<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Massimo Cavallini</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/mcavallini/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Così si sgonfiò la bella Camila</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/15/cosi-sgonfio-bella-camila/204524/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/15/cosi-sgonfio-bella-camila/204524/#comments</comments> <pubDate>Sun, 15 Apr 2012 14:14:01 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Camila Vallejo]]></category> <category><![CDATA[Cile]]></category> <category><![CDATA[cuba]]></category> <category><![CDATA[Ismael de Diego]]></category> <category><![CDATA[modello neo-liberale]]></category> <category><![CDATA[movimento studentesco]]></category> <category><![CDATA[Patricio Fernandez]]></category> <category><![CDATA[The Clinic]]></category> <category><![CDATA[Yoani Sanchez]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=204524</guid> <description><![CDATA[Il mondo – il mondo di tutti quelli che sperano in un mondo nuovo – s’era quasi all’istante innamorato di lei. 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E con ben più d’una buona ragione, non tanto per la sua <strong>indiscussa, abbagliante bellezza</strong> (solo due settimane fa il <em>New York Times Magazine</em> l’aveva nominata, in un lungo reportage ,“<strong><a href="http://www.nytimes.com/2012/04/08/magazine/camila-vallejo-the-worlds-most-glamorous-revolutionary.html?ref=corrections" target="_blank">The Most Glamourous Revolutionary</a>”, la più affascinante rivoluzionaria</strong>), quanto per l’esatto contrario. Ovvero: perché <strong>Camila Vallejo Dowling</strong>, 23 anni, studentessa della facoltà di Geografia e militante comunista, era riuscita, con straordinaria perizia politica e mediatica, a sovrapporre alla luce della sua bellezza <strong>la sostanza d’una nuova proposta politica</strong>, la realtà d’un movimento per la “educazione libera e gratuita” che aveva messo (anzi, che continua a mettere) a nudo le ferite del cosiddetto “miracolo cileno”.<br /> <strong><br /> Da molti paragonata al sub-comandante Marcos </strong>(l’ormai semi-dimenticato volto mascherato della rivolta degli indios del Chiapas), Camila ha negli ultimi due anni dato a quel movimento di giovani molto più –  idee, slancio, energie &#8211; d’un volto terribilmente telegenico. Ed è stato in buona parte grazie a Camila che gli studenti d’un paese di cui di norma i media non si occupano che in occasione di eventi estremi – un golpe, un terremoto, uno spettacolare salvataggio di minatori rimasti intrappolati nel sottosuolo – hanno, per molti mesi, avuto la capacità di parlare un linguaggio universalmente comprensibile in un pianeta afflitto <strong>dalla crisi del cosiddetto “modello neo-liberale”.</strong></p><p><strong>Poi Camila è andata a Cuba</strong>. Ed a Cuba ha subito una sorta di trasfigurazione kafkiana. Non da essere umano a scarafaggio, come nel caso del Gregor Samsa de “La metamorfosi”, ma da “most glamorous revolutionary of the world”, a piccola, grigia burocrate comunista. O meglio: a piccola, grigia burocrate <strong>d’un comunismo al potere</strong>. Le sue parole, che in Cile e nel mondo erano risuonate come un poema di Majakovskij, hanno d’improvviso acquistato <strong>le plumbee tonalità d’un editoriale del Granma.</strong> Non tanto per il fatto – prevedibile e, in sé, non particolarmente riprovevole – che Camila ha difeso il regime cubano, quanto per il mediocre, vuoto cinismo delle sue parole, per la sua opaca, fiscalissima ipocrisia.</p><p>Non voglio farla lunga e riporto qui alcuni link che (in uno spagnolo più che accessibile) servono per avere tutti i necessari elementi di giudizio. <strong>Le prime <a href="http://www.cubadebate.cu/noticias/2012/04/02/camila-vallejo-mis-razones-para-viajar-a-cuba/" target="_blank">dichiarazioni di Camila a Cuba </a>e su Cuba. </strong><strong>La risposta – che personalmente considero la migliore – di</strong><strong> <a href="http://blogs.elpais.com/lejos-de-todo/2012/04/camila-vallejo-fidel-castro-y-el-movimiento-estudiantil.html" target="_blank"><strong>Patricio Fernández</strong>, direttore della rivista cilena The Clinic</a>. </strong><strong>La risposta che<a href="http://camilavallejodowling.blogspot.com/" target="_blank"> Camila rivolge ai suoi critici dal suo blog</a>. E infine le</strong><strong> due lettere aperte </strong><strong>che a Camila hanno inviato il musicista e attore cubano<a href="http://www.cubaencuentro.com/opinion/articulos/carta-abierta-a-camila-vallejo-275642" target="_blank"> Ismael de Diego</a> e la famosa “bloguera” <a href="http://diario.latercera.com/2012/04/07/01/contenido/reportajes/25-105684-9-la-cuba-que-camila-vallejo-no-quiso-ver.shtml" target="_blank">Yoani Sánchez</a>.</strong></p><p>Credo tuttavia sia utile sottolineare, in questa piccola tempesta di pensieri, quello che, tra le molte cose dette e scritte da Camila, meglio sembra condensare la <strong>metamorfosi kafkiana</strong> del personaggio.  Circolando per Cuba, afferma Camila in una dichiarazione entusiasticamente ripresa da tutta la stampa cubana “<strong><em>non ho visto in nessun momento gas lacrimogeni, ho visto la polizia circolare per le città indossando la sua uniforme senza caschi o armi d’ogni tipo. <strong>Questo tipo di cultura civica, tanto dello Stato quanto dell’insieme della società, è anni luce lontana dalla repressione che (in Cile n.d.r.) ha vissuto il movimento studentesco l’anno passato…</strong></em></strong>”.</p><p>Perfetta e terribile la risposta di Patricio Fernández: “<em>Una simile dichiarazione, Camila, è sinceramente alla stessa altezza dei i commenti di quelle </em><strong>señoronas pinochetistas </strong><em>che, ai tempi della dittatura, affermavano che il Cile era un’isola di tranquillità</em>”.</p><p>Povera Camila (e poveri noi che di lei c’eravamo innamorati). Nel leggere queste parole sembra quasi di sentire <strong>il </strong><strong>sibilo maligno d’un palloncino che si sgonfia…</strong></p><p><strong>(Foto: LaPresse)</strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/15/cosi-sgonfio-bella-camila/204524/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Ozzie Guillen, auto da fé a Miami</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/ozzie-guillen-auto-miami/203793/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/ozzie-guillen-auto-miami/203793/#comments</comments> <pubDate>Thu, 12 Apr 2012 11:07:41 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[actos de repudio]]></category> <category><![CDATA[Auto da fé]]></category> <category><![CDATA[baseball]]></category> <category><![CDATA[cuba]]></category> <category><![CDATA[esilio cubano]]></category> <category><![CDATA[Fidel Castro]]></category> <category><![CDATA[Marlins]]></category> <category><![CDATA[miami]]></category> <category><![CDATA[Oswaldo Ozzie Guillen]]></category> <category><![CDATA[White Sox]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=203793</guid> <description><![CDATA[C’è un luogo nel mondo – un luogo conosciuto come Cuba – dove amare Fidel è, non solo un dovere di Stato, ma un prerequisito per godere dei diritti di cittadinanza. Se ami Fidel – e se il tuo amore per Fidel non mostra, in nessuna sua parte, la crepa d’un dubbio &#8211; sei un...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/ozzie1.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-medium wp-image-203953" title="ozzie" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/ozzie1-300x204.jpg?47e3a5" alt="" width="300" height="204" /></a>C’è un luogo nel mondo – un luogo conosciuto come Cuba – dove amare Fidel è, non solo <strong>un dovere di Stato</strong>, ma un prerequisito per godere dei diritti di cittadinanza. Se ami Fidel – e se il tuo amore per Fidel non mostra, in nessuna sua parte, la crepa d’un dubbio &#8211; sei un cubano. Se invece non lo ami &#8211; o se il tuo amore non raggiunge i necessari standard di venerazione – non sei, per chi governa, che un alieno, un traditore della patria o, per meglio dire, un “ripudiato”. Poiché proprio così – <strong>“<em>actos de repudio</em>” </strong>– il governo usa chiamare quella <strong>molto particolare variante dello squadrismo</strong> – di fatto una sorta di parodia guidata d’una “<em>spontanea” </em>mobilitazione popolare  &#8211; con la quale è solita castigare l’assenza o l’insufficienza d’amore verso il “<em>líder máximo”</em>. C’è poi, nel mondo, un altro luogo – <strong>una città chiamata Miami </strong>che da Cuba è separata da un braccio di mare largo 100 miglia e che di Cuba è, in alcune sue parti, l’immagine capovolta – dove amare Fidel è, invece, <strong>assolutamente, ferocemente proibito</strong>. Anzi, dove è obbligatorio odiarlo, Fidel. E odiarlo d’un odio senza sfumature, senza distinguo, senza se e senza ma, <strong>un odio totale</strong> che, se trasgredito, è anch’esso, come il totale amore reclamato dall’altro lato dello Stretto della Florida, causa di “<em>repudio</em>”.</p><p>Ed esattamente questo – un prolungato, implacabile  <em>acto de repudio</em>, conseguenza d’un peccato d’amore (o di non sufficiente odio) &#8211; è quel che ha in queste ore colpito, anzi, che ancora sta colpendo, <a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Oswaldo_Guill%C3%A9n" target="_blank"><strong>il venezuelano Oswaldo “Ozzie” Guillén</strong></a>, in anni non lontani (tra l’85 ed il ’92) splendido <em>shortstop </em>(l’uomo tra la seconda e la terza base) dei <strong>White Sox di Chicago </strong>e, da tempo, tra i più rinomati e “pittoreschi” allenatori delle Grandi Leghe del baseball americano.</p><p>La storia è questa. Fresco arrivato in quel di Miami nelle vesti di manager dei <strong>Marlins</strong>, dopo molte stagioni alla guida dei medesimi White Sox, Guillén è stato di recente intervistato “a cuore aperto” dal <a href="http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,2110450,00.html" target="_blank">settimanale Time</a>. E tra le molte cose che ha raccontato di sé stesso, della sua lunga carriera di sportivo e della sua vita, ha pronunciato una frase che, all’istante, ha fatto risuonare tutti i campanelli d’allarme nei templi dell’esilio cubano, là dove i sacerdoti della vecchia guardia custodiscono ed alimentano il sacro fuoco dell’odio verso Fidel .<strong> </strong><strong>“Io amo Fidel Castro –</strong><strong></strong><strong> ha detto Ozzie al suo intervistatore – </strong><strong>lo rispetto e sa perché? Perché molta gente ha cercato di ammazzarlo negli ultimi 60  anni. Però quel figlio di…ancora è lí…”.</strong></p><p>Per chiunque non abiti nella Miami-Dade County e, a Miami, non spenda la sua esistenza nella bolla ideologica dell’esilio, ben difficile è trovare in questa serie di parole <strong>qualcosa che possa risuonare offensivo </strong>(fatta eccezione, forse, per lo stesso Fidel e per la buon anima di sua madre). Ozzie, che in vita sua mai ha manifestato alcuna simpatia per la sinistra (e che, nell’intervista, ribadisce la sua totale avversione per “la filosofia del castrismo”) non ha fatto in fondo che questo: dare a Fidel, con il linguaggio d’un ruvido “<em>uomo di sport</em>”, quello che a Fidel concede ogni storico degno di questo nome. Perché, <strong><em>libertador</em> o tiranno</strong>, Fidel ha davvero vittoriosamente fronteggiato, per oltre mezzo secolo, una grande potenza che prima di lui aveva &#8211; dalla cacciata della Spagna nel 1902 alla rivoluzione del ‘59 &#8211; mantenuto Cuba in uno stato semi-coloniale; e che sulla sua barbuta capoccia ha, per molti anni, posto una consistente e persistente taglia (<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Cuban_Project" target="_blank">vedi operazione mongoose</a>).</p><p>Questo ovunque, ma <strong>non a Miami</strong>. Non nella bolla ideologica. Qui, quelle parole (le prime quattro soprattutto) sono risuonate, semplicemente, come una bestemmia. E, come ogni bestemmia, hanno reclamato la <em>fatwa</em> di un <em>acto de repudio</em>. Il quale <em>acto </em>ha a sua volta imposto al reo – esattamente come, a parti capovolte, accade all’Avana &#8211; l’umiliazione di un <em>auto da fé</em>. Messi di fronte alla prospettiva d’un boicottaggio (si tenga presente che la comunità cubana di Miami ha finanziariamente contribuito in modo determinante alla costruzione del nuovo stadio) i Marlins hanno comminato a Ozzie cinque giornate di sospensione (già dichiarate “insufficienti”). E lo stesso Ozzie ha dovuto, o meglio, ha scelto di sottoporsi all’umiliazione d’una lacrimosa autocritica che – inizialmente consumatasi in una sala del nuovo stadio, mentre all’esterno una folla di trecento anticastristi reclamava la sua testa – è probabilmente destinata a durare in eterno. Perché, a Miami, la mancanza d’odio verso Fidel (per non dir dell’amore) è <strong>un delitto che non conosce perdono</strong>. E che richiede una perenne espiazione. Magari accompagnata, come ai tempi del maccartismo (o come, a parti capovolte, all’Avana) dalla denuncia delle “quinte colonne” del “nemico” nelle fila del baseball…</p><p>Naturalmente, per tutti coloro rimirino gli eventi da luoghi che non siano Miami o l’Avana, il vero scandalo di questa vicenda sta nel fatto che, in un paese libero, <strong>un allenatore è stato punito per aver espresso un’opinione politica.</strong> Ma questa è, come si dice, tutta un’altra storia…</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/ozzie-guillen-auto-miami/203793/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Chi ha ucciso il figlio di Obama?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/27/ucciso-figlio-obama-2/200265/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/27/ucciso-figlio-obama-2/200265/#comments</comments> <pubDate>Tue, 27 Mar 2012 07:16:30 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Craig Sonner]]></category> <category><![CDATA[Florida]]></category> <category><![CDATA[George Zimmerman]]></category> <category><![CDATA[legittima difesa]]></category> <category><![CDATA[NRA]]></category> <category><![CDATA[razzismo]]></category> <category><![CDATA[Skittles]]></category> <category><![CDATA[Stand Your Ground]]></category> <category><![CDATA[Trayvon Martin]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=200265</guid> <description><![CDATA[“È George Zimmerman un razzista? La risposta è: assolutamente no. Esistono motivazioni razziali dietro la tragica morte di Trayvon Martin? La risposta è, ancora una volta: assolutamente no”. Questo ha detto ieri, in un’intervista televisiva, Craig Sonner, che di George Zimmerman è il consigliere legale. Consigliere legale, si badi bene, e non avvocato difensore, perché...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_200266" class="wp-caption alignleft" style="width: 300px"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/images.jpg?47e3a5"><img class="size-full wp-image-200266" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/images.jpg?47e3a5" alt="" width="290" height="174" /></a><p class="wp-caption-text">George Zimmerman (sinistra) e Trayvon Martin</p></div><p>“È <strong>George Zimmerman</strong> un razzista? La risposta è: assolutamente no. Esistono motivazioni razziali dietro la tragica morte di <strong>Trayvon Martin</strong>? La risposta è, ancora una volta: assolutamente no”. Questo ha detto ieri, in un’intervista televisiva, <strong>Craig Sonner</strong>, che di George Zimmerman è <strong>il consigliere legale</strong>. Consigliere legale, si badi bene, e non avvocato difensore, perché – elemento questo essenziale per cogliere la vera matrice dello scandalo che scuote l’America – allo stato attuale George Zimmerman non ha, di fronte alla legge, nulla da cui debba difendersi. George Zimmerman è, al contrario, un cittadino che la legge (una legge nota come “<strong>Stand Your Ground</strong>”) ha alla lettera applicato, aprendo il fuoco contro qualcosa – un ragazzino nero disarmato nel caso specifico – che gli era parso minacciasse la sicurezza sua e quella del quartiere nel quale vive.</p><p><strong>Craig ha quasi sicuramente ragione</strong>. Quel che è davvero accaduto la notte del 26 febbraio è ancora in buona parte avvolto nel mistero, ma da quanto è finora emerso, una cosa appare più che verosimile. <strong>George Zimmerman non è un razzista</strong>. Non lo è nel senso che nulla, in quel che è emerso della sua storia personale, rivela &#8211; anche soltanto in termini vaghi &#8211; i tratti d’un “white supremacist”. E di certo non è stato per odio razziale che ha ammazzato Trayvon.  Eppure il suo crimine – chiamiamolo così anche se per la legge Usa non lo è; anzi, chiamiamolo così proprio perché, in questo caso, <strong>è la legge il vero crimine</strong> – ha davvero un sottofondo razziale che spiega e giustifica l’ondata di proteste che va, in questi giorni, attraversando l’America.