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	<title>Il Fatto Quotidiano &#187; Mario Agostinelli</title>
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		<title>Zitti zitti, si modifica l’articolo 18</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 14:52:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Agostinelli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Grande e abilissima bagarre confusionaria intorno all’articolo 18. Lo “stop and go” della coppia <strong>Fornero-Monti</strong> ha tratto in confusione perfino <strong>Scalfari</strong>, che ha scritto nell’editoriale di domenica che esso “fu introdotto nello statuto dei lavoratori per tutelare i dipendenti delle piccole imprese dove il sindacato interno non esiste”. Ma se si applica solo nelle aziende superiori ai 15 dipendenti!</p>
<p>Ebbene, è questa montatura che non dice la verità su una disposizione di indubbia civiltà e con formidabili effetti sulla<strong> democrazia </strong><strong>dentro</strong> le aziende e gli uffici e questo procedere un po’ truffaldino, che un giorno fa dipendere dal reintegro al lavoro l’abbattimento dello spread e il giorno dopo silenzia qualsiasi traccia di dibattito. Anche perché è nevicato su Roma e perché il Presidente del Consiglio l’ha sparata grossa sul posto fisso, che mi irrita e rattrista insieme. Sembra di essere in un film, in cui la trama è interrotta a piacimento da un regista che fa uscire la verità poco per volta. Ormai, ci si può permettere di stabilire la sera prima “l’ordine del giorno” per il giorno dopo e i poteri che lo decidono lo fanno fuori dalle redazioni di TV e giornali, che rimbalzeranno compiacenti le medesime notizie con gli stessi titoli e con commenti di scarsissimo rigore, pure fanfare delle diverse lobby che stanno alle loro spalle. Per fortuna<strong> esiste la rete e ci sono i blog</strong>, su cui si possono gestire in modo interattivo valutazioni libere e scambi di informazioni disinteressati. Luoghi dove si può dire quello che ministri, industriali e opinionisti fingono di non sapere e cioè che<strong> l’articolo 18 non c’entra niente con l’economia o con la cattiva o buona salute dell’impresa</strong> in quanto impone <strong>il reintegro al licenziamento <em>ingiustificato</em>.</strong></p>
<p>Mi piacerebbe che il Governo si occupasse del fatto che soprattutto per i giovani esiste solo un lavoro “<strong>usa e getta</strong>” e che la maggior parte dell’esperienza quotidiana nei luoghi di lavoro è tornata a essere lontana da una partecipazione dignitosa e responsabile alla produzione di valore sociale. Mentre la precarietà e il licenziamento ingiustificato che oggi contraddistinguono la prestazione lavorativa determinano insicurezza e un’esistenza difficile da programmare. Allora, perché non si chiede se l’articolo 18 aiuta (come io ritengo) o limita la partecipazione non subalterna delle nuove generazioni all’uscita dalla crisi? Essendoci al governo tecnici esperti, sanno bene, come sa bene Confindustria, che la modifica della legge famigerata non è questione di soldi, ma di <strong>spostamento di poteri dal lavoro verso l’impresa</strong>. Sanno bene, perché lo insegnano anche alla Bocconi, che il potere ordinatorio della <strong>magistratura</strong> di rimuovere i licenziamenti illegittimi è lo strumento di prolungamento al livello politico del potere sindacale e dei lavoratori quando si organizzano, superando la solitudine individuale di chi è assunto senza difese. Una tutela andrebbe semmai estesa nelle attuali condizioni e questa è la sfida vera. Discutiamo allora “della ciccia” e senza diversivi, silenzi, <strong>senza rassegnazione</strong>. Ci dicano cosa c’entri con lo sviluppo e il rientro pieno in Europa la riduzione della prestazione lavorativa a puro fattore economico, a dato monetario di cui diventa arbitra l’impresa che non ha certo dato gran prova di sé in questa corsa sfrenata alla precarizzazione, al trasferimento dagli investimenti alla finanza, alla delocalizzazione. Si dirà: ma è già così. Allora perché insisterebbero tanto?</p>
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		<title>Clini: le rinnovabili ancora sotto attacco</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 11:30:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Agostinelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quanto al governo Monti stiano a cuore le banche l’abbiamo capito dall’inizio. Quanto, al contrario, punti sulla rivalutazione dei beni comuni e dell’energia pulita è assai meno scontato. Nelle ultime settimane abbiamo assistito al tentativo di vanificare la pubblicizzazione dell’acqua, di liberalizzare le perforazioni del suolo e dei fondali marini, iniziative stoppate dalla reazione dell’opinione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quanto al governo Monti stiano a cuore le banche l’abbiamo capito dall’inizio. Quanto, al contrario, punti sulla rivalutazione dei beni comuni e dell’<strong>energia pulita</strong> è assai meno scontato. Nelle ultime settimane abbiamo assistito al tentativo di <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/19/acqua-pubblica-emergenza-democratica/184965/" target="_blank">vanificare la pubblicizzazione dell’acqua</a>, di liberalizzare le perforazioni del suolo e dei fondali marini, iniziative stoppate dalla reazione dell’opinione pubblica e dei movimenti. Ora, e senza alcuna discussione preventiva, si ripresenta la questione del deposito delle scorie nucleari e si tenta di destabilizzare, per l’ennesima volta, il sistema di sostegno alle fonti rinnovabili, modificando di soppiatto e in corso d’opera alcune norme contenute nel Decreto Legislativo n° 28 del 3 marzo 2011, il cosiddetto <strong>Decreto Rinnovabili</strong>.</p>
<p><strong>L’industria fotovoltaica</strong> ha ridimensionato gli organici e modificato i piani di investimento già nel 2011. Ora avrebbe bisogno di stabilità e certezza normativa per poter continuare a creare posti di lavoro, prezioso gettito fiscale, energia pulita e indipendenza dalle fonti fossili. Invece, tanto per cambiare, si sta creando grande confusione sul fotovoltaico posto a terra e sulle coperture delle serre con pannelli solari.</p>
<p>Col “decreto sulle liberalizzazioni” al <strong>fotovoltaico su suolo agricolo</strong> da oggi si tolgono completamente “senza se e senza ma” gli incentivi. Io sono d’accordo. Se si vanno a leggere bene alcune postille barocche del testo, però, si scopre che gli incentivi sono prorogati, di fatto, fino a marzo 2013. Intanto il Gse ha comunicato che non riaprirà il Registro Grandi Impianti nel secondo semestre 2012, obbligatorio per l’attivazione. Che cosa significa? Chi capisce perché il governo alzi di colpo l’incentivo alle <strong>serre fotovoltaiche</strong> parificandolo a quello del fotovoltaico montato sugli edifici, dopo aver abbassato lo stesso per gli <strong>impianti sui parcheggi o sulle pensiline</strong>? Se il fotovoltaico a terra non va incentivato perché è brutto, perché è in contrasto con l’uso agricolo e perché al Sud stiamo raggiungendo la grid parity, per quale motivo si dovrebbe incentivare una serra con un pannello sul tetto, che ha un impatto paesaggistico non minore di un pannello poggiato a terra e riduce l’irraggiamento solare indispensabile alla produttività delle culture?</p>
<p>Se l’obbiettivo del governo era quello di difendere i terreni agricoli dalla speculazione fotovoltaica, difficilmente verrà raggiunto. I grandi fondi di investimento smetteranno di costruire decine di Megawatt a terra e inizieranno a costruirli a un paio di metri dal suolo, dopo che gli impianti in sospeso saranno nel frattempo stati autorizzati. In pratica un “caos ordinato”, così caro all’Italian Style di qualsiasi governo.</p>
<p>Infine, non ci può sfuggire che esiste un altro “competitor”, che può trarre benefici dalla precarietà e dalla confusione delle regole su cui dovrebbero poter contare i produttori e gli utilizzatori del fotovoltaico: <strong>le bioenergie</strong>. Queste potrebbero inondare, come in parte già fanno in Pianura Padana, i terreni agricoli per una destinazione energetica anziché alimentare: per avere un’idea, 1 MW di pannelli solari copre 2 ettari e mezzo; le bioenergie per ottenere un risultato equivalente  richiederebbero 100 volte tanto terreno concimato. Ma forse non è un problema per l’attuale ministro dell’Ambiente <strong>Clini</strong>, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.minambiente.it/export/sites/default/archivio/allegati/curriculum/CV_Clini.pdf" target="_blank">Chairman della <strong>Global BioEnergy Partnership</strong></a></span> (Gbep), che nel suo sito web presenta la propria attività come <em>“un contributo a un settore che assumerà una importanza crescente nel corso dei prossimi anni, con l’espansione dei biocarburanti e delle agroenergie sui mercati internazionali”</em>.</p>
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		<title>I padroni del mondo: 7 miliardi vs. 147 imprese</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 17:27:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Agostinelli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La crisi peggiore degli ultimi cento anni è descritta con metafore che provengono dal <strong>mondo della navigazione</strong>: rotta, tempesta, naufragio, si sprecano all’interno di ogni commento. Nei fatti, ci stiamo abituando ad una autentica battaglia navale in cui singole corazzate con bandiere nazionali ed equipaggi indifferenziati – dagli operai, ai pensionati, agli industriali, ai banchieri – muovono a contendere lo spazio a quelle “nemiche” che incrociano sui propri mari, apparentemente senza regia e con navigazione a vista. Con la politica che ha perso la bussola, che esibisce capitani senza spessore e sempre più lontani dagli equipaggi. Che va cedendo i ponti di comando a tecnici di lungo corso, esperti – sembrerebbe – dei mari, le cui tempeste non hanno saputo domare quando dovevano far funzionare i fari e mandare a tempo avvisi ai naviganti. E’ il caso della <strong>Grecia </strong>e dell’<strong>Italia</strong> ed è quanto sta alle spalle della coppia <strong>Merkel-Sarkozy</strong>, a cui basta una nota di S&amp;P per perdere completamente l’orientamento.</p>
<p>Di là da questi richiami suggestivi, siamo di fronte al crollo più rovinoso delle democrazie storiche e al crescente dominio della finanza e del capitale industriale, oggi impegnato nella speculazione, a dispetto della sovranità popolare costituzionalmente ribadita ma materialmente bloccata. In verità è in atto il più profondo mutamento nel sistema di potere a livello globale. <a href="http://arxiv.org/abs/1107.5728" target="_blank">In uno studio del settembre scorso</a>, un gruppo di matematici del Politecnico federale di Zurigo rivela empiricamente <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/04/le-multinazionali-che-dominano-il-mondo/168245/" target="_blank">la rete capitalista che domina il mondo</a></span>. Partendo da una base di dati di <strong>37 milioni di imprese e investitori</strong>, vengono identificate <strong>43.060 grandi imprese transnazionali</strong> che praticamente controllano l’universo sottostante dei 37 milioni. Raffinando ancora di più i dati, il modello finale ha rivelato un nucleo centrale di <strong>1.318 grandi imprese</strong> con 20 connessioni con altre imprese e con un potere economico che, sebbene concentri solo il 20% dei redditi globali di vendita, detiene la maggioranza delle azioni delle principali imprese del mondo, le cosiddette <strong>blue chips</strong>, detentrici del 40% della ricchezza mondiale.</p>
<p>L’analisi si è spinta oltre, focalizzandosi per la prima volta non sui singoli fatturati, ma sul valore aggregato delle partecipazioni azionarie intrecciate di singoli capifila. Si è così penetrati anche nelle zone dei cosiddetti “trust”, ammessi dal diritto anglosassone, che consentono di nascondere capitali anonimi. Ci si riduce così alla fine a <strong>147 imprese</strong> intimamente interconnesse, di cui la maggioranza sono banche (enumeriamo qualche caso a tutti noto tra le prime 50 banche oltreoceano: <em>JP Morgan Chase &amp; Co, Merrill Lynch, Goldman Sachs, Bank of America</em>; e le banche europee: <em>Ubs , Deutsche Bank, Credit Suisse, Unicredito Italiano, Bnp Paribas</em>), assicurazioni (<em>Allianz Lloyds</em>), multinazionali dell’acqua e del petrolio (<em>Société Générale des Eaux, China Petrochemical Group</em>), fino a poche finanziarie industriali dei trasporti, del nucleare e dell’elettronica (<em>Mitsubishi Ufk Financial Group Inc, Dodge &amp; Cox</em>).</p>
