<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Lavoce</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/lavoce/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Grexit, vale la pena uscire dall&#8217;Euro?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/26/grexit-vale-pena-uscire-dalleuro/242733/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/26/grexit-vale-pena-uscire-dalleuro/242733/#comments</comments> <pubDate>Sat, 26 May 2012 15:44:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Lavoce</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[dracma]]></category> <category><![CDATA[euro]]></category> <category><![CDATA[Fmi]]></category> <category><![CDATA[Grexit]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[Troika]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=242733</guid> <description><![CDATA[La Grecia non riesce a ripagare il suo debito pubblico e, in assenza di ulteriori rifinanziamenti, si troverà nell’incapacità di pagare stipendi e pensioni. Cresce la voglia di un ritorno alla dracma, che comporterebbe indubbiamente un recupero di competitività internazionale per i prodotti greci. Ma non risolverebbe i problemi di lungo periodo, come quello dell’esile...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>La Grecia non riesce a ripagare il suo debito pubblico e, in assenza di ulteriori rifinanziamenti, si troverà nell’incapacità di pagare stipendi e pensioni. Cresce la voglia di un ritorno alla dracma, che comporterebbe indubbiamente un recupero di competitività internazionale per i prodotti greci. Ma non risolverebbe i problemi di lungo periodo, come quello dell’esile base produttiva e di un bilancio statale fuori controllo. E, anche nell’immediato, i risparmi dei greci sarebbero fortemente svalutati e le banche dovrebbero probabilmente essere nazionalizzate.</em></p><p>di Fausto Panunzi - <a href="http://www.lavoce.info" target="_blank">lavoce.info</a></p><p><strong>Grexit</strong> è la parola del momento. Si riferisce alla presunta, forse probabile, uscita della Grecia dall’euro. La Grecia non riesce a ripagare il suo debito pubblico, neanche dopo il taglio di circa il 50 per cento dei mesi scorsi, patito dai creditori privati, e non riesce a rispettare gli obiettivi che la comunità internazionale le ha posto in termini di deficit e riduzione della spesa. In assenza di ulteriori rifinanziamenti, ben presto la Grecia si troverà nell’incapacità di pagare stipendi e pensioni, dato che nelle casse del Tesoro sono rimasti circa 2,5 miliardi di euro, come sottolineato dal Fondo monetario internazionale (Fmi). E tra poche settimane i greci <strong>torneranno a votare</strong> per il Parlamento. I sondaggi danno in ulteriore crescita Syriza, il partito di estrema sinistra, che denuncia il cosiddetto memorandum firmato dal precedente governo greco con i creditori. Alexis Tsipras, il leader di Syriza, propone anche di adottare misure costose per il bilancio dello Stato, quali sgravi fiscali per beni di prima necessità e sussidi di disoccupazione e assistenza sanitaria più generosi. Ancora, ha intenzione di nazionalizzare gli istituti di credito e, elemento più significativo, <strong>rinegoziare il pacchetto</strong> di aiuti concordato con la troika (Fmi, Bce, Ue). Ovviamente queste promesse, seppure fatte per evidenti ragioni elettorali, rendono ancora più scettica la comunità internazionale sulla serietà della Grecia nel voler rispettare gli accordi sottoscritti e rendono le spinte verso l’uscita greca dall’euro più forte.</p><p><strong>Come un’impresa a un passo dal fallimento</strong></p><p>Sarebbe ora di guardare in faccia la realtà. La Grecia non può ripagare il suo debito, neanche dopo la rinegoziazione del marzo scorso. Da questo punto di vista, Syriza dice una cosa ovvia quando afferma che il <strong>memorandum</strong> non può essere applicato. L’effetto negativo di un eccesso di debito (in inglese debt overhang) è un fenomeno ben noto nella finanza d’impresa. Esso porta l’impresa debitrice a non effettuare investimenti redditizi perché a beneficiarne sarebbe principalmente i creditori. Come se ne esce? Con la combinazione di una riduzione del debito in cambio di un impegno a investire risorse in progetti che aumentino il valore dell’impresa. Nessuna banca rinegozierebbe un prestito se la famiglia che gestisce l’impresa continuasse a <strong>usare i soldi </strong>ancora rimasti sul conto corrente per i consumi e non (anche) per reinvestirli in azienda.<br /> Anche nel caso greco, un’ulteriore e significativa riduzione forzosa del debito e un piano di austerità meno severo e meno penalizzante dovrebbero ancora essere fatti per rendere credibile e accettabile ai greci un <strong>programma di rientro</strong> dall’indebitamento. D’altra parte, non è pensabile che il memorandum sia rinegoziato di fronte alla minaccia di un’addizionale espansione della spesa pubblica.</p><p><strong>Perdita di fiducia e <em>moral hazard</em></strong></p><p>La revisione degli accordi con la <strong>troika</strong> è (o forse era) la strada maestra per uscire dall’<em>impasse</em> greca, quella che è nell’interesse di tutte le parti. Ma non sempre le trattative riescono a raggiungere esiti che pure sarebbero desiderabili per i soggetti coinvolti. Questo può accadere per varie ragioni. In primo luogo, l’Unione Europea sembra aver perso la fiducia nella ragionevolezza o nella capacità di <strong>onorare gli impegni</strong><strong> </strong>della controparte. La seconda ragione è che le parti coinvolte possono pensare di guadagnare da una rottura delle trattative. Nel caso dei creditori, pesa il <em>moral hazard</em>, cioè la paura che una rinegoziazione troppo generosa possa indurre altri paesi indebitati a imitare l’esempio greco. Ma anche il governo greco potrebbe essere <strong>tentato dal default</strong>, dato che nel breve periodo solo una sostanziale svalutazione potrebbe rendere competitivi i prodotti greci.</p><p><strong>Perché non conviene il ritorno alla Dracma</strong></p><p>Ci sono però due considerazioni che vanno in direzione opposta. Innanzitutto una massiccia svalutazione darebbe respiro all’economia greca ma non risolverebbe i problemi di <strong>lungo periodo</strong>, come quello dell’esile base produttiva e quello di un bilancio statale fuori controllo. Inoltre, anche nell’immediato, il ritorno alla dracma non sarebbe indolore né per i cittadini greci, i cui risparmi (almeno quelli rimasti ancora in Grecia) sarebbero fortemente svalutati, né per le banche greche che dovrebbero probabilmente essere nazionalizzate perché i loro attivi perderebbero gran parte del loro valore. E la Grecia avrebbe probabilmente grosse difficoltà ad accedere ai mercati finanziari internazionali nei prossimi anni. Quindi dovrebbe avere un <strong>surplus primario</strong><strong> </strong>di bilancio e sarebbe quindi in ogni caso obbligata a misure di tagli della spesa e aumento delle tasse. Uno scenario tutt’altro che roseo.<br /> Il presidente del Consiglio Mario Monti ieri si è detto convinto che la Grecia resterà nell’euro. L’Unione Europea ha il dovere di fare ogni tentativo per dare ai greci una vera scelta. Oggi le “colpe” e le omissioni dei <strong>governi greci passati</strong><strong> </strong>non contano più. Oggi conta solo il futuro. Un futuro che è negato sia dal memorandum che dalle promesse di nuove spese fatte dai politici greci.</p><p><em><a href="http://www.lavoce.info/lavocepuntoinfo/autori/pagina98.html" target="_blank">Fausto Panunzi</a> ha conseguito il PhD presso il Massachusetts Institute of Technology. Attualmente insegna Economia Politica presso l&#8217;Università Bocconi. In precedenza ha insegnato presso l&#8217;Università di Bologna, l&#8217;Università di Pavia, Lecturer all’University College London, Research Fellow presso IDEI (Toulouse ) e IGIER. Le sue aree di interesse scientifico sono la Teoria dell&#8217;impresa, finanza d&#8217;impresa e Teoria dei contratti </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/26/grexit-vale-pena-uscire-dalleuro/242733/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Mobilità sociale: in Italia è ferma</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/24/mobilita-sociale-italia-ferma/240419/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/24/mobilita-sociale-italia-ferma/240419/#comments</comments> <pubDate>Thu, 24 May 2012 12:21:14 +0000</pubDate> <dc:creator>Lavoce</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[mobilità sociale]]></category> <category><![CDATA[occupazione]]></category> <category><![CDATA[Rapporto Istat]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=240419</guid> <description><![CDATA[Il Rapporto Istat 2012 evidenzia un netto peggioramento delle opportunità di riuscita sociale e occupazionale dei giovani. Per tutto il ventesimo secolo la mobilità sociale in Italia è stata piuttosto elevata e ha accompagnato il periodo della crescita economica. Ora molti giovani, seppure istruiti, hanno un lavoro che li colloca in una classe sociale più...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Il <a href="http://www.istat.it/it/archivio/61203" target="_blank">Rapporto Istat 2012</a> evidenzia un netto peggioramento delle opportunità di riuscita sociale e occupazionale dei giovani. Per tutto il ventesimo secolo la mobilità sociale in Italia è stata piuttosto elevata e ha accompagnato il periodo della crescita economica. Ora molti giovani, seppure istruiti, hanno un lavoro che li colloca in una classe sociale più bassa di quella del padre. Serve più meritocrazia nella selezione per le varie posizioni occupazionali. Ma anche politiche pubbliche per emancipare i giovani dalla troppo lunga dipendenza materiale dalla famiglia d’origine.</em></p><p>di Antonio Schizzerotto* (Fonte: <a href="http://www.lavoce.info/" target="_blank">lavoce.info</a>)</p><p>Tra i numerosi argomenti trattati nel Rapporto annuale 2012 dell’Istat, il tema della <strong>mobilità sociale</strong>intergenerazionale assume un rilievo particolare. Quest’anno, infatti, l’Istat disegna un panorama poco noto al grande pubblico. Si tratta di un netto <strong>peggioramento</strong> delle opportunità di riuscita sociale e occupazionale dei giovani, accompagnato da una persistente mancanza di equità dei processi di allocazione delle persone nelle varie posizioni sociali.</p><p> <strong>Un secolo di mobilità ascendente</strong></p><p> Per quasi tutto il XX secolo, l’Italia ha fatto registrare tassi di mobilità ascendente piuttosto elevati e di valore crescente nel volgere delle coorti anagrafiche. Il fenomeno deriva principalmente dallo spostamento verso l’alto della struttura occupazionale, a sua volta collegato alla <strong>crescita economica</strong>. Ma quando, dalla metà degli anni Novanta, quest’ultima è venuta meno, anche l’espansione delle posizioni sociali medie e superiori è cessata. Si sono, così, considerevolmente ridotte le possibilità, per le nuove generazioni, di raggiungere collocazioni occupazionali più elevate di quelle della loro famiglia d’origine. In effetti, era già stato osservato che, a partire dai nati negli anni Settanta, gli italiani avevano conosciuto una riduzione dei tassi di mobilità sociale ascendente e un incremento dei tassi di mobilità discendente. <strong>(1)</strong><br /> Ora l’Istat conferma autorevolmente questo stato di cose. In particolare, il Rapporto pone in luce che quasi un terzo dei nati nel periodo <strong>1970-1984</strong><strong> </strong>si sono trovati, al loro primo impiego, in una classe sociale più bassa di quella del loro padre e che meno di un sesto di essi è riuscito a migliorare la propria posizione rispetto a quella di origine. Nelle coorti anagrafiche più anziane, invece, la situazione era pressoché invertita. I tassi di mobilità sociale ascendente presentavano, cioè, valori doppi rispetto a quelli di mobilità discendente.<br /> L’Italia si trova, dunque, di fronte a una radicale discontinuità storica. Le persone che oggi hanno un’età compresa tra i 40 e i 25 anni rappresentano la prima delle generazioni nate nel corso del Novecento a rivelarsi impossibilitata a migliorare la propria posizione sociale rispetto a quella dei propri genitori. Il Rapporto ribadisce, poi, che le difficoltà incontrate dai giovani italiani nel raggiungere le classi medie e superiori riguarda anche i figli di queste stesse classi e non solo i discendenti dalle quelle inferiori. Insomma: i posti oggi disponibili nelle posizioni intermedie e sommitali della stratificazione occupazionale sono tutti occupati da adulti e anziani, cosicché molti giovani sono costretti ad accontentarsi, quando riescono a trovare un lavoro, di essere collocati in posizioni economicamente e socialmente poco appetibili.</p><p><strong>L’importanza della famiglia</strong></p><p> Questo fenomeno si accompagna a due altri, messi opportunamente in rilievo dal Rapporto, che ne accentuano la negatività. Il primo è costituito dalla notevole stabilità, almeno nel corso dell’ultimo decennio, dell’influenza (misurata al netto degli effetti dovuti alla riduzione dimensionale, tra i giovani, delle classi medie e superiori) delle <strong>provenienze familiari</strong> sui destini sociali delle persone. <strong>(2)</strong> In altre parole, la consistenza dei vantaggi e degli svantaggi esistenti tra individui di diversa origine sociale, quando competono per raggiungere le collocazioni occupazionali più vantaggiose, non si è affatto ridotta tra i giovani d’oggi. Ne deriva che se, al presente, gli <strong>eredi delle classi medie e superiori</strong> riescono con minore frequenza di un tempo a ricalcare le orme dei padri, assai maggiore fatica, rispetto al passato, devono fare i discendenti dagli strati inferiori dei colletti bianchi e delle classi operaie per emanciparsi dalle loro origini.<br /> Il secondo fattore che aggrava gli effetti delle ridotte possibilità di mobilità sociale ascendente dei giovani è costituito, un po’ paradossalmente, dalla crescita dei loro<strong> </strong><strong>livelli di istruzione</strong>. Poiché, infatti, sono collocati in posizioni professionali meno qualificate di quelle nelle quali, a parità di istruzione, erano collocati i loro genitori, parecchi di essi vedono disperdersi improduttivamente il loro capitale umano. È anche per questa ragione – oltre che per l’instabilità delle relazioni di impiego e i bassi salari – che da qualche anno a questa parte sta crescendo la quota dei giovani italiani istruiti che cercano impiego all’estero. <strong>(3)</strong><br /> Pare evidente che per porre un argine al rischio di scomparsa dalla scena del nostro paese di ogni veicolo di ascesa sociale è necessario porre in essere procedure<strong> </strong><strong>più meritocratiche</strong> di selezione degli aspiranti alle varie posizioni occupazionali e un’organica serie di politiche pubbliche (economiche, lavoristiche, educative, edilizie, di welfare) intese ad accrescere le loro possibilità di emanciparsi da un’eccessivamente lunga dipendenza materiale dalla famiglia d’origine. Se questo non accadesse, si immiserirebbero ulteriormente le aspettative dei giovani rispetto al loro futuro e, con esse, si rafforzerebbero le tensioni che, per effetto della critica congiuntura economica corrente, già percorrono il tessuto sociale del paese.</p><p> <strong>(1)</strong> Marzadro e Schizzerotto, 2011.<br /> <strong>(2)</strong> Tra gli inizi del XX secolo e quelli del XXI il grado di apertura sociale del nostro paese è aumentato in misura non del tutto trascurabile (Schizzerotto e Marzadro 2008). Ma questo dato non contrasta con quello dell’Istat. Dieci anni sono poca cosa sull’arco di un secolo. E spesso, l’apertura, o la chiusura, dei sistemi di stratificazione sociale non si configura come un processo graduale. Né la maggiore fluidità attuale di quello italiano, implica che l’intensità dei legami intercorrenti tra origini e destinazioni sociali delle persone siano di poco conto. Tutt’altro.<br /> <strong>(3)</strong> Mocetti (2011).</p><p><em>*Antonio Schizzerotto è stato dal 1993 al 1996 Preside della Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento. E’ attualmente Professore Ordinario di Storia del Pensiero Sociologico presso l’Università Bicocca di Milano. E’ autore della voce “scuola” nell’Enciclopedia delle Scienze Sociali G. Treccani.</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/24/mobilita-sociale-italia-ferma/240419/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La crisi fa male alla salute</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/22/crisi-male-alla-salute/238063/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/22/crisi-male-alla-salute/238063/#comments</comments> <pubDate>Tue, 22 May 2012 13:05:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Lavoce</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[Grecia]]></category> <category><![CDATA[Sanità]]></category> <category><![CDATA[SSN]]></category> <category><![CDATA[stato sociale]]></category> <category><![CDATA[ticket]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=238063</guid> <description><![CDATA[Nel 2013-2014 il sistema sanitario dovrà realizzare risparmi per 8 miliardi. Esperienze di altri paesi, non ultima la Grecia, mostrano che una grave crisi economica e politica ha dirette ripercussioni sullo stato di salute dei cittadini. Perché aumenta lo stress psicologico legato all&#8217;incertezza e perché la diminuzione del reddito non consente più l&#8217;accesso ad alcune...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT"><em style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif; color: #515151;">Nel 2013-2014 il sistema sanitario dovrà realizzare risparmi per 8 miliardi. Esperienze di altri paesi, non ultima la Grecia, mostrano che una grave crisi economica e politica ha dirette ripercussioni sullo stato di salute dei cittadini. Perché aumenta lo stress psicologico legato all&#8217;incertezza e perché la diminuzione del reddito non consente più l&#8217;accesso ad alcune cure. Ancora più gravi le conseguenze se a essere messo discussione è l&#8217;intero sistema istituzionale e di stato sociale. Il ruolo di collante dell&#8217;unità nazionale svolto in passato dal Ssn.</em></p><p align="LEFT"><span style="color: #000000;">di Stefania Gabriele e George France* (fonte: <a href="http://www.lavoce.info/" target="_blank"><span style="color: #000000;">lavoce.info</span></a>)</span></p><p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;">La <strong>manovra del luglio 2011</strong>, oltre ai nuovi ticket per visite ed esami specialistici (circa 800 milioni a regime), ha programmato per il Sistema sanitario nazionale <strong>8 miliardi di risparmi</strong> da realizzare nel 2013-14 attraverso misure, da definire in accordo con le Regioni, concernenti la spesa farmaceutica, per il personale e per dispositivi medici e l’introduzione di ulteriori ticket. E probabilmente non è finita qui. È presto per verificare le possibili conseguenze della manovra in sanità, ma si può avanzare qualche riflessione.</span></span></p><p align="JUSTIFY"><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;">La salute dopo i tagli</span></span></strong></p><p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;">Un </span><a href="http://www.unicef-irc.org/publications/52" target="_blank"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;">rapporto dell’Unicef</span></span></a><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"> riporta il caso particolarmente grave dei paesi in transizione dal socialismo reale all’economia di mercato: in </span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><strong>Russia, Estonia, Lituania</strong></span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;">, le difficoltà si sono tradotte addirittura in un cambiamento delle tendenze demografiche (aumento del tasso di mortalità, riduzione della fertilità e dei matrimoni), un evento eccezionalmente raro. La spiegazione può essere cercata nella crisi economica, con conseguente incremento della disoccupazione e della povertà, nell’aumento dell’alcolismo e nel degrado dei servizi sanitari, ma un fattore fondamentale è stato individuato nell’aumento dello stress psicologico e nello sconquassamento generale delle istituzioni.<br />Oggi, la </span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><strong>Grecia</strong></span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"> sprofonda in una grave crisi economica e politica, che ha dirette ripercussioni sulla sanità: stato di salute dichiarato in peggioramento e aumento delle rinunce a visite mediche, spesso per motivi di accesso fisico; per gli ospedali, riduzione del 40 per cento dei bilanci, carenze di personale, probabile uso di mance per saltare le code, aumento dei ricoveri nel settore pubblico (+24 per cento nel 2010 e +8 per cento nella prima metà del 2011) e diminuzione nel privato (-25/30 per cento); aumento dello stress sociale, segnalato dall’incremento dei suicidi (+17 per cento nel 2009 rispetto al 2007, +25 per cento nel 2010 e +40 per cento nella prima metà del 2011), legati spesso all’indebitamento; raddoppio degli omicidi e dei furti tra il 2007 e il 2009; aumento delle infezioni da Hiv del 50 per cento nel 2011; diminuzione dei soggetti in grado di ottenere indennità di malattia; aumento dell’uso, da parte dei greci, delle “ cliniche di strada” gestite dalle ong, prima frequentate dagli immigrati (dal 3-4 per cento al 30 per cento). </span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><strong>(1)</strong></span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"> Un rapporto Unicef-università di Atene denuncia la presenza di 439mila bambini in famiglie (il 20 per cento del totale) sotto la soglia di povertà, con diffusi problemi di denutrizione e condizioni di vita malsane, casi di svenimenti a scuola, ritorno del lavoro minorile. </span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><strong>(2)</strong></span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><br />In definitiva, sembra che gli </span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><strong>effetti dei risparmi</strong></span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"> in sanità, attuati in fase di recessione, possano essere più o meno gravi a seconda delle diverse: 1) condizioni epidemiologiche e il livello tecnologico delle cure richieste; 2) capacità di gestire i tagli secondo criteri di costo-efficacia invece di ridurre l’accesso; 3) grado di aumento del rischio sociale; 4) tenuta delle istituzioni.