</p><p>Ci sono, in questa storia, due grandi e rivelatori paradossi. Il primo è che George Zimmerman, lo sparatore, vanta una storia personale (è un ispano, figlio d’un bianco e d’una peruviana) e un aspetto fisico che in altri tempi avrebbe reso assai problematico un suo ingresso nel Ku Klux Klan. Si può anzi affermare – seguendo, per l’appunto, il filo del paradosso – che se, la notte del 26 febbraio, Zimmerman avesse visto se stesso camminare incappucciato per le strade di Twin Lakes, avrebbe pensato, come pensò vedendo Trayvon, che quell’oscura presenza “non prometteva nulla di buono”. E forse – eludendo gli ordini della vera polizia &#8211; si sarebbe infine affrontato, sparandosi…</p><p>No, George Zimmerman non è un razzista. La sua è la storia d’un ragazzotto con l’ossessione della legge e dell’ordine, <strong>ma non quella d’un razzista</strong>. La storia d’un “poliziotto nell’anima” che – proprio a causa di quest’ossessione – poliziotto non è mai riuscito a diventare. Il suo curriculum è pieno di tentativi respinti d’entrare in una vera polizia e di gesti da improvvisato (e non richiesto) giustiziere. Zimmerman aveva una malsana passione per le armi e passava ore nei supermercati per scoprire, inseguire ed arrestare eventuali taccheggiatori. Nel 2005, Zimmerman era stato denunciato da un poliziotto vero (l’accusa, poi lasciata cadere, era di “resistenza a pubblico ufficiale”) perché aveva interferito nell’operazione d’arresto d’un borseggiatore. Ed è stato questo Zimmerman – dagli ignari cittadini di Twin Lakes nominato “capitano” del gruppo di vigilanza (neighborhood watch) del quartiere – che <strong>la notte del 26 febbraio ha incrociato i suoi destini con quelli di Trayvon Martin</strong>, uno studente nero di 17 anni e di fisico minuto che, a quanto si dice, nella sua breve vita mai aveva litigato con nessuno.</p><p>Zimmerman era armato. Zimmerman stava seguendo quel giovane “sospetto” nonostante le indicazioni della polizia<strong>. E, in queste circostanze, tutto lascia credere che sia stato Zimmerman ad affrontare Trayvon</strong>. Zimmerman dice, però, di aver sparato per legittima difesa. E in Florida il concetto di legittima difesa è stato dilatato, grazie alla “Stand Your Ground”, al punto che, per essere accolto, basta <strong>presentare il conto della propria paura</strong>. E Zimmerman ha avuto paura. Anche Trayvon – e questo è il secondo paradosso &#8211; ha, sicuramente, avuto paura di quello sconosciuto che lo seguiva in macchina. <strong>Ma lui, in tasca, non aveva che le caramelline colorate (gli Skittles) che portava in regalo al fratellino minore…</strong></p><p>Zimmerman non è razzista, è vero. E non è per odio ai neri che ha sparato a Trayvon. Eppure – ritornando a bomba &#8211; il suo è davvero, in senso lato, un crimine razziale. Lo è perché – sebbene nessuno possa dire quel che sarebbe accaduto fosse stato Trayvon di pelle bianca &#8211; così è vissuto in un paese dove ancor oggi essere neri e giovani è una sorta di peccato originale, una colpa da scontare, un’eredità maledetta. Ovunque, anche laddove il razzismo parrebbe essere solo un triste ricordo. E talora (per ragioni storico-sociali che troppo lungo sarebbe qui spiegare) <strong>persino tra gli stessi neri d’America</strong>. “A questo punto della mia vita – disse tempo fa il reverendo Jesse Jackson – è triste dover ammettere che, quando sento dei passi alle mie spalle, spero non si tratti dei passi d’un nero…”.</p><p>La notte del 26 febbraio, questa paura s’è sovrapposta alla realtà <strong>delle leggi da Far West imposte, in rossiniano crescendo, dalla Nra </strong><strong>(la “Stand Your Ground è legge, ormai, in una ventina di Stati)</strong>. Ricordate la battuta chiave del film “Per un pugno di dollari”, quella che dice: “…quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto…”? Trayvor non aveva né il fucile, né la pistola, ma solo un pacchetto di Skittles. Ed era nero. Per questo è morto. <strong>Ed è giusto che oggi, per lui, l’America chieda giustizia. </strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/27/ucciso-figlio-obama-2/200265/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il figlio morto di Barack Obama</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/24/trayvon-figlio-morto-barack-obama/199749/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/24/trayvon-figlio-morto-barack-obama/199749/#comments</comments> <pubDate>Sat, 24 Mar 2012 08:45:20 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[armi da fuoco]]></category> <category><![CDATA[Barack Obama]]></category> <category><![CDATA[Emmet Till]]></category> <category><![CDATA[Florida]]></category> <category><![CDATA[George Zimmerman]]></category> <category><![CDATA[legittima difesa]]></category> <category><![CDATA[NRA]]></category> <category><![CDATA[razzismo]]></category> <category><![CDATA[Stand Your Ground]]></category> <category><![CDATA[Trayvon Martin]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=199749</guid> <description><![CDATA[“Avessi avuto un figlio, oggi assomiglierebbe a Trayvon…”. Questo, invocando un esame di coscienza collettivo (“all of us have to do some soul searching”), ha detto ieri Barack Obama rispondendo ad un giornalista che gli chiedeva di commentare un caso che, nelle ultime settimane, ha con forza rievocato due dei demoni – demoni “paralleli” per...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“Avessi avuto un figlio, oggi assomiglierebbe a Trayvon…”. Questo, invocando un esame di coscienza collettivo (“<em>all of us have to do some soul searching</em>”), ha detto ieri <strong><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/23/obama-avessi-figlio-sarebbe-come-trayvon-stata-tragedia/199645/" target="_blank">Barack Obama</a></strong> rispondendo ad un giornalista che gli chiedeva di commentare un caso che, nelle ultime settimane, ha con forza rievocato due dei demoni – demoni “paralleli” per molti aspetti &#8211; che la democrazia americana mai è riuscita ad esorcizzare del tutto: quello antico del <strong>razzismo</strong> – un peccato originale a più riprese emendato, ma non cancellato – e, ancor più, quello della “paura armata”. O, più esattamente: quello d’una <strong>abnorme diffusione delle armi da fuoco</strong>, alimentata da un altrettanto abnorme (e letale) cultura della difesa personale.</p><p>Trayvon, l’ipotetico figlio maschio del primo presidente afroamericano degli Stati Uniti, è in realtà <strong>Trayvon Martin</strong>, diciassettenne di pelle nera <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/23/ragazzo-colore-ucciso-florida-guardia-armata-perche-indossava-capuccio/199595/" target="_blank">morto ammazzato la notte dello scorso 26 febbraio</a>, in quel di Twin Lakes, uno dei villaggi murati (“gated communities”) sorte in Florida nei dintorni di Orlando, all’ombra di Disney World. Trayvon – uno studente modello che, come Obama, non è affatto un “figlio del ghetto” – si trovava da quelle parti perché proprio lì vive suo padre (da sua madre divorziato e risposatosi). E da quelle parti &#8211; mentre tornava da una visita ad un “7/11”, dove aveva acquistato un pacchetto di “Skittles” (caramelline colorate) ed una bibita (Arizona Cold Tea) per il fratellino minore che vive col padre &#8211; è stato per sua disgrazia avvistato da <strong>George Zimmerman</strong> (un ispano, a dispetto del nome). Zimmerman era (ed è) “capitano” d’un <strong>gruppo di vigilanza volontaria</strong> del quartiere. Ed in quanto tale – questo disse in un’allarmata telefonata al “911”, il numero d’emergenza della polizia – aveva creduto di vedere in quel ragazzino nero con cappuccio che camminava per la strada qualcosa  che “<strong>non prometteva nulla di buono</strong>”.</p><p>Pochi minuti dopo quella telefonata, Trayvon era morto, ucciso da un colpo di pistola in pieno petto. Morto, presumibilmente, proprio a causa di quel “nulla di buono” che il “capitano” aveva scorto nella sua passeggiata notturna. Le raccomandazioni telefoniche della polizia a Zimmerman – perfettamente in linea con la filosofia che, in teoria, ispira tutti i gruppi di vigilanza volontaria (“citizen watch”) – erano state chiarissime.<strong> Non seguire il sospetto, evitare ogni contatto e lasciare che fossero gli agenti a prendersi cura del caso.</strong> Ma Zimmerman aveva evidentemente fatto tutto il contrario. Ovvero: aveva seguito il “sospetto” ed era entrato con lui in contatto, uccidendolo. E proprio questa è &#8211; per concludere la cronaca &#8211;  la vera sostanza della storia. O meglio: la vera fonte dello scandalo. Per lo Stato della Florida – una sorta di campanelliana “Città del Sole” per chi ama portare (ed usare) armi da fuoco – Zimmerman era legalmente autorizzato a circolare con una o più pistole. E del tutto legalmente, con la pistola che legalmente portava, la sera del 26 febbraio, Zimmerman (contro il quale non è stato aperto alcun tipo di procedimento giudiziario) ha ucciso Trayvon Martin. <strong>Perché legalmente?</strong> Perché Trayvon, poco importa quali siano state le circostanze dell’omicidio, <strong>gli faceva paura</strong>. Questo dice una legge che – nota come “<strong>Stand Your Ground</strong> ” (non cedere il passo) ed approvata quasi all’unanimità negli anni in cui governatore era Jeb Bush, il fratello intelligente di “W” – di fatto soggettivizza al massimo livello il concetto di legittima difesa. In sostanza: <strong>basta che uno – poco importa quali siano le circostanze effettive – si senta in pericolo ed è legalmente autorizzato a sparare</strong>.</p><p>Dettaglio di tutt’altro che secondaria importanza. Nata nel 2005 in Florida e subito ribattezzata “shoot first and ask later” (prima spara e poi domanda), la legge “Stand Your ground”  è divenuta – <strong>grazie all’entusiastica e finanziariamente assai ben lubricata promozione  della NRA, la lobby della armi</strong> – un vero e proprio modello. E come tale è stata adottata da un buon numero (13, al momento) di altri Stati.</p><p>Ovvia domanda: a che cosa porterà ora “l’esame di coscienza” che Barack Obama – primo presidente nero ed ipotetico padre di Trayvon – chiede (per ora in termini assai generici) a tutto paese? Qualcuno ha per contrasto e, insieme, per tragica affinità – paragonato questa storia a quella, notissima, <strong>di Emmet Till</strong>, quattordicenne nero di Chicago torturato e ucciso nel 1955 in Mississippi &#8211; dove si trovava per visitare alcuni parenti &#8211; per aver rivolto frasi sessualmente allusive ad una donna bianca.  <strong>Quell’America non esiste più</strong>. Il movimento per i diritti civili ha trionfato alla metà degli anni ’60, le leggi dell’apartheid e della discriminazione sono state quasi tutte cancellate. Il Mississippi è lo oggi lo Stato che vanta più neri eletti d’ogni altra parte dell’Unione. E gli Stati Uniti sono guidati dal primo presidente di pelle non bianca. Eppure ancor oggi, nell’America di Barack Obama, un giovane negro può essere ammazzato legalmente (i massacratori di Emmett Till vennero assolti dai tribunali del Misissippi e beffardamente confessarono poi, in interviste, il loro omicidio) per il solo fatto di imbattersi nella persona sbagliata – una persona legalmente armata, nel caso specifico &#8211; nel luogo sbagliato…Perché<strong>? E perché in un paese dove oltre il 70 per cento della popolazione è favorevole al controllo della vendita e del possesso di armi da fuoco,</strong><strong> la NRA continua (più che mai, sotto Obama) a farla da padrona? </strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/24/trayvon-figlio-morto-barack-obama/199749/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Hugo Chávez, santo prima…</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/26/hugo-chavez-santo-prima%e2%80%a6/193956/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/26/hugo-chavez-santo-prima%e2%80%a6/193956/#comments</comments> <pubDate>Sun, 26 Feb 2012 14:57:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[cancro]]></category> <category><![CDATA[culto della personalita]]></category> <category><![CDATA[Hugo Chavez Frias]]></category> <category><![CDATA[Miguel Angel Perez Pirela]]></category> <category><![CDATA[operazione chirugica]]></category> <category><![CDATA[santo subito]]></category> <category><![CDATA[Venezuela]]></category> <category><![CDATA[VTV]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=193956</guid> <description><![CDATA[Accompagnato da una gran folla di chavisti osannanti, Hugo Chávez è partito venerdì alla volta di Cuba dove, per la seconda volta, verrà operato. Le sue condizioni di salute e la natura del “cancro nella regione pelvica” che l’ha colpito restano, notoriamente, un segreto di Stato. Ma la coreografia della partenza (ricca di elementi religiosi,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Accompagnato da una gran folla di chavisti osannanti, <strong>Hugo Chávez</strong> è partito venerdì alla volta di Cuba dove, per la seconda volta, verrà operato. Le sue condizioni di salute e la natura del “cancro nella regione pelvica” che l’ha colpito restano, notoriamente, un segreto di Stato. Ma la coreografia della partenza (ricca di elementi religiosi, a cominciare da<a href="http://www.vtv.gob.ve/index.php/nacionales/77736-chavez-promete-luchar-y-regresar-para-ponerse-al-frente-de-la-batalla-del-7-octubre" target="_blank"> <strong>un’immagine di Cristo in bella mostra sul parabrezza dell’auto presidenziale</strong>)</a> e, soprattutto, il discorso di Chávez – dal medesimo Chávez concluso con un <strong>“Viva Chávez!”</strong> che a prima vista sembra soltanto uno dei suoi molti e non di rado grotteschi momenti d’auto-incensamento – hanno tuttavia inequivocabilmente testimoniato l’inizio (o, per meglio dire la furiosa accelerazione) d’un <strong>ormai non più dissimulato processo di beatificazione.</strong> Come – a suo modo con molta efficacia – ha spiegato ieri in un editoriale televisivo (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=XHSi5AvWGto&amp;feature=player_embedded" target="_blank">clicca qui per vedere il video</a>) <strong>Miguel Ángel Pérez Pirela</strong>, uno dei più prostrati e “mistici” (Minzolini è, a suo confronto, un laico ed un dilettante) tra i giornalisti che, dagli schermi di <strong>VTV (uno dei canali di Stato) </strong>cantano abitualmente le lodi del gran capo.</p><p>Chávez, ci fa sapere un Pirela in stato di religioso rapimento, ha gridato “viva Chávez!” perché ormai <strong>trascende la propria dimensione fisica</strong>. Anzi: perché ormai <strong>trascende le “dimensioni spazio-temporali” di se stesso, del suo popolo e, presumibilmente, anche della Storia</strong>. Insomma, perché ormai altro non è che puro spirito, una divinità, un’idea destinata a vivere in eterno, oltre le effimere miserie di questa valle di lacrime. E come tale – sia quel che sia della sua (ormai superflua) dimensione fisica – Egli (inevitabile la maiuscola) sarà presente (e presente per vincere) nelle elezioni del 7 di ottobre. Santo subito, dunque. O, ancor meglio: <strong>santo prima</strong> (prima ovviamente d’essere – come vuole una frase fatta universalmente usata, ma particolarmente adeguata per beati, o beatificandi – passato a miglior vita). <em>Por si a caso</em>, giusto in caso che qualcosa non vada per il verso giusto nella sala operatoria dell’Avana o nel decorso post-operatorio….</p><p>Che dire? Credo che ad ogni persona sensata (e particolarmente ad ogni persona sensata di sinistra) non resti, a questo punto, che unirsi al coro di quanti (amici e nemici) si augurano che i tre Hugo Chávez in carne ed ossa – l’uomo, il presidente in carica ed il candidato – ritornino tutti perfettamente guariti ed in splendida forma da Cuba. Guariti anche, se possibile (ma su questo sono, lo confesso, del tutto pessimista), da quella terribile malattia (un tempo frutto dell’infantilismo, oggi della decadenza senile) che va sotto il nome di <strong>“culto della personalità”.</strong> Come si direbbe a Genova: “Emmo za daeto”. La sinistra (quella comunista in particolare) ha, in questo campo, già dato molto più di quel che avrebbe dovuto. Non sono necessarie repliche. Specie se in forma di caricatura&#8230;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/26/hugo-chavez-santo-prima%e2%80%a6/193956/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Cuba, mezzo secolo di embargo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/11/cuba-mezzo-secolo-embargo/190376/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/11/cuba-mezzo-secolo-embargo/190376/#comments</comments> <pubDate>Sat, 11 Feb 2012 08:33:57 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[cessna]]></category> <category><![CDATA[Clinton]]></category> <category><![CDATA[cuba]]></category> <category><![CDATA[embargo]]></category> <category><![CDATA[Gerald Ford]]></category> <category><![CDATA[hermanos al rescate]]></category> <category><![CDATA[Jimmy Carter]]></category> <category><![CDATA[mariel]]></category> <category><![CDATA[obama]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=190376</guid> <description><![CDATA[Lo scorso 7 di febbraio ha compiuto mezzo secolo l’embargo statunitense contro Cuba. E giusto mi sembra, in questa storica ricorrenza, tornare a celebrarne gli indiscussi e duraturi meriti. “Indiscussi” nel senso che da molto tempo &#8211; con la pressoché unica, ovvia esclusione di quel mondo a parte, feroce e insieme patetico, che va sotto...