<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Luca Telese</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/ltelese/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>La maledizione di Bersamella, perché il Pd vince ma non convince</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/24/maledizione-bersamella-perche-pd-vince-convince/240177/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/24/maledizione-bersamella-perche-pd-vince-convince/240177/#comments</comments> <pubDate>Thu, 24 May 2012 09:38:03 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Telese</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Casini]]></category> <category><![CDATA[Copasir]]></category> <category><![CDATA[doria]]></category> <category><![CDATA[Giuseppe Fioroni]]></category> <category><![CDATA[legge elettorale]]></category> <category><![CDATA[Massimo D’Alema]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[Orlando]]></category> <category><![CDATA[Pier Luigi Bersani]]></category> <category><![CDATA[pisapia]]></category> <category><![CDATA[sistema a doppio turno]]></category> <category><![CDATA[Violante]]></category> <category><![CDATA[Walter Veltroni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=240177</guid> <description><![CDATA[E dunque Pier Luigi Bersani si ritrova di nuovo infelice, di nuovo accerchiato dalle ombre, di nuovo sospettoso, di nuovo con il sorriso all’ingiù come un Pierrot triste, e con il broncio fumantino, esattamente come il suo sosia-cartoon, ovvero il noto Gargamella dei Puffi. Proprio lui: quello che prepara sempre piani perfetti che però vengono...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>E dunque <strong>Pier Luigi Bersani</strong> si ritrova di nuovo infelice, di nuovo accerchiato dalle ombre, di nuovo sospettoso, di nuovo con il sorriso all’ingiù come un <strong>Pierrot</strong> triste, e con il broncio fumantino, esattamente come il suo sosia-cartoon, ovvero il noto Gargamella dei Puffi.</p><p>Proprio lui: quello che prepara sempre piani perfetti che però vengono fatalmente sventati, che mette a punto i dettagli, ma poi si incaglia sempre in un imprevisto, viene sempre inchiodato al suo errore fatale, e vede svanire i suoi sogni. Ecco, in questi giorni <strong>Gargabersa</strong>, o <strong>Bersamella</strong> – che dir si voglia – ispira davvero simpatia, e si ritrova incastrato in questo paradosso. E ovviamente consigliato dal suo micione magico preferito, quel <strong>Massimo D’Alema</strong> che spiega a L’Espresso, a metà fra l’indignato e lo stupefatto: “Quello che più mi ha impressionato è vedere come gran parte dell’informazione abbia assegnato la vittoria a Grillo!”. Un caso di manipolazione mediatica o cosa? Proviamo ad esaminare i fatti.</p><p>Bersani e il <strong>Pd</strong> <strong>hanno vinto le elezioni</strong> sul piano numerico, senza dubbio alcuno. Ma Gargabersa vince arretrando, e, la sera stessa del voto innesca lui stesso, con un plateale errore di comunicazione (che D’Alema ieri proseguiva), il meccanismo che lo sta avvolgendo nelle sue spire. Fin dalla prima dichiarazione sulla “non-vittoria” di Parma, infatti, lunedì scorso il segretario ha polarizzato l’attenzione sulla sconfitta nel capoluogo emiliano. E adesso si ritrova inseguito anche la notte dagli spettri del Cinque stelle, dal paradosso di un gruppo dirigente che riesce ancora a muovere i numeri, ma non ad accendere i cuori e a selezionare leader carismatici, storie individuali che possano farsi popolo (e vincere).</p><p>Ancora una volta, dopo quello che è accaduto a Milano, a Napoli e a Genova, sono i partiti “minori” della coalizione a fornire i quadri dirigenti a selezionarli, ad imporli alle primarie. Il primo paradosso di Bersani è tutto qui. Il secondo è che il risultato elettorale ha fotografato in modo indelebile quella <strong>stessa coalizione</strong> che metà del suo gruppo dirigente – da <strong>Walter Veltroni</strong> a <strong>Giuseppe Fioroni</strong>, passando per Enrico Letta – considera con lo stesso entusiasmo di un invito ad una messa funebre. Quindi Bersani, esattamente come il mago Bersamella, vince le battaglie ma perde le guerre, perché i <strong>Puffi rossi</strong> di Idv e Sel dimostrano (per ora) di avere più fantasia e spericolatezza dei suoi candidati micioni, mentre quelli bianchi partoriti dal <strong>grillismo</strong> nelle urne hanno rivelato un’incredibile capacità di catalizzazione elettorale.</p><p>Anche sulla<strong> legge elettorale</strong> il Pd è in cortocircuito. Fino a ieri aveva lavorato alla riesumazione del proporzionale, con il lavoro “sporco” dell’incursore Luciano “bozza continua” <strong>Violante</strong>. Adesso il tavolo è saltato perché il primo turno delle elezioni ha piallato Terzo Polo e Pdl. Lo sbarramento che prima del voto amministrativo si ipotizzava per contenere Grillo e tenere a bada la sinistra radicale (8 %) adesso sarebbe superato sicuramente dai Cinquestelle e non sicuramente dal partito di Casini. Ma il peggio deve ancora venire.</p><p>Nei quindici giorni che precedono i ballottaggi gli emissari di Bersani trattano con Casini per convincerlo a sposare una vecchia passione dei diessini: il <strong>sistema a doppio turno</strong>. Poi quando (complice il fatto che il Pdl è così a terra da non opporsi più) il gargabersa-trucco sembra essere arrivato a compimento, ecco una nuova tegola. I dati dei ballottaggi (è un secondo turno anche quello) dimostrano che i candidati del Pd sono fragilissimi contro quelli grillini. Anzi, il paradosso nel paradosso è questo: i candidati neo-civici di sinistra, come era già accaduto con Pisapia, e come si ripete con Orlando a Palermo e con Doria a Genova, tagliano fuori dalla competizione i grillini perché gli sottraggono i voti necessari per andare al ballottaggio fin dal primo turno. Mentre al ballottaggio contro il centro o la destra la sinistra vince, gli uomini del Pd vengono travolti dalla cavalleria leggera del Cinque stelle perché i grillini intercettano il desiderio anti-apparato sia a destra che a sinistra. Il cuore del teorema di Parma, dal punto di vista elettorale è tutto qui.</p><p>Ed è interessante che un uomo del calibro di D’Alema, invece che comprendere questo snodo, precipiti subito nel cono d’ombra delle teorie cospirative. Nella sua intervista a Marco Damilano, infatti, il presidente del Copasir prova a ipotizzare chissà quale retroscena: “Le <strong>forze della borghesia</strong> – sostiene – operano perché la sinistra non vada al governo”. Quali forze borghesi, vi chiederete, e perché questa terminologia archeologica? D’Alema aggiunge di individuarle “in quelli che dicono: ‘ Meglio Grillo del Pd e quelli che giocano sul patto tra gli industriali e gli indignati’”. Insomma, un <strong>complottone</strong>. “Dal marxismo al marziano”, lo sfotte l’ex intellettuale di riferimento (oggi &#8220;montezemolino&#8221;) Andrea Romano. E Bersani si ritrova a cena con<strong> Monti</strong> a chiedere misure entro l’estate. Chissà se il segretario-mago e il micio maximo ogni tanto pensano al quel 5 novembre di un anno fa quando a San Giovanni Bersani urlava: “Siamo pronti a governare! Non abbiamo paura del voto”.</p><p>Solo tre giorni dopo Gargabersa era finito nella tela di Napolitano, incastrato a fare il portatore d’acqua dei tecnici. Perché questo fino ad oggi è stato il suo destino. Vincere, senza convincere. Nemmeno se stesso.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/24/maledizione-bersamella-perche-pd-vince-convince/240177/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Le armate di Grillo e il ghigno di Bersani</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/22/armate-grillo-ghigno-bersani/238069/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/22/armate-grillo-ghigno-bersani/238069/#comments</comments> <pubDate>Tue, 22 May 2012 13:14:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Telese</dc:creator> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Alfano]]></category> <category><![CDATA[ballottaggi amministrative 2012]]></category> <category><![CDATA[Bersani]]></category> <category><![CDATA[Casini]]></category> <category><![CDATA[foto di Vasto]]></category> <category><![CDATA[grillo]]></category> <category><![CDATA[M5S]]></category> <category><![CDATA[Parma]]></category> <category><![CDATA[pd]]></category> <category><![CDATA[pdl]]></category> <category><![CDATA[pizzarotti]]></category> <category><![CDATA[santanchè]]></category> <category><![CDATA[Udc]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=238069</guid> <description><![CDATA[Ce le ricorderemo le elezioni amministrative del 2012: un terremoto bipolare e un rompicapo elettorale da decrittare, come un enigma, una giornata di sorrisi di cartapesta, sguardi torvi e di facce pietrificate. Un vortice dove tutto turbina e nulla è come appare a prima vista. Nella politica formato Polaroid, che finisce in cortocircuito fra la cosiddetta...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ce le ricorderemo le elezioni amministrative del 2012: un terremoto bipolare e un<strong> rompicapo elettorale</strong> da decrittare, come un enigma, una giornata di sorrisi di cartapesta, sguardi torvi e di facce pietrificate. Un vortice dove tutto turbina e nulla è come appare a prima vista. Nella politica formato Polaroid, che finisce in cortocircuito fra la cosiddetta “Foto di Vasto” e la cosiddetta “Foto di Palazzo Chigi” (ovvero l&#8217;alleanza di governo twittata da Pier Ferdinando Casini), che foto è la “foto di Parma”, e cosa ci dice oggi? Quali sono le conseguenze che il “Parmacotto” grillino Pizzarotti introduce nel già terremotato sistema politico della Seconda Repubblica? Proviamo a partire dal <strong>Movimento Cinque Stelle</strong>.</p><p><strong>Il paradosso del raddoppio</strong></p><p>Ha vinto la sua sfida, su questo non c’è dubbio. Passa dal 5% delle elezioni regionali alla conquista di una grande città, alla prova del governo. Vince a Mira, Comacchio e (già al primo turno) Sarego. Tant’è vero che Beppe Grillo annuncia trionfante: “Dopo Stalingrado ora ci aspetta Berlino! E adesso riprendiamoci questo Paese”. Poi c’è la <strong>vittoria del centrosinistra</strong>. La coalizione raddoppia il numero dei suoi sindaci da 45 a 92. Si porta a casa 15 comuni su 27 nelle città capoluogo (prima ne aveva solo 9). Dovrebbe gioire. Ma se è così, allora, perché nella sede del Pd la faccia di Pier Luigi Bersani è nera, la bocca è ripiegata all&#8217;ingiù come quella di un Gargamella, il tono vagamente incazzoso? I leader del Pd italiano sono una varietà politica unica al mondo, tristi quando dicono di aver trionfato. Festosi quando perdono. Se fosse vera la prima cosa, Bersani dovrebbe almeno cambiare faccia. O magari evitare frasi boomerang che entreranno nella storia. Come questa: “Ci sono anche dei comuni dove abbiamo &#8216;non vinto&#8217; come Par-ma e Comacchio”. Il tono è vagamente sarcastico con i giornalisti. Ma nessuno gli ha ancora fatto una domanda, perché quando parla così, è ancora alla sua <strong>dichiarazione introduttiva</strong>. Subito dopo, il segretario, inanella un&#8217;altra perla memorabile della conferenza stampa, questa curiosa considerazione: “Voglio sfatare l&#8217;idea che noi contro i grillini perdiamo sempre. A Budrio e Garbagnate vinciamo noi!”. Excusatio non petita, difesa non necessaria. Bersani mostra l&#8217;istogramma dei comuni vinti, ma rivela di sentirsi quasi ferito dal successo grillino. La Serracchiani dice di più: “Parma oscura tutto il resto”. Grillo invece parla già della presa di Berlino, ma non può ignorare che senza il doppio turno (alle politiche il ballottaggio non c&#8217;è) la “presa di Stalingrado” sarebbe stata impossibile. </p><p><strong>Tormentone Udc</strong></p><p>Altro fermo immagine, <strong>il riverbero</strong> su scala nazionale. Il Pd viene indicato dal sondaggio della Emg di Fabrizio Masia al 25%. Ancora in calo. Primo partito, ma in retromarcia. Grillo, nello stesso sondaggio sulle intenzioni di voto nazionali sfiora il 13%, per la prima volta. Il secondo fermo immagine, nel Pd, di ieri è di nuovo nello studio de La7, nello speciale di Enrico Mentana. Anche Enrico Letta sembra inquieto. Ha un sorriso senza luce quando dice: “Bisogna capire che queste elezioni sono un grandissimo segnale di disagio. Ci serve una legge elettorale per <strong>allargare le alleanze</strong>, perché si governa solo con coalizioni più larghe e con il doppio turno”. Poi, durante lo spot, se gli chiedi perché mai, ti spiega: “Dobbiamo cercare l&#8217;alleanza con l&#8217;Udc”. Se il Pd non può sorridere, dunque, è perché in questa vittoria è prigioniero di due paradossi. Il primo è che (esattamente come il Pdl) nelle grandi città non è stato in grado di selezionare o di produrre una classe dirigente vincente. Anzi. Nelle grandi città vincono candidati selezionati con le primarie come Marco Doria (sostenuto da Sel) o come Leoluca Orlando, <strong>il “vintage”</strong> che non invecchia mai, che si porta 30 consiglieri dell&#8217;Idv in consiglio (con l&#8217;11%!) e cita Picasso sorridendo sotto le sue belle occhiaie: “Servono molti anni per imparare ad essere giovani”.</p><p>Il secondo motivo per cui mezzo Pd è inverosimilmente listato a lutto è perché vince – sì – ma con l&#8217;alleanza che una parte importante del suo gruppo dirigente (veltroniani, lettiani, fioroniani e centristi) non voleva. Non solo quella con Italia dei Valori e con Sel, ma, in moltissimi casi, anche con la <strong>Federazione della sinistra</strong>. Tant&#8217;è vero che, sempre Letta, ieri ripeteva: “Mi chiedo. Di Pietro può essere considerato di sinistra? Possiamo vincere le elezioni e pensare di governare con i comunisti? Io l&#8217;ho già fatto nel 1996 e non voglio ripetere l&#8217;esperienza!”. Ed ecco il problema: la base del centrosinistra e questeelezionihannoaffondato i sogni di convergenze post-democristiane al centro, e indicato una strada diversa. </p><p><strong> Il prezzo di Monti</strong></p><p>Il terzo punto decisivo è questo: è vero che erano elezioni amministrative, ma a sinistra vincono i candidati che sono fuori dalla maggioranza Monti. Stravince chi come Doria ripete: “Questo governo non ha risposto al disagio sociale”. Anche nel centro-destra questo è un effetto destabilizzante, che rafforza il partito dello staccate-la-spina. “Grillo – spiega Daniela <strong>Santanchè</strong>, la massima esponente – ha vinto con i nostri voti. Abbiamo offerto al popolo del Pdl un residence per terremotati di tagli e tasse, quello del governo Monti. E loro hanno preferito cambiare casa e prenderne in affitto un&#8217;altra, dai candidati del movimento Cinque Stelle. Possiamo recuperarli – conclude la pasionaria pidiellina – solo se cambiamo rotta”. È già pronta la sfida delle primarie con la granitica cerbiatta governativa, Mara Carfagna. Sono stati puniti i partiti del governo. Ma anche quelli del vecchio governo. È stata piallata la Lega, che perde sette ballottaggi su sette. E manda in tv un Bobo Maroni terreo, che ricorda il Claudio Martelli del 1993. Eredita un partito da raddrizzare, forse fuori tempo massimo. La mappa della Lega che non c&#8217;è più, è anche quella del M5S, che eredita i suoi voti. Provate a sentire cosa dice Giovanni Favia, il più visibile dei grillini: “Primo: abbiamo fatto boom, e questa volta lo hanno sentito tutti”. Secondo: “Si è dimostrata una balla l&#8217;idea che per vincere dovevamo coalizzarci”. Poi: “Terzo: vedo che il Pd è depresso.</p><p>Hanno ragione perché a Parma hanno capito che gli <strong>rompiamo il giochino</strong>. Ormai lottano per sopravvivere. Presto dovranno trovarsi un lavoro vero – conclude con l&#8217;ultima stoccata e per loro non sarà facile”. In questo mondo al contrario, in questo valzer di maschere che si scambiano i ruoli, anche un grillo – per una volta – può avere un sorriso caimano.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano 22 Maggio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/22/armate-grillo-ghigno-bersani/238069/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La tassa occulta di Marchionne alla Fiom. In arrivo il balzello anti sindacato</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/17/tassa-occulta-marchionne-alla-fiom/233027/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/17/tassa-occulta-marchionne-alla-fiom/233027/#comments</comments> <pubDate>Thu, 17 May 2012 17:22:47 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Telese</dc:creator> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[fiat]]></category> <category><![CDATA[Fiom]]></category> <category><![CDATA[Landini]]></category> <category><![CDATA[marchionne]]></category> <category><![CDATA[quote sindacali]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=233027</guid> <description><![CDATA[Da Equitalia a &#8220;Equifiat&#8221;: ed ecco che, come per un brutto scherzo, gli operai del più importante gruppo auomobilistico italiano si ritrovano in busta paga la &#8220;tassa Marchionne&#8221;, ovvero un incredibile balzello anti-sindacato di ben sette euro e mezzo al mese. Forse persino di più. POSSIBILE? Per quanto possa sembrare incredibile è quello che l&#8217;azienda...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Da Equitalia a &#8220;Equifiat&#8221;: ed ecco che, come per un brutto scherzo, gli operai del più importante gruppo auomobilistico italiano si ritrovano in busta paga la &#8220;tassa <strong>Marchionne&#8221;</strong>, ovvero un incredibile balzello anti-sindacato di ben sette euro e mezzo al mese. Forse persino di più.</p><p><strong>POSSIBILE?