<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; MAndreozzi</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/mandreozzi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Di Battisti e di altri demoni</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/01/di-battisti-e-di-altri-demoni/84445/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/01/di-battisti-e-di-altri-demoni/84445/#comments</comments> <pubDate>Sat, 01 Jan 2011 15:35:59 +0000</pubDate> <dc:creator>MAndreozzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[carmilla]]></category> <category><![CDATA[Cesare Battisti]]></category> <category><![CDATA[giornalismo]]></category> <category><![CDATA[pac]]></category> <category><![CDATA[processo accusatorio]]></category> <category><![CDATA[processo inquisitorio]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=84445</guid> <description><![CDATA[Proprio prima di Capodanno, in attesa di botti meno figurati, alla fine la palla di neve della vicenda Battisti è divenuta una, per certi versi incredibile, valanga mediatica. Un terrorista di seconda fila si è trovato a dover gestire il dubbio onore di diventare un primo attore, niente di meno che un simbolo, l’emblema stesso...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Proprio prima di Capodanno, in attesa di botti meno figurati, alla fine la palla di neve della vicenda <strong>Battisti </strong>è divenuta una, per certi versi incredibile, valanga mediatica.</p><p>Un terrorista di seconda fila si è trovato a dover gestire il dubbio onore di diventare un primo attore, niente di meno che un <strong>simbolo</strong>, l’emblema stesso del sociologico <em>homo sacer</em>, con attaccata addosso la canettiana muta di caccia, ben interpretata, a sua volta, dalla stampa nazionale, per una volta, comodamente, unanime. La vicenda, ne sono convinto, troverà modo di fornire non pochi spunti al pensiero sociologico e filosofico a venire, intanto però, con la <strong>voglia di linciaggio</strong> che si è portata dietro, ha impestato non poco l’aria di miasmi di roghi, per ora solo figurati.</p><p>Come è noto, il caso esplode all’inizio degli <strong>anni 2000</strong> allorché si prospetta esplicitamente l’estradizione di Battisti in  Italia, dalla Francia in cui aveva trovato rifugio, onde scontare l’ergastolo che gli pesa sulla testa per vicende di sangue legate all’azione dei Pac (Proletari Armati per il Comunismo) nel periodo degli anni di piombo.</p><p>Proprio allora, in uno con la richiesta di estradizione, qualche minoritaria voce critica inizia a mettere in dubbio i <strong>metodi seguiti nei processi</strong> che hanno portato alla condanna in contumacia del Battisti: le carte processuali, si dice, evidenziano come l’attribuzione dei delitti a Battisti trovino fondamento esclusivo nelle parole di un  paio di pentiti, essi stessi appartenenti ai Pac, che oltre ad essersi più volte contraddetti, avevano tutto l’interesse alla chiamata in correità in considerazione dei vantaggi previsti  della legislazione premiale in favore del pentitismo, tanto che alla fine, effettivamente, le accuse all’attuale fuggiasco son valse loro dei più che sostanziosi sconti di pena.</p><p>E’ un fatto, in effetti, che i processi di quel tipo, in quegli anni, si svolsero secondo un <strong>modello prettamente inquisitorio</strong>, col che non si intende minimamente formulare un giudizio morale (come pure qualche voce critica ha frainteso), ma dar semplice conto dell’applicazione di una tecnica processuale, (per altro già tipica del “processo misto” all’epoca applicato in  Italia, che la legislazione emergenziale fece slittare solo un altro po’ verso il modello inquisitorio) che certo comunque non mette i diritti di difesa dell’accusato al centro dei propri interessi.</p><p>Nello specifico comunque quel modello  diede gli sperati risultati, giacché, deficitario sul piano dell’accertamento della verità, ebbe come conseguenza principale l’implosione di buona parte delle <em>posse </em>che insanguinivano il paese, al verificarsi dei primi arresti e, con loro, dei primi “pentimenti”. Alla luce di queste considerazioni è fin troppo chiaro come chiedere lumi ai magistrati (cfr. Spataro) in ordine alla correttezza di quei processi, non abbia alcun senso: quei processi furono effettivamente <strong>correttissimi</strong>.</p><p>Piuttosto allora la vera domanda è se quei processi, al di là della correttezza formale, accertarono sempre la <strong>verità </strong>in riferimento ai singoli casi (e  più in radice magari se fossero idonei ad accertarla). Nello specifico è legittimo chiedersi, soprattutto ora &#8211; passati due decenni dalla fine della stagione dell’emergenza &#8211; se l’attribuzione delle sue colpe a Battisti avvenne al di là di ogni ragionevole dubbio: è quello che nello specifico si è chiesta la redazione del sito <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.carmillaonline.com/archives/cat_il_caso_battisti.html" target="_blank">Carmilla</a></span>, che per dare risposta a questi quesiti si è andata a spulciare le carte processuali, dando poi conto di tutta una serie di <strong>dubbi e incongruenze</strong>, le quali sia ben chiaro non portano ad affermare l’innocenza di Battisti, ma probabilmente e più semplicemente la sua non condannabilità secondo gli stilemi di un processo che fosse stato modernamente <strong>accusatorio </strong>(un processo, per intenderci, all’americana).</p><p>Niente di trascendentale insomma, soltanto la pratica applicazione di una prassi giornalistica ad una vicenda con troppe <strong>incrostazioni politiche</strong>, per non rischiare di dar vita a processi politici.</p><p>Proprio l’applicazione di quella metodologia per altro  ha portato, in Francia e <strong>Brasile</strong>, una parte non irrilevante dell’opinione pubblica a dubitare della bontà di quelle sentenze di condanna, ed esemplare a questo proposito è stato il caso della scrittrice Fred Vargas, dileggiata invece qui da noi come la caricatura dell’intellettuale engagée.