convinto governi e autorità di vigilanza che era necessario un salvataggio in massa (che è la causa prima dell’esplosione dei deficit pubblici) e che per il futuro sono necessari solo ritocchi al quadro regolatorio complessivo, ma non mutamenti sostanziali e tanto meno cure drastiche e (per essi) costose.</p><p>E così mentre appare sempre più forte il rischio di un avvitamento di tutte le principali economie  ogni volta che qualcuno si azzarda a proporre qualche misura di qualche severità, inizia il fuoco di sbarramento della<strong> lobby bancaria</strong>. Ogni tanto, qualche politico fa una sparata minacciando misure magari importanti, ma che meriterebbero ben altra preparazione (si veda la premiata coppia Sarkozy-Merkel sulla tassazione delle transazioni finanziarie) e tutto resta come prima. Ma è ormai evidente che le banche sono una<strong> componente fondamentale </strong>dell’incapacità delle principali economie di tornare su un sentiero di crescita sostenibile e di creare occupazione.</p><p>Il problema è che la crisi finanziaria è stata provocata da un eccesso di debiti, che devono in qualche modo essere smaltiti: sia quello delle famiglie americane e britanniche (combustibile effimero della crescita del passato) sia quello di Paesi come la Grecia che sono da un pezzo in stato di insolvenza che solo i governi europei si ostinano a negare. Ma dire che c’è un eccesso di debiti pubblici e privati da smaltire significa che ci sono perdite potenziali cospicue nei bilanci delle banche. Sono state loro infatti a ingrandirsi come la rana di Esopo grazie alla bolla finanziaria. I dati della Bce ci dicono che dal 1997 al 2009 prestiti e totale di bilancio delle banche sono aumentati in tutti i Paesi europei a tassi annui doppi o tripli rispetto al prodotto lordo, con le ovvie conseguenze in termini di lauti profitti e  ricompense. Ma adesso che gli anni delle vacche grasse sono alle spalle, cosa succederà alle banche? Finora, governi e autorità di vigilanza hanno puntato su una sorta di “atterraggio morbido”: speravano che la crescita dell’economia reale e un graduale rafforzamento patrimoniale delle banche avrebbero consentito di assorbire gradualmente gli eccessi del passato. Purtroppo questo scenario si sta rivelando <strong>sempre più improbabile </strong>e – come era già accaduto al Giappone negli anni Novanta – l’incertezza su qual è il valore effettivo degli  attivi bancari è divenuta una componente importante del ristagno in cui siamo piombati.</p><p>Per le banche, questo è il peggiore dei mondi possibili, perché da un lato le loro azioni crollano e dunque il valore di mercato del loro capitale continua a diminuire e, dall’altro, aumenta sempre di più il costo dei fondi che devono raccogliere sul mercato. Le banche europee, che hanno fabbisogni particolarmente elevati, pagano oggi tassi sui loro debiti a lungo termine vicini a quelli dei giorni  del crollo di Lehman. Solo i tassi a breve termine continuano a essere bassi, ma grazie agli aiuti eccezionali della Bce, che  non possono durare in eterno. É ormai dimostrato che in queste condizioni le banche hanno incentivi perversi ad <strong>aumentare le attività rischiose</strong> e ad alimentare operazioni puramente speculative che rendono i mercati ancora più instabili.</p><p>Come ha sostenuto recentemente anche <strong>Raghuram Rajan</strong>, economista di Chicago e dunque al di sopra di sospetti dirigisti, da questa crisi usciamo solo eliminando drasticamente una parte degli eccessi accumulati, cioè adeguando il debito alla capacità di rimborso effettivo: si tratti dei mutui ipotecari delle famiglie americane  o del debito pubblico dei Paesi periferici dell’Europa. Una cura drastica che trova la fiera opposizione delle banche, che preferiscono continuare a pensare che tutto potrà tornare come prima, profitti e compensi compresi. Esse contrastano anche  ogni riforma strutturale che limiti gli aiuti pubblici e delle banche centrali alla componente veramente di pubblica  utilità al servizio dell’economia, oggi meno della metà del bilancio di una banca. Nel Regno Unito, la sola prospettiva di una proposta in questo senso da parte di una commissione indipendente ha suscitato proteste come se si fosse attentato alle libertà costituzionali.