<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Michele Boldrin</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/mboldrin/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Meglio Draghi di Hollande</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/05/meglio-draghi-hollande/219598/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/05/meglio-draghi-hollande/219598/#comments</comments> <pubDate>Sat, 05 May 2012 15:42:51 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele Boldrin</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[Angela Merkel]]></category> <category><![CDATA[austerity]]></category> <category><![CDATA[crescita europa]]></category> <category><![CDATA[debito]]></category> <category><![CDATA[deficit]]></category> <category><![CDATA[Europa]]></category> <category><![CDATA[francois hollande]]></category> <category><![CDATA[Mario Draghi]]></category> <category><![CDATA[spesa pubblica]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=219598</guid> <description><![CDATA[Un alito di speranza attraversa in questi giorni l’Europa mentre, con animo trepidante, tutti (ok, non tutti: molti) guardano al risultato del secondo turno francese augurandosi che il vincitore designato, François Hollande riesca a farcela mandando per sempre a casa l’insopportabile consorte della modella italiana più radical chic e politicamente flessibile di tutti i tempi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Un alito di speranza attraversa in questi giorni l’Europa mentre, con animo trepidante, tutti (ok, non tutti: molti) guardano al <strong>risultato</strong> del secondo turno francese augurandosi che il vincitore designato, François Hollande riesca a farcela mandando per sempre a casa l’insopportabile consorte della modella italiana più radical chic e politicamente <strong>flessibile</strong> di tutti i tempi (speriamo, che al peggio non c’è mai limite).</p><p>La mia impressione è che le cose siano meno scontate di quanto appaiano, ma questo lo discuteremo lunedì. Oggi, nell’attesa del voto, occupiamoci delle sue tanto dibattute implicazioni economiche che, a leggere la stampa nostrana ma non solo, sarebbero essenzialmente le seguenti. Hollande agirebbe per dare all’Europa una “nuova” politica economica orientata alla crescita e alla creazione di posti di lavoro stabili e ben remunerati dopo anni di inutile e dannosa <strong>“austerità”</strong> che ha causato e sta causando recessione, disoccupazione, caduta del reddito. Non è un caso che, grazie a questi saggi propositi, la candidatura di Hollande abbia ricevuto l’appoggio di tutti i socialisti e socialdemocratici europei, compresi i nostri Bondi, Brunetta e Tremonti&#8230;</p><p>Da svariate parti abbiamo appreso come Hollande sia l’anti-Merkel, l’unico capace di fermare l’aggressiva distruttività della cancelliera tedesca e di ricondurre l’Europa sulla strada della crescita e della prosperità economica. Come? Semplice: fermando le politiche di riduzione dei deficit pubblici in atto in svariati paesi, rilanciando (che vorrebbe dire “aumentando” ma fa meno paura) la <strong>spesa pubblica</strong> e agendo a livello politico europeo perché, da un lato, la Bce aumenti il tasso di creazione della moneta e, dall’altro, perché si arrivi all’emissione di Eurobond con i quali finanziare grandi progetti europei di spesa pubblica aggiuntiva.</p><p>In questo grande progetto di rinnovamento delle politiche economiche europee parecchi commentatori hanno rapidamente arruolato anche Mario Draghi il quale, da tempo, insiste sulla necessità che i governi dei vari paesi europei adottino politiche orientate alle crescita. Chi abbia fatto anche solo superficiale attenzione alle relazioni presentate negli anni scorsi da Mario Draghi nel suo ruolo di Governatore della Banca d’Italia non si sorprenderà di scoprire che, almeno nell’opinione dell’attuale presidente della Bce che è anche la mia, la crescita non viene né da addizionale spesa pubblica né da ulteriori e miracolosi aumenti della quantità di<strong> moneta in circolazione</strong>.</p><p>Perché, come tutti sappiamo, i due grandi paesi europei che si trovano oggi in seria recessione sono l’Italia e la Spagna, ossia i due con il maggiore, non il minore, deficit pubblico. Perché, come tutti sappiamo, il deficit pubblico italiano è stato ampiamente negativo e la sua spesa pubblica è aumentata in ognuno degli ultimi, dieci, venti, trenta&#8230; anni e questo continuo e persistente aumento della spesa e del debito non ha condotto ad alcuna, miracolosa, grande crescita economica, ma esattamente al suo contrario. Perché, come tutti sappiamo ma amiamo scordare, i paesi del Nord Europa che non soffrono della<strong> recessione</strong> ma anzi crescono (non solo la Germania, ma anche la Svezia e altri) i tagli alla spesa pubblica li han fatti in tempo utile (la Svezia, per dire, ha tagliato quasi 17 punti percentuali di Pil di spesa pubblica in vent’anni e cresce a ritmi che noi non vediamo dall’inizio degli anni 70!) e agiscono oggi per mantenere il loro deficit sotto controllo. Queste cose non le sappiamo solo voi e io: le sa anche Draghi il quale, grazie a dio, di nuovo e contrariamente al signor Tremonti e al signor Bersani, non se le scorda quando possa apparire politicamente conveniente farlo.</p><p>Per questa ragione ha avuto l’onestà intellettuale e il coraggio politico di ricordare al Parlamento europeo non solo che da un’ulteriore espansione monetaria e della spesa pubblica non verrà alcuna crescita, ma anche e per l’ennesima volta, che la crescita economica può venire solo da riforme strutturali che aumentino la produttività e favoriscano la concorrenza e che, soprattutto, facciano della spesa pubblica una fonte di servizi produttivi efficienti e non di <strong>redistribuzione</strong>, inefficienza, acquisto del consenso, parassitismo, corruzione. Tutte cose banali che, ripeto, Mario Draghi andava scrivendo da anni, in italiano, nelle sue relazioni da Governatore.</p><p>Un vero peccato, quindi, che né il governo dei tecnici né, e ancor meno, la classe politica italiana dimostrino alcuna capacità di fare attenzione alle cose che questo signore (non da solo) va dicendo da più di un decennio. Trastullarsi con la nuova fantasia, quella di un Hollande che lancia in resta salverà l’Europa a cavallo della spesa pubblica e dell’espansione monetaria, è non solo infantile perdita di tempo ma anche gioco pericoloso. Da un lato perché, se Hollande vincesse e si dovesse aprire a livello europeo uno scontro politico sulla questione spesa sono abbastanza certo che la Bce non starebbe con il partito che vuole più deficit. Dall’altro perché un simile scontro politico avrebbe <strong>effetti deleteri</strong> sul debito di svariati paesi europei, sulla stabilità dell’euro e, alla fine, sul nostro benessere economico. È per questo che, nonostante l’antipatia profonda che provo per il signor Sarkozy e la sua consorte, non mi resta che augurarmi di doverli vedere per qualche anno in più intonare ufficialmente la Marsigliese.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 5 Maggio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/05/meglio-draghi-hollande/219598/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Monti, il tecnico dell&#8217;immagine</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/07/monti-il-tecnico-dellimmagine/202869/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/07/monti-il-tecnico-dellimmagine/202869/#comments</comments> <pubDate>Sat, 07 Apr 2012 11:30:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele Boldrin</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[danimarca]]></category> <category><![CDATA[Germania]]></category> <category><![CDATA[Governo Monti]]></category> <category><![CDATA[La Stampa]]></category> <category><![CDATA[Mario Monti]]></category> <category><![CDATA[Mission Accomplished]]></category> <category><![CDATA[NoiseFromAmeriKa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/07/monti-il-tecnico-dellimmagine/202869/</guid> <description><![CDATA[Sul blog NoiseFromAmerika l’economista Sandro Brusco aveva preso la spassosa abitudine di tradurre, in un italiano comprensibile a tutti, le interviste dei politici più in vista le quali sono, di solito, condotte in un linguaggio paludato e oscuro, pieno di allusioni comprensibili solo agli iniziati e di equamente distribuiti colpi al cerchio e alla botte....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Sul blog <a href="http://noisefromamerika.org/" target="_blank">NoiseFromAmerika </a>l’economista Sandro Brusco aveva preso la spassosa abitudine di tradurre, in un italiano comprensibile a tutti, le interviste dei politici più in vista le quali sono, di solito, condotte in un linguaggio paludato e <strong>oscuro</strong>, pieno di allusioni comprensibili solo agli iniziati e di equamente distribuiti colpi al cerchio e alla botte.</p><p>Mario Monti non è un politico, ma un tecnico eppure, alla lettura dell’intervista da lui rilasciata mercoledì a La Stampa, sono stato indotto in tentazione e ho provato a imitare l’inimitabile Sandro. Pur non essendo fornito né del suo acume né del suo stile<strong> ironico </strong>(ragione per cui eviterò di cercare d’esserlo) vorrei permettermi di tradurre in italiano corrente e brevemente commentare la lunga intervista del nostro attuale primo ministro. Lo faccio con particolare interesse perché essa viene solo pochi giorni dopo la sua lettera al Corriere della Sera la quale mi aveva spinto a osservare come questo governo che doveva “cambiare l’Italia” abbia platealmente deciso di cambiare il meno possibile e di operare perché, passata la grande paura dello spread, tutto seguisse uguale a prima. Se ve ne fosse stato bisogno – i fatti, dopotutto, sono quelli che sono e parlano da soli – questa intervista altro non fa che confermare, abbastanza<strong> esplicitamente</strong>, che il continuismo è la stella polare di questo governo. Ossia: l’Italia che lavora e compete è molto più nei guai di quanto avesse osato credere 5 mesi fa.</p><p>Che sia così lo si intende sin dalle prime due o tre risposte le quali, assieme alla presentazione dell’intervista, ci informano che l’obiettivo non è quello di cambiare l’Italia, poco o tanto che sia necessario, ma bensì l’immagine, la percezione che di essa si ha <strong>all’estero</strong>. Apparentemente è la percezione che gli stranieri hanno di noi che tiene lontani gli investimenti esteri e fa fuggire quelli italiani. Non vi è altra base reale per la fuga dall’Italia, dunque, se non una certa mancanza di “prevedibilità” la quale, peraltro, Monti ci informa essere dovuta più alle limitazioni semeiotiche del mondo straniero, che non ci capisce e non intende le regole con cui la nostra politica procede e decide, che non alla realtà dei fatti. Alla domanda “In questo mondo nuovo e in evoluzione cosa ci manca per essere competitivi e attrarre investimenti<strong> stranieri</strong>?” Monti non risponde, tanto per dire, “una scuola e un sistema universitario che producano conoscenza e coltivino il merito e il talento” oppure “un sistema di trasporti interno e internazionale degno del XXI secolo” o anche “una tassazione meno predatoria sulle imprese produttive e che rispettano le leggi” o infine (perché non voglio tediarvi e non perché la lista finisca qui) “un sistema creditizio che non sia asfittico, oligopolistico e inefficiente”.