<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Marco Albino Ferrari</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/mferrari/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>I musei di Messner e lo spirito delle montagne</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/06/i-musei-di-messner-e-lo-spirito-delle-montagne/116206/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/06/i-musei-di-messner-e-lo-spirito-delle-montagne/116206/#comments</comments> <pubDate>Mon, 06 Jun 2011 12:30:35 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Albino Ferrari</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[MMM]]></category> <category><![CDATA[montagne]]></category> <category><![CDATA[Reinhold Messner]]></category> <category><![CDATA[Val Pusteria]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=116206</guid> <description><![CDATA[Nel magnifico e severo castello medievale sopra Brunico, in Val Pusteria, sta per essere inaugurato il nuovo Museo di Reinhold Messner dedicato ai popoli delle montagne. E con quest’ultimo saranno cinque le sedi museali del progetto Messner Mountain Museum, riconoscibili con l’azzeccato marchio composto da tre emme, “MMM” (che ricorda una catena montuosa). Ma come...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/06/messner_mountain_museum.jpg?47e3a5"><img class="alignnone size-medium wp-image-116217" title="messner mountain museum" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/06/messner_mountain_museum-300x199.jpg?47e3a5" alt="messner mountain museum" width="300" height="199" /></a>Nel magnifico e severo castello medievale sopra Brunico, in Val Pusteria, sta per essere inaugurato il nuovo Museo di <strong>Reinhold Messner</strong> dedicato ai popoli delle montagne. E con quest’ultimo saranno cinque le sedi museali del progetto <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.messner-mountain-museum.it/" target="_blank">Messner Mountain Museum</a></span>, riconoscibili con l’azzeccato marchio composto da tre emme, “MMM” (che ricorda una catena montuosa). Ma come sono, a chi si rivolgono, e a cosa puntano questi spazi allestiti dall’astuto Re delle montagne? Nell’attesa che apra quello della Val Pusteria, può essere una buona premessa alla comprensione di questo tipo di opere pseudo culturali, una visita al primo dei musei di Messner, quello di <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.messner-mountain-museum.it/messner-mountain-museum,pid,1,lid,de,meid,1227097223,mid,1238420959,first,1.html" target="_blank">Juval</a></span>, in Val Venosta. Vediamo.</p><p>Siamo in cima a un dirupo, alle porte di un antico castello che domina l’ingresso della Val Senales. Dentro ci sono oggetti d’arte che lo stesso Messner ha raccolto durante i suoi ripetuti viaggi in <strong>Himalaya</strong>. E già qui potrebbe sorgere una prima perplessità: esportare oggetti d’arte, anche se acquistati, rappresenta un’attività eticamente <strong>poco limpida</strong>, perché, si sa, l’arte non è proprietà esclusiva di chi ne rivendica il possesso, ma è anche parte della società e dei luoghi dove l’oggetto è venuto alla luce (questa è l’elementare distinzione tra <em>proprietà </em>e <em>possesso</em>). Sui cartelli che invitano a entrare per una visita guidata (15 euro!) il volto barbuto da maschio alfa di Reinhold Messner emerge come una nuvola lievissima dall’antro pauroso di un crepaccio, quasi fosse lui stesso lo «spirito delle montagne» a cui il museo è dedicato. Di spirito delle montagne si parla molto durante la visita, mentre si passa di fronte a reperti di finissima arte indiana, tra statue di Shiva e Kali, altri oggetti rari e reperti antichi dello stesso castello. Tutto è disposto con <strong>compiaciuta casualità</strong>, come se a dominare fosse il dio del sincretismo, un po’ <em>new age </em>un po’ <em>pop kitsch</em>: ogni cosa, fianco a fianco, dall’Oriente alle Alpi, dal passato al presente, senza luogo, senza tempo. Perché – secondo quanto dicono i cartelli esplicativi e l’affascinate guida dai fluenti capelli biondi che accompagna la visita – a dominare deve essere lo spirito delle montagne nel rispetto dei popoli.