<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Michele de Gennaro</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/mdgennaro/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Quelli che Saviano scorda</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/19/quelli-saviano-scorda/234703/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/19/quelli-saviano-scorda/234703/#comments</comments> <pubDate>Sat, 19 May 2012 11:10:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele de Gennaro</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[amianto]]></category> <category><![CDATA[Giampiero Rossi]]></category> <category><![CDATA[plagio]]></category> <category><![CDATA[Saviano]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=234703</guid> <description><![CDATA[Giampiero Rossi era stato nominato caporedattore del settimanale A da pochi giorni quando mi sedetti alla sua scrivania per avere istruzioni su quella che sarebbe stata la mia prima opportunità di lavoro seria nel mondo del giornalismo. La direttora, Maria Latella, si ricordava dei miei articoli come collaboratore freelance da Beirut nel 2006, e proprio...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #222222;"><span style="font-family: arial, sans-serif;"><strong>Giampiero Rossi</strong> era stato nominato caporedattore del settimanale <em>A</em> da pochi giorni quando mi sedetti alla sua scrivania per avere istruzioni su quella che sarebbe stata la mia prima opportunità di lavoro seria nel mondo del giornalismo. La direttora, <strong>Maria Latella</strong>, si ricordava dei miei articoli come collaboratore freelance da Beirut nel 2006, e proprio il giorno del mio compleanno mi aveva telefonato comunicandomi che si era aperta la possibilità di lavorare in redazione, in sostituzione di una collega malata.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: arial, sans-serif;"><br />Non sapevo per quanto tempo sarebbe durato il mio rapporto con Rcs, ma dopo anni di gavetta come redattore di riviste tecniche e miriadi di collaborazioni con quotidiani e magazine vari, entrai nella redazione di <em>A</em> realmente emozionato e nervoso.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: arial, sans-serif;"><br />Rossi, giornalista di razza e lunga esperienza, era approdato in Rizzoli dall&#8217;<em>Unità</em> di Padellaro, dove si occupava di lotte sindacali, diritto del lavoro, politica. A confronto il sottoscritto era un volenteroso pischello, null&#8217;altro.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: arial, sans-serif;"><br />Mi fece sedere di fronte a lui e con poche parole mi chiese di attendere che finisse di scrivere quello su cui era impegnato. Minuti che sembravano non passare mai, pieni di ansia. Mi chiedevo che capo potesse essere, se sarebbe stato distaccato o alla mano, se mi avrebbe relegato a semplice passacarte o mi avrebbe dato fiducia.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: arial, sans-serif;"><br />Quando terminò di battere sui tasti, alzò finalmente lo sguardo, mi sorrise e mi disse: &#8220;<em>Ci dobbiamo aiutare. Io sono appena arrivato qui e devo ancora capire come funziona la macchina. Preparati a una lunga estate insieme</em>&#8220;. Nessuna parvenza da superbo giornalista navigato &#8211; davvero troppo diffusa in questo settore &#8211; nei confronti dell&#8217;ultimo arrivato. Nessuna traccia di fastidio a doversi sobbarcare anche quella magagna: oltre al nuovo lavoro, pure un pivello da svezzare.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: arial, sans-serif;"><br />E fu una meravigliosa estate di lavoro, di apprendimento e di giornalismo. Giampiero mi ha insegnato la calma nei momenti più convulsi della vita di un giornale, mi ha strigliato incentivandomi a migliorare, mi ha supportato nell&#8217;imparare a incassare i modi più bruschi del direttore. Quando la sera uscivo dalla redazione per andarmene a casa nel vuoto afoso dell&#8217;agosto milanese ero felice e soddisfatto, e spesso anche divertito, sì perché Giampiero è pure una persona davvero spassosa. Non ne ho più incontrati di colleghi così, purtroppo no.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: arial, sans-serif;"><br />Perché, direte voi, tutta questa spataffiata incensante?</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: arial, sans-serif;"><br />Nel suo monologo sull&#8217;Eternit mercoledì sera <strong>Saviano ha attinto a piene mani</strong> a due libri scritti da Giampiero sul caso (<em>La lana della salamandra</em> e <em>Amianto</em>) in anni di duro lavoro di ricerca e di inchiesta, senza citarli. E ieri Giampiero ha rivendicato la paternità di quelle frasi con una <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/19/quante-frasi-libro-saviano-perche-citi/234724/" target="_blank">lunga lettera sul Fatto</a> dai toni mai rancorosi. Ha chiesto correttezza senza aggredire, coerenza senza insultare. Merce rara di questi tempi, in cui dividersi in fazioni sbraitandosi violenza addosso pare lo sport nazionale, specie tra i baroni del giornalismo.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: arial, sans-serif;"><br />Saviano lo conoscete già tutti molto bene. Forse era il caso di raccontarvi un po&#8217; di Giampiero Rossi, perché, come ha scritto nella sua lettera, &#8220;<em>Saviano deve continuare il suo prezioso lavoro, ma stando più attento anche al lavoro dei tanti colleghi che cercano di fare altrettanto, quasi sempre con minore visibilità ma quasi mai con minore impegno</em>&#8220;.</span></span><br /><span style="color: #222222;"><span style="font-family: arial, sans-serif;"><br />Ho avuto il privilegio di collaborare ancora con Giampiero alla stesura di un libro sul drammatico silenzio che avvolge tutti quegli uomini e quelle donne che col proprio lavoro perdono la salute (<em>Il lavoro che ammala</em>). Siamo andati <strong>casa per casa</strong>, ad ascoltare le storie di dolore di quelle persone. Questo il metodo di lavoro che Giampiero mi ha insegnato. Nel caso Saviano avesse bisogno di ulteriori utili spunti.</span></span></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/19/quelli-saviano-scorda/234703/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>&#8220;Tanto muore&#8221; così si risparmia sui farmaci  Indagine su tre cliniche a Palermo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/02/%e2%80%9ctanto-muore%e2%80%9dcosi-si-risparmia-sui-farmaci/161561/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/02/%e2%80%9ctanto-muore%e2%80%9dcosi-si-risparmia-sui-farmaci/161561/#comments</comments> <pubDate>Sun, 02 Oct 2011 06:10:33 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele de Gennaro</dc:creator> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[chemioterapia]]></category> <category><![CDATA[clinica Latteri]]></category> <category><![CDATA[Palermo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=161561</guid> <description><![CDATA[“Perché spendere? I parenti sperano che muoia, e io non gli faccio altri 10 giorni di albumina, sono soldi buttati”. È la dottoressa Latteri dell’omonima clinica di Palermo che parla al telefono a una collega spiegando che non bisogna più somministrare ai pazienti il Tad, un farmaco disintossicante dato ai malati di tumore dopo la...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“Perché spendere? I parenti sperano che muoia, e io non gli faccio altri 10 giorni di albumina, sono soldi buttati”. È la dottoressa Latteri dell’omonima clinica di Palermo che parla al telefono a una collega spiegando che non bisogna più somministrare ai pazienti il <strong>Tad</strong>, un farmaco disintossicante dato ai malati di tumore dopo la chemioterapia, rimborsato dalla Regione 100 euro a seduta. L’ordine, però, non riguardava tutti i pazienti, ma solo quelli entrati nella clinica con un “day service”, mentre per quelli ricoverati, essendo maggiore il rimborso, si poteva procedere. Una truffa da un milione e 200 mila euro che ha portato anche a un aberrante sistema che prevedeva pazienti di serie A e pazienti di serie B, questi ultimi costretti a soffrire la totalità degli effetti collaterali dovuti alle sedute di chemioterapia.