<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Lisa Casali</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/lcasali/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Perché mangiamo troppo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/19/perche-mangiamo-troppo/235170/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/19/perche-mangiamo-troppo/235170/#comments</comments> <pubDate>Sat, 19 May 2012 17:34:29 +0000</pubDate> <dc:creator>Lisa Casali</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Piacere quotidiano]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[alimentazione]]></category> <category><![CDATA[Cibo]]></category> <category><![CDATA[cibo spazzatura]]></category> <category><![CDATA[michelle obama]]></category> <category><![CDATA[obesità]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=235170</guid> <description><![CDATA[Vi capita mai di avere la sensazione di non riuscire proprio a resistere di fronte a un dolce o a un pacchetto di patatine? La ragione è principalmente chimica, una sorta di attrazione irresistibile verso un mix di grassi, zuccheri e sale. Questa è la tesi sostenuta dal libro “Perchè mangiamo troppo” di A. D....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Vi capita mai di avere la sensazione di non riuscire proprio a resistere di fronte a un dolce o a un pacchetto di patatine? La ragione è principalmente <strong>chimica</strong>, una sorta di attrazione irresistibile verso un <strong>mix di grassi, zuccheri e sale</strong>.</span></p><p><span><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Questa è la tesi sostenuta dal libro “Perchè mangiamo troppo” di A. D. Kessler. </span>Secondo il Dott. Kessler, <span style="color: #343434;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"> i</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;">spiratore della campagna di<strong> Michelle Obama</strong> contro la cattiva alimentazione, ognuno di noi ha una sorta di proprio “punto di non ritorno” ovvero un mix ideale di grassi, zuccheri e sale che quando viene raggiunto ci rende un alimento irresistibile.</span></span></p><p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Mangiare un cibo altamente appetibile attiva i circuiti oppioidi (come nel consumo di droghe) e tale attivazione sviluppa una sorta di dipendenza e ci porta a consumare di più quel cibo in un circolo vizioso che ne aumenta sempre di più il consumo.</span></p><p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Grassi, zuccheri e sale ben combinati fanno vendere molto bene. Viene quindi spontaneo chiedersi come resistere e non diventare ostaggio del cibo, soprattutto quello spazzatura che fa ingrassare e non giova alla salute?</span></p><p><span><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Quando assaggiamo un prodotto o un piatto che contiene elevati quantitativi di grassi, zuccheri e sale, ma non oltre il punto di massimo gradimento, subito una sensazione di grande piacere ci pervade e ci porta a desiderane inevitabilmente ancora e ancora e ancora. In futuro ci basterà posare ancora gli occhi su questo alimento per rivivere la sensazione di piacere e portarci verso comportamenti <strong>di cui non abbiamo il pieno controllo</strong>. </span><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Non necessariamente questo ci porterà al sovrappeso, soprattutto se il nostro stile di vita prevede attività fisica e ci porta a concederci questi cibi solo di rado.</span></span></p><p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Negli Stati Uniti c&#8217;è una sorta di patto segreto tra buona parte dei ristoratori e lobby delle aziende del settore alimentare. Più i ristoranti servono piatti ricchi di grassi, zuccheri e sale più il nostro palato si evolve e ci porta a desiderare quegli alimenti che ne sono ricchi. Più le persone consumano questi piatti/prodotti più ne mangerebbero e questo fa sì che la curva dei consumi continui a crescere, che le aziende alimentari prosperino, che il Pil cresca. Ovviamente a farne le spese è<strong> la salute dei consumatori</strong>, ma anche l&#8217;aumento delle spese sanitarie fa aumentare il Pil e quindi è naturale che questo modello prosperi e che in pochi si ribellino.</span></p><p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Per fortuna nel nostro paese il consumo di cibo spazzatura non è ai livelli degli Stati Uniti anche se il nostro palato si sta abituando a prodotti sempre più raffinati e ricchi di zuccheri, grassi e sale. Non è solo una questione di quello che si porta a tavola ma anche di quantitativi.</span></p><p><span><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Secondo il “Preparatory Study on food waste across EU 27” della Commissione Ambiente, </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">l&#8217;abitudine a consumare più del nostro fabbisogno è anche una fonte di sprechi alimentari e di risorse naturali. </span></span></span></p><p><span><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Sulla base degli acquisti che facciamo, ogni italiano ha a disposizione <strong>3700 kcal al giorno</strong>, ben al di sopra del fabbisogno energetico ideale (F</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">onte </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">“Il libro nero dello spreco in Italia: il cibo”</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">di Andrea Segrè e Luca Falasconi). Questo eccesso di calorie a disposizione si trasforma principalmente in rifiuti, se così non fosse non si spiegherebbe perchè non soffriamo tutti di obesità. </span></span></span></p><p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">I prezzi dei prodotti sono tenuti bassi per invogliarci a comprare sempre di più e non a caso costano meno proprio i prodotti con elevato contenuto calorico. Le conseguenze di queste politiche, delle pubblicità, delle offerte dei supermercati, ma anche della scarsa consapevolezza nei consumatori ci hanno portato a diventare un paese sempre più in sovrappeso tanto che oggi lo sono il 50% degli uomini, il 34% delle donne e il 24% dei bambini (Dati Ministero della Salute).