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso 7 di febbraio ha compiuto mezzo secolo <strong>l’embargo statunitense contro Cuba</strong>. E giusto mi sembra, in questa storica ricorrenza, tornare a celebrarne gli indiscussi e duraturi meriti. “Indiscussi” nel senso che da molto tempo &#8211; con la pressoché unica, ovvia esclusione di quel mondo a parte, feroce e insieme patetico, che va sotto il nome di “esilio cubano” &#8211; nessuno ne discute, non solo la storica ingiustizia, ma anche la totale e ormai decisamente caricaturale incongruenza. E, nel contempo, “duraturi” perché del tutto evidente è come, a dispetto della (o, paradossalmente, grazie alla) sua intrinseca e arcaica stupidità, l’embargo sia in realtà destinato a restare tra noi ancora per molti anni.</p><p>Le ragioni di tanta resistenza non sono, in realtà, affatto enigmatiche. L’embargo sopravvive e sopravvivrà (di fatto, anzi, già è brillantemente sopravvissuto all’elezione d’un presidente, <strong>Barack Obama</strong>, che prima di diventar tale sempre si era dichiarato contrario) perché tanto il regime castrista, quanto le rappresentanze politiche dell’esilio cubano negli Stati Uniti, desiderano che sopravviva. Il primo per la semplice ragione che proprio nell’eroica resistenza all’assedio del “Golia del nord” vede le ragioni storiche della propria esistenza e la giustificazione di tutti i propri fallimenti. Le seconde, per ragioni specularmente opposte. Ovvero: perché anche per loro l’embargo è diventato un modo d’essere, un mestiere, una cattiva abitudine, il frutto avvelenato d’un neppure troppo occulto desiderio di congelare la Storia, per nascondere la realtà d&#8217;una sconfitta storica (quella del ’59) le cui più profonde ragioni si rifiutano – per un istinto di sopravvivenza analogo a quello del regime che affermano di combattere – di analizzare ed accettare.</p><p>Ma l’embargo sopravvive a se stesso e all’ovvia assurdità della propria esistenza soprattutto perché Cuba è ormai diventata, per il governo degli Stati Uniti d’America, <strong>un problema di politica interna</strong>. Laddove, ovviamente, al termine “politica” s’attribuisce il meno nobile e più meschino dei suoi possibili significati. A determinare la politica cubana degli Usa è ormai – svanito anche il ricordo degli anni della Guerra Fredda e della “minaccia sovietica” – soltanto il desiderio di accaparrarsi i voti d’uno Stato, la<strong> Florida</strong>, divenuto fondamentale (ricordate la farsa dell’anno 2000?) in ogni competizione presidenziale. E nel quale da sempre fondamentale, soprattutto nella contea di Miami-Dade, è il voto dei cubani dell’esilio. Non è un caso che, proprio nel pieno della Guerra Fredda, gli Stati Uniti abbiano messo in campo, prima con Gerald Ford e poi con Jimmy Carter, i due unici seri tentativi di normalizzare le relazioni con Cuba. Il primo interrotto dall’intervento cubano in Angola (1975), il secondo (1980) dalla vicenda del Mariel (il biblico esodo di 130.000 cubani dall’omonimo porto).</p><p><strong>Un terzo momento di possibile apertura</strong> – caratterizzato da un interessante e aspro confronto tra l’ala dura e l’ala “aperturista” dell’esilio – venne stroncata nel 1996 dall’abbattimento (quasi certamente in acque internazionali) di due arei Cesna de “los Hermanos al Rescate” (un gruppo dedito al salvataggio dei “balseros” che tentano su barche improvvisate di attraversare lo stretto della Florida per abbandonare Cuba) da parte dell’aviazione cubana. Quattro persone (cubane d’origine, ma con cittadinanza Usa) morirono. E, con loro, morì la speranza di modificare la pietrificata realtà delle relazioni tra Cuba e gli Usa. Meno d’una settimana dopo l’abbattimento dei Cesna, il Congresso Usa approvò (e Clinton entusiasticamente firmò) la cosiddetta legge Helms-Burton (da Jimmy Carter definita “la più stupida mai approvata negli Stati Uniti d’America”). O, più esattamente, quel Cuban Liberty and Solidarity Act che trasformava l’embargo – fino ad allora soltanto un decreto presidenziale – in una legge federale ed in una aberrante <strong>violazione del diritto internazionale</strong> (tanto aberrante che alcune delle sue più impresentabili parti vengo ogni anno, da sedici anni, &#8220;sospese&#8221; con decreto presidenziale).</p><p>Questo è oggi l’embargo contro Cuba. Un frammento di passato, un malcostume alimentato dalla propria impudicizia. Una prova di anacronistica imbecillità, se giudicata col metro della politica internazionale. Una testimonianza di opportunismo, se giudicata col metro della politica interna Usa. E una ormai grottesca fonte (per la più grande potenza del mondo) di periodiche brutte figure in quel dell’Assemblea Generale dell’Onu dove, da ben oltre un decennio, ogni anno viene approvata con soverchiante maggioranza (194 contro 2, l’ultima volta) una <strong>mozione di condanna</strong> dell’embargo.</p><p>La domanda, da mezzo secolo a questa parte, è: fino a quando?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/11/cuba-mezzo-secolo-embargo/190376/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Cuba, il potere che rincitrullisce</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/26/cuba-potere-rincitrullisce/186646/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/26/cuba-potere-rincitrullisce/186646/#comments</comments> <pubDate>Thu, 26 Jan 2012 16:11:29 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Armando Ochoa]]></category> <category><![CDATA[cuba]]></category> <category><![CDATA[Cubadebate]]></category> <category><![CDATA[Dissidentes]]></category> <category><![CDATA[Fidel Castro Ruz]]></category> <category><![CDATA[Massimo Cavallini]]></category> <category><![CDATA[Wilman Villar Mendoza]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=186646</guid> <description><![CDATA[Sfidando le ire dei “benaltristi”, ritorno brevemente sulla vicenda di Wilman Villar, il detenuto – un volgare, anzi, un volgarissimo “delinquente”, secondo le autorità cubane – morto in carcere al termine d’uno sciopero della fame che (sempre secondo le autorità cubane) mai è esistito. Lo faccio non perché, come ha sostenuto un recentissimo editoriale del Granma,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/01/fidel.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-medium wp-image-186727" title="Fidel Castro" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/01/fidel-230x300.jpg?47e3a5" alt="" width="230" height="300" /></a>Sfidando le ire dei “benaltristi”, ritorno brevemente <strong>sulla vicenda di <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/22/requiem-per-villar-mendoza-delinquente-cubano/185575/" target="_blank">Wilman Villar</a></strong>, il detenuto – un volgare, anzi, un volgarissimo “delinquente”, secondo le autorità cubane – morto in carcere al termine d’uno sciopero della fame che (sempre secondo le autorità cubane) mai è esistito. Lo faccio non perché, come ha sostenuto un recentissimo editoriale del <em>Granma</em>, desidero che le “potenze imperiali” facciano a Cuba quel che han fatto nella Libia di Gaddafi, ma perché a suo modo molto interessante è analizzare quel che sul tema ha scritto ieri il più prestigioso dei blogger filogovernativi. Vale a dire: <strong>Fidel Castro Ruz</strong>, fino a non troppo tempo fa “primer segretario del Partido Comunista de Cuba, presidente del Consejo de Estado y de  Ministros”, nonché, ovviamente, “comandante en jefe”.</p><p>Titolo della riflessione di Fidel (come sempre pubblicata da <a href="http://www.cubadebate.cu/reflexiones-fidel/2012/01/25/la-fruta-que-no-cayo/" target="_blank"><strong>Cubadebate</strong></a>): “La frutta che non cadde”. Laddove per frutta s’intende, naturalmente, la medesima Cuba, mela<strong> da sempre agognata dall’Impero, </strong><strong>ma &#8211; grazie alla rivoluzione – sempre saldamente rimasta attaccata al ramo della sua indipendenza.</strong> Per Fidel, infatti, proprio questo è il caso di Wilman Villar Mendoza: null’altro che l’ultimo (ed ovviamente vano) tentativo di “scuotere l’albero”. O, più esattamente, l’ultima menzogna ad arte elaborata dai nemici della rivoluzione per “far cadere la frutta”.</p><p>La brevità non è mai stata, notoriamente, tra le più spiccate virtù di Fidel Castro. E quest’ultima riflessione non fa, in alcun modo, eccezione. Anche in quest’occasione, infatti, il comandante en jefe non manca di dilungarsi assai nella rielaborazione delle ragioni per le quali l’impero mai è riuscito (e mai riuscirà) a mettere le mani su quella che il presidente <strong>William McKinley</strong> durante la guerra Ispano-americana ebbe a definire “that infernal little republic”, quella piccola infernale repubblica. Lo fa, Fidel, da par suo, tra mito (il mito di se medesimo) e Storia. Ma lo fa, ancora una volta, <strong>con più d’una buona ragione</strong>. Poiché non v’è dubbio alcuno: per quanto miserando possa apparire, oggi, il punto d’arrivo della rivoluzione castrista, proprio in questo –<strong> </strong><strong>nell’aver creato una</strong><strong> “identità cubana” di fronte alle pretese coloniali o neo-coloniali del “grande vicino del nord” </strong>– sta la grandezza di quello che, nel bene o nel male, è stato per almeno 40 anni l’elemento cardine nella storia delle relazioni tra il nord ed il sud delle Americhe.</p><p>E fin qui tutto bene. Il male comincia quando Fidel viene, come si dice, al punto. Ovvero: quando spiega per quali ragioni ciò che i <strong>nemici della rivoluzione </strong>scrivono del caso Wilman Villar è soltanto una menzogna. Wilman, dice Fidel, è un semplice “delinquente”, morto in carcere a dispetto dell’esemplare assistenza medica,<strong> perché questo è quello che scrive il Granma</strong>. “Un giornalista del Granma…o di qualunque organo rivoluzionario – recita la riflessione – può equivocarsi nell’analisi d’un avvenimento. Ma giammai fabbricherebbe una notizia o s’inventerebbe una menzogna”. Tutto qui.</p><p>La cosa – è inutile tornare a spiegare le ragioni per le quali la versione governativa dei fatti appare impresentabile – fa, come si usa dire, ridere i polli. Ed ancor più ridicola appare, per contrasto, se messa a confronto con la grandiosità delle premesse storico-etiche della riflessione. Sicché questa è l’inevitabile domanda. Come può un uomo che è stato tra i grandi protagonisti – scriverei i giganti, non temessi di unirmi al coro d’un culto che già tanti danni ha procurato a sinistra – scrivere una simile panzana?</p><p>Qualcuno potrebbe essere tentato di tirare in ballo lo stato di salute mentale d’un uomo che, ormai 86enne, nelle sue ultime apparizioni pubbliche è apparso a molti assente, svanito. Ma io credo sarebbe un errore. Perché, per quanto invecchiato possa essere l’un tempo vulcanico cervello di Fidel, la verità è che questo tipo di – chiamiamola così – demenza senile affonda le sue radici in qualcosa di più intrinseco, non alla sola rivoluzione castrista, ma <strong>ad ogni regime nel quale il potere quale venga, per troppo tempo, praticato</strong><strong> in forma assoluta</strong>. Ci sono, a Cuba, dei precedenti. Qualcuno ricorda il processo-farsa che, nel 1989, mandò a morte per complicità in traffici di droga<strong> il generale Armando Ochoa</strong>? Quel processo – una vergogna per chiunque abbia un minimo rispetto dello stato di diritto – venne trasformato dal regime in un video che doveva, nelle intenzioni, essere uno strumento di propaganda per esportazione. Qualcuno ricorda la <strong>“primavera nera”</strong> del marzo 2003 (un’altra indelebile vergogna)? I dettagli di quell’operazione divennero un libro – <strong>“Dissidentes”</strong> – che è, ancor oggi, il più completo atto d’accusa contro un regime poliziesco, lo specchio d’una società squallidamente fondata sulla reciproca delazione dei suoi membri…</p><p>L’età può, nel caso di Fidel, aver giocato la sua parte. Ma il punto vero – volendo parafrasare la più abusata massima andreottiana – è che è <strong>il potere assoluto quello che rincitrullisce chi ce l’ha</strong>. Il castrismo quel potere ce l’ha avuto per oltre mezzo secolo. E da quel potere è stato rincitrullito. Come si diceva un tempo: una risata lo seppellirà…</p><p><em>(Foto: LaPresse)</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/26/cuba-potere-rincitrullisce/186646/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Requiem per Villar, &#8220;delinquente&#8221; cubano</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/22/requiem-per-villar-mendoza-delinquente-cubano/185575/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/22/requiem-per-villar-mendoza-delinquente-cubano/185575/#comments</comments> <pubDate>Sun, 22 Jan 2012 11:01:39 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[amnesty international]]></category> <category><![CDATA[cuba]]></category> <category><![CDATA[Massimo Cavallini]]></category> <category><![CDATA[morte]]></category> <category><![CDATA[Orlando Zapata Tamayo]]></category> <category><![CDATA[prigioniero di coscienza]]></category> <category><![CDATA[sciopero della fame]]></category> <category><![CDATA[Wilman Villar Mendoza]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=185575</guid> <description><![CDATA[Sì, lo so, accade ben altro nel mondo. E in tutto il mondo c’è gente che muore in carcere. Ma io credo valga egualmente la pena esaminare nei dettagli il caso di Wilman Villar Mendoza, morto venerdì mattina in una prigione di Santiago di Cuba, al termine di uno sciopero della fame durato quasi due...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Sì, lo so, accade ben altro nel mondo. E in tutto il mondo c’è gente che muore in carcere. Ma io credo valga egualmente la pena esaminare nei dettagli il caso di <strong>Wilman Villar Mendoza</strong>, morto venerdì mattina in una prigione di Santiago di Cuba,<strong> al termine di uno sciopero della fame </strong>durato quasi due mesi. O – per quanti preferiscano adeguarsi alla versione ufficiale – il caso del “delinquente” Wilman Villar Mendoza, morto, nonostante le cure tempestivamente e generosamente somministrategli dallo Stato le cui leggi egli aveva infranto, per un’inarrestabile forma di setticemia nell’ospedale Juan Bruno Zayas, dove era stato trasferito d’urgenza una settimana fa.</p><p>Perché vale la pena? Per due fondamentali e piuttosto ovvi motivi. Il primo: perché – grande o piccola che sia – quella di Wilman Villar Mendoza è, comunque, la storia di <strong>un’ingiustizia</strong>. Il secondo: perché chiudere gli occhi di fonte a un’ingiustizia – grande o piccola che sia – è come chiudere gli occhi di fronte a tutte le ingiustizie. O, se si preferisce, all’universale ingiustizia, all’eterna prepotenza dei carnefici di cui questo caso non è che un infinitesimo ma nitidissimo frammento.</p><p>Partiamo, come si usa dire, dai fatti. Anzi, partiamo dai fatti così come vengono descritti nella versione ufficiale del governo cubano, puntualmente ripresa, con assoluta sintonia d’accenti, dalla pletora di blog “indipendenti” che il governo cubano gestisce. Contrariamente a quanto sostengono i nemici (interni ed esterni) della Patria che oggi volteggiano come avvoltoi attorno al cadavere, afferma il governo, <strong>Wilman non era né un “dissidente”, né era in sciopero della fame</strong>. E in prigione era finito – come risulta da “abbondanti e inequivocabili prove”  &#8211; per avere prima brutalizzato sua moglie nel corso d’una lite domestica e, quindi, per aver opposto resistenza all’intervento degli agenti in difesa della consorte maltrattata. La sua morte, prosegue il comunicato governativo, è infine sopraggiunta, nonostante il prodigarsi dei medici, per una malattia contratta quando ancora era fuori dal carcere.<br /> <em><br /> “Cuba </em>– conclude la nota – <em>si rammarica per la morte di qualunque essere umano; condanna energicamente le grossolane manipolazioni dei nostri nemici, e saprà smantellare questa nuova aggressione</em> (quella di quanti vogliono far passare Wilman per una vittima della repressione politica ndr) <em>con la verità e con la fermezza che caratterizzano il nostro popolo”</em>.