</p><p>Come ovvio, tutto ciò ha poco a che vedere con un’istituzione museale seria finalizzata a conservare e a divulgare un tema in un’elaborazione costante e senza finalità di lucro. Ma queste mostre sono allestite appositamente per attirare i turisti di passaggio, <strong>poco esigenti </strong>e ben disposti al plauso. Ogni cimelio è esposto per alimentare il culto della personalità di chi l’ha raccolto: il cimelio passa in secondo piano, davanti sta l’Autore. Anche questo è un segno dei tempi. E infatti non stupisce se questi luoghi siano visitatissimi, anche perché collocati all’interno di favolosi castelli, in punti strategici nel grande traffico delle Alpi Orientali o delle Dolomiti. I musei di Messner? Nell’attesa che apra il quinto possiamo dire che i precedenti sono un vero prodotto di marketing. Non lasciamoci tentare, meglio tirare dritto.</p><p><em>Nella foto Messner srotola una bandiera gigante del Tibet al Messner Mountain Museum di Castel Firmiano, vicino Bolzano, il 28 marzo 2008</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/06/i-musei-di-messner-e-lo-spirito-delle-montagne/116206/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>15</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;Italia e la politica della fazione</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/30/il-berlusconismo-politica-della-fazione/84233/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/30/il-berlusconismo-politica-della-fazione/84233/#comments</comments> <pubDate>Thu, 30 Dec 2010 12:00:23 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Albino Ferrari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Berlusconismo]]></category> <category><![CDATA[fazione]]></category> <category><![CDATA[ideologia]]></category> <category><![CDATA[modernità]]></category> <category><![CDATA[occidente]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[stato.]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=84233</guid> <description><![CDATA[Storici e politologi hanno più volte messo in risalto come in Italia una vera e propria modernità di tipo occidentale non si sia mai del tutto affermata; modernità intesa – ed è su questo che vorrei riflettere – come centralità dello Stato nella vita collettiva. Parliamo dello Stato, ovviamente, con la S maiuscola: cioè di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Storici e politologi hanno più volte messo in risalto come in Italia una vera e propria <strong>modernità </strong>di tipo occidentale non si sia mai del tutto affermata; modernità intesa – ed è su questo che vorrei riflettere – come centralità dello Stato nella vita collettiva. Parliamo dello Stato, ovviamente, con la S maiuscola: cioè di Stato come cultura dell’appartenenza a una collettività, come sede di istituzioni indubitabili e non derogabili, come luogo di garanzia di doveri e interessi dei singoli, come frutto di un contratto partecipato e inalienabile. Lo Stato, in definitiva, come <em>certezza</em>. La modernità si fonda su certezze, dicono gli antropologi: dunque non può esistere modernità senza una visione alta dello Stato. Ma la cognizione di uno Stato moderno, purtroppo, gli italiani non l&#8217;hanno mai avuta fino in fondo. Ancora oggi l’Italia poggia su un’<strong>assenza statuale</strong>, eppure, contemporaneamente, è sopraffatta da un eccesso di politica. Della politica peggiore, ovviamente.</p><p>Si sa, la politica in Italia pervade ogni ambito: da noi “tutto è politica”, oggi come nel passato. La politica nel nostro paese è il frutto di un retaggio storico ben preciso, cioè <strong>politica come fazione</strong>, come obbligo ideologico, come dispensatrice di privilegi (e carriere), come appartenenza dottrinale (religione laica), come corporazione che dà senso di appartenenza (dai Guelfi ai Ghibellini, ogni questione da noi è contrapposizione manichea per fazioni).