<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Lorenzo Mazzoni</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/lmazzoni/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Zagreb: l&#8217;orrore di tutte le guerre</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/22/zagreb-lorrore-tutte-guerre/237586/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/22/zagreb-lorrore-tutte-guerre/237586/#comments</comments> <pubDate>Tue, 22 May 2012 16:43:35 +0000</pubDate> <dc:creator>Lorenzo Mazzoni</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Agota Kristof]]></category> <category><![CDATA[Aìsara]]></category> <category><![CDATA[Arturo Robertazzi]]></category> <category><![CDATA[ex jugoslavia]]></category> <category><![CDATA[eZagreb]]></category> <category><![CDATA[genocidio]]></category> <category><![CDATA[Guerra]]></category> <category><![CDATA[libri]]></category> <category><![CDATA[libri digitali]]></category> <category><![CDATA[storia]]></category> <category><![CDATA[Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia]]></category> <category><![CDATA[Zagreb]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=237586</guid> <description><![CDATA[Domenica mattina alle sette, tornato in casa tre ore dopo la fuga precipitosa in strada causata dalla scossa di terremoto che ha colpito Ferrara, ho raccolto i libri e li ho risistemati nelle librerie. Mi è capitato in mano Zagreb, straordinario romanzo di Arturo Robertazzi (Aìsara, 2011), lettura appropriata in un clima surreale di disagio...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Georgia,sans-serif;">Domenica mattina alle sette, tornato in casa tre ore dopo la fuga precipitosa in strada causata dalla scossa di terremoto che ha colpito Ferrara, ho raccolto i libri e li ho risistemati nelle librerie. Mi è capitato in mano <a href="http://www.aisara.eu/Libri/Narrativa/narr_zagreb/Zagreb/index.aspx?m=89&amp;f=2&amp;idv=1&amp;id=64" target="_blank"><em>Zagreb</em></a>, straordinario romanzo di <a href="http://www.arturorobertazzi.it/" target="_blank"><strong>Arturo Robertazzi</strong></a> (<a href="http://www.aisara.eu/" target="_blank">Aìsara</a>, 2011), lettura appropriata in un clima surreale di disagio collettivo. </span></p><p>&nbsp;</p><p><span style="font-family: Georgia,sans-serif;">Tolto qualche calcinaccio dal letto ho riletto quelli che secondo me sono i brani salienti del libro: i ricordi dell&#8217;amicizia prima del conflitto armato, la presentazione del <strong>bambino cecchino</strong>, la presa di coscienza di essere carnefice e non vittima. </span></p><p>&nbsp;</p><p><span style="font-family: Georgia,sans-serif;"><em>Zagreb</em> spesso è stato presentato come una storia sulla guerra nella ex Jugoslavia, ma io credo che sia qualcosa di più. Parla di incontri, di convivenza, di disperazione, di scelte estreme. <strong>Parla dell&#8217;orrore della guerra, dell&#8217;orrore di tutte le guerre</strong>. </span></p><p>&nbsp;</p><p><span style="font-family: Georgia,sans-serif;">Nel romanzo emergono pochi nomi: il Comandante, la Base, la Città, Loro, la Guardia. La narrazione torna alle sue strutture elementari. La violenza è descritta in modo secco, senza compiacimento, in tonalità quasi espressioniste, in uno stile che a volte ricorda, felicemente, quello utilizzato da </span><span style="font-family: Georgia,serif;"><strong>Ágota Kristóf </strong></span><span style="font-family: Georgia,serif;">in </span><span style="font-family: Georgia,serif;"><em>Trilogia della città di K</em></span><span style="font-family: Georgia,serif;"><em><strong>. </strong></em></span><span style="font-family: Georgia,serif;"><em>Zagreb</em></span><span style="font-family: Georgia,serif;"> è un libro bello, intelligente e con un ritmo magistrale. </span></p><p>&nbsp;</p><p>“<span style="font-family: Georgia,serif;"><em>Anestetizzati dal primo trattamento, i prigionieri furono facilmente condotti alla mensa, dove regnava fresco l&#8217;odore di morte degli ultimi quattro condannati. Li stipammo attorno al palco: stretti l&#8217;uno all&#8217;altro, cercavano di scambiarsi un po&#8217; di calore umano per affrontare la paura che li devastava. Un gruppo dei nostri si era schierato di fronte, con le spalle rivolte al finestrone che forniva la luce del giorno, mentre io, insieme a pochi altri, li esaminavo. </em></span><span style="font-family: Georgia,serif;"><em><strong>Stessa lingua, stessa religione, stessa faccia</strong></em></span><span style="font-family: Georgia,serif;"><em>. Bambini, uomini e donne, vecchi. Tutti la stessa faccia e una sola espressione: terrore</em></span><span style="font-family: Georgia,serif;">.</span></p><p>&nbsp;</p><p><span style="font-family: Georgia,serif;"><em>Mi piaceva occuparmi dei prigionieri. Da quando la guerra era iniziata li avevo guardati centinaia di volte e ormai mi sembravano tutti uguali. Non erano uomini, non più. Quello che mi appariva, invece, era una creatura informe con cento occhi e cento gambe. Ogni cella, cento occhi. Ogni cella, cento gambe. </em></span><span style="font-family: Georgia,serif;"><em><strong>Ogni cella, un&#8217;unica Bestia terrorizzata</strong></em></span><span style="font-family: Georgia,serif;">.”</span></p><p>&nbsp;</p><p><span style="font-family: Georgia,serif;">Il romanzo era stato presentato, alla sua uscita l&#8217;anno scorso, al Salone Internazionale del Libro di Torino, e quest&#8217;anno l&#8217;autore lo ha ripresentato all&#8217;interno della stessa manifestazione in un <strong>nuovo formato in edizione digitale</strong>:<em><a href="http://www.aisara.eu/Libri/Narrativa/narr_e_zagreb/eZagreb/index.aspx?m=89&amp;f=2&amp;idv=1&amp;id=81" target="_blank"> eZagreb</a>. </em>Un&#8217;edizione arricchita, un viaggio nella storia delle guerre jugoslave attraverso mappe, immagini, note al testo, documenti video, articoli di giornale dell&#8217;epoca e atti ufficiali del Tribunale Penale Internazionale per l&#8217;ex Jugoslavia.</span></p><p>&nbsp;</p><p><span style="font-family: Georgia,serif;">Si tratta senz&#8217;altro, almeno in Italia, di un esperimento senza precedenti. Il romanzo in formato cartaceo era stato costruito utilizzando un processo inverso rispetto alla canonica costruzione di un romanzo storico. Generalmente si raccolgono dati, si consultano milioni di testi e poi si scrive la storia cercando l&#8217;attendibilità più pura. Nel caso di <em>eZagreb</em> <strong>l&#8217;autore riempie di realtà una storia nata come una storia di fantasia</strong>. Inoltre nei contenuti extra Arturo Robertazzi spiega le sue scelte narrative creando un contatto virtuale con i lettori, in un rapporto colloquiale diretto e senza veli. </span></p><p>&nbsp;</p><p><span style="font-family: Georgia,serif;"><em>Ezagreb</em> diventa una storia che contiene altre storie.<strong> Un nuovo modo di scrittura al passo dei nuovi formati digitali</strong>. </span></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/22/zagreb-lorrore-tutte-guerre/237586/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Cronache dal Salone del Libro</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/13/cronache-salone-libro/227326/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/13/cronache-salone-libro/227326/#comments</comments> <pubDate>Sun, 13 May 2012 19:33:14 +0000</pubDate> <dc:creator>Lorenzo Mazzoni</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Aìsara]]></category> <category><![CDATA[Arturo Robertazzi]]></category> <category><![CDATA[Barbès]]></category> <category><![CDATA[Edizioni Compagine]]></category> <category><![CDATA[Enrico Pandiani]]></category> <category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category> <category><![CDATA[libri]]></category> <category><![CDATA[Matteo Strukul]]></category> <category><![CDATA[MUP]]></category> <category><![CDATA[narrativa]]></category> <category><![CDATA[pulp]]></category> <category><![CDATA[reportage]]></category> <category><![CDATA[Revolver]]></category> <category><![CDATA[romania]]></category> <category><![CDATA[salone del libro di Torino]]></category> <category><![CDATA[Sergio Atzeni]]></category> <category><![CDATA[Spagna]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=227326</guid> <description><![CDATA[Quest&#8217;anno, per me, il Salone Internazionale del Libro di Torino, è iniziato con un giorno d&#8217;anticipo, mercoledì 9 maggio alla libreria Tresibonda, dove Azione Atzeni ha presentato il terzo dei quattro appuntamenti dedicati alla figura di Sergio Atzeni, incontri interamente dedicati agli aspetti meno conosciuti dell&#8217;opera dello scrittore sardo. Francesco Forlani, Enzo Cugusi, Marc Porcu, la rivista...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Quest&#8217;anno, per me, il<strong> Salone Internazionale del Libro di Torino</strong>, è iniziato con un giorno d&#8217;anticipo, mercoledì 9 maggio alla libreria Tresibonda, dove <a href="http://torino.repubblica.it/cronaca/2012/05/10/news/l_autoesilio_di_atzeni_polemista_e_poeta-34833572/" target="_blank"><strong>Azione Atzeni</strong> </a>ha presentato il terzo dei quattro appuntamenti dedicati alla figura di <strong><a href="http://www.sergioatzeni.com/home.html" target="_blank">Sergio Atzeni</a></strong>, incontri interamente dedicati agli aspetti meno conosciuti dell&#8217;opera dello scrittore sardo.</p><p><strong>Francesco Forlani</strong>, <strong>Enzo Cugusi</strong>, <strong>Marc Porcu</strong>, la rivista <strong><a href="http://www.ilreportage.eu/" target="_blank">Reportage</a></strong>, il programma radiofonico <strong><a href="http://www.cocinaclandestina.it/" target="_blank">Cocina Clandestina</a></strong>, l&#8217;associazione sarda<strong> Kintales</strong> e i numerosi intellettuali, editori, traduttori, artisti e lettori che hanno partecipato alla rassegna <em>el diavolo</em>, dello scrittore russo<strong> Evgenij J. Zamjatin</strong>, undimostrano che esiste ancora l&#8217;idea di una comunità letteraria concreta, nello spirito di Sergio Azteni, che, come scritto da <strong>Ernesto Ferrero</strong> &#8220;era uno per cui contava l&#8217;essere e non l&#8217;apparire. Privilegio degli scrittori è proprio quello di continuare a parlare anche dopo la loro scomparsa fisica. Se sono autentici, come Sergio era, il seme che hanno gettato non va perduto&#8221;.</p><p>Poi è inziato il Salone vero e proprio, con le scolaresche, il caos, i soliti grandi editori, gli editori piccoli o nuovi, le sinergie, i dibattiti, gli incontri. Anno della Romania e della Spagna, dell&#8217;editoria digitale, dei volti noti e meno noti. Editori che sono al Lingotto per la prima volta come la torinese <strong><a href="http://www.edizionicompagine.com/" target="_blank">Edizioni Compagine</a></strong>, che ha portato i suoi due titoli in catalogo, il bellissimo e simbolico <em>Crisalide</em>, dell&#8217;esordiente <strong>Amalia Estremi</strong> e il lavoro a quattro mani<em> Il mio nome non è un viaggio</em>, firmato da <strong>Michele Forneris</strong> e <strong>Luca Leoncini</strong>.</p><p>C&#8217;è <span style="color: #888888;"><strong><a href="http://www.mupeditore.it/" target="_blank">MUP</a></strong></span>, che ha celebrato i dieci anni di attività con la creazione della nuova collana di letteratura <strong>Petitò</strong>, libri raffinati e di piccolo formato, dedicati alla letteratura italiana e internazionale, puntando su recuperi e le rarità, dai racconti inediti di <strong>Emile Zola,</strong> <em>Per una notte d&#8217;amore</em>, al <em>Viaggio in Palestina</em> di <strong>Matilde Serrao</strong>, per arrivare al magnifico<em> A casa d</em> testo datato 1914, eretico e profetico, in anticipo sulle inquietanti narrazioni anti-utopiche di Huxley e Orwell.</p><p>L&#8217;editoria digitale abbraccia l&#8217;anno della Romania con<em> Porno Bloc, </em>di <strong>Marco Belli</strong> e Lorenzo Mazzoni (e mi autocito), per l&#8217;occasione tradotto in romeno da <strong>Mihai Mircea Butcovan</strong> ed edito da <a href="http://www.lite-editions.com/" target="_blank"><strong>Lite Editions</strong> </a>che presenta nel suo colorato stand <strong>t-sh</strong><strong>irt che si leggono e si indossano.</strong></p><p>Nella sala Book The Future <a href="http://www.arturorobertazzi.it/" target="_blank"><strong>Arturo Robertazzi</strong> </a>parla del suo<em> Zagreb</em>, già presentato al Salone l&#8217;anno scorso, che adesso diventa<em> eZagreb</em>, <em>romanzo digitale</em> (<strong><a href="http://www.aisara.eu/" target="_blank">Aìsara</a></strong>), edizione arricchita dell&#8217;intenso <strong>viaggio narrativo nelle guerre jugoslave</strong> dello scrittore napoletano. Il modo di scrittura cambia con i nuovi formati digitali e il romanzo si &#8220;amplia&#8221; di contenuti extra, della documentazione dietro le quinte. Il romanzo diventa romanzo digitale.</p><p>La casa editrice <strong><a href="http://www.aisara.eu/" target="_blank">Aìsara</a></strong>, oltre a <em>Zagreb</em>, presenta molti altri titoli di notevole interesse e qualità. Nata a Cagliari nel 2006, propone scrittori nazionali e stranieri non ancora tradotti in Italia. In sei anni ha pubblicato più di settanta titoli. Un catalogo curato, intenso e molto bello, che, oltre a contenere l&#8217;opera dell&#8217;&#8221;altro&#8221; Simenon,<strong> André Héléna</strong>, uno dei maggiori rappresentanti del noir francese, ha i racconti dello spagnolo <strong>Pablo d&#8217;Ors</strong> (<em>Il debutto</em>), con la sua scrittura che ricorda il miglior Roberto Bolaño, o i romanzi degli scrittori romeni <strong>Dumitru Tepeneag</strong> (<em>La belle Roumaine</em>) e <strong>Dan Lungu</strong> (<em>Sono una vecchia comunista!</em>).</p><p><strong><a href="http://www.barbes.it/gruppoeditoriale/" target="_blank">Il Gruppo Editoriale Barbès</a></strong>, con gli altri suoi due marchi <strong>Cult Editore</strong>, dedicato alla narrativa italiana e alla saggistica, e <strong>Nikita Editore</strong>, dedicato alla narrativa dell&#8217;ex blocco sovietico, ha portato al Salone volumi importanti, da <em>Lettera al figlio che non avrò</em>, della vietnamita <strong>Linda Le</strong>, al noir<em> Il corpo di Vera Nard</em>, dello scrittore transalpino<strong> Marcus Malte</strong>.</p><p>E proprio il più francese dei nostri noiristi, <strong><a href="http://lesitaliens.wordpress.com/" target="_blank">Enrico Pandiani</a></strong>, è stato coordinato in modo brillante, allo spazio IBS, da <strong>Luca Crovi</strong>, insieme a <strong>Massimo Tallone</strong>. Si è parlato del mondo della pittura, di esotersimo, di personaggi dei fumetti, di armi e della Resistenza Francese. Pandiani ha appena pubblicato il romanzo<em><a href="http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/Cultura_e_Spettacoli/352917_emozioni_e_spirito_ingredienti_del_noir_ambientato_in_distilleria/" target="_blank"> La testa e la coda</a></em>, con la <strong>Distilleria Fratelli Brunello</strong>, nata nel 1840, la più antica distilleria artigianale italiana, che ha &#8220;commissionato&#8221; una storia noir profumata di vino a uno dei nuovi maestri del genere.</p><p>Da <a href="http://www.revolverlibri.it/" target="_blank"><strong>Edizioni BD-Revolver Libri</strong> </a>c&#8217;è la <strong>birra Revolver</strong>, la bevi se compri due libri, e dietro lo stand ci sono gli autori di quei libri, i bravissimi e imprevedibili <strong>Victor Gischler</strong> (<em>Sinfonia di piombo</em>), e <strong>Allan Guthrie</strong> (<em>Dietro le sbarre</em>). <strong><a href="http://www.matteostrukul.com/" target="_blank">Matteo Strukul</a></strong>, curatore editoriale della collana, lui stesso sorprendente firma della <strong>narrativa <a href="http://sugarpulp.it/" target="_blank">pulp</a></strong>, ha messo in campo una vera <strong>squadra d&#8217;assalto</strong>, riunendo i migliori romanzieri del genere: <strong>Derek Nikitas, Russel D. McLean, Anthony Neil Smith</strong>, rappresentati in modo eccezionale dalle copertine d&#8217;artista di <strong>Davide Furnò</strong>. Lo stand di <strong>Revolver Libri</strong>, con la sua <strong>atmosfera meticcia, contaminata, bastarda</strong>, che rispecchia la letteratura che rappresenta, una letteratura diversa, che taglia i generi, abbatte gli steccati ed estrae dall’arte del narrare formule velenose e sanguinarie, è un buon posto per salutare amici e conoscenti e tornarsene a casa. Uno zaino pieno di libri.