<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Manuela Campitelli</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/mcampitelli/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>La Barbie precaria</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/16/barbie-precaria/231255/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/16/barbie-precaria/231255/#comments</comments> <pubDate>Wed, 16 May 2012 10:07:35 +0000</pubDate> <dc:creator>Manuela Campitelli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[donne]]></category> <category><![CDATA[generazioni]]></category> <category><![CDATA[Io Qui. Lo Sguardo delle donne]]></category> <category><![CDATA[madri]]></category> <category><![CDATA[nonne]]></category> <category><![CDATA[precariato]]></category> <category><![CDATA[qualità della vita]]></category> <category><![CDATA[roma]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=231255</guid> <description><![CDATA[C’è Samantha, ricercatrice pendolare che studia matematica ferma all’autogrill per ottimizzare i tempi quando il raccordo anulare è ingolfato; c’è Antonella, studentessa italiana di seconda generazione che sogna di aiutare le donne meno giovani a riappropriarsi dell’autostima e della fiducia in sé stesse, per recuperare la forza d’animo necessaria a cercare un lavoro; c’è Raquel...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">C’è<strong> Samantha,</strong> ricercatrice pendolare che studia matematica ferma all’autogrill per ottimizzare i tempi quando il raccordo anulare è ingolfato; c’è<strong> Antonella</strong>, studentessa italiana di seconda generazione che sogna di aiutare le donne meno giovani a riappropriarsi dell’autostima e della fiducia in sé stesse, per recuperare la forza d’animo necessaria a cercare un lavoro; c’è <strong>Raquel</strong> dirigente d’azienda che per il fatto d’essere filippina viene costantemente scambiata per la tata dei suoi figli; e poi c’è <strong>Elena,</strong> che ha sorpreso la bambina più piccola a giocare a <a href="http://genitoriprecari.it/2012/05/16/barbie-precaria/#more-787" target="_blank">Barbie precaria</a>.</p><p align="JUSTIFY">Qualche tempo fa sono stata invitata alla prima del video documentario Io Qui. Lo Sguardo delle donne, scritto e diretto da Costanza Quatriglio per Indigo Film e per la Provincia di Roma.</p><p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/4clrMQ7kXpU" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p><p align="JUSTIFY">La giornata prometteva bene, come <a href="http://genitoriprecari.it/" target="_blank">genitoriprecari.it</a> e <a href="http://genitoriprecari.it/2012/05/03/le-parole-che-non-ho-scritto/" target="_blank">Punto D</a> mi sembrava stimolante un confronto che mettesse al centro la qualità della vita delle donne nell’area metropolitana della capitale, dal punto di vista dell’organizzazione del tempo, del welfare e della sicurezza. Ad aprire la discussione questo breve documentario, quindici minuti in tutto, che ha lasciato il segno. Il video racconta la storia di quattro donne, unite dal filo dell’incertezza rispetto al futuro e dei loro legami con un passato che per forza di cose si trascinano dietro. Ma racconta anche di conquiste importanti, strappate con i denti e con le unghie e difese a spada tratta. Le loro vite parlano di un passaggio difficile da compiere oggi, quello che da figlie le porterà ad essere madri e di tutti i condizionamenti legati a una condizione di incertezza lavorativa oltre che esistenziale.</p><p>Racconta di come una figlia si identifichi nella madre tanto da giocare <strong>a “fare la precaria</strong>”. E di una madre che si domanda per questo quali modelli sarà mai in grado di offrirle. Parla di nonna Emma, che ha dedicato una vita all’accudimento, prima come figlia, ora come suocera, permettendo in questo modo alla nuora, che ha due bambini, di non buttare all’aria ciò per cui ha studiato. E in questa<strong> staffetta generazionale tra nonna, nuora e nipote,</strong> l’unica risorsa possibile resta il privato familiare. Laddove c’è. La struttura narrativa si basa su un dialogo costante tra ciò che viene mostrato e ciò che è semplicemente evocato attraverso la voce fuori campo delle protagoniste, sempre complici e partecipi delle scelte registiche. In questo video l’autorappresentazione diventa occasione per riflettere sulla propria condizione, sulle conquiste strappate e sui modelli offerti. Ma anche su quelli imposti. Gli stessi che portano una bambina a identificarsi nella madre, attraverso il gioco di Barbie precaria.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/16/barbie-precaria/231255/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Vitalizi alla Regione Lazio, referendum contro i privilegi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/04/vitalizi-referendum-contro-privilegi/218781/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/04/vitalizi-referendum-contro-privilegi/218781/#comments</comments> <pubDate>Fri, 04 May 2012 15:43:58 +0000</pubDate> <dc:creator>Manuela Campitelli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Federazione della sinistra]]></category> <category><![CDATA[raccolta firme referendum]]></category> <category><![CDATA[referendum abrogativo]]></category> <category><![CDATA[referendum vitalizi]]></category> <category><![CDATA[Regione Lazio]]></category> <category><![CDATA[vitalizi parlamentari]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=218781</guid> <description><![CDATA[Vi ricordate quando scrissi questo post  sull&#8217;aumento dei vitalizi dei consiglieri e degli assessori del Lazio? Mancavano tre giorni a Natale e per l’occasione la maggioranza in Consiglio regionale decise di farsi un bel regalo mantenendo intatti tutti i privilegi acquisiti dai consiglieri che, a soli cinquant’anni e dopo soli cinque anni di mandato, possono...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Vi ricordate quando scrissi <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/02/regione-lazio-diteci-stato-equivoco/181094/" target="_blank">questo post </a> sull&#8217;aumento dei vitalizi dei consiglieri e degli assessori del Lazio? Mancavano tre giorni a Natale e per l’occasione la <strong>maggioranza</strong> in Consiglio regionale decise di farsi un bel regalo mantenendo intatti tutti i privilegi acquisiti dai consiglieri che, a soli cinquant’anni e dopo soli cinque anni di mandato, possono beneficiare di una pensione d’oro che aumenta con l’aumentare del numero di <strong>legislatura</strong> fino ad arrivare a circa 7 mila euro al mese nel caso di un consigliere un eletto per tre volte.</p><p>E sempre la stessa maggioranza, nella stessa seduta, decise in fretta e in furia di approvare l’articolo 10, inserito nella manovra finanziaria, che estendeva l’erogazione di questo assegno mensile anche agli assessori esterni non eletti salvo poi annunciare, genericamente e a parole, che avrebbe rinviato <strong>l’abolizione</strong> dei vitalizi alla prossima legislatura. E grazie.</p><p>Nel rispondere alla raffica di commenti indignati, anzi disgustati, per tanto marciume politico, vi dissi anche che sarei tornata sull’argomento, anche alla luce delle vostre proposte. Per questo mi sembra giusto comunicarvi che qualcosa si sta muovendo. La Federazione della Sinistra del Lazio ha promosso un <strong>referendum abrogativo</strong> dei vitalizi dei consiglieri e degli assessori regionali, a partire dalla vigente legislatura e ha già depositato i quesiti referendari in Consiglio regionale. Il 12 maggio prossimo inizierà ufficialmente la raccolta firma, con banchetti dislocati in tutte le cinque province del Lazio, per raggiungere l’obiettivo minimo delle 50.000 sottoscrizioni. E’ stata anche aperta una pagina <a href="http://www.facebook.com/stopaiprivilegilazio" target="_blank">Facebook </a>e un sito <a href="http://www.novitalizilazio.it" target="_blank">internet </a>(che sarà on line da lunedì prossimo) dove sarà possibile leggere tutti gli aggiornamenti e trovare l’elenco dei banchetti per la <strong>raccolta firme</strong>. Mi è sembrata un’iniziativa da condividere, perché questo referendum contrappone un diritto a un privilegio e perché la battaglia per mettere fine ai vitalizi dovrebbero essere assolutamente trasversale.</p><p>La posta in gioco è alta perché gli attuali consiglieri regionali, in vitalizi, costeranno alle casse dei cittadini 4.500.000 euro annui, una volta raggiunta l’età per l’accesso al privilegio. Questo costo si andrà ad aggiungere ai 17.000.000 di euro spesi annualmente dal Consiglio regionale per i 221 ex consiglieri che già ne beneficiano.</p><p>La vittoria del referendum porterebbe quindi a un risparmio di oltre 4 milioni di euro l’anno, solo eliminando i vitalizi dei consiglieri attualmente<strong> in carica</strong>. Si tratta di fondi pubblici che con un minimo di buon senso potrebbero essere reinvestiti in sanità, cultura, servizi sociali (solo per dirne alcune). Ma sul buon senso ci stiamo ancora lavorando.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/04/vitalizi-referendum-contro-privilegi/218781/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Alemanno, meglio andare a scuola o a sciare?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/16/scuola-materna-pista/204792/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/16/scuola-materna-pista/204792/#comments</comments> <pubDate>Mon, 16 Apr 2012 14:13:13 +0000</pubDate> <dc:creator>Manuela Campitelli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[asilo]]></category> <category><![CDATA[Comune di Roma]]></category> <category><![CDATA[graduatorie]]></category> <category><![CDATA[Ostia]]></category> <category><![CDATA[pista da sci]]></category> <category><![CDATA[precariato]]></category> <category><![CDATA[scuola materna]]></category> <category><![CDATA[XIII Municipio]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=204792</guid> <description><![CDATA[Eravamo al bar quando Catia mi ha chiesto “E adesso, come farò?” “Come farai a fare cosa?”, le rispondo io. “Come farò a mandare mio figlio a scuola, alla scuola materna”. “Beh, sei precaria, hai un marito precario, hai un indicatore di reddito molto basso, vivi in affitto, tuo figlio a settembre avrà già compiuto...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Eravamo al bar quando Catia mi ha chiesto “E adesso, come farò?”<br /> “Come farai a fare cosa?”, le rispondo io.<br /> “Come farò a mandare mio figlio a scuola, alla<strong> scuola materna</strong>”.