</strong> Per quanto possa sembrare incredibile è quello che l&#8217;azienda annuncia di voler fare attraverso alcune lettere inviate dai suoi avvocati ai legali dei metalmeccanici della Cgil. Una reazione ritorsiva, cioè, che la Fiat ha messo in campo dopo essere stata sconfitta in tribunale, proprio dagli avvocati della Fiom, e proprio sul trema cruciale delle trattenute sindacali. Queste lettere non sono solo una strategia difensiva, ma anche un segnale: quello che la guerra senza prigionieri fra il numero uno del Lingotto e il sindacato di <strong>Maurizio Landini</strong> continua senza esclusione di colpi. Così, per capire che cosa sia successo è necessario un passo indietro. Tutto comincia, ancora una volta, da Torino. Solo la settimana scorsa l&#8217;azienda di <strong>Marchionne</strong> subisce un gravissimo smacco e viene condannata nel capoluogo piemontese per attività anti-sindacale. L&#8217;oggetto del contendere erano le quote associative degli iscritti della Cgil (circa 15 euro al mese), che i dirigenti del Lingotto &#8211; al contrario di quello che fanno con tutti gli altri sindacati, Cobas compresi &#8211; si rifiutavano di prelevare dalle buste paga dei propri dipendenti. Da quando il sindacato di <strong>Maurizio Landini</strong> ha rifiutato di firmare il cosiddetto &#8220;contratto Mirafiori&#8221;, infatti, la Fiat aveva cessato la sua opera di sostituito d&#8217;imposta, appellandosi allo statuto dei lavoratori, così come è oggi, dopo essere stato emendato dal referendum dei radicali del 1995. Un modo come un altro per mettere in ginocchio la Fiom, a cui &#8211; fra l&#8217;altro &#8211; già non viene riconosciuti il diritto alla rappresentanza, e a cui sono state chiuse le salette dedicate in tutte le fabbriche del gruppo. Una scelta che ha costretto il sindacato ad allestire sedi di fortuna, a ricorrere a camper e &#8211; addirittura &#8211; a tende della Protezione civile collocate davanti ai cancelli. Quando si è votato, <strong>Landini</strong> e<strong> Airaudo</strong> hanno dovuto organizzare consultazioni parallele a quelle degli organismi di rappresentanza da cui il loro sindacato escluso, con il voto simbolico su una scheda in cui è scritto: &#8220;Voglio la Fiom&#8221;. I metalmeccanici della Cgil hanno anche ricostruito da zero tutto il loro tesseramento, e proseguito la battaglia sul piano legale portando il gruppo Fiat in Tribunale, chiamandolo in causa per la condotta seguita in undici stabilimenti.</p><p><strong>IL RISULTATO</strong> è stato clamoroso: perché la Fiat ha perso per undici a zero, condannata in tutti i casi a ripristinare la sua funzione di sostituto d&#8217;imposta. Nemmeno gli effetti del referendum del 1995, scrivono infatti i giudici nella loro sentenza, può impedire la cessione delle quote dei lavoratori al sindacato a cui liberalmente scelgono di aderire in virtù di un principio costituzionale : &#8220;È stato ripristinato un diritto elementare&#8221;, aveva commentato il responsabile auto della Fiom,<strong> Giorgio Airaudo</strong>. Tutto risolto dunque? Macché. Con una mossa a sorpresa (che peró è rivelatrice di una volontà politica chiara) la Fiat scegli di ignorare la sentenza e il suo spirito. Lo scrivono i legali dello studio <strong>De Dominicis</strong>, che rappresenta il Lingotto: &#8220;Le società da noi rappresentate , fatta ampia riserva di opposizione avverso l&#8217;indicato provvedimento &#8211; si legge nella loro lettera &#8211; ritengono di avere diritto comunque a ottenere il pieno e totale rimborso di ogni qualsivoglia onere conseguente alle attività di carattere gestionale, amministrativo e contabile e alle spese tutte collegate alle menzionate operazioni di accredito mensile&#8221;. Non solo: &#8220;Di ciò &#8211; scrivono gli avocati di <strong>Marchionne</strong> &#8211; verrà dato avviso anche ai singoli lavoratori interessati&#8221;. Ovvero, tradotto dall&#8217;avvocatese, gli iscritti subiranno una piccola campagna epistolare, a forte carattere dissuasivo. E a quanto ammonta il prelievo che la Fiat immagina di dover applicare per le sue spese gestionali: gli avvocati lo hanno già fissato, nella loro memoria difensiva. Di quanto? Sentite qui: &#8220;Questa difesa ritiene di dover stimare, avuto riguardo dei costi di una risorsa impiegatizia, un costo medio di 4, 5 euro per ciascuna cessione&#8221;. A cui secondo la Fiat vanno aggiunti &#8220;avuto riguardo ai costi nei praticati dagli istituti bancari nazionali per ciascun bonifico e agli oneri connessi per la materiale gestione contabile 3 euro&#8221;. Quindi, a seconda dei calcoli, 7 o 8 euro. &#8220;<strong>Marchionne</strong> – commenta <strong>Airaudo</strong> – si lamenta di essere costretto alle cause, ma è con questi comportamenti che ci costringe solo alle cause. Questo tentativo è grave per due motivi: da un lato cerca di imporre una tassa sulla libertà sindacale. Dall&#8217;altro cerca di intimidire gli iscritti. Su questo deve intervenire il governo&#8221;. Fornero se ci sei batti un colpo.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/17/tassa-occulta-marchionne-alla-fiom/233027/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Come difendersi da Equitalia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/14/come-difendersi-equitalia/228742/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/14/come-difendersi-equitalia/228742/#comments</comments> <pubDate>Mon, 14 May 2012 08:01:24 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Telese</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Equi-Romy]]></category> <category><![CDATA[Equitalia]]></category> <category><![CDATA[Federconsumatori]]></category> <category><![CDATA[giudice di pace]]></category> <category><![CDATA[ipoteca]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=228742</guid> <description><![CDATA[Roma, entri nel portone di via Appia 103, e incontri un cliente per le scale: &#8220;Anche tu sei venuto per Equitalia?&#8220;. Già, perché nella saletta dello studio legale di Romina D&#8217;Ambrosio, avvocato, due clienti su tre hanno in tasca l&#8217;inconfondibile busta con la stampigliatura nera e il terrificante logo dell&#8217;agenzia. Lei ci ride su: “In...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: left;">Roma, entri nel portone di via Appia 103, e incontri un cliente per le scale: &#8220;<em>Anche tu sei venuto per Equitalia?</em>&#8220;. Già, perché nella saletta dello studio legale di Romina D&#8217;Ambrosio, avvocato, due clienti su tre hanno in tasca <strong>l&#8217;inconfondibile busta</strong> con la stampigliatura nera e il terrificante logo dell&#8217;agenzia. Lei ci ride su: “In tempo di crisi, purtroppo, a Equitalia sono rimasti gli unici che ci danno lavoro”. La D&#8217;Ambrosio, per gli amici &#8220;Equi-Romy&#8221;, è anche consulente per l&#8217;Associazione <a href="http://www.federconsumatori.it/" target="_blank">Federconsumatori</a>, e riassume tutto con un dato incredibile: “<em>Quest&#8217;anno quindici consumatori su venti vengono qui per cartelle esattoriali. Noi siamo per il rispetto assoluto della legge, ma anche per tutelare molte persone che finiscono nel vortice delle multe e delle ammende ingiustificate e lievitate oltre ogni misura. Che spesso non hanno strumenti economici, né legali per difendersi dagli eccessi impositivi</em>”.</div><p style="text-align: left;">Per spiegarmi di cosa parla, la D&#8217;Ambrosio mi fa un esempio incredibile di <strong>lievitazione ingiustificata della multa</strong>: &#8220;<em>Ecco la storia, vera, di Michele De Marco Cervino. È un medico, nel 2007 riceve la notifica di una multa e la paga regolarmente, entro i sessanta giorni. Fate attenzione: si trattava di 207 euro</em>&#8220;. <strong>Pausa, comincia il film horror</strong>: &#8220;<em>Tutto a posto? Macché: nel 2011, De Marco si vede recapitare, per la stessa multa che ha pagato!, una cartella da 2.225,47 euro!</em>&#8220;. La D&#8217;Ambrosio tira fuori il ricorso per farmi vedere che non scherza: &#8220;<em>Sono andata con il mio cliente a Equitalia per chiedere lo storno della cartella</em>&#8220;. Risposta: &#8220;<em>Lei ha ragione, ma il credito ci è stato ceduto così dal Comune di Roma. Noi non possiamo entrare nel merito</em>&#8220;. E al Comune? &#8220;<em>Voi avete ragione, ma noi non possiamo fare nulla. Ormai abbiamo ceduto il credito a Equitalia, non ci riguarda più</em>&#8220;.</p><p style="text-align: left;">Ed è qui che entra in campo &#8220;Equi-Romy&#8221; D&#8217;Ambrosio: &#8220;<em>Ho studiato la cartella, e ho scoperto che avevano maggiorato il valore della multa del 20% per ogni anno. E che poi erano state aggiunte una miriade di spese inventate: notifica, iscrizione al ruolo, molte incomprensibili, e infine quella paroletta magica: “Maggiorazioni”. Cifre non spiegate. Se la immagina una pensionata alle prese con questo rompicapo?</em>&#8220;.</p><p style="text-align: left;"><strong>Giudice di Pace</strong>. Ed ecco invece che cosa bisognerebbe fare: &#8220;<em>Entro 30 giorni dalla notifica, bisogna subito ricorrere al giudice di pace</em>&#8220;. Prima fregatura: “<em>Grazie al governo Berlusconi bisogna versare il contributo unificato, da 37 a 200 euro</em>”. Postilla: “<em>Al giudice bisogna subito chiedere una sospensiva per evitare l&#8217;iscrizione di ipoteca su un immobile o su una macchina, le cosiddette &#8216;ganasce amministrative&#8217;</em>”. Drammatica subordinata: “<em>Da tre anni a questa parte, molti clienti arrivano qui senza sapere di avere già la casa ipotecata</em>”. Esempio: “<em>Una mia cliente, Anna Aurizzi, una persona già in difficoltà , ha avuto una cartella esattoriale per il mancato pagamento della mensa scolastica. Dopo che con le maggiorazioni era lievitata a 4.000 euro, abbiamo scoperto che le avevano già ipotecato la casa. Il fatto incredibile è che questo provvedimento è illegittimo per una sentenza della Cassazione a sezioni unite, per debiti inferiori a 8.000 euro. Lo avevano fatto lo stesso</em>&#8220;. Cancellazione. Morale della favola: <em>&#8220;Anna, che non lo sapeva, otterrà ragione. Ma intanto sono passati già quattro anni senza che arrivasse la sentenza. E così quella casa lei non la può vendere</em>&#8220;. Istruzioni per l&#8217;uso: “<em>Bisogna sapere che si possono sempre contestare le cartelle con sanzioni amministrative per le maggiorazioni. Il più delle volte un avvocato può dimostrare che sono illegittime</em>”.</p><p style="text-align: left;"><strong>Notifiche. Altro consiglio decisivo</strong>: “<em>In molti casi i comuni sono in torto formale per difetti di notifica. Ecco perché bisogna chiedere al proprio avvocato di controllare la notifica dell&#8217;atto da cui ha avuto origine la cartella. In tre casi su quattro non ci sono firme e la notifica non è avvenuta. Il che lede il diritto del cittadino di potersi difendere o scegliere di pagare</em>&#8220;. Ultima considerazione: &#8220;<em>C&#8217;è una legge sulla trasparenza degli atti amministrativi che viene quasi sempre ignorata. Resistere a Equitalia, quindi, non vuol dire combattere la legge, ma chiedere che sia applicata</em>&#8220;.</p><p style="text-align: left;"><em>Il Fatto Quotidiano, 12 maggio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/14/come-difendersi-equitalia/228742/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La notte della Bastiglia che cambierà l’Europa</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/08/notte-della-bastiglia-cambiera-l%e2%80%99europa/222574/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/08/notte-della-bastiglia-cambiera-l%e2%80%99europa/222574/#comments</comments> <pubDate>Tue, 08 May 2012 07:23:14 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Telese</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Bastiglia]]></category> <category><![CDATA[Europa]]></category> <category><![CDATA[Francia]]></category> <category><![CDATA[hollande]]></category> <category><![CDATA[presidente]]></category> <category><![CDATA[sarkozy]]></category> <category><![CDATA[sinistra]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=222574</guid> <description><![CDATA[Parigi, domenica sera, benvenuti nel tempo che cambia. Benvenuti nella notte della Bastiglia, nella notte di François Hollande, la notte della speranza francese, della grande battaglia elettorale europea, la notte dei mille colori e delle mille razze. Benvenuti nella notte in cui Parigi, per un giorno, è tornata Capitale del mondo e in cui tutti...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<div><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/05/hollande23-rullo.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-221463" title="hollande23 rullo" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/05/hollande23-rullo.jpg?47e3a5" alt="" width="190" height="130" /></a>Parigi, domenica sera, benvenuti nel tempo che cambia. Benvenuti nella notte della Bastiglia, <strong>nella notte di François Hollande</strong>, la notte della speranza francese, della grande battaglia elettorale europea, la notte dei mille colori e delle mille razze. Benvenuti nella notte in cui Parigi, per un giorno, è tornata Capitale del mondo e in cui tutti gli analisti si chiedono se questa festa un giorno sarà considerata<strong> l&#8217;inizio della fine o il primo passo di una resurrezione</strong>, per un continente strangolato dal debito e dalle politiche di rigore finanziario. Agli angoli delle strade cantano “Sarkozy-c&#8217;est-fini!”, la piccola Maristelle, sei anni e boccoli d&#8217;oro, grida dalle spalle del papà con il tricolore <strong>bleu-blanc-rouge</strong> disegnato a tempera sulle guance: “On changeeee!&#8221;, si cambia.</div><p><strong>Il vento della Grecia<br /></strong>Ci sono tanti venti che soffiano nelle vele del candidato socialista, in questa infuocata e gioiosa notte europea, e in questa settimana di passioni: venti di bufera che arrivano dalla Grecia, correnti carsiche che arrivano dall&#8217;Italia, rumori serbi, onde sismiche tedesche. Entri in piazza della Bastiglia, nel giorno della vittoria del partito della Rosa, e ti pare di essere alla festa per la finale di un campionato del mondo o in una delle piazze leggendarie del Novecento più popolare, quelle in bianco e nero degli anni Trenta. Entri in una piazza di gente arrampicata sui pali e appesa alle inferriate brunite delle finestre, una piazza di bandiere e di cartelli, di grida, cori, ragazzi seduti sopra le scatole d&#8217;acciaio dei semafori e stretti ai basamenti delle colonne, una piazza di champagne, panini con la salsiccia e sogni, voci che intonano la Marsigliese a ogni angolo. Quando da Atene arriva l&#8217;immagine delle svastiche ricomposte di Alba Dorata, i ragazzi sotto il maxi schermo fischiano: “Buuuuuuuùù”. Svastiche sul Pireo, inni nazionalisti a Belgrado, rose rosse a Parigi: <strong>questa crisi è come una porta girevole</strong>, che può proiettarti a destra come a sinistra.</p><p>Ha vinto Hollande, hanno vinto i socialisti, la “Gauche plurielle” che torna al potere dopo la lontana, quasi mitologica, stagione di governo inaugurata da François Mitterrand nel 1981. Ha vinto un candidato <strong>normale</strong> in un tempo anormale. Ha vinto il funzionario grigio che è riuscito nel capolavoro della sua vita, la metamorfosi: l&#8217;incarnazione di un destino diverso da quello che ha vissuto nei primi cinquant&#8217;anni della sua storia. Il candidato che ha un portavoce e consigliere politico con sangue italiano, Aquilino Morelle.</p><p><strong>I due Hollande<br /></strong>Ci sono due Hollande, che ci sono guardati allo specchio senza riconoscersi, in questa notte elettorale. Da un lato il gregario di partito che per vent&#8217;anni ha custodito l&#8217;eredità mitterrandiana come una reliquia, scalando i gradini dell’apparato con diligenza e mestiere. E dall&#8217;altro l&#8217;oratore trasfigurato dalla voce arrochita che domenica sera, alla Bastiglia, gridava il suo programma: “Oggi la Francia è diventata una speranza per tutta l&#8217;Europa, oggi da questa piazza torniamo a chiedere che l&#8217;Europa scelga la via della crescita!”.</p><p>Ci avevano raccontato, in questi anni, che la differenza fra destra e sinistra non esisteva più, che il “<strong>Sarkoberlusconismo</strong>” era l&#8217;unica lingua postmoderna in grado di tenere insieme il popolo e i consumi , la ricchezza e la dinamicità del mercato, le garanzie sociali e il consenso alle imprese. Ebbene, la notte della Bastiglia ha sgretolato questo luogo comune, questa suggestione giornalistica. Sarkozy ha perso anche perché nell&#8217;immaginario popolare era diventato “il presidente dei ricchi”, quello che sposa la fotomodella e se ne va in yacht con il suo amico imprenditore Vincent Bolloré.</p><p><strong>“Il cambiamento è ora”</strong><br />Mentre alla Bastiglia, in piazza a festeggiare, c&#8217;era un&#8217;altra Francia, c’erano facce che avrebbero appassionato Pierpaolo Pasolini, c’erano i ragazzi delle banlieue, il popolo delle periferie e delle province d&#8217;oltremare. C’erano i figli dei pieds-noirs, gli arabi di Francia, i francesi che ballano ritmi africani, le bandiere dei curdi e quelle arcobaleno dei gay che sognano il matrimonio e sono andati a votare perché la sinistra ha impugnato la bandiera dei Pacs. “Le changement c&#8217;est maintenant”, il cambiamento è ora, recitava lo slogan di Hollande. E lui ripeteva: “Ho fatto due scelte difficili: la proposta della patrimoniale e quella di assumere sessantamila nuovi professori nelle scuole pubbliche”. Riuscirà a mantenerle, assieme a quella – costosissima – di mandare i francesi in pensione a 60 anni?</p><p>In piazza, domenica sera, c&#8217;era quel <strong>52%</strong> di francesi che voleva cambiare. E nei corridoi del quartier generale socialista, a rue Solferino, si aggirava festante l&#8217;ex ministro della cultura dell&#8217;era Mitterrand, Jack Lang: “I socialisti che hanno accettato pedissequamente le ricette del rigore pagano: quelli che che hanno saputo raccogliere la speranza vincono”. Sono loro, i socialisti di Hollande. Il riferimento negativo è al Pasok dei Papandreou, spazzato via nelle urne e sorpassato dalla sinistra radicale di Syriza, dopo essere stato piegato dai precetti della Banca centrale europea e del Fondo monetario. Alla Bastiglia ballano, cantano, ogni tanto sugli schermi va in onda il video più gettonato della campagna, quello con i colori fosforescenti che si alternano: “Per tutti quelli che hanno vissuto il 1981/ e ricordano il cambiamento/ per tutti quelli che non l&#8217;hanno vissuto/ e vogliono viverlo per la prima volta”.</p><p><strong>Il presidente e l’utilitaria<br /></strong>Sarkozy arrivò sul palco del cambiamenti con una lussuosa berlina Citroën. Hollande a bordo di una monovolume familiare, la Mégane. Un segnale anche quello? “C’è un popolo che spera in Francia in Europa – grida lui – e grazie a noi vuole farla finita con l&#8217;austerità”. Viene in mente, mentre il neopresidente avanza con la sua bellissima e intelligente compagna (la giornalista Valerie Trierweiller) che per una volta<strong> l&#8217;assenza di carisma è stata un vantaggio</strong>. Se a correre fosse stato Dominique Strauss-Kahn, l&#8217;ex direttore del Fondo monetario internazionale che senza una cameriera di New York e uno scandalo sessuale sarebbe stato il candidato incontrastato, per lui sarebbe stato impossibile fare una campagna come quella di Hollande. Impossibile attaccare da sinistra Sarko sulle politiche economiche, impossibile sparare sulla “dittatura delle banche”, come ha fatto in questi mesi Hollande. “C’è chi tiene più al denaro che alla gente – ha gridato in un comizio – per me è esattamente il contrario”.