<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Margherita Loy</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/mloy/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description>News, inchieste e blog su politica, cronaca, giustizia, economia</description> <lastBuildDate>Sat, 18 May 2013 21:19:50 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Andrea Bajani e il suo amico Tabucchi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/15/andrea-bajani-e-suo-amico-tabucchi/595223/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/15/andrea-bajani-e-suo-amico-tabucchi/595223/#comments</comments> <pubDate>Wed, 15 May 2013 17:14:38 +0000</pubDate> <dc:creator>Margherita Loy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Antonio Tabucchi]]></category> <category><![CDATA[Inghilterra]]></category> <category><![CDATA[Letteratura]]></category> <category><![CDATA[Lettura]]></category> <category><![CDATA[Libri]]></category> <category><![CDATA[Lisbona]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=595223</guid> <description><![CDATA[Riflettevo sul fatto che per me leggere assomiglia al modo che avevo di amare quando ero giovane. Allora, e parlo di parecchi anni fa, dissipavo i miei sentimenti un po’ a caso, credendo di essere innamorata ora di quello ora dell’altro. Facevo per lo più pasticci. Iniziavo una storia, poi non riuscivo a chiuderla e...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Riflettevo sul fatto che per me leggere assomiglia al modo che avevo di amare quando ero giovane. Allora, e parlo di parecchi anni fa, dissipavo i miei sentimenti un po’ a caso, credendo di essere innamorata ora di quello ora dell’altro. Facevo per lo più pasticci. Iniziavo una storia, poi non riuscivo a chiuderla e ne cominciavo un’altra. Era la fine degli Settanta, i costumi molto liberi e le mie idee confuse a tal punto da ignorare a volte il mio stesso desiderio. Poi un giorno arrivò una vera <strong>passione</strong>, e tutto si fece chiaro, fine dei pasticci, desideri limpidi e finalmente felice. Poi naturalmente la vita prese nuove strade e arrivarono imprevisti, dolore, abbandoni. Ma da allora imparai a riconoscere con più chiarezza quello che desideravo.</p><p>Non l’ho invece imparato nella <strong>lettura</strong>. Mi comporto ancora come quella ragazza, prendo un libro, mi piace così così e ne inizio un altro, li alterno, poi per un capriccio ne scelgo un terzo e porto avanti clandestinamente le tre storie. A volte addirittura se qualcuno me ne consiglia un quarto, inizio anche quello. Poi però arriva per caso (un regalo) un libro adatto a me, della mia misura, che parla la mia lingua. E allora dico addio a tutti gli altri, anche se rimangono poche righe alla fine. Li vedo silenziosi sul comodino rimproverarmi tacitamente dell’abbandono e so che per un po’ non li guarderò neanche.</p><p>Questa volta il <strong>libro</strong> che ha fatto piazza pulita è l’ultimo di <strong>Andrea Bajani</strong>, <strong><em>Mi riconosci</em>,</strong> edito da Feltrinelli nel marzo di quest’anno. Non dirò quali fossero gli altri tre abbandonati, dirò solo le loro nazionalità e l’epoca: donna inglese inizio Novecento (non è ovviamente la <strong>Woolf</strong>), uomo italiano contemporaneo morto, uomo italiano contemporaneo vivo.</p><p>Andrea Bajani ha circa 38 anni, è nato nel 1975 (proprio all’epoca dei miei amori disordinati e disorientati). Lessi nel 2010 il romanzo <em>Ogni promessa</em> che mi piacque molto. Soprattutto apprezzai la sua lingua, un italiano pulitissimo e libero, con metafore fluide come acqua corrente, mai un incepparsi nella letterarietà, mai un attimo di noia. Le immagini uscivano dal libro piene di poesia e realtà. Luce e ombra, vita, morte e desideri raccontati con estrema sincerità e arguzia. Si trattava di un bellissimo romanzo. Questo <em>Mi riconosci</em> non è un romanzo: è una lettera dolente, un lungo ripetuto “tu” e quel “tu” è <strong>Antonio Tabucchi</strong>.</p><p>Il libro si apre con una macchina scura lungo i viali del Prazeres, un quartiere di <strong>Lisbona</strong>, dietro alla quale c’è “tua moglie e i tuoi figli. Dopo tutti gli altri”. Da lì comincia il viaggio, e se come è accaduto a me, perderete la testa per l’italiano incantevole di Bajani e il suo modo di raccontare, le altre vostre letture le lascerete dove stanno.</p><p><em>Mi riconosci</em>, dopo l’apertura sul giorno del <strong>funerale</strong>, corre avanti ma poi torna indietro, Antonio Tabucchi è il legante che tiene insieme i voli del tempo e del cuore. Bajani riesce a scrivere quello che ho sempre pensato: quando muore qualcuno di molto importante per noi, ci dicono: “devi guardare avanti” e invece quello che accade nella <strong>realtà</strong> è che in quelle occasioni si guarda disperatamente indietro, per recuperare (e perdere di nuovo) ogni istante, ogni emozione, ogni risata e gli insegnamenti involontari che quel legame ci ha regalati.</p><p>L’<strong>amicizia</strong> che lega i due scrittori dura quattro anni: è fatta di incontri densi di parole e di giochi, il funambolismo di Tabucchi trova nella prontezza di Bajani una spalla ideale; insieme se ne vanno per Lisbona, a passeggio per Parigi o nella <strong>Vecchiano</strong> un po’ stanca e trascurata e poco importa se è solo il fantasma del grande scrittore che riposa nel proprio salotto accanto al giovane amico.</p><p>Le case sono centrali nella scrittura di Bajani: <em>Ogni promessa</em> si apriva proprio con la descrizione stupefatta di una casa dove una donna è appena uscita, portandosi via mobili e pezzi interi di vita. Qui ci sono le case dove Tabucchi chiede a Bajani di passare, per controllare che in assenza del padrone, non se ne siano andate, scomparse dispettosamente per sempre.</p><p>Infine, per chi ama scrivere, questo libro è una grande lezione di “<strong>decenza quotidiana</strong>” (cito Montale): toglie a questo mestiere quella patina superficiale di mondanità e piacevolezza, colloca lo scrittore davanti alla responsabilità quotidiana verso la letteratura, verso il lettore. Mostra l’attitudine seria che deve mantenere con se stesso, proprio mentre sulla pagina descrive magari le capriole di un pagliaccio al circo.</p><p>Chi ha amato Tabucchi lo ritrova in queste pagine con tutto la sua ironia, personaggio lui stesso, geniale <strong>giocoliere</strong> della nostra migliore narrativa. Ho imparato molto dai suoi splendidi racconti (soprattutto quelli de <em>Il tempo invecchia in fretta</em>) e dal romanzo che lo ha reso celebre, <em>Sostiene Pereira</em>. Ma a parlar di lui, lascio Andrea Bajani.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/15/andrea-bajani-e-suo-amico-tabucchi/595223/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Poesia, Wislawa Szymborska e l&#8217;elogio del dubbio</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/09/poesia-wislawa-szymborska-e-lelogio-del-dubbio/588836/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/09/poesia-wislawa-szymborska-e-lelogio-del-dubbio/588836/#comments</comments> <pubDate>Thu, 09 May 2013 15:10:35 +0000</pubDate> <dc:creator>Margherita Loy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Poesia]]></category> <category><![CDATA[Wisława Szymborska]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=588836</guid> <description><![CDATA[Come si fa, per noi amanti della poesia, a entrare in libreria, vedere un banco con gli Adelphi in sconto del 25 per cento, spulciare fra i titoli e trovare un libretto di Wislawa Szymborska che non conoscevamo (eppure è uscito nel 2012) e a non comprarlo? Non ho resistito e me ne sono tornata...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/05/Wislawa-Szymborska.png?adf349"><img class="alignleft size-full wp-image-588851" title="Wislawa Szymborska" src="http://www.ilfattoquotidiano.it/wp-content/plugins/lazy-load/images/1x1.trans.gif?adf349" id="no-script-hide" data-lazy-src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/05/Wislawa-Szymborska.png?adf349" alt="Wislawa Szymborska" width="350" height="536" /><noscript><img class="alignleft size-full wp-image-588851" title="Wislawa Szymborska" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/05/Wislawa-Szymborska.png?adf349" alt="Wislawa Szymborska" width="350" height="536" /></noscript></a>Come si fa, per noi amanti della poesia, a entrare in libreria, vedere un banco con gli Adelphi in sconto del 25 per cento, spulciare fra i titoli e trovare un libretto di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Wis%C5%82awa_Szymborska" target="_blank">Wislawa Szymborska</a> che non conoscevamo (eppure è uscito nel 2012) e a non comprarlo? Non ho resistito e me ne sono tornata a casa furtiva e frettolosa (non era prevista la sosta in libreria), con <em>Basta così </em>nella borsa e qualche euro in meno nel portafoglio.</p><p>Si tratta di tredici poesie inedite scritte dalla Szymborska tra ottobre 2010 e il novembre 2011. Lei sarebbe morta tre mesi dopo, a febbraio del 2012.</p><p>Quindici mesi ormai che sono orfana dei suoi versi e Wislawa se ne ritorna qui improvvisamente, inattesa, con quel suo fare sornione e geniale, <strong>dando scacco alla morte</strong>. Tipico da lei. Nel libro sono riprodotti anche gli autografi, osservo con attenzione la sua scrittura illeggibile, piccola e incredibilmente dritta per una donna di 88 anni e mi prende una specie di commozione.</p><p>La sua apparizione vicino a me mi ricorda un po’ il bel libro di Andrea Bajani che sto leggendo dedicato a Tabucchi e alla loro amicizia. Aspetto di finirlo e scriverò anche di questo.</p><p>Una poesia di <em>Basta così</em> l’ho stampata e me la sono attaccata di fronte alla scrivania, evidenziando la parola “dubbio”.</p><p>Si intitola:</p><p><strong>C’è chi</strong></p><p>C’è chi meglio degli altri realizza la sua vita.<br />E’ tutto in ordine dentro e attorno a lui.<br />Per ogni cosa ha metodi e risposte.</p><p>E’ lesto a indovinare il chi il come il dove<br />e a quale scopo.</p><p>Appone il timbro a verità assolute,<br />getta i fatti superflui nel tritadocumenti,<br />e le persone ignote<br />dentro appositi schedari.</p><p>Pensa quel tanto che serve,<br />non un attimo in più,<br />perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio.</p><p>E quando è licenziato dalla vita,<br />lascia la postazione<br />dalla porta prescritta.</p><p>A volte un po’ lo invidio<br />-per fortuna mi passa.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/09/poesia-wislawa-szymborska-e-lelogio-del-dubbio/588836/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Tiziano in mostra a Roma: maestria, folgorazione e mistero</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/02/tiziano-in-mostra-a-roma-tra-maestria-folgorazione-e-mistero/581421/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/02/tiziano-in-mostra-a-roma-tra-maestria-folgorazione-e-mistero/581421/#comments</comments> <pubDate>Thu, 02 May 2013 16:52:38 +0000</pubDate> <dc:creator>Margherita Loy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Mostre]]></category> <category><![CDATA[Pittura]]></category> <category><![CDATA[Quadri]]></category> <category><![CDATA[Roma]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=581421</guid> <description><![CDATA[So che quando sconfino nell’arte, qualcuno mi riprende, altri si arrabbiano, qualcuno, più indulgente, mi consiglia di permanere nel territorio letterario. Ma questa volta non posso proprio esimermi dallo sconfinamento. Sono andata a Roma a vedere la mostra alle Scuderie del Quirinale su Tiziano. 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Ma questa volta non posso proprio esimermi dallo sconfinamento. Sono andata a Roma a vedere la <strong>mostra</strong> alle Scuderie del Quirinale su <strong>Tiziano.</strong> E’ bellissima, ci sono dei quadri strepitosi e viene fuori la carriera di un genio che ha cercato tenacemente tutta la vita un proprio linguaggio, sperimentando con enorme perizia tratti, pennellate, colori.</p><p>Vorrei raccontare di <strong>un quadro che mi ha folgorato</strong> e vorrei che chi fosse andato a vedere questa mostra mi dicesse se è stato colpito allo stesso modo.</p><p>Il quadro di cui parlo si chiama <em>Il concerto interrotto</em> dipinto intorno al 1508. Su fondo nero (il nero del mantello del personaggio centrale sul nero dello sfondo è per me un miracolo, che avviene anche in altre tele di Tiziano; si vede il nero nel buio? Sì. Lui lo fa vedere. Stupefacente).</p><p>Dal buio si stagliano tre figure: la prima guarda verso di noi, è un giovinetto dall’aria lievemente ironica, sembra divertito e qualcuno sostiene che non sia stato fatto da Tiziano. La figura che non riesco a togliermi dalla testa è quella centrale. E’ un uomo adulto, ha le mani, bellissime, poggiate sulla spinetta. Alle sue spalle si leva la mano di un religioso a toccargli la spalla e lui si volta a guardare chi lo tocca. Quegli occhi, con il bianco dell’iride e l’inclinazione perfetta della testa denunciano una<strong> maestria straordinaria</strong>. Ma non è solo questo.</p><p><strong>C’è un mistero nella tela che non riesco a svelare</strong>. Quella testa mi ricorda l’occhio un po’ folle di una bestia portata al macello, lo sguardo di un uomo interrotto durante l’unico momento di pace che gli concede l’esistenza. Mi sembra di avere dentro quella luce che affiora quando qualcuno mi interrompe nel momento in cui sono più concentrata nello scrivere. Esprime sofferenza, ribellione, fastidio. Mi piacerebbe avere una grande riproduzione del quadro e appenderla sulla porta dietro la quale c’è il mio computer. Come tacita preghiera di non disturbarmi.