<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Marco Filoni</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/mfiloni/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Il difensore degli indifendibili</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/05/difensore-degli-indifendibili/195616/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/05/difensore-degli-indifendibili/195616/#comments</comments> <pubDate>Mon, 05 Mar 2012 13:55:40 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Filoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[avvocato]]></category> <category><![CDATA[criminali]]></category> <category><![CDATA[giustizia]]></category> <category><![CDATA[Jacques Vergès]]></category> <category><![CDATA[terrorismo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=195616</guid> <description><![CDATA[«Sento che nulla mi può toccare, che il mio destino ha leccato il mio sudore e veglia su di me; è ciò che io chiamo, non disponendo di altra parola, la grazia. Essa non si giustifica. Essa è lì. E capisco che alcuni mi odino. Ma come! dicono, costui ha fatto la guerra, ha corso...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>«Sento che nulla mi può toccare, che il mio destino ha leccato il mio sudore e veglia su di me; è ciò che io chiamo, non disponendo di altra parola, la <strong>grazia</strong>. Essa non si giustifica. Essa è lì. E capisco che alcuni mi odino. Ma come! dicono, costui ha fatto la guerra, ha corso rischi inauditi, e non gli è successo niente. Nessuna mina l’ha evirato, nessuna granata l’ha sfigurato. Non c’è giustizia. È, questa, una cosa che spiega anche un tratto del mio carattere, che disorienta quanti non mi conoscono. Quando mi si insulta, rido. Quando i falsi amici m’abbandonano, dico: che liberazione! È come se dei nani pisciassero di rabbia sulle mie scarpe, non potendo spaccarmi i denti».</p><p>Lucido, cinico, spietato. Chi ha scritto queste parole è soprattutto un uomo controverso. Forse il più controverso che il Novecento abbia conosciuto. Appartengono a <strong>Jacques Vergès</strong> e sono affidate al suo libro crudo, tremendo, di rara efficacia (una lettura da consigliare a tutti) che l’editore liberilibri ha appena mandato in libreria: <em>Quant’erano belle le mie guerre</em>.</p><p>Ma chi è Vergès? Nato in Thailandia nel 1925 da padre francese e madre vietnamita, diventa<strong> avvocato</strong> a Parigi (con studi di storia e lingue orientali alla Sorbona). Arruolato con De Gaulle durante la seconda guerra mondiale, è durante la guerra d’Algeria che inizia la sua carriera di “avvocato” degli <strong>indifendibili</strong>.</p><p>Assume la difesa dei terroristi (agli occhi della Francia) del Fronte di Liberazione Nazionale. E da lì in poi sarà il protagonista dei processi più famosi e celebri: diventerà l’avvocato di criminali nazisti, di collaborazionisti, fanatici rivoluzionari e crudeli aguzzini, del terrorista <strong>Carlos</strong>, del “macellaio di Lione” Klaus Barbie, del satrapo balcanico Milosevic, dei dittatori africani del Gabon, del Togo, del Ciad, di <strong>Saddam Hussein</strong>. Insomma, Vergès sarà l’irriducibile e destabilizzante difensore di tutti gli impresentabili, di quelli che chiamerà “Già Dannati dal Grande Tribunale d’Occidente”. Il tutto in nome della dignità di ogni essere umano, anche quella del persecutore più infimo, più crudele, di colui che incarna il “male assoluto”, inconcepibile e indicibile.</p><p>In queste pagine Vergès ripercorre il suo lungo itinerario, fra persecutori e vittime, fra giudici e colpevoli, fra una condanna che deve arrivare soltanto quando le colpe possano esser accertate al di là di ogni ragionevole dubbio. Per alcuni Vergès è la coscienza critica e morale del secolo, uno Zola dei tempi moderni, quasi un <strong>eroe romantico</strong>. Per altri un opportunista mosso soltanto da rabbia e vanità, complice dei peggiori assassini, fatuo e <strong>corrotto anti-eroe</strong>.</p><p>Rimane però, al di là del giudizio che si può dare sulla persona e sulla sua storia professionale, la questione che ci pone in queste pagine drammatiche, che mettono l’accento sul ruolo e la figura del “difensore”: «Se egli riesce a far capire quanto di pericoloso c’è nell’uomo, se fa ammettere al giudice e ai giurati che anche in loro esiste tale minaccia, essi non tratteranno il criminale come qualcuno venuto da un altro mondo, come un marziano, come un essere nocivo: lo tratteranno come un loro simile passato agli estremi». Che lo si voglia o meno, è questa una grande lezione ancora non del tutto appresa. Qualsiasi mostro, in fondo, è e resterà sempre <strong>umano</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/05/difensore-degli-indifendibili/195616/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Roma violenta fra mito e realtà</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/17/meglio-criminali-mito-realta-roma-violenta/191969/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/17/meglio-criminali-mito-realta-roma-violenta/191969/#comments</comments> <pubDate>Fri, 17 Feb 2012 15:01:57 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Filoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Agostino Panetta]]></category> <category><![CDATA[banda della Magliana]]></category> <category><![CDATA[criminalità]]></category> <category><![CDATA[Laudovino De Sanctis]]></category> <category><![CDATA[Leonardo Cimino]]></category> <category><![CDATA[Pasolini]]></category> <category><![CDATA[roma]]></category> <category><![CDATA[violenza]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=191969</guid> <description><![CDATA[«Ascolta Roma, sono io: Puzzilli Tomasso che te parla! A’ città eterna, sei finita! Adesso er pane te lo compri dove te pare, però te lo devi scavà coll&#8217;unghia dentro à sta città de zozzi e de assassini». Così Tomasso, in piedi sul piedistallo dell’obelisco di piazza San Giovanni. È uno dei “californiani”, «er terore...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>«Ascolta Roma, sono io: Puzzilli Tomasso che te parla! A’ città eterna, sei finita! Adesso er pane te lo compri dove te pare, però te lo devi scavà coll&#8217;unghia dentro à sta città de zozzi e de assassini». Così Tomasso, in piedi sul piedistallo dell’obelisco di piazza San Giovanni. È uno dei “californiani”, «er terore de Pietralata», quei ragazzi che dalla periferia arrivano in centro «a rimedià a’ grana», truffare, prostituirsi e commettere reati. Ce li raccontava <strong>Pasolini</strong> nel suo <em>Una vita violenta</em>, pubblicato nel 1959. Ma quella criminalità, oggi, non c’è più. Quelli di Pasolini erano ragazzi di borgata, spinti dalla fame e dalla miseria: nessuna vocazione per la violenza e il crimine.</p><p>Dai quei tempi a oggi molto è passato sotto e sopra i ponti di Roma. Eppure il risultato non cambia: a legger le cronache, la<strong> violenza</strong> e il <strong>crimine</strong> non sono diminuiti. Anzi. Sono però diversi i protagonisti: non più Tomasso e borgatari, ma colletti bianchi della mala autoctona e mafie varie d’importazione, africani e romeni, poliziotti corrotti, transessuali e ragazzotti della Roma bene annoiati e in cerca dell’adrenalina d’una sera.</p><p>Un catalogo di varia umanità che spesso ha dato vita ai peggiori stereotipi. E ai migliori racconti. Fra gli uni e gli altri, in mezzo, le storie di banditi e fuorilegge che hanno fatto della città eterna lo scenario delle loro scorribande. Da <strong>Leonardo Cimino,</strong> il primo che nel 1967 con una certa nonchalance seppe armonicamente dar vita al connubio rapina-omicido: ti derubo e ti uccido; poi negli anni Settanta fu la volta dei<strong> marsigliesi</strong>, sbarcati a Roma come nelle più degne sceneggiature, che diedero avvio ai sequestri nella capitale (famoso quello, nel ’75, del gioielliere Gianni Bulgari); poi venne la <strong>banda della Magliana</strong>, capace di generare una retorica criminale e ottime ricostruzioni letterarie, come quella di Giancarlo de Cataldo nel fortunato libro <em>Romanzo criminale </em>(Einaudi) ripresa dagli omonimi film e serie televisiva.</p><p>Ma non solo: c’era Laudovino De Sanctis, detto <strong>Lallo lo zoppo</strong>, famoso esponente della mala che negli anni Settanta organizzò diversi sequestri ed entrò di diritto negli annali carcerari per le sue strepitose e rocambolesche evasioni; o Agostino Panetta, a capo della “<strong>Banda dell’arancia meccanica</strong>”, omaggio alla violenza a suon di Beethoven di Kubrick, che agli inizi degli anni Ottanta portò a termine più di settecento rapine. E poi<strong> Johnny lo Zingaro</strong>, che nel 1987 tenne per 24 ore in scacco le forze dell’ordine e la città in una fuga disseminata di rapine, sequestri e omicidi, o anche Luciano Liboni, la cui fuga finì nel sangue.</p><p>Tutte storie accadute, tanto vere quanto al limite della credibilità – tutte raccontate nel bel volume di<strong> Yari Selvetella</strong>, <em>Banditi, criminali e fuorilegge di Roma </em>(Newton Compton). Da leggere insieme a un altro volume dell’autore, scritto con Cristiano Armati, <em>Roma Criminale </em>(sempre Newton Compton), che è una sorta di enciclopedia delle gesta e delle vite dei malviventi sotto il Cupolone.</p><p>Del resto Roma nasce con la violenza, il suo atto fondativo è un crimine, il peggiore di tutti: l’omicidio di Remo da parte del gemello Romolo. Mito o realtà poco importa, perché fra i sette colli il crimine se l’è sempre passata piuttosto bene. Notoriamente città di papi e di delinquenti, con in mezzo la politica (non sempre in mezzo). Qui il crimine ha qualcosa di <strong>sacro</strong>, come se la città papalina diffondesse solennità anche alle peggiori azioni (è il paradosso dei sacrifici rituali delle società primitive: si uccide la vittima perché è sacra oppure è sacra perché la si uccide?). Il delinquente è popolare, se non altro perché i suoi crimini eclatanti fanno sempre parlare e hanno prodotto film, romanzi, spettacoli teatrali, entrando così in un immaginario collettivo. Che poi il malvivente romano assomigli a <strong>Er Monnezza</strong> – il personaggio interpretato da Tomas Millian, turpe, coatto, un “trucido” pronto a ingannare e “fottere”, salvo poi avere un’etica e salvare bambini morenti o collaborare con la polizia là dove giusto e doveroso – sia soltanto un’altra delle tante raffigurazioni mitiche della criminalità romana, poco importa.</p><p>Oggi a Roma si è tornato a sparare per strada: <strong>s’ammazza</strong> e si <strong>gambizza</strong>, senza troppi convenevoli. Altro che etica criminale. Non è più la mala di fine Ottocento che cantava “<em>Fiore di lino / Nun me fà caccià fori er temperino / Sinnò te metto le budelle in mano</em>”. Quella del temperino era l’epopea criminale della sfida a duello cavalleresca, con regole (va detto, spesso disattese) e, se si vuole, una morale. Oggi si spara, e basta. Ma la Roma criminale non è solo questa. C’è anche quella raccontata da <strong>Carmina Fotia</strong>, con abile realismo, nel romanzo distopico<em> Italianera</em> (Fuori Onda Edizioni): un futuro prossimo, 2013, una capitale in pieno disfacimento, un potere che corrompe e brama e ammorba con trame perverse. Qui il crimine non è più popolare, non ci sono morti ammazzati e violenza gratuita per le strade: piuttosto è chi governa a esser un delinquente. E la fantasia rischia di assomigliare sempre più alla realtà.</p><p>In definitiva aveva ragione, ancora, Pasolini. Poche ore prima di esser ucciso rilasciò un’intervista a<strong> Furio Colombo</strong>, dal titolo (deciso dallo stesso scrittore) <em>Siamo tutti in pericolo</em>. Ecco cosa diceva, nel ’75, l’intellettuale: «Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte».</p><p>Son passati quasi quarant’anni e a Roma quelle <strong>pecore</strong>, che sparano o che governano, le vediamo ancora.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/17/meglio-criminali-mito-realta-roma-violenta/191969/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Disimpara l&#8217;arte per capire l&#8217;arte</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/06/disimpara-larte-capire-larte/189301/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/06/disimpara-larte-capire-larte/189301/#comments</comments> <pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:28:22 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Filoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[arte]]></category> <category><![CDATA[didattica]]></category> <category><![CDATA[michelangelo]]></category> <category><![CDATA[Piero Manzoni]]></category> <category><![CDATA[Serena Giordano]]></category> <category><![CDATA[storia dell'arte]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=189301</guid> <description><![CDATA[Prendiamo un gruppo di studenti universitari del primo anno a un corso di arte. Domandiamo loro se la Cappella Sistina è bella. Domanda retorica, certo, però è interessante chiedere, subito dopo la loro risposta affermativa, il “perché” è bella. E magari dopo aver ascoltato le motivazioni, si può legger qualche riga, senza svelare l’identità dell’autore,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Prendiamo un gruppo di studenti universitari del primo anno a un corso di <strong>arte</strong>. Domandiamo loro se la Cappella Sistina è bella. Domanda retorica, certo, però è interessante chiedere, subito dopo la loro risposta affermativa, il “perché” è bella. E magari dopo aver ascoltato le motivazioni, si può legger qualche riga, senza svelare l’identità dell’autore, dal quale emerge un’insoddisfazione e un giudizio non troppo lusinghiero su quel lavoro. Soltanto dopo si dirà a quegli studenti che è proprio <strong>Michelangelo</strong> ad aver giudicato la sua opera con amarezza.</p><p>Questa sorta di esperimento è l’incipit di uno dei migliori libri usciti di recente sull’arte. Lo ha scritto <strong>Serena Giordano</strong>, provocatorio e intelligente sin dal titolo: <em>Disimparare l’arte. Manuale di antididattica</em> (il Mulino). E va raccomandato a tutti quelli che, in vario modo, dai curatori ai docenti agli artisti stessi, hanno a che fare con quel mondo. Giordano, che insegna all’Accademia di Belle Arti di Genova, ha potuto sperimentare con i propri studenti una serie di domande affatto banali.</p><p>L’esempio della Sistina è esemplare: perché la sua bellezza è indiscutibile? Perché di fronte a due opere d’arte, come la Gioconda di Leonardo e la <em>Merda</em> <em>d’artista</em> di <strong>Piero Manzoni</strong>, gli studenti sono propensi a considerare un capolavoro solo la prima perché frutto di una tecnica? Eppure la <em>Merda</em> <em>d’artista</em>, ricorda Giordano, è esposta alla Tate di Londra e in altri musei di prim’ordine, valutata a cifre impensabili, oggetto di desiderio di non pochi collezionisti. Insomma, Giordano ci ricorda che tanto la Gioconda quanto la provocazione di Manzoni «si sono guadagnati lo status di opera d’arte in base a riconoscimenti sociali e non estetici e che quelli sociali, a differenza dei secondi, sono determinanti».