<p>Dice niente questa mappa di <strong>“piovre”</strong> che detengono un potere sproporzionalmente elevato sull’economia globale? Che indirizzano lo spostamento di enormi riserve pubbliche statali alle banche e agli armamenti? Che sostengono la decadenza dello stato sociale pubblico a favore dei sistemi assicurativi, la privatizzazione dell’acqua e il rilancio del binomio auto-petrolio contro le rinnovabili e la mobilità sostenibile? Come il mondo ha visto durante la crisi del 2008, queste reti sono molto instabili: basta che un nodo abbia un problema serio che questo si propaga automaticamente a tutta la rete, trascinando con sé l’economia mondiale. Si tratta comunque di reti ad alta conservazione e con relazioni e punti di comando affidati a <strong>tecnici e manager</strong> che costituiscono un olimpo internazionale e che agiscono fuori dall’interesse generale e non sono sottoposti ad alcun controllo democratico. Sulla tolda delle nostre corazzate in lotta di sopravvivenza, stanno salendo queste figure con un sostanziale accordo di fondo, ma con gli elicotteri già a loro disposizione se ci fossero naufragi.</p>
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		<title>Boom fotovoltaico, ma a Merano chiude la Memc</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 16:42:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Agostinelli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Tante chiacchiere sulla necessità di sostenere le produzioni di avanguardia e nei mercati più stimolanti; reprimende continue ai sindacati perché non accettando i licenziamenti arbitrari bloccano la ripresa; espulsione della Fiom dagli stabilimenti del supermanager Marchionne. Tutta qui la risposta delle classi dirigenti alla crisi?</p>
<p>Intanto <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/18/energia-il-vecchio-allo-scontro-col-nuovo/164578/" target="_blank">a Merano</a> la <strong>Memc</strong>, tra i maggiori produttori mondiali, ha annunciato, nell’ambito di una ristrutturazione globale delle attività societarie, la <strong>cessazione delle attività</strong> dell’unico impianto italiano di <strong>silicio per fotovoltaico</strong>. Sono a rischio <strong>310 posti di lavoro</strong>, più un altro centinaio nell’indotto, e una produzione d’avanguardia partita da pochissimo: i nuovi reparti per il silicio policristallino, che hanno richiesto un investimento di 19 milioni di euro, sono stati inaugurati poco più di un anno fa. Gli operai hanno tenuto un’assemblea prima di Natale bloccando il traffico e risultano gli unici a preoccuparsi della continuità produttiva di un settore strategico.</p>
<p>Per caso, i ministri <strong>Fornero </strong><strong>e</strong><strong> Passera</strong> hanno provato a riflettere con i dipendenti Memc sullo scandalo per cui la più grande performance mondiale di installazione di fotovoltaico per il 2011 si è registrata in Italia (<strong>6.900 MW</strong>, che, sommati a quelli esistenti, fanno segnalare dal GSE al 29 dicembre <strong>12.408 MW</strong> allacciati alla rete, suddivisi in <strong>316 mila impianti!</strong>) comperando quasi tutto il materiale e le apparecchiature <strong>all’estero</strong>? Se hanno diritto di parola e decisione solo i “tecnici” e ci si proietta unicamente nel loro mondo esclusivo, mentre si zittisce la gente in carne ed ossa con il proprio vissuto, ci si abbandona solo alla “giostra dello spread”, che non lambisce nemmeno da lontano la democrazia, non suscita partecipazione e ci allontana da un quotidiano in cui prevalga la solidarietà. Questo ci ricordano le lotte in corso in molte parti del Paese.</p>
<p>Per la vicenda del lavoro meranese si può fare molto, avendo a cuore però le famiglie dei dipendenti prima che gli interessi della multinazionale americana. Nell’immediato, per garantirsi che gli impianti non vengano fermati, si può agire sulla leva fiscale a partire da un’aliquota <strong>Irap ridotta</strong> a favore di quelle aziende che investono in ricerca e sviluppo nel settore delle energie rinnovabili. Si può anche stabilire temporaneamente una riduzione selettiva del <strong>costo dell’energia elettrica</strong> da parte della provincia e del comune, che sono propietari al 50% delle centrali elettriche fornitrici. Oppure, consentire l’importazione dalla vicina Austria, il cui governo non carica la bolletta di oneri impropri.</p>
<p>Soprattutto occorre progettare il medio-lungo periodo per uscire dall’emergenza e garantire un futuro socialmente desiderabile per il <strong>territorio</strong>. Il “libero mercato” non basta, anzi, spesso fa danni irrecuperabili. E’ indispensabile che “il pubblico” (Stato, Provincia e Comuni) assumano compiti di indirizzo e di <strong>programmazione economica sul territorio</strong>, intervenendo con idee, programmi, strumenti (comprese le municipalizzate e i centri di ricerca pubblici) e finanziamenti. Le energie rinnovabili (e non solo il fotovoltaico) hanno caratteristiche di filiera tipicamente territoriale, entro cui la missione della Memc può a buona ragione essere integrata con vantaggi dovuti alla specializzazione del mercato alpino attentissimo agli aspetti ecologici e interessato all’integrazione dell’energia nel paesaggio e nella valorizzazione della salute. La riconversione ecologica di cui spesso si parla è a portata di mano e, in questo caso, nemmeno tanto complessa. Perché non provarci proprio a partire, con uno sforzo straordinario e esemplare, da un’azienda in difficoltà ma ancora solida come la Memc?</p>
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		<title>Sull’energia Monti naviga male e a vista</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 11:25:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Agostinelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che il governo Monti fosse totalmente inadeguato di fronte alla questione ambientale lo si era capito già durante le prime fasi di gestazione. Adesso si rivela incapace di tenere la barra in una navigazione a vista, attenta solo alle tempeste finanziarie, ma insensibile all’allarme del degrado naturale. Inizialmente sembrava che il Ministero dell’Ambiente dovesse essere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che il <strong>governo Monti</strong> fosse totalmente inadeguato di fronte alla questione ambientale lo si era capito già durante le prime fasi di gestazione. Adesso si rivela incapace di tenere la barra in una navigazione a vista, attenta solo alle tempeste finanziarie, ma insensibile all’allarme del degrado naturale.</p>
<p>Inizialmente sembrava che il Ministero dell’Ambiente dovesse essere soppresso e le deleghe assegnate a quello dello Sviluppo economico. Una volta investito, <strong>Corrado Clini</strong>, non ha perso tempo nel dichiarare la sua <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/19/un-caso-clini/171710/" target="_self">propensione per il nucleare</a>, per gli Ogm e per le tratte ad Alta Velocità e nel manifestare un entusiasmo mal riposto per <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/11/monti-durban-costui/176826/" target="_blank">l’accordo al ribasso di Durban</a></span>. Poi, all’incontro internazionale a Firenze con i governi locali, si è corretto e ha affermato che <em>“il sistema dei grandi monopoli che hanno dominato il mondo dell’energia negli ultimi cinquant’anni non è più compatibile con la necessità di uno sviluppo sostenibile”</em>. Sembrerebbe dottor Jekyll e mister Hyde.</p>
<p>In un’altra occasione, il ministro <strong>Passera</strong> ha genericamente ammonito che <em>“gli incentivi alle rinnovabili vanno pensati solo nell’interesse del Paese e di tutti gli operatori del settore”</em>. Ma non ha assicurato che non ci saranno più docce fredde come nell’ultimo anno su uno dei settori più vitali e promettenti del panorama nazionale.</p>
<p>Sul tavolo di Monti ci sono molte vertenze di riconversione di centrali a gas in <strong>centrali a carbone</strong>, a cominciare da Porto Tolle. Le prime dichiarazioni non sono confortanti: pare che al vaglio vi siano delle ipotesi di<em> “spostare il carico fiscale in modo da incentivare gli investimenti in direzione delle tecnologie più avanzate a basso contenuto di carbonio”</em> che, nel linguaggio orwelliano che contraddistingue il governo tecnico, significa dare credito al cosiddetto carbone di seconda generazione, quello per cui strizzano l’occhio a Roma e a Francoforte i due Mario nazionali, con grandi impianti di stoccaggio di CO2 nel sottosuolo!</p>
<p>Peraltro i rari cenni di politica energetica contenuti nella manovra “<strong>Salva Italia</strong>” sono solo preoccupanti. Le detrazioni per gli interventi di risparmio energetico negli edifici sono traballanti e la misura del 55% è stata ristabilita solo per due anni. Ci sono poi i provvedimenti per lo <strong>svuotamento delle dighe</strong> dai detriti, che vengono inseriti in un contesto di sicurezza, senza però avere alcun legame con la reale situazione idrogeologica nazionale, che dovrebbe puntare innanzitutto alla pulizia degli alvei. I commi, contenuti nell’articolo 43, prevedono che i costi di svuotamento siano a carico dei concessionari, che  saranno liberi di scaricarli sulle bollette dei consumatori. Si prevede un giro d’affari di <strong>un miliardo di euro</strong>, a fronte di svariati milioni di metri cubi di ghiaia da trasportare altrove. E tutti sanno (si pensi solo agli scandali in Lombardia) che su cave e bonifiche incontrollate – adesso addirittura soggette a finanziamento a carico dei consumatori alle aziende di movimentazione della terra – si sono concentrate la corruzione politica e le mafie.</p>
<p>La derubricazione della questione ambientale nelle priorità delle politiche non è soltanto una delle tante conseguenze nefaste della crisi, ma è un punto nodale del pensiero economico (ideologico) di questo governo. <strong>L’aumento del gas e dell’elettricità</strong> che si registrerà da gennaio 2012 (53 euro l’anno in più a famiglia) non servirà certo a migliorare l’ambiente, che diventa un attore del gioco solo nel momento in cui consente prospettive di nuova accumulazione. D’altronde, la maggior parte delle analisi non elabora il fatto che esiste un rapporto di determinazione tra la crisi ambientale e quella economica, per cui il degrado naturale finisce col diventare un fattore costitutivo della <strong>recessione globale</strong>.</p>
<p><em>di Mario Agostinelli e Giovanni Carrosio</em></p>
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		<title>Monti: Durban, chi era costui?</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 13:13:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Agostinelli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Chissà se i banchieri, l’1% al mondo che non si cura dell’altro 99%, gli stressatissimi <strong>Merkel Sarkozy e Monti</strong>, con contorni di lacrime dei loro ministri e di media che fanno parlare gli spread come se fossero umani, in questi giorni di apprensione hanno pensato che gran parte del debito finanziario, che hanno contribuito ad accumulare o hanno permesso che si dilatasse a dismisura, dipende anche dal fatto che siamo in debito con la natura? Quando per imprevidenza dovremo occuparci di miliardi che, prima che alle banche, dovranno fluire per riparare gli effetti del mutamento climatico, faranno pagare ancora i soliti noti che non hanno più occhi per piangere?</p>
<p>Con parecchio ritardo sui tempi previsti, stanotte si è conclusa la <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/09/durban-conferenza-clima-ultima-giornata-risultati/176407/" target="_blank"><strong>Conferenza delle Nazioni Unite di Durban</strong></a> sui cambiamenti climatici. Il presidente <em>Nkoana-Mashabane</em>, a conclusione della seduta Plenaria,  ha detto: <em>&#8220;Abbiamo fatto la storia&#8221;</em>. Il sospetto è che in realtà, più che la storia, i delegati dei paesi in via di sviluppo e di quelli più industrializzati, abbiano invece “fatto storie”.</p>