</p><p>Niente di simile attraversa la mente del nostro presidente del Consiglio il quale ritiene invece che ciò che ci manca per essere la Finlandia o la Danimarca o la Germania sia “&#8230; una coltivazione sistematica e di lungo periodo dell’immagine del Paese”. Ho promesso di non provare a imitare Sandro Brusco quindi niente battute ma, se questo tema vi ricorda qualcuno di cui non ricordate il nome, permettetemi di rinfrescarvi la memoria: Giulio Tremonti. La retorica era diversa, non s’era inventato la “prevedibilità”, ma la <strong>sostanza</strong> era identica. A dire il vero, e a differenza di quello che ne ha tre, Monti riconosce che qualche causa reale per la fuga dall’Italia esiste. Infatti, dedica ben 57 parole, in un’intervista di 2511, per dire che sicurezza e criminalità (assumo la corruzione pubblica sia parte della seconda) sono dei problemi ma, ci informa sempre nelle 57 parole, ora farà due viaggi per affrontarli. Non scherzo, dice proprio così: che oggi è andato a Napoli e Palermo perché la <strong>criminalità</strong> in Italia è un problema.</p><p>Io avrei provato a chiedere a quel signore che guadagna più di 600 mila euro all’anno per fare il capo della polizia che cosa stia facendo per meritarsi lo stipendio, ma io non sono un grande tecnico per cui mi sbaglio di certo. Ah, nelle 57 parole in questione vengono menzionate anche la burocrazia e la mancanza di infrastrutture – quali? Non si dice, né si dice se per caso si abbia intenzione di trovare dei soldini, magari vendendo la Rai, per finanziare la banda larga – e, ovviamente, la prevedibilità rispunta alla fine delle 57 parole. Battuta per iniziati: che il mio collega Douglass North sia passato per Roma, ultimamente? Che altro dice, nelle rimanenti 2400 e più parole, il nostro presidente del Consiglio? Niente di economico e <strong>concreto</strong>, ma molto di politico, nel senso romano del termine. Per ben due volte ci informa che lui, dopo le elezioni, guarderà al nuovo governo da fuori ma che auspicherebbe assai che esso fosse di grande coalizione – della casta trinariciuta, aggiungo io. Siccome son certo che Mario Monti non perde tempo a leggere gli editoriali d’un “cavallo pazzo” su Il Fatto, qualcun altro più saggio di me deve aver avuto il medesimo sentore di ciò che si va cucinando nei Palazzi della politica. Vale la pena ricordare che, sia per posizione che per costruzione, il palazzo del Quirinale è fornito di ottimi balconi da cui osservare la politica romana. Ma andiamo<strong> avanti</strong> perché l’intervista contiene un paio di altre informazioni – oltre alla spiegazione che, in mezzo ai mille aumenti di imposte e gabelle, han mantenuto a malincuore anche quello dei pedaggi autostradali non per far un favore alle imprese concessionarie, ma perché altrimenti andava a farsi benedire la prevedibilità, che è quella che ci farà crescere&#8230;</p><p>La prima  è che, approvata quella del mercato del lavoro (privato e dipendente), le riforme che si dovevano fare son state fatte; manca solo il Mission Accomplished, insomma. La seconda succosa informazione consiste nell’assicurazione d’una indisponibilità a modificarne il testo in seguito alle pressioni dei <strong>partiti</strong>. Oggi sappiamo tutti come sia andata a finire sull’articolo 18 e questa piccola <strong>chicca</strong> (indipendentemente, caro lettore, dal fatto che tu sia pro o contro il reintegro) contiene tutta l’informazione necessaria per capire chi governi ancora oggi l’Italia. E come lo faccia: con grande prevedibilità, appunto.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 7 Aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/07/monti-il-tecnico-dellimmagine/202869/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>5</slash:comments> </item> <item><title>Il garante della continuità in corsa per il Quirinale</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/01/il-garante-della-continuit-in-corsa-per-il-quirinale/201546/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/01/il-garante-della-continuit-in-corsa-per-il-quirinale/201546/#comments</comments> <pubDate>Sun, 01 Apr 2012 07:50:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele Boldrin</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[mercato del lavoro]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[Quirinale]]></category> <category><![CDATA[riforme]]></category> <category><![CDATA[tasse]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/01/il-garante-della-continuit-in-corsa-per-il-quirinale/201546/</guid> <description><![CDATA[Nel caso non si fosse capito Mario Monti si candida a futuro inquilino del Colle o a prossimo presidente del Consiglio. In entrambi i casi con il consenso di un’ampia coalizione politica e al fine di garantire che nulla cambi nella distribuzione del potere reale in Italia. Che così fosse era ovvio da tempo sia...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Nel caso non si fosse capito <strong>Mario Monti</strong> si candida a futuro inquilino del Colle o a prossimo presidente del Consiglio. In entrambi i casi con il consenso di un’ampia coalizione politica e al fine di garantire che <strong>nulla cambi nella distribuzione del potere reale in Italia</strong>. Che così fosse era ovvio da tempo sia per il comportamento suo e dei suoi ministri più in vista sia, soprattutto, per le finte riforme e i veri aumenti di tasse che sono andati adottando. <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.corriere.it/politica/12_marzo_30/monti-lettera-meriti-partiti_8d600a74-7a27-11e1-aa2f-fa6a0a9a2b72.shtml" target="_blank">La lettera di due giorni fa</a></span> sul<em> Corriere della Sera</em> ne articola il programma il quale consiste nell’offrirsi ai tre grandi partiti, e ai gruppi di potere che con essi controllano il Paese, come il garante della continuità. Siamo tutti consapevoli che questo Parlamento e le poche decine di migliaia di persone che in Italia dirigono l’apparato dello Stato (dai Comuni ai ministeri, dalle aziende pubbliche alle fondazioni bancarie ai monopoli dei servizi) non intendono perdere potere e privilegi. La lettera di Monti, vergata nel mezzo di un viaggio fallimentare, li rassicura che l’azione di questo governo può far sì che così sia per ancora parecchio tempo.</p><p>L’obiettivo è quello di tranquilizzare la trinariciuta casta, occupata ad aggiustare le regole elettorali per blindare anche il prossimo Parlamento, confermando che questo governo non intende “approfittare” della grave situazione in cui versiamo per rivolgersi direttamente al Paese mettendo in discussione l’equilibrio di poteri esistenti e la struttura statale che lo sottende. Tutt’altro: questo governo, qualsiasi provvedimento adotti, lo farà con il consenso delle attuali élite politico-burocratiche. Rigoroso rispetto per le regole della democrazia parlamentare? Sforzandosi assai la si può vendere così, <strong>ma è ipocrisia</strong>. Non costituirebbe violazione d’alcuna regola democratica porre questo Parlamento davanti a riforme vere, prendere o lasciare, assumendosi le conseguenze politiche ed economiche della scelta. Non servono forse a questo i governi “tecnici”? Invece non solo l’esecutivo si è piegato a tutti i compromessi che Parlamento e gruppi d’interesse hanno voluto imporre, ma il primo ministro garantisce ora che così sarà anche in futuro perché i partiti italiani sono “vitali” e guardano “agli interessi del Paese”. Chissà perché, invece, al lavoratore italiano medio essi appaiano come <strong>zombie assetati di tasse</strong>. Per fornire questa garanzia ed esplicitare questo programma, Mario Monti ci informa che il mondo intero ammira le riforme italiane, fra le quali include delle mitiche liberalizzazioni mentre si scorda di menzionare che la riduzione del disavanzo avverrà, se avverrà, grazie soprattutto a un aumento dell’imposizione fiscale. La residua incertezza che mantiene gli investitori internazionali lontano dall’Italia, dice il premier, è dovuta da un lato alla non ancora approvata riforma del <strong>mercato del lavoro</strong> (scordandosi di aggiungere: dipendente e privato, che come funziona l’altro 40% circa del mercato del lavoro italiano agli investitori internazionali evidentemente non interessa) e dall’altro al timore che la politica disfi ciò che i tecnici hanno fatto. Questo secondo rischio non si pone per le ragioni suddette, quindi basta approvare la riforma del lavoro dipendente ed è fatta. Qui la spara grossa perché, anche se venisse approvata verbatim, questa riforma avrebbe effetti solo marginali sul tasso di occupazione ed<strong> effetto zero sugli investimenti</strong>. Cercare di convincere gli italiani che, una volta ritoccato l’articolo 18, si sarebbe fatto tutto ciò che era necessario fare è bugia grave, e il professor Monti lo sa.</p><p>I patrioti più ciechi diranno che è suo dovere operare perché la fiducia nel futuro dell’Italia aumenti sia dentro che fuori del Paese e che, per farlo, occorre anche compiere dei peccati veniali, come lo sono le affermazioni abbastanza gratuite che la missiva in questione contiene. In una situazione normale questo punto di vista sarebbe legittimo. Ma <strong>non siamo in una situazione normale</strong>. Bugie e omissioni sono peccati veniali se e solo se la distanza che intercorre fra i fatti e parole è minima. Qui, invece, la distanza fra quanto Monti afferma e la realtà del Paese è abissale: quanto fatto sino ad ora non ha nemmeno lontanamente intaccato le radici antiche del declino italiano. Ha solo evitato (attraverso una brutale stretta fiscale su parte del settore privato) che l’aumento dello spread, dovuto all’irresponsabilità pluriennale di quella classe politica che Monti elogia, facesse finire il paese in una spirale disastrosa in confronto alla quale il declino pluridecennale sembra un sentiero fiorito. Tra non crollare nel giro di un anno e riprendere a crescere<strong> la differenza è notevole</strong>, come i tremolii dei mercati finanziari ci ricordano e come, soprattutto, la profonda recessione in corso conferma.