</p><p>Lo stesso vale per il nostro patrimonio artistico: là dove c’è il bollino di “bene culturale”, come nel caso dell’Altare della Patria a Roma, allora è automaticamente bello, va tutelato e conservato. Eppure questa<strong> indiscutibilità</strong>, questa magnificente espressione artistica, rischia di generare un paradosso: proprio perché indiscussa quest’opera può, e spesso succede nello sguardo delle giovani generazioni, diventare invisibile.</p><p>E allora converrà riflettere su quanto diceva <strong>Andy Warhol</strong>: «La cosa più bella di Firenze è il McDonald’s». Ci si può indignare, si potrà dire che è una frase tagliente e, ad arte, irritante. Oppure la si può usare come uno spunto, come viene fatto in questo libro, per liberarsi da una serie di paradigmi. I quali, va detto, sono vivi, verificati, di sicuro utili. Eppure nessuno li mette mai in discussione. Che succede se per un momento proviamo ad astrarci da queste regole universali della storia dell’arte e facciamo un ragionamento differente? C’è forse chi giudicherà irrituale, perciò illegittima, tale messa in discussione. Ma la didattica dell’arte e del nostro straordinario patrimonio può giovarsi di questo approccio.</p><p>In un paese dove sempre minore è l’interesse per la cultura artistica (per non dire dei tagli o dello stato precario in cui versano i nostri monumenti, da <strong>Pompei</strong> al <strong>Colosseo</strong>), riuscire ad appassionare i giovani, interessarli, coinvolgerli, è comunque un’operazione interessante. E se per farlo, fra altre opzioni, è utile mettere a confronto una tela del Tintoretto con una striscia di Superman o di Spiderman, nessuno indignato stupore. Sarà soltanto, come ci insegnano con intelligenza queste pagine, un modo per «far uscire dalla scuola la storia dell’arte e collegarla con gli infiniti spunti che ci circondano»</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/06/disimpara-larte-capire-larte/189301/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La miglior rivista del mondo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/10/miglior-rivista-mondo/182723/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/10/miglior-rivista-mondo/182723/#comments</comments> <pubDate>Tue, 10 Jan 2012 12:41:10 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Filoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[autorevolezza]]></category> <category><![CDATA[L'indice dei Libri del mese]]></category> <category><![CDATA[riviste accademiche]]></category> <category><![CDATA[università]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=182723</guid> <description><![CDATA[Spesso capita di sentire questo discorso: noi in Italia non abbiamo mica riviste culturali come il Times Literary Supplement o la New York Review of Books! Vero solo in parte. Uguali no, ma simili – per competenza, autorevolezza e apertura al mondo della cultura – sicuramente sì. Basterà sfogliare L’Indice dei Libri del mese, un...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Spesso capita di sentire questo discorso: noi in Italia non abbiamo mica <strong>riviste culturali </strong>come il <em>Times Literary Supplement </em>o la <em>New York Review of Books</em>! Vero solo in parte. Uguali no, ma simili – per competenza, autorevolezza e apertura al mondo della cultura – sicuramente sì. Basterà sfogliare <em>L’Indice dei Libri del mese</em>, un glorioso <a href="http://www.lindiceonline.com/" target="_blank">mensile</a> che merita di esser letto e, in questo momento, supportato – sta vivendo una difficile fase della sua esistenza.</p><p>La rivista si è dotata anche di un <a href="http://lindiceonline.blogspot.com/" target="_blank">blog</a>, dove fra molte cose interessanti si può leggere un recente <a href="http://lindiceonline.blogspot.com/2012/01/la-migliore-rivista-accademica-del.html" target="_blank">articolo</a> di <strong>Mario Cedrini</strong> che ci informa dell’esistenza della “migliore rivista accademica del mondo”. Nelle università (quelle anglosassoni almeno, non certo qui da noi) vige il principio della <strong>pubblicazione</strong>. Più si pubblica, meglio si pubblica (nel senso dell’importanza della rivista dove appare il saggio o l’articolo), più si fa carriera e si è “importanti” – cioè benpagati e ricercati dalle università prestigiose.</p><p>Così le riviste sono dotate di un sistema di valutazione che attribuisce loro più o meno autorevolezza. C’è anche un software (già dal nome la dice lunga: <strong><em>Publish or Perish</em></strong>) che analizza la produttività degli studiosi in base al numero di pubblicazioni, all’importanza delle riviste che li pubblicano e il numero di citazioni ottenute. Ma come si fa a valutare la rilevanza di un periodico?</p><p>È piuttosto semplice: gli studiosi mandano i loro contributi alla rivista, questa (attraverso il suo comitato editoriale e scientifico) decide quali pubblicare. Ora, più sono questi <strong>rifiuti </strong>e più la rivista conta. Quelli che vengono chiamati <em>top journals</em> sono le riviste con le più alte percentuali di rifiuto rispetto ai contributi che vengono loro sottoposti. Ed è così che a un gruppo di geniali accademici, tutti titolati e blasonati, viene un’idea: creiamo una rivista che è il top del top, una rivista con gli indici di <strong>autorevolezza </strong>più alti del mondo.</p><p>Ed è così che nasce il <a href="http://www.universalrejection.org/" target="_blank"><em>Journal of Universal Rejection</em></a>. Ed è senza dubbio la migliore, visto che <strong>rifiuta tutto</strong>! Semplice, no? Qualsiasi contributo non è accettato. Un paradosso? Uno scherzo di accademici burloni? Non solo. La rivista esiste ma non c’è. Ha un sito e un blog che si chiama, adorabilmente, “<a href="http://reprobatiocerta.blogspot.com/" target="_blank">Reprobatio certa</a>”.</p><p>Qui vi sono enunciati i principi ispiratori. Tanto per cominciare si possono mandare <em>papers </em>di qualsiasi disciplina, saranno rifiutati indipendentemente dalla loro <strong>qualità</strong>. Poi ci sono degli indubbi vantaggi: avete presente l’ansia dell’attesa quando inviate un saggio? Beh, qui non serve, tanto si sa già quale sarà il responso. Fra l’altro arriva presto: altro che aspettare settimane, per il “no” bastano poche ore. Volete mettere poi la comodità di non dover mandare pagine e pagine: a che serve? Ne bastano un paio, giusto così. E nemmeno la perdita di tempo a formattare gli articoli: qui si possono mandare come uno vuole, tanto, scrivono quelli della rivista, “francamente, ce ne freghiamo”.</p><p>Va da sé che il sito consta di una sola pagina, vista la mancanza di materiale, e che l’archivio della rivista è <strong>vuoto</strong> – ma se volete vi danno la possibilità di comprare ugualmente un abbonamento annuale ai numeri, vuoti! Le parti più esilaranti sono sul blog, dove vengono pubblicate col consenso dell’autore le lettere di rifiuto. Si ride molto, ma la <strong>bizzarra iniziativa</strong> serve anche a comprendere quei meccanismi, non sempre lineari, dell’accademia e delle sue riviste. E poi ormai inviar loro un articolo è diventato un motivo di grande orgoglio: volete mettere esser rifiutati dalla migliore rivista del mondo?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/10/miglior-rivista-mondo/182723/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Nietzsche scippato dalla sinistra</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/05/nietzsche-scippato-dalla-sinistra-2/181718/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/05/nietzsche-scippato-dalla-sinistra-2/181718/#comments</comments> <pubDate>Thu, 05 Jan 2012 08:33:37 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Filoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[destra]]></category> <category><![CDATA[Filosofia]]></category> <category><![CDATA[Friedrich Nietzsche]]></category> <category><![CDATA[gianni vattimo]]></category> <category><![CDATA[nazismo]]></category> <category><![CDATA[sinistra]]></category> <category><![CDATA[terrorismo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=181718</guid> <description><![CDATA[Era il 1977. Le tensioni sociali e la contestazione studentesca dominavano le cronache italiane. A febbraio Luciano Lama veniva cacciato dalla Sapienza e sulle mura di quella stessa università compariva la scritta: «Il deserto cresce, guai a chi nasconde deserti dentro di sé». Era uno degli slogan in voga. Ed era, soprattutto, una frase dello...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Era il 1977. Le tensioni sociali e la contestazione studentesca dominavano le cronache italiane. A febbraio <strong>Luciano Lama</strong> veniva cacciato dalla Sapienza e sulle mura di quella stessa università compariva la scritta: «Il deserto cresce, guai a chi nasconde deserti dentro di sé». Era uno degli slogan in voga. Ed era, soprattutto, una frase dello <em>Zarathustra</em> di <strong>Nietzsche</strong>.</p><p>Dopo qualche mese, nell’estate dello stesso anno, il «Corriere della Sera» riportava la notizia di un convegno nietzscheano a Cefalù nel quale, con molto stupore, si sottolineava «il nuovo interesse di intellettuali antifascisti e democratici di sinistra per l’autore “innominabile” dello <em>Zarathustra</em>». E in quegli stessi giorni <strong>Giorgio Almirante</strong>, leader dell’Msi, in un comizio esclamava malinconicamente: «adesso ci vogliono scippare anche Nietzsche!». Non era certo un caso.</p><p>Nietzsche è stato il filosofo più controverso, dibattuto e tirato per la giacca d’un intero secolo. È una storia lunga e complicata: dalla “<strong>nazificazione</strong>” del suo pensiero alla depoliticizzazione, in nome di un ritorno all’ambito della storia della filosofia; infine l’uso che le varie stagioni politiche ne hanno fatto. Nietzsche, suo malgrado, è stata un’etichetta prestigiosa (o no, a seconda dei punti di vista) sotto cui iscrivere visioni del mondo e filosofie della storia.</p><p>Da noi, in Italia, queste <em>utilizzazioni </em>del pensatore tedesco hanno assunto colorature e contorni sino in fondo mai studiati. Lo fa oggi <strong>Stefano Azzarà</strong> nel suo <em>Un Nietzsche italiano</em> (manifestolibri): il libro ricostruisce la fortuna che ha avuto l’immagine del filosofo tedesco alla luce delle interpretazioni che ne ha dato <strong>Gianni Vattimo</strong>. Ne emerge un quadro interessante sotto più punti di vista. Anzitutto come un pensatore considerato reazionario e conservatore diventi, in breve tempo, icona di molti intellettuali dell’estrema sinistra. E poi perché questo slittamento che porta Nietzsche in un «graduale ma pieno assorbimento nel pantheon culturale della sinistra», avviene in un concatenamento di fatti politici.</p><p>Quindi non si tratta soltanto di storia delle idee: qui siamo di fronte alla realtà conflittuale degli anni Sessanta e Settanta, alla <strong>violenza</strong>, al terrorismo. E l’impatto di tutto ciò sui ceti intellettuali. In quegli anni la società non appare abbastanza rivoluzionaria, e Nietzsche viene assunto, scrive Azzarà, a modello teorico per «l’estrema radicalizzazione della critica alla democrazia capitalista»: più critico, più spietato, più rivoluzionario.</p><p>Era colui a partire dal quale si poteva mettere in discussione il falso illuminismo delle società occidentali e, allo stesso tempo, rispondeva agli afflati anticomunisti della sinistra extraparlamentare perché dava voce al dissenso nei confronti del «socialismo sovietico e del suo “volto burocratico e autoritario”». Per questo fu eletto a «nonno della <strong>contestazione</strong> studentesca». Ad Azzarà riesce perciò non soltanto la ricostruzione, rigorosa, del percorso teorico di Vattimo. Attraverso questo percorso disegnare anche una mappa sociale e politica di quegli anni, con tutte le insidie e gli incidenti che hanno caratterizzato non soltanto il filosofo torinese, ma un’intera generazione d’intellettuali legati alla sinistra.</p><p>E pone tutta una serie di interrogativi non sempre risolti: dall’incidenza del terrorismo – c’è una frase di Vattimo nella quale il filosofo proclamava che «la critica delle armi deve realizzare ciò che da sole non possono fare le armi della critica» (che però altri non è che il giovane <strong>Marx</strong>) – al loro “riflusso” neoliberale in anni più recenti. Ha ragione l’autore quando scrive che Nietzsche ha giocato un ruolo decisivo nella nostra società «che non è possibile rimuovere con una semplice demonizzazione o con un’alzata di spalle». E nemmeno, si può aggiungere, quella stagione può esser liquidata o assolta senza fare i conti con tutti i suoi contesti, teorici e non. Un’alzata di spalle non vi seppellirà.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/05/nietzsche-scippato-dalla-sinistra-2/181718/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La psicoanalisi è sotto scacco?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/28/psicoanalisi-sotto-scacco/180318/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/28/psicoanalisi-sotto-scacco/180318/#comments</comments> <pubDate>Wed, 28 Dec 2011 10:07:18 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Filoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Jacques Lacan]]></category> <category><![CDATA[psicoanalisi]]></category> <category><![CDATA[Sigmund Freud]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=180318</guid> <description><![CDATA[Freud è morto e la psicoanalisi non si sente troppo bene. Le critiche, spesso veementi, sul buon vecchio Sigmund non sono certo nuove. Ma da un po’ di tempo è la psicoanalisi stessa a esser sul banco degli imputati. L’accusa: dogmatismo, inefficacia clinica e totale chiusura alla discussione sulle pratiche e i risultati. Ultimo atto...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Freud è morto e la psicoanalisi non si sente troppo bene. Le critiche, spesso veementi, sul buon vecchio Sigmund non sono certo nuove. Ma da un po’ di tempo è la psicoanalisi stessa a esser sul banco degli imputati. L’accusa: <strong>dogmatismo</strong>, inefficacia clinica e totale<strong> chiusura</strong> alla discussione sulle pratiche e i risultati.