</p><p>Ed è sotto gli occhi di tutti come il <strong>berlusconismo </strong>(che si definisce un movimento non di derivazione politica, ma è al contrario il massimo interprete della tipica politica italiana) esercita una diretta azione contro l’idea di Stato moderno. Il berlusconismo è la quintessenza di una politica per fazione (o con Berlusconi o contro Berlusconi), di una politica sovraordinata allo Stato e non – come dovrebbe essere nella modernità occidentale –  subordinata ad esso, di una politica come disgregazione di quella solidità dello Stato che è premessa di modernità. Anche nel 2010, nel peggior riflusso antimoderno della nostra storia repubblicana, abbiamo visto troppa politica in troppo poco Stato.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/30/il-berlusconismo-politica-della-fazione/84233/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>11</slash:comments> </item> <item><title>Dividere destra e sinistra ha ancora un senso</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/04/cacciari-ha-ancora-senso-dividere-destra-e-sinistra/67550/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/04/cacciari-ha-ancora-senso-dividere-destra-e-sinistra/67550/#comments</comments> <pubDate>Mon, 04 Oct 2010 08:35:35 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Albino Ferrari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Cacciari]]></category> <category><![CDATA[destra]]></category> <category><![CDATA[La7]]></category> <category><![CDATA[Massimo]]></category> <category><![CDATA[Omnibus]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[sinistra]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=67550</guid> <description><![CDATA[Qualche giorno fa, Massimo Cacciari, intervenendo a “Otto e mezzo” su La7, ha trattato un tema che sul mio blog è stato già affrontato: si può ancora parlare di destra e di sinistra? «Sinistra, destra rappresentano una geografia politica superata» sostiene Cacciari, «negli anni Settanta, sinistra significava più stato e meno mercato, significava programmazione, uguaglianza,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Qualche  giorno fa, <strong>Massimo Cacciari</strong>, intervenendo a <strong>“Otto e mezzo”</strong> su <strong>La7</strong>, ha  trattato un tema che sul mio blog è stato già affrontato: si può ancora  parlare di destra e di sinistra? «Sinistra, destra rappresentano una  geografia politica superata» sostiene Cacciari, «negli anni Settanta,  sinistra significava più stato e meno mercato, significava  programmazione, uguaglianza, solidarietà. Significava classe operaia  contro capitale. Significava welfare, che oggi si è compiuto. La  sinistra ha avuto grandi successi. Ma ora parlare di sinistra non ha più  senso. Voi giornalisti dovreste fare opera educativa, cessare di  parlare di destra e di sinistra».</p><p>È vero che la contrapposizione di classe, la rivendicazione  dei diritti sono temi superati e appartengono a un’altra pagina della  storia, ma non per questo la dicotomia tra le due categorie è superata.  Non per questo i valori culturali ascrivibili tradizionalmente alla  destra o alla sinistra sono finiti. Massimo Cacciari<strong> </strong>tradisce la  prospettiva di filosofo che gli appartiene e si limita a un’analisi  politica, forse a lui conveniente viste le sue crescenti attenzioni agli  accorpamenti centristi. Ma la realtà è più profonda. E, come qualcuno  ha scritto su questo blog, basta guardare qualunque problema per  rendersi conto che spesso esistono due soluzioni, una di destra e una di  sinistra. Facciamo qualche esempio.</p><p>Milano  si sta preparando alle elezioni comunali. E la sinistra cittadina  allestisce le <strong>primarie </strong>che si terranno il prossimo 14 novembre. Tra i  tre candidati (<strong>Pisapia, Onida, Boeri</strong>), Boeri sostiene tesi  inequivocabilmente portatrici di un segno distintivo nella geografia  destra-sinistra. In un incontro pubblico di domenica mattina al <strong>teatro  Puccini di Milano</strong> ha elencato i punti del suo programma. Eccone alcuni:  erigere in diversi punti della città “case dell’acqua” (come già  esistono in alcuni comuni dell’hinterland) dove distribuire acqua  