</p><p>La severità del volto del monaco (agostiniano?) che lo interrompe sembra sottolineare un’autorità indiscutibile. Mi fa pensare al gesto dell’insegnante che sorprende l’allievo perso nei suoi sogni. C’è come un imperioso richiamo alla realtà in quel gesto. Anche il monaco ha in mano uno strumento musicale, un liuto e dunque può capire quanto sia importante non disturbare qualcuno immerso nel suo mondo espressivo. Ma il piacere che può suscitare la propria musica ha qualcosa di peccaminoso?</p><p>Per questa opera si è fatto il nome di <strong>Giorgione</strong> con cui Tiziano ha lavorato i primi anni veneziani per gli affreschi del fondaco dei Tedeschi, qualcuno sostiene che al quadro hanno lavorato entrambi. Può darsi.</p><p>La mostra chiude il 16 giugno.</p><p>Come postilla di questo post (permettetemi il gioco di parole) vorrei aggiungere due cose relative ai commenti al <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/28/piccolo-principe-compie-settantanni-io-ero-fatto-per-essere-giardiniere/577780/" target="_blank">post precedente dedicato al Piccolo Principe</a>. Certo che la persona che mi aiuta è regolare, le pago i contributi, la tredicesima, le ferie e la liquidazione. Non vedo come potrebbe essere altrimenti. A chi invece l’ha chiamata serva, non rispondo.</p><p>&nbsp;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/02/tiziano-in-mostra-a-roma-tra-maestria-folgorazione-e-mistero/581421/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il piccolo principe compie settant’anni. “Io ero fatto per essere giardiniere”</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/28/piccolo-principe-compie-settantanni-io-ero-fatto-per-essere-giardiniere/577780/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/28/piccolo-principe-compie-settantanni-io-ero-fatto-per-essere-giardiniere/577780/#comments</comments> <pubDate>Sun, 28 Apr 2013 16:38:10 +0000</pubDate> <dc:creator>Margherita Loy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Bellezza]]></category> <category><![CDATA[Contadini]]></category> <category><![CDATA[Giardino]]></category> <category><![CDATA[Letteratura]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=577780</guid> <description><![CDATA[In questa stagione i lavori del giardino e dell’orto bussano ad ogni ora del giorno e soprattutto della notte alla mia testa: c’è da potare, concimare, zappare, piantare l’insalata e i pomodori, seminare. Ci sono le erbacce da togliere sotto le peonie, mie preferite insieme alle rose e tenere pulita la siepe che corre intorno...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>In questa stagione i lavori del <strong>giardino</strong> e dell’orto bussano ad ogni ora del giorno e soprattutto della notte alla mia testa: c’è da potare, concimare, zappare, piantare l’insalata e i pomodori, seminare. Ci sono le erbacce da togliere sotto le peonie, mie preferite insieme alle rose e tenere pulita la siepe che corre intorno al prato. Non ho molto tempo per fare tutto questo. Così i giorni di festa mi aiuta una donna di 41 anni, forte e bassa, con i capelli corti e il volto simile a quello di un pugile. Viene da un paese povero, dove lo stipendio medio è di 100 euro al mese e un chilo di pane costa due euro, come da noi. Mi aiuta in giardino perché le piace più di ogni altro lavoro. Viene da una famiglia di <strong>contadini</strong> ed è cresciuta tra una mucca, le galline, le oche, un cavallo, un aratro e campi di mais. A casa sua si produce il formaggio in casa, si porta il grano a macinare al mulino e si coltiva tutto quello che serve per dar da mangiare agli animali. Una vita dura e faticosa, che però a lei manca. L’altro giorno, in una tregua della pioggia, mentre toglievamo le erbacce dalle sette peonie piene di boccioli mi ha detto: “E’ inutile tutto questo lavoro intorno a una pianta che non serve. Siamo qui da un’ora solo per dei fiori. Da noi questo non si fa”. La prima risposta che mi è venuta è stata: “ma quando tra poco sarà tutto fiorito allora la <strong>bellezza</strong> ci renderà migliori e di buon umore”. Subito mi sono resa conto di come fosse per lei incomprensibile la mia risposta e abbiamo continuato a lavorare nel silenzio ancora umido di pioggia senza più parlare. In fondo, pensavo, ha ragione. Ma non ero convinta.</p><p>Questa premessa serve per capire perché la sera, mentre leggevo un articolo dedicato a <strong><em>Il piccolo principe</em></strong> di Antoine Saint-Exupéry, qualcosa in me si è illuminato.</p><p>L’articolo a firma di Cesare Fiumi è uscito su “Sette” per commemorare i settanta anni della pubblicazione de <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/6_aprile" target="_blank"><em>Il piccolo principe, </em>uscito negli Stati Unitiil 6 aprile 1943 da Reynal &amp; Hitchcock</a> in inglese, e qualche giorno dopo in francese da <strong>Gallimard</strong>. Nell&#8217;articolo si cita una lettera (che potete ascoltare in francese recitata magnificamente sul <a href="http://www.ina.fr/video/P11164758" target="_blank">sito scritta da Saint-Exupéry</a> il giorno prima di compiere il suo ultimo fatale volo, il 30 luglio del 1944, e indirizzata a Pierre Dalloz, partigiano, alpinista, scrittore, architetto e suo grande amico. Scrive lo scrittore-aviatore: “Sotto la minaccia della <strong>guerra</strong>, sono più nudo e più spoglio che mai. Assolutamente puro. L’altro giorno mi hanno sorpreso due caccia. Sono fuggito appena in tempo (…) Ma che solitudine spirituale. Se verrò abbattuto, non rimpiangerò assolutamente niente. Il termitaio futuro mi spaventa (…). Io, io ero fatto per essere un giardiniere”. Una lettera carica di premonizione e che ha alimentato la leggenda intorno alla scomparsa del suo aereo da ricognizione, ora sfatata da Horst Ripper di 91 anni, l’<strong>ex-pilota del Luftwaffe</strong> che abbatté l’aereo di Saint-Exupèry nei cieli di Marsiglia il 31 luglio del 1944. Ripper ha incontrato il nipote dello scrittore in occasione della mostra che si svolge in questi giorni a Parigi dedicata ai settant&#8217;anni de <em>Il piccolo principe</em>. Ma questa notizia non mi emoziona.</p><p>Invece mi colpisce quel “io ero fatto per essere giardiniere”, così apparentemente in contraddizione con l’uomo dei cieli, con il “pilota più vecchio del mondo”, (come si definisce lui stesso nella lettera citata sopra), con l’uomo in prima linea, pieno di coraggio e di passione per la <strong>libertà</strong>. Sono andata a riprendermi <em>Il piccolo principe</em>, che avevo letto nell’adolescenza. Lì ho trovato l’unica risposta che avrei potuto dare alla mia aiutante e a me stessa.</p><p>Il piccolo principe, prima di cadere sulla Terra, nel deserto dove incontrerà l’aviatore, vaga per diversi pianeti, ognuno governato da un <strong>personaggio</strong> pronto a dare risposte intorno ai grandi quesiti di cui trabocca la sua mente pura. Sul sesto pianeta incontra il <strong>geografo</strong>. L’uomo se ne sta alla scrivania e aspetta che qualche esploratore vada a raccontargli come è fatto il mondo per poterlo poi scrivere nel suo grande libro (sembra la parabola del cattivo politico che non va mai a verificare con i propri occhi come vive la gente nella realtà). Il piccolo principe parla del suo asteroide <strong>B612</strong> (è buffo che il numero sei ritorni nel libro tante volte, sicuramente qualcuno ha fatto lunghe e laboriose ricerche per dare una risposta) e dopo aver citato i tre vulcani dice: “Ho anche un fiore”.</p><p>“Noi non annotiamo i fiori”, risponde il geografo.</p><p>“Perché? Sono la cosa più bella”</p><p>“Perché i fiori sono effimeri”.</p><p>“Che vuol dire effimero?”.</p><p>Intorno a questa parola si gioca la risposta che cercavo, vera e viva.</p><p>Il geografo sollecitato risponde “Vuol dire che è minacciato di scomparire in un tempo breve”.</p><p>A quel punto il piccolo principe ha l’impellente desiderio di tornare dalla sua rosa per proteggerla, ma seguirà il consiglio del geografo e, prima di tornare al suo asteroide, al piccolo mondo dove regna il suo fiore, farà una tappa sulla Terra.</p><p>Ecco cosa fa un <strong>giardiniere</strong>: difende i fiori e ribadisce l’importanza del loro essere belli e splendenti solo per qualche breve istante. Quando l’essere umano riesce a emanciparsi dalla miseria può alimentare in sé e fuori di sé quella preziosa arma di riscatto, di felicità, di energia che è la bellezza. Questa rimane uno dei carburanti essenziali che ci spinge a cambiare, a migliorare, a uscire dal nostro cieco bozzolo egoista e a sorvolare i cieli, fitti di aerei nemici, in cerca della libertà.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/28/piccolo-principe-compie-settantanni-io-ero-fatto-per-essere-giardiniere/577780/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La Spoon River di Hermann Hesse</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/08/la-spoon-river-di-hermann-hesse/555664/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/08/la-spoon-river-di-hermann-hesse/555664/#comments</comments> <pubDate>Mon, 08 Apr 2013 15:24:26 +0000</pubDate> <dc:creator>Margherita Loy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Mondadori]]></category> <category><![CDATA[Montagnola]]></category> <category><![CDATA[Romanzi]]></category> <category><![CDATA[Scrittura]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=555664</guid> <description><![CDATA[Sono stati due mesi poco propizi per la scrittura. Prima le elezioni, che mi hanno fatto desiderare un “piccolo sonno”, poter dormire per una decina di giorni, svegliarmi che tutto era stato fatto, non vivere l’emozione-delusione dei risultati elettorali. Avrei voluto svegliarmi con un nuovo governo e con la certezza di non ritrovarmi più in...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Sono stati due mesi poco propizi per la scrittura.</strong> Prima le elezioni, che mi hanno fatto desiderare un “piccolo sonno”, poter dormire per una decina di giorni, svegliarmi che tutto era stato fatto, non vivere l’emozione-delusione dei risultati elettorali. Avrei voluto svegliarmi con un nuovo governo e con la certezza di non ritrovarmi più in Tv il ghigno detestabile del Cavalier trionfante. Ho votato e poi delusissima mi sono per un po’ isolata dal mondo.</p><p>Poi la scomparsa di un amico, più giovane di me, di me più coraggioso. Come il personaggio di una fiaba, ha combattuto contro mostri più grandi di lui con una forza e un coraggio che me lo facevano ammirare, oltre che amare. Era e resta un amico. E mi manca.</p><p>Infine è arrivato un fallimento nel lavoro.</p><p>Dopo tutto questo, il mio fisico ha ceduto e mi sono ammalata per due settimane. Ho dormito tantissimo, il mio piccolo sonno auspicato a febbraio è arrivato alla fine di marzo, ma accompagnato da un febbre persistente.</p><p>Ritorno alla luce da poco, tra le mani il libro che mi ha traghettato dalla tristezza alla primavera. Si chiama <em><a href="http://www.marcosymarcos.com/Un_bel/posticino.html" target="_blank">Un bel posticino</a></em>, lo ha scritto <strong>Carlo Zanda</strong>. Il sottotitolo recita <em>La Spoon River di Hermann Hesse</em>.</p><p>Cosa ha fatto Carlo Zanda? Se ne è andato a<strong> Montagnola</strong>, piccolo paese ticinese sopra Lugano, dove Hesse ha vissuto dal 1919 al 1962, anno della morte e dove lo scrittore scelse di essere sepolto, acquistando nel piccolo cimitero di Sant’Abbondio, come scrisse in un articolo per un giornale tedesco, “un bel posticino”.</p><p>Carlo Zanda è andato al cimitero e ha fotografato le tombe di coloro che hanno vissuto negli stessi anni di Hesse e ha ricostruito con pazienza e arguzia le loro biografie. C’è <strong>Natalina</strong> che per anni ha accudito lo scrittore con la screziatura discreta delle donne intelligenti, c’è il medico <strong>Plinio</strong>, c’è l’amico<strong> Ball</strong>, il parroco don <strong>Cesare</strong>, l’elettricista <strong>Balzelli</strong> e tanti altri. Ogni personaggio una scheda, una foto, un piccolo luminoso racconto. Incastonati tra queste, come lampi di luce, le opere che Hesse viene scrivendo in quegli anni. Da <em>Demian</em> al <em>Giuoco delle perle di vetro</em>, passando per <em>Siddartha</em>, <em>Narciso e Boccadoro</em>, <em>Il lupo della steppa</em>.</p><p>La bravura di Zanda sta nel riuscire a<strong> restituire a queste persone la loro umanità viva e preziosa</strong>, che nulla ha da invidiare alla gloria dello scrittore, e nella sapienza con cui intreccia la potenza della natura negli affacci mozzafiato sulla Collina d’oro, la vita quotidiana della gente di Montagnola e la riservatezza di Hesse, non priva di crepe e di allegre aperture. Le tante foto in bianco e nero, un po’ sfocate, danno al libro un ritmo riposante.</p><p>Bellissima è la storia dell’<strong>Officina Bodoni</strong>, in cui il tipografo-editore Hans Mardersteig, originario di Weimar, realizza il sogno di stampare con il torchio a mano i più bei libri del mondo e sceglie per farlo il villaggio di Montagnola. Questa è anche la storia di Eugenia Petrini, assunta quindicenne dall’editore raffinato ed esigente per la preparazione della carta, e quella del suo più prezioso collaboratore, lo zurighese Friederich Spiess. Quando Arnoldo Mondadori propone a Mardersteig di trasferirsi a Verona e iniziare la pubblicazione di 49 volumi dell’opera d’Annunziana, l’Officina Bodoni chiude la sua sede di Montagnola e si trasferisce all’ombra degli stabilimenti mondadoriani. Ma Eugenia, nonostante le insistenze del suo datore di lavoro, resta in Ticino.