</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/13/cronache-salone-libro/227326/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il professor Righetto e Scuola Twain</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/02/professor-righetto-scuola-twain/215106/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/02/professor-righetto-scuola-twain/215106/#comments</comments> <pubDate>Wed, 02 May 2012 11:02:26 +0000</pubDate> <dc:creator>Lorenzo Mazzoni</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[dave eggers]]></category> <category><![CDATA[gianni rodari]]></category> <category><![CDATA[Giulio Mozzi]]></category> <category><![CDATA[letteratura]]></category> <category><![CDATA[libri]]></category> <category><![CDATA[Marco Lodoli]]></category> <category><![CDATA[matteo righetto]]></category> <category><![CDATA[Matteo Strukul]]></category> <category><![CDATA[Nick Hornby]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[Scuola Twain]]></category> <category><![CDATA[studenti]]></category> <category><![CDATA[sugarpulp]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=215106</guid> <description><![CDATA[Matteo Righetto, uno dei fondatori di SugarPulp, il movimento letterario &#8220;padovano&#8221; divenuto in pochi anni uno dei fenomeni culturali più dinamici e interessanti in Italia e non solo, e adrenalinico e scoppiettante autore di due ottimi romanzi, Savana Padana e Bacchiglione Blues, ha ideato un nuovo progetto ispirato alle esperienze degli scrittori Dave Eggers (826 Valencia...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a title="Matteo Righetto" href="http://matteorighetto.com/" target="_blank"><strong>Matteo Righetto</strong></a>, uno dei fondatori di <a title="SugarPulp" href="http://sugarpulp.it/" target="_blank"><strong>SugarPulp</strong></a>, il movimento letterario &#8220;padovano&#8221; divenuto in pochi anni uno dei fenomeni culturali più dinamici e interessanti in Italia e non solo, e adrenalinico e scoppiettante autore di due ottimi romanzi, <a title="Savana padana" href="http://www.editricezona.it/savanapadana.htm" target="_blank"><strong><em>Savana Padana</em></strong></a> e <a title="Bacchiglione Blues" href="http://www.gruppoperdisaeditore.it/Catalogo/Perdisa-pop/Romanzi/Bacchiglione-blues.aspx" target="_blank"><strong><em>Bacchiglione Blues</em></strong></a>, ha ideato un nuovo progetto ispirato alle esperienze degli scrittori <strong>Dave Eggers</strong> (<a title="826 Valencia" href="http://826valencia.org/" target="_blank">826 Valencia</a> negli Stati Uniti), <strong>Nick Hornby</strong> (<a title="Ministry of Stories" href="http://www.ministryofstories.org/" target="_blank">Ministry of Stories</a>, in Inghilterra) e prima ancora a quelle di <strong>Gianni Rodari</strong> e <strong>Marco Lodoli</strong> in Italia, dedicato alla creazione di storie e di una nuova generazione di lettori e narratori: <a title="Scuola Twain" href="http://scuolatwain.it/web/index.html" target="_blank"><strong>Scuola Twain</strong></a>.</p><p>Come si legge nel manifesto della scuola:</p><p>&#8220;Scuola Twain è un progetto di <strong><em>lettura</em> e <em>scrittura creativa</em>,</strong> ma anche una concreta proposta di mentoring per giovani.<br />Il progetto sviluppa in ogni studente le capacità e le abilità della lettura e della narrazione per ispirare i giovani di età compresa tra gli 11 e i 19 anni, nella convinzione che oltre a offrire uno sviluppo e una crescita culturale, esse scatenino la fantasia e diano fiducia, insegnino il rispetto di sé e migliorino la capacità della comunicazione e delle relazioni interpersonali e sociali.</p><p><strong>Gli obiettivi di Scuola Twain sono pertanto primariamente culturali</strong>, ma proprio per questo possono dirsi anche e soprattutto formativi, relazionali e sociali.</p><p>Detto che tale percorso culturale è utile a <strong>formare una consapevolezza narrativa e letteraria nei ragazzi</strong>, va aggiunto che esso riveste un valore altamente formativo anche per gli insegnanti ospitanti, i quali grazie a questo progetto hanno modo di aggiornarsi e approfondire temi tecniche e metodologie inerenti la propria disciplina che spesso esulano dalla loro rigida formazione istituzionale, favorendo così un importante arricchimento del loro bagaglio culturale e letterario, e svecchiando tra l&#8217;altro un canone letterario anacronistico e troppo spesso inadatto agli adolescenti dei giorni nostri.</p><p><strong>Il progetto è rivolto agli studenti delle scuole medie inferiori e a quelli delle medie superiori di ogni indirizz</strong>o, nonché ai loro docenti di lettere, i quali sono direttamente coinvolti dal docente di Scuola Twain nell&#8217;attività didattica del corso proposto. <br />Scuola Twain è però contemporaneamente rivolto anche a scrittori, editor, narratori, insegnanti di scrittura creativa, sceneggiatori; i quali intendano donare qualche ora del loro tempo per diventare docenti di Scuola Twain e offrire agli studenti e alle classi che aderiscono al progetto le proprie competenze, conoscenze e capacità.</p><p>Il progetto Scuola Twain avrà inizio con <strong>l&#8217;anno scolastico 2012-</strong><strong>2013</strong>, inizialmente nella sola Regione Veneto, con la prospettiva di diffondersi presto su tutto il territorio nazionale.<strong></strong></p><p><strong></strong>Il progetto standard consiste in un modulo di 10 ore (ma è possibile partecipare anche con altre modalità. Il minimo richiesto è una unità didattica di 2 ore) strutturate in base alle esigenze della classe, alle indicazioni del docente referente e al piano di lavoro proposto dal docente di Scuola Twain. Normalmente il corso è strutturato in modo tale da prevedere una suddivisione del monte ore incentrato su alcune delle seguenti unità didattiche, da svolgersi facoltativamente a discrezione del docente:<em></em></p><p><em>Chi è il mio scrittore-docente? (presentazione alla classe del docente Scuola Twain e delle sue opere).</em></p><p><em>Come nasce una storia (principi di narratologia e fantasticheria).</em></p><p><em>Perché raccontare storie?</em></p><p><em>Si può insegnare a raccontare una storia?</em></p><p><em>Come si racconta e da dove si comincia.</em></p><p><em>L&#8217;importanza vitale di leggere libri.</em></p><p><em>L&#8217;esperienza estetica della lettura (il piacere di leggere).</em></p><p><em>L&#8217;esperienza etica della lettura (conoscere il mondo e quindi se stessi).</em></p><p><em>Lettura creativa.</em></p><p><em>Laboratorio finale di scrittura (con la realizzazione da parte di ogni studente di un raccontino di 3000-5000 battute).</em></p><p><strong>Lezione frontale, lavori di gruppo, lettura attiva e creativa, laboratori di scrittura, utilizzo materiale didattico</strong> fornito dal docente di Scuola Twain. Il materiale e gli strumenti didattici in uso consistono in appunti, dispense, libri e altri materiali liberamente proposti dal docente, nonché quelli specifici e dedicati a tale scopo gentilmente offerti da <a title="Giulio Mozzi" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Mozzi" target="_blank"><strong>Giulio Mozzi</strong></a>, scrittore, insegnante di scrittura creativa e docente di Scuola Twain. Al termine del percorso gli studenti sono invitati a rendere prova della loro esperienza in vari modi possibili a discrezione del docente di Scuola Twain.&#8221;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/02/professor-righetto-scuola-twain/215106/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Appunti pornografici da Bucarest</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/22/appunti-pornografici-bucarest/206395/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/22/appunti-pornografici-bucarest/206395/#comments</comments> <pubDate>Sun, 22 Apr 2012 20:38:15 +0000</pubDate> <dc:creator>Lorenzo Mazzoni</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[bucarest]]></category> <category><![CDATA[Comunismo]]></category> <category><![CDATA[Lorenzo Mazzoni]]></category> <category><![CDATA[Marco Belli]]></category> <category><![CDATA[Mihai Butcovan]]></category> <category><![CDATA[Porno Bloc]]></category> <category><![CDATA[pornografia]]></category> <category><![CDATA[romania]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=206395</guid> <description><![CDATA[La Romania è uno dei due paesi ospiti (insieme alla Spagna) del prossimo Salone del Libro di Torino. In tale occasione verrà ristampato da Lite Editions Porno Bloc, rotocalco morboso dalla Romania post post-comunista (in edizione bilingue italiano/romeno, traduzione di Mihai Mircea Butcovan, &#8220;l&#8217;osservatore romeno&#8221; per eccellenza), il romanzo fotografico che scrissi nel 2009 con...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La Romania è uno dei due paesi ospiti (insieme alla Spagna) del prossimo <a href="http://www.salonelibro.it/" target="_blank">Salone del Libro di Torino</a>. In tale occasione verrà ristampato da <a href="http://www.lite-editions.com/chi-siamo.html" target="_blank">Lite Editions</a> <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2009/03/romania-porno-bloc.shtml" target="_blank"><strong><em>Porno Bloc, rotocalco morboso dalla Romania post post-comunista</em></strong></a> (in edizione bilingue italiano/romeno, traduzione di <a href="http://www.mihaibutcovan.it/Mihai_Mircea_Butcovan/Benvenuto.html" target="_blank"><strong>Mihai Mircea Butcovan</strong></a>, &#8220;l&#8217;osservatore romeno&#8221; per eccellenza), il romanzo fotografico che scrissi nel 2009 con <strong><a href="http://www.flickr.com/photos/marcobelli/" target="_blank">Marco Belli</a> </strong>dopo un soggiorno a Bucarest.</p><p>Tra gli appunti che buttai giù in <strong>Romania</strong> e che non sono entrati nel romanzo, ho trovato questi:</p><p>Vai in un qualsiasi ufficio di collocamento e dimmi se quelli del Fronte  della Salvezza Nazionale dicevano la verità sulla disoccupazione ai  tempi del tiranno. <strong>Guarda la lunga fila dei senza lavoro</strong>. Battono i piedi, fumano, rumoreggiano. I  più fortunati, quelli che del collocamento non se ne fanno nulla,svolgono  due lavori al giorno mal pagati: guida turistica e tassista, magnaccia e  venditore ambulante, contadino e assicuratore.</p><p>Vai a mangiare in  un McDonald&#8217;s nel centro di Bucarest e dimmi se il pane dei  cheeseburger è migliore di quello dei McDonald&#8217;s di Milano.</p><p>Vai  in cerca di quadri per il mercatino davanti al monastero Antim. Se non  li trovi chiedi a qualche rivoluzionario dell&#8217;89. Le loro case sono  piene: <strong>per la rivoluzione (?) si espropria alla nazione anche il  patrimonio artistico</strong>.</p><p>Vai a Stravropoleos, a Spiridon. Attraversa la piazza della Repubblica, <strong>evita le bande di cani randagi</strong>, evita le macchine.</p><p>Vai  a scattare fotografie banali al Palatul Poporului, la casa del popolo,  il Parlamento. L&#8217;edificio pubblico più grande al mondo dopo il  Pentagono. Seimila stanze rivestite di marmo. Dodici piani, ottantasei  metri di altezza, rifugi antiatomici, fontane. <strong>Megalomania d&#8217;annata</strong>. Di  fronte, le facciate dei palazzi sono ricoperte da cartelloni  pubblicitari con la gigantografia del volto sorridente di Beckham.  Megalomania moderna.</p><p>Vai a fare una corsetta per il Bulevardul Balcescu. Mettiti una mascherina antismog. <strong>Aspetta un autobus che non arriverà mai</strong>. Torna indietro per Boulevardul Unirii. Il Boulevard della Vittoria del Socialismo: non ha portato tanto bene.</p><p>Vai  a Bucarest d&#8217;inverno, ricopriti con tre cappotti e cinque strati di  magliette dello Steaua. Di notte fa meno quindici gradi. I pochi parchi  sono spogli, le strade buie. Guarda sotto i tuoi piedi. Osserva le mani  che sollevano il tombino. Segui il passo ciondolante dei bambini che  sono usciti dal sottosuolo. Vai dietro i loro passi. Ricordati,  quando sarai a casa, di aver visto <strong>un moccioso di otto anni inalare  colla Aurolac</strong> e poi crollare al suolo. Ricordati, tienilo a mente che  nelle fogne di Bucarest vivono centinaia di bambini. Migliaia di  metri di sottosuolo riscaldato dai tubi dell&#8217;acqua bollente. Pavimento  di fango e rifiuti umani. La reggia degli orfani rumeni. La più  terribile conseguenza della rivoluzione (?) dell&#8217;89, il decreto di  chiudere tutti gli istituti per minori dello Stato. Gretti  minatori e perdigiorno del Fronte della Salvezza Nazionale che,  sbarazzatisi del tiranno, accompagnavano cortesemente i figli di nessuno  fuori dagli orfanotrofi.</p><p>Vai sul Dâmboviţa, sfoglia le pagine  dei libri di storia. Soffermati sulla nota che dice che qui, nel 1640  vivevano centomila persone. Qui, in questo caotico groviglio di case e  palazzi, seicentocinque chilometri quadrati, due milioni di abitanti.</p><p>Vai  indietro con la memoria, va nel 1821, nel pieno della rivolta contadina  di Tudor Vladimirescu. La prima manifestazione in Valacchia dei moti  risorgimentali balcanici. <strong>Anteprima di Bucarest capitale</strong>, bulbi  elettrici, lampade a petrolio.</p><p>Vai negli anni &#8217;30, assorbi la  rinascita economica e culturale della città. La Piccola Parigi. Emil  Cioran, Eugène Ionesco, Mircea Eliade. Grandi pensatori di questa terra  di contraddizioni. Paese latino dal carattere slavo, cristiano ortodosso  che diventa nazista e poi, d&#8217;improvviso, quasi comunista.</p><p>Vai a  sederti in un tavolino esterno dei café del centro. Osserva i passanti,  il loro bagaglio di tradizioni, superstizione. Occhi dal fascino barbaro  e oscuro. Gente allegra, disperata, scettica, rumorosa.</p><p>Vai a  Bucarest durante la Pasqua ortodossa, quando la città è deserta anche di  giorno e le donne dipingono le uova all&#8217;interno delle case, all&#8217;interno  di un quadro domestico farcito di tappeti, ricami, tovaglie e  paramenti.</p><p>Vai in cerca dei fasti del passato. <strong>Cerca tracce di  sangue</strong>. Cerca gocce di speranza. Ricordati della nazionalizzazione,  della colletivizzazione, il piano quinquennale, la politica estera  indipendente dall&#8217;influenza sovietica, la modernizzazione. E poi  ancora: i prestiti occidentali, l&#8217;austerità, le esportazioni di derrate  alimentari, la corruzione, la securitate, la condanna a morte,  l&#8217;esecuzione del Conducador e della consorte.</p><p>Vai a guardare i  tuoi connazionali in giacca e cravatta accompagnati da principesse more  in tacchi a spillo. Entra nelle discoteche. Varca la soglia del Club  Maxx o del Why Not. Vai a giocare a biliardo al Casablanca o ad  intrattenere gli studenti al Club A. Muoviti a passo di samba al  Flamingo. Scegli l&#8217;intrattenimento serale che più ti aggrada: spettacolo  teatrale, casinò, concerto, massaggi orientali. <strong>Sembra tutto facile e  patinato</strong>. Le donne più belle della città nel modo migliore, più veloce, più economico.</p><p>Vai  in giro per la fredda notte di Bucarest. Attraversa i quartieri di  Amzei, Cismigiu, Lipscani. Segui le risate e il profumo stonato dei  corpi sudati. Eccolo il Malibu, con <strong>le sue ninfette da striptease</strong>. Il Babes e il Lucky Love, sexy-club per stranieri avvinazzati.</p><p>Vai  a zonzo fino all&#8217;alba. Aspetta sul ciglio della strada un taxi  sgangherato. Guidato da un ometto orbo che, come i più fortunati reduci  dell&#8217;89, fa due lavori: quando non guida aiuta la moglie a vendere  merletti. <strong>La figlia è andata in Italia a fare la badante</strong>. Adesso la vogliono rimandare a Bucarest.</p><p>“Vai via e aspetta almeno trent&#8217;anni a tornare”. Sussurra il tassista davanti all&#8217;entrata dell&#8217;aeroporto.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/22/appunti-pornografici-bucarest/206395/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Enrico Pandiani fa bene allo spirito</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/enrico-pandiani-bene-allo-spirito/203656/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/enrico-pandiani-bene-allo-spirito/203656/#comments</comments> <pubDate>Thu, 12 Apr 2012 17:48:31 +0000</pubDate> <dc:creator>Lorenzo Mazzoni</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Babar]]></category> <category><![CDATA[Cose Bulgare]]></category> <category><![CDATA[Enrico Pandiani]]></category> <category><![CDATA[Fontainebleau]]></category> <category><![CDATA[Les italiens]]></category> <category><![CDATA[Lezioni di tenebra]]></category> <category><![CDATA[parigi]]></category> <category><![CDATA[Pessime scuse per un massacro]]></category> <category><![CDATA[romanzo noir]]></category> <category><![CDATA[Troppo piombo]]></category> <category><![CDATA[vietnam]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=203656</guid> <description><![CDATA[Immerso nel fin troppo affollato panorama della letteratura noir nostrana, ho riletto in questi giorni Pessime scuse per un massacro, quarto episodio delle avventure di Les italiens e del commissario Mordenti, lo sbirro della Brigata Criminale parigina creato da Enrico Pandiani. L&#8217;ho riletto con gusto, e mi ha fatto bene. Troppi autori, storie tutte uguali,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Immerso nel fin troppo affollato panorama della letteratura noir nostrana, ho riletto in questi giorni <em>Pessime scuse per un massacro</em>, quarto episodio delle avventure di<em> <a href="http://lesitaliens.wordpress.com/" target="_blank">Les italiens</a></em> e del commissario Mordenti, lo sbirro della Brigata Criminale parigina creato da <strong>Enrico Pandiani</strong>. L&#8217;ho riletto con gusto, e mi ha fatto bene.</p><p>Troppi autori, storie tutte uguali, personaggi incredibilmente fasulli, battute scontate. Nonostante il novanta per cento della popolazione italiana abbia scritto un romanzo noir, la qualità è mediamente scarsa. E Pandiani e i suoi <em>Les italiens</em> emergono, meritatamente.