</p><p>Ma la speranza di uscire dalla crisi in modo morbido è sempre più tenue e dunque si deve rinunciare al risanamento graduale e indolore del sistema bancario. Anzi, i richiami a soluzioni di mercato sono controproducenti perché aumentano l’incertezza. È questo il caso della richiesta di <strong>Christine Lagarde</strong> alle banche di aumentare il loro capitale o quella di usare il fondo europeo per sostenere le emissioni obbligazionarie delle banche dell’area. Il risultato è opposto a quello sperato perché l’incertezza del mercato non può che aumentare. Si sperava, aumentando i capitali bancari, di alimentare un circolo virtuoso che spingesse l’attività produttiva e la ripresa, ma non è stato così. È successo il contrario perché, come diceva Ionesco, prendete un circolo, accarezzatelo a lungo voluttuosamente: diventerà vizioso. È tempo di spezzarlo.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 3 settembre 2011</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/03/finche-le-banche-non-pagano-la-crisi-continua/155008/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>51</slash:comments> </item> <item><title>Attenti, la Germania è stufa</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/26/attenti-la-germania-e-stufa/153542/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/26/attenti-la-germania-e-stufa/153542/#comments</comments> <pubDate>Fri, 26 Aug 2011 06:05:29 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Onado</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Christian Wulff]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[Europa]]></category> <category><![CDATA[Germania]]></category> <category><![CDATA[Grecia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=153542</guid> <description><![CDATA[In fondo al tunnel della crisi europea non si vede la luce, ma solo la crescente rigidità della posizione tedesca, sempre più convinta di aver fatto fin troppo per i Paesi che non hanno rispettato i sacri principi del rigore fiscale. Mercoledì è sceso in campo niente meno che il capo dello Stato, Christian Wulff,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>In fondo al tunnel della <strong>crisi europea </strong>non  si vede la luce, ma solo la crescente rigidità della posizione tedesca,  sempre più convinta di aver fatto fin troppo per i Paesi che non hanno  rispettato i sacri principi del rigore fiscale. Mercoledì è sceso in  campo niente meno che il capo dello Stato, <strong>Christian Wulff</strong>, che ha detto  papale papale che gli acquisti di titoli di Paesi in difficoltà operati  dalla Bce sono “<em>giuridicamente discutibili</em>”, in altre parole mettendo  in discussione l’operato recente e futuro dell’istituzione di  Francoforte.</p><p>Un’affermazione gravissima sul piano politico, ma non del  tutto sorprendente. Basta leggere l’ultimo bollettino della <strong>Bundesbank</strong> per capire che Berlino dista ormai anni luce da quanti ogni giorno  chiedono ai governi europei soluzioni coraggiose e condivise, a  cominciare dagli eurobond, per porre fine a una spirale che rischia di  travolgere l’intera costruzione monetaria e politica.</p><p>A quelle richieste la Bundesbank, sempre  più arroccata nel suo integralismo monetario, risponde come il Vaticano  di Pio IX<strong>: </strong>“<em>Non possumus</em>” o, se preferite, <strong>“<em>abbiamo già dato</em>”</strong>,  riferendosi al piano da 109 miliardi deciso il 21 luglio scorso per  salvare la <strong>Grecia</strong>. Il guaio è che quel piano si è rivelato subito  tardivo e insufficiente, come tutte le risposte precedentemente  elaborate dalla politica europea. Non a caso proprio da quel giorno è  cominciato il contagio verso Spagna e Italia e il tracollo in Borsa  delle banche europee. Eppure la bocciatura dei mercati non  smuove la posizione tedesca di un millimetro.