</p><p>La crisi ha radicalizzato le alternative. Ha portato voti alla sinistra quando la sinistra ha rifiutato le politiche di rigore, e ha arricchito il bottino elettorale dell&#8217;estrema destra e dell&#8217;antipolitica quando le ha sposate. La crisi ha demolito il populismo liberale, e la sua politica di promesse, e vale <strong>per Silvio Berlusconi come per Sarkozy</strong>.</p><p>La notte della Bastiglia, quando la rivedremo nei documentari, con il suo corredo di colori e di canti, resterà (qualsiasi cosa accada) la notte in cui la direzione del vento è cambiata. Per andare dove? È questa la domanda a cui né la piccola Maristelle, né il trasfigurato Hollande sanno ancora ancora rispondere.</p><p>Il Fatto Quotidiano, 8 Maggio 2012</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/08/notte-della-bastiglia-cambiera-l%e2%80%99europa/222574/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La resurrezione della &#8216;foto di Vasto&#8217;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/04/resurrezione-della-foto-vasto/218652/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/04/resurrezione-della-foto-vasto/218652/#comments</comments> <pubDate>Fri, 04 May 2012 15:12:55 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Telese</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[A-B-C]]></category> <category><![CDATA[elezioni amministrative 2012]]></category> <category><![CDATA[foto di Vasto]]></category> <category><![CDATA[genova]]></category> <category><![CDATA[ultraporcellum]]></category> <category><![CDATA[verona]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=218652</guid> <description><![CDATA[Alla fine, per quanto possa sembrare strano, molto più che un turno amministrativo, questo voto sarà un referendum sulle alleanze, mai così incerte negli ultimi venti anni. Molto probabilmente sarà l&#8217;occasione per stilare un certificato di decesso del Popolo della libertà così come lo abbiamo conosciuto fino a oggi. Sicuramente sarà il sismografo che rivela...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Alla fine, per quanto possa sembrare strano, molto più che un turno amministrativo, questo voto sarà un<strong> referendum sulle alleanze</strong>, mai così incerte negli ultimi venti anni. Molto probabilmente sarà l&#8217;occasione per stilare un certificato di decesso del Popolo della libertà così come lo abbiamo conosciuto fino a oggi. Sicuramente sarà il sismografo che rivela la forza reale del Movimento Cinque Stelle. Vediamo perché e con quali effetti. Forse non tutti i sette milioni di italiani chiamati alle urne per le amministrative in 770 diversi comuni italiani se ne sono ancora resi conto: ma con il voto di domenica prossima influenzeranno la nuova legge elettorale, il destino del governo, e disegneranno anche le future coalizioni. Quelli di sinistra – per esempio – decideranno che ne sarà della tanto discussa &#8220;Foto di Vasto&#8221;. Ovvero del <strong>patto elettorale tra Pd, Idv e Sinistra e libertà</strong> che nei 25 capoluoghi in cui si vota è stato stilato in ben 19 città (comprese le 3 in cui ingloba persino l&#8217;Udc allargando i suoi confini). È l&#8217;alleanza più presente sul territorio contando sia la destra che la sinistra.</p><p>Già questa è una sorpresa, visto che molto dirigenti dell&#8217;ala centrista del Pd l&#8217;avevano precipitosamente dichiarata un progetto politico defunto, anacronistico e poco attraente. Sarà. Ma intanto il &#8220;patto ABC&#8221; (Alfano-Bersani-Casini) che regge il governo, ha trovato incarnazione – come ricordava <em>Il Corriere della Sera</em> – solo nella periferica Pozzallo. Mentre in tutte le città più importanti, il nuovo centrosinistra è stato scelto dai partiti sul territorio come la coalizione con più probabilità di vittoria: dalle regioni rosse al meridione, dal Piemonte alla Lombardia, dalla Liguria al Lazio.</p><p>Infine c&#8217;è una notizia che i sondaggi e le stime di queste ore rivelano in modo pressoché unanime, ma che i media hanno quasi occultato: lunedì sera il Pdl, potrebbe essere un partito archiviato dai suoi stessi sostenitori, passando <strong>da prima forza nazionale a terzo polo</strong>. Il primo motivo è semplice: dopo la rottura con la Lega, il Pdl ha perso la sua centralità coalizionale in tutto il nord. Ma anche in alcune capitali del Sud (vedi Taranto) dove è incalzato dalla concorrenza della coalizione di estrema destra di Cito (Mario, il figlio) alla propria destra. E soprattutto nella <strong>strategica Sicilia</strong>, dove, al centro, subisce la concorrenza durissima dell&#8217;Mpa di Raffaele Lombardo.</p><p>Prendiamo una delle città più importanti di questa tornata, <strong>Verona</strong>. Un tempo era considerata un bastione del centrodestra. Oggi tutto è cambiato: qui il sindaco uscente Flavio Tosi punta a vincere al primo turno e a fare cappotto contro gli ex alleati: &#8220;Il Pdl? Ma a Verona non esiste più – mi dice lui con un sorriso eloquente – già prima del voto. Le mie liste lo hanno svuotato di tutti i candidati che hanno credibilità e voti. Penso che arriveranno terzi dopo il candidato di sinistra&#8221;. Possibile? Sì, perché anche a Verona la sinistra è unita, mentre il Pdl, malgrado un candidati molto grintoso, è sostenuto da una lista civica.</p><p>Prendete un&#8217;altra città decisiva. Per motivi del tutto diversi <strong>anche a Genova il Pdl è ai margini della sfida</strong>. All&#8217;ombra della lanterna molti sondaggi dicono che il centrosinistra, anche per effetto della lista Doria, potrebbe vincere persino al primo turno. Non a caso a Genova venerdì chiuderà Pier Luigi Bersani, e la destra si è divisa perché il Pdl non poteva mandare giù il nome di Enrico Musso, ex capolista di Forza Italia, poi ribellatosi a Silvio Berlusconi e coccolato dal Terzo Polo (che alla fine lo ha considerato &#8220;troppo laico&#8221;). Risultato finale: spezzatino elettorale a destra, anche qui.</p><p>E se persino a Genova il Pdl arrivasse terzo? Non è un mistero che prima delle amministrative, come per prendere atto anticipatamente di una sconfitta prevista e inevitabile, Silvio Berlusconi avesse lanciato una proposta-choc: &#8220;E se in questa tornata non ci presentassimo con il nostro simbolo?&#8221;. I notabili locali erano insorti, di fronte all&#8217;eventualità di essere cancellati sul territorio, e così la retrocessione sul campo che l&#8217;ex premier voleva mascherare resta possibile, con un dato persino inferiore a quello assegnato oggi dai sondaggi nazionali.</p><p>Ma allora, se questo fosse il quadro, a cosa servirebbe la riforma elettorale su cui A, B e C si stanno accordando in Parlamento? A impedire – per esempio – che l&#8217;alleanza di governo cada il giorno dopo il voto. Infatti, se il Pdl andasse sotto la soglia del 20% non avrebbe nessuna possibilità di essere<strong> competitivo</strong>. È vero che molti a destra sperano che ad attenuare il gap con la sinistra possa esserci il risultato delle liste Cinque Stelle, che l&#8217;Swg indica al 7%, ma in quel possibile dato (se si realizzasse sarebbe sensazionale) entrano anche, come raccontano quelli del movimento di Beppe Grillo, candidati delusi del centrodestra (e soprattutto della Lega).</p><p>Ecco perché <strong>l&#8217;ultraporcellum</strong> porterebbe a casa tre modifiche salva-Pdl.</p><p>Eliminerebbe le coalizioni, renderebbe possibile l&#8217;indicazione di un candidato premier fittizio (impossibile che qualsiasi partito ottenga la maggioranza da solo), gratificherebbe di un premio le prime tre forze (ripescando la destra da una probabile sconfitta). Infine alzando lo sbarramento al 5% cercherebbe di realizzare l&#8217;ultima truffa: cancellare l&#8217;avanzata del Cinque Stelle. Più la sconfitta elettorale alle amministrative dell&#8217;ex centrodestra sarà forte, più il tentativo di camuffare la proroga del governo Monti sarà difficile, più la truffa dell&#8217;ultraporcellum sarà impresentabile. Ecco perché, anche stavolta, il voto locale avrà ricadute nazionali.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 3 maggio 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/04/resurrezione-della-foto-vasto/218652/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Sarkò: &#8220;Lo faccio esplodere&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/26/sarko-faccio-esplodere/208518/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/26/sarko-faccio-esplodere/208518/#comments</comments> <pubDate>Thu, 26 Apr 2012 06:49:38 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Telese</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Francia]]></category> <category><![CDATA[francois hollande]]></category> <category><![CDATA[immigrati francesi]]></category> <category><![CDATA[Jean-Luc Mélenchon]]></category> <category><![CDATA[lingua francese]]></category> <category><![CDATA[Marine Le Pen]]></category> <category><![CDATA[presidenziali francesi]]></category> <category><![CDATA[sarkozy]]></category> <category><![CDATA[sinistra francese]]></category> <category><![CDATA[Xenofobia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=208518</guid> <description><![CDATA[Strozzinaggio”, “crimini”, “ladri”, “rivolta”, “barbarie”. Se arrivi in Francia dall’Italia e ascolti i comizi dei politici impegnati nelle elezioni presidenziali scopri una lingua straniera. Solo che non é il francese. Se arrivi in Francia e senti i politici parlare &#8211; da Francois Hollande a Nicolas Sarkozy, da Jean Luc Mélenchon a Marine Le Pen &#8211;...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Strozzinaggio”, “crimini”, “ladri”, “rivolta”, “barbarie”. Se arrivi in Francia dall’Italia e ascolti i comizi dei politici impegnati nelle elezioni presidenziali scopri una lingua straniera. Solo che non é il francese. Se arrivi in Francia e senti i politici parlare &#8211; da Francois Hollande a Nicolas Sarkozy, da Jean Luc Mélenchon a Marine Le Pen &#8211; ti accorgi che c’è una neolingua estrema che sta contagiando la politica europea, una neolingua incendiaria che tuona contro “la dittatura delle banche”, contro “il denaro”, contro “il profitto”. Solo che non è l’apparato sloganistico di qualche gruppuscolo, è ormai la lingua di tutti. La nuova lingua che la crisi ha prodotto in Francia è una lingua molto più <strong>radicale</strong> di quella parlata oggi nel nostro Paese da Beppe Grillo o dalla Lega, è una lingua che presto potrebbe diffondersi in tutta Europa, è la nuova lingua della politica nel tempo della paura e dell’insicurezza.   </p><p>Così non puoi che chiederti. Primo: chi l’ha inventata questa lingua? Secondo: arriverà anche in Italia? Entrambe le domande meritano risposta, visto che questo terremoto glottologico sta contagiando tutti, indifferentemente, a destra o a sinistra. Persino Sarkozy, che dovrebbe essere l’erede del francese marziale, cortese e <strong>cristallino</strong> del generale De Gaulle sembra adesso essere contagiato dalla febbre dello slang.</p><p>Ieri, Le Canard Enchaine ha rivelato un fuori onda dal dir poco imbarazzante per lui, visto che era riferito al suo avversario: “Hollande – diceva Sarkò – lo faccio esplodere, lo sfondo. Tiro fuori l’artiglieria pesante”. Parole che fanno sembrare quasi Infantile quel-l’Umberto Bossi del tempo che fu, che nel 1992 minacciava alla sua maniera Achille Occhetto: “Io al papero gli sgommo addosso!”. Si passa dalla lingua gradassa che mima il cartone animato, a quella cruenta che imita gangster movie. Solo che la lingua incriminata del presidente francese non è solo quella affidata alle rivelazioni<strong> informali</strong>, ma anche quella che in questa campagna elettorale ha adoperato pubblicamente, nelle piazze. E il primo a denunciare questa mutazione di codici comunicativi è stato un settimanale prestigioso come Time, stupito per quella caduta di stile che ha fatto dire a Sarko: “Il vero problema dei francesi è che abbiamo troppi immigrati!”. Un “presidente xenofobo” ha scritto Time. E che non fosse un episodio si è capito poco dopo, quando in un duello televisivo, Sarkozy ha rincarato la dose: “Gli stranieri lavorano poco, e spesso molto poco bene”. Mica male per uno che é figlio di un ungherese e che ha sangue di tre razze nelle sue vene, un lessico a dir poco incredibile per un inquilino dell’Eliseo. </p><p>Il fatto curioso è che questo cambio di passo è stato il frutto di una strategia studiata a tavolino dai suoi consiglieri politici che gli suggerivano di puntare la barra “tutta a destra”, per fronteggiare l’avanzata del Front National. Peccato che l’originale fosse inimitabile. E così mentre la Le Pen alternava toni apparentemente più <strong>sommessi</strong> sugli immigrati, la candidata di estrema destra alzava il tiro radicalizzando la sua lingua sui temi economici e sociali: “Io non ho paura di dire che sono qui a promettervi battaglia contro la dittatura dell’euro! Sono qui a promettere solennemente che ingaggerò una battaglia senza quartiere contro i signori dello strozzinaggio e della finanza”.</p><p>Basta prendere un qualsiasi comizio della leader dell’estrema destra per sentirla tuonare contro il nuovo nemico, contro “i vergognosi oligarchi della mondializzazione”, contro “i giornalisti conformisti, custodi del politicamente <strong>corretto</strong> che mormorano scandalizzati perché siamo quelli che diciamo pane al pane e vino al vino”. Poteva rincorrerla su quel terreno il presidente uscente? Non poteva. E così i commentatori francesi lo accusano due volte: di aver sdoganato la xenofobia, e di aver rafforzato la posizione del Front National. Ma anche a sinistra le parole sono diventate improvvisamente pesanti.</p><p>Ad esempio quando il candidato del Front de Gauche ha iniziato a tuonare “contro gli editocrati, i plutocrati e i partitocrati”. Quando ha attaccato a testa bassa “i signori della speculazione che hanno strangolato l’Europa e stanno cercando di ucciderla”. Quando ha promesso “un referendum contro la dittatura dell’euro”. Oppure quando dice: “L’asse del ‘Merkozy’ é il nuovo potere<strong> totalitario</strong> che prova ad uccidere la democrazia”. Tutto é diventato drastico in queste ore. E tutte le metafore sono diventate cruente: ritorna “la battaglia”, ritorna il bisogno di “rivoluzione” (a destra come a sinistra) ritorna la retorica dei leader che si rivolgono al “popolo”, lo interrogano, gli danno del “tu” o del “voi” e lo invitano a ribellassi e a mobilitarsi contro il nuovo nemico. “Le banche sono come le bande”, grida la Le Pen, “Le banche stanno uccidendo gli Stati”, grida Mélenchon. “Noi vi difenderemo dall’Europa delle banche”, grida persino Hollande, e aggiunge: “Noi non accettiamo di piegarci alla signoria del denaro!”.   </p><p>Fa una certa impressione vedere la Francia degli enarchi che hanno studiato nelle scuole più prestigiose seguire il vento della rabbia. Solo pochi mesi fa Hollande era ospite di Pierluigi Bersani e parlava la lingua<strong> compassata</strong> dei socialisti europei, ma questa campagna elettorale sembra aver sovvertito la sua iconografia di “uomo normale” che girava “in motorino” (lo ha raccontato il figlio, ad Anais Ginori) e aveva l’aspetto di un notaio. Adesso Hollande si radicalizza, promette patrimoniali, tasse sui ricchi, ma persino il voto agli immigrati, chiude i suoi comizi con “Bella ciao” (in italiano, lo ha fatto a Nantes).</p><p>La lingua della politica è il contenuto di una politica, la lingua della Francia nel tempo della grande crisi non ha ancora <strong>contagiato</strong> l’Italia perché in questi mesi si è imposto l’alfabeto dei tecnici. Ma bastano cento punti di spread e un aumento di Iva perché arrivi anche da noi.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 26 Aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/26/sarko-faccio-esplodere/208518/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Tra caviale, Suv e Antille: la casta dei Supercafoni</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/23/da-lusi-a-formigoni-tra-caviale-suv-e-antille-la-casta-dei-supercafoni/206297/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/23/da-lusi-a-formigoni-tra-caviale-suv-e-antille-la-casta-dei-supercafoni/206297/#comments</comments> <pubDate>Mon, 23 Apr 2012 07:10:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Telese</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[casta]]></category> <category><![CDATA[classe dirigente]]></category> <category><![CDATA[Daccò]]></category> <category><![CDATA[Formigoni]]></category> <category><![CDATA[leader]]></category> <category><![CDATA[lusi]]></category> <category><![CDATA[lusso]]></category> <category><![CDATA[scandali]]></category> <category><![CDATA[supercafoni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/22/da-lusi-a-formigoni-tra-caviale-suv-e-antille-la-casta-dei-supercafoni/206297/</guid> <description><![CDATA[C’è un’immaginario supercafone che è diventato, inchiesta dopo inchiesta, il retroterra morale (più spesso immorale) della politica italiana, il punto di arrivo delle sue aspirazioni, dei suoi desideri. 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Per quanto possa sembrare strano, c’è un unico filo che unisce il Kooly Noody di Pier Mosca e il resort dell’ex sottosegretario Carlo Maliconico, le Antille di Roberto Formigoni, il Suv in leasing del figlio di Umberto Bossi e la Porsche slovacca di Massimo Calearo, la vasca da bagno piena di cozze pelose, il patetico mercatino dei diplomini e delle lauree, i diamanti e i lingotti, il giochino delle regalie anemoni che solo un anno fa fecero la fortuna del leader spirituale della Cricca e che oggi sono diventate un sistema di pensiero.</p><p>C’è un minimo comune denominatore – insomma &#8211; che unisce tutte le storie di <strong>piccola e grande oscenità pubblica </strong>di questi tempi, le regalìe, le sconocchiatine, i massaggi, e i favoretti munifici distribuiti o bramati come status symbol. La prima cosa che colpisce è<strong> l’assoluta trasversalità della febbre super-cafona</strong>. Dirigenti giovani e meno giovani, deputati e governatori, sindaci e capi di partito, leader o trote, tutti sembrano uniformati ad un comune imperativo, ad un gusto kitch, a un bisogno di gratuità. Anche le differenze ideali sembrano essere fagocitate da questo pensiero omologante: cadono ugualmente, nella grande febbre supercafona, dirigenti di sinistra o di destra, di centro, di sistema o di antisistema. Impunemente a pancia piena Questo pensiero unico supercafonista, poi, è una sottocultura che si aggiunge ad un’altra sottocultura: quella dello scrocconaggio.