</p><p>La qualità della scrittura di Zanda rende questo libro bello e poetico, oltre che appassionante. Ho imparato molte cose non solo <strong>su Hesse e sull’ambiente che ha visto nascere i suoi romanzi più important</strong>i, ma anche sulla cultura di quegli anni, sulla vita contadina, sul mondo che si butta nella guerra come se ne fosse affamato. E la casa Rossa, dove Hesse vive con Ninon, la terza moglie, diviene il luogo d’incontro di profughi, esiliati, intellettuali. Bruno Walter, il grande direttore di orchestra, scelse nel 1938 di essere seppellito anche lui a Montagnola. Ma la vita dei grandi continua ad intrecciarsi con le altre, il postino che deve portare a piedi spingendo una carriola, i telegrammi di complimenti per il <strong>ricevimento del Nobel</strong>; con lui Hesse si scusa per l’enorme mole di lavoro a cui lo costringe questo riconoscimento e comunque la sua inarrestabile corrispondenza.</p><p>Ogni tentativo di essere esauriente si scontra con la ricchezza di questo libro. Ora che sto bene, sono lucida e di nuovo<strong> lo tengo accanto a me</strong>, capisco perché abbia rappresentato il filo che mi ha tirato fuori dall’accidiosa disillusione in cui ero finita. Perché qui la vita mostra tutte le sue facce, quelle vere, segnate dalle rughe del tempo e dalla luce della speranza e improvviso rinasce l’orgoglio di appartenere al genere umano e la necessità di rimettersi all’opera.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/08/la-spoon-river-di-hermann-hesse/555664/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Sognando &#8220;The Sugarman&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/05/sognando-the-sugarman/489668/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/05/sognando-the-sugarman/489668/#comments</comments> <pubDate>Tue, 05 Feb 2013 08:27:35 +0000</pubDate> <dc:creator>Margherita Loy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Documentario]]></category> <category><![CDATA[Film]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=489668</guid> <description><![CDATA[Ho dovuto aspettare che sbollisse l’emozione per parlare di The Sugarman. Quando sono uscita dal cinema a Parigi ero talmente entusiasta che avrei scritto con troppa enfasi. Ora sono tornata in Italia e quel documentario si è sedimentato con chiarezza nella mia vita. Metto insieme i pezzi di quell’ardore e vi racconto in breve. E’...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Ho dovuto aspettare che sbollisse l’emozione per parlare di <strong><em>The Sugarman</em></strong>. Quando sono uscita dal cinema a Parigi ero talmente entusiasta che avrei scritto con troppa enfasi. Ora sono tornata in Italia e quel <strong>documentario</strong> si è sedimentato con chiarezza nella mia vita. Metto insieme i pezzi di quell’ardore e vi racconto in breve. E’ una storia vera, molto vicina ai sogni. Una grande lezione umana, proprio perché non ha nessuna pretesa di dare lezioni.</p><p style="text-align: left;">A <strong>Detroit</strong> nei primi anni Settanta due impresari scoprono in un locale fumoso un cantante dalla voce straordinaria: compone lui i testi e la musica e si chiama <strong>Rodriguez</strong>, <em>Sugarman </em>è la sua canzone più struggente. Fiutano l’affare e gli propongono di registrare prima uno e poi un altro album. Le musiche e i testi sono bellissimi, parlano di <strong>sobborghi</strong>, <strong>miseria</strong> e speranza. Una delle canzoni è talmente triste che l’intervistato racconta di non riuscire ancora oggi ad ascoltarla senza commuoversi. “Era la canzone più triste che avessi mai sentito e lui era un assoluto genio”.</p><p style="text-align: left;">Il documentario è iniziato da 20 minuti ed io sono già innamorata di Rodriguez, di cui si vedono solo alcune fotografie sbiadite: occhialoni neri, fisico asciutto, pantaloni a zampa di elefante. Rodriguez dopo l’insuccesso del secondo album, <strong>scompare</strong>. Qualcuno dice si sia suicidato sul palco durante un concerto, ma sono solo voci e viene dimenticato.</p><p style="text-align: left;">Da quel momento in poi il documentario mi incolla alla sedia come il miglior <strong>Hitchcock</strong>.  </p><p style="text-align: left;">Non dirò altro.</p><p style="text-align: left;">Il documentario di Malik Bendjelloul ha vinto il <strong>Premio della critica</strong> e il Premio del pubblico al Sundance festival 2012.</p><p style="text-align: left;">Prego perché qualcuno lo porti in Italia e anche io sogno il mio sogno: vedere fuori i cinema che lo proiettano le file interminabili di vecchi e giovani che ho visto in Francia.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/05/sognando-the-sugarman/489668/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Russia, romanzi e censura. Vasilij Grossman, la lezione del bene</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/17/vasilij-grossman-lezione-del-bene/472673/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/17/vasilij-grossman-lezione-del-bene/472673/#comments</comments> <pubDate>Thu, 17 Jan 2013 16:55:58 +0000</pubDate> <dc:creator>Margherita Loy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Censura]]></category> <category><![CDATA[Mosca]]></category> <category><![CDATA[Olocausto]]></category> <category><![CDATA[Romanzi]]></category> <category><![CDATA[Stalingrado]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=472673</guid> <description><![CDATA[Mi sono seduta al mio posto sul treno Firenze-Roma e ho tirato fuori il romanzo Vita e destino. Ottocentoventisei pagine scritte tra il 1950 e il 1960 dal russo Vasilij Grossman che raccontano la seconda guerra mondiale, una sorta di enorme affresco su quello che è avvenuto a Stalingrado durante l’assedio, nei campi di sterminio...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Mi sono seduta al mio posto sul treno Firenze-Roma e ho tirato fuori il romanzo <em>Vita e destino</em>. Ottocentoventisei pagine scritte tra il 1950 e il 1960 dal russo <strong>Vasilij Grossman</strong> che raccontano la seconda guerra mondiale, una sorta di enorme affresco su quello che è avvenuto a Stalingrado durante l’assedio, nei campi di sterminio nazisti e a Mosca nell’ambiente scientifico accademico, infestato dai sospetti e dalla delazione. Gli innumerevoli personaggi del romanziere si muovono su uno sfondo storico dettagliato, in cui ogni parola porta il marchio infuocato e nitido della testimonianza diretta mentre nello stesso tempo brilla sulla pagina la riflessione lucida sul dolore, il male, la paura, l’ingiustizia e la calunnia.</p><p>Un libro che a tratti mi ferisce per la minuziosa descrizione di crudeltà e violenze, a tratti mi consola per la sua infinita poesia. A volte mi esalta per la sua straordinaria intelligenza. Leggendolo ci si sente dentro la storia, con tutto lo spessore umano che questa comporta.</p><p>Nel sedile di fronte è seduta una ragazza con un golf rosso e una grande valigia che ingombra parte del corridoio.</p><p>Comincio avidamente a leggere. Presto mi accorgo, con un velo di disagio, che<strong> la ragazza con il golf rosso mi fissa</strong>. I miei occhi scorrono sulla pagina ma in realtà il suo sguardo si infila tra le parole e come il grido imperioso di un neonato, mi distoglie dalla lettura. Non alzo gli occhi e cerco di andare avanti. Sto leggendo il pezzo in cui Mostovskoj nella sua cella legge gli scarabocchi di Ikonnikov relativi al concetto di Bene e Male, la lode incantevole del “bene illogico, della bontà sciocca” è uno scenario crudo e assoluto, spiritualmente carico e conturbante, come solo i russi sanno dipingere. Eppure a un certo punto precipito da quelle vette e sento nascere in me un brutto sentimento di fastidio: “Che avrà da fissare questa qui?”. Alzo severa lo sguardo e lei immediatamente distoglie il suo. Ora ho la certezza che sono proprio io l’oggetto del suo interesse e l’imbarazzo sfuma in una piccola rabbia.</p><p>I personaggi di Vasilij Grossman sono colti nella <strong>quotidianità dell’orrore</strong>, mentre cercano di nascondere un figlio all’arrivo di un treno blindato o nell’attimo in cui neri pensieri attraversano la mente dell’insegnante Olga Ivanovna in fila nuda insieme ad altre persone davanti alle camere a gas. Grossman può scrivere così meravigliosamente grazie alla sua empatia con il genere umano, si fa lui stesso donna, bambino, uomo perseguitato e carnefice. Filosofo e creatura semplice. L’empatia è in lui una delle facce dell’amore. E’ un libro che mi fa sentire bene nel male, che mi rende viva, cosciente, appassionata, indignata. Commossa.</p><p>La ragazza continua a fissarmi. L’ora e mezza di viaggio è passata, vedo i palazzoni della Salaria sfilarmi accanto, le macchine che lasciano la città hanno i fari impazienti, smaniose di tornare a casa. Metto via il libro e appoggiandomi allo schienale fisso la ragazza dal golf rosso che ora guarda fuori dal finestrino del treno che rallenta. Non è italiana, la pelle è diafana, avrà 25 anni, i capelli sono ramati, tinti. La sua enorme valigia è sempre lì che ostruisce parte del corridoio, ma nessuno ha protestato. <strong>Volge lo sguardo su di me</strong> e per un istante ci fissiamo. Poi mi dice queste testuali parole in un italiano incerto: “E’ bello vedere una donna che legge Vasilij Grossman. Non sapevo che il libro fosse stato tradotto nella vostra lingua”.</p><p>“Lei è russa?”.</p><p>“Sì sono russa. E questo libro da noi è stato vietato per molti anni. E’ bello vedere che una donna italiana lo legge”.</p><p>La voce dell’altoparlante annuncia l’arrivo nella Stazione Termini. Non ho più tempo per parlarle. Se solo avessi appreso la lezione umana di Grossman e le avessi rivolto uno sguardo accogliente, magari incoraggiante e fiducioso, probabilmente la ragazza russa avrebbe avuto molte cose da dirmi su questo straordinario scrittore morto povero e dimenticato nel 1964 e il cui libro censurato in Unione Sovietica è arrivato in Occidente in modo rocambolesco nel 1980 ma solo nel 2008 è stato tradotto e pubblicato in Italia. Se per caso questa ragazza leggesse questo post, sappia che <strong>è il mio modo di chiederle scusa</strong>, di chiederle di perdonare la mia diffidenza stupida, la mia inopportuna timidezza.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/17/vasilij-grossman-lezione-del-bene/472673/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Alt-J, Gerda e Robert Capa</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/04/alt-j-gerda-e-robert-capa/461305/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/04/alt-j-gerda-e-robert-capa/461305/#comments</comments> <pubDate>Fri, 04 Jan 2013 16:14:30 +0000</pubDate> <dc:creator>Margherita Loy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Fotografia]]></category> <category><![CDATA[Musica]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=461305</guid> <description><![CDATA[Mi dispiace parlare per due post di seguito di qualcuno della mia famiglia (Char e mio padre nel post precedente), ma devo essere fedele a quel che è accaduto. Mio figlio adolescente mi ha fatto ascoltare un disco di un gruppo inglese, si chiamano Alt-J. C’è una canzone che mi ha colpito, il suo titolo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Mi dispiace parlare per due post di seguito di qualcuno della mia famiglia (<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/22/rene-char-portata-rivoluzionaria-della-poesia/453842/" target="_blank">Char e mio padre nel post precedente</a>), ma devo essere fedele a quel che è accaduto. Mio figlio adolescente mi ha fatto ascoltare un disco di un gruppo inglese, si chiamano <strong>Alt-J</strong>. C’è una canzone che mi ha colpito, il suo titolo è <em>Taro</em>. Ascoltandola sentivo una nostalgia strana, priva di oggetto, come se avessi perso qualcosa di grande, ma non riuscivo a dire cosa esattamente. L’ho sentita e risentita.</p><p>Poi mio figlio mi ha fatto ascoltare un’intervista agli Alt-J nel cd annesso all’album, bellissimo, il cui titolo è <em>An Awesome Wave</em>. Parlavano di questa canzone in un inglese molto rapido e sono riuscita a capire che Taro era lo pseudonimo della fotogiornalista Gerta legata a Robert Capa, il fotografo che conoscevo soprattutto per la foto del miliziano ferito a morte e degli scatti immortali dello sbarco in Normandia. Sono andata su Internet e ho scoperto una storia che forse molti di voi sanno, ma che ignoravo.</p><p><strong><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/01/capa-taro-e1357316179927.jpg?adf349"><img class="alignleft size-medium wp-image-461313" title="capa-taro" src="http://www.ilfattoquotidiano.it/wp-content/plugins/lazy-load/images/1x1.trans.gif?adf349" id="no-script-hide" data-lazy-src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/01/capa-taro-300x193.jpg?adf349" alt="capa-taro" width="300" height="193" /><noscript><img class="alignleft size-medium wp-image-461313" title="capa-taro" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/01/capa-taro-300x193.jpg?adf349" alt="capa-taro" width="300" height="193" /></noscript></a>Gerta Pohorylle</strong> e il fotografo ungherese <strong>André (o Endre) Friedmann</strong> si incontrano e si innamorano a Parigi nel <strong>1934</strong>; lui è un giovane fotografo di 20 anni, scappato per ragioni politiche dall’Ungheria fascista di Horthy, lei una ebrea tedesca di Stoccarda di 24 anni. Sono giovani esuli, squattrinati e belli, soprattutto Gerda, comunista, appassionata e coraggiosa, già stata in galera per questioni politiche. André la inizia alla fotografia e lei lo aiuta a non sprofondare nell’alcool. Per piazzare più facilmente le loro fotografie e aggirare i pregiudizi razziali già solidi nella Francia degli anni Trenta, decidono di fondersi in una sola firma e si inventano un fantomatico fotografo americano di nome <strong>Robert Capa</strong>. Allo scoppio della guerra civile spagnola, nel 1936, Gerta e André partono al seguito della forze repubblicane, documentando i momenti più intensi della guerra. Gerta assume il nome di <strong>Gerta Taro</strong>. Poi un giorno, in seguito a un bombardamento di aerei nazisti sulla coonna delle truppe repubblicane Gerta con le sue macchine fotografiche finisce sotto i cingoli di un tank amico. Ha 26 anni; lotta inutilmente molte ore contro la morte, con il corpo letteralmente spezzato in due.