</span></span></p><p align="JUSTIFY"><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;">Come sta l&#8217;Italia</span></span></strong></p><p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;">In Italia la mortalità è legata alle patologie dell’</span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><strong>età matura</strong></span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;">, che richiedono trattamenti costosi e un mix di interventi sanitari e assistenziali. Pertanto i tagli di spesa solo in parte possono essere compensati da una più mirata allocazione delle risorse o controbilanciati da un progresso tecnico </span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><em>cost saving</em></span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;">.<br />Il sistema è complessivamente </span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><strong>poco costoso</strong></span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"> (spesa sanitaria pubblica/Pil nel 2009 pari al 7,4 per cento, inferiore a Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti), ma sottoposto da anni a una ristrutturazione difficile. Il deficit complessivo del Ssn, pari al 5,1 per cento del finanziamento nel periodo 2001-2005, è calato al 2,3 per cento nel 2010: il Lazio ha ridotto il disavanzo del 36 per cento, la Campania del 43 per cento e la Sicilia dell’89 per cento. Tuttavia, non sono garantiti ovunque i livelli essenziali di assistenza, resta “critica” la posizione di sei Regioni. </span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><strong>(3)</strong></span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><br />A metà degli anni Novanta i tagli della spesa pubblica sono stati compensati da un aumento di quella privata. Tra il 2007 e il 2009 le famiglie hanno sofferto un consistente calo del reddito disponibile, ma la </span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><strong>spesa privata </strong></span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;">per servizi sanitari è cresciuta dell’8,1 per cento, contro il +2,6 per cento del consumo totale. </span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><strong>(4)</strong></span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><br />I bisogni insoddisfatti dichiarati di visite mediche per </span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><strong>barriere di accesso</strong></span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"> sono aumentati del 13 per cento nel 2009 rispetto al 2007, recuperando un poco nel 2010 (-5 per cento), in coincidenza con la breve ripresa; quelli motivati dal costo eccessivo sono arrivati all’8,9 per cento nel 2008 nel primo quintile di reddito (il 20 per cento di famiglie più povere) e al 14 per cento per le visite dentistiche, per poi calare al 7,2 per cento. </span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><strong>(5)</strong></span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><br />Non siamo ancora in grado di valutare se i futuri risparmi di spesa saranno selettivi o indiscriminati, ma è difficile non peggiorare le condizioni di accesso fisico ed economico, soprattutto laddove le capacità amministrativo-gestionali sono scarse e dove sono più forti le pressioni di interessi privati. Eventuali modifiche al sistema delle compartecipazioni, come </span><a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1003075.html" target="_blank"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;">la recente ipotesi</span></span></a><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"> di introduzione di una franchigia, devono essere studiate attentamente.</span></span></p><p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;">Ma l’impatto più grave si realizza quando alla caduta del Pil pro-capite si affianca la messa in discussione dell’intero sistema istituzionale e di <strong>stato sociale</strong>. Un attacco drastico alla sanità potrebbe suscitare reazioni allarmate da parte dei cittadini e potrebbe alimentare l’insoddisfazione sociale, anche per il ruolo di collante dell’unità nazionale svolto in passato dal Ssn. Qualora poi il livello di rischio sociale dovesse aumentare significativamente, come in Grecia, e come segnalato dall’intensificarsi dei suicidi riportati dalle cronache, le conseguenze potrebbero divenire “sistemiche”, perché ai problemi di accesso fisico o economico alle cure si aggiungerebbe un rilevante aumento dello stress sociale, dovuto alla maggiore incertezza. Tanto più che il welfare italiano soffre già di gravi limiti e carenze &#8211; non si dispone di un sistema universale di <em>long term care</em>, né di sostegno al reddito &#8211; e i pochi finanziamenti per l’assistenza sono stati drasticamente tagliati. Anche la questione della lunghezza dei <strong>tempi di pagamento</strong> ai fornitori da parte del Ssn può diventare esiziale per le imprese in una fase di stretta sul credito, con ricadute economiche e sociali.<br />Infine, l’irrigidirsi del vincolo di bilancio, concordato a livello europeo, potrà provocare una degenerazione dei rapporti intergovernativi, con accrescimento dei tentativi reciproci di spostare la responsabilità politica dei tagli e possibile <strong>rifiuto della concertazione</strong> da parte delle Regioni. Più in generale, va riconosciuto che in questa fase la debolezza del sistema politico nazionale e una sottovalutazione a livello europeo dei problemi di tenuta democratica dei paesi sottoposti a una forzata, e sempre più controversa, austerità giustificano una certa inquietudine. </span></span></p><p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><strong>(1)</strong></span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"> </span><a href="http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2811%2961556-0/fulltext"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;">http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(11)61556-0/fulltext</span></span></a><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><strong><br />(2)</strong></span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"> </span><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-04-06/unicef-grecia-439mila-bambini-192328.shtml?uuid=AbZAS9JF"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;">http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-04-06/unicef-grecia-439mila-bambini-192328.shtml?uuid=AbZAS9JF</span></span></a><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><strong><br />(3)</strong></span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"> </span><a href="http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_1534_allegato.pdf"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;">http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_1534_allegato.pdf</span></span></a><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><strong><br />(4)</strong></span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"> </span><a href="http://www3.istat.it/dati/catalogo/20110523_00/"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;">http://www3.istat.it/dati/catalogo/20110523_00/</span></span></a><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"><strong><br />(5)</strong></span><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;"> </span><a href="http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/health/public_health/data_public_health/database"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Tahoma, Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;">http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/health/public_health/data_public_health/database</span></span></a></span></p><p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"> *George France è dirigente di ricerca associato dell’ISSiRFA &#8211; CNR (Istituto di studi sui sistemi regionali federali e sulle autonomie “Massimo Severo Giannini”).</span></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/22/crisi-male-alla-salute/238063/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Verso un nuovo dualismo: privati contro pubblici</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/18/verso-nuovo-dualismo-privati-contro-pubblici/233397/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/18/verso-nuovo-dualismo-privati-contro-pubblici/233397/#comments</comments> <pubDate>Fri, 18 May 2012 08:00:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Lavoce</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[amminsitrazioni]]></category> <category><![CDATA[dirigenti]]></category> <category><![CDATA[licenziamenti]]></category> <category><![CDATA[Patroni Griffi]]></category> <category><![CDATA[premi a cascata]]></category> <category><![CDATA[privato]]></category> <category><![CDATA[pubblico]]></category> <category><![CDATA[responsabilità]]></category> <category><![CDATA[riforma brunetta]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=233397</guid> <description><![CDATA[Il principale difetto della riforma Brunetta era il rilievo assoluto dato alla valutazione individuale, con fasce di valutazione definite per legge e deresponsabilizzazione della dirigenza. Il ministro Patroni Griffi rinnega quella proposta, ma sembra voler distanziare quanto più possibile il pubblico impiego dalla nuova normativa del settore privato, per esempio nella disciplina dei licenziamenti. Un...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Il principale difetto della riforma Brunetta era il rilievo assoluto dato alla valutazione individuale, con fasce di valutazione definite per legge e deresponsabilizzazione della dirigenza. Il ministro Patroni Griffi rinnega quella proposta, ma sembra voler distanziare quanto più possibile il pubblico impiego dalla nuova normativa del settore privato, per esempio nella disciplina dei licenziamenti. Un impiego pubblico più efficiente deve invece basarsi su un sistema premiale, con obiettivi chiari e misurabili, nel quale ciascuno si assume le proprie responsabilità. A partire dal ministro.</em></p><p><strong>di <a href="http://www.lavoce.info/lavocepuntoinfo/autori/pagina3.html" target="_blank">Tito Boeri</a> e <a href="http://www.lavoce.info/lavocepuntoinfo/autori/pagina7.html" target="_blank">Pietro Garibaldi</a>, <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1003074.html" target="_blank">lavoce.info,</a> 15 maggio 2012</strong></p><p><strong></strong>Mentre la Commissione lavoro del Senato sta disfacendo e rifacendo la riforma Fornero, rimediando a diverse storture e contraddizioni del disegno di legge presentato dal governo, il ministro della Funzione pubblica cerca di distanziare il più possibile il pubblico impiego dalla nuova normativa del settore privato. E rinnega la proposta di riforma Brunetta, alla cui stesura, tra l’altro, aveva partecipato direttamente. Al contrario di altri commentatori non siamo affatto nostalgici della riforma Brunetta e riteniamo che il sistema più efficiente per il pubblico impiego debba basarsi su misure premiali che guardino contemporaneamente ai singoli e alle amministrazioni, mentre la proposta di <strong>Filippo Patroni Griffi</strong> pare ignorare gli incentivi individuali. Ma ci piace ancora meno la strada intrapresa dal titolare di corso Vittorio Emanuele soprattutto per quanto riguarda la disciplina dei licenziamenti. Tuttavia, riteniamo che il tentativo di “deligiferare” proposto da Patroni Griffi sia da incoraggiare.</p><p><strong>Perché è giusto abbandonare l&#8217;impostazione della proposta Brunetta<br /></strong>Nella proposta Brunetta la valutazione individuale ha un ruolo di assoluto primo piano e le fasce di valutazione definite per legge irrigidiscono i sistemi, deresponsabilizzando la dirigenza. Questo è il problema più grande perché i dirigenti sono gli unici che davvero “osservano” la performance dei singoli lavoratori. I dirigenti hanno tutte le possibilità per capire chi &#8211; nei loro uffici &#8211; davvero lavora e chi invece tende a fingere di farlo.</p><p>Il punto più debole della riforma è proprio nella deresponsabilizzazione di politici e dirigenti pubblici, trasformati in esecutori di decisioni prese da presunte autorità indipendenti o tribunali.</p><p>Come datori di lavoro, il governo e il ministro della Funzione pubblica devono, invece, prendersi le loro responsabilità. Determinino loro, sulla carta rappresentanti di interessi generali, gli obiettivi delle amministrazioni e ne rispondano davanti agli elettori. Non deleghino ad altri (soprattutto a chi deve essere valutato) queste decisioni.</p><p>Per le amministrazioni che sono in rapporto diretto con i cittadini è possibile definire obiettivi misurabili su grandezze che sono sotto il controllo della Pa. Ad esempio, possono essere stabiliti in termini di presenza sul territorio della pubblica sicurezza. In altri casi, l’impegno profuso dalle singole amministrazioni è meno visibile ai cittadini. Ma non per questo non si possono definire indicatori (ad esempio l’Agenzia delle entrate di Trento utilizza il numero di controlli operati, pesati in base allo sforzo richiesto per queste operazioni) e rendere di pubblico dominio i risultati raggiunti dalle singole amministrazioni.</p><p><strong>La responsabilità degli amministratori e i premi  a cascata<br /></strong>Se si riesce a misurare in qualche modo la produzione di ciascuna amministrazione (non è invece necessario misurare l’output del singolo dipendente), si può poi generare un meccanismo di incentivi piramidali. Al livello più elevato della piramide, saranno le singole amministrazioni, e non i singoli lavoratori, a essere premiate nel caso di raggiungimento degli obiettivi. Se l’amministrazione non raggiungerà i propri obiettivi, non dovrà essere concesso alcun premio ad alcun membro di quella amministrazione.</p><p>Se non si accetta il principio che al livello più elevato della piramide vanno premiate le amministrazioni, si rischia, come nella riforma Brunetta, di attribuire i premi anche alle amministrazioni inefficienti. Facciamo l’esempio di due anagrafi con standard qualitativi molto diversi. Nel caso della riforma Brunetta, le due amministrazioni avrebbero la stessa quota di dipendenti premiati e anche lo stesso ammontare di premio. Nel nostro caso si premierebbe invece solo l’amministrazione efficiente,</p><p>Se i premi sono definiti a livello di singola amministrazione, potranno anche essere non monetari. Spesso i premi che stimolano di più il gioco di squadra all’interno dell’amministrazione sono in natura anziché in termini stipendiali. Ad esempio nella scuola i premi più ambiti sono quelli in termini di materiale didattico, attrezzature, oppure in un ospedale è la possibilità di aprire un asilo nido per i figli dei dipendenti.</p><p><strong>Dalle amministrazioni alle persone: premi a dirigenti e dipendenti <br /></strong>Incentivi per i singoli potranno anche essere definiti in termini di carriere, dato che i posti pubblici durano a lungo. Più che imporre regole rigide per la distribuzione dei premi ai singoli, bene fissare regole rigide per gli avanzamenti di carriera che impediscano le promozioni generalizzate.</p><p>Le amministrazioni premiate avranno automaticamente un premio per il dirigente apicale, la persona che in prima istanza è responsabile dell’operato della singola amministrazione e dei suoi dipendenti. Se l’amministrazione e il dirigente saranno premiati, si procederà ai livelli inferiori della piramide.</p><p>In questo sistema, il dirigente locale avrà tutti gli incentivi per valutare i suoi collaboratori in varia dimensione, anche prefigurando i loro potenziali avanzamenti di carriera. Dal modo con cui riesce a farlo e a giustificarlo agli occhi di tutti gli interessati, dipenderanno le motivazioni e la coesione del gruppo, dunque i risultati dell’unità che dirige, di cui sarà direttamente responsabile. Insomma non creiamo nuova burocrazia e, soprattutto, ciascun dirigente si prenda le sue responsabilità. A partire dal ministro competente..</p><p><strong>Evitare un nuovo dualismo <br /></strong>Abbiamo già scritto che non siamo d’accordo con la riforma dell&#8217;articolo 18 contenuta nel disegno di legge Fornero. È una proposta confusa, che non riduce incertezza procedurale delle imprese e che trasmette ansia ai lavoratori di un paese già depresso. Tuttavia, non ha senso creare un ulteriore dualismo in Italia: allo storico dualismo Nord-Sud, si è già aggiunto nel mercato del lavoro un lacerante dualismo precari-non precari. Non c’è davvero bisogno di aumentare ulteriormente la distanza fra pubblico impiego e lavoro privato alle dipendenze. Se il governo, come datore di lavoro, non è in grado di applicare a se stesso le norme che impone agli altri datori di lavoro, bene che riveda la riforma nel passaggio parlamentare, rendendola applicabile anche ai suoi dipendenti.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/18/verso-nuovo-dualismo-privati-contro-pubblici/233397/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Se la Grecia esce dall&#8217;euro</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/15/grecia-esce-dalleuro/230594/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/15/grecia-esce-dalleuro/230594/#comments</comments> <pubDate>Tue, 15 May 2012 15:41:30 +0000</pubDate> <dc:creator>Lavoce</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[dracma]]></category> <category><![CDATA[euro]]></category> <category><![CDATA[Grecia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=230594</guid> <description><![CDATA[La crisi greca si avvicina all&#8217;epilogo. Anche se tecnicamente l&#8217;insolvenza di uno Stato non implica l&#8217;abbandono dell&#8217;euro, la Grecia potrebbe essere tentata da un ritorno alla dracma. Non tanto per i vantaggi della svalutazione, quanto per riguadagnare sovranità nella gestione della politica monetaria. Per gli altri paesi dell&#8217;area, il danno principale sarebbe la perdita di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><em>La crisi greca si avvicina all&#8217;epilogo. Anche se tecnicamente l&#8217;insolvenza di uno Stato non implica l&#8217;abbandono dell&#8217;euro, la Grecia potrebbe essere tentata da un ritorno alla dracma. Non tanto per i vantaggi della svalutazione, quanto per riguadagnare sovranità nella gestione della politica monetaria. Per gli altri paesi dell&#8217;area, il danno principale sarebbe la perdita di credibilità della moneta unica, con l&#8217;unione monetaria di fatto declassata a un accordo di cambio. Per l&#8217;Italia le conseguenze sarebbero gravi, in termini di tassi di interesse e di fiducia nel sistema bancario.</em></p><p style="text-align: left;">di Angelo Baglioni* (<a href="http://www.lavoce.info/" target="_blank">lavoce.info</a>)</p><p style="text-align: left;">La crisi greca è al suo epilogo. Qualunque governo esca dalla attuale situazione di stallo politico, proporrà una revisione degli impegni assunti dal governo Papademos con la tristemente famosa Troika (Commissione UE, Bce, Fmi).</p><p><strong>La Grecia abbandonata al suo destino</strong></p><p>I partner europei si troveranno di fronte a un bivio tra due alternative: (a) ammettere che le condizioni imposte alla Grecia per accedere agli aiuti internazionali hanno obbligato il paese a un aggiustamento troppo rapido, facendolo sprofondare nella recessione e nel caos sociale; occorre quindi un approccio più flessibile e lungimirante se si vuole salvare il paese. (b) Continuare con la linea del rigore e del raggiungimento dei target di bilancio prefissati a tutti i costi. I segnali provenienti dalla Germania e dalla riunione dell’Eurogruppo di ieri non sono incoraggianti, e lasciano prevedere che prevarrà la seconda alternativa. Questa linea, in presenza di un nuovo governo che non rispetterà gli impegni presi da Papademos, condurrà prima o poi al blocco della erogazione degli aiuti concordati in sede europea. Data l’impossibilità di accedere ai mercati finanziari internazionali, ciò condurrà all’insolvenza del paese: il tentativo di gestire in maniera “ordinata” il default(chiamandolo “coinvolgimento del settore privato”) franerà miseramente. Il governo greco non solo non avrà i soldi per ripagare i debiti, ma neppure per pagare stipendi e pensioni.</p><p>A questo punto, la Grecia uscirà dall’euro? Tecnicamente, il nesso tra insolvenza e abbandono dell’euro non è così immediato come si potrebbe pensare. Un paese potrebbe essere insolvente e nello stesso tempo restare nella moneta unica: in fondo questo è quello che già successo nel caso della Grecia.  Si pensi anche agli Stati Uniti: l’insolvenza del Minnesota o della California non implica l’abbandono del dollaro. Tuttavia, la Grecia potrebbe essere fortemente tentata dall’uscita dall’euro. Non tanto per trarre vantaggio dalla svalutazione: il settore manifatturiero in grado di esportare è molto limitato; ne sarebbe avvantaggiato solo il turismo. Piuttosto, il vantaggio sarebbe il fatto di riguadagnare la sovranità nella gestione della politica monetaria: la rinata banca centrale greca avrebbe mano libera nella monetizzazione del debito pubblico greco, e questa sarebbe l’unica arma di sopravvivenza nel breve termine; naturalmente il costo sarebbe l’inflazione, ma al punto in cui è il paese questo potrebbe essere il minore dei mali.</p><p><strong>Quale futuro per l&#8217;euro?</strong>  </p><p>Quali sarebbero le conseguenze per gli altri paesi dell’area euro? Il danno principale sarebbe la perdita di credibilità della moneta unica. Una volta creato il precedente che un paese membro dell’Ume può decidere di uscire dall’area euro (o essere costretto a farlo), l’unione monetaria sarebbe di fatto declassata a un accordo di cambio, o a qualcosa di simile.</p><p>La differenza tra le due cose è fondamentale. In un accordo di cambio, alcuni paesi scelgono di vincolare il tasso di cambio tra le rispettive valute, ma mantengono la sovranità monetaria: ognuno ha la sua moneta e la sua banca centrale. Il problema fondamentale di questi accordi è la carenza di credibilità: quando i mercati finanziari ritengono che per un paese sia conveniente svalutare, l’impegno a mantenere fisso il cambio non è più credibile, la speculazione attacca la valuta di quel paese ed esso è prima o poi costretto a rivedere l’accordo e a svalutare per davvero. Proprio per questo motivo l’euro è stato costruito sulla base di un presupposto: lairreversibilità. I paesi dell’area euro hanno deciso di adottare la stessa moneta, cedendo la loro sovranità monetaria, con una scelta irrevocabile. Non è un caso se il Trattato UE non prevede l’uscita dall’euro. È l’unico modo per “legarsi le mani” per sempre, rendendo credibile l’impegno a non ritornare alle monete nazionali e alle svalutazioni competitive. Questa credibilità ha giovato enormemente ai paesi “periferici” come l’Italia, che hanno “importato” la credibilità della politica monetaria tedesca: grazie a ciò abbiano avuto basse aspettative di inflazione e bassi tassi d’interesse per un decennio. (1)</p><p>L’uscita della Grecia romperebbe il tabù della irreversibilità. L’Ume diventerebbe un accordo tra paesi che, dopo avere trasferito la loro sovranità monetaria, si riservano la possibilità di riprendersela e di svalutare la loro moneta, qualora ciò fosse conveniente. L’uscita della Grecia sarebbe facilmente vista come il primo passo verso la disgregazione dell’area euro. Il tentativo di gestire in modo ordinato l’uscita della Grecia, presentandolo come un caso isolato e irripetibile, sarebbe prima o poi destinato a fallire (come lo è il tentativo di gestire in modo ordinato l’insolvenza). Paradossalmente, se anche si riuscisse nell’impresa di gestire il ritorno della Grecia alla dracma con successo, cioè senza creare un grave disordine finanziario in quel paese, si avrebbe il maggiore danno per l’euro nel suo complesso: a quel punto la tentazione di altri paesi di avere i benefici della svalutazione sarebbe altissima, e quindi il loro impegno a restare nell’euro sarebbe assai poco credibile.