</span></p><p><span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><strong>Cosa fare quindi per ridurre lo stimolo irresistibile a mangiare sempre di più?</strong> Innanzitutto cercare di non assuefarsi a questa tipologia di prodotti. Tarare il proprio palato su prodotti non raffinati con utilizzo moderato di grassi, zuccheri e sale. M</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">angiare più possibile cibi cucinati con le proprie mani, pesando gli alimenti e sforzandosi di cucinare solo quello che serve. N</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">on si diventerà mai immuni al fascino irresistibile di questi alimenti, per cui la cosa migliore da fare è imparare a conviverci usando moderazione e buon senso.</span></span></span></p><p>Seguimi su <span style="font-family: Arial, sans-serif;"><a href="http://www.ecocucina.org" target="_blank">ecocucina.org</a></span></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/19/perche-mangiamo-troppo/235170/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Sei regole per azzerare gli sprechi di cibo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/30/regole-azzerare-sprechi-cibo/180779/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/30/regole-azzerare-sprechi-cibo/180779/#comments</comments> <pubDate>Fri, 30 Dec 2011 13:40:57 +0000</pubDate> <dc:creator>Lisa Casali</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cibo]]></category> <category><![CDATA[compost]]></category> <category><![CDATA[conservazione]]></category> <category><![CDATA[cucina]]></category> <category><![CDATA[rifiuti]]></category> <category><![CDATA[scarti]]></category> <category><![CDATA[sprechi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=180779</guid> <description><![CDATA[Secondo uno studio commissionato dalla DG Ambiente della CE in Europa scartiamo un terzo del cibo prodotto. Che corrispondono a 179 kg all&#8217;anno a persona. Lo spreco riguarda tutta la filiera: - i produttori sono responsabili di circa il 32% - i rivenditori compresa la grande distribuzione del 5% - i ristoranti e i catering del...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Secondo uno studio commissionato dalla DG Ambiente della CE in Europa scartiamo un terzo del cibo prodotto. Che corrispondono a <strong>1</strong><strong>7</strong><strong>9 kg all&#8217;anno a persona</strong>. Lo spreco riguarda tutta la filiera:</p><p>- i produttori sono responsabili  di circa il 32%<br /> - i rivenditori compresa la grande distribuzione del 5%<br /> - i ristoranti e i catering del 5%<br /> - le case del 42%</p><p>Ero consapevole che la <strong>percentuale di scarto domestico</strong> fosse rilevante ma non credevo che fosse addirittura il 42%. Secondo lo studio ben il 60% potrebbe essere evitato. Da questi dati si possono trarre interessanti conclusioni e ricavare le seguenti regole per ridurre gli sprechi di cibo domestico:</p><p>1) <strong>Quantità</strong> &#8211; non acquistare più di quanto non si riesca a consumare, bisogna quindi resistere alle <strong>mega offerte </strong>dei supermercati se non si è in grado di consumare tutto</p><p>2) <strong>Etichette</strong> &#8211; è importante tenere presente e distinguere tra &#8220;Consumarsi entro il &#8230;.&#8221; e &#8220;Da consumare preferibilmente entro il &#8230;&#8221; mentre la prima dicitura si riferisce alla sicurezza alimentare del prodotto la seconda è relativa solo alla qualità pertanto superata la scadenza del &#8220;preferibilmente&#8221; il prodotto é ancora commestibile solo, forse, meno buono e può essere consumato ancora per diversi mesi dopo la data di scadenza.</p><p>3) <strong>Conservazione </strong>- conservare bene gli alimenti è un altro modo per ridurre gli sprechi di cibo. La luce e il calore sono sicuramente nemici per molti prodotti che richiedono una conservazione in luogo fresco, asciutto e in molti casi come le conserve e i sotto&#8217;oli anche senza luce. Un modo per allungare, dublicare o in alcuni casi triplicare la vita dei prodotti è utilizzare il sottovuoto. Mettendo sottovuoto gli alimenti se ne rallenta l&#8217;ossidazione e di consueguenza il deterioramento, li si protegge dall&#8217;attacco di parassiti che in mancanza di ossigeno non possono svilupparsi. Mettendo sottovuoto la farina, ad esempio, si azzera il rischio di doverla buttare per le farfalline. Essiccare i prodotti freschi in eccesso é un altro modo per poterli conservare a lungo, anche a temperatura ambiente.</p><p>4) <strong>Scarti</strong> &#8211; di non commestibile tra quello che di solito scartiamo degli alimenti c&#8217;è davvero poco e potete realizzare ricette a costo zero anche con quello che di solito buttate via come gambi, bucce, foglie, lische, torsoli, ecc. Tra le pagine del mio blog <a href="http://www.ecocucina.org/" target="_blank">Ecocucina</a> ne trovate di tutti i tipi. L&#8217; unico ostacolo è di mentalità perché è necessario cominciare a vedere queste parti di scarto come <strong>veri e propri ingredienti </strong>che richiedono preparazioni ad hoc. Per trattare le parti di scarto fibrose e più coriacee vi serviranno sicuramente un passaverdura o una centrifuga.