</p><p>E qui torniamo al punto di partenza: il declino italiano si arresta e inverte solo con un <strong>radicale big bang riformista</strong>. Ma perché si possa anche solo coltivare la speranza di tale big bang è necessario che la maggioranza degli italiani si rendano conto della situazione e delle sue cause antiche. Occorre, soprattutto, che coloro che lavorano e producono intendano e accettino che non è possibile risalire la china senza cambiamenti drastici nel funzionamento dell’apparato dello Stato, nella composizione e nel livello della spesa e della tassazione, nella protezione statale del monopolio (pubblico o privato, fa poca differenza) nei settori dei servizi, eccetera, eccetera: la solita litania, insomma. Fare questo richiede e implica <strong>far saltare i rapporti di potere in essere</strong> nel nostro Paese sin dal ventennio fascista. Richiede e implica scompigliare la composizione delle élite italiane, ridefinendo le alleanze sociali che le originano e che esse perpetuano attraverso l’intervento statale. Richiede, quindi, mettere in discussione il potere e i privilegi di questa classe politica e delle poche decine di migliaia di “burocrati” che con essa gestiscono il potere economico e politico in Italia. La lettera di Mario Monti intende tranquillizzare esattamente costoro. Uscire dal declino richiede che costoro si innervosiscano, e che lo facciano a ragion veduta. L’Italia che produce, se vuole salvarsi, deve trovare qualcuno in grado di farlo.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/01/il-garante-della-continuit-in-corsa-per-il-quirinale/201546/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>A Conti Fatti, l’economia facile con la web tv</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/08/a-conti-fatti-l%e2%80%99economia-facile-con-la-web-tv/189801/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/08/a-conti-fatti-l%e2%80%99economia-facile-con-la-web-tv/189801/#comments</comments> <pubDate>Wed, 08 Feb 2012 11:07:29 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele Boldrin</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[A conti fatti]]></category> <category><![CDATA[Boldrin]]></category> <category><![CDATA[economia]]></category> <category><![CDATA[web tv]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=189801</guid> <description><![CDATA[Circa un anno e mezzo fa ho accettato di tenere una breve lezione per la scuola online Oilproject, il più grande progetto di free elearning italiano. In Oilproject non c&#8217;è netta distinzione tra docenti e studenti e chiunque può condividere le sue competenze, tanto che gli insegnanti hanno dai 14 ai 75 anni, a volte...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Circa un anno e mezzo fa ho accettato di tenere una breve <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.oilproject.org/lezione/divulgazione-come-con-internet-linformazione-economica-diventa-indipendente-5.html" target="_blank">lezione</a></span> per la scuola online <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.oilproject.org/" target="_blank"><strong>Oilproject</strong></a></span>, il più grande progetto di free elearning italiano. In Oilproject non c&#8217;è netta distinzione tra docenti e studenti e chiunque può condividere le sue competenze, tanto che gli insegnanti hanno dai 14 ai 75 anni, a volte sono perfetti sconosciuti e a volte sono intellettuali, imprenditori, esponenti politici o scienziati.</p><p>L&#8217;esperimento è andato piuttosto bene, così mi è stato chieste di farne delle altre; chi fosse interessato può recuperare le registrazioni <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.oilproject.org/lezioni/economia-e-business/" target="_blank">qui</a></span>, ve ne sono molte anche su altri temi, tutte interessanti.</p><p>Dal momento che la formula di mescolare una funzione didattica con l&#8217;analisi delle vicende economiche più recenti sembrava molto gradita al pubblico della scuola (ma anche ad un crescente numero di visitatori esterni), con l&#8217;aiuto di  un piccolo staff di volontari, ho deciso di provare mettere in piedi una &#8220;trasmissione televisiva&#8221; via web che avesse una periodicità settimanale. E&#8217; nata così <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.oilproject.org/press/07122011" target="_blank"><em><strong>A conti fatti</strong></em></a></span>, con l&#8217;intento, nient’affatto semplice, di <em>&#8220;riuscire a discutere in modo logicamente rigoroso e con una solida base empirica i temi d&#8217;attualità economica, rimanendo, allo stesso tempo, il più divulgativi e informali possibile&#8221;</em>.</p><p>Ci abbiamo provato e ci stiamo provando, in modo relativamente artiginale e rilassato alquanto, ma il prodotto, puntata dopo puntata, sembra migliorare. Se ci siamo riusciti o meno nel nostro intento potete giudicarlo da vuoi guardando le prime <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.oilproject.org/acontifatti/" target="_blank">otto puntate</a></span></strong>. L&#8217;ultima puntata, che si occupa del mercato del lavoro è disponibile anche su YouTube, che dovrebbe risultare utile per chi ha problemi con Flash o utilizza iPhone/iPad. Ne seguiranno altre, ovviamente. La prossima si occuperà di debito pubblico. L&#8217;iniziativa è completamente <strong>senza scopo di lucro</strong> per cui, se il prodotto vi piace, passate parola.</p><p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/UjIgQ4zsBe0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/08/a-conti-fatti-l%e2%80%99economia-facile-con-la-web-tv/189801/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il web nella gabbia del copyright</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/31/il-web-nella-gabbia-del-copyright/187838/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/31/il-web-nella-gabbia-del-copyright/187838/#comments</comments> <pubDate>Tue, 31 Jan 2012 11:44:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele Boldrin</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Acta]]></category> <category><![CDATA[Copyright]]></category> <category><![CDATA[creatività]]></category> <category><![CDATA[cultura]]></category> <category><![CDATA[diffusione]]></category> <category><![CDATA[rendite di monopolio]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/31/il-web-nella-gabbia-del-copyright/187838/</guid> <description><![CDATA[La Proprietà Intellettuale (PI) non smette d’imporsi alla nostra attenzione. A pochi giorni dall’accantonamento delle proposte di legge note come SOPA e PIPA da parte del Congresso Usa sono arrivate la chiusura di Megaupload e la firma, da parte della Polonia, del trattato ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement). Quest’ultimo consiste in una versione internazionale della legislazione liberticida...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La Proprietà Intellettuale (PI) non smette d’imporsi alla nostra attenzione. A pochi giorni dall’accantonamento delle proposte di legge note come <strong>SOPA e PIPA</strong> da parte del Congresso Usa sono arrivate la <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/20/lfbi-chiude-magavideo-megaupload-gruppo-criminale-infranto-copyright/185213/" target="_blank">chiusura di Megaupload</a> e la firma, da parte della Polonia, del trattato <strong>ACTA </strong>(Anti-Counterfeiting Trade Agreement). Quest’ultimo consiste in una versione internazionale della<strong> legislazione liberticida</strong> che <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Digital_Millennium_Copyright_Act" target="_blank">DMCA</a> ha introdotto negli Usa (nel 2000) e che SOPA/PIPA intendono ampliare. Per comprendere ACTA occorre inquadrarlo nel processo di estensione mondiale del sistema di PI americano iniziato un decennio fa con la costituzione del WIPO all’interno del WTO e l’adozione di TRIPS.</p><p>Il campo di applicazione di ACTA va ben al di là dei<strong> prodotti coperti da copyright</strong> e si occupa anche dell’imitazione e (supposta) contraffazione di merci oltre che della produzione e distribuzione di farmaci generici. Tralascerò la questione dei brevetti e mi concentrerò sul diritto d’autore. Il danno sociale provocato dalla legislazione brevettuale è molto maggiore di quello causato dal copyright, ma visto che di musica, libri e film si discute più che di medicine e software lasciamo questi ultimi per una futura occasione. In ognuno degli acronimi indicati il problema è il seguente: al fine di garantire che i titolari di copyright possano impedire ad altri di riprodurre o scambiarsi copie dei loro prodotti, si adotta una legislazione che da un lato viola la libertà di espressione di tutti (“pirati” e non) e, dall’altro, forza i gestori di server Internet e altri fornitori di servizi ad agire in qualità di <strong>poliziotti</strong> obbligati a controllare che tipo di materiale circola in rete o viene depositato nei server. Nelle sue versioni estreme questa legislazione impone ai produttori di server e software di sobbarcarsi <strong>costi aggiuntivi </strong>per apportare ai loro prodotti delle alterazioni che li adattino al controllo di “polizia preventiva”. Il mio collega David Levine ha osservato che prima si richiede ai gestori di garage di farsi carico di controllare che ogni macchina lì parcheggiata sia in regola con il bollo, l’assicurazione e quant’altro e che, poi, si tenta d’imporre ai costruttori di garage e ai produttori d’automobili d’introdurre nei loro prodotti degli strumenti che possano permettere di segnalare che sulla tal automobile il bollo non è stato pagato o l’assicurazione non è in regola. Già questo dovrebbe bastare, ma v’è di più: v’è il fatto che, oggi come oggi, la protezione del copyright è diventata un <strong>ostacolo alla creatività e alla diffusione della cultura</strong>.</p><p><strong>L’argomento standard</strong> è il seguente: senza copyright non vi sarebbe produzione artistica d’alcun tipo. L&#8217;evidenza storica contraddice questa affermazione. Ma chiediamoci comunque a cosa serva la recente estensione della durata del copyright sulle registrazioni musicali da 50 a 70 anni (l’industria musicale chiedeva 95) da parte della Ue. L’autore era già coperto per i 50 anni seguenti alla sua morte. Ora ci sono <strong>70 anni </strong>dalla registrazione del pezzo: o il musicista tipico produce tutto quanto deve produrre prima di raggiungere i 10 anni di età o registrare musica fa diventare dei matusalemme. L’evidenza suggerisce che queste estensioni retroattive servono solo alle compagnie di distribuzione di musica, libri e film che possono così continuare a raccogliere rendite sui prodotti di artisti defunti.