</p><p>Di converso, sull’altro fronte della barricata, non si è assistito a nulla di analogo, piuttosto ci si è profusi in un’apodittica <strong>difesa dei risultati dei processi</strong>, spesso, per altro, citati con notevole approssimazione (vedi l’erronea attribuzione dell’omicidio Torreggiani), senza darsi minimamente la briga di svolgere un lavoro di indagine sulle carte processuali (analogamente a quanto avvenuto, per esempio, con riferimento alla sentenza sul lodo Mondadori, spulciata, meritoriamente, in ogni dettaglio).</p><p>Ne è nata una cacofonia di voci acritiche, in cui il <strong>pathos </strong>ha finito col far premio sul ragionamento, e in cui, a perdere, mi scusino gli amici del <em>Fatto</em>, in questo allineati al resto della stampa, mi pare esser  stato il giornalismo tout court.</p><p>Le conseguenze son sotto gli occhi di tutti: l’ansia di crocifiggere Battisti alle proprie responsabilità ha finito col creare un <strong>processo pubblico iperpolitico</strong>, quand’anche non una vera e propria ordalia, che finisce col dar ragione &#8211; più del processo stesso &#8211; dell’asilo che gli è stato sino ad oggi prestato.</p><p>Alla luce di queste considerazioni, invocare <strong>l’interesse nazionale</strong>, come ho letto su più di una testata, come presupposto delle pressioni politiche che sarebbe necessario reiterare nei confronti del Brasile, mi pare non avere alcun senso, giacché, a mio modo di vedere, l’unico interesse nazionale reale sarebbe quello di far finalmente i conti con una stagione in cui alla violenza sociale si reagì con la violenza di Stato (ché tale è senza dubbio la proclamazione di ogni stato di eccezione): sarebbe appena il caso di prenderne atto, non per mandare tutti indistintamente assolti, ma per rendere, ognuno nel proprio piccolo, se non un servizio alla Verità, almeno alle <strong>singole verità</strong> dei singoli casi, che, se nel loro insieme compongono un mosaico, non cessano per questo di avere vita autonoma al di fuori della Storia.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/01/di-battisti-e-di-altri-demoni/84445/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>64</slash:comments> </item> <item><title>Splendori e miserie del consumerismo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/22/splendori-e-miserie-del-consumerismo/82891/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/22/splendori-e-miserie-del-consumerismo/82891/#comments</comments> <pubDate>Wed, 22 Dec 2010 18:45:22 +0000</pubDate> <dc:creator>MAndreozzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[associazioni consumatori]]></category> <category><![CDATA[codice del consumo]]></category> <category><![CDATA[consumerismo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=82891</guid> <description><![CDATA[“Un uomo è quel che finge di essere, sicché deve prestare molta attenzione a quel che fa finta di essere” (Kurt Vonnegut-Madre Notte) Sono passati più di vent’anni dall’irrompere sulla scena italiana delle prime associazioni di consumatori, emule del modello americano, determinate ad approcciarsi con cultura frontista al mondo del consumo globale, vogliose, soprattutto di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“<em>Un uomo è quel che finge di essere, sicché deve prestare molta attenzione a quel che fa finta di essere”</em><br /> (Kurt Vonnegut-Madre Notte)</p><p>Sono passati più di vent’anni dall’irrompere sulla scena italiana delle prime associazioni di consumatori, emule del modello americano, determinate ad approcciarsi con cultura frontista al mondo del consumo globale, vogliose, soprattutto di far lobby, al pari delle loro controparti, <strong>in favore dei soggetti deboli</strong>: dunque ancora una volta Robin Hood contro lo sceriffo di Nottingham.</p><p>Erano, le prime associazioni, piene di reduci delle più varie esperienze politiche movimentiste, figlie dunque dello scacco di un pensiero che aveva voluto interpretare la politica come totalità e che dunque ora consumava la sua, forse non  consapevole, vendetta, trasformando i cittadini in consumatori.</p><p>Quell’approccio oggi sembra aver vinto: le associazioni si sono moltiplicate come funghi, sono nate trasmissioni televisive (tanto note che non mette conto parlarne) ed anche il legislatore ha preso atto del fenomeno, licenziando, or sono quattro anni, un <strong>Codice del Consumo</strong> (la cui insufficienza di scrittura meriterebbe un capitolo a parte), e moltiplicando, del pari Autorità di Controllo (la cui carenza di autorità ha già meritato, da parte sua, più di un capitolo).</p><p>In parallelo però, in altri settori, lo spirito del tempo ha proceduto in altra direzione; così, si è fatto strame di altri diritti e, al contempo, sindacati, partiti ed altri organismi di rappresentanza han perso peso e, quel che è peggio, autorevolezza: diritti politici, diritti sindacali, diritti della personalità  sono andati affievolendosi: alla fine sul campo è rimasto il cittadino, e al suo posto, da quella crisalide delle rivoluzioni borghesi, ecco emergere la farfalla <strong>consumatore</strong>.</p><p>Si avrà facile gioco a replicare che i due fenomeni non sono connessi e che comunque un’espansione del principio di eguaglianza sostanziale, per quanto settorialmente limitato, sia da salutare con l’entusiasmo che merita ogni estensione del metodo partecipativo, e che semmai bisognerebbe battersi contro la restrizione degli altri diritti.</p><p>Vero solo in parte; la percezione è piuttosto quella che si sia assistito ad una vera rivoluzione culturale, in cui la Storia ha posto in essere una classica operazione a somma zero, talché, nel momento attuale, la percezione di se stessi come soggetti portatori di diritti ha finito con l’incanalarsi esclusivamente verso quello che è descritto come il momento topico dell’esperienza quotidiana, il momento del consumo, quel momento che infatti ci merita, nell’archetipica rappresentazione di una pubblicità quanto mai esemplificativa, il grazie grato della comunità di appartenenza.