<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Massimo Cavallini</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/mcavallini/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description>News, inchieste e blog su politica, cronaca, giustizia, economia</description> <lastBuildDate>Thu, 23 May 2013 07:45:53 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Yoani Sanchez contestata a Perugia. L’onore nazionale è salvo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/29/yoani-contestata-a-perugia-lonore-nazionale-e-salvo/578673/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/29/yoani-contestata-a-perugia-lonore-nazionale-e-salvo/578673/#comments</comments> <pubDate>Mon, 29 Apr 2013 17:54:13 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Cuba]]></category> <category><![CDATA[Festival del Giornalismo di Perugia]]></category> <category><![CDATA[Yoani Sanchez]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=578673</guid> <description><![CDATA[L’onore nazionale è salvo. Anche in Italia – a Perugia, per essere precisi – Yoani Sánchez è stata sottoposta a quello che va sotto il nome (in spagnolo) di ‘acto de repudio’. Era accaduto per la prima volta, settimane fa, a Sao Paulo do Brasil, prima tappa del lungo tour che la Sánchez ha intrapreso...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/EVpYyUpVaxI" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p><p><strong>L’onore nazionale è salvo</strong>. Anche in Italia – a Perugia, per essere precisi – <a href="http://www.youtube.com/watch?v=EVpYyUpVaxI" target="_blank"><strong>Yoani Sánchez</strong> è stata sottoposta a quello che va sotto il nome (in spagnolo) di ‘<strong><em>acto de repudio</em></strong>’.</a> Era accaduto per la prima volta, settimane fa, a Sao Paulo do Brasil, prima tappa del lungo tour che la Sánchez ha intrapreso a metà febbraio subito dopo l’abolizione, a Cuba, <strong>della famigerata ‘<em>tarjeta blanca’</em></strong>. Vale a dire: di quel ‘<strong><em>permiso de salida</em></strong>’ che (in aperta violazione della libertà di movimento sancita dalla <strong>Carta Universale dei Diritti dell’Uomo</strong>) qualsivoglia cittadino cubano aveva fino ad allora dovuto chiedere al governo per uscire dal paese nel quale era nato <strong>(‘permiso’ che a Yoani già era stato negato, mi par di ricordare, una ventina di volte</strong>). E si era poi riprodotto, quell’atto di ripudio, in pressoché tutte le soste, latinoamericane ed europee, della famosa ‘bloguera’.</p><p>Teatro dell’immancabile replica italiana: <strong>il Festival del Giornalismo</strong>, dove Yoani era la star d’uno dei molti dibattiti in calendario. Stessi slogan, stesse grida <strong>(‘venduta’, ‘mercenaria’), </strong>stessi cartelli, stessi dollari falsi gettati in aria come coriandoli. Con un’unica – e, per l’orgoglio nazionale, molto gratificante – variante italica:<a href="http://www.youtube.com/watch?v=93gRC4qhSjs" target="_blank"> un ‘<em>stronza, stronza’</em>, istericamente gridato da una delle più attive ripudianti in direzione della ripudiata</a>. E dall’altro lato della barricata – a Sao Paulo come a Perugia &#8211; stessa serafica reazione di Yoani: <strong>una paziente attesa</strong>, sottolineata da un imperturbabile ed <strong>ironico sorriso</strong>. Stesso commento finale (tanto nei casi in cui, come a Rosario, in Argentina, la conferenza ha infine dovuto esser sospesa per l’aggressività del ‘ripudiatori’, quanto in quelli in cui la conferenza si è poi, in effetti, più o meno tranquillamente svolta): ‘<strong><em>Ormai ci sono abituata. E poi vedere la gente protestare liberamente è molto bello. Vorrei che anche a Cuba</em></strong> (dove si può ripudiare per ordine del governo, ma non protestare n.d.r.) <strong><em>si potesse fare altrettanto</em></strong><em>’.</em></p><p>Elementare, Watson. Tanto elementare che pressoché impossibile è chiedersi, a questo punto, come i ‘ripudiatori’ d’ogni latitudine ancora non si siano resi conto – in Brasile, in Argentina, in Spagna o in quello che fu il Belpaese – di quel che è ovvio. Ovvero: di come l’unico vero risultato del loro ripudio sia quello di <strong>ingigantire la figura di Yoani Sánchez.</strong> Più loro gridano, più gettano al vento i loro dollari falsi, più insultano, <strong>e più Yoani s’illumina</strong>. E s’illumina proprio perché più evidente diventa il contrasto tra la <strong>leggerezza delle sue parole</strong> (o persino dei suoi silenzi, come nel caso di Rosario) e la tenebrosa realtà d’un regime la cui <strong>più visibile dimensione cultural-umana </strong>(dentro il paese, o tra i suoi sostenitori in terra straniera) è ormai, per l’appunto, quella dell’atto di ripudio. <strong>La bella e la bestia</strong>. Come fanno i filocastristi di casa nostra (e quelli di casa altrui) a non vedere che proprio questo è il titolo della rappresentazione che mettono in scena ad ogni apparizione della ‘bloguera’? Quali sono – oltre al <strong>fanatismo ed all’ignoranza</strong>, presenze, queste, del tutto ovvie – le vere cause di questa molto specifica <strong>forma di cecità</strong>?</p><p>Mi riprometto di tornare prestissimo sull’argomento, esaminando più in dettaglio non soltanto gli atti di ripudio veri e propri – quelli delle grida e degli insulti che, peraltro, si esaminano da soli – ma anche le <strong>più sofisticate disquisizioni</strong> (sofisticate, ma per molti versi, ancor più volgari dello ‘stronza, stronza’, che ha marcato la contestazione di Perugia) che, da anni ormai, si sforzano d interpretare il ‘fenomeno Sánchez’ nel quadro d’una <strong>cosmica cospirazione</strong>. Mi riferisco, naturalmente ai più illustri praticanti della ‘<strong><em>yoanologia</em></strong>’, o ‘yoanofobia’ – ormai a pieno diritto divenuta una branca dell’anti-scienza &#8211; che, da tempo, <a href="http://2americhe.com/2013/01/02/yoani-la-blena-bianca/" target="_blank"><strong>come l’Ahab di Melville</strong>,</a> vanno ossessivamente inseguendo per mari e oceani Yoani, la balena bianca, spiandone ogni movimento, facendole in conti in tasca e <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/23043-perugia-ijf13-le-domande-che-non-potro-fare-a-yoani-sanchez/" target="_blank">‘sfidandola’ a rispondere a domande</a>, per lo più ridicole ed alle quali la bloguera già ha, in ogni caso, risposto mille volte. Arguti dietrologi che, scrutando gli abissi del ‘<strong>grande complotto</strong>’, non riescono a vedere quello che hanno sotto il naso. Ovvero (passando ad altra favola): come i piccoli racconti di vita di Yoani Sánchez non siano, con tutta evidenza, che <strong>un’aggiornata riedizione del ‘Re Nudo’ di anderseniana memoria</strong>. E come qui, ridotto all’osso il problema, stiano le vere ragioni del suo (di Yoani) planetario successo.</p><p>Perché Yoani non è, in fondo, che questo. Un bambino (o una bambina) che in questi anni ha rivelato – e ha rivelato su scala globale, <strong>grazie all’inedita forza della ‘grande rete’</strong> – quello che tutti vedevano, ma non osavano rivelare: <strong>la nudità del sovrano</strong>. O, fuor di metafora: l’assenza<strong> d’ogni forma di libertà </strong>(e di molte altre cose) nella Cuba generata da una rivoluzione che voleva (e che per un periodo davvero è stata) una forza liberatrice,. La storia dell’atto di ripudio di Perugia è, a ben vedere, raccontabile tutta dentro questa contrapposizione. Da un lato <strong>la bambina di Hans Christian Andersen</strong>. Dall’altro – il lato dei ‘ripudiatori’ &#8211; i cortigiani imbelli. <strong>Un’ennesima allegoria della storia antica del servilismo</strong>. Uno spettacolo pietoso.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/29/yoani-contestata-a-perugia-lonore-nazionale-e-salvo/578673/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>George W. Bush vive (e tortura) insieme noi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/27/george-w-bush-vive-e-tortura-insieme-noi/576475/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/27/george-w-bush-vive-e-tortura-insieme-noi/576475/#comments</comments> <pubDate>Sat, 27 Apr 2013 08:08:27 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[11 settembre]]></category> <category><![CDATA[Barack Obama]]></category> <category><![CDATA[George W. Bush]]></category> <category><![CDATA[Guantanamo]]></category> <category><![CDATA[Saddam Hussein]]></category> <category><![CDATA[Tortura]]></category> <category><![CDATA[World Trade Center]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=576475</guid> <description><![CDATA[C’era una volta un presidente chiamato George W. Bush. E, per la verità, ancora c’è. In qualche misura, anzi, c’è oggi più che mai. C’è, e proprio in questi giorni è spettacolarmente riemerso &#8211; come un cattivo ma incancellabile ricordo o, ancor meglio, come un mal represso senso di colpa &#8211; dalla semi-clandestinità nella quale...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>C’era una volta un presidente chiamato <strong>George W. Bush</strong>. E, per la verità, ancora c’è. In qualche misura, anzi, c’è <strong>oggi più che mai</strong>. C’è, e proprio in questi giorni è spettacolarmente riemerso &#8211; come un cattivo ma incancellabile ricordo o, ancor meglio, come un <strong>mal represso senso di colpa</strong> &#8211; dalla semi-clandestinità nella quale era da cinque anni sprofondato. Ragione di questo suo molto pubblicizzato ritorno agli onori della cronaca<strong>: l’inaugurazione della faraonica biblioteca-museo</strong> a lui dedicata (tutti gli ex presidenti ne vantano una) eretta, per la modica somma d’un quarto di miliardo di dollari, nel verde del campus della <strong>Southern Methodist University di Dallas</strong>, nel suo amato Texas.</p><p>Come vogliono la tradizione e il protocollo, alla cerimonia d’apertura hanno preso parte, insieme al meglio della politica e della diplomazia, tutti i predecessori ancora in vita del festeggiato e il suo unico successore. Ovvero: <strong>Barack Obama</strong>, l’uomo che nel 2008 vinse la corsa per la Casa Bianca proprio perché considerato la più radicale alternativa a una presidenza marcata da due guerre – parte, l’una e l’altra, d’una strategia globale definita della “<strong>guerra infinita</strong>” – e dalla più grave crisi economica del secondo dopoguerra. Tutti – compreso <strong>Jimmy Carter</strong> che, più d’ogni altro, di George W. Bush è oggi politicamente e filosoficamente agli antipodi &#8211; hanno, senza eccezioni, avuto buone parole per il 43esimo presidente degli Stati Uniti d’America. <strong>Tutti ne hanno lodato i tratti umani</strong> – “<em>he’s certainly a good man</em>” è sicuramente una brava persona, ha detto di lui Obama -; e tutti hanno, come pretende il cerimoniale, teso il proverbiale velo pietoso sulle ragioni che, nei suoi ultimi due anni di potere, lo trasformarono <strong>nel più impopolare</strong> tra i presidenti vissuti in epoche successive all’invenzione dei sondaggi. Solo una questione di galateo politico? Anche, ma non solo. Anzi: anche, ma non tanto. Perché sono in effetti due i termini che, molto meglio di ‘buona educazione’, spiegano i molto fragorosi silenzi consumatisi nel corso della cerimonia di presentazione <strong><em>della George W. Bush Presidential Library and Museum</em></strong>. E queste parole sono <strong>complicità </strong>e <strong>continuità.</strong></p><p>Raccontano le cronache come la nuova biblioteca vanti ed esponga <strong>più di 43.000 reperti</strong>. Il più importante dei quali – vero e proprio centro gravitazionale della biblioteca-museo – è naturalmente “<strong><em>the bullhorn</em></strong>”, il megafono attraverso il quale, 48 ore dopo l’attentato, ‘Dubya’ parlò, il braccio virilmente posato sulle spalle d’un un anziano pompiere, <strong>dalle macerie del World Trade Center.</strong> Nessuna traccia, invece, di altri oggetti che pure – molto più del megafono e delle parole che da quel megafono uscirono – hanno definito <strong>la storia del dopo-11 settembre 2001</strong>. Non c’è il libro “<strong><em>My Little Pet Goat”</em></strong>, la mia amica capretta, che Bush stava leggendo ai bambini d’una scuola elementare della Florida &#8211; e sul quale si soffermò per sette interminabili minuti d’attonito silenzio, preludio d’una latitanza durata più di due giorni &#8211; <a href="http://www.youtube.com/watch?v=OKV4a7h8HLI" target="_blank">quando il suo <em>chief of staff</em> gli sussurrò all’orecchio la notizia degli attentati</a>. Non c’è la <strong>fiala di antrax</strong> che <strong>Colin Powell</strong>, allora suo segretario di Stato, <strong>agitò di fronte al Consiglio di Sicurezza dell’Onu come casus belli</strong>, ovvero, come ‘prova’ delle armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein…Non ci sono molte cose in quel museo. Le più importanti e, di certo, le più durature, quelle che meglio definiscono non solo quel che è stato, <strong>ma quel che davvero resta degli ‘anni di George W. Bush’. </strong></p><p>Lo ha spiegato molto bene, <a href="http://www.washingtonpost.com/opinions/charles-krauthammer-the-bush-legacy/2013/04/25/b6de6efa-add8-11e2-8bf6-e70cb6ae066e_story.html" target="_blank">in un ‘op-ed’ per il <strong>Washington Post</strong></a> - significativamente intitolato ‘<strong>L’eredità di Bush</strong>’ &#8211; uno dei più stagionati e brillanti tra i <em>columnist</em> conservatori d’America<strong>, Charles Krauthammer</strong>. E lo ha da par suo spiegato partendo da una molto ‘bushana’ menzogna. Le eredità politiche davvero grandi, ha scritto Krauthammer citando <strong>Clare Boothe Luce</strong>, sono quelle che si possono riassumere in una sola frase. E nel caso di Bush la frase è questa: ‘<strong><em>He kept us safe’</em></strong>, ci ha protetti. Protetti, ovviamente, da nuovi attacchi analoghi a quelli dell’11 settembre.</p><p><strong>Falso</strong>. Le guerre di Bush (e tutto quello che a queste guerre ha fatto da corollario) <strong>non hanno regalato all’America e al mondo alcuna sicurezza</strong>. Tutto il contrario. Ma vero è tuttavia – come Krauthammer fa impietosamente notare &#8211; che l’intero sistema di sicurezza che Bush ha allestito come supporto della sua politica di guerra <strong>è ancor oggi integralmente e trionfalmente al suo post</strong>o. L’uso diretto della <strong>tortura</strong> – che Bush avallò sotto l’ipocrita copertura d’una macabra riforma linguistica, chiamandola ‘<strong><em>enhanced interrogation techniques</em></strong>’, tecniche d’interrogatorio rafforzate – resta una realtà. Ed una realtà resta anche la tortura per commissione, quella che, sotto il nome di ‘<strong><em>extraordinary rendition’</em></strong>, prevede l’invio dei sospetti di terrorismo in centri specializzati allestiti in paesi &#8211; tutti buoni amici degli Usa &#8211; nei quali la tortura è praticata senza problemi o interferenze. E al suo posto – più che mai al suo posto – <strong>resta la prigione di Guantánamo</strong>, terra di nessuno legale, dove non esistono né stato di diritto né convenzioni di Ginevra, ma solo il puro arbitrio d’una detenzione senza limiti…Proprio mentre, in Texas, i presidenti rendevano omaggio a ‘the good man’ George W. Bush, da Guantanámo (<strong>una vergogna che Obama aveva promesso di cancellare già nei primi mesi del suo primo mandato</strong>) giungeva l’eco (<a href="http://www.nytimes.com/2013/04/26/opinion/the-guantanamo-stain.html?hp&#038;_r=0" target="_blank">per l’ennesima volta ripresa da un <strong>editoriale del New York Times</strong></a>) dello sciopero della fame di 133 disperati…</p><p>Volendo parafrasare un vecchio slogan che accompagnò i rivolgimenti degli anni ’60 e ’70: <strong>Bush è vivo e tortura insieme a noi.</strong> La sua vera eredità è questa: una ferita ancora ben aperta. E che continua a sanguinare…</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/27/george-w-bush-vive-e-tortura-insieme-noi/576475/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Elezioni Venezuela, la catastrofica vittoria di Nicolás Maduro</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/15/venezuela-la-catastrofica-vittoria-di-nicolas-maduro/562444/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/15/venezuela-la-catastrofica-vittoria-di-nicolas-maduro/562444/#comments</comments> <pubDate>Mon, 15 Apr 2013 07:43:19 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Elezioni]]></category> <category><![CDATA[Elezioni Presidenziali]]></category> <category><![CDATA[Henrique Capriles]]></category> <category><![CDATA[Hugo Chávez]]></category> <category><![CDATA[Nicolás Maduro]]></category> <category><![CDATA[Venezuela]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=562444</guid> <description><![CDATA[L’uccellino glielo aveva detto. 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Anzi: <a href="http://www.noticias24.com/venezuela/noticia/159699/maduro-a-capriles-preparate-caprichito-que-te-vamos-a-dar-una-pela-el-14-de-abril/" target="_blank">grazie alla <strong>‘<em>pela historica</em>’</strong></a>, alla storica bastonatura, che Maduro avrebbe immancabilmente inflitto, al termine della più breve campagna elettorale della storia Venezuelana (breve e tutta vissuta in uno stato di mistica esaltazione per la scomparsa del grande leader), al rivale <strong>Henrique Capriles Radonski</strong>, il ‘<em>caprichito burguesito</em>’ già battuto con poco meno di 11 punti percentuali di vantaggio, dal medesimo Hugo Chávez, lo scorso 7 di ottobre.</p><p>Quello che l’uccellino non aveva previsto – o che forse è stato da Maduro frainteso in una troppo frettolosa traduzione dei suoi cinguettii – è che il vincitore arrivasse, come si usa dire, <strong>pressoché nudo </strong>(o, date le premesse, spennato) alla meta. Più precisamente: che la sua vittoria sarebbe stata, non per travolgente distacco, ma al termine d&#8217;una contesissima (e ancora non del tutto conclusa) volata<strong>. Il 50,66 per cento, contro il 49,07 di Capriles, quando era stato scrutinato il 99,2 per cento dei voti</strong>. Non più di 250.000 suffragi di differenza, meno del 2 per cento. Un successo, a conti fatti (o quasi fatti), tanto striminzito da dare una nitida credibilità e considerevole peso alla frase &#8211; “<strong>signor presidente, oggi il vero sconfitto è lei</strong>” &#8211; con la quale Henrique Capriles ha ieri notte accolto il risultato a tarda notte annunciato, con cupi accenti, da Tibisay Lucena, presidentessa del CNE (un risultato che, peraltro, Capriles ancora non ha riconosciuto, avendo chiesto al Consiglio elettorale nazionale <strong>un riesame completo</strong>, voto per voto, di tutti gli atti elettorali).