<br /> La “pirateria” non riduce le dimensioni del mercato musicale rispetto a quelle di venti o trenta anni fa ma, al peggio <strong>le fa crescere meno</strong>. Se ai Beatles, ai Rolling Stones o a Lucio Battisti conveniva cantare quando vendere un milione di copie succedeva raramente, davvero le Britney e i Fabri Fibra d’oggi hanno bisogno di poter sperare di vendere cinque o dieci volte tanto per scegliere di non fare un altro (quale?) lavoro? Davvero il tipico musicista o attore di successo smetterebbe di fare ciò che fa se, a causa di una riduzione dei termini, il copyright sulle sue opere durasse solo 10 anni? Mi permetto di dubitarlo: qualsiasi artista di grande fama continuerebbe a fare l’artista di grande fama anche se le <strong>rendite di monopolio</strong> che oggi riceve grazie al copyright fossero ridotte a un decimo di quello che sono.</p><p>Consideriamo infine gli incentivi del “creatore medio”. Il tipico saggio accademico vende, in Italia, poche centinaia di copie che diventano qualche migliaio per libri in inglese; circa il 95 per cento dei romanzi pubblicati in lingua inglese generano, per l’autore, guadagni inferiori ai diecimila dollari e vendono poche migliaia di copie. Non ho dati italiani, ma dubito siano diversi. Idem per musicisti e attori minori. Le copie di questi libri/dischi/film si vendono/affittano quasi tutte nello spazio di pochi anni, spesso pochi mesi, dalla loro pubblicazione. Anche se il copyright durasse solo 5 o 10 anni a nessuno converrebbe fare l’investimento necessario per<strong> &#8220;copiare” questi prodotti</strong>. Si copiano i grandi successi dopo che lo sono diventati e il creatore originale si è arricchito. <strong>Il copyright non aiuta chi crea, ma rallenta la diffusione della cultura</strong> facendo guadagnare rendite di monopolio a chi controlla la distribuzione dei prodotti. La tecnologia digitale ci permette di far senza questi monopoli ed è tempo di capirlo.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 31 Gennaio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/31/il-web-nella-gabbia-del-copyright/187838/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Il panettiere di Cortina</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/13/il-panettiere-di-cortina/183462/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/13/il-panettiere-di-cortina/183462/#comments</comments> <pubDate>Fri, 13 Jan 2012 15:30:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele Boldrin</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[blitz]]></category> <category><![CDATA[cortina]]></category> <category><![CDATA[evasione fiscale]]></category> <category><![CDATA[pil]]></category> <category><![CDATA[tasse]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/13/il-panettiere-di-cortina/183462/</guid> <description><![CDATA[L’operazione “Capodanno con la Finanza a Cortina” ha ravvivato lo scontro fra i due gruppi di pasdaran ideologici dietro ai quali il paese dà regolarmente l’impressione di volersi dividere. Da un lato i seguaci della sequenza illogica per cui le tasse più alte sono (sugli altri) meglio sono (per chi ne spende i proventi, suppongo),...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’operazione “Capodanno con la Finanza a Cortina” ha ravvivato lo scontro fra i due gruppi di <strong>pasdaran ideologici</strong> dietro ai quali il paese dà regolarmente l’impressione di volersi dividere.</p><p><strong>Da un lato</strong> i seguaci della sequenza illogica per cui le tasse più alte sono (sugli altri) meglio sono (per chi ne spende i proventi, suppongo), la spesa pubblica non cresce mai abbastanza ed è per quello che stagnamo da un decennio e passa quindi, conclusione finale, quale che possa essere il deficit pubblico lo si potrebbe sempre appianare facendo pagare le imposte a chi oggi non le paga. <strong>Dall’altro</strong> i teorici del <em>the only good tax is a zero tax</em> – quelli che a ogni piè sospinto si autoassegnano la patente di liberal-libertario citando a sproposito Einaudi e Friedman per sostenere che l’evasore fiscale altro non è che un <em>freedom fighter</em>. Secondo costoro l’unica causa dell’alta evasione sta nell’oppressione fiscale esercitata dal fatiscente Stato italiano su una classe produttiva altrimenti moderna, concorrenziale e innovativa.</p><p>Semplifico? Forse, ma non credo. Il fatto è che entrambe le bande raccontano balle in un’<strong>orgia di benaltrismo</strong> che fa solo confusione. E in questa confusione la casta, i grandi evasori e i parassiti della spesa pubblica festeggiano, mentre<strong> l’Italia che lavora e produce </strong>si avvita sempre più in un circolo vizioso di tasse e spese crescenti.</p><p><strong>Eppure la questione è semplice.</strong> In Italia l’oppressione fiscale esiste, ma né spiega né giustifica l&#8217;evasione per la ragione che, a essere fiscalmente oppresso, è da un lato il lavoro dipendente e, dall’altro, quell’insieme di imprese private che – vuoi per la loro dimensione, vuoi per i mercati in cui operano, vuoi per la natura del sistema commerciale che devono utilizzare – hanno scarsissime opportunità di evadere. E che infatti pagano <strong>sino</strong> <strong>all’ultimo centesimo </strong>e poi, se ce la fanno, scappano verso paesi dove la pressione fiscale è minore. Al contempo, l’<strong>evasione fiscale</strong> è elevatissima in alcuni, ben determinati e altrettanto noti, settori di attività economica e in alcune aree geografiche, ma essa non è la causa dell’oppressione fiscale a cui il resto del paese viene sottoposto. Le cause dell’oppressione fiscale di cui soffre circa il 70 per cento della forza lavoro italiana sono la spesa pubblica e l’inefficienza dell’apparato dello Stato il quale, oltre ad alimentare se stesso, spreca una quantità smisurata di risorse per produrre servizi di qualità miserevole. Sia la coerenza intellettuale, che l’efficacia economica, che il buon senso politico richiedono, quindi, di combattere entrambe queste <strong>perversioni </strong>(oppressione ed evasione) con la stessa pervicacia e la stessa durezza, senza se e senza ma.  Queste osservazioni implicano anche che, se si vogliono ridurre le tasse, occorre il coraggio di dire <strong>quali spese vanno eliminate</strong> (attività in cui gli esponenti politici dell’insurrezionalismo anti-fiscale non eccellono). E che se si vuole aumentare la spesa pubblica o mantenerla ai livelli attuali il costo verrà pagato da chi le tasse non le può evadere o non se ne può andare, non certo dai proprietari di Scaglietti in vacanza a Cortina con reddito di trentamila euro.</p><p>Poiché ho scritto abbondantemente in passato sia contro l’oppressione fiscale sia contro l’illusione secondo cui riducendo l’evasione si possano eliminare tutti i nostri problemi di debito pubblico (e l’ho fatto soprattutto su questo giornale), credo valga la pena spendere qualche ulteriore parola sulle perniciose teorie secondo cui “il Capodanno con Gdf a Cortina” altro non è che l’anticamera del Gulag. Questi <strong>indignati </strong>non sembrano coscienti che o ben viviamo in un regime politico oppressivo in cui le regole base della democrazia liberale sono violate (il che giustificherebbe moralmente il rifiuto di rispettare le leggi che tale regime impone, incluse quelle fiscali) oppure no. Nel primo caso le panetterie di Cortina, il cui fatturato è miracolosamente aumentato grazie alla presenza degli ispettori fiscali, dovrebbero dichiarare il proprio status di <em>freedom fighter </em>e, in compagnia degli ortopedici che dichiarano 70 mila euro all’anno e possiedono nella medesima appartamenti valutati a qualche milione di euro, iniziare<strong> azioni di disobbedienza civile</strong> che, ne son certo, attirerebbero l’immediata attenzione sia dell’Onu che di Amnesty International.</p><p>In attesa che questo avvenga, ricordo che nel secondo caso la tradizione liberale insegna da sempre che le leggi vanno sia applicate erga omnes che combattute politicamente quando non gradite. Su questo, sulla cessazione dell’arbitrio e dei privilegi di alcuni, passa la <strong>linea di demarcazione</strong> fra medioevo assolutista e democrazia liberale. Il resto è vacuo scimiottamento delle reazionarie teorie e pratiche del signor Antonio Negri e dei suoi seguaci. Vale poi la pena sottolineare che, contrariamente alle panzane che si leggono in giro anche a firma di noti editorialisti “liberali”, non esiste alcuna evidenza di un nesso causale forte <strong>fra alta imposizione e alta evasione</strong>, anche se esso è teoricamente possibile. Per capirlo, senza scomodarsi a far tante regressioni, basta chiedersi quali paesi in Europa abbiano un tasso di evasione simile al nostro: Grecia, Portogallo e Spagna.</p><p>In ognuno di essi il<strong> rapporto fra tasse e Pil </strong>è di molto inferiore all’italiano, sino a quasi dieci punti percentuali di meno! Dal lato opposto, quali paesi europei hanno una pressione fiscale uguale o superiore alla nostra? I paesi nordici e, a seconda degli anni, Francia, Belgio e Germania, tutti posti dove l’evasione fiscale è ben inferiore a quella italiana. Per non parlare degli Stati Uniti che, se gli editorialisti in questione sapessero come funziona davvero, costituiscono la miglior prova dell’assenza di tale nesso causale. Infine: la <strong>facile evasione fiscale</strong> distorce brutalmente l’allocazione delle risorse in favore di imprese piccole, inefficienti, arretrate e incapaci di innovare. Il bottegaro e l’albergatore, l’avvocato e il piccolo artigiano, o il dentista, danneggiano anche te perché, oltre a prenderti per i fondelli usando i servizi che le tue tasse pagano, ostruiscono il processo di sviluppo economico di cui hai bisogno. Falli smettere facendogli pagare le imposte.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 13 Gennaio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/13/il-panettiere-di-cortina/183462/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> <item><title>Indecenza universitaria</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/15/indecenza-universitaria/177562/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/15/indecenza-universitaria/177562/#comments</comments> <pubDate>Thu, 15 Dec 2011 15:48:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele Boldrin</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[concorsi truccati]]></category> <category><![CDATA[concorso pubblico]]></category> <category><![CDATA[Francesco Profumo]]></category> <category><![CDATA[Michele Boldrin]]></category> <category><![CDATA[ricercatori]]></category> <category><![CDATA[università]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/15/indecenza-universitaria/177562/</guid> <description><![CDATA[Caro signor ministro Profumo, mi rendo conto che l’invito a riprendere di nuovo in mano la riforma dell’Università italiana Le possa apparire bislacco. Non glielo farò, quindi, anche se mi piacerebbe. Le chiedo invece di compiere due atti che mi paiono perfettamente compatibili con i vincoli politici e temporali sotto cui Lei opera. Sono atti...