</p><p>È quanto è emerso dall’inchiesta condotta per oltre due anni dal Nucleo antisofisticazione dei carabinieri e coordinata dal pm <strong>Amelia Luise</strong>. Imminente la richiesta di rinvio a giudizio per 17 persone tra medici e dirigenti di tre cliniche palermitane, <strong>Latteri</strong>, <strong>Maddalena </strong>e <strong>Noto</strong>. Oltre alla mancata somministrazione del Tad, le tre strutture private chiedevano il rimborso per i ricoveri, che avrebbero dovuto includere gli esami specialistici, e poi un ulteriore rimborso per gli accertamenti diagnostici effettuati in strutture collegate o esterne alle case di cura. Tra gli indagati anche due medici che ufficialmente lavorano in ospedali pubblici ma che, in cambio di denaro, dirottavano pazienti alla Latteri e alla Noto, sostenendo che nei nosocomi non ci fosse posto.</p><p>Secondo gli inquirenti, al diktat impartito ai sanitari dalla dottoressa<strong> Maria Teresa Latteri</strong>, che gestisce la clinica, in un primo tempo aveva provato a ribellarsi la collega <strong>Maria Rosaria Valerio</strong>, inutilmente. In una intercettazione infatti la Valerio dice: “Il paziente vomita, si disidrata, bisogna fargli il Tad”. Ma la Latteri rimane inflessibile: “Allora non hai capito che la prassi che fai tu costa alla clinica 250 euro e quello (l’assessore alla Sanità, <em>ndr</em>) ce ne dà 100?”.</p><p>Nel settembre 2009, due mesi dopo il decreto con cui l’assessorato regionale alla Sanità tagliava i rimborsi alle cliniche e imponeva sedute di chemioterapia quasi esclusivamente senza ricoveri, la conferma di questo modus operandi arriva ai carabinieri da una telefonata tra un paziente, allarmato dall’effetto della chemio, e la dottoressa Valerio: “Sono rosso in viso, come se avessi delle vampate. Anche negli occhi… E perché questa volta la Tad non l’avete fatta?”. Non mancano i turbamenti tra il personale. Come il medico <strong>Scaletta</strong>, che alla Valerio per telefono disse: “Così non si può vivere, anche per una questione di coscienza nei riguardi delle persone”.</p><p>“Se confermati – ha commentato ieri l’assessore regionale alla Salute, <strong>Massimo Russo</strong> – si tratta di fatti di una gravità inaudita. E adesso vedremo se ci sono le condizioni per adottare fin da subito i consequenziali provvedimenti, compresa la revoca del convenzionamento”. Ma mentre <strong>Leoluca Orlando</strong>, presidente della Commissione d’inchiesta della Camera sugli errori in campo sanitario, ha dichiarato che chiederà una relazione all’assessore siciliano, il segretario regionale della Cgil medici, <strong>Renato Costa</strong>, attacca: “La verità è che le strutture private sono fuori controllo. La riforma sanitaria adotta sistemi rigidi e tagli sulla sanità pubblica, ma non altrettanto sul fronte privato. E poi, chi controlla la qualità del servizio di queste strutture?”.</p><p>Lo scandalo delle cliniche aumenta la tensione sull’assessorato alla Sanità siciliano, già nella bufera dopo il decreto che taglia nell’isola 23 punti nascita al di sotto dei 500 parti annui: in questi giorni gli amministratori locali e i cittadini delle Madonie e delle isole minori protestano contro l’assessore Russo. Da tre giorni l’ospedale di <strong>Petralia Sottana </strong>è occupato da un gruppo di nove sindaci, mentre è previsto per oggi un sit-in di protesta davanti l’ospedale <strong>San Raffaele Giglio</strong> di Cefalù contro la chiusura del reparto di ostetricia.</p><p>da <em>Il Fatto Quotidiano</em> del 2 ottobre 2011</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/02/%e2%80%9ctanto-muore%e2%80%9dcosi-si-risparmia-sui-farmaci/161561/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>123</slash:comments> </item> <item><title>Misterbianco come Terzigno</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/29/misterbianco-come-terzigno/74270/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/29/misterbianco-come-terzigno/74270/#comments</comments> <pubDate>Fri, 29 Oct 2010 11:48:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele de Gennaro</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[discariche]]></category> <category><![CDATA[misterbianco]]></category> <category><![CDATA[Ninella Caruso]]></category> <category><![CDATA[Oikos]]></category> <category><![CDATA[Raffaele Lombardo]]></category> <category><![CDATA[rifiuti]]></category> <category><![CDATA[Terzigno]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=74270</guid> <description><![CDATA[Anche gli abitanti di Misterbianco, in provincia di Catania, dicono basta. E sono pronti a scendere in strada come gli abitanti di Terzigno. La goccia che ha fatto traboccare il vaso d’esasperazione è stato il piano regionale di gestione rifiuti presentato dal presidente della regione Sicilia Raffaele Lombardo, che prevede la creazione di 15 nuove...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Anche gli abitanti di Misterbianco, in provincia di Catania, dicono <strong>basta</strong>. E sono pronti a scendere in strada come gli abitanti di Terzigno.</p><p>La goccia che ha fatto traboccare il vaso d’esasperazione è stato il piano regionale di gestione rifiuti presentato dal presidente della regione Sicilia <strong>Raffaele Lombardo</strong>, che prevede la creazione di 15 nuove discariche e l’ampliamento di 12 delle 14 già esistenti, tra cui appunto quella della contrada Tiriti, nella confinante Motta Sant’Anastasia. Nonostante la Regione abbia approvato da tempo un deliberato che impone una distanza minima di 5 chilometri tra le discariche e i centri abitati, questo impianto sorge <strong>ad appena 350 metri dal centro</strong> del comune catanese abitato da 50 mila persone e da trent’anni raccoglie i rifiuti di molti paesi della provincia, appestando l’aria con miasmi e un fetore insopportabile, tanto da non poter aprire le finestre nemmeno d’estate.</p><p>Qui da tempo i cittadini si sono organizzati in comitati spontanei che chiedono a gran voce la chiusura della discarica. Ora a loro si sono uniti anche gli amministratori locali, in modo trasversale agli schieramenti politici. A partire dal sindaco <strong>Ninella Caruso</strong>, al suo secondo mandato ed eletta proprio nelle file dell’Mpa di Lombardo. “<em>Secondo il progetto dell’Ars</em> – spiega il primo cittadino di Misterbianco – <em>la discarica dovrebbe passare da una capacità di 810 mila metri cubi a 2 milioni e mezzo. La nostra comunità soffre già da troppo tempo per questa difficilissima convivenza e un tale ampliamento sarebbe del tutto inaccettabile</em>”. L’amministrazione comunale sta preparando un esposto giudiziario sui danni fisici e psichici provocati dalla discarica agli abitanti, ed è stata lanciata una raccolta di firme, a oggi sono 5 mila, da presentare al Prefetto, al Presidente della Regione e al Ministro dell’ambiente.</p><p>La discarica di Motta Sant’Anastasia è gestita da <strong>Oikos</strong>, società con 124 dipendenti e 28 milioni di fatturato, della famiglia Proto. Domenico Proto ne è presidente, mentre nel cda siedono Orazio, Rosa, Giuseppe e il capostipite Salvatore, arrestato nel 1997 per i suoi rapporti con il clan Santapaola-Ercolano e poi assolto in primo grado. Oikos, però, fa anche parte del consorzio Simco, attivo nella raccolta dei rifiuti nel catanese per conto della Simeto Ambiente. “<em>Sì </em>– ammette Ninella Caruso – <em>il <strong>conflitto d’interessi </strong>salta agli occhi. Però si spera sempre in comportamenti dignitosi e improntati all’etica</em>”.</p><p>Nel frattempo i cittadini stanno scegliendo la forma di <strong>mobilitazione </strong>da adottare nei prossimi giorni. C’è chi propone di bloccare la statale 121 e chi invece vorrebbe impedire l’ingresso dei camion alla discarica, proprio come a Terzigno. “<em>Gli abitanti di Misterbianco sono persone pacifiche</em> – dice il sindaco Caruso – <em>ma l’esasperazione può portare ad azioni disperate. In questa situazione, prima di minacciare l’uso della forza come ha fatto il ministro Maroni, i nostri governanti dovrebbero dimostrare maggiore sensibilità, calarsi nelle realtà locali e provare a mettersi nei panni dei sindaci e dei cittadini di queste comunità avvelenate</em>”.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/29/misterbianco-come-terzigno/74270/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>23</slash:comments> </item> <item><title>Palermo precaria e l’attesa dell’evitabile</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/13/palermo-precaria-e-l%e2%80%99attesa-dell%e2%80%99evitabile/60167/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/13/palermo-precaria-e-l%e2%80%99attesa-dell%e2%80%99evitabile/60167/#comments</comments> <pubDate>Mon, 13 Sep 2010 12:54:01 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele de Gennaro</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[atrani]]></category> <category><![CDATA[Palermo]]></category> <category><![CDATA[precari]]></category> <category><![CDATA[sarno]]></category> <category><![CDATA[sicilia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=60167</guid> <description><![CDATA[ In Sicilia si aspetta. E prima o poi qualcosa accade. In questi miei primi cinque mesi di vita palermitana ho imparato varie cose. Dalle più banali, come guidare la macchina per queste strade, pratica che richiede una straordinaria soglia d’attenzione e che alimenta una profonda visione relativista del tessuto urbano, a quelle più imperscrutabili, come...