</p><p>Quando ho letto <a href="http://www.ibs.it/code/9788846100993/les-italiens/pandiani-enrico.html" target="_blank"><strong><em>Les italiens</em></strong></a> ho trovato echi del miglior Izzo. In <a href="http://www.ibs.it/code/9788846101099/troppo-piombo/pandiani-enrico.html" target="_blank"><strong><em>Troppo piombo</em></strong></a> ho trovato echi di un Manchette interessato ai dettagli. In<em> <a href="http://www.ibs.it/code/9788846101365/lezioni-tenebra/pandiani-enrico.html" target="_blank"><strong>Lezioni di tenebra</strong></a></em> ho trovato echi di un Pagan senza problemi depressivi. Poi ho riletto <a href="http://www.ibs.it/code/9788817055970/pessime-scuse-per/pandiani-enrico.html" target="_blank"><strong><em>Pessime scuse per un massacro</em></strong></a> è ho capito che Pandiani ha creato, felicemente, lo stile Pandiani.</p><p>Le descrizioni dei luoghi, l&#8217;evolversi della storia, i dialoghi, l&#8217;emotività non hanno mai cadute. C&#8217;è un piacevole ritmo costante, non ci sono sbavature. Violenza e dolcezza, campagna e metropoli, storia passata e presente globalizzato. Passione e distacco. <strong>Un felice gioco di estremi, raccontato con un&#8217;invidiabile capacità narrativa</strong>.</p><p>In questa quarta indagine Mordenti si ritrova a  Fontainebleau per cercare di risolvere il caso dell&#8217;omicidio di un senatore, eroe della Resistenza diventato un politico molto influente, crivellato dai colpi micidiali di una mitragliatrice Browning calibro 50 insieme alla figlia e alla guardia del corpo. Il commissario si ritroverà a scoperchiare ricordi  e rancori risalenti alla Seconda guerra mondiale, mentre la scia degli omicidi proseguirà accompagnata da una statuina di <strong>Babar, l&#8217;elefante dei cartoni animati</strong>, posata per terra di fianco alle vittime.</p><p>Lo svolgersi dell&#8217;indagine è incalzante. La descrizione dei luoghi e delle ritualità della vita nella campagna francese riuscitissima. Pandiani dimostra che è possibile scrivere splendidi noir ambientati fuori dai confini nazionali. E dimostra, pagina dopo pagina, romanzo dopo romanzo, di amare appassionatamente i suoi personaggi, rendendoli reali, umani, incondizionatamente simpatici. In <em>Pessime scuse per un massacro</em> il personaggio femminile, il capitano Mai Linh, è estremamente riuscito nella sua femminilità, memorabili il primo incontro fra lei e Mordenti (<strong>un applauso all&#8217;autore che ha deciso di lasciar fare la figura dell&#8217;imbecille al proprio commissario</strong>) e l&#8217;arrivo della donna alla stazione di Parigi, avvolta in un Ao-Dai vietnamita ricco di sensualità e simbolismo.</p><p>Lontano dalla Francia di <em>Les italiens,</em> lontano da Torino (la sua città): Sofia, Bulgaria. Il racconto <strong><em>Le nuvole di Krasna Polyana</em></strong> inserito nell&#8217;antologia <a href="http://www.bulgaria-italia.com/bg/books/scheda_libro.asp?sku=74100328" target="_blank"><em>Cose bulgare. Tredici scrittori raccontano la &#8220;Bulgaria&#8221;</em></a> è una breve perla del miglior noir speziato alla Segretissimo. Servizi segreti, killer, la pista bulgara, Ali Ağca, una donna bella e letale&#8230; un ultima piccola dimostrazione di come questo autore riesca a destreggiare al meglio luoghi a lui poco familiari.</p><p>Niente da dire, Enrico Pandiani fa bene alla letteratura, fa bene ai lettori, fa bene a noi &#8220;colleghi&#8221;, fa bene alla testa e fa bene allo spirito.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/12/enrico-pandiani-bene-allo-spirito/203656/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Guerriglieri di serie B</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/03/guerriglieri-serie/201868/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/03/guerriglieri-serie/201868/#comments</comments> <pubDate>Tue, 03 Apr 2012 08:05:07 +0000</pubDate> <dc:creator>Lorenzo Mazzoni</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Guerra del Vietnam]]></category> <category><![CDATA[guerriglia]]></category> <category><![CDATA[Hmong]]></category> <category><![CDATA[Il sole sorge sul Vietnam (Mekongblues)]]></category> <category><![CDATA[Laos]]></category> <category><![CDATA[Lorenzo Mazzoni]]></category> <category><![CDATA[Luang Prabang]]></category> <category><![CDATA[rivoluzione]]></category> <category><![CDATA[Tommy Graziani]]></category> <category><![CDATA[Vientiane]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=201868</guid> <description><![CDATA[160 chilometri a nord di Vientiane. Lungo la Statale 13. Partiamo presto. Saliamo su un grosso autobus sgangherato coi sedili in legno, sacchi di riso, decine di contadini laotiani che urlano e fumano sigarette puzzolenti. L’autobus dei polli. Ci lasciamo alle spalle la piccola Vang Vieng, adagiata su un’ansa del fiume Nam Song. Ieri sera...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>160 chilometri a nord di <a href="http://www.kultvirtualpress.com/ebooks.asp?book=1063" target="_blank">Vientiane</a>. Lungo la Statale 13. Partiamo presto. Saliamo su un grosso autobus sgangherato coi sedili in legno, sacchi di riso, decine di contadini laotiani che urlano e fumano sigarette puzzolenti. <strong>L’autobus dei polli</strong>. Ci lasciamo alle spalle la piccola Vang Vieng, adagiata su un’ansa del fiume Nam Song. Ieri sera colonne di autocarri pieni di militari sfrecciavano per la strada. Qualcuno ci indicava e rideva.</p><p>La natura è magnifica: montagne ricoperte di mille strati diversi di verde, un cielo azzurro che diventa nuvolo in un secondo e poi torna azzurro. I nostri compagni di viaggio sono simpatici, la signora seduta di fronte a noi continua a sorriderci e con occhi imploranti ci fa capire di fare attenzione poiché i nostri piedi sono appoggiati sui suoi sacchi di riso.</p><p>Fino a Bang Jiang tutto bene, poi arriva il vero, unico, indistinguibile acquazzone tropicale. L’autobus fa la doccia e procede a fatica lungo i tornanti. Poi succede qualcosa, l’autista rallenta, non capiamo. I nostri vicini dicono “Hmong, Hmong”. L’autobus procede lentamente in mezzo alla vegetazione. <a href="http://www.lineabn.com/autori/tommy-graziani" target="_blank">Tommy</a> estrae la macchina fotografica ma la signora del riso, con i suoi occhi parlanti, gli fa capire che è meglio se la rimette via. Attendiamo.</p><p>I <a href="http://www.hmongtimes.com/" target="_blank">Hmong</a> costituiscono una delle popolazioni indigene più numerose della regione tra la Thailandia, il Laos, il Vietnam e la Cina. In Cina vivono circa nove milioni di Hmong, che là si chiamano Miao. Nel Laos costituiscono uno dei gruppi etnici maggiori della popolazione montana, che a sua volta costituisce più della metà della popolazione complessiva. Dei 5,3 milioni di cittadini della Repubblica Popolare Democratica del Laos circa l&#8217;8% sono Hmong. A partire dagli anni &#8217;60 i Hmong sono stati sistematicamente assoldati dai servizi segreti USA, la CIA, per combattere contro il movimento <a href="http://www.kplnet.net/francias/index%20fr.htm" target="_blank"><strong>Pathet Lao</strong></a> e impedirgli la presa di potere. Fino a 40.000 Hmong sono stati per certi periodi nel libro paga della CIA, ma hanno pagato un caro prezzo per questa alleanza. Fino a metà degli anni &#8217;70 almeno 30.000 Hmong sono morti durante i continui combattimenti con il Pathet Lao.</p><p><strong>Le forze di sicurezza laotiane continuano a cercare gli ultimi Hmong</strong> nei loro nascondigli e a &#8220;spezzare ogni forma di resistenza&#8221;. I Hmong nascosti nella foresta però non sono più i combattenti di ieri, ma sono per la maggior parte donne, bambini e appartenenti a una generazione che non ha mai partecipato direttamente ai combattimenti degli anni passati. Per non essere scoperti dai soldati, i Hmong che spesso vivono nella foresta da oltre trent&#8217;anni, non possono né coltivare qualcosa né accendere fuochi. Si nutrono esclusivamente di piante e radici. A loro manca tutto, dal cibo ai medicinali. Nell&#8217;impossibilità di curarsi le ferite si trovano spesso costretti a amputarsi parti del corpo. Molti Hmong muoiono di fame, di affaticamento e di malattia.</p><p>E le forze di sicurezza laotiane continuano a dargli la caccia. E’ una guerra spietata. Una guerra a cui assistiamo. I militari sono immobili sotto la pioggia, i mitragliatori in spalla. Fanno fermare l’autobus, controllano i documenti dei laotiani. Poco distante, sul bordo della strada, la carcassa di un pullman bruciato. Scopriremo più tardi che è opera dei guerriglieri Hmong, che anche se poco numerosi e affamati continuano la loro micro guerriglia. Sono scesi dalla montagna, bombe a mano e kalashnikov, hanno fatto fermare il pullman, <strong>hanno ammazzato gli occupanti (l’autista, i maestri e quattordici scolari</strong>) e poi hanno dato fuoco all’automezzo. Adesso guardiamo la carcassa bruciacchiata, un militare fa cenno di ripartire. Fra quelle montagne, da qualche parte, ci sono donne amputate, malnutrite e bambini con lo stomaco gonfio e poche speranze di arrivare all’età dell’adolescenza. Su quelle montagne, da qualche parte, ci sono anche assurdi guerriglieri che ogni tanto scendono a valle e massacrano senza pietà giovani scolari laotiani… un odio senza fine.</p><p><strong>Luang Prabang</strong> è bellissima. Ancora relativamente poco toccata dalla globalizzazione, anche se in verità nei bar del centro è un vai e vieni di ragazzi anglosassoni con lo zaino firmato e l’indistinguibile maglietta della Beer Lao, Luang Prabang mantiene la sua aurea magica. Situata fra il malsano e possente Mekong e il Nam Khan, la città è suddivisa in piccoli agglomerati di case al cui centro sorgono tempi buddisti. Il Wat Xieng Thong ha cinquecento anni, il Wat Mai Suwannaphumaham qualcuno di meno, nel cortile del Wat Aham ci sono i banani secolari, se si sale sul colle di Phu Sì si può ammirare il Wat Thammonthayalan. Templi ovunque, stupa a forma di bulbo, di cocomero, di nocciola, monaci e monache, silenzio.</p><p>Al Talat Dala, nel cuore della città vecchia, mangiamo salsicce piccanti e beviamo caffè alla laotiana. Intorno a noi occhi montanari, liquidi e penetranti. Qualcuno ci offre sigarette, qualcuno vuole vedere i nostri libri. Il tramonto cade sul lato del Mekong. In lontananza un bufalo si butta in acqua.</p><p>Bloccati qui, in questa città incantata per colpa dell’odio senza fine, della guerriglia dimenticata, dell’incapacità di dialogare. Ripenso al pullman bruciato, ai <strong>bambini carbonizzati</strong>. Ripenso alle colonne di automezzi militari incontrati a Van Vieng. Il bufalo risale a riva e, languidamente, si stende sulla fanghiglia, ignaro, inconsapevole.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/03/guerriglieri-serie/201868/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La notte buia dell&#8217;Argentina</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/24/notte-buia-dellargentina/199483/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/24/notte-buia-dellargentina/199483/#comments</comments> <pubDate>Sat, 24 Mar 2012 21:35:46 +0000</pubDate> <dc:creator>Lorenzo Mazzoni</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[1976]]></category> <category><![CDATA[Argentina]]></category> <category><![CDATA[buenos aires]]></category> <category><![CDATA[desaparecidos]]></category> <category><![CDATA[dittatura]]></category> <category><![CDATA[Lorenzo Mazzoni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=199483</guid> <description><![CDATA[Il 24 marzo del 1976 è calata la notte sull&#8217;Argentina ed è iniziato il genocidio. Coi preti che benedicono il macello e i generali con gli occhiali scuri seduti in tribuna d’onore allo stadio di Buenos Aires. I soldati che perquisiscono la gente per la strada e le madri che girano intorno alla grande piazza,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Georgia,sans-serif;">Il <strong>24 marzo del 1976</strong> è calata la notte sull&#8217;Argentina ed è iniziato il genocidio. </span></p><p><span style="font-family: Georgia,sans-serif;"><strong>Coi preti che benedicono il macello</strong> e i generali con gli occhiali scuri seduti in tribuna d’onore allo stadio di Buenos Aires. I soldati che perquisiscono la gente per la strada e le madri che girano intorno alla grande piazza, sotto gli ombrelli fradici d’acqua. </span></p><p><span style="font-family: Georgia,sans-serif;">Con le parate di carri armati, le foto degli scomparsi, le grida delle donne. Terrorismo di Stato. Trecentoquaranta centri clandestini di detenzione, i sequestri, i fucili a canne mozze piantati nei denti dei passanti, le porte sfondate delle abitazioni, gli studenti contro il muro, le ragazze trascinate sulle camionette. <strong>Trentamila desaparecisos. <em>Donde estan</em>? </strong></span></p><p><span style="font-family: Georgia,sans-serif;">Bimbi separati da madri, mogli separate da mariti, compagne separate da compagni. Sequestri che seguono sempre le stesse modalità.  Arresti sui posti di lavoro, per strada in pieno giorno. <strong>Le volanti della polizia, presenti ad ogni incrocio, non vedono mai niente</strong>. Sequestri notturni, commandos che entrano nelle case, terrorizzano e imbavagliano, obbligano i bambini ad assistere alle percosse e all’umiliazione. Vittime incappucciate, trascinate fino alle macchine, mentre il resto del gruppo ruba tutto quello che può, distrugge quello che non può portarsi via,  picchia e minaccia il resto della famiglia. </span></p><p><span style="font-family: Georgia,sans-serif;"><strong>Una popolazione terrorizzata</strong>. Le persone scompaiono, nessuno vede nulla. Metodo indiscriminato, metodo criminale. Sequestro e tortura degli oppositori e dei loro famigliari, amici, colleghi di lavoro e di un numero rilevante di persone senza alcun tipo di pratica politica o sindacale. </span></p><p><span style="font-family: Georgia,sans-serif;">Basta molto poco per essere considerato sospetto. Un equivoco, un&#8217;esitazione, la paura. Passano i giorni, i mesi, gli anni, senza avere mai nessuna notizia, trovando sempre risposte negative. Nessuno pare sappia niente dei sequestrati. <strong>Sono scomparsi, semplicemente</strong>. </span></p><p><span style="font-family: Georgia,sans-serif;">Un solo credo nelle stanze dei generali: salvare la Nazione dal terrorismo, dalla sovversione e dal caos comunista che minacciano l&#8217;Argentina e l&#8217;Occidente cristiano. E così Buenos Aires diventa un luogo di santi e martiri dell’ordine e dell’orrore. <strong>Buenos Aires capitale della morte</strong>, dove le  madri e i padri vengono gettati sui sedili posteriori delle Ford Falcon senza targa degli squadroni della morte e rinchiusi in lerci centri di tortura e deprivazione. Buenos Aires, dove i bimbi vedono la luce negli stessi luoghi bui in cui i genitori vengono torturati, uccisi e fatti sparire per sempre. </span></p><p><span style="font-family: Georgia,sans-serif;">Strumenti benedetti vengono utilizzati per mantenere l’ordine e la disciplina: la mitica <strong>picana elettrica</strong>, un autotrasformatore reperibile in un qualsiasi negozio di materiale elettrico, in cui entrano i pochi volt della batteria e dall&#8217;altra parte ne escono quindicimila. Gli elettrodi sulla punta bruciano la pelle e la carne. Vagine, testicoli, peni, seni, gengive, occhi. </span></p><p><span style="font-family: Georgia,sans-serif;">E  non c’è solo la popolare picana ad allietare l<strong>a voglia di rabbia e odio dei macellai di Stato</strong>. Si possono causare ustioni alle ferite tramite sigarette oppure con piccoli lanciafiamme, si possono rompere ossa del corpo, ferire i piedi con spille o oggetti appuntiti. Pestare a sangue le vittime con sacchetti di sabbia,  immergere i visi negli escrementi fino al soffocamento, appendere a testa in giù i torturati per un tempo indefinito, stuprare e mutilare le ragazze e le donne, bendare le vittime per parecchi mesi senza fargli sapere nulla della loro sorte. </span></p><p><span style="font-family: Georgia,sans-serif;">Ricordiamoceli i nomi dei boia, dei militari che coscienziosamente hanno violentato la propria terra dopo aver appassionatamente imparato le tecniche di tortura nelle scuole statunitensi. I nomi dei primattori della Giunta militare: <strong>Viola, Massera, Galtieri, Agosti, il Generale Jorge Rafael Videla</strong>. Carnefici, mandanti, feccia. Ricordiamocelo, non dimentichiamo. Mai.