</p><p>Il caso sembra la replica, quasi esatta, di quello, ormai vecchio di quasi due anni, di <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Orlando_Zapata_Tamayo" target="_blank">Orlando Zapata Tamayo</a></span>.</strong> Anche lui morto in carcere al termine d’uno sciopero della fame. E anche lui prontamente qualificato – dal governo cubano e dalle sue varie appendici, inclusa quella italiana &#8211; come “delinquente comune”. Zapata era, per i castristi d’ogni latitudine, un “asociale cronico”, un violento che neppure il carcere era riuscito a domare, costringendo le autorità a trasformare una condanna iniziale a quattro anni per <em>desacato </em>(mancanza di rispetto verso l’autorità), in un virtuale ergastolo di 36 anni.</p><p>Nel caso di Zapata, arrestato durante una pacifica manifestazione di protesta per la cosiddetta “primavera negra” &#8211; marzo del 2003 &#8211; e riconosciuto da Amnesty International come “prigioniero di coscienza”, gli atti violenza consumati in carcere (e sfociati in un sciopero della fame durate 86 giorni), consistevano nella richiesta di vedersi riconosciuti i <strong>diritti di detenuto politico</strong>. O, per dirla con sua madre, per vedersi riconosciuti gli stessi diritti che, a suo tempo, dopo l’assalto al Cuartel Moncada, il tirannico regime di Fulgencio Batista aveva riconosciuto al prigioniero <strong>Fidel Castro Ruz.</strong></p><p>Nel caso di Wilman Villar, arrestato lo scorso novembre durante una manifestazione antigovernativa a Santiago, la storia è ancor più squallidamente semplice (o semplicemente squallida). Finito in carcere, Wilman è stato processato, non per i reati commessi (o meglio, non commessi) durante la protesta, bensì per un incidente familiare accaduto quattro mesi prima, a luglio.</p><p>Che cosa sia esattamente accaduto quel giorno non è chiaro. Forse Wilman aveva davvero colpito, come sostiene il governo, sua moglie Maritza, o forse no. Quel che è certo è che l’accusa – dissoltasi dopo che tutte le denunce in proposito erano state ritirate – è stata d’autorità riesumata dopo l’arresto di novembre. E che è quindi diventata, pochi giorni dopo quell’arresto, oggetto d’un<strong> processo a porte chiuse</strong>, durato meno di due ore, durante le quali non è stata ascoltata <strong>alcuna testimonianza</strong>. Nessuna, nemmeno quella di Maritza &#8211; la “vittima” i cui diritti la giustizia cubana afferma d’aver difeso &#8211; che oggi dice: “Lo hanno ammazzato”.</p><p>Il “delinquente” Wilman Villar era in sciopero della fame perché si considerava (e con tutte le ragioni del mondo) vittima d’un abuso. Una piccola storia la sua. Nel mondo, è vero, accade ben altro. Ed è proprio nel nome di questo “ben altro” – ormai da tempo divenuto l’unico sostegno morale di regimi profondamente immorali &#8211; che mi pare sia giusto, oggi, soffermarsi, un attimo almeno, a considerare questo minuscolo brandello di vita e di morte. Giusto il tempo per gridare di fronte ai carnefici (da qualunque pulpito essi scrivano):<strong> “Anch’io sono un delinquente”.</strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/22/requiem-per-villar-mendoza-delinquente-cubano/185575/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Un &#8220;Che&#8221; fuoriserie</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/14/fuoriserie/183698/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/14/fuoriserie/183698/#comments</comments> <pubDate>Sat, 14 Jan 2012 08:48:41 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[car pooling]]></category> <category><![CDATA[Che Guevara]]></category> <category><![CDATA[Cia]]></category> <category><![CDATA[cuba]]></category> <category><![CDATA[esilio]]></category> <category><![CDATA[la coubre]]></category> <category><![CDATA[mercedes]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=183698</guid> <description><![CDATA[Scandalo! La Mercedes Benz, marchio di lusso per antonomasia, ha utilizzato l’immagine del Che Guevara – “el guerrillero heroico”, secondo la mitologia castrista &#8211; nel corso d’una iniziativa promozionale organizzata in quel di Las Vegas, città che della morale capitalista è, per molti aspetti, il più fedele e rilucente specchio. Ma a stracciarsi le vesti...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Scandalo! La<strong> Mercedes Benz</strong>, marchio di lusso per antonomasia, ha utilizzato l’immagine del<strong> Che Guevara</strong> – “el guerrillero heroico”, secondo la mitologia castrista &#8211; nel corso d’una iniziativa promozionale organizzata in quel di <strong>Las Vegas</strong>, città che della morale capitalista è, per molti aspetti, il più fedele e rilucente specchio. Ma a stracciarsi le vesti in pubblico, non sono stati, in quest’occasione, i rivoluzionari di tutto il mondo, in grande maggioranza ormai mitridatizzati di fronte all’uso della propria icona come marchio commerciale (e anzi, da tempo, essi stessi più che desiderosi – come può testimoniare chiunque abbia visitato un qualsivoglia negozio per turisti a Cuba – d’abbandonarsi a un analoga pratica). No. A gridare allo scandalo sono stavolta – e non è la prima volta – <strong>i cubani dell’esilio</strong>. O, per meglio dire, quella specifica parte dell’esilio che (numericamente minoritaria, ma ancora, per molti aspetti, politicamente egemone) va sotto il nome di <strong>“linea dura”</strong> (dura, vien da dire, soprattutto di comprendonio). Il Che Guevara – questo il senso ultimo d’una protesta che, in un fiorire di minacce di perenne boicottaggio del marchio, non ha esitato ad avanzare paragoni con Adolf Hitler e con Iosif Vissarionovich Dzhugashvili, detto Stalin – <strong>altro non è che un assassino</strong>. Ed è – di fronte agli eredi delle sue molte vittime – inammissibile che una compagnia automobilistica utilizzi la sua immagine per farsi pubblicità…</p><p>In realtà la Mercedes – che, in un eccesso di zelo, già si è affrettata a scusarsi per quella che, a torto, oggi considera una gaffe – l’immagine del Che l’aveva usata, non per fare pubblicità alle proprie auto (difficilmente associabili al Che), bensì nel quadro d’una rara e, tutto sommato, meritoria campagna a favore del cosiddetto <strong>“car pooling”</strong>. Ovvero: dell’uso in comune d’una sola auto per ridurre le spese energetiche ed il volume di traffico nelle ore di punta. Il “car pooling” – questo era il senso del messaggio – viene di norma considerata, negli Usa, una “pratica comunista”. E se davvero così è, allora<strong> “viva la revolución!”</strong>. Sullo sfondo, una gigantografia della più classica delle immagini del Che, con basco nero e stella. <strong>Non quella rossa della tradizione comunista, per una volta, ma quella a tre punte della Mercedes…</strong></p><p>Accolta con un benevolo sorriso a Las Vegas (e presumibilmente in tutto il resto del mondo), la cosa ha suscitato una tempesta a Miami. E assai interessante è notare come, tra le molte voci levatesi contro l’esibizione dell’immagine dell’“assassino” Che Guevara, vi fosse quella di <strong>Felix Rodríguez</strong>. Vale a dire: dell’esiliato cubano divenuto agente della Cia che il Che<strong> ha assassinato (o fatto assassinare) a sangue freddo,</strong> dopo la sua cattura in Bolivia.<strong> </strong><strong>Dietro di lui – in urlante coro – molti dei dirigenti politici che, in questi anni, hanno difeso ed esaltato come “eroi” personaggi della statura di </strong><strong>Orlando Bosh e Luís Posada Carriles</strong>, responsabili di atti di terrorismo che, in diverse circostanze, hanno (a Cuba o altrove) assassinato decine di civili…</p><p>Chi è, dunque, in questa storia di rivoluzioni, controrivoluzioni e automobili di lusso il vero assassino? In che direzione deve andare l’indignazione? Io credo che – se proprio indignazione deve essere – questa debba andare in direzione della stupidità e dell’ipocrisia, due virtù che la “linea dura” di Miami da oltre mezzo secolo espone con inusitata generosità.<strong> E che, con inusitata generosità, </strong><strong>è oggi forse l’ultimo vero (seppur assolutamente involontario) supporto di quel che resta del castrismo.</strong></p><p>Gli esiliati cubani hanno, ovviamente, almeno in parte ragione. Ernesto Che Guevara fu un rivoluzionario radicale. E fu, come tale &#8211; basta leggere i suoi scritti &#8211; profondamente convinto che la violenza fosse un indispensabile strumento del cambiamento. Il Che credeva nella pena di morte e la applicò senza riserve – non solo contro gli aguzzini del regime batistiano – dopo il trionfo della rivoluzione. Tutto questo è parte della storia e merita, indubbiamente, d’essere rivisitato e giudicato, soprattutto alla luce dei successivi sviluppi del processo rivoluzionario. Ma per farlo nel modo giusto occorre partire dal punto giusto. Dall’immagine oltre l’immagine.</p><p>Il ritratto dell’“eroico guerrigliero” che la Mercedes ha utilizzato è, naturalmente, il più famoso ed abusato. Quello – che per primo commercializzato dal nostro Feltrinelli – venne estratto da una fotografia scattata da Alberto Korda. Quando e dove fu scattata quella fotografia? Porto dell’Avana, 4 marzo 1960, primo pomeriggio. Poco dopo le tre, <strong>La Coubre, una nave belga che trasportava armi e munizioni era saltata per aria – sicuramente per un attentato della Cia, il primo d’una lunga serie – uccidendo almeno un’ottantina di persone e ferendone centinaia.</strong> Il Che era stato trai primi ad accorrere sul luogo. E non credo che, in quelle circostanze, fosse lui l’assassino…</p><p>Morale della favola? Forse nessuno. O uno soltanto: forse è giunto il tempo di lasciare, per sempre, l’icona del Che alla Mercedes, o a chiunque la ritenga utile per le sue campagne pubblicitarie.  Ed è anche giunto, anzi, è soprattutto giunto il tempo &#8211; messi finalmente da parte demoni e santini &#8211; di <strong>riaprire il libro di storia</strong>. Per capire. E, se Dio vuole, per voltare pagina&#8230;<strong></strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/14/fuoriserie/183698/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Romney, quel che passa il convento</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/12/romney-quel-passa-convento/183158/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/12/romney-quel-passa-convento/183158/#comments</comments> <pubDate>Thu, 12 Jan 2012 08:21:11 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[elezioni usa]]></category> <category><![CDATA[Mitt Romney]]></category> <category><![CDATA[primarie]]></category> <category><![CDATA[repubblicani]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=183158</guid> <description><![CDATA[Volendo parafrasare, per contrasto, le antiche e poetiche note che Claudio Ferretti dedicò, via radio, al campionissimo Fausto Coppi (Giro d’Italia del 1949, tappa Cuneo-Pinerolo), così potrebbe esser descritto, tagliato il traguardo del New Hampshire, l’andamento della corsa delle primarie repubblicane: “…un uomo solo è al comando, la sua maglia è senza colore e senza...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Volendo parafrasare, per contrasto, le antiche e poetiche note che Claudio Ferretti dedicò, via radio, al campionissimo Fausto Coppi (Giro d’Italia del 1949, tappa Cuneo-Pinerolo), così potrebbe esser descritto, tagliato il traguardo del New Hampshire, l’andamento della corsa delle primarie repubblicane: <strong>“…un uomo solo è al comando, la sua maglia è senza colore e senza colore è il suo carisma. Il suo nome è Willard “Mitt” Romney…ed a lui quasi certamente toccherà, il prossimo novembre, sfidare Barack Obama nella corsa per la Casa Bianca&#8230;</strong> “.</p><p>Analogie e differenze. Come Fausto Coppi nella super-tappa del ’49, anche Romney è, riuscito ad arrivare là dove nessuno &#8211; nemmeno il beato Ronald Reagan &#8211; era, prima di lui arrivato. Ovvero: è riuscito a vincere &#8211; con un <em>uno-due</em> da molti politologi ritenuto decisivo – in Iowa e in New Hampshire. Ma tutto indica che, contrariamente a Fausto Coppi, ben difficilmente riuscirà, grazie a questa impresa &#8211; premessa d’una ormai quasi certa <em>nomination </em>- ad entrare nel mito. E più che certo, in ogni caso, è che – finisca come finisca la battaglia delle primarie – l’entusiasmo che oggi circonda l’irresistibile marcia dell’ex governatore del Massachusetts appare, nel variegato mondo della destra americana, molto simile a una sorta di angosciata perplessità,  marcata da un implicito, ma udibilissimo quesito<strong>: possibile che non si trovi un’alternativa? </strong></p><p>Ovvia domanda: <strong>per quale ragione un tanto sbiadito concorrente sembra destinato a vincere – e vincere per distacco – la battaglia per la nomination repubblicana?</strong> Rispondere è facilissimo e, al tempo stesso, estremamente difficile. Facilissimo perché dietro Romney non c’è alcun Bartali. O, fuor di metafora, perché proprio questo – l’incolore Mitt Romney – è, con tutta evidenza, il meglio (o il meno peggio) che passa oggi il convento del Grand Old Party. E nel contempo molto difficile, perché alquanto complicato è, in effetti, mettere a fuoco il panorama nel quale questo “meno peggio” è, nell’ultimo anno, venuto tanto poco trionfalmente avanzando. <strong>Gli storici – o, per meglio dire, quella specifica e molto ferrata branca della storiografia presidenziale che analizza la relazione tra voto e situazione economica &#8211; non danno a Barack Obama, cifre alla mano, </strong><strong>alcuna via di scampo</strong>. In questi chiari di luna – difficilmente illuminabili nei prossimi dieci mesi, nonostante qualche confortante dato nelle ultime settimane – le possibilità di rielezione del presidente in carica sono di fatto, affermano, assai prossime allo zero. E in campo repubblicano grande dovrebbero in teoria essere, specie dopo i trionfi nelle elezioni di mezzo-termine, l’ansia di partecipazione, e la qualità, degli aspiranti alla presidenza. E invece…</p><p>E invece tutto quello che il partito è riuscito a mettere assieme non è – con la sola, ma assai insipida eccezione di Romney – che un patetico assemblaggio di (prevalentemente) vecchie e nuove facce tutte accompagnate dalla scritta “unelectable”, ineleggibile. <strong>Anche Mitt Romney era (e resta) in realtà – nonostante il suo patetico tentativo di presentarsi come un “uomo d’affari”, guidato soltanto dalla “invisibile mano” del mercato &#8211; </strong><strong>un vecchio (e spesso perdente) arnese della politica</strong> (avremo modo di raccontare più in dettaglio la sua storia). Entrato carico di danari come grande favorito nella corsa del 2008, Mitt era stato infine battuto da un candidato – il 72enne John McCain, dato per morto ancor prima che la contesa ufficialmente partisse – la cui principale virtù era per l’appunto, agli occhi dei votanti repubblicani, quella di non essere Romney&#8230;</p><p><strong>Mitt Romney, semplicemente, non piace</strong>. Non piace ai conservatori più accesi. Non piace ai libertari (o a quella molto americana versione dell’idea libertaria, che detesta ogni potere, tranne quello economico). Non piace nemmeno ai moderati. Non piace perché tutti &#8211; conservatori, libertari e moderati &#8211; lo considerano <strong>un surrogato, una bambola gonfiabile, un campione di non-autenticità</strong>. Non piace al punto che, anche stavolta, la ricerca del non-Romney è stato l’elemento centrale della lunga stagione delle pre-primarie. A turno, i sondaggi hanno concesso a tutti una chance. Ma soltanto a uno – al primo, <strong>Rick Perry, governatore del Texas</strong> &#8211; con una almeno teorica possibilità di successo, peraltro subito dissoltasi al calore di due convergenti fattori: la goffaggine esibita da Perry in tutti i dibattiti e un inatteso (da Perry) attacco “da destra” in materia di politica immigratoria (Romney e gli altri lo hanno spellato vivo, davanti alle telecamere, perché, in Texas, non aveva – orrore! &#8211; vietato l’accesso alla scuola ai figli degli immigrati illegali). Tutti gli altri – Ron Paul (il cui caso tuttavia, merita un discorso a parte), Herman “9-9-9” Cain, Gingrich, Santorum…) – non sono in effetti stati che “flashes in the pan”, brevi miraggi, effimere prove di quella che, dietro i “trionfi” di Romney, resta la più ovvia verità di questo processo elettorale. Un anno fa, quando la corsa cominciò a delinearsi, Romney aveva, tra i potenziali elettori repubblicani, il 25 per cento dei consensi. Ed al 25 per cento è oggi. <strong>Ha sconfitto, uno dopo l’altro, tutti i suoi rivali, ma non ha fatto un solo passo avanti.