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong>In <strong>Sicilia</strong> si aspetta. E prima o poi qualcosa accade. In questi miei primi cinque mesi di vita palermitana ho imparato varie cose. Dalle più banali, come guidare la macchina per queste strade, pratica che richiede una straordinaria soglia d’attenzione e che alimenta una profonda visione relativista del tessuto urbano, a quelle più imperscrutabili, come convivere con questa sorta di filosofia di vita dell’attesa, di cui tanto avevo già letto tra le pagine di letteratura di autori siciliani. Una forma mentis dettata da pigrizia, atavica rassegnazione e tanto altro che devo ancora capire.</p><p>Qui si aspetta.</p><p>Giorno dopo giorno comprendo che la mia compagna e io potremmo non uscire mai più di casa senza alcun rischio di morire d’inedia. Basta aspettare che l’anziana vicina del piano di sotto bussi puntuale come un orologio svizzero alla nostra porta annunciando quali manicaretti sta cucinando e che ci riserverà un paio di porzioni per noi (vedi indigestione di <em>babbaluci*</em>…).</p><p>Così se <em>t’abbutta**</em> uscire a comprare il pane, basta aspettare l’arrivo in tarda mattinata del cognato del fornaio, che ogni giorno fa il giro del quartiere urlando “ppane!”, con una P che non potrebbe essere più esplosiva di così. E allora ti sporgi dalla finestra, gli fai un urlo, cali il cesto di vimini con dentro qualche spicciolo e lo “risali” con un paio di filoni freschi e croccanti.</p><p>Qui si aspetta.</p><p>Che arrivi la pioggia a portare sollievo a questa terra tragica, aspra e assetata. Poi basta un’acquazzone un po’ più intenso e prolungato per perdere il conto dei danni. Le immagini di smottamenti del terreno, accenni di frana e inquietanti crepe nell’intonaco delle case dopo il nubifragio di venerdì scorso dovrebbero far riflettere. Non bisogna essere un esperto d’idrologia o avere un’indole particolarmente catastrofista per capire che interi quartieri e frazioni arrampicate spesso abusivamente sulle colline alle porte di Palermo sono ad altissimo rischio. Eppure non si fa nulla. <strong>Si aspetta</strong>. Poi se avverrà una tragedia, un’altra <strong>Sarno</strong> o un’altra <strong>Atrani</strong>, con automobili, case e persone che scivolano via travolte e inghiottite da un’ondata di fango, si aspetterà l’individuazione dei responsabili, di chi poteva prevenire, fare qualcosa e non l’ha fatto.</p><p>Per questo e tanto altro vedere la mobilitazione dei <strong>precari</strong> siciliani della scuola riempie il cuore. Di rabbia, per la loro dignità umana e professionale vilipesa. Di speranza, in un futuro diverso, migliore, senza aspettare oltre.</p><p>* lumache di terra, cucinate con olio, prezzemolo e aglio</p><p>** mi scoccia, m’infastidisce</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/13/palermo-precaria-e-l%e2%80%99attesa-dell%e2%80%99evitabile/60167/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>8</slash:comments> </item> <item><title>La sanità nella Messina dei baroni</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/31/la-sanita-nella-messina-dei-baroni/54980/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/31/la-sanita-nella-messina-dei-baroni/54980/#comments</comments> <pubDate>Tue, 31 Aug 2010 11:04:32 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele de Gennaro</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[baroni]]></category> <category><![CDATA[Ferruccio Fazio]]></category> <category><![CDATA[laura salpietro]]></category> <category><![CDATA[messina]]></category> <category><![CDATA[Sanità]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=54980</guid> <description><![CDATA[I due medici che giovedì scorso si sono presi a botte davanti a una partoriente al Policlinico di Messina non entreranno in una sala parto per molto tempo. Ma l’episodio è l’ennesima manifestazione di uno dei mali che tormenta la sanità italiana: la commistione tra pubblico e privato, medici che si dividono tra il proprio...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>I due medici che giovedì scorso si sono presi a botte davanti a una partoriente al Policlinico di Messina non entreranno in una sala parto per molto tempo. Ma l’episodio è l’ennesima manifestazione di uno dei mali che tormenta la sanità italiana: la <strong>commistione tra pubblico e privato</strong>, medici che si dividono tra il proprio studio e le strutture pubbliche confondendo i ruoli e pensando di gestire il paziente privato nel pubblico e viceversa.</p><p>Ieri <strong>Laura Salpietro</strong>, alla quale è stato asportato l’utero per via di un’emorragia subito dopo avere partorito, è uscita dalla prognosi riservata, mentre suo figlio<strong> Antonio</strong>, venuto alla luce con due arresti cardiaci e un presunto danno cerebrale, è stato tolto dal coma farmacologico. Lo scontro tra i due medici sarebbe scoppiato per stabilire chi doveva procedere con taglio cesareo sulla paziente.</p><p>“<em>Una vicenda gravissima, inaccettabile, sconcertante e inammissibile</em>”, così l’assessore regionale siciliano alla Salute <strong>Massimo Russo</strong> ha commentato l’accaduto mentre si recava in visita alla donna nel policlinico di Messina assieme al ministro della Salute <strong>Ferruccio Fazio</strong>. L’assessore e il ministro hanno portato le scuse delle istituzioni incontrando la paziente e suo marito Matteo Molonia, e garantito che verrà fatta giustizia.</p><p>Fazio e Russo hanno poi partecipato a una riunione operativa alla presenza dei vertici dell’azienda ospedaliero-sanitaria, del rettore dell’ateneo messinese <strong>Francesco Tomasello</strong> e del preside della facoltà di medicina dell’università, <strong>Emanuele Scribano</strong>, dove è stato stabilito il commissariamento dell’unità operativa complessa di ostetricia e ginecologia del Policlinico, affidata al direttore sanitario <strong>Manlio Magistri</strong>.</p><p>Questi i provvedimenti disciplinari nei confronti dei medici coinvolti: sospensione di <strong>Domenico Granese</strong> dalla direzione dell&#8217;unità di ostetricia e ginecologia per le evidenti disfunzioni organizzative del reparto, considerato che <strong>Antonio De Vivo</strong>, il ginecologo di fiducia di Laura Salpietro, non aveva alcuna autorizzazione a operare all&#8217;interno della sala parto; sospensione dall&#8217;attività assistenziale di <strong>Vincenzo Benedetto</strong> in attesa delle conclusioni del procedimento disciplinare avviato nei suoi confronti che dovrà stabilire la gravità dei comportamenti etici e deontologici; immediata risoluzione del contratto di assegnista di ricerca nei confronti di Antonio De Vivo che non poteva svolgere attività assistenziale all&#8217;interno della sala parto del Policlinico.</p><p>“<em>Occorre soprattutto un cambiamento culturale per regolamentare i rapporti tra l’attività istituzionale e quella privata, ed è per questo che ho chiesto all&#8217;Ordine dei Medici</em> – ha detto Russo &#8211; <em>interventi nella direzione del rigore professionale, proprio a tutela della stragrande maggioranza dei medici siciliani</em>&#8220;.</p><p>Una richiesta condivisibile ma che suscita perplessità quando tra i vertici che hanno partecipato alla riunione di ieri figurava proprio il rettore Francesco Tomasello. Lo scorso 2 agosto il Magnifico Rettore di Messina ha chiesto e ottenuto una<strong> </strong>proroga degli incarichi di dodici mesi per sé e per i Presidi delle facoltà, tutti quasi al termine del secondo e ultimo mandato. Serviva addirittura una modifica dello Statuto e il Senato Accademico non s’è fatto pregare: due soli i voti contrari. Da rettore Tomasello è finito due volte <strong>sotto inchiesta</strong>. La prima, nel 2007, per aver fatto pressione su un presidente di commissione per un posto di professore associato nella sua Università che doveva andare al figlio del pro-Rettore Battesimo Macrì. Tomasello fu sospeso per due mesi. Una nuova interdizione, sempre per due mesi, alla fine del 2008 per altri presunti concorsi truccati: il procedimento è ora pendente davanti al Gup.