depurata e frizzante «per far concorrenza» – parole di Boeri – «al mercato dell’acqua minerale»;  creare una rete di viabilità sostenibile scoraggiando l’uso dei mezzi  privati; «decentrare la città» per valorizzare le periferie; concedere  ai quartieri maggiori autonomie amministrative al posto degli attuali  “comitati”; sostenere l’integrazione delle nuove culture; favorire il  recupero e la ristrutturazione degli immobili piuttosto che la  costruzione di nuove case; mettere in atto politiche per calmierare i  prezzi degli affitti (così da trattenere in città studenti e giovani  coppie). E molti altri tra i quali, come sottofondo, il costante  riferimento a una modello di partecipazione quasi assembleare alle  decisioni. Saranno buone intenzioni conformi al contesto da  campagna elettorale, certo. Ma sono idee, caro Cacciari, che trovano  indubitabile cittadinanza in una tradizione culturale precisa. Te lo  vedi <strong>Ignazio La Russa </strong>che in campagna elettorale sostiene le “case per  l’acqua”, le decisioni assembleari, la politica per contrastare le case  sfitte?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/04/cacciari-ha-ancora-senso-dividere-destra-e-sinistra/67550/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>27</slash:comments> </item> <item><title>Le acrobazie della destra e della sinistra</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/20/le-acrobazie-della-destra-e-della-sinistra/62417/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/20/le-acrobazie-della-destra-e-della-sinistra/62417/#comments</comments> <pubDate>Mon, 20 Sep 2010 07:53:55 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Albino Ferrari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[cagnotto]]></category> <category><![CDATA[destra]]></category> <category><![CDATA[matteoli]]></category> <category><![CDATA[meritocrazia]]></category> <category><![CDATA[pdl]]></category> <category><![CDATA[sinistra]]></category> <category><![CDATA[tania]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=62417</guid> <description><![CDATA[Parlare di destra e di sinistra, oggi, non ha più senso&#8230; Destra e sinistra sono concetti superati, fanno parte del Novecento, sono schematismi anacronistici… Così si sente ripetere sempre più di frequente. Ma queste affermazioni tanto categoriche hanno davvero un fondamento? Siamo sicuri che le due categorie politiche e filosofiche delineatesi alla fine del Settecento...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Parlare  di <strong>destra e di sinistra</strong>, oggi, non ha più senso&#8230; Destra e sinistra  sono concetti superati, fanno parte del <strong>Novecento</strong>, sono schematismi  anacronistici… Così si sente ripetere sempre più di frequente. Ma queste  affermazioni tanto categoriche hanno davvero un fondamento? Siamo  sicuri che le due categorie politiche e filosofiche delineatesi alla  fine del Settecento siano ormai superate?</p><p>Certo,  negli ultimi anni le carte sono andate via via mescolandosi; alcuni  temi propri della destra sono diventati cavalli di battaglia della  sinistra, e viceversa. La grande questione della <em>meritocrazia</em>,  per esempio. Negli anni Settanta la sinistra condannava l’approccio  meritocratico perché ritenuto ingiusto, efficientista, non-egualitario,  crudele nei confronti degli ultimi. Oggi, al contrario, la sinistra fa  della <em>meritocrazia</em> una propria bandiera culturale: un sistema  meritocratico è contro le logiche di potere, la meritocrazia è contro i  privilegi assegnati dall’alto. Oggi per la sinistra la meritocrazia  significa imparzialità, onestà, uguaglianza rispetto a obiettivi dati.  Significa pari opportunità. Niente male il capovolgimento di segno!</p><p>Eppure,  nonostante singoli temi possano prestarsi a interpretazioni opposte, le  due categorie fondative del pensiero politico moderno rimangono  distinte. Da una parte gli ideali della difesa dell’esistente, della  fede, del valore dell’identità, della conservazione, del passato come  fonte di verità; dall’altro quelli del progresso, della ragione,  dell’equità, della fiducia nel cammino della storia, del relativismo.  