<br /> “Beh, sei precaria, hai un marito precario, hai un indicatore di reddito molto basso, vivi in affitto, tuo figlio a settembre avrà già compiuto tre anni da un po’… accoglieranno la tua domanda d’iscrizione alla scuola pubblica”.<br /> “Veramente no, non l’hanno preso. Sono<strong> troppo precaria</strong>, con un lavoro troppo flessibile e periodi di disoccupazione troppo ampi tra un impiego e l’altro. Mio figlio resta fuori. Come è successo per il nido, così per la materna. Per il terzo anno di vita consecutivo, per lo Stato, Adriano non ha diritto a frequentare una scuola pubblica”.</p><p>Resto senza parole. Io conosco Catia da una vita, conosco il suo impegno, come mamma e come professionista. Ho assistito, da quando è nato Adriano, alle acrobazie per crescere suo figlio in prima persona, <strong>senza nido, senza tate, senza Stato</strong>.  Tre anni vissuti con lui e per lui, circondata dall’affetto del suo welfare tutto speciale, quello degli amici immancabili, babysitter improvvisati e sinceri, che si alternavano nella cura di Adriano quando mamma Catia andava a lavorare. Tre anni di sacrifici e rinunce, che hanno permesso ad Adriano  piccolo, troppo piccolo, di costruirsi quel bagaglio emotivo che l’avrebbe accompagnato sereno fino alla materna. Perché a tre anni si è finalmente pronti a giocare e a imparare condividendo.</p><p>E allora Catia ci sperava davvero che lo prendessero a scuola. E non solo per quel che comunemente si pensa, e cioè per consentire ai genitori di lavorare, ma perché, al contrario degli anni precedenti, leggeva nelle parole del figlio l’entusiasmo consapevole per questa nuova avventura. Lui era finalmente pronto, ma <strong>lo Stato non era pronto per lui</strong>.</p><p>Nei mesi scorsi Catia, che ha presentato domanda sia per la materna statale che comunale, ha passato ore ai servizi sociali prima di avere un appuntamento con un’assistente a cui spiegare la sua condizione. Un giorno sì e un giorno no, per dieci giorni consecutivi, prima di accaparrarsi quel numeretto (ne danno solo quattro ogni mattina) e ottenere così un colloquio.  Fino a quando è riuscita a conquistare un appuntamento e dopo sette ore di fila, modello lsee  e documenti alla mano, è riuscita a motivare la sua richiesta. Ha detto all’<strong>assistente sociale</strong> che di quella scuola lei e il compagno avevano bisogno proprio perché, essendo precari e passando spesso da un impiego all’altro, la possibilità di avere ore libere per loro significa mobilità sul lavoro e quindi maggiori entrate. Con  un reddito ridicolo e vivendo in affitto, secondo l’assistente sociale avrebbe avuto un buon punteggio per accedere alla scuola comunale. Per la statale invece era praticamente già fuori perché i criteri nell&#8217;assegnazione dei punteggi sono diversi e suo figlio non aveva i requisiti richiesti.</p><p>Quando sono uscite le graduatorie, qualche giorno fa, Adriano era invece stato tagliato fuori. “E pensare che, non essendo sposata, mi avevano addirittura “consigliato” di togliere il mio compagno dallo stato di famiglia, così da ottenere più punti. Ma non me la sono sentita, e non perché sono <strong>troppo onesta</strong>, ma perché sono <strong>onesta punto e basta</strong>. E poi Simone è un padre magnifico e per niente al mondo lo avrei svilito in questo modo”.</p><p>Catia vive nel municipio di Roma XIII, sul mare di Roma. E’ lo stesso municipio dove la giunta locale del Pdl, con il beneplacito di quella capitolina, vorrebbe realizzare un <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/05/roma-litorale-ostia-pronto-ospitare-pista-voluta-pdl/202395/" target="_blank">impianto sciistico del valore di 1,6 milioni euro</a>, in area demaniale. Il progetto è piaciuto così tanto ad Alemanno che è già stato inserito nel bilancio di previsione 2012 del Campidoglio.</p><p><strong>Quanti bambini il Comune di Roma riuscirebbe a mandare a scuola con 1,6 milioni di euro? </strong>Sindaco, ce li dica lei se sa fare bene i conti. Ma questa volta risponda.</p><p>Per Adriano non resterebbe che una scuola privata. Per una spesa mensile a partire dai<strong> 350 euro</strong>. Praticamente un controsenso, una presa per i fondelli, considerato l’indicatore di reddito che Catia ha consegnato insieme alla domanda. Questa è la storia di Adriano, che ha tre anni e non andrà alla materna comunale. In compenso, per lui e per tutti i bambini come lui, il Sindaco ha previsto una bella pista da sci dove trascorrere le giornate.</p><p>“Il dolore più grande che mi sta accompagnando in questi giorni – mi dice Catia – è quello di dover spiegare a mio figlio che non posso permettermi di mandarlo a scuola”.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/16/scuola-materna-pista/204792/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Regione Lazio, 8 milioni alla faccia del buon senso</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/03/regione-lazio-milioni-alla-faccia-buon-senso/202067/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/03/regione-lazio-milioni-alla-faccia-buon-senso/202067/#comments</comments> <pubDate>Tue, 03 Apr 2012 15:29:38 +0000</pubDate> <dc:creator>Manuela Campitelli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[bando di gara]]></category> <category><![CDATA[manovra finanziaria regionale]]></category> <category><![CDATA[Olimpiadi]]></category> <category><![CDATA[palazzine]]></category> <category><![CDATA[Regione Lazio]]></category> <category><![CDATA[sprechi]]></category> <category><![CDATA[tagli]]></category> <category><![CDATA[vitalizi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=202067</guid> <description><![CDATA[Bambino mio, parto da qualcosa che ti suoni familiare per spiegarti l’ennesimo schiaffo incassato dai cittadini del Lazio. Hai presente quando ti dico di non gettare la pizza bianca nel water perché sta male sprecare il cibo? Vorrei spiegarti meglio cosa si intende per spreco. Allora, prova a immaginare il tuo pezzo di pizza moltiplicato...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Bambino mio,<br /> parto da qualcosa che ti suoni familiare per spiegarti <strong>l’ennesimo schiaffo</strong> incassato dai cittadini del Lazio. Hai presente quando ti dico di non gettare la pizza bianca nel water perché sta male sprecare il cibo? Vorrei spiegarti meglio cosa si intende per spreco. Allora, prova a immaginare il tuo pezzo di pizza moltiplicato milioni di volte: cosa accadrebbe se gettassi milioni di pezzi di pizza nel water? Un bel guaio, non ce ne sarebbe più per tutti e molti non ne potrebbero mangiare più. Ecco, questo si chiama spreco.</p><p>Ora prova a immaginare <strong>uno spreco ancora più grande</strong>, perché fatto da signori grandi, e più meschino perché commesso alle spalle di un sacco di gente. A fine marzo, sul sito del Consiglio regionale del Lazio è stato pubblicato un <a href="http://www.consiglio.regione.lazio.it/binary/consiglio/consiglio_bandi/BANDO_GARA_pal.N_O.pdf" target="_blank">bando di gara</a> per aggiudicarsi un appalto per “la progettazione esecutiva e l&#8217;esecuzione dei lavori di ampliamento della sede del Consiglio regionale del Lazio”.<strong> <a href="http://www.consiglio.regione.lazio.it/binary/consiglio/consiglio_bandi/CAPITOLATO_PRESTAZIONALE_pal.N_O.pdf" target="_blank">Due palazzine ex novo</a></strong>, tre piani ognuna, più un piano interrato, da costruire all’interno del grande complesso di via della Pisana. Il tutto per la modica cifra di<strong> 8 milioni 259.750,49 euro</strong>, Iva esclusa, di cui 7 milioni 689.360,47 per l’esecuzione dei lavori, 320.390,02 per oneri della sicurezza e  250.000,00 per la progettazione. Fondi pubblici, naturalmente. La decisione è stata assunta dall’attuale ufficio di presidenza, che evidentemente ha ritenuto insufficienti gli ampliamenti già apportati dalle precedenti amministrazioni: una palazzina nuova di zecca deliberata durante la penultima legislatura e inaugurata solo di recente (che oggi ospita proprio l’ufficio di presidenza), e un mega prefabbricato noto con il nome di<strong> Pala Ciocchetti,</strong> nel periodo Storace. Stai a vedere che ogni presidente vuole lasciare la propria opera.</p><p>Mentre leggevo il bando di gara, riflettevo sull’ultima manovra finanziaria regionale di “lacrime e sangue”, approvata lo scorso dicembre: da un lato tagli complessivi per un miliardo e 300 milioni euro, chiusura di interi reparti ospedalieri, fondi alla spesa sociale e alla cultura dimezzati del 50% e 60 milioni di euro in meno per i trasporti; dall’altro aumenti della pressione fiscale e nuove tasse per un totale di 400 milioni di euro (tra cui il bollo e l’accise sulla benzina) evidentemente per pagarci quelle pensioni d’oro, i <a href="(http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/02/regione-lazio-diteci-stato-equivoco/181094/" target="_blank">vitalizi</a>, che l’articolo 10 della stessa Finanziaria ha esteso agli assessori esterni (non eletti) e ai tre consiglieri dichiarati decaduti. E poi pensavo alla decisione ultima di <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/16/alemanno-dare-soldi-delle-olimpiadi-agli-asili/191684/" target="_blank">mantenere in piedi la <strong>commissione Giochi Olimpici</strong></a>, anche se le Olimpiadi non si faranno più, che fino ad oggi si è riunita solo tre volte ed è costata 225 mila euro (la bellezza di 75 mila euro a seduta).</p><p>Basterebbe farsi un giro per il complesso di edifici (con annessi 2 ettari di parco) che ospita il Consiglio regionale del Lazio e avere un minimo di buon senso per rendersi conto che di quelle palazzine non c’è bisogno e che, eventualmente, basterebbe utilizzare uno dei tanti stabili di proprietà della regione già esistenti, invece che costruirne di nuovi.</p><p>Vedi figlio mio, non si possono imporre tagli da una parte per poi spendere dall’altra. Non si possono prendere 8 milioni di euro e buttarli nel cesso come fossero briciole di pizza bianca.