</p><p>Si è fatta strada in molti leader della presunta classe dirigente che in questi anni ha governato l’Italia un pensiero di impunità. <strong>A loro è tutto è dovuto</strong>, a loro tutto deve essere pagato, a loro il kitch deve essere riconosciuto come un diritto. E infine c’è un altro male inconfessabile della politica. Un sentimento che le cronache giudiziarie non raccontano, e che anche quelle politiche di solito ignorano, ma che è sempre di più un nuovo morbo che avvelena la politica: la<strong> taccagneria</strong>. Dietro a questa vulnerabilità alle lusinghe e alla cultura del regaletto, infatti, si nasconde l’idea disperata che il politico italiano ha di se in questi tempi. Servono soldi, tanti soldi, e non si può cedere nemmeno un nichelino, perché il conto in banca è l’unica cosa che ti salverà quando dovrai combattere nel partito e fuori. Sabato intere paginate dei quotidiani erano occupate dalla <strong>lenzuolata epistolare </strong>di Roberto Formigoni. Una <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=191857&amp;sez=HOME_INITALIA" target="_blank">lettera</a> apparentemente scritta con il capo cosparso di cenere, una lettera che vorrebbe essere sincera, e che probabilmente crede di esserlo. Formigoni, per esempio, spiega che lui ha perso le ricevute delle Antille, perché è preoccupato anche di difendersi giudiziariamente. A-sua-insaputismo: la sindrome E così non spiega il perché di quella voglia di esotismo, quella leggerezza (stando alla sua ricostruzione) nel farsi anticipare soldi da altri: “C’è una legge che fa obligo di tenere gli scontrini dei viaggi se questi viaggi non sono per lavoro?”.<br /> Scrive a Carla Vites, la sua compagna di Cl, moglie di uno dei suoi migliori amici, che lo ha infilzato dipingendo, in una lettera aperta, il pericolosissimo ritratto di un narciso anche onesto, ma terribilmente vulnerabile nel suo narcisismo. La Vites raccontava delle migliaia di euro spesi dall’imprenditore-amico Daccò per organizzare un tour di ristoranti di alto rango. Formigoni risponde con una affettuosa e carognesca chiamata di correo: “C’eri talvolta anche tu in quelle vacanze al mare e in quelle cene, lo sai”.</p><p>Il politico preso dalla febbre supercafona, insomma, prova a difendersi opponendo lo scudo dell’inconsapevolezza, e quello dell’<strong>a-sua-insaputismo</strong>. Scajola non sapeva che l’imprenditore e architetto gli stavano pagando la casa, Renzo Bossi intasca i soldi del rimborsino senza chiedersi come arrivano, i beni privati di Rosi Mauro si confondono osmoticamente con quelli della Lega e quelli del Simpa, Lusi se la gode con spaghetti al caviale da 180 euro in conto alla Margherita, a Calearo preme far sapere che ha bisogno dello stipendio parlamentare per pagare il suo mutuo privato, e che la sua Porsche elude le tasse e non le evade. Dopo Moro, il Trota Al futuro antropologo che studierà questo basso impero importa poco chi ha pagato la Porsche, ma piuttosto capire perché il gusto di questa pseudoclasse dirigente si è ridotto alla venerazione del lusso, delle vacanze negli atolli, perché è diventato così supercafone e conformista. Si dirà. Ma i politici rubavano anche ieri, e rubavano sempre. È vero. Ma il supercafonismo ci impone di scoprire perché i politici cadono in tentazione oggi.</p><p>Severino Citaristi violava la legge sul finanziamento non per se ma per il partito a cui aveva consacrato la sua vita, e questo – anche se socialmente non meno grave – è sicuramente molto diverso. <strong>I politici di ieri </strong>pagavano tangenti per sostenere un’idea di sviluppo sbagliata, ma avevano costruito autostrade, opere pubbliche e spesso modernizzazione e benessere, i politici di oggi sembrano tardo-adolescenti privi di bussola, assolutamente centrati solo sulla gratificazione del proprio narcisismo. Infine, sotto la scorza dell’Italia supercafona, sotto il maglioncino a girocollo di Bertolaso &amp; dei suoi simili c’è una<strong> cultura del leaderismo</strong> che è direttamente figlia di quel narcisismo splendidamente ritratto da Carla Vites.<strong> Sono tutti bambini,</strong> questi leader, sono tutti ugualmente viziati, sono tutti ugualmente narcisi, e per questo terribilmente vunerabili.<br /> Anche senza santificarlo, Aldo Moro era forse vulnerabile all’idea del potere, Enrico Berlinguer era di certo attratto da un’idea di assoluto, Amintore Fanfani – solo per fare dei nomi a caso – aveva sicuramente il senso e la vertigine della propria figura, ma nessuno di questi leader avrebbe considerato meno che indecente l’idea di venire stipendiati, mantenuti, omaggiati, con soldi pubblici o privati.</p><p>Quei leader leggevano libri, studiavano problemi, producevano grandi sintesi politiche, gestivano i loro partiti come ordini monastici, destinati a formare classe dirigente. Questi leader sono tutti arrotolati sul proprio ombelico, non leggono più, non studiano, non costruiscono futuro, vivono prigionieri dei propri staff e delle proprie auto blindate. La classe dirigente supercafona, chiusa in questa <strong>autoreferenzialità </strong>fa pena. Ed ecco perché questo ossessivo bisogno della gratificazione effimera del lusso, è figlia, soprattutto di una miseria culturale e di una sterilità politica.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 22 Aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/23/da-lusi-a-formigoni-tra-caviale-suv-e-antille-la-casta-dei-supercafoni/206297/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Mélenchon, l&#8217;uomo dei sogni</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/21/luomo-dei-sogni/205820/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/21/luomo-dei-sogni/205820/#comments</comments> <pubDate>Sat, 21 Apr 2012 15:01:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Telese</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[elezioni]]></category> <category><![CDATA[Francia]]></category> <category><![CDATA[francois hollande]]></category> <category><![CDATA[Jean-Luc Mélenchon]]></category> <category><![CDATA[presidenziali]]></category> <category><![CDATA[sinistra]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/20/luomo-dei-sogni/205820/</guid> <description><![CDATA[Da “meno tasse per tutti” (ad Arcore), a “più tasse per pochi” (in Francia). E così, per la gauche, la sinistra francese, è giunta l’ora della “Melanchonie”, che non è – come potrebbe sembrare – il sentimento della malinconia e del rimpianto, ma quello del dubbio per il destino di un nome, quello di Jean...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/melenchon.jpg?47e3a5"></a><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/melenchon.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-medium wp-image-206214" title="Jean Luc Melenchon" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/melenchon-300x193.jpg?47e3a5" alt="" width="300" height="193" /></a>Da “meno tasse per tutti” (ad Arcore), a “più tasse per pochi” (in Francia). E così, per la gauche, la sinistra francese, è giunta l’ora della “<strong>Melanchonie</strong>”, che non è – come potrebbe sembrare – il sentimento della malinconia e del rimpianto, ma quello del dubbio per il destino di un nome, quello di Jean Luc Mélenchon, che in queste ore è diventato una incognita decisiva nella politica francese.</p><p>Personaggio non privo di sorprese, Jean Luc, <strong>con sette vite nello zaino</strong>: ex trotzkista, ex mitterrandiano, poi critico del secondo mitterrandismo, attuale leader della sinistra radicale. Ha gli occhi verdi ma non è Carlà, è ispanofono ma è nato a Tangeri, ha un appartamento di 76 metri quadri a Parigi ma deve ancora pagare il mutuo, ha un’oratoria affilata come un rasoio, ma non è Beppe Grillo: in questi ultimi giorni tuona in ogni comizio contro le Banche centrali, contro la finanza, contro “la Borsa tedesca”, contro i “patrimoni dei ricchi”, definisce rudemente Marine Le Pen “una semi-demente”, ravvivando – dopo anni di slogan in provetta – il gusto per la polemica anche a sinistra, propone una super-patrimoniale ammazza-ricchi.</p><p><strong>Melanchonie</strong>: è lui “il terzo uomo” che emerge, dicono i sondaggi (sarà vero?) tra François Hollande e Nicholas Sarkozy. È lui la sorpresa del primo turno delle presidenziali. Le rilevazioni demoscopiche dicono che ha già superato di due punti la Le Pen, il che è tutto da verificare, se non altro perché è un fatto che la candidata del Front Nazional sia quotata “solo” al 15 %, ma è anche vero che i lepenisti sono storicamente sottostimati (visto che i francesi si vergognano di dire che votano l’estrema destra). Melanchonie per la sinistra e per la destra, dunque, a cui contende ora il ruolo dell’outsider tra i due favoriti.</p><p>Ma soprattutto melanchonie per lo <strong>stato maggiore di rue Solferino</strong>, il quartier generale socialista dove tutti ricordano con orrore cosa accadde quando Jean Marie Le Pen andò al ballottaggio contro Jacques Chirac dopo aver fatto fuori l’amatissimo Lionel Jospin, il leader della gauche plurielle, l’ultima sinistra che sia riuscita a vincere in Francia.<strong> Jospin</strong> era un vero leader, con la sua faccia da protestante colto e la sua lingua bella chiara e terribilmente pedagogica, ma il popolo della sinistra francese era arrabbiato con i suoi dirigenti, e dal calderone dello scontento saltò fuori il risultato incredibile del postino trotzkista Oliver Besancenot (arrivò all’ 8 %) che sottrasse consensi decisivi al candidato socialista. Poi venne il tonfo di Ségolène Royal, troppo radical chic per sfondare. Anche oggi il malcontento verso la sinistra istituzionale è forte: “Se Hollande avesse la verve di Mélenchon – ha titolato l’insospettabile Libération, citando lo sfogo di un militante in piazza – sarebbe extra”.</p><p>Il fatto è che alla sinistra del Partito socialista si sono sempre condensati molti voti, nei primi turni di questi anni, ma è la prima volta che si concentrano<strong> tutti insieme su un solo nome</strong>. Il passo indietro decisivo lo ha fatto il Pcf, che dal 2009 ha stretto un accordo con il Partie de Gauche di Mélenchon, rinunciando alle sue inutili candidature di bandiera (come quella del “Babbo natale” Hue, segretario di partito privo di appeal esterno). Ma anche la grafica e la calibratura dei messaggi di Mélenchon in questa campagna sono stati studiati per pescare un po’ ovunque: nel logo del partito la parola “Front” prevale su tutto il resto occhieggiando al marchio di fabbrica del lepenismo, e lo slogan ufficiale è un brillante esempio di <strong>populismo progressista</strong>: “Prenez le pouvoir”. Ovvero: “Prendete il potere”.</p><p>Melanchonie e incertezza, dunque: mentre lui, invece, spiega che ha vinto la sua prima battaglia (quella della visibilità) perché ha messo in campo un pacchetto programmatico tutto centrato su tassazioni per i più ricchi: “La proposta di Hollande sulle imposte per chi guadagna più di un milione di euro è ridicola: ha copiato, e male, la mia”. E quale è questa proposta? Quella che – per esempio – gli ha fatto incassare due epiteti caustici dalla Bbc e dalla stampa britannica: “È un bullo narcisista con la passione della provocazione”, è un “pitbull dell’anticapitalismo”.</p><p>Di sicuro, nell’Italia in cui si discute da anni se tenere cinque aliquote o tre, o se si debba pagare o meno il tributo a “Roma Ladrona”, farebbe davvero paura la sua idea-bandiera: una super tassa sulla ricchezza secondo cui, i più abbienti dovrebbero subire una<strong> imposta del 100 % su qualsiasi parte di reddito superiore ai 300 mila euro</strong>. Grazie a questo gettito, secondo i calcoli di Mélenchon, il salario minimo dovrebbe aumentare del 20 %, i francesi andrebbero in pensione a 60 anni, gli operai e sindacati dovrebbero avere diritto di veto sulle delocalizzazioni e quello di prelazione, per rilevare le aziende se i loro imprenditori se ne vanno via: per poter finanziare tutta questa spesa sociale – aggiunge il candidato del Front – “la Banca centrale europea dovrebbe essere tenuta a prestare denaro al tasso privilegiato dell’ 1%, non più alle banche, ma direttamente ai governi europei”.</p><p>Tra i tanti bussolotti che il destino fa ballare nella lotteria delle presidenziali, il destino di Mélenchon dirà qualcosa anche alla sinistra italiana: ad esempio, se un radicalismo di sinistra molto aggressivo può ritagliarsi uno spazio nelle paure dei ceti medi declassati dalla crisi, e se i rapporti tesi, e la prova di forza fra le due sinistre arricchiscono o indeboliscono la coalizione. Chi vota in Francia sa già che sta decidendo le alleanze per le politiche. Chi vota alle prossime amministrative in Italia, invece, ancora non ha capito che sarà lui a decidere se vincerà la foto di Vasto o la tweet-alleanza Abc (Alfano, Bersani e Casini).<br /> Il bello è che<strong> Hollande e Mélenchon </strong>si sfidarono già nel 1997, nel congresso di Brest. Quando Mélenchon, in uno dei suoi discorsi più brillanti (sono la cosa che gli riesce meglio), fece commuovere i militanti citando l’appena scomparso Mitterrand con spirito di custode testamentario: “Mi ha detto: non arrendetevi mai, difendete la vostra rotta … Eccomi, sono qui che lo difendo!”. Venne giù la sala, quella volta. E poi, però, vinse il pallido Hollande.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 20 Aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/21/luomo-dei-sogni/205820/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>7</slash:comments> </item> <item><title>Dall&#8217;Uomo Qualunque al satiro arrabbiato</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/15/dalluomo-qualunque-al-satiro-arrabbiato/204587/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/15/dalluomo-qualunque-al-satiro-arrabbiato/204587/#comments</comments> <pubDate>Sun, 15 Apr 2012 13:45:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Telese</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[beppe grillo]]></category> <category><![CDATA[consenso]]></category> <category><![CDATA[l'Uomo Qualunque]]></category> <category><![CDATA[movimento cinque stelle]]></category> <category><![CDATA[politiche]]></category> <category><![CDATA[rappresentenza]]></category> <category><![CDATA[sondaggio]]></category> <category><![CDATA[Swg]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/15/dalluomo-qualunque-al-satiro-arrabbiato/204587/</guid> <description><![CDATA[E così, secondo Swg il terzo partito italiano sarebbe quello fondato da Beppe Grillo. 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E insieme c’è qualcosa di assolutamente nuovo e inedito.</p><p>C&#8217;è, nei sondaggi che segnalano una avanzata tumultuosa del Movimento Cinque stelle una sorpresa che non è una sorpresa, perché sempre i media e i commentatori non hanno mai capito da dove arrivava la novità elettorale, il ruggito di protesta, l&#8217;invenzione che scompiglia le carte sulla scena. È successo tante volte, e accade ancora, ma la storia si ripete con caratteristiche assolutamente originali: nel momento della sua massima forza, il movimento Cinque stelle sta affrontando la sua <strong>prima vera crisi di crescita</strong>. Si trova a un bivio fra il salto di qualità e la precipitazione nelle spinte centrifughe.</p><p>Nel primo dopoguerra il movimento di Guglielmo Giannini, <strong>l&#8217;Uomo Qualunque</strong>, sorprese tutti conquistando un clamoroso 5, 3 % nelle lezioni del 1946. Partiti con una classe dirigente di prim&#8217;ordine, che avevano scritto la Costituzione e giocato un ruolo da protagonista nella Resistenza, come il partito d&#8217;Azione, si dissolvevano per mancanza di elettori, e i qualunquisti, invece, con il loro giornale strillato, e le loro parole d&#8217;ordine scarlatte, conquistavano un milione 200 mila voti. Pescavano consensi a destra e a sinistra, fondavano l&#8217;archetipo della critica alla &#8220;partitocrazia&#8221;, ma alla fine si sgonfiavano sul nodo cruciale della scelta fra destra e sinistra. Nel 1972 l&#8217;onda della protesta gonfiò a soppressa, e per una sola stagione, le vele del <strong>Movimento sociale,</strong> che arrivò a un clamoroso 9, 00 % al Senato (8. 6 % alla Camera) raddoppiando i voti della elezioni del 1978. Così come rapidamente erano arrivati, quei consensi &#8211; all&#8217;insegna del celebre &#8220;Boia chi molla &#8221; &#8211; quasi si dimezzarono, solo quattro anni più tardi, dopo una scissione (quella di Democrazia Nazionale) che aveva portato via la maggior parte delle rappresentanze parlamentari.</p><p>Anche le diaspore a sinistra produssero sorprese. Nel 1976 tutti pensavano che la grande sorpresa arrivasse dal cartello della sinistra radicale raccolto sotto il pugno di <strong>Democrazia Proletaria</strong>. Anche qui c&#8217;era un giornale di riferimento &#8211; “il manifesto” &#8211; anche qui una grande delusione: i tre movimenti insieme presero appena l&#8217; 1, 5 malgrado la grande visibilità mediatica, e il legame con i movimenti. E Gianfranco Pajetta commentò con feroce sarcasmo: &#8220;Si sono dovuti mettere insieme in tre per fare un prefisso telefonico&#8221;. Era la soddisfazione del partito istituzione che vede fallire <strong>l&#8217;assalto dei contestatori</strong>. L&#8217;altra grande sorpresa della storia politica italiana, ovviamente non prevista nemmeno in questo caso fu &#8211; nel 1992 &#8211; la valanga elettorale della <strong>Lega Nord </strong>di Umberto Bossi. Nelle elezioni precedenti aveva preso solo uno striminzito 0. 48 %, ma in quell&#8217;anno, in cui tutti gli analisti pronosticavano una inesistente &#8220;Onda Lunga&#8221; del garofano di Bettino Craxi &#8211; Bossi e i suoi raggiunsero un incredibile 8. 6 % e ben 55 deputati. Ancora non se ne era accorto nessuno, ma era finita la Prima Repubblica: &#8220;I barbari &#8211; come scrisse Giampaolo Pansa &#8211; hanno fatto cadere l&#8217;impero&#8221;.</p><p>Nel 1994 la sinistra esaltava la sua &#8220;gioiosa macchina da guerra &#8221; e la valanga della sorpresa elettorale prese la via del <strong>partito di plastica di Silvio Berlusconi </strong>sulle ali degli spot martellanti e dei cieli azzurrini. Alle europee 1999, senza che nessuno ci avesse scommesso una lira (tranne loro che vendettero le frequenze della loro radio per finanziare la campagna elettorale) i radicali conquistarono il loro massimo storico con la famosa <strong>Lista Bonino</strong>: 8. 46 % dei voti e 5 deputati. Solo un anno dopo, alle Regionali quel consenso si dimezzava, per non tornare più. <strong>Ma a ben vedere i segnali anticipatori non mancano mai</strong>. Per i Radicali fu la campagna Bonino presidente. Per il movimento dei grillini i pesantissimi risultati delle elezioni regionali in Piemonte ed Emilia Romagna dove oggi ci sono 53 consiglieri comunali e due regionali del movimento.