</p><p>“Non sta a me giudicare”, dice <strong>Ignazio Marino</strong> presidente della commissione parlamentare sul servizio sanitario nazionale che sta esaminando le 100 pagine di relazione ricevute ieri dai Nas. “<em>Però ricordo che nel 2005, in qualità di capo dipartimento al centro trapianti di Philadelphia, una delle ultime persone che assunsi fu proprio un medico di Messina. Nel colloquio gli chiesi perché voleva lasciare la sua città, e lui mi rispose che a Messina per essere assunti bisogna avere i parenti giusti, e lui non li aveva</em>”.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/31/la-sanita-nella-messina-dei-baroni/54980/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>32</slash:comments> </item> <item><title>A Palermo continua lo sciopero della fame dei precari della scuola</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/25/a-palermo-continua-lo-sciopero-della-fame-dei-precari-della-scuola/52720/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/25/a-palermo-continua-lo-sciopero-della-fame-dei-precari-della-scuola/52720/#comments</comments> <pubDate>Wed, 25 Aug 2010 06:43:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele de Gennaro</dc:creator> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[Giulio Tremonti]]></category> <category><![CDATA[Maria Stella Gelmini]]></category> <category><![CDATA[Palermo]]></category> <category><![CDATA[precari]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=52720</guid> <description><![CDATA[“Da una buona istruzione, da un sistema scolastico efficiente e democratico, soprattutto da qui parte la lotta alla mafia. Scegliendo una protesta così radicale vogliamo che i palermitani e gli italiani capiscano che con i tagli della riforma Gelmini non c’è solamente in gioco lo stipendio mensile con cui campare le nostre famiglie, ma soprattutto...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“<strong>Da una buona istruzione</strong>, da un sistema scolastico efficiente e democratico, soprattutto da qui <strong>parte la lotta alla mafia</strong>. Scegliendo una protesta così radicale vogliamo che i palermitani e gli italiani capiscano che con i tagli della <strong>riforma Gelmini </strong>non c’è solamente in gioco lo stipendio mensile con cui campare le nostre famiglie, ma soprattutto il futuro di un’intera società. Stanno tagliando le nostre vite, e il futuro di tutti i nostri figli. Contro questa macelleria sociale i cittadini devono organizzarsi, scendere in piazza tutti insieme, perché riguarda tutti, non solamente chi nella scuola ci lavora”. Così<strong> Giacomo Russo</strong>, assistente tecnico di 31 anni rimasto senza lavoro, spiega la decisione di trasformare il sit-in di protesta organizzato dal <strong>coordinamento precari scuola della Cgil</strong> davanti alla sede del Provveditorato agli studi di Palermo in sciopero della fame. Con lui anche <strong>Salvo Altadonna</strong>, 35 anni insegnante di sostegno, e <strong>Pietro Di Grusa</strong>, 49 anni collaboratore scolastico. Quest’ultimo, oltre ad astenersi dal cibo, ha sospeso anche l’assunzione di cardioaspirina, prescrittagli per curare la sua cardiopatia. E nonostante due giorni fa sia stato ricoverato in ospedale a causa di una ipotemia, una volta dimesso ha nuovamente raggiunto il luogo della protesta.<br /> “Pietro – spiega Giacomo Russo – è uno dei tanti lavoratori precari da molti anni che non hanno raggiunto i requisiti per la disoccupazione, dunque non gode di alcun ammortizzatore sociale e si trova in una situazione economica disastrosa: ha uno sfratto esecutivo e due figli da mantenere. L’unico aiuto che riceve proviene dalla Caritas. A confronto io, che non ho una famiglia, sono fortunato. Ma mi chiedo: che razza di Stato è quello in cui un cittadino si può dire fortunato perché non ha ancora messo su famiglia?”<br /> Per quanto riguarda la Sicilia, <strong>la scure della coppia Gelmini-Tremonti </strong>ha comportato il taglio di<strong> 7.700 posti di lavoro</strong> nella scuola durante il 2009, e <strong>oltre 6.000</strong> in quello in corso. Nella sola provincia di Palermo si contano 3.900 lavoratori lasciati a casa. “Il più bel regalo alla mafia che si potesse fare”, commenta <strong>Calogero Guzzetta</strong>, segretario provinciale Flc-Cgil. “A Palermo – continua Guzzetta – abbiamo il più alto tasso di dispersione scolastica della nazione, e il primo effetto di questa riforma è l’aumento del numero di alunni per classe, che da una media di 20 arriva oggi a 30, con punte di 40. Come può in questo modo un’insegnante prendere per mano in un percorso formativo ciascun bambino? Figuriamoci poi come aumenteranno gli abbandoni nelle scuole dei quartieri disagiati della nostra città”.<br /> Una realtà scolastica, quella palermitana, che era già in ginocchio da tempo, e a cui i tagli del governo sembrano ora dare il colpo di grazia. Secondo uno studio condotto da Cgil nel maggio scorso<strong> su 1.187 scuole della provincia di Palermo, solamente il 13% è agibile</strong>, mentre il 16% è adeguato alle norme ma privo di certificazione, e ben il 71% è assoggettato a manutenzione strutturale e di impianti. E il 5% di queste ultime strutture andrebbe completamente demolito e ricostruito ex novo.<br /> “Gli effetti di questa riforma – dice Guzzetta – sono davanti agli occhi di tutti: la carenza di personale Ata è talmente drammatica che le condizioni igieniche e di vigilanza delle nostre scuole sono inaccettabili per uno stato moderno e democratico. Le segreterie scolastiche sono letteralmente al collasso, con montagne di pratiche che languono inevase”.<br /> Lo sciopero della fame di questi tre precari è solamente la punta di un’iceberg di disperazione e sconforto in cui sono congelate le vite di migliaia di lavoratori della scuola. Lo scorso 12 dicembre, <strong>Ignazia Maria Mamone</strong>, insegnante precaria di 50 anni, caduta in forte depressione ha deciso di farla finita lanciandosi sotto le ruote del treno Palermo-Milano vicino alla stazione di Bagheria.<br /> “Noi andiamo avanti – dice Giacomo Russo – e da venerdì, se le mie condizioni fisiche me lo permetteranno, sarò a Roma per proseguire questa mia protesta davanti al Ministero. È l’unico mezzo che abbiamo per farci ascoltare, ma non da queste istituzioni, bensì da tutte le mamme italiane. Che devono scendere in piazza con noi, e lottare democraticamente per il futuro dei loro figli”.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/25/a-palermo-continua-lo-sciopero-della-fame-dei-precari-della-scuola/52720/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>40</slash:comments> </item> <item><title>A 9 anni dal G8, ancora non si danno i numeri</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/01/a-9-anni-dal-g8-ancora-non-si-danno-i-numeri/46716/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/01/a-9-anni-dal-g8-ancora-non-si-danno-i-numeri/46716/#comments</comments> <pubDate>Sun, 01 Aug 2010 16:25:54 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele de Gennaro</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[g8]]></category> <category><![CDATA[genova]]></category> <category><![CDATA[pestaggi]]></category> <category><![CDATA[processo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=46716</guid> <description><![CDATA[E così la Corte d’Appello di Genova, ribaltando la sentenza di primo grado, ha condannato anche i vertici della polizia per le violenze e i falsi atti compiuti durante la sciagurata irruzione nella scuola Diaz durante il G8 del luglio 2001. Nonostante siano passati nove lunghi anni, il ricordo di quegli eventi è ancora ben...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>E così la Corte d’Appello di Genova, ribaltando la sentenza di primo grado, ha condannato anche i vertici della polizia per le violenze e i falsi atti compiuti durante la sciagurata irruzione nella scuola Diaz durante il G8 del luglio 2001.</p><p>Nonostante siano passati nove lunghi anni, il ricordo di quegli eventi è ancora ben vivo in chi, come il sottoscritto, era a Genova in quegli afosissimi e folli giorni. E oggi, con questa decisione, finalmente possiamo respirare un po’ della tanto sospirata e invocata giustizia.