</p><p>Come è giunto Nicolás Maduro – forte dell’ ‘ungitura’ del <em>líder supremo</em> scomparso e dell’appoggio di tutti gli apparati di Stato &#8211; a questa <strong>‘catastrofica’ vittoria</strong>? Rispondere non è facile. Ma la prima (e più semplice) parola che balza alla mente è <strong>‘<em>overdose</em>’</strong>. Il culto della personalità di Hugo Chávez è sempre stato – come ogni culto della personalità – un potente narcotico, una liturgia (intrinsecamente grottesca, ma indiscutibilmente divenuta parte del senso comune d’una parte grande della popolazione venezuelana, specie la più povera) dietro il quale si nascondevano miserie ed inganni. Praticato da Chávez in vita, questo culto s’alimentava del<strong> carisma</strong> e delle straordinarie capacità di comunicazione dell’uomo della Provvidenza. <strong>Senza Chávez</strong> – ovvero, diventato il culto d’un morto, o d’un santo – questo narcotico ha dovuto esponenzialmente aumentare, in un parossistico clima di para-religioso fervore, le proprie dosi. Fino a giungere all’<strong>episodio dell’uccellino</strong>, al Chávez-colibrì giunto ad annunciare il prossimo trionfo al suo figlio-apostolo raccolto in solitaria preghiera in una piccola cappella di Barinas. Ovvero: fino a toccare il confine oltre il quale la sfolgorante glorificazione del morto ha infine rivelato il suo lato oscuro, la sua comica essenza, la lunga menzogna (quella sulla malattia e sulla morte di Chávez) della quale negli ultimi mesi, in un rossiniano crescendo di sfacciataggine, quella glorificazione era andata nutrendosi.</p><p>Maduro aveva – se davvero voleva esser considerato un vincitore &#8211; l’obbligo di replicare, quantomeno, i termini<strong> dell’ultima vittoria elettorale di Chávez (55,7 per cento contro 44,3 per cento)</strong>. Ed il suo dichiarato obiettivo era, anzi, quello di raggiungere quei <strong>10 milioni di voti</strong> (oltre il 64 per cento con gli indici di partecipazione registrati ieri) che, lo scorso 7 ottobre, lo stesso ‘comandante’ aveva puntato e mancato. Entrambi gli obiettivi sono rimasti lontanissimi. Ed ora Maduro ha di fronte a sé una serie di compiti assai difficili.</p><p>Il primo – giusto per chiudere l’episodio dell’uccellino – è quello di restituire a Hugo Chávez, che sempre aveva considerato se stesso un aquila, la grandeur ornitologica perduta. E poi – cosa ben più seria ed importante – quella di gestire, indebolito da questa<strong> vittoria stiracchiata</strong>, la vera eredità del grande leader scomparso. Il quale, a lui ed ai venezuelani tutti (Capriles incluso), ha in effetti lasciato, oltre al pesante fardello del culto di se medesimo ed istituzioni debolissime, <strong>soprattutto conti da pagare</strong>, la realtà d’un modello assistenzial-autoritario – o, se si preferisce, una ingestibile replica in chiave petrolifera del vecchio caudillismo latinoamericano &#8211; <strong>ormai aritmeticamente giunto al suo capolinea</strong>. Vale a dire: il chavismo, non solo senza Chávez, ma anche senza il libretto degli assegni con il quale, grazie a un boom petrolifero senza recedenti, Chávez aveva, in passato, costruito il proprio mito.</p><p>Una storia affascinante ed appena cominciata. Una storia tutta da raccontare&#8230;</p><p>&nbsp;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/15/venezuela-la-catastrofica-vittoria-di-nicolas-maduro/562444/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Venezuela: dopo Chávez vincerà Nicolás Maduro. E poi?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/10/venezuela-dopo-chavez-vincera-nicolas-maduro-e-poi/557583/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/10/venezuela-dopo-chavez-vincera-nicolas-maduro-e-poi/557583/#comments</comments> <pubDate>Wed, 10 Apr 2013 07:15:01 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Beatificazione]]></category> <category><![CDATA[Elezioni]]></category> <category><![CDATA[Henrique Capriles]]></category> <category><![CDATA[Hugo Chávez]]></category> <category><![CDATA[Nicolás Maduro]]></category> <category><![CDATA[Rivoluzione]]></category> <category><![CDATA[Venezuela]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=557583</guid> <description><![CDATA[Domenica, in Venezuela, si tornerà a votare. E pressoché certo è che vincerà l’uccellino. O meglio: del tutto sicuro &#8211; fatte ovviamente salve ultra-sorprendenti svolte, oggi peraltro del tutto impercettibili negli schermi radar dei sondaggi – è che alla fine vincerà il presidente in carica Nicolás Maduro Moros. Vale a dire: l’uomo che, dell’uccellino, non...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Domenica, in Venezuela, <strong>si tornerà a votare</strong>. E pressoché certo è che <strong>vincerà l’uccellino</strong>. O meglio: del tutto sicuro &#8211; fatte ovviamente salve ultra-sorprendenti svolte, oggi peraltro del tutto impercettibili negli schermi radar dei sondaggi – è che alla fine vincerà il presidente in carica <strong>Nicolás Maduro Moros</strong>. Vale a dire: l’uomo che, dell’uccellino, non solo ha (con molto dubbia legittimità costituzionale) preso il posto, ma del quale s’è negli ultimi tempi andato proclamando, con mistica ed assai ripetitiva passione, ‘<strong>apostolo e figlio</strong>’. Piu esattamente: l’uomo al quale l’uccellino s’è giorni fa inopinatamente premurato d’annunciare, non una Immacolata Concezione come, a suo tempo, l’Arcangelo Gabriele alla Vergine Maria, ma una sicura e travolgente<strong> vittoria il prossimo 14 di aprile.</strong></p><p>L’uccellino è, naturalmente, <strong>Hugo Chávez Frías</strong>, ex-presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, scomparso lo scorso 5 di marzo, dopo 14 anni d<strong>&#8216;ininterrotto ed assai ‘personalizzato’</strong> governo del paese. E del tutto noti sono – grazie, per l’appunto, alla testimonianza dello stesso Maduro –<a href="http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&#038;v=487Mp7Un7Eg" target="_blank"> i dettagli del <strong>prodigioso evento</strong></a>. Stava Nicolás pregando, tutto solo in una piccola cappella di <strong>Barinas </strong>(non per caso il villaggio che dette i natali a Hugo Chávez) quando all&#8217;improvviso scorse, svolazzando sopra il suo capo, un ‘<strong><em>pajarito chiquitito</em></strong>’, un minuscolo uccellino, presumibilmente un colibrì o, come lo chiamano da quelle parti, un <em>tucusito. </em>Posatosi su una delle travi di legno del tetto della cappella, il piccolo volatile prese ad allegramente cinguettare. E Nicolás – che subito cinguettando gli rispose &#8211; non ebbe a quel punto dubbi: il <em>‘tucusito’</em> altri non era, in effetti, che la temporanea reincarnazione del ‘líder supremo’ venuto ad annunciargli &#8211; lì, nei luoghi che lo videro nascere e crescere &#8211; ‘l’inizio della nuova battaglia ed un nuovo<strong> immancabile trionfo’</strong>.</p><p>Questo disse a Maduro quell’uccellino venuto dall’al di là. Ed assai probabile è che la sua lunga ed armoniosa conversazione con quello che, da vivo, lui stesso aveva indicato come suo <strong>erede politico</strong>, finisca per rivelare, assai presto, <strong>una duplice </strong>(e paradossalmente contrapposta)<strong> valenza profetica</strong>. Perché è vero: domenica prossima il “figlio ed apostolo” del ‘líder supremo’ vincerà, nel nome di dio (Chávez) e del padre (sempre Chávez), la corsa presidenziale. Ma la vincerà – lui che è, fisicamente parlando, un vero e proprio gigante – oscurato dall&#8217;ombra d’un microscopico colibrì. O più esattamente: dall&#8217;ombra d’un processo di esaltata<strong> beatificazione</strong> – quello del Chávez defunto – che, con la storia del ‘pajarito’, ha infine rivelato, oltre le barriere dell’isteria collettiva e degli estatici accenti della demagogia funeraria, la sua intrinseca (ed essenzialmente ridicola)<strong> debolezza. </strong></p><p>L’esaltazione della figura di Chávez ha assunto, in queste ultime settimane, ritmi parossistici. ‘<strong>Eterno</strong>’ è ormai diventato &#8211; allorquando ci si riferisce al <strong>‘líder supremo della rivoluzione bolivariana</strong>’, altrimenti definito ‘<strong>il cristo redentore dei poveri</strong>’ &#8211; una sorta di obbligatorio standard linguistico. E, nel corso della settimana Santa, la prossima vittoria elettorale è stata senza ritegni annunciata, dalle gerarchie chaviste, come una sorta di replica delle resurrezione cristiana. Anche in Venezuela &#8211; come, credo, in tutto il resto del mondo – l’uccellino è però anche (spesso soprattutto) un sinonimo di bugia. ‘<strong>Chi te l’ha raccontata questa, un uccellino?</strong>’, si usa dire in Venezuela, come in ogni altra parte del pianeta, ai bambini che le sparano grosse. E Maduro – come tutta la cupola governativa che, dallo scorso dicembre, ha accompagnato e protetto dietro una cortina di segreto il lungo addio del grande leader – di grosse ne ha sparate davvero tante. Alcune nutrite soltanto dal silenzio (quello, perdurante, sulla <strong>vera natura della malattia</strong> che ha colpito il ‘comandante supremo’). Altre già passate in archivio (come <strong>la riunione di governo di oltre cinque ore </strong>che il Chávez morente, o forse già morto, avrebbe tenuto pochi giorni prima che la sua dipartita venisse annunciata). Altre ancora in fieri (la ribadita certezza che Chávez sia <strong>stato assassinato</strong>, non da un cancro, ma dalla proditoria ’inoculazione’ d’una malattia elaborata nel laboratori dell’Impero)…</p><p>La storia dell’uccellino ha, per molti aspetti, <strong>cambiato il corso</strong> di questa fulminea (ufficialmente non è durata che 10 giorni) campagna elettorale, dominata dalla immanenza d’un santo. L’ha cambiata non al punto da modificarne gli esiti, ma abbastanza per diradarne, almeno in parte le nebbie.</p><p>Forte dell’<strong>appoggio di tutti gli apparati di Stato, </strong>Maduro batterà<strong> Capriles</strong><strong>, </strong>più o meno come i mulini a vento vinsero la ‘fiera y desigual batalla’ contro di loro lanciata dal Quijote<strong>.</strong> Nell&#8217;inesorabile rifluire della semireligiosa esaltazione che ha seguito la morte di Chávez, probabilmente non raggiungerà (come non li raggiunse il Chávez non ancora beatificato lo scorso 7 di ottobre) i dieci milioni di voti che ha promesso al leader defunto.  E forse (cosa che sarebbe l’equivalente d’una sconfitta) persino resterà al di sotto del 55,7 per cento conseguito dal ‘comandante supremo’ sei mesi fa. Ma, oltre ogni percentuale, i veri problemi cominceranno, per lui, quando, da presidente, dovrà fare i conti con la<strong> vera eredità del dio di cui è figlio e apostolo</strong>. Vale a dire: con <strong>il Venezuela autentico</strong> e non con il mito – logoro, nonostante lo tsunami di retorica che in questi giorni l’accompagna &#8211; della ‘<strong>nuova patria socialista’ </strong>fondata da San Hugo. Perché in realtà, in questo Venezuela sempre più petro-dipendente, solo l’eresia può salvare il nuovo presidente ed il futuro del paese.</p><p>Ma troverà l’apostolo Maduro il coraggio d’uccidere il padre?  </p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/10/venezuela-dopo-chavez-vincera-nicolas-maduro-e-poi/557583/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Hugo Chávez, il destino degli imbalsamati</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/11/hugo-chavez-il-destino-degli-imbalsamati/526257/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/11/hugo-chavez-il-destino-degli-imbalsamati/526257/#comments</comments> <pubDate>Mon, 11 Mar 2013 08:37:50 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Hugo Chávez]]></category> <category><![CDATA[Nicolás Maduro]]></category> <category><![CDATA[Venezuela]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=526257</guid> <description><![CDATA[Ebbene sì, l’hanno fatto. E l’hanno fatto, inevitabilmente, con tutta la macabra, ampollosa solennità che le circostanze reclamavano. Mai avari in materia d’enfasi e di servile ossequio nei confronti del gran capo quando quest’ultimo era in vita, gli eredi politici di Hugo Chávez Frías hanno deciso, ora che quest’ultimo è morto, di percorrere fino in...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ebbene sì, <strong>l’hanno fatto</strong>. E l’hanno fatto, inevitabilmente, <strong>con tutta la macabra, ampollosa solennità </strong>che le circostanze reclamavano. Mai avari in materia d’enfasi e di servile ossequio nei confronti del gran capo quando quest’ultimo era in vita, <strong>gli eredi politici di Hugo Chávez Frías</strong> hanno deciso, ora che quest’ultimo è morto, di percorrere fino in fondo (o fino alle più estreme e grottesche conseguenze) i tragicomici sentieri del culto della personalità, regalando al Venezuela ed al mondo<strong> un nuovo cadavere imbalsamato</strong>: quello, per l’appunto, del medesimo Hugo Chávez Frías, ex presidente ora molto opportunamente elevato, come si conviene a chi è destinato a preservare “in eterno” le proprie umane sembianze, al celestiale rango di “<strong><em>líder supremo de la Revolución Bolivariana</em></strong>”.</p><p><strong>Nicolás Maduro</strong> &#8211; designato delfino del “supremo” e, da venerdì notte (grazie ad una procedura d’assai dubbia legittimità costituzionale) nuovo “<strong>presidente incaricato</strong>” della Nazione, ha ufficialmente annunciato che il corpo del leader defunto verrà – al termine d’una veglia funebre destinata a protrarsi per almeno un’altra settimana &#8211; <strong>imbalsamato ed esibito sotto cristallo</strong>, in saecula saeculorum, all’interno d’un mausoleo all&#8217;uopo allestito in uno degli edifici sacralizzati dalla mistica chavista. Ovvero: nel “<strong>Cuartel de la Montaña</strong>”, la vecchia <strong>caserma</strong> (oggi trasformata in “Museo Historico Militar”) situata sulle alture che dominano il quartiere “23 de enero”, dalla quale il colonello Hugo Chávez, il<strong> 4 febbraio del 1992</strong>, diresse il suo fallito <strong>colpo di stato</strong> (o, come vuole la versione catechistica, la sua gloriosa “<strong>insurrezione</strong>”) contro il governo di <strong>Carlos Andrés Pérez</strong>.</p><p>Maduro non ha lasciato alcun dubbio circa <strong>le vere radici storico-politico-religiose</strong> di tale decisione. Chávez, ha detto, <strong>resterà visibile “per sempre”</strong>, come già avvenuto per “<strong>Lenin, Mao, Ho Chi Min…</strong>”. E, mentre sullo sfondo riluceva una gigantografia nella quale un molto intensamente compunto “líder supremo” posava la sua mano sopra <strong>un enorme crocifisso</strong>, ha senza equivoci inquadrato, nel suo discorso funebre, i pilastri della liturgia che sarà alla base del nuovo culto. Chávez – da Maduro definito il “<strong>presidente più vilipeso ed attaccato</strong>” della storia dell’umanità – è, come Cristo, insieme <strong>“martire” e “redentore”</strong>. Martire perché la sua malattia è quasi certamente la conseguenza d’una<strong> cospirazione ordita dall’imperialismo.</strong> E redentore perché dalle tenebre dell’imperialismo e del neoliberalismo Lui ha riscattato il Suo popolo oppresso. Quella di Chávez, santo ed eroe, martire e redentore, è a tutti gli effetti <strong>una religione, una fede. </strong>E, come ogni fede, non concede margini di sorta a qualsivoglia sfumatura d’opinione. O si è, senza riserve, parte del culto o, semplicemente, si tradisce la Patria.</p><p>Confesso che, pur essendo da sempre un molto convinto critico del culto della personalità senza freni esibito da Hugo Chávez, la cosa mi ha non poco sorpreso. Francamente non mi aspettavo che con tanta naturalezza i custodi del Chávez-pensiero giungessero a profondità nelle quali riescono ormai a navigare, senza imbarazzi o rossori, solo nell’eremitica realtà (curiosamente dimenticata nel discorso di Maduro) della<strong> Corea di Kim Il Sung ed eredi</strong>. E la cosa mi ha, in effetti, lasciato senza parole. Ma in mio aiuto è fortunatamente sopraggiunto il ricordo <a href="http://elpais.com/diario/1982/09/15/opinion/400888809_850215.html" target="_blank"><strong>d’un vecchio e molto sagace articolo</strong> </a>che – dedicato proprio a “<strong><em>el destino de los embalsamados</em></strong>” &#8211; <strong>Gabriel García Márquez</strong> scrisse nel lontano settembre del 1982 per <strong>El País di Madrid</strong>. Si tratta d’un lungo saggio (troppo lungo per rientrare nei limiti di spazio concessi da “il Fatto” a un singolo post), il cui spunto fu, illo tempore, la notizia, pubblicata dal Jerusalem Post, secondo la quale <strong>il corpo di Lenin </strong>esposto nel mausoleo della<strong> Piazza Rossa </strong>non sarebbe stato, in realtà, che una<strong> statua di cera</strong>. E vale certo la pena riportarne, di questo saggio, almeno il capoverso centrale, quello nella quale <strong>Gabo</strong>, rammentate le religiose credenze che spiegano la pratica della mummificazione nell’antico Egitto e nella millenaria tradizione cattolica, rileva come, al contrario, sia “<em><strong>molto difficile incontrare una giustificazione dottrinaria per l’analoga e crescente abitudine dei regimi comunisti, che sembrano sempre più confondere il culto degli eroi con il culto delle loro mummie…</strong></em>”. Come, per l’appunto, accaduto per <strong>Lenin, Stalin, Mao o Dimitrov in Bulgaria</strong>. <em>“<strong>E non c’è bisogno d’esser profeti</strong></em> – aggiungeva da par suo l’articolista, che ancora ovviamente non sapeva dell’esistenza dell’appena ventottenne ma già assai promettente Hugo Chávez – <em><strong>per supporre che Kim Il Sung, presidente della Corea del Nord, personaggio totalmente ignaro del dolce incanto della modestia, sia già oggi molto ansioso di sottomettere il suo glorioso corpo ai buoni uffici degli imbalsamatori…</strong>”</em>.</p><p>Nel chiudere il suo articolo, Gabo non mancava di ricordare, molto opportunamente, anche i “non troppo consolanti precedenti” latinoamericani. Parziali (come quelli dei messicani <strong>Antonio López de Santa Ana e Álvaro Obregón</strong> che fecero conservare in formaldeide ed esporre, rispettivamente, la gamba ed il braccio perduti in battaglia); o totali, come quello, famosissimo, particolarmente lugubre e tormentato di<strong> Evita Perón</strong>. Una lista alla quale, tre decenni e passa dopo quell’articolo, occorre oggi aggiungere un nuovo nome. Quello luminoso di Hugo Chávez Frías. Un altro “líder supremo”. Un&#8217;altra <strong>mummia</strong>. Giusto quello di cui la sinistra internazionale aveva bisogno…</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/11/hugo-chavez-il-destino-degli-imbalsamati/526257/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Quel che ci lascia Hugo Chávez</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/06/quel-che-ci-lascia-hugo-chavez/522537/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/06/quel-che-ci-lascia-hugo-chavez/522537/#comments</comments> <pubDate>Wed, 06 Mar 2013 15:54:16 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[America Latina]]></category> <category><![CDATA[Caracas]]></category> <category><![CDATA[Dittatura]]></category> <category><![CDATA[Gabriel Garcia Marquez]]></category> <category><![CDATA[Hugo Chávez]]></category> <category><![CDATA[Imperialismo]]></category> <category><![CDATA[Morte]]></category> <category><![CDATA[Nicolás Maduro]]></category> <category><![CDATA[Rivoluzione]]></category> <category><![CDATA[Simon Bolivar]]></category> <category><![CDATA[Usa]]></category> <category><![CDATA[Venezuela]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=522537</guid> <description><![CDATA[Nel gennaio del 1999, quando Hugo Chávez Frías aveva da poco vinto le sue prime elezioni presidenziali – e quando non mancavano che un paio di settimane alla sua prima cerimonia d’insediamento &#8211; Gabriel García Márquez ebbe l’opportunità d’intervistare, nel corso d’un viaggio aereo dall&#8217;Avana a Caracas, il neo-eletto presidente di quella che sarebbe presto...