</p><p>Anche questa volta il consenso del movimento è trasversale. Anche questa volta c’è il successo di un organo di informazione del Terzo millennio, <strong>il blog di Grillo</strong>. Anche questa volta nel partito convivono un leader carismatico, lo stesso Grillo, e un numero due organizzativo che tesse le fila dietro le quinte, <strong>Gianroberto Casaleggio</strong>. E quando il movimento ha iniziato a essere determinante, anche il più postmoderno dei movimenti politici ha iniziato a dividersi. Le polemiche sono deflagrate. E proprio nella regione dove si era toccato il massimo dei consensi, <strong>l&#8217;Emilia</strong>.<br /> Andrea De Franceschi, consigliere regionale viene crocifisso sul tema cruciale dei rimborsi elettorali. Poi un altro consigliere emiliano, Giovanni Favia, forse il più efficace dei comunicatori mediatici, viene fatto oggetto di attacchi via web che lo accusano, nientemeno di &#8220;Berlusconismo&#8221;. Il terzo scossone è l&#8217;espulsione di Valentino Tavolazzi consigliere comunale a Ferrara, accusato di voler &#8220;partitizzare&#8221; il movimento. Poi, Maurizio Pallante economista, scrive il programma dei grillini sui temi dell&#8217;energia, ignorando il dibattito accesissimo sul web. E poi se ne va pure lui.</p><p><strong>La rivoluzione divora i suoi figli</strong>. Il carisma indiscutibile di Grillo talvolta diventa autocrazia. Così il grillismo, se si divide fra il sacerdote Casaleggio e gli eletti, rischia di implodere sul filo del suo traguardo: il trionfale ingresso in Parlamento. Se riesce il salto dalla web-democrazia alla rappresentanza, le Cinque stelle non saranno una meteora, e lasceranno un segno nella storia italiana.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 15 Aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/15/dalluomo-qualunque-al-satiro-arrabbiato/204587/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Il Padano e quel guscio (rotto) di tartaruga</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/il-padano-e-quel-guscio-rotto-di-tartaruga/203885/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/il-padano-e-quel-guscio-rotto-di-tartaruga/203885/#comments</comments> <pubDate>Thu, 12 Apr 2012 10:25:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Telese</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[bossi]]></category> <category><![CDATA[cerchio magico]]></category> <category><![CDATA[inchieste]]></category> <category><![CDATA[Lega Nord]]></category> <category><![CDATA[malattia]]></category> <category><![CDATA[Maroni]]></category> <category><![CDATA[orgoglio padano]]></category> <category><![CDATA[Renzo Bossi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/il-padano-e-quel-guscio-rotto-di-tartaruga/203885/</guid> <description><![CDATA[E poi, dopo il turbine di quel discorso, dopo le grida, gli urli, le luci, le cornamuse, le scope, i barbari che sognano, che insultano e che adesso gridano anche contro di lui. E poi, dopo l’ultimo bagno di folla, il senso di quella febbre malarica che lo avvolge e non lo lascia: il popolo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>E poi, dopo il turbine di quel discorso, dopo le grida, gli urli, le luci, le cornamuse, le scope, i barbari che sognano, che insultano e che adesso gridano anche contro di lui. E poi, dopo l’ultimo bagno di folla, il senso di quella febbre malarica che lo avvolge e non lo lascia: il popolo dei volti attenti, parlare da un palco, l’adrenalina che ti si infila anche nel corpo segnato dalla malattia e ti fa provare un brivido freddo. La vita per chi campa di politica è questo, <strong>anche quando ti fischiano</strong>.</p><p>E poi, l’emozione. Quando dice quella frase, a lungo rimuginata: “Chiedo scusa, ho rovinato i miei figli&#8230;”. Subito dopo gli viene da piangere, adesso sta pensando a lui. Così deve riavvolgere il nastro, capire quando tutto questo è iniziato. Il giorno dell’ictus: prima la vita a cento all’ora, senza fermarsi mai. E poi il buio. Oppure: il giorno in cui si è svegliato nella clinica con quel camice verde, mezzo corpo che non si muove più e tutto ha iniziato ad andare al rallentatore? Svegliarsi significa aggrapparsi a quello che ti è rimasto intorno. E poi il <strong>tartarughino</strong>. Prima che tutto questo accadesse, prima dell’ictus e della resurrezione, non l’aveva mai visto. Un giorno, quando era tornato a casa il suo figlio più piccolo gli aveva raccontato, con il sorriso dei bambini curiosi e felici di tutto: “Lo sai papà, che in giardino c’è una tartaruga che si è spezzata il guscio ma che è sopravvissuta? Un miracolo. Ieri l’ho vista camminare”.</p><p>In quel tempo lui ancora rideva e non pensava alle cose lente. Giocava con le parole e le minacce, cambiava <strong>tavoli da gioco e alleanze</strong>, mangiava sardine, minacciava e conciliava, si divertiva a collezionare iperboli: “Noi diciamo stupidaggini che muovono il mondo”. Non ci aveva fatto caso. Ma in una porzione del suo cervello quella storia era rimasta impressa con inchiostro indelebile. Poi il giorno del risveglio, il senso della colpa, che ti schiaccia. Il giorno in cui la famiglia è quello che ti salva, ma anche la prova di quello che hai perso: “Se tu fossi morto senza aver provveduto al loro futuro – gli aveva detto lei – di cosa avrebbero campato?”. E poi la fatica della riabilitazione. Del guscio spezzato si era ricordato all’improvviso, quando era tornato a sua casa. Lo aveva chiesto a sua figlio: “Ma davvero è sopravvissuto il tartarughino?”. Il piccolo lo aveva abbracciato commosso: “Papà, sei tornato quello che eri …”.</p><p>Sì, <strong>perché difficile è tornare. </strong>In ogni mondo e in ogni tempo, lui questa cosa degli uomini l’aveva imparata. Quanti ne aveva visti, anche nel Movimento. Emersi dal nulla, e nel nulla tornati, dopo aver dato tutto. Ma difficile era tornare. E lui era tornato. Anche sul palco, come aveva sempre fatto. Prima erano solo lui e <strong>il barbaro senza sogni</strong>. Il barbaro non aveva carisma, ma aveva testa. Lui non aveva testa, ma fiuto. Lui sapeva accendere i cuori con acrobazie senza rete, con la forza e le balle. Adesso con la salivazione lenta e il corpo rallentato. Con le parole che si inceppano, i sussurri. Aveva scoperto che anche quello poteva creare un brivido: “Non sono mica morto … ehhh”. E giù un boato, e lacrime. L’aveva pensata tante volte, quella frase, il suo biglietto da visita dall’oltretomba. Ma come era diverso vedere la gente che ammutolisce, perché non è preparata: sei uno che riemerge dall’ombra segnato, ma che ci scherza su. Il macabro e il tragico sono leve ancora più potenti della gioia e della rabbia.</p><p>Ma chiudere quel discorso da zombie chiamando sul palco suo figlio, era <strong>più di un simbolo</strong>: “Sto pagando un debito”, pensava. E stava dando una risposta a sua moglie. Lei gli aveva raccontato della brandina in soffitta, dei libri di magia, delle notti passate a leggere e a sperare, persino nel soprannaturale, per lui e per i loro figli. E lui le aveva promesso: “Ci penso io”. Il Cerchio era nato così, in quei giorni. Come una necessità della storia. Era diventato magico poi. Il cerchio era il debito con chi lo aveva aiutato a risorgere. E fingere di non capire era il suo <strong>nuovo meccanismo di difesa</strong>. Un capo guerriero deve dormire con un occhio solo. Un Lazzaro resuscitato accresce il suo mito fingendo di non sapere.</p><p>E poi c’era il suo <strong>Grande Nemico</strong>, quello che aveva chiamato “il mafioso di Brembate”. Quanto gli era piaciuto insultarlo su tutte le piazze. Come si era sentito padrone della storia quando aveva gridato nell’aula del Parlamento: “Il Nord le toglie la fiducia!”. E sentire il tonfo della caduta, perché in un <strong>combattimento fra tirannosauri </strong>conta solo restare in piedi. Ma sua moglie gli aveva detto che il Grande Nemico era rimasto vicino per tutta la malattia, leale al patto con cui avevano ricostituito l’alleanza. Adesso non lo vedeva più come un tempo, adesso non avrebbe più scherzato sul suo aereo privato definendolo “un tubetto di dentifricio”. Adesso sapeva che i soldi e le macchine ti salvano la vita, e che il conto della clinica erano centomila euro. Adesso erano tutti e due vecchi in lotta con il tempo: per la prima volta simili.</p><p>Aveva visto il suo movimento come una leva per sollevare il mondo, quando credeva alla forza. Adesso lo vedeva come una ditta e una casa. L’unica che aveva. Sua moglie doveva ristrutturare il terrazzo e pagare il conto. Era bello sapere che senza chiedergli nulla la sua ditta lo proteggesse, dopo che lui aveva messo a rischio la sua vita per la ditta. Il primo giorno nel nuovo giardino, era accaduto il miracolo: lui – che adesso vedeva meglio le cose lente che quelle veloci – aveva notato un movimento. Il tartarughino camminava lentissimo, trascinando la sua corazza. Il guscio sembrava che si fosse saldato da sé, con un piccolo burrone dove la corazza si era divisa. Aveva pensato: “Ci è successa la stessa cosa”.</p><p><strong>Quando aveva capito che il Cerchio magico era stretto intorno a lui?</strong> Subito. Era protetto, ma anche tenuto lontano da tutti. Il giorno in cui qualcuno arrivò al suo orecchio a dirgli che i due eredi costavano come il mutuo di una casa aveva fatto finta di smarrire il filo. Quando aveva visto le macchine non aveva chiesto. Si era ricordato di quando sua sorella gli gridava: “Mantegnùùù!”. Mantenuto, lui. Ma poi la sorella era tornata a cuocere bistecche e “il Mantegnù” aveva fatto la storia d’Italia. Aveva cancellato le storie brutte, e aveva chiamato il suo figlio ed erede il giorno più importante del movimento, sul grande prato: “Adesso sta studiando, a Londra”. Tutto poteva andare bene.</p><p>Le inchieste gli sono arrivate addosso come una tegola sulla testa. Le segretarie hanno detto troppo. L’autista aveva fatto i filmini. Le inchieste hanno infranto il cerchio magico. Il barbaro senza sogni e carisma lo ha chiamato, con lo stesso tono di voce con cui lo aveva chiamato lui quando stava per espellerlo: “Se vuoi salvare il movimento devi rinunciare a difendere i tuoi figli. E voglio la testa della pasionaria”. Ha capito che non scherzava. Sua moglie lo ha ascoltato senza dire nulla. La pasionaria bruna, per la prima volta in vita sua, ha pianto. Salire sul palco insieme al barbaro senza sogni è stato <strong>bello e terribile</strong>, è stato come risorgere con un sacrificio umano. Ascoltarlo mentre provava a imitarlo una tortura. Baciare la bandiera. Toccare le scope. Dire addio ai figli. Perché quando ti prendono che rubi la marmellata non ti salva nessuno. Quando ha finito di parlare, quando sono finiti gli applausi e fischi, ha pensato al tartarughino. Ed è allora che le lacrime gli hanno tagliato il fiato. Anche lui con la cicatrice sulla corazza. Anche lui vivo solo perché capace di sopravvivere a chi lo ama.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 12 Aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/il-padano-e-quel-guscio-rotto-di-tartaruga/203885/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> <item><title>La cultura costa</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/08/la-cultura-costa/203073/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/08/la-cultura-costa/203073/#comments</comments> <pubDate>Sun, 08 Apr 2012 07:25:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Telese</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[lauree]]></category> <category><![CDATA[Lega Nord]]></category> <category><![CDATA[manuela marrone]]></category> <category><![CDATA[Piermosca]]></category> <category><![CDATA[Renzo Bossi]]></category> <category><![CDATA[Rosi Mauro]]></category> <category><![CDATA[Scandalo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/08/la-cultura-costa/203073/</guid> <description><![CDATA[Quindi, se i calcoli sono giusti, 359 mila euro per lauree e diplomi di Renzo Bossi, di Rosi Mauro e del suo fidanzato Piermosca. Ce n’é abbastanza perché il Cepu si costituisca parte civile contro la Lega per concorrenza sleale. Ma ce n’è anche perché la storia di “The Family”, e quella dei leader celoduristi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Quindi, se i calcoli sono giusti, <strong>359 mila euro </strong>per lauree e diplomi di Renzo Bossi, di Rosi Mauro e del suo fidanzato Piermosca. Ce n’é abbastanza perché il Cepu si costituisca parte civile contro la Lega per concorrenza sleale.<br /> Ma ce n’è anche perché la storia di “The Family”, e quella dei leader celoduristi in lotta contro Roma ladrona (e soprattutto contro la grammatica) diventino un <strong>piccolo apologo esemplare</strong>.</p><p>In mezzo a tanti dettagli grotteschi, infatti, emergono particolari surreali: <strong>Manuela Marrone</strong>, demiurga della scuola leghista Bosina, che dorme circondata di libri. Per preparare le sue lezioni? No, per impratichirsi di magia e di cartomanzia.  E che dire del leader padano commosso mentre gli raccontano i mirabolanti (e falsi) successi educativi del Trota nelle università del Nord Europa? E cosa pensare del tenero Renzo, quello che secondo il padre aveva dato tre volte la maturità per colpa dei presidenti di commissione “terroni”, costretto a vergognarsi perché non sa cosa rispondere alla domanda che nessun adolescente italiano potrebbe temere: “Dove ti sei diplomato?”.</p><p>Nel tempo dell’Italia supercafona, dei tesoretti e delle tangenti, gli analfabeti di (in) successo e i loro tentativi grotteschi di taroccare “il pezzo di carta” a pagamento, fanno pena. Ma ci regalano anche una <strong>piccola soddisfazione</strong>: la Porsche e la Smart si possono comprare. Il diploma e la cultura no.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 8 Aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/08/la-cultura-costa/203073/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> <item><title>La parola della riforma che ti frega</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/restare-fregato-dallinsussistenza/202675/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/restare-fregato-dallinsussistenza/202675/#comments</comments> <pubDate>Fri, 06 Apr 2012 12:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Telese</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[articolo 18]]></category> <category><![CDATA[insussistenza]]></category> <category><![CDATA[licenziamento giusta causa]]></category> <category><![CDATA[Logotech]]></category> <category><![CDATA[premio di produzione]]></category> <category><![CDATA[riforma del lavoro]]></category> <category><![CDATA[riforma Fornero]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/restare-fregato-dallinsussistenza/202675/</guid> <description><![CDATA[Il badge fece scattare il cancelletto di metallo e dalla guardiola, puntuale, arrivò lo sberleffo di Zatti: “Diso, stasera a che ora ci fai uscire?”. Alla Logotech Disorientato Democratico detto “Di-so” non passava mai inosservato. Il più genialoide e irregolare dei programmatori di prima fascia. Il più stakanovista. Senza una famiglia, senza orari, senza regole....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il badge fece scattare il cancelletto di metallo e dalla guardiola, puntuale, arrivò lo sberleffo di Zatti: “Diso, stasera a che ora ci fai uscire?”. Alla Logotech Disorientato Democratico detto “Di-so” non passava mai<strong> inosservato</strong>. Il più genialoide e irregolare dei programmatori di prima fascia. Il più stakanovista. Senza una famiglia, senza orari, senza regole.</p><p>Quello che preoccupava Paletti era la nuova direttrice, la signorina Kruber. Quarantenne in carriera, da Milano, rossetto rosso fuoco, grande <strong>smanie </strong>di premio produzione. Il commendator Tuorli aveva fondato l’azienda, aveva cresciuto Diso, stravedeva per lui. La Kruber aveva gli incentivi sui tagli al personale. Da qualche giorno Diso, leggeva con attenzione i giornali sulla riforma del lavoro. Non aveva tessere, anche se votava da sempre Pd. Non gli dispiaceva Bersani e lo seguiva su twitter: molta concretezza, zero chiacchiere, riformismo e Vasco Rossi.</p><p>Diso aveva letto che tutti i sindacati tranne la Cgil avevano firmato il nuovo accordo con cui si demoliva l’articolo 18, eliminando la possibilità di <strong>reintegro</strong> in caso di licenziamento economico. Non gli era andata giù. Allora aveva tweettato: “Pier Luigi, che cosa state facendo?”. Lo aveva rallegrato la risposta: “Tranquillo&#8230;”. Per due settimane sull’articolo 18 non si capì nulla. Poi Diso lesse che il Pd aveva vinto: il nuovo testo prevedeva la possibilità del reintegro se il giudice ravvisava gli estremi di discriminazione in un licenziamento economico. Nello spogliatoio del calcetto, dopo aver preso tre gol anche dalla Thompson, disse a Giacco: lo vedi che voi vendoliani della Fiom siete sempre pessimisti?”. E Giacco: “Diso, la fai facile tu&#8230; Io ho paura che faranno licenziamenti anche qui. E al contrario di te che sei geniale, e un lavoro lo trovi schioccando una mano, io ho quasi 55 anni, e un lavoro non lo ritrovo nemmeno se mi butto dal ponte”. Allora Diso gli aveva detto: “Ma tu credi che qui ci siano i padroni cattivi che licenziano per<strong> hobby</strong>? Questa azienda fa profitti da dieci anni”.</p><p>La mattina dopo sul Corriere della Sera c’era lo specchio riassuntivo del nuovo articolo 18: “Il reintegro scatta nel caso di manifesta insussistenza del caso posto a base del licenziamento economico”. Tirò un sospiro di sollievo davanti alla solita macchinetta dicendo a Tazzi: “Hai visto Bersani? Concretezza emiliana&#8230; Re-inte-gro”. Ma Giacco rompeva le scatole: “Che vuol dire ‘ manifesta’? Intanto le mensilità <strong>massime</strong> di risarcimento si abbassano a 24 mesi, e le imprese hanno ottenuto i contratti a termine di sei mesi senza giustificazione e la deroga sulle partite Iva”. Tazzi chiese: “E che vuol dire?”. E Giacco: “Che non sono più obbligati a regolarizzare i precari. Alla fine di un contratto di sei mesi ti licenziano quando vogliono. Tuo figlio, Tazzi, se la piglia in quel posto”.</p><p>A maggio il Parlamento votò la riforma. Il 10 agosto, due giorni prima di partire per le vacanze, sembrava che il postino si fosse appeso al citofono: “Raccomandata&#8230;”. Diso firmò, aprì la busta, e nulla fu più come prima. “Con la seguente&#8230;”. Era corso in azienda. Giacco era già in ferie. Tazzi incredulo: “Ma come, ti hanno licenziato? Hai parlato con la Kruber?”. Macché. Lei si rifiutava. La aspettò due giorni. La beccò nel parcheggio il terzo, disse solo: “Perché?”. La Kruber questa volta sembrava sarcastica: “Perché l’azienda ha speso per i nuovi elaboratori e deve risparmiare sul personale”. Diso si fece duro: “Non dica stronzate! Perché io?”