</p><p>Per Friedman l’unico modo per sopravvivere a questo dolore è continuare a fare il suo mestiere, mantenendo il nome di <strong>Robert Capa</strong>. Nel 1947 fonda con <strong>Henry Cartier Bresson</strong> l’agenzia fotografica <em>Magnum</em> e partecipa alle imprese più rischiose, con il segreto desiderio di raggiungere Taro. Succederà nel 1954 in Indocina, quando salterà su una mina. Aveva 44 anni ed è rimasto il primo e il più grande fotocronista di guerra che sia esistito.</p><p>Come un libro, questa canzone degli Alt-J ha sprigionato una storia e allora mi dico che forse quella nostalgia avvertita proveniva dalla maestria di questi giovani musicisti di raccontare una giovinezza spezzata, di dare voce a una passione talmente possente da essere rimasta impigliata nella trama invisibile del tempo. Tempo e miti che loro hanno saputo trasformare in musica. </p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/04/alt-j-gerda-e-robert-capa/461305/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>René Char: portata rivoluzionaria della poesia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/22/rene-char-portata-rivoluzionaria-della-poesia/453842/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/22/rene-char-portata-rivoluzionaria-della-poesia/453842/#comments</comments> <pubDate>Sat, 22 Dec 2012 18:35:19 +0000</pubDate> <dc:creator>Margherita Loy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Libri]]></category> <category><![CDATA[Poesia]]></category> <category><![CDATA[Recensioni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=453842</guid> <description><![CDATA[È da tempo che giro e rigiro questo libro fra le mani. Ogni giorno penso di scrivere un post e ogni giorno rimando. A volte perché non mi sento all&#8217;altezza di questo poeta, a volte perché è troppo intimamente annodato alla mia vita per mettere in piazza le sensazioni che, anche dopo anni, mi suscita....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT">È da tempo che giro e rigiro questo libro fra le mani. Ogni giorno penso di scrivere un post e ogni giorno rimando. A volte perché non mi sento all&#8217;altezza di questo poeta, a volte perché è troppo intimamente annodato alla mia vita per mettere in piazza le sensazioni che, anche dopo anni, mi suscita.</p><p align="LEFT">Oggi, non so perché è venuto il momento. Lui è <strong>René Char</strong>, poeta e scrittore francese morto nel 1988. Il libro che posseggo è stato pubblicato da Feltrinelli nel 1962, si intitola semplicemente <em><strong>Poesia e prosa</strong>. </em>Le traduzioni sono di <strong>Vittorio Sereni</strong> e <strong>Giorgio Caproni</strong>, che firma anche le sette pagine della bella prefazione (come mai oggi invece le prefazioni sono diventate così prolisse?). Vorrei descrivere il libro: è composto di 577 pagine, quindi piuttosto massiccio. È foderato con un foglio di giornale le 19 settembre 1997, è una pagina sportiva del quotidiano <em>La Repubblica</em> perché il titolo di un articolo recita <em>Hubner antidivo del gol.</em> Ricordo che lo prestai per qualche giorno a un amico in quel remoto settembre e lui me lo rese foderato con la carta di giornale dicendo che era un peccato lasciare che la copertina originale si rovinasse. Quella fodera non l&#8217;ho mai più tolta e non ho più prestato il libro a nessuno. Lo custodisco con la stessa gelosia di un diario. A volte lo apro a caso e ogni volta mi sorprende. Altre volte vado a cercare una prosa, la mia preferita si intitola <em>La minuziosa</em>, ma sono tutte bellissime, come le poesie. Non dirò della polemica su Char surrealista, né dell&#8217;arco di tempo lungo il quale Char abbia composto il materiale incandescente chiuso in questo libro. <strong>Internet</strong> ci dà tutte le risposte. Voglio raccontare invece come sia arrivata a conoscerlo e come abbia imparato ad amarlo.</p><p align="LEFT">Il libro apparteneva a mio padre, era un cultore di poesia e lui stesso autore di versi, a mio parere molto belli, pubblicati allora, parlo del 1978, da un piccolo editore di Roma.</p><p align="LEFT">Mio padre morì che avevo poco più di vent&#8217;anni e allora della poesia mi cibavo solo per capire l&#8217;amore: Prevert, Leopardi, Neruda. Stop. L&#8217;altra (alta) poesia la studiavo senza appassionarmi.</p><p align="LEFT">Mio padre teneva i suoi libri più cari sulla scrivania in salotto, dove all&#8217;alba, prima di andare in ufficio, leggeva e scriveva. Morì improvvisamente una mattina del1981: fu quel giorno che come una ladra andai alla scrivania e presi il libro di Char. Lo scelsi perché riportava sul <strong>frontespizio</strong> e all&#8217;interno molte note a matita stilate dalla scrittura piccola ma nitida di papà. In seconda pagina c&#8217;era trascritto un sonetto di <strong>Petrarca</strong>, l&#8217;LXXXI <em>In vita di Madonna Laura.</em></p><p align="LEFT">Per un po&#8217; di tempo non ebbi la forza di aprire il libro di Char e lo lasciai nella mia piccola biblioteca in formazione. Poi venne il giorno giusto e guardinga cominciai a leggerlo iniziando dalla raccolta <strong><em>Fogli d&#8217;Ipnos</em></strong>, le note scritte durante la resistenza quando sotto il nome di comandante Alexandre, Char aveva combattuto contro i tedeschi. Sono andata avanti, avida e felice; ho letto le poesie, a volte senza comprenderne subito il senso ma sentendone dentro il palpitare della vita, della natura e dell&#8217;essere umano con le sue devianze, le sue paure e la sua intelligenza. Avete presente lo stupore di quando aprite una porta e i vostri amici vi festeggiano? Ha qualcosa a che fare con le lacrime.</p><p align="LEFT">Per me Char è stato scoprire la portata <strong>rivoluzionaria</strong> della <strong>poesia</strong>, la sua radicale adesione alla vita, il suo umanesimo. Nei suoi testi etica e poetica si confondono, seccamente, appassionatamente. Char sa parlare del mestiere di poeta, di quello di uomo, di quello di donna. Sa parlare della natura come nessuno. Qualche assaggio non rende l&#8217;idea, così come assaggiare l&#8217;olivo non racconta la bontà del sugo. Difficilissimo scegliere. Solo qualche passaggio che risuona spesso in me.</p><p align="LEFT"><em>Fogli d&#8217;Ipnos</em></p><p align="LEFT"><strong>A tutti i pasti consumati insieme invitiamo la libertà. Il posto rimane vuoto ma il piatto resta in tavola.</strong></p><p align="LEFT"><em>Arpa breve dei larici</em></p><p align="LEFT"><em>Sullo sperone di muschio e di lastre di germe</em></p><p align="LEFT"><em>Facciata della foresta dove s&#8217;infrange la nube</em></p><p align="LEFT"><em>Contrappunto del vuoto in cui credo</em></p><p align="LEFT"> </p><p align="LEFT">E ancora:</p><p align="LEFT"><em>Il dubbio si trova all&#8217;origine di ogni grandezza(&#8230;) Non lo si accosti all&#8217;incerto provocato dallo sbriciolarsi della sensazione</em></p><p align="LEFT">È inutile. Ogni tentativo di dare la misura della sua grandezza si scontra con il <strong>limite</strong> imposto dalla mia scrittura. Pazienza. Comunque mio padre non poteva farmi regalo più grande. La passione per la poesia da allora non mi ha abbandonato. Ho poi amato grandissimi poeti, ma Char è rimasto il primo, colui che mi ha aperto la porta e mi ha fatto entrare. Una porta alla quale non sapevo di star bussando da anni.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/22/rene-char-portata-rivoluzionaria-della-poesia/453842/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Con quali parole, Aids e acrobati</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/06/con-quali-parole-aids-e-acrobati/437432/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/06/con-quali-parole-aids-e-acrobati/437432/#comments</comments> <pubDate>Thu, 06 Dec 2012 09:57:27 +0000</pubDate> <dc:creator>Margherita Loy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Aids]]></category> <category><![CDATA[Assistenza Sanitaria]]></category> <category><![CDATA[HIV]]></category> <category><![CDATA[Libri]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=437432</guid> <description><![CDATA[Sono entrata al Circoli dei lettori di Torino come se entrassi in una cattedrale. Conosco le loro iniziative instancabili, ma è la prima volta che varco il portone della sede in via Bogino. Il prezzo della tessera annuale se hai meno di trent’anni è di 10 euro, altrimenti di 15. La tessera dà diritto a...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Sono entrata al <strong>Circoli dei lettori di Torino</strong> come se entrassi in una cattedrale. Conosco le loro iniziative instancabili, ma è la prima volta che varco il portone della sede in via Bogino. Il prezzo della tessera annuale se hai meno di trent’anni è di 10 euro, altrimenti di 15. La tessera dà diritto a partecipare agli incontri con scrittori e artisti, permette di passare il giorno in una sala di lettura molto accogliente e silenziosa con una biblioteca a disposizione e di incontrare altri lettori. Mi sembra così importante che la lettura abbia il suo tempio, laico, aperto a tutti.</p><p>Sabato 1 dicembre presentavano un libro sul servizio domiciliare offerto dall’ospedale<strong> Amedeo di Savoia di Torino</strong> ai pazienti affetti da Hiv/Aids. Un servizio che compirà tra poco i vent’anni di attività. E’nato nel marzo del 1993 per offrire un’<strong>assistenza domiciliare ai malati e ai loro familiari</strong>, per permettere anche a chi non riusciva ad andare in ospedale di curarsi e per spezzare il circolo di <strong>omertà</strong>, <strong>solitudine</strong>, <strong>vergogna</strong> in cui i malati e le loro famiglie erano immersi. Sopratutto allora si trattava di permettere ai malati di morire nel proprio letto e “non dietro un separé” nella camerata dell’ospedale, perché allora di Aids si moriva. Prima dei farmaci retrovirali, come racconta il direttore della clinica di malattie Infettive dell’Amedeo di Savoia, <strong>Gianni Di Perri</strong>, autore di un bellissimo capitolo del libro, il destino del paziente era segnato e il medico poteva solo assistere impotente insieme al paziente all’inesorabile progresso della malattia.</p><p>Oggi gli infermieri e i medici portano i farmaci a domicilio, fanno i prelievi, controllano l’andamento della malattia, aiutano i pazienti ad affrontare la vita di tutti i giorni, danno sostegno e fiducia.</p><p>Coadiuvati dall’antropologa <strong>Lucia Portis</strong>, curatrice insieme alla dottoressa Maura De Agostini e a Luisa Ianniello del progetto editoriale, gli infermieri domiciliari hanno raccontato la loro storia con i pazienti, raccogliendo le testimonianze dirette, creando un incrocio di voci straordinario. E’ nato un libro molto bello: <em>Con quali parole. Domiciliarità e HIV. Vent’anni, una storia</em>, End edizioni, Aosta.</p><p>Storie senza una bava di sentimentalismo. Solo <strong>partecipazione</strong>, <strong>condivisione</strong>. Paura e speranza. Da tutte e due le parti. Noi che leggiamo entriamo nelle case dei pazienti, vediamo i volti dei figli, dei genitori, ascoltiamo le parole e comprendiamo la silenziosa lotta quotidiana insieme a chi si è fatto carico, anche emotivo, delle loro vite. Mai uno scivolone nel protagonismo, mai una concessione all&#8217;amor proprio.</p><p>Alla presentazione gli autori erano lì, emozionati, davanti a una sala gremita e attenta; c’era anche <strong>Nino</strong> la cui storia è così dolorosa da commuovere gli attori che si alternavano nella lettura dei brani.</p><p>E’ stato un modo per parlare ancora di Hiv che se ne sta zitto felice di non essere più al centro dell’<strong>interesse generale</strong> e accresce ogni mese le fila delle sue vittime. Questo libro fa capire che non bisogna abbassare la guardia, che la malattia continua a essere devastante, anche se meno dal punto di vista fisiologico, ancora immensamente dal punto di vista sociale.</p><p>Alternate alle storie ci sono i disegni di Santo Cinalli, angeli nudi realizzati con un semplice tratto nero che come acrobati si librano in aria, camminano bendati su un filo, si lanciano da un trapezio. Come i protagonisti delle 14 storie raccontate, donne, uomini, giovani, anziani, bambini e i loro infermieri. Tutti ugualmente in bilico tra speranza e paura, tra sofferenza e voglia di vivere. E la voglia di vivere, con questo libro, si aggiudica una bella vittoria.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/06/con-quali-parole-aids-e-acrobati/437432/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Oltre la violenza sulle donne: &#8220;Uigliam l&#8217;inglese&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/22/oltre-violenza-sulle-donne-per-sperare-ancora-nel-genere-umano/389948/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/22/oltre-violenza-sulle-donne-per-sperare-ancora-nel-genere-umano/389948/#comments</comments> <pubDate>Mon, 22 Oct 2012 15:26:57 +0000</pubDate> <dc:creator>Margherita Loy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Beirut]]></category> <category><![CDATA[Francesco Piscicelli]]></category> <category><![CDATA[Franco Fiorito]]></category> <category><![CDATA[Roberto Formigoni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=389948</guid> <description><![CDATA[Nonostante la violenza di questi giorni, che mi lascia ovunque delle ferite; nonostante continui a immaginare la lama che affonda nella pelle fresca di due ragazze di 17 anni e di 18 anni, nonostante l’orrore e la paura per una società che non riesce a contenere la furia dell’uomo rifiutato; nonostante le notizie dei furti...