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Nel gennaio del <strong>1999</strong>, quando <strong>Hugo Chávez Frías</strong> aveva da poco vinto le sue prime <strong>elezioni presidenziali</strong> – e quando non mancavano che un paio di settimane alla sua prima cerimonia d’<strong>insediamento</strong> &#8211; <strong>Gabriel García Márquez </strong>ebbe l’opportunità d’intervistare, nel corso d’un <strong>viaggio aereo dall&#8217;Avana a Caracas</strong>, il neo-eletto presidente di quella che sarebbe presto diventata la <strong>Repubblica Bolivariana del Venez</strong>uela. E da quell&#8217;intervista nacque <a href="http://www.voltairenet.org/article120084.html" target="_blank">un articolo che, scritto per l’oggi purtroppo defunto <strong>settimanale colombiano ‘Cambio’</strong></a>, terminava con questa frase. ‘<em>Mentre (Chávez n.d.r.) s’allontanava accompagnato dalla sua scorta di militari carichi di medaglie ed amici della prima ora, mi colpì l’impressione d’aver viaggiato ed intrattenuto una piacevole conversazione con due uomini contrapposti. Uno al quale un ineluttabile destino offriva l’opportunità di salvare il suo paese. E, l’altro, un illusionista che poteva passare alla storia come un despota tra tanti</em>’.</p><p>Quale di questi due Chávez preconizzati dall&#8217;autore di ‘<em>Cent’anni di solitudine</em>’ assomiglia di più a quello che oggi, quattordici anni dopo, <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/05/venezuela-morto-hugo-chavez-malattia-indotta-nemici-storic/520662/" target="_blank">il Venezuela s’appresta a seppellire in pompa magna</a>? <strong>Nessuno dei due. O, forse, entrambi.</strong> Perché, se indubbio è che l<strong>’illusionismo rivoluzionario</strong> è stato (e continua ad essere) parte essenziale d’un regime che – <strong>per quanto convalidato da almeno quattro prove elettorali</strong> – ha in sé molti dei germi della tirannia e del dispotismo, vero è anche, probabilmente, che Chávez ha a suo modo, se non ‘salvato’, quantomeno profondamente<strong> cambiato</strong>, risvegliandone le parti più silenziose, povere e neglette, il paese che ha governato <strong>per quasi tre lustri</strong>. E certamente vero è che, quello della ‘salvezza’, o meglio, della ‘<strong>redenzione</strong>’ – parte, anch&#8217;essa, d’un gioco di specchi ideologico-mediatico – è stato (e continuerà ad essere) un elemento centrale del chavismo. Prima di Chávez, null’altro che le<strong> tenebre dell’imperialismo e del neoliberalismo. </strong>Dopo Chávez, la luce.</p><p>Il Chávez con il quale <strong>Gabo</strong> conversò quattordici anni fa non era, come quello che il Venezuela piange oggi, che un solo personaggio. Redentore perché illusionista. Ed illusionista perché redentore. Un illusionista ed un redentore che, a conti fatti, non ha né salvato il suo paese ‘seguendo un ineluttabile destino’, né è diventato un ‘despota tra tanti’. Che cosa ha davvero rappresentato, , fatti alla mano, per il Venezuela e per il mondo, questo tanto controverso e pittoresco,<strong> amato ed odiato Giano bifronte latinoamericano?</strong> È bene cominciare a chiederselo mentre – in questo caso davvero seguendo l’ineluttabile destino d’ogni <strong>cerimonia funebre</strong> – scorrono, da sinistra, i fiumi di melassa (un vero e proprio tsunami, in molti casi) della <strong>retorica d’occasione</strong>; e, da destra, quelli, appena attenuati dalla compassione di circostanza, della denigrazione. Un’adeguata risposta richiede, naturalmente, ben più approfondite analisi. Ed a questo tema mi propongo di dedicare molti altri e più dettagliati post. Qui mi limito, per ovvie ragioni, a delineare quelli che, a mio avviso, sono <strong>i punti essenziali d’una possibile discussione.</strong></p><p>Dunque, che cosa ci lascia Hugo Chávez Frías, fondatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela?</p><p>Ci lascia, innanzitutto, <strong>un culto para-religioso</strong>. Quello, ovviamente, di <strong>sé medesimo</strong>, nutrito – come ogni altro<strong> culto della personalità</strong> nel corso dell’umana vicenda &#8211; da una visione dei fatti e della Storia non di rado alterati fino al grottesco e diventati parte d’un catechismo che, piaccia o no (ed a me sicuramente non piace) è stato assimilato da una molto rilevante parte dell’opinione pubblica venezuelana. Tenebre e luce, come detto sopra.</p><p>Ci lascia, Hugo Chávez, una<strong> parvenza di rivoluzione</strong>. Se analizzata alla luce dei fatti, la ‘luce’ che l&#8217;autonominato erede di <strong>Bolivar</strong> ha irradiato sul Venezuela, non è, in effetti, che una riedizione in chiave spettacolarizzata della vecchia politica di ‘<strong>sostituzione di importazioni</strong>’ praticata, con risultati nefasti, dalla felicemente defunta democrazia ‘<strong><em>puntofijista</em></strong>’ (quella definita dall&#8217;alternanza <strong><em>Acción Democratica-COPEI</em></strong>, seguita alla caduta del dittatore <strong>Marcos Pérez Jiménez</strong>) nel corso del <strong>boom petrolifero</strong> degli anni ’70.</p><p>Ci lascia, Hugo Chávez Frías – o meglio, lascia al Venezuela &#8211; un paese indubbiamente<strong> più ricco e meno diseguale</strong>, grazie ad un boom petrolifero senza precedenti e ad una politica che, per quanto pesantemente distorta da un logica assistenzial-carsimatica, ha indubbiamente apportato <strong>grandi benefici ai settori più diseredati della società</strong>. E ci lascia, soprattutto, <strong>una grande occasione perduta</strong>. Quella d’una possibile liberazione del Venezuela – proprio in virtù dell’eccezionale boom petrolifero – dalla sua storica dipendenza dal petrolio. Ci lascia, insomma, Hugo Chávez Frías, una parvenza di rivoluzione che altro non è, in realtà, che <strong>una rivoluzione mancata</strong>.</p><p>Ci lascia infine, il presidente bolivariano, <strong>un regime di fatto</strong> (di fatto, nel senso di non vincolato da regole costituzionali) il cui destino appare quanto mai nebbioso. Chávez era, nel Venezuela che oggi lo seppellisce con gli onori che si riservano ai padri della Patria, l’unica vera<strong> fonte del potere</strong>. Come gestiranno ora questo potere – nel suo nome<strong> ‘sagrado’, ma senza di lui</strong> – quelli che verranno? L’accenno di <strong>Nicolás Maduro</strong>, il designato <strong>delfino</strong>, ad un <strong>complotto</strong> che avrebbe inoculato in Chávez la malattia che lo ha infine ucciso, fanno temere il peggio.</p><p>In un precedente post avevo espresso un timore: che <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/11/aspettando-hugodot-lesordio-del-chavismo-senza-chavez/467402/" target="_blank">il chavismo del dopo-Chávez fosse destinato ad essere ‘<strong>più autoritario e più stupido</strong>’ del modello originale</a>. Spero, davvero, di non esser stato un buon profeta…</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/06/quel-che-ci-lascia-hugo-chavez/522537/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La “brezhnevizzazione” di Hugo Chávez</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/18/brezhnevizzazione-di-hugo-chavez/503546/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/18/brezhnevizzazione-di-hugo-chavez/503546/#comments</comments> <pubDate>Mon, 18 Feb 2013 10:00:47 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Culto della Personalita]]></category> <category><![CDATA[El Paìs]]></category> <category><![CDATA[Hugo Chávez]]></category> <category><![CDATA[Propaganda]]></category> <category><![CDATA[Venezuela]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=503546</guid> <description><![CDATA[Qualcuno si ricorda del film ‘Under Fire’ (Sotto tiro), con Nick Nolte e Gene Hackman? Considerata la piuttosto venerabile età della pellicola, non mi sorprenderebbe se solo una molto ridotta pattuglia di reduci ne avesse conservato qualche memoria. Eppure è proprio a questo, alle sbiadite sequenze di “Under Fire”, che – più per contrasto, in...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/18/brezhnevizzazione-di-hugo-chavez/503546/chavez-con-granma-y-hijas-en-el-hospital/" rel="attachment wp-att-503545"><img class="size-full wp-image-503545 alignleft" src="http://www.ilfattoquotidiano.it/wp-content/plugins/lazy-load/images/1x1.trans.gif?adf349" id="no-script-hide" data-lazy-src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/02/chavez-con-granma-y-hijas-en-el-hospital.jpg?adf349" alt="" width="307" height="192" /><noscript><img class="size-full wp-image-503545 alignleft" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/02/chavez-con-granma-y-hijas-en-el-hospital.jpg?adf349" alt="" width="307" height="192" /></noscript></a>Qualcuno si ricorda del film <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sotto_tiro" target="_blank">‘<strong><em>Under Fire</em></strong>’ (Sotto tiro)</a>, con <strong>Nick Nolte</strong> e <strong>Gene Hackman</strong>? Considerata la piuttosto venerabile età della pellicola, non mi sorprenderebbe se solo una molto ridotta pattuglia di reduci ne avesse conservato qualche memoria. Eppure è proprio a questo, alle sbiadite sequenze di “<em>Under Fire</em>”, che – <strong>più per contrasto, in effetti, che per affinità</strong> – io ho immediatamente pensato osservando <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/15/venezuela-allarme-per-salute-di-chavez-governo-cosciente-e-mostra-foto/501344/" target="_blank"><strong>le tre foto di Hugo Chávez</strong></a> che, venerdì scorso, le autorità venezuelane hanno in pompa magna offerto alla pubblica opinione.</p><p><strong>Perché a ‘<em>Under Fire</em>’</strong>? Essenzialmente perché anche la sua trama ruotava attorno alle foto d’un leader che molti pensavano morto. Breve riassunto, per i ‘non-reduci’. <strong>Sullo sfondo infuocato del Nicaragua della fine degli anni ’70</strong> &#8211; e lungo il filo di molto complicati intrecci amorosi che qui non è il caso di rammentare &#8211; un gruppo di giornalisti americani copre lo scontro tra <strong>il corrotto e sanguinario regime dell’ultimo Somoza</strong> e le forze ribelli guidate da un <strong>mitico capo guerrigliero di nome Rafael</strong> (in senso lato identificabile con l’eroe sandinista <strong>Carlos Fonseca</strong>). Rafael cade in uno scontro armato con l’esercito. Ma i ribelli riescono a convincere <strong>Nick Nolte</strong> – nel film un brillante e tormentato fotografo, disgustato dalla violenza del regime pro-yankee &#8211; a diffondere un ampio servizio su Rafael, come fosse ancora vivo. O, più esattamente<strong>: lo convincono a fotografare il cadavere del capo guerrigliero in modo che, opportunamente agghindato, truccato e puntellato, apparisse in totale comando di se stesso e delle sue truppe…</strong></p><p>Premetto ch’io <strong>non credo affatto che Chávez sia, come il Rafael del film, già cadaver</strong>e. Lo immagino – e lo immagino perché l’immaginazione  è, in questo caso<strong>, </strong>l’unica possibile fonte d’informazione – ancora dolorosamente, ma fermamente tra noi. <strong>Sicuramente molto malato</strong>, presumibilmente incapace di comunicare e, sicuramente, <strong>non in grado di governare</strong>. Ma, a tutti gli effetti, <strong>ancora vivo</strong>. E tuttavia proprio così, come Rafael, o meglio, come un corpo morto opportunamente agghindato e truccato, io ho di primo acchito visto il Chávez delle tre fotografie. E così l’ho visto perché è proprio così, <strong>come una finzione al servizio d’una menzogna</strong>, che Chávez è stato ritratto nelle tre istantanee, e che, più in generale, viene trattato da quanti, dai giorni della sua ultima operazione, vanno in suo nome governando il Venezuela. <strong>Con un&#8217;ovvia differenza</strong>, tuttavia, rispetto a ‘<em>Under Fire</em>”. I guerriglieri del film mentivano, con la complicità di Nick Nolte, per non compromettere la lotta contro un regime tirannico e odioso. I governanti venezuelani mentono invece, molto meno nobilmente, per ragioni che, sebbene molto difficili da comprendere nella loro interezza, di certo non sono che il cupo riflesso <strong>dell’intrinseca, tragicomica mediocrità d’un regime (d’ogni regime) che, basato sul culto della personalità, di recente si trova a gestire se stesso in assenza della personalità sul cui culto è stato fondato.</strong></p><p>Giorni fa, nel commentare la pubblicazione su <em><strong>El País</strong></em> d’una falsa foto di Chávez ‘intubato<strong>’, <a href="http://www.el-nacional.com/mundo/Pais-publica-falsa-Chavez-convaleciente_0_123590519.html" target="_blank">il ministro dell’informazione Ernesto Villegas</a></strong><a href="http://www.el-nacional.com/mundo/Pais-publica-falsa-Chavez-convaleciente_0_123590519.html" target="_blank"> aveva definito “<strong>grottesco</strong>”</a> lo svarione del quotidiano madrilegno. Più che giusto. Ma quanto grottesca è stata la politica d’informazione, o meglio, di<strong> disinformazione </strong>di cui il suo ministero è stato portatore in questi due mesi e passa? Le tre fotografie sono arrivate dopo 68 giorni  lungo i quali il molto malato Hugo Chávez ha, stando alla versione ufficiale, <strong>fatto di tutto</strong>. E l’ha fatto, <a href="http://www.eluniversal.com/nacional-y-politica/130130/arreaza-chavez-esta-mandando-mas-que-un-dinamo" target="_blank">volendo prender sul serio le parole di <strong>Jorge Arreaza</strong>, </a>ministro della Scienza e genero del medesimo Chávez, ”<em>mandando más que una dinamo</em>”, comandando più d’una dinamo. Dal suo letto d’ospedale, il leader convalescente ha <strong>nominato ministri</strong> e <strong>firmato decreti</strong>, tenuto riunioni di governo e, persino, <strong>ordinato una svalutazione del 32 per cento della moneta nazionale</strong>…Tutto questo ha fatto Chávez in due mesi, senza che di se stesso offrisse, nel contempo, una sola, vera ‘<strong>prova di vita</strong>’. E quando questa prova di vita è infine arrivata, è arrivata così: nella forma delle tre fotografie che hanno, all’istante, fatto il giro del mondo.</p><p>Questo è tutto quello che la ‘dinamo’ di Chávez è stata in grado di regalare a quanti si trovano al di fuori del molto ristretto circolo dei suoi  più assidui frequentatori venezuelani e cubani: un sorriso stiracchiato, un’espressione sempre eguale a se stessa, un Granma di giornata. Un’immagine che quasi certamente non è, ma che potrebbe benissimo essere, come nel caso di Rafael, quella d’un morto, o, ancora, quella di una statua di cera. Fosse stato un video, la gente avrebbe potuto scorgere <strong>un batter di palpebre</strong>, un sorriso che s’accende e che si spegne, <strong>un mutar d’espressione</strong> o, chissà, vedere il comandante che materialmente sfogliava il Granma…E forse proprio questo è il punto. Hugo Chávez, la dinamo Chávez, il Chávez che continua a tenere nelle sue mani le redini del Venezuela, <strong>non è oggi in grado di sfogliare le pagine d’un quotidiano…</strong></p><p>Perché questa pantomima? Perché gli eredi di Chávez vogliono a tutti costi– e con tanto grossolani metodi &#8211; <strong>far credere che ‘<em>el comandante-presidente</em>’ sia ancora nel pieno delle sue funzioni</strong>? Qualcuno ha provato a rispondere a questa domanda citando la <a href="http://opinion.infobae.com/jorge-castaneda/2013/01/11/quien-decide-el-futuro-de-venezuela/" target="_blank">‘<strong>difficoltà di uccidere il padre</strong>’ analizzata da <strong>Freud </strong>e <strong>Lacan</strong></a>, altri richiamando la <strong>paura del vuoto</strong> generata da una ‘inabilitazione’ del grande leader’, o ancora, più banalmente, sottolineando la paralisi derivata dalle <strong>divisioni interne al chavismo</strong>. L’unica cosa certa – rimirando le foto recentemente diffuse – è questa. Non è al Rafael di ‘Under Fire’ che Chávez in realtà assomiglia. Piuttosto alle immagini che nei primi ani ’80, ritraevano quel che restava di <strong>Leonid Brezhnev</strong>, immobile al centro della nomeklatura, assistere alla grande parata del Primo Maggio. Perché come il Brezhnev di quegli anni, anche il Chávez di oggi è ancora vivo, ma a suo modo è già una mummia, una simulazione, una storica impostura. Perché proprio questo è quel che davvero – e molto tristemente &#8211;  le tre foto dimostrano<strong>: l’avvenuta ‘brezhnevizzazione’ di Hugo Chávez, </strong>il compiersi di un destino che si cela nelle pieghe di ogni culto della personalità.</p><p>Come diceva <strong>Marx</strong>: la prima volta come tragedia e la seconda…  </p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/18/brezhnevizzazione-di-hugo-chavez/503546/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Fidel riappare . Ma non dice per chi ha votato</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/04/riappare-fidel-ma-non-dice-per-chi-ha-votato/489167/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/04/riappare-fidel-ma-non-dice-per-chi-ha-votato/489167/#comments</comments> <pubDate>Mon, 04 Feb 2013 16:43:15 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Cuba]]></category> <category><![CDATA[Fidel Castro]]></category> <category><![CDATA[Hugo Chávez]]></category> <category><![CDATA[Malattie]]></category> <category><![CDATA[Venezuela]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=489167</guid> <description><![CDATA[Mentre tutti andavano chiedendosi che ne fosse di Hugo Chávez – il gran leader bolivariano che, da quasi due mesi continua, pur senza dar segni di vita, a governare con mano ferma il Venezuela dal suo letto d’ospedale – ecco che, a Cuba, all&#8217;improvviso riappare, apparentemente in gran forma, l’altro grande malato sul cui stato di salute...