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/03/regione-lazio-milioni-alla-faccia-buon-senso/202067/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Paternità, se la Nestlé batte il governo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/16/paternita-nestle-batte-governo/197760/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/16/paternita-nestle-batte-governo/197760/#comments</comments> <pubDate>Fri, 16 Mar 2012 09:48:25 +0000</pubDate> <dc:creator>Manuela Campitelli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[concessione]]></category> <category><![CDATA[diritto]]></category> <category><![CDATA[Governo]]></category> <category><![CDATA[Nestlè]]></category> <category><![CDATA[normativa europea]]></category> <category><![CDATA[paternità]]></category> <category><![CDATA[Post Partum]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=197760</guid> <description><![CDATA[Da qualche mese, una mia cara amica, Betta Cianchini, porta in scena Post Partum, uno spettacolo/inchiesta che descrive le emozioni, i conflitti, le paure e le debolezza di una donna che diventa mamma. E’ un racconto disincantato, che nasce dal cuore e dalla testa delle donne che crescono madri e degli uomini che le vedono...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Da qualche mese, una mia cara amica, Betta Cianchini, porta in scena <a href="http://genitoriprecari.it/2012/01/10/mamme-in-panne/" target="_blank">Post Partum</a>, uno spettacolo/inchiesta che descrive le emozioni, i conflitti, le paure e le debolezza di una donna che diventa mamma. E’ un racconto disincantato, che nasce dal cuore e dalla testa delle donne che crescono madri e degli uomini che le vedono crescere. Prima dello spettacolo, vengono distribuiti dei questionari sulle percezioni  dello<strong> stato d’animo delle neo mamme</strong> e sulle difficoltà maggiormente riscontrate.</p><p>Tra le prime cause di disagio, baby blues e depressione Post Partum, c’è la solitudine. Crescere un neonato da sole, chiuse tra quattro mura, è innaturale. E non si può aver paura ad ammetterlo.</p><p>La presenza del padre in questo frangente è<strong> essenziale</strong>, non solo per aiutare la famiglia a costruire nuovi e delicati equilibri, ma per  familiarizzare con il nuovo arrivato, per godersi il desiderio realizzato di essere papà, accorciando quella distanza emotiva col bambino, che la madre ha inevitabilmente tracciato nei nove mesi di gravidanza . Ma per fare questo è necessaria la presenza, la vicinanza, la quotidianità. E questo bisogno emotivamente essenziale, deve diventare un<strong> diritto riconosciuto</strong>.</p><p>Mi domando perché sia tanto difficile, da noi, assimilare questo concetto.</p><p>La Nestlè l’ha fatto, anticipando tutti e soprattutto battendo il Governo italiano sul tempo. La multinazionale ha deciso di <a href="http://www.senonoraquando.eu/?p=8628" target="_blank">garantire due settimane di paternità obbligatoria  per i propri dipendenti</a>, con l’impegno a integrare sino al 100% dello stipendio, in linea con quanto previsto dalla<strong> legge europea</strong>. L&#8217;Europarlamento ha approvato già nel 2010 l&#8217;innalzamento a 20 settimane di maternità pagata al 100% per tutte le mamme d&#8217;Europa e 14 giorni di paternità obbligatoria con stipendio pieno per i papà, a carico della fiscalità generale e non di un fondo contributivo.</p><p><strong>La Nestlè ha quindi recepito una normativa europea</strong>, cosa che il Governo italiano stenta ancora a fare. La legge attuale, infatti, prevede per i padri solo un congedo facoltativo al 30% della retribuzione. Ma chi, oggi, rinuncerebbe al 70% dello stipendio?In compenso, è in discussione alla Camera una nuova proposta che prevede <strong>almeno 3 giorni consecutivi </strong>di congedo obbligatorio di paternità nei primi 5 mesi di vita del figlio, mentre ora il giorno è uno solo.</p><p>I numeri, in questo caso, fanno la differenza, perché tracciano il <strong>confine tra il diritto e la concessione</strong>.</p><p>Ecco, il congedo di paternità dovrebbe essere un diritto, non una concessione, l’errore è consideralo un optional, un di più. E invece il ruolo del padre è essenziale tanto quanto quello della madre, seppur differente, e di questa alternanza il bambino ha bisogno. Ammetterlo è un passo avanti verso la reale uguaglianza tra uomini e donne. Perché le pari opportunità non si misurano solo sulle conquiste di tutte noi, ma sul riconoscimento delle esigenze emotive, oltre che professionali, di entrambi i sessi.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/16/paternita-nestle-batte-governo/197760/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>8 marzo con le mamme e i bambini di Rebibbia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/08/marzo-mamme-bambini-rebibbia/196134/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/08/marzo-mamme-bambini-rebibbia/196134/#comments</comments> <pubDate>Thu, 08 Mar 2012 08:22:07 +0000</pubDate> <dc:creator>Manuela Campitelli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[8 marzo]]></category> <category><![CDATA[Icam]]></category> <category><![CDATA[madri detenute]]></category> <category><![CDATA[Rebibbia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=196134</guid> <description><![CDATA[Sto per andare in carcere. Tra poche ore sarò a Rebibbia femminile, proprio oggi che è l’8 marzo, la festa di tutte le donne. E sinceramente non so dirvi se questa coincidenza carichi o meno la visita di significato. Molto probabilmente dipende dall’accezione che diamo all’8 marzo e dal valore che diamo alle donne (e...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Sto per andare in carcere. Tra poche ore sarò a Rebibbia femminile, proprio oggi che è l’8 marzo, la festa di tutte le donne. E sinceramente non so dirvi se questa coincidenza carichi o meno la visita di significato. Molto probabilmente dipende dall’accezione che diamo all’8 marzo e dal valore che diamo alle donne (e alla persone) ogni giorno della nostra vita. Certo è che, per le recluse di Rebibbia, oggi è un giorno come un altro e la nostra visita servirà a spezzare solo in parte<strong> la monotonia di giornate tutte uguali</strong>.</p><p>Nella sezione femminile vivono 380 detenute, a fronte di una capienza regolamentare di 290. Il 70% sono straniere e il 30% italiane, in gran parte finite in carcere per reati contro il patrimonio e per favoreggiamento. Rebibbia femminile detiene due tristi primati: è il più affollato d’Italia, e il primo, nel Lazio, per numero di <strong>madri detenute insieme ai loro figli</strong>. Dietro alle sbarre vivono da reclusi 14 bambini dai zero ai tre anni. Piccoli detenuti per nascita e non per colpa, che condividono spazi ristretti, giornate noiose e persino i malanni. I bambini di Rebibbia soffrono tutti delle stesse patologie: sono le malattie della reclusione, come le bronchiti e l’asma, dovute al fatto di vivere in spazi chiusi e poco areati oppure la miopia e la mancanza di visione tridimensionale, per non essere abituati a vedere a lungo raggio.</p><p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/83S53LJ4_8s" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p><p>Una condanna senza vergogna, che nessun paese cosiddetto civile dovrebbe mai accettare. Per loro, invece, è stata aperta una sezione-nido, un’associazione aberrante tra due parole così antitetiche, che fa rabbrividire nel collegamento immediato che trova con le altre due sezioni, quella femminile e quella maschile. E’ qui che le mamme e i piccoli di Rebibbia vivono tutto il giorno, in un dormitorio con annessa area giochi, la cui capienza massima è di 15 donne e 15 bambini, ma si è arrivati anche a sfiorare il tetto di 32 detenute madri insieme ai loro figli. Uno spazio comune, che all’apparenza, visto dall’interno, non sembra avere le sembianze di un carcere, salvo poi esserlo a tutti gli effetti. E non solo per le sbarre alle finestre, ma perché, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=QpUuIKWwQag" target="_blank">nonostante le puericultrici e l’educatrice</a></span>, non può chiamarsi nido quel che sorge dietro le sbarre. Così come <strong>non può dirsi infanzia </strong>quella vissuta in una prigione.</p><p>Da mamma libera, non so ancora cosa dirò alle mamme di Rebibbia. Il confronto, in questo caso, porta con sé tutti i limiti, le restrizioni e le regole imposte da un sistema detentivo inevitabilmente invadente. Quel che so è che un’alternativa alla detenzione carceraria dei bambini c’è ed è stata anche regolamentata. Ma non è mai partita. Questa alternativa si chiama <strong>Icam</strong>, istituto per la custodia attenuata delle detenute madri. L’Icam opera sul modello delle Case famiglia protette e non è certo la soluzione<strong> </strong>ottimale, <strong>ma resta pur sempre l’unica strada oggi possibile, in attesa che le modifiche legislative permettano alle madri detenute di fruire dei domiciliari</strong><strong>.</strong> Il progetto, già partito in Lombardia, nel Lazio era stato avviato durante la precedente legislatura e aveva incassato il consenso non solo del Consiglio regionale, degli assessorati alla Sicurezza e all’Ambiente, dell’Ente Parco e del Garante dei detenuti ma anche del Comune di Roma, del Dipartimento amministrazione penitenziaria e degli uffici interessati presso il ministero di Giustizia. Era persino stato individuato un casale, nel parco di Aguzzano, in grado di ospitare 12 detenute con bambini, per la cui ristrutturazione l’assessorato regionale alla Sicurezza, nel 2009, aveva stanziato 450mila euro. A tre anni di distanza questo progetto non è ancora decollato.</p><p><strong>Tre anni sono una vita per un bambino piccolo</strong>. Tre anni rappresentano l’età massima consentita per la permanenza in carcere di un figlio accanto alla madre. In tre anni un neonato ancora ignaro dello spazio intorno a sé, diventa un bambino consapevole di aver vissuto la propria infanzia in un ambiente estraneo. Quando c’è di mezzo l’infanzia, <strong>col tempo non si scherza</strong>, perché ogni giorno vale anni di emozioni che ti porti dietro a vita. In questi tre anni, invece, tutto si è fermato, tranne il carrozzone burocratico che, in compenso, ha lavorato molto. Dal 2010 a oggi il Consiglio regionale del Lazio ha prodotto due interrogazioni sulla detenzione in carcere dei minori da zero a tre anni, una mozione sugli Icam, approvata all’unanimità senza tuttavia aver avuto alcun effetto, e una proposta di legge per la realizzazione degli istituti di custodia attenuata, depositata e mai discussa. Siamo sempre alle solite: molti propositi, zero fatti.