</p><p>Ultimo atto di questo lungo processo viene dagli Stati Uniti, in seguito all’apertura dell’archivio freudiano depositato alla Library of Congress di Washington dalla figlia Anna. Dallo studio di queste carte, molte delle quali inedite, gli studiosi<strong> Mikkel Borch-Jacobsen</strong> (già autore di una controversa biografia di Lacan, da noi presso Einaudi) e<strong> Sonu Shamdasani</strong> hanno dato alle stampe il libro <em>The Freud Files. An Inquiry into the History of Psychoanalysis</em> (Cambridge University Press). Qui cercano di dipanare la complessa storia della psicoanalisi con una missione piuttosto chiara. «Dobbiamo affrettarci a studiare la psicoanalisi finché possiamo – scrivono – perché presto non saremo più capaci di capire le sue caratteristiche e per una buona ragione: la psicoanalisi non è mai esistita». <em></em></p><p><em>Chapeau</em>! In altre parole, senza <strong>Freud</strong> e la sua leggenda, l’identità e la radicale differenza della psicoanalisi da altre forme di psicoterapia scompiono. Gli adepti del culto freudiano avrebbero negli anni riscritto la loro storia rendendola “leggendaria”. Ma la leggenda sta collassando: la psicoanalisi non è riuscita a costruirsi come scienza capace di avere un suo ruolo importante nella società contemporanea – cosa che invece avrebbero fatto altre scienze psicologiche e psicoterapiche. Giusta o sbagliata la diagnosi, ci si aspetterebbe un <strong>dibattito</strong>.</p><p>Ma così non è. Gli psicanalisti si trincerano dentro un fortino che, agli occhi di molti, sa di ortodossia. E non si pensi che sia soltanto un affare americano: di qua dell’oceano non va certo meglio. Risse, insulti, accuse e colpi bassi. Prima con l’uscita del <em>Libro nero della psicoanalisi </em>e del conseguente <em>Anti-libro nero</em>. Poi con <strong>Michel Onfray </strong>che ha scritto <em>Crepuscolo di un idolo. Smantellare le favole freudiane</em> (Ponte alle Grazie)<em>,</em> al quale ha risposto <strong>Elisabeth Roudinesco</strong>, decano degli studi psicanalitici francesi, con il suo <em>Perché tanto odio? L’affabulazione di Onfray</em> (in francese da Seuil). E tra un’affabulazione e un’altra, se le danno di santa ragione.</p><p>Per Onfray «la signora Roudinesco è come la vedova d’un grande scrittore che s’impiccia di tutto, senza l’avallo della quale nulla di valido può esser pronunciato su Freud». E, aggiunge, la psicoanalisi è soltanto un <strong>business</strong> che i suoi iniziati difendono come si difende una religione. Per la Roudinesco, invece, Onfray è solo un <strong>antisemita </strong>che fa di Freud un “tiranno” perverso che abusava sessualmente della cognata e dominava tutte le donne della sua famiglia, «omofobo, <strong>fallocrate</strong>, falso e avido di denaro, ammiratore di Mussolini e complice del regime hitleriano per la sua teorizzazione della pulsione di morte». Onfray perciò sarebbe soltanto un «Dio solare, edonista e masturbatore».</p><p>A ben vedere, sembrano <strong>schermaglie da cortile</strong> assunte a dibattito. Forse qualcosa di buono c’è: ovvero che Freud è e resterà un <strong>classico</strong>, e magari qualcuno spinto dal clamore si prenderà la briga di leggerlo. E magari sarà anche la volta buona per farsi qualche domanda, anche da noi in Italia – aprendo, perché no, un dibattito. Si può criticare la psicanalisi? Si può discutere e fare un bilancio, magari cercando di comprendere apporti e deficit di questa disciplina? Cosa resta di Freud e di <strong>Lacan</strong>? Si attendono risposte.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/28/psicoanalisi-sotto-scacco/180318/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Hannah e il carnefice</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/23/hannah-carnefice/179618/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/23/hannah-carnefice/179618/#comments</comments> <pubDate>Fri, 23 Dec 2011 09:46:35 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Filoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[antisemitismo]]></category> <category><![CDATA[Filosofia]]></category> <category><![CDATA[Gerusalemme]]></category> <category><![CDATA[Hannah Arendt]]></category> <category><![CDATA[Israele]]></category> <category><![CDATA[nazionalsocialismo]]></category> <category><![CDATA[pensiero ebraico]]></category> <category><![CDATA[Processo Eichmann]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=179618</guid> <description><![CDATA[Chissà cosa avesse in mente Hannah Arendt quando, in una delle sue ultime lettere, scriveva al suo maestro e amante di gioventù Martin Heidegger un accenno sul “carattere d’attacco della filosofia”. Lei di attacchi ne subì parecchi. Non solo in vita: tutt’oggi è da molti considerata un personaggio controverso. E c’è da giurare che le...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Chissà cosa avesse in mente <strong>Hannah Arendt</strong> quando, in una delle sue ultime lettere, scriveva al suo maestro e amante di gioventù<strong> Martin Heidegger</strong> un accenno sul “carattere d’attacco della filosofia”. Lei di attacchi ne subì parecchi. Non solo in vita: tutt’oggi è da molti considerata un personaggio <strong>controverso</strong>.</p><p>E c’è da giurare che le polemiche sul suo conto sono destinate a rinvigorirsi nei prossimi mesi. L’occasione è del tutto “virtuale”, ovvero il ritorno di Hannah Arendt a<strong> </strong>Gerusalemme cinquant’anni dopo il processo Eichmann. La regista tedesca<strong> Margarethe von Trotta</strong> ha iniziato le riprese di un film, semplicemente intitolato <em>Hannah Arendt</em>, su quel processo. Era il 1961: decine di cronisti provenienti da tutto il mondo si trovavano nella sala stampa del Beit Ha’am di Gerusalemme, per seguire il processo al criminale di guerra nazista <strong>Adolf Eichmann</strong>.</p><p>Fra questi anche la Arendt, inviata per il <em>New Yorker</em>. I reportages, poi raccolti nel suo libro più famoso apparso con il titolo <em><strong>La banalità del male</strong>. Eichmann a Gerusalemme</em>, furono molto criticati e discussi. Qui la filosofa scriveva una serie di considerazioni per nulla scontate: grossolanamente, sosteneva che l’antisemitismo non era sufficiente a spiegare la Shoah, che piuttosto poteva esser inscritta in un fenomeno di comportamenti complessi fatti di azioni banali, perpetrate in maniera non consapevole e trascinate dalla massa. Non solo: criticò anche il tribunale, perché influenzato dall’idea sionista allo scopo di rafforzare il militarismo israeliano e a scapito di un giusto processo. Considerazioni che la portarono a esser invisa in <strong>Israele</strong> – basti dire che l’edizione del volume in ebraico ha visto la luce soltanto nel 2000, quasi quarant’anni dopo la pubblicazione originale.</p><p>Non solo: anche negli ultimi anni una violenta controversia l’ha vista protagonista nel mondo anglosassone. La miccia, due anni fa, un lungo articolo dello storico <strong>Bernard Wasserstein</strong>, docente in quella Chicago che è stata la palestra americana delle menti filosofiche dove la stessa Arendt insegnò. Esperto di storia ebraica e israeliana, Wasserstein ha affidato al <em>Times Literary Suplement</em> un atto d’accusa senza pari, sin dal titolo: <em>Incolpare le vittime. Hannah Arendt fra i nazisti: la storica e le sue fonti</em>. In breve, lo storico dice: la Arendt non merita l’adulazione postuma di cui è oggetto; la sua opera non resiste alla prova del tempo; il suo complesso rapporto con il popolo ebraico trasparirebbe da un dubbio uso delle fonti antisemite e naziste.</p><p>In breve, fustiga quella che chiama la “<strong>perversità</strong>” della sua visione del mondo, cioè l’insistenza con la quale parlava della “corresponsabilità” degli ebrei nell’antisemitismo, e la interpreta come una sovraesposizione alla letteratura nazionalsocialista. Ben altro rispetto a quanto gli rimproverava <strong>Gershom Scholem</strong>, che lamentava – l’espressione è diventata celebre – la mancanza di <em>ahavat Yisrael</em>, “amore del popolo ebraico”. Certo, la Arendt non era stata tenera nei giudizi: scrisse che i “consigli ebraici” (<em>Judenräte</em>) creati dai nazisti nel’Europa occupata erano popolati da “pusillanimi della politica genocidaria”.</p><p>E sulle persone la sua invettiva non era da meno: il filosofo <strong>Adorno</strong>, “uno degli esseri umani più ripugnanti che conosca”, Moses Mendelssohn un “filosofo opportunista senza alcuna importanza nel giudaismo”, Alfred <strong>Dreyfus</strong> “un <em>parvenu</em> parecchio idiota” e Gideon Hausner, il procuratore generale del processo Eichmann, “un tipico ebreo galiziano, molto antipatico”. Insomma, con il film la <strong>polemica</strong> è assicurata. Ma resta una questione storica. Hannah Arendt riconosceva di non scrivere <em>sine ira ac studio</em>, poiché l’oggettività non poteva esser usata trattando un tema quale la morte. Ma la sua combinazione personale di <em>ira </em>e<em> studio</em> ha dato risultati migliori?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/23/hannah-carnefice/179618/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il vile Senatore Segreto</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/12/senatore-segreto-clandestino-palazzo-madama/176973/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/12/senatore-segreto-clandestino-palazzo-madama/176973/#comments</comments> <pubDate>Mon, 12 Dec 2011 12:25:57 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Filoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[corruzione]]></category> <category><![CDATA[leonardo sciascia]]></category> <category><![CDATA[maggioranza]]></category> <category><![CDATA[palazzo Madama]]></category> <category><![CDATA[Paolo Volponi]]></category> <category><![CDATA[senato]]></category> <category><![CDATA[Senatore Segreto]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=176973</guid> <description><![CDATA[Ci sono luoghi che hanno un afflato particolare. Questi luoghi si caratterizzano e hanno uno “spirito” per ciò che rappresentano e per chi li abita. Il genius loci, che tanto piace a letterati e filosofi d’ogni tempo. Ma se dovessimo cercare questo spirito nelle aule del potere? Il Senato, per esempio: qual è il significato...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono luoghi che hanno un afflato particolare. Questi luoghi si caratterizzano e hanno uno “spirito” per ciò che rappresentano e per chi li abita. Il <em>genius loci</em>, che tanto piace a letterati e filosofi d’ogni tempo. Ma se dovessimo cercare questo spirito nelle aule del potere? Il <strong>Senato</strong>, per esempio: qual è il significato di questo luogo delle istituzioni che dovrebbe rappresentare al suo massimo splendore il senso civico del nostro paese?</p><p>Beh, a dire il vero, la cronaca ci riserva una realtà che si associa meglio a una<strong> locanda malfamata</strong>, fumosa, piena di avventori impegnati a mangiare fette di mortadella all’aria, discorsi in lingue improbabili dove i congiuntivi sono belve rare e fantastiche, insulti e zuffe da bar sport… Eppure fra quelle mura vi hanno dimorato il fior fiore di uomini e donne delle istituzioni, politici avveduti e lungimiranti, <strong>costituenti</strong> e padri della patria, intellettuali di grande pregio.</p><p>Fra questi ultimi, in molti si lamentarono dell’inutilità del loro incarico, della mancanza di un’azione sociale, politica e culturale concreta. Come <strong>Leonardo Sciascia</strong>, che fu senatore, disse che il nostro paese «è il più governabile che esista al mondo: le sue capacità di adattamento e di assuefazione, di pazienza e persino di rassegnazione sono inesauribili». Aggiungendo che chi davvero è ingovernabile sono gli uomini che dovrebbero reggere il governo, «ingovernabili e ingovernati non dico soltanto nel senso dell’efficienza; intendo soprattutto nel senso di un’idea del governare, di una vita morale del governare». Era il 1979: più di trent’anni e non sentirli…</p><p>Un altro grande intellettuale italiano che ha vissuto fra le mura di Palazzo Madama è stato <strong>Paolo Volponi</strong>. Dirigente nell’azienda di quel rarissimo esemplare di umanità e utopia che fu <strong>Adriano Olivetti</strong>, scrittore fra i più rilevanti del Novecento, Volponi fu eletto al Senato nel 1983 con il Pci. E a lui, sì, riuscì finalmente di trovare e scorgere il <em>genius loci</em> di Palazzo Madama. Durante la sua permanenza in Senato colse il senso di quel luogo, la trama nascosta che ne regola i meccanismi e le attitudini: la presenza di un<strong> <em>Senatore Segreto</em></strong>.</p><p>Fra un impegno e l’altro (i suoi discorsi parlamentari sono un esempio straordinario di passione civile e di eloquenza argomentativa), occupato a battersi contro il duopolio televisivo, contro la guerra del Golfo, contro i tagli alla scala mobile ecc., in quelle stesse carte intestate del Senato Volponi scriveva appunti che man mano prendevano la forma di un romanzo epistolare. Rimasto inedito per decenni, finalmente quel romanzo dal titolo <em>Il Senatore Segreto </em>vede oggi la luce (nel volume pubblicato dall’editore Ediesse: Paolo Volponi, <a href="http://www.ediesseonline.it/catalogo/carta-bianca/parlamenti" target="_blank"><em>Parlamenti</em></a>, ben curato da <strong>Emanuele Zinato </strong>che ha raccolto non solo l’inedito in un’edizione impeccabile affidata a Sofia Pellegrin, ma anche i discorsi parlamentari dello scrittore).</p><p>Qui Volponi, che si sente una sorta di naufrago in quelle alte stanze, in pagine grottesche e parodistiche (che risulteranno poi meno caricaturali di quanto possano sembrare) immagina la presenza di questo Senatore Segreto immortale che, dalla monarchia a oggi, è misteriosamente apparso nelle quinte dell’aula per favorire <strong>trasformismi</strong>, maggioranze vili e corrotte. Così si mette a caccia delle sue tracce, disegnando un giallo storico-istituzionale di un’indubbia forza. «Credo che la presenza del Senatore Segreto sia un elemento storico, istituzionale e politico e che la sua clandestinità non sia metafisica e causale, ma deliberata e motivata». Aggirandosi fra i brutti arredamenti del Senato, quadri orrendi, “copie, croste, falsi” (ma «sotto questi quadri siedono e deambulano invece fior di belle ragazze e molto belle donne»), Volponi ha l’impressione di una persona, di lato, alle spalle, appena di fianco, dietro l’una o l’altra delle tende. «Mi sono immediatamente ricordato che molti senatori mi hanno detto di aver provato sempre la stessa impressione e che altri mi hanno raccontato che davvero uno c’è, vero, che circola e si nasconde, che non vuol farsi vedere. E che alcuni, nel corso delle varie legislature l’hanno affrontato; alzato d’improvviso entrambe le tende scoprendolo, vero, vivo, mortificato: sempre sottrattosi in silenzio».</p><p>La presenza di questo <strong>clandestino</strong> è certa: si avverte per il carico di fetore umido e animalesco, probabilmente si nasconde in un piccolo sottoscala repellente dove nemmeno gli addetti alla pulizia entrano per appoggiarvi i loro attrezzi: «Lì – mi dissi – c’è ancora l’aria e il cattivo spirito di Vittorio Emanuele II e di ogni altro sopraffattore abbia nei decenni adoperato questo Senato per far male all’Italia. Chissà quanti malvagi senatori hanno condotto giù per questi scalini i loro cattivi pensieri e le loro scorregge infettive».