<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Luca Fiorini</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/lfiorini/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Facebook, 1 miliardo di dollari per Instagram</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/13/facebook-miliardo-dollari-instagram/204260/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/13/facebook-miliardo-dollari-instagram/204260/#comments</comments> <pubDate>Fri, 13 Apr 2012 14:59:29 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Fiorini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[faceebok]]></category> <category><![CDATA[faceebook acquista instagram]]></category> <category><![CDATA[Instagram]]></category> <category><![CDATA[photo sharing]]></category> <category><![CDATA[polaroid one step rainbow]]></category> <category><![CDATA[Twitter]]></category> <category><![CDATA[Zuckerberg]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=204260</guid> <description><![CDATA[Lo si vociferava dallo scorso agosto: Zuckerberg col cursore puntato su una nuova funzione fotografica, quella dei filtri per Facebook. Poi, nei giorni passati, la notizia: il social network a sfondo blu &#8211; il più grande sito di stoccaggio fotografico al mondo, con una media di 250 milioni di immagini caricate ogni giorno &#8211; ha ...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Lo si vociferava dallo scorso agosto: Zuckerberg col cursore puntato su una nuova funzione fotografica, quella dei<strong> filtri per Facebook</strong>. Poi, nei giorni passati, la notizia: il <strong>social network a sfondo blu</strong> &#8211; il più grande sito di stoccaggio fotografico al mondo, con una media di 250 milioni di immagini caricate ogni giorno &#8211; ha  acquistato la app col logo della <strong>Polaroid One Step Rainbow, Instagram</strong>.</p><p>Surclassato qualitativamente dai cinguettii piccati del canarino <strong>Twitter</strong>, Facebook ha scelto di farsi amico l’altro nemico. Scucendo un miliardo di verdoni per ridimensionare virtualmente una minaccia realissima sul terreno comune del <em>social networking,</em> Instagram, definita da qualcuno “la migliore esperienza fotografica sul mercato”.</p><p>Creata da <strong>Kevin Systrom e Mike Krieger </strong>nel marzo del 2010, già amatissima, caldamente iconica, vintage e mai nostalgica, Instagram è la più famosa applicazione di photo-sharing via mobile, con una base di circa 33 milioni di utenti (di cui un milione subentrato la scorsa settimana, nelle sole 12 ore seguenti l’implementazione su Android) ed il punto di forza del Geotag (che attinge da applicazioni come Foursquare per l’elenco dei locali): si scatta, lo si spunta, e l’immagine compare, sul social, registrando il luogo in cui è stata fatta.</p><p>Una pratica, quella del <em>location-based</em>, che il buon Mark ha fatto sua, la scorsa estate, introducendo  il “<strong>Facebook Places</strong>”, cioè la condivisione della propria posizione, poi divenuta un’opzione di aggiunta del luogo agli aggiornamenti di stato o di immagine, e che molte altre piattaforme sono sul punto di introdurre: la logica è quella di assecondare l’ossessione, illogica, dell’“ehi, dico a voi, guardate tutti dove mi trovo!&#8221;; la dinamica, più tecnicamente, è quella proficua per le società operanti dietro queste reti sociali, le quali, localizzando la posizione del potenziale acquirente, possono così elaborare un maggior numero di offerte locali ed annunci mirati.</p><p>Tanto facilmente geotaggabili, le foto su <strong>Instagram</strong>, da sollevare, in passato, numerose proteste (a molti utenti è capitato, infatti, e goffamente, di fare del Geotag un uso accidentale), costringendo la piccola Società, lo scorso maggio, a rilasciare una versione aggiornata dell’app, più intuitiva nell’utilizzo.</p><p>Sono quasi aneddoti fotografici, quelli di Instagram, cartoline d’oggi col sapore di ieri, polaroid glamour che ti dicono chi è dove, chi ama cosa, chi è con chi, facendo apparire tutto invecchiato eppure nuovissimo, patinato, dal seppia al bianco-nero, attraverso una galleria di 18 filtri oltremodo noti (<em>Hudson, X-pro II, Sierra, Earlybird, Brannan, Nashville e Kelvin</em>, fra gli altri), ma che, non fossero mappabili, ne perderebbero.