. Lei rise, divertita: “E perché non lei? Ha cinquant’anni, non ha figli che mi provochino <strong>rimorsi</strong>. Ed è pagato troppo. Ci sono dieci ragazzini più bravi di lei che mi riempiono di curricula pronti a essere pagati la metà”. Diso pensò fra sé e sé: “Per fortuna c’è il giudice”. Ma parlando con Giacco iniziò a capire: “Dunque, prima c’è il tentativo di conciliazione …”. E Diso ruggendo: “E noi li mandiamo a farsi fottere!”. Giacco assunse il tono, pragmatico, del sindacalista: “Sai, loro ti offrono trentamila senza discutere”. Diso ululò: “Quella puttana! Andiamo dal giudice!”. Il delegato della Cgil scosse il capo: “Mica è così facile. Ti ricordi i nuovi investimenti? Sul bilancio di quest’anno la motivazione economica c’è. Come fai a dimostrare ‘ manifestamente’ il contrario? Stai attento che poi ottieni solo 15 mila. E un calcio in culo”.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 6 Aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/restare-fregato-dallinsussistenza/202675/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Bossi Story: il politico tutto cappio e slogan</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/il-fantapolitico-tutto-cappio-e-slogan/202679/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/il-fantapolitico-tutto-cappio-e-slogan/202679/#comments</comments> <pubDate>Fri, 06 Apr 2012 01:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Telese</dc:creator> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[gigliola guidali]]></category> <category><![CDATA[lega]]></category> <category><![CDATA[manuela marrone]]></category> <category><![CDATA[Renzo Bossi]]></category> <category><![CDATA[Umberto Bossi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/il-fantapolitico-tutto-cappio-e-slogan/202679/</guid> <description><![CDATA[&#8220;Finché non rubo io nella Lega, non ruba nessuno”. Di certo non si è ricordato questa sua frase del 1989, Umberto Bossi, quando ieri ha rassegnato le sue dimissioni. Eppure, quasi profeticamente, tutto era già scritto in questo Dna, in questa premonizione che oggi lo insegue come una sentenza. La Lega nata ululando contro “i...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/bossipontida_INTERNA.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-202719" title="bossipontida_INTERNA" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/bossipontida_INTERNA.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>&#8220;Finché non rubo io nella <strong>Lega</strong>, non ruba nessuno”. Di certo non si è ricordato questa sua frase del 1989, <strong>Umberto Bossi</strong>, quando ieri ha rassegnato le sue dimissioni. Eppure, quasi profeticamente, tutto era già scritto in questo Dna, in questa premonizione che oggi lo insegue come una sentenza. La Lega nata ululando contro “i ladroni di Roma”, “i pretacchioni un po&#8217; manigoldi della diccì”, contro quel “furfante con i coglioni di <strong>Craxi</strong>”, non poteva che andare in cortocircuito sulla questione morale. Non è un giudizio garantista. Ma è l’unico giudizio possibile, con <strong>Bossi</strong>, visto che il meno garantista di tutti i politici italiani è stato proprio lui: “Sono tutti ladri – scriveva &#8211; la sentenza popolare è stata già emessa, poco importa l&#8217;esito dei processi. I politici dei partiti – aggiungeva &#8211; hanno subìto la condanna dell&#8217;opinione pubblica che è, come tutte le condanne popolari, sovente spietata, talvolta ingiusta con gli individui, ma spesso storicamente esatta e sempre – concludeva spietato &#8211; politicamente inappellabile”. È stato così anche ieri, così anche per lui. Dimissionato sommariamente da quel che resta della sua stessa storia.</p><p>Il Bossi che negli anni ruggenti tagliava le teste, infatti, non aveva mai dubbi: “Questa classe politica non verrà seppellita da una risata, come recitava uno slogan sessantottino, ma dal tintinnio delle manette. Conta poco sapere se si è arricchito personalmente o se ha preso soldi per il partito. Questo conta in sede penale – aggiungeva il leader del Carroccio &#8211; ma non cambia la sentenza politica che è di colpevolezza”. A rileggere ora i giudizi affilati che il padre della Lega aveva consegnato alla sua prima e unica autobiografia, ovvero al trittico di best sellers scritti a quattro mani con <strong>Daniele Vimercati </strong>per la <em>Sperling &amp; Kupfer</em> nei primi anni novanta (esauritissimi e &#8211; non casualmente &#8211; mai ristampati) ci si rende conto immediatamente del perché la base del Carroccio ieri abbia ripudiato il suo mito: &#8221;Quando scoppiano le rivoluzioni – diceva all’Ansa nel <strong>1993 </strong>- i Re non sono mai destinati alla galera. O salgono sulla ghigliottina o muoiono in esilio. Craxi ha già scelto l&#8217;esilio”. Ebbene, ieri Bossi è salito sulla stessa ghigliottina che evocava. Una ghigliottina metaforica, ma dalla lama terribilmente affilata.</p><p>Alla stampa, nel <strong>1993 </strong>diceva: “I giudici sono la cura, ma la guarigione è la Lega”. Adesso l’unica cura possibile sono le sue dimissioni. Bossi è un ex di se stesso, non è più il leader che ripeteva spavaldo: “Vengo dalla gavetta, sono un uomo di strada e viaggio in groppa come i miei avi, con la carne cruda tra il sedere e il cavallo”. Adesso è l’ultimo leader a sua insaputa, l’ultimo leader che ha visto piovere sulla sua famiglia “i denari di Roma”. A pensarci bene, solo ora, che esce dalla vita politica, Bossi può entrare finalmente nella sua vera dimensione, che è quella della commedia all’Italiana e del dramma farsesco, dell’impresa impossibile, del romanzo. Anzi: di un lunghissimo “Romanzo Padano”, visto che mentre la Lega rischia di essere travolta, l’unica cosa che Umberto Bossi consegnerà alla storia è il suo testamento creativo, l’almanacco delle sue visioni incarnate. La sua stessa fantasia, al Potere.</p><p>Bossi è stato il <strong>Philip Dick </strong>italiano, solo che invece di scrivere racconti, fantascientifici, ha creato un partito, fantascientifico. Chissà quanti noteranno, oggi, che la Lega è il più antico dei partiti italiani in Parlamento, il simbolo più antico sulle schede elettorali, l’unico sopravvissuto alle macerie della prima repubblica, un partito nato dalla forza delle visioni, degli slogan, e ovviamente delle balle. Se c’è una cosa in cui il Senatùr non ha avuto rivali è stato proprio il potere immaginifico, il potere della parola. Prendete la nascita del movimento. <strong>Bobo Maroni</strong> l’aveva raccontata così, a <strong>Giorgio Bocca</strong>, in <em>Metropolis</em>: “Frequentavamo il circolino di Bobbiate, uno di quei bar cooperativa con il gioco di bocce della provincia, lì si aggiunsero a noi <strong>Speroni </strong>e <strong>Leoni </strong>e lì nacque la Lega autonomista lombarda che di politico – conclude Maroni &#8211; aveva poco o niente”. E come avrebbe potuto diventare epico un movimento in cui i condottieri si raccontavano così? Certo che adesso nessuno potrà più dire come diceva <strong>Roberto Calderoli</strong>: &#8220;Magari siamo un partito ruvido, qualche volta rompiballe. Ma coerente&#8221;. Quando è andata smarrito questo filo asimettrico di coerenza? Con la Lega di governo? Con il ribaltone? Con il secondo matrimonio che la legato il Carroccio a Berlusconi? Certo, più passava il tempo, e più il leader che fu si inoltrava nel suo crepuscolo, protetto e strangolato dal Cerchio magico.</p><p><strong><span style="color: #ff0000;">IL FIGLIO DELLE VALLI E LA VITA AGRA</span></strong></p><p>Come sembrava lontano il primo Bossi che Bossi si era inventato, il figlio delle valli e della vita agra: “Hanno fatto così con noi ragazzi di paese – raccontava a Vimercati lui &#8211; ci hanno portato via da qua con ogni mezzo, ci hanno strappato con la dinamite dalla terra dei nostri padri”. E in questo passato che Bossi si era inventato, affioravano grandi ritratti utili per la sua battaglia. Una Nonna socialista, un padre cattolico … “Mia nonna si chiama <strong>Celesta</strong>. Ma la cosa più bella era il racconto che Bossi faceva di sè, una volta arrivato in vetta: “A quindici anni ero un ragazzo scapestrato che collezionava ragazzine e si divertiva con gli amici”. La data ufficiale di nascita della Lega, che inizialmente si chiamava <strong>Lega Autonomista Lombarda</strong>, è il 12 aprile 1984. Ma il movimento aveva iniziato i suoi primi passi un paio di anni prima, intorno a un capo morto in un incidente, <strong>Bruno Salvadori</strong>. Forse la Lega era nata dentro la forza barbarica di un celebre slogan: “La Lega ce l’ha duro–spiegava lo stesso Bossi &#8211; è un modo poetico per chi sa apprezzare certe cose. Era una metafora, abbastanza esplicita, del carattere della Lega. Ma non vorrei, adesso, che alla Lega si iscrivessero tutte le signore italiane …”.</p><p>Oppure era la Lega figlia di quel patchwork fra tutte le culture che da autodidatta Bossi aveva ingurgitato? “Il vecchio <strong>Marx </strong>– diceva con un po&#8217; di vanagloria a<em> Il Tempo</em> nel <strong>1992 </strong>- ci avrà pure insegnato qualcosa”. E che dire del carisma, del culto del capo? &#8220;Vedo che qualcuno dice che nella Lega comando solo io, ma non è vero”.</p><p><strong><span style="color: #ff0000;">LA FOTO D&#8217;EPOCA E IL SIMBOLO</span></strong></p><p>Oppure la Lega era l’invenzione immaginifica di quel simbolo, che Bossi ascriveva, con un altro aneddoto leggendario, al suo talento di fotografo? “Quale immagine più adatta, allora – mi dissi &#8211; dell’Albertùn, la grande statua di <strong>Alberto da Giussano</strong> che campeggia nella piazza centrale di <strong>Legnano</strong>? Corsi a fotografarla, e nell’occasione mi tornò utile la passione per la fotografia che avevo coltivato da ragazzo”. Una lavoro ispirato, quasi febbrile: “Riportai la foto su un foglio, ricalcaiilprofiloall’internodelcerchio, entro il quale disegnai anche i confini della Lombardia. Il tutto, stilizzato, divenne il simbolo della Lega”. Poco importa che un altro degli ex,<strong> Franco Rocchetta</strong>, disse perfido: “Aveva copiato il simbolo delle biciclette Legnano”.</p><p>Bossi in realtà era questo, soprattutto questo. Dava il meglio di sè nell’iperbole che in bocca a qualsiasi altro sarebbero suonate ridicole: “Noi diciamo stupidità che muovono l’Italia”. Era vero. Ma dietro c’era una biografia, e che biografia. C’erano stati i tempi grami. E poi quel primo matrimonio, poi dimenticato, le prime amicizie leghiste, la famiglia ripudiata quella di <strong>Pierangelo Brivio</strong>, marito di suo sorella: “Mia moglie ed io lo mantenevamo: gliel’abbiamo anche detto pubblicamente. E lui zitto. Gelato”. Ma l’invettiva più celebre, oggi del tutto dimenticata, era quello della sorella, <strong>Angela Bossi</strong>. Solo lei poteva ricordare pagine lontane e fallimentari come la fondazione della fantomatica “Unolpa”: nata prima della Lega “per staccare <strong>Varese </strong>dal resto della <strong>Lombardia</strong>”. Ma non era anche in questa incrostazioni di avventure fallimentari il segreto di un successo? A tutto questo mare di improperi Bossi rispose ancora una volta con la sua arma vincente di un tempo, il sorriso del ganassa ostentato a <em>Mixer</em>, intervistato da <strong>Giovanni Minoli</strong>: “Mia sorella Angela il leader? Sì, delle bistecche”. E lei, furibonda: &#8220;Ha detto che sono buona solo a far bistecche! Lui! Ah, se le ricorda bene le mie bistecche, lui! Perché per anni solo quelle ha mangiato, quel mantegnù”. Duello senza quartiere: l’ultima invettiva della Angela esplose in una intervista raccolta da <strong>Gian Antonio Stella</strong>, per <em>Tribù</em>: “Oooooh!!! Stiamo parlando di uno che ha organizzato tre feste di laurea senza essersi mai laureato!”. E i primi fondi? Tutti gli albori sono circonfusi nella leggenda. Sempre Brivio: “All’inizio i soldi al Bossi, per i suoi giornaletti, glieli dava Gheddafi”. Ma Brivio non era credibile perché non era che il primo degli apostati, il primo dei tanti che furono cacciati dal partitone leninista all’insegna dell’epurandosi-ci-si-rafforza. Non è stata questa anche l’ultima follia? Pensare di poter continuare a cacciare tutti, anche quando il suo carisma si era esaurito? Bossi non raccoglieva le insinuazioni, e con Vimercati parlava più volentieri del suo gruppo musicale: “Il mio complesso ebbe vita breve e grama. Io ero il meno dotato tecnicamente, ma avevo un certa fantasia: ero il paroliere del gruppo”.</p><p>E che dire della formazione umanistica? Lui la raccontava così: “La prima tappa della mia tappa di avvicinamento alla cultura – diceva Bossi &#8211; fu la Scuola Radio Elettra. Un corso per corrispondenza che spiegava il funzionamento di molte apparecchiature elettriche ed elettoroniche”. Chi mai potrebbe immaginare che quel Bossi si considerava professore? “Per pagarmi gli studi davo lezioni private. Non ero male come insegnante: la mia dialettica nei comizi nasce da lì”. Dove iniziava la verità? Dove il mito? “Evitai le serali, perché avrei impiegato altri anni ad arrivare in fondo. Mi dedicai anima e corpo agli studi; senza dimenticare le donne, però. … Sul finire degli anni Sessanta mi diplomai&#8221;. Il lavoro di autocostruzione dell’immagine era stato per certi versi titanico: &#8220;A quell&#8217;epoca ero molto ottimista, mi sentivo in grado di mantenere una famiglia, ormai la laurea era dietro l&#8217;angolo e pensavo di ottenere facilmente un posto, al termine di una carriera universitaria brillante anche se tardiva. Avevo in mente di diventare medico&#8221;. Peccato che sulla balla della laurea la prima contestatrice era stata proprio <strong>Gigliola Guidali</strong>, prima moglie di Umberto Bossi, che in una memorabile intervista a <em>Oggi</em>, raccontò: &#8220;All&#8217;inizio del 1975 decidemmo di sposarci in agosto. In aprile Umberto diede a tutti la grande notizia: mi sono laureato, presto avrò un impiego come medico. Non facemmo nessuna festa, ma corsi a comprargli un regalo, la classica valigetta in pelle marrone da dottore&#8221;. Mai usata. Però tutti i giorni usciva di casa. Finché Gigliola non scopre tutto: &#8220;Dovetti chiedere di essere ricevuta dal rettore. E lì, in quella stanza austera, un tabulato mi rivelò quello che sospettavo&#8221;. Una testimonianza che accostata alla sua compone un quadro fantastico: &#8220;Nel &#8216;<strong>77</strong>, se ben ricordo – aggiungeva Bossi &#8211; cominciai a collaborare con la clinica di Patologia chirurgica dell&#8217;università di <strong>Pavia</strong>, come esperto d&#8217;elettronica applicata in sala operatoria”. L’autorappresentazione non aveva limiti: &#8220;Continuavo a dilettarmi di elettronica, riuscii perfino a costruire un piccolo laser nel garage di casa&#8221;.</p><p><strong><span style="color: #ff0000;">LE AMPOLLE SACRE, LA SECESSIONE, IL PARLAMENTO</span></strong></p><p>Poi erano arrivate la Lega e l’incontro del destino, quello con<strong> Bobo Maroni</strong>: “Ricordate le prime scritte che inneggiavano alla Lega, quelle sui viadotti delle autostrade? Bene, erano trecento. Le ho fatte tutte io, con tanti chilometri in auto e non so più quante bombolette spray. Poi è arrivato Bobo”. Aggiungeva Maroni: “Bossi lo incontrai casualmente. La sera di una domenica. Io e la mia ragazza non sapevamo cosa fare, si andò da amici a Capolago e si finì in casa di Bossi. Lui si mise a parlare di cose incomprensibili, astruse. Mi annoiavo profondamente, che senso aveva sproloquiare di federalismo fra quattro provinciali annoiati, la sera di una domenica?&#8221;. Era sempre l’autopersuasione che rendeva tutto grande, sempre quella forza che sosteneva l’Umberto: &#8220;Resta il fatto che mentre raccontava di Dea, Dia, Digos, Cia, Sism, Sismi, Mossad e chi più ne ha più ne metta –raccontava ancora <strong>Tabladini</strong>- si passavano le serate dei dopo comizi in pizzeria a sentire le rodomontate su come tentavano di farlo fuori e su come lui era bravo a schivarli”. Bossi, ovviamente, si vedeva tutto intento al sacrificio: “Lavoravo come una bestia, nella commiserazione di parenti e amici. Vidi mia madre piangere, e non è certo una donna facile alle lacrime, quando mi trovò in canottiera a friggere le patate in un campetto di periferia”. E ovviamente sempre tornava a quel chiodo. La povertà, gli stenti, l’incorruttibilità: &#8220;Se avessi voluto farmi corrompere, avrei accettato una valigia di miliardi dalla Dc per distruggere la Lega&#8221;.</p><p>E aggiungeva ancora nel <strong>1992</strong>: “Ho passato cinque lunghi anni in mezzo agli uomini del Palazzo. Una bella condanna, per uno come me che vuole liquidare i politicanti romani. Eppure è un calice amaro che mi tocca bere”. Adesso gli anni sono diventati quasi trenta. A Bossi faceva piacere alimentare il mito di un carisma sintetico, di un leader predone che seduceva le donne infischiandosene nel politicamente corretto: “La mia prima fidanzata? Non me la ricordo più. Ne ho avute parecchie di ragazzine, facevo lo sbruffone”. Chi erano i militanti della Lega, dopotutto? “La base della Lega è la fanteria bergamasca e bresciana, quella che un giorno ha fatto l’Italia. E io piaccio alla fanteria”. Vestivano tutti più o meno come lui, parlavano tutti più o meno come lui, erano tutti più o meno figli di quel sogno e di quelle visioni. Le ampolle sacre del <strong>Dio Po</strong>, la secessione, il governo Sole, il parlamento padano, le ronde, le camicie verdi, le pallottole, gli insulti ai magistrati, “il manico” agitato a <strong>Margherita Boniver</strong>, il tricolore gettato nel cesso, le tentazioni secessioniste: “Noi non amiamo più l&#8217;Italia. Se uno scopre che la propria donna è una zoccola può perdonare una scappatella 2 o 3 volte ma poi la lascia”.</p><p>Il Bossi di oggi invece è stato strangolato dal cerchio magico, reso afasico dall’ictus, sequestrato dalla sua seconda famiglia e dalle amorevoli cure di Emanuela, che gli ha fatto vivere la sua stessa sopravvivenza con un senso di colpa. E poi quei debiti esibiti come medaglie: &#8220;Ho passato anni infernali, quando si chiuse il giornale e ci rimasero sul gobbo venticinque milioni di debiti. Maroni pagò la sua parte ed ebbe la fortuna che lo chiamarono a militare così in qualche modo staccò”. E infine quel testamento morale, da capo guerriero, che adesso lo inchioda: “Io sono come un barbaro, porto la mia famiglia in battaglia con me. La mia donna e i miei figli devono sentire l&#8217;odore della polvere da sparo e il fragore metallico delle spade. La mia crociata è la loro crociata”. Adesso è accaduto il contrario. E l’odore di polvere da sparo si è dissipato: finiscono le visioni, i sogni, i miti, le parole tornano chiacchiere. E trent’anni di battaglie finiscono con l’assalto alla Lega e l’immagine di quel leader in camicia che se ne va. Tutto finito, come lacrime nella pioggia.