</p><p>Solo il 15 dicembre scorso la presidente <strong>Polverini </strong>riscopriva l’acqua calda, dando alla stampa una notizia vecchia come fosse nuova:  l’area era stata individuata, sempre la stessa, il casale nel parco di Aguzzano, senza però definire modi e tempi di attuazione del progetto. Ma perché questo impasse? Il motivo è squisitamente burocratico, sull’area in questione sorgono vincoli ambientali e per sbloccare l’iter sarebbe necessaria la riconversione e il cambio di destinazione d’uso del casale. Per questo si è riunita la Conferenza dei Servizi, di cui fanno parte il Comune di Roma, la Regione Lazio, il Dap e l’Ente regionale Roma Natura, che gestisce le aree naturali protette nel comune di Roma tra cui il parco di Aguzzano. Ma finora non ha prodotto nulla di fatto. <strong>Lungaggini burocratiche che lasciano riflettere</strong> se rapportate alla facilità con la quale si procede, in ben altre e più remunerative circostanze, ai cambi di destinazione d’uso o si concedono deroghe su terreni agricoli e vincolati. E se mai varranno superati questi scogli, saranno poi necessari altri tempi tecnici per portare la delibera di istituzione all’approvazione prima della Giunta e poi del Consiglio regionale.</p><p>Ecco, da mamma libera, cosa dirò alle mamme di Rebibbia. Dirò loro che l’infanzia non può aspettare, e che una cosa è giocare con i bambini e un’altra è prendersi gioco del loro futuro. Perché il carcere dovrebbe essere vietato ai bambini punto e basta. Oggi che è l’8 marzo, dedico questo articolo ai figli di Rebibbia, perché non debbano più chiedersi: <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://genitoriprecari.it/2012/03/07/che-ci-faccio-io-qui-l8-marzo-con-le-mamme-e-i-bambini-di-rebibbia/" target="_blank">che ci faccio io qui?</a></span></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/08/marzo-mamme-bambini-rebibbia/196134/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Più padri, meno asili?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/21/padri-meno-asili/192717/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/21/padri-meno-asili/192717/#comments</comments> <pubDate>Tue, 21 Feb 2012 10:29:02 +0000</pubDate> <dc:creator>Manuela Campitelli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[asili]]></category> <category><![CDATA[congedo di paternità]]></category> <category><![CDATA[Fornero]]></category> <category><![CDATA[maternità]]></category> <category><![CDATA[Svezia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=192717</guid> <description><![CDATA[Lo so, la domanda che pongo nel titolo può sembrare provocatoria e un controsenso rispetto a quello che ho sempre sostenuto (in diversi articoli per Il Fatto Quotidiano e per genitoriprecari.it): lo Stato deve garantirci un&#8217;assistenza familiare adeguata e, invece di sperperare soldi in Grandi Eventi, potrebbe investirli nell&#8217;apertura di asili comunali. Ciò non toglie...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Lo so, la domanda che pongo nel titolo può sembrare provocatoria e un controsenso rispetto a quello che ho sempre sostenuto (in diversi articoli per Il Fatto Quotidiano e per <a href="http://genitoriprecari.it/" target="_blank">genitoriprecari.it</a>): lo Stato deve garantirci un&#8217;<strong>assistenza familiare adeguata</strong> e, invece di sperperare soldi in <strong><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/16/alemanno-dare-soldi-delle-olimpiadi-agli-asili/191684/" target="_blank">Grandi Eventi</a></strong>, potrebbe investirli nell&#8217;apertura di asili comunali. Ciò non toglie che, soprattutto per i primi mesi di vita, un bambino del nido potrebbe tranquillamente farne a meno, se il <strong>congedo parentale</strong> fosse equamente distribuito tra mamma a e papà.</p><p>Un po’ come accade in<strong> Svezia</strong>, dove entrambi i genitori si assentano dal lavoro per un totale di<strong> 480 giorni </strong>pagati dal governo, di cui 60 obbligatori sia per l&#8217;uno che per l&#8217;altro e il resto con la possibilità di cederli al partner. Fantapolitica per un paese come il nostro che fatica a garantire persino alle donne il <a href="http://genitoriprecari.it/2012/02/20/mamma-rai-di-tutto-di-piu/" target="_blank">diritto alla maternità</a>. Per questo ho avuto un sussulto quando ho sentito qualche giorno fa la <a href="http://www.corriere.it/economia/12_gennaio_30/fornero-in-attesa-di-incontro-goverso-sindacati-imprese_4d725a7a-4b88-11e1-8fad-efe86d39926f.shtml" target="_blank"><strong>ministra Fornero</strong> dichiarare ai microfoni della trasmissione<em> Otto e Mezzo</em></a> che &#8220;si potrebbe ipotizzare di rendere obbligatorio, almeno per un periodo di tempo, il <strong>congedo di paternità</strong>, per superare la resistenza a superare un gap soprattutto culturale del paese&#8221;. La parola obbligatorietà non è usata a caso, visto che a oggi solo il 3 per cento dei  padri chiede il permesso di paternità, contro il 45% delle madri. Nel 2010 sono state circa 800mila le donne licenziate, o costrette a lasciare il lavoro, per cause legate alla maternità (ovvero l’8,7% delle lavoratrici con almeno un figlio).</p><p>A questo punto mi sorge una domanda: fermo restando che un cambiamento di mentalità passa anche attraverso un adeguamento normativo, se il congedo di paternità fosse obbligatorio, quale sarebbe la reazione dei papà italiani? <strong>Uomini, questa volta voglio sentire cosa ne pensate voi</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/21/padri-meno-asili/192717/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Alemanno, diamo i soldi delle Olimpiadi agli asili?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/16/alemanno-dare-soldi-delle-olimpiadi-agli-asili/191684/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/16/alemanno-dare-soldi-delle-olimpiadi-agli-asili/191684/#comments</comments> <pubDate>Thu, 16 Feb 2012 13:02:15 +0000</pubDate> <dc:creator>Manuela Campitelli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Alemanno]]></category> <category><![CDATA[asili nido]]></category> <category><![CDATA[Commissione]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[Olimpiadi]]></category> <category><![CDATA[Polverini]]></category> <category><![CDATA[roma]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=191684</guid> <description><![CDATA[Prendo spunto da una notizia apparsa di recente. Dopo il no di Monti alla candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2020, il presidente del Consiglio del Lazio ha fatto sapere che resterà in piedi la Commissione regionale costituita ad hoc per quell’obiettivo (nonostante il presidente e il vice presidente si siano già dimessi) ma...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Prendo spunto da una notizia apparsa di recente. Dopo il <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/04/roma-2020-monti-allontana-olimpiadipescante-dannosa-indecisione-governo/189077/" target="_blank">no di Monti alla candidatura di Roma per le Olimpiadi</a></span> del 2020, il presidente del Consiglio del Lazio ha fatto sapere che resterà in piedi la Commissione regionale costituita ad hoc per quell’obiettivo (nonostante il presidente e il vice presidente si siano già dimessi) ma che, invece di chiamarsi Commissione per i Giochi olimpici, si chiamerà <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilvelino.it/agv/news/articolo.php?idArticolo=1533474&amp;t=Roma_2020__Abbruzzese__Commissione__Puo_restare_per_Grandi_eventi" target="_blank"><strong>Commissione per i Grandi eventi</strong></a></span>. A beh, allora cambia tutto.</p><p>In pratica, resterà in piedi un mini apparato creato appositamente per un avvenimento che non si terrà più, che costa <strong>225 mila euro l’anno</strong> e che, fino ad oggi, si è riunito solo tre volte. Ogni seduta è costata la bellezza di 75 mila euro tra benefit, indennità di presidenza, di vice presidenza e spese di consulenza. Uno spreco che si aggiunge a quello dei privilegi per i consiglieri regionali e all’<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/02/regione-lazio-diteci-stato-equivoco/181094/" target="_blank">estensione dei vitalizi agli assessori esterni</a></span>, non eletti, che la maggioranza al Governo del Lazio ha fatto passare durante l’ultima Finanziaria regionale, il 21 dicembre scorso. Alla faccia della crisi.</p><p>Pensavo questo, qualche giorno fa, mentre mi apprestavo a compilare la domanda per l’inserimento di mio figlio al nido comunale.  Ancora impresse nella mia mente due immagini epocali, quelle di Alemanno, che il giorno prima spala la neve e quello dopo incassa il no di Monti per Roma 2020. Davvero un brutto periodo per lui. Ecco, se avesse speso un solo giorno a difendere i diritti dei cittadini con la stessa enfasi con cui, negli ultimi tempi, ha difeso il suo operato, probabilmente non starei qui a compilare una domanda per un<strong> nido comunale </strong>che nessuno si sognerà mai di accettare.</p><p>Il mio tenore di vita e la mia condizione sociale non mi consentono di avere accesso a un asilo pubblico. E non perché lavoro troppo e guadagno troppo, ma perché ho un lavoro precario. E quindi, a rigor di una logica tutta italiana (la stessa che tiene in piedi una commissione fantasma) i <strong>disoccupati</strong>, gli inoccupati, i part time, i Co.co.co e via dicendo hanno <strong>meno punti in graduatoria</strong>. Per tutti loro, lavoratori dai mille impieghi e dai mille euro al mese, non resta che rivolgersi al privato: 400 euro al mese e passa la paura. L’unica soluzione che rimane è quella di <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://genitoriprecari.it/organizziamoci/" target="_blank">organizzarci</a></span>.</p><p>La carenza di nidi comunali, nella mia città, è cronica. A Roma ci sono 200 asili pubblici (di cui soltanto 194 aperti) e 230 privati in convenzione. Nel 2010, al momento della pubblicazione graduatorie, su 18.600 domande, solo poco più di 10mila sono state accolte, mentre per <strong>8mila bambini </strong>dai 0 ai 3 si sono aperte le lista d’attesa. Il Comune di Roma potrebbe fronteggiare l’emergenza aprendo i nuovi asili appena ristrutturati, ma in realtà la linea seguita dal Campidoglio sembra essere quella della privatizzazione e dell’esternalizzazione del servizio, dandolo in concessione o in convenzione. Nel primo caso parliamo di asili costruiti o restaurati con soldi pubblici, concessi poi al privato che godrà anche di un contribuito comunale di 475 euro a bambino.</p><p>Per quel che riguarda i nidi in convenzione, i dati elaborati dall&#8217;Anci dimostrano come siano lievitati i costi nelle città dove si è maggiormente privatizzato. A tutto questo si aggiunge l&#8217;approvazione, da parte della Regione Lazio, della nuova normativa sugli asili nido che prevede la <strong>diminuzione dei mq</strong> destinati ad ogni bambino (da 10 a 6 mq) e<strong> l&#8217;aumento del rapporto educatrice-bambino</strong>, che passa da 1/6 ad 1/7. Con buona pace della qualità del servizio, del carico di lavoro per le operatrici e del benessere dei bambini.