</p><p>Con teutonica testardaggine, la Bundesbank insiste e lancia tre  messaggi chiarissimi. Innanzitutto, ci dice che l’accordo di fine luglio  “<em>trasferisce rischi sostanziali ai Paesi che forniscono gli aiuti e ai  loro contribuenti</em>” e dunque contribuisce a rendere <strong>comuni all’intera  area</strong> i rischi causati dai Paesi con finanza allegra. Dunque, aprite bene  le orecchie: “<em>Fintanto che le politiche fiscali verranno decise da  governi democraticamente eletti a livello nazionale, i rischi e i pesi  relativi saranno sempre più sopportati dalla Comunità in generale e dai  Paesi finanziariamente solidi in particolare, senza essere adeguatamente  controbilanciati da poteri concreti di intervento sulla sovranità delle  politiche nazionali di  bilancio</em>”.</p><p>Di qui il primo  messaggio: con il faticoso accordo del 21 luglio abbiamo tirato la corda  del consenso tedesco al limite di rottura. Oltre non si andrà e la  Bundesbank, direttamente e come componente del Sistema europeo di banche  centrali, si adopererà in ogni modo per mantenere la sua posizione. Osserva inoltre la banca centrale  tedesca che non è in discussione alcuna revisione dei <strong>trattati europei </strong>che affronti alla radice questo problema e dunque c’è il rischio  concreto che alcuni Paesi aumentino ulteriormente il loro debito,  indebolendo senza rimedio le istituzioni dell’unione  monetaria, cioè la Banca centrale europea,“<em>chiedendole di assumere un  atteggiamento troppo accomodante</em>”.</p><p>E qui c’è il secondo messaggio,  ancora più chiaro e forte per <strong>Mario Draghi,</strong> rinforzato dal presidente  tedesco in persona, caso mai gli fosse sfuggito qualcosa. Ma secondo le migliori regole, la  coda è ancora più velenosa. Sostiene la Bundesbank che il salvataggio di  Stati membri <em>“è ancora scolpito nel trattato europeo”</em> fino a quando non  vi sarà una sostanziale “<em>resa (surrender nel testo inglese) della  sovranità fiscale dei singoli Paesi</em>”. Insomma il terzo messaggio è  ancora più minaccioso e suona  più o meno così: arrendetevi alla <strong>disciplina tedesca</strong> e affidate a un’autorità centrale la politica di  bilancio, sottraendola ai vostri governi e ai vostri parlamenti, oppure  stringete la cinghia fino   a quando avrete messo i conti in  ordine.</p><p>Poco importa se la cura da cavallo  imposta a una parte sempre più ampia dell’unione monetaria può causare  una recessione che inevitabilmente si ripercuote sull’economia e sul  sistema finanziario tedesco. Ancor meno importa che sia stata la  Germania (insieme alla Francia) a ignorare in passato il sacro principio  del trattato europeo che impedisce deficit pubblici superiori al 3 per  cento. Senza fare neanche un plissé, come direbbe Jannacci, la  Bundesbank, per bocca di <strong>Angela Merkel</strong>, richiede anzi che tutti i Paesi  europei si impegnino costituzionalmente al<strong> pareggio di bilancio</strong>, come se  questo bastasse a placare la  tempesta e facendo finta che violare  la Costituzione sia più grave di violare il trattato costitutivo  dell’Unione europea.</p><p>Le ruvide certezze tedesche non sono sfiorate  neppure dal sospetto che l’oltranzismo rischia sempre di essere  scavalcato a destra. Nei giorni scorsi la <strong>Finlandia</strong> ha negoziato con la  Grecia un accordo-capestro che impone la costituzione di riserve in oro e  valuta a fronte del prestito ottenuto. Lunedì <strong>l’Olanda </strong>ha  immediatamente dichiarato di voler seguire la stessa strada. Il prossimo  chiederà un’ipoteca sul Partenone. E poi? Persino <em>Moody’s </em>ha dichiarato  che l’Europa è ormai in chiaro conflitto di interessi quando tratta con  la Grecia e gli altri Paesi in difficoltà.