<p>Ha fatto storie la <strong>Cina </strong>che, per assumersi qualunque impegno, pretendeva che anche gli Usa facessero altrettanto, riedizione in chiave ambientale degli storici veti incrociati dell&#8217;Onu. Hanno fatto storie gli<strong> Stati Uniti</strong>, la cui amministrazione Obama, seppur più sensibile alle questioni dell&#8217;ambiente di quella di Bush e meno condizionata dalle pressioni dei petrolieri, temeva che un provvedimento saggio e lungimirante, ma impopolare nel breve termine, potesse essere di pregiudizio per l&#8217;esito delle imminenti elezioni presidenziali.</p>
<p>Ha fatto storie il <strong>Canada</strong>, che vuole aver mano libera nello sfruttamento dei giacimenti di rocce bituminose dell&#8217;Alberta per la produzione di combustibile fossile non convenzionale. Ha perfino fatto storie il <strong>Giappone</strong>, membro della prima ora del Gruppo dei Responsabili degli Scilipoti ecologici, dimenticando che Kyoto si trova lì.</p>
<p>L&#8217;<strong>Unione Europea</strong> non ha fatto storie (dal momento che già deve rispettare un accordo vincolante e ben più restrittivo di quello che sarebbe potuto uscire dai negoziati), ma non è stata in grado di indurre o di persuadere gli altri a non farne&#8230; Quindi il parto notturno è stato un gioco al ribasso:</p>
<p>1) Prolungamento del <strong>Protocollo di Kyoto</strong> da parte di paesi volenterosi, ma non particolarmente coinvolti nel gioco dell&#8217;&#8221;Allegro Inquinatore&#8221;.</p>
<p>2) Dichiarazione di disponibilità a sottoscrivere un <strong>accordo complessivo nel 2015</strong>, che sia vincolante nel 2020.</p>
<p>Sempre ammesso, si intende, che esista ancora la sede in cui dovrebbe firmarsi l&#8217;accordo. Se venisse  scelta un&#8217;isola dell&#8217;Oceano Indiano o del Pacifico, bassa e senza rilievi, è tutt&#8217;altro che scontato&#8230; Quindi con questo parto notturno, <strong>la montagna ha generato il topolino</strong>. I veri Giganti della Montagna, di carbone e di depositi di petrolio, erano infatti già felicemente ripartiti. Lasciandosi dietro, si intende, la loro brava scia di CO2&#8230;.</p>
<p><em>Mario Agostinelli e Valerio Rossi Albertini</em></p>
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		<title>Durban: &#8220;disarmare&#8221; il clima</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Dec 2011 10:33:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Agostinelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per ridurre il debito finanziario si stanno imponendo marce forzate a intere popolazioni, a danno quasi esclusivamente delle conquiste e dei diritti sociali. Vengono fissate date ultime per un astratto “pareggio di bilancio”, entro le quali, in definitiva, continueranno ad essere assicurate le ricchezze dell’1% della popolazione e invece pesantemente tagliate le prospettive di vita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per ridurre il <strong>debito finanziario</strong> si stanno imponendo marce forzate a intere popolazioni,<strong> a danno quasi esclusivamente delle conquiste e dei diritti sociali</strong>. Vengono fissate date ultime per un astratto “<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/24/vertice-monti-merkel-sarkozy-volonta-aiutare-governo-italiano/172859/" target="_blank">pareggio di bilancio</a>”, entro le quali, in definitiva, continueranno ad essere assicurate le ricchezze dell’1% della popolazione e invece pesantemente tagliate le prospettive di vita dignitosa del restante <a href="http://www.noisiamoil99percento.org/" target="_blank">99%</a>. Quando si parla di futuro, tutta l’attenzione dei governanti che vediamo sfilare quotidianamente sui nostri teleschermi sembra spasmodicamente concentrata solo sulle brame degli speculatori e attratta unicamente dagli andamenti dei mercati. Non si parla che di questo, con un fatalismo che ammutolisce la gente comune.</p>
<p>Proprio in questi giorni, si è aperta a <strong>Durban</strong> la <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/01/cartoline-dal-caos-climatico-per-il-ministro-clini/174421/" target="_blank">Conferenza sul clima</a>: un appuntamento vitale per il futuro del pianeta, di cui, tuttavia, la stampa si disinteressa completamente. Il <strong>debito irreparabile verso la natura</strong> non fa notizia! Eppure si potrebbe preservare l’ambiente e ridurre le emissioni inquinanti a costi ragionevoli, anzi, farebbe bene all’economia. Anziché a una concentrazione di gas serra di 450 parti per milione &#8211; obiettivo niente affatto scontato dei negoziati in corso &#8211; il mondo potrebbe arrivare a <strong>350 ppm</strong>. E può farlo spendendo una percentuale di Pil minore di quella che gran parte delle nazioni dedica alle <strong>spese militari</strong>, creando in più ricchezza e occupazione, contribuendo a uscire dalla crisi e a ridurre il debito finanziario. Si potrebbe raggiungere &#8220;quota 350&#8243; entro il 2100, eliminando il carbone entro il 2030, riforestando su larga scala, puntando decisamente al sole e al risparmio. E, nell’ipotesi di un prezzo del barile sopra i 150 dollari, con notevoli benefici economici e con investimenti tra l’1 e il 3% del prodotto interno lordo globale.</p>
<p>Sogni e chimere?<strong> Proprio no</strong>. Ben 68 Paesi nel mondo destinano oltre il 2,5% del loro Pil alle spese militari e i due più grandi emettitori mondiali di CO2, <strong>Usa e Cina</strong>, continuano incoscientemente la corsa agli armamenti. Si può invertire questa direzione insensata? Forse sì, se si pensa che il gigante asiatico, nonostante una crescita fin qui “sporca”, spenderà dal 2012 il triplo per ridurre le emissioni, mentre gli Usa seguitano a dedicare al clima solo un sesto del bilancio militare (il rapporto tra spesa militare e stanziamenti per mitigazione e adattamento è di a 1 a 2-3 dollari in Cina e di 41 a 1 in America). Non si tratta solo di una questione di spostamento di quote di bilancio. Secondo i vertici militari americani (<a href="http://www.defense.gov/qdr/" target="_blank">Quadrennial Defense Review</a>), un miliardo di dollari se speso in armamenti creerà circa 8mila posti di lavoro, se speso per potenziare il trasporto pubblico 20mila, se speso per l’efficienza energetica negli edifici o per le infrastrutture circa 13mila.</p>
<p><strong>Perché non se ne parla quando ci si cimenta con la terribile crisi in corso?</strong> Perché Monti non dà un taglio alla spesa militare e investe in tecnologia verde anziché nell’acquisto dei <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/12/novara-protesta-contro-caccia-costano-miliardi-spendiamoli-altrove/170347/" target="_blank">previsti cacciabombardieri F35</a></span>? Perché a Durban non si fa un passo avanti sul disarmo a favore della salvezza del pianeta?</p>
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		<title>Certi attacchi gratuiti alle rinnovabili</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 09:11:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Agostinelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 18 novembre, Giorgio Ragazzi lancia da Lavoce.info, circolo di discussione online e ascoltato ripetitore delle tesi delle “teste d’uovo” bocconiane, l’ennesimo attacco alle rinnovabili, denunciando “lo scempio di campi agricoli coperti da pannelli, l’invadenza ambientale delle pale eoliche, il rialzo del prezzo del granturco”. Tanta rovina si compirebbe addirittura con l’aggravio di un “esborso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 18 novembre, Giorgio Ragazzi lancia da <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/lavoce/" target="_blank"><strong><em>Lavoce.info</em></strong></a>, circolo di discussione online e ascoltato ripetitore delle tesi delle “teste d’uovo” bocconiane, l’ennesimo <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002597-351.html" target="_blank">attacco alle rinnovabili</a></span></strong>, denunciando <em>“lo scempio di campi agricoli coperti da pannelli, l’invadenza ambientale delle pale eoliche, il rialzo del prezzo del granturco”</em>. Tanta rovina si compirebbe addirittura con l’aggravio di un <em>“esborso totale di 120 miliardi”</em> di euro per il povero consumatore italiano.</p>
<p>Si tratta di una denuncia da analizzare con rigore e di una sensibilità che, pur destando sospetti, richiede attenzione, perché proviene da settori che oggi prosperano nel <strong>Governo tecnico</strong> di Mario Monti, che si vorrebbe esente da critiche per definizione. Le rinnovabili, quindi, vengono dipinte come una stangata, inutili, uno spreco. È pur vero che il nuovo ha sempre suscitato perplessità, ma ora che le fonti solari ed eoliche hanno dimostrato di essere in grado di generare notevoli quantità di energia e di saper ridurre i loro costi con grande rapidità, un attacco così greve puzza di bruciato.</p>
<p>Procediamo punto per punto, iniziando da alcuni dati oggettivi. I pannelli fotovoltaici installati in Italia sono già vicini al traguardo dei 12 mila MW. Ossia quanto una “centrale” suddivisa su tutto il territorio, che nel 2012 sarà in grado di produrre 16 miliardi di chilowattora. Una quantità che, sommata alla produzione fotovoltaica dell’anno in corso, eguaglia la produzione totale del <strong>reattore nucleare di Caorso</strong>, intendendo con totale la produzione complessiva dei suoi otto anni di vita.</p>
<p>Quanto abbiamo speso sinora in <strong>incentivi</strong>? I dati ufficiali del Gse dicono 303,7 milioni di euro nel 2009 e 772,6 nel 2010. Nel 2011 la cifra sarà più cospicua perché molto maggiore è la corrente elettrica generata. Un aspetto, questo, che è sempre taciuto: il costo aumenta solo se <strong>aumenta la produzione</strong> e aumentare la produzione di energia pulita è, in effetti, l’obiettivo delle installazioni alimentate dal sole, che non necessita di miniere, pozzi, metanodotti, oleodotti, rigassificatori.</p>
<p>Come scriveva <strong>Herman Scheer</strong>, il padre del conto energia: <em>“L’acquisizione dei raggi solari e dell’energia eolica e la loro trasformazione diretta in energia elettrica all’interno di un impianto rappresenta una semplificazione tecnologica senza pari”</em>. È vero che nel 2012 l’onere del conto energia arriverà a sfiorare i 6 miliardi di euro. Ma ricordiamo che nel 2010, nonostante i consumi petroliferi italiani siano calati di 1,8 milioni di tonnellate, l’esborso è aumentato di 6,5 miliardi di euro. Meglio allora pagare ai fornitori esteri di fossili o investire prevalentemente in Italia?</p>
<p>Il settore fotovoltaico ha generato posti di lavoro in un momento di crisi totale: <strong>100mila </strong>considerando l’indotto, cita Anie-Confindustria, con età media inferiore ai 35 anni. E questo nonostante la mancanza di una politica industriale nazionale che ci costringe ancora a importare. Sempre secondo Anie-Confindustria, nel 2010 ha generato un volume di affari di 40 miliardi di euro, pari al 2,5% del Pil, con entrate fiscali per le casse dello Stato stimate in almeno <strong>4 miliardi di euro</strong> (considerando Iva e tasse pagate sugli incentivi del Conto energia).</p>
<p>Da ultimo, riguardo <strong>all’eolico,</strong> Ragazzi stia tranquillo: la crescita in Italia è finita da tempo, i paletti normativi hanno già danneggiato il settore, l’eolico italiano non ha più sbocchi. Le imprese italiane dell’eolico proliferano, ma fuori dei confini italiani: in un solo anno gli investimenti in nuovi impianti eolici all’estero sono passati dal 30% al 71%. Nel 2011 solo il 26% dei MW costruiti da imprese italiane sono state allacciate alle nostre reti energetiche (Rapporto Irex di Althesys).</p>
<p>Per concludere, ci sembra allora che <em>Lavoce.info</em> abbia cercato semplicemente di compiacere il neoministro <strong>Clini</strong> che, appena insediato, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/19/un-caso-clini/171710/" target="_blank">si è rammaricato per l’abbandono del nucleare</a></span> decretato dai cittadini col referendum di giugno.</p>
<p><em>Mario Agostinelli e Roberto Meregalli</em></p>