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Nonostante la <strong>violenza</strong> di questi giorni, che mi lascia ovunque delle ferite; nonostante continui a immaginare la <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/19/palermo-uccisa-a-coltellate-ragazza-di-17-anni-in-carcere-ex-fidanzato-della-sorella/387859/" target="_blank">lama che affonda nella pelle fresca di due ragazze di 17 anni e di 18 anni,</a> nonostante l’orrore e la paura per una società che non riesce a contenere la furia dell’uomo rifiutato; nonostante le notizie dei furti ai nostri danni, degli innocenti massacrati dalla <strong>camorra</strong>, dei festini da maiali, nonostante il <strong>Celeste</strong> e il <strong>Fiorito</strong>, lo schifo che affiora dalle parole dell’<a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2012/10/20/Piscicelli-ecco-politici-pagati-10-anni_7663393.html" target="_blank">imprenditore <strong>Piscicelli</strong> intervistato su La Repubblica</a>, nonostante le<strong> bombe a Beirut</strong> che lasciano per terra 8 morti, continuo imperterrita a credere nella bellezza, nella cultura, nella poesia, nella letteratura. Però abbandono il libro di <strong>Bolano, <em>2666</em></strong>, a pagina 400, perché mi ripropone la stessa angoscia e lo stesso male che dilaga sui giornali. Troppo fango intrappola il mio presente, troppo perché anche la testa ne sia continuamente a contatto.</p><p>Lo abbandono e mi immergo in<strong> <em><a href="http://catrafuse.wordpress.com/2012/05/16/un-inglese-in-transilvania/" target="_blank">Lungo la via incantata</a></em></strong><a href="http://catrafuse.wordpress.com/2012/05/16/un-inglese-in-transilvania/" target="_blank">, di <strong>William Blacker</strong></a>. Chi me lo consigliò mi disse che era un libro pieno di cielo, di terra e di natura. Di spazio e di luce. E’ vero: un mondo si spalanca e il celeste è celeste, quella tonalità che in certe ore del giorno estivo ricordo scivolare clemente fino a me. “Felicità”, scrive la Mansfield “è come quando s’inghiotte improvvisamente uno spicchio di sole nel pomeriggio”; però oggi dalla finestra straniera di questa casa così al nord vedo alberi già quasi spogli e un cielo grigio insistentemente carico di pioggia. Sono dovuta partire e sono lontana da casa: in <em>Lungo la via incantata</em> cerco un po’ di quiete; quando si leggono <strong>brutte notizie</strong> è si è lontani dal proprio paese, l’angoscia, a mio parere, è doppia.</p><p>La storia di <em>Lungo la via incantata</em> si srotola dagli anni Novanta fino al 2009. E’ una storia vera. Dopo la <strong>caduta del Muro di Berlino</strong>, un giovane anglo-irlandese, William Blacker, parte per la <strong>Romania</strong>, vagabonda inizialmente senza sapere bene quale sia la sua meta, ma poi un giorno si ferma. Finirà per vivere in <strong>Transilvania</strong> più di dieci anni, prima presso un popolo di contadini discendenti dei Sassoni poi nella zona del Maramures in casa del vecchio Mihail; qui “Uigliam l’inglese”, come lo chiamano i compaesani, impara a lavorare la terra e ad allevare animali; qui impara ad affilare la sua falce e a rispettare i ritmi di quella vita antica. Ma la sua sete non si placa e si infila a testa bassa nella vita degli <strong>zingari stanziali</strong> di Halma, con cui divide battaglie, danze e bevute. E testardamente si impegna, rischiando l’espulsione dalla Romania, a sradicare atavici pregiudizi.</p><p>Attenzione: non è il mito del buon selvaggio di roussoniana memoria. E’ una testimonianza, non una scelta ideologica. Guardate bene la copertina con la fotografia di una bellissima ragazza zingara; è Natalia, di cui William si innamora al primo incontro anche se finirà per accompagnarsi all’altrettanto bellissima zingara Marishka, di Natalia sorella.</p><p>Un brivido mi assale quando leggo qualcosa di originale, di nuovo, di intelligente. Immediatamente dopo mi viene un’ansia di capire a fondo quello che ho letto e di trasformarlo in materia viva. Nel caso di <em>Lungo la via incantata</em>, si tratta di non perdere la strada: da qualche parte ci sarà sempre qualcuno capace di riportarci vicini “al cuore selvaggio della vita” (come scrive <strong>Joyce</strong> in <em>Ritratto dell’artista da giovane</em>), da dove è possibile ripartire e ricominciare a sperare nel genere umano. Là fuori ora quel grigio non mi sembra più così eterno e la mia casa non così lontana.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/22/oltre-violenza-sulle-donne-per-sperare-ancora-nel-genere-umano/389948/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Mo Yan, dall&#8217;esercito al Nobel per la Letteratura</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/11/mo-yan-dallesercito-al-nobel-per-letteratura/379558/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/11/mo-yan-dallesercito-al-nobel-per-letteratura/379558/#comments</comments> <pubDate>Thu, 11 Oct 2012 13:43:22 +0000</pubDate> <dc:creator>Margherita Loy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Cina]]></category> <category><![CDATA[Mo Yan]]></category> <category><![CDATA[Premio Nobel]]></category> <category><![CDATA[Premio Nobel Letteratura]]></category> <category><![CDATA[Romanzi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=379558</guid> <description><![CDATA[Lo sguardo mite e saggio del premio Nobel per la letteratura 2012, lo scrittore e sceneggiatore cinese Mo Yan, in cinese “colui che non vuole parlare” (il suo vero nome è Guan Moye), mi fa venire subito voglia di parlare dei suoi libri: dieci per l’esattezza, pubblicati in Italia da Einaudi, eccetto l’ultimo che ho amato...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Lo sguardo mite e saggio del<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/11/nobel-letteratura-premiato-scrittore-cinese-mo-yan/379401/" target="_blank"> premio Nobel per la letteratura 2012</a>, lo scrittore e sceneggiatore cinese <strong>Mo Yan</strong>, in cinese “colui che non vuole parlare” (il suo vero nome è Guan Moye), mi fa venire subito voglia di parlare dei suoi <strong>libri</strong>: dieci per l’esattezza, pubblicati in Italia da <strong>Einaudi</strong>, eccetto l’ultimo che ho amato fin dal titolo: <em>Cambiamenti</em>, pubblicato nel 2011 dalla piccola e prestigiosa casa editrice Nottetempo che in questo momento immagino stia brindando. Ma<strong> tutti i titoli dei suoi romanzi sono bellissimi</strong>: <em>Sorgo rosso</em>, <em>Grande seno, fianchi larghi</em>, <em>Il supplizio del legno di sandalo</em>, <em>Le sei reincarnazioni di Ximen Nao</em> e il racconto <em>Il ravanello trasparente</em>, per citare i più noti.</p><p>Riporto in sintesi la motivazione della giuria svedese; «il suo allucinato realismo mescola racconti popolari, storia e contemporaneità».</p><p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/10/moyan1.gif?adf349"><img class="alignleft size-medium wp-image-379570" title="Mo Yan" src="http://www.ilfattoquotidiano.it/wp-content/plugins/lazy-load/images/1x1.trans.gif?adf349" id="no-script-hide" data-lazy-src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/10/moyan1-300x290.gif?adf349" alt="Mo Yan" width="300" height="290" /><noscript><img class="alignleft size-medium wp-image-379570" title="Mo Yan" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/10/moyan1-300x290.gif?adf349" alt="Mo Yan" width="300" height="290" /></noscript></a></p><p>Nato nella regione dello Shandong 57 anni fa, Mo Yan proviene da una famiglia di contadini; in <em>Cambiamenti</em>, il titolo è una spia di quella che è stata la sua<strong> avventura esistenziale</strong>, racconta la sua vita dal 1969 al 2009 e il lettore percorre seguendo la voce narrante in prima persona, la trasformazione incredibile della società cinese, che, senza abbandonare completamente i principi di Mao realizza quella forma di selvaggio capitalismo di cui ancora oggi siamo spettatori. Il romanzo breve, o meglio questa <strong>piccola splendida autobiografia</strong>, ci fa capire meglio di qualsiasi saggio cosa abbiano significato per il colosso cinese questi ultimi 40 anni. Il racconto si apre con un gruppo di bambini che sogna di fare un giro sul Gaz-51, vecchio camion di fabbricazione sovietica. Da lì in poi la strada di Mo Yan è un susseguirsi di svolte, cadute, ritorni: abbandonata la scuola alla fine delle elementari, spedito a lavorare come operaio in un cotonificio, il protagonista spende parte del suo tempo a leggere i <strong>grandi classici della letteratura cinese</strong> e impara a recitare a memoria poesie di antiche dinastie. Si sta formando in lui lo scrittore: ma da lì al Nobel la strada è lunga.</p><p>L&#8217;ingresso <strong>nell&#8217;esercito nel 1976</strong> è l’opportunità per fuggire dal suo villaggio. Costretto in una località sperduta a coltivare patate, approfondisce il suo sentire la natura, mentre la visita alla salma del presidente Mao, la cui morte era «come se le montagne fossero crollate di schianto e la terra si fosse aperta», diventa per lui la prova che «a questo mondo non esistono gli dei». Diventato istruttore politico e insegnate di filosofia ed economia nell&#8217;esercito, nel 1981 pubblica il suo primo racconto <em>Pioggia di una notte di primavera</em> sulla rivista “Laghetto dei loti” e da lì in poi la vita cambia di nuovo.</p><p>Nel 1987 Mo Yan finalmente ottiene un grande successo nel suo paese con il romanzo <em>Sorgo rosso</em>; il sorgo è un tipo di cereale dalla spiga rossa e dà il titolo al libro perché in un campo di sorgo rosso si consuma l’amore tra Yu e la bella Nove fiori, promessa in sposa al vecchio padron Li.</p><p>Un bel giorno Mo Yan vede arrivare nel suo villaggio il regista <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Zh%C4%81ng_Y%C3%ACm%C3%B3u" target="_blank">Zhāng Yìmóu</a>, accompagnato dalla giovane e bellissima <strong>Gong Li</strong>, intenzionati a fare del romanzo un film. Il film farà valicare allo scrittore i confini cinesi e nel 1997 esce la prima traduzione in italiano di <em>Sorgo rosso</em>.</p><p>“Fin da piccolo” scrive in <em>Cambiamenti</em>, “sono sempre stato un povero infelice, un disgraziato a cui le furbizie si ritorcono sempre contro. Persino i tentativi di ingraziarmi i maestri venivano presi come macchinazioni ai danni loro».<strong> Non ha avuto bisogno di ingraziarsi i maestri del Nobel</strong>: “a colui che non parla” è bastato scrivere.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/11/mo-yan-dallesercito-al-nobel-per-letteratura/379558/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Roberto Amato, il poeta delle cose semplici</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/29/roberto-amato-poesia-e-semplicita/367467/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/29/roberto-amato-poesia-e-semplicita/367467/#comments</comments> <pubDate>Sat, 29 Sep 2012 09:00:02 +0000</pubDate> <dc:creator>Margherita Loy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Poesia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=367467</guid> <description><![CDATA[Una mattina in cui pensavo che la mia vita, come il mio paese, fossero condannati a un’eterna stagnazione, un amico mi telefonò e mi disse: “scriveresti un pezzo sull’ultimo libro di Roberto Amato? Il prossimo numero della rivista è tutto dedicato a lui”. Ancora prima di sapere di quale libro di Amato si trattasse, dissi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Una mattina in cui pensavo che la mia vita, come il mio paese, fossero condannati a <strong>un’eterna stagnazione</strong>, un amico mi telefonò e mi disse: “scriveresti un pezzo sull’ultimo libro di Roberto Amato? Il prossimo numero della rivista è tutto dedicato a lui”. Ancora prima di sapere di quale libro di Amato si trattasse, dissi “sì”.</p><p>Conoscevo di questo<strong> poeta di Viareggio </strong><a href="http://www.ibs.it/code/9788881032549/amato-roberto/cucine-celesti.html?shop=5277" target="_blank"><em>Le cucine celesti</em></a>, una raccolta la cui lettura mi aveva procurato felicità e fiducia; quella fiducia, per intenderci, che si prova a volte quando si attraversa sulle strisce pedonali e le automobili si fermano rispettose. La sensazione di vivere in un mondo di <strong>cose semplici e molto profonde. </strong></p><p>Mi piaceva tutto delle poesie di <em>Le cucine celesti</em>; il loro tono generoso e ironico, la capacità di giocare con parole di uso quotidiano rese sfolgoranti grazie al contesto straniante in cui il poeta le collocava. Mi piaceva l’odore caldo di cucina che ne usciva, le fantesche con i grembiuli e le vette celesti dalle quali osservare piccoli destini che si fanno poesia. </p><p>Quei versi erano riusciti persino a farmi apprezzare le ore spese a cucinare, attività in cui non eccello e che mi genera qualche frustrazione. Dopo la lettura di <em>Le cucine celesti</em>, con i suoi tripudi di odori, paradisi e inferni culinari, saturnini riti domestici, quelle ore avevano improvvisamente assunto una loro calorosa aurea poetica. Non dovevo però scrivere de <em>Le cucine celesti</em>, bensì della raccolta di Roberto Amato recentemente pubblicata, <em>L’acqua alta</em> .</p><p>Quella mattina dai pensieri cupi sfiorì nella libreria più bella della mia città. Comprata <em><a href="http://www.ibs.it/code/9788861921344/amato-roberto/acqua-alta.html?shop=5277" target="_blank">L’acqua alta</a></em>, edito da Eliot (bella la carta, la copertina con un acquarello del poeta stesso) me ne tornai verso casa con un senso di appagamento. <strong>Avevo un libro di poesia da leggere</strong>, avevo un libro di poesie di cui scrivere; non ero più con i piedi in uno stagno ma immersa in un torrentello di acqua viva.