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/il-fantapolitico-tutto-cappio-e-slogan/202679/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>12</slash:comments> </item> <item><title>Bossi malato e gli affari  &#8216;a sua insaputa&#8217;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/05/bossi-malato-e-gli-affari-a-sua-insaputa/202435/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/05/bossi-malato-e-gli-affari-a-sua-insaputa/202435/#comments</comments> <pubDate>Thu, 05 Apr 2012 10:47:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Telese</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Belsito]]></category> <category><![CDATA[bossi]]></category> <category><![CDATA[Consiglio Federale]]></category> <category><![CDATA[leadership]]></category> <category><![CDATA[Lega Nord]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/05/bossi-malato-e-gli-affari-a-sua-insaputa/202435/</guid> <description><![CDATA[Di nuovo a sua insaputa. E così dal “familismo amorale” tanto caro a Paul Ginsborg e al “Tengo famiglia” di Leo Longanesi – li ricordava ieri Filippo Ceccarelli su Repubblica – Umberto Bossi è passato all’ennesima mutazione genetica, alla dissipazione di se stesso, alla sublimazione di un mito appannato nello spietato tritacarne di un familismo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Di nuovo a sua insaputa. E così dal “familismo amorale” tanto caro a Paul Ginsborg e al “Tengo famiglia” di Leo Longanesi – li ricordava ieri Filippo Ceccarelli su<em> Repubblica </em>– Umberto Bossi è passato all’<strong>ennesima mutazione genetica</strong>, alla dissipazione di se stesso, alla sublimazione di un mito appannato nello spietato tritacarne di un familismo tutto particolare, il “Familismo senile”.</p><p>E dire che Umberto Bossi era sempre stato un contaminatore di stili, di generi,<strong> di idee oltre l’iperbole</strong>, uno che fondeva il Sacro Graal con Guerre Stellari, che univa i manga giapponesi all’esoterismo autocratico, la letteratura al rutto. A noi giornalisti a Montecitorio, nel 1995 diceva ispirato ma serio: “La Lega arriverà al massimo storico perché questo è l’anno del Samurai!”. Uno che inveiva sprezzante contro l’ex amico Gianfranco Miglio dicendo: “È una scoreggia nello spazio”. Uno che coltivava<strong> l’idea del capo guerriero</strong> ambientando il suo immaginario fra le cornamuse hollywoodiane di Braveheart, gli spadoni di cartapesta, gli elmi di Asterix e la fisicità ruvida delle camicie verdi. Uno che prima della malattia se (rarissimamente) citava la propria famiglia diceva: “Quando un capo guerriero va in battaglia sua moglie lo segue dietro il suo cavallo”.</p><p>Era insomma <strong>l’orgoglio neobarbarico</strong> che si opponeva al più antico dei vizi italici. Non c’era lessico familiare, non c’erano first ladies, non c’erano case e giacigli, perché il Senatùr era sempre in battaglia per il Carroccio, dormiva in macchina e la sua famiglia era confusa nel suo popolo. La prima moglie di Bossi diceva di aver visto dissipato tutto per la causa del marito (e senza volerlo), di aver subito la beffa del finto medico che andava al lavoro. <strong>Quel Bossi i soldi li disprezzava</strong>, da ragazzo quando sognava di vincere Castrocaro con il memorabile nome d’arte di “Donato” cesellava versi immortali come questi: &#8220;Noi siam venuti dall&#8217;Italy / Abbiamo un piano / per far la lira / Entriamo in banca col caterpillar / e ci prendiamo il grano&#8221;.<br /> Da ragazzo quando aveva la tessera del Pci raccoglieva firme contro il golpe in Cile. Eppure, l’ultimo paradosso di questo nuovo pasticciaccio padano è che<strong> su un solo punto il senatùr ha ragione</strong>. È lui l’unico politico italiano che può fregiarsi dell’<strong>immunità dell’inconsapevolezza</strong>, o – meglio – dell’ “insaputezza”. L’unico, cioè, che può dire a pieno titolo “Mi hanno ristrutturato la casa a mia insaputa”, perché da tempo non è più in grado di capire, controllare, discernere il filo degli investimenti spregiudicati, le speculazioni pataccone della Lega Nord (“per l’indipendenza della Tanzania”).</p><p>Così bisognerà approfittare del “Caso Belsito”, per trovare il coraggio di prendere atto anche in questo paese gerontoiatrico che le cose finiscono e che <strong>la leadership di Bossi era evaporata nel 2004</strong>, dopo il malore che ne aveva lesionato il corpo, la resistenza, la tenuta. Il Bossi di questi ultimi otto anni avrebbe avuto diritto al riposo, alla pensione e non essere costretto a inscenare la parodia del Bossi che fu, della sua caricatura. Invece la <strong>virilità è diventata senilità</strong>: il leone spelacchiato costretto a saltare nel cerchio di fuoco, il leader che bisbiglia costretto ad alzare il dito medio.<br /> Era come una condanna: più il mito superomistico si indeboliva, più lui era costretto ad alzare i toni del doping testosteronico. L’invettiva un tempo grottesca e carnevalesca si era ormai fatta malinconica, la satiriasi della Lega “armata di manico”, era diventato il tic del semi-infermo che prometteva di “Spaccare la faccia” ai giornalisti o che profetizzava per Mario Monti l’impossibilità di “uscire vivo” dal Nord. Sempre più truce, sempre più crepuscolare, ma sempre <strong>senza ferocia e senza consapevolezza. </strong><br /> Anche in questo tramonto, infatti, Bossi non è pienamente consapevole del proprio dissiparsi.<strong> Incredulo davanti ai fischi di Pontida</strong>, incapace di cogliere voci e contestazioni su cui un tempo surfava come un semidìo, attonito come lo fu Nicolae Ceaucescu nel suo ultimo comizio a Bucarest. Ci voleva la vulcanica e fervida inventiva di Roberto D’Agostino per coniare un’espressione che oggi pare l’epitaffio di una vita, quella micidiale immagine dei “Bossi di seppia” che occhieggiano a Eugenio Montale, e all’idea stessa del carisma svaporato.</p><p>Adesso il Senatùr <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/04/lega-atti-dindagine-belsito-200mila-euro-figli-bossi/202393/" target="_blank">convoca il suo consiglio federale</a> senza sapere che fine farà, senza poterne scrivere il copione, avendo già provato sulla pelle in molte sedi della Lega <strong>l’onta della contestazione</strong>, appesantito come un eroe shakespeariano dagli acciacchi e dagli sberleffi, macchiato da tutti i commissariamenti che ha dovuto sottoscrivere per mantenere in vita il fragile equilibrio del suo patetico “Cerchio magico”, e per consentire all’ex autista improvvisatosi tesoriere la spregiudicata implausibilità delle speculazioni gratta-e-vinci. Il Bossi-guerriero che aveva fondato la Lega era stato un <strong>profeta dell’antifamilismo</strong>, il Bossi-di-seppia che (salvo detronizzazioni) sta seppellendo la Lega ha fatto del familismo il suo programma sanitario, la sua incerta stampella, la sua ultima grottesca suggestione, quella del Re che designa un successore esangue, del “Delfino” che diventa “Trota”.</p><p>Se Bossi fosse uscito di scena quando il suo male lo aveva messo al tappeto, la sua guarigione lo avrebbe reso un padre della patria. Ma in questo paese in cui pochi riescono ad arrivare alla grandezza, nessuno conosce il <strong>segreto di Cincinnato </strong>e nessuno sa uscire di scena. Sarà un epilogo triste: anche questo – purtroppo per lui – a sua insaputa.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 5 Aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/05/bossi-malato-e-gli-affari-a-sua-insaputa/202435/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>&#8220;Qui in Sardegna anche il suicidio è un lusso&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/01/abbiamo-finito-anche-i-cerini-per-darci-fuoco/201590/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/01/abbiamo-finito-anche-i-cerini-per-darci-fuoco/201590/#comments</comments> <pubDate>Sun, 01 Apr 2012 13:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Telese</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[alcoa]]></category> <category><![CDATA[Berlusconi]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[fatto quotidiano]]></category> <category><![CDATA[Putin]]></category> <category><![CDATA[sulcis]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/01/abbiamo-finito-anche-i-cerini-per-darci-fuoco/201590/</guid> <description><![CDATA[Arrivi a Portovesme per l’incontro di ascolto de il Fatto Quotidiano nel Sulcis e lo capisci fin dal primo intervento che aria tira, quando Giuliano Marongiu ci dice: “Voi oggi, giustamente, titolate sull’operaio che si è dato fuoco per i debiti. Se qui non è ancora accaduto è perché qui la gente non ha più...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Arrivi a Portovesme per <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/24/fatto-quotidiano-diamo-voce-alla-sardegna-marzo-aprile-2012/199901/" target="_blank">l’incontro di ascolto de il Fatto Quotidiano</a></span> nel Sulcis e lo capisci fin dal primo intervento che aria tira, quando Giuliano Marongiu ci dice: “Voi oggi, giustamente, titolate sull’operaio che si è dato fuoco per i debiti. Se qui non è ancora accaduto è perché qui la gente non ha più nemmeno i soldi per i cerini”. Benvenuti nel Sulcis Iglesiente, benvenuti nella <strong>provincia più povera d’Italia</strong>. Benvenuti Sulcis in fundo, come abbiamo scritto sul nostro giornale due anni fa. Qui, dove un tempo c’erano le miniere, è arrivata l’industrializzazione all’italiana, quella parastatale che ti dava lo stipendio e un po’ ti avvelenava. Ma che fino a dieci anni fa garantiva lavoro. Poi le aziende sono passate prima nelle mani di privati predoni, poi in quelle delle grandi multinazionali mordi e fuggi. Qui c’è l’Alcoa, con la proprietà americana in fuga per i costi dell’energia. Qui c’è l’Eurallumina con i russi. <strong>Silvio Berlusconi disse</strong>: “Le multinazionali sono in crisi? Che problema c’è? Chiamo io l’amico Putin!”. Non si sono più visti né sentiti, né lui, né Vlad. E due anni fa era stato deciso che quelle aziende avrebbero chiuso. Se l’Alcoa è ancora aperta (con la bozza di un contratto ponte che le regala ancora mesi di vita) è perché gli operai sono andati a battere i loro caschetti bianchi davanti a tutti i Palazzi del potere.</p><p>La  delegazione del<em> Fatto </em>è composta dal direttore Antonio Padellaro, da Giorgio Meletti, da chi scrive, dal nostro “ambasciatore” in terra sarda, Elias Vacca, e dall’organizzatore della serata, Alberto Cacciarru. <strong>Ma siamo venuti soprattutto per ascoltare</strong>. E Giuliano spiega molto bene: “Parlano di alternative all’industria. Dal 1993 quando hanno chiuso le miniere qui di alternative non ne abbiamo vista nemmeno una. Ci parlano di turismo, ma qui i territori sono stati devastati”. Parla Rino Barca, segretario della Cisl, rivolgendosi agli operai: “Battere i caschetti è anche un simbolo: spiega a tutti che qui la gente vuole solo una cosa. Poter lavorare”. Parla Franco Meloni, dirigente d’impresa: “Dobbiamo combattere il tentativo di dare della Sardegna l’idea di una terra piagnona. Qui c’è gente che dopo essere stata licenziata ha speso i risparmi di una vita per provare a costruire un’alternativa da sola. E che adesso si ritrova nel deserto”. Poi scuote la testa: “Il problema è che la politica non parla più di una politica industriale”. Ecco sul palco Gigi Sidri, l’operaio dell’Alcoa che ha fatto lo sciopero della fame per cinque giorni: “Cosa vuol dire datevi al turismo e alla pesca in una regione ad alto rischio ambientale? Gli italiani devono sapere che nessuno ci ha regalato nulla, se è vero che lo sconto dell’energia che è stato fatto alle nostre aziende lo pagano ancora nelle loro bollette!”. Antonello Pirotto, dell’Eurallumina: “Sono orgoglioso che l’Alcoa abbia ottenuto un risultato così importante, dobbiamo essere uniti”. Brigida Aru, ex assessora ai servizi sociali, medico pediatra: “Vogliamo cancellare la parola rassegnazione dal nostro vocabolario”. Brigida racconta che la crisi sociale e quella sanitaria marciano in parallelo, <strong>con gli ospedali che chiudono</strong>. E aggiunge una frase che dovrebbe diventare un’epigrafe: “Monti dice che vuole salvare l’Italia. Ma gli italiani chi li salva? Gli italiani siamo noi, questo Paese non può diventare una scatola vuota”. Roberto Puddu, segretario della Cgil: “Qui si taglia tutto. La sanità, ma anche i tribunali, i giudici di pace. Lo Stato si ritira, seguendo il percorso di fuga dei politici. Ve lo ricordate Cappellacci? Venne qui a dire agli operai: io mi incatenerò con voi. Lo abbiamo rivisto solo due anni e mezzo dopo”.</p><p>Alessandro Scanu parla in rappresentanza del <strong>popolo delle partite Iva</strong>: “La nostra lotta si collega a quella dei lavoratori, perché siamo stati stritolati dallo stesso congegno. Ieri eravamo davanti a una fabbrica a contrastare l’ufficiale giudiziario che doveva praticare un sequestro. Ma quello che non dimentico è un signore che mi ha telefonato perché non aveva un euro per comprare alla sua famiglia un pezzo di pane. Qui – conclude Alessandro – la prima forma di attività politica è la colletta alimentare”. Claudia Mariani, titolare di una piccola azienda di noleggio, mentre suo marito è un operaio dell’Alcoa: “Due anni fa avevo dovuto far finta di darmi fuoco per avere pagata una fattura da 2. 700 euro. Ho ottenuto in 45 minuti quello che chiedevo da mesi. Ma ora non accadrebbe più, perché la prossima volta non farò più finta”. Marco, delle tute verdi Eurallumina, l’ultimo intervenuto, dice una grande verità: “Sapete, se avessimo chiuso tre anni fa, oggi non saremmo nemmeno qui a parlare”. Già. Perché la parola “rassegnazione” nel Sulcis è <strong>cancellata dal vocabolario</strong>. Mentre la parola “speranza” è avvitata nella storia antica di una provincia minerale.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/01/abbiamo-finito-anche-i-cerini-per-darci-fuoco/201590/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Benvenuti in Sardegna, dove l&#8217;unica industria rimasta è quella del debito</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/31/benvenuti-sardegna-dove-lunica-industria-rimasta-quella-debito/201514/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/31/benvenuti-sardegna-dove-lunica-industria-rimasta-quella-debito/201514/#comments</comments> <pubDate>Sat, 31 Mar 2012 18:41:05 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Telese</dc:creator> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[Cappellacci]]></category> <category><![CDATA[disoccupazione]]></category> <category><![CDATA[giannu nieddu]]></category> <category><![CDATA[lavoro]]></category> <category><![CDATA[paolo canu]]></category> <category><![CDATA[quirico desole]]></category> <category><![CDATA[Sardegna]]></category> <category><![CDATA[Tino Tellini]]></category> <category><![CDATA[vynils]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=201514</guid> <description><![CDATA[&#8220;È vero. Qui ci sono due ristoranti sempre pieni. Però sono quelli della Caritas”. Cominciamo da qui, dalla battuta amara di Giannu Nieddu e la Sardegna torna di nuovo metafora: l&#8217;immagine spettrale di un futuro prossimo agghiacciante che potrebbe diventare lo scenario di un futuro prossimo per tutto il Paese. Cammini per Porto Torres con...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/vinyls-interna.jpg?47e3a5"><img class="alignnone size-full wp-image-201518" title="vinyls interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/03/vinyls-interna.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>&#8220;È vero. Qui ci sono due ristoranti sempre pieni. Però sono quelli della Caritas”. Cominciamo da qui, dalla battuta amara di <strong>Giannu Nieddu</strong> e la Sardegna torna di nuovo metafora: l&#8217;immagine spettrale di un futuro prossimo agghiacciante che potrebbe diventare lo scenario di un futuro prossimo per tutto il Paese. Cammini per Porto Torres con<strong> Tino Tellini</strong>, uno degli operai che divenne il leader dell&#8217;isola dei cassintegrati, negozi vuoti, vetrine che strillano di sconti al 70 per cento. Non si vende piu nulla. Arrivi alla Torre Aragonese, da anni occupata e trasformata in un monumento al disagio. La città simbolo dell&#8217;industrializzazione sarda che fu, e che oggi rischia di diventare una ghost town, uno dei presìdi cimiteriali dell&#8217;Italia del non-lavoro. Giri il reticolo di strade che circondano il petrolchimico. Un anno fa ero venuto a raccontare la crisi della Vinyls. Adesso è tutto spento. La situazione è precipitata, lavora un solo impianto, quello delle gomme. Per quanto, ancora?</p><p>La politica qui è scomparsa, il governatore <strong>Cappellacci </strong>si rifiuta persino di ricevere i sindacati delle aziende in crisi. E forse ha ragione. Che cosa potrebbe dirgli? Se ne va l&#8217;Eni. Chiude la Vinyls. Licenziano anche le multinazionali dell&#8217;energia, come l&#8217;Eon che qui gestisce centrali a carbone e fotovoltaico. Corri lungo la costa fino alla centrale Eon di Fiumesanto. È di proprietà di un gruppo tedesco, alimenta il 40 per cento della rete sarda. Ha quattro impianti, due dei quali inquinanti e obsoleti, a carbone. Dovevano essere già chiusi, ma l&#8217;azienda, pur avendo tutti i permessi, non costruisce quello nuovo, che darebbe lavoro, ma costerebbe investimenti. E invece qui, mentre al ministero delle Attività produttive dormono , si impone il mordi e fuggi e si risparmia anche sulla manutenzione.</p><p>Un anno fa la rottura di un oleodotto ha prodotto una fuoriuscita di olio combustibile che ha avvelenato il mare di cinque comuni, con i direttori dell&#8217;impianto sotto processo per disastro ambientale. Davanti ai cancelli trovi le bandiere dei sindacati e le macchine degli operai delle imprese di servizio. Hanno in tasca le lettere di licenziamento. Dieci righe per comunicare che ti mandano a casa entro aprile.</p><p>Anche qui è iniziata la guerra fra poveri. Si licenziano i tecnici delle ditte che da vent&#8217;anni fanno manutenzione alla centrale per assumere giovanissimi, senza specializzazione e senza diritti. Oppure qualcuno dei licenziati delle ditte “storiche ” purché accettino di essere pagati la metà.</p><p>Il viaggio de<em> Il Fatto</em> in Sardegna inizia in questo scenario desolante, in questo moderno far west in cui tutte le promesse si sono dissolte come neve al sole, mese dopo mese. Nella terra in cui tutti i compratori sono stati fatti scappare, in cui la gente è allo stremo. Ad esempio i lavoratori buttati fuori dal mercato un anno fa. Ad esempio quelli delle cooperative che erano l&#8217;indotto della Vinyls. Per loro niente cassa integrazione. Solo la mobilità. Con il piccolo particolare che in un anno di quel sussidio accordato sulla carta ancora non hanno pagato un centesimo.