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Caro signor ministro Profumo,</p><p>mi rendo conto che l’invito a riprendere di nuovo in mano la <strong>riforma dell’Università</strong> italiana Le possa apparire bislacco. Non glielo farò, quindi, anche se mi piacerebbe. Le chiedo invece di compiere due atti che mi paiono perfettamente compatibili con i vincoli politici e temporali sotto cui Lei opera. Sono atti semplici che potrebbero però inviare un segnale forte al sistema universitario italiano e specialmente, al suo interno, ai giovani ricercatori che cercano di emergere per i propri meriti. Le saranno giunte all’orecchio le notizie di stampa che circolano da giorni riguardo un <strong>concorso </strong>svolto all’Università del Piemonte Orientale e finito in modo men che trasparente. Si tratta della “Procedura di valutazione comparativa per un posto di ricercatore nel settore scientifico-disciplinare SECS-P / 01 (Economia Politica) presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale ‘ Amedeo Avogadro’, con bando pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 97 del 7 dicembre 2010”.</p><p>Le riassumo i fatti essenziali rinviandola per i dettagli alla <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://petizionesecsp01.wordpress.com/" target="_blank">petizione</a></span> </strong>che un gruppo di giovani ricercatori italiani ha rivolto al Rettore dell’Università. Il primo gesto che La invito a prendere in considerazione è quello di apporre la Sua firma a tale petizione. Risulta che la commissione giudicatrice abbia chiuso i propri lavori proclamando vincitrice una fra i tredici candidati. Da un esame attento dei tredici curricula risulta difficile intendere la scelta compiuta, per complessa e soggettiva che la procedura di valutazione possa essere. Infatti, l’applicazione di ogni ragionevole criterio obiettivo di valutazione conduce a escludere dal novero dei possibili vincitori proprio la candidata giudicata idonea dalla Commissione.</p><p>Cito dalla petizione che Le sto chiedendo di firmare:<em> “La vincitrice rivela una produzione scientifica significativamente inferiore a quella di tutti gli altri 12 candidati partecipanti alla procedura di valutazione comparativa. In particolare, non presenta alcuna pubblicazione su rivista, né internazionale né italiana, a differenza di tutti gli altri [...] secondo le graduatorie risultanti dall’applicazione dei quattro indici bibliometrici il cui uso è comunemente riconosciuto nella disciplina di afferenza [...] la vincitrice risulta invariabilmente <strong>ultima</strong>”</em>.</p><p>Questi son fatti. Gli atti non sono stati ancora approvati dal Rettore, quindi la decisione non è definitiva e potrebbe ancora essere cambiata se il Rettore di quella università trovasse l’incentivo per dare un’occhiata alla documentazione. È per questo che ho firmato ed è per questo che La invito a firmare. Caro signor ministro, Lei conosce meglio di me quante <strong>decisioni concorsuali scandalose</strong> siano andate rovinando l’università italiana da svariati decenni a questa parte.</p><p>Molte di queste decisioni, pur palesemente contrarie ai principi meritocratici, sono ambigue abbastanza da rendere impossibile un intervento censorio esterno che non rischi di finire nel labirinto delle valutazioni soggettive. Vi sono però dei casi, come quello che Le sto sottoponendo, in cui l’elemento oggettivo predomina e lascia ben poco spazio al dubbio. Per questo Le chiedo di compiere un gesto che sarebbe l’equivalente di tracciare una linea di demarcazione sulla sabbia: oltre a un certo livello di <strong>decenza </strong>non si può andare.</p><p>Fatta questa proposta me ne permetto una seconda, meno semplice ma ugualmente fattibile. Sono convinto, caro signor ministro, che senza una completa <strong>autonomia </strong>delle singole istituzioni universitarie, autonomia che permetta loro di competere meritocraticamente, non porremmo mai fine allo scempio concorsuale. In attesa che l’autonomia venga finalmente adottata, credo sia però possibile limitare i danni generalizzando lo strumento della pubblicità: ossia esponendo alla pubblica attenzione i casi più eclatanti di violazione della meritocrazia.</p><p>A questo fine le chiedo di contemplare la creazione, per grandi aree di ricerca e insegnamento, di <strong>commissioni di probiviri internazionali</strong> il cui unico compito sia quello di produrre valutazioni pubbliche, seppur non legalmente vincolanti, dei risultati dei concorsi. Son certo che, per la maggioranza dei casi, i probiviri non avranno nulla da eccepire. Ma per quell’X % in cui i risultati oscillano fra l’assolutamente scandaloso e l’altamente discutibile, la pubblica valutazione potrebbe forse aiutare a scongiurare il peggio. Il numero di prestigiosi accademici italiani che lavorano stabilmente all’estero è oramai molto abbondante in ogni maggiore disciplina, il che permetterebbe di tenersi alla larga da eventuali conflitti d’interesse.</p><p>Son due piccoli gesti, signor ministro, ma, in attesa d’una riforma vera che forse non arriverà mai, son due gesti che potrebbero aiutare i <strong>giovani meritevoli </strong>a rimanere nell’università italiana.<br /> Cari saluti,</p><p><em>Michele Boldrin </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/15/indecenza-universitaria/177562/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La versione squilibrata degli Stati Uniti d’Europa</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/08/la-versione-squilibrata-degli-stati-uniti-d%e2%80%99europa/176084/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/08/la-versione-squilibrata-degli-stati-uniti-d%e2%80%99europa/176084/#comments</comments> <pubDate>Thu, 08 Dec 2011 13:54:22 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele Boldrin</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[Bodrin]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[economia]]></category> <category><![CDATA[Europa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=176084</guid> <description><![CDATA[Mentre, Paese per Paese, procede il lento riaggiustamento fiscale e la Bce interviene discrezionalmente per controllare la volatilità dei tassi, si discute delle riforme di lungo periodo che dovrebbero evitare il ripetersi di simili crisi. Si susseguono gli articoli che invitano la Bce ad acquistare, o dichiararsi pronta a farlo, “quantità illimitate di titoli riducendo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Mentre, Paese per Paese, procede il lento riaggiustamento fiscale e la Bce interviene discrezionalmente per controllare <strong>la volatilità dei tassi</strong>, si discute delle riforme di lungo periodo che dovrebbero evitare il ripetersi di simili crisi. Si susseguono gli articoli che invitano la Bce ad acquistare, o dichiararsi pronta a farlo, “quantità illimitate di titoli riducendo la volatilità e riportando i rendimenti ai livelli pre-crisi” (<a href="http://www.corriere.it/editoriali/11_novembre_24/c-e-una-sola-via-d-uscita-alberto-alesina-e-francesco-giavazzi_223e4daa-1663-11e1-a1c0-69f6106d85c1.shtml" target="_blank">Alesina e Giavazzi, sul <em>Corriere </em>del 24/11</a>) e/o che invocano una maggiore centralizzazione, a livello europeo, dell’attività fiscale dei singoli paesi membri (<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-24/nudo-063542.shtml?uuid=Aatj26NE&amp;fromSearch" target="_blank">Tabellini, sul <em>Sole</em> del 24/11</a>). Ad alcuni paiono sufficienti le “punizioni” che Merkel e Sarkozy vanno discutendo, altri chiedono una vera unità fiscale e l’emissione degli eurobond. Queste posizioni sono comuni alla maggioranza dei commentatori sud-europei e a quelli del <em>Financial Times</em>.</p><p>Negli anni ‘90 ero fra i pochi che si assunsero l’onere di esser scettici sul progetto “Euro à la Maastricht”. Era un errore economico che trovava la sua ragione d’essere in<strong> ambizioni politiche francesi </strong>e nell’incapacità delle élite italiane di governare il proprio Paese. Mi iscrivo ora all’ancor più sparuta minoranza di coloro che dissentono verso questa nuova fuga in avanti, la quale vuole correggere gli sbagli del passato accelerando nella medesima direzione. Ora come allora, lo<strong> scambio</strong> che ci viene proposto non conviene: danni economico-sociali nel futuro in cambio di consenso immediato alla classe politica. Purtroppo, tale scambio avverrà. Nondimeno: dissento, per tre motivi.</p><p>Molti commentatori (per esempio: Tabellini) argomentano che le politiche fiscali e di riforma non hanno funzionato ed occorre <strong>l’espansione monetaria</strong>. Questo non è vero. Da un lato, laddove sono state adottate ed hanno fatto il loro corso (Germania, Olanda, Danimarca, altri Paesi nordici) hanno avuto un tale effetto che, paradossalmente, alcuni attribuiscono loro la crisi attuale: certi Paesi sarebbero troppo “virtuosi” e dovrebbero esserlo di meno! D’altro lato, nei Paesi oggi in difficoltà, nessuna politica di riforma è stata effettivamente adottata. Se ne è parlato molto, vero, se ne sono annunciate di ogni colore, vero, ma al momento <strong>non è successo ancora nulla</strong>. La manovra di Monti non è ancora stata approvata, mentre la crisi del debito dura da due anni! La difficile situazione in cui versa l’economia italiana non è il frutto delle politiche così (mal) dette di “austerità” che (forse) si stanno adottando ora ma, invece, del fatto che non si siano adottate 3 o 5 o 7 anni fa. Questo vale anche per<strong> Grecia, Spagna e Portogallo</strong>. Sulla base di fatti che tali non sono, si propone, quindi, di sostituire alle politiche di riforma una versione <em>monster</em> del <em>quantitative easing</em> americano: nel caso europeo potremmo arrivare a cifre tra le tre e le cinque volte superiori a quelle Usa. Forzare la monetizzazione del debito implica non solo un intervento gigantesco della Bce ma, soprattutto, rinunciare ancora una volta a qualsiasi speranza di riformare fisco, spesa pubblica e regole del gioco dell’economia italiana (spagnola, greca, portoghese &#8230;). In Italia Berlusconi governerebbe ancora se la Bce avesse acquistato debito italiano a go-go, come si richiede.</p><p>Il secondo motivo è che la logica proposta da quasi tutti i commentatori (monetizzare solo il debito dei Paesi “solventi ma illiquidi”) è sia pericolosa che<strong> impossibile da implementare</strong>. Che il debito di un Paese sia <strong>ripagabile</strong> dipende dalle politiche che adotta e dalla sua crescita futura: deciderlo richiede sempre un sostanziale ammontare di discrezionalità. Chiedere alla Bce di esercitare tale discrezionalità è sia pericoloso che inappropriato. Inappropriato, perchè in democrazia la discrezionalità politica deve pertenere agli organi elettivi. Pericoloso, perchè ogni qual volta la Bce non intervenisse “sufficientemente” sul debito di un Paese &#8211; ritenendolo insolvente o, alternativamente, non tanto illiquido &#8211; si scatenerebbe una guerra politico-diplomatica contro e dentro la Bce. Una ricetta per il disastro.