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		<title>Durban, le emissioni e il cloud computing</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 15:29:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Agostinelli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Anche se si moltiplicano le conferme scientifiche sui rischi climatici e cresce l’urgenza di ridurre le emissioni, la forza dei settori energivori, del petrolio e del carbone è ancora tale da impedire un accordo internazionale che non sarà raggiunto né a <strong>Durban</strong> alla <a href="http://www.cop17-cmp7durban.com/" target="_blank">17a Conferenza delle Parti</a> che si apre il 28 novembre, né nei prossimi 2 o 3 anni. Solo un ribaltamento dei rapporti di forza economici, o meglio, un significativo <strong>rafforzamento della green economy</strong> potrà creare le condizioni per un accordo. In questo caso, infatti, i futuri vincitori avranno tutto l’interesse a favorire la definizione di obiettivi di riduzione delle emissioni che facilitino la diffusione di tecnologie a minor rilascio di CO2.</p>
<p>In un <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/19/mail-cloud-e-cambiamento-climatico/158390/" target="_blank">precedente post</a> avevo indicato le resistenze di grandi gruppi della rete informatica (Facebook, Yahoo, Microsoft, etc.) a utilizzare quote di energia<em> carbon free </em>per il funzionamento dei loro server e dei loro apparati. Oggi riprendo uno studio condotto dal <em>Carbon Disclosure Project</em> a Londra e riportato da <a href="http://www.euractiv.com/infosociety/study-cloud-computing-slash-carbon-emissions-news-508780?utm_source=EurActiv+Newsletter&amp;utm_campaign=e16a0174b7-my_google_analytics_key&amp;utm_medium=email" target="_blank">Euractiv</a>. In esso si concentra l’attenzione sui vantaggi della diffusione e del passaggio dall’attuale sistema di informatica distribuita verso il <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=cloud%20computing&amp;source=web&amp;cd=1&amp;ved=0CH8QFjAA&amp;url=http%3A%2F%2Fit.wikipedia.org%2Fwiki%2FCloud_computing&amp;ei=MDPBTrH4Gsu2hAfDqIXIBA&amp;usg=AFQjCNGLEfcL-XrskxPC5tFDX0i-kXTlKA&amp;sig2=DwzxZ0_a_wnMqxBjlFmqFA" target="_blank">cloud computing</a></span></strong>. Questo, come dice Wikipedia, è un insieme di tecnologie che permettono, attraverso un servizio offerto da un provider al cliente, di trattare dati grazie all’utilizzo prevalente di risorse software e hardware distribuite e virtualizzate nella rete. Lo studio afferma che in complesso le grandi aziende informatiche e le banche potrebbero contribuire a <strong>ridurre le loro emissioni di anidride carbonica del 50%</strong> se svolgessero le loro operazioni di archiviazione dati tramite cloud. Naturalmente, gli sviluppatori di servizi cloud sono desiderosi di vedere l’espansione dei servizi che prevedono di triplicare nei prossimi due anni. La migrazione è quindi promettente, se estesa all’intero pianeta, almeno dal punto di vista dell’influenza sul clima.</p>
<p>Il cloud computing consente alle aziende di ridurre i costi comprando meno hardware e utilizzando server situati altrove per memorizzare, gestire e processare i dati, con un’economia di materiale e un risparmio energetico annuo valutato per l’Inghilterra in <strong>1,4 miliardi di euro</strong> e riduzioni di carbonio equivalenti alle emissioni annue di <strong>oltre 4 milioni di veicoli</strong>. Questa tecnologia è considerata come una panacea per le imprese ma ha anche, giustamente, molti oppositori. Ci sono preoccupazioni in merito alla <strong>privacy</strong> e alla sicurezza dei dati e i sostenitori dell’open source sostengono che costringerà gli utenti a sistemi proprietari. <em>Richard Stallman</em>, il fondatore della <a href="http://www.fsf.org/" target="_blank">Free Software Foundation</a>, ha pubblicamente definito il servizio cloud una &#8220;trappola&#8221;, se non si eviterà che finisca nelle mani di <strong>ulteriori grandi monopoli</strong>.</p>
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		<title>Crisi, debito e nuove energie</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 10:20:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Per l’Europa il risanamento delle finanze pubbliche &#8211; sotto la dettatura della Bce &#8211; è diventata l’unica priorità, a dispetto del lavoro e dei suoi diritti, dell’educazione, della lotta al cambiamento climatico e del progressivo abbandono del modello energetico centralizzato e alimentato da fonti fossili. È ormai certo che l’Ue, in evidente deficit democratico e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per l’Europa il risanamento delle finanze pubbliche &#8211; <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/29/la-favola-bella-della-bce/166860/" target="_blank">sotto la dettatura della Bce</a> &#8211; <strong>è diventata l’unica priorità</strong>, a dispetto del lavoro e dei suoi diritti, dell’educazione, della lotta al cambiamento climatico e del progressivo abbandono del modello energetico centralizzato e alimentato da fonti fossili. È ormai certo che l’Ue, in evidente deficit democratico e affidata all’asse Merkel-Sarkozy, mancherà gli obiettivi occupazionali fissati a Lisbona, non incrementerà del 3% rispetto al Pil la spesa in ricerca e tanto meno conseguirà al 2020 l’obiettivo di un aumento del 20% in efficienza energetica, né quello del 20% da fonti rinnovabili. Obiettivi realistici fino a ieri, ma in allontanamento irreversibile se si seguiranno passivamente le istruzioni delle banche centrali.</p>
<p>In sostanza, le ricette liberiste non solo non cureranno l’epidemia che hanno innescato ma favoriranno ogni possibile resistenza al nuovo che, anche in campo energetico, potrebbe contribuire a un’uscita dal tunnel. Già, perché non va dimenticato che la <strong>speculazione</strong> ha concentrato il fuoco proprio su <strong>gas, petrolio e carbone</strong> e che il settore energetico multinazionale ha dato la stura alle operazioni finanziarie più spregiudicate all’origine della crisi in corso.</p>
<p>Proprio in questi giorni <strong>l’esecutivo Ue</strong> ha annunciato il suo piano per utilizzare 9 miliardi di euro dal bilancio Ue 2014-2020 per l&#8217;aggiornamento dell’infrastruttura energetica dell’Europa. Annusando l’aria, gran parte della cifra verrà destinata ai <strong>gasdotti dal Caspio</strong> e solo una parte residuale alle “smart grids”. <strong>La distorsione a favore del gas</strong> è particolarmente evidente nei corridoi prioritari proposti (la maggior parte dei 12 progetti prioritari sono stanziamenti per <strong>gasdotti e oleodotti</strong>), con quattro relativi al gas e solo uno interamente dedicato alla trasmissione di energia rinnovabile. Addirittura, esiste il timore che vengano assunti nel budget comunitario anche progetti di sequestro della CO2 da carbone (<strong>CCS</strong>).</p>
<p>Se questa è l’evoluzione del quadro europeo, quello italiano si muove nella stessa direzione di contrasto al cambio di paradigma. I dati di fine estate 2011 rivelano che la potenza totale degli impianti di generazione elettrica da fonti rinnovabili (Fer) ha superato i 30 GW; il 75% dei nuovi impianti entrati in servizio nel 2010 è alimentato da Fer e queste hanno prodotto energia elettrica pari a poco meno di 77 miliardi di chilowattora. Nonostante ciò, la <strong>politica energetica del governo</strong> <strong>ripropone il carbone e si riconcentra sul gas</strong>. Sui costi troppo alti del metano sul mercato italiano si discute da sempre, ma è evidente che il rialzo delle <em>commodity energetiche</em> è in gran parte effetto della speculazione da parte degli operatori del mondo della finanza, che si avvalgono di essi per fare scommesse al fine di aumentare i loro guadagni. <strong>Il sole invece non ha un prezzo e non si presta a questo gioco</strong>. Gli incentivi per il suo sviluppo sono divisi in migliaia di impianti (710 milioni di euro la spesa totale 2010), tendono alla distribuzione, non alla concentrazione, e costituiscono un investimento che si sottrae alla speculazione e ha come trade-off meno inquinamento e più occupazione per tutti. Certo il solare, come le altre fonti rinnovabili, non è equivalente alle fonti fossili.<strong> Implica un </strong><strong>cambio di società</strong> e forse è questo che spaventa, perché va di pari passo con una mentalità incline alla misura, a non eccedere in consumi, a cooperare e a sentirsi parte di una biosfera che l’economia attuale sta minacciando.</p>
<p>Un’economia che ha prodotto ingiustizia ambientale e sociale e che ora va messa in discussione nel suo complesso, proprio per uscire dalla crisi <strong>“dalla parte del 99% anziché dell’1%”.</strong> C’è bisogno di una redistribuzione del reddito, di una fiscalità che recuperi risorse da chi le ha, di un taglio netto della spesa militare, di un grande piano casa per il recupero energetico del patrimonio edilizio, di meno auto e più trasporti collettivi, di un piano, infine, per una green economy per sganciarci dalle fonti fossili. <strong>È giunto il momento di rovesciare il tavolo del dibattito in corso</strong>. Si possono fare tutti i vertici dei G20 che si vogliono, alzare o abbassare i tassi, provare a ridurre il debito, ma fino a quando non cambieremo paradigma, a cominciare dall’energia, non ne usciremo.</p>
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		<title>Carbone? No, grazie</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 07:34:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Agostinelli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/Manifestaz_Adria2910_Pagina_1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-166195" title="Manifestaz_Adria2910_Pagina_1" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/Manifestaz_Adria2910_Pagina_1-212x300.jpg" alt="La locandina della manifestazione &quot;Fermiamo il carbone&quot; (Adria, 29 ottobre 2011)" width="212" height="300" /></a>Con i recenti referendum, oltre 26 milioni di italiani non hanno solo escluso il nucleare, ma hanno indicato nelle rinnovabili e nel risparmio le alternative ai cambiamenti climatici distruttivi per l’ambiente e minacciosi per lo stesso futuro della specie umana. Pertanto, sembrerebbe una provocazione che Governo, Enel ed altri lancino un <strong>“Piano carbone”</strong> che, oltre alla riconversione per 2 GW della centrale di <strong>Porto Tolle </strong>all’interno del parco del Delta del Po<strong>,</strong> riguarda l’ammodernamento di <strong>vecchie centrali</strong> come Vado Ligure, La Spezia e Rossano Calabro. Il Piano sembra anche ipotizzare la costruzione di <strong>nuovi impianti</strong> come Saline Ioniche. Il tutto per un valore di investimenti pubblici e privati dell’ordine di 10 miliardi di euro.</p>
<p>In effetti, si tratta della sorda resistenza degli stessi <strong>interessi economici e politici </strong>che si erano coagulati per il ritorno all’atomo, che lucrano sulle grandi opere e ostacolano la crescita di un sistema decentrato, integrato nei sistemi naturali, riconvertito a modalità di produzione e di consumo che nascono dall’autogoverno del territorio e dall’opposizione allo spreco.</p>
<p>Sabato 29 ottobre, le 35 associazioni della coalizione <strong><em><a href="http://www.fermiamoilcarbone.it/" target="_blank">Fermiamo il carbone</a> </em></strong>organizzano una <strong>manifestazione </strong>nel Polesine, ad Adria, contro la riconversione della centrale di Porto Tolle, e presidi a Saline Joniche, La Spezia, Vado Ligure e Brindisi. Porto Tolle, con l’emissione di oltre 10 milioni di tonnellate l’anno di CO2 &#8211; l’equivalente di oltre 4 volte le emissioni annuali di una città come Milano &#8211; diventerebbe la seconda centrale termoelettrica in Italia, in termini di inquinamento, dopo quella di Brindisi. Non a caso sono in corso prove mirabolanti di <strong>sequestro dell’anidride carbonica</strong>, con autobotti che viaggiano con CO2 liquefatta tra la Puglia e la pianura padana (Cortemaggiore), per ipotizzare un’attenuazione dell’effetto serra insostenibile per le due località.</p>
<p>Quali sono allora le giustificazioni al “Piano carbone”? L’Italia emette già oltre 70 milioni di tonnellate di CO2 annue in eccesso rispetto a quante concordate sottoscrivendo il Protocollo di Kyoto. Inoltre in Italia la <strong>potenza elettrica installata</strong> (centrali attive e collegate alla rete) è di 106 GWp. Il consumo massimo di picco del paese (che si registra in luglio) è di 56 GWh. Come se non bastasse, sono stati già approvati quasi 20GWp di nuove centrali a turbo-gas e ogni anno si collegano almeno 8GW di eolico e fotovoltaico.</p>