</p><p>E là, fra <strong>scorregge</strong> e <strong>malignità</strong>, si nasconde il Senatore Segreto, sempre pronto a uscir fuori «solo nei giorni delle grandi maggioranze, dei voti decisivi, quando può mischiarsi fra i folti gruppi di quelli che stanno uniti comunque dalla parte del potere». E se non è nel sottoscala fetido, allora va a dormire nel palco d’onore, «a strapazzare a suo comodo le poltrone di <strong>Pertini</strong> e della <strong>Iotti</strong> e che con orgoglio superiore e di vincitore ci si sdrai e vi sprofondi i tacchi delle proprie scarpe». Scarpe che sono «infette delle lordure secolari e maligne dei siti perduti e insepolti del Senato: quei siti che rendono pesante il respiro di questo organismo».</p><p>Come in un buon giallo, man mano che prosegue l’indagine di Volponi alla ricerca del Senatore Segreto, molte delle ipotesi investigative cadono e perdono fondamento. Eppure c’è la certezza unanime di una presenza sicura, «documentata quanto non identificata», di un soggetto in più. Ed è allora che si comprende e si svela il mistero. Volponi ci dice che «è giusto escludere la presenza di un Senatore Segreto storico, perenne, immortale», una sorta di <strong>ectoplasma risorgimentale</strong> maligno e corrotto pronto a mettersi al servizio delle peggiori viltà senatoriali del momento.</p><p>Ma aggiunge: «non mi pare altrettanto giusto eludere la presenza, l’ombra, la traccia, di tanti senatori viventi nel fiore degli anni, mortali, e tuttavia segretamente sicuri come immortali. Molti di questi agiscono come semidèi, impenetrabili e insindacabili, con un parere sempre solenne, sempre di autorità e di governo, sempre favorevole alla maggioranza dominante». Il Senatore Segreto esiste eccome: è quell’anonima <strong>figura abietta</strong> che è sempre esistita (e anzi oggi prospera come non mai, molto più che ai tempi di Volponi), quel Senatore vile e ignominioso, per nulla “onorevole”, pronto a vendersi alla maggioranza per interesse, indifferente al bene comune ma avido adepto dei bassi e meschini giochi di potere. Come scrive lo scrittore: «L’indispensabile ricorrente Senatore Segreto di maggioranza diventa allora una figura perenne e anche sacralmente segreta nel sigillo della sua funzione, tra quelle di maggior spicco nel Senato». Aveva davvero colto lo <strong>spirito del nostro Senato</strong>. E oggi, ahinoi, quello spirito è vivo più che mai.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/12/senatore-segreto-clandestino-palazzo-madama/176973/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Pensare di pancia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/02/pensare-pancia/174800/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/02/pensare-pancia/174800/#comments</comments> <pubDate>Fri, 02 Dec 2011 13:56:52 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Filoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Eric Weil]]></category> <category><![CDATA[Filosofia]]></category> <category><![CDATA[Gastronomia]]></category> <category><![CDATA[Kant]]></category> <category><![CDATA[Livio Sichirollo]]></category> <category><![CDATA[Michel Onfray]]></category> <category><![CDATA[Pasquale Salvucci]]></category> <category><![CDATA[sartre]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=174800</guid> <description><![CDATA[Il cibo è cultura. E mangiare – anzi, il saper mangiare – è anche una forma di conoscenza. A questa sapienza gustativa è dedicato un libello, è proprio il caso di dirlo, “gustoso”, del filosofo francese Michel Onfray (I filosofi in cucina, Ponte alle grazie). L’ultimo tradotto da noi, ma all’origine della sua fama in...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il cibo è cultura. E mangiare – anzi, il saper mangiare – è anche una forma di conoscenza. A questa sapienza gustativa è dedicato un libello, è proprio il caso di dirlo, “gustoso”, del filosofo francese <strong>Michel Onfray</strong> (<em>I filosofi in cucina</em>, Ponte alle grazie). L’ultimo tradotto da noi, ma all’origine della sua fama in patria.</p><p>Quando uscì, nel 1989, gli diede una certa notorietà. È lo stesso filosofo, con un qualche <strong>risentimento</strong>, a riferire la circostanza in un’intervista di tre anni fa e opportunamente inclusa nell’edizione italiana con il titolo <em>Michel Onfray e la gastronomia</em>: qui spiega che «per un po’ sono diventato il filosofo della gastronomia, una sinecura se fossi stato al gioco», e che il libro in fondo non era stato capito, perché «buffo, di facile lettura, divertente, ancorché informato, incontrava il successo del pubblico e mi procurava inviti alla televisione; i giornalisti poi, come fanno spesso, si sono limitati a leggere l’indice e la quarta di copertina, perciò si entusiasmavano per le salsicce e l’Anticristo, <strong>il polpo di Diogene</strong>… e altri aneddoti del genere, ma trascuravano il fatto che si trattava solo di esempi per una teoria nietzscheana del corpo come grande ragione».</p><p>Spiace dirlo, ma è esattamente così. Anche a leggere il libro, per intero e per bene, la teoria filosofica non decolla e non convince. Anzi. Ciò non significa che queste pagine non siano belle, ma lo sono proprio per quegli aneddoti “buffi” e “divertenti” che l’autore anni dopo quasi si rimprovera. Si rincuori, è la parte migliore, quella in cui disegna un itinerario dal nichilismo alimentare cinico alla rivoluzione culinaria futurista. Ovvero da Diogene, petomane, onanista e cannibale, a <strong>Marinetti</strong>, “gastrosofo sperimentale” che accoppia sapori inaccostabili, passando per il paranoico <strong>erbivoro Rousseau</strong>; l’ipocondriaco ma ad alto grado di etilismo <strong>Kant</strong>; Nietzsche e la purificazione dell’alimentazione prussiana con la cucina piemontese; <strong>Sartre</strong>, pensatore del vischioso, che però cucina le aragoste con la mescalina.</p><p>Del resto, a volte, sono gli aneddoti a dire più delle teorie filosofiche. E, secondo un vecchio adagio, i bravi filosofi si riconosco anche a tavola. Come quella volta che a Urbino, nel 1965, si organizzò un grande convegno hegeliano al quale partecipavano tutti i filosofi più noti dell’epoca. Gli organizzatori, i filosofi urbinati <strong>Livio Sichirollo </strong>e<strong> Pasquale Salvucci</strong>, fecero preparare una prelibata e ricercata cena a base di tartufo. Il tedesco <strong>Ernst Bloch</strong>, di fronte a tanto ben di dio, lamentò il fatto di essersi dimenticato di portare con sé le sue teutoniche salse. Allora <strong>Eric Weil</strong>, sporgendosi verso Livio Sichirollo, gli sussurrò all’orecchio: «L’ho sempre detto che non è un gran filosofo!».</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/02/pensare-pancia/174800/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Del volgar parlare: se la parolaccia è sublime</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/24/quando-parolaccia-basta-esser-volgari/172788/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/24/quando-parolaccia-basta-esser-volgari/172788/#comments</comments> <pubDate>Thu, 24 Nov 2011 08:24:58 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Filoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Aristofane]]></category> <category><![CDATA[Boccaccio]]></category> <category><![CDATA[Cicerone]]></category> <category><![CDATA[Dante]]></category> <category><![CDATA[Giovenale]]></category> <category><![CDATA[letteratura]]></category> <category><![CDATA[parolaccia]]></category> <category><![CDATA[Pietro Aretino]]></category> <category><![CDATA[volgarità]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=172788</guid> <description><![CDATA[«Dai c&#8230;!». Questo articolo non può iniziare diversamente. L’espressione ripetuta e reiterata come un mantra nel film I soliti idioti ha tanto destato diversi moralisti. Che hanno vergato: è volgare, puro e gratuito. Del resto la volgarità è ovunque intorno a noi. Non occorre esser un misantropo del calibro di Thomas Bernhard per constatare il...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>«Dai c&#8230;!». Questo articolo non può iniziare diversamente. L’espressione ripetuta e reiterata come un mantra nel film <em>I soliti idioti</em> ha tanto destato diversi moralisti. Che hanno vergato: è <strong>volgare</strong>, puro e gratuito. Del resto la volgarità è ovunque intorno a noi. Non occorre esser un misantropo del calibro di <strong>Thomas Bernhard</strong> per constatare il quotidiano, inevitabile e persistente soffocamento nell’imbecillità che l’amara realtà ci dona.</p><p>Eppure ci sono soglie che man mano scompaiono, si assottigliano in un limbo dove tutto diventa sfumato. È quel limbo nel quale non sappiamo più davvero cosa sia o meno la volgarità. Di solito: il supposto <strong>osceno</strong>, la blasfemia. E il <strong>turpiloquio</strong>. Banalmente, la parolaccia.</p><p>Ma è condizione necessaria e sufficiente per la volgarità? Insomma, dicono i moralisti, il “<strong>parlar sporco</strong>” corrompe i giovani. E sia: assumiamolo come criterio. Facciamo una scelta educativa e imponiamo ai nostri adolescenti un linguaggio pulito, assente di vocaboli sconci e scurrili. Ma se lo facessimo allora saremmo costretti a vietare loro anche gran parte dei nostri classici.</p><p>Già: da <strong>Omero</strong> in poi i grandi della letteratura non hanno disdegnato il ricorso all’epiteto forte. Anzi, sembrerebbe che alcuni si siano proprio divertiti a condire qua e là le loro opere con trivialità, sconcezze e un po’ di dissacrazione linguistica. Persino i greci amavano ironizzare sulla società del tempo e sui vizi dei potenti con un linguaggio colorito. Si prendano Archiloco, Eschilo o Sofocle. O il grande<strong> Aristofane</strong>, che nella commedia <em>Gli Acarnesi</em> fra molti passaggi coloriti ci dice: «Tu che al<strong> culo focoso</strong> il pelo radi, tanta barba, o scimmiotto, al mento avendo, cammuffato da eunuco, ti presenti?».</p><p>I Romani non erano certo da meno. Persino <strong>Cicerone</strong> non è estraneo a certe espressioni forti. Ma più di tutti il poeta e retore <strong>Giovenale</strong>, che intorno al 100 d.C. ci ha regalato con le sue <em>Satire</em> veri esempi di politicamente scorretto: «O ancora quando t’impone di farti in là gente che si guadagna i testamenti ogni notte, gente che la via più sicura oggi a far fortuna, la vulva d’una vecchia danarosa, porta alle stelle». E anche: «Non fidarti dell’apparenza: le strade sono piene di viziosi in cattedra. Condanni l’immoralità tu, proprio tu, che degli efebi di Socrate sei il <strong>buco</strong> più noto? Il corpo rozzo e le braccia irte di setole prometterebbero un animo fiero, ma dal tuo culo depilato, con un ghigno, il medico taglia escrescenze grosse come fichi». E così via.</p><p>Intorno al 1300 è la volta di<strong> </strong>Dante. Seguito poi da <strong>Boccaccio</strong>: «Col malanno possa egli essere oggimai, se tu dei stare al fracidume delle parole di un mercantuzzo di feccia d’asino, che venutici di contado e usciti delle troiate, vestiti di romagnuolo, con le calze a campanile e con la<strong> penna in culo</strong>, come egli hanno tre soldi, vogliono le figliuole de’ gentili uomini e delle buone donne per moglie» (<em>Decameron</em>).</p><p>Ma fermiamoci a <strong>Dante</strong>, il “sommo”, il poeta per eccellenza che si studia nelle scuole. Prendiamo la sua <em>Divina commedia</em>. Il canto XVII dell’<em>Inferno</em>, dove di parla della «sozza e scapigliata» Taide, «puttana… che là si graffia con le unghie merdose», e del suo vicino Alessio Inteminei: «E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco, vidi un col capo sì di merda lordo, che non parëa s’era laico o cherco». Sempre nell’<em>Inferno</em>,<em> </em>il famoso verso: «Per l&#8217;argine sinistro volta dienno; ma prima avea ciascun la lingua stretta coi denti, verso lor duca, per cenno; ed elli <strong>avea del cul fatto trombetta</strong>». Qualche libro dopo: «Già veggia, per mezzul perdere o lulla, com’ io vidi un, così non si pertugia, rotto dal mento infin dove si trulla. Tra le gambe pendevan le minugia; la corata pareva e ’l tristo sacco che  merda fa di quel che si trangugia».</p><p>Del resto, il “mangiare merda” è un simbolo ricorrente di ingordigia e avidità presente in Aristofane, <strong>Plauto</strong>, <strong>Rabelais</strong>, Swift, Sterne, fino all’ossessione “escrementizia” del buon <strong>Carlo Emilio Gadda</strong>. Il tema è sempre piaciuto assai, tanto che nel Seicento il letterato <strong>Tommaso Stigliani</strong> scrive <em>Merdeide</em>, un poema antispagnolo che recava come sottotitolo: <em>Stanze in lode delli stronzi della Real Villa di Madrid</em>. Piuttosto esplicito, sin dall’incipit: «D’una Villa Real i sporchi umori / Gran desio di catar m’ingombra il petto, / E come in vece di purgati odori / V’han li stronzi, e la merda albergo e letto». E finisce con altrettanta chiarezza: «E tu Villa real, fregio, e decoro / De l’Ibero terren, Donna del Mondo, / Già che rinchiudi in te si bel tesoro, / Tù non cadrai nel cieco oblio nel fondo / Muta nome per Dio, che più sonoro / Sarà il tuo vanto fetido &amp; immondo, / E dì, pe i stronzi si famosi, e belli / Merdid ogn’un, no più Madrid, m’appelli» (citiamo dall’edizione canonica che comprende anche, fra altri, lo scritto <em>Mentre Fillide vien baciata da Filleno, questa per dolcezze si lasciò scappare una Correggia</em>).</p><p>Che dire di <strong>Pietro Aretino</strong>? A leggerlo vi è un profluvio di “cazzo” e “fica”. Anche Dante aveva usato quest’ultimo termine (sempre nell’<em>Inferno</em>: «Al fine de le sue parole il ladro / le mani alzò con amendue le fiche, /gridando: “Togli, Dio, ch’a te le squadro!”), ma la sua forma più diffusa la dobbiamo all’Aretino, che la usa per la prima volta nella commedia <em>Il Marescalco</em> del 1533. A lui piaceva molto l’oggetto stesso ed è stato l’antesignano del Benigni d’antan: da Ampolla a Bersaglio, Faccenda e Fantasia, Buca e Scodellino, Grattugia e Vergigno, si contano quasi una trentina di metafore per indicare l’organo sessuale femminile. Poi sdoganato, insieme al corrispettivo maschile, nei <em>Sonetti lussuriosi</em>: «Fottiamci, anima mia, fottiamci presto / perché tutti per fotter nati siamo; / e se tu il <strong>cazzo</strong> adori, io la potta amo, / e saria il mondo un cazzo senza questo». Ancora: «Mettimi un dito in cul, caro vecchione / e spinge il cazzo dentro a poco a poco; / alza ben questa gamba a far buon gioco, / poi mena senza far reputazione». E non abbiam scelto nemmeno i passi peggiori.</p><p>Quasi al pari del poeta<strong> Giorgio Baffo</strong>, che scandalizzò la Venezia del Settecento con una continua ode alla “<strong>mona</strong>”, che tanto bene fa: «Notte e zorno ti fa miracoloni, / che l’acqua, che trà su la to fontana, / dà vita al cazzo, e spirito ai cogioni». Degno antesignano del miglior Belli, con <em>La madre de le sante</em>: «Chi vò chiede la monna a Caterina, Pe ffasse intenne da la gente dotta Je toccherebbe a dì: vurva, vaccina, E dà giù co la cunna e co la potta. Ma noantri fijacci de miggnotta Dimo cella, patacca, passerina, Fessa, spacco, fissura, bucia, grotta, Fregna, fica, ciavatta, chitarrina&#8230;».