</p><p>D’altra parte, se è vero che i consumatori hanno dunque preso il centro della scena, c’è comunque da interrogarsi se a questa apparente ipertrofia della categoria corrisponda <strong>un’effettività della tutela</strong>, un reale riequilibrio di forze rispetto alle categorie produttive: c’è da dubitarne a fronte di un potere sanzionatorio risibile, al cospetto di oligopoli e cartelli che quand’anche non infiltrassero i gangli vitali del potere come effettivamente fanno, non percepiscono minimamente sulla propria pelle le conseguenze dell’antigiuridicità delle proprie condotte.</p><p>Al tirar delle somme allora, si può tranquillamente dire, ove mai vi fossero stati dei dubbi, che il baratto non sia convenuto: i panni del cittadino sono forse più scomodi e impegnativi ma è tempo di indossarli di nuovo, se vogliamo tornare a dar senso alla parola democrazia, perché è solo tornando a parlare dei nostri diritti <em>tout court</em>, senza aggettivi che fingendo di estendere la tutela, surrettiziamente la restringono, che torneremo ad essere delle persone e non solo una voce infinitesima nella partita doppia di qualche azienda, fingendo magari che interi paesi non siano essi stessi altro che enormi  aziende.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/22/splendori-e-miserie-del-consumerismo/82891/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>12</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;inesistenza di una cultura di destra</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/09/linesistenza-di-una-cultura-di-destra/76023/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/09/linesistenza-di-una-cultura-di-destra/76023/#comments</comments> <pubDate>Tue, 09 Nov 2010 17:56:24 +0000</pubDate> <dc:creator>MAndreozzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Berlusconi]]></category> <category><![CDATA[cultura]]></category> <category><![CDATA[destra]]></category> <category><![CDATA[Fazio]]></category> <category><![CDATA[feltri]]></category> <category><![CDATA[Saviano]]></category> <category><![CDATA[sinistra]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=76023</guid> <description><![CDATA[Così, ieri, dopo l’inevitabile can can mediatico dell’attesa sul programma di Fazio e Saviano, l’evento televisivo si è appalesato: ha prodotto quel che era logico attendersi, un buon prodotto televisivo, e le ampiamente previste reazioni del giorno dopo, tutte nel segno della maglietta di appartenenza. Mi pare possa tranquillamente dirsi che siamo alle solite, la...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Così, ieri, dopo l’inevitabile can can mediatico dell’attesa sul programma di <strong>Fazio e Saviano</strong>, l’evento televisivo si è appalesato: ha prodotto quel che era logico attendersi, un buon prodotto televisivo, e le ampiamente previste reazioni del giorno dopo, tutte nel segno della maglietta di appartenenza.</p><p style="text-align: justify;">Mi pare possa tranquillamente dirsi che siamo alle solite, la destra benpensante, quella che vota <strong>Berlusconi </strong>ma in fondo un po&#8217; se ne vergogna, attribuisce le ragioni del successo berlusconiano alla &#8220;cultura&#8221; di sinistra, e trova in Fazio e nel fazismo l’archetipico epifenomeno del <strong>“culturame”</strong> di sinistra</p><p style="text-align: justify;">Al di là della mia personale difficoltà a considerare di sinistra Fazio, indipendentemente da quello che voti,  e Saviano di destra, a voler fare un discorso un po&#8217; più articolato, sarebbe magari il caso di interrogarsi se oggi, a prescindere da ospiti e ospitate, sia realmente possibile una televisione di sinistra: per quanto mi riguarda, credo,che la risposta non possa finire che con l&#8217;essere negativa per la stessa, mi si perdoni il cascame culturale, ontogenesi della televisione italiana.</p><p style="text-align: justify;">A fronte di una televisione implicitamente già di destra, la questione  pare piuttosto  essere allora l’esistenza, in una buona fetta di società italiana, di una sorta di <strong>riflesso pavloviano</strong>, per cui al primo sentire la parola cultura, si mette automaticamente mano alla fondina.</p><p style="text-align: justify;">Ora, nello specifico, mi risulta abbastanza difficile pensare il medium televisivo come fosse l&#8217;espositore di un museo (che è poi esattamente la formula del talk-show di ambizioni culturali), ma il problema è che gli unici due tentativi di inventare una cultura televisiva in luogo di una televisione della cultura &#8211; e mi riferisco alla <strong>Rai Tre di Guglielmi e alla Italia 1 di Freccero </strong>- hanno fatto la fine delle streghe nel medioevo, e questo nonostante il grande successo di pubblico; e guarda caso, in genere, la reazione suscitata all’epoca nei benpensanti di ogni età era stata la stessa che oggi suscita il pur antipodico Fazio, di fastidio, quand&#8217;anche non di aperta avversione: la qual cosa, mi sembra, dà conto sufficiente della buona fede di certe critiche.</p><p style="text-align: justify;">Il problema, quindi, a voler essere proprio schietti, non pare francamente quello della cultura di sinistra (tenuto conto poi che la cultura, almeno in parte, è necessariamente elitaria) quanto piuttosto quello della totale inesistenza almeno in Italia di una cultura di destra (personalmente non so se dipendente dal successo della gramsciana politica della egemonia culturale, o dalla consapevolezza della sostanziale autosufficienza ed autoreferenzialità insita nel pensiero di destra).