<p>Abbiamo troppe centrali e insieme una rete elettrica colabrodo, che nel 2008 ha perso oltre 20 mila GW. Quindi, le previsioni stesse escludono una richiesta di potenze aggiuntive e consigliano <strong>investimenti sulle reti</strong>, anziché sulle centrali. Ma il carbone <strong>alla borsa elettrica</strong> produce profitti molto più elevati ed è per questo che le centrali a carbone oggi attive in Italia viaggiano “a tutta manetta” a dispetto dei danni ambientali e dell’esuberanza di potenza disponibile.</p>
<p>Dal punto di vista ambientale non c’è bisogno di spiegare che la combustione del carbone è assolutamente incompatibile con il sistema del Delta del Po. Dal punto di vista <strong>occupazionale</strong> si verrebbero a creare 200 nuovi posti di lavoro, che sarebbero ampiamente ripagati dallo sviluppo in loco di biogas, biomasse, solare termico, efficienza degli edifici,<strong> </strong>accessi facilitati e consortili al fotovoltaico. Una buona ragione per fare delle manifestazioni del 29 ottobre il punto di partenza per un bilancio energetico locale-globale e per i suoi effetti climatici all’altezza delle sfide che si devono raccogliere anche sul proprio territorio.</p>
<p><em>In alto, la locandina della manifestazione &#8220;Fermiamo il carbone&#8221;. Per ingrandire <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/Manifestaz_Adria2910_Pagina_1.jpg" target="_blank">clicca qui</a></span></em></p>
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		<title>Energia, il vecchio allo scontro col nuovo</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 12:06:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Agostinelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il vecchio mondo cerca di bloccare il nuovo. Confindustria e produttori tradizionali di energia elettrica chiedono una moratoria allo sviluppo delle fonti rinnovabili e agli impianti di accumulo. Enel rilancia il carbone a Porto Tolle (dove il 29 ottobre si svolgerà una manifestazione nazionale) e chiede di potenziare le linee di trasmissione sulla dorsale adriatica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il vecchio mondo cerca di bloccare il nuovo. Confindustria e produttori tradizionali di energia elettrica chiedono una moratoria allo sviluppo delle fonti rinnovabili e agli impianti di accumulo. Enel rilancia il carbone a <strong>Porto Tolle</strong> (dove il 29 ottobre si svolgerà una manifestazione nazionale) e chiede di potenziare le linee di trasmissione sulla dorsale adriatica per accogliere l’elettricità profusa dai <a href="http://www.euractiv.com/climate-environment/greens-alarmed-eu-lobbies-maintain-kosovo-coal-plant-news-507494?utm_source=EurActiv+Newsletter&amp;utm_campaign=a694d60e1a-my_google_analytics_key&amp;utm_medium=email" target="_blank">nuovi impianti a lignite in gestazione in <strong>Kosovo</strong></a> o immessa dai reattori nucleari gestiti in compartecipazione nell’Europa dell’Est. Il suo Ad, <strong>Fulvio Conti</strong>, minimizza la vittoria dei sì antinucleari confermando l’intenzione di aumentare il peso del settore atomico dell’ente in Slovacchia, Spagna e Francia grazie alla collaborazione con Edf.</p>
<p>Dopo il 12 e 13 giugno, nonostante l’indicazione di 27 milioni di votanti, ha quindi ripreso vigore la battaglia dei produttori e dei grossi consumatori di energia contro i produttori di elettricità da fonti rinnovabili. Due sono i fronti aperti dai vecchi poteri che si muovono su scala internazionale. Da una parte l’abbassamento “drogato” del costo di mercato del gas ottenuto a prezzo di elevatissimi impatti ambientali (lo <strong>“</strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://oronero.wordpress.com/2010/08/16/shale-gas-gas-da-scisti-europa-introduzione/" target="_blank"><strong>shale gas</strong></a></span><strong>”</strong> di Usa e Canada) accompagnato dalla bufala del <strong>“carbone pulito”</strong> abbinato al pericolosissimo sequestro di CO2. Dall’altra, una <strong>gestione della rete elettrica </strong>che impedisca<strong> </strong>un utilizzo efficiente dell’eolico e del solare attraverso gli accumuli e la diffusione delle <em>smart grids</em>.</p>
<p>Già nei mesi scorsi, appena <strong>Terna</strong> aveva palesato i propri progetti per costruire impianti di accumulo, forte era stata la reazione di Enel e Confindustria. Ora lo scontro si è riacceso e non riguarda al momento impianti di pompaggio idroelettrici, ma vere e proprie &#8220;batterie&#8221; per un totale di 130 MW, che Terna intende costruire nel Sud d&#8217;Italia per <em>&#8220;evitare che parte dell&#8217;energia prodotta con le fonti rinnovabili vada sprecata&#8221;</em>. In effetti, il &#8220;vecchio&#8221; sistema elettrico è ormai compromesso dalla crescente produzione di energia elettrica da Fer, energia più difficile da dispacciare rispetto a quella prodotta con le fonti fossili. Da notare che le Fer questa estate hanno fatto il botto: a settembre, terzo mese consecutivo, il sole ha prodotto 1,3 miliardi di chilowattora. Il che equivale a <strong>quattro volte l&#8217;energia elettrica prodotta dal termovalorizzatore di Acerra</strong> da inizio anno!</p>
<p>L&#8217;intero sistema va cambiato perché non ci sarà più equivalenza fra produzione e consumo. Pertanto occorre poter <strong>accumulare</strong> il surplus e rendere più intelligenti le reti, capaci di funzionare in entrambi i sensi e riuscire a gestire la domanda di energia. È chiaro che qualcuno non è stato capace di prevedere i tempi e ha spinto la costruzione di centrali che secondo i business plan dovevano funzionare a ritmo pieno, mentre è un miracolo se funzioneranno a ritmo dimezzato. Eppure si continuano a progettare centrali, a modernizzarne di obsolete, a comprare energia dall’estero pur di fare profitti a danno dell’ambiente e della salute e, in ultima analisi, per far sopravvivere il vecchio al nuovo. La strategia energetica nazionale latita da anni e non c&#8217;è impegno assunto che sia stato rispettato con puntualità. Intanto, <strong>Confindustria</strong> chiede un&#8217;altra <strong>moratoria</strong>, questa volta sulle rinnovabili, un ennesimo stop and go perfetto per uccidere un settore in crescita. Così facendo i progetti migrano all&#8217;estero, i posti di lavoro idem.</p>
<p>È di questi giorni la notizia che in Qatar sorgerà un impianto per la produzione di silicio policristallino di capacità pari a circa 8.000 tonnellate l&#8217;anno. Questa notizia arriva dalle maestranze della <strong>Memc di Merano</strong> &#8211; la maggiore impresa sul territorio nazionale di produzione della materia prima per le celle fotovoltaiche &#8211; che hanno in vista il ricorso alla cassa integrazione in un periodo di boom che purtroppo non è accompagnato da una degna politica energetica e industriale da parte di questo governo. Ma attenzione! Ipotecare il futuro col passato è ciò che di peggio possiamo fare in questo momento. Carbonizzare l’economia, bloccare le nuove fonti, ritardare gli interventi sulla rete significa condannare il Paese a una crisi ancora più profonda dell&#8217;attuale.</p>
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		<title>Silenzio italiano sul futuro energetico</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Oct 2011 09:05:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Agostinelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A giudizio degli ambientalisti la tabella di marcia della Commissione europea per un uso efficiente delle risorse energetiche è poco coraggiosa per rispondere alle preoccupazioni climatiche. D’altro canto, le imprese ne criticano la scarsa attenzione alle ricadute industriali. Mentre si è aperto un confronto della massima importanza a Bruxelles, quello che più stupisce è come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A giudizio degli ambientalisti la <a href="http://resource-indicators.eu-smr.eu/home" target="_blank">tabella di marcia della Commissione europea per un uso efficiente delle <strong>risorse energetiche</strong></a> è poco coraggiosa per rispondere alle preoccupazioni climatiche. D’altro canto, le imprese ne criticano la scarsa attenzione alle ricadute industriali. Mentre si è aperto un confronto della massima importanza a Bruxelles, quello che più stupisce è come la dinamica innovativa della discussione in Europa <strong>non ricada affatto nelle istituzioni nostrane</strong>. Questo nonostante siano state stimolate dall’esito dei referendum di giugno e ora si dovrebbero preparare per tempo alle scadenze internazionali di Durban e di Rio sui cambiamenti climatici.</p>
<p>L’Unione Europea, con una posizione rimarchevole, ha suggerito di dissociare la crescita economica dall’uso delle risorse naturali, ammonendo che una crescente competizione mondiale per il loro accaparramento potrebbe mettere l’economia del continente in grandi difficoltà. Così è stata proposta la misurazione dei progressi nella lotta contro il cambiamento climatico con l’introduzione di una <strong>&#8220;produttività delle risorse&#8221;. </strong>Si tratta di un indicatore che misura il Pil contro il consumo di materiale espresso in euro per tonnellata. È certamente un passo avanti, ma che potrebbe essere insufficiente e fuorviante. In questo modo, infatti, si sottovalutano i consumi qualitativi di acqua e suolo così come le emissioni di CO2. Inoltre, non si tiene conto dell’utilità del <strong>riciclo </strong>e del<strong> riutilizzo</strong> dei prodotti e, quindi, di un’attenzione all’intero ciclo di vita di qualsiasi prodotto.</p>
<p>In uno dei suoi aspetti potenzialmente più dirompenti, la tabella di marcia della Commissione propone di trasferire l’imposizione fiscale dal lavoro all’uso delle risorse. <strong>Tasse verdi</strong>, in sostanza, con un ampliamento del campo di applicazione della direttiva vigente sulla tassazione dell’energia. Inoltre, l’organizzazione europea dei consumatori suggerisce di introdurre aliquote Iva ridotte per i prodotti verdi e servizi. Tutti, quindi, sembrano concordare sul promuovere i <strong>rifiuti</strong> come una risorsa fondamentale nella futura economia dell’Ue. Ma al fine di alimentare i rifiuti per l’economia come materia prima, è decisiva la raccolta differenziata, mentre lo smaltimento in discarica e l’incenerimento devono essere superati.</p>
<p>Anche se, a mio giudizio, la tabella di marcia della Commissione Ue si aggrappa ancora alla &#8220;ossessione ideologica&#8221; della crescita economica e scommette sul mito del &#8220;disaccoppiamento&#8221;, costituisce pur sempre un approccio avanzato da cui partire e su cui innestare un dibattito politico, culturale e scientifico. Purtroppo<strong> l’Italia è assente</strong> e il nostro Paese vive non solo di un declino economico, ma di una completa afasia della sua classe dirigente, nonostante le prove di partecipazione e di reattività di una popolazione viva e di nuove generazioni non rassegnate. Tanto al Cavaliere basta trattare il nostro futuro energetico dalla Dacia di Putin.</p>