</p><p>Si potrebbe continuare con <strong>Shakespeare</strong>, de Sade, Hugo e Baudelaire fino a Céline, Artaud e Prévert (senza considerare i nostri italiani novecenteschi). Forse aveva ragione nell’Ottocento <strong>Carlo Porta</strong>, che diceva che qualsiasi linguaggio può esser bello o brutto a seconda di chi lo usa. Insomma, volgari non sono mai le parole stesse. Possono esserlo, ma dipende dalla maestria, l’intelligenza e la cultura di chi le usa.</p><p>Aveva proprio ragione<strong> Cesare Pavese</strong> quando scriveva che «nulla è volgare di per sé, ma siamo noi che facciamo volgarità secondo che parliamo o pensiamo».</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/24/quando-parolaccia-basta-esser-volgari/172788/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>17</slash:comments> </item> <item><title>La vergogna italiana del &#8220;naufragio&#8221; albanese</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/14/vergogna-italiana-naufragio-albanese/170566/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/14/vergogna-italiana-naufragio-albanese/170566/#comments</comments> <pubDate>Mon, 14 Nov 2011 11:25:40 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Filoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[albania]]></category> <category><![CDATA[Alessandro Leogrande]]></category> <category><![CDATA[Canale d'Otranto]]></category> <category><![CDATA[immigrazione]]></category> <category><![CDATA[Kater i Rades]]></category> <category><![CDATA[Marina Militare]]></category> <category><![CDATA[naufragio]]></category> <category><![CDATA[respingimenti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=170566</guid> <description><![CDATA[Capita davvero di rado. Leggere un libro, un’inchiesta-racconto, e provare quelle emozioni che di solito soltanto i grandi romanzi sanno regalarti. A leggere le pagine di Alessandro Leogrande si prova rabbia, empatia, voglia di giustizia. Soprattutto, desiderio di verità. Qui, in qualche modo, appagato dalla restituzione di una memoria che è ben altro, e ben...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Capita davvero di rado. Leggere un libro, un’inchiesta-racconto, e provare quelle emozioni che di solito soltanto i grandi romanzi sanno regalarti. A leggere le pagine di <strong>Alessandro Leogrande</strong> si prova rabbia, empatia, voglia di giustizia. Soprattutto, desiderio di verità. Qui, in qualche modo, appagato dalla restituzione di una memoria che è ben altro, e ben più, di ciò che si può etichettare con il nome di “inchiesta”. Piuttosto: <strong>letteratura prestata alla realtà</strong>.</p><p>Partiamo dalla fine. Dai nomi delle persone. Da quell’elenco che compare nelle ultime pagine. Già, perché una sola pagina non bastava. Sono ottantuno righe, tante quante le vittime. Uomini, donne e bambini che hanno perso la vita nel<strong> Canale d’Otranto</strong>. Era il 28 marzo 1997, un venerdì santo, ed erano a bordo della piccola motovedetta albanese <strong>Kater i Rades</strong>.</p><p>Trentuno di loro avevano meno di sedici anni. Tutti si erano ammassati su quella carretta per lasciarsi dietro una guerra civile. Tutti trascinavano speranze e progetti plasmati dall’abbagliante illusione di una vita nuova, sognata grazie alle onde trasmesse dalla piccola scatola al centro di ogni loro casa. Promesse di felicità naufragate a una trentina di miglia dalla costa italiana. Perse in un urto con un’altra imbarcazione, la<strong> Sibilla</strong>, corvetta della Marina militare italiana. Com’è successo? Com’è potuto accadere che un’imbarcazione impiegata in un’operazione di “contenimento” degli espatri clandestini sia stata la causa di una tale tragedia? Di chi è la colpa? Queste sono le domande a cui dà risposta <strong><em>Il naufragio</em></strong> (appena pubblicato da Feltrinelli).</p><p>Leogrande ha una grande abilità nel ricostruire tutto ciò che può aiutare a comprendere cosa è accaduto. E lo fa nei minimi particolari: il contesto italiano della politica dei respingimenti; la grammatica dell’epoca, quella “retorica dell’<strong>odio buono</strong>” praticata da forze politiche che ancora oggi ricorrono al mercato della paura in cerca d’un consenso viscerale e di bassa lega; l’esecuzione di una politica di forza che, non appena messa in campo, si trasforma subito in una strage; le regole d’ingaggio, ovvero le pratiche che gli uomini della Sibilla e delle altre navi presenti nel Canale d’Otranto devono eseguire (operazioni di dissuasione che chiamano <strong><em>harassment</em> </strong>o anche, quasi con linguaggio futurista, “azioni cinematiche di disturbo”); la grammatica delle comunicazioni di quel pomeriggio che, dalle trascrizioni degli ordini di comando, parlano della nave albanese come di un “bersaglio”.</p><p>Si tratta di un momento importante per la nostra storia recente perché, scrive giustamente l’autore, quel Venerdì Santo di morte costituisce un <strong>paradigma</strong> e uno spartiacque. Ma nel libro non c’è solo questo. Oltre a stabilire come siano andate le cose, oltre alle migliaia di carte processuali spulciate e raccontate, Leogrande restituisce la voce a chi non ne ha più: ha ascoltato le testimonianze dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime, è stato in <strong>Albania </strong>per capire e per raccontare la loro storia che è la nostra memoria. Consapevole del limite del suo lavoro, perché raccontare quel naufragio significa raccontare «la somma di tanti abissi individuali, privati, ognuno dei quali è incommensurabile, intraducibile, mai pienamente narrabile». Eppure a lui è riuscito.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/14/vergogna-italiana-naufragio-albanese/170566/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>14</slash:comments> </item> <item><title>Igort e la guerra di Anna</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/04/igort-e-la-guerra-di-anna/168516/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/04/igort-e-la-guerra-di-anna/168516/#comments</comments> <pubDate>Fri, 04 Nov 2011 17:11:20 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Filoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Anna Politkovskaja]]></category> <category><![CDATA[democratura]]></category> <category><![CDATA[graphic novel]]></category> <category><![CDATA[Igort]]></category> <category><![CDATA[Russia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=168516</guid> <description><![CDATA[Un reportage disegnato. Così, quasi mestamente, recita un piccolo occhiello nella copertina di Quaderni russi. La guerra dimenticata nel Caucaso, il nuovo lavoro di Igort che arriva nelle librerie in questi giorni (Mondadori). Mestamente perché, qualora ce ne fosse bisogno, Igort dà corpo e sostanza a quella che è ormai una realtà: le graphic novel...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Un reportage disegnato. Così, quasi mestamente, recita un piccolo occhiello nella copertina di <em>Quaderni russi. La guerra dimenticata nel Caucaso</em>, il nuovo lavoro di<strong> Igort</strong> che arriva nelle librerie in questi giorni (Mondadori). Mestamente perché, qualora ce ne fosse bisogno, Igort dà corpo e sostanza a quella che è ormai una realtà: le <strong>graphic novel </strong>sono veri libri. Ci troviamo di fronte a una testimonianza vivida e lucidissima che, meglio di tanti studi seri e blasonati, riesce non soltanto a restituire ma anche a far vivere empaticamente lo scenario oggetto dello sguardo dell’autore.</p><p>Graphic novel è soltanto la forma. I disegni non tolgono nulla, anzi: aggiungono una palpabilità emotiva, integrano le parole e tratteggiano i visi e i corpi, gli <strong>scenari rarefatti</strong> che il linguaggio non sempre riesce a cogliere e a “far vedere” al lettore. Igort mette in scena “le cose stesse”, come avrebbero detto i filosofi d’un tempo. Cioè la realtà.</p><p>Quella sporca, bast&#8230;, che conosci perché tutti ne parlano, ma che quando ce l’hai sotto gli occhi ti fa inc&#8230; come se non ne sapessi nulla e per la prima volta ti sbattono in faccia un’atroce verità. È la verità della <strong>Russia </strong>di oggi, quella della corruzione, delle torture e dell’omicidio di<strong> Anna Politkovskaja</strong>, della sporca questione della guerra in Cecenia, di Beslan e dei gas usati al teatro Dubrovka di Mosca.</p><p><em>Quaderni russi</em> racconta tutto questo. Igort parte da un <strong>ascensore</strong>, quello che avrebbe portato al piano del suo appartamento Anna Politkovskaja, al numero 6 di Lesnaja Uliza di Mosca. Lì fu trovata assassinata il 7 ottobre 2006. Tre anni dopo Igort entra in quell’ascensore, oggi rozzamente dipinto alle pareti di fregi natalizi – e non si può far a meno di pensare alle macchie di sangue che nasconde.</p><p>Da lì nasce quel racconto che è più d’un reportage. Igort ha passato quasi due anni fra Ucraina, Russia e Siberia per capire cos’era stata l’Unione Sovietica e cosa, oggi, è diventata quella terra. E lo ha capito sin troppo bene. Si è scontrato con tutto quanto ci racconta: ha incontrato gente, ha inseguito storie, con la stessa attitudine che era stata, appunto, quella della Politkovskaja, ovvero non un<strong> cinico distacco</strong> da giornalista che deve semplicemente e solo raccontare ciò che vede e sa. No: il racconto è un’<strong>umanissima partecipazione</strong> a ciò che è, un voler stare da una parte, dalla parte di coloro che non si accontentano delle verità preconfezionate distribuite come veline d’apparato.</p><p>Questo è costato la vita ad Anna, perché ha raccontato quello che i politologi descrivono con un neologismo, <strong><em>democratura</em></strong>: ovvero un regime autoritario e dispotico mascherato da curiali vesti democratiche. Con il suo libro Igort le rende omaggio come meglio non si poteva, perché ne raccoglie l’eredità che è il senso della memoria, <em>«quello che ci consente di non chiudere gli occhi, di non voltare la testa dall’altra parte»</em>. Quello che semplicemente ci <strong>rende umani</strong>.</p><p>Perché, come scriveva Anna, non siamo funghi: <em>«Vedo che le persone vogliono cambiare la propria vita per il meglio, ma non sono in grado di farlo. E per darsi un contegno seguitano a mentire a se stesse. Per il mio sistema di valori questa è la<strong> posizione del fungo</strong>, che si nasconde sotto la foglia. Lo troveranno comunque, è praticamente certo, lo coglieranno e mangeranno. Per questo, se si è nati umani, non bisogna comportarsi da funghi».</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/04/igort-e-la-guerra-di-anna/168516/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>La vera storia di &#8220;Maurice la checca&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/14/la-vera-storia-di-maurice-la-checca/163859/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/14/la-vera-storia-di-maurice-la-checca/163859/#comments</comments> <pubDate>Fri, 14 Oct 2011 12:29:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Filoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Adelphi]]></category> <category><![CDATA[André Gide]]></category> <category><![CDATA[Gallimard]]></category> <category><![CDATA[Gestapo]]></category> <category><![CDATA[letteratura]]></category> <category><![CDATA[Maurice Sachs]]></category> <category><![CDATA[omosessualità]]></category> <category><![CDATA[spie]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=163859</guid> <description><![CDATA[“Maurice la checca”, come era meglio conosciuto, di sé diceva spesso: «Sono un cattivo esempio dal quale trarre però buoni consigli». Maurice Sachs è stato tutto. Ha vissuto tutte le vite possibili. Somma degli opposti, acrobatico giocoliere degli eccessi. Ebreo, nato nel 1906 da una famiglia atea e anticlericale, a un certo punto si lascia...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“Maurice la checca”, come era meglio conosciuto, di sé diceva spesso: «Sono un cattivo esempio dal quale trarre però buoni consigli». <strong>Maurice Sachs</strong> è stato tutto. Ha vissuto tutte le vite possibili. Somma degli opposti, acrobatico giocoliere degli eccessi. Ebreo, nato nel 1906 da una famiglia atea e anticlericale, a un certo punto si lascia convertire al cattolicesimo da <strong>Jacques Maritain.</strong> Fino alla grottesca entrata in seminario dalle tinte tragicomiche: si era fatto foderare la tonaca di rosa, per poi sedurre un ragazzetto minorenne e farsi cacciare.</p><p>Infanzia difficile, quella di Maurice. Il padre abbandona la famiglia che lui aveva appena sei anni. La madre, risposata, non si cura troppo del figlio. Ecco come nel suo capolavoro autobiografico di spudoratezza umana e talento letterario, <strong><em>Il Sabba. Ricordi di una giovinezza turbolenta</em> </strong>(che torna in libreria, il 26 ottobre, per<strong> Adelphi</strong>), ci descrive la sua famiglia: «Sono nato trentadue anni fa in una famiglia quanto mai disordinata. Ci si sposava e si divorziava con incredibile vivacità. Gente amante dell’avventura, con alcuni difetti capitali che mi sono stati trasmessi. Pare proprio che mio padre non sapesse vivere se non alle spalle delle donne (ma legittimava questo espediente in municipio). Il carattere di mia madre è più complesso e in alcuni momenti decisivi mi capita di riconoscerlo in me: sentimentale, appassionata, sprovveduta, ossessiva, ha attraversato la vita trasportata di vetta in vetta dalla speranza e precipitata infinite volte nell’abisso.Non so che fine abbia fatto; dopo alcune sventure che racconterò fra poco, si ritirò in Inghilterra. Speravo di ritrovarla quando nel 1938, a Londra, si fece un po’ di pubblicità intorno al mio nome. Ma non si fece viva. Ne ho perso le tracce».</p><p>Maurice è solo e deve cavarsela senza contare su nessuno. Ed è così che scopre l’arte truffaldina dell’arrangiarsi. Già a soli 17 anni è costretto a rifugiarsi a Londra, perché a Parigi è incriminato per <strong>truffa</strong>. Ma se la cava e dopo poco rientra. Sembra trovarsi particolarmente a suo agio nei commerci più loschi possibili. Con <em>nonchalance</em>, s’intende: il nostro ha un indubbio elegante portamento nel prendersi gioco di tutto ciò che può. «Ho ereditato da mio padre la pigrizia, da mia madre la mancanza di equilibrio e la passione, da mio nonno Sachs la curiosità e l’amore per la letteratura, da mia nonna la frivolezza, un certo buon gusto e una singolare forma di egoismo (la più tenace), che è una sorta di indifferenza di fondo; e da ognuno di loro un bisogno di lusso, di disordine, un pizzico di <strong>follia</strong> e una grande robustezza nello scheletro, negli organi e nell’anima».