</p><p><strong>E per l&#8217;Italia?</strong></p><p>A sua volta, la perdita di credibilità dell’euro priverebbe i paesi membri dei benefici avuti finora: bassi tassi d’interesse (prima che esplodesse la crisi in corso) e bassa inflazione. I paesi come l’Italia, candidati a essere il prossimo a uscire e svalutare, dovrebbero pagare tassi d’interesse più alti sul loro debito, per il solo fatto che un investitore dovrebbe essere compensato del rischio di svalutazione. È prevedibile che la speculazione si accanisca sul debito pubblico dei paesi più deboli, facendone schizzare verso l’alto i rendimenti. A quel punto, gli sforzi che stiamo facendo per rimettere le nostre finanze pubbliche su di un sentiero sostenibile verrebbero vanificati. Il declino verso l’insolvenza e l’uscita dall’euro dell’Italia e di altri paesi ad alto debito potrebbe diventare una profezia che si auto-realizza. La spirale svalutazione-inflazione sarebbe dietro la porta.</p><p>Le nostre banche risentirebbero necessariamente di uno scenario in cui il break-up dell’area euro dovesse diventare sempre più probabile. Il sistema bancario italiano ha una raccolta netta sull’estero positiva ( 182 miliardi a fine febbraio ), con la quale finanzia l’eccesso di impieghi rispetto ai depositi raccolti dalla clientela italiana. Cosa succederà quando i debiti netti verso l’estero delle banche italiane verranno improvvisamente rivalutati, in seguito alla svalutazione della lira? Sembra una domanda di fanta-economia, ma che potrebbe cominciare a serpeggiare tra i partecipanti al mercato interbancario, aggravando i problemi di liquidità delle banche italiane. Per non parlare della crescente esposizione delle nostre banche verso lo stato italiano, alimentata anche dalle recenti operazioni di finanziamento a tre anni della Bce. Il declassamento di 26 banche da parte di Moody’s sancisce il momento di difficoltà delle banche nostrane, che si riflette anche nelle loro quotazioni di borsa. Una crisi di fiducia verso le banche del nostro paese non sarebbe una buona notizia per le imprese, già afflitte dal credit crunch. </p><p>(1) Si è quindi rivelata corretta la previsione della teoria economica di riferimento. Si veda: Giavazzi F. e M. Pagano, “The advantage of tying one’s hands”, European Economic Review, 1985. </p><p><em>*<strong>Angelo Baglioni</strong> insegna Economia Politica presso l&#8217;Università Cattolica di Milano, Facoltà di Scienze Bancarie, Finanziarie e Assicurative. Ha recentemente insegnato anche al Master in Economia e Banca presso la Facoltà di Economia R.M.Goodwin dell’Università di Siena. E’ membro del Comitato direttivo e scientifico del Laboratorio di Analisi Monetaria (Università Cattolica di Milano e Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa). E’ consulente del Parlamento europeo (Budget, Budgetary control e Policy Challenges Committees). Dal 1988 al 1997 è stato economista presso l&#8217;Ufficio Studi della Banca Commerciale Italiana (ora Intesa Sanpaolo), come responsabile della Sezione Intermediari Finanziari. I suoi interessi di ricerca si collocano nell’area dell’economia monetaria e finanziaria. Ha scritto libri e articoli pubblicati su riviste internazionali. E’ laureato in Università Bocconi e ha conseguito il Master in Economics presso la University of Pennsylvania.</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/15/grecia-esce-dalleuro/230594/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Demeritocrazia al potere nella scuola</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/13/demeritocrazia-potere-nella-scuola/228202/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/13/demeritocrazia-potere-nella-scuola/228202/#comments</comments> <pubDate>Sun, 13 May 2012 11:14:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Lavoce</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[Francesco Profumo]]></category> <category><![CDATA[gelmini]]></category> <category><![CDATA[insegnanti]]></category> <category><![CDATA[Ssis]]></category> <category><![CDATA[supplenze]]></category> <category><![CDATA[Tirocinio formativo attivo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=228202</guid> <description><![CDATA[A quasi cinque anni dall&#8217;abolizione delle Ssis, le scuole di specializzazione per futuri insegnanti, parte finalmente il Tirocinio formativo attivo per il conseguimento dell&#8217;abilitazione. Ed è ben congegnato perché è a numero chiuso e prevede una selezione in più fasi. Solo che ora il ministro sembra voler aprire le porte del tirocinio a chi, seppure...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>A quasi cinque anni dall&#8217;abolizione delle Ssis, le scuole di specializzazione per futuri insegnanti, parte finalmente il Tirocinio formativo attivo per il conseguimento dell&#8217;abilitazione. Ed è ben congegnato perché è a numero chiuso e prevede una selezione in più fasi. Solo che ora il ministro sembra voler aprire le porte del tirocinio a chi, seppure non abilitato, ha svolto supplenze per tre anni, senza dover sottostare ai test previsti per gli altri. Una scelta che spazzerebbe via ogni programmazione legata al turnover. E che penalizzerebbe i più giovani e i più bravi.</em></p><p>di Giunio Luzzatto* (<a href="http://www.lavoce.info/" target="_blank">lavoce.info</a>)</p><p>Da quasi cinque anni chi si laurea nelle università italiane non ha la possibilità di prepararsi a svolgere la professione di <strong>insegnante</strong> nelle scuole secondarie, a conseguire la necessaria abilitazione. Nel 2008, appena nominata, la ministra Gelmini ha infatti chiuso le Scuole di specializzazione <strong>Ssis</strong> che fornivano i relativi corsi, e che fino a ora non erano state sostituite con altra struttura formativa.</p><p> <strong>Parte il tirocinio formativo</strong></p><p> Nelle scorse settimane vi è stata finalmente una notizia positiva. Il ministro ora in carica, <strong>Francesco Profumo</strong>, ha avviato la procedura per l’attivazione di un corso annuale detto <strong>Tirocinio formativo attivo</strong> (Tfa), gestito dalle università con la collaborazione delle scuole e finalizzato al conferimento dell’abilitazione. Il corso è a <strong>numero chiuso</strong>, e sono stati assegnati i relativi contingenti: circa <strong>20mila posti</strong> a livello nazionale, articolati sulle diverse università e sulle diverse materie di abilitazione.</p><p>La <strong>selezione</strong> per l’accesso avviene su tre prove successive: test preliminare formulato e giudicato a livello nazionale, poi prove locali scritte e orali. I bandi per la partecipazione al test sono già stati pubblicati ed è stato fissato il calendario in varie giornate del mese di luglio. Possono presentarsi tutti i laureati non abilitati, indipendentemente dalla data di laurea.</p><p>Il numero di posti è stato individuato tenendo conto delle necessità di presumibile <strong>turnover</strong><strong> </strong>di insegnanti negli anni successivi. Necessità che peraltro sono ora diminuite con l’aumento dell’età pensionabile dei docenti in servizio, una decisione presa quando il numero dei posti disponibili per il tirocinio era già stato fissato. Al turnover si deve provvedere attraverso due procedure, ognuna per il 50 per cento di posti: da un lato il progressivo scorrimento delle graduatorie dei “vecchi” abilitati, dall’altro <strong>nuovi concorsi</strong> cui parteciperanno appunto gli abilitati Tfa. Questi infatti non entrano in graduatorie e possono accedere all’insegnamento solo attraverso i concorsi: per chi non li vincerà, l’abilitazione è una mera etichetta onorifica.</p><p>Di conseguenza, il ministro ha dato notizia anche di bandi di concorso per ridurre finalmente il precariato. Anche qui si scontano inadempienze precedenti: l’ultimo concorso fu bandito dal ministro Berlinguer nel 1999, la norma prevedeva una periodicità triennale, ma i ministri susseguitisi, nell’ordine Letizia Moratti, Giuseppe Fioroni e Mariastella Gelmini, l’hanno violata. Da ciò il formarsi delle graduatorie di già abilitati in attesa.</p><p> <strong>La sorpresa</strong></p><p> Nei giorni scorsi, a bandi Tfa già pubblicati, ecco però che il ministro afferma che i non abilitati che negli anni scorsi hanno svolto <strong>supplenze</strong> per almeno tre anni potrebbero iscriversi al Tfa senza vincolo di numero e senza presentarsi ad alcuna prova di ingresso. Il ministero stesso non sa quanti siano, poiché il sistema informativo registra solo gli incarichi conferiti a livello provinciale (ex provveditorati agli studi), mentre molti docenti hanno avuto spezzoni di supplenze dalle singole scuole; si tratta comunque di <strong>molte decine di migliaia</strong> di persone. Salterebbe perciò quel minimo di programmazione quantitativa che era stato impostato. E, conferendo loro l’abilitazione, verrebbero date illusioni a una grandissima quantità di aspiranti docenti che poi non troveranno posto. E si tratta di illusioni costose: da 2.500 a 3.500 euro per un corso che non darà prospettive forse al 90 per cento di coloro che lo seguiranno.</p><p>Tenendo conto del fatto che ogni anno vi erano tra le 20mila e le 25mila domande di iscrizione alle Ssis, si può prevedere che quattro nuove annualità di laureati porteranno a <strong>80mila-100mila domande</strong> di iscrizione alle prove di accesso al Tfa: tre concorrenti su quatto o quattro su cinque, anche se bravissimi, non riusciranno a entrare. E in più se le parole del ministro diventeranno realtà, i giovani sarebbero ancora una volta discriminati perché un cumulo di supplenze comunque acquisite darebbe un diritto a prescindere dal merito. Inoltre, una volta abilitati, i bravi si troverebbero immessi in un grande calderone del cui futuro si è detto sopra.</p><p>Nella situazione che fino a ieri sembrava acquisita, con prove di ingresso per tutti e un numero di ammessi che desse prospettive, vi era comunque una norma atta a favorire chi già stava svolgendo un lavoro docente: il tirocinio poteva essere svolto nella <strong>sede di servizio</strong>. Questo corrisponde a una esigenza funzionale e anche a un parziale riconoscimento. <br />La nuova ipotesi rappresenterebbe invece soltanto un regalo a chi teme insuccessi nelle prove, e questo regalo determinerebbe gravissime conseguenze a danno dei migliori.</p><p> Nelle indicazioni programmatiche del governo si parlava di prospettive per i giovani e di valorizzazione della qualità degli insegnanti, al fine di aggiungere qualità alla scuola nel suo complesso. Andiamo invece verso la demeritocrazia al potere?</p><p>*<strong>Giunio Luzzatto</strong> è Professore Ordinario di Analisi Matematica presso la Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali di Genova. È presidente del CARED (Centro di servizio d&#8217;Ateneo per la Ricerca Educativa e Didattica) dell&#8217;Università di Genova e della CONCURED (Conferenza Nazionale dei Centri Universitari per la Ricerca sull&#8217;Educazione e la Didattica). Dal 1998 è membro della Commissione di coordinamento del MURST per l&#8217;attuazione dell&#8217;autonomia didattica.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/13/demeritocrazia-potere-nella-scuola/228202/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La flessibilità non ferma il lavoro nero</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/10/flessibilita-ferma-lavoro-nero/225492/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/10/flessibilita-ferma-lavoro-nero/225492/#comments</comments> <pubDate>Thu, 10 May 2012 11:15:53 +0000</pubDate> <dc:creator>Lavoce</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[flessibilità lavoro]]></category> <category><![CDATA[lavoro]]></category> <category><![CDATA[lavoro dati Istat]]></category> <category><![CDATA[lavoro nero]]></category> <category><![CDATA[lavoro sommerso]]></category> <category><![CDATA[legge biagi]]></category> <category><![CDATA[legge Treu]]></category> <category><![CDATA[riforma Fornero]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=225492</guid> <description><![CDATA[I contratti a tempo determinato sono stati introdotti in tutta Europa per dare flessibilità a mercati del lavoro ritenuti molto rigidi. Nel nostro paese avevano anche un altro obiettivo: ridurre il lavoro nero. I risultati empirici dimostrano che la riforma Biagi non ha avuto alcun effetto significativo nell&#8217;assorbire il lavoro irregolare. I datori di lavoro...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>I contratti a tempo determinato sono stati introdotti in tutta Europa per dare flessibilità a mercati del lavoro ritenuti molto rigidi. Nel nostro paese avevano anche un altro obiettivo: ridurre il lavoro nero. I risultati empirici dimostrano che la riforma Biagi non ha avuto alcun effetto significativo nell&#8217;assorbire il lavoro irregolare. I datori di lavoro che assumevano in nero, continuano a farlo; i datori di lavoro che prima della riforma assumevano nel mercato regolare, continuano a farlo, ma ora preferiscono ricorrere ai contratti a tempo determinato.</em></p><p> di <a href="http://www.lavoce.info" target="_blank">Cristina Tealdi</a>* (<a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1003055.html" target="_blank">Lavoce.info</a>)</p><p>I contratti a <strong>tempo determinato</strong> sono stati introdotti nella legislazione di molti paesi europei a partire da metà degli anni Ottanta e si sono diffusi rapidamente fino a raggiungere percentuali elevate (tabella 1).</p><p> <a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/05/tabellavoce.gif?47e3a5"><img class="size-full wp-image-225542 aligncenter" title="tabellavoce" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/05/tabellavoce.gif?47e3a5" alt="" width="400" height="374" /></a><strong>In cerca di flessibilità</strong></p><p>Il loro obiettivo principale era quello di introdurre<strong> flessibilità</strong> in mercati del lavoro ritenuti molto rigidi, grazie alla possibilità per le imprese di apporre un termine al contratto di lavoro e di licenziare il lavoratore senza costi aggiuntivi a scadenza.<strong> (1)</strong> La flessibilità era considerata un elemento essenziale per rendere il mercato del lavoro dinamico ed efficiente, per ridurre gli alti tassi di disoccupazione (totale e giovanile) registrati in Europa rispetto agli Stati Uniti, e per aumentare la produttività e facilitare la crescita economica. In alcuni casi, l’aggiunta di incentivi di tipo fiscale (quali la riduzione dei costi di contribuzione) ha reso questi contratti una risorsa molto vantaggiosa per le imprese.</p><p>In <strong>Italia</strong>, sono andate in questa direzione tre riforme del lavoro: <strong>legge Treu</strong>, decreto legislativo 368/2001, legge Biagi). La legge Treu ha disciplinato il contratto di lavoro temporaneo (apprendistato, tirocini) e introdotto il lavoro interinale. Il <strong>decreto legislativo 368/2001</strong> ha esteso la possibilità di apposizione di un termine al contratto per ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo. La <strong>legge Biagi</strong> ha modificato la normative in materia di apprendistato, ha sostituito il contratto di collaborazione coordinato e continuativo (co.co.co) con il contratto a progetto (co.co.pro) e ha introdotto nuove tipologie contrattuali, quali il lavoro a chiamata, intermittente, a progetto, occasionale, accessorio e a prestazioni ripartite.</p><p>La percentuale di contratti a tempo determinato è dunque balzata dal 5 per cento di metà anni Novanta a oltre il 13 per cento nel 2010 (<strong>vedi grafico 1</strong>).</p><p>Nel nostro paese, oltre che dalla necessità di introdurre flessibilità nel sistema, la disciplina di queste forme contrattuali è stata motivata da due ulteriori elementi.</p><p style="text-align: center;"> <strong>Grafico 1: Percentuale dei dipendenti a tempo determinato sul totale dei lavoratori dipendenti (dati Ocse)</strong></p><p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/10/flessibilita-ferma-lavoro-nero/225492/lavoce-5/" rel="attachment wp-att-225500"><img class="aligncenter size-medium wp-image-225500" title="lavoce" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/05/lavoce-300x230.jpg?47e3a5" alt="" width="300" height="230" /></a></p><p>Prima di tutto, si stava cercando di favorire la <strong>partecipazione femminile</strong> alla forza lavoro, una delle più basse in Europa (44 per cento rispetto alla media europea del 54 per cento) e di elevare il tasso di occupazione femminile (36 per cento rispetto alla media europea del 49 per cento). <strong>(2)</strong> In secondo luogo, si perseguiva l’obiettivo di ridurre il lavoro irregolare, che agli inizi degli anni Novanta rappresentava più del 13 per cento del totale.</p><p><strong>Il lavoro nero</strong></p><p style="text-align: center;"><strong>Grafico 2: Percentuale di unità di lavoro irregolari sul totale delle unità di lavoro (dati Istat)</strong></p><p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/10/flessibilita-ferma-lavoro-nero/225492/lavoce1-2/" rel="attachment wp-att-225504"><img class="aligncenter size-medium wp-image-225504" title="lavoce1" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/05/lavoce1-300x232.jpg?47e3a5" alt="" width="300" height="232" /></a></p><p>Il tasso di irregolarità <strong>(grafico 2)</strong> si è mantenuto su livelli piuttosto alti fino al 2001 e 2002, quando sono state approvate due importante sanatorie in materia di mercato del lavoro: la legge 383 del 2001, che prevedeva incentivi di tipo fiscale e previdenziale per i datori di lavoro che provvedevano a regolarizzare i lavoratori dipendenti assunti in nero, e la legge Bossi-Fini del 2002 che prevedeva l’espulsione immediata degli immigrati clandestini e proponeva una sanatoria per l’emersione del lavoro nero svolto da lavoratori stranieri. L’efficacia dei due interventi è dimostrata dal fatto che le stime parlano di più di <strong>300mila lavoratori in nero</strong> regolarizzati nel 2001 e<strong> 700mila lavoratori immigrati</strong> regolarizzati a seguito della seconda sanatoria. A partire dal 2003 il tasso di irregolarità è ritornato a salire e questo suggerisce come l’effetto delle sanatorie sia un intervento con effetti limitati al breve periodo.</p><p><strong>Dopo la riforma Biagi</strong></p><p>La <strong>legge Biagi</strong> elencava tra i suoi obiettivi primari “la creazione di un mercato del lavoro trasparente ed efficiente in grado di incrementare le occasioni di lavoro e garantire a tutti un equo accesso a una occupazione regolare e di qualità”. L’introduzione di forme contrattuali particolari (quali il lavoro a chiamata, il lavoro intermittente, eccetera) aveva infatti lo scopo di fornire uno strumento, prima inesistente, per disciplinare rapporti di lavoro <strong>non-standard</strong> tra datore di lavoratore e lavoratore. Proprio in quanto non-standard, questi rapporti rappresentavano potenzialmente una rilevante fonte di lavoro irregolare. A quasi dieci anni dall&#8217;approvazione della riforma, è possibile e necessario fare un bilancio. <strong>(3)</strong></p><p>Utilizzando dati Istat e Banca d’Italia, ci siamo chiesti in particolare se i contratti a tempo determinato, più flessibili e in certi casi più economici dal punto di vista fiscale rispetto al contratto permanente, rappresentano un valido strumento per incentivare i datori di lavoro a regolarizzare i lavoratori in nero. Abbiamo valutato come le dinamiche del mercato del lavoro regolare (permanente e a tempo determinato) e irregolare siano cambiate a seguito dell’approvazione della legge Biagi.</p><p>I risultati empirici dimostrano che la riforma non ha avuto alcun effetto significativo nell’assorbire il lavoro irregolare in Italia: i datori di lavoro che assumevano in nero, continuano a farlo; i datori di lavoro che assumevano nel mercato regolare prima della riforma, dopo la sua entrata in vigore preferiscono assumere i lavoratori con contratto a tempo determinato piuttosto che con contratto permanente. <strong>(4)</strong></p><p><strong>(1)</strong> È importante ricordare che mentre in Italia il costo del licenziamento a scadenza del contratto è pari a zero, in altri paesi europei il costo esiste, ma è inferiore a quello di licenziamento che il datore di lavoro sosterrebbe in caso di contratto a tempo indeterminato.</p><p><strong>(2)</strong> Dati Ocse 1990.</p><p><strong>(3)</strong> Gli effetti della riforma Biagi sono analizzati in uno studio, ancora in corso, che ho svolto in collaborazione con Edoardo Di Porto e Leandro Elia.</p><p><strong>(4)</strong> Nella prosecuzione del nostro studio, l’analisi del modello teorico basato sui dati ci permetterà di identificare e quantificare gli interventi che potrebbero spingere i datori di lavoro a scegliere il regolare rispetto all’irregolare (quali la riduzione della tassazione dei contratti di lavoro, l’incremento dei controlli da parte degli ispettori del lavoro, l’aumento delle sanzioni, eccetera), per poi suggerire misure di intervento per incrementare e incentivare il lavoro regolare in Italia.</p><p><em>*E&#8217; assistant Professor in Economia a IMT Lucca, Scuola di Alti Studi. Ha ottenuto il Dottorato in Economia presso la Northwestern University nel 2011.</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/10/flessibilita-ferma-lavoro-nero/225492/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Enrico Bondi, un uomo solo al controllo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/05/enrico-bondi-uomo-solo-controllo/219299/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/05/enrico-bondi-uomo-solo-controllo/219299/#comments</comments> <pubDate>Sat, 05 May 2012 10:28:37 +0000</pubDate> <dc:creator>Lavoce</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[costo approviggionamenti pubblici]]></category> <category><![CDATA[Enrico Bondi]]></category> <category><![CDATA[Governo Monti]]></category> <category><![CDATA[pubblica amministrazione]]></category> <category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category> <category><![CDATA[supertecnico]]></category> <category><![CDATA[tagli spesa pubblica]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=219299</guid> <description><![CDATA[Far sì che gli acquisti di beni e servizi della pubblica amministrazione avvengano a prezzi standard di mercato: è il compito affidato a Enrico Bondi. Ed è un compito improbo perché le stazioni appaltanti in Italia sono circa 20mila. Soprattutto, però, la nomina del commissario è la conferma che si è sbagliato in passato, quando...