</p><p>Se le agenzie di rating  pontificano sul conflitto di interessi, è segno evidente che siamo  arrivati al fondo e le speranze di una risposta politica chiara e forte  da parte dei governi europei sono ormai ridotte al lumicino. Come ha  scritto Stefano Micossi su <a href="http://www.voxeu.org/index.php?q=node/6883" target="_blank"><strong><em>Voxeu.org</em></strong></a>, stiamo rischiando davvero di <em>“perdere il paziente”</em>. Ma è  l’inevitabile risultato di una politica rigida che vuole solo la resa  dei Paesi in difficoltà e anche senza l’onore delle armi. Se almeno  Sarkozy si ricordasse, nei suoi incontri con Angela Merkel, cosa ha risposto  il suo antenato Cambronne quando gli chiesero di arrendersi.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 26 agosto 2011</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/26/attenti-la-germania-e-stufa/153542/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>55</slash:comments> </item> <item><title>Chi paga il conto delle bugie di B.</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/17/cosi-i-risparmiatori-pagheranno-le-bugie-di-berlusconi-e-tremonti/151873/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/17/cosi-i-risparmiatori-pagheranno-le-bugie-di-berlusconi-e-tremonti/151873/#comments</comments> <pubDate>Wed, 17 Aug 2011 15:21:20 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Onado</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Angela Merkel]]></category> <category><![CDATA[crisi economica]]></category> <category><![CDATA[evasione fiscale]]></category> <category><![CDATA[manovra]]></category> <category><![CDATA[scudo fiscale]]></category> <category><![CDATA[Tremonti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=151873</guid> <description><![CDATA[Di tutte le bugie che hanno accompagnato le dichiarazioni di Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti di questi giorni, due si contendono il primato. La prima è che la crisi ha colpito all’improvviso l’Italia per colpa di una speculazione dissennata e, ovviamente, del destino cinico e baro. Per completare Bossi ha pure parlato di una congiura...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Di tutte le <strong>bugie</strong> che hanno accompagnato le dichiarazioni di Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti di questi giorni, due si contendono il primato. La prima è che la crisi ha colpito <strong>all’improvviso</strong> l’Italia per colpa di una speculazione dissennata e, ovviamente, del destino cinico e baro. Per completare Bossi ha pure parlato di una congiura massonica.</p><p>Non è vero: la maggior parte dei commentatori indipendenti e la stessa Banca d’Italia avevano ammonito da tempo che la crisi che imperversava da più di un anno su Grecia, Irlanda e Portogallo poteva estendersi anche all’Italia, in mancanza di misure capaci di rilanciare l’economia. <strong>Fiato sprecato</strong>, perché il governo si continuava a baloccare nell’illusione di una pretesa superiorità dell’Italia, dovuta al suo minor debito privato e alla grande vitalità della nostra economia. Ma quei punti di forza non potevano essere sufficienti per riparare un’economia che in dieci anni è cresciuta del 2,7 per cento (quello che una volta si faceva in un anno) da una crisi finanziaria che imperversa ormai da quattro anni e di cui non si vede la fine. Bastava leggere le considerazioni di Mario Draghi dello scorso 31 maggio.</p><p>Adesso che la situazione precipita, il governo interviene con una manovra che non contiene un solo punto a favore della crescita, che taglia i costi della politica solo nominalmente, che non fa pagare i lavoratori autonomi (solo il 5 per cento supera la soglia dei 90mila euro) e che dunque avrà pesanti effetti recessivi, come hanno detto Alessandro Penati e Tito Boeri al <em>Fatto Quotidiano</em> di domenica.  E così rischiamo di fare davvero la fine della Grecia, il cui Pil è diminuito in un anno del 5,9 per cento. Gli scongiuri sono di rito, ma che altro ci si può aspettare da un’economia fragile cui viene imposta una cura da cavallo?