</p><p>Il tribunale ha sancito che oltre agli agenti impegnati nell’operazione anche i vertici della polizia di stato erano lì, hanno visto, ma non hanno fatto nulla. Hanno visto il bagno di sangue e non hanno fatto nulla. Hanno visto le false bombe molotov e non hanno fatto nulla. E per questo dovranno pagare.</p><p>Anche dopo questa sentenza rimangono dentro comunque tanto sconcerto, rabbia e tristezza a ripensare a quei tre giorni. Le violenze alla Diaz sono state la punta di un iceberg. Per tre giorni, come documentato da centinaia e centinaia di video e fotografie, le forze dell’ordine hanno sistematicamente dato vita a pestaggi d’inaudita violenza nei confronti di inermi manifestanti. A Genova i diritti vennero meno, furono sospesi, col pretesto della sicurezza. Sortendo esattamente l’effetto contrario, quello voluto: disordine e violenta repressione.</p><p>I falsi atti da parte della polizia a Genova non si limitarono all’introduzione delle false bottiglie molotov nella scuola Diaz. Quante volte, da venerdì a domenica, i manifestanti hanno visto gruppi di blackblock parlottare a tu per tu con i poliziotti, da quanti ambigui furgoni si distribuivano mazze e bastoni sotto gli occhi di altrettanto ambigui individui normalmente abbigliati? Torna alla mente uno dei messaggi del Guzzanti-massone del caso Scafroglia: “chi fa il blackblock non fa il poliziotto, ripeto: chi fa il blackblock non faccia il poliziotto, che a Genova avete fatto un gran casino”.</p><p>Purtroppo siamo consapevoli che di tutto questo non avremo mai giustizia. Non vedremo mai al banco degli imputati né quegli agenti che hanno ripetutamente fracassato a colpi di manganello teste di ragazzi che alzavano le mani in segno di resa, né chi pensò di portare ulteriore disordine rimpolpando le frange dei violenti con tanti altri falsi picchiatori mascherati.</p><p>Dopo il G8 di Genova e i tanti episodi di gratuita violenza che in questi nove anni hanno visto coinvolte le forze dell’ordine, dalle quali i cittadini dovrebbero sentirsi protetti e non terrorizzati, nulla è stato fatto dalle istituzioni per prevenire tali eventi.</p><p>Sia i governi Berlusconi sia quelli del fintocentrosinistra si sono guardati bene dal prendere anche un semplice ma efficace provvedimento come quello di indicare ciascun agente operante in piazza con un bel numero d’identificazione stampato sul casco d’ordinanza.</p><p>Un semplice numero, visibile a tutti, che servirebbe a frenare le pulsioni più violente di chi, in divisa, si sente ancora oggi libero di sfogare impunemente il suo sadismo con qualche bella manganellata ingiustificata, contando su di un anacronistico anonimato.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/01/a-9-anni-dal-g8-ancora-non-si-danno-i-numeri/46716/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Calma, calma, calma</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/22/calma-calma-calma/43091/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/22/calma-calma-calma/43091/#comments</comments> <pubDate>Thu, 22 Jul 2010 17:53:37 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele de Gennaro</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[agende]]></category> <category><![CDATA[Borsellino]]></category> <category><![CDATA[mafia]]></category> <category><![CDATA[Palermo]]></category> <category><![CDATA[rosse]]></category> <category><![CDATA[strage]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=43091</guid> <description><![CDATA[In questi giorni di commemorazioni per l’anniversario della morte di Paolo Borsellino, molte circostanze a Palermo mi hanno sconcertato e fatto riflettere, prima fra tutte la scarsa partecipazione dei palermitani all’evento. Nel corteo organizzato dalle Agende Rosse che lunedì pomeriggio è partito da via D’Amelio per raggiungere via Libertà si potevano ascoltare dialetti di tutta...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni di commemorazioni per l’anniversario della morte di Paolo Borsellino, molte circostanze a Palermo mi hanno sconcertato e fatto riflettere, prima fra tutte la scarsa partecipazione dei palermitani all’evento. Nel corteo organizzato dalle Agende Rosse che lunedì pomeriggio è partito da via D’Amelio per raggiungere via Libertà si potevano ascoltare dialetti di tutta Italia, e ben poco siciliano. Nessuno striscione delle associazioni locali impegnate da sempre contro la mafia, da Addiopizzo a Libera, da Muovipalermo a Libero Futuro. Perché?</p><p>Quando poi, parlando di questo con un coetaneo palermitano, ho lodato la fiaccolata organizzata da Azione Giovani, che ha comunque avuto il merito di portare tanti cittadini in piazza contro Cosa Nostra, apriti cielo, mi è stato dato del fascista. Che <em>“i fascisti vanno a manifestare e neanche sanno che c&#8217;è il coinvolgimento della destra fascista dei servizi segreti deviati nell&#8217;attentato di Borsellino e anche del giudice Falcone”</em>, che <em>“i fascisti devono fare tutti la fine di Mussolini”</em>.</p><p>Essere apostrofato come fascista non è piacevole, ma non mi ha turbato più di tanto. Il mio impegno civile, politico e professionale, dai tempi del liceo a oggi, passando per piazze, fiumi d’inchiostro e corridoi di palazzo, impedisce l’insinuarsi di qualsiasi dubbio a proposito.</p><p>Però questo scambio di battute mi ha colpito, e mostrato una volta di più quanto la contrapposizione sociale creatasi con il Berlusconismo sia radicata e pericolosa.</p><p>Sono convinto che la lotta alla mafia non debba avere bandiere di partito, e auspico che in futuro a Palermo si ricordi il sacrificio di Borsellino con un’unica grande celebrazione, e non con tanti eventi separati a seconda della parte promotrice.</p><p>Ma soprattutto sono convinto che in questa fase storica, nel tramonto dell’impero Berlusconi, sia quanto mai necessario e vitale mantenere la calma, tirare un grande respiro e cercare sempre e comunque un dialogo. Dobbiamo pensare che la democrazia è la casa dei pensieri diversi, e che chi non condivide il nostro non è necessariamente un ladro e un corruttore. Proprio ora e nei mesi a venire abbiamo il dovere di spiegare, dialogare con chi in questi anni non ha capito cosa stava accadendo e, anche, con chi fino all’ultimo non ha voluto capire.</p><p>Il lento e quotidiano prendere le distanze dal Divo Silvio da parte dei finiani rivolta anche a me le budella. Veri e propri travasi di bile al pensiero di <em>“e per sedici anni dove cazzo sono stati?”</em>. Viene istintivo spiegare queste prese di posizione con motivi di opportunismo politico e personale.</p><p>Ma noi, proprio noi che dal 1994 lottiamo in tutti i modi contro l’indecenza di quest’uomo e della sua cricca, siamo ora chiamati a uno sforzo di democrazia senza precedenti. È necessario dialogare per cominciare una lenta ricostruzione di questo paese dalle ceneri del berlusconismo.</p><p>È necessario uno sforzo intellettuale e di calma. Per non sembrare tutti degli Emilio Fido al contrario. Le Agende Rosse non sono groppuscoli di comunisti, e chi ha una visione diversa dalla nostra su come governare comunque democraticamente questo poro paese non è necessariamente un fascista.</p><p>Altrimenti, ragionando così, avrebbero dovuto appendere a testa in giù nella pubblica piazza anche Paolo Borsellino, quando durante gli anni dell’università era un dirigente del Fuan. Nel caso ci avremmo perso tutti quanti. Avremmo perso un eroe italiano, diventato tale collaborando giorno dopo giorno in professionale sintonia e fraterna amicizia con il collega Giovanni Falcone, uomo di sinistra.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/22/calma-calma-calma/43091/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Un&#8217;occasione mancata</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/08/unoccasione-mancata/37853/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/08/unoccasione-mancata/37853/#comments</comments> <pubDate>Thu, 08 Jul 2010 11:05:31 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele de Gennaro</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[bavaglio]]></category> <category><![CDATA[ddl]]></category> <category><![CDATA[Fnsi]]></category> <category><![CDATA[giornalisti]]></category> <category><![CDATA[sciopero]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=37853</guid> <description><![CDATA[Al sondaggio proposto on line da Il Fatto ho votato no, lo sciopero non è la soluzione giusta per protestare contro il ddl intercettazioni. E ho sperato fino all’ultimo in un dietrofront della Federazione nazionale della stampa, degli editori, dei direttori e dei cdr delle varie testate. Ho sperato che venisse accolta la proposta di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Al sondaggio proposto on line da Il Fatto ho votato no, lo sciopero non è la soluzione giusta per protestare contro il ddl intercettazioni. E ho sperato fino all’ultimo in un dietrofront della Federazione nazionale della stampa, degli editori, dei direttori e dei cdr delle varie testate. Ho sperato che venisse accolta la proposta di Valigia Blu, che si studiasse qualcosa di creativo, uno sciopero al contrario insomma.