</p><p>Iniziai quel pomeriggio stesso la lettura, aspettandomi il viaggio confidenziale con un amico di cui conoscevo tic e pensieri. Pronta a farmi trasportare dal vento del gioco, dei ricordi e sapori familiari e angelici, calore di affetti epici e domestici. Mi ritrovai invece con <em>L’acqua alta</em> in un labirinto di vicoli e calli, con un cielo di acqua e una misteriosa destinataria. Poesie stipate di parole che non conoscevo (“soggoli di crespo”), personaggi di cui ignoravo l’esistenza (ma chi è Anafesto?). Prima impressione: <strong>non ero abbastanza còlta</strong> per affrontare quelle poesie (e poi Kierkegaard in calce..).</p><p><em>L’acqua alta</em>, al contrario de <em>Le cucina celesti</em>, mi appariva un libro difficile per una lettrice di poesia come me, cioè emotiva, istintiva, in qualche modo illetterata della critica. Chiamai il mio amico dicendogli che non sarei stata capace di assolvere il compito che mi aveva affidato; “Ho letto la prima sezione; penso tu abbia una considerazione troppo alta delle mie capacità”, dissi.</p><p>“Non fare tante storie” tagliò corto. “Non devi fare un pezzo di critica. Scrivi quel che pensi del libro e poi vai ad incontrare Amato, ecco il suo indirizzo e-mail”.</p><p>Confortata dall’idea che l’incontro con il poeta mi avrebbe offerto il filo per cucire insieme le prime impressioni di lettura, scrissi ad Amato domandandogli se fosse stato possibile incontrarci. E lui, a sorpresa, mi rispose: &#8220;certo che sì, ma ci incontreremo sullo schermo del computer&#8221;. Dovevo aspettarmelo da un poeta che scrive:</p><p>“<em>ecco<br /></em><em>ora mi sento più tranquillo<br /></em><em>ora che qui<br /></em><em>non può entrare nessuno<br /></em><em>ora che le campane delle navi<br /></em><em>suonano in lontananza<br /></em><em>(certo per festeggiare la mia salvezza)”</em></p><p>L’idea di iniziare a scrivere de <em>L’acqua alta</em> partendo dal mio viaggio verso Viareggio, descrivendo il luogo in cui il poeta viveva, sentendo gli odori che lui annusava e guardando quel che lui vedeva, sfumava. Non mi era più possibile illuminare i passaggi oscuri di quelle poesie con il contesto in cui erano nate; né mi aiutava la bella nota di Manlio Cancogni a chiusura della raccolta che racconta dell’incontro vent’anni prima con la poesia di Amato, considerato da lui “ il poeta più originale che ci sia oggi in Italia”.</p><p>Armata di fiducia, ripresi in mano <em>L’acqua alta</em> e finalmente (l’audacia viene sempre premiata) la raccolta si aprì a me nella sua luce. Consiglio al lettore di questo libro di fare subito quel che io avevo fatto in un secondo momento: entrare nelle poesie de <em>L’acqua alta</em> <strong>con leggerezza, senza indugiare sui reconditi significati</strong>, né scoraggiarsi dalla difficoltà dei primi versi.</p><p>Come sanno i navigatori di questo mare, la poesia non sempre si lascia capire; a volte si lascia prima di tutto “sentire” (e penso a Paul Celan, a René Char, a certe oscuri presagi di Marina Cvetaeva). E allora invece che spiegarla, <strong>la poesia, si tratta di ascoltarla</strong>, come si ascolta il respiro di qualcuno amato che ci sta accanto. E’ importante sapere il nome del vento che ci sospinge nella lettura? Non è forse meglio dispiegare le vele e seguire la rotta ignari di “qual buon vento ci porta”? Così feci e le poesie di Roberto Amato mi regalarono gioie inattese, divertimento, intimi rifugi, panorami su luoghi popolati da pennuti e da fantasmi capricciosi.</p><p>Ero pronta per mettermi a scrivere; ma arrivò il contrordine: il poeta non diede il suo consenso alla pubblicazione del numero della rivista a lui dedicato ed io, finalmente entrata ne <em>L’acqua alta</em> con passione, dovetti rinunciare a scrivere il mio pezzo. Questo post è la mia piccola vendetta, per avermi fatto innamorare e poi abbandonato.</p><p>Cito qualche verso de <em>L’acqua alta</em> dove l’ironia è padrona:</p><p>“<em>Dove potrebbero sciogliersi tutte queste case?<br /></em><em>c’è un altro luogo?<br /></em><em>una pirofila diversa?<br /></em><em>del mondo non è rimasta che questa minestra di case<br /></em><em>speziata dal corno nero di una gondola…”.</em></p><p>…………………………</p><p>(<em>“l’acqua è verde come un infuso<br /></em><em>una minestra di ortiche sfatte: la bollitura è andata troppo oltre…”,<br /></em>“<em>abbiamo rastremato i canali<br /></em><em>gli incroci delle calli dove l’acqua si muove come una cosa morta<br /></em><em>e seppellisce soglie e passaggi per l’aldilà”</em>)</p><p>…………………………….</p><p>“<em>credo sarebbe bene frullare i turisti<br /></em><em>decapitarne qualcuno (i più irriducibili)<br /></em><em>e poi<br /></em><em>tutto andrebbe servito sopra un piatto d’argento<br /></em><em>(cioè colore della laguna)”.</em></p><p> …………………………………..</p><p> “<em>Secondo me<br /></em><em>noi siamo in un abisso<br /></em><em>archeologico</em></p><p>&nbsp;</p><p><em>la casa è sprofondata<br /></em><em>per molte miglia marine<br /></em><em>ma….<br /></em><em>com’è successo?<br /></em><em>e noi dove eravamo?<br /></em><em>nel dormiveglia?<br /></em><em>oppure in naftalina?<br /></em><em>secondo me…<br /></em><em>noi stavamo tranquilli<br /></em><em>ripiegati e nascosti<br /></em><em>negli armadi</em></p><p><em>eravamo lenzuoli<br /></em><em>federe<br /></em><em>asciugamani da viso</em></p><p>……………………………<em>..</em></p><p>“<em>siamo stati cavalli o cavalleggeri<br /></em><em>o abbiamo cavillato sul nulla o meglio<br /></em><em>sul Nullaosta”.</em></p><p> “…<em>e il nostro amore<br /></em><em>(…)<br /></em><em>è nato col cesareo”.</em></p><p> …………………………………………<em>.</em></p><p> <em>Desideravo vedermi crescere<br /></em><em>insieme al parco</em> </p><p><em>ma<br /></em><em>secondo l’opinione di questi pini sfuggenti<br /></em><em>io non seguivo il vento<br /></em><em>né le correnti ascensionali né il richiamo dei cardellini</em></p><p><em>e crescevo di lato<br /></em><em>mi estendevo per così dire fiancheggiandomi</em></p><p> …………………………………………….</p><p> “<em>io sono un musicista<br /></em><em>autodidatta<br /></em><em>e come tutti i dilettanti<br /></em><em>ho qualche difetto<br /></em><em>o meglio<br /></em><em>sono imperfetto<br /></em><em>o vago<br /></em><em>nel precisare i dettagli<br /></em><em>degli strumenti inessenziali</em></p><p><em>Ad esempio<br /></em><em>la partitura dell’ocarina<br /></em><em>mi sfugge<br /></em><em>e poi…<br /></em><em>in che chiave?</em></p><p>Dunque in che chiave leggere Amato? Non è importante, basta lasciarsi andare a questa sua<strong> energia linguistica</strong>, abbandonarsi ai suoi abissi lessicali e visionari e ascoltare come squilla la sua tromba (tutte quelle dentali sonore di autodidatta, dilettante, difetto, dettagli…). La musica di questa poesia mi sveglia; non rischio più di essere investita dall’auto del presente perché lo sguardo è affannato verso il futuro; Amato mi mostra i segreti poetici nascosti nell’attimo, gli abissi profondi di quel che mi circonda, le strisce pedonali sulle quali attraversare per approdare in sicurezza alle sponde infinite della mia vita semplice.  </p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/29/roberto-amato-poesia-e-semplicita/367467/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Poesia e piccoli passi per un Paese premuroso</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/15/poesia-e-piccoli-passi-per-paese-premuroso/353332/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/15/poesia-e-piccoli-passi-per-paese-premuroso/353332/#comments</comments> <pubDate>Sat, 15 Sep 2012 07:50:07 +0000</pubDate> <dc:creator>Margherita Loy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Giovani]]></category> <category><![CDATA[Poesia]]></category> <category><![CDATA[Politici]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=353332</guid> <description><![CDATA[Questo post è nato da un cortocircuito tra un’immagine, una lettura, una frase e un’emozione; scrivendolo si è tramutato in una speranza. Entro nella segreteria di una scuola superiore, un lungo corridoio scuro è tagliato a metà da un tavolo sul quale è poggiato un registro aperto. In fondo al corridoio, dalla parte opposta alla...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Questo post è nato da un cortocircuito tra un’immagine, una lettura, una frase e un’emozione; scrivendolo si è tramutato in una speranza.</p><p>Entro nella segreteria di una <strong>scuola superiore</strong>, un lungo corridoio scuro è tagliato a metà da un tavolo sul quale è poggiato un registro aperto. In fondo al corridoio, dalla parte opposta alla mia c’è una finestra e sotto una scrivania occupata da una signora che sta scrivendo qualcosa; la luce del sole scende sulla sua testa china. Quando entro, lei alza lo sguardo verso di me, poi lo riabbassa e riprende a scrivere. Penso che stia facendo qualcosa di importante; mi ha visto, appena sarà libera verrà da me.</p><p>Sono miope e indosso occhiali da sole graduati; come al solito ho dimenticato da qualche parte quelli normali. Una decina di passi mi separano dal mio oggetto del desiderio. Passano 5 minuti. Ogni tanto la segretaria alza lo sguardo e lo riabbassa. Comincio a essere impaziente; tiro fuori dalla borsa un minuscolo libro della bellissima piccola casa editrice <strong><em>Via del vento</em>.</strong> Sono <strong>poesie</strong>. Per leggere mi levo gli occhiali. Dopo pochi secondi, la signora viene da me e mi dice sollecita: “Mi scusi se l’ho fatta aspettare, mi scusi! L’avevo scambiata per una studentessa; poi quando si è levata gli occhiali…”. La ringrazio per il complimento e imputo l’equivoco alla sinistra oscurità del luogo e alla scarsa vista della segretaria corretta da grandi e spesse lenti.</p><p>Cito l’episodio perché questo<strong> malcostume quotidiano</strong> di considerare i ragazzi come categoria a cui può essere inflitta maleducazione e piccole umiliazioni, buttando loro addosso disinteresse e indifferenza, è uno dei problemi di questo nostro paese. Nessun politico sembra tener conto di questa brutta realtà: fanno un bel gridare di cambiare, di innovare e altri di rottamare; mi piacerebbe invece un politico che dimostri di<strong> saper ascoltare</strong>. Ascoltare con attenzione per capire quali bisogni stia esprimendo la parte che dovrà ereditare il nostro paese, se per caso stia coltivando qualche sogno.</p><p>Vorrei che nessuno passasse avanti a uno/a di loro mentre è in fila alla cassa del bar, troverei meno disdicevole se fossi io oggetto della prepotenza; vorrei che le segretarie del liceo, appena vedessero un allievo/a in attesa, mollassero ogni cosa importante e corressero per sentire di cosa ha bisogno il rappresentante del nostro futuro. Potremmo così ridare un po’ di dignità a quel traghettatore che solo può condurci in un’epoca meno crudele.</p><p>Non dico che così colui che ha perso il lavoro o la brava studentessa spaventata dal futuro o il <strong>giovane in cerca di un impiego</strong> potrebbero essere più felici: non basterebbe. Ma almeno sentirebbero di vivere e di poter contare su un paese che li rispetta, che ripone in loro speranze, invece di considerarli un problema o una massa di elettori pronti a rispecchiarsi in chi gli è coetaneo.</p><p>Per un caso della vita, recentemente mi è successo di ascoltare alcune persone tra i 17 e i 25 anni afflitti da angosce diverse: paure, delusioni, assenze di significato; mi ha sorpreso che alcune esprimessero un desiderio di morte.</p><p><strong>Studenti, lavoratori, neolaureati.</strong> I famosi “giovani”. Si tratta di un malessere capillare, che non trova sollievo se non nell’idea di scomparire e liberarsi una volta per sempre di un futuro carico di niente.</p><p>Non ho ricette. Però so che per cambiare bisogna cominciare da piccoli, piccolissimi passi; dimostriamo una fiducia quotidiana nelle loro capacità. E’ un atto di egoismo: perché quando loro sono disperati, noi siamo già morti.</p><p>&nbsp;</p><p>La poesia che stavo leggendo era di Osip Mandel’stam e dipinge un paese martoriato dalla dittatura; inizia così:</p><p>&nbsp;</p><p>Viviamo senza sentire il paese sotto di noi,</p><p>i nostri discorsi non si sentono a dieci passi…</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/15/poesia-e-piccoli-passi-per-paese-premuroso/353332/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Due racconti di serie A, Pauline e gli altri</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/05/due-racconti-di-serie-a-pauline-e-altri/343555/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/05/due-racconti-di-serie-a-pauline-e-altri/343555/#comments</comments> <pubDate>Wed, 05 Sep 2012 15:36:11 +0000</pubDate> <dc:creator>Margherita Loy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Racconti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=343555</guid> <description><![CDATA[La lettura di un racconto bello mi lascia attonita, come se avessi assistito al passaggio fugace di una farfalla; rileggendolo cerco di carpire il segreto della sua sintetica perfezione. Allora mi accorgo che nella narrazione c’è un preciso passaggio in cui provo una scossa, come se qualcuno vedendomi abbattuta dal caldo, mi versasse sulla testa...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La lettura di un<strong> racconto</strong> bello mi lascia attonita, come se avessi assistito al passaggio fugace di una farfalla; rileggendolo cerco di carpire il segreto della sua sintetica perfezione.</p><p>Allora mi accorgo che nella narrazione c’è un preciso passaggio in cui provo una scossa, come se qualcuno vedendomi abbattuta dal caldo, mi versasse sulla testa un bicchiere di acqua fresca. Nei due racconti di cui parlo qui sotto, questo passaggio corrisponde al titolo che gli autori hanno dato al loro racconto.