</p><p>E ora, mentre è in corso l’onerosa compravendita, con un Zuckerberg promettente, almeno per il momento, di lasciare a Instagram tutto<strong> l’ossigeno e l’autonomia di cui necessita</strong> – “per fare bene, dobbiamo essere consapevoli di come mantenere e rafforzare i punti di forza di Instagram e le sue caratteristiche, anziché integrare tutto su Facebook”, ha dichiarato l’inventore della società che pianifica il debutto in Borsa sul Nasdaq – ci si chiede cosa ne sarà, della app con la mini polaroid che ha spopolato, curiosa coincidenza temporale, proprio nell’anno del fallimento di Kodak. Brand scaccia brand.</p><p>Col rischio, prefigurato da analisti e tech blogger, che il <em>check-ins</em>, da tasto attivabile, diventi una funzione automatica – dove siete e di fronte a quali opere, geolocalizzati sempre – e la preoccupazione internauta sul destino delle proprie foto (come cambia, se cambia, il copyright?). Oltre alla possibilità che l’operazione non si riveli un arricchimento, bensì una depauperazione, per Instagram, come successe a<strong> Flickr comprato da Yahoo!</strong>, “Business as usual”, ha rassicurato Kevin Systrom, Amministratore Delegato della app fotografica (il quale intascherà 400 milioni di dollari; lo stesso uomo che, nel 2004, per non abbandonare gli studi a Stanford, aveva ricevuto e rifiutato un’offerta da Zuckerberg in persona, a prender parte al team del suo sito): “sia chiaro, Instagram non sta andando via: lavoreremo con Facebook per evolverlo e costruire la rete, aggiungendo nuove funzionalità, e trovando modi per creare la migliore esperienza mobile possibile”.</p><p>Comunque vada, quale che sia il destino “sociale” di questa graticola di programmi sempre più fluidi, sempre più formicolanti, ci si ricorderà certo di questo aprile 2012 in cui un nanuncolo di appena<strong> 551 giorni</strong>, Instagram, con la sua dozzina scarna di dipendenti e il suo profilo di startup prodigiosa,  è stato pagato e prelevato per <strong>un miliardo di bigliettoni</strong>, scavalcando un colosso quotato 967 milioni di dollari e vecchio ben 116 anni come il <em>New York Times</em>.</p><p>Che è un po’ come pensare che un posacenere sozzo, se ripreso effettato, con la giusta angolazione, le luci ad hoc, una bella cornice, possa interessare più che un caso di cronaca, o un cesso scrostato risultare più cool di una carriera politica. Ci credete? <em>Cheese</em>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/13/facebook-miliardo-dollari-instagram/204260/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Dialogo tra fanciulle diversamente uguali</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/03/dialogo-fanciulle-diversamente-uguali/188789/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/03/dialogo-fanciulle-diversamente-uguali/188789/#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 Feb 2012 11:13:37 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Fiorini</dc:creator> <category><![CDATA[Archivio]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Crepet]]></category> <category><![CDATA[Einaudi]]></category> <category><![CDATA[fanciulle]]></category> <category><![CDATA[l'educazione delle fanciulle]]></category> <category><![CDATA[littizzetto]]></category> <category><![CDATA[valeri]]></category> <category><![CDATA[Vespa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=188789</guid> <description><![CDATA[Te le immagini pressappoco così, loro due: un salotto ospitale, la luce bassa di un pomeriggio d&#8217;inverno, nella Milano vorticosa della prima, o nella Torino cabalistica dell&#8217;altra, Franca Valeri comoda su una poltrona in velluto, Luciana Littizzetto in punta sullo sgabello di un piano. La prima: salace, netta, misurata. La seconda: sprezzante, più impudente persino....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Te le immagini pressappoco così, loro due: un salotto ospitale, la luce bassa di un pomeriggio d&#8217;inverno, nella<strong> Milano vorticosa </strong>della prima, o nella <strong>Torino cabalistica</strong> dell&#8217;altra, <strong>Franca Valeri </strong>comoda su una poltrona in velluto,<strong> Luciana Littizzetto</strong> in punta sullo sgabello di un piano.</p><p>La prima: <strong>salace, netta, misurata</strong>. La seconda: <strong>sprezzante, più impudente persino</strong>. Col cinismo come unico collante, te le immagini, un giro di perle per due. Mai poi, leggendo, ti accorgi che no, non è così che va, non del tutto. Non c&#8217;è beffa da copione, non c&#8217;è burla secondo scaletta. Non si girano le dita fra le collane, loro due, “signorine perbene” che le perle, ai porci, quelle mai.