</p><p>Risale a poco tempo fa l’operazione del Gruppo sicurezza pubblica della Polizia municipale di Roma negli asili privati della capitale. Solo nell’VIII municipio la metà dei nidi controllati presentava irregolarità: uno era totalmente abusivo e un altro, autorizzato a ospitare 14 bambini, ne accoglieva 31. L’Unione Sindacale di Base ha lanciato una <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://entilocali.usb.it/index.php?id=20&amp;tx_ttnews[tt_news]=36768&amp;cHash=8ce8%20dccd99&amp;MP=63-71" target="_blank">petizione</a></span></strong> a livello nazionale per chiedere che gli asili nido escano dai servizi a domanda individuale e siano inseriti nel sistema formativo di una persona come primo livello di istruzione, ovviamente non obbligatorio.</p><p>Cari amministratori, mentre scrivo penso a voi. Alla <strong>Polverini</strong>, che tiene in piedi i costi di una commissione fantasma per dei Giochi Olimpici che non si terranno a Roma, salvo poi togliere il contributo regionale al progetto dei nidi familiari (le tate condivise, o <em>Tagesmutter</em>, collaudate da anni in tutta Europa, ma non in Italia). E penso ad <strong>Alemanno</strong>, che nel corso dell’ultima visita al Papa ha dichiarato di essere in prima linea per il sostegno alle famiglie. Sindaco, quei milioni di euro che aveva destinato alla promozione delle Olimpiadi, troverà il modo di investirli in servizi per i cittadini?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/16/alemanno-dare-soldi-delle-olimpiadi-agli-asili/191684/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Tacconi Sud, donne che non si arrendono</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/07/tacconi-donne-arrendono/189612/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/07/tacconi-donne-arrendono/189612/#comments</comments> <pubDate>Tue, 07 Feb 2012 15:49:36 +0000</pubDate> <dc:creator>Manuela Campitelli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[donne]]></category> <category><![CDATA[fabbrica]]></category> <category><![CDATA[fallimento]]></category> <category><![CDATA[Tacconi Sud]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=189612</guid> <description><![CDATA[Rosa, Patrizia, Teresa, Mariella, Violetta, Nicoletta e molte altre, da 385 giorni occupano l’ex fabbrica tessile sulla via Pontina, in provincia di Latina. Per tutti sono le donne della Tacconi sud. Tutto è iniziato il 19 gennaio del 2011 quando, come atto finale di una lunga mobilitazione partita nel novembre del 2010, le 29 operaie dell’azienda...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Rosa, Patrizia, Teresa, Mariella, Violetta, Nicoletta e molte altre, da 385 giorni occupano<strong> l’ex fabbrica tessile sulla via Pontina</strong>, in provincia di Latina. Per tutti sono le donne della Tacconi sud. Tutto è iniziato il 19 gennaio del 2011 quando, come atto finale di una lunga mobilitazione partita nel novembre del 2010, le 29 operaie dell’azienda di proprietà dei Fratelli Sarchi di Pavia hanno proclamato lo stato di agitazione e indetto l’assemblea permanente. Le richieste erano chiare e redatte nel verbale dell’occupazione inviato alla Questura: considerato lo stato di crisi aziendale,  i buchi accumulati negli anni e la dichiarazione di cessata attività, volevano un incontro con la proprietà per definire la domanda di cassa integrazione straordinaria, la mobilità, le spettanze, il versamento dei contributi per la pensione integrativa e il recupero del Tfr.</p><p>Un mese prima, il 22 dicembre, <strong>con un telegramma</strong> il datore di lavoro aveva ufficializzato la cessata attività. Era il giorno prima della chiusura della fabbrica per le festività natalizie e le donne stavano partecipando alla fiaccolata del lavoro organizzata dalla Cgil, Cisl e Uil. A soli due chilometri dai cancelli della Tacconi Sud, gli operai della Gial, ex Motta, iniziavano la mobilitazione contro la chiusura della fabbrica storica della frazione di Borgo San Michele. Le lettere di licenziamento vengono recapitate il 2 gennaio 2011, le operaie vengono invitate a non rientrare in fabbrica e a prendere gli ultimi effetti personali negli spogliatoi ormai vuoti. <strong>A quaranta, cinquant’anni</strong>, dopo averne lavorati oltre 20 nella stessa azienda, le donne della Tacconi Sud vengono messe alla porta: senza cassa integrazione, senza Tfr, senza tredicesima e senza gli stipendi arretrati di due mesi.</p><p>Quando la proprietà latita nel presentare la domanda di cassa integrazione all’Inps, come previsto dalla legge,  le operaie riunite in assemblea permanente decidono di restare nei locali fino a quando non otterranno gli <strong>ammortizzatori sociali </strong>previsti in caso di cessata attività. Entreranno in magazzino, tenendo in ostaggio l’unico valore in giacenza, il tessuto e le tende pneumatiche per l’ultima commessa a cui stavano lavorando. Valore medio  10mila euro cadauna, quanto basterebbe per pagare almeno le mensilità arretrate a tutte. La prima notte nella Tacconi Sud occupata l’hanno trascorsa in tre, nella mensa  adattata con letti e un angolo cottura, con gli occhi puntati verso il cancello per la paura di uno sgombero. <strong>Tre operaie</strong>, ma anche tre donne, tre mamme e tre figlie, divise tra la causa collettiva e il pensiero di chi stava a casa: il figlio al telefono che non riesce a prendere sonno, il genitore anziano e preoccupato, il proprio compagno.</p><p>Da allora sono passati <strong>385 giorni di presidio permanente,  sette giorni su sette, 24 ore su 24</strong> suddivise in tre turni:  dalle 8 alle 14, dalle 14 alle 22 e dalle 22 alle 8 di mattina. Questa è la storia di <strong>29 donne</strong> <strong>e del loro attaccamento al lavoro</strong>, di amicizie perse e di legami consolidati, di famiglie tirate in ballo e di convinzioni difese. Durante quest’anno hanno ottenuto la cassa integrazione del 2011 per cessata attività (erogata solo a partire dal giugno scorso) e poi quella in deroga. Gli altri obiettivi restano in piedi perché, ad oggi, non sono stati versati né gli arretrati né il Tfr. In tutti questi mesi le operaie hanno avanzato soluzioni, hanno presentato richiesta di fallimento sulla base dei 30mila euro di stipendi arretrati e hanno proposto di affittare il tetto del capannone industriale (4000mq) alle aziende interessate al fotovoltaico. L’operazione permetterebbe di produrre un megawatt di energia, rendendo lo stabile competitivo dal punto di vista energetico e quindi appetibile sul mercato.</p><p>Tra pochi giorni, il 9 febbraio, questa vicenda potrebbe essere a un punto di svolta. Il giudice è chiamato a pronunciarsi <strong>sull’istanza di fallimento </strong>presentata dalle lavoratrici, che permetterebbe la riconversione della fabbrica  per cui c’è già un compratore e la nomina di un curatore fallimentare per saldare i debiti dell’azienda, in primis quelli verso le operaie. La scena, ad oggi, è ferma all’ultimo giorno di lavoro. Nel magazzino è rimasto tutto uguale, come se la produzione dovesse riprendere l’indomani. L’unica differenza sono i disegni che Gaia, Angelica, Aurora, Daniele e gli altri bambini del presidio hanno appeso ai muri della fabbrica.</p><p>Per tutte loro l’auspicio migliore è quello di <strong>Rosa Giancola</strong>, un’operaia del presidio che, in un video girato durante il periodo natalizio, augura un nuovo anno basato sull’articolo 1 della Costituzione. E in questa <a href="http://genitoriprecari.it/2012/02/07/donne-coraggiose/" target="_blank">lettera</a> che ha dedicato a tutte le donne coraggiose.</p><p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/4fwYzOSjAvw" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/07/tacconi-donne-arrendono/189612/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Lettera di una mamma (poco) monotona a Monti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/03/lettera-mamma-poco-monotona-monti/188785/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/03/lettera-mamma-poco-monotona-monti/188785/#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 11:03:08 +0000</pubDate> <dc:creator>Manuela Campitelli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[donne]]></category> <category><![CDATA[maternità]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[occupazione]]></category> <category><![CDATA[posto fisso]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=188785</guid> <description><![CDATA[Caro Presidente, diciamocelo francamente, la sua è stata davvero una battuta infelice. Glielo dico da donna precaria, in scadenza da sempre, soprattutto da quando sono diventata mamma. Da 14 mesi a questa parte, la condizione di precarietà che mi accompagna dai tempi dell’università prima, della specializzazione e del praticantato poi, è diventata la vera monotonia. ...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Caro Presidente,</p><p>diciamocelo francamente, la sua è stata davvero una <strong>battuta infelice</strong>. Glielo dico da donna precaria, <strong>in scadenza da sempre</strong>, soprattutto da quando sono diventata mamma. Da 14 mesi a questa parte, la condizione di precarietà che mi accompagna dai tempi dell’università prima, della specializzazione e del praticantato poi, è diventata la <strong>vera monotonia</strong>.  Ecco, il punto è proprio questo: se, come dice lei,  “è bello cambiare” e “accettare nuove sfide”, le assicuro che nella nostra precarietà a tempo indeterminato non solo non c’è niente di bello, ma non c’è neanche il cambiamento.<br /> E l’unica sfida al massimo è quella di sopravvivere senza stipendio. La sua affermazione sarebbe pur condivisibile, <strong>se la precarietà fosse flessibilità</strong> e garantisse continuità lavorativa e di retribuzione. Nel nostro caso, invece, è un’imposizione inutile alla nostra crescita professionale e umana.