</strong></p><p>Mitt Romney, insomma, <strong>continua a non piacere</strong>. Ed il prossimo novembre proprio questo potrebbe, oltre la cronaca, essere l’elemento decisivo…</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/12/romney-quel-passa-convento/183158/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Cuba, la legge del silenzio</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/07/cuba-la-legge-del-silenzio/155686/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/07/cuba-la-legge-del-silenzio/155686/#comments</comments> <pubDate>Wed, 07 Sep 2011 07:27:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[chicago tribune]]></category> <category><![CDATA[cuba]]></category> <category><![CDATA[el paìs]]></category> <category><![CDATA[Fidel Castro Ruz]]></category> <category><![CDATA[Gary Marx]]></category> <category><![CDATA[Mauricio Vicent]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=155686</guid> <description><![CDATA[Le autorità cubane hanno deciso di non rinnovare l’accredito a Mauricio Vicent, da un paio di decenni corrispondente di El País di Madrid. L’anno fatto, come da un quinquennio a questa parte accade, con molto burocratico puntiglio richiamandosi ai dettati dell’articolo 46 della Risoluzione 82, approvata nell’anno 2006 e destinata a disciplinare il lavoro dei...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Le autorità cubane hanno deciso di non rinnovare l’accredito a <strong>Mauricio Vicent</strong>, da un paio di decenni corrispondente di <em>El País</em> di Madrid. L’anno fatto, come da un quinquennio a questa parte accade, con molto burocratico puntiglio richiamandosi ai dettati dell’articolo 46 della Risoluzione 82, approvata nell’anno 2006 e destinata a disciplinare il lavoro dei giornalisti a Cuba (un passo avanti, o indietro, rispetto a quando, in quel di Cuba, i giornalisti venivano messi alla porta senza alcun bisogno di giustificazioni regolamentari).</p><p>L’articolo 46 afferma che l’accredito giornalistico può essere ritirato nel caso che l’interessato abbia “<strong>violato l’etica giornalistica e/o abbia mancato di obiettività nei suoi servizi</strong>”. E va da sé che le autorità cubane hanno, come d’abitudine, accuratamente evitato di mostrare il corpo di reato, con ancor più burocratico puntiglio scordandosi di precisare (anche solo con qualche velato accenno) come, dove e quando, nel corso dei suoi quasi vent’anni di lavoro nell’isola, Mauricio Vicent avesse violato l’etica giornalistica, e/o fosse venuto meno alle regole di quel (peraltro assai mobile e spesso strumentale) concetto che va sotto il nome di “obiettività”. E da sé va, anche, che, per comprendere le vere ragioni del ritiro dell’accredito a Mauricio Vicent, occorre, in realtà, rivoltare come un guanto il testo del sopraccitato articolo 46. Come molto opportunamente sottolineato da un <a href="http://www.elpais.com/articulo/opinion/Orden/callar/elpepuopi/20110906elpepiopi_1/Tes" target="_blank">editoriale di <em>El País</em></a> &#8211; e come inequivocabilmente rivelato da una rapida occhiata al <em>Granma</em> e agli altri media che, dentro l’isola, con molto servile puntualità, riflettono la “etica periodistica” che le autorità cubane hanno inteso sancire nell’articolo 46 &#8211; è infatti evidente che, se Vicent è stato “screditato”, è proprio perché le regole dell’etica giornalistica (e quelle molto più labili dell’obiettività) ha cercato di onorarle fino in fondo. Mauricio Vicent ha, semplicemente, cercato di fare il suo mestiere. E per questo è stato messo alla porta (anche se ancora non è chiaro se la cancellazione dell’accredito significhi anche l’espulsione dal paese).</p><p>Vicent non è, naturalmente, che l’ultimo d’una serie di casi, il più singolare (ed istruttivo) dei quali riguardò, nel 2007, il corrispondente del <em>Chicago Tribune</em>, Gary Marx. Solo due anni prima, Marx aveva conosciuto l’assai raro onore d’essere citato come esempio di “<em>eccellenza giornalistica</em>”, nel corso d’una conferenza stampa, <strong>nientemeno che dallo stesso <em>comandante en jefe</em>, Fidel Castro Ruz</strong>. Ragione dell’elogio: una serie di servizi che lo stesso Marx - nessun livello di parentela con il ben noto Karl, anche se Fidel non mancò di sottolineare la coincidenza &#8211; aveva dedicato alle molte turpitudini della comunità cubana di Miami. Poi Gary ebbe la pretesa di applicare gli stessi criteri di “<em>eccellenza giornalistica</em>” a Cuba. E in un batter d’occhio si ritrovò, con tutta la famiglia, su un aereo diretto a Chicago…</p><p>Niente di tragico, per carità. Niente sangue, niente morti. Solo l’infinita mediocrità d’una serie di atti amministrativi che riflettono l’ancor più infinito squallore della “filosofia dell’informazione” che, da oltre mezzo secolo, umilia gli impulsi di libertà che, pure, furono originalmente alla base della rivoluzione. Tutto fatto a puntino, codici alla mano. Tutto “<em>pulito</em>”. Ed assai prevedibile è che, anche in quest’occasione, qualcuno, tra i molti “<em>benaltristi</em>” che difendono Cuba, provveda d’acchito a rammentare a quanti si scandalizzano come, nelle stesse ore in cui, a Cuba, Vicent veniva condannato all’ostracismo, due giornaliste &#8211; vittime numero 75 e 76 d’una strage cominciata all’inizio del millennio &#8211; venissero ritrovate strangolate in un parco di Iztapalapa, nei dintorni di Città del Messico… Non v’è dubbio: ai giornalisti che lavorano nel mondo possono capitare &#8211; e di fatto assai frequentemente capitano &#8211; cose ben peggiori dell’articolo 46. E spesso queste cose capitano in località &#8211; Messico, Colombia, Honduras &#8211; geograficamente e culturalmente non troppo lontane da Cuba. Meglio, molto meglio è indiscutibilmente, per chi fa il mestiere del giornalista, incontrare il volto flaccido d’un burocrate cubano che quello (presumibilmente mascherato) d’un sicario dei cartelli del narcotraffico. Non credo, tuttavia, che questa sia una buona ragione per dimenticare tutto quello che, dietro il volto flaccido del burocrate, si nasconde. Vale a dire: la miseria che regna in un paese dove i giornalisti non muoiono (al massimo finiscono in carcere per trent’anni) . Ma dove il silenzio è diventato legge.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/07/cuba-la-legge-del-silenzio/155686/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>57</slash:comments> </item> <item><title>Obama: aria pulita? No, aria fritta</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/04/obama-aria-pulita-no-aria-fritta/155145/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/04/obama-aria-pulita-no-aria-fritta/155145/#comments</comments> <pubDate>Sun, 04 Sep 2011 14:40:15 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Ambiente]]></category> <category><![CDATA[Antony K. "Van" Jones]]></category> <category><![CDATA[Barack Obama]]></category> <category><![CDATA[economia verde]]></category> <category><![CDATA[Environmental Protection Agency]]></category> <category><![CDATA[inquinamento]]></category> <category><![CDATA[ozono]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=155145</guid> <description><![CDATA[Se ne riparla tra due anni. In un breve comunicato diffuso ieri &#8211; tre paragrafi in tutto &#8211; Barack Obama ha fatto sapere d’avere accantonato (o, più realisticamente, d’aver gettato al macero) tutte le nuove norme che, elaborate negli ultimi tempi dall’EPA (Environmental Protection Agency), erano destinate a disciplinare le emissioni di ozono. Ovvero: a...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Se ne riparla tra due anni. In un breve comunicato diffuso ieri &#8211; tre paragrafi in tutto &#8211; Barack Obama ha fatto sapere d’avere accantonato (o, più realisticamente, d’aver gettato al macero) tutte le nuove norme che, elaborate negli ultimi tempi dall’EPA (<em><strong>Environmental Protection Agency</strong></em>), erano destinate a disciplinare le emissioni di ozono. Ovvero: a garantire, in linea con le più aggiornate ricerche scientifiche, la salubrità dell’aria respirata dai cittadini di quella che continua (con decrescente legittimità) a chiamare se stessa “<strong>la più grande nazione del mondo</strong>”.</p><p>Piuttosto ovvie – e ovviamente mediocri – le ragioni d’una tale decisione: non far gravare sulla cosiddetta “business community” – altrimenti conosciuta come “i padroni del vapore” – costi aggiuntivi in tempi di crisi. L’occupazione, insomma, al primo posto. E se questo significa far respirare agli americani, per un paio d’anni ancora, la stessa aria mefitica che (non solo metaforicamente) aveva riempito i loro polmoni ai tempi di George W. Bush (un vero e proprio killer di regolamenti pro-ambiente), il sacrificio ben vale, come si usa dire, la candela…</p><p>La decisione di Obama ha, comprensibilmente, gettato nello sconforto il già alquanto depresso movimento ambientalista americano, non secondaria frazione di quell’America progressista che, di Obama, è fin qui stata la naturale base politica (o lo “zoccolo duro”, per gli italiani che ancora conservino qualche futile memoria della filosofia occhettiana pre-bolognina). E ha portato ad alquanto amare considerazioni sulle dimensioni d’una ritirata che, a questo punto, neppure il più ottimista degli uomini potrebbe considerare “strategica”. Qualcuno, forse, ancora ricorda. Nell’<strong>Obama originale</strong> – quello del “<em>yes, we can</em>” e del “<em>change we can believe in</em>” – il risanamento ambientale era, soprattutto sul suo versante energetico, non un gravame economico (poco importa se necessario o meno) in tempi di crisi, ma uno dei principali motori della ripresa; non un modo per distruggere posti di lavoro, ma per crearli. E, più in generale, un modo per preservare la leadership americana in campo economico. Perché &#8211; sosteneva il candidato della “speranza” &#8211; il futuro appartiene a chi sarà in grado di garantire energia pulita e rinnovabile al motore della propria crescita. <strong>Qualcuno – e sembra, ormai, di parlare di un&#8217;altra era geologica – l’aveva chiamata “<em>economia verde</em>”…</strong></p><p>Chissà. Forse, come il cinismo dei “realisti” suggerisce, non si trattava che d’un sogno, d’una utopia sottile come la carta velina d’un aquilone, e destinata, comunque, ad esser spazzata via dalla tempesta d’una crisi (la stessa crisi che la “<em>economia verde</em>” pretendeva risolvere) di epocali dimensioni. Forse doveva finire così. Ma resta il fatto che, per abbattere quel sogno, fu sufficiente – quando la presidenza Obama non era vecchia che di qualche mese – un quasi impercettibile alito di vento. Nel luglio del 2009,<strong> Antony K. “Van” Jones</strong>, il consigliere di Obama che della “economia verde” doveva essere il gran regista, venne messo alla porta in fretta e furia non appena i repubblicani contestarono alcune sue antiche (e assai dubbie) frequentazioni di gruppi “marxisti”. E, da allora, la ritirata ambientalista del primo presidente non bianco della storia d’America è continuata in modo lineare e precipitoso, senza mai incontrare alcuna “linea del Piave”. Trincea dopo trincea, casamatta dopo casamatta. Fino alla decisione di venerdì scorso, di fatto allineata con la posizione di chi (i repubblicani) vede nell’EPA – l’agenzia governativa addetta alla protezione ambientale – il “grande assassino”. O, più esattamente: il grande responsabile della strage di posti di lavoro che ha messo in ginocchio l’economia americana. Uscire dalla crisi significa essenzialmente, per la destra americana &#8211; e Obama sembra non dissentire &#8211; ridare ai padroni del vapore (opportunamente definiti, per l’occasione, “<em>job creators</em>”, creatori di posti di lavoro, anche quando quei posti li esportano all’estero) la possibilità di avvelenare le acque, d’appestare l’aria e di spremere come un limone la forza lavoro… Dagli all’EPA, dunque.<strong> </strong>Dagli a tutti i regolamenti che impediscono la libera esplosione delle forze del mercato.<strong> </strong>E dagli soprattutto a tutti coloro che rammentano come proprio la libera esplosione delle forze di mercato sia, come la Storia e la cronaca inequivocabilmente indicano, <strong>la vera causa della crisi in corso…</strong></p><p>E proprio questo è l’aspetto più triste della storia. Le battaglie, in politica, si vincono e si perdono. Ma Obama sembra, a questo punto, non avere, in realtà, né vinto né perso. Ha, semplicemente, smarrito per strada il senso della battaglia che andava combattendo, le ragioni della sua presidenza. In breve: Obama ha smesso di combattere, anzi a combattere non ha mai nemmeno cominciato, da subito impantanandosi in una sorta di terra di nessuno, nella morta gora d’un centrismo senza qualità, dove solo la logica d’una perenne <strong>mediazione al ribasso</strong> sembra in grado di sopravvivere. È in questa terra di nessuno che Obama s&#8217;appresta ora, abbandonato il fronte ambientalista, a rilanciare la propria presidenza e la propria campagna elettorale, presentando, di fronte ai due rami del Congresso, una “proposta per il lavoro”. Null&#8217;altro che aria fritta, probabilmente, da chi, un tempo, prometteva aria pulita…</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/04/obama-aria-pulita-no-aria-fritta/155145/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>33</slash:comments> </item> <item><title>Wendy e Ignacio: a Cuba trionfa l&#8217;amore</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/12/wendy-e-ignacio-a-cuba-trionfa-lamore/151130/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/12/wendy-e-ignacio-a-cuba-trionfa-lamore/151130/#comments</comments> <pubDate>Fri, 12 Aug 2011 06:34:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[cuba]]></category> <category><![CDATA[diritti gay]]></category> <category><![CDATA[Ignacio Estrada]]></category> <category><![CDATA[matrimonio]]></category> <category><![CDATA[omosessuali]]></category> <category><![CDATA[transessuali]]></category> <category><![CDATA[Wendy Iriepa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=151130</guid> <description><![CDATA[Nulla, più d’una storia d’amore, può illuminare questi giorni cupi in pressoché ogni anfratto del pianeta Terra. E nessuna, tra le molte storie che si possono raccontare, è probabilmente più “d’amore” – e più peculiarmente cubana &#8211; di quella che vede protagonisti  Wendy ed Ignacio, la donna e l’uomo (mettiamola così per il momento) che...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Nulla, più d’una <strong>storia d’amore</strong>, può illuminare questi giorni cupi in pressoché ogni anfratto del pianeta Terra. E nessuna, tra le molte storie che si possono raccontare, è probabilmente più “d’amore” – e più peculiarmente <em>cubana</em> &#8211; di quella che vede protagonisti  <strong>Wendy ed Ignacio</strong>, la donna e l’uomo (mettiamola così per il momento) che domani, giorno dell’ottantacinquesimo compleanno di Fidel Castro Ruz, convoleranno a giuste nozze in quel dell’Avana, nel “<em>Palacio de matrimonio del barrio de La Vibora, en las calles Maya Rodríguez y Patrocinio</em>”.</p><p>Sono molti, ovviamente, i dettagli che definiscono la <em>unicità</em> di questo matrimonio. E certo è che, tra questi dettagli, fondamentale è la storia personale dei due sposi. <strong>Wendy Iriepa</strong> – nata all’Avana 34 anni fa e dichiarata di sesso maschile &#8211; è infatti il primo transessuale, o la prima transessuale ufficialmente riconosciuta dallo Stato rivoluzionario (laddove per “<em>riconosciuto/a</em>”, s’intende che il medesimo Stato rivoluzionario, da sempre legittimamente fiero dell’assoluta gratuità ed universalità del suo sistema sanitario, ha provveduto a sostenere le spese dell’operazione di cambio di sesso).</p><p>Ed <strong>Ignacio Estrada</strong> è, a sua volta, un omosessuale, ovvero, un uomo che si sente sessualmente attratto da altri uomini. Molti, a fronte d’una tanto inusuale combinazione di diversità, si vanno in queste ore chiedendo che cosa davvero rappresenti l’unione tra Wendy ed Ignacio. Si tratta – a dispetto d’un sistema legale che, a Cuba, ancora non contempla la possibilità di unione tra persone del medesimo sesso &#8211; del primo matrimonio gay? O la peculiarità dell’evento sta, per l’appunto, nel fatto che un omosessuale maschio sposa una persona nata uomo che è però oggi – legalmente e per scelta personale – a tutti gli effetti una donna?</p><p>Lasciamo agli esperti di sessuologia la risposta a questi quesiti. Perché, in effetti, quello che davvero conta, nella vicenda di Wendy ed Ignacio, è, come detto, l’amore. L’amore oltre il labirinto della sessualità. L’amore oltre la politica e l’ideologia. L’amore tra due persone che, semplicemente, si amano. Al di là della scienza, al di là dei pregiudizi e delle convenzioni. Al di là della propria storia personale e, in qualche misura, persino al di là della logica.