Sono convinto che anche oggi la dicotomia destra e sinistra si delinei  in tutti i suoi significati tradizionali. Proviamo a fare un esempio.</p><p>Prendiamo  la questione delle morti sulle strade. Ci sono fondamentalmente due  tipi di messaggi sulla sicurezza stradale che possono essere diretti ai  giovani: da una parte rendere il problema in tutta la sua drammaticità,  mostrando gli esiti degli incidenti e fornendo i numeri della grave  tragedia sociale; dall’altro affidarsi all’esempio positivo di un  giovane di successo che oltre a vincere nel suo campo, rispetta i limiti  di velocità. Da una parte problematicizzare, dall’altra indurre a  emulare.</p><p>Chiedo a chi sostiene che parlare di destra e di sinistra, oggi, non abbia più senso. Secondo voi è solo un caso che lo spot con Tania Cagnotto «Faccio acrobazie, mai quando guido. Sono sulla buona strada» sia stato varato dall’attuale ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli (ex An)?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/20/le-acrobazie-della-destra-e-della-sinistra/62417/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>29</slash:comments> </item> <item><title>Il leghista al centro&#8230;commerciale</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/29/il-leghista-al-centro-commerciale/54457/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/29/il-leghista-al-centro-commerciale/54457/#comments</comments> <pubDate>Sun, 29 Aug 2010 18:51:53 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Albino Ferrari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=54457</guid> <description><![CDATA[Distretti industriali, centri commerciali, strade provinciali spesso intasate formano la grande distesa disorientante della cosiddetta “città diffusa”, chiamata anche “sprawl urbano”. Dove un tempo si estendeva la campagna agricola oggi sorge il prolungamento incontrollato della periferia cittadina con capannoni e villette che si alternano a aree in costruzione e a cinema multisala. Un paesaggio edificato...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Distretti industriali,  centri commerciali, strade provinciali spesso intasate formano la  grande distesa disorientante della cosiddetta “città diffusa”, chiamata  anche “sprawl urbano”. Dove un tempo si estendeva la campagna agricola  oggi sorge il prolungamento incontrollato della periferia cittadina con  capannoni e villette che si alternano a aree in costruzione e a cinema  multisala. Un paesaggio edificato senza regole, senza progetto, e  disegnato dalla casualità dell’iniziativa privata, proprio come la  fantascienza di William Gibson aveva predetto per le megalopoli  americane del futuro. Ma qui non siamo di fronte a megalopoli  d’Oltreoceano, stiamo parlando del nuovo paesaggio veneto, del Padovano,  del basso Veronese, e un po’ di tutto il produttivo e leghista Nordest.</p><p>Sembra un paradosso  che sia proprio il Veneto – regione dove più si cavalca il mito  dell’identità locale – a consentire il fenomeno americaneggiante dello  sprawl urbano, così lontano dai modelli tradizionali locali. Sembra un  paradosso, eppure non lo è.</p><p>Tra il localismo  identitario che spinge ad apporre il toponimo in dialetto sul cartello  del paesino e il megastore che sorge in mezzo alla campagna non  c’è incoerenza. Anzi, tra le due immagini c’è una relazione, una  continuità.</p><p>La Lega spinge, spinge, sull’“identità locale”; ma quanto più debole sarebbe la sua spinta se non ci fosse «la minaccia di perdita di identità»? Si sa: l’idea del <em>noi</em> è di per sé vuota se non accostata a un <em>non-noi</em>.  Non c’è da stupirsi dunque che sia proprio chi passa il sabato  pomeriggio nello spaesamento del centro commerciale a sentire il  richiamo delle Lega. I nostri nonni contadini – eroi celebrati dal  tradizionalismo leghista – non avevano il mito di un’origine identitaria  da reclamare. Vivevano come sempre avevano fatto: tanto bastava per  essere se stessi.