</p><p>5)<strong> Avanzi</strong> &#8211; la prima cosa da fare è sicuramente ridurre gli avanzi cercando di non esagerare con i quantitativi. Detto ciò è importante <strong>non gettare</strong> ma imparare ad utilizzare quello che avanza e poichè la cucina tradizionale di diverse regioni è ricca di ricette a base di avanzi di pasta, carne, pesce e pane secco, c&#8217;è solo l&#8217;imbarazzo della scelta.</p><p>6) <strong>Compost</strong> &#8211; di non commestibile negli alimenti c&#8217;è davvero poco come ad esempio  i gusci di uovo e della frutta secca. In questi casi l&#8217;unica cosa che possiamo fare, se non vi viene in mente nessun utilizzo più creativo è di farci il compost domestico. Per fare il compost è sufficiente avere un balcone e un contentiore con buchi per l&#8217;areazione e un coperchio non fare entrare l&#8217;acqua in caso di pioggia. Potete aggiungere agli scarti di cibo anche gli sfalci delle vostre piante. Perché si abbia la perfetta fermentazione e la trasformazione degli scarti in humus prima (dopo 3 mesi) e in terriccio poi (dopo 6 mesi) è necessario che la miscela di scarti alimentari e sfalci abbia la giusta umidità. L&#8217;ideale stringendo una manciata della miscela è che esca qualche goccia d&#8217;acqua. Mixate scarti di cibo e foglie secche fino ad ottenere la composizione ideale. Fatto ciò mettete il coperchio e portate pazienza per almeno tre mesi per avere un <strong>ottimo concime</strong> e sei per un buon terriccio a costo zero.</p><p>Seguendo questi piccoli accorgimenti non solo azzererete gli sprechi di cibo ma risparmierete in modo significativo sulla spesa e di conseguenza anche sul costo dello smaltimento dei rifiuti. Una minore quantità di <strong>rifiuti</strong> da smaltire su larga scala porterà anche notevoli benefici ambientali per il suolo e per il territorio in generale.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/30/regole-azzerare-sprechi-cibo/180779/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Quell&#8217;innocua scatoletta di tonno</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/10/quellinnocua-scatoletta-di-tonno/163293/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/10/quellinnocua-scatoletta-di-tonno/163293/#comments</comments> <pubDate>Mon, 10 Oct 2011 17:55:18 +0000</pubDate> <dc:creator>Lisa Casali</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Piacere quotidiano]]></category> <category><![CDATA[consumi]]></category> <category><![CDATA[greenpeace]]></category> <category><![CDATA[pesca]]></category> <category><![CDATA[tonno in scatola]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=163293</guid> <description><![CDATA[Gli italiani vanno pazzi per il tonno in scatola. È uno degli alimenti più comuni nelle nostre dispense, ingrediente immancabile in insalate e nella cucina di tutti i giorni. Il consumo annuo in italia supera le 140 mila tonnellate a fronte di una produzione nazionale pari a 85 mila tonnellate di scatolette. Come è possibile...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Gli italiani vanno pazzi per il <strong>tonno in scatola</strong>. È uno degli alimenti più comuni nelle nostre dispense, ingrediente immancabile in insalate e nella cucina di tutti i giorni. Il consumo annuo in italia supera le 140 mila tonnellate a fronte di una produzione nazionale pari a 85 mila tonnellate di scatolette. Come è possibile che continui a costare così poco un prodotto industriale che sfrutta una risorsa ittica sull&#8217;orlo dell&#8217;<strong>estinzione</strong>? Perché la Commissione europea sempre attenta ad applicare il principio di precauzione in riferimento a possibili rischi che riguardino la nostre salute ma anche l’ambiente, l’ha così scarsamente applicato al problema della pesca?</p><p>Dello stato di conservazione delle specie ittiche si parla sempre di più, ma probabilmente non abbastanza visto che le nostre abitudini sono ancora pressochè immutate. <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/GReenpeace/" target="_blank">Greenpeace</a></span> sta monitorando i produttori di tonno in scatola e le loro scelte per ridurre la pressione antropica. Se consultate la pagina <strong>“<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.greenpeace.it/tonnointrappola/" target="_blank">Tonno in trappola</a></span>”</strong> troverete il posizionamento dei vari marchi rispetto all&#8217;impatto ambientale.</p><p>Sembra che qualcosa si stia muovendo e che sempre più produttori, forse sensibilizzati da un calo della domanda, comincino a muovere qualche passo per far sì che il tonno impiegato sia più tracciabile e possibilmente catturato con tecniche di pesca più accettabili. I problemi connessi alla pesca del tonno riguardano principalmente:</p><p>1) le <strong>tecniche di pesca</strong> che potremmo definire di portata industriale visti i quantitativi di tonno che riescono a catturare:<br /> - le reti a circuizione utilizzate con sistemi di aggregazione per pesci o Fad;<br /> - le palamite, che sono lenze lunghe fino a 100 chilometri, a cui sono attaccati fino a 3.000 ami);</p><p>2) gli <strong>allevamenti </strong>per l’ ingrassamento dei tonni dove questi vengono nutriti con pesce pescato appositamente per aumentarne il peso e quindi il valore. Questi allevamenti producono inquinamento che altera l’equilibrio marino e comportano lo sfruttamento di altre specie (circa 20 kg di alici per 1 kg di tonno);</p><p>3) La <strong>pressione di pesca </strong>eccessiva che non lascia il tempo agli stock di pesce di rigenerarsi portandoli inevitabilmente verso l’estinzione;</p><p>4) Il <em>baycatch </em>o <strong>pesca accessoria</strong>: le tecniche di pesca impiegate per il tonno catturano anche altre specie come tartarughe, squali e mante, che vengono rigettati in mare ormai in fin di vita. Per evitare le pesche accessorie bisognerebbe che su ogni peschereccio ci fosse personale addetto a controllare e liberare le altre specie catturate. Molte marche di tonno in scatola espongono il marchio <em>&#8220;dolphin safe&#8221; </em>che tutela i delfini ma non le altre specie catturate.