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		<title>Muoversi e vivere a Milano</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2011 15:19:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Agostinelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel post del 28 settembre affermavo che concentrarsi esclusivamente sull’Ecopass, come si sta ancora facendo a Milano, corrisponde a dilazionare in maniera rischiosa la soluzione di uno dei problemi energetici più drammatici per una metropoli: quello di abitarla e di muoversi in essa. Da qualche decennio le amministrazioni meneghine non si sono cimentate con l’alternativa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/28/milano-e-il-mito-dellecopass/160595/" target="_self">post del 28 settembre</a> affermavo che concentrarsi esclusivamente sull’<strong>Ecopass,</strong> come si sta ancora facendo a <strong>Milano</strong>, corrisponde a dilazionare in maniera rischiosa la soluzione di uno dei problemi energetici più drammatici per una metropoli: quello di abitarla e di muoversi in essa. Da qualche decennio le amministrazioni meneghine non si sono cimentate con<strong> l’alternativa </strong>della rinuncia al veicolo individuale, ma si sono illuse che <strong>l’alternanza</strong> &#8211; frutto obbligato di mediazione tra gli interessi forti &#8211; tra giorni orribili e pause di respiro, tra targhe pari e dispari, tra veicoli che pagano e quelli che desistono, potesse fornire un limite a un consumo di spazio e all’emissione di inquinanti finiti fuori controllo. Da troppo tempo è sotto gli occhi di tutti un’incessante realizzazione di migliaia di chilometri di pedemontane e tangenziali attorno alle città lombarde. Infrastrutture pesanti che premono sulla cerchia milanese, convogliando su di essa un incontenibile traffico su ruote che non è affatto scoraggiato a rinunciare “all’ultimo miglio”. E’ il frutto di una insensata politica della mobilità prodotta da quindici anni di governo <strong>Formigoni</strong>, che ora va spezzata precludendo l’accesso all’auto individuale nella capitale della regione.</p>
<p>In tutti i capoluoghi di provincia viene di gran lunga superata la soglia annua di sforamenti consentita dall’Ue per le <strong>polveri sottili</strong>, che si diffondono e ristagnano sull’intera pianura. La Lombardia emette un quinto di tutta la <strong>CO2 </strong>del Paese, un quarto proveniente dal sistema dei trasporti e dai motori a combustione circolanti (5.700.000 autovetture!) per la massima parte verso il centro urbano più popolato. Il risanamento di un sistema assurdo che cresce sulle sue distorsioni e che potrebbe perfino peggiorare con i tagli al trasporto pubblico imposti dalla <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/29/asili-nidi-trasporti-pubblici-servizi-ai-disabili-ecco-cosa-i-sindaci-non-si-potranno-piu-permettere/154101/" target="_self">recente manovra di bilancio</a> non è rinviabile. Individuare un’alternativa radicale rappresenta un compito attraente non solo per gli ambientalisti.</p>
<p>Progettare mobilità sostenibile vuol dire individuare soluzioni per la salute degli abitanti, ma anche dare avvio a processi d’interazione “virtuosa” tra ricerca, servizi e industria in settori di avanguardia per affrontare la crisi in corso. Basti ricordare che i settori di specializzazione produttiva assegnati alla green economy sono in crescita a due cifre in tutta Europa; hanno tassi di occupazione da 1,4 a 4 volte superiori a quelli dei settori maturi e aprono prospettive di impiego valutate in<strong> 50 mila nuovi posti di lavoro </strong>al 2015 in Lombardia.</p>
<p>Questo può voler dire attivare con provvedimenti di rapido effetto nicchie di mercato territorialmente circoscritte, incentrate sulle <strong>flotte di mezzi</strong> adibiti a servizi di pubblica utilità per il trasporto di merci e persone. Flotte, perché no, di produzione nazionale per le quali cominci ad essere sviluppata, anche con il sostegno comunale, una rete adeguata di impianti di ricarica di energia elettrica da rinnovabili o di distribuzione di combustibili alternativi. Vuol dire, infine, un’attenzione condivisa di amministratori e cittadini agli aspetti organizzativi della <strong>vita in comune,</strong> come regolare modalità e tempi di accesso al lavoro, alla scuola e all’educazione, alla cultura, alla ricreazione, alla fruibilità delle aree urbane. Offrendo così, in sostanza, un contributo fattivo alla politica industriale e alla riorganizzazione del tempo e dello spazio in Lombardia. Terreni, questi, di partecipazione entro i quali al cittadino e al lavoratore non si affida il mero compito di spettatore.</p>
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		<title>Milano e il mito dell&#8217;Ecopass</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 16:04:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Agostinelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I dati del City Ranking Project pubblicati il 27 settembre parlano di disastro riferito al nostro Paese: su 17 città europee esaminate, Milano e Roma sono risultate ultime (rispettivamente 16esima e 17esima) nell’attuazione di buone pratiche per la riduzione di livelli di inquinamento da PM2.5, PM10 e NO2. Il fatto è drammatico, ma mi accorgo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I dati del <a href="http://www.spesaduepuntozero.it/2011/09/inquinamento-su-17-citta-europee-esaminate-milano-16a-e-roma-17a-le-peggiori/" target="_blank">City Ranking Project</a> pubblicati il 27 settembre parlano di disastro riferito al nostro Paese: su 17 città europee esaminate,<strong> </strong><strong>Milano e Roma sono risultate ultime</strong><strong> </strong>(rispettivamente 16esima e 17esima) nell’attuazione di buone pratiche per la riduzione di livelli di inquinamento da <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Particolato#Identificazione_e_misura_quantitativa" target="_blank">PM2.5, PM10</a></span> e <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Diossido_di_azoto" target="_blank">NO2</a></span></strong>. Il fatto è drammatico, ma mi accorgo che, a distanza di anni, mentre l’inquinamento di Milano cresce inesorabilmente, ci si continua ad avvitare attorno alla <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/27/letizia-smog-elettorale/113760/" target="_blank">soluzione <strong>“Ecopass”</strong></a> e alle sue varianti, rimanendo ancorati al massimo a qualche significativa correzione dell’atteggiamento esattoriale della Moratti. Un ex-sindaco certamente non lungimirante e, ovviamente, permissivo oltremodo verso quelle corporazioni del suo bacino elettorale che oggi si sentono impegnate a reclamare strenuamente il mantenimento di esenzioni anche con la nuova Giunta. In un contesto di ridotta discontinuità, rimane alta da parte dei nuovi amministratori l’attenzione ai possibili incassi (che naturalmente a distanza di quattro anni sono crollati alla metà e si sono concentrati sui veicoli commerciali) e così la riduzione del traffico viene collegata al più a sanzioni restrittive (come la <strong>“congestion charge oraria”</strong>), che farebbero il miracolo di ridurre i veicoli entranti e di alimentare contemporaneamente le casse comunali.</p>
<p>La monetizzazione di un bene comune &#8211; la salute e la salubrità dell’ambiente cittadino &#8211; anche se dettata da ottime intenzioni, non porta lontano, se non è inquadrata in una strategia che rende attrattiva e non punitiva la trasformazione. Una strategia di trasformazione a Milano per ora non è visibile. La capitale della Lombardia ha a disposizione l’occasione dell’<strong>Expo</strong> che, coniugato con la parola d’ordine che lo dovrebbe qualificare, “Energy for life”, dovrebbe mettere in mostra per il 2015 non prototipi esposti in vetrine luccicanti, ma una<strong> mobilità urbana sostenibile </strong>da esibire ai visitatori del resto del mondo. Con un riutilizzo delle aree dismesse, come lo scalo Farini o l’ex-Alfa di Arese destinati non ad abitazioni di lusso, alberghi o centri commerciali, ma a sedi di produzioni fondate sulle fonti rinnovabili e sulla mobilità sostenibile, di servizi informatici che rendano convenienti e praticabili car-sharing e noleggi di auto elettriche, di erogazione di elettricità da fonti rinnovabili, di carica di carburanti a ridotta emissione e di manutenzione di parchi di mezzi pubblici efficienti e meno inquinanti.</p>
<p>Naturalmente occorre precludere il traffico alla circolazione privata e ridisegnare flussi e aree di interscambio. Con la possibilità che Milano diventi una delle 30 <strong>“smart cities”</strong> d&#8217;Europa, così da accedere ai fondi Ue con l’obiettivo di ridurre del 30% le emissioni di CO2. Con, infine, un progetto complessivo sulla <strong>logistica</strong>, che sfrutti i finanziamenti residui dei progetti <strong>Urban</strong> e riduca la circolazione di un numero spaventoso di Tir, che ammorbano le tangenziali e fanno ristagnare le polveri sottili sopra l’intera area metropolitana. Una riorganizzazione a largo raggio, che consenta l’entrata delle merci nella città magari la notte con mezzi elettrici che utilizzano le linee dei tram o di giorno solo con veicoli ibridi o all’idrogeno attraverso le corsie preferenziali. Naturalmente, tutto ciò stimolerebbe politiche industriali e investimenti e favorirebbe nuova <strong>occupazione</strong> qualificata, ricerca per le Università, ricadute nell’economia locale.</p>
<p>Un progetto organico e di lungo respiro, che si intreccia con le modifiche da apportare al  piano regolatore ereditato dalla Moratti, giustificherebbe la transizione il più breve possibile dall’Ecopass e dalle sue varianti a una città ripensata per viverci e non per essere attraversata. Il nuovo sindaco e la nuova Giunta evocano speranze che hanno una base di consenso straordinaria. Ci sono le condizioni per non dover registrare fatalmente, anno dopo anno, le rampogne della Ue per i cresciuti livelli di inquinamento di una città che ha tutte le risorse per invertire la rotta pensando all’europea, come Milano ha sempre saputo fare nei suoi momenti migliori.</p>
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		<title>Mail, cloud e cambiamento climatico</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Sep 2011 07:38:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Agostinelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Greenpeace nel suo rapporto “Make it green” si è occupata di qualcosa di assolutamente controcorrente rispetto a quanto percepito dal senso comune: ha provato a scuotere l’opinione pubblica sul consumo di energia sporca conseguente all’attività apparentemente “immateriale” che si concentra nelle reti internet che coprono tutto il pianeta. In questo post riorganizzerò dati già diffusi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Greenpeace nel suo <a href="http://www.greenpeace.org/international/en/publications/reports/make-it-green-cloud-computing/" target="_blank">rapporto “Make it green”</a> si è occupata di qualcosa di assolutamente controcorrente rispetto a quanto percepito dal senso comune: ha provato a scuotere l’opinione pubblica sul consumo di <strong>energia sporca</strong> conseguente all’attività apparentemente “immateriale” che si concentra nelle reti internet che coprono tutto il pianeta. In questo post riorganizzerò dati già diffusi, sforzandomi tuttavia di leggerli e confrontarli alla luce della nostra consumata esperienza in attività più tradizionali, per aprire la strada a ulteriori valutazioni.</p>
<p>La gran parte di noi quando invia una e-mail, chatta, naviga o si sofferma su un blog, pensa di fare azione virtuosa o perlomeno innocente <strong>dal punto di vista energetico</strong>. In fondo, ragioniamo, si tratta di azioni incorporee, legate ad attività neurali e non muscolari, assai lontane dall’idea di consumo e spreco di energia a cui associamo talvolta le nostre preoccupate valutazioni. È pur vero che comunicando con la rete evitiamo spostamenti materiali, non facciamo viaggiare dispacci su veicoli pesanti e inviamo solo bit alla velocità della luce, ma l’enorme infrastruttura (reti, server, computer, cellulari) che sorregge i nostri clic è pur sempre stata costruita con consumi di petrolio, uranio, gas e carbone. Per funzionare ha bisogno di fonti energetiche e continua ad emettere enormi quantità di CO2.</p>
<p>Alcuni esempi che saranno ritenuti a prima vista “incredibili”, ma che hanno a monte calcoli accuratissimi, sono stati pubblicati dal quotidiano <a href="http://wwwc.ansa.it/web/notizie/canali/energiaeambiente/clima/2011/07/11/visualizza_new.html_787026799.html" target="_blank"><strong>Le Parisien</strong></a>. Provo a tradurli in quantità paragonabili alla nostra quotidianità. Tra il click di invio e la ricezione di un messaggio nella casella di posta elettronica di una foto (1Mb in buona risoluzione) emettete <strong>19 grammi di anidride carbonica </strong>nel sistema energetico attuale alimentato per la grandissima parte dai fossili. Che non è poco, considerando che la media delle emissioni delle auto immatricolate in Europa nel 2010, è di 140 grammi di CO2 per chilometro percorso. Di conseguenza, se inoltrate la mail con foto a tutti i vostri familiari è come se guidaste una vettura per un paio di chilometri<strong>.</strong> Poiché sono 250 miliardi le e-mail inviate in media ogni giorno nel mondo, è come se <strong>oltre 100mila auto compissero quotidianamente un giro completo lungo la linea virtuale dell’equatore</strong>. Se poi riflettiamo sul lavoro a computer, tenuto conto che secondo le statistiche un impiegato di una media azienda riceve in media ogni giorno 58 mail e ne invia a sua volta 33 (con logo dell’impresa e allegati) e contando 250 giorni lavorativi l’anno, un “travet” amministrativo o un tecnico di routine, esclusivamente per l’attività al calcolatore emetterebbe <strong>13,6 tonnellate di CO2 ogni anno</strong>.</p>