</p><p>Infine: il progetto che sottosta a queste proposte è inconsiderato. Esse aprono la strada alla costruzione frettolosa di una <strong>versione squilibrata degli Stati Uniti d’Europa</strong>. La Bce dovrebbe acquistare sia debito federale che statale, mentre gli Stati preserverebbero l’autonomia fiscale ed il diritto a indebitarsi (tanto la Bce acquista); la Commissione (organismo non elettivo) dovrebbe imporre una politica fiscale comune ad un’Europa divisa in due aree internamente eterogenee: quella Euro e quella non. Se in Italia non siamo ancora riusciti a trovare una politica fiscale e di spesa che<strong> possa andar bene sia ad Enna che a Verona,</strong> cosa fa credere che la Commissione Europea potrebbe trovarne, in pochi mesi, una che vada bene sia ad Amburgo che a Cadiz?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/08/la-versione-squilibrata-degli-stati-uniti-d%e2%80%99europa/176084/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il lavoro difficile di Monti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/16/piazza-grande-il-lavoro-sporco-di-monti/170971/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/16/piazza-grande-il-lavoro-sporco-di-monti/170971/#comments</comments> <pubDate>Wed, 16 Nov 2011 15:19:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele Boldrin</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[l'Unità]]></category> <category><![CDATA[Mario Monti]]></category> <category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category> <category><![CDATA[sole 24 ore]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/16/piazza-grande-il-lavoro-sporco-di-monti/170971/</guid> <description><![CDATA[Nel pieno della settimana più lunga degli ultimi 17 anni di storia politica italiana, sorge spontanea una riflessione. Per motivare questa riflessione utilizzerò le prime pagine dei due più simbolici quotidiani nazionali: il Sole 24 Ore e l&#8217;Unità. Quelli della mia generazione sono cresciuti considerando il Sole 24 Ore come l’organo dei “padroni” mentre l&#8217;Unità...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Nel pieno della settimana più lunga degli ultimi 17 anni di storia politica italiana, sorge spontanea una riflessione. Per motivare questa riflessione utilizzerò le prime pagine dei due più simbolici quotidiani nazionali:<em> il Sole 24 Ore</em> e <em>l&#8217;Unità</em>. Quelli della mia generazione sono cresciuti considerando <em>il Sole 24 Ore</em> come l’organo dei “padroni” mentre <em>l&#8217;Unità</em> era quello degli “operai”. Due Italie totalmente contrapposte, in eterna lotta per l’egemonia politica e per la realizzazione di modelli socio-economici fra loro incompatibili. <strong>Fallimentari entrambi</strong>. Il 10 novembre<strong> il Sole 24 Ore</strong> apriva con un enorme titolo in rosso: FATE PRESTO. L’editoriale che lo accompagnava consisteva in un appello ai “cari deputati e cari senatori” perché adottassero al più presto dei non meglio specificati “provvedimenti complessi” che dovrebbero far ritornare il Paese su quel sentiero di crescita che ha abbandonato da più di un decennio. L’accorato testo, che pure nominava solo il Pdl di Silvio Berlusconi fra “le forze politiche più responsabili”, era chiaramente rivolto anzitutto ai partiti dell’opposizione. Sono essi, infatti, che, a fronte della deflagrazione radioattiva dell’alleanza berlusconiana, tengono in mano i destini del Paese: nessun provvedimento economico d’alcuna rilevanza può essere approvato in questo Parlamento senza che una parte sostanziale dell’opposizione lo voti.</p><p>Il 13 novembre la prima pagina de <em>l&#8217;Unità </em>ci regalava due titoli. Quello a caratteri cubitali (LA LIBERAZIONE) aveva come sfondo un cielo azzurro su cui si stagliava un tricolore al vento. Sopra ad esso e sempre a tutta pagina la descrizione (suppongo io) del liberatore e delle modalità della liberazione: “Monti, il giorno dell’incarico”. Anche qui un editoriale, intitolato “La Festa e l’impegno”, ci spiegava il significato storico delle dimissioni berlusconiane.<br /> Personalmente ho sia simpatia che stima, entrambe moderate ma entrambe salde, per <strong>Mario Monti</strong>. Credo non esista dubbio alcuno che egli non sia esattamente un uomo di “sinistra”. I provvedimenti economici che è andato predicando in questi anni e che, se riuscire a governare, probabilmente adotterà, sospetto non coincidano quasi in nulla con quelli contenuti nel programma economico del Pd, e nemmeno in quello dell’Idv o di Sel. Fa quindi una certa impressione rendersi conto che la “liberazione” del paese dal “regime” berlusconiano è avvenuta, secondo il giornale degli “operai”, grazie all’azione dei mercati, degli investitori, dei risparmiatori italiani e stranieri. La “speculazione finanziaria” – come la casta di sinistra ama definire costoro nei propri comizi televisivi – ha liberato il paese dal “nemico”. E a guidare il primo governo post-liberazione andrà un uomo che intende, se glielo permettono, attuare un programma probabilmente ortogonale a quanto i tribuni della sinistra italiana sono andati predicando negli ultimi mesi. Eppure, per salvare il paese, i parlamentari della sinistra approveranno tali provvedimenti. Perché? Perché se dovessero essere loro a dover governare e a decidere il da farsi non saprebbero da che parte girarsi.<br /> Un paradosso analogo è palese nella menzionata prima pagina del Sole 24 Ore che implora la sinistra di fare in fretta a prendere quei provvedimenti che salverebbero il paese da un pericolo che, durante gli ultimi tre anni, in circa due terzi dei propri editoriali lo stesso giornale ha negato esistesse.</p><p>Non basta. Pur consapevole, come sono, che la linea editoriale del <em>Sole 24 Ore</em> è da sempre completamente indipendente dalle opinioni e dagli interessi della sua proprietà e dei suoi maggiori azionisti, non posso non trovare ironico che – dopo aver puntato per 17 anni di seguito su Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti – oggi, di fronte al possibile baratro in cui Berlusconi e Tremonti lo stavano portando, costoro chiedano all’opposizione di fare in fretta a salvarlo, il paese. Tutto questo senza trovare il coraggio per fare <strong>un minimo di autocritica</strong>, senza avere l’onestà intellettuale di ammettere “Avevamo torto marcio e avevano ragione quelli che, da anni, denunciavano lo stato miserabile dell’economia e dei conti pubblici nazionali”, senza nemmeno pubblicare un singolo editoriale che invitasse Berlusconi e Tremonti ad andarsene. Ah, quasi dimenticavo: senza nemmeno pubblicare un editoriale che ringraziasse la “speculazione” per aver forzato le dimissioni di questo governo.</p><p>Perché le tiritere incoerenti sulla “speculazione causa di tutti i nostri mali” non sono apparse, in questi anni, solo su<em> l&#8217;Unità</em> o su certi blog del <em>fattoquotidiano.it</em>, ma anche sulle pagine del<em> Sole 24 Ore</em>, il giornale dei “padroni”. Sta in questo parallelismo l’aspetto al contempo comico e tragico della situazione nazionale. A entrambi i lati dello <strong>steccato ideologico</strong> i fatti dimostrano la bancarotta intellettuale delle élite: per salvare il Paese dal fallimento a cui, sgovernando a turni alterni, esse l’hanno condotto occorrerà adottare riforme che entrambe hanno sempre osteggiato. Ma da nessuno dei due lati sorge anche solo un cenno di autocritica o un gesto che segnali la consapevolezza della propria inadeguatezza davanti ai compiti che la storia impone.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 16 novembre 2011</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/16/piazza-grande-il-lavoro-sporco-di-monti/170971/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>46</slash:comments> </item> <item><title>Perché tutti puntano sul nostro default</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/07/perche-tutti-puntano-sul-nostro-default/169005/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/07/perche-tutti-puntano-sul-nostro-default/169005/#comments</comments> <pubDate>Mon, 07 Nov 2011 14:32:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele Boldrin</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[default]]></category> <category><![CDATA[euro]]></category> <category><![CDATA[Governo]]></category> <category><![CDATA[Grecia]]></category> <category><![CDATA[italia]]></category> <category><![CDATA[Lorenzo Bini Smaghi]]></category> <category><![CDATA[politici]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=169005</guid> <description><![CDATA[La settimana scorsa andava di moda prendersela con Lorenzo Bini Smaghi (Lbs). Questa settimana il nemico pubblico numero uno sembra essere diventato l’Euro tout court. Sono sempre più frequenti e ben accette le proposte di uscita dalla moneta unica, causa di tutti i nostri mali, condite da richieste di default, svalutazione della ritrovata lira, inflazione...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La settimana scorsa andava di moda prendersela con <strong>Lorenzo Bini Smagh</strong><strong>i </strong>(Lbs). Questa settimana il nemico pubblico numero uno sembra essere diventato <strong>l’Euro </strong><em>tout court</em>. Sono sempre più frequenti e ben accette le proposte di uscita dalla moneta unica, causa di tutti i nostri mali, condite da richieste di default, svalutazione della ritrovata lira, inflazione e, ovviamente, rilancio della spesa pubblica senza la quale, fantasia e Fassina insegnano, non c’è crescita stabile e duratura. Gli esempi da seguire, mi viene detto, sono l’Islanda (un paese di fatto governato dal Fmi) e l’Argentina (un paese sgovernato da una banda forse peggiore della nostra e piagato dalla povertà). Una coerenza perversa, e che va al di là del fatto che Berlusconi abbia indicato entrambi al pubblico ludibrio, collega gli attacchi a Lbs con quelli all’Euro. Essa dice che le regole le seguono e rispettano solo gli sciocchi. Noi italiani abbiamo tanti difetti, ma sciocchi non siamo, e si vede.</p><p>Cominciamo con Lbs: in cosa consiste il suo grande affronto? Semplice: ha cercato di rispettare, almeno formalmente, le regole e i principi in base alle quali era stato nominato a fare il lavoro che fa(ceva) a Francoforte. Quando la <strong>Banca Centrale Europea</strong> venne creata, con il proposito di introdurre e gestire l’Euro, si stabilì – nel consenso più generale di politici, economisti e commentatori vari – che la medesima, per svolgere adeguatamente il proprio ruolo, avrebbe dovuto essere mantenuta immune da ogni influenza esterna. In particolare: (i) avrebbe dovuto essere rigorosamente indipendente, nelle sue scelte di politica monetaria, dalle politiche fiscali dei vari stati e, (ii), una volta nominati, i membri del suo direttorio avrebbero avuto totale libertà di azione e <strong>non avrebbero preso ordini dai governi </strong>dei paesi membri da cui provenivano. I teorici della bontà e funzionalità dell’Euro cum Trattato di Maastricht (fra cui non mi annoveravo nè mi annovero, ma questo è un altro discorso) garantirono dall’alto della loro saggezza che il trattato e le due regole di cui sopra avrebbero costituito una corazza impenetrabile.