</p><p>L’<em>allure</em> discreta gli permette di entrare nel mondo delle lettere parigine. Inizialmente come segretario di Jean Cocteau. E da lì inizia un balletto di espedienti. Un po’ si prostituisce all’<strong><em>intellighenzia </em>omosessuale</strong> – che fra pettegolezzi e realtà ha saputo raccontare meglio di chiunque, con giudizi spietati e penna velenosa ma sommamente felice: <em>Il Sabba </em>ci offre il catalogo virulento delle<strong> debolezze</strong>, non solo omosessuali, di personaggi noti e importanti come Marcel Proust, Jean Cocteau, André Gide, Max Jacob. Un po’ imbroglia tutti quelli che gli capitavano a tiro: ruba ad amici e amanti della Parigi bene, truffa chicchessia con manoscritti sfacciatamente contraffatti, commercia argenteria e gioielli trafugati durante le cene alle quali è invitato. E così via, fra bordelli omosessuali e laidi commerci. Sempre seducendo.</p><p><em>Il Sabba</em> offre descrizioni meravigliose di quell’ambiente: «Fino allora non avevo mai nemmeno sospettato che esistesse un vero e proprio mercato dell’omosessualità. Qualcuno mi indicò un locale che sotto la copertura di una<strong> sauna</strong> nascondeva un commercio di prostituti, ragazzi abbastanza apatici, troppo pigri per cercarsi un lavoro regolare, e che guadagnavano i soldi da portare <em>alle loro donne </em>andando a letto con gli uomini; uno degli aspetti più notevoli di quella gioventù deviata, infatti, era che nella sua infame corruzione non vi era traccia né di piacere né di abitudine».</p><p>Negli anni Trenta Maurice scappa in America: altra conversione, stavolta al <strong>protestantesimo</strong>, per sposare una donna di buona famiglia, tale Gwladys Matthews, figlia d’un pastore della Chiesa presbiteriana. Dura poco: tre anni dopo è di nuovo a Parigi con un giovincello americano conosciuto a Hollywood. Il suo talento letterario è noto: nonostante non abbia ancora scritto nulla, André Gide lo raccomanda a Paulhan che gli conferisce un incarico presso il prestigioso editore <strong>Gallimard</strong>. Peccato che quando va alle riunioni Sachs s’infila i libri sotto al cappotto per rivenderli poi ai <em>bouquinistes </em>sulla Senna. Si dà al teatro, dove firma una <em>pièce </em>apologetica del Partito comunista; poi alla radio conduce una trasmissione di propaganda antinazista che gli costa l’inclusione nelle liste dei ricercati dei tedeschi. Ma questi hanno la memoria corta, e qualche anno dopo può tranquillamente recarsi in Germania.</p><p>È il novembre del 1942, in piena guerra mondiale. Sachs arriva ad<strong> Amburgo</strong> come lavoratore volontario. Abituato alla bella vita parigina, al lusso degli altri di cui sapientemente riusciva a prender parte, si ritrova a fare il manovratore su una gru. Otto ore al giorno. Dalla varia umanità di gigolò e sfruttatori, amanti e trafficanti di ogni genere, collaborazionisti e marchette, alla solitudine del lavoro manuale. E, a quanto sembra, straordinariamente felice. Come scrive il curatore della suo opere, Yvon Belaval: «Personalità abietta? E sia! C’è forse bisogno di commenti? Eppure, un prete che ad Amburgo l’ha osservato con occhio sagace riconosceva in Sachs i segni della grazia». Forse ad Amburgo non trova la grazia, di certo trova un altro lavoro. Si stanca presto della gru. Il nuovo datore di lavoro si chiama Geheime Staatpolizei. Altrimenti nota come<strong> Gestapo</strong>. Torna perciò in Francia, con la nuova qualifica di agente provocatore e spione della Gestapo nazista. Ecco firmata la cambiale che sarà il sigillo definitivo, per Maurice Sachs, di “maledetto”.</p><p>L’avventuriere “Maurice la checca” ora non ha più freni: vita dissoluta, <strong>intrallazzi </strong>e truffe, mercato nero, soffiate più verosimili che vere. La possibilità di un’eccitazione continua. Giocare all’agente segreto gli si confà: ambienti <strong>ambigui</strong>, personaggi dubbi e doppi. È il suo mondo. Nel quale può sfoderare tutta la sua indubbia capacità di seduzione.</p><p>Ma la Gestapo non ne subisce il fascino. Anzi, inizia a spazientirsi dei suoi traffici, delle imprudenze e dei falsi rapporti che manda a Berlino. Così, nel novembre del 1943, è arrestato dai suoi stessi datori di lavoro. Per molto tempo la leggenda ha voluto che i suoi compagni di prigionia lo linciassero subito dopo l’abbandono del campo dei <strong>nazisti</strong>. Ma la sua morte fu meno romanzesca. Costretto a lasciare la prigione dai suoi aguzzini, marciò per tre giorni nella primavera del 1945 fino a quando, esausto, non ce la fece più. A quel punto gli piantarono una pallottola sulla nuca.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/14/la-vera-storia-di-maurice-la-checca/163859/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>9</slash:comments> </item> <item><title>Una vita da monaco, ma con filosofia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/04/una-vita-da-monaco-ma-con-filosofia/162008/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/04/una-vita-da-monaco-ma-con-filosofia/162008/#comments</comments> <pubDate>Tue, 04 Oct 2011 10:21:13 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Filoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[biopolitica]]></category> <category><![CDATA[cenobio]]></category> <category><![CDATA[Filosofia]]></category> <category><![CDATA[Giorgio Agamben]]></category> <category><![CDATA[monachesimo]]></category> <category><![CDATA[regola monastica]]></category> <category><![CDATA[san francesco]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=162008</guid> <description><![CDATA[Se c’è un filosofo che più d’ogni altro è letto, discusso e studiato all’estero, quello è senza dubbio Giorgio Agamben. E a ragione. Certo, anche in Italia la sua opera è considerata una delle più originali e interessanti degli ultimi cinquant’anni. Eppure, per strani e misteriosi dispositivi, sembra quasi che sia molto più noto all’estero...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Se c’è un filosofo che più d’ogni altro è letto, discusso e studiato all’estero, quello è senza dubbio <strong>Giorgio Agamben</strong>. E a ragione. Certo, anche in Italia la sua opera è considerata una delle più originali e interessanti degli ultimi cinquant’anni. Eppure, per strani e misteriosi dispositivi, sembra quasi che sia molto più noto all’estero che non in patria.</p><p>Tanto per fare un esempio: quando Agamben tiene una conferenza a Parigi, per ascoltarlo si accalcano centinaia di persone quasi fosse una rockstar. E basterà cercare su Wikipedia per scoprire come le voci in <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Agamben" target="_blank">inglese</a>, o in <a href="http://de.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Agamben" target="_blank">tedesco</a>, siano molto più accurate di quanto non lo sia quella <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Agamben" target="_blank">italiana</a>. Insomma, questo per dire che ogni suo libro è atteso dalla <strong>comunità filosofica</strong> come una sorta di <strong>evento</strong>, dal Sudamerica al Giappone.</p><p>Ecco dunque che arriva in questi giorni nelle librerie (per ora quelle italiane) il suo ultimo <strong><em>Altissima povertà. Regole monastiche e forma di vita</em></strong> per l’editore Neri Pozza. A prima vista il tema potrà sembrare peregrino. In realtà s’inscrive pienamente, come arguto tassello (un altro è previsto a gennaio con <em>Opus Dei. Archeologia dell’ufficio</em>,<em> </em>per Bollati Boringhieri), in quel progetto teorico iniziato nel 1995 con il libro <em>Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita</em> (Einaudi).</p><p>Ovvero, banalizzando e schematizzando, ripensare le <strong>categorie politiche</strong> della modernità a partire dalla ricerca intorno alla <strong>biopolitica</strong>: abbiamo ormai dimenticato la distinzione classica fra vita naturale ed esistenza politica, perciò va indagato con strumenti nuovi quel rapporto che esiste fra il diritto e la vita, cercando modelli e dinamiche impensate di sovranità. Questo il contesto entro il quale si costruisce <em>Altissima povertà</em>.</p><p>Ma perché i<strong> monaci</strong>? Cos’hanno di speciale da esser presi a oggetto di studio in una ricerca sul rapporto fra diritto e vita? Il filosofo lo spiega con chiarezza sin dalle prime righe: il monachesimo è il caso esemplare in cui si viene a creare una “forma-di-vita”, ovvero un’esistenza così strettamente legata e indissolubile alla <strong>regola</strong> da risultarne inseparabile. In questo senso la vita dei monaci è, essa stessa, la sua forma: forma e vita diventano la stessa cosa, inscindibili, l’una sovrapposta all’altra.</p><p>Non solo: c’è un susseguirsi di coincidenze e di sovrapposizioni che ricorrono nell’esistenza nella vita comune praticata in convento, da <strong>San Francesco</strong> agli altri monaci che segnarono una frattura radicale del cristianesimo nelle sue istituzioni. E queste dialettiche (intese in senso hegeliano) sono la convergenza di tempo e vita, <em>habitus</em> e vita, preghiera e vita, liturgia e vita. Il nucleo decisivo della condizione monastica non è perciò un contenuto o una sostanza, ma una forma – e comprendere questa forma, ci dice il filosofo, significa cercare di nominare quel qualcosa che i monaci mettevano in pratica con la loro vita «il cui senso e la cui novità restano ancora da decifrare e che, proprio per questo, non hanno cessato di riguardarci da vicino».</p><p>Non si pensi ad acrobatici esercizi linguistici: Agamben spiega con molta accuratezza e rigore ogni passaggio (impossibile da riportare qui). Ma va notato che se c’è un termine ricorrente che attraversa tutte le pagine, quello è <em>tensione</em>. Già, perché non sfugge al filosofo il paradosso che sottende all’esistenza del <strong>cenobio</strong>, la comunità di monaci riuniti sotto la medesima regola in un monastero: cioè che esistono due tensioni opposte, una volta a risolvere la vita in regola, l’altra tesa a trasformare la regola in vita. Tutto è regola e ufficio e forma, quindi non c’è più spazio per la vita che sembra scomparire. Ma tutto si fa vita, perché le leggi e i precetti si trasformano in vitali. Se c’è un’ambiguità di fondo rappresentata da queste tensioni è proprio la specificità del monachesimo, quella <em>forma-di-vita</em> inaudita e nuova che i monaci hanno ostinatamente cercato di realizzare (e, scrive Agamben, hanno ostinatamente mancato).</p><p>Ripensare, oggi, quell’esperienza non è un mero esercizio intellettuale. Significa individuare un dispositivo, un paradigma, che il nostro tempo si dimostra incapace di pensare: ovvero l’affermazione di una<strong> vita fuori dal diritto</strong>. Se si pensa alla nostra esistenza quotidiana, materiale, il tema non sembrerà poi così troppo astratto.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/04/una-vita-da-monaco-ma-con-filosofia/162008/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>15</slash:comments> </item> <item><title>&#8220;Copio ergo sum&#8221;: il catalogo del plagio</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/21/copio-ergo-sum-il-catalogo-del-plagio/159011/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/21/copio-ergo-sum-il-catalogo-del-plagio/159011/#comments</comments> <pubDate>Wed, 21 Sep 2011 16:02:02 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Filoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[copiare]]></category> <category><![CDATA[daniele luttazzi]]></category> <category><![CDATA[Joseph Macé-Scaron]]></category> <category><![CDATA[Karl-Theodor zu Guttenberg]]></category> <category><![CDATA[Michel Houellebecq]]></category> <category><![CDATA[plagio]]></category> <category><![CDATA[Umberto Galimberti]]></category> <category><![CDATA[Vittorio Sgarbi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=159011</guid> <description><![CDATA[“Pereant qui ante nos nostra dixerunt”. Tradotto molto liberamente, suona più o meno così: “Che si fot&#8230; quelli che prima di noi hanno detto le nostre idee”. Ecco, così parlava Elio Donato, grammatico latino famoso più per esser stato maestro di San Girolamo (padre e dottore della Chiesa, nonché primo traduttore della Bibbia dall’ebraico e...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“Pereant qui ante nos nostra dixerunt”. Tradotto molto liberamente, suona più o meno così: “Che si fot&#8230; quelli che prima di noi hanno detto le nostre idee”. Ecco, così parlava<strong> Elio Donato</strong>, grammatico latino famoso più per esser stato maestro di <strong>San Girolamo</strong> (padre e dottore della Chiesa, nonché primo traduttore della Bibbia dall’ebraico e dal greco al latino) che non per le sue massime.</p><p>Eppure già allora, nel quarto secolo dopo Cristo, con <em>nonchalance </em>affermava il principio (per nulla politicamente corretto) di giustificazione per ogni plagio. Con una <em>excusatio non petita</em> in fondo diceva: ebbene, se io dico o scrivo cose che prima di me qualcun altro ha detto o scritto, in fondo, chissenefrega! Magari copiava anche lui. Se lo venissero a sapere personaggi come <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://archiviostorico.corriere.it/2011/agosto/26/ultimo_Plagio_Scandalizza_Parigi_due_co_9_110826051.shtml" target="_blank">Joseph Macé-Scaron</a></span></strong> forse lo utilizzerebbero come argomentazione per esser stati beccati a copiare. <strong>Beccati e impallinati</strong>.</p><p>Joseph Macé-Scaron è uno dei critici letterari francesi più in vista. Già giornalista del serioso <strong><em>Figaro</em></strong>, oggi è il direttore del mensile <strong><em>Le Magazine littéraire</em></strong>, direttore aggiunto del settimanale<em> Marianne</em>, conduttore della trasmissione <em>Jeux d’épreuves</em> di France Culture, cronista letterario per molti canali e trasmissioni televisive. Insomma, uno che conta. Da buon critico ha scritto e continua a scriver libri. L’ultimo dei quali uscito a maggio, con il titolo <strong><em>Ticket d’entrée</em></strong>, per l’editore Grasset. Vista la “statura” dell’autore, il libro è stato commentato e ben accolto. A giugno ha vinto il premio letterario “la Coupole”. L’editore ha brandito l’effigie: “fra le migliori vendite dell’estate”.</p><p>Poi qualche settimana fa scoppia il finimondo. In rete una lettrice scrive che molti passaggi del libro non sono altro che <strong>evidenti plagi </strong>di un romanzo americano (tradotto pure in francese nel 2003) di <strong>Bill Bryson</strong>, dal titolo <em>Cronache da un grande paese</em>. Inizia così il tam tam su internet, che però dura soltanto qualche giorno, quando alla fine si risolve con l’ammissione del principale interessato. Joseph Macé-Scaron interviene e ammette: <strong>«Ho fatto una cazzata!»</strong>. Testuale: <em>«Une connerie»</em>.</p><p>Ora, forse è un po’ poco come spiegazione. Forse pensa che tutto si risolva con l’<strong>oblio</strong>: passa qualche mese, nessuno se ne ricorda più, <em>et voilà</em>, si ricomincia come e meglio di prima. Del resto è quanto era successo a <strong>Henri Troyat</strong>, l’immortale (così vengono ribattezzati i membri dell’Accademia di Francia, ma poi immortali non sono: è morto nel 2007) che nel 2003 fu condannato da un tribunale per “contraffazione parziale”, eppure i suoi pari non ritennero di doverlo sospendere dall’Accademia. Un plagio può anche costare caro: lo sa bene l’ex ministro tedesco<strong> Karl-Theodor zu Guttenberg</strong>, costretto a dimettersi dopo che in rete fu accusato (a ragione) di aver copiato la sua tesi di dottorato.