</p><p><strong><em>Le bambine restano</em></strong> è della geniale canadese <strong>Alice Munro</strong> ed è contenuto ne <em>Il sogno di mia madre</em>. Il brivido arriva nel cuore del racconto quando Pauline, dopo aver passato la notte con il suo amante e lasciato nel cottage sulla spiaggia il marito Brian e le due figlie piccole, si avvia per strada a comprare un dentifricio. La sera prima, quando ha avvertito telefonicamente che non sarebbe tornata, era troppo assorbita dalla passione per ascoltare quello che Brian le ha ringhiato nella cornetta. Ma la mattina presto, uscendo dal motel dove il suo amante giace addormentato, improvvisamente se ne ricorda.</p><p>“E’ presto. Il motel si trova sullo stradone all’estremità settentrionale del paese, vicino al ponte. Non c’è ancora traffico. Pauline cammina svogliatamente sotto i pioppi neri per un bel po’ prima che un veicolo qualunque attraversi rombando il ponte. Eppure il frastuono del traffico ha fatto vibrare il loro letto fino a molto tardi la notte prima. Ecco, arriva qualcosa. Un camion. Ma non è solo un camion. E’ una realtà enorme e sinistra, quella che le viene addosso. E non proviene dal nulla. Era in attesa. Non ha fatto altro che spintonarla ferocemente da quando è sveglia, per non dire da tutta la notte.</p><p>Caitlin e Mara”.</p><p>Sono i nomi delle sue bambine di sedici mesi e cinque anni.</p><p>Ora “dalla terra affiora una scelta liquida, la scelta dell’irrealtà, che subito si solidifica; ecco, ha assunto una sua forma innegabile”, la famiglia si è sfasciata, le bambine resteranno con Brian.</p><p>Due immagini fulminanti che minuziosamente rendono in parole l’attimo in cui si capiscono, troppo tardi, le conseguenze di una scelta. Da qui in poi il racconto fa una curva, rimanendo perfetto.</p><p>L’altro racconto è di <strong>Raymond Carver</strong>, <em>Una cosa piccola ma buona</em>, contenuto in <em>Principianti</em>. Quest’opera è quella che non ha subito la forbice prepotente dell’editor <strong>Gordon Lish</strong> (di alcuni racconti Lish tagliò il 50 per cento inventando il Carver scrittore minimalista). Alla raccolta <em>Principianti</em>, Lish cambiò anche il titolo e divenne <em>Di cosa parliamo quando parliamo d’amore</em>, (Nathan Englander lo ha rielaborato, omaggiando Carver, in <em>Di cosa parliamo quando parliamo di Anna Frank</em>, che mi consigliano di leggere).</p><p>I racconti integri di <em>Principianti</em> sono bellissimi; ma <em>Una cosa piccola ma buona </em>ha qualcosa di più dolente, umano e luminoso degli altri.</p><p>Per un equivoco beffardo, un pasticcere, che si crede imbrogliato, fa telefonate anonime e minacciose ad Ann e Howard che hanno appena subito un gravissimo lutto. Il molestatore scambia per menefreghismo il silenzio del dolore e quando capisce di essersi sbagliato e ascolta mortificato il motivo per cui la giovane coppia non si è più fatta viva, li invita nella sua pasticceria; e qui, quasi alla fine del racconto, arriva l’acqua fresca cui accennavo all’inizio.</p><p>“- Probabilmente avete bisogno di mangiare qualcosa- disse il pasticcere -spero vogliate assaggiare i miei panini caldi. Dovete mangiare per andare avanti. Mangiare è una cosa piccola ma buona in un momento come questo,- disse”.</p><p>La frase che dà il titolo al racconto condensa la metamorfosi dell’uomo, il manifestarsi improvviso della sua umanità; pronto a dimenticare la rabbia, la frustrazione e la ferocia che lo caratterizzava nelle pagine precedenti. “Mangiare è una cosa piccola ma buona” e ha ragione, perché l’effetto di quei panini alla cannella appena sfornati è indimenticabile.</p><p>Peccato che in Italia i racconti siano ancora considerati un<strong> genere di serie B</strong>; così come si può creare un cd con i brani preferiti, a me piacerebbe costruire un libro con i racconti più belli, da leggere quando la vita mi appare soffocante. Accetterei molto volentieri dei suggerimenti.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/05/due-racconti-di-serie-a-pauline-e-altri/343555/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Lettura, consigli di</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/17/lettura-consigli-di/327457/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/17/lettura-consigli-di/327457/#comments</comments> <pubDate>Fri, 17 Aug 2012 14:23:35 +0000</pubDate> <dc:creator>Margherita Loy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[e-book]]></category> <category><![CDATA[Enrico Berlinguer]]></category> <category><![CDATA[Eugenio Scalfari]]></category> <category><![CDATA[Luca Telese]]></category> <category><![CDATA[Questione Morale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=327457</guid> <description><![CDATA[Ecco gli altri libri formato ridotto che prestavo alla persona in partenza qualche post fa: 1. La questione morale, di Enrico Berlinguer, che Aliberti editore ha mandato in stampa nel 2011. In 59 pagine Eugenio Scalfari intervistava, il 29 luglio 1981, il segretario del Partito comunista che da lì a tre anni sarebbe morto in...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ecco gli altri libri formato ridotto che prestavo alla persona in partenza qualche post fa:</p><p>1. <em>La questione morale</em>, di <strong>Enrico Berlinguer</strong>, che Aliberti editore ha mandato in stampa nel 2011. In 59 pagine <strong>Eugenio Scalfari</strong> intervistava, il 29 luglio 1981, il segretario del Partito comunista che da lì a tre anni sarebbe morto in seguito all’ictus avuto durante un comizio a Padova. Il libro ha un’illuminante prefazione di <strong>Luca Telese</strong>. Con parole semplici, rispondendo alle domande di Scalfari, Berlinguer racconta il fallimento della politica di quegli anni; intravede il gioco dei socialisti di<strong> Craxi</strong>, pronti a occupare la loro fetta di clientela; ammette gli errori del Pci e spiega come i partiti si siano infiltrati, assetati di potere, in tutte le istituzioni, dalla Rai all’Università. Venendo meno al loro compito, quello di assicurare il bene comune.</p><p>2.<strong> Orhan Pamuk</strong>, <em>La valigia di mio padre</em>, Einaudi. Raccoglie tre discorsi, tra cui, a mio parere, il più istruttivo, è quello che dà il titolo alla breve raccolta. Un giorno il padre dello scrittore premio Nobel va a trovare il figlio e gli consegna una valigetta con tutti i suoi appunti, abbozzi e idee narrative; gli chiede se una volta morto il figlio potrà trarne qualcosa. Da questo episodio nasce la riflessione di Pamuk sulla scrittura, sul ruolo dello scrittore e sul rapporto tra padre e figlio: sullo sfondo Istanbul, con il suo doloroso (ingiustificato) complesso di provincialismo.</p><p>3. <strong>Irène Némirovsky</strong>, <em>Il ballo</em>, Adelphi. La sciabolata crudele che una bambina intelligente e silenziosa infligge alla ricca madre invaghita di mondanità e assetata di successo sociale. Se si inizia a leggere, difficile smettere.</p><p>4. <strong>Patrizia Cavalli</strong>, <em>Patria</em>, Nottetempo edizioni. Una sola lunga poesia sull’Italia. Ho regalato il minuscolo libro a tante persone; riporto un brano che mi ricorda Roma:</p><p><em>Ostile e spersa stranita</em><br /><em>dalle offese dei cortili, </em><br /><em>dalle risorse inesauste dei rumori </em><br /><em>per varietà di timbri e gradazioni, </em><br /><em>braccata dalle puzze che sinistre</em><br /><em>si alzano sempre non si sa mai da dove; </em><br /><em>tentata senza esito di uccidere </em><br /><em>i gabbiani che hanno occupato l’aria </em><br /><em>e le terrazza con urla litigiose </em><br /><em>- aerei condomini davvero troppo umani; </em><br /><em>sbattuta in poche ore da un normanno </em><br /><em>novembre a un greco agosto, sempre più </em><br /><em>dubitando, eccomi qui obbligata </em><br /><em>a pensare alla patria. Che se io l’avessi </em><br /><em>non dovrei più pensarci, sarei nell’agio pigro </em><br /><em>e un po’ distratto di chi si muove </em><br /><em>nella propria casa, sicuro anche al buio</em><br /><em>di scansare, tanto gli è familiare </em><br /><em>ogni più scabro spigolo di muro.. </em></p><p>Un mio amico mi ha regalato per dispetto un libro di <strong>Roberto Bolano</strong>, <em>2666</em>, dal peso di un chilo e cento grammi e di 998 pagine. Un modo generoso per punirmi della mia personalissima e superficiale avversione per gli e-book.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/17/lettura-consigli-di/327457/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>E-book, il futuro sarà snob e discriminante?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/11/323857/323857/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/11/323857/323857/#comments</comments> <pubDate>Sat, 11 Aug 2012 14:16:45 +0000</pubDate> <dc:creator>Margherita Loy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[ebook]]></category> <category><![CDATA[Kindle]]></category> <category><![CDATA[Libri Digitali]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=323857</guid> <description><![CDATA[Leggo con interesse i commenti al post precedente: alcuni li trovo utili e intelligenti, mi fanno riflettere e, seppure è duro ingoiare le critiche (è più facile digerire gli insulti), li considero giusti. Riflettere per me vuol dire anche pormi nuove domande. Se per esempio, un domani, il megafornitore di libri elettronici decidesse che solo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Leggo con interesse i commenti al <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/10/non-cedero-mai-agli-e-book/322494/" target="_blank">post precedente</a>: alcuni li trovo utili e intelligenti, mi fanno riflettere e, seppure è duro ingoiare le critiche (è più facile digerire gli insulti), li considero giusti.</p><p>Riflettere per me vuol dire anche pormi nuove domande. Se per esempio, un domani, il <strong>megafornitore di libri elettronici</strong> decidesse che solo scaricando un certo programma da lui venduto a caro prezzo si possa avere accesso alla<strong> libreria on-line</strong>? O solo comprando un certo <strong>kindle</strong> si possa scaricare un libro illustrato? Domando: non c’è il rischio, dal momento che si dipende da un lettore prodotto da un’industria agguerritissima, di esser costretti ad aggiornare la macchina con una più nuova e più veloce con più memoria e via dicendo? Poi: non si rischia di comprare di più proprio perché<strong> un libro costa meno di un euro</strong>, e se non ci piace, al limite pazienza, abbiamo buttato 99 centesimi?</p><p>Come si può prestare un libro elettronico che ci è piaciuto a una persona che non ha e non può<strong> permettersi un lettore</strong>? Sono moltissime e soprattutto sono persone in Italia per lavorare e non sempre hanno dimestichezza con la tecnologia. Se il futuro sarà solo digitale, sarà snob e discriminante? Solo chi possiede una <strong>carta di credito</strong> potrà scaricare quello che desidera leggere?</p><p>Detto questo, è vero, la giusta misura è nell’esistenza di <strong>entrambe le forme del libro</strong>: quella virtuale ed ecologica e quella cartacea e sensoriale.</p><p>Infine: l’intenzione del <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/10/non-cedero-mai-agli-e-book/322494/" target="_blank">post precedente</a> era quella di dare qualche consiglio sui libri da comprarsi o da portarsi in vacanza; iniziando a scrivere ho pensato che invece di stare in due davanti alla libreria in un futuro sarei dovuta stare sola davanti a uno schermo e la cosa mi ha fatto tristezza.</p><p>Pazienza per i commenti che mi accusano di malafede; qualcuno ha parlato dei <strong>libri usati:</strong> sarà anacronistico farsi un giro tra le bancarelle, ma scovare ogni tanto una vecchia traduzione o un bel libro ormai fuori commercio perché passato di moda, salvarlo dal macero e pagarlo un euro è a mio parere un altro modo per essere al passo con i tempi.  </p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/11/323857/323857/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Non cederò mai all&#8217;e-book</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/10/non-cedero-mai-agli-e-book/322494/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/10/non-cedero-mai-agli-e-book/322494/#comments</comments> <pubDate>Fri, 10 Aug 2012 07:15:23 +0000</pubDate> <dc:creator>Margherita Loy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[e-book]]></category> <category><![CDATA[iPad]]></category> <category><![CDATA[Kindle]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=322494</guid> <description><![CDATA[Ricordo dei tempi antichi, prima degli e-book, dei kindle, degli iPad…. In quei secoli lontani, una persona cara in partenza per le vacanze mi chiese quali libri avrei potuto prestarle; “libri non troppo ingombranti”, aggiunse. Allora, per un libro che doveva viaggiare, bisognava ottimizzare costi e benefici cioè era necessario un buon rapporto peso/qualità. Lo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ricordo dei tempi antichi, prima degli <strong>e-book</strong>, dei<strong> kindle</strong>, degli<strong> iPad</strong>….</p><p>In quei secoli lontani, una persona cara in partenza per le vacanze mi chiese quali libri avrei potuto prestarle; “libri non troppo ingombranti”, aggiunse. Allora, per un libro che doveva viaggiare, bisognava ottimizzare costi e benefici cioè era necessario un buon rapporto peso/qualità.</p><p>Lo condussi davanti alla libreria di casa dove conservavo i volumi di narrativa e cominciai a selezionare le opere secondo <strong>tre parametri</strong>.</p><p>1. <strong>Grandezza massima:</strong> 20X13cm</p><p>2. <strong>Numero massimo di pagine:</strong> 120</p><p>3.<strong> Originalità</strong></p><p>Scartai i piccoli classici, perché immaginavo li avesse letti. Con la gioia che provavo nel riconoscere amati amici tra una folla, scelsi una decina di libri; di quelli oggi ne racconterò sei.