</p><p>Bene, Lbs ha semplicemente cercato di far rispettare, almeno formalmente, la seconda regola. C’era una banalissima e professionale maniera per raggiungere l’obiettivo di far eleggere Mario Draghi presidente della Bce: soddisfare le legittime richieste francesi e rispettare l’indipendenza dei membri del Direttorio della Bce. Il <strong>governo Berlusconi</strong> (nella persona del suo ministro del Tesoro) ha avuto quasi un anno di tempo per metterla in pratica: bastava lavorare, discretamente, con Lbs al suo passaggio ad altre funzioni che gli risultassero attraenti. Data la drammatica scarsità di talenti che caratterizza i piani alti dell’amministrazione pubblica italiana, vi sono abbondanti ragioni per ritenere che non si trattasse d’un impegno improbo. Il governo Berlusconi non l’ha soddisfatto ritenendo, evidentemente, che Lbs fosse un suo dipendente distaccato a Francoforte che, al momento opportuno, avrebbe obbedito agli ordini in arrivo da Roma. Grave errore. Uno dei tantissimi di questo governo, di questo ministro del Tesoro e dei suoi alti dirigenti, ma non per questo meno grave. Le <strong>regole</strong>, specialmente quando si accettano volontariamente e si condividono firmandole, vanno rispettate sia nella forma che nella sostanza. E’ significativo che, in tutta questa penosa vicenda, pochi, pochissimi, in Italia si siano premurati di ricordare pubblicamente questa elementare&#8230; regola.</p><p>Ma la vicenda Bini Smaghi è acqua passata che non macina più&#8230; almeno per questa settimana e forse la prossima. Ora l’attenzione si concentra tutta sul maledetto Euro che, a detta di tutti, ci sta massacrando un po’ come Bini Smaghi era la causa delle <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/23/crisi-sarkozy-italia-e-grecia-siano-responsabili/165910/" target="_blank">risatine di Merkel e Sarkozy</a></span>. Anche in questo caso, strati sempre più ampi del paese si stanno convincendo che esiste una soluzione rapida e relativamente indolore del problema: basta <strong>violare astutamente qualche altra regola </strong>che, a suo tempo, abbiamo scelto e controfirmato. Dei costi di violare la prima delle due regole elencate sopra, forzando la Bce a monetizzare il nostro debito, ho già parlato la settimana scorsa e mi prometto di ritornare presto, quindi omettiamoli.</p><p>Chiediamoci invece perché siamo arrivati alla situazione in cui ci troviamo oggi, almeno per quanto riguarda l’Euro e il debito pubblico. Chiunque abbia poco più di trent’anni e abbia seguito le vicende europee da Maastricht in poi conosce la risposta: perchè i nostri politici (quelli europei, in generale, ma quelli italiani e greci in particolare e più di tutti) altro non hanno fatto che <strong>violare ripetutamente le regole </strong>da essi stessi elaborate e firmate. Iniziò ancora prima dell’adozione, quando si decise che su tre parametri del trattato bastava soddisfarne due: ed eccoci noi e Grecia dentro all’Euro con un debito che già allora faceva paura. Si continuò poi allegramente esentando questo e quell’altro paese (Francia e Germania incluse, che ora sperimentano cosa voglia dire perdere la reputazione quando si gioca al poker fiscale) dai vincoli sul deficit e sulle multe da pagare. Passando per i mille trucchi contabili che Eurostat decise di prender per buoni per accomodare la creativa finanza pubblica d’Italia e Grecia, siamo finalmente arrivati alla madre di tutte le regole violate, ossia i<strong> conti truccati</strong>. Coerente, no? Perché violare una regola sola quando, astutamente, possiamo fregarne almeno cinque o sei di seguito?</p><p>Come insegna la teoria dei giochi ripetuti quando, per convenienza di breve periodo, uno dei giocatori viola continuamente le regole che si era auto-imposto, l’altro giocatore si convince che non c’è alcuna regola che il suo opponente non finirà per violare in cambio d’un piatto di lenticchie. Per questa ragione &#8211; non solo per questa ma soprattutto per questa – gli investitori stanno oggi puntando sull’ipotesi che i governi della zona Euro violeranno la regola della non monetizzazione del debito e/o che i governi di Grecia e Italia finiranno per fare <strong>default</strong>, <strong>abbandonando la moneta unica</strong>. Una prospettiva agghiacciante per i costi economici e sociali che implica ma che attrae molti perché offre, nell’immediato, la possibilità di non tagliare la spesa pubblica e non riformare.  Questo il piattino di avvelenate lenticchie che la discrezionalità dell’astuto politico serve, da sempre, ai propri governati in cambio della violazione delle regole. Gustoso, sino a quando il veleno comincia a fare effetto.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/07/perche-tutti-puntano-sul-nostro-default/169005/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>170</slash:comments> </item> <item><title>La favola bella della Bce</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/29/la-favola-bella-della-bce/166860/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/29/la-favola-bella-della-bce/166860/#comments</comments> <pubDate>Sat, 29 Oct 2011 06:45:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele Boldrin</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/28/piazza-grande-la-favola-bella-della-bce/166860/</guid> <description><![CDATA[Una perniciosa fantasia diventa ogni giorno più popolare: la Banca centrale europea ha in mano la chiave che apre la porta alla soluzione della crisi del debito sovrano, ma si rifiuta di usarla. Secondo tale teoria, tutto ciò che la Bce dovrebbe fare per mettere a segno il silver bullet ammazzacrisi consiste nella progressiva e...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Una perniciosa fantasia diventa ogni giorno più popolare: la <strong>Banca centrale europea</strong> ha in mano la chiave che apre la porta alla soluzione della crisi del debito sovrano, ma si rifiuta di usarla.</p><p>Secondo tale teoria, tutto ciò che la Bce dovrebbe fare per mettere a segno il <em>silver bullet</em> ammazzacrisi consiste nella progressiva e continua <strong>monetizzazione del debito sovrano </strong>in essere, cominciando da quello di Grecia e Italia. Così facendo la Bce stabilizzerebbe i mercati e ridurrebbe i tassi d’interesse che i governi devono pagare.</p><p>In secondo luogo questo permetterebbe alle banche che tale debito detengono di <strong>ricapitalizzarsi</strong> automaticamente grazie alla rivalutazione del portafoglio che tale variazione di prezzo indurrebbe.</p><p>In terzo luogo, si argomenta, la riduzione delle tensioni sul proprio debito permetterebbe ai paesi in maggiore difficoltà d’impegnarsi in <strong>misure di stimolo alla crescita</strong> che, su questo almeno siamo tutti concordi, è l’unica vera soluzione di lungo periodo alla crisi del debito pubblico.</p><p><strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.econ.kuleuven.be/ew/academic/intecon/degrauwe/" target="_blank">Paul de Grauwe</a></span></strong> si è preso la briga di articolare tale teoria per esteso, ma essa sembra condivisa da un numero sempre crescente di commentatori. Fra essi <strong>Martin Wolf</strong> dal cui invito a Mario Draghi a <em>“essere coraggioso”</em> e<em> “spegnere il fuoco” </em>monetizzando il debito – <em><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ft.com/intl/cms/s/bd60ab78-fe6e-11e0-bac4-00144feabdc0,Authorised=false.html?_i_location=http%3A%2F%2Fwww.ft.com%2Fcms%2Fs%2F0%2Fbd60ab78-fe6e-11e0-bac4-00144feabdc0.html&amp;_i_referer=http%3A%2F%2Fwww.ft.com%2Fcomment%2Fcolumnists%2Fmartinwolf#axzz1c4rLkKUu" target="_blank">Financial Times</a></span></em> del 25 ottobre – ho estratto le tre affermazioni precedenti.</p><p>A un esame minimamente attento esse risultano destituite di ogni fondamento: <strong>pericolose fantasie</strong> di apprendisti stregoni. Monetizzare il debito costituisce un rimedio indolore visto che tutto ciò che si chiede alla Bce di fare consiste nell’espandere la massa di euro in circolazione creandoli ogni volta che ne abbia bisogno per acquistare Btp, Bonos o, più raramente, Bund. Che la Bce si sia rifiutata per almeno due anni di adottare una soluzione così semplice alimenta il sospetto che i signori che siedono a Francoforte non vogliano fare gli interessi dei paesi membri, ma degli <strong>“speculatori”</strong> o di altri soggetti non ben identificati che dalle miserie europee traggono profitto.</p><p>Tale tesi sembra essere diffusa fra coloro che si considerano favorevoli agli interessi del popolo e opposti a quelli dei banchieri. Le recenti manifestazioni degli <strong>“indignati”</strong> hanno individuato nelle Banche centrali il peggior nemico perché esse hanno operato e operano per salvare le banche private rifiutandosi, al contempo, di stampare i miliardi di euro che ci farebbero uscire dalla crisi.</p><p>Interessante teoria. In <strong>Italia </strong>– guarda caso – la fantasia in questione sembra essere condivisa da commentatori che coprono l’intero spettro politico. Un consenso malaugurato perché, come gli eventi degli ultimi giorni dimostrano, sarebbero proprio <strong>i lavoratori e i giovani</strong> italiani in cerca d’un futuro migliore a rimetterci di più, dovesse Mario Draghi seguirne le prescrizioni.</p><p>Da circa sei mesi a questa parte assistiamo a un pericoloso <strong>braccio di ferro</strong> fra governo Berlusconi e Bce. Noi non intendiamo riformare il Paese, facciamo solo finta – dice il primo – voi dovete comprare il nostro debito e tenerci a galla perché se cade il debito pubblico italiano cade il mondo. La <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/26/il-testo-integrale-della-lettera-del-governo-italiano-allunione-europea/166579/" target="_blank">lettera piena di finte promesse</a></span> con la quale Berlusconi si è presentato a Bruxelles due giorni fa è solo l’ultimo tentativo di <strong>prendere in giro (e ricattare)</strong> l’Europa intera.</p><p>Se, per un cambio di politica della Bce, dovesse scomparire anche quel minimo di <strong>pressione </strong>che, via quotazioni del debito, i risparmiatori (italiani, anzitutto) stanno esercitando sul nostro governo perché qualche misera riforma venga adottata, cosa pensate accadrebbe? Questo governo abbandonerebbe anche la pretesa di riformare il Paese e tornerebbe alle attività che sappiamo interessare davvero il primo ministro e i suoi soci.