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Mentre tutti andavano chiedendosi che ne fosse di <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/24/quel-chavez-de-el-pais-e-falso-ma-quello-vero-come-sta/479219/">Hugo Chávez – il gran leader bolivariano</a> che, da quasi due mesi continua, pur senza dar segni di vita, a governare con mano ferma il Venezuela dal suo letto d’ospedale – ecco che, a <strong>Cuba</strong>, all&#8217;improvviso riappare, apparentemente in gran forma, l’altro grande malato sul cui stato di salute (uno stato che di Stato è, notoriamente, un segreto) si sono andate negli ultimi anni intrecciando e sovrapponendo premature<strong> notizie di morte</strong>, false (o, comunque, inverificabili) diagnosi, ipotesi necrologiche, preghiere, pettegolezzi, paure e speranze. Ovvero: <strong>Fidel Castro Ruz</strong>, leader storico della<strong> rivoluzione cubana</strong> e, fino a non troppo tempo fa, <em>primer segretario del Partido Comunista de Cuba</em>, nonché presidente del <em>Consejo de Estado y de Ministros</em> e, naturalmente, ‘<em>Comandante en Jefe’ de La Fuerzas Armadas Revolucionarias</em> e d’ogni altra forza, o debolezza, presente (o assente) nell&#8217;intera Nazione.</p><p>Occasione per questo suo ritorno sulla scena: la giornata elettorale a Cuba. Per la prima volta dal 2006 – vale a dire da quando è stato colpito dalla malattia che l’ha costretto a cedere al fratello <strong>Raúl</strong> le redini del potere – <strong>Fidel s’è personalmente recato alle urne</strong> per deporre il suo voto. Ed il gesto è stato puntualmente ed entusiasticamente documentato da una serie di fotografie pubblicate dai media cubani. <strong><em>Juventud Rebelde</em></strong>, organo ufficiale della Ujc (<em>Unión de Jovenes Comunistas</em>) ha anche riportato,<a href="http://www.juventudrebelde.cu/cuba/2013-02-03/a-los-jovenes-les-tengo-mucha-envidia/" target="_blank"> in un articolo scritto dal giornalista Amaury E. Del Valle in evidente stato d’estasi</a>, ampi stralci del lungo colloquio (oltre un’ora e mezza) che il vecchio leader – incurvato dagli anni e costretto a camminare con un bastone, ma lucidissimo e, come sempre, lucidamente profetico &#8211; ha intrattenuto con i rappresentanti dei media locali e con la gente presente nel seggio.</p><p>È un Fidel molto <strong>loquace</strong> ed allegro, pieno d’energia intellettuale, quello che viene descritto da Juventud Rebelde. Anzi – come testimonia l’aggettivo più frequentemente usato dal Del Valle &#8211; è un Fidel decisamente<strong> ‘</strong><em>picaro</em><strong>’</strong>, un po’ malandrino, impertinente ed acuto che, in un’ennesima, luminosa riprova del suo impareggiabile senso dell’<strong>ironia</strong>, non esita ad amabilmente scherzare con i suoi interlocutori.  Come quando – accompagnando le sue parole con, per l’appunto, un sorriso ‘picaro’, e forse anche con il classico ‘occhiolino’ – afferma di non poter rivelare, perché la legge glielo vieta, per chi abbia votato. Davvero una simpatica battuta, considerato che Fidel e i cubani (o meglio, i cubani per volontà di Fidel, vero autore intellettuale della legge elettorale del 1992) erano ieri chiamati a scegliere i 612 deputati della prossima <em>Asamblea Nacional del Poder Popular</em> da una lista di 612 nomi. E chissà che il vecchio <em>líder máximo</em> – sebbene per l’occasione ovviamente prodigo di elogi per un sistema elettorale, quello cubano, che contrariamente a quando avviene nelle democrazie borghesi, rappresenta ‘il vero potere del popolo’ –, non stesse davvero, ancora in pieno possesso del suo storico ‘sense of humor’, <strong>prendendo per i fondelli giornalisti</strong> che, metaforicamente genuflessi, lo andavano interrogando. Dopo tutto proprio questo, esser presi per i fondelli, è il destino di tutti i cortigiani…</p><p>Fidel ha parlato di tutto. Di <strong>Hugo Chávez</strong>, che, da lui ogni giorno visitato, “sta ora molto meglio” e che va indiscutibilmente annoverato, <strong>assieme a Bolivar e Martí</strong>, tra i grandi eroi latinoamericani. E poi anche di pace, di guerra e di se stesso, della serena esistenza che ora trascorre riflettendo, per l’appunto, sulla pace, sulla guerra e sui destini del mondo. Fidel ha, infine, detto la sua anche sull’ultima riunione del Celac (la nuova Comunitad de Estados Latinoamericanos y Caribeños) che, giorni fa, ha nominato proprio Cuba, nella persona di suo fratello Raúl, alla presidenza pro-tempore dell’organizzazione. Un grande<strong> successo diplomatico</strong>. Ed un ultimo colpo alla politica d’embargo – peraltro già da tempo defunta ed in stato di putrefazione avanzata – da oltre mezzo secolo perseguita dagli Stati Uniti d’America contro Cuba. Ultimo, ma evidentemente non mortale, perché impossibile è uccidere chi già è morto.</p><p>E proprio questa – anche se la cosa sembra esser sfuggita alla ‘<em>picardia</em>’ del <em>líder máximo</em> – sembra essere la cosa di gran lunga più interessante. Fino a ieri proprio l’embargo e l’isolamento forzato di Cuba avevano fornito l’habitat ideale per un sistema elettorale – da qualcuno anche su questo giornale definito <strong>una democrazia “diversa”</strong> – nel quale il popolo esprime la sua sovranità scegliendo 612 deputati da una lista di 612 candidati scelti da altri. Quanto a lungo &#8211; oggi che, sia pure solo per un anno, Cuba si trova alla testa d’un continente in piena (anche se contradditoria) evoluzione democratica &#8211; potrà questa finzione reggere di fronte al mondo?</p><p>Prevedibilmente nessuno, tra gli zelanti giornalisti cubani, ha posto ieri quest’ovvia domanda al molto garrulo Fidel presentatosi ai seggi. Ma tutto, in America Latina (e, per molti aspetti, anche a Cuba) sta muovendosi. Ed una risposta, prima o poi (più prima che poi, probabilmente) dovrà pure arrivare…</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/04/riappare-fidel-ma-non-dice-per-chi-ha-votato/489167/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Quel Chávez di &#8220;El Pais&#8221; è un falso. Ma quello vero, come sta?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/24/quel-chavez-de-el-pais-e-falso-ma-quello-vero-come-sta/479219/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/24/quel-chavez-de-el-pais-e-falso-ma-quello-vero-come-sta/479219/#comments</comments> <pubDate>Thu, 24 Jan 2013 15:36:48 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Cuba]]></category> <category><![CDATA[El Paìs]]></category> <category><![CDATA[Foto]]></category> <category><![CDATA[Giuramento]]></category> <category><![CDATA[Hugo Chávez]]></category> <category><![CDATA[Madrid]]></category> <category><![CDATA[Salute]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=479219</guid> <description><![CDATA[Non era Chávez. La fotografia d’un uomo intubato, apparsa ieri, per una mezzoretta, sulla pagina web di El País di Madrid (e finita anche sull&#8217;edizione cartacea, poi frettolosamente richiamata) non apparteneva al presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Anzi: non era, a quanto pare, che un fotogramma tratto da un vecchio video (che nulla aveva...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Non era Chávez</strong>. La fotografia d’un uomo intubato,<a href="http://internacional.elpais.com/internacional/2013/01/24/actualidad/1359002703_817602.html" target="_blank"> apparsa ieri, per una mezzoretta, sulla pagina web di </a><strong><a href="http://internacional.elpais.com/internacional/2013/01/24/actualidad/1359002703_817602.html" target="_blank">El País di Madrid</a> </strong>(e finita anche sull&#8217;edizione cartacea, poi frettolosamente richiamata) non apparteneva al presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Anzi: non era, a quanto pare, che un fotogramma tratto da<strong> un vecchio video</strong> (che nulla aveva a che fare con Venezuela)<a href="http://www.youtube.com/watch?v=DB4bIH0GsYU" target="_blank"> pubblicato un paio d’anni fa nel caotico regno di YouTube.</a> Scandalo, indignazione, frizzi e lazzi, grida di dolore. Con l’inevitabile aggiunta – essendo <strong>la madre dei ‘complottisti’</strong> notoriamente sempre gravida quando il tema è l’America latina &#8211; <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/22334-foto-chavez-el-pais/" target="_blank">di qualche ridicola accusa di ‘<strong>golpismo</strong>’ </a>rivolta al ‘venerable diario de España’ come ieri, con un’ovvia punta d’ironia, <a href="http://www.lapatilla.com/site/2013/01/24/villegas-foto-de-chavez-en-el-pais-es-tan-grotesca-como-falsa/" target="_blank">l’ha definito il ministro dell’informazione venezuelano, <strong>Ernesto Villegas. </strong></a></p><p>Che la sia pur molto fuggevole pubblicazione di quella foto &#8211; <a href="http://www.lapatilla.com/site/2013/01/24/villegas-foto-de-chavez-en-el-pais-es-tan-grotesca-como-falsa/" target="_blank">dal medesimo Villegas molto tempestivamente definita ‘<strong><em>falsa y grotesca</em></strong></a>’ &#8211; sia destinata ad arricchire la lunga storia delle grandi (o come in questo caso non troppo grandi) <strong>gaffe giornalistiche</strong>, non v’è dubbio alcuno. Così come non v’è dubbio alcuno che, volendo restare nel campo delle<strong> teorie cospirative</strong>, tutti i giochi sono validi. Si può tranquillamente ipotizzare che lo scivolone di ‘<strong>El País</strong>’ non sia affatto tale, configurandosi piuttosto come un deliberato (anche se, nel caso, troppo frettoloso<strong></strong>)  momento della ‘<strong>guerra psicologica</strong>’ che la reazione internazionale va conducendo contro la rivoluzione bolivariana. Oppure giungere alla conclusione che, al contrario, il ‘venerable diario’ sia molto maldestramente caduto in una trappola all&#8217;uopo tesagli da quanti – in un&#8217;ennesima riedizione del famoso<strong> ‘nemico esterno’ d’orwelliana memoria</strong> &#8211; vogliono dimostrare, per l’appunto, l’effettiva esistenza della summenzionata ‘guerra psicologica’.</p><p>Tutto, quando di complotti si parla, è possibile. Tutto ed il contrario di tutto. Il punto vero – al di là delle brutte figure e delle tenebrose trame che dietro le medesime si celano – resta tuttavia  quello di sempre. A ormai oltre sei settimane dalla <strong>partenza di Chávez per Cuba</strong>, <strong>del vero stato di salute </strong>del grande leader della rivoluzione bolivariana<strong>, non si sa nulla</strong>. O meglio: non si sa che il nulla che, in questi quaranta e passa giorni, è stato ripetuto in una trentina di bollettini medici, dai quali non si poteva dedurre che questo: che Chávez era stato operato, che l’operazione era stata “<strong>complicata</strong>” e che il presidente venezuelano ne era uscito “con seri problemi respiratori”. Questo e quel che parallelamente si andava apprendendo, in una sorta di <strong>surreale balletto verbale</strong>, dalle dichiarazioni dei sei uomini politici (il <strong>fratello Adán</strong>, il vicepresidente <strong>Nicolás Maduro</strong>, il presidente della Asamblea Nacional, <strong>Diosdado Cabello</strong>, il summenzionato <strong>ministro dell’informazione Villegas </strong>e, più recentemente, il neo-ministro degli esteri <strong>Elías Jaua</strong>) che, in queste lunghe settimane, hanno fatto la spola tra l’Avana e Caracas, per ricevere – così sono andati dichiarando – <strong>ordini, suggerimenti, indicazioni</strong> da quello che (parole di Nicolás Maduro) ‘<strong>resta</strong> <strong>a tutti gli effetti il presidente in carica’</strong>.</p><p>Il quadro è – per reiterare lo stesso aggettivo da Villegas usato riferendosi alla foto dell’intubato – davvero grottesco. Nessuno può dire – in base alle informazioni ricevute – <strong>se Chávez sia vivo o morto</strong>. Non esiste un’immagine, un suono, uno scritto che provi al di là d’ogni ragionevole dubbio la sua permanenza in questa valle di lacrime. Però si sa, per voce dei suoi summenzionati seguaci-surrogati, che il presidente ‘<strong>è perfettamente cosciente delle sue condizioni e delle vicende venezuelane</strong>”, che “<strong>dimostra un’ incredibile energia</strong>” e che, entrato ora in una nuova fase post-operatoria, <a href="http://www.unoticias.com.uy/2013/01/21/internacionales/maduro_informo_que_chavez_avanza_en_postoperatorio/" target="_blank">attraverso “<strong>una luce nei suoi occhi</strong>”</a>  rivela tutta la sua felicità per l’amore che il suo popolo, riunito in preghiera nelle chiese e nelle piazze, va in queste ore testimoniandogli. Si sa che Chávez non ha potuto presentarsi alla cerimonia del giuramento dalla Costituzione previsto per il 10 gennaio. E si sa che il <strong>Tribunale Supremo di Giustizia </strong>– <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/11/aspettando-hugodot-lesordio-del-chavismo-senza-chavez/467402/" target="_blank">con una sentenza che sembra uscita dalle pagine del miglior ‘<strong><em>real maravilloso</em></strong>’, o realismo magico </a>– ha dichiarato questa incombenza una prescindibilissima ‘formalità’. Si sa che lo stesso Chávez che non ha potuto presentarsi al giuramento ha ‘personalmente’ incaricato il suo vice, Nicolás Maduro di <strong>presentare, come impone la Corstituzione, la ‘Rendición de Cuenta” di fronte all’Asamblea Nacional.</strong> E si sa che, pochi giorni dopo, ha, sempre ‘personalmente’, nominato il nuovo ministro degli esteri, <strong>Elías Jaua</strong>. Ma nessun deputato ha fin qui potuto leggere quella ‘Rendición de Cuenta’, frettolosamente deposta da Nicolás Maduro nelle mani di Diosdado Cabello. E la firma apposta al decreto che nominava Jaua è risultata, alle più elementari analisi grafologiche,<a href="http://prodavinci.com/2013/01/17/actualidad/sobre-la-firma-del-presidente-hugo-chavez-por-jose-ignacio-hernandez-g/" target="_blank"> <strong>palesemente contraffatta</strong></a>. Il che non ha impedito che lo stesso Jaua, giunto tre giorni fa all’Avana nelle vesti di nuovo ministro, s’incontrasse con il medesimo Chávez. E, incontratolo, dichiarasse <a href="http://www.notitweets.com/esp2/65-todo/65844-jaua-se-reune-con-chavez-en-cuba.html" target="_blank"><strong>d’avere avuto modo di scambiare con lui ‘battute di spirito’</strong></a>, a riprova del fatto che il ‘presidente- comandante’ era, oltre che come sempre ‘indomito’, anche molto di buon umore.</p><p>Chávez parla, Chávez ride, Chavez governa e, ovviamente, <strong>comanda</strong>. Però non è, a quanto pare, capace di dire (o di scrivere) direttamente al popolo che sta pregando per la sua salute, neppure due essenziali, semplicissime parole: <strong>‘sono vivo’</strong>…</p><p>Il che ci riporta a bomba. Tutti d’accordo: il Chávez della foto sfuggevolmente apparsa su El País è un falso. <strong>Ma il Chávez vero, dov’è? </strong> </p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/24/quel-chavez-de-el-pais-e-falso-ma-quello-vero-come-sta/479219/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Venezuela, l’esordio del chavismo senza Chávez</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/11/aspettando-hugodot-lesordio-del-chavismo-senza-chavez/467402/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/11/aspettando-hugodot-lesordio-del-chavismo-senza-chavez/467402/#comments</comments> <pubDate>Fri, 11 Jan 2013 16:06:19 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Costituzione]]></category> <category><![CDATA[Hugo Chávez]]></category> <category><![CDATA[Venezuela]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=467402</guid> <description><![CDATA[Giovedì 10 gennaio, giorno sancito dalla Costituzione della Repubblica Bolivariana per il giuramento e la ‘toma de posesión’ del presidente eletto, il ‘chavismo senza Chávez’ ha vissuto il suo debutto su scala internazionale. L’ha vissuto, come predisposto dalle forze di governo, sovrapponendo l’ubiquità all’assenza, l’eternità alla tirannia del tempo. ‘Yo soy Chávez’, hanno mille volte...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Giovedì 10 gennaio, giorno sancito dalla Costituzione della Repubblica Bolivariana per il giuramento e la ‘<strong>toma de posesión’</strong> del presidente eletto, il <strong>‘chavismo senza Chávez’</strong> ha vissuto il suo debutto su scala internazionale. L’ha vissuto, come predisposto dalle forze di governo, sovrapponendo l’ubiquità all’assenza, l’eternità alla tirannia del tempo. ‘<em>Yo soy Chávez</em>’, hanno mille volte gridato gli uomini e le donne che – in una marcia frutto al tempo stesso d’una spontanea adorazione popolare e d’una rigorosa coreografia di Stato &#8211; hanno sfilato per ore lungo la Avenida Urdaneta. Tutti siamo Chávez. E tutti – noi, il popolo del Venezuela – prendiamo, nel nome d’un<strong> Chávez eternizzato dalla sua onnipresenza,</strong> possesso della presidenza della Nazione…</p><p>Così doveva essere e così è stato. Appena sotto la crosta del cerimoniale, tuttavia, a dominare la scena è stata<strong> l’attesa</strong>. L’attesa surreale ed assurda di qualcuno che non si sa – né si può sapere – se e quando verrà. Non v’è dubbio: fosse stata un’opera teatrale, questa ‘grande prima’ del ‘chavismo senza Chávez’ avrebbe avuto come titolo – Samuel Beckett permettendo &#8211; ‘Aspettando Hugodot’…</p><p>Il giorno prima di questa ‘non-inaugurazione’, con un atto tanto prevedibile quanto sfacciato, il Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ), aveva stabilito – in piena sintonia con quanto anticipato dai vertici del PSUV, <strong>il partito-Stato </strong>creato da Chávez – che tutti gli articoli della Costituzione (il 231, il 233, il 234 e il 235) che fanno esplicito riferimento alla <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/09/venezuela-corte-suprema-congela-giuramento-e-concede-tempo-a-chavez/465534/" target="_blank">cerimonia di giuramento, nonché all’assenza temporanea o assoluta del presidente eletto, non hanno, nel caso specifico, valore alcuno</a>. Essendo Hugo Chávez <strong>un presidente rieletto</strong> – affermava in sintesi la sentenza del TSJ – la cerimonia di giuramento non è che una semplice formalità. Chávez è un presidente che,<strong> a tutti gli effetti in carica</strong>, si trova per il momento a Cuba, dove si è recato con regolare permesso dell’Assemblea Nazionale, per sottoporsi a cure urgenti. La sua non è né un’assenza temporanea, né un’assenza assoluta. È una sorta di licenza indefinita il cui termine a lui e soltanto a lui, spetta definire. Questo la Corte ha inappellabilmente deciso. E che nessuno s’azzardi – <strong>pena l’accusa di sovversione</strong> &#8211; a chiedere notizie sullo stato di salute del “comandante-presidente”, o a pretendere di sapere se ancora quest’ultimo possieda le capacità fisiche o mentali indispensabili per l’adempimento delle proprie funzioni.