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Far sì che gli acquisti di beni e servizi della pubblica amministrazione avvengano a <strong>prezzi standard</strong> di mercato: è il compito affidato a Enrico Bondi. Ed è un compito improbo perché le stazioni appaltanti in Italia sono circa 20mila. Soprattutto, però, la nomina del commissario è la conferma che si è sbagliato in passato, quando sono stati eliminati i sistemi di controllo preventivo di legittimità sugli atti degli enti. Una scelta che andrebbe<strong> ripensata</strong>, almeno per quei territori dove le inefficienze sono più evidenti e frequenti.</em></p><p>di Luigi Oliveri* (<a href="http://www.lavoce.info" target="_blank">lavoce.info</a>)</p><p>L’incarico assegnato a Enrico Bondi, fare in modo che gli acquisti di beni e servizi della pubblica amministrazione avvengano a prezzi standard di mercato, è la conferma di scelte sbagliate del passato, cioè l’aver sostanzialmente <strong>eliminato</strong> sistemi di controllo preventivo di legittimità sugli atti degli enti.</p><p><strong> Un uomo solo al controllo</strong></p><p><strong></strong>A ben vedere, la bozza di decreto-legge che definisce i poteri del super-tecnico Bondi, non ha molto di particolarmente<strong> innovativo</strong>. I punti focali del decreto sono due. Il primo riguarderà il potere del commissario “di definire, per voci di costo, il livello della spesa per acquisti di beni e servizi da parte delle amministrazioni pubbliche”. È un déjà vu. Norme simili ve ne sono già tantissime e la <strong>capostipite</strong> più rilevante la reperiamo nella legge 537/1993, la prima legge finanziaria del primo governo Berlusconi, che all’articolo 6, comma 6, contiene una norma pienamente rientrante nella categoria delle pie intenzioni, mai realizzate: “Per orientare le pubbliche amministrazioni nell&#8217;individuazione del miglior prezzo di mercato, l&#8217;Istituto nazionale di statistica (Istat), avvalendosi, ove necessario, delle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, cura la rilevazione e la elaborazione dei prezzi del mercato dei principali beni e servizi acquisiti dalle pubbliche amministrazioni, provvedendo alla comparazione, su base statistica, tra questi ultimi e i prezzi di mercato. Gli elenchi dei prezzi rilevati sono pubblicati nella Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana, per la prima volta entro il 31 marzo 1995 e successivamente, con cadenza almeno semestrale, entro il 30 giugno e il 31 dicembre di ciascun anno”.</p><p>Il secondo caposaldo dell’attività di Enrico Bondi sarà l’esercizio di poteri ispettivi e di controllo nei riguardi di tutte le pubbliche amministrazioni, che potrà giungere addirittura fino alla <strong>sospensione</strong>, revoca o annullamento delle procedure d’acquisto, anche solo per ragioni di opportunità.</p><p>Entrambi gli elementi fondamentali della funzione del <strong>supertecnico</strong> confermano che il problema dell’eccessivo costo degli approvvigionamenti pubblici discende esattamente dalla mancanza di controlli sull’operato delle stazioni appaltanti.</p><p>Giusto, allora, immaginare un potere speciale che sia realmente capace di orientare gli acquisti con costi standard e di verificarne il rispetto. Pare, però, troppo ambizioso immaginare che a questo immane compito possa adempiere un <strong>ufficio così ristretto</strong> e accentrato come quello assegnato a Bondi, che dovrebbe riuscire dove hanno fallito l’Istat, l’Osservatorio nazionale e quelli regionali, l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture e l’altra pletora di enti soggetti e organismi di volta in volta chiamati a vigilare.</p><p>Non si deve dimenticare che le stazioni appaltanti in Italia sono circa 20mila. Il compito di un unico commissario sul piano quantitativo appare <strong>improbo</strong>.</p><p>Dai Coreco alla Consip</p><p>Da questo punto di vista, la scelta di eliminare i<strong> controlli preventivi</strong> di legittimità è stata evidentemente perdente. In particolare, enti locali ed enti del sistema sanitario nazionale, un tempo tenuti a inviare ai vituperati Comitati regionali di controllo (Coreco) i provvedimenti di avvio delle gare e successivamente i contratti, per la verifica preventiva della loro legittimità, da oltre venti anni sono stati liberati da queste incombenze, a partire dalla legge 142/1990 e poi, soprattutto, con le riforme Bassanini del 1997.</p><p>Certo, i controlli preventivi nel passato non hanno impedito i fenomeni di corruzione e inefficienza, che hanno determinato la crescita dei costi degli approvvigionamenti pubblici. Soprattutto perché i vecchi Coreco avevano un’eccessiva<strong> connotazione politica</strong> oltre che tecnica. Sistemi di controllo preventivo, affidati a unità indipendenti e solo tecniche potrebbero rendere maggiormente efficace la verifica del pieno rispetto dei parametri di virtuosità negli acquisti.</p><p>Il legislatore, soprattutto nell’ultimo decennio, ha provato a rimettere sotto controllo le procedure di gara, spingendo sulle funzioni della Consip, la società controllata dal Tesoro che regolamenta il mercato degli approvvigionamenti, essenzialmente con due modalità. La prima è data dalle “convenzioni”, che altro non sono se non appalti di rilevanti dimensioni, gestiti direttamente dalla Consip stessa che individua il contraente e consente alle amministrazioni di <strong>aderire alle convenzioni</strong> ai prezzi spuntati dalle gare. La seconda è data dal “mercato elettronico”, un vero e proprio market on-line nel quale gli imprenditori ammessi al sistema inseriscono prodotti e prezzi, liberamente confrontabili per successivi acquisti che si possono effettuare anche mediante procedure di gara on-line. Con le manovre estive del 2011, per esempio, alle amministrazioni pubbliche è stato imposto di avvalersi della Consip come strumento principale per le acquisizioni di beni e servizi o, quanto meno, di utilizzare i prezzi dei contratti come base per le gare gestite autonomamente.</p><p>Anche in questo caso, tuttavia, sono mancati i controlli necessari per verificare se realmente le amministrazioni appaltanti adempissero alle indicazioni di legge. Dunque, una vastissima area di acquisizioni di beni e servizi sfugge al sistema della Consip, anche perché, comunque, le<strong> tipologie acquisibili</strong> con le convenzioni e il mercato elettronico sono ancora limitate e ne restano fuori moltissimi servizi, in particolare quelli sociali o, ad esempio, le strumentazioni da laboratorio per le scuole.</p><p>Per consentire un efficace abbassamento dei costi degli approvvigionamenti pubblici più che l’opera di un demiurgo, occorre probabilmente istituire sistemi di controllo esterni e preventivi a livello provinciale, che verifichino prima ancora che i bandi di gara siano pubblicati quanto meno il rispetto dei parametri di prezzo della Consip, nell’attesa della formulazione dei livelli standard della spesa che ci si attende da Bondi. Solo in questo modo si riuscirebbe capillarmente a garantire l’efficienza del sistema. Ma un ripensamento più generale sull’eliminazione dei controlli preventivi andrebbe fatto. Certo, i controlli <strong>limitano in parte l’autonomia</strong>, in particolare di Regioni ed enti locali, garantita dalla Costituzione. Magari, la reintroduzione dei controlli preventivi potrebbe limitarsi a quei territori e zone nei quali più evidenti e frequenti siano le inefficienze del sistema. Oggettivamente, tuttavia, i poteri e le funzioni del commissario Bondi non è che siano già di per se stesse molto meno limitanti dell’autonomia degli enti.</p><p><em>* E&#8217; Dirigente Coordinatore dell&#8217;Area Funzionale Servizi alla Persona e alla Comunità della Provincia di Verona, che raggruppa il Settore Politiche Attive per il Lavoro, i Servizi Turistico-Ricreativi ed i Servizi Socio-Culturali. Collabora dal 1997 al quotidiano economico &#8220;Italia Oggi&#8221; per gli approfondimenti giuridici delle questioni attinenti agli enti locali. Collabora dal 1999 con &#8220;Ancitel s.p.a.&#8221;, società dell&#8217;Associazione Nazionale dei Comuni Italiani e dal 2003 con il Centro Studi e Ricerche sulle Autonomie Locali di Savona.</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/05/enrico-bondi-uomo-solo-controllo/219299/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Saldare i debiti verso le imprese per dare ossigeno all&#8217;economia</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/04/come-dare-ossigeno-alleconomia-italiana/218093/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/04/come-dare-ossigeno-alleconomia-italiana/218093/#comments</comments> <pubDate>Fri, 04 May 2012 10:04:19 +0000</pubDate> <dc:creator>Lavoce</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Zonaeuro]]></category> <category><![CDATA[crescita]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[debiti Stato]]></category> <category><![CDATA[fiscal compact]]></category> <category><![CDATA[growth compact]]></category> <category><![CDATA[imprese]]></category> <category><![CDATA[italia]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[recessione]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=218093</guid> <description><![CDATA[Rigore e riforme strutturali sono certo indispensabili, ma danno risultati di lungo periodo. Nel breve, la politica per la crescita è il contrasto della recessione tramite stimolo della domanda, come sanno bene negli Stati Uniti. E nessuna politica anti-recessiva può essere fatta in un solo paese europeo, tanto che si inizia a parlare di un...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Rigore e riforme strutturali sono certo indispensabili, ma danno risultati di lungo periodo. Nel breve, la politica per la crescita è il contrasto della recessione tramite stimolo della domanda, come sanno bene negli Stati Uniti. E nessuna politica anti-recessiva può essere fatta in un solo paese europeo, tanto che si inizia a parlare di un &#8220;growth compact&#8221;. Una boccata d&#8217;ossigeno per l&#8217;economia italiana può arrivare dal pagamento di una parte dei debiti dello Stato verso le imprese, con un intervento una tantum che non violerebbe gli impegni con l&#8217;Europa sui conti pubblici del 2012.</em></p><p><strong>di <a href="http://www.lavoce.info/lavocepuntoinfo/autori/pagina33.html">Andrea Boitani</a> , <a href="http://www.lavoce.info/lavocepuntoinfo/autori/pagina13.html">Giuseppe Pisauro</a> e <a href="http://www.lavoce.info/lavocepuntoinfo/autori/pagina1125.html">Pippo Ranci</a>, 3 maggio 2012, <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1003050.html" target="_blank">lavoce.info</a></strong></p><div><div><p>Nel resto del mondo, l’Europa è sempre più avvertita come un problema, come una probabile fonte di <strong>contagio recessivo</strong>. Paul Krugman <a href="http://www.nytimes.com/2012/04/16/opinion/krugman-europes-economic-suicide.html?_r=1&amp;partner=rssnyt&amp;emc=rss" target="_blank">ha scritto recentemente</a> che “piuttosto che ammettere di aver sbagliato, i leader europei sembrano determinati a guidare la loro economia giù dalla scogliera. E tutto il mondo ne pagherà il prezzo”. Forse, però, è ancora possibile evitare il precipizio del consenso di Angela Merkel e Mario Monti e le parole di Mario Draghi, sommati al possibile successo elettorale di François Hollande in Francia, possono davvero aprire una fase nuova.</p></div><div><div><div><p>Purché non ci si faccia prendere da un riflesso condizionato che, purtroppo, sembra scattare anche tra molti economisti. Quando si parla di crescita si aggiunge subito che promuoverla non implica allentare il rigore sulla finanza pubblica e che la crescita <em>duratura</em> si ottiene con le riforme “strutturali”. Cose vere entrambe, sia chiaro. Ma c’è rigore e rigore: quello del consolidamento fiscale <strong>rapido e simultaneo </strong>in tutta Europa, dei bilanci in pareggio nel 2013 è <em>rigor mortis</em>. E le riforme, che pure riteniamo indispensabili, hanno effetto nel periodo lungo: lo stesso governo italiano ha giustamente rivisto verso il basso le stime iniziali dell’impatto delle riforme sulla crescita e, forse, si tratta ancora di calcoli troppo ottimistici, soprattutto con riferimento ai primi due, tre anni.</p><p>In effetti, le <strong>riforme</strong> non solo sono più difficili da fare in fase di recessione (soprattutto se gli ammortizzatori sociali sono deboli e non universali), ma hanno anche un’efficacia minore. Come ha scritto Peter Bofinger (componente del consiglio degli esperti economici della cancelliera Merkel) insieme a Sony Kapoor <a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/feb/06/europe-cant-cut-and-grow" target="_blank">sul <em>Guardian</em></a> “le riforme strutturali nei paesi in crisi devono continuare e la liberalizzazione dei servizi nel mercato unico deve essere accelerata. Queste politiche aiuteranno a stimolare la crescita futura ma funzionano al meglio in un’economia che cresce e non in una che si contrae”.</p><p>Insomma, le riforme sono necessarie per la crescita <em>duratura</em>, ma servono molto meno a riaccendere i motori oggi e funzionano poco a motore spento. Di qui la proposta avanzata da Bofinger e Kapoor di un “growth compact” che coordini le politiche di bilancio (spesa e tassazione) dei paesi euro in senso <em>growth friendly</em>. La politica per la crescita, nel breve periodo, è politica di contrasto della recessione tramite <strong>stimolo della domanda</strong>: è inutile far finta di non saperlo o usare eufemismi. Negli Stati Uniti, tanto gli economisti quanto i politici sono chiari in proposito, tanto che siano favorevoli quanto che siano contrari.<br />Nessuna politica anti-recessiva può essere fatta in un solo paese europeo (eccezion fatta per la Germania, forse) e soprattutto non può essere fatta unilateralmente dai paesi con disavanzi e debiti eccessivi. Perciò un vero <em>growth compact</em> passa necessariamente per una revisione, in una prospettiva di medio periodo, del suo fratello maggiore, il <em>fiscal compact</em>, laddove prevede tempi troppo rapidi per il pareggio del bilancio e per la riduzione del debito pubblico. Così rapidi da non essere neanche credibili, con la recessione in corso. E bisogna cominciare a pensare a mettere in piedi una <strong>politica fiscale federale </strong>europea, senza mettere la testa sotto la sabbia con il pretesto dell’immaturità dei tempi politici. Questo significa ammettere gli errori prima di finire giù dalla scogliera.</p><p><strong>Saldare una parte dei debiti verso le imprese<br /></strong>Intanto qualcosina per far riprendere la circolazione nell’esangue economia italiana si potrebbe fare, senza violare gli impegni presi con l’Europa sui conti pubblici del 2012. <br />La pubblica amministrazione italiana (centrale, regionale e locale) ha accumulato debiti verso le imprese per una cifra molto grande. Pare si tratti di <strong>60-70 miliardi</strong>, almeno quattro punti percentuali del Pil. È un&#8217;anomalia grave dell’Italia: il ritardo medio di pagamento è molto più elevato rispetto a quello di altri stati e alla media del settore privato. È un difetto strutturale: lo Stato italiano è un <strong>cattivo cliente</strong>, le imprese migliori lo evitano se hanno alternative, tutte le imprese fornitrici cercano di inglobare nei prezzi il costo della futura attesa e dell’incertezza, con il risultato che lo Stato italiano paga prezzi più alti. Nella congiuntura attuale il ritardo e l’incertezza aggravano le condizioni già precarie di molte aziende. Molto opportunamente il governo ha avviato una procedura per accelerare i pagamenti e smaltire parte del debito. La procedura è complessa per vari motivi: ad esempio, un intervento dello Stato a sanare debiti contratti da un ente locale o da una azienda sanitaria che non hanno attuato le misure di efficienza necessarie, potrebbero costituire un incoraggiamento a proseguire in una <strong>condotta irresponsabile</strong>. Giusto quindi procedere alla ricognizione accurata dei debiti e accompagnare qualsiasi ripianamento con un giro di vite sul monitoraggio della spesa anche a livello locale.</p><p>L’ostacolo maggiore è comunque l’effetto che i pagamenti ai fornitori avrebbero sui conti pubblici. È probabile che buona parte dei debiti siano <strong>fuori bilancio</strong>: arretrati di pagamenti per impegni che <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002863-351.html" target="_blank">non sono mai stati registrati nel bilancio</a> di competenza. In tal caso, la loro emersione avrebbe l’effetto di un aumento del disavanzo e del debito, con i rischi che questo comporta in un contesto di tensione dei mercati finanziari. Qualche spazio ci può essere, tuttavia, per un <strong>intervento una tantum</strong>. Secondo le previsioni del Documento di economia e finanza, nel 2012 l’<strong>indebitamento netto</strong> dovrebbe attestarsi all’1,7 per cento del Pil, un livello ampiamente al di sotto della soglia del 3 per cento e che migliorerebbe di 2,2 punti di Pil il risultato del 2011.</p><p>Una manovra espansiva limitata al 2012 dell’ordine di grandezza di 10-15 miliardi, che corrisponderebbe alla liquidazione di una quota probabilmente vicina a un quarto del debito esistente, sarebbe coerente con il rispetto dei vincoli europei. Non intaccherebbe l’impegno al pareggio strutturale del bilancio nel 2013 e darebbe un contributo non trascurabile al contrasto della recessione nel 2012. In attesa di un vero <em>growth compact</em> europeo, sarebbe meglio che niente.</p></div></div></div></div> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/04/come-dare-ossigeno-alleconomia-italiana/218093/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Un decalogo sulla spesa</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/02/decalogo-sulla-spesa/216133/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/02/decalogo-sulla-spesa/216133/#comments</comments> <pubDate>Wed, 02 May 2012 17:12:28 +0000</pubDate> <dc:creator>Lavoce</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Enrico Bondi]]></category> <category><![CDATA[Governo]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[spending review]]></category> <category><![CDATA[spesa pubblica]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=216133</guid> <description><![CDATA[Tagliare la spesa pubblica non è poi così semplice. Perché gran parte va in interessi, pensioni e stipendi, capitoli sui quali i vari governi sono già intervenuti. Ridurre i bilanci di sanità, scuola, giustizia e altri servizi richiederebbe una revisione del confine pubblico-privato. Gli interventi possono essere solo strutturali con risparmi nel lungo periodo. Positiva...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Tagliare la spesa pubblica non è poi così semplice. Perché gran parte va in interessi, pensioni e stipendi, capitoli sui quali i vari governi sono già intervenuti. Ridurre i bilanci di sanità, scuola, giustizia e altri servizi richiederebbe una revisione del confine pubblico-privato. Gli interventi possono essere solo strutturali con risparmi nel lungo periodo. Positiva allora la formazione della task force ministeriale perché mostra la volontà politica di agire davvero. Ma su questo tema fondamentale, il governo dei tecnici poteva sfruttare meglio il poco tempo a sua disposizione.</em></p><div><div><h3><strong>di <a href="http://www.lavoce.info/lavocepuntoinfo/autori/pagina4.html">Massimo Bordignon</a>, <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1003044.html" target="_blank">lavoce.info</a>, 2 maggio 2012</strong></h3><p>Il governo ha finalmente scoperto le carte sulla <strong>revisione della spesa</strong>, con la presentazione al Consiglio dei ministri del rapporto preparato dal ministro competente (Piero Giarda), l’emanazione di una <a href="http://www.governo.it/GovernoInforma/spending_review/direttiva_pdc_30042012.pdf" target="_blank">direttiva da parte del presidente del Consiglio</a> che impegna i ministeri di spesa a presentare programmi di risparmi entro il 31 maggio e la formazione di una task force ministeriale, presieduta dallo stesso Mario Monti. Obiettivo immediato della spending review sono risparmi strutturali per <strong>4 miliardi </strong>di euro da qui alla fine dell’anno (7,2 a regime), allo scopo di evitare il già deliberato aumento di due punti di Iva in autunno.</p></div><div><p>Se questi sono gli obiettivi immediati, il governo se ne propone chiaramente anche altri più ambiziosi, come mostra la nomina di Enrico Bondi a <strong>commissario straordinario</strong> per la razionalizzazione della spesa per acquisti di beni e servizi (una partita che vale da sola 136 miliardi), la nomina di Francesco Giavazzi quale consulente per il governo sui trasferimenti alle imprese e di Giuliano Amato per i trasferimenti a partiti politici e sindacati.</p><p><strong>I problemi della spesa</strong><br />Che giudizio dare su questi interventi? È troppo, è troppo poco? Qualche appunto per inquadrare meglio gli interventi proposti e il dibattito che li circonda. </p><p>1. Criticare e commentare è il sale della democrazia. Ma fa oggettivamente specie che a discutere delle proposte del governo siano chiamati dai media gli stessi personaggi politici che hanno gestito la finanza pubblica italiana negli ultimi quindici anni, lasciando che la spesa pubblica salisse a un livello incompatibile con la situazione economica. Dovrebbero avere almeno la decenza del silenzio.</p><p>2. Nella percezione dell’opinione pubblica, tagliare la spesa è facile; da qualche parte nel bilancio pubblico ci sono enormi sprechi che sono facilmente eliminabili con un tratto di penna. Non ci sono. L’anomalia italiana è rappresentata da un eccesso di spesa per pensioni (232 miliardi) e interessi (70 miliardi), che assieme costituiscono il 43 per cento dell’intera spesa corrente. Tolti questi, in rapporto al Pil, in realtà <strong>spendiamo meno C</strong>di quasi tutti i paesi dell’Ocse per i servizi pubblici fondamentali: sanità, istruzione, giustizia, ordine pubblico, difesa. La spesa in conto capitale, poco più di 50 miliardi, è al minimo storico. Anche il numero di impiegati pubblici sul totale della popolazione lavorativa è inferiore alla media dei paesi Ocse (14,3% contro 14,6%). Il problema vero è che si spende male, non che si spende troppo.</p><p>3. Su <strong>pensioni e stipendi</strong>, cioè su oltre di 350 miliardi di spesa, il governo attuale è già intervenuto con la riforma di dicembre, e l’esecutivo precedente con il blocco delle retribuzioni pubbliche. A meno che non si decida di ridurre le pensioni e le retribuzioni in essere, oppure di licenziare i dipendenti pubblici, su queste voci di spesa, che da sole ammontano a circa la metà del totale, non si può fare di più.