</span></p><p><span style="font-family: Georgia,sans-serif;"><em>Liberamente tratto da &#8220;<a href="http://ebookandmorebychichili.blogspot.it/2012/01/denil-un-tango-per-victor-di-lorenzo.html" target="_blank">Un tango per Victor</a>&#8220;, di <a href="http://www.bookland.it/2009/04/11/un-tango-per-victor/" target="_blank">Lorenzo Mazzoni</a></em><br /> </span></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/24/notte-buia-dellargentina/199483/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>My Lai, anniversario di un massacro</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/15/anniversario-massacro/197359/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/15/anniversario-massacro/197359/#comments</comments> <pubDate>Thu, 15 Mar 2012 16:14:23 +0000</pubDate> <dc:creator>Lorenzo Mazzoni</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Afghanistan]]></category> <category><![CDATA[genocidio]]></category> <category><![CDATA[giustizia]]></category> <category><![CDATA[Guerra del Vietnam]]></category> <category><![CDATA[Il sole sorge sul Vietnam (Mekongblues)]]></category> <category><![CDATA[Lorenzo Mazzoni]]></category> <category><![CDATA[marines]]></category> <category><![CDATA[massacro]]></category> <category><![CDATA[My Lai]]></category> <category><![CDATA[stupro di gruppo]]></category> <category><![CDATA[Tommy Graziani]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=197359</guid> <description><![CDATA[Il soldato americano che l&#8217;11 marzo in preda a un raptus ha ucciso sedici civili nel distretto di Panjwai nella provincia di Kandahar, nel sud dell&#8217;Afghanistan, mi ha riportato alla mente il massacro, il cui anniversario cade in questi giorni, commesso da altri soldati americani quarantaquattro anni fa in Vietnam. Il 16 marzo del 1968...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il soldato americano che l&#8217;11 marzo in preda a un raptus ha ucciso sedici civili nel distretto di Panjwai nella provincia di Kandahar, nel sud dell&#8217;<strong>Afghanistan</strong>, mi ha riportato alla mente il massacro, il cui anniversario cade in questi giorni, commesso da altri soldati americani quarantaquattro anni fa in Vietnam.</p><p>Il <strong>16 marzo del 1968</strong> i ragazzi della compagnia Charlie, al comando del capitano Ernst Medina, entrarono dalla parte settentrionale del villaggio di My Lai, dove ora sorge un grandissimo, giovane albero, e dove, allora, giocavano i bambini.</p><p>Svuotarono i caricatori. Buttarono le bombe a mano nelle capanne. <strong>Violentarono le ragazzine in branco</strong>, da veri boy-scout, poi le trucidarono con le baionette.</p><p><strong>I più pericolosi esponenti del villaggio: vecchi e donne, vennero raccolti in gruppi e falciati con le mitragliatrici</strong>. Lo stomaco di una donna gravida venne aperto con un machete, il feto lanciato lontano nelle sterpaglie.</p><p>Poco distante, a Binh Tay, un villaggio vicino, il tenente Caley guardava un neonato che a gattoni stava cercando di uscire dal mucchio di corpi massacrati. Il tenente, che amava le cose ben fatte, con un calcio spinse il lattante di nuovo nella fossa comune e gli sparò. Siamo sinceri, <strong>non è mica facile distinguere un guerrigliero viet-cong da un bambino di otto mesi</strong>.</p><p>I soldati finirono i superstiti, appiccarono il fuoco alle case, uccisero il bestiame ancora vivo, raccolsero infine donne e bambini e li uccisero. In tutto trecentoquarantasette civili. Anche se il numero rimane imprecisato perché quando misero fine alla mattanza, gli uccisori buttarono bombe a mano sui corpi per nascondere l’eccidio. <strong>Nel rapporto militare fu scritto che erano stati uccisi novanta viet cong e nessun civile</strong>.</p><p>La notizia del massacro arrivò negli USA. Qualcuno chiedeva giustizia, i più chiedevano di chiudere in fretta la faccenda per poter continuare in tutta tranquillità i bombardamenti sui centri abitati del Nord Vietnam. <strong>Il processo fu solamente contro Calley</strong>. Più semplice e sbrigativo. La giuria si ritirò in camera di consiglio il 16 marzo 1971, riconobbe Calley colpevole dell’omicidio di almeno ventidue civili e lo condannò ai lavori forzati a vita. La pena fu poi ridotta a vent&#8217;anni e poi a dieci, fu infine liberato sulla parola nel 1974 dopo tre anni e mezzo trascorsi agli arresti domiciliari.</p><p>Il massacro comunemente noto come l’eccidio di My Lai, l&#8217;inutile orrore scatenato da un branco di vaccari assassini, è ricordato a <strong>Xom Lang</strong>, dove, in mezzo alla vegetazione e al silenzio, è stato eretto il monumento commemorativo alle vittime. My Lai è solo uno dei quattro villaggi dove i marines sfogarono la loro cieca violenza sui civili. Il monumento commemorativo è stato edificato a Xom Lang perché lì i massacri furono più efferati.</p><p>Nella casa museo, è impressionante constatare che nel libro delle firme dei visitatori non compaiano nomi americani. <strong>Sembra strano che nessuno si senta in dovere di venire a vedere</strong>. Forse non sanno? Nessuno di loro ha passeggiato nei luoghi dove il capitano Ernest Medina e i suoi sgherri, il tenente Wiliam Calley, il tenente Jeffrey la Cross e il tenente Stephen Brooks, sguinzagliarono i loro uomini?</p><p lang="it-IT">Fuori dall’area recintata del museo due bambini giocano, correndosi dietro. <strong>Appesi agli alberi sono scritti su lavagnette di legno i nomi delle persone che sono state massacrate</strong>. La famiglia Khoi, il più grande aveva sedici anni, la più piccola tre anni; il signor Chinh, novantuno anni, sicuramente un sovversivo; la famiglia Loy, padre, madre, figli, nipoti: ottantaquattro anni, settantotto anni, trentadue anni, dodici anni, sei anni, quattro anni, due mesi… due mesi. Mette i brividi.</p><p lang="it-IT"><p lang="it-IT">Oggi, altri tempi, altri militari, altri luoghi, altri brividi. <strong>Un soldato che alle tre del mattino  vaga nel nulla afghano</strong>. Entra nei villaggi di Alokozai e Garrambad sparando ai civili,   spalanca porte, irrompe nelle case, trucida donne e bambini e come se niente fosse va poi a consegnarsi allegramente al suo comando.</p><p lang="it-IT"><p>John Allen  il comandante delle forze Usa e Nato in Afghanistan, <strong>ha promesso </strong><strong>un&#8217;inchiesta &#8220;rapida e approfondita&#8221;</strong>. E a me viene in mente il tenente Calley. Mi viene in mente la sua faccia snob, le immagini dell&#8217;orrore vietnamita. La giuria che lo condanna ai lavori forzati a vita e che, una volta pentito, lo libera e gli dà la sua benedizione. Non so perché ma non mi fido mica tanto della giustizia delle forze armate americane&#8230;</p><p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/hQc-rIoMprU" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/15/anniversario-massacro/197359/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Laos, prima e dopo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/12/laos-prima-dopo/195123/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/12/laos-prima-dopo/195123/#comments</comments> <pubDate>Mon, 12 Mar 2012 14:35:52 +0000</pubDate> <dc:creator>Lorenzo Mazzoni</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[asia]]></category> <category><![CDATA[Il sole sorge sul Vietnam (Mekongblues)]]></category> <category><![CDATA[Laos]]></category> <category><![CDATA[Lorenzo Mazzoni]]></category> <category><![CDATA[marijuana]]></category> <category><![CDATA[prostituzione]]></category> <category><![CDATA[reportage]]></category> <category><![CDATA[storia]]></category> <category><![CDATA[Thailandia]]></category> <category><![CDATA[Tommy Graziani]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=195123</guid> <description><![CDATA[Nel 1885, dopo centocinquanta anni di equilibri incerti, l&#8217;ex regno di Lan Xang viene diviso in una serie di staterelli sotto il controllo diretto del Siam. I laotiani non sono molto contenti di essere diventati cittadini di serie B per gli spocchiosi siamesi. Qualche contadino si ribella, qualche signora della guerra minaccia di scendere in...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Nel 1885, dopo centocinquanta anni di equilibri incerti, l&#8217;ex regno di Lan Xang viene diviso in una serie di staterelli sotto il controllo diretto del Siam.</p><p><strong>I laotiani non sono molto contenti di essere diventati cittadini di serie B per gli spocchiosi siamesi</strong>. Qualche contadino si ribella, qualche signora della guerra minaccia di scendere in lotta con i suoi uomini più fidati. Ma i siamesi non reagiscono, sembra che se ne freghino delle minacce di questi cittadini di serie B, di questi montanari che schiamazzano perché il loro regno, un tempo chiamato del Milione di elefanti e con trecentomila sudditi maschi adulti, è stato diviso. I siamesi hanno ben altro a cui pensare, ci sono gli occidentali che si sono messi a fare la voce grossa. Passano gli anni, e, nel 1907, i laotiani capiscono a cosa era dovuto il silenzio dei siamesi: stavano trattando. Il Siam rinuncia a tutto il territorio compreso a est del fiume Mekong che passa alla Francia. I principati lao vengono unificati in un unico territorio coloniale e viene deciso il nome del paese: Laos, per colpa di un equivoco fra <em>le Laos</em> e <em>les Laos</em>, termine plurale indicato per indicare i vari regni presenti sul territorio: i nuovi funzionari francesi dimostrano immediatamente la loro sottile intelligenza.</p><p>Viene imposta la corvée forzata, in base alla quale ogni abitante di sesso maschile è costretto a dedicare dieci giorni all&#8217;anno di manodopera per il governo coloniale.</p><p>Benché il Laos di inizio secolo produca gomma, caffè e stagno, il suo contributo alle grandiose esportazioni dell&#8217;Indocina francese non sono superiori all&#8217;un per cento. <strong>Il prodotto più redditizio è senza ombra di dubbio l&#8217;oppio e i funzionari pubblici ne diventano in poco tempo dipendenti.</strong></p><p>I francesi non lavorano e affidano tutte le cariche amministrative e burocratiche della colonia a fidatissimo personale vietnamita. La popolazione non può partecipare, vietato l&#8217;ingresso, viene ostacolata la modernizzazione, il confronto.</p><p>Intanto i funzionari, continuano a fumare l&#8217;oppio. <strong>E il Laos si blocca in un tempo lento, labile. In un tempo senza tempo.</strong></p><p>Il nome Vientiane significa “città del legno di sandalo” e dovrebbe essere pronunciato <em>Wieng Chan</em>. La comune traslitterazione in caratteri latini è stata diffusa dai francesi nel periodo coloniale.</p><p>Situata su un&#8217;ansa del fiume Mekong, lungo un asse che va nord-ovest a sud-est, Vientiane rappresenta un&#8217;affascinante mescolanza di influenze laotiane, tailandesi, vietnamite, francesi e sovietiche.</p><p>Nucleo della città è il distretto centrale di Muang Chanthabuli, composto da wat antichi, da palazzi coloniali francesi e da edifici nello stile del socialismo reale che, in Laos, perdono qualcosa della tipica struttura squadrata sovietica per assumere definizioni più arzigogolate e tinture più colorate.</p><p>Le strade principali del distretto centrale sono Thanon Samsenthai, Thanon Setthathilat e Thanon Fa Ngum, che segue il lungo fiume ed è costeggiata da secolari alberi di tek e pipal.</p><p>Su Thanon Setthathilat è situato il Wat Si Saket, il più antico tempio della città. Nel recinto ci sono alberi di mango, di banane, di cocco, vasi di bouganvillee. I giovani monaci bisbigliano e sorridono.</p><p>Seguendo il lungofiume di Thanon Fa Ngum, dopo esser passati di fianco alla facciata del Palazzo Presidenziale, un grande castello in stile francese, c&#8217;è la sede della <strong>Gioventù Rivoluzionaria del Laos</strong>. I ragazzi, in pantaloncini e maglietta, all&#8217;ombra di palme da cocco, si sfidano in un incontro di <em>kátâw</em>, un gioco nel quale si calcia una palla di rattan intrecciato sopra una rete da pallavolo. I giocatori eseguono piroette, si inarcano a mezz&#8217;aria per schiacciare la palla.</p><p>Sul lungofiume pavimentato a mattoni ci sono alcune panchine in cemento occupate da anziani sorridenti. È la stagione secca, il Mekong si è ritirato verso la Thailandia. Nella piana alluvionale emersa, che qui chiamano Don Chan, vengono coltivate verdure, ragazzini scalzi giocano a calcio, donne con graziosi ombrelli per ripararsi dal sole, passeggiano in fila indiana.</p><p>Vientiane è una capitale tranquilla, <strong>i <em>jumbo</em> (l&#8217;equivalente laotiano dei <em>tuk tuk</em> tailandesi)</strong> passano borbottando; motorini, biciclette, pedoni silenziosi. Risalendo su Thanon Lan Xang, verso l&#8217;interno della città, si passa accanto ai Grandi Magazzini e al Talat Sao, il mercato aperto tutti i giorni dal mattino fino al tardo pomeriggio. Decine di bancarelle disposte in disordine dove si possono acquistare vestiti, gioielli, paccottiglia, stoffe, saponette, biancheria intima, orologi, accendini. Il Talat Sao circonda in modo anarchico la struttura moderna e squadrata dei Grandi Magazzini, dove è possibile acquistare gli stessi prodotti che si vendono all&#8217;esterno, unica differenza: una parvenza d&#8217;ordine.</p><p>Lasciandosi alle spalle il vociare dei venditori ambulanti, si arriva davanti all&#8217;imponente Patuxai, un monumento che ricorda l&#8217;Arco di Trionfo di Parigi.<strong> Il Patuxai è stato costruito nel 1960 con il cemento comprato dagli Stati Uniti a patto di utilizzarlo per la pista di atterraggio di un nuovo e grande aeroporto</strong>. Ma i laotiani decisero che i morti deceduti durante le guerre coloniali meritavano un ricordo “visibile”. E così si fece il Patuxai, con i suoi bassorilievi e le decorazioni simili a quelle dei templi antichi.</p><p>Scende il sole, il cielo è arancio. Nel quartiere cinese, fra Thanon Heng Boun e il tratto occidentale di Thanon Samsenthai, è possibile gustare ottimi tagliolini. Al mercato notturno Dong Palan, sul retro dei laghi Nong Chan, ci sono bancarelle dove vendono <em>làap</em> a base di carne trita e speziata, <em>naem</em> (salsiccia mescolata a riso e a peperoncino arrostito), <em>phở</em> alla vietnamita, birra, bibite. I tavoli e le sedie di bambù si stendono per duecento metri senza affollarsi.  Scendendo verso il fiume, i conducenti di <em>jumbo, </em>fermi sotto i secolari alberi di tek, sussurrano in un inglese stentato, mercanteggiano, contrattano. Vientiane non è più la città dei vizi che è stata durante la guerra americana in Vietnam, quando faceva da ammortizzatore licenzioso per i marines delle retroguardie; in ogni modo i conducenti di jumbo continuano a mercanteggiare. <strong>Oppio, erba, prostitute, tutto per pochi soldi.</strong></p><p>Il mercato notturno Dong Palan non ha soddisfatto tutti gli istinti della nostra fame, torniamo verso il Mekong è decidiamo di cenare seduti a un tavolo. Il <em>Thim Manivong</em>, su Thanon Tha Deua, dove cucinano la migliore insalata alla papaia verde della città; il <em>Nang Khambang</em>, in Thanon Khun Bulom, specializzato in rane ripiene e <em>làap</em> di manzo in salsa piccante; il <em>Nazim Restaurant</em>, su Thanon Fa Ngum, che propone ottime pietanze dell&#8217;India settentrionale e della Malesya.  Scegliamo quest&#8217;ultimo. Per la strada luci tenui e silenzio.</p><p>Dopo una passeggiata sul lungofiume, la luna che illumina la superficie dell&#8217;acqua, ombre scure che si allontanano ridendo garbatamente, è ora del riposo. La <em>Ministry of Information &amp; Culture Guest House</em> è il miglior posto dove dormire a prezzi economici nel centro della città. Situata su Thanon Manthatulat, a pochi metri dal fiume, è composta da un edificio a tre piani, costruito in stile “socialismo reale”, ma con decorazioni alla laotiana. Un tempo alloggio militare, ha camere ampie che un tempo ospitavano sei o sette letti. I muri sono pitturati d&#8217;azzurro, il balcone dà sul fiume, rinnovano il visto, c&#8217;è la lavanderia e molta tranquillità. Ci esercitiamo con la nostra palla di rattan intrecciato, comprata nel pomeriggio in un negozietto di chincaglierie di fianco alla guest house. Qualche calcio, qualche apatico e non voluto colpo di tacco o di ginocchio e poi a dormire.</p><p>All&#8217;incrocio fra Thanon Pangkham e Thanon Samsenthai c&#8217;è il piccolissimo <em>Namphou Coffee</em>, un locale gestito da una famiglia cino-laotiana; ai gestori del <em>Namphou</em> non interessa imparare la nobile arte culinaria dell&#8217;Occidente (prosciutto, pancetta, uova fritte, omelette), tutto quello che offrono sono <em>khào jti pá-têh</em> e <em>kąa-féh nòm hȃwn</em>; la prima è una specie di baguette ripiena di carne macinata e salse piccanti, il secondo l&#8217;ottimo caffè alla laotiana, con i chicchi tostati nel burro e il latte denso e zuccherato.</p><p>Mangiamo in silenzio.</p><p>La città si sveglia.</p><p>Si riprende a camminare.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/12/laos-prima-dopo/195123/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Laos: un milione di elefanti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/19/laos-milione-elefanti/191713/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/19/laos-milione-elefanti/191713/#comments</comments> <pubDate>Sun, 19 Feb 2012 09:29:40 +0000</pubDate> <dc:creator>Lorenzo Mazzoni</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[asia]]></category> <category><![CDATA[Elefanti]]></category> <category><![CDATA[Il sole sorge sul Vietnam (Mekongblues)]]></category> <category><![CDATA[Lan Xang]]></category> <category><![CDATA[Laos]]></category> <category><![CDATA[Lorenzo Mazzoni]]></category> <category><![CDATA[Thailandia]]></category> <category><![CDATA[Tommy Graziani]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=191713</guid> <description><![CDATA[Ci fermiamo in una baracca a mangiare pollo. Bossoli di bomba usati come recinto per le bestie. Vegetazione verdissima. Bambini con la divisa bianca della scuola. Palafitte. Maiali. Siamo dalle parti di Phalan. Qui, fra queste boscaglie, intorno 1353, i soldati di Fa Ngum andavano nelle case dei contadini e li informavano che facevano parte...