</p><p>Assurdo? Certo. Ed è proprio nell’intrinseca, perversa logica di questo ‘assurdo’ che il chavismo è cresciuto negli ultimi<strong> 14 anni</strong>. Il grande amore che, di questi tempi, le gerarchie chaviste vanno più che mai testimonando per la ‘<strong>migliore Costituzione del mondo’</strong> &#8211; non c’è occasione, in effetti, in cui si presentino senza il <strong>‘libretto blu’</strong> tra le mani &#8211; è infatti il più incestuoso degli amori. O, se si preferisce, quello che più da vicino ricorda quanto a suo tempo ebbe a dire, in materia di diritto costituzionale e con molto machista protervia, un altro celebre caudillo latinoamericano, il brasiliano Getulio Vargas: “<em>A costituicão è como a virgen. Foi feita para ser violada</em>”- <em>La Costituzione è come una vergine. È fatta per essere violata</em>).</p><p>Raccontata telegraficamente (ma tornerò sull’argomento) la storia è questa. Hugo Chávez, l’indiscusso padre della Costituzione della Repubblica Bolivariana – approvata per referendum nel dicembre del 1999 con oltre il 70 per cento dei voti – ha usato della sua creatura tutte le parti che servivano a rafforzare il<strong> potere esecutivo</strong>. Ed ha poi usato questo potere esecutivo per violentare, in pratica, tutto il resto. E se qualcuno, poi, desidera sapere quanto ‘indipendente’ il potere giuridico-costituzionale che, due giorni fa ha cancellato con un colpo di spugna quattro articoli della Carta Magna, eternizzando l’attesa del ritorno di Hugodot, <a href="http://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&#038;v=UQYVK4RlEUc" target="_blank">può andarsi a rivedere le immagini dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2006</a>, quando i giudici accolsero il presidente con una ‘standing ovation’, scandendo lo slogan <strong>“uh, ah, Chávez no se va’…</strong></p><p>La vera novità emersa il 10 gennaio non sta però nella burla (scontatissima) della sentenza emanata dal TSJ. Sta nel fatto che, questa “indefinita attesa”, sancita nel nome del <strong>grande leader assente ma onnipresente</strong>, è in realtà in ovvio, stridente contrasto proprio con le indicazioni del capo ubiquo ed eterno. <a href="http://www.youtube.com/watch?v=yD1KZCVoLaQ" target="_blank">Nel suo ultimo intervento pubblico, prima di partire Cuba, Hugo Chávez era stato molto chiaro (chiaro, anzi, “come la luna piena”)</a>: &#8221;nel caso che dovessi io essere &#8216;inabilitato&#8217;-  e che non potendo io, per questo, iniziare il mio nuovo mandato venissero, come previsto dalla Costituzione, convocate nuove elezioni &#8211; <strong>vi chiedo di votare per Nicolás Maduro…&#8221;</strong></p><p>La situazione è davvero chiara. Paradossale, ma chiara. Molto più lucido dei suoi cortigiani, Chávez aveva capito che molto meglio, per il futuro del chavismo, era affrontare subito, sull’onda dell’emozione per il suo personale calvario, <strong>il problema della sua assenza</strong>. Al contrario dei chavisti di lui più chavisti, Chávez aveva evidentemente visto &#8211; prima di entrare in un tunnel nel quale, forse, non uscirà – i pericoli di logoramento insiti in una lunga, surreale attesa d&#8217;un suo ritorno…</p><p>Molti oggi vanno chiedendosi come sarà il chavismo senza Chávez. Ogni risposta è, ovviamente, prematura. Ma una cosa, alla luce di questa ‘prima’,  già si può prevedere. Lasciato nelle mani dei sacerdoti del culto il chavismo sarà, probabilmente, ancor più autoritario. E, sicuramente, molto più stupido.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/11/aspettando-hugodot-lesordio-del-chavismo-senza-chavez/467402/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Argentina: Cristina, la figlia del Corsaro nero</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/08/argentina-cristina-figlia-del-corsaro-nero/463574/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/08/argentina-cristina-figlia-del-corsaro-nero/463574/#comments</comments> <pubDate>Tue, 08 Jan 2013 17:26:49 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Argentina]]></category> <category><![CDATA[Cristina Kirchner]]></category> <category><![CDATA[ONU]]></category> <category><![CDATA[Opposizione]]></category> <category><![CDATA[Usa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=463574</guid> <description><![CDATA[No, non si tratta d’una velenosa burla dell’opposizione, da sempre tutt&#8217;altro che avara in tema di più o meno pesanti ironie sulle tendenze autoritarie della ‘presidenta’ Cristina Fernández de Kirchner. Il manifesto con il quale il gruppo ‘Peronismo Militante’ convoca folle oceaniche a Mar del Plata per il celebrare il ritorno della ‘Fragata Libertad’ &#8211;...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>No, non si tratta d’una <strong>velenosa burla </strong>dell’opposizione, da sempre tutt&#8217;altro che avara in tema di più o meno pesanti ironie sulle tendenze autoritarie della ‘<em>presidenta</em>’ <strong>Cristina Fernández de Kirchner</strong>. <a href="http://www.diariopanorama.com/seccion/nacionales_16_1/con-un-afiche-de-cristina-al-mando-de-la-fragata-convocan-a-recibirla-en-el-puerto_a_135723" target="_blank">Il manifesto con il quale il gruppo ‘<strong>Peronismo Militante</strong>’ convoca folle oceaniche a Mar del Plata</a> per il celebrare il ritorno della ‘<strong>Fragata Libertad</strong>’ &#8211; il veliero <strong>scuola della Marina argentina</strong> tenuto per molte settimane in ostaggio dai ‘<strong>fondi avvoltoio</strong>’ in un porto del Ghana &#8211; è assolutamente serio. E, nella sua serietà, riflette la realtà d’una filosofia – e d’un <strong>culto della personalità</strong> impavidamente impegnato, come ogni culto della personalità, a sfidare il ridicolo &#8211; che è parte integrante del<strong> peronismo</strong> in generale e, nello specifico, di quella molto particolare e tremendamente attuale variante del peronismo che va sotto il nome di <strong>kirchnerismo</strong>. In sostanza: il kirchnerismo vede davvero Cristina – e Cristina vede se stessa – come l’impavida <strong>‘figlia del Corsaro nero’</strong> rappresentata in questo manifesto la cui grafica ricorda, in peggio, le copertine dei libri del vecchio <strong>Emilio Salgari</strong> (e che, tra l’altro, non è che il riciclaggio <a href="http://www.patriasi.com.ar/2011/06/nosotros-viento-la-patria-barco.html" target="_blank">d’un altro manifesto </a>da ‘Peronismo Militante’ usato nel giugno del 2011 per convocare, presente Cristina, una riunione di giovani nello Stadio Racing di Avellaneda. <strong>L’adulazione</strong>, evidentemente, va a discapito, non solo del buon gusto e dell’intelligenza, ma anche della fantasia).</p><p>E le cose di certo non migliorano quando si legge lo slogan che accompagna l’immagine: <strong>‘Nosotros viento – la Patria barco…CRISTINA CAPITANA!’</strong>. Un genere di retorica che ricorda troppo da vicino le scritte murali che, durante il <strong>fascismo</strong>, tappezzavano l’Italia, per non far correre qualche brivido d’orrore lungo la schiena. Anche perché <strong>proprio il fascismo</strong> è notoriamente stato – sia pur in una vicenda troppo complessa ed enigmatica per esser condensata in questa semplice etichetta – l<strong>a base ideologico-politica originale del peronismo. </strong>  </p><p>Nella sua lunga battaglia contro i ‘<strong>fondi avvoltoio</strong>’ – che nel pieno della crisi del 2000-2001 comprarono a prezzi stracciati i titoli argentini e che poi non accettarono la ristrutturazione del debito – <strong>l’Argentina ha tutte (o quasi) le ragioni del mondo</strong>. Le ha al punto che l’Onu ha ordinato la liberazione della nave scuola sequestrata in Africa. Ed al punto che in tutte le cause giudiziarie aperte nel foro di New York, non solo ha quasi sempre vinto, ma ha sempre ricevuto un pressoché universale appoggio, <strong>non escluso quello del Tesoro e della Federal Reserve degli Stati Uniti</strong> (per non dire, ovviamente, di tutte le istituzioni finanziarie che, a suo tempo accettarono, nel pieno di una catastrofica crisi, il cosiddetto ‘canje’ da 33 centesimi per ogni dollaro).</p><p>Ci si chiede tuttavia: è possibile manifestare il proprio appoggio all&#8217;Argentina e la propria avversione per le pratiche della finanza speculativa senza dover trangugiare queste <strong>forme di autoincensamento</strong> accompagnate da <strong>cerimoniali ultra-patriottici</strong> che appaiono – per usare un eufemismo – decisamente fuori misura (ed anche, per molti aspetti, volgarmente strumentali)? È una domanda che molti argentini – anche all&#8217;interno di quel <strong>54 per cento di votanti</strong> che, nell&#8217;ottobre del 2011, hanno trionfalmente rieletto Cristina presidente – vanno sempre più frequentemente ponendosi. Dove prospera il<strong> culto della personalità, </strong>la<strong> democrazia </strong>è  sempre in pericolo<strong>. </strong>Ed il culto della personalità kirchnerista sembra avere, ormai da tempo, superato i limiti di guardia…</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/08/argentina-cristina-figlia-del-corsaro-nero/463574/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Venezuela: il popolo è Chávez e Chávez vivrà in eterno</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/04/venezuela-il-popolo-e-chavez-e-chavez-vivra-in-eterno/461164/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/04/venezuela-il-popolo-e-chavez-e-chavez-vivra-in-eterno/461164/#comments</comments> <pubDate>Fri, 04 Jan 2013 15:11:26 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Hugo Chávez]]></category> <category><![CDATA[Successione]]></category> <category><![CDATA[Venezuela]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=461164</guid> <description><![CDATA[Chávez tornerà. Tornerà “más pronto que tarde”, più presto che tardi, e troverà un paese, il suo paese, impegnato nell’unica transizione che davvero conti: quella verso il socialismo. Questo ha detto ieri, rientrato a Caracas, il vicepresidente (e ministro degli esteri) Nicolás Maduro, l’uomo che lo stesso Chávez, prima di salpare diretto all’Avana per sottomettersi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/01/chavez-4-01-e1357312959812.jpg?adf349"><img class="alignleft size-full wp-image-461240" title="Chavez" src="http://www.ilfattoquotidiano.it/wp-content/plugins/lazy-load/images/1x1.trans.gif?adf349" id="no-script-hide" data-lazy-src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/01/chavez-4-01-e1357313231219.jpg?adf349" alt="Hugo Chavez" width="380" height="247" /><noscript><img class="alignleft size-full wp-image-461240" title="Chavez" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2013/01/chavez-4-01-e1357313231219.jpg?adf349" alt="Hugo Chavez" width="380" height="247" /></noscript></a>Chávez tornerà</strong>. Tornerà “<em>más pronto que tarde</em>”, più presto che tardi, e troverà un paese, il suo paese, impegnato nell’unica transizione che davvero conti: <strong>quella verso il socialismo</strong>. Questo ha detto ieri, rientrato a Caracas, il vicepresidente (e ministro degli esteri) <strong>Nicolás Maduro</strong>, l’uomo che <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/04/venezuela-si-aggravano-condizioni-di-chavez-infezione-polmonare-grave/460794/" target="_blank">lo stesso Chávez, prima di salpare diretto all’Avana per sottomettersi a un’ultima operazione chirurgica</a> &#8211; ultima, molti temono, nel peggiore dei sensi -, aveva indicato come suo autentico erede.</p><p>Quanto presto (o quanto tardi) non si sa. Non si sa neppure – sebbene, ormai, nessuno abbia il minimo dubbio – se questo ritorno avverrà prima o dopo l’ormai vicinissimo<strong> 10 di gennaio</strong>, giorno nel quale la Costituzione prevede il giuramento del presidente eletto di fronte all’Assemblea nazionale, molto chiaramente indicando come alternativa, in caso di assenza &#8216;assoluta&#8217;, la convocazione di nuove elezioni entro 30 giorni.</p><p>E proprio questo, il non far sapere, il non dire, sembra essere l’elemento centrale di quella che il corpulento Maduro chiama &#8211; su espressa indicazione, egli dice, del leader malato &#8211; &#8216;<strong>tutta la verità&#8217;</strong>. La verità, tutta la verità e nient’altro che la verità, offerta al popolo, il &#8216;suo&#8217; popolo, che, in queste ore, <strong>va pregando e nelle piazze e nelle chiese di tutto il Venezuela</strong>. “In questi giorni – ha detto Maduro parlando di fronte ai lavoratori d’una fabbrica di caffè – sono stati emessi almeno 26 bollettini medici…e sempre raccontando tutta la verità…”. Verissimo. <br />Così come verissimo è che, al termine di questo lungo racconto a cuore aperto, dello stato di salute di Chávez non si sa, in pratica, nulla. Neppure da che tipo di cancro alla &#8216;zona pelvica&#8217; il presidente bolivariano sia stato colpito oltre un anno fa, a quali cure sia stato sottoposto, quali siano state le cause della sua ricaduta in un male del quale – come lo stesso Chávez solennemente affermò a settembre, nel pieno della campagna presidenziale &#8211; già si era completamente dimenticato (“<em>de eso ni me acuerdo</em>”); o, quel che più conta, quali siano le conseguenze di questa ricaduta. Chávez sta affrontando &#8216;con una forza immensa&#8217; una situazione &#8216;complicata&#8217;, dice Maduro.  E questo è tutto…</p><p>Molti si interrogano – e non da oggi – sulla<strong> vera natura del chavismo</strong>, chiedendosi se si tratti di una<strong> dittatura </strong>o di una<strong> democrazia.</strong> La risposta sta, a mio avviso, salomonicamente nel mezzo. Quello venezuelano è – come a suo tempo il lungo dominio &#8216;priista&#8217; in Messico e come il peronismo della &#8216;gran decada&#8217; – un ibrido nel quale una totale identificazione tra Stato e potere esecutivo convive con l’esistenza di un’opposizione, con una relativa libertà d’espressione e con (più o meno) libere elezioni. Ma, se è vero, com’è vero, che il primo inequivocabile segnale della nascita d’un regime autoritario è la creazione di una Storia parallela, o la<strong> definizione d’una verità di Stato</strong>, il Venezuela di Chávez sicuramente appartiene – ed appartiene con quasi caricaturale precisione – a quest’ultima categoria.</p><p>Raccontare &#8216;tutta la verità&#8217; significa essenzialmente – in questo Venezuela immerso nel limbo d’una transizione ufficialmente negata – imporre<strong> la regola del silenzio</strong>. E coprire di insulti tutti coloro che la verità – quella vera, alimentata da fatti provati – vanno impudicamente reclamando oltre le barriere d’una retorica adulatoria degna del vecchio Kim Il Sung. Nicolás Maduro e tutti gli altri boiardi del chavismo sono stati in questi giorni chiarissimi nella loro molto affettata indignazione: chi chiede d’avere un completo resoconto sulla salute del &#8216;comandante-presidente&#8217; altro non è che un &#8216;necrofilo&#8217;, un &#8216;miserabile&#8217;, un &#8216;depravato morale&#8217; da additare al disprezzo d’un popolo che è il popolo di Chávez. Anzi: di<strong> un popolo che è Chávez</strong>, perché è nel popolo che, comunque vadano le cose, Chávez vivrà &#8216;in eterno&#8217;.</p><p>Tutto è naturalmente possibile. E non si può escludere che davvero Hugo Chávez, reincarnazione di Simón Bolivar, ritorni &#8216;<strong><em>más pronto que tarde&#8217;</em></strong> ingigantito dal miracolo della propria guarigione. Ma un fatto è certo. Nonostante la greve retorica para-religiosa di queste ore, anzi, proprio in virtù di questa greve retorica para-religiosa, è sicuramente come d’un morto che<strong> i suoi più stretti collaboratori stanno parlando di lui. </strong>D’un morto che appartiene a quella molto particolare categoria di defunti che vanno sotto il nome di &#8216;santi&#8217;. Perché è proprio <strong>alla santità di Chávez</strong>, o al suo mito (falso, come tutti i miti) di grande e trapassato padre della Patria, che il regime affida la propria <strong>continuità</strong>.</p><p><strong>Il dopo-Chávez è già cominciato</strong>. È cominciato, probabilmente, già nel febbraio del 2012, quando Chávez ha conosciuto la sua prima ricaduta e la sua seconda operazione a Cuba. E, con il dopo-Chávez, è cominciato anche, in un clima di popolare isteria, il processo di beatificazione di Chávez. Come andrà a finire? Difficile dirlo. Ma certo è che, per capirlo, occorrerà seguire con attenzione, quelle che sono state le due nient’affatto sante fonti del potere (e, spesso, del totale arbitrio) del &#8216;comandante-presidente&#8217;.  <strong>O, per meglio dire, del &#8216;petro-caudillo&#8217;.</strong> Le armi e il danaro. Le forze armate ed il PDVSA, l’ente petrolifero statale. Qui si decide il destino del Venezuela. Una storia tutta da raccontare. E da raccontare senza verità di Stato. </p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/04/venezuela-il-popolo-e-chavez-e-chavez-vivra-in-eterno/461164/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Di che c…o parla Cristina Kirchner?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/11/12/di-che-c%e2%80%a6o-parla-cristina-kirchner/410611/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/11/12/di-che-c%e2%80%a6o-parla-cristina-kirchner/410611/#comments</comments> <pubDate>Mon, 12 Nov 2012 08:06:15 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Argentina]]></category> <category><![CDATA[Buenos Aires]]></category> <category><![CDATA[Cristina Kirchner]]></category> <category><![CDATA[Discorso]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=410611</guid> <description><![CDATA[Non è vero che la lingua italiana sta perdendo, nel mondo, influenza e peso. I tempi non saranno più, forse &#8211; anzi, di certo non sono più &#8211; quelli (lontanissimi) nei quali la lingua del “bel paese là dove ‘l sì suona” era, di fatto, l’esperanto delle belle arti e della musica. Ma ci sono...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Non è vero che la lingua italiana sta perdendo, nel mondo, influenza e peso. I tempi non saranno più, forse &#8211; anzi, di certo non sono più &#8211; quelli (lontanissimi) nei quali la lingua del “<strong>bel paese là dove ‘l sì suona</strong>” era, di fatto, <strong>l’esperanto </strong>delle belle arti e della musica. Ma ci sono ancor oggi parole – <strong>parole inequivocabilmente nostre</strong> – che continuano a conquistare il pianeta. Parole che, se vogliamo, non hanno più la soave eleganza dei “<strong>chiaroscuro</strong>” o degli “<strong>allegro andante”,</strong> ma che egualmente vanno risuonando, cristalline e gloriose, parlando di noi e della nostra cultura, dai più elevati e prestigiosi podi del globo terracqueo.