</p><p>Caro Presidente, le parole hanno un senso. E in questo caso la superficialità non ha giocato a suo favore perché tale senso è stato ampiamente ignorato. Provo quindi a raccontarle io cosa c’è dietro la condizione di una<strong> mamma precaria</strong>. Una mamma precaria ha scarse possibilità di accedere a un<strong> nido comunale</strong> perché, se al momento di presentare la domanda si trova temporaneamente inoccupata, non avrà punti in graduatoria. In tal caso, se vuole continuare a lavorare, dovrà rivolgersi a un nido privato, al costo di circa 400 euro al mese. Ma senza un lavoro è difficile che possa permettersi una struttura del genere e, al contempo, senza nido è improbabile che possa andare a lavoro. Una mamma precaria, nella maggior parte dei casi, non godrà della maternità, perché verrà mandata a casa prima. Una mamma precaria, qualora non venisse mandata a casa, vivrà i trimestri della sua gravidanza con un peso sullo stomaco, ben più gravoso del pancione che cresce. Una mamma precaria sarà <strong>costretta a nasconderlo quel pancione</strong>, per racimolare ogni settimana in più di lavoro.<br /> Una mamma precaria vivrà il futuro col dubbio di aver fatto la scelta giusta e si sentirà offesa, ferita e incompresa quando le chiederanno: ma se sei precaria chi te lo ha fatto fare? E lei ci penserà su tutti i giorni, prima di trovare inequivocabilmente la risposta negli occhi di suo figlio. Una mamma precaria vorrebbe rispondere che l’unica domanda da porsi è se è accettabile, oggi, considerare <strong>i figli un lusso</strong>, ma non oserà farlo, per il timore di essere giudicata.</p><p>Una mamma, o meglio, una coppia di genitori precari, nella maggior parte dei casi costruiranno un<strong> nido precario</strong>, niente di più innaturale, perché nessuna banca gli concederà mai un mutuo.  Una mamma precaria rientra in quelle <strong>800mila donne licenziate</strong>, o costrette a lasciare il lavoro, per cause legate alla maternità (ovvero l’8,7% delle donne lavoratrici con almeno un figlio, secondo le stime della Cgil) e fa parte di quel milione di donne secondo cui in Italia coniugare maternità e vita professionale è impossibile, soprattutto per quelle giovani (13% dei casi), che vivono al Sud (10%) e con bassi titoli di studio (10%). Una donna precaria potrebbe subire il fenomeno illegale delle <strong>dimissioni in bianco</strong>, in base al quale le aziende spesso fanno firmare alle neoassunte delle dimissioni senza data da compilare in caso di futura gravidanza.</p><p>Una donna, anche se non precaria, avrà sempre una retribuzione netta mensile del <strong>18% in meno </strong>rispetto agli uomini ( 1.077 euro contro i 1.377 dei lavoratori dipendenti maschi). E questo nonostante, secondo una recente ricerca dell’Università Bocconi di Milano, 100mila donne in più al lavoro porterebbero a un aumento del Pil dello 0,28%. Mentre, per la Banca d’Italia, se il tasso raggiungesse il 60% previsto dagli obiettivi di Lisbona, il Pil crescerebbe addirittura del 7%.</p><p>Alla luce di tutto ciò, gradirei davvero sentirmi un po’ monotona, con una retribuzione fissa e dignitosa e con una continuità lavorativa che mi permetta di programmare serenamente il futuro. <strong>Perché se al posto fisso ci abbiamo rinunciato da tempo</strong>, <strong>allo stipendio fisso no e neanche ai diritti</strong>. Compensi equi e garantiti, ammortizzatori sociali, indennità di disoccupazione, incentivi alle famiglie, accesso ai mutui per i contratti atipici, flessibilità sì ma anche continuità lavorativa.</p><p>Caro Presidente, più che pensare alla monotonia di un posto fisso, sempre lo stesso e sempre uguale, preoccupiamoci dell’insostenibilità di un lavoro vacillante, sempre precario e sempre incerto. Talmente mutevole da risultare monotono.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/03/lettera-mamma-poco-monotona-monti/188785/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La nuova linea &#8220;Lego&#8221; per femmine è sessista?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/27/lego-femmine-sono-sessiste/186921/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/27/lego-femmine-sono-sessiste/186921/#comments</comments> <pubDate>Fri, 27 Jan 2012 10:01:01 +0000</pubDate> <dc:creator>Manuela Campitelli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[creatività]]></category> <category><![CDATA[giocattoli]]></category> <category><![CDATA[lego]]></category> <category><![CDATA[sessismo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=186921</guid> <description><![CDATA[I maschi sono più portati per le materie scientifiche, le femmine per quelle umanistiche. I maschi sono più bravi nei lavori manuali, le femmine sono più ordinate. I maschi sono più inclini alla tecnologia, le femmine sono più organizzate. Al di là dei luoghi comuni, che tralasciano le influenze socio-culturali, i condizionamenti imposti, l’incoraggiamento, le...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>I maschi sono più portati per le materie scientifiche, le femmine per quelle umanistiche. I maschi sono più bravi nei lavori manuali, le femmine sono più ordinate. I maschi sono più inclini alla tecnologia, le femmine sono più organizzate. Al di là dei luoghi comuni, che tralasciano le influenze socio-culturali, i condizionamenti imposti, l’incoraggiamento, le attitudini personali, il libero accesso alle professioni e le pari opportunità, alcune differenze tra uomini e donne sono innegabili. Almeno per quel che concerne le <strong>regole del mercato</strong>.</p><p>La Lego, azienda danese leader nei mattoncini, dopo quattro anni di ricerche di marketing ha creato una linea tutta al femminile. Si chiama <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://friends.lego.com/en-us/Default.aspx" target="_blank">Lego Friends</a></span> ed è <strong>rivolta alle bambine</strong> a partire dai cinque anni. L’obiettivo, dichiarato dall’amministratore delegato Jorgan Vig Knudstorp, è “raggiungere anche il restante 50% dei bambini di tutto il mondo”, cioè di vendere anche alle bambine. E, per fare questo, si è deciso per un cambiamento radicale. In Lego Friends non ci sono quei personaggi squadrati e gialli a cui siamo stati abituati. Niente sceriffi, poliziotti, super eroi o principi di Persia ma cinque amiche fisicate, belle, alla moda, dalla vita stretta e dagli zigomi alti. Mia, Emma, Andrea, Stephanie e Olivia vivono in un mondo dalle sfumature rosa, guidano decappottabili rosa, abitano in case rosa e cavalcano un cavallo marrone che vive in una stalla rosa. Sorseggiano un drink a bordo piscina, vanno a fare shopping, dal parrucchiere e alla mostra canina (anche il cane ha la cuccia rosa). Al massimo viene concesso loro un laboratorio, che però si chiama “atalier scientifico”. Ma soprattutto, in Lego Friends, <strong>non c’è molto da costruire</strong>, perché i mattoncini sono pochi e più facili da assemblare rispetto a quelli per maschietti.</p><p>Tanto è bastato per far saltare sulla sedia genitori, psicologi, organizzazioni per le pari opportunità e specialisti nei disturbi alimentari. Le accuse sono chiare: “Lego Friends è sessista, alimenta stereotipi di genere e accresce l’insoddisfazione delle ragazze rispetto al proprio corpo”. Secondo Carolyn Costin, specialista dei disordini alimentari e fondatore del Monte Nido Treatment Center a Malibù, “il messaggio che passa è che essere belle è più importante di chi sei e chi cosa sei capace di fare” mentre l’associazione internazionale dei professionisti dei disordini alimentari ha dichiarato che “questi giochi sono privi di fantasia”. Il 20 dicembre è partita una <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.change.org/petitions/tell-lego-to-stop-selling-out-girls-liberatelegos" target="_blank">petizione on line</a></span> promossa da <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.sparksummit.com/" target="_blank">Spark Movement</a></span> e <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.poweredbygirl.org/about-pbg" target="_blank">Powered By Girl</a></span> e sottoscritta già da ben 50mila persone. Secondo queste due organizzazioni per le pari opportunità non esiste una reale indagine di mercato ma sono i condizionamenti imposti, i <strong>preconcetti</strong>, le influenze ambientali e i messaggi fuorvianti con cui i professionisti del marketing bombardano le ragazzine a imporre determinati modelli, escludendole a priori da una fetta del mercato. E questo perché, dicono, “gli stereotipi rendono più facile la commercializzazione dei prodotti”. Ricordano poi all’azienda i principi su cui si è stata fondata, “costruire e creare”, che nel 1980 la Lego invitava le bambine a giocarci in modo creativo, intelligente e fantasioso e che “i giocattoli con cui giocano i nostri bambini oggi, li aiuteranno a diventare i leader di domani”. L’azienda, dal canto suo, ribadisce che “Lego è per tutti” e che la linea Friends non è l’unica proposta per bambine ma una delle tante tra cui scegliere.</p><p>Fermo restando che basta accendere la televisione oppure entrare dentro un ufficio per assistere a scene di ordinario sessismo e che l’identità di una donna si definisce nelle relazioni sociali paritarie, in famiglia come a lavoro, è innegabile che <strong>proprio giocando inizia a formarsi un individuo</strong>. E se, come affermano gli ad dell&#8217;azienda, “Friends Line è la risposta alla domanda dei consumatori”, c&#8217;è da chiedersi quale sarebbe stata questa risposta se la domanda fosse stata altro rispetto alla bambola perfetta. Quanto siano stati importanti questi mattoncini per la crescita e per lo sviluppo di tante bambine lo sintetizza bene Riley, 4 anni, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=oZbcYYPk1NM&amp;feature=youtu.be" target="_blank">in questo video</a></span> quando dice che quello che più le piace dei mattoncini Lego è che “ci puoi costruire quello che ti pare”.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/27/lego-femmine-sono-sessiste/186921/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La casa del parto&#8230; spezzato</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/16/casa-parto-spezzato/184089/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/16/casa-parto-spezzato/184089/#comments</comments> <pubDate>Mon, 16 Jan 2012 10:04:44 +0000</pubDate> <dc:creator>Manuela Campitelli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[AcquaLuce]]></category> <category><![CDATA[Casa del parto]]></category> <category><![CDATA[parto naturale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=184089</guid> <description><![CDATA[Da qualche giorno gira su internet un video mozzafiato. Cinque minuti di vera poesia, che descrivono la magia di un parto naturale, riassunta nella forza di un primo vagito. Questo filmato ha vinto il Documentary Birth Award e racconta che un altro parto è possibile. Un parto dove la donna sia libera di scegliere i...