</p><p>Certo il tema non è nuovo: Macé-Scaron è solo l’ultimo di una lunga lista. In passato figure importanti e illustri hanno confessato di aver plagiato: <strong>Jonathan Swift</strong>, <strong>Laurence Sterne</strong>, <strong>Martin Luther King</strong>, <strong>Samuel Coleridge</strong>. E anche <strong>Vladimir Nabokov</strong> fu accusato di aver copiato l’idea di <em>Lolita</em> da un breve racconto di uno sconosciuto scrittore tedesco, Heinz von Eschwege, apparso con lo stesso titolo qualche anno prima del capolavoro del russo. Per rimanere in tempi recenti, l’ultimo romanzo di <strong>Michel Houellebecq </strong><em>La carta e il territorio</em> (Bompiani) contiene ampi stralci di descrizioni prese qua e là da Wikipedia e altri siti. Ma anche da noi non mancano esempi illustri: <strong>Umberto Galimberti</strong> è ormai un frequentatore abituale di frasi altrui – c’è addirittura chi s’è preso la briga filologica di enumerare passo per passo le copiature del professore, scrivendoci persino un libro (Francesco Bucci, <em>Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale</em>, Coniglio editore). Ma anche <strong>Melania Mazzucco</strong>, che nel romanzo <em>Vita</em> (premio Strega 2003) si è distratta e ha riproposto pagine intere di <em>Guerra e pace </em>di Tolstoj.</p><p>E poi anche <strong>Vittorio Sgarbi</strong>, <strong>Daniele Luttazzi</strong>, <strong>Corrado Augias</strong>… Il catalogo è ampio. Per non parlare di quella mente sublime e surreale, artista dell’opera-fotocopia, dell’ingegner <strong>Fabio Filippuzzi</strong>. Lui ha battuto tutti in un sol colpo. Una serie di libri, pubblicati dalle edizioni Campanotto e Mimesis, interamente copiati dalla prima all’ultima pagina da opere altrui (anche di autori piuttosto famosi: Peter Handke e Jean-Paul Enthoven). Per molto tempo nessuno se n’è accorto, nemmeno gli editori che li hanno pubblicati. Come non si sono accorti di nulla i redattori dei giornali ai quali collaborava<strong> <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/13/un-finto-eco-sul-new-york-times/104150/" target="_blank">Tommaso Debenedetti</a></span></strong>: quest’ultimo inventava di sana pianta interviste a scrittori famosi con i quali non aveva mai parlato. E nessuno diceva nulla. Plagio? No, piuttosto un’altra forma d’imbroglio, una contraffazione. La stessa messa in pratica da <strong>Jayson Blair</strong>, il giovane reporter del <em>New York Times</em> che, inventandosi false storie, non soltanto ha provocato il suo licenziamento, ma anche quello del direttore<strong> Howell Raines</strong> e di un altro anziano dirigente perché non avevano controllato – a differenza di quei giornali dove scriveva Debenedetti, dove nessuno è stato nemmeno richiamato.</p><p>Abbiamo così un buon sommario della nostra epoca, la stessa che già il filosofo <strong>Adorno</strong> riteneva un’epoca di plagi. Ma la questione è: c’è plagio e plagio? Di solito, le giustificazioni dei beccati sono le stesse: “lavoro abitualmente prendendo appunti qua e là di altri libri; poi capita che riprendo in mano queste annotazioni e non ricordo più se sono mie o no, e quindi ci lavoro senza che me ne accorga”. Insomma, il <strong>plagio a sua insaputa</strong>! Bisognerebbe allora dare una definizione di plagio, perché altrimenti Debenedetti rimane un creativo, visto che non ha copiato nessuno ma ha soltanto contraffatto. La miglior definizione si trova nel <em>Piccolo libro del plagio</em> di<strong> Richard A. Posner</strong> (elliot editore), nel quale si dice: <em>«Per poter parlare di plagio è necessario che il copiare, oltre a essere ingannevole e quindi fuorviante per il pubblico a cui è rivolta l’opera, carpisca la <strong>fiducia del lettore</strong>»</em>.</p><p>Si tratta perciò di<strong> onestà intellettuale</strong>. Quando <strong>Pia Pera</strong> nel 1995 ha scritto il <em>Diario di Lo</em>, ovvero la riscrittura di <em>Lolita</em> di Nabokov dal punto di vista della ragazza, non soltanto non ha cercato di nascondere il debito al russo, anzi al contrario lo ha esibito. E non ha tradito la fiducia di nessuno. Così anche <strong>Antonio Scurati</strong>, che nel suo <em>Una storia romantica </em>affida onestamente alla postilla il debito con altri romanzi, riga per riga. E così fanno in molti. Poi c’è l’eccezione. Il grande <strong>Eugenio Scalfari</strong>, nelle sue due ultime opere uscite da Einaudi, affida i propri debiti a questa nota: «Ci sono molte citazioni nella pagine di questo libro. Di alcune do un ragguaglio bibliografico; altre vengono liberamente dalla mia memoria poiché nei tanti anni trascorsi certi testi sono andati smarriti, sicché non ho potuto recuperarne gli editori e i traduttori». Certo, non è come la massima di Elio Donato. E poi a lui perdoniamo tutto. Forse in definitiva aveva ragione l’autore di un cartello comparso all’Hotel Rand di New York: «Quando rubi da un autore è plagio, quando rubi da tanti è ricerca».</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/21/copio-ergo-sum-il-catalogo-del-plagio/159011/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>22</slash:comments> </item> <item><title>Shakespeare in LoL</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/09/shakespeare-in-lol-2/156431/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/09/shakespeare-in-lol-2/156431/#comments</comments> <pubDate>Fri, 09 Sep 2011 15:34:16 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Filoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[accademia della crusca]]></category> <category><![CDATA[dizionario]]></category> <category><![CDATA[lingua]]></category> <category><![CDATA[Oxford English Dictionary]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=156431</guid> <description><![CDATA[Le parole sono importanti. Perché, come tuonava Nanni Moretti, “chi parla male pensa male”. Vero. Fatto sta che ogni anno la lingua imbizzarrita trova una sua giustificazione attraverso l’ascesa al rango di “voce” in un qualsiasi dizionario. Quante volte il ragionamento è il seguente: visto che la parola è presente nel dizionario la si può...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Le parole sono importanti. Perché, come tuonava Nanni Moretti, “<strong>chi parla male pensa male</strong>”. Vero. Fatto sta che ogni anno la lingua imbizzarrita trova una sua giustificazione attraverso l’ascesa al rango di “voce” in un qualsiasi <strong>dizionario</strong>.</p><p>Quante volte il ragionamento è il seguente: visto che la parola è presente nel dizionario la si può utilizzare. Insomma, il dizionario è il risciacquo nell’Arno che tutto pulisce e rende linguisticamente potabile. Ma qualche dubbio sulle scelte dei compilatori di lessici non ce le abbiamo soltanto noi qui in Italia. L’ultima polemica, riportata nel suo blog dallo scrittore francese<strong> Pierre Assouline</strong> (<a href="passouline.blog.lemonde.fr" target="_blank">passouline.blog.lemonde.fr</a>), viene dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna – quest’ultima detentrice dell’inglese di Cambridge e Oxford.</p><p>Il blasonato <strong>Oxford English Dictionary</strong>, istituzione rispettatissima e di antica tradizione, ha appena mandato nelle librerie la sua ultima edizione. Ebbene, le parole che hanno fatto vacillare la lingua di Shakespeare, nonché far indispettire molti, sarebbero due. La prima è conosciuta anche da noi, usata e abusata in messaggini sms e mail: <strong><em>LoL</em></strong>. Ovvero l’acronimo di “<strong>Laughing out Loud</strong>”, usato per intendere “rido di gusto” o più semplicemente “Ah! Ah!”.</p><p>La seconda invece è<strong> <em>La-La Land</em></strong> – un modo di dire americano con una chiara assonanza alla città di Los Angeles, chiamata dagli americani L.A. (<em>el ei</em>) – che viene utilizzata per designare una condizione sballata, un po’ fuori dalla realtà. Come dire, sei un po’ squilibrato e vivi in un mondo tutto tuo. Il tutto applicato alle città.</p><p>Certo, forse si tratta soltanto di cose di poco conto che riguarda qualche <strong>purista </strong>e strenuo difensore della<strong> tradizione linguistica</strong>. Ma come reagiremmo se ci trovassimo di fronte un interlocutore che ci dice, persino con una certa soddisfazione, qualcosa del tipo: «oggi mi sento in <em>La-La Land </em>e questo mi fa <em>LoL</em>»? Roba da rivolgersi subito all’<strong>Accademia della Crusca</strong>. Ah, no: quella la vogliono chiudere!</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/09/shakespeare-in-lol-2/156431/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>23</slash:comments> </item> <item><title>Per ricordare Eugenio Garin</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/28/per-ricordare-eugenio-garin/148366/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/28/per-ricordare-eugenio-garin/148366/#comments</comments> <pubDate>Thu, 28 Jul 2011 11:11:27 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Filoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Cesare Luporini]]></category> <category><![CDATA[Eugenio Garin]]></category> <category><![CDATA[filosofia italiana]]></category> <category><![CDATA[Michele Ciliberto]]></category> <category><![CDATA[Norberto Bobbio]]></category> <category><![CDATA[società civile]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=148366</guid> <description><![CDATA[L’occasione è una di quelle che vanno accolte con favore. Si tratta delle pagine, molto belle e decisamente utili, che Michele Ciliberto dedica a un grande protagonista della cultura filosofica italiana: Eugenio Garin. Un intellettuale nel Novecento (Laterza). Tre saggi, tre differenti momenti dell’opera del filosofo e della sua figura: l’interpretazione del Rinascimento, condotta su...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’occasione è una di quelle che vanno accolte con favore. Si tratta delle pagine, molto belle e decisamente utili, che<strong> Michele Ciliberto</strong> dedica a un grande protagonista della cultura filosofica italiana: <em><strong>Eugenio Garin</strong>. Un intellettuale nel Novecento </em>(Laterza).</p><p>Tre saggi, tre differenti momenti dell’opera del filosofo e della sua figura: l’interpretazione del <strong>Rinascimento</strong>, condotta su testi meno noti e su un prezioso materiale d’archivio; l’atteggiamento di fronte alle grandi correnti del <strong>Novecento</strong> e, non da ultimo, il <strong>ruolo di “maestro”</strong> giocato su più d’una generazione – fra i suoi allievi c’è da annoverare lo stesso Ciliberto. Il quale, pur esplicitando la mancanza di una ricerca organica su Garin, in qualche modo ne pone egli stesso le fondamenta.</p><p>L’importanza di questo lavoro è ben più ampia di quanto si possa pensare. Il motivo lo spiega lo stesso Ciliberto, ribadendo il forte  impegno di Garin nel rilanciare la <strong>dimensione “civile” della filosofia italiana</strong>: <em>«Un’analisi della sue posizioni può, perciò, essere utile per iniziare una riflessione di carattere generale sulla filosofia italiana nella seconda metà del Novecento, avviando una stagione critica che chiuda, almeno su questo terreno, l’epoca delle contrapposizioni di carattere pregiudizialmente ideologico»</em>.</p><p>Non è un tema peregrino. È giunto il momento di dar corso a una fase che risponda all’esigenza di ricostruire il <strong>fattore nazionale</strong> della filosofia italiana. Già trent’anni fa <strong>Carlo Augusto Viano </strong>ne denunciava la mancanza poiché, scriveva, <em>«la filosofia italiana ha fatto della società e dei rapporti tra filosofia e società il proprio tema centrale; ma esso è diventato anche il suo oggetto interno e su di esso ha agito l’effetto di opacità proprio delle teorie filosofiche…»</em>.</p><p>Da allora non è cambiato molto. Perciò porsi il problema, come fece Garin e come ci invita a fare oggi Ciliberto, è più che utile. Si avrà così l’occasione di scoprire che la riflessione filosofica più viva in tutto il mondo è <strong>pratica</strong>,<strong> morale</strong> (e non moralistica). E anche noi, in Italia, abbiamo avuto e abbiamo ancora oggi una tradizione (i cui numi tutelari ritroviamo in <strong>Gramsci,</strong> <strong>Banfi</strong>, <strong>Massolo</strong>, <strong>Luporini</strong>, <strong>Bobbio</strong>, solo per fare qualche nome).</p><p>È una riflessione che si interroga sul senso e sull’evoluzione delle istituzioni, sugli strumenti della <strong>partecipazione social</strong><strong>e e </strong><strong>politica</strong>, sui fondamenti e sulla struttura di una<strong> società giusta</strong> o almeno tale che possa venire a capo dei conflitti che essa stessa di continuo genera. È una lezione da tenere a mente. Era <strong>la lezione di Garin</strong>, che oggi Ciliberto ci ripropone con forza.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/28/per-ricordare-eugenio-garin/148366/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>6</slash:comments> </item> <item><title>Ma Foucault era davvero di sinistra?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/19/ma-foucault-era-davvero-di-sinistra/146432/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/19/ma-foucault-era-davvero-di-sinistra/146432/#comments</comments> <pubDate>Tue, 19 Jul 2011 14:53:37 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Filoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[estrema sinistra]]></category> <category><![CDATA[filosofia politica]]></category> <category><![CDATA[José Luis Moreno Pestaña]]></category> <category><![CDATA[liberismo]]></category> <category><![CDATA[marxismo]]></category> <category><![CDATA[Michel Foucault]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=146432</guid> <description><![CDATA[Che Michel Foucault sia stato un grande filosofo va da sé. Le sue opere rimangono fra le più interessanti, lette e discusse del Novecento. Non solo. Il filosofo ha anche segnato il pensiero politico: l’influenza dei suoi concetti, considerevole nel mondo intellettuale, lo è stata ancor di più nel campo della sinistra francese. Perciò soltanto...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Che <strong>Michel Foucault</strong> sia stato un grande filosofo va da sé. Le sue opere rimangono fra le più interessanti, lette e discusse del Novecento. Non solo. Il filosofo ha anche segnato il<strong> pensiero politico</strong>: l’influenza dei suoi concetti, considerevole nel mondo intellettuale, lo è stata ancor di più nel campo della sinistra francese.