</p><p>Solo pochi giorni fa, una delle più popolari espressioni del nostro lessico – <strong>il diffusissimo “c…o!”,</strong> nel caso specifico preceduto dall’articolo indeterminato “un” ed usato  nel senso di “<strong>nulla</strong>”, “<strong>niente</strong>” &#8211; è uscito, con grande energia e con perfetta pronuncia (<a href="http://www.cadena-nacional.com/2012/11/10/cristina-fernandez-de-kirchner-no-estas-eligiendo-un-cazzo/" target="_blank"><strong>clicca qui per il video</strong></a>), dalla bocca della “<em>presidenta</em>” della Repubblica argentina <strong>Cristina Fernández de Kirchner</strong>, nel corso d’un incontro con i sindaci della provincia di Buenos Aires ampiamente trasmesso (in diretta o in differita) da tutte le catene televisive. Perché c…o, si chiederà qualcuno, Cristina Fernández, ha usato la parola c…o in tanto ufficiali circostanze? Molto semplice – e, a suo modo, lusinghiera – è la risposta. Cristina stava in quel momento parlando della<strong> libertà di scelta in elezioni democratiche</strong>. O, più esattamente, della subordinazione di tale libertà alla possibilità d’ascoltare la voce di tutti i candidati e di valutare con imparzialità tutte le opzioni politiche sul tappeto. In assenza di tale possibilità, aveva detto in sostanza la “<em>presidenta</em>”, quella libertà non è che una finzione perché, aveva aggiunto, <strong>l’elettore in realtà “non sceglie un c…o”.</strong></p><p>Parole sante, come si usa dire. Sante, ma indiscutibilmente turbate da quello che anche ai molti argentini totalmente a digiuno d’italiano è d’acchito risuonato come <strong>un’assai profano accento</strong>. E che come tale – con tanto d’analisi <strong>storico-etimologico-anatomica</strong> e perlopiù sotto il titolo “<strong><em>De que ‘c…o’ habla Cristina?</em></strong>” – è stato poi riportato da gran parte dei media argentini (e non solo).</p><p>In verità, quell’italica interiezione – che nel discorso di Cristina era sembrata garrire orgogliosamente al vento come un tricolore – è stata poi, non solo molto discretamente epurata (e sostituita dal termine castigliano “<em>nada</em>”) nella versione ufficiale diffusa dalla Casa Rosada, ma anche usata dalla stampa più ostile al kirchnerismo come un’ennesima testimonianza del progressivo<strong> involgarimento del discorso politico presidenziale.</strong> O, per dirla tutta, come l’ultima prova del fatto che il crescente presenzialismo televisivo della “<em>presidenta</em>” (la quale è ormai buona terza, dietro al venezuelano Chávez ed all’ecuadoriano Correa, in termini di “<strong>catene nazionali obbligatorie</strong>”) risulta essere inversamente proporzionale alla qualità ed all’<strong>efficacia del suo messaggio</strong>. Eletta un anno fa con oltre il 54 cento dei voti, Cristina Fernández vanta oggi, secondo i sondaggi, <strong>indici di gradimento al di sotto del 40 per cento</strong>. E proprio alla vigilia del suo “discorso del c…o” le strade di <strong>Buenos Aires</strong> e di altre grandi città erano state riempite, per la seconda volta in un paio di mesi, da imponenti (ed apartitiche) manifestazioni di protesta (i cosiddetti “<strong><em>cacerolazos</em></strong>”) contro il suo governo.</p><p>Avrò modo di tornare sul tema del kirchnerismo e delle sue derive mistico-autoritarie (lato oscuro di quello che resta, nel suo complesso, un positivo processo di democratizzazione e d’inclusione sociale). Ma nel frattempo godiamoci, da italiani, <strong>questo momento d’auge del nostro idioma e della nostra immagine</strong>. Resa internazionalmente popolare, un anno fa, dalla tragica vicenda del Concordia (con il famoso “<strong>ritorni a bordo, c…o</strong>”, rivolto al comandante Schettino), il più scurrile tra i molti vocaboli che , in lingua italiana, definiscono l’organo sessuale maschile è ormai diventato – come la pizza o la Ferrari, ma in termini capovolti &#8211; una sorta di ambasciatore d’italianità<strong>, il più attuale e cosmopolita simbolo del nostro modo d’essere</strong>. Anche un paio di mesi fa, quando, in una delle sue sempre più frequenti cadute di stile, <strong>Cristina Fernández,</strong> in visita a una fabbrica di prodotti alimentari, s’era esibita di fronte alle telecamere in una barzellettaccia inopportuna e indecente (un doppio senso a sfondo sessuale particolarmente sconcio ed umiliante per i lavoratori ai quali era rivolto), i media argentini avevano immediatamente pensato a noi. Cristina, avevano scritto,<strong> parla ormai come Berlusconi…</strong></p><p>Un tempo l’italiano era la lingua del bello. Oggi è la lingua del turpe. O, se preferite, la lingua del c…o. Facciamocene una ragione.</p><p>&nbsp;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/11/12/di-che-c%e2%80%a6o-parla-cristina-kirchner/410611/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>E il vincitore è…George W. Bush</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/23/e-vincitore-e-george-w-bush/391364/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/23/e-vincitore-e-george-w-bush/391364/#comments</comments> <pubDate>Tue, 23 Oct 2012 17:53:27 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Barack Obama]]></category> <category><![CDATA[Dibattito TV]]></category> <category><![CDATA[George W. Bush]]></category> <category><![CDATA[Mitt Romney]]></category> <category><![CDATA[Politica Estera]]></category> <category><![CDATA[Presidenziali Usa 2012]]></category> <category><![CDATA[Usa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=391364</guid> <description><![CDATA[Il dibattito presidenziale di lunedì notte – l’ultimo prima del voto del 6 novembre – s’è chiuso con un chiarissimo vincitore. Contrariamente a quanto segnalato dagli “instant pools” realizzati appena calato il sipario, tuttavia, il suo nome non è Barack Obama. E neppure è Willard Mitt Romney, lo sfidante repubblicano, da quei medesimi sondaggi dato...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/23/presidenziali-usa-ultimo-confronto-obama-batte-romney-sulla-politica-estera/390381/">Il dibattito presidenziale di lunedì notte</a> – l’ultimo prima del <strong>voto del 6 novembre</strong> – s’è chiuso con <strong>un chiarissimo vincitore</strong>. Contrariamente a quanto segnalato dagli “<strong>instant pools</strong>” realizzati appena calato il sipario, tuttavia, il suo nome non è <strong>Barack Obama</strong>. E neppure è <strong>Willard Mitt Romney</strong>, lo sfidante repubblicano, da quei medesimi sondaggi dato come piuttosto netto ed alquanto mogio perdente.  No: il vero trionfatore della serata è stato a tutti gli effetti proprio lui: <strong>George W. Bush</strong>. L’invisibile, l’innominabile George W. Bush<strong>, il grande “desaparecido” dell’iconografia repubblicana</strong>, lo spazio vuoto nella foto di famiglia della destra americana. O – se rimirato dall’altro lato della barricata – il raccapricciante spettro, lo spaventapasseri che i democratici usano di norma esporre, quando attaccati, per riaccendere <strong>l’orrore d’un passato che non cessa d’essere presente</strong>.</p><p>Lunedì notte nessuno – né Romney, ovviamente, né Obama, né <strong>Bob Schieffer</strong>, lo stagionato moderatore del dibattito – ha in realtà pronunciato il suo nome. Nessuno l’ha chiamato. Nessuno l’ha evocato, incensato, biasimato o ripudiato. Eppure proprio lui ha, come un’immanente forza, guidato le parole di tutti. Perché proprio a lui, a George W. Bush (<strong>ed ai “neocons” che, a suo tempo, tirarono i fili che lo muovevano</strong>) appartiene la politica che – con molto rumorose, ma molto poco sostanziali differenze d’accenti – i due duellanti hanno esposto ieri in quel di Boca Ratón.</p><p>È stato uno strano dibattito, quello consumatosi in <strong>Florida</strong>. Per decisione dell’apposita commissione (una decisione concordata tra le parti) il confronto doveva essere esclusivamente dedicato<strong> alla politica internazionale</strong>. Ma – ma evidentemente consci dei problemi che oggi più angustiano gli elettori &#8211; tanto Obama, quanto Romney, hanno approfittato d’ogni spiraglio per spostare il discorso in direzione della politica interna e dell’economia. Schieffer chiedeva in che modo pensassero di far fronte alla <strong>crescita della potenza cinese</strong>? Romney istantaneamente rispondeva riproponendo il ritornello dei <strong>12 milioni di nuovi posti di lavoro </strong>che un suo non meglio precisato piano (da molti economisti definito “fantasia allo stato puro”) è destinato senza fallo a creare, essendo lui presidente, nei prossimi quattro anni. Con Obama che, da par suo, gli faceva immediata e disdegnosa eco rammentando come un suo piano (questo reale, non scritto nelle nuvole) avesse in questi molto vilipesi quattro anni salvato<strong> l’industria automobilistica americana</strong> (con relativi posti di lavoro) dalla bancarotta che Romney, in sintonia con l’intero establishment repubblicano, era andato al contrario auspicando.</p><p>Ogni volta, tuttavia, che di politica internazionale non hanno potuto non parlare, entrambi i contendenti si sono mossi all’interno della cornice – quella della<strong> “war on terror”, della guerra al terrorismo</strong> &#8211; che George W. Bush ed i “neocons” avevano disegnato <strong>dopo gli attentati dell’11 settembre 2001</strong>. Obama mostrando il cadavere di <strong>Osama bin Laden </strong>– e tutti quelli in questi anni accumulati grazie alla politica di omicidi “selettivi” attuata attraverso i “drones”, gli aerei teleguidati &#8211; come la più succulenta preda nel suo carniere presidenziale. Romney insistendo – con argomentazioni dal New York Times definite, “confuse e contraddittorie” – per un aumento (alla faccia della politica di riduzione del deficit pubblico) della spesa militare, sempre in chiave “antiterrorista”, ma in realtà improntata ad una logica da vecchia<strong> “politica delle cannoniere”. </strong></p><p>Le cronache ci dicono oggi che <strong>Romney ha perso il dibattito</strong>. E che l’ha perso proprio quando ha lamentosamente segnalato come la marina Usa abbia oggi meno navi di quante ne avesse nel 1916, in questo modo regalando ad Obama la battuta che ha, di fatto, deciso le sorti del confronto. “Se è per questo – gli ha risposto il presidente, rammentandogli come la tecnologia avesse, nell’ultimo secolo, modificato il concetto di forza militare – le nostre forze armate hanno oggi anche meno cavalli e meno baionette di quante ne avessero nel 1916…”.</p><p><strong>Uno a zero e palla al centro.</strong> Anzi, (considerando tutti e tre i dibattiti) 2 a 1 e fischio finale dell&#8217;arbitro.  Resta tuttavia un fatto che, al di là dei risultati sanciti dagli “instant polls”,  in questo dibattito, vinti e vincitori hanno, nella sostanza riaffermato l’assoluta priorità strategica di quella che George W. Bush aveva chiamato la prima “<strong>Guerra  del XXI secolo</strong>”. Non vi è più, è vero &#8211; tanto nelle parole del premio Nobel per la Pace Barack Obama quanto in quelle del Romney “moderato” che cerca di vender se stesso in quest’ultima fase della campagna &#8211; alcuna traccia della “guerra infinita” che ha regalato al mondo le non ancora rimarginate ferite dell<strong>’Iraq e l’Afghanistan</strong>. Ma la logica resta la medesima. Ed in questa logica non sembra esservi, allo stato delle cose, che un marginale ed occasionale spazio per un mondo attraversato – ben oltre il permanente pericolo terrorista – da epocali cambiamenti e marcato, nel pieno di una crisi economica globale, dal crescere di nuove forze e nuove coscienze.</p><p>Il mondo – il mondo vero &#8211; è stato è in realtà il grande assente in questo dibattito dedicato al mondo. Vinca chi vinca il 6 di novembre, un brutto segnale per tutti.</p><p>&nbsp;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/23/e-vincitore-e-george-w-bush/391364/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Barack, alzati e cammina (in direzione dell’Ohio)</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/17/barack-alzati-e-cammina-in-direzione-dell%e2%80%99ohio/385400/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/17/barack-alzati-e-cammina-in-direzione-dell%e2%80%99ohio/385400/#comments</comments> <pubDate>Wed, 17 Oct 2012 17:51:36 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Barack Obama]]></category> <category><![CDATA[Dibattito TV]]></category> <category><![CDATA[Mitt Romney]]></category> <category><![CDATA[Ohio]]></category> <category><![CDATA[Presidenziali Usa 2012]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=385400</guid> <description><![CDATA[Tanto clamorosa era stata la sua caduta che, non pochi, avevano pensato d’averlo perduto per sempre. Ma Barack Obama s’è a quanto pare rialzato. Ed è anzi apparso – martedì notte, nel corso del secondo dibattito presidenziale &#8211; tanto stabile sulle gambe da spingere non pochi osservatori a credere (vedi, ad esempio il post di Andrea...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Tanto clamorosa era stata la sua caduta che, non pochi, avevano pensato d’averlo perduto per sempre. <strong>Ma Barack Obama s’è a quanto pare rialzato</strong>. Ed è anzi apparso – martedì notte, nel corso del <a href="http://tg24.sky.it/tg24/mondo/america_2012_elezioni_presidenziali.html" target="_blank">secondo dibattito presidenziale</a> &#8211; tanto stabile sulle gambe da spingere non pochi osservatori a credere (vedi, ad esempio il post di Andrea Aparo) <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/17/usa-2012-autogol-di-romney-strategia-di-obama/384493/" target="_blank">che anche il suo precedente, rovinoso capitombolo altro non fosse in realtà stato che una <strong>geniale messinscena</strong></a>. O, se si preferisce, l’ultima variante d’una antica tattica di combattimento &#8211;  fingersi morto, per poter sorprendere l’avversario a guardia abbassata &#8211; molto argutamente adattata alle circostanze dai consulenti di <strong>campagna</strong> del presidente in carica.</p><p>Fossero davvero andate così le cose – vale a dire: fosse stata davvero la catastrofe del <strong>dibattito</strong> d’apertura <strong>studiata a tavolino</strong> dal “team Obama”– molto più logico sarebbe spiegarla, mi pare, non come un machiavellico episodio di strategia elettorale, ma come un esempio di psicopatia sessuale, assimilabile ai casi di coloro che, per raggiungere l’orgasmo, hanno bisogno di soffocare se stessi fino ai limiti della morte per asfissia. No, io credo che la caduta di Obama nel primo dibattito, sia stata assolutamente <strong>reale e inattesa</strong>, “spontanea” e disastrosa al punto che, ancor oggi, dopo il “vittorioso” secondo dibattito, se ne possono rimirare le non del tutto <strong>cicatrizzate ferite</strong>.</p><p>Al primo dibattito – quello consumatosi a Denver, tra le montagne del Colorado – Barack era arrivato con il proverbiale “vento in poppa”. La sfida di Romney – da sempre marcata dalla strutturale<strong> debolezza del “meno peggio” </strong>– non solo non decollava, ma pareva sul punto di sprofondare sotto il peso della propria <strong>inconsistenza</strong> e quello d’una serie di passi falsi. <a href="http://www.intrade.com/v4/markets/contract/?contractId=743474" target="_blank"><strong>Infotrade</strong></a>, l’istituto che segue la corsa dei due candidati come si trattasse di titoli di borsa, invitava a comprare senza esitazioni le<strong> azioni Obama</strong>, e a vendere le Romney prima che i suoi valori finissero sottozero. Le distanze tra i due contendenti si mantenevano all’interno di quello che i sondaggisti chiamano il “<strong>margine di errore</strong>” (ossia entro limiti che non consentono di pronosticare un sicuro vincitore), ma Obama andava inesorabilmente avanzando tanto a livello nazionale, quanto – cosa ancor più importante – in tutti quegli Stati “in bilico” (<strong>l’Ohio, soprattutto</strong>) nei quali, in virtù d’un arcaico sistema di voto, il 6 novembre prossimo si deciderà la <strong>decisiva battaglia dei collegi elettorali</strong>.</p><p>A Denver, Barack Obama aveva in canna il proverbiale <strong>colpo di grazia</strong>. Ma quel colpo – qui gli amanti delle metafore si dividono – o se l’è sparato nel piede, o non l’ha sparato del tutto. A fronte d’un <strong>Mitt Romney</strong> assai frizzante e piuttosto spudoratamente intento a vendere <strong>una versione “moderata” di se medesimo</strong>, l’esibizione del presidente uscente (e più che mai apparso tale) era stata tanto <strong>fiacca e svogliata</strong> che anche politologi tutti d’un pezzo avevano finito per ipotizzare motivi d’ordine fisico (che sia stato per l’altitudine?) o psicologico (che abbia, per qualche ragione, deciso di non farsi rieleggere?). “Obama mi ha chiesto soldi per la sua campagna – aveva amaramente commentato <strong>Bill Maher</strong>, gran di maestro di satira politica, dopo il dibattito – e io gli ho dato un milione. Mi par di capire che, quei soldi, il presidente li ha spesi tutti in spinelli…”.</p><p>Personalmente, io credo che la caduta di Obama sia stata il risultato d’una combinazione di diversi fattori: un eccesso di sicurezza, il desiderio d&#8217;apparire “<strong>presidenziale</strong>” di fronte a un rivale costretto ad attaccare e – paradossalmente – un <strong>eccesso di personale intelligenza</strong> in contrasto con le più immediate esigenze della propaganda politica. Sebbene sia un oratore capace di memorabili ed emozionanti discorsi, Obama non è, infatti, mai stato un “animale da dibattito”. Troppo intellettuale, troppo propenso a cogliere la complessità dei problemi, troppo “accademico” e distante, troppo riluttante a concedersi all’imperiosa necessità dei “sound-bites”, i “morsi sonori”, le battute ad effetto (<strong>menzogne, il più delle volte, o mezze verità</strong>) che sono il sale d’ogni <strong>confronto elettorale</strong>.</p><p>Se incerte e opinabili sono state le cause di tanto fiasco, tuttavia, evidentissimi (e puntualmente confermati dai sondaggi post-dibattito) ne sono stati gli effetti. <strong>Obama ha cominciato a scendere e Romney – trasformatosi da insipido sfidante in vincitore per cappotto del primo confronto televisivo &#8211; ha cominciato a salire.</strong> Martedì notte, il presidente è, probabilmente, riuscito a fermare l’emorragia. Si è riconciliato, se vogliamo, con l’intrinseca stupidità della politica e con le regole del gioco elettorale. Ha riscoperto il valore del “sound-bites”, ha vinto, si è rialzato e ha ricominciato a camminare.