</p><p>Un’alternativa più sostenibile sono le lenze con pochi ami a fronte di quote di pesca ridotte e determinate a livello mondiale tenendo conto delle dimensioni degli stock attuali. I tempi sono maturi per una reale <strong>presa di coscienza </strong>del problema e magari per cambiare le proprie abitudini alimentari.</p><p>Poche sono ancora le aziende produttrici di tonno in scatola che hanno fatto reali passi verso una maggiore sostenibilità. Nel frattempo, è aumentata la produzione di sgombro sott&#8217;olio, sarde, ricciola e altri pesci, ma la prima cosa da fare è indubbiamente <strong>ridurre il consumo</strong> di prodotti ittici. È importante agire su più fronti: per prima cosa ci vorrebbero scelte politiche forti e coraggiose in modo da ridurre le quote di pesca a livello mondiale, accrescere le aree marine protette e aumentare i controlli.</p><p>In attesa che i politici affrontino responsabilmente il problema non ci resta che agire autonomamente e <strong>cambiare le nostre abitudini </strong>quotidiane. All&#8217;inizio vi sembrerà complicato evitare di mangiare alcuni pesci come il tonno, soprattutto quello in scatola che è così comune e rassicurante, ma solo agendo sulla domanda produrremo effetti significativi sull’offerta e quindi sulla pressione di pesca.</p><p>Al momento dell&#8217;acquisto, privilegiate <strong>pesce azzurro dei nostri mari</strong>. Verificate che i pesci non siano sotto taglia e che quindi abbiano avuto la possibilità di riprodursi prima di essere pescati.  Il consumo di pesce non dovrebbe superare le due volte a settimana ed è sempre meglio privilegiare pesci che si trovano in fonda alla catena alimentare, come alici, sarde, ecc. Non è facile determinare quale sia la scelta migliore tra pesci di allevamento e pescati perché dipende da diverse variabili che cambiano da caso a caso. Se dovete acquistare pesce di allevamento sceglietelo <strong>biologico </strong>perché fornisce maggiori garanzie circa la sostenibilità.</p><p><strong>Per saperne di più </strong>potete guardare il documentario <span style="text-decoration: underline;"><em><a href="http://endoftheline.com/" target="_blank">The end of the line</a></em></span>, visitare il sito <em><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.fishonline.org/" target="_blank">FishOnline</a></span></em> oppure consultare alcune guide come <span style="text-decoration: underline;"><em><a href="http://www.slowfood.it/slowfish/filemanager/guide/guida_ITA_bassa.pdf" target="_blank">Mangiamoli 	Giusti</a></em></span> di Slowfish (Slowfood), <span style="text-decoration: underline;"><em><a href="http://wwf.it/UserFiles/File/News%20Dossier%20Appti/DOSSIER/Mare/Sai%20che%20pesci%20pigliare.pdf" target="_blank">Sai che pesci pigliare</a></em></span> del Wwf e la <span style="text-decoration: underline;"><em><a href="http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2008/7/guida-consumi-ittici.pdf" target="_blank">Guida 	ai consumi ittici</a></em></span> di 	Greenpeace.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/10/quellinnocua-scatoletta-di-tonno/163293/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>60</slash:comments> </item> <item><title>Ristoranti: come ridurre l&#8217;impatto ambientale?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/09/ristoranti-ridurre-limpatto-ambientale-si-puo/116997/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/09/ristoranti-ridurre-limpatto-ambientale-si-puo/116997/#comments</comments> <pubDate>Thu, 09 Jun 2011 15:16:34 +0000</pubDate> <dc:creator>Lisa Casali</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[biologico]]></category> <category><![CDATA[legumi]]></category> <category><![CDATA[macrobiotico]]></category> <category><![CDATA[Pietro Leemann]]></category> <category><![CDATA[ristoranti]]></category> <category><![CDATA[vegetariani]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=116997</guid> <description><![CDATA[E se apprezzassimo un ristorante anche per il suo impegno per ridurre il proprio impatto ambientale o per sensibilizzare i propri clienti al consumo di materie prime più ecologiche? Sembrerebbe una pura utopia, in realtà sono diversi i ristoranti che si sono posti questo problema e che qualche passo in questa direzione lo stanno facendo....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>E se apprezzassimo un ristorante anche per il suo impegno per ridurre il proprio impatto ambientale o per sensibilizzare i propri clienti al consumo di <strong>materie prime più ecologiche</strong>?</p><p>Sembrerebbe una pura utopia, in realtà sono diversi i ristoranti che si sono posti questo problema e che qualche passo in questa direzione lo stanno facendo.</p><p>Il tema ambiente non deve diventare un’ossessione o puramente moda né essere sfruttato o banalizzato per farsi pubblicità, però credo ci siano diverse cose che concretamente il mondo della ristorazione possa fare con un effetto positivo in termini di risparmio di risorse naturali, di riduzione dell’impatto ambientale in genere ma, cosa ben più importante, di <strong>educazione e sensibilizzazione nei confronti dei propri clienti</strong>.