</p><p style="text-align: justify;">Appena si esce fuori dallo stretto recinto della riflessione economica, trovare l’ombra di un cascame culturale conservatore diventa impresa disperata, circostanza forse riportabile alla delega in bianco attribuita, alla bisogna, alla dissertazione catechistica della <strong>Chiesa Cattolica</strong> – e, da questo punto di vista, estremamente illuminante appare il fenomeno degli atei devoti-. che però contribuisce a fare della destra italiana una delle più antimoderne d’Europa.</p><p style="text-align: justify;">In sintesi l&#8217;italiano di destra sentendo la parola &#8216;cultura&#8217; vede rosso come il toro nell’arena, e finisce col chiudersi a riccio, mostrando una reazione tutta, e solo, di pancia, totalmente scevra da un&#8217;analisi puntuale del reale valore delle manifestazioni che si trova davanti; così può succedere di dover sentire giudizi francamente risibili di fronte al <strong>Benigni </strong>da catalogo dapontiano della canzone su Berlusconi: un momento di teatro talmente anarchico e liberatorio da trascendere del tutto il qui ed ora della situazione politica.</p><p style="text-align: justify;">Il sospetto, allora, al tirar delle somme è uno, la cultura, quando è realmente tale nella sua analisi dei meccanismi dati è fatalmente ed inevitabilmente, se non di sinistra, certo eversiva e dunque: potrà mai piacere alla destra codina?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/09/linesistenza-di-una-cultura-di-destra/76023/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>52</slash:comments> </item> <item><title>Marchionne e la sindrome alfa</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/04/marchionne-e-la-sindrome-alfa/75216/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/04/marchionne-e-la-sindrome-alfa/75216/#comments</comments> <pubDate>Thu, 04 Nov 2010 14:14:17 +0000</pubDate> <dc:creator>MAndreozzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Fazio]]></category> <category><![CDATA[fiat]]></category> <category><![CDATA[marchionne]]></category> <category><![CDATA[operai]]></category> <category><![CDATA[Rai3]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=75216</guid> <description><![CDATA[All’esito dell’ultima apparizione di Marchionne in televisione, nella commentatissima intervista di un più che mai curiale Fabio Fazio, non ho potuto fare a meno di interrogarmi sui sentimenti di incredibile avversione che il personaggio pare provocarmi. Tralascerò le palesi menzogne che un intervistatore appena più incisivo avrebbe facilmente smascherato, e che son state abbondantemente analizzate,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>All’esito dell’ultima apparizione di <strong>Marchionne</strong> in televisione, nella commentatissima intervista di un più che mai curiale <strong>Fabio Fazio</strong>, non ho potuto fare a meno di interrogarmi sui sentimenti di incredibile avversione che il personaggio pare provocarmi.</p><p>Tralascerò le palesi menzogne che un intervistatore appena più incisivo avrebbe facilmente smascherato, e che son state abbondantemente analizzate, per soffermarmi su aspetti residuali che mi sembrano dare rilievo a modalità tipiche dell’attuale fase delle dinamiche impresa/mondo del lavoro.</p><p>Intanto, l’attuale capo della <strong>FIAT</strong> pare affetto dalla classica <strong>sindrome del maschio alfa</strong>, che trapela non tanto dalle padronali asserzioni in ordine ai rapporti gerarchici che dovrebbero regolare la vita della sua azienda, quanto piuttosto dalle tipiche pisci&#8230;.e che rilascia qua e là a marcare il territorio: tale appare senza meno l’affermazione, ad apertura di intervista, relativa alle 18 ore giornaliere che il solerte capitalista de noantri dedicherebbe personalmente  al lavoro. Si tratta, come chiunque ha potuto constatare nel corso della propria esistenza, di una tipica asserzione che caratterizza le dichiarazioni dei più tra i leader delle categorie “produttive” del paese: e infatti, chi non ha sentito analoga sparata provenire di volta in volta da qualche piccolo imprenditore, cummenda, avvocato o commercialista?</p><p>Senza voler mettere in discussione la buona fede di un simile enunciato, non si può però fare a meno di metterne in dubbio l’intelligenza; e infatti, vien da chiedersi a che valga guadagnare qualche milione di euro l’anno se poi ti lasci solo 6 ore al giorno per spenderli, ammesso che tu riesca a fare a meno del dormire?</p><p>Ma, a parte ciò, l’affermazione sottintende un concetto lasco di “lavoro” ben differente, ne sono certo, da quello che appartiene, e che si pretende, ad esempio, ad uno qualunque degli operai di Marchionne: l’indottrinato ideal tipo del capitalismo di comando per solito ricomprende nel concetto di lavoro tutta una serie di impegni che il comune mortale tenderebbe piuttosto a far ricadere nel tempo libero, talché una pranzo a <strong>“La Pergola” </strong>diventa lavoro, e per tale viene pure spacciata una partitina a golf al S<strong>t. Andrews</strong>, tutte attività che, non fosse per la pessima compagnia in cui sono di solito svolte, non parrebbero idonee a provocare collassi nervosi da iperlavoro.</p><p>Ma il meglio il nostro lo dà, e lo ha dato, nella sua veste di esegeta del futuro, allorché con piglio deciso è venuto a spiegarci che <strong>le rivendicazioni operaie</strong>, perbacco, appartengono a un mondo vecchio, inesorabilmente tramontato.</p><p style="text-align: left;">Si tratta di affermazioni rinvenibili in tutta la vulgata berlusconiana e conservatrice del nostro, come di buona parte degli altri paesi occidentali, che danno conto del rovesciamento semantico e molto orwelliano che il termine “progresso” ha subito nell’arco di un secolo e mezzo, e che fanno sovvenire il celebre sketch del <strong>Nerone petroliniano</strong>, allorché, con aria ispirata, il grande comico in vesti paramussoliniane chiosava <strong>“torniamo all’antico, faremo un progresso”</strong>: quel che non si capisce bene è per qual motivo un sensibile peggioramento dello stile di lavoro, e, per conseguenza, dello stile di vita tout court, dovrebbe essere percepito come un progresso da chi si trovi a subirlo, quasi che i nuovi padroni non si accontentino più della prospettazione dell’alternativa tra minestra e finestra, ma mirino  piuttosto a convincere.