</p><p>Perciò soltanto pensare di ridiscutere la sua “collocazione” politica appare un’operazione azzardata. Si capisce allora il dibattito che ha suscitato, Oltralpe, il <strong>coraggioso libello</strong> di José Luis Moreno<strong> Pestaña</strong>, <em>Foucault, la gauche et la politique</em> (pubblicato dall’editore Textuel di Parigi), con le conseguenti reazioni indignate – fra tutte, quella di Serge Audier apparsa su <em>Le Monde</em>.</p><p>Coraggioso perché, in fondo, con una semplice domanda demolisce un mito strutturato e potente: ma Foucault era davvero di sinistra? L’imbarazzante questione è posta con grazia. Senza venerazione né irriverenza, senza pedanteria accademica o scolastica. Bensì con una sana distanza che permette all’autore di non fare del filosofo un’icona, ma studiarlo come oggetto di una<strong> sociologia degli intellettuali</strong>. Insomma, si libera dal vecchio ritornello “cosa è di destra” e “cosa è di sinistra” nel pensiero di Foucault.</p><p>Il filosofo si incaricò di cause dimenticate o snobbate dai<strong> colonnelli del materialismo storico</strong> (come la prigione o il potere psichiatrico), e per questo è sempre stato considerato un rinnovatore del pensiero della sinistra, discreditata dagli scogli del marxismo, del socialismo o della social-democrazia.</p><p>Però Pestaña mostra una realtà più complessa, studiando il suo autore sotto tre aspetti: la vicenda biografica e le esperienze sociali; la sua traiettoria accademica; il suo impegno politico. Il tutto attraverso la lettura delle sue opere, soprattutto quelle pertinenti dal punto di vista politico. Scopriamo così che il filosofo è stato piuttosto incostante: <strong>comunista</strong> durante i suoi studi all’École Normale Supérieure; vicino al potere<strong> gaullista</strong> nei suoi primi anni da docente; in seguito con il Sessantotto militante nell’<strong>estrema sinistra</strong> e poi, alla fine degli anni Settanta, lo ritroviamo a <strong>flirtare con il neoliberismo</strong>.</p><p>È questa la <strong>pietra dello scandalo</strong> per i foucauldiani: perché il loro eroe ha avuto questa <strong>virata liberale</strong> negli ultimi anni della sua vita? L’autore non cede alla via più semplice: non la vede né come evoluzione né come involuzione. Piuttosto che denunciare questa svolta, cerca di comprenderla. E lo fa leggendo le differenti frazioni dello spazio politico con le quali Foucault (individuo e filosofo) viene a tessere le proprie relazioni – sia in campo economico, con il marxismo, che in quello giuridico, con il liberalismo.</p><p>Insomma, dopo aver scoperto che Marx non è stato marxista, tocca oggi riconsiderare Foucault che, in fondo, non fu così foucauldiano.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/19/ma-foucault-era-davvero-di-sinistra/146432/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>27</slash:comments> </item> <item><title>&#8220;Massa e potere&#8221;: rileggiamo Canetti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/12/massa-e-potere-rileggiamo-canetti/144698/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/12/massa-e-potere-rileggiamo-canetti/144698/#comments</comments> <pubDate>Tue, 12 Jul 2011 08:00:29 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Filoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Elias Canetti]]></category> <category><![CDATA[Massa e potere]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=144698</guid> <description><![CDATA[C’è qualcosa di vertiginoso. Afferrare un secolo, scuoterlo dalle fondamenta sino a sviscerarne gli anfratti più reconditi e oscuri. Ecco cosa può fare un libro: quasi seicento pagine che, una dopo l’altra, affondano uno sguardo acuto nelle pieghe nascoste della cultura europea. Questo è Massa e potere, il capolavoro di Elias Canetti (in italiano pubblicato...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>C’è qualcosa di vertiginoso. Afferrare un secolo, scuoterlo dalle fondamenta sino a sviscerarne gli anfratti più reconditi e oscuri. Ecco cosa può fare un libro: quasi seicento pagine che, una dopo l’altra, affondano uno sguardo acuto nelle pieghe nascoste della cultura europea. Questo è<strong> <em>Massa e potere</em></strong>, il capolavoro di <strong>Elias Canetti</strong> (in italiano pubblicato da Adelphi).</p><p>Non un libro qualsiasi. Più una battuta di caccia, nella quale la preda è il “potere”. I personaggi, uno dopo l’altro, entrano in scena: sono il<strong> persecutore</strong> e la <strong>vittima</strong>, il <strong>testimone</strong> e la<strong> preda</strong>, il tradito e il traditore, il potente e lo schiavo – figure che abitano la scena di quel ventre possente, tanto affascinante quanto spaventoso, che è il Novecento. Un secolo che, fra l’altro, ha vissuto la crisi delle categorie politiche della <strong>modernità</strong>.</p><p>Canetti ha saputo scorgere quest’orizzonte capendo, più di altri, che il potere è una verità nascosta, una verità che addirittura si nasconde anche a se stessa. E proprio per questo va cercata. Ieri come oggi. È questo il senso del volume <em>Leggere Canetti. “Massa e potere” cinquant’anni dopo</em>, curato da<strong> Luigi Alfieri</strong> e <strong>Antonio De Simone</strong>, che l’editore Morlacchi di Perugia ha appena mandato in libreria. Non uno studio <em>su</em> Canetti, ma <em>con </em>e <em>attraverso </em>Canetti: e difatti nasce a Urbino, dove nella sua università da più di vent’anni la cattedra di Antropologia culturale produce ricerche in questo senso.</p><p>Gli autori, tutti eccellenti studiosi di filosofia politica, si sono raccolti con questo stesso spirito: oltre ai curatori, Domenico Scalzo, Laura Bazzicalupo, Roberto Escobar e Cristiano Bellei. E hanno fatto molto bene a celebrare il cinquantenario di un libro che, nonostante il Nobel al suo autore, rimane “<strong>minore</strong>”. Questo perché, spiegano i curatori, <em>Massa e potere</em> non è mai stato di moda, anzi è decisamente anomalo e fuori da qualsiasi schema: «Un libro con una bibliografia vastissima in cui non c’è neanche uno degli autori “giusti”. Un libro praticamente senza note. Un libro che nessuno studioso che si rispetti dovrebbe permettersi di scrivere. Un libro che ogni giovane incamminato sui gloriosi sentieri dell’accademia dovrebbe considerare una <strong>sorta di compendio</strong> di quello che “<strong>non si fa</strong>”».</p><p>Eppure parliamo di un <strong>libro titanico</strong> «che guarda la morte stessa negli occhi dalla prima all’ultima pagina contendendole ogni centimetro di terreno, senza arretrare mai, senza fare nessuna concessione, senza mai avvertire nella lotta contro il nemico per eccellenza invincibile alcun senso di sconfitta». <em>Massa e potere</em> ha ancora una <strong>forza impetuosa</strong>, come dimostra quanto sta accadendo dall’altro lato del Mediterraneo, dove la <em>massa</em> e il <em>potere</em> si affrontano oggi proprio come racconta Canetti.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/12/massa-e-potere-rileggiamo-canetti/144698/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Il nostro calcio visto dagli altri</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/01/il-nostro-calcio-visto-dagli-altri/134465/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/01/il-nostro-calcio-visto-dagli-altri/134465/#comments</comments> <pubDate>Fri, 01 Jul 2011 16:14:35 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Filoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Calcio]]></category> <category><![CDATA[cassano]]></category> <category><![CDATA[Enric González]]></category> <category><![CDATA[Inter]]></category> <category><![CDATA[Juventus]]></category> <category><![CDATA[Milan]]></category> <category><![CDATA[Totti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=134465</guid> <description><![CDATA[Provate a immaginare un’impresa più ardua del raccontare l’Italia a uno straniero. Nemmeno la mente più fantasiosa riuscirà a immaginarsi questa nostra realtà. Ora moltiplicate lo sforzo: pensate di dovergli spiegare il calcio italiano. Non le partite, i risultati e le prodezze dei nostri campioni. No. Proprio il nostro calcio con tutto il suo mondo,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Provate a immaginare un’impresa più ardua del raccontare l’Italia a uno straniero. Nemmeno la mente più fantasiosa riuscirà a immaginarsi questa nostra realtà. Ora moltiplicate lo sforzo: pensate di dovergli spiegare il <strong>calcio italiano</strong>. Non le partite, i risultati e le prodezze dei nostri campioni. No. Proprio il nostro calcio con tutto il suo mondo, il suo immaginario e la sua concreta realtà – fatta di tifoserie e creatività, genio e violenza, scandali e denaro. Come se non bastasse, usate poi questa rappresentazione per farne uno specchio fedele dell’Italia.</p><p>Impossibile? No, è quello che ha fatto, vertiginosamente, <strong>Enric González</strong>. Era il 2003 quando è arrivato a Roma come corrispondente del quotidiano spagnolo «<strong>El Paìs</strong>». Una firma prestigiosa, allenata prima a Londra, Parigi, New York e Washington. Appena arrivato, viene raggiunto da una telefonata dalla redazione sportiva: «ci scrivi qualche pezzo?». Lui stava cercando casa, provava a imparare qualche parola d’italiano e tentava, affannosamente, di capire come metter insieme le prime cronache su un paese che gli sembrava incomprensibile. Ciononostante accetta. Nasce una fra le rubriche più seguite del giornale: “<em>storie di calcio</em>”.</p><p>Per anni, dal 2003 al 2007, ogni domenica il nostro si mette al lavoro e scrive le sue cronache. Magistrali. Vuoi per la filiazione, visto che suo padre è <strong>Francisco González Ledesma</strong>, maestro del giallo spagnolo. Vuoi per il modo di saper tenere insieme l’alto e il basso, come la descrizione della Juventus e della Roma nel campionato 2005-2006: le tattiche degli allenatori Capello e Spalletti sono analizzate alla luce dello scontro fra Sparta e Tebe, dove Capello assume le sembianze del generale spartano Licurgo, le cui strategie soccombono a Spalletti-Epaminonda, geniale comandante tebano che ebbe la meglio sugli avversari imparando dalle sconfitte.</p><p>Questi articoli vengono raccolti oggi in un libretto, <strong><em>Fuori campo. Cronaca tragicomica dell’Italia attraverso il calcio</em></strong>, che le edizioni <strong>Aìsara</strong> di Cagliari hanno appena mandato in libreria. Sono pagine garbate. Piacevoli da leggere e utili per pensare. Dove, fra una partita e un giocatore, c’è lo spazio per parlare di questione meridionale e di fenomeni sociali. Ci spiega González: «in Italia niente è evidente, e niente succede perché succede e basta… Forse perché quella italiana è una società dominata da una manciata di famiglie, forse perché l’interesse privato prevale su quello collettivo, forse perché l’estetica prevale sull’etica o perché l’italiano ama la fantasia e il segreto… Il calcio italiano è, in questo senso, un riflesso della vita nazionale».</p><p>E così, attraverso le tragedie del <strong>Torino</strong>, l’arroganza della <strong>Juventus</strong>, la follia della <strong>Roma</strong>, le assurdità dell’<strong>Inter</strong>, le avventure di<strong> Silvio Berlusconi</strong> e del <strong>Milan</strong>, prende forma il racconto di una nazione nella quale si vive questo sport come da nessun’altra parte al mondo, e che permette agli italiani di essere immaginifici, istrionici e stupefacenti – nel bene e nel male. Naturalmente c’è spazio per l’<strong>ironia</strong>. Dopo i soliti scontri allo stadio, provocati da una tifoseria di destra, ecco il commento: «Vedremo cosa succederà nel prosieguo della stagione. L’Italia in ogni caso è saggia, e saprà uscirne. Sa bene come trattare con i fascisti. Infatti è da anni che li mette al governo, negli stadi e ovunque sia necessario, tanto perché si distraggano e non vadano in giro a fare quello che gli riesce meglio: assaltare librerie».</p><p>Se poi c’è da parlare di qualche giocatore, ritroviamo forse le migliori descrizioni che mai siano state scritte. Siamo nel 2004, nel pieno del “fenomeno” <strong>Cassano</strong>. Ha 21 anni, gioca alla Roma, è decisamente brutto e buffone, ne fa di tutti i colori. Ma quando si diverte a giocare a calcio, Cassano, è un poeta. Uno di quelli che appartiene alla stirpe dei maledetti, perché tanta bellezza non può esser creata impunemente: «La poesia è capacità di condensare, di comprimere codici in pochi segni. E a questo si dedica Cassano, in quel palmo quadrato dell’area verso cui confluiscono il portiere e un paio di difensori, e dove un secondo è una vita. Cassano non è uno di quelli che tirano d’istinto: quello è giornalismo. Né è uno che pensa a come gli sia arrivato il pallone o a come segnare: quella è narrativa. E ovviamente non cerca il rigore: quella è saggistica. I piedi di Cassano intuiscono e sentono: indovinano dove c’è uno spazio, quanto si può aspettare, chi è, dove e perché. E, mentre segna, ride. Oltre a essere brutto, è crudele e sconsiderato. Cassano, <strong>poeta</strong>, bisogna goderselo finché dura». González aveva visto giusto, meglio di tanti nostri commentatori. E conclude non nascondendo le sue simpatie: «Per gli amanti di cose meno effimere, nella Roma c’è anche <strong>Francesco Totti</strong>, che, al momento, è il miglior calciatore al mondo. Anche se non è bello far dichiarazioni di queste proporzioni in modo così brusco».</p><p>A proposito di giornalisti sportivi, non manca il tributo a quelli che lo spagnolo chiama “grandi narratori”, il patriarca <strong>Gianni Brera </strong>e il contemporaneo <strong>Gianni Mura</strong>. Ma dopo il doveroso omaggio, aggiunge che nulla eguaglia per brillantezza gli anonimi autori degli striscioni. Come sappiamo bene, infatti, nei nostri stadi le tifoserie si parlano, beffeggiandosi, a colpi di striscioni. A volte spregevoli. Altre volte felici e scanzonati. Scrivere un bello striscione da curva è un’arte.</p><p>Da praticare però in gran segreto, perché se la tifoseria avversaria dovesse venire a conoscenza del contenuto, le repliche sarebbero devastanti. Come nel 2001, quando al<strong> derby</strong> della capitale va in scena quanto racconta González: «i giallorossi della Roma prepararono uno striscione colossale per il derby contro i biancocelesti della Lazio. La Roma era la squadra campione in carica e l’occasione richiedeva un tocco di sublime poesia. Quando entrò in campo la squadra romanista, sulla curva si alzò una scritta gigantesca in suo onore: “<strong><em>Roma, alza gli occhi e guarda il cielo: l’unica cosa più grande di te</em></strong>”. Dopo pochi secondi comparve, sulla curva laziale, un altro striscione delle stesse dimensioni: “<strong><em>Infatti è biancoceleste</em></strong>”».</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/01/il-nostro-calcio-visto-dagli-altri/134465/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>7</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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