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ci fermiamo in una baracca a mangiare pollo. <strong>Bossoli di bomba usati come recinto per le bestie</strong>. Vegetazione verdissima. Bambini con la divisa bianca della scuola. Palafitte. Maiali.</p><p>Siamo dalle parti di Phalan. Qui, fra queste boscaglie, intorno 1353, i soldati di Fa Ngum andavano nelle case dei contadini e li informavano che facevano parte del <strong>nuovissimo regno di Lan Xang</strong>. I contadini probabilmente reagirono con indifferenza e continuarono a fare quello che avevano sempre fatto: coltivare il riso.</p><p>Fa Ngum, un signore della guerra lao, a seguito di lunghe guerre fra Tai e Khmer che indebolirono entrambi i regni, si proclamò re dei territori che si estendono dall&#8217;odierna Thailandia settentrionale alla piana di Wieng Chan (Vientiane). Il regno Lan Xang (<strong>Milione di elefanti</strong>), per estensione geografica fu uno dei regni più vasti del Sud-est asiatico, ma era scarsamente popolato e mancante completamente di vie di comunicazione terrestri.</p><p>Fa Ngum, influenzato dalla cultura khmer, dichiarò il buddhismo theravada la religione di stato e iniziò a dedicarsi all&#8217;espansione. Si autoproclamò Fa Ngum il Conquistatore e indirizzò il suo pensiero costantemente all&#8217;arte della guerra. Estese il regno fino a Champa e ai monti dell&#8217;Annam e, appunto, nelle zone dell&#8217;odierno Laos meridionale, a Phalan, dove <strong>i soldati venivano ad informare i contadini del loro nuovo stato di sudditanza</strong>.</p><p>I ministri di Fu Ngum, dopo vent&#8217;anni di guerre, terrori e lutti, si stancarono. Lo costrinsero all&#8217;esilio. I soldati tirarono un sospiro di sollievo e si apprestarono ad una lunga licenza. Ma a Fa Ngum era succeduto il figlio maggiore, Oun Heauan, che come prima cosa ordinò ai soldati di recarsi ai quattro angoli del regno per fare un censimento dei maschi adulti. I soldati sbottarono, ma poi pensarono che <strong>era meglio andare a fare un censimento piuttosto che andare ad ammazzarsi nel Ciampa</strong> o sull&#8217;Annan. I soldati passarono anche da queste parti. I contadini molto probabilmente gli diedero i loro dati senza protestare e poi tornarono a curare il riso.</p><p>Dopo molti mesi Oun Heuan ebbe il suo censimento completo e finalmente poté dichiararsi Phaya Samsenthai, Signore di 300.000 Thai, derivato dal numero definitivo dei maschi adulti presenti nel regno di Lan Xang. Ouan Heuan governò per 43 anni. Fece erigere un sacco di wat, consolidò l&#8217;amministrazione reale, trasformò il regno in uno dei più grossi centri del commercio nel Sud-est asiatico continentale. Ma poi, come tutti gli uomini, anche Ouan Heuan morì. E iniziò la lotta in famiglia, la faida, il tradimento, il doppio gioco, la miseria. <strong>I soldati si ammazzarono fra loro, i contadini vennero depredati</strong>, i 300.000 sudditi si gettarono gli uni sugli altri. Povertà, lutto, miseria.</p><p>Miseria, tre bambini ci guardano con occhi acquosi. Davanti al bagno: un buco nel pavimento circondato da quattro lunghe assi di legno, due maiali grufolano felici. L&#8217;autista fa cenno con la mano. Ripartiamo.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/19/laos-milione-elefanti/191713/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Posti di confine</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/08/posti-confine/189353/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/08/posti-confine/189353/#comments</comments> <pubDate>Wed, 08 Feb 2012 21:24:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Lorenzo Mazzoni</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[confine]]></category> <category><![CDATA[Dogana]]></category> <category><![CDATA[giungla]]></category> <category><![CDATA[Guerra del Vietnam]]></category> <category><![CDATA[Il sole sorge sul Vietnam (Mekongblues)]]></category> <category><![CDATA[Laos]]></category> <category><![CDATA[Lorenzo Mazzoni]]></category> <category><![CDATA[Tommy Graziani]]></category> <category><![CDATA[vietnam]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=189353</guid> <description><![CDATA[Siamo a Huè, Vietnam, da diverso tempo. Abbiamo visitato la Pagoda di Thien Mu, la Pagoda di Bao Quoc, la Pagoda di Tu Dam, la Pagoda di Chieu Ung, la Pagoda di Tang Quang. Abbiamo visitato la Cittadella, la tomba imperiale di Dong Khanh, la tomba imperiale di Tu Duc, la tomba imperiale di Thieu...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Siamo a Huè, Vietnam, da diverso tempo. Abbiamo visitato la Pagoda di Thien Mu, la Pagoda di Bao Quoc, la Pagoda di Tu Dam, la Pagoda di Chieu Ung, la Pagoda di Tang Quang. Abbiamo visitato la Cittadella, la tomba imperiale di Dong Khanh, la tomba imperiale di Tu Duc, la tomba imperiale di Thieu Tri. Ogni giorno andiamo a mangiare i <em>pho</em> migliori del Vietnam dalla signora Han, ogni sera camminiamo in silenzio nella città vecchia. <a href="http://www.lineabn.com/autori/tommy-graziani" target="_blank">Tommy</a> ha scattato foto ai bufali, ai bambini, ai soldati, io ho buttato giù <a href="http://www.lineabn.com/catalogo/scatti-e-scritti/il-sole-sorge-sul-vietnam-mekong-blues" target="_blank"><strong>appunti per un libro</strong></a>, abbiamo bisogno di cambiare aria.</p><p><strong>Il visto per il Laos è una formalità</strong>. Ce lo fa avere in quattro giorni un ometto silenzioso che gestisce un&#8217;agenzia turistica dietro la Scuola Nazionale. “Solo per qualche giorno” ci siamo detti. Siamo rimasti un mese.</p><p>Ma entrare in Laos, dopo l&#8217;iniziale facilità con cui è stato appiccicato il visto sui nostri passaporti, è un odissea. Partiamo da Hué alle quattro del mattino. Raggiungiamo Dong Ha dopo diverse ore, tagliando risaie verdissime e agglomerati di case fatiscenti.</p><p>Dong Ha, un tempo, ospitava il comando di logistica dei marines americani. In tutta l&#8217;area, vecchio confine fra la Repubblica del Nord e il regime fantoccio del Sud, i segni della guerra sono ancora evidenti. Povertà, rovine, campi bruciati, storpi. Da Dong Ha arrivare a Savannakhet, in Laos, è abbastanza facile se sei un turista occidentale, zaino firmato in spalla, e poca voglia di entrare in simbiosi con le usanze locali. La zona è piena di procacciatori turistici che organizzano autobus con aria condizionata e soste folcloristiche nelle zone di guerra. Dieci minuti di sosta a Camp Carroll, altri dieci a Khe Sanh, cinque minuti a Lang Vay, fra un sorso di birra e l&#8217;altra. <strong>E&#8217; così che i giovani turisti anglosassoni imparano la Storia</strong>.</p><p>Mentre mangiamo una frittata fredda alla taverna posta sul piazzale degli autobus, decidiamo di ignorare lo sciame di occidentali e di comfort e saliamo su un pulmino sgangherato che può contenere nove persone, ma <strong>il detto tipicamente vietnamita “volere è potere”</strong> fa sì che ci si impegni per raggiungere un carico maggiore. Saliamo in dodici (tredici con l&#8217;autista), più un lattante, valigie, ceste, sacchi di iuta. Siamo gli unici due occidentali, nessuno parla francese o inglese.</p><p>Soste in villaggi Bru, bambini malnutriti, comunità tribali con fucili d&#8217;assalto, un sorpasso azzardato, un motociclista morto. Il nostro furgone, con mille brusii e il motore che gratta, supera un altro furgone stipato. Un terzo furgone va in doppio sorpasso alla nostra sinistra. È come se il tempo rallentasse, non ci rendiamo conto del motociclista fino a quando, di fronte al nostro finestrino, non vediamo la moto alzarsi in cielo e lui steso a terra, in una grottesca e drammatica posizione da “sturmptruppen” stecchita, le braccia rattrappite, la motocicletta a terra. Il nostro autista, non essendo stato coinvolto nello scontro, rimette in moto. Protestiamo che bisogna scendere e dare una mano a quel poveraccio. Il copilota ci dice qualcosa, facendoci vedere l&#8217;orologio al polso. Non parliamo. Guardiamo la boscaglia, la polvere rossa che si alza nel cielo. <strong>Un uomo è morto. Noi proseguiamo.</strong></p><p>E incontriamo poveracci che sul ciglio della strada vendono bossoli arrugginiti. Sul Song Xe Pon c&#8217;è il confine, Lao Bao, vecchia roccaforte dell&#8217;artiglieria nord vietnamita. Davanti alla confinaria bambine abbronzate scambiano fasci di kip laotiani per dong vietnamiti.</p><p>I militari laotiani controllano i nostri passaporti. Guardano con curiosità <strong>il timbro dei loro colleghi di Tangeri.</strong> “Marocco, Africa”, gli diciamo, in inglese. Loro estraggono i timbri e l&#8217;inchiostro; due botte secche, due firme e siamo liberi.</p><p>Risaliamo sul pulmino. Una giovane donna vomita, l&#8217;autista imbocca un sentiero non asfaltato che passa a fianco alla <strong>perfetta, asfaltatissima Statale 9</strong>. Perché? Un mistero. Per cento chilometri il pulmino guaderà ruscelli, si inerpicherà su montagnole di terra rossa, schiaccerà rami secchi. E di fianco a noi la Statale 9, bella, lucente, asfaltata e nessuna macchina. Perché? Dopo tre ore di quell&#8217;inferno scorgiamo due operai che stanno mettendo asfalto caldo in una buca della Statale. Cento chilometri di strada bloccati per quel misero lavoro?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/08/posti-confine/189353/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Libri d&#8217;Egitto</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/28/libri-degitto/187255/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/28/libri-degitto/187255/#comments</comments> <pubDate>Sat, 28 Jan 2012 17:31:12 +0000</pubDate> <dc:creator>Lorenzo Mazzoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Ala-Al-Aswani]]></category> <category><![CDATA[Egitto]]></category> <category><![CDATA[emilio salgari]]></category> <category><![CDATA[Fratelli musulmani]]></category> <category><![CDATA[gad lerner]]></category> <category><![CDATA[Imma Vitelli]]></category> <category><![CDATA[Lorenzo Mazzoni]]></category> <category><![CDATA[Museo egizio]]></category> <category><![CDATA[Primavera Araba]]></category> <category><![CDATA[Roberto Coaloa]]></category> <category><![CDATA[Sonia Serravalli]]></category> <category><![CDATA[violenza sulle donne]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=187255</guid> <description><![CDATA[Fra le immagini che ricorderò della lunga, e non ancora conclusa, rivolta egiziana ci sono senz&#8217;altro la battaglia dei cammelli, il brutale pestaggio della giovane manifestante da parte delle forze dell&#8217;ordine e le fiamme che fuoriescono dal Museo Egizio e si levano alte nella notte del Cairo. È stato un anno molto difficile. Sangue. Grida....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Fra le immagini che ricorderò della lunga, e non ancora conclusa, rivolta egiziana ci sono senz&#8217;altro la <strong><a href="http://blog.panorama.it/ultimora/2011/09/11/egitto-processo-battaglia-cammelli/" target="_blank">battaglia dei cammelli</a></strong>, il brutale <a href="http://blog.ilmanifesto.it/antiviolenza/2011/12/21/egitto-donne-in-piazza-contro-la-violenza/" target="_blank">pestaggio della giovane manifestante</a> da parte delle forze dell&#8217;ordine e le <a href="http://100cosecosi.blogspot.com/2011/02/in-fiamme-il-museo-egizio-al-cairo.html" target="_blank">fiamme che fuoriescono dal Museo Egizio</a> e si levano alte nella notte del Cairo.</p><p>È stato un anno molto difficile. Sangue. Grida. Rabbia. Desiderio di libertà sociale. Mubarak in barella al processo. Il rozzo Consiglio Supremo delle forze armate. I giovani pieni di speranza. I militari che rispondono col fuoco sui manifestanti. La stampa imbavagliata. <strong>Blogger e attivisti incarcerati e torturati</strong>. I Fratelli Musulmani, i Salafiti e i liberali che si contendono la guida del futuro Egitto, un futuro ancora incerto e nebuloso.</p><p>Il 25 gennaio, primo anniversario della rivoluzione, il popolo di piazza Tahrir è tornato a far sentire la propria voce. I giornali hanno parlato di due milioni di manifestanti riunitisi per continuare la lotta per la democrazia, e hanno informato che <strong>stanno crollando le entrate del settore turistico</strong>. Nel 2011 il dato è sceso del 30% rispetto all’anno precedente.</p><p>Molti libri sono stati scritti sulla &#8220;Primavera Egiziana&#8221;. Il più significativo è probabilmente<em> <a href="http://www.ibs.it/code/9788807172144/al-aswani-ala-zzz99-caridi/rivoluzione-egiziana.html" target="_blank">La rivoluzione egiziana</a></em> di <strong>&#8216;Ala Al-Aswani</strong> (Feltrinelli, 2011). Il grande scrittore cairota traccia un&#8217;analisi lucida e scomoda sul perché dei diciotto giorni dell&#8217;epopea di piazza Tahrir. Narra di un popolo umiliato e oppresso, disperato e senza più dignità che, raggiunto il fondo, riesce a riscattarsi e a riguadagnare la propria fierezza.</p><p>Il 12 gennaio di quest&#8217;anno è uscito per Il Saggiatore, con la prefazione di <strong>Gad Lerner</strong>, <a href="http://www.ibs.it/code/9788842817581/vitelli-imma/tahrir-i-giovani-che.html" target="_blank"><em>Tahrir</em></a>, di <strong>Imma Vitelli</strong>, giornalista esperta di Medio Oriente, che ha vissuto per molti anni tra Il Cairo e Beirut. <em>Tahrir</em> è un libro avvincente e immediato che racconta i giorni caldi della Primavera Araba attraverso le storie di dieci giovani protagonisti. Narra la ribellione etica della generazione dei social network, delle donne, delle classi oppresse dall&#8217;aparato poliziesco.</p><p>Anche la ferrarese <strong>Sonia Serravalli </strong>ha raccontato l&#8217;Egitto in rivolta in <a href="http://www.ibs.it/code/9788890225437/serravalli-sonia/se-baci-la-rivoluzioone.html" target="_blank"><em>Se baci la rivoluzione</em></a> (Ibuc, 2011). Il testo nasce da un blog, <a href="http://rivoluzionando.wordpress.com/" target="_blank"><strong>Rivoluzionando</strong></a>, aperto e aggiornato quotidianamente dall&#8217;autrice, sulla rivoluzione egiziana, con dati reali raccolti sul posto per mesi. Un diario/reportage scritto dal Sinai (e successivamente dal Cairo) a partire dal 25 gennaio 2011, anche durante l’oscuramento di Internet, attingendo a una vasta gamma di fonti internazionali e testimonianze in loco: Tv satellitari arabe e straniere, rassegne stampa in TV, riviste di attualità, blog e quotidiani online, racconti diretti di stranieri residenti ed egiziani.</p><p>Il libro di <strong>Paolo Gonzaga</strong>, <a href="http://www.ibs.it/code/9788873254294/gonzaga-paolo/islam-democrazia-fratelli.html" target="_blank"><em>Islam e democrazia. I Fratelli Musulmani in Egitto</em></a> (Edizioni Ananke, 2011), con la prefazione di <strong>Franco Cardini</strong>, si occupa in particolare del movimento islamista dei Fratelli Musulmani, unica organizzazione politica strutturata e realmente radicata a livello popolare e nei vari settori della società civile egiziana. L&#8217;autore analizza le motivazioni del successo di questa organizzazione, la sua evoluzione storica e ideologica, il ruolo giocato nella rivoluzione e quello odierno post-rivoluzione.</p><p>Ripenso ancora alla battaglia dei cammelli, al brutale pestaggio della giovane manifestante e alle fiamme che fuoriescono dal Museo Egizio e mi viene in mente Carlo Vidua, il salgariano ante litteram descritto dal giornalista del Sole 24ore <a href="http://coaloalab.altervista.org/" target="_blank"><strong>Roberto Coaloa</strong></a> nel suo <a href="http://www.lineabn.com/catalogo/interrogazioni-inedite/carlo-vidua-e-legitto" target="_blank"><em>Carlo Vidua e l’Egitto</em></a> (LineaBN Edizioni, 2011). Vidua fu senza dubbio uno dei viaggiatori più intrepidi dell’Ottocento. Navigò sul Nilo in battello, visitò il tempio di Abu Simbel, fece accurate esplorazioni, sfidò i coccodrilli, si armò fino ai denti per contrastare gli attacchi di pericolosi banditi. Salgariano, appunto. Lontano nel tempo. Ora l&#8217;Egitto sanguina, brucia, prega, non commemora la rivoluzione e guarda avanti. Come ha scritto Al-Aswani, l&#8217;unica soluzione per salvarsi da un futuro senza libertà è la democrazia.