</p><p>E allora continuiamo a devastare il nostro territorio. Basterà l’illusione di parlare in dialetto per ritrovare noi stessi.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/29/il-leghista-al-centro-commerciale/54457/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>38</slash:comments> </item> <item><title>Il leghista “tipico” e le lenzuola di cotone</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/10/il-leghista-%e2%80%9ctipico%e2%80%9d-si-sveglia-avvolto-da-lenzuola-di-cotone/38317/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/10/il-leghista-%e2%80%9ctipico%e2%80%9d-si-sveglia-avvolto-da-lenzuola-di-cotone/38317/#comments</comments> <pubDate>Sat, 10 Jul 2010 08:03:57 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Albino Ferrari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[lega]]></category> <category><![CDATA[leghista]]></category> <category><![CDATA[padania]]></category> <category><![CDATA[tipico]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=38317</guid> <description><![CDATA[Ancora uno sguardo sulla retorica leghista. Ancora una riflessione sulle categorie di “tipico” e “tradizionale”. Le tradizioni, io penso, sono il risultato di una proiezione del presente sul passato, piuttosto che di una persistenza storica che ripropone qualcosa di originale e di antico. Non che nelle tradizioni non ci sia niente di antico, ma se...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ancora uno sguardo sulla retorica leghista. Ancora una riflessione sulle categorie di “tipico” e “tradizionale”.</p><p>Le tradizioni, io penso, sono il risultato di una proiezione del presente sul passato, piuttosto che di una persistenza storica che ripropone qualcosa di originale e di antico. Non che nelle tradizioni non ci sia niente di antico, ma se continuano a vivere è perché è nel presente che assumono una funzione sociale, altrimenti andrebbero perdute. Per questo osservare le tradizioni ci aiuta a capire il presente più che il passato.</p><p>Ma la “tipicità”, come ho già scritto qui, è una categoria ancora più “estrema”, che pretende di definire un’originalità, una purezza. Una purezza di cosa? Prendo a prestito un ragionamento che l’antropologo americano Ralph Linton proponeva ai suoi studenti, e lo adatto un po’ alla nostra realtà di cittadini italiani bersagliati continuamente da ricerche di tipicità.<br />  <br /> Il leghista “tipico” si sveglia avvolto da lenzuola di cotone, pianta originaria dell’India. Si alza dal letto e va in bagno, dove trova una serie di accessori inventati di recente in America e in Europa. Si leva il pigiama, indumento inventato in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. Poi si fa la barba, rito masochistico inventato dagli antichi Egizi e oggi diffuso in tutto il mondo occidentale (ma non in quello mediorientale).</p><p>Torna in camera e si veste: le forme degli abiti occidentali derivano da quelle dei nomadi delle steppe dell’Asia (quelle “originali” dei suoi antenati celti, sarebbero molto più scomode). Andando al bar a fare colazione si ferma a comprare “La Padania”, pagando con monete che sono un’antica invenzione dell’India. Beve il caffè, pianta abissina, con origine nel vicino Oriente, mentre lo zucchero fu estratto per la prima volta in India. Immerge nel cappuccino una brioche fatta anche di frumento, originario dell’Asia Minore.</p><p>Intanto sfoglia “La Padania” su cui si carica contro ogni forma di contaminazione culturale per salvare l’autenticità delle nostre tradizioni; legge queste notizie stampate con caratteri inventati dagli antichi semiti, su un materiale inventato in Cina, secondo un procedimento inventato in Germania. Soddisfatto, il leghista esce dal bar e si accende una sigaretta, secondo un’abitudine degli indiani dell’odierno Messico, consumando una pianta addomesticata in Brasile, ecc. ecc.</p><p>E se per lui è una buona giornata e si sente in pace con l’ambiente, ringrazierà una divinità ebraica (che ha generato un figlio mediorientale, ma che l’iconografia “tradizionale” vuole biondo e con occhi azzurri) di averlo fatto un vero Padano. E chiederà di proteggere, lui, la sua famiglia e tutte le cose “tipiche” della sua regione.