<p>Infine, un accenno sulla <strong>crescente “nuvola”</strong> che circonda noi e i nostri sempre più sofisticati terminali e dentro la quale competono grandi gruppi come Facebook, Yahoo, Google, Apple, Microsoft, Amazon etc. Immagazzinare dati multimediali su enormi server è sempre più indispensabile ed è sempre più stringente la richiesta di energia e, di conseguenza, risulterebbe necessario ricorrere all’efficienza e alle fonti rinnovabili. Mentre <strong>Facebook</strong> ha costruito il suo nuovo centro in Oregon alimentato da una centrale a carbone, <strong>Yahoo</strong> ha scelto per la sua espansione la fornitura da idroelettrico, riducendo l’impronta di carbonio conseguente. Intanto la domanda di energia della “nuvola” aumenta del 9% ogni anno e Greenpeace, preoccupata dell’effetto sul cambiamento climatico, chiede che la riduzione effettiva di emissioni ammonti al 15% nel 2020 rispetto al 2008. Ad oggi, per quanto riguarda la componente di rinnovabili utilizzata, <strong>Microsoft</strong> e <strong>Apple</strong> sono le peggio messe (nella fornitura ricorrono quasi esclusivamente a carbone e nucleare), mentre <strong>Google</strong> e <strong>Yahoo</strong> stanno abbandonando le fonti fossili per l’alimentazione dei nuovi centri in allestimento.</p>
<p>Alla luce di questi dati, chi avrebbe mai pensato che un clic di condivisione o un download di un filmato potrebbe contribuire a innalzare la temperatura del pianeta?</p>
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		<title>Un governo a corto di… energia</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 17:46:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Agostinelli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Basta essere un padre di famiglia, non un economista, per sapere che non sono le iniziative una tantum, ma gli interventi strutturali che possono ridurre realmente il rapporto tra debito e Pil e che sono più recessivi gli aumenti di tasse che i tagli alla spesa. Dopotutto, per dare un senso a sacrifici come quelli decisi dalla manovra governativa occorrerebbe una <strong>strategia</strong>, diciamo di accompagnamento, che stimoli fiducia, con regole che anche di fronte al timore di una recessione incombente facilitino attività economica in nuovi settori. Invece, non solo i sacrifici sono ripartiti in maniera iniqua, ma serviranno solo a continuare a pagare interessi sul debito e a rassicurare il mercato, che potrà continuare a giocare sulle nostre spalle, come ha fatto sinora.</p>
<p>Partiamo <strong>dall’energia</strong>, un settore di straordinaria rilevanza strategica e con enormi implicazioni future, sia sul versante economico, che ecologico e sociale. In questo ambito la <strong>manovra </strong>si rivela assurda, poiché non ha contemplato alcuna iniziativa di sviluppo del settore “green”, fra i pochi che nel biennio abbia prodotto lavoro e reddito. Non c’è alcuna misura semplificativa per incentivare impianti nuovi o sperimentali e comunque in linea con il decentramento dell’offerta energetica che accompagna la diffusione delle rinnovabili, così gradita ai comuni più “virtuosi” e attenti ai cittadini. Si è perfino persa l’attenzione agli sgravi fiscali mirati al risparmio. Perché – ci domandiamo – non c’è stato un annuncio dell’estensione della detrazione del 55% stabile per i prossimi cinque anni per interventi di efficienza energetica? Tremonti non ha provato a pensare a quanta Iva avrebbe incamerato? Bastava che conteggiasse quanta ne ha recuperata solo lo scorso anno grazie a un fotovoltaico che ha superato i 10.000 MW.</p>
<p>L’intervento invece è consistito nell’inasprimento di una tassa, la cosiddetta <strong>&#8220;<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/17/robin-hood-tax-togliere-agli-speculatoriper-ridare-ai-cittadini/92652/" target="_blank">Robin Tax</a>&#8220;,</strong> la cui storia ed evoluzione meritano di essere conosciute come esempi di una perversa fantasia al potere. Si tratta di una maggiorazione dell’aliquota Ires introdotta nel 2008 dall’attuale Ministro dell’Economia quale misura “etica” per tassare i profitti dei petrolieri e degli speculatori accusati dei prezzi record del petrolio e della benzina raggiunti nel corso di quell’anno, con lo scopo di utilizzarli come forma di sostegno alle persone bisognose attraverso la &#8220;Social card&#8221; (un’altra delle geniali invenzioni del presente governo!). Tanto per capire come procede da noi la politica fiscale e quale sia il suo rapporto con la strategia di sviluppo del Paese, nel 2009, con la legge n. 99 (ex Ddl Sviluppo), l’aliquota venne portata dal 5,5 al 6,5%, destinando i nuovi proventi al finanziamento dei giornali di partito.</p>
<p>Ora le norme approvate mutano di nuovo il quadro, ampliando il novero delle attività energetiche cui si applica la citata maggiorazione e includendovi anche le attività di trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica. Nel caso specifico delle <strong>fonti rinnovabili</strong> (biomasse, solare-fotovoltaica, eolica), viene abolita l’esenzione che le riguardava fino ad ora e si estende anche ad esse l’incremento dell’addizionale dal 6,5% al 10,5%.</p>
<p>Perché una tassa per una categoria industriale specifica come quella dell’energia, oggi in profonda trasformazione? Di fatto, colpendo il settore,<strong> </strong>si rischia di ridurre gli investimenti che sono urgenti per migliorare la rete elettrica e permettere l’utilizzo efficiente della produzione rinnovabile, che viene con una mano incentivata e con l’altra scoraggiata con più tasse.</p>
<p>In conclusione, che dire di un governo che aveva millantato il <strong>piano nucleare</strong> con l’obiettivo di ridurre il costo dell’energia ma nei fatti continua a considerare il settore come un paniere a cui attingere a richiesta? Probabilmente l’obiettivo è quello di tirare avanti il più possibile sulle spalle dei contribuenti, non di avere a cuore la vita, il lavoro e la salute delle persone che abitano il Paese.</p>
<p><em>A cura di Mario Agostinelli e Roberto Meregalli </em></p>
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		<title>Uniti contro le centrali a carbone</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 10:29:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Agostinelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sabato 27 agosto oltre 1000 persone a Coira, Svizzera, hanno preso parte alla manifestazione appoggiata da diverse organizzazioni ecologiste “Nessun danno al clima dai Grigioni: centrali a carbone addio”, per protestare contro la prevista costruzione di due centrali elettriche a carbone, in Germania e in Italia. La manifestazione, che ho potuto seguire direttamente, promossa dall’associazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato 27 agosto oltre 1000 persone a Coira, <strong>Svizzera, </strong>hanno preso parte<strong> </strong>alla manifestazione<strong> </strong>appoggiata da diverse organizzazioni ecologiste “Nessun danno al clima dai Grigioni: centrali a carbone addio”, per protestare contro la prevista costruzione di due <strong>centrali elettriche a carbone</strong>, in Germania e in Italia. La manifestazione, che ho potuto seguire direttamente, promossa dall’associazione Zukunft Statt Kohle (“Futuro invece di carbone”), si è data l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione locale per bloccare gli investimenti di Repower, un’azienda elettrica con sede nel cantone svizzero. Al Governo grigionese, che controlla il 46 per cento della società, sono state rivolte dure critiche e gli oppositori hanno annunciato di voler presentare un’iniziativa che imponga al governo locale di assicurare che l’azienda elettrica non possa investire all’estero in nuove centrali a carbone. Erano almeno centocinquanta gli attivisti giunti da Brunsbüttel in Germania e dall’Italia da<strong> Saline Joniche</strong>, dove dovrebbero tradursi in impianti insalubri gli investimenti di capitali elvetici. L’iniziativa nella capitale grigionese dimostra che l’impegno per il clima va ben oltre l’ambito locale e ha un riconosciuto valore internazionale.</p>
<p>Coira si connota nella storia elvetica come luogo di partecipazione, che associa il rispetto dell’ambiente all’immagine delle Alpi. Sebbene abbia ospitato un evento circoscritto, ha saputo rappresentare al meglio lo sbocco efficace di uno sforzo di preparazione in territori tra loro distanti e diversissimi, una volta tanto uniti da valori non commerciali. Il messaggio simbolico che la manifestazione ha rimandato, in un formidabile intreccio locale e globale, è stato molto forte e potrà produrre un effetto rilevante sugli stessi programmi energetici italiani. Pertanto <strong>la notizia va diffusa</strong>, proprio perché la stampa nazionale l’ha colpevolmente oscurata. Per la verità, una conferenza stampa tenuta a Reggio Calabria da Legambiente e dai movimenti meridionali contro il carbone ha cercato di rompere il silenzio, almeno sul territorio, ma la partita si gioca a un livello più alto. Nonostante le forzature del nostro governo e le pressioni sul posto, emerge l’incapacità dei sostenitori della centrale di dare risposte credibili ai ragionevoli dubbi sulla sicurezza, sui pericoli d’inquinamento e sulla reale ricaduta occupazionale. Mentre emerge chiaramente l’incompatibilità con le scelte di sviluppo sostenibile dell’area, l’operazione della centrale si manifesta per quello che è: il risultato della saldatura tra <strong>schieramenti politici, interessi d’impresa e interessi speculativi </strong>di soggetti locali, dove le infiltrazioni mafiose sono all’ordine del giorno. Con una copertura nelle sedi nazionali che contano.</p>
<p>Il nostro governo spinge, anche dopo il risultato referendario, per riconfermare un <strong>ricorso sconsiderato all’energia fossile</strong>, a discapito del modello territoriale fondato sul risparmio e sulle rinnovabili voluto dai cittadini. Lo sta a dimostrare anche l&#8217;inopportuna, se non cinica, presenza dell’amministratore delegato dell’Eni all’incontro tra Berlusconi e il rappresentante libico in Prefettura a Milano. Qui il cambio di casacca da sodali a nemici di Gheddafi è avvenuto non certo sotto il segno della libertà popolare riconquistata, ma del business del gas e del petrolio da accaparrarsi al più presto. D’altra parte tutta la <strong>manovra Tremonti</strong> è costruita per rilanciare modelli e ricette che si rifanno al vecchio e che sono direttamente responsabili di una crisi contemporaneamente finanziaria, ambientale e sociale. Nessun cenno o nessuna misura sul tema centrale dell’energia che contempli un rilancio occupazionale e un risanamento ambientale, né che si misuri con la rivoluzione necessaria nella lotta ai cambiamenti climatici, con gli orientamenti energetici più avanzati dell’Europa e con la volontà espressa dal corpo elettorale.</p>
<p>I segnali che vengono, ad esempio, dal Giappone, dalla Germania e, sempre più sorprendentemente, perfino dalla Svizzera, dicono che 27 milioni di cittadini italiani hanno anticipato i tempi di una difficile <strong>battaglia politica, economica e culturale</strong>, che non si è risolta evidentemente solo con un plebiscito, ma va istruita giorno per giorno sia a livello locale sia a livello più ampio. Le <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/29/giappone-si-spengono-i-reattori-nuclearie-il-paese-va-verso-lenergia-pulita/153696/" target="_blank">dimissioni del premier giapponese</a></span>, le <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/30/nucleare-la-germania-chiudera-tutti-i-reattori-entro-il-2012/114609/" target="_blank">decisioni del governo tedesco</a></span>, i nuovi <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://ec.europa.eu/clima/documentation/roadmap/index_en.htm" target="_blank">obiettivi di contenimento delle emissioni</a></span> approvate dall’Europa nel silenzio dei governanti italiani, fino ai fatti più “minuti” di Coira, indicano un processo attivo comunque in corso, dall’esito non scontato, ma a direzione irreversibile.</p>