</p><p>In direzione della vittoria? Questo è tutto da vedere (in simili chiari di luna economici, nessun presidente è mai stato rieletto). Di certo ha ricominciato a camminare <strong>in direzione dell’Ohio</strong>, lo Stato dove un molto ristretto numero di elettori indecisi ha nelle sue mani le chiavi del collegio elettorale che – tutti ne sono convinti – deciderà a chi toccherà, nei prossimi quattro anni, governare l’America e il mondo. “Potessi rinascere – ha scritto di recente <a href="http://www.nytimes.com/2012/09/27/opinion/collins-ohio-gets-the-love.html?partner=rssnyt&#038;emc=rss" target="_blank">Gail Collins, sul New York Times</a> – vorrei essere una elettrice indecisa dell’Ohio”. Difficile darle torto…  </p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/17/barack-alzati-e-cammina-in-direzione-dell%e2%80%99ohio/385400/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il &#8216;paquetazo&#8217; di Hugo Chávez</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/09/paquetazo-di-hugo-chavez/376566/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/09/paquetazo-di-hugo-chavez/376566/#comments</comments> <pubDate>Tue, 09 Oct 2012 06:57:48 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Elezioni Presidenziali]]></category> <category><![CDATA[Henrique Capriles]]></category> <category><![CDATA[Hugo Chávez]]></category> <category><![CDATA[Petrolio]]></category> <category><![CDATA[Socialismo]]></category> <category><![CDATA[Venezuela]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=376566</guid> <description><![CDATA[Lo confesso: per un po&#8217; – nonostante la ragione mi segnalasse ad ogni svolta la quasi impossibilità dell’evento – avevo temuto che Henrique Capriles ce la facesse, privando me e questo mio blog d&#8217;uno dei suoi temi più divertenti e popolari. 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Ed ha vinto nei termini...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><div id="attachment_376742" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/10/small_110218-113115_to170111est_1006.jpg?adf349"><img class="size-medium wp-image-376742" title="Hugo Chavez" src="http://www.ilfattoquotidiano.it/wp-content/plugins/lazy-load/images/1x1.trans.gif?adf349" id="no-script-hide" data-lazy-src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/10/small_110218-113115_to170111est_1006-300x219.jpg?adf349" alt="Hugo Chavez" width="300" height="219" /><noscript><img class="size-medium wp-image-376742" title="Hugo Chavez" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/10/small_110218-113115_to170111est_1006-300x219.jpg?adf349" alt="Hugo Chavez" width="300" height="219" /></noscript></a><p class="wp-caption-text">Hugo Chavez @LaPresse</p></div><p>Lo confesso: per un po&#8217; – nonostante la ragione mi segnalasse ad ogni svolta la quasi impossibilità dell’evento – avevo temuto che <strong>Henrique Capriles</strong> ce la facesse, privando me e questo mio blog d&#8217;uno dei suoi temi <strong>più divertenti e popolari</strong>. E invece no. <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/08/venezuela-chavez-ancora-presidente-fino-al-2019-hasta-victoria-siempre/375626/" target="_blank">Hugo Chávez ha vinto di nuovo</a>. Ed ha vinto nei termini che tutte le persone con un minimo di sale in zucca avevano previsto. Ovvero: con margini abbastanza ampi, <strong>ma lontanissimi da quelli del passato</strong>; ed ancor più lontani dalla “<strong>historica paliza</strong>”, la bastonata storica (storica, evidentemente, nel senso di <strong>definitiva</strong>) che lo stesso Chávez aveva promesso d’infliggere all’opposizione.</p><p>La propaganda elettorale, si sa ha la sue regole. E, per la sua natura <strong>messianica</strong>, il “chavismo” è inevitabilmente condannato a toni carichi d’una enfasi millenarista che non può sfibrarsi nella mediocrità dei dubbi, o delle mezze misure. Però – fosse o meno Chávez convinto di quel che diceva – proprio questo <strong>il gran leader bolivariano</strong> aveva promesso ogniqualvolta, nelle sue quasi quotidiane apparizioni “a reti unificate”, era andato spiegando al volgo come, il 7 di ottobre, avrebbe “polverizzato” il suo rivale: <strong>almeno 10 milioni di voti</strong> ed un nuovo mandato tanto imperioso da rendere nei fatti “<strong>irreversibile</strong>” quel che irreversibile era già stato da lui teoricamente dichiarato. Vale a dire: il “<strong>socialismo del XXI secolo</strong>”.</p><p>Chávez di voti ne ha presi in realtà – pur avendo a sua incondizionata disposizione <strong>tutte le risorse dello Stato</strong> &#8211; meno di 7 milioni e mezzo. Ed il suo vantaggio sulle “forze del male” è passato dai 26 punti del 2006, ai nove abbondanti di domenica. Dal quasi 63 per cento di sei anni fa, Chávez è sceso al<strong> 54,4 di oggi.</strong> E, per quanto ancora una volta vincente, il suo “socialismo” è apparso, in effetti, più reversibile che mai. Anzi: se analizzato da vicino – alla luce del voto e, soprattutto, delle sue insite contraddizioni – è apparso più che mai <strong>destinato a crollare sotto il suo stesso peso</strong>.</p><p>Comunque sia, su questo non ci piove: il voto ha regalato a Hugo Chávez altri sei anni di governo. E all’autore di questo blog la possibilità di continuare a raccogliere gli improperi d’una parte della nostra sinistra – quella rimasta orfana del culto della personalità &#8211; raccontando le spesso grottesche (grottesche e, in quanto tali, tragicamente divertenti) avventure che si consumano in quest’ultimo ridotto del <strong>caudillismo messianico</strong>. Se la salute glielo consentirà, il governo di <strong>Chávez raggiungerà l’ambita meta del ventennio</strong>. E chi scrive avrà, se Dio vuole, molte altre occasioni per descriverne<strong> i più comici e tenebrosi versanti.</strong></p><p>Tanto vale cominciare subito. Da dove partire per raccontare questo terzo mandato di Hugo Chávez Frías? Un buon punto, io credo, potrebbe essere proprio il “<strong>paquetazo</strong>”. Di che si tratta? Come forse qualcuno ricorderà, il “paquetazo” era il documento segreto (o il patto segreto) attraverso il quale – secondo Chávez – Henrique Capriles e le forze che lo sostenevano si preparavano, se vittoriose nelle urne, ad introdurre una serie di “<strong>devastanti misure neoliberali</strong>”, destinate a non lasciare pietra su pietra della politica sociale varata in 14 anni di chavismo . Quel documento non era, ovviamente, che un<strong> trucco di campagna</strong>, il drappo rosso che un “oficialismo” allarmato dalla rimonta di Capriles agitava di fronte ai molti che già hanno beneficiato della generosità del governo e, ancor più, a quelli che quei benefici attendono. Il messaggio era assai semplice. Se volete avere la casa – non per caso alla vigilia delle elezioni Chávez ha varato un programma per la costruzione di 350.000 alloggi popolari – non votate per chi quelle case vuol distruggere.</p><p>Giusto.  Ma che c’entra tutto questo – si chiederà qualcuno – con il nuovo mandato di Chávez? C’entra perché tra le molte storie che il chavismo di tutte le latitudini non ama ascoltare – <strong>il culto della personalità, gli attacchi alla libertà d’espressione, l’identificazione tra Stato e Grande Leader etc</strong>. – c’è anche quella della insostenibilità della gigantesca, inefficiente e molto “opaca” macchina di potere personale per mezzo della quale Chávez è andato, in questi anni, redistribuendo (e non sempre verso il basso) la rendita petrolifera.</p><p>Vedremo nei prossimi mesi e nei prossimi anni quante delle case promesse saranno state davvero terminate. E quante saranno invece andate a rimpinguare il lungo elenco dei<strong> faraonici progetti del socialismo chavista finiti nel nulla.</strong> Quel che è certo, tuttavia, è questo: come ho cercato di spiegar<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/07/hugo-chavez-l%E2%80%99ultimo-dei-caudillos/375037/" target="_blank"> in un precedente post</a>,<strong> la macchina di Chávez funziona a petrolio.</strong> Ma proprio il petrolio quella macchina sta distruggendo. Prima di Chávez, PDVSA (l’ente petrolifero nazionale) era “uno Stato nello Stato”, un’efficiente ma avarissima impresa i cui proventi consumava soprattutto sugli altari della propria crescita. Oggi è un gigantesco ed indebitato carrozzone assistenziale, la cui produttività va costantemente calando. E, prima o poi (anche in questo caso tutto dipende dall’andamento dei prezzi del petrolio), questo nodo verrà al pettine.</p><p>Il che significa che, nel futuro di questo <strong>terzo mandato</strong> di Chávez inevitabilmente si cela – imposta dalla tirannia dei numeri &#8211; una correzione di rotta, <strong>o un “paquetazo</strong>”, certo non identico, ma non poi troppo lontano da quello che, nell’ultimo tratto di campagna, Chávez ha attribuito, inventandoselo, al suo avversario. E quando questo accadrà sarà interessante vedere quel che succede. La storia (che notoriamente ha un debole per le vendette poetiche) è appena cominciata… </p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/09/paquetazo-di-hugo-chavez/376566/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Hugo Chávez, l’ultimo dei &#8216;caudillos&#8217;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/07/hugo-chavez-lultimo-dei-caudillos/375037/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/07/hugo-chavez-lultimo-dei-caudillos/375037/#comments</comments> <pubDate>Sun, 07 Oct 2012 07:43:35 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Elezioni Presidenziali]]></category> <category><![CDATA[Henrique Capriles]]></category> <category><![CDATA[Hugo Chávez]]></category> <category><![CDATA[Venezuela]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=375037</guid> <description><![CDATA[Il suo nome ufficiale è “socialismo del secolo XXI”, ma visto da vicino – spogliato dalla mitologia lungo le cui linee va, ogni giorno, riscrivendo la propria storia &#8211; assomiglia tremendamente al caudillismo del secolo XIX. O, più specificamente, ad alcuni dei regimi “ibridi” – mezze dittature e mezze democrazie – che, nel secolo XX,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il suo nome ufficiale è “<strong>socialismo del secolo XXI</strong>”, ma visto da vicino – spogliato dalla mitologia lungo le cui linee va, ogni giorno, riscrivendo la propria storia &#8211; assomiglia tremendamente al <strong>caudillismo del secolo XIX. </strong></p><p><strong></strong>O, più specificamente, ad alcuni dei regimi “ibridi” – mezze dittature e mezze democrazie – che, nel secolo XX, hanno marcato la storia dell’America Latina. Come nel <strong>Messico dominato dal PRI</strong>, il Venezuela di oggi è sotto il controllo d’una sola forza politica, identificata con lo Stato. <br />E come nell’Argentina della “gran decada” peronista lo Stato è, essenzialmente, soltanto il contorno, l’ornamento, d’una figura – quella del “Conductor” <strong>Juan Domingo Perón</strong> &#8211; oggetto d’un quasi religioso culto che, indubbiamente &#8211; a dispetto, o forse in virtù, dei suoi grotteschi e talora macabri risvolti -riflette sentimenti d’un <strong>genuino amore popolare</strong>. <br />Come nel Messico del PRI (e come nell’Argentina di Perón) in Venezuela <strong>si vota regolarmente</strong>. Come nell’Argentina di Perón (e come nel Messico del PRI), in Venezuela esistono <strong>partiti d’opposizione</strong> e una <strong>stampa</strong> che, seppur costretta a muoversi sotto i tempestosi cieli di svariate “leggi-bavaglio”, <strong>è ancora relativamente libera</strong>.</p><p>Oggi, <strong>domenica 7 ottobre</strong>, questo curioso incrocio tra passato e futuro, affronta una<strong> nuova prova del voto</strong>. E due cose è, a questo punto, lecito credere. La prima: che <strong>Hugo Chávez</strong>, gran caudillo ed erede autentico del “Libertador” Simón Bolivar, vincerà di nuovo, <strong>seppur non con i pantagruelici margini che lui stesso aveva preconizzato</strong>. La seconda: che questa sarà, quasi certamente, <strong>la sua ultima vittoria</strong>.</p><p>Non solo, e non tanto, perché la salute di Chávez &#8211; colpito un anno fa da un <strong>cancro</strong> e già operato due volte &#8211; continua ad essere un segreto di Stato. Quanto, soprattutto, perché lo Stato di cui Chávez guarda ogni segreto e di cui a suo piacimento controlla ogni risorsa, comincia a mostrare le crepe d’una<strong> intrinseca contraddizione.  </strong></p><p>Arrivando alla presidenza nel 1998, Hugo Chávez ha avuto l’indiscusso merito di porre <strong>– a fronte della crisi mortale del vecchio bipartitismo “<em>puntofijista</em>”</strong> &#8211; due fondamentali problemi: l’allargamento delle basi sociali d’una democrazia elitaria ed inamidata, e la redistribuzione verso il basso della rendita petrolifera. In 14 anni di governo, il chavismo ha, per molti aspetti, conseguito l’una e l’altra cosa, ma in termini che rammentano molto più <strong>il “medioevo” del tradizionale caudillismo ispano</strong> che una nuova frontiera della democrazia.</p><p>Chávez è, non v’è dubbio, ancora <strong>molto popolare</strong>. E certo è che &#8211; per quanto clownesco e, assai spesso, segnato da una <strong>volgarità da caserma</strong> &#8211; il culto della sua personalità ha trovato una forte eco tra i ceti più poveri. Ancor più certo, inoltre, è che i poveri stanno oggi, grazie al chavismo, meglio di quanto stessero 14 anni or sono. Ma la qualità di questo miglioramento è quantomeno opinabile, ed il suo prezzo politico, altissimo. Sotto Chávez è di fatto scomparsa <strong>ogni forma di divisione dei poteri</strong>. E, insieme alla divisione dei poteri, <strong>ogni forma di controllo democratico (o anche solo amministrativo).</strong> Un dato, soprattutto, va ricordato. Quando, nel pieno d’una devastante crisi, Chávez prese il potere, il prezzo del petrolio oscillava <strong>tra gli 8 e i 10 dollari al barile</strong>. A partire degli ultimi mesi del 2003 fino ad oggi (con la parentesi degli anni 2008 e 2009), quei prezzi hanno conosciuto <strong>un boom senza pari nella storia</strong>, avvicinandosi, nei momenti di maggior auge, <strong>ai 150 dollari</strong>. Nessuno, prima di Chávez aveva goduto di tanta abbondanza. E nessuno ha come lui potuto usarla con una <strong>altrettanto incontrastata arbitrarietà</strong>.</p><p>Tra il 2002 ed il 2003 – dopo un lungo confronto politico-sindacale passato alla storia come <strong>“el paro petrolero”</strong> – Chávez ha assunto <strong>il pieno controllo di PDVSA</strong>, l’ente petrolifero statale, e l’ha trasformato in una gigantesca macchina all’esclusivo servizio d’un potere &#8211; il suo &#8211; basato, per l’appunto, sul <strong>culto della personalità del gran capo.</strong> Prima di Chávez, PDVSA era un’impresa <strong>efficientissima ma avara</strong>, che consumava al proprio interno tutte le proprie risorse. Era un’azienda pubblica, ma era come se non lo fosse. Oggi, le sue risorse – esponenzialmente moltiplicate dal boom petrolifero – sono un fiume in perenne uscita ed in perenne piena. Un fiume che scorre, nella grande maggioranza dei casi, “fuori bilancio” verso un fondo, o meglio, verso un gigantesco buco nero chiamato FONDEN. </p><p>Molti di questi fondi arrivano oggi dove prima mai sarebbero arrivati. Ma ci arrivano per vie che solo a Chávez sono conosciute. <strong>Senza controlli, né resoconti</strong>, come ingranaggi d’un colossale apparato assistenziale &#8211; clientelare e corrotto, indebitato ed inefficiente &#8211; di potere personale. I poveri ricevono. Ma ricevono, quasi sempre, <strong>in cambio della fedeltà politica</strong>.</p><p>Contro il Golia di questa gigantesca macchina da centinaia di miliardi (l’intero Stato venezuelano, in effetti) ha dovuto, come Davide, battersi <strong>Henrique Capriles Radonski</strong>. E l’ha fatto, occorre dirlo, con grande bravura, alla testa d’una coalizione che è ancora ben lungi dall’essere un vero partito politico. Se, com’è probabile, domani non vincerà, non potrà rimproverare nulla a se stesso. E del suo sforzo resterà comunque una frase che è andato ripetendo in molti comizi. “<strong>Nel mio Venezuela, nessuno sarà mai costretto ad indossare la camicia rossa per avere una casa”.</strong></p><p>Probabilmente non domani. Ma presto o tardi (più presto che tardi) questo elementare principio <strong>di giustizia e di decenza</strong> – più forte di Chávez e del petrolio &#8211; finirà per prevalere anche in Venezuela. Il caudillo Chávez è al suo ultimo hurrà.</p><p>&nbsp;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/07/hugo-chavez-lultimo-dei-caudillos/375037/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Chávez e le tv: di tutto, di più</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/05/chavez-e-tv-di-tutto-di-piu/373204/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/05/chavez-e-tv-di-tutto-di-piu/373204/#comments</comments> <pubDate>Fri, 05 Oct 2012 09:06:42 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Bolivia]]></category> <category><![CDATA[Henrique Capriles]]></category> <category><![CDATA[Hugo Chávez]]></category> <category><![CDATA[Pluralismo]]></category> <category><![CDATA[Televisione]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=373204</guid> <description><![CDATA[Commentando un mio precedente post dedicato alle “catene di Chávez” – ovvero alle chilometriche apparizioni a reti unificate del presidente bolivariano – alcuni lettori m’hanno fatto notare, talora con assai bruschi accenti e in piena sintonia con il “grande leader”, come questa forma di comunicazione forzosa (una media di quasi un’ora per ogni santo giorno degli ultimi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Commentando <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/03/catene-di-chavez-e-berretto-di-capriles/369788/" target="_blank">un mio precedente post dedicato alle “<strong>catene di Chávez</strong>”</a> – ovvero alle chilometriche apparizioni a reti unificate del presidente bolivariano – alcuni lettori m’hanno fatto notare, talora con assai bruschi accenti e in piena sintonia con il “grande leader”, come questa forma di comunicazione forzosa (una media di quasi un’ora per ogni santo giorno degli ultimi 14 anni) non fosse, in realtà, che un<strong> necessario rimedio al travolgente predominio d’un sistema di media privati (le televisioni, in particolare) in mano alle oligarchie dell’Ancien Régime</strong>. E, manco a dirlo, implacabilmente, anzi, ferocemente avverse alle politiche del governo. Questi lettori hanno ragione. O meglio: avrebbero qualche ragione se le lancette del tempo si fossero, per miracolose ragioni,<strong> fermate all’anno 2002</strong>, quando Hugo Chávez Frías dovette fronteggiare prima una protesta di massa e, quindi, un vero e proprio golpe, più o meno apertamente sostenuto dalle “<strong>quattro sorelle</strong>” dell’etere venezuelano<strong>: RCTV, Venevisión, Televen e Globovisión</strong> (quest’ultima però visibile, via etere, solo a Caracas e Valencia). Nell’angolo del governo, nel contempo, null’altro che la statale Venezolana de Televisión…</p><p>Il problema – da questi lettori non visto, o visto con le deformanti lenti della fede – è che in questi dieci anni un bel po’ d’acqua (acqua inquinata, perlopiù) è in realtà passata sotto i ponti dell’informazione venezuelana. Il panorama mediatico venezuelano è cambiato. <strong>E non esattamente nella molto auspicabile direzione d’un maggior pluralismo</strong>. RCTV, la più grande delle quattro sorelle, è stata messa completamente fuori gioco con una serie di provvedimenti d’ordine amministrativo (prima la negazione del rinnovo della licenza per le frequenze via etere, poi la negazione di quella per trasmettere via cavo) la cui natura autoritaria ed ipocrita ha regalato ai vecchi golpisti una meritata aura di vittimismo. E questo <strong>mentre le altrettanto “golpiste” Venevisión e Televen</strong> – ben felici d’avventarsi sulle quote pubblicitarie lasciate libere da RCTV – s’affrettavano, <strong>in una sorta di patto di non aggressione</strong>, a metter da parte ogni ostilità verso il governo, abolendo di fatto tutti i programmi informativi con qualche ambizione d’andare oltre i confini d’un molto anodino ed ossequiente riportar di notizie.  