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/10/il-leghista-%e2%80%9ctipico%e2%80%9d-si-sveglia-avvolto-da-lenzuola-di-cotone/38317/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>7</slash:comments> </item> <item><title>Tipico che?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/03/tipico-che/36004/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/03/tipico-che/36004/#comments</comments> <pubDate>Sat, 03 Jul 2010 16:56:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Albino Ferrari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Lega Nord]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=36004</guid> <description><![CDATA[Tipico su, tipico giù… tipico qua, tipico là. Come il Figaro mozartiano, tutti lo chiedono, tutti lo vogliono… e soprattutto, il “tipico”, lo vuole la Lega nord ammantata di retorica localistica. Ma riflettiamo: cosa vuol dire “tipico”? Tutto e niente. Il prodotto locale, così come certi ristorante d’antan, il costume del posto, il tal detto,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Tipico su, tipico giù… tipico qua, tipico là. Come il Figaro mozartiano, tutti lo chiedono, tutti lo vogliono… e soprattutto, il “tipico”, lo vuole la Lega nord ammantata di retorica localistica. Ma riflettiamo: cosa vuol dire “tipico”? Tutto e niente. Il prodotto locale, così come certi ristorante d’antan, il costume del posto, il tal detto, la tale usanza, cioè tutto ciò che si riferisce al passato, oggi diventa automaticamente tipico. Ma siamo sicuri che nel passato ci sia quell’autenticità a cui il tipico allude?</p><p>La “tipicità” è una categoria rassicurante ma subdola, ingannevole, e soprattutto ideologica. Si richiama a un’identità ascritta nel territorio, come se tutto derivasse da un seme innato nei luoghi che, germogliando, si riproduce sempre uguale a sé stesso. Tipico, così come puro (altra parola odiosa), autoctono e originale sono concetti che provengono da una matrice vagamente creazionista e tendono a farci credere che le cose, come le identità (ecco la parola che piace tanto ai leghisti), rimangano sempre uguali a sé stesse. Sarebbe meglio ragionare in termini di “tradizione”, concetto che al contrario prevede uno sviluppo (dunque è di matrice evoluzionistica), e di cui parleremo prossimamente.</p><p>La cucina tipica, con buona pace delle migliaia di ristoranti che la propongono, non esiste nella forma proposta. Il mais (la polenta) si è diffusa sulle Alpi tre secoli e mezzo fa, il pomodoro Pachino non cresce da sempre sulle coste orientali della Sicilia, ma deriva da un incrocio ottenuto 60 anni fa in Israele, e le “tipiche” vongole veraci del Delta del Po sono arrivate dalle Filippine nel 1989. In realtà ogni cosa “tipica” è uno stereotipo, un prodotto di marketing: la cucina povera dei contadini che un tempo tutto recuperava oggi – assai variata – viene offerta a prezzi salati nei ristoranti alla moda. Ma la cucina tipica è tanto buona. Oh che bel vivere, ho che bel piacere. Tipico? Son qua!</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/03/tipico-che/36004/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>9</slash:comments> </item> <item><title>Lampi di disarmante arguzia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/19/lampi-di-disarmante-arguzia/27035/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/19/lampi-di-disarmante-arguzia/27035/#comments</comments> <pubDate>Sat, 19 Jun 2010 14:49:58 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Albino Ferrari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[dialetto]]></category> <category><![CDATA[lega]]></category> <category><![CDATA[nord]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[veneto]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=27035</guid> <description><![CDATA[Lampi di disarmante arguzia sembrano accendersi sempre più di frequente. Un tempo c’era almeno il modo di distinguerli qua e là come casi su cui riflettere: ci si soffermava a valutarne l’intensità, poi si scuoteva la testa e si proseguiva pensierosi. Oggi se ne perde il conto. Ma non disperiamo: basta sceglierne uno per volta,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2010/06/lapresse_ro150909pol_0040Lega.