</p><p>Wendy è, a suo modo, un pezzo della storia recente di Cuba. Più precisamente: un pezzo di quella storia che, negli ultimi anni, ha visto un riconoscibile membro della famiglia reale &#8211;  <strong>Mariela Castro, figlia di Raúl -</strong> abbracciare la causa dei diritti degli omosessuali, progressivamente cambiando quella che, fin dagli inizi era stata la molto pronunciata tendenza omofobica del castrismo (già nella primavera del 1961, in un celebre discorso all’Università dell’Avana, Fidel si scagliò, nel nome della mascolinità della sua rivoluzione, contro “i signorini effeminati che vanno in giro con i jeans attillati”).</p><p>Di questo processo – un processo che ha fatto di Cuba uno strano paese, nel quale vai in galera se distribuisci un volantino contro il governo, ma puoi a spese del governo cambiare sesso &#8211;  Wendy Iriepa era, per molti aspetti, il proverbiale fiore all’occhiello. E come un fiore all’occhiello veniva esibita in tutte le manifestazioni del <strong>Centro Nacional de Educación Sexual (Cenesex),</strong> creato da Mariela Castro. Per questo, Wendy (la molto <em>revolucionaria</em> Wendy) aveva promesso che, si fosse un giorno sposata, si sarebbe sposata nel giorno del compleanno del “<em>comandante en jefe</em>”.</p><p>Poi Wendy, divenuta donna, ha incontrato Ignacio, un uomo al quale piacciono gli uomini ed anche – in questa vicenda i paradossi sembrano non finire mai – un cattolico ultra-conservatore, fino a non molto tempo fa deciso a farsi prete. Nonché, da un punto di vista politico, un dissidente. Tutto – dalla biologia, alla politica – pareva negare la possibilità d’un accoppiamento. Eppure – <a href="http://www.bbc.co.uk/mundo/noticias/2011/08/110804_video_matrimonio_cuba_mr.shtml" target="_blank">come entrambi gli sposi oggi raccontano in estatico unisono </a>– fu amore a prima vista. E fu anche – come spesso capita ai grandi amori &#8211; <em>tradimento</em>. Accusata, per l’appunto, di “<strong><em>dormire con il nemico</em></strong>”, Wendy è stata ripudiata da Mariela e messa alla porta da quel Cenesex di cui era, per tre anni, stata una delle bandiere. Ed Ignacio ha dal canto suo – nello sposare una donna – rivelato una parte di sé (il suo essere omosessuale) che lo mette in aperto contrasto con la sua religione., compiendo nel contempo un gesto (sposare una donna) che contraddice la sua   sessualità. Testimone del matrimonio sarà – ultima perla in questa collana di bizzarrie – <a href="http://desdecuba.com/generaciony/" target="_blank">Yoani Sánchez</a>, la famosa “bloguera” i cui raccontini di vita quotidiana fanno imbestialire i castristi d’ogni latitudine…</p><p>La morale? Nessuna, ovviamente. Come nel caso di Paolo e Francesca – laddove la forza dell’amore trascende la morte e la dannazione eterna – la storia di Wendy ed Ignacio <strong>supera le barriere della morale </strong>rivoluzionaria (inclusa quella “riformata” di Mariela Castro), della religione e della vita stessa. È una storia bellissima, che si racconta da sola. E peggio per tutti coloro che non la capiscono&#8230;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/12/wendy-e-ignacio-a-cuba-trionfa-lamore/151130/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>13</slash:comments> </item> <item><title>Usa: vince il ricatto, comincia il declino</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/05/usa-vince-il-ricatto-comincia-il-declino/149927/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/05/usa-vince-il-ricatto-comincia-il-declino/149927/#comments</comments> <pubDate>Fri, 05 Aug 2011 07:59:14 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Barack Obama]]></category> <category><![CDATA[crisi del debito]]></category> <category><![CDATA[debt ceiling]]></category> <category><![CDATA[ricatto]]></category> <category><![CDATA[Tea Party]]></category> <category><![CDATA[Usa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=149927</guid> <description><![CDATA[Sotto ricatto non si tratta. Perché, se si tratta, il ricatto “paga”. E, se paga, diventa norma. Questo si diceva un tempo. Ed ancora si dice, ovunque l’industria dei sequestri, o il terrorismo, vadano cercando, con il ricatto, d’imporre la propria legge. Questo è, anche, quello che Bill Clinton – un presidente che, pure, è...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Sotto ricatto non si tratta. Perché, se si tratta, il ricatto “<em>paga</em>”. E, se paga, diventa norma. Questo si diceva un tempo. Ed ancora si dice, ovunque l’industria dei sequestri, o il terrorismo, vadano cercando, con il ricatto, d’imporre la propria legge. Questo è, anche, quello che <strong>Bill Clinton</strong> – un presidente che, pure, è passato alla storia, non come un esempio di robespierriana incorruttibilità, bensì come gran maestro nell’antica e molto poco eroica arte della “<em>triangolazione</em>” – aveva con molta forza raccomandato prima ancora che la storia avesse inizio: <strong>dire no,</strong> <strong>rifiutare ogni trattativa</strong> sotto la minaccia d’un apocalittico <em>default</em> e ricorrere a quel 14esimo emendamento della Costituzione che sancisce, per così dire, la sacralità degli impegni finanziari del governo federale.</p><p>E questo è, infine, quello che <strong>Barack Obama</strong> ha, al contrario, <strong>colpevolmente dimenticato</strong>, firmando martedì 2 agosto un <strong>compromesso</strong> che tale si può definire solo nel senso che ha davvero compromesso, probabilmente senza possibilità di redenzione, la credibilità politica della sua presidenza e quella dell’intero sistema politico americano.<strong> Barack Obama</strong> ha trattato, il <strong>Tea Party</strong> ha vinto, il ricatto ha pagato. E le borse di tutto il mondo – quelle che dal “compromesso” teso ad evitare il <em>default </em>americano dovevano, in teoria, essere rassicurate – hanno cominciato a precipitare a vertiginosa velocità. Perché?</p><p>Per molte ragioni, ovviamente, solo in parte da ricercare sulle sponde occidentali dell’Atlantico. Ma non v’è dubbio che, tra le cause più profonde e durature del crollo, vadano annoverati gli <strong>inequivocabili messaggi</strong> che, nel sempre più tortuoso dipanarsi della crisi del <em>debt ceiling</em>, l’America ha trasmesso al mondo.</p><p>Il primo e più importante messaggio è che <strong>gli Stati Uniti d’America non sono oggi in grado di fare nulla</strong> per rimettere in moto i motori della propria crescita. Sotto il ricatto d’una <strong>minoranza di fanatici</strong>, che ha minacciato d’affondare la nave non dovesse la plancia di comando seguire la rotta a lei gradita – l’America ha sprecato settimane preziose per tentare di risolvere attraverso il negoziato una crisi totalmente inventata. O meglio: per disinnescare un passaggio per quasi un secolo rimasto materia di pura ed ovvia routine – l’aumento del tetto del debito al fine di onorare gli impegni di spesa già assunti dallo Stato – trasformato in arma di distruzione di massa dai talebani repubblicani. Come in un film hollywoodiano, l’accordo ha infine interrotto il <em>count down</em> quando non mancavano che pochi secondi all’esplosione. E Barack Obama ha salutato il compromesso come un passo verso il “ritorno alla ragione”. Vale a dire: verso la possibilità di tornare ad affrontare quello che è da lui – e da ogni persona razionale – considerato il più urgente problema. <strong>Il rilancio dell’occupazione</strong>. E questa potrebbe, in un mondo razionale, essere davvero la fine (l<em>’happy ending</em>) della storia.</p><p>E invece, nell’irrazionale America d’oggi, questo non è, della storia, che l’orribile inizio. Obama, nel firmare l’obbrobrio chiamato “<em>Budget Control Act</em>”, ha infatti annunciato nuove iniziative tese a creare posti di lavoro. Peccato che, per creare nuovi posti di lavoro, il suo governo debba necessariamente spendere. E spendere è esattamente ciò che il ricatto del Tea Party – un ricatto che ha pagato e che, per questo, riproporrà se stesso – gli impedisce e gli impedirà di fare.</p><p>Il secondo messaggio lanciato in queste surreali ore di “<em>non negoziabili negoziati</em>” riguarda l’altro fronte della crisi: quello, per l’appunto del debito pubblico. Quasi certamente destinato ad indebolire ulteriormente un’economia già debolissima, il <strong>“Budget Control Act” rende di fatto ancor più intrattabile, </strong>in prospettiva, anche<strong> il problema dell’esponenziale crescita del deficit</strong>, considerato la vera fonte del declino della superpotenza Usa.</p><p>Sicuramente discutibile – e discutibile soprattutto per il fatto che era, comunque, la risposta ad un ricatto – il “<em>Grand Bargain</em>” (il Grande accordo, 4mila miliardi di risparmi nei prossimi 10 anni) proposto da Obama durante le più convulse fasi delle trattative, tentava, quantomeno, d’avviare un processo in questa direzione. E proprio per questo è stato cassato, lasciando spazio, all’ultima ora, ad un più contorto e modesto accordo che non fa, in realtà, che rinviare i veri problemi. O, se si preferisce, che non fa che sostituire l’Apocalisse finanziaria invocata dagli invasati sacerdoti del Tea Party con una più diluita – ed inevitabilmente più penosa e sofferta – forma di suicidio collettivo. La verità è che il ricatto della destra americana – tesa a difendere con religioso fervore anche i più imbarazzanti privilegi dei “grandi ricchi” – priva gli Stati Uniti d’una delle indispensabili leve di qualsivoglia strategia anti-deficit: <strong>quella d’un incremento delle risorse fiscali</strong>.</p><p>Nello specchio della molto fasulla crisi del debito, il mondo ha visto, in sostanza, un’America nelle sabbie mobili della propria politica. Un’America che affonda. Il ricatto ha vinto. Il declino è cominciato…</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/05/usa-vince-il-ricatto-comincia-il-declino/149927/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>41</slash:comments> </item> <item><title>La crisi del debito in America? Dio la vuole…</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/28/la-crisi-del-debito-in-america-dio-la-vuole%e2%80%a6/148187/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/28/la-crisi-del-debito-in-america-dio-la-vuole%e2%80%a6/148187/#comments</comments> <pubDate>Thu, 28 Jul 2011 11:44:52 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[congresso]]></category> <category><![CDATA[crisi del debito]]></category> <category><![CDATA[Partito Repubblicano]]></category> <category><![CDATA[ricatto]]></category> <category><![CDATA[Tea Party]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=148187</guid> <description><![CDATA[Come si chiuderà, negli Usa, quella che va sotto il nome di “crisi del limite del debito” (debt ceiling crisis), non è dato sapere. Ma certo è che questa crisi – quali ne siano gli esiti &#8211; testimonia il completamento d’una (forse irreversibile e potenzialmente nefasta) metamorfosi: quella che, negli ultimi anni, ha visto uno...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Come si chiuderà, negli Usa, quella che va sotto il nome di <strong>“crisi del limite del debito”</strong> (<em>debt ceiling crisis</em>), non è dato sapere. Ma certo è che questa crisi – quali ne siano gli esiti &#8211; testimonia il completamento d’una (forse irreversibile e potenzialmente nefasta) metamorfosi: quella che, negli ultimi anni, ha visto uno dei due storici protagonisti del sistema bipolare americano – il <em><strong>Republican Party</strong></em>, o <em>Grand Old Party</em> (GOP) &#8211; trasformarsi da forza politica in culto religioso, da partito in setta. Solo in questo modo, infatti – ovvero: solo alla luce di questa progressiva trasfigurazione, iniziata anni fa, ma prepotentemente accelerata dalla vittoria, nel novembre del 2008, del primo presidente di pelle non bianca – si possono spiegare eventi che sembrano, a prima vista, sfuggire ad ogni logica.</p><p>Innanzitutto, una precisazione: quella in corso è una crisi che, pur partendo da un problema d’indiscutibile rilevanza economica (la crescita del deficit di bilancio e del debito pubblico), non ha, in sé, nulla di economico. È, al contrario, una crisi totalmente artificiale, “politica” nella peggiore accezione del termine. Vale a dire: <strong>inventata</strong>, inutile, strumentale e masochisticamente dannosa come – volendo usare una metafora piuttosto volgare ma, proprio per questo, assai diffusa e comprensibile – la più classica delle martellate sui testicoli.</p><p>Contrariamente a quello che si può dedurre dalla lettura di cronache spesso parziali ed arruffate, la decisione di superare il <em>debt ceiling</em> non comporta alcuna nuova spesa, bensì semplicemente consente il pagamento di spese già decise. E decise dal <strong>Congresso</strong>. Sicché un Congresso che, come sembra avviato a fare, dovesse infine rifiutare d’elevare il limite del debito, altro in realtà non farebbe che votare contro se stesso. Spiegano infatti gli storici come il <em>debt ceiling</em> – introdotto nel 1917 &#8211; non sia, nella sostanza, che un anacronismo, un residuato di tempi nei quali i margini di spesa discrezionale della presidenza erano effettivamente molto ampi e dovevano, in qualche modo, essere controllati dal legislativo. Oggi che tutta le spesa pubblica è stata “<em>budgetized” </em>– vale a dire: è parte di un bilancio approvato dal Congresso – quella legge (un’anomalia presente solo negli Usa e, pare, in Danimarca) non ha più senso alcuno. Ragion per la quale, non essendo stata abolita come sarebbe stato giusto e come molti reclamano, ha finito a rigor di logica per diventare, quella medesima legge, un fatto di<strong> pura routine</strong>. Quando necessario, il Congresso concedeva all’esecutivo (quasi sempre all’unanimità, o giù di lì) il permesso di contrarre i debiti necessari per consentire agli Usa di far fronte ai propri impegni finanziari.</p><p>Perché, dunque, questa logica, questa “normalità” sono venute meno in <em>questo </em>Congresso? Perché “anormale” è ormai diventata, come sostengono i sacerdoti della nuova setta, la situazione del debito? No, non è per questo. Tutti gli indici continuano a raccontare come i buoni del debito americano ancora siano – a dispetto dell’effettiva gravità di un deficit in continua espansione &#8211; ricercatissimi beni d’investimento. E come gli unici immediati pericoli per la quotazione dei <em>bond </em>(e per la stabilità del sistema economico americano) vengano, in effetti, proprio dalle conseguenze d’un possibile default, dagli esperti profetizzate in un arco che va dal <em>“moderatamente gravi”</em> all&#8217;<em>“assolutamente catastrofiche”</em>. E allora? <strong>Per quale motivo</strong> una parte rilevante del Congresso – o, più precisamente, della Camera dei Rappresentanti, dallo scorso novembre a maggioranza repubblicana – ha, per così dire, deciso di vibrare questa martellata sui testicoli collettivi della nazione?</p><p>La risposta è: <strong>perché Dio lo vuole</strong>. E perché, quando Dio lo vuole, quello che conta, notoriamente, è il dogma, non la logica, non la ragione. La vera novità, il vero fatto nuovo che ha trasformato quella che era fin qui stata un’operazione logica e routinaria in una crisi potenzialmente devastante a livello internazionale (vedi i recenti ammonimenti del Fmi), è in realtà proprio questo: il Partito Repubblicano, diventato setta, ha scoperto che quel residuato legislativo era una potentissima<strong> arma di ricatto.</strong> E che, con il ricatto, poteva far valere la volontà di Dio. O, più precisamente, la volontà di quello strano ed assai poco misericordioso Dio di cui Barack Obama è, secondo questo pezzo d’America, la nemesi socialista. Un Dio che odia le tasse (specie quelle per i super-ricchi) e il welfare. E che, per distruggere le tasse e il welfare, è disposto a distruggere il mondo. Un po’ come il Doctor Evil dei vecchi film di Austin Power. Solo che, qui, da ridere c’è davvero pochino…</p><p>Se davvero si vuol capire il senso della crisi in corso, il punto di partenza non può essere che questo: l’ascesa del Tea Party e la trasfigurazione religiosa del Partito Repubblicano. Anche perché è da qui, io credo, che partiranno, domani, gli storici che dovranno spiegare le radici della<strong> crisi dell’Impero Americano…</strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/28/la-crisi-del-debito-in-america-dio-la-vuole%e2%80%a6/148187/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>26</slash:comments> </item> <item><title>Chomsky a Chávez: caro Hugo, ti scrivo…</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/06/chomsky-a-chavez-caro-hugo-ti-scrivo%e2%80%a6/141541/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/06/chomsky-a-chavez-caro-hugo-ti-scrivo%e2%80%a6/141541/#comments</comments> <pubDate>Wed, 06 Jul 2011 07:40:53 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Eligio Cedeño]]></category> <category><![CDATA[Hugo Chávez]]></category> <category><![CDATA[Maria Lourdes Afiuni]]></category> <category><![CDATA[Noam Chomsky]]></category> <category><![CDATA[Palazzo Miraflores]]></category> <category><![CDATA[Venezuela]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=141541</guid> <description><![CDATA[Hugo Chávez è tornato a casa. E a casa ha ritrovato tutto quello che era giusto trovasse: il suo popolo in adorante attesa, il balcone – il suo balcone di Palazzo Miraflores, o, per l’appunto, el balcón del pueblo – dal quale al suo popolo ha potuto parlare. E, soprattutto, ha ritrovato la voce (la...