</p><p>In una commedia hollywoodiana di qualche anno fa una giovane donna litigava col suo compagno in merito alla sua scarsa vena collaborativa nei lavori domestici; nel difendersi il compagno, accalorato, replicava che si, insomma, in segno di buona volontà aveva lavato i piatti e dunque…ma lei imperterrita chiosava “non voglio che tu lavi i piatti, voglio che tu voglia lavare i piatti”. <strong>Il filosofo Zizek</strong>, nel suo saggio “Leggere <strong>Lacan</strong>, guida perversa al vivere contemporaneo”, coglie in questo breve scambio un tipico <strong><em>exemplum</em></strong> della classica modalità di manifestazione dell’autoritarismo implicito nella democrazia contemporanea, ed è quanto i Marchionne di tutto il mondo giornalmente si incaricano di dimostrarci, salva la proterva volontà degli operai di non volere ciò che dovrebbero, col loro rifiutare di entrare canticchiando jodel in fabbrica, come i sette nani in miniera.</p><p>Ora, non si pretende che Marchionne, oberato come è di lavoro, perda tempo con la lettura di filosofi, per di più comunisti, ma almeno lo sforzo di dedicare un paio d’ore delle sei quotidiane che gli rimangono libere, alla distrazione rappresentata da una buona commedia americana, ci sentiamo di consigliarglielo, gli costerebbe sette euro, ma forse contribuirebbe a distendergli, di tanto in tanto, la faccia in un sorriso.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/04/marchionne-e-la-sindrome-alfa/75216/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>32</slash:comments> </item> <item><title>La Lega, i terroni e lo strano compleanno</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/30/la-lega-i-terroni-e-uninsolita-festa-di-compleanno/74435/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/30/la-lega-i-terroni-e-uninsolita-festa-di-compleanno/74435/#comments</comments> <pubDate>Sat, 30 Oct 2010 12:32:55 +0000</pubDate> <dc:creator>MAndreozzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Lega Nord]]></category> <category><![CDATA[presa diretta]]></category> <category><![CDATA[terroni]]></category> <category><![CDATA[unità d'Italia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=74435</guid> <description><![CDATA[In una maniera affatto peculiare alla fine il dibattito sui 150 anni dell’Unità pare stia decollando, e il paradossale merito sembra da attribuire, alla resa dei conti, alla rozzezza tranchant della Lega che per prima, or sono vent’anni diede fuoco alle polveri, e della quale si può ben dire, in questo che appare un mesto...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>In una maniera affatto peculiare alla fine il dibattito sui 150 anni dell’Unità pare stia decollando, e il <strong>paradossale merito</strong> sembra da attribuire, alla resa dei conti, alla rozzezza tranchant della Lega che per prima, or sono vent’anni diede fuoco alle polveri, e della quale si può ben dire, in questo che appare un mesto crepuscolo, che stia vincendo la sua partita culturale.</p><p>Così, dal basso, sentiamo fiorire una serie di rivendicazioni un po’ querimoniose, come quelle che mariti e mogli sogliono sbattersi in faccia nei tribunali quando redigono davanti a un giudice il mesto inventario del loro tempo insieme: e tu, che hai la ventura di assistere uno dei due, un po’ attonito a chiederti se davvero tutto possa ridursi al ragionieristico calcolo di euro, ore e regali che i fu felici sposini difendono come ultima trincea di una a quel punto molto presunta dignità.</p><p>Così, alla stessa maniera, da Nord a Sud del Belpaese, è tutto un fiorire di <strong>popolani schiumanti rabbia</strong> che rivendicano le loro tasse, i loro accenti, i loro vessilli, le loro microstorie in nome delle quali ciascuno ti racconta un’altra Storia: Garibaldi? Un criminale di guerra da tribunale dell’Aja, a tempo perso ladro di bestiame; Mazzini? Un brigatista <em>ante litteram</em>; Mameli? Un ventenne naif, con poche idee molto confuse e zero talento di qualsiasi tipo; a non dire poi di quel Verdi cultore del dio Po (e mi si perdonerà la minuscola).</p><p>Ora, non che nessuno rimpianga l’agiografia un po’ pallosa che caratterizzava i risorgimenti da programmi ministeriali, con Garibaldi ossequioso a Teano, né si può negare la sua importanza ad una ricerca storica più approfondita che dia il giusto conto delle occasioni fallite e delle speranze scippate (con le quali, per inciso, si potrebbe costruire comunque una storia parallela del mondo), quello che se mai disturba è il <strong>tono da rissa</strong> di cortile che è calato sul tutto.</p><p>Il web e la televisione, ottimo termometro della temperatura culturale del momento offrono ampi stralci di questo stato di cose. Non più di un mese fa, una puntata di <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.presadiretta.rai.it/dl/portali/site/articolo/ContentItem-5a141f5b-79f1-4685-84bd-1c1261a81228.html?homepage" target="_blank">Presa Diretta di Riccardo Iacona</a></span></strong> si incaricò di dare testimonianza del comune sentire dei leghismi di Nord e Sud Italia: ne uscì un ritratto agghiacciante di guerra tra poveri, tutti parimenti persuasi di aver subito un furto dal proprio vicino, un ringhiare bavoso privo di qualunque cognizione dell’essere comunità.</p><p>Parimenti una passeggiata sul web, tra i commenti ai “Terroni” di Pino Aprile restituisce una foto più o meno analoga del “dibattito culturale”, e così,  a fronte di meridionali che rivendicano l’arcadia di Franceschiello, ecco contrapporsi settentrionali lombrosiani.