</p><p>4. Intervenire sulla spesa per <strong>sanità, scuola, giustizia</strong> e altri servizi pubblici è certamente possibile, nonostante che la nostra spesa per questi comparti sia già inferiore a quella di altri paesi. Ma interventi pesanti richiederebbero una revisione del confine <strong>pubblico/privato</strong>, chiedendo ai cittadini di pagare o di pagare di più i servizi offerti dal settore pubblico. È possibile, ma andrebbe detto chiaramente, in particolare da parte dei “tagliatori facili” che popolano i media.</p><p>5. La spending review del governo Monti prende invece come dato (per ora) il confine pubblico/privato. Dunque, gli unici interventi possibili sono interventi di <strong>razionalizzazione </strong>nell’offerta dei servizi. In sostanza, si prefigurano revisioni nell’organizzazione sul territorio di alcuni grandi ministeri di spesa (Istruzione, Interno, Giustizia, Trasporti), come riduzione nei giudici di pace, accorpamenti di tribunali e prefetture, di uffici scolastici. Si prevedono anche interventi per riallocare sul territorio e per uffici gli impiegati pubblici, dalle aree con eccesso di personale a quelle con carenza, e una migliore gestione del patrimonio edilizio. Sono gli stessi ministeri, e in larga misura le stesse proposte, già presenti nel <a href="http://www.tesoro.it/doc-finanza-pubblica/documenti/18827/28_libro%20verde.pdf" target="_blank">Rapporto sulla revisione della spesa</a>, licenziato subito dopo la fine dell’esperienza dell’ultimo governo Prodi, dalla commissione voluta da Tommaso Padoa-Schioppa. Se il governo Berlusconi, invece di metterlo nel cassetto, lo avesse letto, avremmo risparmiato tempo prezioso e avremmo forse anche risparmiato la stagione dei tagli lineari. Almeno, sembra che Piero Giarda lo abbia sfogliato.    </p><p><strong>Volontà politica ma in ritardo</strong><br />6. Gli interventi previsti sono del tutto ragionevoli e in grado di produrre miglioramenti consistenti nella qualità dei servizi, cosa di cui abbiamo disperato bisogno. In termini di riduzioni di spesa, gli effetti nell’immediato sono però limitati. Se vuole raggiungere gli obiettivi di risparmio già nel 2012, il governo dovrà per forza di cose agire sui soli meccanismi aggredibili nel breve periodo: l’<strong>acquisto di beni e servizi</strong> e i <strong>trasferimenti</strong>. Di qui, probabilmente la scelta di Enrico Bondi e Francesco Giavazzi. E su questo fronte, i risparmi strutturali possibili sono sicuramente ben maggiori dei 7,2 miliardi previsti.</p><p>7. Un’innovazione utile che era stata introdotta da Tommaso Padoa-Schioppa in connessione con la spending review nel 2007, poi persa negli anni successivi, è la riclassificazione della spesa statale per grandi funzioni, le “<strong>Missioni</strong>”, e specifici interventi di spesa, i “<strong>Programmi</strong>”. Sarebbe utile riprendere ed estendere questo tipo di classificazione all’insieme delle amministrazioni pubbliche, così da rendere più trasparente su cosa si spende, quanto si spende e perché si spende.</p><p>8. Nella lista degli interventi manca completamente la <strong>spesa locale</strong> e quella sanitaria, probabilmente perché è gestita dai governi locali, non dai ministeri centrali. Ma è chiaro che uno sforzo di razionalizzazione della spesa pubblica non può prescindere da questa componente, che da sola conta per più di 200 miliardi. Il governo avrebbe dovuto spiegare perlomeno le proprie intenzioni su questo fronte.</p><p>9. Infine, il dato politico più rilevante è la formazione della task force ministeriale con a capo lo stesso presidente del Consiglio, il viceministro del Tesoro, il ministro della Funzione pubblica e lo stesso Giarda. Significa che c’è la <strong>massima copertura politica</strong> possibile sul fronte della revisione della spesa, una condizione indispensabile perché gli altri ministeri e le burocrazie ministeriali, a partire dalla Ragioneria generale, si adeguino. Forse è la volta buona perché, dopo tante chiacchiere e tanti studi, qualcosa si faccia davvero sul fronte della spesa.</p><p>10. Infine, non si capisce però perché il governo non si sia <strong>mosso prima</strong>. In fondo, le cose da fare sono note e un <a href="http://istituti.unicatt.it/economia_finanza_1040911.pdf%20">precedente rapporto Giarda</a>, scritto l’anno scorso per l’allora ministro Tremonti, già offriva una ottima base di partenza. Questo governo è a tempo; sprecare il poco che ha non è una buona idea.</p></div></div> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/02/decalogo-sulla-spesa/216133/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Frequenze Tv  nell&#8217;era di Monti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/30/frequenze-nellera-monti/213336/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/30/frequenze-nellera-monti/213336/#comments</comments> <pubDate>Mon, 30 Apr 2012 07:07:09 +0000</pubDate> <dc:creator>Lavoce</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[banda larga]]></category> <category><![CDATA[beauty contest]]></category> <category><![CDATA[digitale terrestre]]></category> <category><![CDATA[frquenze tv]]></category> <category><![CDATA[lotti frequenze tv]]></category> <category><![CDATA[ministero sviluppo economico]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=213336</guid> <description><![CDATA[Con la norma che annulla il beauty contest per l&#8217;assegnazione delle frequenze Tv e impone l&#8217;adozione di un&#8217;asta a titolo oneroso, per la prima volta un governo italiano cerca di mettere ordine nel sistema frequenziale. È un buon avvio anche se il successo dell&#8217;asta dipenderà da molti fattori. E tuttavia la questione richiede chiarezza e...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Con la norma che annulla il beauty contest per l&#8217;assegnazione delle frequenze Tv e impone l&#8217;adozione di un&#8217;asta a titolo oneroso, per la prima volta un governo italiano cerca di mettere ordine nel sistema frequenziale. È un buon avvio anche se il successo dell&#8217;asta dipenderà da molti fattori. E tuttavia la questione richiede <strong>chiarezza</strong> e trasparenza. In particolare, sul pacchetto delle frequenze in banda 700 MHz, che dal 2015 saranno riservate ai servizi di larga banda mobile. Il meccanismo di attribuzione sembra troppo articolato e soprattutto produrrà scarsi introiti per lo Stato</em>.</p><p>Nei giorni scorsi il Senato ha dato il via libera definitivo al decreto legge sulle <strong>semplificazioni fiscali</strong>, che contiene una norma che annulla l’ormai famoso “concorso di bellezza” (o beauty contest) per l’assegnazione delle frequenze Tv, imponendo invece l’adozione di meccanismi di asta a titolo oneroso.</p><p><strong>Un po&#8217; di ordine nel sistema</strong></p><p>L’intervento del governo, oltre a abolire il beauty contest pensato dal precedente esecutivo, avrebbe come obiettivo quello di rendere più efficiente e<strong> valorizzare</strong> l’uso dello spettro radio italiano attraverso due principi di base: un’asta economica competitiva riservata agli operatori di rete, assicurando la separazione verticale tra fornitori di contenuti e operatori di rete; e la ridefinizione dei contributi economici per l’utilizzo delle frequenze.</p><p>È la prima volta che un governo italiano si prende la briga di mettere qualche ordine nel sistema televisivo e più in generale nel sistema frequenziale. Dopo anni di dibattito e governi sostanzialmente sordi sul tema, si osserva ora un primo importante tentativo di riorganizzare l’uso di una<strong> risorsa</strong> che è e sarà essenziale nei prossimi anni per lo sviluppo non solo del mercato televisivo, ma anche della larga banda (mobile in questo caso), un fattore riconosciuto come essenziale per la crescita economica di un paese e ancora deficitario in Italia.</p><p>Il ministero per lo Sviluppo economico avrà ora 120 giorni per definire il bando della prima asta che verrà redatto dall’Autorità settoriale, l&#8217;Agcom. Il suo successo dipenderà però da come l’asta sarà progettata, e in particolare dalla divisione<strong> in lotti</strong> delle frequenze da mettere a gara, dai tempi di assegnazione e dalla possibilità di intervento da parte degli operatori Tlc.</p><p>Per quanto riguarda i lotti, ci sono delle frequenze che verranno assegnate ai broadcaster, ma per rendere il mercato più aperto si prevede che solo operatori di rete – non integrati verticalmente nell’erogazione dei contenuti – possano partecipare alla gara. L’obiettivo è di spingere verso l’ingresso di gestori di infrastrutture Tv del tutto nuovi in Italia – ma che operano da anni in altri paesi come la Spagna, la Francia e la Gran Bretagna – che poi <strong>cedano</strong> capacità produttiva ai singoli erogatori di contenuto in modo neutrale. Su questo punto, la decisione del governo ci trova sostanzialmente d’accordo, anche se non si comprende bene perché si debba limitare la gara ai soli broadcaster, visto che i gestori potranno poi cedere capacità a prescindere dall’utilizzo. La neutralità prevede che gli operatori mobili dovrebbero poter partecipare alla gara: starà poi a loro decidere se prendervi parte o meno, in base alle caratteristiche delle frequenze in palio.</p><p><strong> Ombre sulla banda larga</strong></p><p><strong></strong>Più delicata invece è la questione per il pacchetto relativo alle frequenze in banda 700 MHz. Queste frequenze sono <strong>pregiatissime</strong> e, come richiesto dalla Commissione europea e dalla conferenza mondiale di Ginevra 2012 nell’ambito dello sviluppo dell’agenda digitale, a partire dal 2015 dovranno essere assegnate ai servizi di larga banda mobile. Il governo sembra prevedere un’asta per l’assegnazione ai soli operatori Tv di queste frequenze per tre anni, per poi liberarle e rimetterle all’asta per operatori Tlc.</p><p>Crediamo che questa soluzione presenti una serie di problemi: assegnare ora una risorsa per soli tre anni porterebbe chiaramente i vari operatori Tv a presentare rilanci modesti per frequenze invece che hanno un considerevole valore economico; ritarda l’adozione tecnologica della banda larga mobile e introduce il problema – a partire dal 2015 – di liberare nuovamente queste frequenze per riassegnarle. Il meccanismo ci sembra complesso e <strong>troppo articolato</strong> e soprattutto portatore di scarsi introiti per lo Stato. Non è neppur detto che tra tre anni si proceda effettivamente a una nuova asta: i governi cambiano. Perché il governo Monti rimanda al futuro una decisione così importante? Crediamo che sarebbe meglio aprire subito l’asta per questo specifico pacchetto anche agli operatori mobili e non limitarla agli operatori Tv. In questo modo, l’asta non sarà al ribasso perché vi parteciperanno anche operatori che valutano di più lo spettro, rispetto a quanto sembrano fare (e dichiarare) i broadcaster televisivi. Non va dimenticato che gli operatori televisivi già possiedono numerose frequenze, per cui non esiste il fantasma, sventolato da qualcuno, dell’interruzione del servizio Tv. Quello che chiediamo è che il governo si impegni, subito, a eliminare ogni distinzione e discriminazione tra broadcaster (integrati o meno) e altri operatori. Questo passaggio fondamentale ha in sé la possibilità di un più rapido passaggio alla larga banda mobile, permettendo al nostro paese altresì di raggiungere prima gli obiettivi dell’agenda digitale.</p><p>Ulteriore confusione si è recentemente sollevata sull’approvazione di una norma che permette la destinazione d’uso di frequenze riservate nel passato alla tecnologia mobile (ossia per la Tv su cellulare tramite lo standard DVB-H) per trasmettere programmi televisivi su digitale terrestre (DVB-T). La norma approvata recepisce una direttiva comunitaria che si basa ancora una volta sul principio di neutralità tecnologica, e quindi quando una frequenza diviene sottoutilizzata per una specifica destinazione d’uso si può “riconvertirla” a un altro. Sul principio di neutralità siamo d&#8217;accordo: è inutile lasciare una risorsa importante inutilizzata perché il servizio non viene consumato. Ma molti punti rimangono assai ambigui e ci sembrano passati totalmente sotto silenzio: ad esempio, per queste frequenze si impone il pagamento di canoni di utilizzo? Oppure sono date gratuitamente? E in tal caso, gli operatori Tv potranno poi rivenderle privatamente? Oppure si prevede la conversione d&#8217;uso a titolo temporaneo (ma quanto temporaneo?) per poi farle rientrare in possesso dello Stato, il quale potrà in seguito rimetterle all’asta?</p><p>La discussione sullo spettro ci pare ben avviata, ma presenta ancora<strong> criticità</strong> e punti oscuri che speriamo il governo possa gestire con maggiore trasparenza e chiarezza. Nel nostro paese c’è davvero bisogno non solo di una spending review, ma anche di una spectrum review seria e efficace.</p><p>di <a href="http://www.lavoce.info" target="_blank">Carlo Cambini</a> e <a href="http://www.lavoce.info" target="_blank">Tommaso Valletti</a></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/30/frequenze-nellera-monti/213336/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Prevedere le presidenziali Usa e il loro effetto</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/27/prevedere-presidenziali-vedere-leffetto/211051/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/27/prevedere-presidenziali-vedere-leffetto/211051/#comments</comments> <pubDate>Fri, 27 Apr 2012 17:20:04 +0000</pubDate> <dc:creator>Lavoce</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[mercati predittivi]]></category> <category><![CDATA[obama]]></category> <category><![CDATA[Santorum]]></category> <category><![CDATA[Usa 2012]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=211051</guid> <description><![CDATA[Dopo il ritiro di Rick Santorum, lo sfidante di gran lunga più credibile, è ormai certo che Mitt Romney sarà il candidato repubblicano alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Adesso l&#8217;attenzione si sposta sulla scelta dei ticket presidente-vicepresidente e sulle elezioni di novembre. Ma chi sarà il vincitore? Lo indicano i mercati predittivi. Che aiutano...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Dopo il ritiro di Rick Santorum, lo sfidante di gran lunga più credibile, è ormai certo che Mitt Romney sarà il candidato repubblicano alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Adesso l&#8217;attenzione si sposta sulla scelta dei ticket presidente-vicepresidente e sulle elezioni di novembre. Ma chi sarà il vincitore? Lo indicano i mercati predittivi. Che aiutano anche a rispondere a due domande: che effetti ha l&#8217;andamento dell&#8217;economia sul risultato elettorale? E che dire degli <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1003021.html" target="_blank">effetti del risultato elettorale</a> sulle prospettive economiche future?</em></p><p>di Riccardo Puglisi* (<a href="http://www.lavoce.info/" target="_blank">lavoce.info</a>)</p><p>Forse non c’è bisogno di scomodare il fortunato slogan di Bill Clinton del 1992 (“It’s the Economy, Stupid!”) per mettere in evidenza il legame a doppio filo che esiste tra <strong>variabili macroeconomiche</strong> - ad esempio la disoccupazione &#8211; e variabili politiche, e in particolare l’esito delle elezioni a livello nazionale.</p><p><strong>Dall&#8217;economia alla politica</strong></p><p>È verosimile che l’andamento dell’economia influenzi la probabilità che il governo in carica venga rieletto. In particolare, secondo il modello “pane e pace” (Bread and Peace) ideato da Douglas Hibbs, la percentuale di voti che negli Stati Uniti va al partito del presidente in carica è largamente spiegata dall’andamento del reddito reale disponibile pro capite durante i quattro anni dell’ultimo mandato e dal numero di soldati Usa uccisi in azioni militari, nell’ambito di una guerra iniziata dal (partito del) presidente in carica. (1)</p><p>Naturalmente, la maniera tradizionale di prevedere (non di spiegare) il risultato di una gara elettorale consiste nell’effettuare un sondaggio di opinione su un campione rappresentativo della popolazione. Una maniera alternativa, per cui specialmente negli Usa vi è un interesse solido e crescente, si basa sui cosiddetti “<strong>mercati predittivi</strong>” (prediction markets), cioè un meccanismo intermedio tra un sistema di scommesse e un mercato finanziario vero e proprio. Su questi mercati (ad esempio su Intrade o sugli Iowa Electronic Markets, Iem) si scambiano titoli che pagano un importo fisso di dieci dollari (ad esempio su Intrade) se un dato evento si realizza, e nulla in caso contrario. Il prezzo del titolo stesso rappresenta la probabilità che, secondo il mercato, l’evento sottostante si realizzi. Agli estremi, un prezzo di zero significa che l’evento è giudicato impossibile, mentre un prezzo di dieci significa che l’evento è certo.</p><p>A prescindere da movimenti speculativi del breve termine, i fautori dei mercati predittivi sostengono che le informazioni dovrebbero finire incorporate nel prezzo del titolo. Il meccanismo è il seguente: chi dispone di informazioni che gli suggeriscano che il prezzo attuale del titolo sia troppo basso rispetto alla probabilità attribuibile all’evento sulla base delle informazioni stesse troverà conveniente acquistare quel dato titolo, contribuendo così al rialzo della quotazione. Ebbene, già due settimane fa &#8211; ovvero prima degli esiti elettorali in Maryland, Wisconsin e nella città di Washington &#8211; il prezzo del titolo connesso all’evento “Romney candidato repubblicano alle presidenziali” era di 9,3 dollari, pari a una probabilità implicita del 93 per cento. Dopo le tre vittorie la probabilità è arrivata al 95 per cento. All’11 aprile (appena dopo il ritiro di Rick Santorum dalle primarie) siamo al 97,1 per cento. E che dire della <strong>vittoria di Obama</strong> alle presidenziali? Sempre su Intrade il titolo corrispondente vale al 18 aprile 6,08 dollari, a cui corrisponde una probabilità implicita del 60,8 per cento.</p><p>A conti fatti, una probabilità del 60 per cento è largamente superiore al fifty/fifty del lancio di una monetina &#8211; che non dà un vantaggio a nessuno dei due candidati &#8211; ma è certamente più bassa della probabilità che in media attribuiamo alla vittoria di Obama da questo lato dell’Atlantico.</p><p>(1) Si veda <a href="http://www.douglas-hibbs.com/Election2012/2012Election-MainPage.htm" target="_blank">qui</a> la pagina web curata da Douglas Hibbs e dedicata all’applicazione del modello “Bread and Peace” alle presidenziali del 2012.</p><p><em>* Riccardo Puglisi ha studiato all&#8217;Università di Pavia (dottorato in finanza pubblica) e alla LSE (PhD in economia). Dopo essere stato visiting lecturer al dipartimento di scienze politiche del Massachusetts Institute of Technology, attualmente è Marie Curie Fellow all&#8217;ECARES (Université Libre de Bruxelles). Si occupa principalmente di political economy, ed in particolare del ruolo politico dei mass media.</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/27/prevedere-presidenziali-vedere-leffetto/211051/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Laurea? Più accesso alle professioni</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/23/meno-valore-alla-laurea-accesso-alle-professioni/206621/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/23/meno-valore-alla-laurea-accesso-alle-professioni/206621/#comments</comments> <pubDate>Mon, 23 Apr 2012 15:53:52 +0000</pubDate> <dc:creator>Lavoce</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[accesso professioni]]></category> <category><![CDATA[Qaa]]></category> <category><![CDATA[ranking università]]></category> <category><![CDATA[università italiane]]></category> <category><![CDATA[valore legale laurea]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=206621</guid> <description><![CDATA[La consultazione del governo sul valore legale del titolo di studio chiede come favorire la competizione al rialzo tra le università sul modello anglosassone e così superare la cultura del &#8220;pezzo di carta&#8221;. C&#8217;è però il rischio di incagliarsi su meccanismi tecnici pericolosi, come il ripesamento dei titoli e voti di laurea. La priorità invece...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La consultazione del governo sul valore legale del titolo di studio chiede come favorire la competizione al rialzo tra le università sul modello anglosassone e così superare la cultura del &#8220;pezzo di carta&#8221;. C&#8217;è però il rischio di incagliarsi su meccanismi tecnici pericolosi, come il <strong>ripesamento</strong> dei titoli e voti di laurea. La priorità invece è aprire ai giovani l&#8217;accesso a concorsi e professioni, valorizzando la varietà dei percorsi individuali di studio.</p><p><em>di <a href="http://www.lavoce.info" target="_blank">Umberto Marengo</a></em></p><p>Il governo ha aperto una <a href="http://www.istruzione.it/web/ministero/consultazione-pubblica">consultazione</a> online sul <strong>valore legale</strong> del titolo di studio con l’obiettivo di andare oltre la cultura del “pezzo di carta” valorizzando le diversità e le eccellenze nei percorsi di studi individuali. Il dibattito sul “valore legale della laurea” solleva due ordini di problemi: primo, la standardizzazione delle classi di laurea (e del reclutamento dei docenti); secondo, la laurea come titolo di accesso a professioni e concorsi. Mentre per il primo punto non sembrano esserci margini di manovra, il governo vorrebbe <strong>differenziare</strong> il valore di titoli<strong></strong>“nominalmente equivalenti” (ma qualitativamente diversi), ispirandosi al cosiddetto modello anglosassone. È possibile?</p><p><strong>Accesso a professioni e pubblico impiego nel regno unito</strong></p><p>Nel Regno Unito e nei paesi anglosassoni la laurea non ha valore legale: il riconoscimento e la garanzia del percorso di studi non sono svolte da un ministero, ma da <strong>agenzie indipendenti</strong>, spesso finanziate da università e dallo stato, senza però entrare nel dettaglio di come i singoli corsi di laurea debbano essere organizzati. In Inghilterra è la Qaa, <em>Quality Assurance Agency for Higher Education</em>, a fissare una serie di criteri minimi per l’emissione di titoli di studio. Negli Stati Uniti le agenzie di accreditamento sono molteplici e a loro volta accreditate dal governo federale o dal <em>Council for Higher Education Accreditation. </em>Nei casi di lauree professionalizzanti (medicina, legge, ingegneria) i percorsi di studio sono concordati anche con le<strong> associazioni dei professionisti</strong> (i<em> Bar</em> o l’<em>American Medical Association</em>, la <em>Law Society</em> inglese, eccetera). Nel Regno Unito per l’accesso ad alcune professioni è richiesto un titolo triennale (sei anni per medicina) conseguito presso un’università accreditata o un corso annuale di conversione (per esempio, legge). Nella maggior parte dei casi, tuttavia, non è richiesto <strong>alcun titolo specifico</strong> (per esempio, i giornalisti) e gran parte dell’educazione alla professione (per esempio, avvocatura o contabilità) avviene <strong>all’interno della professione stessa</strong> attraverso contratti di apprendistato di due o tre anni. Si tratta di apprendistati pagati e generalmente con la prospettiva di continuare il rapporto anche dopo aver ottenuto la qualifica. In breve, i profili d’ingresso per i giovani nelle professioni più remunerate sono molto ampi, ma visti i costi di formazione le aziende sponsorizzano un <strong>numero limitato</strong> di praticanti.