</p><p>C’è una bugia non meno grande, e cioè che il governo ha a cuore il risparmio degli italiani. In realtà, con la manovra di giugno e quella attuale, il povero risparmiatore ha ricevuto un uno-due micidiale. Già era doppiamente iniqua la tassa sui depositi in titoli: iniqua perché in un mondo in cui non esistono fisicamente i titoli, tutti sono costretti a tenere un conto in una banca. Dunque, si tratta di un vero e proprio <strong>prelievo forzato</strong>, l’equivalente della tassa sul macinato in campo finanziario. E poi iniqua perché impostata su due soli scaglioni e dunque fortemente penalizzante per i titolari di conti relativamente modesti. Adesso si aggiunge l’aumento della cedolare fissa sulle obbligazioni private dal 12,5 al 20 per cento, che crea un ingiusto vantaggio a favore dei titoli di stato che continuano a godere della vecchia aliquota. In questa situazione, il risparmiatore ha una probabilità elevatissima di non riuscire a ottenere rendimenti netti superiori all’inflazione e vedrà erodersi nel tempo il potere d’acquisto dei risparmi accumulati. Dunque, è cominciata ufficialmente la tosatura della grande risorsa del paese. Fantastico.</p><p>Ma non c’è limite al peggio. Occorre anche considerare quali sono i risparmi che non sono toccati. Sono (l’avreste mai detto?) quelli che hanno allegramente evaso il fisco negli ultimi decenni e hanno esportato clandestinamente i loro redditi in Svizzera e altri paradisi fiscali. Solo una parte di quella immensa ricchezza è stata riportata in Italia grazie agli scudi fiscali <strong>predisposti amorevolmente dal ministro Tremonti</strong>, pagando le risibili aliquote del 2,5 e del 5 per cento.</p><p>Prezzi da saldo, se si confronta con quanto ha fatto in questi giorni il governo tedesco, che ha concluso con la Svizzera un trattato che frutterà immediatamente una somma superiore a 2 miliardi di euro (calcolata su un’aliquota compresa fra il 19 e il 34 per cento) e la possibilità futura di assoggettare gli interessi all’imposta tedesca oppure a una cedolare secca del 26 per cento. Insomma, il governo tedesco fa pagare all’anno cinque (o dieci) volte quanto il governo italiano ha consentito di pagare in una sola volta.</p><p>L’azione tedesca non è isolata. Da diverso tempo,<strong> i paesi che fanno pagare le tasse</strong>, Stati Uniti in testa, hanno messo le banche svizzere nel mirino e hanno introdotto crepe profonde nel mistero che avvolgeva il mondo finanziario della Confederazione. Come ha dichiarato un legale al <em>New York Times</em>: “I tempi sono cambiati e il segreto bancario può essere invocato per motivi personali, ma non per evadere le tasse”. In quel varco, in mancanza di un’azione europea comune, si è inserita la Germania, aprendo la strada a un’iniziativa imminente del Regno Unito.</p><p>Cosa aspetta l’Italia? Se si considera che la ricchezza posseduta ancora clandestinamente dagli italiani in Svizzera è notevolmente superiore a quella tedesca, si potrebbe mettere in bilancio una somma anche maggiore di quella prevista dalla Germania. Fra l’altro, si tratterebbe di un’iniziativa <strong>più equa e giuridicamente più solida </strong>di quella di far pagare un supplemento di imposta ai capitali rientrati grazie agli scudi fiscali del passato, come oggi viene proposto. Una misura che va incoraggiata se non altro per motivi di equità, ma che andrà sicuramente incontro a un contenzioso dagli esiti incerti e dai tempi lunghi.</p><p>Sarà dura da digerire per chi si è sempre atteggiato a primo della classe, ma per rispettare davvero il risparmio degli italiani, basta copiare il compito di Angela Merkel.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 17 agosto 2011</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/17/cosi-i-risparmiatori-pagheranno-le-bugie-di-berlusconi-e-tremonti/151873/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>30</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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