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Hugo Chávez è tornato a casa. E a casa ha ritrovato tutto quello che era giusto trovasse: il <em>suo</em> popolo in adorante attesa, il balcone – il <em>suo</em> balcone di Palazzo Miraflores, o, per l’appunto, <em>el</em> <em>balcón del pueblo</em> – dal quale al <em>suo</em> popolo ha potuto parlare. E, soprattutto, ha ritrovato la voce (la sua, quella di sempre, carica, per chi l’ama, di messianico vigore) con la quale, dal <em>suo</em> balcone, al <em>suo</em> popolo ha potuto di nuovo rivolgersi <em>en cadena nacional</em>. Vale a dire: attraverso tutte le reti televisive e radiofoniche,<strong> volenti o nolenti obbligate</strong>, senza limiti di tempo e di spazio, a trasmettere i discorsi del grande leader.</p><p>Tutto questo ha ritrovato Hugo Chávez Frías, comandante-presidente del Venezuela bolivariano. Questo e, tra gli innumerevoli messaggi di solidarietà, anche una lettera molto particolare, firmata da un uomo del quale l’erede autentico del <em>Libertador</em>, non solo ha sempre parlato con ammirazione, ma che ha spesso citato come portatore di grandi verità politiche.<strong> Quell’uomo è Noam Chomsky</strong>, linguista di fama internazionale, padre della filosofia analitica, professore emerito del <em>Massachusetts Institute of Technology </em>e, quel che più conta, implacabile critico del potere in generale e, più in particolare, di quella specifica forma di potere che va sotto il nome di <em>egemonia americana</em>. Quello stesso Chomsky, uno dei cui libri – <em>Hegemony or Survival</em> – Chávez non esitò, come qualcuno forse ricorda, a spettacolarmente promuovere, nel settembre del 2006, durante uno dei suoi discorsi di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.</p><p>In quella lettera Chomsky chiede a Chávez, oggi impegnato a combattere il cancro, di restituire la libertà a un&#8217;altra persona malata di cancro. Ovvero: al<strong> giudice María Lourdes Afiuni</strong>, arrestata il 10 dicembre del 2009, e protagonista d’un caso che chiunque voglia almeno cominciare a capire che cosa in effetti sia quella strana bestia politica che va sotto il nome di <em>chavismo</em> dovrebbe studiare a fondo. Come d’uso in questi casi, Noam Chomsky – da sempre molto riluttante nelle sue critiche ai critici degli Usa, anche quando si tratta dei peggiori tiranni – chiede molto rispettosamente la liberazione della Afiuni nel nome della <em>misericordia</em>. Ma molto più corretto sarebbe stato farlo <strong>nel nome della giustizia e dell’umana decenza</strong>. Entrambe da Chávez senza misericordia calpestate in quella che, da qualunque lato la si voglia rimirare, non può che essere definita un’infamia.</p><p>Di che cosa è accusata Maria Lourdes Afiuni? E perché è finita in carcere? Risposta: Maria Lourdes Afiuni è finita in carcere per diretto ordine di Chávez (un ordine – “<em>esigo che venga condannata a 30 anni di carcere!</em>” &#8211; trasmesso, per l’appunto, <em>en cadena nacional</em>) per avere scarcerato l’imprenditore Eligio Cedeño, chavista caduto in disgrazia perché accusato di corruzione o, molto più probabilmente, accusato di corruzione perché caduto in disgrazia. Cedeño era, a sua volta, una <em>cause célèbre</em>, visto che – contro le leggi dello Stato e contro le indicazioni del Consiglio per i diritti umani dell’Onu che del caso s’era occupato  - si trovava in carcere da quasi tre anni, senza processo, e sulla base di indizi che molto generoso sarebbe definire labili.</p><p>Maria Lourdes Afiuni,<strong> applicando la legge</strong>, concedette a Cedeño la libertà provvisoria alla quale aveva, per legge, diritto. Cedeño immediatamente ne approfittò per scappare all’estero, sottraendosi a quella che lui – molti pensano giustamente – considerava una vendetta politica di Chávez. E Chávez, per vendetta, ordinò dal piccolo schermo di mettere in carcere al suo posto la Afiuni. Cosa che altri giudici fecero senza esitazioni, regalando al gran capo anche quel sovrappiù di sadica rivalsa che quest’ultimo reclamava. Non i famosi “trent’anni di condanna”, ovviamente, visto che per questo sarebbe stato necessario un processo per il quale non esisteva alcuna base legale, ma una prigione preventiva consumata, prima in celle comuni, esposta agli assalti e alle umiliazioni di detenute che la stessa Afiuni aveva condannato per reati comuni, e poi in una cella d’isolamento di tre metri per due. Ed è stato qui che Maria Lourdes ha scoperto d’avere <strong>un cancro all’utero</strong>.</p><p>Questa è la storia. E questo è il tema della lettera di Noam Chomsky. Fino a ieri – fino a prima che anche lui diventasse un malato di cancro – Chávez aveva risposto picche a ogni richiesta di scarcerazione.<strong> </strong>E lo aveva fatto con la<strong> </strong>somma ipocrisia <strong>che solo i dittatori (fatti e finiti, o aspiranti tali) possono permettersi.</strong> Ovvero: sostenendo che ogni decisione in merito dipendeva, non da lui, ma dal quel sistema giudiziario la cui indipendenza lui stesso aveva provveduto a distruggere.</p><p>Ripeterà lo stesso ritornello, Hugo Chávez Frías, anche di fronte all’<em>amico </em>Noam? Stiamo a vedere…</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/06/chomsky-a-chavez-caro-hugo-ti-scrivo%e2%80%a6/141541/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>106</slash:comments> </item> <item><title>Chávez, il socialismo e la morte</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/02/chavez-il-socialismo-e-la-morte/134467/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/02/chavez-il-socialismo-e-la-morte/134467/#comments</comments> <pubDate>Sat, 02 Jul 2011 08:40:17 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[cancro]]></category> <category><![CDATA[culto della personalita]]></category> <category><![CDATA[Hugo Chávez]]></category> <category><![CDATA[Regis Debray]]></category> <category><![CDATA[socialismo]]></category> <category><![CDATA[tumore]]></category> <category><![CDATA[Venezuela]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=134467</guid> <description><![CDATA[Hugo Chávez ha sconfitto la morte. L’ha sconfitta (o è sulla via di sconfiggerla, volendo dar credito ai più recenti e ancora abbastanza reticenti bollettini medici) da un punto di vista clinico. Ma soprattutto l’ha sconfitta – speriamo in modo permanente &#8211; da un punto di vista verbale, filosofico, psichico o, più semplicemente, umano. Come?...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Hugo Chávez ha sc</strong><strong>onfitto la morte</strong>. L’ha sconfitta (o è sulla via di sconfiggerla, volendo dar credito ai più recenti e ancora abbastanza reticenti bollettini medici) da un punto di vista clinico. Ma soprattutto l’ha sconfitta – speriamo in modo permanente &#8211; da un punto di vista verbale, filosofico, psichico o, più semplicemente, umano. Come? Liberando finalmente il termine <strong>“socialismo”</strong> – quello, assai dubbio, del XXI secolo da lui proclamato, e quello che da sempre vive nei cuori di quanti credono nell’eguaglianza tra gli uomini – dal peso, storicamente spiegabile, ma non per questo meno mefitico, della parola “morte”.</p><p>Narrano infatti le cronache come, giovedì notte, il presidente bolivariano – dal 10 giugno <strong>ricoverato a Cuba</strong> a causa d’un “ascesso pelvico” d’imprecisata natura – abbia finalmente fatto di persona quello che gli uomini della sua corte (presumibilmente non per volontà propria) non erano stati in grado di fare in quasi tre settimane di dichiarazioni balbettanti e contradditorie. Ovvero: spiegare in modo accettabile al popolo venezuelano le vere ragioni d’una tanto prolungata assenza.</p><p>E soprattutto narrano, quelle cronache, come, nel concludere il suo messaggio televisivo – nel corso del quale ha rivelato, infine, la natura cancerosa del <strong>tumore </strong>asportato dai medici cubani – Chávez abbia fatto uso d’uno slogan che, volendo riesumare il titolo d’un vecchio ed ormai illeggibile saggio di Regis Debray, a suo modo rappresenta una “rivoluzione nella rivoluzione”. Non più il tradizionale <em>“Patria, socialismo o muerte, venceremos”</em> – mutuato dal classico <em>“Patria o muerte, venceremos” </em>del castrismo – ma uno splendido, luccicante <em><strong>“Viviremos y venceremos”</strong></em>, vivremo e vinceremo…</p><p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/MRdSArqQq6M" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div><br /> Hugo Chávez non ha, prevedibilmente, illustrato le ragioni di questo molto rifrescante cambio di prospettiva (un autentico passaggio dalle tenebre alla luce). Ma – avendo il “presidente-comandante” avuto, a quanto pare, un molto ravvicinato incontro con la morte un tempo con tanta frequenza invocata &#8211; fin troppo facile è immaginarle. E certo è, in ogni caso, che, a questo inatteso e splendente gran finale, il “grande geometra” (ipse dixit) della rivoluzione bolivariana è arrivato lungo molto tradizionali percorsi. Vale a dire: pronunciando un discorso carico d’una piuttosto greve solennità e di alquanto tromboneschi richiami al <strong>mito di se medesimo</strong>, ripetutamente paragonando l’<em>abismo</em>, l’abisso nel quale la malattia l’ha di recente  precipitato (e dal quale sta vittoriosamente uscendo), agli altri due abissi (i due golpe militari che lo videro protagonista, nel ’92 da golpista e nel 2002 da <em>golpeado</em>) nei quali egli già dovette eroicamente lottare per la gloria della Madre Patria.</p><p>Chávez, evidentemente, continua a pensare a se stesso come ad un classico <strong>“uomo della Provvidenza”</strong>. E questa resta un’eccellente ragione per dubitare della durata della svolta e per continuare a guardare a lui con tutto il sospetto che gli uomini della Provvidenza devono ispirare in chiunque ami la libertà. Ma – effimero o meno &#8211; il passo in avanti è stato comunque grande e tale da meritare non solo un applauso, ma anche un augurio supplementare, rispetto a quelli dovuti a ogni essere umano in lotta con una grave malattia. Un augurio tutto politico. Che Hugo Chávez possa davvero &#8211; per grazia del Dio che lui stesso ha ripetutamente invocato -  vivere e vincere. Vivere perché la vita è bella. E, da vivo, vincere combattendo tutti i cancri –<strong> culto della personalità </strong>compreso – che della vita (e del socialismo) sono, politicamente parlando, mortali nemici.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/02/chavez-il-socialismo-e-la-morte/134467/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>48</slash:comments> </item> <item><title>Diamond, ma quale Nobel: lei è bocciato</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/08/diamond-ma-quale-nobel-lei-e-bocciato/116495/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/08/diamond-ma-quale-nobel-lei-e-bocciato/116495/#comments</comments> <pubDate>Wed, 08 Jun 2011 13:16:48 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Barack Obama]]></category> <category><![CDATA[federal reserve]]></category> <category><![CDATA[Mit]]></category> <category><![CDATA[New york times]]></category> <category><![CDATA[Nobel per l'Economia]]></category> <category><![CDATA[Peter A. Diamond]]></category> <category><![CDATA[Richard C. Shelby]]></category> <category><![CDATA[Stati Uniti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=116495</guid> <description><![CDATA[Ci teneva, a quel posto, il povero professor Peter A. Diamond. Ma, nonostante l’anno e passa da lui pazientemente trascorso – metaforicamente parlando – in sala d’aspetto, non c’è stato nulla da fare. Il verdetto di Richard C. Shelby, laureato in legge, senatore per lo Stato dell’Alabama e attualmente number one tra i repubblicani della...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ci teneva, a quel posto, il povero<strong> </strong>professor <strong>Peter A. Diamond</strong>. Ma, nonostante l’anno e passa da lui pazientemente trascorso – metaforicamente parlando – in sala d’aspetto, non c’è stato nulla da fare. Il verdetto di <strong>Richard C. Shelby</strong>, laureato in legge, senatore per lo Stato dell’Alabama e attualmente <em>number one </em>tra i repubblicani della Commissione del Senato per le banche, l&#8217;edilizia e gli affari urbani, è stato, fin dall’inizio, formalmente cortese ma implacabile. E, quel che più conta, senza appello: <em>“Non qualificato”</em>.</p><p>Semplicemente: il professor Peter A. Diamond, docente al <strong>Massachusetts Institute of Technology (Mit)</strong> e ultimo, assieme a Dale T. Mortensen, dei <strong>Premi Nobel per l’Economia</strong>, non aveva e non ha – per Shelby e per i repubblicani della Commissione (che non sono maggioranza, ma che, come minoranza, possono impedire che si vada al voto) &#8211; titoli adeguati per entrare a far parte del <strong>Federal Reserve Board of Governors </strong>(il consiglio della Federal Reserve che decide la politica di quella che, dal 1913, è di fatto la banca centrale degli Stati Uniti). E invano Diamond ha, negli ultimi mesi, cercato di contrastare questo impietoso giudizio esibendo il pezzo di carta che – insieme al milione di dollari del premio – lo scorso ottobre la Real Accademia delle Scienze di Svezia gli ha con molta solennità consegnato (un pezzo di carta che, sia detto per inciso, è da alcuni buontemponi considerato il più alto riconoscimento che a un economista possa toccare nel corso della carriera).</p><p>Richard C. Shelby è stato – sempre e comunque &#8211; inamovibile. Il professo Diamond – ha detto e ripetuto fin da quando, nel febbraio del 2010, Barack Obama ha nominato il professore del MIT per l’alto incarico – ha fin qui concentrato i suoi studi sulle dinamiche del mercato del lavoro, ma nulla sa della <strong>politica monetaria</strong> di cui i governatori della Riserva Federale sono responsabili. E, considerati i chiari di luna che sta attraversando il Paese, non è davvero questo il momento, ha sottolineato il senatore repubblicano, di metterlo nelle mani di dilettanti. O, per citare testualmente Shelby, alle mani di persone <em>“che il mestiere </em>(quello della politica monetaria, Ndr)<em> lo devono imparare strada facendo”</em>.</p><p>Insomma: molti complimenti al professor Diamond per il suo Nobel. Ma, per quanto riguarda i repubblicani del Banking Committee, quel pezzo di carta (il Nobel) e tutte le decine di trattati economici elaborati dal medesimo professore (quelli per i quali la Real Accademia di Svezia l’ha infine premiato), non valgono neppure il disturbo di un’udienza preliminare. La <em>nomination </em>muore là dove è cominciata: negli uffici della <strong>Casa Bianca</strong>. Nella speranza che il presidente s’affretti a sostituire Diamond con qualcuno che, adeguatamente qualificato, non sia soltanto un mallevadore della politica di<strong> scialacquamento del pubblico denaro</strong> (<em>“profligate spending”</em>) che caratterizza l’attuale Amministrazione. Fuori dalle balle e avanti un altro.</p><p>E fuori dalle balle, il professore è, infine, effettivamente andato. Lo ha fatto, il professor Diamond, premio Nobel dell’Economia, annunciando la sua rinuncia attraverso un <a style="font-weight: bold;" href="http://www.nytimes.com/2011/06/06/opinion/06diamond.htm?