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/28/libri-degitto/187255/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Emirati Arabi Uniti, il luccichio scadente</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/24/emirati-arabi-uniti-luccichio-scadente/185375/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/24/emirati-arabi-uniti-luccichio-scadente/185375/#comments</comments> <pubDate>Tue, 24 Jan 2012 10:47:50 +0000</pubDate> <dc:creator>Lorenzo Mazzoni</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cammelli]]></category> <category><![CDATA[Dubai]]></category> <category><![CDATA[emirati arabi uniti]]></category> <category><![CDATA[il reporter]]></category> <category><![CDATA[immigrazione]]></category> <category><![CDATA[LA Case]]></category> <category><![CDATA[Lorenzo Mazzoni]]></category> <category><![CDATA[paese arabi]]></category> <category><![CDATA[ricchezza]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=185375</guid> <description><![CDATA[“Fra le destinazioni del mito scadente del &#8216;sette giorni-sei notti&#8217;, da qualche anno troviamo gli Emirati Arabi Uniti. I sette emirati, descritti da moltissimi tour operator come il nuovo volto dell&#8217;Islam, fra dune di sabbia rossa e inaspettate città giardino, in verità rappresentano il luogo più deviato del momento. L&#8217;incubo concreto di quello che il...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“Fra le destinazioni del mito scadente del &#8216;sette giorni-sei notti&#8217;, da qualche anno troviamo gli Emirati Arabi Uniti. I sette emirati, descritti da moltissimi tour operator come il nuovo volto dell&#8217;Islam, fra dune di sabbia rossa e inaspettate città giardino, in verità rappresentano il luogo più deviato del momento. <strong>L&#8217;incubo concreto di quello che il peggio del mondo Arabo e dell&#8217;Occidente possono edificare</strong>.</p><p>Qui, fino a quarant&#8217;anni fa, non c&#8217;era nulla. Non c&#8217;erano i cantieri e gli alti grattacieli di vetro. Non c&#8217;era il Bulj Al Arab, l&#8217;hotel a forma di vela, non c&#8217;erano le specie di piante africane e asiatiche, la TV satellitare, le discoteche per uomini d&#8217;affari, i negozi di computer e di accessori per la macchina, i saloni dell&#8217;aeronautica e della moda, gli schiavi asiatici. Ma poi è arrivato il petrolio, c&#8217;è stata la crisi del 1973 e <strong>gli emiri hanno deciso di farla finita con la tradizione beduina</strong>: sono volati negli Stati Uniti e in Europa, ed è cambiato tutto.</p><p><strong>Le fermate dell&#8217;autobus hanno l&#8217;aria condizionata</strong>, se ne trovano molte lungo le strade ad otto corsie, di fianco ai <em>creeks</em>, i vecchi fiordi, distrutti dagli alberghi a forma ondulata o a vela maestra. Comprare l&#8217;oro è l&#8217;attività principale delle donne arabe. L&#8217;unica attività consentita fuori di casa. L&#8217;alcol invece è venduto anche durante il Ramadan. Gli alberghi lussuosi ne tengono grosse riserve.</p><p>I beduini con il rolex e la <em>dishdasha</em> tradizionale entrano ed escono dai grandi grattacieli. I turisti li fotografano. Ammirano, apprezzano. Sembra tutto funzionare al meglio. Pulizia, mancanza di cattivi odori. È tutto esotico, <strong>un esotico finto e studiato in uffici eleganti</strong>. Nessuno ha chiesto alla popolazione cosa gli sarebbe piaciuto che diventasse la propria terra grazie alla ricchezza economica.</p><p>La disoccupazione non esiste. Lavorano tutti. Soprattutto i cingalesi, i filippini e i tailandesi che qui arrivano a frotte. <strong>Prendono paghe da fame per curare le aiuole pubbliche</strong>, rifare le camere nei night e negli alberghi, spalare la neve nelle piste da sci artificiali. Gli emigranti lavorano e a fine giornata vengono caricati sui pullman e portati negli alloggi popolari al di là del confine con l&#8217;Oman.</p><p>L&#8217;Occidente vuole la pulizia, i duty-free, le tintarelle sulle spiagge limpide. L&#8217;Occidente non vuole sapere dove dormono gli immigrati, cosa fanno le donne quando non comprano l&#8217;oro. L&#8217;Occidente è ben felice che gli emiri elargiscono soldi per le guerre al terrore in Iraq e in Afghanistan, mai concluse realmente, nonostante i proclami quasi gandiani di Super presidenti e Soavi Ministri degli Esteri, che per ricompensa verso tanto zelo e per non essersi fatti immischiare nelle rivolte popolari della Primavera Araba, li aiutano a edificare le isole a forma di palma, quelle con la vegetazione tropicale e gli animali della foresta, quelle costruite per diventare colonie per milionari&#8230; e intanto manca l&#8217;acqua, l&#8217;ambiente naturale si sta deteriorando. <strong>Il deserto muore, la barriera corallina scompare</strong>.</p><p>In questo luogo, fino a quarant&#8217;anni fa desertico, tranquillo e silenzioso, oggi si percepisce solo l&#8217;assurdità del “domani”. Ospitalità, tranquillità e lusso sono ormai diventati articoli per turisti. <strong>Gli Emirati cancellano </strong><strong> la storia</strong><strong> con una mazzetta di dollari</strong>. Qui non capita nulla. Guerre e carestie non interessano. Ci si rilassa ad andare a vedere le gare di cammelli. Si ride a guardare i fantini, bambini dai cinque ai dieci anni, quasi tutti cingalesi, rapiti alle loro famiglie e portati qui a divertire emiri e amici d&#8217;oltreoceano. I bambini spaventati gridano di paura. Secondo un esperto è questa paura che fa correre più veloce il cammello. Si scommette, si punta. Fra le grida, il caldo e il fruscio dei soldi, scende il tramonto.</p><p>Grattacieli illuminati. Uomini in giacca e signore in vestito da sera entrano nei locali all&#8217;ultima moda. I camerieri salutano cerimoniosamente. Le maniglie dei bagni sono d&#8217;oro. Nelle sale da ballo si danza, si brinda al dolce domani. Presenze oscure ricoperte d&#8217;oro e di vergogna tornano a casa. L&#8217;aria condizionata è accesa ovunque, sibili, macchine carburate perfettamente. Aiuole magnifiche. Tutto finto e perfettamente curato. Però <strong>manca la storia</strong>, e questo fa di questo luogo un posto da evitare. A meno che non si voglia essere complici della lucida follia dei tour operator”.</p><p>Questo post è un aggiornamento di un reportage contenuto in <em><a href="http://www.bookrepublic.it/book/9788897526124-focus-viator-fifteen-safety-matches/" target="_blank">Focus Viator. Fifteen safety matches</a> </em>pubblicato dalla casa editrice statunitense<em> </em><a href="http://www.lacaseproduction.com/" target="_blank"><strong>LA Case Production</strong></a> nel 2011, che a sua volta era un aggiornamento di un articolo uscito sul quotidiano “<a href="http://www.ilreporter.com/" target="_blank"><strong>il reporter</strong></a>”. Come a dire: i futuristici Emirati sono una realtà globalizzata quasi immutabile.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/24/emirati-arabi-uniti-luccichio-scadente/185375/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Appunti pop per una dittatura kitch</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/10/appunti-dittatura-kitch/182364/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/10/appunti-dittatura-kitch/182364/#comments</comments> <pubDate>Tue, 10 Jan 2012 16:33:39 +0000</pubDate> <dc:creator>Lorenzo Mazzoni</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Beatles]]></category> <category><![CDATA[corea del nord]]></category> <category><![CDATA[Kim Jong-un]]></category> <category><![CDATA[Kim-Jong-il]]></category> <category><![CDATA[smog]]></category> <category><![CDATA[spettacolo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=182364</guid> <description><![CDATA[Le immagini dei solenni funerali di Kim Jong-Il mi hanno fatto venire in mente il testo di Dress sexy at my funeral, del cantautore statunitense Bill Callahan/Smog. Probabilmente il 99% dei nordcoreani ignora l&#8217;esistenza di questa canzone che parla di mogli vestite in modo seducente durante la sepoltura del marito, di bisbigli nell&#8217;orecchio dei ministri,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Le immagini dei solenni funerali di <a href="http://www.storiain.net/arret/num134/artic3.asp" target="_blank"><strong>Kim Jong-Il</strong></a> mi hanno fatto venire in mente il testo di <a href="http://www.angolotesti.it/S/testi_canzoni_smog_8047/testo_canzone_dress_sexy_at_my_funeral_292870.html" target="_blank"><em>Dress sexy at my funeral</em></a>, del cantautore statunitense Bill Callahan/Smog. Probabilmente il 99% dei nordcoreani ignora l&#8217;esistenza di questa canzone che parla di mogli vestite in modo seducente durante la sepoltura del marito, di bisbigli nell&#8217;orecchio dei ministri, di fuochi d&#8217;artificio, di attese prima di poter parlare alla folla.</p><p>In tre ore il corteo funebre ha percorso 40 chilometri, una maratona che ha attraversato tutta Pyongyang, prima di fare ritorno al punto di partenza, Palazzo Kumsusan, il poderoso mausoleo in cui dal 1994 riposano i resti mortali di Kim Il-Sung, il Grande Leader, padre e predecessore dello scomparso, nonché fondatore del <strong>regime più kitch e nichilista del mondo</strong>.</p><p>Fra le immagini della folla in divisa, la tv di stato nordcoreana si è soffermata su quella del <a href="http://www.newnotizie.it/2011/12/corea-del-nord-il-mistero-del-soldato-gigante-ai-funerali-di-kim-jong-il/" target="_blank"><strong>gigante buono delle forze armate</strong></a>, una delizia quasi natalizia per gli spettatori di tutto il mondo. Un omaggio non voluto a Fezzik, l&#8217;André the Giant de <em>La storia fantastica </em>e a Karl/Matthew McGrory de<strong> </strong><em>Big Fish &#8211; Le storie di una vita incredibile</em>.<strong> </strong>La cerimonia, per tornare ai fuochi d&#8217;artificio evocati da Smog, è stata chiusa con 21 salve di cannone.</p><p>Anche gli uomini e le donne (con proporzioni normali) in lacrime, protagonisti di un&#8217;isteria collettiva al contempo forzata, autentica, ingenua, triste, allegra, obbligata, rimandano a un immaginario pop che vede la sua più alta rappresentazione nelle migliaia di ragazzine occidentali che gridavano e piangevano durante i concerti dei <strong>Beatles</strong> o mentre passava il corteo che avrebbe portato i quattro di Liverpool dall&#8217;aeroporto all&#8217;albergo, o dall&#8217;albergo allo stadio.</p><p>Del resto, Kim Jong-Il era un grande estimatore dello Spettacolo, in particolare della Settima Arte. Ha scritto diversi saggi sull&#8217;argomento, nel 2006 ha partecipato alla produzione del film <em>Il diario di una giovane studentessa</em>, la cui trama è coerente con la filosofia <a href="http://forum.politicainrete.net/440084-post16.html" target="_blank">Juche</a>. Possedeva più di 20.000 videocassette, tra i suoi film preferiti compaiono gli occidentalissimi <em>Venerdì 13</em> e <em>Rambo</em>, oltre ad aver avuto una vera passione per l&#8217;attrice<strong> Elizabeth Taylor</strong>.</p><p>Nel 1978 compì il suo capolavoro artistico quando, su suo ordine, i servizi segreti nordcoreani <a href="http://www.scribd.com/doc/68922101/Il-rapimento-di-Shin-Sang-Ok" target="_blank">rapirono il regista sudcoreano Shin Sang-ok</a> e sua moglie, l&#8217;attrice Choi Eun-Hee, al fine di costruire un&#8217;industria cinematografica della Corea del Nord.</p><p>Ma Kim Jong-Il, l&#8217;uomo delle agiografie pop, <strong>il creativo del 38° parallelo</strong>, se n&#8217;è andato, sostituito dal terzogenito Kim Jong-un, probabilmente preferito ai due fratelli per la sua incredibile somiglianza con il nonno, padre della patria e icona imposta a un intero popolo.</p><p><strong>Kim Jong-un</strong>, impacciato, goffo e  giovane Comandante Militare Supremo, nel discorso di capodanno, ha ignorato di parlare delle riforme economiche e del rapporto con la Corea del Sud, producendosi in un lungo monologo sulle epurazioni politiche per eliminare ogni forma di dissenso sia nel partito che nell’esercito. Una grande prova attoriale applaudita dagli spettatori, per lo più in divisa, che ha confermato che il nuovo leader proviene dalla stessa scuola di recitazione dei suoi predecessori.</p><p>In realtà, rispetto al padre e al nonno, Kim Jong-un possiede doti e particolarità di ultima generazione: sa parlare correttamente inglese, francese, tedesco, italiano, cinese, giapponese e russo, ha studiato in Svizzera, è un grande appassionato dei <strong>Chicago Bulls</strong> e di videogiochi elettronici. Tutte caratteristiche utili per traghettare la nazione verso un isolazionismo globalizzato da nuovo millenio.</p><p>Secondo il quotidiano giapponese <a href="http://ajw.asahi.com/article/asia/korean_peninsula/AJ201201050056" target="_blank"><em>Asahai Shimbun</em></a> già oggi, a Pyongyang, stanno iniziando a circolare DVD provenienti dalla Cina, il numero dei telefoni cellulari ha già raggiunto quota un milione e molti teenagers si vestono imitando gli attori patinati delle serie televisive sudcoreane e giapponesi. Cambiamenti epocali, di facciata, come solo <strong>una buona società pop dello spettacolo</strong> sa produrre.</p><p>&#8220;Dress sexy at my funeral my good wife/And when it comes your turn to speak before the crowd/ Tell them about the time we did it/ On the beach with fireworks above us&#8230;&#8221;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/10/appunti-dittatura-kitch/182364/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il lato dandy della &#8220;non-editoria&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/28/lato-dandy-della-editoria/180114/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/28/lato-dandy-della-editoria/180114/#comments</comments> <pubDate>Wed, 28 Dec 2011 13:01:46 +0000</pubDate> <dc:creator>Lorenzo Mazzoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Chiunque cerca chiunque]]></category> <category><![CDATA[editoria]]></category> <category><![CDATA[Federico Pazzi]]></category> <category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category> <category><![CDATA[Linea BN Edizioni]]></category> <category><![CDATA[Nazione Indiana]]></category> <category><![CDATA[parigi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=180114</guid> <description><![CDATA[Uno dei romanzi migliori che ho letto nel 2011 non si trova nelle librerie o nei centri commerciali addobbati per le festività natalizie. Il testo in questione è Chiunque cerca chiunque di Francesco Forlani, stampato in tiratura limitata dall&#8217;autore e consegnato da lui stesso, a domicilio, ad amici e lettori. Di fronte a un mercato...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Uno dei romanzi migliori che ho letto nel 2011 non si trova nelle librerie o nei centri commerciali addobbati per le festività natalizie. Il testo in questione è <strong><em>Chiunque cerca chiunque</em></strong> di<strong> <a href="http://www.nazioneindiana.com/author/francesco-forlani/" target="_blank">Francesco Forlani</a></strong>, stampato in tiratura limitata dall&#8217;autore e consegnato da lui stesso, a domicilio, ad amici e lettori.</p><p>Di fronte a un mercato editoriale cocciutamente capace di non rinnovarsi (e quando lo fa, spesso esprime il peggio che un buon lettore si possa augurare), <em>Chiunque cerca chiunque</em> è una meravigliosa testimonianza delle potenzialità della letteratura. Una prosa autentica e viva, trenta capitoli in una <strong>Parigi</strong> che diventa cornice perfetta dei tanti personaggi che si susseguono e si ritrovano nello scorrere delle pagine. Un romanzo che riesce a trasformare in non comuni i luoghi più comuni della capitale francese e dell&#8217;immaginario a essa legato.</p><p>Dopo averlo fatto uscire a puntate quest&#8217;estate su Facebook,<em> Chiunque cerca chiunque </em>a novembre<em> è stato</em> stampato in duecento copie, numerate e dedicate. Un regalo di dignità, un regalo per i duecento lettori scelti dallo stesso Forlani, scrittore a domicilio o, come si è definito lui stesso &#8220;<strong>scrittore ai domiciliar</strong>i&#8221;.</p><p>La scelta dell&#8217;autoproduzione può essere vista come un gioco o come una provocazione ludica verso quell&#8217;editoria capace di trasformare in best seller aberrazioni fenomenali, di diseducare i lettori in modo molto più capillare di quanto i Khmer Rossi erano riusciti a fare con la gioventù dell&#8217;<strong>Anno Zero</strong>, di promuovere scrittore ogni essere umano disposto a pagare migliaia di euro per vedersi pubblicato il proprio libro, quasi sempre tonnellate di carta da riciclare.</p><p>Ironia, umorismo, bellezza, eleganza, antropologia di una città, filosofia della strada, dialoghi serrati, sintesi, ricerca. Il libro è questo e rischia di diventare, suo malgrado, un <strong>caso letterario</strong>. Io lo spero, meglio parlare di casi letterari davanti a un&#8217;opera bella e importante come questa piuttosto che davanti a libri tremendi e illeggibili.</p><p>Il concetto di scrittore a domicilio mi ha fatto venire in mente l&#8217;idea avuta qualche anno fa da <strong><a href="http://www.lineabn.com/catalogo/paolo-mazza-il-mago-di-campagna-di-federico-pazzi-e-mauro-cavallini" target="_blank">Federico Pazzi</a></strong>, responsabile redazionale di <a href="http://www.lineabn.com/linea-bn-il-progetto-editoriale" target="_blank">Linea BN Edizioni</a>, che agli albori della casa editrice aveva proposto una nuova modalità di distribuzione dei libri in catalogo: <strong>il portalibri</strong>. Il lettore, in quest&#8217;ottica, poteva telefonare al numero segnalato sul sito di Linea BN e ordinare direttamente a casa i volumi in catalogo che gli interessavano. In giornata, lo stesso Pazzi, avrebbe consegnato i libri a domicilio.