</p><p>Così come quando si vanno a valutare gli impatti ambientali di una banca non ci si sofferma tanto sul consumo di acqua e di energia quanto piuttosto sulle politiche di concessione del credito tali da condizionare l’impatto che una determinata attività avrà sul territorio, allo stesso modo credo che quando si parla di ristoranti non ci si debba soffermare solo su aspetti di gestione interna ma anche a quelli che condizionano il mondo esterno e il comportamento dei propri clienti.</p><p>Gli chef hanno un grande potere nel condizionare le <strong>mode in cucina</strong>, gli ingredienti, le tecniche così come gli stilisti determinano le tendenze in fatto di colori, tessuti e modelli.</p><p lang="it-IT">È impensabile di poter cambiare la mentalità e i gusti di tutti i propri clienti però uno sforzo nel cercare di educarli si può provare a farlo senza per forza perdere la propria clientela.</p><p>Gli aspetti sui cui riflettere nel valutare un ristorante sotto il profilo dell’<strong>impatto ambientale</strong> sono molteplici e strettamente connessi. Ho cercato di sintetizzarli con qualche esempio sicuramente non esaustivo di tutta la realtà italiana:</p><p>- Menù con portate 	100% vegetali<br /> - Autoproduzione di 	materie prime<br /> - Prodotti 	biologici, km zero e filiera corta<br /> - Carni: 	privilegiare tagli meno nobili e quinto quarto<br /> - Pesci: 	privilegiare pesci non sovrasfruttati<br /> - Risparmio 	energetico<br /> - Riduzione Scarti: 	Utilizzo al 100% dei prodotti</p><p><strong>Menù con </strong><strong>portate 100% vegetali<br /> </strong>Nel mio viaggio nel mondo dell’Alta cucina ho trovato una scarsissima offerta di piatti senza prodotti animali che non fossero semplici quanto ricercate insalate o piatti di frutta. Sicuramente il mondo della ristorazione italiana non è ancora pronto per accogliere clienti che hanno scelto per diverse motivazioni (salutistiche, ambientali, etiche o altro) di non consumare prodotti animali. Nella mia esperienza non esaustiva (per cui vi prego di segnalarmi qualunque realtà che posso non aver ancora avuto il piacere di provare) ho trovato un’unica eccezione tra gli chef stellati: Joia, di <strong>Pietro Leemann</strong>, unico stellato in Italia a fare una cucina esclusivamente vegetariana. In carta sono presenti anche piatti con formaggi ma la cucina va sempre di più verso l’utilizzo di prodotti esclusivamente vegetali tanto che anche le uova sono ormai scomparse dalla carta e il famoso Uovo Apparente di Pietro Leemann dell’uovo ha solo la forma. Qual è l’offerta nel resto d’Italia? Qualche ristorante “macrobiotico”, “biologico”, “vegetariano” o “vegano” c’è ma sono davvero rari e spesso molto informali e spartani. Perfino in una città come Milano sono ancora pochi i ristoranti dove è possibile godersi un pasto completo senza prodotti animali ancora meno se si desidera un ambiente un po’ più ricercato. Penso che quest’aspetto non sia da trascurare soprattutto alla luce del fatto che in Italia i vegetariani stanno superando il 10% della popolazione, mente l’offerta nei ristoranti credo sia ferma allo 0,1%. Di carne bisognerebbe consumarne sempre meno così come di pesce. Anche latticini e uova presentano importanti criticità ambientali connesse agli allevamenti da cui provengono. Quello che proporrei a tutti i ristoratori e chef è di inserire in carta anche piatti vegetali a base di legumi (scomparsi dai ristoranti) o sostitutivi della carne. Credo che oltre ai benefici ambientali possano averne anche di economici poiché i legumi costano meno di carne e pesce.</p><p>È anche vero che per molte persone andare al ristorante è una rarità, ancora di più se si tratta di alta cucina per cui il desiderio è di mangiare qualcosa di diverso e speciale; credo tuttavia che ci possa essere molto più stupore in un inaspettato e originale piatto a base di legumi che in un filetto di manzo cotto alla perfezione (ma questa è solo la mia opinione).</p><p lang="it-IT"><strong>Autoproduzione<br /> </strong>Questa pratica è sempre più diffusa sia nei ristoranti in campagna sia in quelli di città. Tenere un orto dà la possibilità di accedere a materie prime freschissime e della varietà che si preferisce. Questo è lo scopo della collaborazione nata tra l&#8217;Agia, l&#8217;associazione dei giovani imprenditori agricoli e i Jeunes Restaurateur d&#8217;Europe (JRE). Diversi sono gli chef che curano personalmente il proprio orto come <strong>Pietro Zito, Silvia Baracchi, Stefano Baiocco, Christian Costardi e Michele Gioia</strong>, In particolare mi ha colpito il progetto de <em>Il Luogo</em> di <strong>Aimo e Nadia</strong> perché il loro orto biologico è anche un progetto sperimentale di terreno arricchito da micorrize. La qualità e salubrità dei prodotti sono eccellenti perché le micorrize oltre a favorire l’assorbimento di nutrienti dalla pianta metabolizzano eventuali sostanze inquinanti presenti nel terreno.</p><p lang="it-IT">Nei prossimi post affronterò gli altri aspetti.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/09/ristoranti-ridurre-limpatto-ambientale-si-puo/116997/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>12</slash:comments> </item> <item><title>Quando la dieta dimagrante danneggia l&#8217;ambiente (oltre che la salute)</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/15/quando-la-dieta-dimagrante-danneggia-lambiente-oltre-che-la-salute/111045/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/15/quando-la-dieta-dimagrante-danneggia-lambiente-oltre-che-la-salute/111045/#comments</comments> <pubDate>Sun, 15 May 2011 10:50:33 +0000</pubDate> <dc:creator>Lisa Casali</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[alimentazione carnivora]]></category> <category><![CDATA[alimentazione vegana]]></category> <category><![CDATA[alimentazione vegetariana]]></category> <category><![CDATA[dieta]]></category> <category><![CDATA[effetto serra]]></category> <category><![CDATA[impronta ecologica]]></category> <category><![CDATA[inquinamento]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=111045</guid> <description><![CDATA[L’impatto ambientale non è sicuramente in cima alle preoccupazioni di chi decide di mettersi a dieta. Dimagrire sacrificando la salute e aumentando il proprio impatto ambientale è, però, un rischio concreto. Per chi deve perdere diversi chili, è sempre bene affidarsi a un nutrizionista esperto senza lanciarsi in diete fai da te. Intorno al dimagrimento c’è un business...