_r=1&amp;scp=1&amp;sq=diamond%20shelby&amp;st=Search" target="_blank">editoriale aperto pubblicato dal<em> New York Times</em></a>, nel quale, con molto amara ironia, sottolinea quanto importante – soprattutto in una società devastata da una disoccupazione massiccia e apparentemente incurabile – sia in realtà stabilire una corretta relazione tra politiche monetarie e dinamiche del mercato del lavoro che vanno comprese per quel che realmente sono. Il tutto per arrivare a una assai triste, ma inevitabile conclusione: <em>“Dovremmo tutti preoccuparci</em> &#8211; ha scritto Diamond – <em>per quanto distorto è diventato il processo congressuale di conferma delle nomine, e per quanto poco capiscano di politica monetaria le entità congressuali che quella stessa politica sono chiamati a controllare”</em>…</p><p>La storia qui raccontata si presta, ovviamente, a molte considerazioni. La più immediata delle quali riguarda – come lo stesso professore ha sottolineato – proprio<strong> </strong>la <strong>tortuosità di un<em> “confirmation process”</em></strong><em> </em>diventato – ben oltre la sacra logica dei <em>“checks and balances”</em>, i reciproci controlli istituzionali – uno strumento di ricatto politico. E, subito dopo, la “mollezza” d’una presidenza, quella di Barack Obama, che, senza proferir parola, ha lasciato che la farsa si dipanasse. Ovvero: che ha consentito (o, con il suo silenzio, acconsentito) che, sfidando impavido e vittoriosamente il  ridicolo, Richard Shelby questionasse per mesi la “qualificazione” di un premio Nobel per l’Economia dalla Casa Bianca prescelto per un incarico economico. O, ancor peggio, che ha permesso, in questi due anni e passa di presidenza, che il dibattito economico (quel dibattito di cui la farsa Shelby-Diamond non è, a ben vedere, che un ultimo, indecente ma coerente capitolo) si sviluppasse – come denunciato da un altro recentissimo Nobel, Paul Krugman – lungo i <strong>binari fraudolenti imposti dai repubblicani</strong>. Quelli lungo i quali si è giunti alla conclusione che non la disoccupazione – come drammaticamente confermato dagli ultimi dati – ma la spesa pubblica ed il deficit sono il primo, anzi, l’unico, problema del paese…</p><p>Come andrà a finire è difficile dire. Ma su una cosa (tanto nessuno potrà mai verificare) io sono disposto a scommettere. Tra qualche secolo, quando agli storici toccherà il compito di analizzare le più profonde ragioni del declino dell’Impero americano, proprio su episodi come questo finirà per soffermarsi l’analisi. La politica che umilia la verità scientifica. Un avvocaticchio dell’Alabama che, dagli scranni del Congresso, impunemente questiona, in materia di economia, le qualificazioni di un premio Nobel. Richard C. Shelby che, come il <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Trofim_Denisovi%C4%8D_Lysenko" target="_blank">Trofim Lysenko</a></span> di staliniana memoria,<strong> piega la scienza</strong> (quella molto poco esatta dell’economia, in  questo caso) <strong>alle ragioni dell’ideologia</strong>…</p><p>Sto esagerando? Certamente. Ma esagerare, a volte, serve a rendere l’idea….</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/08/diamond-ma-quale-nobel-lei-e-bocciato/116495/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>36</slash:comments> </item> <item><title>Osama: torturatori alla riscossa</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/04/osama-torturatori-alla-riscossa/108736/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/04/osama-torturatori-alla-riscossa/108736/#comments</comments> <pubDate>Wed, 04 May 2011 08:19:40 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Abu Ghraib]]></category> <category><![CDATA[Barack Obama]]></category> <category><![CDATA[George W. Bush]]></category> <category><![CDATA[Guantanamo]]></category> <category><![CDATA[guerra in iraq]]></category> <category><![CDATA[Khalid Sheik Mohammed]]></category> <category><![CDATA[Maurizio Molinari]]></category> <category><![CDATA[neocon]]></category> <category><![CDATA[Osama Bin Laden]]></category> <category><![CDATA[Paul Wolfowitz]]></category> <category><![CDATA[Tortura]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=108736</guid> <description><![CDATA[Toh, chi si rivede: Paul Wolfowitz… Intervistato dal corrispondente della Stampa, Maurizio Molinari, quello che, regnante George W. Bush, fu numero due del Pentagono, “neocon” di spicco e primo ideologo della “guerra infinita”, dice la sua sull’uccisione di Osama Bin Laden. E sostiene – non si capisce sulla base di quale logica, prima ancora che sulla...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Toh, chi si rivede: <strong>Paul Wolfowitz</strong>… <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/finestrasullamerica/grubrica.asp?ID_blog=43&amp;ID_articolo=2037&amp;ID_sezione=&amp;sezione=tp://" target="_blank">Intervistato dal corrispondente della Stampa, Maurizio Molinari</a>, quello che, regnante George W. Bush, fu <strong>numero due del Pentagono</strong>, “neocon” di spicco e primo ideologo della “guerra infinita”, dice la sua sull’uccisione di Osama Bin Laden. E sostiene – non si capisce sulla base di quale logica, prima ancora che sulla base di quali fonti – che le informazioni utili per arrivare al gran capo di Al Qaeda sono giunte da interrogatori condotti nella prigione di Guantánamo. O, più precisamente, da quel <strong>Khalid Sheik Mohammed</strong> che fu, a suo tempo, uno dei più importanti luogotenenti di Bin Laden. La qual cosa, sottolinea senza tentennamenti Wolfowitz nel corso dell’intervista, “<em>deve far riflettere coloro che in passato hanno criticato la gestione di tali interrogatori, arrivando fino a parlare di tortura, e professando la necessità di chiudere Guantánamo. Spero che chi ha sostenuto tali posizioni ora si renda conto dell’importanza della scelta che facemmo creando questo carcere militare per rinchiudere i super-terroristi</em>”.</p><p>Brillante. Ed ancor più brillante risulterebbe tale affermazione se Wolfowitz spendesse qualche parola per spiegare al volgo in che modo una persona rinchiusa dal marzo del 2003 in stato di <strong>assoluto isolamento </strong>nel più isolato carcere del pianeta (il gulag di Guantánamo per l’appunto) abbia potuto fornire elementi utili per un’operazione svoltasi otto anni più tardi pressoché agli antipodi del pianeta. Ma non è davvero, in questo contesto, il caso di scendere in dettagli. Dei dettagli &#8211; e più in generale dei fatti, o di qualsivoglia realtà in grado di contraddire la sua visione del mondo &#8211; il buon Paul è sempre stato un nemico giurato. E quel che nell’intervista a lui preme è, con tutta evidenza, non ricostruire gli eventi, ma riscattare se stesso da quella proverbiale “<strong>pattumiera della storia</strong>” nella quale proprio dagli eventi &#8211; ovvero: proprio dagli esiti di quella guerra in Iraq che lui stesso aveva con illuminate parole pronosticato breve, vittoriosa e pressoché gratuita  - era stato con colpevole ritardo spedito ben prima che la presidenza Bush volgesse al termine. Gli iracheni, aveva spiegato con profetica energia Wolfowitz alla vigilia del conflitto, “<strong>ci accoglieranno come liberatori</strong>”. E le necessarie operazioni militari (fulminee e pressoché indolori) si pagheranno da sole, grazie al “reinserimento nel mercato del petrolio iracheno”. La guerra in Iraq – aveva ammesso con inusitato candore il numero due del Pentagono in un’<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.defense.gov/transcripts/transcript.aspx?transcriptid=2594" target="_self">intervista a <strong>Vanity Fair</strong> nella primavera del 2003</a></span> &#8211; non era affatto, come i suoi capi andavano affermando, la risposta ad una situazione di emergenza (le famose “<strong>a</strong><strong>rmi di distruzione di massa</strong>” che Saddam si preparava ad usare), ma parte d’una nuova strategia globale. Quella, per l’appunto, della “guerra infinita” contro il terrore. Una guerra nella quale Osama Bin Laden ed Al Qaeda non erano che un molto transeunte episodio.</p><p>E qui viene il punto. La caccia ad Osama e la campagna d’Afghanistan non furono, nella visione dei “neocon”, che il pretesto, lo spunto d’una <strong>strategia globale che aveva nella guerra irachena – e non nella distruzione della rete terrorista di Al Qaeda &#8211; il suo punto focale.</strong> Provate, per rinfrescarvi la memoria  a risentire (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=4PGmnz5Ow-o" target="_blank">clicca qui per il video</a>) quel che, il 16 marzo del 2003, George W. rispose ad una giornalista che gli chiedeva notizie della caccia a Bin Laden. “You know, I just don’t spend that much time on him…”. Sa che le dico? Io, semplicemente, non perdo troppo tempo pensando a lui…”.</p><p>No, Osama non è stato raggiunto e castigato dalla giustizia (non voglio qui discutere quanto davvero giusta sia questa giustizia tanto simile alla vendetta) grazie a Guantánamo ed a tutto quello di cui Guantánamo è diventato simbolo. No, il merito di Obama non è stato – come nel “complimentarsi” con il presidente in carica hanno molto viscidamente sostenuto molti vecchi arnesi della combriccola che ha regalato al mondo la guerra in Iraq – quello di “continuare la politica di Bush”, ma quello di cercare (sia pur con grande timidezza) di chiuderla, per rimettere sulle gambe una strategia antiterrorista che, in Iraq, del terrorismo era diventata il brodo di coltura.</p><p>Osama è stato raggiunto e castigato <strong>grazie ad un’operazione di polizia </strong>preparata da un accurato lavoro di <em>intelligence</em>. E la vera domanda è perché, per arrivare a questa operazione di polizia, ci siano voluti dieci anni, due guerre (con un numero di morti che – con la eccezione dei cinquemila caduti “occidentali” – nessuno si è mai preso la briga di contare) e, infine, le vergogne di <strong>Abu Ghraib </strong>e di <strong>Guantánamo</strong>. Vale a tal proposito la pena ricordare che, nel caso di Khalid Sheik Mohammed, si è giunti &#8211; come con quasi surreale sfrontatezza ricorda Wolfowitz &#8211; “persino a parlare di tortura”, per il semplice fatto che su di lui è stato per oltre sessanta volte praticato il “<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Waterboarding" target="_blank">waterboarding</a></span>”, una tecnica considerata tale (tortura) fin dai tempi dell’Inquisizione… No, cari neocons d’ogni latitudine. Mi dispiace, ma non c’è castigo che tenga, non c’è vendetta, non c’è “vittoria”, vera o fasulla, che possa riscattare questa vergogna…</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/04/osama-torturatori-alla-riscossa/108736/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>14</slash:comments> </item> <item><title>Cuba, l&#8217;hombre nuevo fodera bottoni</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/01/cuba-lhombre-nuevo-fodera-bottoni/108173/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/01/cuba-lhombre-nuevo-fodera-bottoni/108173/#comments</comments> <pubDate>Sun, 01 May 2011 07:30:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Massimo Cavallini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Comunismo]]></category> <category><![CDATA[congresso]]></category> <category><![CDATA[cuba]]></category> <category><![CDATA[Fidel Castro]]></category> <category><![CDATA[Leonardo Padura Fuentes]]></category> <category><![CDATA[Norberto Fuentes]]></category> <category><![CDATA[Partito]]></category> <category><![CDATA[pcc]]></category> <category><![CDATA[raul castro]]></category> <category><![CDATA[socialismo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=108173</guid> <description><![CDATA[Dunque – riprendendo il discorso là dove lo avevamo lasciato – di che cosa è fatta la actualización annunciata da Raúl Castro? In che termini il “neocastrismo” s’appresta ad “attualizzare” se stesso? Soltanto autoriproducendosi in attesa d’un relevo che la sua stessa logica ha reso impossibile? Non tutti lo credono. Molti – e con più...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Dunque – riprendendo il discorso <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/29/cuba-sotto-le-rughe-niente/107659" target="_blank">là dove lo avevamo lasciato</a> – di che cosa è fatta la <em>actualización </em>annunciata da <strong>Raúl Castro</strong>? In che termini il “neocastrismo” s’appresta ad “attualizzare” se stesso? Soltanto autoriproducendosi in attesa d’un <em>relevo </em>che la sua stessa logica ha reso impossibile?</p><p>Non tutti lo credono. Molti – e con più d’una buona ragione – fanno notare come il Congresso appena conclusosi sia dopotutto stato, ben oltre la riconferma della gerontocrazia al timone, anche il punto di svolta che ha definitivamente e ufficialmente sancito (almeno in termini prettamente gerarchici) <strong>l’uscita di scena</strong> dell’uomo che più d’ogni altro ha incarnato l’essenza della rivoluzione cubana. Anzi, dell’uomo che è a tutti gli effetti stato (e che per molti versi ancora è) la rivoluzione cubana. Fragilissimo e silenzioso, <strong>Fidel </strong>è apparso di fronte al Congresso soltanto per confermare, all’interno d’un cerimoniale – da qualcuno definito <em>pre-velorio</em>, o pre-funerale – appositamente elaborato per celebrare la fine del “lungo addio” cominciato quando, nell’estate del 2006, un’emorragia intestinale, superata solo grazie ad una lunga serie di interventi chirurgici, ha per sempre separato il <em>comandante en jefe</em> (comandante in capo) dalla diretta gestione d’un potere fino a quel momento esercitato in modo pressoché assoluto. E, se il <strong>dopo-Fidel</strong> è davvero cominciato, questo vuol dire – osservano alcuni &#8211; che è davvero cominciato (qualunque sia il significato autentico di questa espressione) anche il “dopo-rivoluzione”.</p><p>Molti, tra gli ottimisti, puntano gli sguardi, non su un gruppo dirigente storico ancora saldamente al potere ma, comunque, ormai prossimo ad esalare il suo ultimo respiro, bensì sui 115 nomi del Comitato Centrale (erano 150 prima del Congresso), la cui età media non viene rivelata, ma che – secondo dati ufficiali – mostra un rilevante aumento della presenza di donne (41 per cento), di neri e di mulatti (31 per cento). <strong>Norberto Fuentes</strong> – scrittore auto-esiliatosi nei primi anni ’90 <a href="http://www.elpais.com/articulo/internacional/reformas/Cuba/irreversibles/indetenibles/elpepuint/20110421elpepuint_8/Tes" target="_blank">crede di intravvedere in questo sotterraneo sommovimento una “inarrestabile” forza di “rinnovamento darwiniano”</a>, capace di rompere col passato e, nel contempo, di ridare vita ad una rivoluzione moribonda &#8211; anzi a una <strong>rivoluzione già morta</strong> (e morta, secondo Fuentes, durante il processo Ochoa, nell’estate dell’89) &#8211; trasformando in vere e dinamiche riforme le mezze misure sancite dal Congresso.</p><p>Può darsi che gli ottimisti abbiano ragione. Può darsi che a Cuba, sotto la superficie della cerimonia congressuale, qualcosa si stia davvero muovendo. Può essere che, oltre le retoriche nebbie delle celebrazioni del passato e delle commemorazioni del <em>líder máximo</em> ora diventato (parole sue) semplice “soldato delle idee”, il futuro del <em>primer teritorio libre de America</em> sia davvero cominciato. Dopotutto, recita un’antica massima, spesso le apparenze ingannano. Resta tuttavia il fatto che quel che il Congresso ha lasciato vedere di se stesso &#8211; durante la parata militare che ha preceduto i lavori e ogni qualvolta il dibattito, svoltosi a porte chiuse, ha aperto uno spiraglio al pubblico – di “nuovo” non ha mostrato, in effetti, che le rughe dei suoi scontatissimi vincitori. Nuove rughe e, tra le rughe, <strong>riforme economiche</strong> che – pur essendo indubbiamente le più audaci mai varate dal castrismo nel suo post-rivoluzione – preannunciano soltanto un sistema di produzione militarizzata (le Forze Armate già oggi controllano gran parte dell’economia) nella quale all’iniziativa privata (quella che dovrebbe coprire il milione e passa di impieghi statali in procinto di eliminazione) non si lasciano che attività marginali. Come ha scritto l’economista Carmelo Mesa-Lago dell’Università di Pittsburgh: quello che Raúl prospetta è, in realtà, <em><strong>“un comunismo senza sussidi e un capitalismo senza mercato”</strong></em>. Qualcosa che, in sostanza, non esiste in natura.</p><p>Le famose <strong>178 “attività” riconsegnate alla libera iniziativa</strong> da una legge varata lo scorso anno ci parlano d’un mondo &#8211; un mondo fatto di riparatori d’ombrelli e di cardatori di lana, di straccivendoli e di arrotini – che, altrove, non esiste più. E si è subito trasformato, quell’elenco, in carne da cannone per le barzellette (l’unica forma di libertà d’espressione che il regime non è riuscito ad eliminare) che di questi tempi si raccontano nelle strade dell’Avana. Una in particolare, tra queste “nuove” attività, sembra aver colpito la fantasia popolare: il mestiere di <em>forrador de botones</em>, il <strong>foderatore di bottoni</strong>, finalmente libero di &#8220;esercitare&#8221; fuori da ogni controllo statale (fisco escluso).</p><p>Domanda: si può cambiare una società foderando bottoni? Probabilmente no. Ma – come Leonardo Padura Fuentes rammenta in un bell’articolo pubblicato da Ips e dedicato alla &#8220;rinascita&#8221;  dell&#8217;Avana– se qualcosa mezzo secolo di rivoluzione ha insegnato ai cubani è, come si dice, a <em>resolver</em>. Ovvero: a <strong>fare di necessità virtù</strong>. Stiamo a vedere.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/01/cuba-lhombre-nuevo-fodera-bottoni/108173/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>22</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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