<p>Lo richiama un’affermazione di Francesca Panuccio del Coordinamento dei movimenti contro la centrale di Saline Jonica: <em>“Abbiamo studiato, ci siamo informati, abbiamo condiviso, facendo rete con gli altri movimenti nocoke nazionali e internazionali, acquisendo quelle competenze che oggi ci permettono di ribattere punto su punto alle baggianate di Repower, che con fare presuntuoso tenta di scavalcare i pareri contrari degli enti locali e di imporre dall’alto il suo progetto scellerato: sappia che potrà derogare alle norme, ma non alla <strong>volontà popolare</strong>”</em>. E lo conferma la prima vittoria ottenuta dai movimenti del delta del Po: il  Tar si è pronunciato contro l’avvio dell’impianto Enel a <strong>Porto Tolle </strong>(una megacentrale di potenza pari a tre reattori nucleari Epr cancellati dal sì del 13 giugno) con la motivazione che non è possibile calpestare il parere degli enti locali e delle popolazioni o eludere gli scenari alternativi al carbone.</p>
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		<title>I privatizzatori di Stato</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Aug 2011 12:42:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Agostinelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sembrava ovvio ai 27 milioni di italiani che, con una maggioranza impressionante di sì, hanno votato ai referendum di giugno, che la stagione delle privatizzazioni dei servizi pubblici dovesse subire un’inversione di rotta. In fondo, che ci si debba sottrarre alla trappola per cui i mercati hanno la chiave del finanziamento dei diritti dei cittadini, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sembrava ovvio ai 27 milioni di italiani che, con una maggioranza impressionante di sì, hanno votato ai <strong>referendum </strong>di giugno, che la stagione delle <strong>privatizzazioni dei servizi pubblici </strong>dovesse subire un’inversione di rotta. In fondo, che ci si debba sottrarre alla trappola per cui i mercati hanno la chiave del finanziamento dei diritti dei cittadini, a partire da acqua e energia, è il monito che ci viene da una crisi che ha visto dilapidare tutte le risorse disponibili a vantaggio degli speculatori, degli stipendi impinguati dei manager, dei profitti delle banche. Nella crisi sono peggiorate le condizioni di vita popolari, si è deteriorato l’ambiente, si sono svalorizzati i beni comuni. Di conseguenza, l’opinione dei votanti del 12-13 giugno dovrebbe essere obbligatoriamente tradotta in un impegno degli <strong>enti locali </strong>e delle loro<strong> aziende municipalizzate</strong> per rendere al più presto operativi una gestione e un controllo pubblico dei servizi fondamentali per i cittadini.</p>
<p>Questo è il segnale mandato dalla Giunta comunale di <strong>Napoli</strong> e dalla Regione <strong>Puglia</strong>, che hanno fatto ben sperare avendo immediatamente assunto provvedimenti in quella direzione. Ma è bastato il trascorrere di qualche settimana per dar fiato a un <strong>Pd</strong> timoroso di perdere le rendite di posizione dei suoi amministratori nelle società dei servizi quotate in borsa. Anzi, si è assistito alla smania di privatizzazione rilanciata nei “salotti buoni” proprio da<strong> manager pubblici</strong>, paradossalmente nominati nelle loro funzioni per frenare l’assalto dei privati.</p>
<p>Così <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gian_Maria_Gros-Pietro" target="_blank">Gian Maria Gros-Pietro</a></span></strong>, frequentatore da decenni di tutti i consigli di amministrazione delle società ed enti pubblici in odore di privatizzazione (Iri, Eni, Autostrade) e da sempre lautamente messo sul conto di Pantalone con stipendi sconosciuti perfino alla casta politica, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=64163899" target="_blank">ha pontificato su <em>Affari &amp; Finanza</em></a></span> (<em>La Repubblica</em>, 18 luglio) sulla necessità di mettere sul mercato sia le aziende pubbliche compartecipate dallo Stato Italiano (Poste, Ferrovie, Fincantieri, Finmeccanica, Enel), dopo aver caricato sui contribuenti il loro risanamento per aumentarne l’appetibilità (Alitalia insegna), sia soprattutto le <strong>aziende in capo agli Enti Locali</strong>. Lì, a suo dire, ci sarebbe “la ciccia” o, per dirla con le sue parole, occorrerebbe<em> “liberalizzare i cespiti con determinazione ed energia per fare business”</em>. Un business che, ovviamente – e Gros-Pietro lo sa – fa gola in particolare proprio ai patrimoni che dalla manovra di Tremonti vengono esentati.</p>
<p>La partita di giro è micidiale: i soldi non versati al fisco servirebbero per diventare proprietari di quote oggi pubbliche e domani per essere remunerati con profitto dalle <strong>tariffe</strong> pagate dai cittadini, che invece le tasse le pagano per intero. Oltretutto, con l’onta della mistificazione, il regalo così ricevuto per decisione politica verrebbe spacciato per  un contributo al risanamento del deficit pubblico, utilizzando l’indebitamento pubblico come una leva per togliere ai cittadini il diritto a servizi partecipati e controllati. E per consegnare l’economia dei beni comuni ai <em>rentier </em>e alle banche che hanno provocato la crisi.</p>
<p>Non si pensi solo all’<strong>acqua</strong>, ma anche all’<strong>energia</strong>, un campo in cui un’indispensabile politica industriale di riconversione verso le rinnovabili gestita dal pubblico verrebbe sostituita dal rilancio dei grandi impianti finanziati dai privati e dalle multinazionali. Si veda per esempio l’interessamento francese per <strong>A2A</strong>, la più importante municipalizzata lombarda, purtroppo sempre più lontana dalla cura del territorio dove sono concentrati gli interessi degli abitanti e sempre più piegata alle pretese di un Consiglio di Amministrazione “stile Gros-Pietro” che non si è nemmeno accorto che a Milano abbia soffiato il vento di Pisapia e dei referendum.</p>
<p>Purtroppo, nonostante la “primavera italiana” e il pronunciamento della maggioranza dei cittadini, la<strong> logica neoliberista</strong> è ancora l’unica a essere riconosciuta come legittima dalla partitocrazia e dai grand commis che le ruotano attorno. Quando ce ne accorgeremo appieno e pretenderemo i diritti che le ultime scadenze elettorali ci hanno riconosciuto?</p>
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		<title>462 slide per discutere di energia</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jul 2011 09:37:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Agostinelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category>
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		<description><![CDATA[Qualche giorno fa il quotidiano La Repubblica ha pubblicato i dati di un sondaggio Demos-Coop sulle parole più utilizzate dagli italiani. Ilvo Diamanti ha commentato i risultati dai quali risulta che parole come “energia pulita”, “bene comune”, “solidarietà” e “cooperazione” sono diventate popolarissime sulla nostra penisola. Concetti tutti distanti dal sistema energetico ereditato dalla rivoluzione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche giorno fa il quotidiano <em>La Repubblica</em> ha pubblicato i dati di un <a href="http://www.demos.it/a00610.php" target="_blank">sondaggio Demos-Coop</a> sulle<strong> <a href="http://www.repubblica.it/politica/2011/07/18/news/nuovo_dizionario_italiani-19258877/index.html?ref=search" target="_blank">parole più utilizzate dagli italiani</a></strong>. Ilvo Diamanti ha commentato i risultati dai quali risulta che parole come <strong>“energia pulita”</strong>, <strong>“bene comune”</strong>,<strong> “solidarietà”</strong> e <strong>“cooperazione”</strong> sono diventate popolarissime sulla nostra penisola. Concetti tutti distanti dal sistema energetico ereditato dalla rivoluzione industriale e dal mito della “crescita illimitata”.</p>
<p>Le parole appunto! Rappresentazioni allusive del cambiamento in corso, da utilizzare con intelligenza, con rispetto e quasi moderazione. Parole vecchie e desunte e nuove e coraggiose, queste ultime ancora <strong>trascurate dalle notizie</strong> che ci trasmettono televisioni e radio o dai discorsi di politici che dicono per non dire e che affermano qualcosa un giorno e il giorno seguente sono subito pronti a ritrattare.</p>
<p>Ma per dare peso alle parole bisogna indagarne il significato, studiarne il senso e saperle utilizzare a proposito. Da qui l’idea di realizzare una sequenza logica di <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.energiafelice.it/slides/" target="_blank">462 <em>slide </em>digitali</a></span> </strong>in formato Power Point per confermare l’emergere di significative innovazioni e l’abbandono di vecchie soluzioni, e per riscrivere un racconto dell’energia adeguato al cambio di paradigma già in corso. Una discontinuità senza clamore ma irreversibile, imposta dal declino dei fossili e dei grandi impianti centralizzati e anticipata dal ricorso a fonti territoriali rinnovabili e dalla riduzione dei consumi.</p>
<p>Ho percepito l’utilità di questo racconto per immagini, subito dopo la splendida vittoria dei Sì ai referendum di giugno, per eventualmente offrire a studenti e insegnanti, operatori e lavoratori del settore, amministratori e consumatori, suggestioni e materiale di informazione altrimenti difficilmente reperibili in forma organica e sintetica. I dati esposti in grafici, immagini, proposizioni concise, sono i più aggiornati disponibili e possono essere organizzati e utilizzati liberamente. L’accesso è <strong><em>copyleft</em></strong>, come si usa dire per tutto quel materiale sul web che diventa condiviso, libero e aperto ad essere arricchito.</p>
<p>Il filo conduttore di questa documentazione è quello esposto nel libro <em><strong>Cercare il sole, dopo Fukushima</strong> </em>(2011) di cui ho già parlato <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/04/un-libro-per-il-referendum-e-oltre/115744/" target="_blank">in questo blog</a>. E come nel libro, le <em>slide </em>elaborate trattano l’energia come un bene comune, ne valutano i risvolti sia dal punto di vista ambientale che climatico, ne considerano gli effetti per l’economia e il lavoro, ne sottolineano il beneficio democratico. Il modello della crescita indefinita è analizzato come percorso senza via d’uscita e sono ampiamente trattate le implicazioni sui nuovi stili di vita, sull’occupazione, sulla riduzione dei consumi di materia ed energia: in sostanza il punto di vista che traspare è quello della <strong>prevalenza della vita sull’economia</strong>.</p>
<p>Il database di quasi 500 <em>slide</em>, consultabile dal sito <a href="http://www.energiafelice.it/" target="_blank"><strong>www.energiafelice.it</strong></a>, è suddiviso in otto sezioni, in cui si parla dei limiti del sistema energetico attuale, della crisi e della transizione energetica cui siamo obbligati, del nucleare e del suo rifiuto in Europa, delle fonti naturali rinnovabili e delle amministrazioni territoriali che devono fare i conti con stili di vita rinnovati. Il tutto per usare con un significato riconosciuto e in un contesto pubblico parole preziose che abbiamo nel nostro dizionario e che costituiscono, se accompagnate dai fatti, una scelta di opportunità a disposizione  per la democrazia, la partecipazione, la risposta alla crisi.</p>
<p>In dettaglio, le sezioni in cui il database è suddiviso sono: 1) Il racconto della nuova energia; 2) I limiti del sistema energetico attuale; 3) La crisi e la transizione energetica; 4) No al nucleare, dall’Italia all’Europa; 5) Energia e crisi climatica; 6) Le fonti naturali rinnovabili; 7)  Efficienza e rinnovabili: politica energetica, economia e lavoro; 8) Energie naturali sul territorio: amministrazioni e stili di vita.</p>
<p>Buona consultazione!</p>
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