</p><p>Anche per i concorsi pubblici inglesi (<em>civil service</em>) l’unico requisito è un qualsiasi titolo triennale e candidati con background non tipico (scienziati o umanisti) sono incoraggiati a partecipare. Sebbene esistano concorsi specifici per economisti o giuristi, la gran parte della dirigenza pubblica (il <em>fast-stream</em>) viene reclutata attraverso concorsi generalisti e attitudinali, in cui l’unico criterio d’accesso è aver ottenuto una <em>first</em> <em>class</em> (1) o <em>upper second</em> (2.1) come voto di laurea, fascia che comprende circa il 40 per cento dei laureati. Proprio perché i criteri d’accesso sono molto ampi, diventa importante <strong>l’università di provenienza</strong> ma, soprattutto, la <strong>preparazione attitudinale</strong> che l’università ha fornito e il <strong>percorso di studi individuale</strong> dei candidati.</p><p>La consultazione del governo</p><p>Nella consultazione il nostro governo discute se siano richiesti titoli non necessari o troppo specifici per l’accesso ad alcune professioni e come sia possibile <strong>ripesare titoli</strong> e <strong>voti di laurea</strong> assegnati in contesti diversi e quindi non paragonabili. Più in generale, ci si chiede se il titolo di studio sia un’effettiva garanzia di qualità e se non sia possibile trovare un sistema che incentivi le università a diversificare l’offerta formativa e creare un mercato competitivo. Un terzo del questionario proposto dal governo si concentra proprio sulla <strong>differenziazione qualitativa</strong> di <a href="http://consultazione.istruzione.it/SonQuestWeb/glossario.do?dispatch=cerca&amp;chiave=titoli_studio_equi" target="_blank">titoli di studio nominalmente equivalenti</a>. La proposta già circolata prima della consultazione sarebbe ri-pesare il voto finale di laurea sulla base di una <em>ranking</em> della qualità didattica dell’ateneo o dipartimento. Si tratta, vale la pena di sottolinearlo, di un sistema che <strong>non avrebbe precedenti </strong>né in Europa né nel mondo anglosassone, con il risultato perverso di valorizzare ancora meno<strong> i percorsi individuali</strong> rispetto al “titolo” di provenienza. In nessun paese esiste un sistema per cui l’accesso ai concorsi pubblici viene valutato applicando un coefficiente maggiore ai diplomati di Harvard o Oxbridge, il cui valore reale sta tanto nel titolo quanto nella educazione (non solo accademica) fornita dall’università. Per di più, questa proposta si limita ai concorsi pubblici e sarebbe di minimo impatto sul modello sociale. <strong>(1)</strong></p><p>La priorità è l&#8217;accesso alle professioni</p><p>Il sistema anglosassone si fonda su <strong>flessibilità</strong> dei percorsi di studio e <strong>accesso </strong>alle professioni. La priorità in Italia dovrebbe essere dare meno spazio possibile agli ordini professionali per limitare i candidati che possono accedere all’esame di Stato. Per esempio, l’obbligo di possedere un titolo in una classe di laurea specifica per sostenere alcuni esami di Stato potrebbe essere sostituita dall’obbligo di aver acquisito un numero minimo di crediti in <strong>discipline essenziali</strong>. Una proposta simile era circolata a gennaio per l’ordine degli avvocati e dei commercialisti ed è stata bloccata dalla lobby di chi oggi esercita quelle professioni. Se le facoltà di giurisprudenza italiane strabordano di studenti non è perché stanno formando specialisti per i più diversi impieghi, ma per la semplice ragione che una laurea di classe LMG/01 apre le porte a una numero smisurato di professioni e concorsi.</p><p>In Italia l’accesso ai concorsi pubblici è limitano a specifiche lauree mentre nei paesi anglosassoni la <strong>diversità di background</strong>, percorsi individuali<strong> </strong>e studi porta un contributo essenziale al servizio pubblico. Per quale ragione non dovrebbe essere permesso ai laureati in filosofia o matematica di partecipare al concorso diplomatico o della presidenza del Consiglio? È infine vero che l’attuale sistema di punteggi favorisce gli studenti che provengono da facoltà o atenei dove i voti sono troppo concentrati tra i 110. Se si vuole seguire il modello anglosassone, piuttosto che ripesare i voti si stabilisca un <strong>punteggio minimo</strong> per l’accesso e si lasci che sia poi il concorso a scegliere i migliori. Il paradosso italiano è che tutti possono accedere a una laurea, ma l’accesso alle professioni è una corsa a ostacoli. Il modello anglosassone è l’opposto: più competitività all’ingresso, e massima apertura alle professioni all’uscita.</p><p><strong>(1)</strong> Si veda il precedente <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002845.html">articolo</a> di Giliberto Capano su <em>lavoce.info</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/23/meno-valore-alla-laurea-accesso-alle-professioni/206621/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il realismo secondo Monti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/21/realismo-secondo-monti/206129/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/21/realismo-secondo-monti/206129/#comments</comments> <pubDate>Sat, 21 Apr 2012 07:58:44 +0000</pubDate> <dc:creator>Lavoce</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[crescita economica]]></category> <category><![CDATA[debito pubblico]]></category> <category><![CDATA[def]]></category> <category><![CDATA[deficit]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=206129</guid> <description><![CDATA[Il Documento di economia e finanza aggiorna al ribasso il quadro macroeconomico e di finanza pubblica 2012 e rinvia al futuro eventuali revisioni più cospicue della crescita 2013. Corregge anche al ribasso le stime degli effetti dei decreti concorrenza e semplificazione sulla crescita. Nel complesso è un utile bagno di realismo. L’incertezza sulle stime anche...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Il Documento di economia e finanza aggiorna al ribasso il quadro macroeconomico e di finanza pubblica 2012 e rinvia al futuro eventuali revisioni più cospicue della crescita 2013. Corregge anche al ribasso le stime degli effetti dei decreti concorrenza e semplificazione sulla crescita. Nel complesso è un utile bagno di realismo. L’incertezza sulle stime anche a breve suggerisce di non adottare nessuna manovra correttiva. Anche perché non è dallo sforamento del deficit che vengono i problemi di finanza pubblica dell’Italia, ma dal debito pubblico. Ma sul debito il Def tace.</em></p><p>di Francesco Daveri* (<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.lavoce.info/" target="_blank">lavoce.info</a></span>)</p><p>Il Documento di Economia e Finanza (Def) aggiorna il quadro macroeconomico e di finanza pubblica, incorporando il peggioramento del ciclo economico rispetto al dicembre 2011, quando fu approvato il decreto Salva-Italia. Non solo: riporta anche stime più realistiche del potenziale effetto delle liberalizzazioni rispetto al decreto Cresci-Italia.</p><p><strong>Nel 2013 niente bilancio in pareggio</strong></p><p>In dicembre la crescita economica era stimata a -0,5 per il 2012 e a +1,3 per il 2013. Corrispondentemente, le stime per il deficit pubblico 2012 erano a 1,2 punti del Pil mentre quelle del 2013 riportavano il fatidico zero, il pareggio di bilancio. Ora le stime sono riviste al ribasso: a -1,2 per cento per il 2012 e a +0,5 per il 2013. A fronte della minor crescita attesa, il governo opportunamente è costretto a ridisegnare un quadro più negativo per il deficit: il deficit 2012 salirebbe a <strong>-1,7 per cento</strong> (rispetto al -1,2 per cento previsto a dicembre) e salterebbe il raggiungimento del pareggio di bilancio per il 2013: il deficit si attesterebbe a mezzo punto di Pil. Nel 2013 mancherebbero cioè 8 miliardi euro al fatidico pareggio di bilancio. Sulla base delle stime del Def, il pareggio di bilancio sarebbe rinviato al 2015. Ma già nel 2014 sarebbe solo 0,1.</p><p><strong>Stime plausibili e incerte</strong></p><p>Quelle del governo sul Pil sono cifre plausibili? Per la Banca d’Italia, che ha pubblicato sul suo Bollettino Economico numeri molto simili, sostanzialmente sì. Per il Fondo Monetario, un po’ meno: nel suo <em>World Economic Outlook</em> di aprile, il Fondo è stato più pessimista, prevedendo un -1,7 nel 2012 e un -0,3 nel 2013. L’accresciuta variabilità ereditata dalla crisi post-Lehman ha però accresciuto anche l’inaffidabilità delle stime macroeconomiche, anche su orizzonti temporali molto brevi. Lo testimonia il fatto che a fine gennaio il <strong>Fondo Monetario</strong> prevedeva per l’Italia un -2,2 per il 2012 e un -0,7 per il 2013. Poi si è capito che gli Stati Uniti e la Cina probabilmente faranno meglio del previsto e così anche la <strong>Germania</strong>. Ed ecco che il 2012 da nero (-2,2) è diventato grigio fumo (-1,7). Modelli diversi danno stime diverse, purtroppo. Le stime del governo italiano sono probabilmente più positive di quelle del Fondo anche perché il modello usato dal governo (un adattamento all’Italia del modello impiegato dalla Commissione Europea) incorpora più efficacemente gli effetti positivi derivanti dalle liberalizzazioni.<br /> Un punto da sottolineare è che il -1,7 previsto dal governo è un numero un po’ più grande di quello che verrebbe fuori dall’applicazione della regola aurea dell’Ocse, condivisa dalla maggior parte degli economisti, regola secondo la quale <strong>il deficit pubblico </strong>sale di mezzo punto per ogni punto perso di Pil. A causa dell’effetto combinato delle minori entrate fiscali e delle aumentate spese di sostegno all’economia. Secondo la regola dell’Ocse, la minor crescita attesa è di 0,7 punti percentuali (la differenza tra -0,5 e -1,2), il che, a parità di altre condizioni, suggerirebbe un deficit di poco superiore a 1,55 punti del Pil (1,2 + la metà di 0,7, cioè 0,35, è infatti uguale a 1,55). Invece il governo scrive 1,7. Un arrotondamento utile a cautelarsi di fronte al verificarsi di una crescita un po’ inferiore a quella scritta nel Def.</p><p><strong>Stime più sensate degli effetti delle liberalizzazioni</strong></p><p>Il DEF contiene un altro elemento di realismo, cioè la revisione nettamente al ribasso dell’effetto atteso del<strong>decreto cresci-Italia</strong>, cioè del combinato disposto del decreto concorrenza e di quello semplificazione. Inizialmente, come già commentato su <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002820.html">questo sito</a>, il governo aveva riportato pubblicamente stime inverosimilmente alte sugli effetti del solo decreto concorrenza: +1 per cento l’anno di crescita aggiuntiva per 10 anni. Ora il Def dà maggiori dettagli e rivede opportunamente molto al ribasso questi effetti. Si parla di un +0,3 annuo derivante dalle riforme nel loro complesso, che sommerebbe a un +2,4 complessivo sul livello del Pil nel 2020. Come si legge nel Piano Nazionale delle Riforme a pagina 37, il +2,4 deriverebbe da tre effetti: da una riduzione di circa due punti percentuali delle rendite (il mark-up) che, sulla base di studi esistenti utilizzati per le simulazioni del Tesoro, darebbe luogo a guadagni di Pil per circa 1,7 punti percentuali al 2020. Poi la maggiore libertà di entrata delle imprese derivante dalla riduzione degli ostacoli alla libera iniziativa darebbe guadagni di efficienza cumulati per altri 0,7 punti. Infine <strong>le semplificazioni amministrative </strong>e il migliore funzionamento della Pubblica Amministrazione derivanti dal decreto semplificazione darebbero un altro mezzo punto percentuale. In totale, è 2,4 punti di Pil in più. Si tratta di numeri molto più plausibili, coerenti con una valutazione più modesta e realistica del presumibile effetto solo graduale e lento dei vari decreti approvati dal Parlamento. Insomma, il Def certifica che non sarà dalle liberalizzazioni – o almeno non da quelle approvate finora &#8211; che l’economia italiana ritornerà a crescere del 2 per cento l’anno.</p><p><strong>Niente manovra correttiva</strong></p><p>Sulla base del nuovo quadro macroeconomico, ci vorrebbe una manovra correttiva? No, non per ora. Prima di tutto, come detto, le previsioni anche solo sui prossimi sei mesi hanno un ampio margine di variabilità. Dunque il rischio di correggere più di quanto necessario sarebbe concreto. Una previsione si cambia digitando un numero diverso in un file di Excel. Una manovra correttiva taglia i servizi o tassa i cittadini. Meglio andarci piano con le manovre correttive.<br /> C’è poi da ricordare che, a differenza della Spagna, non è il deficit il problema dei conti pubblici dell’Italia, ma il debito pubblico. E invece è sullo<strong> </strong><strong>stock di debito </strong>che si dovrebbe intervenire, con qualche dismissione ma senza altre tasse patrimoniali, anche per segnalare ai mercati che l’Italia non vuole mettere in sicurezza i suoi conti pubblici pianificando una &#8211; costosa e rischiosa &#8211; sequenza trentennale di avanzi primari. Su questo il Def è purtroppo silente.</p><p><em>*Francesco Daveri è professore ordinario di Politica Economica presso l’Università di Parma. Insegna anche nel programma MBA della Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi. Ha collaborato con la Banca Mondiale, il Ministero dell’Economia e la Commissione Europea. Scrive sul Sole 24 Ore ed è membro del Comitato di redazione de LaVoce.info. </em><br /> <em> La <a href="http://www.igier.uni-bocconi.it/whos.php?vedi=391&amp;tbn=albero&amp;id_doc=177">sua attività di ricerca</a> riguarda soprattutto la relazione tra innovazione, produttività e crescita. Oltre a numerosi articoli su riviste internazionali e italiane, ha scritto Centomila punture di spillo con Carlo De Benedetti e Federico Rampini (Mondadori, 2008), e Innovazione cercasi (Laterza, 2006).</em><br /> <em>Segui @fdaveri <a href="https://twitter.com/#!/fdaveri" target="_blank">su Twitter</a>, oppure <a href="http://www.facebook.com/fdaveri" target="_blank">su Facebook</a>.</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/21/realismo-secondo-monti/206129/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Riforma del lavoro.  Un caso americano</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/19/riforma-lavoro-caso-americano/205675/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/19/riforma-lavoro-caso-americano/205675/#comments</comments> <pubDate>Thu, 19 Apr 2012 16:13:22 +0000</pubDate> <dc:creator>Lavoce</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[arbitrato]]></category> <category><![CDATA[arbitrato vincolante]]></category> <category><![CDATA[articolo 18]]></category> <category><![CDATA[collegato lavoro]]></category> <category><![CDATA[contenzioso]]></category> <category><![CDATA[riforma del lavoro]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=205675</guid> <description><![CDATA[La riforma del lavoro in Italia dovrebbe rispondere anche al desiderio delle imprese di limitare la dimensione giudiziaria del contenzioso sul lavoro. Negli Stati Uniti molte aziende risolvono la questione stabilendo già al momento dell&#8217;assunzione che in caso di controversie il lavoratore  ricorrerà all&#8217;arbitrato e non al giudice. Una soluzione che comporta alcuni benefici, come...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La riforma del lavoro in Italia dovrebbe rispondere anche al desiderio delle imprese di limitare la dimensione giudiziaria del contenzioso sul lavoro. Negli Stati Uniti molte aziende risolvono la questione stabilendo già al momento dell&#8217;assunzione che in caso di controversie il lavoratore  ricorrerà all&#8217;arbitrato e non al giudice. Una soluzione che comporta alcuni benefici, come mostra uno studio sull&#8217;esperienza di una grande società. E, pur con le cautele del caso, suggerisce una riflessione più ampia sulla regolamentazione dell&#8217;arbitrato nel nostro diritto del lavoro.</p><p>di Nicola Persico* (<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.lavoce.info/" target="_blank">lavoce.info</a></span>)</p><p>La <strong>riforma del lavoro</strong> è un tema scottante, particolarmente in questi giorni. In Italia la riforma vuole rispondere, in parte, a un desiderio delle imprese di ridimensionare la dimensione giudiziaria del <strong>contenzioso</strong> sul lavoro. Lo stesso desiderio è sentito anche negli Stati Uniti. Molte aziende americane evitano il percorso giudiziale in materia di controversie di lavoro stipulando già al momento dell’assunzione il ricorso all’arbitrato. In questi casi, il contratto di assunzione richiede al lavoratore di abbandonare preventivamente il diritto di ricorrere al giudice e, in caso di controversie, di accettare il risultato arbitrale.</p><p><strong>Un caso americano</strong></p><p>Il ricorso all’<strong>arbitrato</strong> ha almeno due vantaggi. Primo, è veloce. Secondo, evita di gravare sulle già magre risorse della giustizia italiana. L’uso dell’arbitrato pone però interrogativi riguardo alla <strong>protezione</strong> garantita ai lavoratori: sarà altrettanto forte di quella offerta dal ricorso al giudice? Un interessante articolo scientifico risponde proprio a questa domanda. <strong>(1)</strong></p><p><strong></strong>L’articolo studia l’effetto dell’introduzione di un <strong>arbitrato vincolante</strong> in materia di lavoro all’interno di una grande società americana. L’azienda in questione (più di 100mila dipendenti ripartiti in oltre mille luoghi di lavoro) ha introdotto nel 2004 un sistema di ricorsi in varie fasi. Quando un dipendente ha una lagnanza, per prima cosa deve riportarla al diretto superiore. Se questi non riesce a risolverla, il dipendente si può rivolgere all’ufficio del personale. Se anche questo ricorso fallisce, il dipendente si può rivolgere all’arbitro (e mai, si noti, al giudice).</p><p>L’azienda ha collezionato dati (risposte a questionari) che permettono di misurare l’effetto dell’introduzione della procedura arbitrale sull’atmosfera nel posto di lavoro: ogni anno chiede infatti a un campione di dipendenti di rispondere a domande di vario tipo. Per esempio: “Il mio superiore tratta tutti i dipendenti allo stesso modo senza riguardo a differenze di razza, sesso, o età”. Domande come questa riflettono la percezione di <strong>rispetto delle norme</strong> (in questo caso norme anti discriminazione) sul posto di lavoro. Oppure “Se ho un problema, mi sento libero/a di chiedere aiuto al mio superiore”. Domande come questa ci informano della percezione di <strong>giustizia interattiva</strong>, o informale, sul posto di lavoro. Oppure ancora “Ritengo che questa compagnia sia dedita a risolvere velocemente e imparzialmente problemi o preoccupazioni dei lavoratori”. Domande come questa riflettono la percezione di <strong>giustizia procedurale formale</strong> sul lavoro.<br /> Lo studio analizza come le risposte a queste domande cambiano dopo l’introduzione dell’arbitrato vincolante. Si stima che la percezione di giustizia procedurale formale diminuisce. <strong>(2)</strong> Ciò suggerisce che i lavoratori percepiscano una minore dedizione dell’azienda, intesa come entità centrale, alla risoluzione soddisfacente delle dispute. Allo stesso tempo, però, cresce la percezione di rispetto delle norme e anche la percezione di giustizia interattiva/informale. <strong>(3)</strong> Ciò suggerisce che i lavoratori percepiscano un <strong>miglioramento</strong> del clima sul posto di lavoro, a livello di singolo luogo di impiego, e una maggiore <strong>fiducia</strong> nei confronti dei superiori, dopo l’introduzione dell’arbitrato obbligatorio.<br /> A questo punto, sono doverosi alcuni caveat. Primo, ai nuovi dipendenti &#8211; i soli che sono soggetti all’arbitrato obbligatorio &#8211; sono stati anche mostrati dei video che descrivono il processo di risoluzione delle lagnanze descritto sopra. È difficile scontare l’effetto che questi video possono avere sulla percezione dei lavoratori. Secondo, stiamo parlando di percezioni, non di realtà. Infine, vi sono certi piccoli dubbi sull’identificazione statistica dell’effetto. A me sembrano piccoli abbastanza da non inficiare il valore dell’analisi; ma questa è un’opinione informata, non un fatto, e rimando il lettore interessato all’articolo originale.</p><p><strong>Riflessioni italiane</strong></p><p>Generalizzare al caso italiano è naturalmente difficile, per molte ragioni. Tuttavia, ritengo sia utile portare all’attenzione dei lettori italiani un esempio in cui i lavoratori nuovi assunti sono indirizzati verso un sistema di risoluzione extra-giudiziale del contenzioso sul lavoro. Nel caso dell’azienda americana oggetto di studio (la cui identità è tenuta riservata), questo mutamento non sembra avere dato luogo a effetti disastrosi.<br /> In Italia il ricorso all&#8217;arbitrato è stato di recente nuovamente disciplinato dal <strong>Collegato lavoro</strong>, con la riforma degli articoli 412 e seguenti del codice procedura civile. La normativa attuale, da ciò che capisco, non consente la <strong>rinuncia preventiva</strong> al ricorso giurisdizionale. E dunque in Italia, anche volendo, non si potrebbe per legge replicare l’esperienza della azienda americana. <strong>(4)</strong><br /> La ragione per cui il legislatore non ha voluto consentire la rinuncia preventiva sembra sia la preoccupazione che il lavoratore possa essere in una posizione “debole” nei confronti del datore di lavoro al momento della firma del contratto. E quindi, il divieto di rinuncia preventiva è visto come una protezione per il lavoratore. A un economista teorico questa giustificazione può sembrare incompleta. Se il lavoratore è in posizione debole, la legge può ben riuscire a regolamentare la forma del contratto in alcune dimensioni, ma difficilmente in tutte. Così, per esempio, la legge può vietare la rinuncia preventiva al ricorso giurisdizionale, ma non può evitare che l’azienda reagisca abbassando il salario. Se così fosse, la regolamentazione del contratto avrebbe un doppio effetto: il lavoratore sarebbe più protetto, ma sarebbe pagato di meno. L’<strong>effetto netto</strong> sul benessere finale del lavoratore potrebbe essere minimo.