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Da qualche giorno gira su internet un <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=2TditT5J6fM&amp;feature=youtu.be" target="_blank">video mozzafiato</a></span>. Cinque minuti di vera poesia, che descrivono la magia di un parto naturale, riassunta nella forza di un primo vagito. Questo filmato ha vinto il Documentary Birth Award e racconta che un altro parto è possibile. Un parto dove la donna sia libera di scegliere i tempi e le modalità del travaglio, e di assecondare le sue esigenze riappropriandosi del proprio corpo. Il video è stato super cliccato, neanche mostrasse lo sbarco alieno sulla terra. E invece si vede solo una mamma che accompagna il figlio alla nascita, e il figlio che si lascia aiutare. Allora, <strong>perché tanto stupore?</strong> Forse perché il filmato stronca cliché cinematografici di travagli pazzeschi, o forse perché dimostra, al di là degli steriotipi, che “le donne sanno partorire e i bambini sanno nascere” (cit. Lorenzo Braibanti, <em>Parto e nascita senza violenza</em>). E’ vero, partorire fa un male boia. Ma il dolore è gestibile dalla donna e quando non lo puoi contrastare, lo puoi assecondare. E per una magica alchimia tra gli ormoni del travaglio e le condizioni in cui vengono prodotti, l’ambiente circostante può fare la differenza (<a href="http://www.nascita-nondisturbare.com/?p=39" target="_blank">vedi anche qui</a>).</p><p>Nella città in cui vivo, a Roma, c’è una casa dove, chi lo desidera, può scegliere un percorso “protetto” per il parto. Si chiama <strong>Casa del Parto naturale</strong> <strong>AcquaLuce</strong>, è una struttura pubblica, commissionata dall’Asl Rm D ed è stata inaugurata l’8 marzo del 2009. Si trova nella pineta dell’ospedale Grassi di Ostia, nel municipio Roma XIII, a pochi metri (ma comunque fuori) dal reparto di ostetricia e ginecologia. E’ l&#8217;ultima nata delle sei case del parto esistenti in Italia ed è una struttura extraospedaliera, gestita da personale ostetrico, dove le donne ricevono assistenza demedicalizzata dalla gravidanza al puerperio, in linea con quanto raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità. Ogni stanza ha come unica prospettiva la pineta, senza interferenze visive con l’ospedale. C’è un ambulatorio per le visite, una sala d’attesa e due bellissime stanze matrimoniali, per partorire nel calore dell’abbraccio delle persone che scegli di avere accanto. Ci sono grandi letti a due piazze e piccole culle, lenzuola calde che ti porti da casa, liane colorate dove aggrapparsi saldamente e sedie olandesi su cui adagiarsi. Che quando stai lì e vedi i pastori del presepe vestiti da Marilyn Manson, un po’ aiuta. E’ una casa <strong>di acqua e di luce</strong>, con finestre grandi spalancate verso il mondo e vasche piene d’acqua per accompagnare il bambino dal ventre liquido della madre a quello della terra. E’ la culla dei fiocchi azzurri e dei nastri rosa, dove le ostetriche ti prendono per mano e assecondano le tue spinte con discrezione. Ma soprattutto è il posto dove la fiducia nelle potenzialità umane, e femminili in questo caso, riceve uno stimolo e un riconoscimento.</p><p><strong>AcquaLuce rischia però di chiudere</strong>, nonostante siano tante le donne che decidano di partorire in questa struttura.  I motivi sono diversi, primo fra tutti la carenza di personale. Le ostetriche sono insufficienti, a causa delle mancate assunzioni da parte della Asl e quindi della Regione Lazio, e si dividono tra la presenza in ospedale e nella Casa del Parto. Questo fa sì che molti turni per i parti naturali restino scoperti e così AcquaLuce è un fiore all’occhiello della sanità laziale, sottoutilizzato rispetto alle reali capacità. I numeri parlano chiaro, nonostante le tante richieste, da agosto a novembre sono stati effettuati solo 4 parti.</p><p>Per di più, da quando è stata inaugurata, la Casa del Parto opera in <strong>regime di sperimentazione</strong>, questo vuol dire che manca, ad oggi, una definizione giuridico normativa della struttura, che sopravvive in condizioni di precarietà. Già da qualche tempo si è costituito un comitato in difesa della Casa del Parto che, nell&#8217;agosto scorso, ha avviato un tavolo di confronto con la Asl Roma D, per affrontare le problematiche che impediscono ad AcquaLuce di lavorare a pieno ritmo: in primis l’assunzione di personale e la messa in sicurezza del percorso esterno che collega la Casa all’ospedale, per il trasferimento delle partorienti in caso di emergenza. Nel frattempo, sono cambiati i vertici aziendali e l’impegno di riconvocare il tavolo di confronto è stato disatteso. Ad oggi tutte le criticità segnalate dal comitato<strong> restano irrisolte</strong>. E’ importante riflettere sull’utilità di un servizio, che può considerarsi tale non solo quando è aperto ma quando è efficiente e funzionante ed è in grado di rispondere ai bisogni delle persone. Dare a tutte le donne la possibilità di scegliere il modo più congeniale e rispettoso di diventare madre è una questione di civiltà, oltre che di sensibilità.</p><p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/2TditT5J6fM" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/16/casa-parto-spezzato/184089/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Regione Lazio, diteci che  è stato un equivoco</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/02/regione-lazio-diteci-stato-equivoco/181094/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/02/regione-lazio-diteci-stato-equivoco/181094/#comments</comments> <pubDate>Mon, 02 Jan 2012 12:22:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Manuela Campitelli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[privilegi]]></category> <category><![CDATA[Regione Lazio]]></category> <category><![CDATA[vitalizi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=181094</guid> <description><![CDATA[Bello di mamma, ma tu lo sai che Babbo Natale ha bussato alla porta del Consiglio regionale del Lazio? E’ arrivato la notte del 21 dicembre, con un certo anticipo rispetto alla tabella di marcia, proprio mentre le persone presenti in aula consiliare, che si chiamano eletti, erano impegnate a decidere come spendere i nostri...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Bello di mamma, ma tu lo sai che<strong> Babbo Natale</strong> ha bussato alla porta del Consiglio regionale del Lazio? E’ arrivato la notte del 21 dicembre, con un certo anticipo rispetto alla tabella di marcia, proprio mentre le persone presenti in aula consiliare, che si chiamano eletti, erano  impegnate a decidere <strong>come spendere i nostri soldi</strong>. Un compito difficile, per il quale sono stati chiamati a governare, con grande responsabilità e senso civico. E mentre queste persone stavano lavorando sodo,  Babbo Natale ha lasciato loro un regalino.</p><p>Beh, a dire il vero il <strong>regalino</strong> se lo sono fatto da soli, e non consiste nella solita bottiglia di vino d’annata e neanche nel tartufo bianco d’Alba. Si tratta di qualcosa di più, rispetto alla quale anche un Rolex avrebbe sfigurato.  Si sono regalati <strong>una pensione d’oro</strong>. L’ambito dono, che in questo caso si chiama privilegio, è contenuto nell’ultima manovra finanziaria approvata dalla Regione Lazio prima di Natale.  La maggioranza di centrodestra in Consiglio ha votato per l’erogazione di un <strong>assegno mensile agli eletti pari a circa 3 mila euro</strong>, che prende il nome di vitalizio perché ne potranno beneficiare per tutta la vita. Questo vitalizio, nell’articolo 10 della Finanziaria, è stato esteso anche agli assessori esterni (non eletti) e ai tre consiglieri dichiarati decaduti.  E per non fare torto a nessuno, la norma prevede che ne potranno usufruire anche coloro i quali saranno chiamati in futuro da questa giunta a fare gli assessori esterni. <strong>Un sacco di gente</strong>, insomma, a cui vanno aggiunti gli altri 220 tra ex consiglieri, ex presidenti ed ex assessori del Lazio che ogni mese continuano a ricevere un gruzzoletto che varia tra i 2.500 e i 5.800 euro.</p><p>E siccome un regalo non è più tale se non ci puoi più giocare, gli eletti hanno deciso che questo privilegio verrà abrogato solo a partire dalla prossima legislatura e resterà  in vigore per i consiglieri regionali e gli assessori in carica o cessati dal mandato in quella attuale. Questo si chiama <strong>stratagemma “ad personam”</strong> (o meglio “ad portfolio”). E per farsi un regalo che costa troppo, soprattutto in tempo di crisi, hanno deciso di attingere ancora un po’ dal nostro salvadanaio. Dopo i tagli alla sanità, al trasporto pubblico e alla cultura  (che poi, si sa, “con la cultura non si mangia…”), hanno imposto <strong>un’addizionale Irpef</strong> tra le più alte di Italia, introdotto una nuova tassa regionale sulla benzina e aumentato il bollo auto ma, soprattutto, hanno previsto un taglio del 50% alla spesa sociale, che, tradotto in termini economici, vuol dire 40 milioni di euro in meno in bilancio da destinare ai servizi sociali. Parole grosse, figlio mio, di cui probabilmente non capirai il merito ma ne comprenderai il senso: l’imposizione di questo piccolo sacrificio si chiama ingiustizia sociale e si traduce in una manovra finanziaria di <strong>lacrime e sangue</strong>, che danneggerà i cittadini, i pensionati e i precari. E ruberà il futuro alle famiglie come noi. Hai ragione, in questa storia qualcosa non torna.</p><p>Non si capisce come sia possibile che le persone elette per tutelare l’interesse collettivo favoriscano quelli privati. E che per garantire i privilegi di pochi si chiedano i sacrifici di molti. Gli eletti non possono essere stati così ingiusti, così iniqui, così immorali. <strong>Deve esserci stato un equivoco</strong>. Dopo tutte quelle ore di lavoro, giorno e notte dentro un’aula consiliare, con poco ossigeno e magari anche a digiuno, può capiate di prendere un abbaglio. Ma non temere, perché c’è un comma, cioè un rimedio, nell’articolo 10 della Finanziaria, che da la possibilità di rinunciare a questo regalo troppo costoso, entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge. E allora vedrai che qualcuno noterà l’errore e per la Befana si correrà ai ripari.