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/05/mucche.jpg?47e3a5"><img class="size-medium wp-image-111049 alignleft" title="mucche_interna" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/05/mucche-300x186.jpg?47e3a5" alt="" width="300" height="186" /></a>L’impatto ambientale non è sicuramente in cima alle preoccupazioni di chi decide di mettersi a dieta. Dimagrire sacrificando la salute e aumentando il proprio impatto ambientale è, però, un rischio concreto. Per chi deve perdere diversi chili, è sempre bene affidarsi a un nutrizionista esperto senza lanciarsi in diete fai da te.</p><p>Intorno al dimagrimento c’è un business gigantesco tra riviste specializzate, siti web, trasmissioni tv, integratori, creme, ecc. Chi è sovrappeso lo è per varie ragioni e un’appropriata educazione alimentare è sicuramente importante non solo per la linea ma anche per il benessere dell’individuo. Sempre più diffuse sono le diete iperproteiche tanto che anche il nostro Ministro dell’Ambiente, <a href="http://www.vittoriozincone.it/2010/04/22/stefania-prestigiacomo-2-sette-aprile-2010/" target="_blank"><strong>Stefania Prestigiacomo</strong>, ne segue una per mantenersi in linea (Leggi intervista <strong>Sette</strong> 4/2010).</a> Dieta iperproteica nella maggior parte dei casi si traduce in dieta ipercarnivora come nel caso delle diete <strong>Atkins</strong>, <strong>Scarsdale</strong> e <strong>Dukan</strong>, per citare le più famose.</p><p>Nei secoli scorsi la carne era un alimento per i ricchi, i poveri la consumavano solo in ricorrenze particolari. Si trattava di un alimento di lusso. Con il boom economico dal 1950 ad oggi c’è stato anche un progressivo aumento della produzione e del consumo di carne che oggi è 5 volte superiore al quantitativo che mangiavano i nostri nonni (<a href="http://www.edizioniambiente.it/eda/catalogo/libri/65/" target="_blank">State of the World 2006 Worldwatch Institute</a>). D’altra parte la carne non è mai costata così poco.<br /> Seguire una dieta dimagrante che prevede un quotidiano consumo di carne prolungato nel tempo forse farà dimagrire, ma sicuramente farà lievitare <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Impronta_ecologica" target="_blank">la nostra <strong>impronta ecologica</strong> </a>(un indice statistico utilizzato per misurare la richiesta umana nei confronti della natura che mette in relazione il consumo umano di risorse naturali con la capacità della Terra di rigenerarle, <em>ndr</em>) in termini di consumo di acqua, contributo all’effetto serra e altri rilevanti impatti legati alla produzione di prodotti animali.</p><p>Per 1 kg di manzo da allevamento intensivo<strong> servono 100.000 litri d&#8217;acqua</strong><strong>, </strong>3500 litri per 1 kg di pollo, 2000 litri per la soia, 1910 litri per il riso, 1400 litri per il mais, 900 litri per il grano, 500 litri per le patate. (Pimentel D., Houser J., Preiss E., White O., &#8220;Water Resources: Agriculture, the Environment, and Society&#8221;, Bioscience, February 1997 Vol. 47 No. 2).</p><p lang="en-US">Sull’<strong>effetto serra</strong> può valere da esempio l’interessante studio dell&#8217;Istituto tedesco per la Ricerca sull&#8217;Economia Ecologica (IOeW), pubblicato dall’associazione dei consumatori tedesca (Foodwatch, 2008). Per calcolare il contributo all’effetto serra delle differenti diete i ricercatori hanno tenuto conto delle emissioni di CO2 risultanti da produzione (coltivazione dei mangimi per gli animali, dall&#8217;utilizzo dei pascoli per l&#8217;allevamento e dalle deiezioni prodotte dagli animali stessi), trasporto e consumo. Il confronto che ne è derivato è stato esplicitato in termini di &#8220;km equivalenti&#8221; percorsi in auto. Calcolando il totale di km equivalenti alle diverse diete (onnivora, vegetariana e vegana) in un anno, i risultati sono: alimentazione <strong>vegana</strong> (100% vegetale) 629 km; alimentazione <strong>vegetariana</strong> 2427 km; alimentazione <strong>onnivora</strong> 4758 km (Foodwatch, Klimaretter Bio?, 25 Aug 2008). Se poi incrementiamo il consumo di carne per dimagrire i km equivalenti percorsi da chi è onnivoro aumentano ulteriormente.</p><p>Le aziende agricole possono inoltre causare contaminazioni del sottosuolo, delle falde acquifere e dei corpi idrici superficiali raramente in modo doloso, il più delle volte per errori umani o rotture di impianti e vasche di raccolta dei reflui.</p><p>Per quanto riguarda gli aspetti salutistici<strong> </strong>il consumo di carne può essere associato all’insorgere di gravi patologie. Il World Cancer Institute consiglia, nelle sue linee guida per la<strong> prevenzione del cancro</strong>, di non superare gli 80 grammi al giorno di carne rossa che si traducono in 30 kg l&#8217;anno. In Italia, ogni anno si consumano mediamente 92 kg di carne di cui 62 kg rossa ovvero il doppio della quantità massima consigliata.