</p><p>Senza pretendere di esercitare l’arte aruspicina da queste viscere, che qualcuno potrebbe sospettare adulterate, rimane il fatto innegabile che l’aria si sia fatta pesante &#8211; quasi che le discariche della fu Campania felix comincino a spargere i loro miasmi sempre più a largo raggio &#8211; e che un rancore, comunque anche in passato sotteso, stia iniziando ad avvelenare in profondità i rapporti delle due parti di un paese che dal suo impoverimento fa nascere una profonda paura e nel suo bruciare le bandiere sempre più sembra sottintendere un bruciare i ponti.</p><p>Al netto di tutto l’autentico problema appare sempre più <strong>l’impoverimento culturale del dibattito</strong>, la semplificazione della complessità ed il disprezzo per qualunque forma di cultura che fanno si che qualunque slogan possa diventare Verità, col rischio che alla fine della festa la festeggiata si ritrovi, come in quei rave della Roma bene che andava di moda qualche anno fa raccontare sui giornali, con la casa saccheggiata, la torta sparsa sulle tende e la piscia abbondantemente fuori dalla tazza e soprattutto senza più niente da festeggiare.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/30/la-lega-i-terroni-e-uninsolita-festa-di-compleanno/74435/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>117</slash:comments> </item> <item><title>Bolano e i suoi &#8216;Detective selvaggi&#8217;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/24/bolano-e-i-suoi-detective-selvaggi/73405/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/24/bolano-e-i-suoi-detective-selvaggi/73405/#comments</comments> <pubDate>Sun, 24 Oct 2010 09:53:39 +0000</pubDate> <dc:creator>MAndreozzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Belano]]></category> <category><![CDATA[Bolano]]></category> <category><![CDATA[Cile]]></category> <category><![CDATA[cileno]]></category> <category><![CDATA[detective]]></category> <category><![CDATA[latinoamericana]]></category> <category><![CDATA[letteratura]]></category> <category><![CDATA[Lima]]></category> <category><![CDATA[scrittore]]></category> <category><![CDATA[selvaggi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=73405</guid> <description><![CDATA[Vittima di un’infatuazione adolescenziale- simile a quella che ti può prendere a quattordici anni per un cantante appena scoperto- non riesco a non cadere nella tentazione di trasmettere il verbo di un autore che pur vantando, come testimoniano le pagine di Anobii, schiere di fedeli, mi pare non conoscere ancora, almeno in Italia, la fama...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Vittima di un’infatuazione adolescenziale- simile a quella che ti può prendere a quattordici anni per un cantante appena scoperto- non riesco a non cadere nella tentazione di trasmettere il verbo di un autore che pur vantando, come testimoniano le pagine di <strong>Anobii</strong>, schiere di fedeli, mi pare non conoscere ancora, almeno in Italia, la fama che la sua dimensione artistica pure gli meriterebbe.</p><p>Personalmente dopo essere rimasto folgorato  l’anno scorso dall’inquietante chiaroveggenza del moloch <strong>“2666” </strong>ho finito del tutto col capitolare di fronte alla resa dei conti rappresentata dai <strong>“Detective Selvaggi”</strong>. Al di là del puro e semplice piacere romanzesco che procura la lettura di uno qualunque dei suoi testi, la sensazione che ne ho ricavato, da profano ma accanito lettore, è che l’autore cileno abbia infine messo in piedi qualcosa di nuovo, uno scarto nel  discorso che attinge ad una dimensione del romanzesco ancora inesplorata- il che, per inciso, vale forse più per “2666” che per i “Detective”-qualcosa con cui fare i conti ben oltre il momento in cui hai chiuso il libro.</p><p>Nel suo caso forma e sostanza si tengono ammirevolmente avvinte: i libri sono delle strutture aperte che è possibile fruire con una  lettura non lineare senza per questo compromettere il senso-i sensi?- complessivo.</p><p>Ma veniamo ai <strong>“Detective”</strong>, primo tra i due in ordine di tempo e primo pertanto di cui parlare, conformemente a un criterio rigorosamente cronologico. Il libro inizia quasi come un romanzo beat: una voce narrante racconta la scapigliatura di una piccola e misconosciuta avanguardia artistica (capeggiata dai quasi mai in  scena, ma molto citati, <strong>Lima e Belano</strong>) nella <strong>Città del Messico</strong> di metà degli anni ’70; un romanzo picaresco di sbronze, discussioni e sesso; poi, mentre stai sgasando con Madero (questo il nome del protagonista della prima parte) su una decapottabile alla volta dei deserti di Sonora, Madero scompare di scena e la prospettiva cambia radicalmente; nella sua parte centrale, la più corposa, <strong>Bolano</strong>, abbandonato il suo apparente protagonista al suo destino, porta in scena  i su citati Lima e Belano, ricostruendone vent’anni di vita- dagli anni ’70 ai ’90- ma lo fa attraverso una prospettazione indiretta e caleidoscopica, lo fa infatti, con corposi salti temporali, attraverso i racconti di chi li ha conosciuti nel loro peregrinare per il mondo, solo che nel procedere della narrazione questi singoli resoconti diventano del tutto autonomi, fino a costituire una sorta di mille e una notte, raccontata da altrettante disilluse <strong>Sherazad</strong>, che finiscono  per narrare spesso più di se stessi che dei protagonisti e, comunque in ogni caso, altro dalla vita dei due eroi, tanto che questi, pur sempre presenti, ci appaiono da ultimo sempre più persi nella distanza fisica e temporale che la narrazione crea, come visti attraverso un binocolo rovesciato, assolutamente contraddittori nelle immagini talvolta opposte che i saltuari testimoni della loro vicenda ogni volta ne trasmettono: alle volte degli spregevoli truffatori senza scrupoli, altre dei cavalieri senza macchia e senza paura, sempre più lontani uno dall’altro, e comunque entrambi dai sogni e dalle speranze del mondo dei loro vent’anni che i resoconti indiretti degli invisibili narratori ci raccontano andare in pezzi, inesorabile vittima del principio di entropia. Così alla fine ci rimane la sensazione di aver assistito in presa diretta, attraverso il collage di storie, pure per certi versi insignificanti, a un naufragio di vite e ideologie, ma il tutto col tono lieve e il tocco del saggio che ama comunque le vite che racconta, e prima ancora ama raccontare. Ma mentre lo spleen ci prende, di fronte alla disillusione, ecco che Bolano, quasi risarcirci del presente, con un salto all’indietro da acrobata, nell’ultima parte ci riporta a bordo della decapottabile di Madero, di nuovo in viaggio verso il deserto di Sonora, di nuovo a inizio anni ‘70 dove tutto era cominciato. Sulla decapottabile con Madero viaggiano anche Lima e Belano e, non ultima, una puttana, tutti e quattro scappano da qualcosa, ma soprattutto, tutti e quattro inseguono qualcosa, cose diverse certo, ma tutte incarnate  da un’improbabile poeta, autrice di una sola, conosciuta, seminale poesia.