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-medium wp-image-27039" title="Raduno Lega Nord Padania" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2010/06/lapresse_ro150909pol_0040Lega-300x200.jpg?47e3a5" alt="" width="300" height="200" /></a><strong>Lampi di disarmante arguzia sembrano accendersi sempre più di frequente</strong>. Un tempo c’era almeno il modo di distinguerli qua e là come casi su cui riflettere: ci si soffermava a valutarne l’intensità, poi si scuoteva la testa e si proseguiva pensierosi. Oggi se ne perde il conto. Ma non disperiamo: basta sceglierne uno per volta, e pazienza se altri andranno persi. Vorrei inaugurare questo blog sulla geografia (materia entusiasmante se intesa come lo era alle sue origini, ampia e interdisciplinare, dove ci stava dentro la dimensione umana e la riflessione sull’eterno rapporto tra cultura e natura), avvertendo i gentili lettori di prepararsi a un triste lutto: ormai è certo che lo studio della mia materia preferita verrà ridimensionato con la riforma delle superiori.</p><p><strong>Dopo anni di mortificazioni, che hanno ridotto la geografia a materia mnemonica in cui prevale l’aspetto descrittivo e classificatorio su quello analitico-speculativo, ora siamo alla sua fine annunciata</strong>. E suona tanto più strano che la geografia viva un periodo di crisi proprio oggi, quando la retorica delle rivendicazioni territoriali sventola sempre più alta sulle bandiere di tutti i colori, di destra e di sinistra. O anzi, mi chiedo: che stia proprio qua l’origine della condanna a morte della geografia? la volontà di interromperne lo studio e sostituirlo con un indottrinamento ideologico, distillato dalle fervide menti di ministri e amministratori leghisti?</p><p>Ma veniamo al lampo di arguzia che più di tutti, su questi temi, ha brillato nella notte che stiamo attraversando. La volontà di insegnare il dialetto nelle scuole, o, fate voi, l’esame di dialetto veneto nel concorso per un posto di vigile urbano a Battaglia Terme, nel Padovano. <strong>È vero, la perdita di autonomia culturale dei territori, l’omologazione che appiattisce ogni attributo distintivo dei luoghi rappresenta una perdita dolorosa</strong>. Questo è indubbio. E grave soprattutto sarebbe se la letteratura dialettale andasse perduta: se svanissero nel nulla, come le esclamazioni nei bar (che per loro natura cambiano di continuo), anche le poesie di Anna Maria Bacher in walser titsch (micro lingua dialettale della minoranza etnica “d’alta quota” del Monte Rosa) o di quelle ottocentesche di Pietro Ruggeri in bergamasco. Ma studiare le poesie o impostare corsi di grammatica del dialetto ai ragazzi delle scuole è qualcosa di ben diverso.</p><p><strong>Il dialetto è la lingua veicolare degli affetti, lo si parla in famiglia e con gli amici al bar, e come tutte le tradizioni orali cambia nel tempo e nello spazio.</strong> La forza del dialetto sta proprio nella sua spontaneità, nella sua indipendenza dal basso nei confronti dell’ufficialità alta della cultura dominante. Nella sua autosufficienza dalle regole imposte coi libri. Per questo istituzionalizzare il dialetto, cioè insegnarlo dall’alto, è la sua stessa negazione. Costringerlo in una grammatica significa ucciderlo. Loro non lo sanno, ma l’orgoglio dialettale leghista lavora contro i valori del dialetto. Il linguista tedesco Max Weinreich diceva che una lingua è un dialetto con un esercito. L’esercito leghista dovrà star bene attento con le sue scuole, perché trasformando il bergamasco in una lingua, ne decreterà la fine. Riflettete in fretta, cari amici, prima che arrivi un altro lampo a distrarre le nostre menti.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/19/lampi-di-disarmante-arguzia/27035/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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