<br /> Naturalmente, si tratta di una considerazione meramente teorica. Non so assegnare stime quantitative agli “effetti di sostituzione” nei contratti di lavoro, e quindi certo non posso concludere che l’effetto sul benessere del lavoratore sia necessariamente piccolo. Questa è, come dicono gli economisti, una questione empirica. D’altro canto, va considerato il fatto che il semplice effetto di scoraggiare il ricorso all’arbitrato ha anch’esso un probabile effetto, probabilmente inefficiente e sicuramente tendente a congestionare i tribunali. Questi effetti negativi della normativa vigente, assieme alla considerazione teorica che suggerisce che i suoi benefici possano essere piccoli, e in ultimo l’esperienza della azienda americana sopracitata, sono elementi che suggeriscono la necessità di approfondire la riflessione sulla regolamentazione dell’arbitrato nel diritto del lavoro.<br /> <strong>(1) </strong>Eigen, Zev J. e Litwin, Adam Seth, “A Bicephalous Model of Procedural Justice and Workplace Dispute Resolution” (January 1, 2012). Northwestern Law &amp; Econ Research Paper No. 11-21. Disponibile a:<a href="http://ssrn.com/abstract=1884421">http://ssrn.com/abstract=1884421</a><br /> <strong>(2) </strong>Di mezza deviazione standard. Si veda la tabella 4 nell’articolo sopra citato.<br /> <strong>(3) </strong>Di una e di mezza deviazione standard, rispettivamente.<br /> <strong>(4) </strong>Ringrazio, senza minimamente implicare nelle conclusioni di questo articolo, Margherita Leone del Tribunale del Lavoro di Roma e Amelia Torrice della Corte d’Appello di Roma, sezione Lavoro, per molte preziose conversazioni  riguardanti il contenzioso del lavoro e l’attuale assetto legislativo in materia.</p><p>*<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.lavoce.info/lavocepuntoinfo/autori/pagina926.html" target="_blank">Nicola Persico</a></span> ha ottenuto il PhD in Economics alla Northwestern University. Ha insegnato alla University of California Los Angeles (UCLA), alla University of Pennsylvania, ed è attualmente Professor of Economics, e Professor of Law and Society, alla New York University.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/19/riforma-lavoro-caso-americano/205675/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Fuoricorsismo, non è tutta colpa degli studenti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/17/alle-radici-fuoricorsismo/205077/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/17/alle-radici-fuoricorsismo/205077/#comments</comments> <pubDate>Tue, 17 Apr 2012 15:36:47 +0000</pubDate> <dc:creator>Lavoce</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[accesso]]></category> <category><![CDATA[fuoricorsismo]]></category> <category><![CDATA[laurea]]></category> <category><![CDATA[mercato del lavoro]]></category> <category><![CDATA[rimedi]]></category> <category><![CDATA[studenti]]></category> <category><![CDATA[università]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=205077</guid> <description><![CDATA[In Italia, gli studenti universitari fuoricorso sono una quota pari al 40 per cento degli iscritti. È un fenomeno dovuto a diversi fattori: dal sistema di regole di accesso e di prosecuzione dell&#8217;università alle modalità di finanziamento degli atenei, ai rendimenti della laurea sul mercato del lavoro. Le soluzioni, allora, dovrebbero puntare a rafforzare le...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>In Italia, gli studenti universitari fuoricorso sono una quota pari al 40 per cento degli iscritti. È un fenomeno dovuto a diversi fattori: dal sistema di regole di accesso e di prosecuzione dell&#8217;università alle modalità di finanziamento degli atenei, ai rendimenti della laurea sul mercato del lavoro. Le soluzioni, allora, dovrebbero puntare a rafforzare le attività di orientamento già negli ultimi anni delle scuole superiori, a ripensare l&#8217;impianto delle tasse universitarie e a migliorare nettamente i collegamenti fra sistema d&#8217;istruzione e mercato del lavoro.<br /> di <a href="http://www.lavoce.info/lavocepuntoinfo/autori/pagina1418.html">Carmen Aina</a> , <a href="http://www.lavoce.info/lavocepuntoinfo/autori/pagina1419.html">Eliana Baici</a> , <a href="http://www.lavoce.info/lavocepuntoinfo/autori/pagina1417.html">Giorgia Casalone</a> e <a href="http://www.lavoce.info/lavocepuntoinfo/autori/pagina1192.html">Francesco Pastore</a> 16.04.2012, <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1003013.html" target="_blank">lavoce.info</a></em></p><div><div><div><p>Una peculiarità consolidata del <strong>sistema universitario</strong> italiano è la tendenza a laurearsi ben oltre la durata legale del corso prescelto, fenomeno per cui è stato addirittura coniato il neologismo “<em>fuoricorsismo”</em>. Tuttavia, solo dopo le affermazioni del vice-ministro Michel Martone che ha definito “sfigati” coloro che si laureano dopo i 28 anni, il fenomeno è assurto agli onori della cronaca.<br /> Nel trattare un tema così delicato occorre però non farsi trascinare dalla tentazione di interpretare tale abitudine meramente come la conseguenza di cattivi comportamenti individuali degli studenti.</p><p><strong>Le dimensioni del fenomeno<br /> </strong>Secondo i dati forniti dal ministero dell’Istruzione, gli studenti fuoricorso rappresentano una quota pari al <strong>40 per cento</strong> degli iscritti e il loro numero è cresciuto costantemente nel periodo 1969-2009 (figura 1).</p><p><strong>Figura 1.</strong> Studenti iscritti, fuoricorso e laureati in Italia (1969-2009)<br /> <iframe width='600' height='400' frameborder='0' src='http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/voce1.jpg'></iframe><br /> Note: La linea verticale si riferisce all’anno di attuazione della riforma universitaria del “3+2”.<br /> (Fonte: nostra elaborazione su dati Istat e Miur 1969-2009)</p><p>Con l’introduzione della <strong>riforma del “3+2”</strong>, la quota di studenti che si laureano fuoricorso si è ridotta significativamente, passando dal 76,2 per cento del 2002 al 56,3 per cento del 2008 (figura 2), anche se tale dato è inficiato da coloro che sono passati dal vecchio al nuovo ordinamento, riuscendo così a laurearsi rapidamente.</p><p><strong>Figura 2.</strong> Percentuale dei laureati nella durata legale e fuoricorso (2002-2010)<br /> <iframe width='600' height='400' frameborder='0' src='http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/voce2a.jpg'></iframe></p></div><div><div><p>Fonte: nostra elaborazione su dati Miur (2002-2010)</p><p><strong>Le cause<br /> </strong>Il fuoricorsismo è dovuto a diversi fattori, quali: 1) il sistema di regole di accesso e di prosecuzione degli studi universitari; 2) le modalità di finanziamento del sistema universitario; 3) i rendimenti sul mercato del lavoro della laurea.</p><p>La mancanza di <strong>test di ammissione</strong> (salvo rare eccezioni) permette l’iscrizione ai corsi universitari indipendentemente dalla motivazione e dal livello generale di preparazione acquisito; l’unico requisito richiesto è infatti il possesso di un diploma di scuola superiore quinquennale. Questo scenario posticipa pertanto la selezione, con la conseguenza di rallentare il percorso di tutti. La laurea nei tempi previsti è poi scoraggiata da una serie di regole relative al superamento degli <strong>esami</strong>. Nella maggior parte dei percorsi non è necessario, ad esempio, superare tutti gli esami previsti durante un certo anno accademico per accedere a quello successivo; è possibile sostenere ciascun esame anche più volte, fino a quando non viene superato o non si raggiunge il voto desiderato; inoltre, non c’è un limite di tempo massimo per laurearsi essendo stabilita solo la durata legale. Da ultimo, ma non per ultimo, il sistema universitario italiano è caratterizzato nel suo complesso da scarsa efficienza.</p><p>In molte facoltà, specie nel primo anno di corso, gli studenti seguono lezioni in aule sovra-affollate, fattore che scoraggia la frequenza e che rende difficile se non impossibile l’interazione tra docenti e studenti. Risulta anche estremamente carente, a causa dell’inadeguato numero di docenti l’offerta di classi di esercitazione/approfondimento più piccole, nell’ambito delle quali il lavoro dello studente potrebbe venire costantemente monitorato.<br /> In questo contesto la politica di ridurre le <strong>tasse </strong>per gli studenti che sono iscritti oltre il periodo minimo previsto non incoraggia certo la laurea nei tempi stabiliti. <strong>(1)</strong> Inoltre, poiché i trasferimenti statali alle università, fino a pochi anni fa, erano correlati positivamente al numero complessivo degli studenti iscritti, incluso il numero dei fuoricorso, veniva meno qualsiasi incentivo da parte delle istituzioni di adottare qualsiasi misura volta a ridurre la quota di tali studenti.</p><p>Una possibile ulteriore spiegazione del fenomeno sembra infatti essere rappresentata dalle scarse <strong>opportunità lavorative</strong> per i neolaureati che, specie in alcune aree del paese, costituirebbero un forte disincentivo a completare regolarmente il percorso di studi. <strong>(2)</strong> I ridotti rendimenti dei titoli di studio universitari rappresenterebbero quindi non solo un <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000709-351.html" target="_blank">disincentivo a investire in istruzione </a>, ma anche un deterrente a laurearsi in tempo. Gli stessi bassi rendimenti possono essere visti come una conseguenza degli alti costi indiretti dell’istruzione, strettamente legati al tempo impiegato per laurearsi. <strong>(3)</strong> Se acquisire istruzione spendibile sul mercato del lavoro richiede tanto tempo, l’intera curva dei guadagni si sposta a destra e il laureato può sfruttare i maggiori guadagni per un periodo di tempo più limitato.</p><p><strong>I rimedi<br /> </strong>Dall’individuazione delle cause del fenomeno del <em>fuoricorsismo</em> italiano emergono possibili indicazioni di policy. Anzitutto occorre rafforzare le <strong>attività di orientamento</strong> già negli ultimi anni delle scuole superiori in modo da consentire ai giovani di individuare per tempo il percorso universitario più adatto alle loro caratteristiche. Tali misure dovrebbero poi essere accompagnate da efficaci meccanismi di regolamentazione degli accessi all’università. Inoltre, occorre ridurre l’eccessiva flessibilità nella programmazione degli esami da parte degli studenti. Sarebbe poi fondamentale intervenire sul fronte delle dotazioni di capitale fisico e umano, in modo da agevolare l’interazione continua tra docenti e studenti.</p><p>Occorrerebbe poi ripensare il <strong>sistema di tasse</strong> universitarie, introducendo maggiori incentivi (o quanto meno eliminando gli attuali disincentivi) a un percorso di studi regolare.<br /> I collegamenti fra sistema d’istruzione e <strong>mercato del lavoro</strong> sono ancora scarsi e andrebbero pertanto migliorati. Nonostante la progressiva diffusione dei tirocini e stage in azienda durante il percorso universitario, le attività di<em> job placement</em> delle università, laddove esistono, hanno ancora un’efficacia limitata. <strong>(4)</strong> Tutto ciò porta a richiedere molti anni per laurearsi e un periodo non breve per trovare un lavoro.</p><p><strong>di Carmen Aina, Eliana Baici, Giorgia Casalone	 e Francesco Pastore</strong></p><p><strong>(1)</strong> Garibaldi, P., F. Giavazzi, A. Ichino, and E. Rettore (2012), “College Cost and Time to Complete a Degree: Evidence from Tuition Discontinuities”, forthcoming in <em>The Review of Economics and Statistics</em>.<br /> <strong>(2)</strong> Aina, C., Baici, E. and G. Casalone (2011), “Time to degree: student’s abilities, university characteristics or something else? Evidence from Italy”, <em>Education Economics</em>, 19(3): 311-325.<br /> <strong>(3)</strong> Pastore F. (2011a), <em>Fuori dal tunnel: Le difficili transizioni dalla scuola al lavoro in Italia e nel mondo</em>, Torino, Giappichelli.<br /> <strong>(4)</strong> Secondo l’ultima indagine Almalaurea, il 57 per cento dei laureati dichiara di aver svolto un periodo di tirocinio Almalaurea (2011) XIII indagine, Profilo dei laureati 2010, Bologna, Almalaurea</p></div></div></div></div> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/17/alle-radici-fuoricorsismo/205077/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Imu, cos&#8217;è  e cosa dovrebbe essere</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/11/cose-cosa-dovrebbe-essere/203629/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/11/cose-cosa-dovrebbe-essere/203629/#comments</comments> <pubDate>Wed, 11 Apr 2012 07:46:10 +0000</pubDate> <dc:creator>Lavoce</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[acconto imu]]></category> <category><![CDATA[Caf]]></category> <category><![CDATA[cos'è l'imu]]></category> <category><![CDATA[governo Amato]]></category> <category><![CDATA[ici]]></category> <category><![CDATA[immobili comunali]]></category> <category><![CDATA[imposta patrimoniale]]></category> <category><![CDATA[imposte immobili]]></category> <category><![CDATA[Imu]]></category> <category><![CDATA[Imu alla Chiesa]]></category> <category><![CDATA[patrimoniale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=203629</guid> <description><![CDATA[Arriva l&#8217;Imu, ma c&#8217;è poca chiarezza sulla sua disciplina. Se vuole essere un&#8217;imposta patrimoniale, allora bisogna chiarirne la portata, con un&#8217;analisi dettagliata dei suoi effetti redistributivi. Se è un&#8217;imposta locale, è necessario indicare quali siano i benefici locali che garantisce. Oltretutto, è anche un&#8217;imposta nazionale. Il suo peccato originale è la mancanza di cifre certe....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Arriva l&#8217;Imu, ma c&#8217;è poca chiarezza sulla sua disciplina. Se vuole essere un&#8217;imposta patrimoniale, allora bisogna chiarirne la portata, con un&#8217;analisi dettagliata dei suoi effetti redistributivi. Se è un&#8217;imposta locale, è necessario indicare quali siano i benefici locali che garantisce. Oltretutto, è anche un&#8217;imposta nazionale. Il suo peccato originale è la mancanza di cifre certe. E quella che è stata inizialmente definita come stima di gettito di 21 miliardi di euro, è in realtà un obiettivo minimo. Chiariti invece altri punti di contenzioso.</em></p><p><strong>di <a href="http://www.lavoce.info" target="_blank">Paolo Baduzzi</a></strong></p><p>Che succede all’<strong>Imu</strong>? Il governo dei tecnici ha dovuto agire con molta fretta e inevitabili sono state le mancanze e le imprecisioni nei suoi primi provvedimenti. La gestione della disciplina dell’Imu è forse solo la punta di un iceberg che comprende, per esempio, anche la gestione di cosiddetti “esodati” e la riforma del mercato del lavoro.<br /> Su queste pagine l’Imu è già stata esaminata e discussa ormai abbondantemente. <strong>(1)</strong> Qui, dunque, riaffrontiamo in maniera critica solo alcuni aspetti della sua disciplina, così come aggiornata dai provvedimenti di questi giorni.</p><p><strong>Imu: cosa è, cosa non è e cosa dovrebbe essere.</strong></p><p>L’Imu è figlia dell’Ici, a sua volta figlia dell’Isi, imposta straordinaria introdotta nel 1992 dal <strong>governo Amato</strong> in una fase storico-economica simile per molti versi a quella attuale. Nel 1993 l’Isi divenne Imposta (ordinaria) comunale sugli immobili (Dlgs 504/1992), all’interno però di un coerente processo di responsabilizzazione e di accresciuta autonomia finanziaria degli enti locali. Soppressa sulle prima case nel 2008 (legge 126/2008), l’Ici sparisce definitivamente lo scorso anno, quando il Dlgs 23/2011 ne prevede la sua sostituzione con l’Imup a partire dal 2014. Infine, il decreto “salva Italia” dello scorso dicembre (convertito con legge 214/2011) anticipa e modifica l’introduzione dell’Imposta municipale, ora ribattezzata “unica”.<br /> La sua storia chiarisce innanzitutto uno dei motivi della poca chiarezza della sua disciplina. Infatti, l’Imu fa riferimento a <strong>tre fonti legislative </strong>diverse e non sempre conciliabili: serve dunque innanzitutto una disciplina unica del tributo, anche tenendo conto della volontà del governo (contenuta nella nuova delega fiscale) di rivedere la normativa sulle rendita catastali.<br /> L’Imu sembra essere a metà tra un’imposta patrimoniale tout court, con valenza redistributiva e dunque basata sulla capacità contributiva individuale, e un’imposta comunale, il cui fine dovrebbe essere invece quello di assicurare un gettito certo agli enti locali in cambio di beni e servizi locali ma senza velleità redistributive.<br /> Se l’Imu vuole essere un’<strong>imposta patrimoniale</strong>, allora bisognerebbe chiarirne la portata, fornendo un’analisi dettagliata dei suoi effetti redistributivi. L’impressione è che, introdotta in aggiunta ad altre imposte esistenti e senza la previsione (sparita nella delega fiscale) di una riforma della tassazione dei redditi, non faccia altro che colpire ulteriormente la <strong>fascia media </strong>della popolazione, già pesantemente colpita dalla tassazione Irpef (i dati di questi giorni mostrano come il 10 per cento dei contribuenti, con redditi compresi tra i 35mila e i 70mila euro, contribuiscono per il 25 per cento del gettito Irpef totale). Quanta varrà l’Imu per questi contribuenti? Quindi quanto è equa l’imposta?<br /> Se invece l’Imu vuole essere un’<strong>imposta locale</strong>, allora perché non chiarire e stabilire quali siano i benefici locali che sono garantiti dal suo pagamento? Per esempio, la <em>council tax</em> in Gran Bretagna è un’imposta comunale basata sull’abitazione, ma che comprende, tra l’altro, anche il servizio di pulizia delle strade e la raccolta rifiuti. Ciò, evidentemente, non è vero con l’Imu<strong>.</strong><br /> Infine, l’Imu sta a metà tra l’essere imposta comunale e <strong>imposta nazionale</strong>, tant’è vero che il Comune deve devolvere allo Stato il 50 per cento del gettito calcolato ad aliquota di base. È evidente che la previsione di questo trasferimento “fisso” – unita al taglio di trasferimenti e alla stretta del Patto di stabilità – limita moltissimo la libertà dei comuni di <strong>variare le aliquote</strong> verso il basso. Non solo. L’Ici prevedeva un’aliquota unica differenziabile tra ordinaria e speciale (per le prime case); la legge nazionale per l’Imu prevede di fatto due aliquote di base: una per l’abitazione principale e una per le altre tipologie ed entrambe le aliquote di base sono variabili. Anche questa scelta sembra suggerire che l’effetto comportamentale dei comuni sarà molto diverso da quello utilizzato con l’Ici (minimizzazione dell’Ici su abitazione principale e massimizzazione dell’Ici ordinaria). Infine, a differenza del decennio precedente, lo strumento dell’<strong>addizionale Irpef</strong> ora è più maturo, cioè molto più utilizzato, nonostante i ripetuti blocchi: questo significa che sarà in futuro una leva molto meno utilizzabile che in passato e, dunque, ci sarà meno possibilità di sostituire uno strumento con l’altro. In altre parole, se un comune non potrà più agire sull’addizionale Irpef, agirà gioco forza al rialzo sull’Imu.</p><p><strong>Imu: la lepre e la tartaruga</strong></p><p>Il governo, sollecitato da sindaci, associazioni edilizie, costruttori, e recentemente anche dai Caf, sta piano piano mettendo una toppa alle lacune della disciplina Imu. Pur rincorrendo i propri errori e le proprie mancanze, tuttavia, sembra non riuscire mai a raggiungerle e colmarle del tutto.<br /> Il peccato originale dell’operazione Imu è la mancanza di <strong>cifre certe</strong>. L’incapacità di fornire previsioni di gettito sembra confermare l’impressione che ciò che è stata inizialmente definita come “stima” di gettito di <strong>21 miliardi</strong>di euro circa è in realtà un “obiettivo minimo”. Fatto salvo quel gettito, le aliquote dovranno adattarsi. E, si badi bene, non solo le aliquote comunali. Con una modifica inaspettata il governo si è riservato la possibilità di rivedere aliquote di base e detrazioni già quest’anno, entro il 31 luglio (con ulteriore appendice a dicembre, probabilmente però limitata a casi particolari). In altri termini: l’<strong>acconto </strong>del 18 giugno verrà utilizzato come stima del gettito potenziale e sulla base di quei numeri aliquote e detrazioni verranno modificate.<br /> E a proposito dell’acconto, è stato finalmente chiarito che questo sarà calcolato applicando le <strong>aliquote di base</strong>, con in più la detrazione totale base stabilita dalla normativa nazionale. Con la scadenza di dicembre verrà calcolato dunque il corretto debito d’imposta netto. Una soluzione che, nella sua transitorietà, appare ovviamente saggia. Talmente saggia, però, che ci si chiede perché la previsione abbia dovuto attendere così a lungo per essere approvata. E la correzione tardiva porta a un’altra distorsione: come dovranno comportarsi i comuni – pochi, a dire il vero – che hanno già deliberato le aliquote? Perché anche chi le ha già stabilite dovrà far pagare l’acconto ad aliquota base? E cosa succederà alle deliberazioni comunali se, come previsto, interverrà una modifica delle aliquote e detrazioni nazionali? Peraltro, modalità e modulo per il pagamento dell’imposta non sono ancora stati approvati.<br /> Sembra chiarito anche il contenzioso con i comuni per quanto riguarda l’Imu dovuta dagli stessi allo Stato, vale a dire quella su <strong>immobili comunali</strong> non utilizzati per fini istituzionali e dunque soggetti all’imposta. Non si sarebbe trattato di una semplice partita di giro, in quanto il 50 per cento del gettito che il comune devolve al governo centrale avrebbe ricompreso anche l’ammontare di quell’imposta. Sembra che, limitatamente agli immobili non strumentali situati sul proprio territorio, l’Imu non sia dovuta. Con grande sollievo dei sindaci.</p><p><strong>(1)</strong> Si vedano, in particolare, per il rapporto Imu e Chiesa: <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002915-351.html">Cala la nebbia sull&#8217;Imu degli enti ecclesiastici</a>; per l’effetto dell’Imu sugli immobili non locati: <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002776-351.html">Imu, qualcuno manca all&#8217;appello</a>; sugli effetti redistributivi dell’Imu:<a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002732-351.html">Effetto Imu</a>; su pregi e difetti dell’Imu: <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002722-351.html">Pregi e difetti dell&#8217;Imu</a>; infine, per un confronto tra Imu e Ici: <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002707-351.html">Come sarà la nuova Ici?