</p><p>Ovviamente è un&#8217;idea che può avere un respiro solamente cittadino, una modalità per una piccola casa editrice che allora navigava ancora nel mare della non-editoria, che ignorava bellamente i canali tradizionali di distribuzione e che ancora doveva entrare nel grande e caotico mercato del mondo editoriale vero e proprio. La purezza dell&#8217;alba.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/28/lato-dandy-della-editoria/180114/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Kabila, l&#8217;ultimo dei buffoni</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/16/kabila-lultimo-buffoni/177240/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/16/kabila-lultimo-buffoni/177240/#comments</comments> <pubDate>Fri, 16 Dec 2011 17:22:02 +0000</pubDate> <dc:creator>Lorenzo Mazzoni</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Africa]]></category> <category><![CDATA[elezioni]]></category> <category><![CDATA[Filippo Landini]]></category> <category><![CDATA[John Le Carré]]></category> <category><![CDATA[Joseph Kabila]]></category> <category><![CDATA[Le bestie. Kinshasa serenade]]></category> <category><![CDATA[Repubblica Democratica del Congo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=177240</guid> <description><![CDATA[Un paio di settimane fa, alla vigilia del voto per l&#8217;elezione del presidente della Repubblica Democratica del Congo, avevo concluso il mio post con queste parole, prese in prestito da The Mission Song di John Le Carré. Dopo l’annuncio della vittoria, tristemente scontata, del presidente uscente Joseph Kabila, la &#8220;voglia di uccidere lo Stato&#8221; del...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Un paio di settimane fa, alla vigilia del voto per l&#8217;elezione del presidente della Repubblica Democratica del Congo, avevo concluso il mio post con queste parole, prese in prestito da <em>The Mission Song</em> di John Le Carré.  Dopo l’annuncio della vittoria, tristemente scontata, del presidente uscente <strong>Joseph Kabila</strong>, la &#8220;voglia di uccidere lo Stato&#8221; del popolo congolese è aumentata pericolosamente e nel Paese africano è scoppiato il caos. Caos che va a sommarsi a quello accumulato negli ultimi decenni grazie soprattutto a Kabila e ai buffoni che lo hanno preceduto nel dissanguare la nazione.</p><p>Kabila si è imposto con il 48,95% dei voti contro il 32,33 % ottenuto da <strong>Étienne Tshisekedi, </strong>presidente dell&#8217;UPDS (Unione per la democrazia ed il progresso sociale). Tshisekedi, definito da molti il <strong>Mandela del Congo</strong><em> </em>per la sua linea che predica un cambiamento radicale attraverso la lotta non violenta, ha anche lui i suoi scheletri nell&#8217;armadio: prima di essere messo ai margini della scena politica è stato primo ministro negli anni &#8217;70, quando il Paese si chiamava ancora Zaire ed era comandato da un altro buffone coi fiocchi: il maresciallo Mobutu, re incontrastato della cleptocrazia africana.</p><p>Il ritardo di 72 ore con cui la <a href="http://www.ceni.gouv.cd/" target="_blank">Ceni</a>, la Commissione elettorale indipendente, ha annunciato i risultati delle elezioni  ha alimentato <strong>il sospetto di un complotto</strong>. Nel Katanga, Kabila ha ottenuto il 100% dei voti con un tasso di partecipazione del 99,46%. La vittoria è stata contestata da Tshisekedi, che a sua volta si è autoproclamato presidente.</p><p>Sparatorie, disordini, abusi, intimidazioni da <strong>Kinshasa</strong> a Mbuji-Mayi, da Lubumbashi a Bukavu, il Paese è stato travolto dall&#8217;arrogante e violenta ignoranza degli sgherri di Kabila e dalla rabbia di un popolo che non ne può più di subire ingiustizie quotidiane.</p><p>Ovviamente la comunità internazionale non si è esposta. Come per la lunga guerra civile (mai terminata realmente), <strong>l’Occidente non vive particolari sensi di colpa</strong>. Altre situazioni più massmediatiche hanno catturato l’attenzione dei telespettatori. In Congo non ci sono cattivoni come in Libia, non c’è il petrolio dell’Iraq, non c’è un’ apparente facile soluzione come quella scelta per l’Afghanistan.</p><p>In Congo l’Occidente può andare e depredare con il beneplacito del <strong>dittatoruccolo-buffone di turno</strong>. Non c’è bisogno di inventarsi armi di distruzione di massa, l’Occidente vede la popolazione del Congo non come una minaccia, ma come una forza lavoro utilissima per arricchirsi.</p><p>In Congo ci sono diamanti,<em> </em>cobalto, germanio, rame, stagno, zinco, cadmio, argento, oro, berillio, manganese, uranio, tungsteno, radium, carbone&#8230; l’industria mineraria congolese è molto ricca, ed è per questo che i belgi, e non solo, hanno depredato questo Paese. I media ci educano con la favoletta che noi siamo più forti, che le popolazioni del Terzo Mondo vanno considerate alla stregua di bambini irresponsabili e <strong>i media hanno il potere</strong>.</p><p>L&#8217;anno scorso, durante la stesura finale de <a href="http://scritturainforma.wordpress.com/2011/11/15/le-bestie-kinshasa-serenade/" target="_blank"><em>Le bestie. Kinshasa serenade</em></a>, chiesi al viodeomaker e scrittore <a href="http://www.lineabn.com/autori/filippo-landini" target="_blank"><strong>Filippo Landini</strong></a> di realizzare un breve documentario che aprisse al booktrailer vero e proprio del romanzo. Il filmato, <em>Docu Dada Congo</em>, racconta in pochi minuti la storia del Paese africano, dall&#8217;antichità ai giorni nostri. Sullo schermo scorrono le facce di tanti buffoni. In secondo piano, tristemente, vittime, generazioni di vittime: il popolo congolese.</p><p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/H8QE1ho_xXw" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/16/kabila-lultimo-buffoni/177240/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Creolizzare l&#8217;italiano</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/07/creolizzare-litaliano/175925/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/07/creolizzare-litaliano/175925/#comments</comments> <pubDate>Wed, 07 Dec 2011 16:14:49 +0000</pubDate> <dc:creator>Lorenzo Mazzoni</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Amara Lakhous]]></category> <category><![CDATA[Compagnia delle Lettere]]></category> <category><![CDATA[Creolizzare]]></category> <category><![CDATA[Darien Levani]]></category> <category><![CDATA[Igiaba Scego]]></category> <category><![CDATA[Italofonia]]></category> <category><![CDATA[Letteratura migrante]]></category> <category><![CDATA[Linea BN Edizioni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=175925</guid> <description><![CDATA[L&#8217;uscita in questi giorni nelle librerie de Il famoso magico qukapik (Odoya Edizioni), il nuovo romanzo di Darien Levani, scrittore e giornalista albanese da anni residente in Italia, a Ferrara, mi ha fatto riflettere su quella che, molto semplicisticamente, viene definita “letteratura migrante”. Simbolismo delle date della Storia, servizi segreti, dittatori di levante, uccelli dalle...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;uscita in questi giorni nelle librerie de <a href="http://www.ibs.it/code/9788896026885/levani-darien/famoso-magico-qukapik.html" target="_blank"><em>Il famoso magico qukapik</em></a> (Odoya Edizioni), il nuovo romanzo di <strong>Darien Levani</strong>, scrittore e giornalista albanese da anni residente in Italia, a Ferrara, mi ha fatto riflettere su quella che, molto semplicisticamente, viene definita “letteratura migrante”.</p><p>Simbolismo delle date della Storia, servizi segreti, dittatori di levante, uccelli dalle proprietà sensoriali, partite di scacchi telepatiche: così si presenta il libro di Levani, la storia, <strong>un po&#8217; Kurt Vonnegut un po&#8217; Tom Robbins</strong> (a dimostrare che le contaminazioni culturali possono essere infinite) di Glauko, un giovane dalle mille risorse, che ruba la posta e ricatta i destinatari e vende idee ai grandi supermercati. Glauko vive nell&#8217;Impero Occidentale, non diverso dalla nostra Europa. Sullo sfondo di una prossima guerra tra l&#8217;Occidente (una sorta di repubblica governata da un certo Wibas) e l&#8217;Oriente  (una monarchia dittatoriale o forse no, governata da tale Kuzatumba), la figura simbolica del qukapik, uno strano uccello dalla forza magica, che fornisce eterno potere.</p><p>Il romanzo, un buon romanzo, conferma che molti scrittori stranieri che si cimentano con l&#8217;italiano, aggiungono sonorità, cultura e tradizione alla nostra lingua e al nostro piacere di lettori. Come scrive <a href="http://www.corriere.it/cultura/10_aprile_26/narrativa-nuovi-italiani-coppola_32b0204e-50f5-11df-884e-00144f02aabe.shtml" target="_blank"><strong>Alessandra Coppola</strong></a>: “<em>tutto quello che è successo già all&#8217;inglese, al francese, anche al portoghese, nella letteratura con termine controverso definita postcoloniale, per noi è una novità: <strong>l&#8217;italofonia</strong>. Fenomeno cominciato timidamente negli anni Novanta, esploso nell&#8217;ultimo decennio con la trasformazione dei migranti in abitanti stabili del nostro Paese, con la crescita di giovani scrittori italianissimi per formazione e sensibilità, ma portatori — per l&#8217;origine della famiglia — di culture altre</em>”.</p><p>E proprio in questi ultimi anni sono stati pubblicati moltissimi testi di indubbio valore, dai romanzi dell&#8217;italosomala <strong>Igiaba Scego</strong>, a quelli dell&#8217;algerino <strong>Amara Lakhous</strong>, dall&#8217;iracheno <strong>Younis Tawfik</strong> al romeno <a href="http://osservatoreromeno.myblog.it/" target="_blank"><strong>Mihai Mircea Butcovan</strong></a> che con il suo divertente <em>Allunaggio di un immigrato innamorato</em> (Beza) prima e poi con <em>Dal comunismo al consumismo</em> (<a href="http://www.lineabn.com/catalogo/scatti-e-scritti/dal-comunismo-al-consumismo">Linea BN Edizioni</a>) racconta, con quello che può essere definito un doppio sguardo, la società odierna. Un ponte fra due culture, un amalgama letterario efficace e di notevole spessore culturale.</p><p>A Roma c&#8217;è una vitale casa editrice che pubblica autori stranieri che hanno scelto la lingua italiana per esprimersi: <a href="http://www.compagniadellelettere.it/" target="_blank">Compagnia delle Lettere</a> nasce con l&#8217;intento di aprire una finestra nel mondo editoriale dedicata agli autori migranti e agli scrittori dei paesi emergenti del sud del mondo, ancora non tradotti in lingua italiana. Nel suo catalogo si possono annoverare opere di grande successo fra cui <em>Nettare rosso</em>, di <strong>Marco Wong</strong>, cinese di seconda generazione che unisce la grazia orientale con la carnalità mediterranea, o <em>Storie di extracomunitaria follia</em>, di <strong>Claudiléia Lemes Dias</strong>, viaggio polifonico in una Roma multiculturale e definitivamente globalizzata.</p><p>Con i loro lavori tutti questi autori apportano nuova linfa alla nostra lingua madre e, come scritto anche nella presentazione di <strong>Compagnia delle Lettere</strong> “<em>creolizzano l’italiano, lingua di Dante e, ora, lingua delle nuove generazioni che abitano il nostro Paese</em>”.</p><p>A qualcuno potrà anche non piacere, ma prima o poi dovrà rassegnarsi al presente, un presente multiculturale e differenziato. Il processo è e sarà sempre più veloce. Non servono a nulla e non fanno bene stupide posizioni di isolazionismo pseudo culturale, ci vogliono curiosità, dinamismo e vitalità. <strong>Bisogna creolizzarsi</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/07/creolizzare-litaliano/175925/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Un requiem per il Congo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/30/requiem-congo/174255/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/30/requiem-congo/174255/#comments</comments> <pubDate>Wed, 30 Nov 2011 22:26:12 +0000</pubDate> <dc:creator>Lorenzo Mazzoni</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Africa]]></category> <category><![CDATA[Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja]]></category> <category><![CDATA[elezioni]]></category> <category><![CDATA[genocidio]]></category> <category><![CDATA[Joseph Kabila]]></category> <category><![CDATA[Kinshasa]]></category> <category><![CDATA[Le bestie. Kinshasa serenade]]></category> <category><![CDATA[MONUC]]></category> <category><![CDATA[Repubblica Democratica del Congo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=174255</guid> <description><![CDATA[&#8220;Qui nessuno aiuta nessuno, signor Olivares. Vive da abbastanza tempo in Congo, non lo ha imparato? Non ha ancora capito che questa è una grande tragica commedia? Non è buffo che il governo denunci il Ruanda alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja per il genocidio di tre milioni di congolesi e sfruttamento illecito delle sue...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;<em>Qui nessuno aiuta nessuno, signor Olivares. Vive da abbastanza tempo in Congo, non lo ha imparato? Non ha ancora capito che questa è una grande tragica commedia? Non è buffo che il governo denunci il Ruanda alla </em><em><strong>Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja</strong></em><em> per il genocidio di tre milioni di congolesi e sfruttamento illecito delle sue risorse naturali? Oggi le guerre non si combattono per motivi politici, l’ideologia è relegata in secondo piano, quello che conta è l’aspetto economico, il mercantilismo. Mercantilismo&#8230; le piace questa parola, amico mio? Se hai i diamanti compri le armi e con le armi vai al potere. Al potere controlli i diamanti. È un circolo perverso. Perché una volta che controlli i diamanti non vuoi rinunciare al potere, così cerchi di eliminare ogni opposizione che cerca di rovesciarti con la forza. E come cerca di farlo? Con le armi. L’opposizione ha bisogno di armi, così va in cerca dei diamanti. È una spirale continua e inevitabile. E qui non stiamo parlando solo di diamanti. In ballo ci sono l’oro, il niobio, il ferro, il cobalto, il manganese, del minerale uranifero, zinco, zolfo, il coltan… In mezzo al commercio delle risorse naturali ci sono tutti: francesi, egiziani, belgi, la mafia kazaka, aziende europee che raffinano metalli, i servizi segreti ruandesi e ugandesi, lo stesso governo congolese… diciamoci la verità: qui non ci sono buoni, sono tutti dei furfanti, dei criminali. Questa città è folle, questa nazione è folle, chi ci vive è folle. La verità è che qui governa solo l’anarchia. Ci sono seimila uomini della </em><em><strong>MONUC</strong></em><em> in un territorio grande come mezza Europa: impossibile che riescano a fare qualcosa, anche se fossero i migliori guerrieri pacificatori della terra; sono inutili, stanno lì e guardano. Gli aiuti ai rifugiati ammontano sì e no ad 1/5 di quanti ne servirebbero solamente per iniziare a fare il piccolo primo passo. Per i profughi congolesi si spendono 15 centesimi di dollaro al giorno. E mandano qui ragazzini uruguaiani, paraguaiani, cingalesi. Non parlano francese, non parlano kiswahili, non possono e non riescono a comunicare. Una grande farsa, la trovo una grande farsa. Ci sono truppe d’invasione straniera, predoni, banditi locali, ribelli male armati. Le coalizioni cambiano continuamente, è un grande e magico carnevale. Signori della guerra, milizie tribali, sbandati, mercenari, cannibalismo, stupri di massa, crani fracassati, gole tagliate, mani amputate. Non lo trova drammaticamente suggestivo? Un mix di tribalismo e modernità! Combattono con armi automatiche e machete! Tamburi e telefoni satellitari! Pozioni magiche che rendono invincibili! È un grande teatro quello messo in piedi da questi &#8220;guerrieri&#8221;. Guardi il presidentissimo, un grande attore tragico, sciatto e volgare. Quando era a capo dei ribelli faceva il discepolo di </em><a href="http://www.guardian.co.uk/global-development/poverty-matters/2011/jan/17/patrice-lumumba-50th-anniversary-assassination" target="_blank"><em><strong>Lumumba</strong></em></a><em> e mentre i suoi uomini si scannavano per cacciare via il dittatore lui faceva la bella vita al Cairo. Adesso che è al potere ordina al suo paranoico e grasso figlio di mandare gli ispettori in tutto il paese per verificare lo stato dell’amministrazione, dice che vuole fare uscire il Congo dalla crisi economica e finanziaria, ma sono tutte balle, è solo un attore della parlantina, il figliol prodigo di questo infernale baraccone africano</em>&#8220;.</p><p>Quando ho scritto <a href="http://www.ibs.it/code/9788890534027/mazzoni-lorenzo/bestie-kinshasa-serenade.html" target="_blank"><em>Le bestie. Kinshasa Serenade</em></a> era l&#8217;estate del 2004 ed ero molto arrabbiato. Mentre in tv, sui giornali, alla radio non si faceva che parlare delle sensazionali guerre americane al Terrore, io leggevo, sulla poca stampa seria, che in Congo morivano migliaia e migliaia di persone, in una guerra inutile e fratricida che il mondo intero ignorava. Mi sarebbe piaciuto potesse rappresentare solo una testimonianza di quello che fu (il libro è ambientato nel 2001). Purtroppo, attualmente, in Congo vagano oltre un milione e mezzo di profughi che hanno abbandonato le zone dove il conflitto dura da quindici anni, causando quasi <strong>sei milioni di morti</strong>, e i componenti usati per far funzionare i nostri computer e i nostri smartphone continuano a provenire dalle zone minerarie del Paese africano, dove persone ridotte in schiavitù muoiono per il nostro quotidiano e, a volte, futile benessere.