</p><p>Ed ecco perché l&#8217;industria più fiorente è quella del debito. È un urlo di dolore che fa accapponare la pelle quello di questi disoccupati: “Siamo allo stremo – dice uno di loro, <strong>Quirico Desole</strong> – siamo in mano alle finanziarie, abbiamo già speso più del doppio di quello che dovremo avere se ad aprile finalmente ci riconoscono il sussidio. Io da mesi non pago le bollette, non pago la casa, non pago più nulla, con due figli a carico. Viviamo sulle spalle di mia madre che ha la pensione sociale di 500 euro”. Aggiunge un altro lavoratore, <strong>Paolo Canu</strong>: “Mi sveglio con l&#8217;incubo di perdere l&#8217;ultima cosa che mi è rimasta. I mobili di casa. Siamo insolventi, pignorano tutto senza pietà”. Qui a Porto Torres, se ne va via anche la banca dallo stabilimento. “Ci sono già 5100 disoccupati. Quando traslocano anche loro – mastica amaro Tellini – vuol dire che è davvero finito tutto. A meno che non ci sia una reazione vera”.</p><p>Da<em> Il Fatto Quotidiano</em> del 31 marzo 2012</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/31/benvenuti-sardegna-dove-lunica-industria-rimasta-quella-debito/201514/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>A-B-C e la polizza vita dell&#8217;ultra-Porcellum</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/30/a-b-c-e-la-polizza-vita-dellultra-porcellum/201146/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/30/a-b-c-e-la-polizza-vita-dellultra-porcellum/201146/#comments</comments> <pubDate>Fri, 30 Mar 2012 10:00:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Telese</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[accordo]]></category> <category><![CDATA[bipolarismo]]></category> <category><![CDATA[inciucio]]></category> <category><![CDATA[partiti]]></category> <category><![CDATA[pd]]></category> <category><![CDATA[pdl]]></category> <category><![CDATA[Porcellum]]></category> <category><![CDATA[preferenze]]></category> <category><![CDATA[premio di maggioranza]]></category> <category><![CDATA[riforma elettorale]]></category> <category><![CDATA[sbarramento]]></category> <category><![CDATA[terzo polo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/30/a-b-c-e-la-polizza-vita-dellultra-porcellum/201146/</guid> <description><![CDATA[Massimo Donadi lo ha definito il “Bordellum”. E non c&#8217;è dubbio che la nuova legge elettorale su cui il “tripartito” Pdl-Pd-Udc ha trovato l&#8217;accordo abbia qualcosa di inquietante. Se non altro perché – casualmente – avrebbe l&#8217;effetto di premiare i tre partiti della coalizione che l&#8217;hanno varato. Proviamo a vedere come: per quanto annunciato con elementi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Massimo Donadi lo ha definito il “Bordellum”. E non c&#8217;è dubbio che la <strong><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/27/riforme-accordo-vertice-maggioranza-legge-elettorale-senza-obbligo-coalizione/200479/" target="_blank">nuova legge elettorale</a></strong> su cui il “tripartito” Pdl-Pd-Udc ha trovato l&#8217;accordo abbia qualcosa di inquietante. Se non altro perché – casualmente – avrebbe l&#8217;effetto di premiare i tre partiti della coalizione che l&#8217;hanno varato. Proviamo a vedere come: per quanto annunciato con elementi di vaghezza e di ambiguità che continuano a modificare la cornice e i dettagli (ad esempio non si capisce ancora a chi viene garantito il cosiddetto “diritto di tribuna” e come), il nuovo sistema elettorale ha alcuni caposaldi che non cambiano e che sono <strong>chiaramente dannosi</strong>.</p><p>Il primo effetto è quello di <strong>demolire il bipolarismo in Italia</strong>, grazie all&#8217;abolizione del vincolo di coalizione. Ovvero di quella regola che oggi permette ai diversi partiti di collegarsi in un patto di alleanza prima del voto, dichiarando agli elettori come, perché, e con quale programma. Domanda: a chi serve questo emendamento? Guarda caso proprio al Pdl al Pd e all&#8217;Udc, se volessero truffare gli elettori. Come? Mettendo in scena una campagna elettorale in cui apparentemente se ne dicono di tutti i colori, ma al termine della quale non uscirebbe nessun vincitore certo (ora è matematico che ci sia, con il 55 % dei seggi, con il nuovo sistema sarebbe impossibile il contrario). È bene ricordare che questa <strong>garanzia di maggioranza </strong>esiste attualmente in tutti e tre i principali ordini di competizioni: alle comunali (tranne rarissimi e improbabili casi di “anatra zoppa”), alle regionali, e anche alle politiche. Anzi: <strong>era l&#8217;unica cosa buona del porcellum</strong>, oggi viene spazzata via proprio da quelli che a parole si sono riempiti la bocca con la logica dell&#8217;alternanza, dai dottor Sottile del Cavillo elettorale (come il leggendario professor Ceccanti, il senatore del Pd già noto per i tanti tentativi di scippare il referendum, uno di quelli specializzati nell’ideare imbrogli per mascherare verità sconvenienti).</p><p>Il secondo punto certo – poi – è che agli elettori non viene restituito il primo diritto che è stato scippato loro con il porcellum. Ovvero della possibilità di scegliere i propri eletti. <strong>Niente preferenze, ma nemmeno i collegi uninominali </strong>che avevamo conosciuto con la riforma elettorale del 1994, quella che aveva visto affermarsi in Italia i duelli (di solito a due, raramente a tre) in piccole circoscrizioni di circa 50 mila persone. L&#8217;uninominale sul modello britannico, almeno garantiva un grandissimo potere alla campagna diretta e al consenso sul territorio. La formula che si sta scegliendo – ovviamente – prende <strong>il peggio di ogni modello</strong>: proporzionale senza diritto di scelta delle persone, collegi così grandi da creare di fatto un <strong>proporzionale taroccato</strong> (perché? È l’unico modo per salvare il terzo polo di Casini e impedire che faccia la fine del Ppi nel 1994).</p><p>Vi dicono: però si può indicare il candidato premier! Un&#8217;altra balla. Con questo sistema la designazione di un candidato premier sarà puramente di bandiera, <strong>un altro trucco</strong>. Anzi: si potrà dire con certezza, che i candidati premier delle elezioni saranno quasi sicuramente fatti fuori dopo la formazione delle Camere. E i parlamentari? Con circoscrizioni di media grandezza e liste bloccate – come con il Porcellum – non saranno gli elettori, ma i leader ad avere potere di vita o di morte su deputati e senatori. Ecco perché, alla fine, il potere di decisione dei tre fattori più importanti per la formazione di un governo – il premier, la coalizione e gli eletti – vengono trasferiti direttamente alle<strong> segreterie di partito</strong>. Un bell&#8217;affare. Ma allora a chi serve questa legge? È una specie di vestito tagliato su misura per mantenere il monopolio dei soliti noti, garantire rendite di posizione e sbarrare la strada a qualsiasi terremoto elettorale. “Questo inciucio va fermato”, grida dalle colonne di Libero una insospettabile come l&#8217;ex ministro Giorgia Meloni. Non si può darle torto.<br /> <strong><br /> La soglia di sbarramento viene incredibilmente elevata</strong>: una misura senza senso visto che nelle elezioni scorse solo cinque partiti superarono lo sbarramento. A che serve dunque elevare al 5 %? A impedire che possano entrare in campo liste nuove, come le <strong>civiche</strong> o – tanto per fare un esempio – il Movimento 5 Stelle di Grillo.</p><p>Infine il premio di maggioranza. Circolano delle autentiche bestemmie: tipo quello di assegnarlo <strong>ai primi tre partiti</strong>. Ironia della sorte: sarebbero i tre che sottoscrivono la legge, quelli in linea teorica rappresenterebbero tre poli in conflitto tra di loro. Quindi votando per il Pd si rafforza anche il Pdl, votando Casini si dà una mano a Bersani. A che serve? A prefigurare il nuovo inciucio, magari con Mario Monti premier (senza costringerlo, però, allo spiacevole rito della raccolta voti). <strong>Più che un Porcellum, un ultra-Porcellum</strong>. Mica male per il governo delle (finte) liberalizzazioni, creare un &#8220;accordo di cartello &#8221; per monopolizzare la politica.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 30 Marzo 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/30/a-b-c-e-la-polizza-vita-dellultra-porcellum/201146/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Ministro Fornero, risponda</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/28/ministro-fornero-risponda/200561/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/28/ministro-fornero-risponda/200561/#comments</comments> <pubDate>Wed, 28 Mar 2012 14:15:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Telese</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Elsa Fornero]]></category> <category><![CDATA[esodati]]></category> <category><![CDATA[ministro Fornero]]></category> <category><![CDATA[pensione Fornero]]></category> <category><![CDATA[pensioni Fornero]]></category> <category><![CDATA[riforma del lavoro]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/28/ministro-fornero-risponda/200561/</guid> <description><![CDATA[Gentile ministro Fornero, è bastato riportare su Il Fatto le frasi incredibilmente sprezzanti che lei ha scelto per parlare del dramma degli “esodati”, perché le nostre caselle email fossero intasate di lettere e richieste di aiuto. Ci sono 350 mila persone (con le famiglie, un milione) che per effetto della sua riforma sono oggi senza...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Gentile ministro Fornero, è bastato riportare su Il Fatto le frasi incredibilmente sprezzanti che lei ha scelto per parlare del dramma degli “esodati”, perché le nostre caselle email fossero intasate di lettere e richieste di <strong>aiuto</strong>.</p><p>Ci sono 350 mila persone (con le famiglie, un milione) che per effetto della sua riforma sono oggi senza stipendio né pensione. Nel limbo: espulsi dal mercato del lavoro, rifiutati da quello previdenziale. Se non ci crede, legga le storie che <strong><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/27/esodati-fregati-350mila-lavoratori-sono-licenziati-contando-incentivi-fantasma/200289/" target="_blank">pubblichiamo</a></strong>: c’è chi ha venduto la macchina, chi non riesce più a pagare il mutuo della casa, chi non mangia più carne e fa spesa solo al <strong>discount</strong>, chi ha detto al figlio (all’estero) a un passo dalla laurea: “Torna indietro, non ho più soldi”. Lei, di fronte a questo problema, ha detto a Report, forse senza rendersi bene conto del dramma: “Non ci hanno chiamato a distribuire caramelle”. Ha aggiunto che queste persone dopotutto non hanno tutti i contributi in regola. Ha concluso – ma non è sicuro nemmeno questo – che potrebbero usufruire di un <strong>“sussidio”</strong> (con la sua riforma, per non più di 18 mesi). Hanno tutti grande anzianità lavorativa, lavoratori e lavoratrici con più di trent’anni di contributi, ora finiti a 3-4-5-6 anni dalla pensione. Non si può dire loro: ci spiace, il patto che abbiamo stipulato non vale più, niente caramelle, bimbo. Questi uomini e queste donne avevano accettato la mediazione dello Stato che lei rappresenta e sottoscritto patti.</p><p>Sono gli “esodati” della Ibm, delle Poste, di tante aziende <strong>private</strong>. Sono padri che hanno ceduto il posto ai figli per alleggerire i bilanci. Padri e madri che ora vengono messi contro i figli. Sono persone lasciate sole da tutti – a cominciare dalla politica, per proseguire con i tecnici – nel momento più critico della loro vita. “È come se – dice l’ex ministro Cesare Damiano – dopo aver costruito un ponte tra un sistema e l’altro, ci si rifiutasse di costruire l’ultima campata”.</p><p>Eppure, con la sua riforma, si risparmiano 14 miliardi di euro fin dal 2014: questa spietatezza non è necessaria, né <strong>comprensibile</strong>. Si può spendere un miliardo per questi cittadini? E si può chiederle come mai, dopo aver promesso liberalizzazioni mirabolanti su banche, servizi e corporazioni, l’unica libertà che questo governo ha realizzato è quella di licenziare? Ci piacerebbe che lei rispondesse, anche con una email. Non tanto a noi. A loro.</p><p><em>Il Fatto Quotidiano, 28 Marzo 2012</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/28/ministro-fornero-risponda/200561/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>7</slash:comments> </item> <item><title>Elsa, lacrime e olio di ricino</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/27/elsa-lacrime-e-olio-di-ricino/200321/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/27/elsa-lacrime-e-olio-di-ricino/200321/#comments</comments> <pubDate>Tue, 27 Mar 2012 06:52:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Telese</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[articolo 18]]></category> <category><![CDATA[Damiano]]></category> <category><![CDATA[esodati]]></category> <category><![CDATA[Fornero]]></category> <category><![CDATA[pensioni]]></category> <category><![CDATA[riforma del lavoro]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/27/elsa-lacrime-e-olio-di-ricino/200321/</guid> <description><![CDATA[“Non siamo qui a distribuire caramelle”. Dopo la durezza lo scherno. Così la ministra lacrimale si è fatta vicepreside arcigna, così la Fornero è diventata “la Cattivero”. “La” con l’articolo, perché malgrado la megalomania non abbia limiti, nemmeno lei – per ora – può modificare la lingua italiana, negando ai cronisti l’articolo determinativo femminile. In...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“Non siamo qui a distribuire caramelle”. Dopo la durezza lo scherno. Così la ministra lacrimale si è fatta vicepreside arcigna, così la Fornero è diventata “la Cattivero”. “La” con l’articolo, perché malgrado la megalomania non abbia limiti, nemmeno lei – per ora – può modificare la lingua italiana, negando ai cronisti l’articolo determinativo femminile.</p><p>In qualsiasi paese civile, alla <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-247967ce-8498-4847-b3bb-83961ad92e31.html" target="_blank">inchiesta firmata da Bernardo Iovene</a></span> per il <em>Report</em> di Milena Gabanelli (in onda domenica su Raitre) avrebbero fatto seguito corsivi infuocati, richieste di dimissioni e interrogazioni parlamentari. Ma chi tocca “i tecnici” nella stampa italiana trema: silenzio più completo, <strong>nemmeno un lancio di agenzia</strong>. La ministra che doveva tutelare con rigore compassionevole è diventata la caricatura della signorina Ratched di “Qualcuno volò sul nido del Cuculo”, la caposala che si realizza vessando i propri pazienti. Nei panni di tanti Jack Nicholson incolpevoli, però, ci sono quegli italiani che la riforma contributiva appena varata dal governo Monti manda in rovina. Li hanno simpaticamente battezzati “<strong>Esodati</strong>”. Sono quelli che dopo la riforma resteranno senza lavoro e senza pensione, imprigionati in un limbo previdenziale anticamera della miseria. “Esodati”, come se biblicamente viaggiassero verso una terra promessa. Sono stati espulsi dal lavoro con accordi sottoscritti al Ministero da sindacati e governo.</p><p>Che esistessero si sapeva, e infatti al ministro Fornero erano stati segnalati da un suo predecessore, <strong>Cesare Damiano</strong>: “Guarda – le aveva detto lui – voteremo la riforma se ti impegni a dare loro copertura”. Macché. I soldi non ci sono. In quei giorni di dicembre la Fornero non aveva sentito ragioni, il governo aveva bocciato tutti gli emendamenti, accettando solo un ordine del giorno non vincolante. Poche settimane fa il <em>Corriere della Sera</em> rivelava (fonti governative) che sono poco meno di 200 mila: per l’Inps sono addirittura <strong>350 mila</strong>. Ma domenica, intervistata da <em>Report</em>, la ministra Cattivero ha mostrato la sua faccia spietata: “Siamo stati chiamati a far parte di un governo tecnico perché c’era una lavoro sgradevole da fare. Non perché c’erano da distribuire caramelle”.</p><p>Il nodo che alla Fornero sfugge è che quel danno sociale non lo hanno creato lontani governi politici, <strong>ma la sua riforma</strong>. Per questo che l’ostentazione muscolare è più sgradevole: “Non possiamo permetterci il vecchio metodo delle promesse a go-go. Non possiamo farlo perché perderemmo credibilità”. Poi, di fronte all’incredulo Iovene, che le chiedeva come pensa di risolvere il problema (si è impegnata a farlo entro l’estate) ha aggiunto: “Daremo un sussidio”. L’inviato ha ribattuto: “Loro vorrebbero la pensione!” (ne avevamo maturato il diritto e avevano accettato di esodare a quella condizione). Ma la Fornero: “Possiamo dire una cosa? La pensione di quelle persone, sarà sgradevole dirsi, non è tutta pagata dai contributi”. Davvero viene da chiedere come possa essere passato per la testa, a<strong> Pier Luigi Bersani </strong>(sia pure mettendo di mezzo la sua simpaticissima figlia) di paragonare l’angelica solarità di una donna intelligente come Belén Rodriguez, alla maschera arcigna e presuntuosa della ministra.</p><p>Della sua mutazione genetica ha scritto su <em>Repubblica</em>, Francesco Merlo: “Quelle lacrime non furono, come pensammo in tanti, sentimento del sacrificio, ma emozione del debutto, e quindi turbamento da strategia comunicativa”. Concludendo che le rughe che prima erano bellezza, adesso si sono fatte reticolo di ambizione: “Ora sappiamo che quel pianto era inadeguatezza, la faccia di chi purtroppo rischia di perdere la faccia”. Non ci sarebbe nulla da aggiungere, se non che uguale intransigenza la Fornero l’ha esibita sull’articolo 18, che prima annunciò di considerare totem da abbattere, salvo poi – <strong>con un voltafaccia da politico</strong>, ma di quarta classe – accusare l’ottimo collega del <em>Corriere</em>, Enrico Marro, di averle teso una trappola. Un mese dopo cambiava idea: Elsa era tornata di nuovo “la Cattivero”, al punto da presentare un articolato scomposto che un preside della Bocconi considera “a rischio di incostituzionalità”. Per motivi sconosciuti (ma forse intuibili) se si viene licenziati per motivi economici e anche se il giudice appura che non è vero, non si viene reintegrati al lavoro. Una bella riforma. Ora la Fornero gioca alla Cattivero si dimentica di quando millantava “paccate di miliardi” e parla di caramelle per uomini e donne in mezzo a una strada. Proprio lei, non eletta da nessuno, e titolare di una possibile pensione retributiva. Ha ragione Milena Gabanelli a chiederle di rinunciare. <strong>Almeno a quella</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/27/elsa-lacrime-e-olio-di-ricino/200321/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>10</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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