</p><p>Sempre di più sono le persone che smettono di consumare carne e gli altri prodotti animali (in Italia 5% nel 2002 e 10% nel 2009, Eurispes 2009). Sicuramente rendersi conto che c’è un problema e ridurre i consumi a non più di una volta a settimana, è già un buon inizio.</p><p>I consigli del Word Cancer Institute, ovvero di basare la propria dieta su alimenti vegetali e comprendenti un&#8217;ampia varietà di verdura, frutta, legumi e carboidrati poco raffinati sono validi per chiunque.</p><p lang="it-IT">Insomma, in caso di dieta è meglio privilegiare le proteine vegetali piuttosto che quelle animali. Così i benefici non saranno solo personali, ma avranno una ricaduta positiva per l&#8217;ambiente.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/15/quando-la-dieta-dimagrante-danneggia-lambiente-oltre-che-la-salute/111045/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>115</slash:comments> </item> <item><title>Non scartarmi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/25/non-scartarmi/106934/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/25/non-scartarmi/106934/#comments</comments> <pubDate>Mon, 25 Apr 2011 14:58:13 +0000</pubDate> <dc:creator>Lisa Casali</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Piacere quotidiano]]></category> <category><![CDATA[agricoltura biologica]]></category> <category><![CDATA[flavonoidi]]></category> <category><![CDATA[medicina antroposofica]]></category> <category><![CDATA[Sergio Maria Francardo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=106934</guid> <description><![CDATA[Utilizzare le parti di scarto di frutta e verdura non fa bene solo all&#8217;ambiente. Lo spiega con dovizia di particolari il Prof. Sergio Maria Francardo, medico ed esperto di medicina antroposofica, in questo articolo. Ho avuto modo di conoscere il Prof. Francardo in alcuni incontri dedicati alla sostenibilità alimentare e pur avendo due punti di vista...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/04/Zuppiera.jpg?47e3a5"><img class="alignnone size-medium wp-image-106938" title="Verdure fresche - foto di Vincenzo Lonati" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/04/Zuppiera-199x300.jpg?47e3a5" alt="Verdure fresche - foto di Vincenzo Lonati" width="199" height="300" /></a>Utilizzare le parti di scarto di frutta e verdura non fa bene solo all&#8217;ambiente. Lo spiega con dovizia di particolari il <a href="http://www.valorealimentare.it/category/autori/sergio-maria-francardo/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Prof. Sergio Maria Francardo</span></a>, medico ed esperto di medicina antroposofica, in <a href="http://www.valorealimentare.it/31/03/2011/rubriche/a-misura-di-bambino/qualita-degli-alimenti-e-il-valore-degli-scarti/" target="_blank">questo articolo</a>.</p><p>Ho avuto modo di conoscere il Prof. Francardo in alcuni incontri dedicati alla sostenibilità alimentare e pur avendo due punti  di vista differenti, il mio ambientale, il suo legato alla salute, ci siamo sempre trovati pienamente d’accordo discutendo di vari aspetti legati al cibo. Questo non mi stupisce perché ho avuto modo di sperimentare come ciò che ha effetti positivi per l’ambiente li ha anche per la nostra salute. Entrambi, ad esempio, siamo grandi sostenitori dell’agricoltura biologica e biodinamica. La mia filosofia di cucina a basso impatto ambientale presuppone, infatti, l&#8217;utilizzo di prodotti biologici sia per motivi ambientali che salutistici.</p><p>I prodotti biologici e biodinamici normalmente hanno un costo più elevato dei prodotti convenzionali. Le ragioni sono diverse: da un lato l&#8217;agricoltura biologica necessita di <strong>maggiore lavoro umano </strong>ed in molti casi la lotta ai parassiti è fatta in maniera manuale o fisica e non chimica. Ci sono poi motivazioni di carattere economico, il biologico non ha l&#8217;economia di scala dei prodotti convenzionali e la distribuzione avviene con modalità differenti.</p><p>Il costo più elevato non ci deve però scoraggiare e come sottolinea anche il Prof. Francardo questo maggiore costo è in realtà compensato dal fatto di poter utilizzare il 100% del prodotto.</p><p>Gli asparagi ad esempio:<br /> - convenzionali costano sui 5,50 Euro/Kg,<br /> - quelli biologici invece 6,40 Euro/kg se li acquistate direttamente dal produttore, 7,36 al supermercato, rispettivamente il 15% o il 32% in più rispetto al convenzionale.</p><p>Se invece di buttarne via la metà, come normalmente si fa, scegliete prodotti biologici e li consumate al 100% non solo compenserete questo costo aggiuntivo ma risparmierete. Naturalmente i gambi li cucinerete diversamente da come utilizzate le punte, e il gusto è altrettanto buono.</p><p>Che effetti ha cambiare le proprie abitudini e imparare ad utilizzare anche le cose che i libri di cucina normalmente ci dicono di buttare via?</p><p><strong>Prima di tutto si risparmia</strong>, perché da ogni ingrediente si ha una resa quasi doppia. Pensate ad esempio ai carciofi o ai finocchi di cui di solito si butta via quasi il 60% (fate la prova con una bilancia la prossima volta che li preparate). Ho sperimentato sulle mie tasche che utilizzando sempre le parti di scarto si risparmia dal 25% al 35% sulla spesa alimentare in un anno: non poco!</p><p>In secondo luogo si riducono gli sprechi e quindi anche i rifiuti da smaltire per cui si hanno dei benefici ambientali in termini di riduzione delle emissioni di CO2 legate al trasporto e allo smaltimento dei rifiuti e complessivamente<strong> si riduce la propria impronta ecologica.</strong></p><p><strong>Il terzo effetto è quello benefico sulla nostra salute</strong>. Le parti di scarto infatti sono dei veri concentrati di vitamine e fibre come le bucce della frutta. Il Prof. Francardo, ad esempio, sottolinea come la maggiore concentrazione di flavonoidi, preziosissimi antiossidanti, siano contenute proprio nella parti della pianta che normalmente sono scartate.