</p><p>Dialogano e dileggiano così, torrenziali, senza schema, come non accorgendosene. Mentre chi sfoglia le spia vorace: quando ripensano a ciò che è stato, e più sarà, nient&#8217;affatto nostalgiche (Luciana: “non ho mai avuto il ragioniere o l&#8217;impiegato del catasto&#8230; sempre tanta gente disturbata”), quando rifanno qualche conto (Franca: “come vedete, l&#8217;immaginazione, segreto veleno del passato, non serve più”), quando ribaltano certe immagini trite (quella azzurrina di un principe meno che mai atteso, ad esempio, del ci tono resta traccia solo su “qualche camicia a righine di <strong>Bruno Vespa</strong> e forse qualche pullover di<strong> Paolo Crepet</strong>”).</p><p>Dialogano e un po&#8217; folleggiano, Franca e Luciana, rivendicando antecedenza generazionale, la prima (“care fanciulle del Duemila, non crediate di avere scoperto la luna, la vostra liberalizzazione ha avuto una lunga incubazione”), e spogliandosi dei preconcetti di genere, l&#8217;altra (“ho ben altro da fare nella vita che star lì a girare il risotto”); ammettendo le proprie fragilità, fragilità tutte al femminile (Luciana: “perché poi, diciamo la verità, una si innamora dei difetti degli uomini, che all&#8217;inizio sembran quasi dei pregi. Col tempo però riacquistano la loro vera natura di difetto. Solo che poi è troppo tardi”) e sottoscrivendo le evidenze, le più umane e pragmatiche (Franca: “quel che è certo è che l&#8217;amore è un sentimento multiuso, in questo senso è necessario. Va bene per il sesso, per gli amici, per i bambini, per l&#8217;Arte nella sua globalità, per gli animali; per piccole e grandi cose”).</p><p>Dialogano e palleggiano, mica sempre pensandola uguale, e raccontandosi nel privato (il rapporto con gli uomini, l&#8217;essere madri, i figli in affido), poi toccando il pubblico (<strong>i matrimoni, le suocere, i modelli televisivi</strong>), e facendo autocritica senza fare auto goal, dritte ma caute, caute e inclementi, d&#8217;accordo sul senso profondo delle cose (Franca: “la semplificazione penalizza il ricordo”), dei momenti storici (Luciana: “questa specie di rivoluzione può anche essere foriera di cambiamenti positivi”), della vita in genere (Franca: “i sentimenti esistono ancora. Hanno altre direzioni. E&#8217; cambiata la mappa, non la donna”).</p><p>Due voci diverse e perfettamente intonate, suggerisce il retro di copertina del libro, il loro, <strong>“L&#8217;educazione delle fanciulle”, edito da Einaudi</strong>. Al pubblico, orecchio teso, l&#8217;ascolto (e il giudizio) delle singole note.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/03/dialogo-fanciulle-diversamente-uguali/188789/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Vivere senza Facebook</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/10/vivere-senza-facebook/182809/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/10/vivere-senza-facebook/182809/#comments</comments> <pubDate>Tue, 10 Jan 2012 16:47:03 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Fiorini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[amicizie]]></category> <category><![CDATA[bacheca]]></category> <category><![CDATA[Bologna]]></category> <category><![CDATA[Facebook]]></category> <category><![CDATA[liceo righi]]></category> <category><![CDATA[obama]]></category> <category><![CDATA[sharing]]></category> <category><![CDATA[social black out]]></category> <category><![CDATA[social network]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=182809</guid> <description><![CDATA[Facebook per postare, Facebook per taggare, Facebook per amministrare. Facebook per scrivere, per iscriversi, curiosare e condividere, per “linkare” e “I-likare”. Organizzarsi. Conoscersi. Divertirsi. Agire e reagire. Più o meno scopertamente. Scrupolosamente. Nel privato, nel pubblico. E in massa. Sui monitor di un popolo, il nostro, che, secondo le statistiche rilevate dal Social Media Report 2011...