</p><p>Non sto a dire se la troveranno, di certo troveranno la poesia, e noi con loro, in un finale che più aperto non si può, se non come le vite, certo come la vita. <strong>Grazie Bolano.</strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/24/bolano-e-i-suoi-detective-selvaggi/73405/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>9</slash:comments> </item> <item><title>Alfano, Alpa e la rivolta dei peones</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/19/alfano-alpa-e-la-riforma-dei-peones/72480/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/19/alfano-alpa-e-la-riforma-dei-peones/72480/#comments</comments> <pubDate>Tue, 19 Oct 2010 09:02:18 +0000</pubDate> <dc:creator>MAndreozzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Alfano]]></category> <category><![CDATA[alpa]]></category> <category><![CDATA[avvocati specialisti]]></category> <category><![CDATA[Bersani]]></category> <category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category> <category><![CDATA[ordini professionali]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=72480</guid> <description><![CDATA[Da una ventina di anni a questa parte, da quando il crollo del muro ha contribuito a liberare dai freni inibitori una buona parte della borghesia bottegaia italiana, si fa un gran parlare di mercato e concorrenza. Naturalmente gli ordini professionali non si sono sottratti a questo chiacchiericcio, salvo poi, allorché nel 2006 la celeberrima...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Da una ventina di anni a questa parte, da quando il crollo del muro ha contribuito a liberare dai freni inibitori una buona parte della borghesia bottegaia italiana, si fa un gran parlare di mercato e concorrenza. Naturalmente gli ordini professionali non si sono sottratti a questo chiacchiericcio, salvo poi, allorché nel 2006 la celeberrima <strong>lenzuolata Bersani</strong> provò una timidissima liberalizzazione (consistente di fatto in nulla più dell’abolizione dei minimi tariffari), sollevarsi unanimi in un’ondata di proteste, conformemente all’eterno principio del parlar bene per razzolare male.</p><p>Da allora,<strong> l’ordine degli avvocati</strong> in particolare, coltiva l’aspirazione alla rivincita, sognando il giorno in cui i baroni dei grandi studi torneranno, ricchi e spietati come il <strong>Conte di Montecristo</strong>, a far strame di quel paio di principi liberali &#8211; quelli che un ex comunista (per i soliti paradossi della storia patria) si era premurato di introdurre &#8211; per ricordarci che in fondo il corporativismo è l’unica religione laica di questo paese.</p><p>In soldoni la riforma prospettata per l’ordine degli avvocati mira all’<strong>espulsione</strong> di una quota rilevante della congerie dei peones, incurante del fatto che pure abbiano passato un esame, a fronte di un numero di avvocati ormai attestato sul paio di centinaia di migliaia, e pazienza se per farlo toccasse passare su principi costituzionali, oltre che sugli interessi dei cittadini che dalla concorrenza traggono sin troppo ovvi benefici.</p><p>La cosa singolare – si fa per dire – è che a fronte di una riforma paventata, quand’anche non apertamente avversata, dalla base, i grandi giornali di opinione si profondevano, e profondono tutt’ora, a parlare di grandi speranze della categoria, così confondendo, si può immaginare quanto in buona fede, i desiderata dei grandi <strong>feudi della professione</strong> con gli interessi affatto difformi della base.</p><p>Tuttavia, come usa dire, il diavolo, nella persona quanto mai in parte di <strong>Alfano</strong>, fa le pentole ma non i coperchi, e così la desiderata riforma pare ormai destinata al naufragio, o piuttosto ad una mesta deriva, insieme a tanti altri sogni mostruosamente proibiti della attuale maggioranza.</p><p>Tuttavia, nulla sembra essere più sbagliato che sottovalutare gli stimoli nascenti dalla consapevolezza dei propri privilegi, e così, fattosi convinto dell’impossibilità di far conto sugli amici degli amici, il buon <strong>Guido Alpa</strong> ha pensato bene di licenziare una mini riformetta firmata <strong>Consiglio Nazionale Forense</strong>, e pazienza se per farlo si è dovuto forzare un po’ la mano su quelle che siano le competenze dell’organismo da lui presieduto, che a quanto consta non ha tra le sue innumerevoli funzioni anche quelle regolamentari.</p><p>Comunque sia, detto fatto: a beneficio di chi davvero conta nella categoria, ecco creata la <strong>nuova figura dell’avvocato specialista</strong>, un titoletto suscettibile di certo di procurare le legittime maggiorazioni in parcella, la cui assegnazione sarebbe ovviamente in mano ai soliti noti nell’ordine, che infatti, nella fase transitoria, <em>ca va sans dire</em>, consentirebbero di fregiarsi del titolo, con procedura estremamente semplificata, agli iscritti ultraventennali.