</p><p>Il 28 novembre si sono tenute le <a href="http://africanelections.tripod.com/cd.html" target="_blank">elezioni presidenziali e legislative</a>, inaugurate, nei giorni precedenti da violenze e intimidazioni da parte del Partito del Popolo per la Ricostruzione e la Democrazia (PPRD), la formazione del Presidente uscente, <strong>Joseph Kabila</strong>, il “<em>paranoico e grasso figlio</em>” del vecchio dittatore. Grazie allo zelante Mushi Ndibu, coordinatore dello sport giovanile della formazione di governo, Kabila ha messo in piedi un&#8217;armata di pugili e lottatori, ufficialmente responsabili di assicurare tranquillità e sicurezza per il corretto svolgersi delle elezioni. Agli atleti si sono uniti i membri delle oltre trecento bande di strada che imperversano per Kinshasa, i cui nomi sembrano presi da un remake globalizzato de <em>I guerrieri della notte</em>: l&#8217;Armata Rossa, i Bastardi, gli Iracheni, i Cooperanti.<br /> I primi risultati ufficiali verranno pubblicati ai primi di dicembre, ma già l’Unione Africana e l’Unione Europea hanno lanciato appelli perché i risultati del voto siano accettati da tutti i candidati. <strong>Si temono brogli</strong>, nuove intimidazioni, ingiustizie.</p><p>La verità, come diceva uno dei personaggi di <em><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2006/sep/24/fiction.johnlecarre" target="_blank">The Mission Song</a> </em>di <strong>John Le Carré</strong>, è che in questo immenso e splendido paese africano i leader &#8220;<em>sono delle teste di cazzo totali, con il cervello di un bambino di cinque anni. Poco tempo fa, gli esperti della Banca Mondiale hanno fatto uno studio sullo stile di vita in Congo. Domanda: &#8216;Se lo Stato fosse una persona, che cosa ne penseresti?&#8217;. Risposta: &#8216;Lo uccideremmo</em>&#8216;&#8221;.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/30/requiem-congo/174255/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Le barbabietole pulp del Nordest</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/18/barbabietole-pulp-nordest/171571/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/18/barbabietole-pulp-nordest/171571/#comments</comments> <pubDate>Fri, 18 Nov 2011 10:15:25 +0000</pubDate> <dc:creator>Lorenzo Mazzoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[associazione culturale]]></category> <category><![CDATA[jacopo pezzan]]></category> <category><![CDATA[massimo carlotto]]></category> <category><![CDATA[matteo righetto]]></category> <category><![CDATA[Matteo Strukul]]></category> <category><![CDATA[mostro firenze]]></category> <category><![CDATA[Padova]]></category> <category><![CDATA[pulp]]></category> <category><![CDATA[scrittura]]></category> <category><![CDATA[sugarpulp]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=171571</guid> <description><![CDATA[&#8220;Sugarpulp affonda le proprie radici nella natura fiera e selvaggia del Nordest, una terra epica, per certi aspetti ancora legata alle tradizioni arcaiche, e che tuttavia ha saputo assecondare i processi di una modernizzazione necessaria ma anche impietosamente perseguita. Sugarpulp è la polpa narrativa, adulterata con lo zucchero di barbabietola, con una gradazione saccarometrica crescente...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;<strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://festival.sugarpulp.it/" target="_blank">Sugarpulp</a></span> </strong>affonda le proprie radici nella natura fiera e selvaggia del Nordest, una terra epica, per certi aspetti ancora legata alle tradizioni arcaiche, e che tuttavia ha saputo assecondare i processi di una modernizzazione necessaria ma anche impietosamente perseguita. Sugarpulp è la polpa narrativa, adulterata con lo zucchero di<strong> barbabietola</strong>, con una gradazione saccarometrica crescente che rende lo scrivere più alcoolico, più tossico, più anfetaminico. Sugarpulp è narrazione a duecento all’ora, è scrittura montata in modo ipercinetico, è dialogo-azione-dialogo-azione, è un modo di scrivere che mescola il linguaggio cinematografico della sceneggiatura con i profumi di sangue e zucchero della Bassa, dei campi di mais, delle case coloniche, le osterie, i colli, gli ippodromi, il mito della Romea e del Delta&#8221;</em>.</p><p>Inizia così il Manifesto di Sugarpulp, <strong>associazione culturale padovana </strong>fondata dagli scrittori <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.matteorighetto.com/" target="_blank">Matteo Righetto</a></span></strong> e <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.matteostrukul.com" target="_blank">Matteo Strukul</a></span> </strong>con lo scopo di diffondere e ampliare la conoscenza della cultura letteraria nel territorio, in particolare del genere pulp/noir. Sugarpulp si presenta, soprattutto, come un movimento di lettori. Consigliano, creano interazioni fra lettori e scrittori, diffondono, cercano di trasportare sana letteratura in un Paese dove tutti &#8220;devono&#8221; scrivere il proprio libro (riuscendoci, molto spesso con la complicità di editori a pagamento), ma dove i lettori (quelli buoni) scarseggiano come la serietà della politica nazionale.</p><p>Fra le tematiche più importanti affrontate da Sugarpulp risalta, e al contempo fa da collante, il legame con il territorio, non importa quale, che sia il profondo Veneto o il Texas, la periferia padovana o il <strong>mar Mediterraneo</strong>, quello che interessa proporre come merce di scambio con i lettori è la conoscenza della propria terra, il raccontare storie senza troppi fronzoli, con ironia e intelligenza, diffondere una narrativa popolare aperta a tutti, per tutti. Fare discutere, fare cultura.</p><p>E in questa narrativa popolare, senza orpelli, c&#8217;è anche spazio per i problemi del territorio: basta leggere l&#8217;opera prima di Matteo Righetto, <em>Savana Padana</em> (Zona Editrice, 2009), salutata dalle pagine de Il Sole 24ore come la nascita del nostro Quentin Tarantino che alla  cinepresa preferisce la penna, o il successivo <em>Bacchiglione Blues </em>(Perdisa Pop, 2011), entrambi spietati affreschi della rude quotidianità rurale veneta, un&#8217;antropologia pulp dei <em>barfly</em> di paese, delle usanze zingare, slave e locali. Personaggi che incarnano la mancanza di valori morali che attanaglia una parte della società del <strong>Nordest e non solo</strong>.</p><p>Anche nel sorprendente <em>La ballata di Mila</em>, di Matteo Strukul (e/o Edizioni, 2011) attualmente in lizza fra i quindici finalisti del prestigioso Premio Giorgio Scerbanenco-Courmayeur Noir in Festival, fra gang affiliate alle triadi cinesi, cosche di endemica tradizione locale, la periferia padovana e l&#8217;aria non troppo pulita della bassa, quella che emerge è una conoscenza capillare del territorio, la voglia di farlo scoprire ai lettori, di illustrare ciò che di marcio alberga dietro una patina di finto perbenismo e moralismo: racket, prostituzione, schiavitù, razzismo, violenza.</p><p><strong>Un&#8217;originale analisi della propria terra</strong>. Leggendo questi romanzi si comprende molto di più del Nordest e del profondo Veneto piuttosto che sfogliando qualche striminzito reportage di cronaca locale. E ancora, se si ha voglia di addentrarsi in una buona indagine, rimanendo nel mondo Sugarpulp, si può leggere Giacomo Brunoro, presidente dell&#8217;associazione culturale, autore insieme a<strong> Jacopo Pezzan</strong> di una fortunata serie di audiolibri e di ebook che ripercorrono i grandi casi della cronaca nera italiana, dal mistero di Unambomber alla vicenda del <strong>Mostro di Firenze,</strong> con un&#8217;attenzione particolare al rapporto tra delitti e territorio scavando a fondo nel lato oscuro della provincia. Due sue pubblicazioni, <em>Il Mostro di Firenze</em> e <em>Amanda Knox e il delitto di Perugia (</em>entrambe uscite per <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.lacaseproduction.com/" target="_blank">La Case</a></span>, 2011), sono state tradotte in inglese e sono diventate un caso editoriale entrando nelle classifiche di vendita digitali di Stati Uniti, Inghilterra, Australia e Francia.</p><p>Il recente <strong>Sugarpulp Festival</strong>, svoltosi al Centro Civico d’arte e cultura Altinate/San Gaetano di <strong>Padova</strong>, ha visto tra i protagonisti Jeffery Deaver, Joe R. Lansdale<strong>, Massimo Carlotto,</strong> Victor Gischler, Jan Wallentin, Tim Willocks e ha ottenuto uno sbalorditivo riscontro di pubblico giovane e agguerrito. Lo stesso Lansdale ha dichiarato che si è trattato del miglior festival letterario a cui abbia partecipato, opinione assolutamente condivisibile, soprattutto per la mancanza di snobismo, di pallidi incontri letterari a cui siamo purtroppo abituati, e di quella mediocre nicchia di letterati ormai indelebilmente rodati a parlarsi addosso per la mancanza di spettatori.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/18/barbabietole-pulp-nordest/171571/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Pillole dallo Yemen dimenticato</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/08/pillole-dallo-yemen-dimenticato/169310/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/08/pillole-dallo-yemen-dimenticato/169310/#comments</comments> <pubDate>Tue, 08 Nov 2011 16:57:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Lorenzo Mazzoni</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[alluvioni]]></category> <category><![CDATA[Bertolaso]]></category> <category><![CDATA[gebel nogum]]></category> <category><![CDATA[Gheddafi]]></category> <category><![CDATA[miss mondo]]></category> <category><![CDATA[prezzo gas]]></category> <category><![CDATA[Saleh]]></category> <category><![CDATA[Sanaa]]></category> <category><![CDATA[ta'izz]]></category> <category><![CDATA[Yemen]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=169310</guid> <description><![CDATA[Le notizie sulle alluvioni &#8220;improvvise&#8221;, sul cuore debole di Cassano, sulle barzellette governative, sulla crisi greca che non è solo greca, sulle elezioni di Miss Mondo e sulla disintossicazione da sette religiose di qualche starlette nazionale, hanno relegato il mondo arabo in secondo piano. Ormai Gheddafi è morto (poco importa che sia stato ucciso come...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Le notizie sulle alluvioni &#8220;improvvise&#8221;, sul cuore debole di Cassano, sulle barzellette governative, sulla crisi greca che non è solo greca, sulle elezioni di Miss Mondo e sulla disintossicazione da sette religiose di qualche starlette nazionale, hanno relegato il <strong>mondo arabo</strong> in secondo piano.</p><p>Ormai Gheddafi è morto (poco importa che sia stato ucciso come un cane) e il nuovo premier libico ad interim, <strong>Abdul Rahim Al Qeeb</strong>, ha detto che il suo esecutivo sarà annunciata  fra quattro settimane (poco importa anche da chi sarà presieduto questo fantomatico governo di unità nazionale). In Tunisia gli islamisti di <strong></strong><strong>al-Nahdha</strong><strong> </strong>hanno vinto le prime elezioni libere sconfiggendo i laici del Partito Democratico Progressista e la <strong>carneficina siriana</strong> è stata condannata anche dalla Lega Araba; dopo il riconoscimento della Palestina da parte dell&#8217;Unesco, il <strong>governo israeliano</strong> ha dimostrato il suo interesse per cultura, scienza ed educazione congelando il proprio contributo economico all&#8217;organizzazione delle Nazioni Unite. Inoltre ha accelerato la costruzione di nuovi insediamenti e si è gettato a capofitto in pericolosi preparativi bellici nei confronti dell&#8217;Iran, conflitto che il delirante primo ministro <strong>Benjamin Netanyahu</strong> e i suoi compari, il ministro della Difesa <strong>Ehud Barak</strong> e  quello degli Esteri <strong>Lieberman</strong>, sognano da sempre, con l&#8217;avvallo della democrazia americana.</p><p>Notizie che in questi giorni non interessano. Il mondo arabo ha già dato. Quasi undici mesi di prime pagine. È ora di tornare alle starlette, alle barzellette di governo e opposizione, alle stomachevoli dichiarazioni che se ci fosse stato <strong>Bertolaso</strong>, fatto Santo in questi giorni, in Italia non ci sarebbero state le alluvioni.</p><p>E allora, da questa modernità fatta di credenze medioevali, tanto per dare informazioni che probabilmente non interessano a nessuno, qualche pillola sparsa dallo <strong>Yemen</strong>, dove nonostante il totale menefreghismo nei media occidentali, il fermento non si placa. All&#8217;aeroporto di Sana&#8217;a sono stati depositati i corpi senza vita degli <strong>otto istruttori</strong> dell&#8217;aviazione siriana giunti nello Yemen a fine ottobre per formare e addestrare gli uomini dell&#8217;aeronautica militare yemenita. Il loro aereo è precipitato per un guasto tecnico sull&#8217;aeroporto di Al-Anad, utilizzato, negli ultimi mesi, dall&#8217;esercito.</p><p lang="it-IT"><p>Il presidente-maresciallo <strong>Saleh</strong> ha dichiarato domenica scorsa che avrebbe delegato il potere al suo vice, <strong>Abd Al-Rabu Mansuer Hadi</strong>, che è attualmente in viaggio negli Stati Uniti, ufficialmente per cercare un sostegno dall&#8217;amministrazione americana, in realtà per farsi curare in qualche costosissimo ospedale per acciacchi non ancora identificati.</p><p lang="it-IT"><p>Fonti vicine al governo riferiscono che siano transitati per Aden <strong>700 milioni di riyal sauditi</strong> trasferiti poi, via Yemenia Airlines, a qualche paese del Golfo. Non si è ancora capito se il malloppo sia stato donato dalla monarchia saudita al governo di Saleh per cercare di arginare le rivolte o se faccia parte dei beni privati del presidente.</p><p lang="it-IT"><p>A <strong>Ta&#8217;izz</strong> altri dieci civili sono morti a seguito degli ennesimi scontri fra oppositori al regime e forze governative. A Sana&#8217;a sono sfilati due cortei. Quello dei rivoltosi della generazione Facebook&amp;Twitter era piuttosto numeroso, quello dei lealisti fedeli al governo un po&#8217; meno.</p><p lang="it-IT"><p>A Sana&#8217;a, il <strong>wadi as-Sailah</strong>, che quando è in secca è la strada principale in direzione nord-sud e che divide la città vecchia dalla via dei gioiellieri e da midan al-Tahrir, ora è in piena e trascina con sé rifiuti e macchine. I <em>dabab</em> (i taxi collettivi) vengono spazzati via dalla corrente. I manifestanti possono comunque raggiungere la piazza utilizzando uno dei numerosi ponti che collegano le due sponde del corso d&#8217;acqua/strada.</p><p>Il <strong>prezzo del gas</strong> da cucina è duplicato creando molti problemi alle famiglie. L&#8217;aumento varia da un governatorato all&#8217;altro. A Sana&#8217;a, il prezzo di una bombola è passato da 7 a 15 dollari. La carenza di bombole di gas può essere attribuita agli scontri che si verificano quotidianamente sulla strada Ma&#8217;rib-Sana&#8217;a. Comprare il gas a Sana&#8217;a è sempre stata un&#8217;impresa epica. Si esce di casa con la bombola adagiata sopra una carriola da cantiere, si percorrono le strade della città vecchia e ci si unisce alla calca urlante davanti alla porta del “mercato del gas”. Da una finestra i venditori prendono le bombole vuote che vengono passate di mano in mano e ne danno di nuove. Poi si torna a casa, sperando che i cilindri siano stati riempiti fino in fondo. Una bombola utilizzata da una famiglia di cinque persone di solito dura venti giorni. In diverse abitazioni, dopo l&#8217;aumento del prezzo, si sta utilizzando la legna per preparare i pasti. Nonostante lo Yemen sia, dopo il Qatar, il più grosso produttore di gas naturale nel mondo arabo, il governo importa gas scadente dall&#8217;Oman per vendere 15.000 barili al giorno di nazionalissimo gas naturale liquido a società francesi.</p><p>Il mio amico Mohamed abita con sua moglie e i suoi due figli in una casa semi abusiva costruita sul dorso del <strong>gebel Nogum</strong>, da dove si domina tutta Sana&#8217;a. La casa l&#8217;ha costruita lui. Mohamed fa l&#8217;autista, non è un muratore, un geometra, un architetto. La casa di Mohamed confina con altre case semi abusive. Il governo chiude un occhio perché Mohamed e i suoi vicini lavorano per società gestite da stranieri o di servizio alla comunità straniera. Sua moglie dà il suo contributo alla globalizzazione preparando i peggiori spaghetti che io abbia mai mangiato, ma li cucina con tanto amore che di solito è d&#8217;obbligo il bis.</p><p lang="it-IT"> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/08/pillole-dallo-yemen-dimenticato/169310/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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