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Facebook per postare, Facebook per taggare, Facebook per amministrare. Facebook per scrivere, per iscriversi, curiosare e condividere, per “linkare” e “I-likare”. Organizzarsi. Conoscersi. Divertirsi. Agire e reagire. Più o meno scopertamente. Scrupolosamente. Nel privato, nel pubblico. E in massa. Sui monitor di un popolo, il nostro, che, secondo le statistiche rilevate dal <strong>Social Media Report 2011 di Nielsen</strong>, si è coagulato, in Rete, lo scorso anno, per l’86% dei connazionali, fra blog e Social Network (dati aggiornati al mese di giugno 2011) – con 21 milioni di utenti solo su Facebook, dove gli internauti italiani trascorrono un quarto del tempo di navigazione – superando persino la percentuale americana (79%).</p><p>Sempre più donne (46,7%) e sempre più attive, fra gli utenti nostrani del sito di <strong>Zuckerberg </strong>(prossimo, per altro, alla quotazione in borsa), così come fra i blog e sul resto delle piattaforme sociali, pur col persistere di una preponderanza maschile (53,3%) e un sorprendente quantitativo di over 30 nella fascia dei “<strong>social media addicted</strong>”, il cui indice anagrafico si aggira, nel 24,2% dei casi, fra i 35 e i 44 anni, seguito a ruota da quello degli utenti di età compresa fra i 25 e i 34 (19,4%) e dai 45-54enni (19%).</p><p>E mentre la pratica del “<strong>social networking</strong>” s’impenna anche sui dispositivi di telefonia mobile (è infatti, quella di Facebook e similari, la terza categoria di App più scaricate per smartphone, nell’anno appena conclusosi), aumenta l&#8217;abitudine allo <strong>sharing video</strong>, tra clip e video virali agilmente travasati sulle piattaforme social dal mare magnum di Youtube, e dell’acquisto di prodotti on line da parte del 70% dei “faccialibrai” connessi.</p><p>Ulteriori statistiche sono quelle rielaborate nell’infografica del sito <em>The ithech blog</em>: appena un anno fa, nel mese di gennaio 2011, gli utenti registrati su Facebook toccavano i 600 milioni di persone (55 milioni in più della popolazione mondiale nel 1600 DC, ferma a 545 milioni; 256 milioni in più della popolazione del Nord America, complessiva di 344 milioni di persone; e 125 milioni più di tutti gli utenti on line in Europa, “appena” 475 milioni); saliti esponenzialmente, al mese di settembre 2011 – attesta il sito web di attualità statunitense <em>Mashable</em> – sino al superamento della soglia di 800 milioni.</p><p>Accanto alle statistiche, inoltre, lo staff di <em>The ithech blog</em> ha congetturato un quadro delle nostre vite “fuori piazza”, anti-social, scevre di Facebook. Inanellando ipotesi di quotidiana “condivisione”, in situazioni indicativamente ricorrenti: come avverrebbe, ad esempio, si chiedono i redattori di TIB, il recapito di un’immagine a un amico, senza l’uso di Facebook? Con l’allegato mail, si rispondono, o tramite un servizio di IM (<em>Instant Messaging</em>), per l’inoltro in <em>live streaming</em>, o con una semplice consegna a mano, dove e quando possibile. Mentre con Facebook è sufficiente un click, una parola: <strong>bacheca</strong>.</p><p>Ancora: come sarebbe organizzare un meeting, senza il “libro di facce” sottocchio? Si dovrebbero stampare gli inviti e spedirli per posta, contattare uno ad uno i partecipanti, assicurarsi che gli impegni del gruppo combacino in maniera ottimale; mentre su Facebook, anche per questo, c’è una chiave, una funzione apposita, efficiente: il “crea evento”.</p><p>Ovvietà a parte, un’altra domanda, spontaneamente, spunta: <strong>che effetto ci farebbe, oggi, il quotidiano, senza Facebook?</strong> Con quali risultati?, e che conseguenze?, quali esperienze ci garantirebbe o rallenterebbe, per contro, il suo spegnimento?</p><p>Giunti a queste cifre, insomma, e consolidati questi ritmi, digeriti questi dati e fatte nostre queste abitudini (praticissime, talvolta; perfettamente futili, talaltra), saremmo ancora capaci, desiderosi, di “riverginizzarci” come social user, convintamente?</p><p>Ci hanno provato, lo scorso mese di dicembre, e per un breve periodo (sette giorni), gli studenti di una classe superiore del <strong>liceo Righi di Bologna</strong>: una settimana senza Facebook, su iniziativa di una professoressa di Lettere, che ha promulgato un&#8217;astinenza riparatrice, temporanea, dalle tecnologie insinuanti dipendenza: web, tv, dispositivi elettronici in genere. Con risultati inattesi, e in certo modo entusiastici, dal senso di levità unanimemente riscontrato fra i ragazzi, subito convintisi a ripetere il “<strong>social black out</strong>” dopo le feste natalizie, almeno un giorno alla settimana, a rotazione. Via i cellulari, poi le consolle, la televisione. Via Facebook: la connessione.