</p><p>Tutto bene dunque? La rivincita è arrivata, il Conte di Montecristo ha iniziato la sua vendetta, <em>the empire strikes back</em>? Forse stavolta non è detto, parrebbe che infatti i peones abbiano deciso di emanciparsi dal loro ruolo di lumpenproletariat designato, e si siano ricordati che per quanto peones sono pur sempre avvocati, così sta iniziando prepotentemente a circolare l’idea di promuovere un ricorso avverso il regolamento del Cnf.</p><p>Non si può negare che la prospettiva si presenti estremamente stimolante, nel suo proporre nella forma epica della disfida a ranghi ridotti tra Orazi e Curiazi, un serrato confronto tra principi del foro e parvenu: le scommesse sono aperte, le quote sbilanciate certo, ma le sorprese, si sa, son sempre dietro l’angolo e chissà che ancora una volta, pure in tempi di restaurazione, la storia non si incarichi di dare una sua ironica vendetta ai <em>sine nobilitate</em>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/19/alfano-alpa-e-la-riforma-dei-peones/72480/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>11</slash:comments> </item> <item><title>Il buon tifoso Ivan e la privilege card</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/15/il-buon-tifoso-ivan-e-la-privilege-card/71832/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/15/il-buon-tifoso-ivan-e-la-privilege-card/71832/#comments</comments> <pubDate>Fri, 15 Oct 2010 11:32:16 +0000</pubDate> <dc:creator>MAndreozzi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Sport & miliardi]]></category> <category><![CDATA[Calcio]]></category> <category><![CDATA[ivan]]></category> <category><![CDATA[schedatura]]></category> <category><![CDATA[tessra del tifoso]]></category> <category><![CDATA[tifoserie]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=71832</guid> <description><![CDATA[Adesso si può dire, il vecchio Bobo Maroni (ma poi a Varese lo chiameranno Marun come i Maroon 5, in onore della sua verve musicale?) aveva ragione. Sì, perché diciamolo, quei quattro lazzaroni, per usare un linguaggio consono al sentire della base leghista, che hanno devastato Genova e che ne avrebbero potuto fare un bivacco...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Adesso si può dire, il vecchio <strong>Bobo Maroni</strong> (ma poi a Varese lo chiameranno Marun come i Maroon 5, in onore della sua verve musicale?) aveva ragione. Sì, perché diciamolo, quei quattro lazzaroni, per usare un linguaggio consono al sentire della base leghista, che hanno devastato Genova e che ne avrebbero potuto fare un bivacco per i loro manipoli, se solo lo avessero voluto, quei quattro bifolchi insomma hanno potuto fare quel che hanno fatto ovviamente sol perché nell&#8217;incivile Serbia ancora non hanno adottato la <strong>privilege card</strong> (che poi non si capisce come si possa evitare di conferire un gadget tanto fico ad un personaggio glamour come l’Ivan).</p><p>E infatti: mentre i sospetti tifosi italiani venivano fatti passare sotto le forche caudine di tornelli che i Sanniti se li sognavano (come, siamo certi se lo sognino i valorosi che han vinto l&#8217;appaltino), non senza essere stati sottoposti a perquisizioni degne del JFK il 12 settembre 2001, I tifosi (sic)Serbi al contrario nel frattempo venivano lasciati liberamente entrare e pascolare allo stato brado per la curva di Marassi&#8230;e ti credo, aggiungo io, provateci voi a fermarli.</p><p>La domanda, direbbe qualcuno, sorge spontanea: che sarebbe cambiato se putacaso quei tifosi, per altro in buona parte plurischedati, fossero stati in possesso della tessera del tifoso? Risposta tanto ovvia, quanto non scontata dalle parti del Viminale: <strong>niente</strong>. La questione è solo una, la tessera del tifoso è solo l&#8217;ennesima pensata per <strong>allontanare il tifoso medio dallo stadio</strong> &#8211; progetto che i numeri attestano perfettamente riuscito &#8211; a tutto beneficio del progetto “<em>homo televisivo globale</em>”.</p><p>Ma non solo, forse.</p><p>Al netto dell’ironia i fatti dell’altro giorno dimostrano, casomai ce ne fosse bisogno, come le logiche sottese alle azioni ultrà non possono essere prevenute da nessuna tessera, figuriamoci quindi se possano esserne contenute. Come detto la truppa d’assalto di Marassi era abbondantemente conosciuta dalle polizie d’Europa: a cosa sia valso, nella generale disorganizzazione delle due polizie di riferimento, è sotto gli occhi di tutti.</p><p>E dunque rimane da interrogarsi sui perché sottesi all’introduzione della tessera, una battaglia che pure il Viminale ha ritenuto di dover combattere con grandi esibizioni muscolari, non senza aver in precedenza scaldato i motori con altre schedature, come quella ben più funesta tentata ai danni di Rom, Sinti e Camminanti. Il progetto che emerge in controluce, forse non consapevole, ma certo in perfetta linea con lo zeitgeist del momento attiene prettamente alla nuova dimensione biopolitica che va connotando il modo di agire di poteri vecchi e nuovi.</p><p>In quest’ottica si capisce come qualunque dimensione socializzante debba essere ricondotta entro l’alveo rassicurante della socialità televisiva, o, diversamente, <strong>sottoposta a schedatura</strong>, la qual cosa non mancherebbe di ottenere benefici effetti anche per il Dio mercato.</p><p>La circostanza che a battersi contro la tessera siano state in prevalenza le tifoserie organizzate ha finito con l’offuscare le loro buone ragioni. Chi, del resto, sarebbe disposto a dar credito al buon tifoso Ivan?</p><p>Questo non toglie che oggi la tessera del tifoso, pur nella sua apparente irrilevanza, rappresenti un dispositivo in grado di esemplificare in maniera semplice ed illuminante modi e prospettive del progetto totalitario in atto: del resto, come dicevano i nostri nonni, spesso il diavolo si nasconde nei dettagli.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/15/il-buon-tifoso-ivan-e-la-privilege-card/71832/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>20</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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