</p><p>A questo punto non vi resta che cimentarvi in cucina, abbattere un po&#8217; di pregiudizi e sperimentare.</p><p><em>(Foto di Vincenzo Lonati)</em></p><p>Per conoscere meglio Lisa Casali <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://cucinaeco.wordpress.com/" target="_blank">clicca qui</a></span></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/25/non-scartarmi/106934/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>33</slash:comments> </item> <item><title>I cinque criteri della spesa a basso impatto ambientale</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/25/i-cinque-criteri-della-spesa-a-basso-impatto-ambientale/106884/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/25/i-cinque-criteri-della-spesa-a-basso-impatto-ambientale/106884/#comments</comments> <pubDate>Mon, 25 Apr 2011 10:03:41 +0000</pubDate> <dc:creator>Lisa Casali</dc:creator> <category><![CDATA[Piacere quotidiano]]></category> <category><![CDATA[chilometri zero]]></category> <category><![CDATA[cibi biologici]]></category> <category><![CDATA[gruppi di acquisto solidale]]></category> <category><![CDATA[impatto ambientale]]></category> <category><![CDATA[stagionalità]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=106884</guid> <description><![CDATA[Fare la spesa e mangiare non solo soddisfa il nostro bisogno di nutrirci, ma ha ricadute ambientali, sociali ed economiche oltre che sulla nostra salute. Il cibo, infatti, costituisce circa il 25% dell’impatto ambientale di ognuno di noi. Ogni giorno compiamo libere scelte su cosa mangiare, come cucinare, cosa buttare, cosa ordinare al ristorante, cosa...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/04/ortaggi.jpg?47e3a5"><img class="alignnone size-full wp-image-106887" title="ortaggi" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/04/ortaggi.jpg?47e3a5" alt="" width="290" height="152" /></a>Fare la spesa e mangiare non solo soddisfa il nostro bisogno di nutrirci, ma ha ricadute ambientali, sociali ed economiche oltre che sulla nostra salute. Il cibo, infatti, costituisce circa il 25% dell’impatto ambientale di ognuno di noi.</p><p>Ogni giorno compiamo libere scelte su cosa mangiare, come cucinare, cosa buttare, cosa ordinare al ristorante, cosa acquistare. E&#8217; importante essere consapevoli delle proprie scelte, ma non è facile orientarsi tra allarmismi veri e falsi, false credenze, mala-informazione.</p><p>Come sempre ci vuole buon senso e non è necessario stravolgere la propria vita o cambiare radicalmente le proprie abitudini per acquisire una libertà reale di scelta.</p><p>Per avere <strong>il massimo beneficio e il minore impatto</strong> gli ingredienti che portiamo sulla nostra tavola dovrebbero rispondere a tutti questi requisiti:<br /> -  provenire da agricoltura biologica o biodinamica (la stagionalità è sottintesa);<br /> -  avere percorso meno strada possibile;<br /> -  provenire direttamente dal produttore senza ulteriori passaggi di mano e possibilmente essere stati raccolti da poco;<br /> -  essere stati lavorati meno possibile;<br /> -  essere privi di imballaggio.</p><p>Ognuno di questi criteri (biologico, km zero, filiera corta, ecc.), se preso singolarmente, è discutibile. Ne parla ad esempio Dario Bressanini in <em>Pane e Bugie</em> (Chiarelettere, 2010). Se però si riescono a rispettare tutti i requisiti contemporaneamente si ha il massimo beneficio senza rischiare paradossi come la fragola biologica che viene dalla Nuova Zelanda.</p><p>Non tutti gli alimenti che consumeremo potranno soddisfare questi requisiti ma almeno per quelli che costituiscono la base della nostra alimentazione ci possiamo provare.</p><p>Dove trovare questi prodotti? Acquistando direttamente dai produttori, cosa non banale per chi vive lontano dalla campagna. Per questo, e dal desiderio di riappropriarsi del proprio potere d’acquisto, nella seconda metà degli anni ’90 sono nati i primi<strong> Gruppi di Acquisto Solidale</strong>. Ora sono circa 700 in Italia di cui 200 solo a Milano.</p><p>I GAS stanno crescendo e cominciano a farsi sentire anche politicamente e a esercitare il proprio potere anche a livello di politiche del territorio. Vedi ad esempio la “Lettera ai candidati sindaco del Comune di Milano” (sostenuta da Intergas e da diversi GAS molto attivi come il <a href="http://www.gaslola.org/">Gas Lola</a>), o la “Lettera alla Provincia di Roma sugli interventi di sostegno”, la raccolta firme contro la privatizzazione dell’acqua.</p><p>Non si tratta quindi solo di un’alternativa al supermercato, ma di una scelta consapevole che può arricchire anche umanamente. Naturalmente bisogna dedicargli un po’ del nostro tempo, ma a beneficiarne saranno anche l’economia locale e il territorio. Con la possibilità di instaurare rapporti di fiducia con i produttori e avere accesso a prodotti di altissima qualità che non arrivano sugli scaffali dei supermercati perché le produzioni sono piccole e artigianali.</p><p>Per conoscere i GAS potete consultare il sito <a href="http://www.retegas.org/index.php?module=pagesetter&amp;tid=3">Retegas</a> (<a href="http://www.gasmilano.org/">Intergas</a> per la Provincia di Milano e <a href="http://www.gasroma.org/">Gasroma</a> per il Lazio) dove ci si può iscrivere e partecipare a incontri e acquisti.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/25/i-cinque-criteri-della-spesa-a-basso-impatto-ambientale/106884/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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