</p><p>«Almeno ci siamo confrontati tra persone reali», ha dichiarato uno studente della classe IIA del Righi, intervistato da Repubblica. Intercettando, con immediatezza, i pensieri e le reazioni dei suoi compagni: chi ha riscoperto il gusto per la lettura, quella cartacea; chi ha velocizzato i tempi di svolgimento dei compiti a casa; chi ha ritrovato il gusto sommesso per l’ascolto della radio, e chi, nondimeno, parrà retorico, ha ridato valore al silenzio, disfandosi, di più, del brusio del sottofondo televisivo.</p><p>«Far scoprire altri registri di comunicazione e forme di libertà, basate sulla fiducia, tra genitori e figli – ha chiosato il preside dell’istituto bolognese, Domenico Altamura – e recuperare quell´affettività che nelle centinaia di comunicazioni via Facebook è perduta». Questo il senso dell’operazione.</p><p>E mentre <strong>Barack Obama</strong>, lo stesso che sui social network, nel periodo di campagna elettorale, ha intessuto le trame della poltrona di Presidente, ha stabilito, assieme alla moglie Michelle, di vietare l’uso di Facebook alle proprie figlie, <strong>Sasha e Malia</strong>, rispettivamente di 10 e 13 anni, viene da chiedersi se non sia giunto il tempo, il giusto punto, anche per chi gli esami li ha finiti da un po’, quegli over trenta tanto fanaticamente affacciati a Facebook – stando ai dati – di staccare più spesso la mano dal mouse, la spina dal monitor, il post dalla bacheca. Coi libri aperti, quelli veri, e le facce, le nostre, di carne, altrove. <strong>Tasto off</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/10/vivere-senza-facebook/182809/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>C&#8217;era una volta Napster</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/06/cera-volta-napster/175589/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/06/cera-volta-napster/175589/#comments</comments> <pubDate>Tue, 06 Dec 2011 12:40:15 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Fiorini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[airtime]]></category> <category><![CDATA[emule]]></category> <category><![CDATA[Facebook]]></category> <category><![CDATA[itunes]]></category> <category><![CDATA[napster]]></category> <category><![CDATA[pandora]]></category> <category><![CDATA[real audio]]></category> <category><![CDATA[rhapsody]]></category> <category><![CDATA[spotify]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=175589</guid> <description><![CDATA[Correva l’anno 1999 quando due giovani informatici americani, Shawn Fanning e Sean Parker, ultimavano Napster, progenitore dei programmi di scambio peer to peer (alla lettera: “fra pari”, ossia fra computer fisicamente non connessi, ma collegati alla rete da un sistema comune di server centrali), uno dei primi client basato sulla condivisione di file Mp3, apripista...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Correva l’anno 1999 quando due giovani informatici americani, Shawn Fanning e Sean Parker, ultimavano Napster, progenitore dei programmi di scambio peer to peer (alla lettera: “fra pari”, ossia fra computer fisicamente non connessi, ma collegati alla rete da un sistema comune di server centrali), uno dei primi client basato sulla condivisione di file Mp3, apripista di programmi come Kazaa, Morpheus, LimeWire, WinMX, Emule, e protocolli come BitTorrent; un software dall’inatteso potenziale rivoluzionario, Napster, destinato a ridisegnare l’intero mondo del web, a cavallo fra il vecchio ed il nuovo millennio, scuotendo insidiosamente gli equilibri commerciali dell’industria discografica.</p><p>Sopravvissuto per più di dieci anni, dopo una prima cessazione e un gambizzato tentativo di rilancio, agli stravolgimenti incorsi nel modo di fruire, scaricare e condividere musica in rete, duramente stretto fra cavillose battaglie legali agitate da <em>major</em> colleriche (ebbe una grande eco, nel 2000, il caso del gruppo dei Metallica, che sporse denuncia per violazione del copyright dopo la pubblicazione napsteriana di un demo inedito del gruppo, reso scaricabile anzitempo), il pionieristico e pluriquerelato software di proprietà di Best buy ha oggi chiuso definitivamente i battenti, siglando un accordo di vendita della proprietà intellettuale per la fusione già avviata con <strong>Rhapsody</strong>, servizio di musica <em>on demand f</em>ornito da Real networks e già ampiamente utilizzato negli States.