</p><p>Ci voleva qualcosa di eclatante, una dimostrazione chiara di rifiuto, un grido corale. Ma ormai pare troppo tardi, e ancora una volta assisteremo a un silenzio comune. Un’occasione mancata. Che meraviglia se, al posto del silenzio, dieci quotidiani si fossero accordati per uscire ciascuno con una lettera cubitale in prima pagina di modo che affiancandoli formassero la scritta NO BAVAGLIO. Se tutte le testate che aderiscono alla protesta andassero in edicola senza pubblicità e con scritte enormi in ciascuna pagina che spiegassero in maniera semplice e diretta quale sciagura rappresenterebbe per la società l’approvazione di questo ddl.</p><p>Troppo spesso, i giornalisti, i giornali scivolano nel parlarsi addosso, trascurando e dando per scontato troppe cose nei confronti dei lettori. Sono tanti i cittadini che ancora non hanno nemmeno ben chiara la differenza di significato tra “assoluzione” e “prescrizione”. Questa protesta era una buona occasione proprio per spiegare, con parole semplici ma efficaci. Proprio come fa Berlusconi da anni con gli italiani: parla loro come se fosse seduto al bar. Bisognerebbe che cominciassimo a farlo un po’ anche noi giornalisti (con qualche tonnellata di culi e tette in meno, chiaramente).</p><p>E invece no. Si sceglie il silenzio. E mettendomi nei panni dei lettori, della gente della strada, in questo modo la distanza già avvertita tra cittadino e giornalisti aumenterà tristemente, alla stregua del baratro che divide ormai società civile e casta politica.</p><p>Quella fiamma che brucia e tiene viva la missione di informare che in teoria anima ogni giornalista sembrerà ancora più debole e innocua.</p><p>Eppure so che c’è. So che i colleghi, a partire da quelli de Il Fatto, ce l’hanno nel sangue. E sono certo che loro, come tanti altri delle altre testate, se accadesse un altro 11 settembre interromperebbero lo sciopero, correrebbero alle loro scrivanie e onorerebbero d’istinto quel compito fondamentale che hanno scelto di adempiere ogni giorno: informare.</p><p>Mi sembrava un’occasione altrettanto importante da onorare. Per scrivere quello che accade e quello che accadrebbe se il ddl passasse. Cronaca e prevenzione. Quello sarebbe proprio un gran bel giornalismo.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/08/unoccasione-mancata/37853/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Rifiuti a Palermo: emergenza a tutti i costi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/29/rifiuti-a-palermo-emergenza-a-tutti-i-costi/33583/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/29/rifiuti-a-palermo-emergenza-a-tutti-i-costi/33583/#comments</comments> <pubDate>Tue, 29 Jun 2010 14:02:33 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele de Gennaro</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Bellolampo]]></category> <category><![CDATA[Davide Faraone]]></category> <category><![CDATA[Diego Cammarata]]></category> <category><![CDATA[Palermo]]></category> <category><![CDATA[Teatro Massimo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=33583</guid> <description><![CDATA[Tutto procede secondo copione. Il problema della raccolta dei rifiuti a Palermo sta diventando un’altra “emergenza”. Nei titoli dei giornali e nei servizi dei tg agli organi locali pian piano si affiancano quelli nazionali: premier Berlusconi, ministro Prestigiamo, Protezione civile. Insomma, questo è sempre più un altro lavoro per Bertolaso, che a breve s’infilerà dentro...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Tutto procede secondo copione. Il problema della raccolta dei <strong>rifiuti </strong>a Palermo sta diventando un’altra “emergenza”. Nei titoli dei giornali e nei servizi dei tg agli organi locali pian piano si affiancano quelli nazionali: premier <strong>Berlusconi</strong>, ministro Prestigiamo, Protezione civile. Insomma, questo è sempre più un altro lavoro per <strong>Bertolaso</strong>, che a breve s’infilerà dentro qualche friggitoria del capoluogo siciliano per uscirne col suo costume da supereroe, risolutore delle emergenze più impossibili. E la <strong>cricca</strong>, stavolta siciliana, si appresta a festeggiare.</p><p>Il problema dell’immondizia a <strong>Palermo </strong>è reale, questo sì. Ma molto probabilmente lo si potrebbe affrontare in modo molto diverso da come stanno facendo i vari attori coinvolti. Sicuramente è una vicenda che mostra aspetti paradossali, da qualsiasi angolo la si guardi. Il più lampante è che proprio in questi giorni i cittadini ricevono per posta una comunicazione del <strong>Comune </strong>che annuncia loro un rimborso sui precedenti pagamenti della <strong>Tarsu </strong>(la tassa sui rifiuti), in quanto l’aumento del 75% sancito tre anni fa è stato poi annullato dal Tar perché giudicato assolutamente <strong>iniquo</strong>. Ma allo stesso tempo, la settimana scorsa, i palermitani leggevano sui giornali che la giunta comunale ha approvato un nuovo aumento della Tarsu, stavolta del 54%. Per l’<strong>opposizione</strong>, invece che di una beffa si tratta di una vittoria, che però per essere compresa come tale richiede considerevoli cognizioni matematiche: “<em>L’aumento del 75% del 2006 è stato annullato. – </em>spiega Davide <strong>Faraone</strong>, consigliere comunale del Pd<em> – E mentre la maggioranza ora aveva proposto un aumento dell’83%, noi siamo riusciti a diminuirlo a un +54%. Conti alla mano, in definitiva la Tarsu è cresciuta del 29%</em>”.</p><p>In città i <strong>cassonetti </strong>strabordano a macchia di leopardo, senza una logica apparente. È possibile imbattersi in cumuli di immondizia sia nelle zone periferiche sia attorno al <strong>Teatro Massimo</strong>, e contemporaneamente girare l’angolo e passeggiare per un intero quartiere senza che vi sia l’ombra di disagio alcuno. Questo perché l’<strong>Amia</strong>, l’azienda di raccolta rifiuti commissariata dalla prefettura, e a un passo dal fallimento, non ha il becco di un euro per la <strong>manutenzione </strong>dei suoi mezzi. Quindi quando uno dei <strong>camion </strong>si rompe, per quel turno salta la raccolta nell’intera sua zona di competenza. E chiaramente non ci sono altri mezzi pronti a sostituirlo. Non esiste una <strong>panchina</strong>, per dirla in gergo calcistico.</p><p>Ma come si è ridotta sull’orlo del lastrico quest’<strong>azienda </strong>che per decenni è stata uno dei fiori all’occhiello dell’amministrazione palermitana? “<em>Dal 2002 è cominciata una gestione <strong>politica </strong>e non tecnica dell’azienda</em> – dice Faraone -. <em>Hanno dato una realtà così delicata e importante nelle mani di un dentista, il senatore del Pdl Vincenzo <strong>Galioto</strong>, che di rifiuti non aveva la benché minima esperienza. Da quel momento l’Amia è stata utilizzata unicamente come strumento per raccogliere voti durante le <strong>campagne elettorali</strong>: in concomitanza delle comunali e delle regionali regolarmente l’azienda procedeva a centinaia di assuzioni in barba a qualsiasi piano industriale razionale. Negli anni è diventata un istituto di accoglienza per cassaintegrati. Quindi è arrivata a perdere 3 milioni di euro a ogni mese di attività. Poi hanno chiesto al governo nazionale 80 milioni di euro per risanarla e li hanno <strong>bruciati </strong>in appena due anni</em>”.</p><p>Quando il senatore <strong>Galioto </strong>è stato indagato per falso in bilancio assieme ad altri cinque dirigenti dell’azienda, la procura convocò a deporre, come testimone, anche il sindaco di Palermo Diego <strong>Cammarata, </strong>che nel giro di 90 giorni avrebbe potuto presentare querela come rappresentante della persona offesa dal reato, il <strong>Comune</strong>. Ma il <strong>sindaco </strong>tifoso (che proprio durante una seduta per l’approvazione del bilancio comunale è volato in Sud Africa per assistere alla partita della nazionale italiana) non ha battuto ciglio e i termini sono scaduti.