</p><p>Non è forse successo questo anche nella Spagna di Zapatero, dove ogni riforma è avvenuta sotto pressione dei mercati e dove le riforme si sono immediatamente bloccate appena la tensione è diminuita? In chiunque alberghi la speranza che si adottino quelle riforme che darebbero ai giovani una mezza possibilità di crescita economica futura deve anche sperare che la Bce non ceda alla tentazione di monetizzare il debito, ma continui invece a <strong>tenere i governi sulla corda</strong>, torcendo loro il braccio perché almeno qualche cambiamento lo introducano.</p><p>Come Martin Wolf osserva, monetizzare il debito è la maniera più rapida di salvare le banche. L’analogia con quanto fatto nel 2008-2009 negli <strong>Usa </strong>è palese: la Fed salvò le banche Usa ritirando dalle medesime il debito ipotecario a rischio di default e sostituendolo con dollari nuovi di zecca. La fantasia che stiamo discutendo sostiene che occorre fare lo stesso con le banche europee e il loro debito sovrano. Come negli Usa si salvarono anche i banchieri e i bancari che avevano fatto quegli investimenti erronei, così si suggerisce di fare in Europa con i bancari e i banchieri che hanno erroneamente investito in cattivo debito pubblico.</p><p>Se si fosse dato ascolto a tali teorie, invece di tosare chi ha malamente investito in Grecia, come si sta arrivando a fare, li si sarebbe indennizzati per la loro dabbenaggine. Come negli Usa, si finirebbe per usare<strong> soldi pubblici </strong>non solo per tenere in piedi il sistema finanziario (cosa ragionevole) ma per salvare azionisti, creditori e manager incompetenti di banche private. In che senso una tale politica sia favorevole al popolo lavoratore qualcuno dovrebbe avere la cortesia di spiegarlo.</p><p>Infine il rischio di azzardo morale che, imitando il peggior Larry Summers, i teorici del <em>silver bullet </em>ammazzacrisi ritengono irrilevante e invece è gigantesco. Monetizzare il debito costituirebbe l’ennesimo <strong>condono tombale</strong> dell’area euro. Ne abbiamo avuto già troppi e ne stiamo pagando le conseguenze. Le regole di Maastricht erano – come molti economisti sostenevano inascoltati 15 anni fa – sia inconsistenti che troppo deboli, ma erano delle regole. Il peccato originale consistette nella decisione, tutta politica, di violarle fin dall’inizio. A tale stupro ne fecero seguito altri mentre la politica di tassi bassi facilitava l’esplosione del debito.</p><p>Alla luce di quanto ora accade, io chiedo: davvero il <strong>rischio morale</strong> è irrilevante? Se anche quest’ultima regoletta venisse violata imponendo alla Bce di acquistare debito pubblico ad libitum, cosa pensate succederebbe fra qualche anno? Il conto per le fantasie degli eterni apprendisti stregoni lo paga sempre il popolo lavoratore, non scordiamocelo.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 28 ottobre 2011 </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/29/la-favola-bella-della-bce/166860/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>84</slash:comments> </item> <item><title>Il vero deficit è di classe dirigente</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/10/il-vero-deficit-e-di-classe-dirigente/150748/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/10/il-vero-deficit-e-di-classe-dirigente/150748/#comments</comments> <pubDate>Wed, 10 Aug 2011 06:11:57 +0000</pubDate> <dc:creator>Michele Boldrin</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Antonio Borghesi]]></category> <category><![CDATA[classe dirigente]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[debito]]></category> <category><![CDATA[italia]]></category> <category><![CDATA[manovra finanziaria]]></category> <category><![CDATA[Usa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=150748</guid> <description><![CDATA[Tutte le Borse del mondo stanno soffrendo perdite gravi. I rendimenti sul debito pubblico di svariati Paesi europei sono ai massimi storici dell’era euro, mentre i loro bilanci continuano a essere in rosso. In almeno altrettanti Paesi avanzati, Stati Uniti inclusi, il debito pubblico in percentuale del Pil si avvia a superare o ha già...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Tutte le <strong>Borse</strong> del mondo stanno  soffrendo <strong>perdite gravi</strong>. I rendimenti sul debito pubblico di svariati  Paesi europei sono ai massimi storici dell’era euro, mentre i loro  bilanci continuano a essere in rosso. In almeno altrettanti Paesi  avanzati, Stati Uniti inclusi, il <strong>debito pubblico</strong> in <strong>percentuale del Pil </strong> si avvia a superare o ha già superato quota 100 per cento. Conclusione:<strong> siamo tutti nei guai,</strong> la crisi è mondiale, i fattori che la determinano sono tutti o quasi  esterni all’Italia.</p><p>Mal comune mezzo gaudio, insomma: quindi buone  vacanze a tutti e arrivederci a metà settembre. Questo il succo del discorso  pronunciato mercoledì scorso da Berlusconi alla Camera, ma anche dell’<strong>atteggiamento complessivo del Parlamento</strong> e delle élite politiche  italiane, le quali sono tutte in allegra partenza per le vacanze dopo la  chiacchierata con le parti sociali. Viene da chiedersi se non abbiano  ragione a comportarsi in questa maniera e se, di fronte alla  generalizzazione dei fenomeni di crisi finanziaria, non sia il caso di  smetterla con le continue accuse d’incompetenza e truffaldinità che da  varie parti (la mia inclusa) continuiamo a tirare loro addosso. La  risposta è no: non solo le accuse sono meritate, ma son troppo leggere.</p><p>Sia chiaro: da almeno tre anni a  questa parte né i vertici della Commissione europea, né il governo  spagnolo (per non parlare di quelli portoghese e greco), né il  Parlamento e i due governi statunitensi che si sono succeduti, hanno  dato prova di essere <strong>all’altezza del drammatico compito </strong>storico che si  trovavano e ancora si trovano (grazie anche alla loro insipienza) di  fronte. Questo fatto va riconosciuto e andrà ricordato alle anime belle  che, di fronte ad ogni fallimento dei meccanismi di mercato, sentenziano  che solo lo Stato e la politica possono salvarci. Se è vero che i  mercati a volte falliscono e lo fanno gravemente, i governi e la politica falliscono  molto più spesso e in modo molto più dannoso.</p><p>Anche in un quadro generale tanto  desolante, le élite socio-politiche italiane rappresentano un caso a  parte. Visto dall’esterno questo fatto è così ovvio che cominciano a  circolare anche per iscritto previsioni di un default italiano.  Previsioni che si reggono sul seguente e purtroppo realistico argomento:  l’Italia, di per sé, potrebbe farcela, ma con<strong> la classe dirigente </strong>che  si ritrova non ha scampo. Per capire in che senso le élite  politico-sociali italiane siano un caso particolare basterà  confrontare quanto è successo da noi durante gli ultimi <strong>due mesi</strong> con  quanto invece è accaduto negli Stati Uniti. I problemi, apparentemente,  sono simili: deficit e debito pubblico alti e tendenzialmente fuori  controllo in congiunzione a una crescita economica debole.</p><p>La similarità è apparente perché  l’entità dei problemi italiani non è nemmeno comparabile a quella degli  americani: un tasso di crescita del 2 per cento, considerato basso negli  Stati Uniti, sarebbe un miracolo in Italia, la loro spesa pubblica è  circa 10 punti di Pil minore della nostra e lo stesso vale per il carico  fiscale. Guardando al futuro, se loro non stanno bene noi, rebus sic  stantibus, siamo morti e sepolti. Negli Stati Uniti abbiamo assistito  per mesi e mesi a un <strong>dibattito pubblico feroce,</strong> ma esplicito sulle  misure da prendere, con proposte e controproposte provenienti da tutte  le parti politiche: dal governo, dai gruppi parlamentari di maggioranza e  di opposizione e financo da gruppi “misti” che cercavano soluzioni  condivise.</p><p>In Italia, nella più totale segretezza, il  ministro dell’Economia ha disegnato in poche settimane una <strong>manovra  “straordinaria”</strong> che ha presentato al Parlamento il quale l’ha  praticamente approvata a scatola chiusa senza nemmeno sapere cosa  contenesse. Tralasciamo il fatto che, nelle sue palesi insufficienze, la  manovra Usa è sia tecnicamente che in termini di coraggio politico  migliore della italiana, la quale non ammonta a nient’altro che a un  massacro fiscale di chi lavora e risparmia. Soffermiamoci anche solo  sull’enorme differenza nelle procedure, nella trasparenza e nello sforzo  bipartisan di trovare       una soluzione. In Italia ho visto  solo l’<strong>Italia dei Valori</strong> presentare una proposta alternativa la quale,  al di là delle sue debolezze, è stata così uniformemente ignorata dagli  organi di informazione che io, vivendo all’estero, ne sono venuto a  conoscenza solo perché <strong>Antonio Borghesi </strong>me lo ha evidenziato  personalmente.</p><p>Non basta: il presidente Obama ha  prima cercato una <strong>mediazione</strong> con la controparte – accettandone non solo  singole proposte, ma persino l’impianto generale del provvedimento – e  poi ha articolato che c’è ancora moltissimo da fare, che lui è in  disaccordo con questo e quest’altro aspetto della legislazione testè  approvata e che intende agire perché si faccia di più in futuro  migliorando, dal suo punto di vista,       il provvedimento. L’opposto,  insomma, del comportamento del nostro ministro dell’Economia (troppo  occupato, forse, a dimettersi da inquilino) e del nostro presidente del  Consiglio. I quali non ci hanno ancora detto cosa essi ritengano si  debba fare in concreto (riforme costituzional-pubblicitarie e anticipo  del pareggio di bilancio a parte) per affrontare i problemi italiani.</p><p>Il <strong>governo del fare</strong> preferisce i  fatti alle vuote parole: nel bel mezzo della tempesta finanziaria, è  riuscito ad approvare l’ennesimo <strong>vilipendio al codice di procedura  penale</strong>. Sull’onda di tale successo, e con il supporto dell’opposizione,  ha anche vietato la concorrenza economica nel settore delle librerie,  impedito l’abolizione degli ordini professionali creandone una ventina  di nuovi circa, oltre a rafforzare quello dei giornalai, una professione       in via di estinzione e, di fatto,  resa inutile dal progresso tecnologico. Come le nostre élite politiche,  appunto. A chi dobbiamo sottoporre l’istanza di scioglimento di questo  Parlamento d’inutili irresponsabili?</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 10 agosto 2011</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/10/il-vero-deficit-e-di-classe-dirigente/150748/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>105</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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