</p><p>Sono dunque pronti gli scatoloni sulle scrivanie dei centoventi impiegati dell&#8217;ex gloriosa piattaforma di <em>file sharing</em>, i cui uffici di Los Angeles e San Diego caleranno improrogabilmente le saracinesche il prossimo 16 dicembre, a fronte della vertiginosa diminuzione del numero di abbonati, passati, negli ultimi anni, dai 700.000 ufficiali del 2008 ai 400.000 stimati attualmente, complici il debutto di <strong>iTunes Music Store</strong> per conto di Apple, dal 2003, e di servizi come lo svedese <strong>Spotify</strong>, fresco di partnership con <strong>Facebook</strong>, o <strong>Pandora</strong>, radio in streaming quotatasi in borsa, più efficaci e fruttuosi del loro avo nel compattare i cavilli del mercato discografico con le esigenze dell&#8217;utenza internauta sulla musica <em>on demand</em> (la formula di Spotify, ad esempio, dà la possibilità di un abbonamento mensile, a partire da una cifra basica di dieci euro, per l’ascolto di un numero illimitato di brani, la suddivisione degli stessi in una libreria virtuale, indicizzati per album o artisti, e la creazione di <em>playlist </em>personali).</p><p>Con uno catalogo di oltre 13 milioni di brani e l&#8217;iscrizione già effettuata da più di 800.000 utenti (paganti), Rhapsody ha così predisposto il terreno – beffardamente: la lettiera – per accogliere in casa propria il girovago felino <em>geek, </em>con le sue cuffie da dj e gli occhi a led del noto logo originario, preventivando, grazie al suo ingresso – quello del software che, per primo, ha “regalato” a generazioni di annosi compratori di dischi il brivido del tutto e subito, e soprattutto del gratuito, col plus valore del recupero di cimeli musicali pressoché introvabili – il traguardo del milione di iscritti, anche attraverso un pacchetto di sconti per agevolare il passaggio della clientela residua di Napster sul nuovo sistema acquirente.</p><p>E mentre Fanning e Parker rimescolano le forze, con invariata lungimiranza imprenditoriale, predisponendo <strong>Airtime</strong>, una nuova piattaforma di <em>video sharing,</em> e accettando di partecipare alle riprese di un documentario sulla storia del loro travagliato primogenito, Napster, che un così epocale piglio ha mostrato nel rovesciare i parametri della musica di consumo massivo, la definitiva sparizione del marchio del gatto, inghiottito e digerito dal colosso digitale di Rob Glaser (lo staff è lo stesso cui si deve lo sviluppo di <strong>Real Audio</strong>), riedificato sul concetto di <em>download no limits</em> dietro il pagamento di un abbonamento mensile (anziché sull’acquisto dei singoli brani), segna la fine di un’era di navigazione e fruizione della musica sul web. Scandendo anche, conseguentemente, la naturale evoluzione di quella forma embrionale del concetto di <em>file sharing</em>, ora più che mai attuale, ancora più che mai discusso.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/06/cera-volta-napster/175589/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Dove sono finite le vere Iene?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/29/dove-sono-finite-vere-iene/173965/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/29/dove-sono-finite-vere-iene/173965/#comments</comments> <pubDate>Tue, 29 Nov 2011 14:34:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Luca Fiorini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Enrico Brignano]]></category> <category><![CDATA[fiorini]]></category> <category><![CDATA[ilary blasi]]></category> <category><![CDATA[le iene]]></category> <category><![CDATA[Luca Argentero]]></category> <category><![CDATA[luca bizzarri]]></category> <category><![CDATA[Paolo Kessisoglu]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=173965</guid> <description><![CDATA[Con loro era diverso. Con loro – Luca e Paolo – erano Le Iene. Quelle vere, voraci, sgraziate carogne. Iene-iene. E no, non è solo un seccato sospiro nostalgico, il mio, né un mancato gusto per il cambio dei cavalli di razza fra le scuderie dei palinsesti televisivi; né si tratta di un commento sputasentenze,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Con loro era diverso. Con loro – <strong>Luca e Paolo</strong> – erano <strong><em>Le Iene</em></strong>. Quelle vere, voraci, sgraziate carogne. Iene-<em>iene</em>. E no, non è solo un seccato sospiro nostalgico, il mio, né un mancato gusto per il cambio dei cavalli di razza fra le scuderie dei palinsesti televisivi; né si tratta di  un commento sputasentenze, tanto inutile quanto postumo dopo l&#8217;annunciato forfait di <strong>Luca Argentero</strong>, che ha di recente calato il poker dell’“Io, alle Iene, mica torno”.