</p><p>“<em>Cammarata sostiene che Galioto e la sua gestione di Amia non sono affar suo</em> – dice Riccardo <strong>Acquado</strong>, responsabile Cgil da otto anni in Amia – <em>ma il suo immobilismo è quanto mai eloquente. Sia Cammarata sia Galioto sono prodotti di <strong>Micciché</strong>, oggi possono anche darsi battaglia sui fronti opposti della spaccatura del Pdl siciliano, ma sette anni fa rispondevano entrambi alle logiche politiche e di <strong>lottizzazione </strong>dello stesso partito, <strong>Forza Italia</strong>. Quindi lo scaricabarile mediatico di questo periodo suona proprio come una grande presa per i <strong>fondelli</strong></em>”.</p><p><strong>Amia </strong>nacque quarant’anni fa proprio perché l’amministrazione comunale prese posizione per sottrarre la gestione dei rifiuti ai privati. “<em>Ha dato lavoro a generazioni e generazioni di palermitani </em>– dice <strong>Acquado </strong>– <em>e negli anni ha affrontato la raccolta dei rifiuti anche con servizi fuori dallo <strong>standard</strong>, lavorando su tre turni perché troppo spesso la comunità non collaborava rispettando gli orari di posa nei cassonetti. Gestita poi in modo clientelare l’azienda ha iniziato un declino in <strong>discesa libera</strong>. Le due gestioni successive a quella di Galioto hanno tentato di salvare il salvabile, ma il buco di bilancio ha proporzioni <strong>drammatiche</strong>: 90 milioni di capitale sociale, 50 milioni di debiti nei confronti dei fornitori. Sono 1.674 i <strong>lavoratori </strong>Amia. Un fallimento significherebbe un dramma sociale di entità catastrofiche</em>”.</p><p>Oltre ai debiti, mancano altri <strong>soldi </strong>nei conti dell’ex municipalizzata. Circa <strong>80 milioni</strong> di euro di crediti che l’azienda vanta nei confronti di vari comuni limitrofi che nel corso degli anni hanno avuto libero accesso alla discarica di <strong>Bellolampo </strong>e che poi, strozzati dai tagli, non hanno pagato.</p><p>E veniamo a Bellolampo, altro punto fondamentale nella vicenda. La <strong>discarica</strong>, situata su una collina alle porte della città, è satura da tempo. Le sue quattro vasche sono ormai colme, tanto che i camion dell’Amia sono costretti ad accedervi uno alla volta, facendo lo slalom tra i rifiuti e rallentando così drammaticamente i <strong>tempi di scarico</strong>.</p><p>Più perdono tempo in discarica, più i <strong>camion </strong>ritardano a tornare tra le vie di Palermo. Una guerra contro il tempo che il sindaco ha pensato bene di risolvere accelerando i tempi di scarico e annullando la fase di lavorazione dei rifiuti imposta dalla <strong>legge</strong>. E contribuendo così a un<strong> disastro ambientale</strong>.</p><p>Era lo scorso gennaio e così <strong>Cammarata </strong>urlava concitato al telefono al presidente liquidatore dell’Amia, che ha in gestione Bellolampo, Gaetano<strong> Lo Cicero</strong>: “<em>Levalo, levalo, levalo, levalo, senza perdere un attimo di tempo&#8230; proprio leviamolo senza perdere un attimo di tempo, proprio perché io sospetto pure che lui lo faccia volontariamente&#8230; a parte il fatto che è una cosa inutile</em>”. Il funzionario in questione era Giovanni <strong>Gucciardo</strong>, responsabile della discarica, che, a detta del sindaco, rallentava troppo l’attività di Bellolampo impuntandosi sul far rispettare il <strong>pretrattamento </strong>dei rifiuti prima della posa, una “cosa inutile” concordavano i due al telefono. In pochi giorni Gucciardo venne <strong>rimosso </strong>e le falde acquifere sottostanti Bellolampo si arricchirono sempre più oltre alla soglia d’allarme di veleni come boro, bario e <strong>fluorene</strong>.</p><p>Per affrontare la situazione <strong>prefettura </strong>e Amia hanno optato per concludere in tutta fretta la realizzazione di una quinta vasca, che dovrebbe diventare operativa nei prossimi giorni. E che non sarà di certo <strong>risolutiva</strong>. Come dimostra la guerra di numeri sulla sua reale capacità: secondo la prefettura <strong>300 mila metri cubi</strong>, secondo i tecnici di Amia poco più della metà. Nella migliore delle ipotesi anche la <strong>quinta vasca</strong> sarà colma nel giro di sette mesi. E <strong>Palermo </strong>sarà punto a capo.</p><p>Per guadagnare tempo e strade pulite, in attesa di un piano industriale evoluto di smaltimento differenziato dei rifiuti, la <strong>discarica </strong>potrebbe essere facilmente ampliata includendo il vasto terreno dell’ex poligono di tiro dell’esercito, sempre sulla <strong>collina </strong>di Bellolampo. E qui, secondo molti, sta il nocciolo del problema, il vero <strong>obiettivo </strong>della cricca.</p><p>Quell’appezzamento di terreno è <strong>inutilizzato </strong>dal 2003, quando fu indicato come sede per la realizzazione di un <strong>termovalorizzatore</strong>, progetto poi bloccato e più volte riproposto. “<em>Un termovalorizzatore in quell’area, su una terrazza che guarda tutta Palermo</em> – dice Erasmo <strong>Palazzotto</strong>, coordinatore nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà – <em>sarebbe una sciagura per la città. Basterebbe un alito di vento, e a Palermo tira sempre vento, perché interi quartieri della città siano sommersi dalle ceneri dell’<strong>impianto</strong></em>”.</p><p>L’area in questione è in affitto alla <strong>Pea</strong>, società a suo tempo incaricata della costruzione dell’<strong>inceneritore </strong>e partecipata per il 48% dalla stessa Amia, per un altro 48% dalla Falck, 1% da Asi, 1% Aster, 0,5% da <strong>Gecopre </strong>(che gestisce i parcheggi Apcoa del Comune), e un altro 0,5% da Safab, dei fratelli Luigi e Ferdinando <strong>Masciotta</strong>. Gecopre e Safab sono state più volte inquisite per l’acquisizione di appalti pubblici a fronte del pagamento di tangenti a funzionari pubblici ed esponenti <strong>pubblici</strong>.</p><p>“<em>Perché Amia, per arginare in parte il suo bilancio, non cede la sua più che consistente quota in <strong>Pea</strong></em>?”, si chiede <strong>Palazzotto</strong>. Molto probabilmente perché tutti questi signori attendono la dichiarazione <strong>ufficiale </strong>di stato di emergenza che, come ormai abbiamo imparato bene con Napoli, La Maddalena e <strong>L’Aquila</strong>, consente provvedimenti straordinari, <strong>fuorilegge</strong>. Sembra proprio che i signori della cricca, a Palermo, vogliano quel <strong>termovalorizzatore</strong>, a tutti i costi.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/29/rifiuti-a-palermo-emergenza-a-tutti-i-costi/33583/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Giovani compagni senza memoria</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/26/giovani-compagni-senza-memoria/31694/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/26/giovani-compagni-senza-memoria/31694/#comments</comments> <pubDate>Sat, 26 Jun 2010 16:13:19 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele de Gennaro</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Giuseppe Lo Bianco]]></category> <category><![CDATA[Paolo Borsellino]]></category> <category><![CDATA[Pinelli]]></category> <category><![CDATA[Polizia Municipale]]></category> <category><![CDATA[Salvatore Borsellino]]></category> <category><![CDATA[Sandra Rizza]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=31694</guid> <description><![CDATA[La difesa e la cultura della memoria sono beni fondamentali per capire il presente e progettare il nostro futuro. Memoria che media e istituzioni stanno invece cercando in tutti i modi di edulcorare se non addirittura rimuovere. Ci stiamo avvicinando al 19 luglio, anniversario della strage di via d’Amelio in cui persero la vita il...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La difesa e la cultura della <strong>memoria </strong>sono beni fondamentali per capire il presente e progettare il nostro <strong>futuro</strong>. Memoria che media e istituzioni stanno invece cercando in tutti i modi di <strong>edulcorare </strong>se non addirittura <strong>rimuovere</strong>. Ci stiamo avvicinando al 19 luglio, anniversario della strage di via d’<strong>Amelio </strong>in cui persero la vita il giudice Paolo <strong>Borsellino </strong>e cinque ragazzi della sua scorta. “Una strage di Stato”, ha ribadito a Palermo lo scorso martedì <strong>Salvatore Borsellino</strong> durante la presentazione del documentario de <em>Il Fatto</em><strong> &#8220;Sotto scacco</strong>&#8220;, “che lo Stato vuole a tutti i costi <strong>cancellare </strong>dalle nostre memorie”.