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/02/regione-lazio-diteci-stato-equivoco/181094/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La banca del tempo che salva le mamme precarie</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/23/banca-tempo-salva-mamme-precarie/179632/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/23/banca-tempo-salva-mamme-precarie/179632/#comments</comments> <pubDate>Fri, 23 Dec 2011 11:14:09 +0000</pubDate> <dc:creator>Manuela Campitelli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[banca del tempo]]></category> <category><![CDATA[Cittadinanza attiva]]></category> <category><![CDATA[figli]]></category> <category><![CDATA[genitori]]></category> <category><![CDATA[Manuela Campitelli]]></category> <category><![CDATA[roma]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=179632</guid> <description><![CDATA[Caro Babbo Natale, Io per regalo vorrei un po’ più di tempo. È vero, la letterina di mio figlio non recita proprio così, anche perché lui non sa ancora scrivere. Allora, avendola redatta io al posto suo, mi sono permessa di apportare qualche blanda modifica e tra l’allegra fattoria e il pigiama di pile, ho...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Caro <strong>Babbo Natale</strong>,</p><p>Io per regalo vorrei un po’ più di <strong>tempo</strong>. È vero, la letterina di mio figlio non recita proprio così, anche perché lui non sa ancora scrivere. Allora, avendola redatta io al posto suo, mi sono permessa di apportare qualche blanda modifica e tra l’allegra fattoria e il pigiama di pile, ho inserito anche <em>“un po’ di tempo in più per la mia cara mamma”</em>.  Perché io non ho mai tempo e da quando sono diventata mamma il cambiamento l’ho avvertito soprattutto nella gestione della quotidianità e dei contrattempi. Tempo da dedicare alla famiglia, al lavoro (sempre ammesso che ne abbia uno) e, perché no, a se stessi.</p><p>A pensarci bene, però, girano meno soldi che tempo e per entrambi esistono le <strong>banche</strong>. Nella banca dei soldi c’è la mia foto all’ingresso, accanto a quella di un centinaio di altri genitori precari, suddivisi per municipio di appartenenza, con la scritta impressa <em>“Io non posso entrare”</em>, sottotitolo <em>“Se proprio vuoi, entra pure, ma se fossi in te mi risparmierei una fila inutile”</em>.</p><p>L’altra è una banca tutta speciale dove non si deposita moneta ma ore a disposizione, che si possono scambiare sotto forma di attività. Si chiama <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilponte.org/sitoponte/bancadeltempo/index.htm" target="_blank">banca del tempo</a></span></strong> e in Italia è nata nel ’91, a Parma, grazie all’intuizione di gruppo di donne che hanno attivato una rete di sostegno reciproco per fare fronte alle emergenze quotidiane. Nel corso degli anni l’idea ha preso piede e si è diffusa in modo capillare in molte altre città italiane, ampliando l’offerta delle attività scambiate e rivolgendosi a una fetta di popolazione sempre più vasta.</p><p>A Roma, la città in cui vivo, la banca del tempo è arrivata nel ’96 e oggi gli sportelli aperti sono venti, uno per municipio, messi in rete da un coordinamento centrale che si trova in via Achille Campanile (zona Eur). Le banche del tempo sono così diventate un modello di autogestione della quotidianità e un esempio di<strong> cittadinanza attiva</strong> che si basa su un principio tanto elementare quanto efficace: la reciprocità.</p><p>Se il signor Rossi pota per due ore gli alberi del  mio giardino, emetterò un “assegno” di due ore a suo favore, che verrà recapitato presso lo sportello. Ad ogni iscritto viene intestato un conto corrente e consegnato un “libretto assegni” che permette la contabilizzazione dello scambio: a chi ha effettuato la prestazione verrà accreditato il tempo; a chi ne ha usufruito verrà addebitato. Nel conto corrente verranno registrate le ore in uscita e in entrata, l’adesione è volontaria e gratuita, l’unico obbligo è quello di iscriversi e di rendere il tempo ricevuto. La bellezza è che si tratta di un tempo differito, ovvero dato indietro <strong>quando è possibile</strong> (l’importante è tendere al pareggio) e potrà essere scambiato con qualunque altra persona iscritta alla banca, non necessariamente con quella che ha concesso a noi del tempo.</p><p>Ma veniamo al punto. Mamme precarie, e non solo, udite udite: tra le attività scambiate c’è anche quella di <strong>babysitter</strong>. Che quando ti ritrovi improvvisamente con l’acqua alla gola, perché la nonna è emigrata all’estero, la vicina di casa è tornata in Calabria e la tua amica del cuore vuole recidere il suo contratto di fratellanza causa sfruttamento, può essere una valida alternativa a costo (monetario) zero.</p><p>In questo caso, trattandosi di bambini, la banca del tempo  fa da garante e organizza alcuni incontri preliminari tra le persone interessate, in modo tale da instaurare un buon <strong>rapporto di fiducia</strong> tra genitori, figli e babysitter. Si tratta, però, di una risorsa a cui attingere in caso di emergenza, perché altrimenti diventerebbe un rapporto di lavoro continuativo che, in quanto tale, andrebbe retribuito.</p><p>La banca del tempo è quindi un’alternativa che, nel caso di assistenza all’infanzia, non può supplire alla carenza di <strong>politiche legate alla famiglia</strong>, ma suggerisce un altro modo di vivere la vita e relazionarsi agli altri.</p><p>Qui potete consultare la lista degli <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilponte.org/sitoponte/bancadeltempo/listasportelli.htm" target="_blank">sportelli attivi a Roma</a></span></strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/23/banca-tempo-salva-mamme-precarie/179632/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Sono una mamma col fiatone</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/16/sono-mamma-fiatone/178100/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/16/sono-mamma-fiatone/178100/#comments</comments> <pubDate>Fri, 16 Dec 2011 17:17:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Manuela Campitelli</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[ammortizzatori sociali]]></category> <category><![CDATA[maternità]]></category> <category><![CDATA[precarietà]]></category> <category><![CDATA[tagesmutter]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=178100</guid> <description><![CDATA[C&#8217;è una mia amica che quando le telefono non ha mai il fiatone. Oddio, qualche volta sì. D&#8217;altra parte ha anche lei una vita frenetica, un lavoro, un marito in carriera, un cane anziano che mangia la terra dei vasi e un figlio piccolo. Ecco, appunto, piccolo. Almeno quanto il mio. Eppure viaggiamo su binari diversi....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è una mia amica che quando le telefono non ha mai il fiatone. Oddio, qualche volta sì. D&#8217;altra parte ha anche lei una vita frenetica, un lavoro, un marito in carriera, un cane anziano che mangia la terra dei vasi e un figlio piccolo. Ecco, appunto, piccolo. Almeno quanto il mio. <strong>Eppure viaggiamo su binari diversi</strong>. Lo capisco quando mi racconta che la mattina prepara fagotto e frugoletto, salta in macchina, lascia il bambino dalla babysitter Clara e va al lavoro. Torna a prenderlo nel tardo pomeriggio, lavato, “pappato” e “spannolinato”.  Si alterna col marito in questa staffetta,  senza troppi  imprevisti, solo qualche piccolo contrattempo. Mi parla dei nonni, che sono nonni punto e basta, <strong>non surrogati di assistenti materne</strong>. Loro si godono il nipotino quando e come vogliono, perché viaggiano spesso ora che sono in pensione. Non è lei a dargli le ferie, perché le da alla babysitter, che è dolce, sì, ma soprattutto è professionale. Perché l’infanzia è una cosa seria.</p><p>Clara è una <strong><em>tagesmutter</em></strong>, una tata condivisa con altre mamme, che il comune offre in alternativa agli asili. A fornirle l’elenco delle assistenti alla prima infanzia è stato il Centro di protezione materno infantile del suo quartiere, durante una serie di incontri gratuiti rivolti ai neo genitori. La mia amica aveva la possibilità di scegliere, tra il nido, la babysitter a domicilio e quella condivisa e ha scelto Clara, che oltre ad abitarle vicino, cucina biologico, ha due cani che non mangiano la terra e una busta paga con tanto di contributi, ferie retribuite e assenza per malattia. È semplice, lei paga Clara e la <strong>cassa di assistenza alle famiglie</strong> le rimborsa i contribuiti. Quando è tornata a lavoro, che il bambino aveva solo tre mesi, il suo cuore si è spezzato ma sentiva comunque di avere sulle spalle un paracadute sociale che ne attutiva il distacco.</p><p>La ascolto attonita. E mi sento una mamma precaria, nel lavoro e nella vita, sempre in bilico tra pappe, pannolini e contratti aticipi. Sono una mamma col fiatone, che si arrangia tra una nonna, una vicina, la portinaia e la versione taroccata di Mary Poppins (che costa comunque un salasso e non ha qualifiche). Per accedere a un nido comunale non mi resta che votarmi a <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/sprecario/?bio" target="_blank">San Precario</a></span>. Quando ho presentato domanda, con sei mesi d’anticipo, non avevo un lavoro e sono stata tagliata fuori dalla logica “ammazza famiglie”, per la quale i disoccupati hanno meno punti in graduatoria degli occupati. E se, nel frattempo, la condizione lavorativa cambia, si può ritentare solo l’anno successivo.</p><p>Il progetto <em>tagesmutter </em>era partito anche nel Lazio, la mia regione, e prevedeva corsi di formazione per le mamme interessate ad aprire un nido familiare in casa, dimezzando i costi grazie a un contributo regionale di 3 euro l’ora per ogni bambino. Con la nuova legislatura la convenzione non è stata rinnovata e la babysitter è tornata ad essere <strong>un lusso per pochi</strong>. Ho scelto quindi di lavorare da casa, un’impresa tosta che si riassume nell’immagine di una mamma che con una mano scrive al computer e con l’altra evita che suo figlio si strozzi col cavo dell’alimentatore.</p><p><strong>La differenza tra una mamma col fiatone e una senza</strong>, sta negli ammortizzatori sociali, nella tutela dei diritti legati alla maternità, nel potenziamento dei consultori, nei centri di protezione materno infantile, nella cassa di assistenza alle famiglie, nei nonni punto e basta e nella mentalità diffusa che una donna incinta è una risorsa. E nel fatto che la mia amica vive in Francia, io no.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/16/sono-mamma-fiatone/178100/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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