</p><p><em>«Sette meno meno»</em>, si era dato <strong>Enrico Brignano</strong> nell’intervista doppia rilasciata a <em>Tv Sorrisi e Canzoni</em>, a fine settembre, pre debutto in prima serata, in risposta alla richiesta di un giudizio sulla propria “ienaggine”: <em>«Nella vita sono poco iena, bisogna avere un&#8217;altra cattiveria, un altro tipo di cinismo»</em>; e di pari passo si era mosso il collega, Argentero appunto, appena più cauto: <em>«Diciamo che mi darei un sei. Non sono molto iena, però mi arrabbio se mi imbatto in qualcosa che non mi va a genio.»<br /> </em><br /> Meno caustici, insomma, e riconoscibilmente meno efficaci di chi li ha preceduti. La loro è stata, del resto, sin da subito, una sufficienza sfilacciata, pericolosamente penzolante, dopo la sostituzione degli storici conduttori, Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu, medagliati e spigolosi veterani della trasmissione in <em>total black</em> di Italia 1. E l’avvelenata critica televisiva, assieme ad un pubblico con l’occhio distratto, presumibilmente rivolto al passato, a quei Luca e Paolo che con <strong>Ilary Blasi </strong>componevano un trio stretto, mordace, ben assortito.</p><p><strong>Non è bastato</strong>, dunque, alle due nuove leve Argentero e Brignano essere attori che piacciono, Pigmalioni che conciliano le masse; non è bastato che il loro non fosse un pubblico sparuto, una capricciosa platea da salotto, una nicchia sbadigliante di teleutenti pretenziosi e intrattabili; non è bastato il bel visino del primo, ex gieffino passato a calendarista passato ad attore, oggi coperto di ingaggi fra cinema e teatro, né l&#8217;umorismo popolano con picchi brillanti del secondo, un Testarossa romano della risata magnereccia, un compagnone dello sghignazzo borgataro, il figlol prodigo dell’Accademia di Proietti che oggi vanta numeri da sbanca-tutto (<em>Sono romano ma non è colpa mia</em> ha registrato il <em>sold out</em> per undici sere consecutive, lo scorso aprile, fra le 6 mila poltrone del Palalottomatica capitolino).</p><p>Perché, com&#8217;è noto, in tv tutto cambia: gli spazi scenici, i tempi comici, tassativi, la diretta col pubblico in sala – soprattutto in un <em>format </em>come quello de <em>Le Iene</em>, meticcio fra due “I” tanto complesse come l&#8217;Inchiesta e l&#8217;Intrattenimento<em>;</em> dove anche i purosangue del cinema e del teatro possono perdersi, zoppicando inespressivi.</p><p><em>“Un poliziotto infiltrato dev&#8217;essere come Marlon Brando”</em>, tuonava il Mentore di Mr. Orange nell’omonimo e originario thriller, <em>Le Iene</em>: <em>“Per fare questo lavoro devi essere un grande attore. Devi essere naturale, devi essere naturale come pochi. Devi essere un grande attore perché gli attori mediocri fanno una brutta fine in questo lavoro”</em>. E se altrettanto non può ripetersi, non alla lettera, per la versione televisiva italiana, solo leggermente ispirata al grande classico di <strong>Tarantino</strong>, né il duo-spalla di conduttori uscenti è stato poi così male (cliccatissimi, su Facebook, sono i monologhi di Brignano anti Casta e Black block), l’esperienza della “strana coppia” nel programma di Parenti, tuttavia, più che al passo fermo di Don Vito Corleone, ha fatto pensare ad un crack su una buccia di banana.</p><p>E a noi, spettatori avidi di cinismo e carcame, nell’attesa del riavvio de <em>Le Iene</em> a <strong>gennaio</strong>, non resta che augurarci il ritorno di Bizzarri e Kessisoglu al timone di quella nave pirata tanto salda sotto il loro tocco. Che siano quei due – Luca e Paolo –, paghi e sprezzanti come sempre, a riallacciarne le corde. Assieme ai nodi dei cravattini.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/29/dove-sono-finite-vere-iene/173965/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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