</p><p>Capire, studiare il depistaggio di <strong>Stato </strong>che ha seguito quell’evento (come ben ricostruisce il libro <strong><em>L’agenda Nera</em></strong>, di Lo Bianco e Rizza, la cui lettura consiglio vivamente) è un nostro preciso <strong>dovere </strong>civico. Non si può parlare, avere un’opinione di quanto accade oggi, prescindendo da quanto avveniva <strong>20, 30 o 40 </strong>anni fa. Putroppo, però, negli anni, con il mio lavoro ho tristemente verificato come tanti, troppi, anche tra <strong>giornalisti </strong>e <strong>uffici stampa</strong> politici, siano all’oscuro degli eventi che segnarono la più recente storia d’<strong>Italia</strong>. Proprio loro, che dell’informazione fanno la loro professione, se ne disinteressano a <strong>cuor </strong>leggero. Evidentemente troppo impegnati a metter a segno punti per la loro <strong>carriera</strong>.</p><p>A questo proposito mi viene in mente un <strong>episodio </strong>che risale allo scorso anno. Passeggiavo per <strong>Milano </strong>con un giovane addetto stampa di un noto politico del <strong>Pd </strong>impegnato a livello nazionale, uno di quelli che spesso si vedono nei <strong>salotti </strong>televisivi. C’eravamo appena conosciuti e io, da buon milanese, facevo da <strong>cicerone </strong>al romano testé giunto in tournèe nella <strong>metropoli </strong>lombarda. Stavamo camminando tra le aiuole di fronte all’entrata della centrale caserma della <strong>Polizia Municipale</strong>. Indico le due lapidi in memoria di Pinelli collocate sul prato, e dico al mio ospite: “vedi, la città dalla doppia <strong>memoria</strong>”.</p><p>Il giovane professionista della <strong>comunicazione </strong>politica dà una veloce occhiata ai marmi, e guardandomi con espressione brancolante nel buio mi fa: “e chi era <strong>Pinelli</strong>? Non ricordo”. Vengo immediatamente scosso da un travaso di bile, ma la mia gentilezza e il mio atavico <strong>ottimismo </strong>mi permettono di non demordere. In fondo, penso, è di Roma, è la prima volta che si trova a <strong>Milano </strong>ed è molto giovane. Gli tendo una mano: “Vedi, qui siamo in piazza <strong>Fontana</strong>. La strage, hai presente?”. Risposta: “a sì sì certo! Aspetta aspetta, non dirmi niente”. Taccio e attendo, fiducioso e in parte già <strong>rincuorato</strong>. Ma dopo il suo sforzo di concentrazione, arriva la mazzata definitiva: “ecco, sì, la <strong>strage </strong>di piazza Fontana, non ricordo l’anno preciso, comunque tra la prima e la seconda guerra <strong>mondiale</strong>, certo”.</p><p>Certo. Ora, nei giorni scorsi abbiamo letto dell’<strong>indignazione </strong>e della lotta di un gruppo di giovani del Pd che a fatica sopportano di ascoltare ancora il termine “<strong>compagni</strong>” durante riunioni e incontri vari di partito. Un termine, a loro dire, ormai desueto, da abbandonare. Su questa <strong>diatriba </strong>generazional-lessicale all’interno del Partito Democratico ognuno può avere la sua <strong>opinione</strong>. Di certo, quando da più parti si auspica maggior spazio ai giovani, soprattutto in politica, si pensa all’apporto di energia, freschezza e <strong>capacità innovativa</strong>.</p><p>Un <strong>consiglio </strong>spassionato, però: comunque vogliate definirvi durante le vostre assemblee, <strong>senza memoria</strong> rimarrete solamente dei freschi, energici, giovani <strong>imbecilli</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/26/giovani-compagni-senza-memoria/31694/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Un milanese a Palermo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/21/un-milanese-a-palermo/28580/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/21/un-milanese-a-palermo/28580/#comments</comments> <pubDate>Mon, 21 Jun 2010 20:51:38 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele de Gennaro</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[fibra ottica]]></category> <category><![CDATA[giornalista]]></category> <category><![CDATA[lavoro]]></category> <category><![CDATA[mafia]]></category> <category><![CDATA[milano]]></category> <category><![CDATA[Palermo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=28580</guid> <description><![CDATA[La settimana scorsa è venuto il tecnico di Fastweb per attivare la connessione internet nella mia nuova casa. Più che di un’attivazione si è trattato di un trasloco di linea, da Milano a Palermo. Nell’occasione, oltre a scoprire che la fibra ottica in Sicilia non esiste, ho assistito per l’ennesima volta alla sconcerto che regolarmente,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2010/06/mare-di-palermo.jpg?47e3a5"><img class="alignnone size-medium wp-image-28592" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2010/06/mare-di-palermo-300x197.jpg?47e3a5" alt="" width="300" height="197" /></a>La settimana scorsa è venuto il tecnico di <strong>Fastweb </strong>per attivare la connessione internet nella mia nuova casa. Più che di un’attivazione si è trattato di un trasloco di linea, da Milano a <strong>Palermo</strong>. Nell’occasione, oltre a scoprire che la fibra <strong>ottica </strong>in Sicilia non esiste, ho assistito per l’ennesima volta alla sconcerto che regolarmente, da circa un mese a questa parte, accompagna il <strong>presentarmi </strong>al prossimo in terra sicula.</p><p>Quando dico che sono un milanese e che ho lasciato <strong>Milano </strong>per venire a vivere qui a Palermo, i miei interlocutori reagiscono sempre allo stesso modo: <strong>strabuzzano </strong>gli occhi, spalancano la bocca, rimangono muti per un tempo incalcolabile, proprio loro, campioni della battuta pronta, e quando si scrollano da questo stupore <strong>catatonico </strong>irrimediabilmente chiedono: “<strong>perché</strong>?”.</p><p>Per <strong>amore</strong>, semplicemente, <strong>rispondo</strong>. E perché Milano, e il suo stile di vita, mi avevano stancato già da un po’ di tempo in qua. Una <strong>spiegazione </strong>che risulta molto romantica ma poco seria, e che da quanto vedo non soddisfa granché. E infatti, puntuale, arriva subito la <strong>seconda </strong>domanda (come a dire, bando alle cazzate e veniamo al sodo): “Ma che <strong>lavoro </strong>fa?” Eccoci, penso.</p><p>Già, perché quando rispondo che sono un <strong>giornalista </strong>freelance glielo si legge chiaro negli occhi quello che pensano: questo è pazzo, viene a cercare lavoro in Sicilia. Ma poi, invece, regolarmente <strong>chiosano </strong>con un “è un grande <strong>onore </strong>averla qui”. Frase che continua a trasmettermi una gran tenerezza, e una certa forma di tristezza. Che sono <strong>pazzo</strong>, invece, me l’hanno detto chiaro e tondo la maggior parte di familiari e amici di Milano. Ringhiandomi in faccia fino all’ultimo la mia <strong>scelleratezza</strong>. Tant’è.</p><p>Ora, dalle finestre di casa non vedo più le botteghe delle <strong>chinatown </strong>milanese e l’antennone della Rai di corso <strong>Sempione</strong>, ma un quartiere popolare e verace di Palermo dominato dal castello di Utveggio, su monte <strong>Pellegrino</strong>. E penso che dalla città delle televisioni mi sono spostato a quella dei telecomandi. Che a suon di stragi hanno contribuito a sintonizzare la storia d’Italia su questo tristissimo e sciagurato <strong>medioevo </strong>telecratico.</p><p>C’è tanto da vedere, ascoltare e capire, qui a <strong>Palermo</strong>. E familiarizzando ogni giorno di più con la mia nuova terra, due cose penso di poter già affermare con certezza. La prima è che, come dimostra la cronaca quotidiana, le intercettazioni ambientali e telefoniche sono vitali per proseguire nella lotta alla <strong>mafia</strong>. Insospettabili imprenditori vengono smascherati con indagini di anni, altro che i 75 giorni previsti dallo sciagurato decreto. E poi che c’è una crescente e diffusa voglia di dire basta e di cambiare: tanti giovani che si stanno rimboccando le maniche contro tutto e tutti, anche perché un giorno il trasferirsi da Milano a <strong>Palermo </strong>non venga considerato una follia. Sabato scorso per le vie del centro si è svolto il primo <strong>gaypride </strong>nella storia di questa città. Nonostante le tante intimidazioni, istituzionali e non, è stata una giornata di gioia, colori ed emozionata e partecipata <strong>emancipazione</strong>. Una vera conquista da queste parti.</p><p><strong>Partiamo da qui. E fanculo l’onore.</strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/21/un-milanese-a-palermo/28580/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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