Sul piede di guerra (la guerra contro Chávez) non è, in questi anni, rimasta che la meno diffusa delle quattro reti: Globovisión. Formalmente libera, ma costantemente sotto la minaccia di nuove leggi (<strong>la cosiddetta “Ley Resorte”, in particolare</strong>) nate per punire la “disinformazione” ed il “terrorismo mediatico”. Leggi molto vaghe – basta l’accusa d&#8217;aver “turbato” la pubblica opinione per venire puniti con multe devastanti (fino al 5 per cento del bilancio aziendale del precedente anno) la cui erogazione è esclusiva competenza del potere esecutivo. <strong>Vale a dire: di Chávez medesimo</strong>.</p><p>Il quale Chávez ha, nel contempo, provveduto a creare, con pubblici denari, <strong>un “suo” impero mediatico</strong>. Ovvero: un sistema di ben sei reti via etere – la summenzionata VTV, Vive, TVes, Telesur, ANTV e Àvila TV &#8211; accompagnate da un’agenzia d’informazione (Agencia Venezolane de Noticias), tre quotidiani (Ciudad de Caracas, Correo del Orinoco, Vea), più una pletora di radio (circa 250) e reti televisive (36) cosiddette “comunitarie”. Laddove per “comunitarie” s’intende <strong>fedeli a chi le finanzia</strong>, cioè al governo (tanto fedeli, in effetti, che, in stragrande maggioranza, sono riunite in un’associazione nel cui statuto dichiarano se stesse “<strong>armi della rivoluzione bolivariana</strong>”). Qualcuno definisce tutto questo “un sistema d’informazione pubblica”.  Ma evidente è che si tratta d’un vero e proprio apparato di propaganda di regime o, peggio, <strong>d’uno strumento d’incondizionata evangelizzazione chavista</strong>. Giusto per non restar nel vago: tutte le tv pubbliche sistematicamente si riferiscono a Capriles come al “<strong>candidato della estrema destra</strong>”, ed a Chávez come al “<strong>candidato della Patria</strong>”.</p><p>Domanda. Com’è possibile che, a fronte di quanto sopra, ancor oggi vi sia chi sostiene che l’informazione televisiva resta, maggioritariamente, nelle mani dei “nemici di Chávez” (il quale ha per questo, per legittima difesa, il diritto di ricorrere alle “catene”)? <strong>Il gioco è facile</strong>. Basta far finta non sapere che, da anni, solo una piccola frazione delle TV private (Globovisión) è ostile a Chávez; e, nel contempo, ricorrere <strong>a un dato esatto, ma fuorviante</strong> (anche se, a suo modo, indicativo): <strong>quello che si riferisce all’audience.</strong> Poiché è vero: ancor oggi oltre il 60 per cento del pubblico televisivo appartiene ai privati. O, più esattamente: perché è vero che Chávez ha creato, con i soldi di tutti, un suo impero mediatico, ma vero è anche che <strong>non riesce a far sì che la gente lo guardi</strong>. Ed è per questo che ha bisogno delle continue, soffocanti invasioni di campo delle “catene obbligatorie”.</p><p>Esemplare, in questo senso, <strong>la storia di TVes</strong>, la rete statale che, per ordine del sovrano, nel 2007 ha rimpiazzato RCTV. Chávez, mai avaro in materia di grandeur, l’aveva a suo tempo annunciata come <strong>“la BBC venezuelana”</strong>, regalandole tutti gli impianti illegalmente sequestrati alla malvagia tv “golpista”. Ma da quegli schermi non sono uscite, in questi sei anni, <strong>che insulse e servili porcheriole</strong> (programmi “majunche” verrebbe voglia di chiamarli parafrasando il lessico chavista) ed una audience sistematicamente <strong>al di sotto dell’1 per cento</strong>, non di molto aumentata, la scorsa estate, dalla esclusiva dei giochi olimpici gentilmente offertale dal governo…</p><p>C’è qualcosa “di sinistra” in tutto questo? Io non credo… E cercherò di spiegare perché.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/05/chavez-e-tv-di-tutto-di-piu/373204/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Le catene di Chávez e il berretto di Capriles</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/03/catene-di-chavez-e-berretto-di-capriles/369788/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/03/catene-di-chavez-e-berretto-di-capriles/369788/#comments</comments> <pubDate>Wed, 03 Oct 2012 10:55:58 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Consenso]]></category> <category><![CDATA[Elezioni Presidenziali]]></category> <category><![CDATA[Henrique Capriles]]></category> <category><![CDATA[Hugo Chávez]]></category> <category><![CDATA[Opinione Pubblica]]></category> <category><![CDATA[Televisione]]></category> <category><![CDATA[Venezuela]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=369788</guid> <description><![CDATA[Milletrecentocinquantanove contro ottantaquattro. 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Questo, secondo un calcolo dell’Università Cattollica Andrés Bello, era, alla fine di luglio, un mese prima dell’inizio ufficiale della campagna elettorale – il rapporto tra i <strong>tempi di presenza in tv</strong> dei due principali candidati alla presidenza: 1.359 minuti per<strong> Hugo Chávez Frías</strong>, presidente in carica, e 84 per<strong> Henrique Capriles Rodonsk</strong>i, candidato della Mesa de Unidad Democratica (MUD), suo sfidante. Sedici (o poco più) a uno. Un record assoluto, probabilmente, in termini di, chiamiamola così, “dispar condicio”. Un record che, tuttavia, gli arbitri della contesa si sono categoricamente rifiutati, non solo di correggere, ma addirittura di omologare. Perché a loro – alla maggioranza dei membri della Comisión Electoral Nacional (CNE),<strong> per i quattro quinti fedelissimi militanti del partito di governo </strong>- risultavano in realtà altre cifre. Altre al punto che a godere d’un lieve vantaggio (pari a circa il 20 per cento) era, secondo i loro calcoli, proprio il candidato dell’opposizione.</p><p>Che la matematica possa, in politica, diventare un’opinione, è un fatto ormai universalmente riconosciuto. Ma come si spiega una tanto abissale differenza di risultati? Si spiega, ovviamente, con il fatto che i professori dell’Università Bello e i membri del CNE sono andati leggendo numeri diversi. Mentre, infatti, i primi considerano <em>tutte</em> le presenze televisive, i secondi si limitano a considerare quelle – i tre minuti giornalieri di pubblicità gratuita &#8211; regolamentate dalle leggi elettorali. E, di quei tre minuti, Hugo Chávez non ne aveva in effetti usati, alla fine di luglio, che una parte. Tutto il resto – il 90 e passa per cento dei 1.359 minuti  consumati concionando dai piccoli schermi, erano invece <strong>“cadenas”</strong>. Ovvero: <strong>trasmissioni obbligatorie a reti unificate</strong>. Una pratica che il CNE – facendo ossequente eco ad una tesi più volte ribadita dallo stesso Chávez &#8211; considera “<strong>fuori dalla sua giurisdizione</strong>”. Le “catene” – va ripetendo il presidente bolivariano – sono una “prerogativa del presidente”. E come tali nulla hanno a che vedere con la campagna elettorale.</p><p>Qualche dato per meglio inquadrare il fenomeno. Dal giorno della sua entrata nel palazzo di Miraflores, 14 anni or sono, Chávez ha fatto uso della “cadenas” per <strong>quasi 3.000 volte</strong>. Il tutto per una media di <strong>un’ora ogni due giorni.</strong> Un’ora e 45 minuti, se il calcolo viene fatto a partire dal 2004, anno nel quale il fenomeno ha subito una impetuosa accelerazione. Una presenza massiccia, ineludibile, soffocante, soprattutto se si considera che quella ora e 45 minuti si è, in grande prevalenza, concentrata nel “prime time”. Nel corso dei tre mesi di questa campagna elettorale, Chávez ha fatto usa delle “cadenas” 80 volte, per un totale di circa 4.500 minuti. Ed in <strong>otto casi su dieci</strong> – i dati sono sempre quelli della Università Cattolica – ha usato la sua presenza televisiva per toccare temi squisitamente elettorali, nonché per attaccare, con la consueta levità di toni, direttamente il suo rivale. Breve florilegio degli insulti rivolti al “candidato dell’impero”: “<strong>majunche</strong>” (mezza tacca), “<strong>jalabola</strong>” (leccapiedi), <strong>nazista </strong>(Caprile, sia detto per inciso, è ebreo ed alcuni dei parenti di sua madre sono morti nell’Olocausto). Ma tutto questo non ha – per Chávez e per il CNE – rapporto alcuno con<strong> il voto del 7 di ottobre</strong>.</p><p>Il che, naturalmente, non significa che l’arbitro – il CNE, per l’appunto – non vada rigorosamente  vigilando sul rispetto delle regole del gioco. La più importante delle quali è, evidentemente, quella che considera la denuncia della violazione delle regole il <strong>peccato più grave</strong>. Come ben testimoniato dalla perentoria rapidità con la quale sono stati, nelle scorse settimane, affrontati due molto disdicevoli casi. Il primo: quello d’un annuncio televisivo a pagamento – immediatamente fatto ritirare – che, cifre alla mano, deplorava le disparità televisive di cui sopra. Il secondo caso: quello – davvero scandaloso – del<strong> berretto che Henrique Capriles usava</strong> (e che tuttora usa, visto che, a riprova della sua vocazione sovversiva, ha sfidato l’autorità del CNE) nel corso dei suoi comizi. Aveva ed ha, infatti, quel berretto, i<strong> colori rosso, giallo e blu della bandiera nazionale</strong>. Il che palesemente configura una violazione della norma che proibisce l’uso di simboli patri nel corso di manifestazioni elettorali. Chávez – un candidato che, non solo indossa simboli patri in quantità industriali, ma che mai si stanca di rammentare come sia, lui stesso, la Patria – ha ovviamente duramente stigmatizzato la disobbedienza del rivale.</p><p>Sembra una barzelletta. Ed invece è soltanto un frammento di quello che – suscitando le ire di qualche commentatore &#8211; nel precedente <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/01/hugo-chavez-dopo-di-me-diluvio/368784/" target="_blank">post</a> avevo definito un processo elettorale “<strong>libero, ma non equo</strong>”.  Il che ci porta ad affrontare il tema dello stato complessivo del sistema mediatico venezuelano, dopo quasi tre lustri di chavismo. Lo farò prossimamente. </p><p><em>Foto: LaPresse</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/03/catene-di-chavez-e-berretto-di-capriles/369788/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Hugo Chávez, dopo di me il diluvio</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/01/hugo-chavez-dopo-di-me-diluvio/368784/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/01/hugo-chavez-dopo-di-me-diluvio/368784/#comments</comments> <pubDate>Mon, 01 Oct 2012 07:57:12 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Elezioni Presidenziali]]></category> <category><![CDATA[Henrique Capriles]]></category> <category><![CDATA[Hugo Chávez]]></category> <category><![CDATA[Opposizione]]></category> <category><![CDATA[Venezuela]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=368784</guid> <description><![CDATA[Après moi le déluge, dopo di me il diluvio, si dice abbia illo tempore detto – forse preconizzando la rivoluzione francese – re Luigi XV, il penultimo dei monarchi assoluti di Francia. E proprio questo, a meno d’una settimana dalle presidenziali venezuelane, è quel che, in rossiniano crescendo (nonché, ovviamente, mutatis mutandi), non si stanca di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div class="mceTemp"><div class="mceTemp"><div class="mceTemp"><em>Après moi le </em><em>déluge,</em> dopo di me il diluvio, si dice abbia <em>illo tempore</em> detto – forse preconizzando la rivoluzione francese – re <strong>Luigi XV</strong>, il penultimo dei monarchi assoluti di Francia. E proprio questo, a meno d’una settimana dalle presidenziali venezuelane, è quel che, in rossiniano crescendo (nonché, ovviamente, <em>mutatis mutandi)</em>, non si stanca di ripetere <strong>il molto “bolivariano” presidente Hugo Chávez Frías</strong>, un protagonista dei tempi nostri che, pur non essendo, almeno in termini strettamente costituzionali, né monarca, né assoluto, come tale fosse ama di norma esprimersi. Dopo di me, o meglio, dopo una mia eventuale sconfitta elettorale, sostiene Chávez, null’altro che questo: <strong>una “guerra civile”,</strong> il caos, le tenebre d’un apocalittico ed “inimmaginabile” ritorno ad un passato di violenza e di vergogna.</div></div></div><p><div id="attachment_368876" class="wp-caption alignleft" style="width: 234px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/10/capriles1.jpg?adf349"><img class="size-medium wp-image-368876" title="Chavez-Capriles" src="http://www.ilfattoquotidiano.it/wp-content/plugins/lazy-load/images/1x1.trans.gif?adf349" id="no-script-hide" data-lazy-src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/10/capriles1-224x300.jpg?adf349" alt="Chavez-Capriles" width="224" height="300" /><noscript><img class="size-medium wp-image-368876" title="Chavez-Capriles" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/10/capriles1-224x300.jpg?adf349" alt="Chavez-Capriles" width="224" height="300" /></noscript></a><p class="wp-caption-text">Hugo Capriles, lo sfidante di Chavez</p></div><p>Perché una guerra civile? Vale, io credo, la pena di partire da qui, da questa essenziale domanda – e dalla contraddizione che questa domanda sottende – per cercare di cogliere, nell’immediato e in prospettiva, il significato del voto del prossimo 7 ottobre. Una mia sconfitta, sostiene Chávez, è semplicemente “impossibile”. Non c’è modo, insiste, che il “candidato dell’impero e della borghesia” possa battermi nelle urne. Ed anzi più che certo è che, quella della domenica che viene, sia per lui (per il candidato dell’impero e della borghesia) una catastrofica disfatta, un <em>knock out</em> al primo round, un classico ed umiliante “cappotto”, <strong>una legnata da “almeno 10 milioni di voti”</strong> (circa il 70 per cento del totale), tanti quanti Chávez appare sicuro d’ottenere dal popolo del quale lui , “<strong><em>corazón de Venezuela</em></strong>” (questo è il suo slogan di campagna), è il cuore palpitante. <strong>Non c’è patria, non c’è Venezuela senza Chávez…</strong>Tanto sicuro, in effetti, appare Chávez del suo trionfo – e tanto alto è il suo disdegno per gli avversari che s’appresta a “polverizzare” – che non ha di recente esitato ad augurarsi, con molto affettata condiscendenza, la nascita, dopo il voto, <strong>d’una opposizione più solida e seria</strong>, capace, quantomeno, di dar sapore alle future vittorie del “Socialismo del XXI secolo”…</p><p>Questo dice Chávez. Ma poi, delineati questi “inevitabili” orizzonti di gloria, con inalterati, messianici accenti comincia a descrivere i catastrofici effetti della “impossibile” vittoria elettorale del “<strong><em>majunche</em></strong>” (majunche è un insulto tipicamente venezuelano non troppo lontano dal nostro “<strong>mezza tacca</strong>”; ed è così che il presidente bolivariano usa elegantemente chiamare <strong>Henrique Capriles Rodonski, il candidato dell’opposizione</strong>). Se “<em>el majunche</em>” dovesse prevalere nelle urne – va senza sosta sostenendo Chávez &#8211; la pace sarebbe la prima vittima del suo trionfo. Il Venezuela precipiterebbe in una guerra civile perché, dice il presidente, l’opposizione tiene nel cassetto <strong>programmi economici e politici “neoliberali”</strong> – il cosiddetto “<em>paquetazo secreto</em>”, uno degli ultimi refrain della campagna chavista – che non potrebbero, se applicati, non provocare <strong>l’ira funesta del popolo</strong>.</p><p>Come si spiega questa logica discordanza? Per quale ragione Chávez con tanta insistenza evoca il fantasma d’un diluvio, o d’una “guerra”, che non può aver luogo perché “impossibile” (ipse dixit) è il suo principale presupposto? Mi fermo qui, porgendo intatto il quesito a eventuali commenti; e limitandomi, per il momento, a descrivere <strong>i panorami statistici</strong> nei quali va dipanandosi la trama di queste – per molti aspetti paradossali &#8211; <strong>elezioni presidenziali</strong>. Due termini – un aggettivo ed un sostantivo: “affidabile” e “sondaggio”– si sono in questi anni rivelati, in Venezuela, quasi impossibili da unire in matrimonio. Ma nel gran ballo delle cifre &#8211; tuttora marcate da una sconcertante disomogeneità e da un’assai rilevante quantità di <strong>elettori indecisi</strong> &#8211; alcune ipotesi sembrano emergere con certa chiarezza.</p><p><strong>Hugo Chávez resta il naturale favorito</strong> d’un processo elettorale da molti correttamente definito (avrò modo di tornare sul tema) “<strong>libero, ma non equo</strong>”. Libero (o, se si preferisce, legittimo) perché in Venezuela si vota con un sistema elettronico che tutti gli esperti definiscono a prova di frode. E “non equo” perché tutte le regole del gioco pendono (non di rado in termini grotteschi) dalla parte del potere costituito.  Per quanto ancora improbabile, tuttavia, una vittoria del candidato dell’opposizione non appare più “impossibile”. Nel 1998, Chávez vinse con 16 punti di vantaggio, nel 2000 per 22, nel 2006 per 26. Domenica prossima – se, com’è probabile prevarrà ancora – i suoi margini saranno,  quasi tutti ne sono convinti, molto più vicini allo zero. E tanto basta per delineare, ben oltre l’appuntamento elettorale di domenica, i contorni d’una  crisi del sistema ”ibrido” –<strong> metà autocrazia, metà democrazia</strong> – che Hugo Chávez, sospinto dal più grande e prolungato boom petrolifero della Storia,  è andato costruendo in questi quattordici anni. Un sistema (molti lo chiamano regime) che, per la sua natura plebiscitaria e per le sue pretese di “irreversibilità” difficilmente può reggersi con risicate maggioranze.</p><p>Giorni fa, durante un dialogo con gli elettori, <strong>Henrique Capriles Rodonski</strong> ha così risposto a un giovane che gli chiedeva la differenza tra lui e Chávez. “Lui crede di essere il cuore del Venezuela – ha detto -. Io, invece, ho soltanto il Venezuela nel cuore”. E proprio questo è, probabilmente, il punto vero. Il “<em>corazón</em>” messianico del chavismo sta – quali che siano i risultati del 7 ottobre – battendo a vuoto. Il paese comincia ad esser stanco dell’ “<strong>uomo della Provvidenza</strong>”. Ed è questo il diluvio che, come Luigi XV, Chávez sente arrivare…</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/01/hugo-chavez-dopo-di-me-diluvio/368784/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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