</p><p>“<strong>-1. Anna Ruchat, <em>Volo in ombra</em></strong>, quarup. Un pilota nel 1960 precipita con il suo aereo durante un’esercitazione militare, e la sua morte plana nella piccola famiglia composta da una moglie, giovane architetto e Sofia, una bambina che aspetta. Sarà lei a inventare una voce, secca, senza sbavature, per il padre; soprattutto darà voce a quei 53 secondi in cui il propulsore dell’aereo si arresta e comincia, per il giovane uomo, il volo verso l’ombra.</p><p><strong>2. Clarice Lispector</strong>, <strong><em>La passione del corpo</em></strong>, Feltrinelli; tredici asciutti racconti sulla sessualità, l’emozione, la sofferenza. Scritti con una prosa spezzata e semplice che all’orecchio ha il ritmo perfetto di una filastrocca senza rime, trasudano ironia senza essere cannibali. Un assaggio del racconto che dà il titolo alla raccolta: ‘Tutti sapevano che Xavier era bigamo: viveva con due donne. Una per notte. A volte due per notte. L’esclusa rimaneva ad assistere: l’una non era gelosa dell’altra. Beatriz mangiava da far paura: era grassa e bassa, Carmen invece era alta e magra. La notte dopo <em>Ultimo tango a Parigi</em> fu memorabile per tutti e tre. All’alba erano esausti’. Il finale è sorprendentemente crudele.</p><p><strong>3. Giacomo Debenedetti, <em>16 ottobre1943</em></strong>, Sellerio. La cronaca ‘commossa ed esatta’ di quella mattina in cui le SS di Kappler piombarono nel ghetto di Roma per arrestare e spedire nei campi di sterminio gli ebrei romani. Scritto da uno che narratore non è, ma la cui prosa è ‘trasparente come il vetro’, scrive Natalia Ginzburg nella bellissima Nota.</p><p><strong>4. Jean Echenoz, <em>Il mio editore</em>,</strong> Adelphi. ‘Tutto ha inizio un giorno di neve, a Parigi, in rue de Fleurus, il 9 gennaio 1979. Ho scritto un romanzo, è il primo (…) sarebbe bene trovare un editore’. Ed Echenoz l’editore lo trova in Jérome Lindon, presidente delle éditions de Minuit: il racconto autobiografico di questo sodalizio è una storia di amicizia e di etica professionale che fa bene, fortifica e indica un sentiero nella sterpaglia della sciatteria che a volte governa il mercato editoriale.</p><p>E poi, e poi…<strong>5. Inoue Yasushi, </strong><em><strong>Amore</strong>,</em> Adelphi. Che bellezza questi tre racconti dello scrittore giapponese morto nel 1991, ma soprattutto l’ultimo, <em>La morte, l’amore, le onde</em>. E’ la storia di Sugi, che va a suicidarsi dalla scogliera; ma nell’albergo in cui alloggia prima del volo, incontra una ragazza, Nami; le carte in tavola cambiano”-.</p><p>Tradendo il parametro delle pagine consiglio <em>I cinici</em> di Anatolij Mariengof che ne ha 160. Ma come faccio a non segnalare questo guizzo di inventiva? </p><p>Qui si racconta la storia d’amore del poeta <strong>Esenin e Isidora Duncan</strong> nella Russia dal 1918 al 1924; lo scrittore costruisce ‘immagini’ di quella vita e di quei sogni grazie a un linguaggio incandescente di metafore. ‘Il gelo notturno mi si accomodò sulle guance, mi morse le orecchie e mi fece il solletico alle narici come una piuma. Tirai fuori dal secchio dell’immondizia il cappello e ne accarezzai teneramente il bel pelo bianco. Il vento agitò le code del frac del nero uccello, mi arruffò i capelli e ammucchiò le stelle. Le Pleiadi erano come una collina d’oro (…)’. Mariengof fu uno dei fondatori del movimento letterario degli Immaginasti, insieme al poeta Esenin e al poeta Mandel’stam”-.</p><p>“Scusami se sono pedante”, dissi alla mia persona cara, “ma se rimane posto in valigia metti anche le poesie di Mandel’stam, leggi quella che inizia ‘Io amo le abitudini del filo (…)’ e finisce così: ‘tutto già fu e ancora si ripete, ma il riconoscimento è sempre dolce’ ”. Non cederò mai agli e-book.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/10/non-cedero-mai-agli-e-book/322494/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Nabokov, sassi, farmaci</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/01/nabokov-sassi-farmaci/312541/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/01/nabokov-sassi-farmaci/312541/#comments</comments> <pubDate>Wed, 01 Aug 2012 07:35:19 +0000</pubDate> <dc:creator>Margherita Loy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Parlamento]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[Televisione]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=312541</guid> <description><![CDATA[L’altro giorno ero su una spiaggia di sassi: alle spalle avevo una scogliera di pietra rossa e davanti un mare pulito. Seduta sul bagnasciuga, cercavo nell’acqua i sassi più belli. Alcuni chiari e levigati avevano righe nere trasversali, che mi ricordavano i quadri astratti di Afro; altri invece erano della stessa pietra rossa della scogliera...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’altro giorno ero su una spiaggia di sassi: alle spalle avevo una scogliera di pietra rossa e davanti un mare pulito. Seduta sul bagnasciuga, cercavo nell’acqua i sassi più belli. Alcuni chiari e levigati avevano righe nere trasversali, che mi ricordavano i quadri astratti di Afro; altri invece erano della stessa pietra rossa della scogliera e attraversati da venature chiare, sul giallo. L’acqua rendeva i contrasti brillanti, ma sapevo che una volta asciutti alcuni sassi avrebbero perso la loro lucentezza, i colori sarebbe sbiaditi e tornati insignificanti. Con la mente sgombra dei <strong>giorni di vacanza</strong>, in cui le idee e le associazioni si susseguono con facilità, riflettevo: le parole sono come alcuni di questi sassi, appena le vedi ti sembrano scintillare, poi se le lasci decantare, “asciugare”, molte di loro perdono la loro luce e tornano indistinte. I <strong>grandi scrittori e i poeti</strong> sanno scegliere parole che mantengono le loro iniziali promesse, parole che una volta “asciutte” non lasciano delusi ma continuano a suonare nel lettore e a dare un nome alla vita. Scelsi alcuni sassi che mantenevano le loro bellissime architetture di colori e che ora ho messo, come monito, sulla scrivania.</p><p>La capacità di giocare con parole sbiadite, sfruttando la loro momentanea brillantezza è una delle abilità della <strong>cattiva politica e</strong> della <strong>cattiva televisione</strong>. Non importa se dopo un istante le parole perdano consistenza e il tempo dedicato al loro ascolto si trasformi in tempo vuoto; l’essenziale è che, grazie all’enfasi, quei termini abbiano colpito l’auditorio. Mi vengono in mente parole come “<strong>riforme</strong>”, “<strong>concertazione</strong>”, “<strong>ricerca</strong>”, “<strong>competitività</strong>” e altre che mi stanco di pensare. Vorrei un politico che lasciasse “<strong>asciugare le parole</strong>” e scegliesse quelle che rimangono pregnanti perché legate alla possibilità di realizzare un miglioramento.</p><p>Restando nella spiaggia delle parole, in questi giorni una partita di circa 800 milioni di euro si gioca intorno a due termini: “generico” ed “equivalente”. Il termine “generico” è appunto una di quelle parole che sbiadiscono subito ma che lascia sulle dita tracce di catrame; il suo utilizzo nasconde l’intento di spaventare i cittadini e di tutelare gli interessi economici delle grandi case farmaceutiche. “Equivalente” invece mi appare più coerente, parola che anche “asciutta” mantiene una sua luce e un preciso significato.</p><p>Se potessi, costringerei ogni membro del <strong>parlamento alla lettura</strong>, con brani da ripetere a memoria nel momento del giuramento, del sorprendente libro di <strong>Nabokov</strong>, <em>Parla, ricordo</em>, (tradotto magistralmente da Guido Ragni), così da imprimere per sempre nella testa l’alta lezione di aderenza che deve esistere tra parola e vita. Leggete buoni libri, miei cari onorevoli, leggete.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/01/nabokov-sassi-farmaci/312541/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>De Giovanni: portalettere e idraulico, con una matita tra le dita</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/10/de-giovanni-fu-portalettere-e-idraulico-con-una-matita-tra-le-dita/289953/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/10/de-giovanni-fu-portalettere-e-idraulico-con-una-matita-tra-le-dita/289953/#comments</comments> <pubDate>Tue, 10 Jul 2012 16:38:02 +0000</pubDate> <dc:creator>Margherita Loy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Emily Dickinson]]></category> <category><![CDATA[La Spezia]]></category> <category><![CDATA[Rainer Maria Rilke]]></category> <category><![CDATA[Sanremo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=289953</guid> <description><![CDATA[Fu portalettere e idraulico; ma fece anche altri mestieri. Correva sulla collina della Pigna, alle spalle di Sanremo sbrigandosi per tornare a casa, alla pagina bianca che l’aspettava. Aveva la natura sempre negli occhi e un libro di poesia da leggere, soprattutto Emily Dickinson e Rilke. Io non l’ho conosciuto, è morto nel 2002 a...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Fu portalettere e idraulico; ma fece anche altri mestieri. Correva sulla <strong>collina della Pigna</strong>, alle spalle di <strong>Sanremo</strong> sbrigandosi per tornare a casa, alla pagina bianca che l’aspettava. Aveva la natura sempre negli occhi e un libro di poesia da leggere, soprattutto <strong>Emily Dickinson</strong> e <strong>Rilke</strong>. Io non l’ho conosciuto, è morto nel 2002 a 80 anni nella sua casa in collina, lasciando quaderni fitti di poesie, due figli, quattro nipoti e un romanzo autobiografico. Allora allevavo i miei bambini e imparavo a vivere in campagna, tramortita dalla paura di non farcela. Mi venne regalato un suo libro di poesie che ancora porta la dedica che il donatore vi ha apposto, “Niente paura, impara a stupirti”, una data e la firma; il libro ha un bellissimo titolo, <em>Sfiorare le cose. </em> L’editore è Sintesi, casa editrice ormai scomparsa di <strong>La Spezia.</strong></p><p>Il poeta si chiama <strong>Luciano De Giovanni</strong> e fu <strong>Carlo Betocchi</strong> nel 1956 a pubblicare i primi versi del “poeta stagnino”, come lo definì, sulla rivista “Letteratura”; poi vennero gli editori: All’insegna del pesce d’oro e Borla, infine Philobiblon di Ventimiglia che ha pubblicato anche il suo romanzo; testi per lo più introvabili.</p><p>Ho ripreso <em>Sfiorare le cose</em> in questi giorni e me lo sono portato dietro nei miei obbligati e accaldati viaggi, in cui sono stata più volte vittima dei disservizi delle temibili <strong>ferrovie italiane.</strong> L’attesa più lunga, alla stazione di Firenze, dove un treno per casa era stato soppresso (perché? non l’ho mai saputo), è stata illuminata da una piccola scoperta.</p><p>Quando lessi la raccolta, 12 anni fa, seppure non mi aveva aiutato a essere più coraggiosa, mi aveva comunque consolato; avevo apposto una crocetta vicino alle poesie che mi avevano stupito (mai leggere senza una matita tra le dita; anche per questo non rinuncio ai libri cartacei, ma questa è un’altra storia).</p><p>Seduta al bar della stazione, dopo essermi intrattenuta con una signora che mi chiedeva soldi per sostenere <strong>il giornale dei senzatetto</strong> fiorentini, ho riletto con calma le poesie; ho rimesso le crocette alle stesse poesie di allora. Dunque, le domande che mi pongo oggi sono le stesse di 12 anni fa e quindi le risposte del poeta sono rimaste valide? O non c’è stata in me evoluzione nel gusto? Eppure ne ho amati tanti di poeti in questi anni. Domande senza risposta. Comunque qui di seguito trascrivo alcune poesie della raccolta che ora godono di due crocette; quelle di ieri e quelle di oggi; non aggiungo: “con la speranza che qualche editore coraggioso si prenda la briga di fare una nuova edizione di tutto il corpus poetico di Luciano De Giovanni”, perché so benissimo che la poesia non si vende e che l’editoria, grande e piccola, boccheggia seriamente.</p><p>(XX= due crocette a matita)</p><p><strong>XX</strong></p><p>Per noi c’è l’alba,</p><p>c’è il tramonto,</p><p>c’è il fiore nel prato,</p><p>c’è l’essere amato</p><p>c’è la nascita, la morte,</p><p>la vita appena colta,</p><p>la speranza, la pena</p><p>le nuvole, il sereno</p><p>e, qualche volta,</p><p>l’arcobaleno</p><p>&nbsp;</p><p><strong>XX</strong></p><p>Due bambini</p><p>con due cagnolini</p><p>a giocare nel cortile</p><p>della grande casa</p><p>A me ch’ero sul tetto</p><p>a riparare una gronda</p><p>sembravano quattro sassi</p><p>caduti in fondo al pozzo</p><p>&nbsp;</p><p><strong>XX</strong></p><p>Penso</p><p>che il paradiso</p><p>sia ciascuno di noi</p><p>quando dimentica</p><p>il suo nome</p><p>&nbsp;</p><p><strong>XX</strong></p><p>Diranno che fui pessimo operaio</p><p>e un pessimo padre di famiglia,</p><p>un pessimo uomo d’affari</p><p>e un pessimo poeta</p><p>Io me ne starò vergognoso</p><p>nella mia fossa sicura</p><p>e penserò che dopotutto</p><p>ero in un pessimo mondo</p><p>&nbsp;</p><p><strong>XX</strong></p><p>Gli uccelli</p><p>possono volare</p><p>perché sono</p><p>innocenti</p><p>non è questione</p><p>d’ali</p><p>&nbsp;</p><p><strong>XX</strong></p><p>Il miracolo consueto della foglia</p><p>al quale non prestiamo attenzione</p><p>e non ci meraviglia</p><p>in cerca come siamo</p><p>del miracolo</p><p>&nbsp;</p><p><strong>XX</strong></p><p>(…) quando nel riverbero dell’afa</p><p>nel silenzio del pomeriggio d’insetti</p><p>nel sonno d’ombre dei piccoli animali</p><p>nascosti nelle fronde</p><p>si muove certo e solo</p><p>il rombo del tuono quotidiano</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/10/de-giovanni-fu-portalettere-e-idraulico-con-una-matita-tra-le-dita/289953/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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