</a>)</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/11/cose-cosa-dovrebbe-essere/203629/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Una mancia per la generazione 1000 euro</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/09/mancia-alla-genarazione-1000-euro/203209/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/09/mancia-alla-genarazione-1000-euro/203209/#comments</comments> <pubDate>Mon, 09 Apr 2012 13:30:41 +0000</pubDate> <dc:creator>Lavoce</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[apprendistato]]></category> <category><![CDATA[Aspi]]></category> <category><![CDATA[contratti a termine]]></category> <category><![CDATA[flessibilità lavoro]]></category> <category><![CDATA[generazione 1000 euro]]></category> <category><![CDATA[partite iva]]></category> <category><![CDATA[riforma del lavoro]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=203209</guid> <description><![CDATA[Dalla mediazione tra governo e partiti è uscita una riforma del lavoro con più rigidità in uscita in cambio di meno restrizioni all&#8217;abuso di contratti temporanei rispetto alla proposta iniziale. Il compromesso ci consegna un mercato del lavoro che non risolve il dualismo e che aumenta il cuneo fiscale e la complessità della procedura di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Dalla mediazione tra  governo e partiti è uscita una riforma del lavoro con più rigidità in  uscita in cambio di meno restrizioni all&#8217;abuso di contratti temporanei  rispetto alla proposta iniziale. Il compromesso ci consegna un mercato  del lavoro che non risolve il dualismo e che aumenta il cuneo<strong> fiscale</strong> e  la complessità della procedura di licenziamento. Ci sarebbe voluto molto  più coraggio sulla limitazione delle forme di lavoro parasubordinato e  sul percorso verso la stabilità di chi cerca lavoro a tutte le età. A  ridurre il precariato ci penserà, inevitabilmente, la prossima riforma.</em></p><p><em>di <strong>Tito Boeri e Pietro Garibaldi </strong></em><a href="http://www.lavoce.info" target="_blank"><strong>Lavoce.info</strong></a></p><p>Nella tradizione della monarchia inglese, le  successioni al trono vengono scandite con un “The King is dead, long  life to the King”. Oggi dovremo rassegnarci a scrivere “La riforma è  stata fatta, lunga vita alla prossima riforma”.<br /> Dopo la pasticciata  approvazione in Consiglio dei ministri, la riforma ha cambiato tavolo.  Dalla cosiddetta concertazione, la riforma è infatti approdata al tavolo  dell’ABC, alla mediazione di Angelino Alfano, Pier Luigi Bersani e Pier  Ferdinando Casini. E quanto ne è uscito guarda ancora meno dalla parte  dei <strong>giovani</strong> di quanto vi era entrato. Proprio mentre i dati sui  redditi e la ricchezza delle famiglie dell’indagine della Banca d’Italia  confermano l’acuto stato di disagio sociale dei giovani e il crescente  ruolo di ammortizzatore sociale esercitato dalle loro famiglie.<br /> Lo <strong>scambio</strong> è stato più rigidità in uscita in cambio di meno restrizioni all’abuso  di contratti temporanei. È su quest’asse che si è trovata la mediazione.  Il compromesso ci consegna un mercato del lavoro che non risolve il suo  dualismo e che aumenta sia il cuneo fiscale che la complessità della  procedura dei licenziamenti. Lo sforzo è stato notevole. I risultati  modesti. Vediamo ora come la riforma sarà gestita in Parlamento. Nel  frattempo, accettiamo di vivere con un cantiere permanente, perché i  nostri problemi sono purtroppo ancora tutti lì.<br /> In questo primo commento, vediamo per sommi capi l’Abc della mediazione.</p><p>Più rigida in uscita</p><p>Il ruolo dei <strong>giudici</strong> verrà ulteriormente potenziato. Dovranno  ora decidere anche sull’insussistenza dei motivi economici addotti  dall’impresa per il licenziamento individuale e, in tal caso, imporre la  reintegrazione del lavoratore. Si noti che il <strong>reintegro</strong> potrà  essere disposto anche nel caso in cui il fatto rientra tra le  “tipizzazioni di giustificato motivo soggettivo e di giusta causa  previste dai contratti collettivi applicabili”. In altre parole, il  giudice potrà anche rifarsi a quanto disposto dalla contrattazione  collettiva circa le causali dei licenziamenti economici. Aumenta così l’<strong>incertezza</strong> sui costi dei licenziamenti e presumibilmente anche la loro durata a  dispetto delle corsie accelerate. E se si vuole inserire nella riforma  del lavoro anche quella della giustizia bene chiarire se la priorità a  contenziosi sul licenziamento può allungare le cause su temi più  rilevanti per i giovani, quali la verifica dei requisiti per partite  Iva, Asspa e altre forme di parasubordinato.</p><p>Meno restrizioni per i contratti temporanei</p><p>È stata tolta la causale per l’avvio di contratti a tempo  determinato. Il divieto alle associazioni in partecipazione è stato  ammorbidito: varrà solo oltre il terzo grado di parentela e tre  associati.  È stato anche concesso un anno di <strong>moratoria</strong> per le imprese nel recepire le nuove disposizioni sulle <strong>partite Iva</strong>.  Si noti che, secondo la legge, laddove celino rapporti di lavoro  subordinato, dovranno essere trasformate in collaborazioni coordinate e  continuative e non in contratti di lavoro dipendente. Sono modifiche  relativamente marginali rispetto al testo uscito dal tavolo della  concertazione, ma il segno è quello di allentare i vincoli nell’abuso di  contratti temporanei. Dato che i <strong>controlli</strong> in questo campo sono a  dir poco lacunosi, ben altro doveva essere il messaggio. Positivo il  fatto che dall’entrata in vigore della legge i contratti “a progetto” e  le collaborazioni “ripetitive” vengano considerate forme di lavoro  subordinato, ma sulle partite Iva si poteva e si doveva fare di più.  Positiva anche l’idea di aumentare i <strong>contributi</strong> per i lavoratori  temporanei, in quanto è molto più probabile che dovranno utilizzare gli  ammortizzatori sociali. L’aumento, tuttavia, fa crescere il cuneo  fiscale e, in assenza di canali alternativi di ingresso, rischia di  diminuire la domanda di lavoro, come dimostrano le critiche della  Confindustria.</p><p>Manca il percorso verso la stabilità</p><p>Continua a non esserci canale di ingresso con percorso verso la stabilità. Non può esserlo l’<strong>apprendistato</strong> dato che al termine del periodo formativo si può essere licenziati  senza alcun compenso. E poi l’apprendistato non può certo essere offerto  a donne che rientrano dopo periodi di maternità o a ultracinquantenni  espulsi dal processo produttivo.</p><p>L’Aspi e la mancia alla generazione 1000 euro</p><p>La riforma degli ammortizzatori e l’introduzione dell’<strong>Aspi</strong> (assicurazione sociale per l’impego), come abbiamo già scritto, non  cancella la cassa integrazione straordinaria e quella in deroga.  Cancella invece la vecchia mobilità. Il governo sostiene che con la <strong>riforma degli ammortizzatori</strong> aumenterà la platea dei beneficiari. Non è chiaro come questo avvenga.  La cosiddetta mini Aspi è in tutto e per tutto l’indennità a requisiti  ridotti vigente. L’unica differenza è che si applicherà anche a  collaboratori a progetto o “finte” partite Iva. Per questi lavoratori  era attualmente in vigore la mancia introdotta dal ministro Sacconi nel  2008, che valeva mediamente 800 euro all’anno e <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000795-351.html" target="_blank">che copriva 9.500 lavoratori in tutto</a> su di una platea di 125.000 potenziali beneficiari. Ora la mancia verrà  ridotta, ma estesa a una platea più vasta. Leggendo con cura l’articolo  35 e prendendo il caso più favorevole (per l’entità dell’erogazione) di  un collaboratore disoccupato per sei mesi l’anno precedente che avesse  percepito nei restanti sei mesi 1.000 euro al mese, l’indennità sarà di  300 euro in tutto. Le regole sono tali per cui comunque la somma erogata  non potrà eccedere i 1.000 euro (nei rarissimi casi in cui un  collaboratore guadagni 4.000 euro al mese per 6 mesi, dato che il  contributo è pari al 5 per cento di questa somma).</p><p>La prossima riforma</p><p>Per ridurre davvero il <strong>dualismo</strong> ci sarebbe voluto molto più  coraggio sulla limitazione delle forme di lavoro parasubordinato e sul  percorso verso la stabilità. La priorità assoluta rimane quella di  prosciugare il parasubordinato offrendo un sentiero verso la stabilità a  chi cerca lavoro a tutte le età. Peccato che questo obiettivo sia stato  sacrificato a una confusa riforma dell’articolo 18 per tutti i  lavoratori esistenti, che ha finito per trasmettere ansia a un paese in  recessione. Ad ogni modo <em>guardemm innanz</em>. A ridurre il precariato ci penserà, inevitabilmente, la prossima riforma.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/09/mancia-alla-genarazione-1000-euro/203209/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>I costi della crisi pagati dai più deboli</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/04/costi-della-crisi-pagati-deboli/202268/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/04/costi-della-crisi-pagati-deboli/202268/#comments</comments> <pubDate>Wed, 04 Apr 2012 11:46:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Lavoce</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[crescita]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[disuguaglianze]]></category> <category><![CDATA[donne]]></category> <category><![CDATA[famiglie]]></category> <category><![CDATA[monoreddito]]></category> <category><![CDATA[potere d'acquisto]]></category> <category><![CDATA[redditi]]></category> <category><![CDATA[single]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=202268</guid> <description><![CDATA[Se nel 2010 l&#8217;economia italiana ha dato un leggero segnale di ripresa, non altrettanto si può dire dei redditi delle famiglie, che hanno accumulato una pesante perdita del potere d&#8217;acquisto. Come era già accaduto nel biennio precedente, è soprattutto il reddito delle famiglie più povere a cadere. I dati mostrano che sono in larga parte...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Se nel 2010 l&#8217;economia italiana ha dato un leggero segnale di ripresa, non altrettanto si può dire dei redditi delle famiglie, che hanno accumulato una pesante perdita del potere d&#8217;acquisto. Come era già accaduto nel biennio precedente, è soprattutto il reddito delle famiglie più povere a cadere. I dati mostrano che sono in larga parte nuclei familiari il cui il capofamiglia è donna, ha una scarsa istruzione, non ha lavoro, è single, monoreddito e risiede nel Meridione. Alla riforma del mercato lavoro va dunque chiesto di tutelare anche le fasce più deboli della società.<br /> <strong>di <a href="http://www.lavoce.info/lavocepuntoinfo/autori/pagina1154.html">Monica Montella</a> , <a href="http://www.lavoce.info/lavocepuntoinfo/autori/pagina1155.html">Franco Mostacci</a> e <a href="http://www.lavoce.info/lavocepuntoinfo/autori/pagina1415.html">Paolo Roberti</a> 03.04.2012, <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002972.html" target="_blank">lavoce.info</a></strong></em></p><p>Dopo la grande recessione del 2008-2009, l’economia italiana ha dato un leggero segno di ripresa nel 2010. Non altrettanto può dirsi dei <strong>redditi delle famiglie</strong>, che hanno accumulato una pesante perdita del potere d’acquisto. L’analisi dei tassi aggregati, però, non offre la possibilità di comprendere cosa stia accadendo alle diverse fasce della popolazione.<br /> Come si evince osservando il profilo della <em>curva della crescita</em> (figura 2), il “dividendo” non è stato uguale per tutte le famiglie. Analogamente a quanto era già accaduto nel biennio precedente, il reddito delle famiglie <strong>più povere</strong>, ovvero di quelle che si collocano nel primo decile della distribuzione, è crollato di più: -4,5 per cento.<br /> L’identikit delle famiglie meno fortunate e povere, che i dati consentono di tracciare, mostra una presenza predominante di nuclei familiari il cui il capofamiglia è: donna; ha una scarsa istruzione; si trova in condizione non lavorativa; è single; monoreddito e risiede nel Meridione. La riforma del mercato del lavoro presto in discussione in Parlamento <strong>non può non tutelare le parti più deboli della società.</strong></p><p><strong>La perdita di reddito</strong><br /> La grande recessione ha avuto inizio nel 2008 (-1,2 per cento) e ha raggiunto il suo apice nel <strong>2009</strong> (-5,5 per cento), come risulta dai dati di contabilità nazionale diffusi recentemente (figura 1). A partire dal 2010, il Pil ha avuto una leggera ripresa con +1,8 per cento, ma lo stesso non si è verificato per il reddito.</p><p><iframe width='600' height='400' frameborder='0' src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/lavoce1.jpg?47e3a5"></iframe><br /> *Il reddito lordo disponibile del 2011 è stato stimato con l’andamento dei dati destagionalizzati dei primi tre trimestri.<em><br /> Fonte:</em> elaborazioni su dati Contabilità nazionale, Istat</p><p>Il reddito lordo disponibile nel periodo 2007-2011 ha perso il 4,7 per cento del suo potere d’acquisto, mettendo in grave difficoltà le famiglie italiane.<br /> Il <strong>reddito disponibile</strong> delle famiglie italiane nel 2010, secondo quanto stimato dall’indagine campionaria della Banca d’Italia, è aumentato dello 0,3 per cento in termini reali rispetto al 2008. <strong>(1)</strong> Praticamente invariate sono rimaste anche le <strong>disuguaglianze</strong> distributive dei redditi familiari, come si evince dai valori dell’indice di concentrazione di Gini, che migliora leggermente, passando da 35,3per cento nel 2008 a 35,1 per cento nel 2010.<strong>(2)</strong><br /> Poiché sia i tassi aggregati di crescita del reddito che gli indici di disuguaglianza o concentrazione nascondono informazioni importanti per la valutazione dell&#8217;andamento e della “qualità” della crescita, è evidente che entrambe debbano essere congiuntamente prese in considerazione. La lacuna può essere colmata con le <strong>curve della crescita</strong> del reddito disponibile reale, che permettono di osservare e valutare non solo l’intensità, ma anche i diversi profili distributivi. <strong>(3)</strong> In pratica, occorre “guardare dentro” ovvero “dietro” i tassi di crescita aggregati e osservare le <strong>curve cumulate</strong> del reddito familiare. <strong>(4)</strong><br /> Nella figura 2, l’andamento delle curve dei tassi di crescita del reddito per decili cumulati nel biennio 2008-2010 mostra chiaramente una performance distributiva “<em>against the poor</em>” che <strong>penalizza</strong> le famiglie più povere e, in particolare, quelle che si collocano nel primo decile. Infatti, a fronte di una crescita complessiva praticamente nulla, per loro si evidenzia un tasso di decrescita  elevato, pari al 4,5 per cento.</p><p><iframe width='600' height='400' frameborder='0' src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/voce2.jpg?47e3a5"></iframe><br /> Un analogo risultato penalizzante per le famiglie del primo decile si era osservato anche nel biennio precedente, quando il loro reddito reale aveva avuto una flessione ancora più marcata, 7,5 per cento, contro una diminuzione media del 4,1 per cento (figura 3).<br /> Così, mentre tra il 2000 e il 2004 la crescita può qualificarsi <em>pro poor</em> (variazioni superiori alla media per i decili inferiori) e nel 2006 sostanzialmente neutra, nel 2008 e 2010 l’andamento è risultato decisamente svantaggioso per le famiglie a più basso reddito.<br /> Tra il 2006 e il 2010 le famiglie povere hanno complessivamente perduto l’<strong>11,7 per cento</strong> del loro reddito reale, una vera e propria catastrofe per chi ha un reddito medio annuo inferiore agli 8mila euro. <strong>(5)</strong><br /> Evidentemente, gli <strong>ammortizzatori sociali</strong> non sembrano più capaci di garantire le protezioni attese e l’attuale proposta di riforma del mercato del lavoro deve tutelare le parti più deboli della società.</p><p><iframe width='600' height='400' frameborder='0' src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/voce3.png?47e3a5"></iframe><br /> <em>Fonte:</em> elaborazione su dati Banca d’Italia</p><p><strong>Profilo del capofamiglia<br /> </strong>L’analisi delle caratteristiche del capofamiglia mostra che nel 2010 il 57,5 per cento delle famiglie più povere (tavola 1) ha un capofamiglia <strong>donna</strong> (contro il 31,3 per cento del totale della popolazione); circa la metà ha un titolo di studio non superiore alla licenza elementare (contro poco più del 20 per cento del totale della popolazione); il 70 per cento non è in condizione lavorativa (pensionato o non occupato), oltre la metà è formata da un componente e il 90 per cento è monoreddito. Circa il 60 per cento vive al Sud o nelle Isole.</p><p><strong>Tavola 1 – Composizione percentuale per alcune caratteristiche del capofamiglia – Anno 2010 </strong></p><table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0"><tbody><tr><td width="360" valign="top">Caratteristiche del capofamiglia</td><td width="144" valign="top">I decile</td><td width="132" valign="top">Totale</td></tr><tr><td width="360" valign="top">Sesso: femminile</td><td width="144" valign="top">57,5</td><td width="132" valign="top">31,7</td></tr><tr><td width="360" valign="top">Titolo di studio: nessuno o licenza elementare</td><td width="144" valign="top">47,6</td><td width="132" valign="top">23,7</td></tr><tr><td width="360" valign="top">Condizione professionale: pensionato</td><td width="144" valign="top">48,0</td><td width="132" valign="top">37,5</td></tr><tr><td width="360" valign="top">Condizione professionale: non occupato</td><td width="144" valign="top">22,0</td><td width="132" valign="top">3,4</td></tr><tr><td width="360" valign="top">Numero componenti: 1</td><td width="144" valign="top">55,8</td><td width="132" valign="top">24,9</td></tr><tr><td width="360" valign="top">Numero percettori:  1</td><td width="144" valign="top">90,1</td><td width="132" valign="top">47,8</td></tr><tr><td width="360" valign="top">Area geografica: sud e isole</td><td width="144" valign="top">59,4</td><td width="132" valign="top">31,6</td></tr></tbody></table><p><em>Fonte:</em> elaborazione su dati Banca d’Italia</p><p>La composizione del reddito disponibile netto degli appartenenti al primo decile (tavola 2) mostra notevoli differenze con quella delle famiglie più ricche e con la totalità delle famiglie.</p><p><strong>Tavola 2 – Composizione percentuale del reddito disponibile netto per tipologia – Anno 2010</strong></p><table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0"><tbody><tr><td width="283" valign="top">Tipologia di reddito</td><td width="120" valign="top">I decile</td><td width="120" valign="top">X decile</td><td width="120" valign="top">Totale</td></tr><tr><td width="283" valign="top">Lavoro dipendente</td><td width="120" valign="top">24.3</td><td width="120" valign="bottom">33.3</td><td width="120" valign="bottom">39.5</td></tr><tr><td width="283" valign="top">Lavoro autonomo</td><td width="120" valign="top">3.2</td><td width="120" valign="bottom">23.6</td><td width="120" valign="bottom">12.8</td></tr><tr><td width="283" valign="top">Pensioni e trasferimenti netti</td><td width="120" valign="top">52.2</td><td width="120" valign="bottom">16.4</td><td width="120" valign="bottom">25.4</td></tr><tr><td width="283" valign="top">Fabbricati</td><td width="120" valign="top">20.9</td><td width="120" valign="bottom">26.1</td><td width="120" valign="bottom">22.7</td></tr><tr><td width="283" valign="top">Capitale finanziario</td><td width="120" valign="top">-0.5</td><td width="120" valign="bottom">0.5</td><td width="120" valign="bottom">-0.4</td></tr><tr><td width="283" valign="top"><strong>Totale reddito</strong></td><td width="120" valign="top">100</td><td width="120" valign="top">100</td><td width="120" valign="top">100</td></tr></tbody></table><p><em>Fonte:</em> elaborazione su dati Banca d’Italia</p><p>Il 39,5% del reddito medio netto delle famiglie italiane deriva dal lavoro dipendente, il 12,8% dal lavoro autonomo, il 25,4% da pensioni e trasferimenti e il 22,7% dai fabbricati, mentre è risultato negativo per lo 0,4% il reddito da capitale finanziario [7].<br /> Nel primo decile, invece, oltre il 50% del reddito è dovuto a pensioni e trasferimenti, mentre i redditi da lavoro dipendente ed autonomo hanno quote nettamente più basse.<br /> Nelle famiglie a maggior reddito le pensioni coprono solo il 16,4% e la quota dei redditi da lavoro autonomo è circa 8 volte superiore a quella delle famiglie più povere.<br /> In conclusione, le curve della crescita confermano significativi “spostamenti” nella distribuzione del reddito disponibile delle famiglie italiane. In particolare, negli anni 2008 e 2010 i “dividendi della crescita” non sembrano essere stati equamente distribuiti. Al contrario, i gruppi a più basso reddito appaiono aver sofferto di più. In attesa di capire cosa sta avvenendo oggi, possiamo affermare che il recente periodo di recessione, in assenza di politiche redistributive efficaci ed adeguate, ha indiscutibilmente gravato sulle fasce più deboli della popolazione, come dimostra l’identikit delle famiglie più esposte alla recessione, tracciato a partire dai recenti dati della Banca d’Italia [8].</p><p><strong><br /> Note</strong></p><p>[1] <em>I bilanci delle famiglie italiane nel 2010</em> – Banca d’Italia – Supplemento al Bollettino Statistico – Anno XXII – Numero 6 – 25 gennaio 2012. L’indagine è condotta ogni due anni su un campione di circa 8.000 famiglie in oltre 300 comuni.<br /> [2]  Il deflatore dei consumi delle famiglie nel periodo 2008-2010 si è attestato all’1,4% (Istat, Conti Nazionali).<br /> [3]  Le variazioni del reddito familiare disponibile reale del 2010 rispetto al 2008 per decile mostrano una variazione negativa per il primo decile (-4,5%) e positiva per i decili centrali con un massimo al VI decile (+2,5%). Il IX decile è rimasto praticamente  invariato e il X ha avuto una diminuzione dello 0,7%. Per tale motivo l&#8217;indice di concentrazione di Gini è leggermente diminuito.<br /> [4]  Il reddito familiare descrive la realtà così come osservata, senza apportare correzioni per la diversa numerosità dei nuclei. Nell&#8217;analisi dei redditi l&#8217;oggetto dell&#8217;osservazione è la famiglia, perché è difficile attribuire la titolarità di alcuni tipi di  reddito ai singoli componenti (ad esempio i redditi da fabbricato, reali o figurativi). Concentrare l’attenzione sulla  famiglia piuttosto che sull’individuo è legato al ruolo che la famiglia ha  all’interno della società e cioè alla sua funzione redistributrice.  Inoltre la scelta di un’analisi dei redditi familiari è da preferire a  quella dei redditi individuali in quanto consente di approfondire le  caratteristiche strutturali con riferimento al capofamiglia (inteso come  maggior percettore di reddito), cosa che non può essere sempre possibile con un’analisi di tipo individuale, quale quella condotta sul reddito equivalente. Sull’argomento si veda “Growth Rates vs Income Growth Curves: A Step towards the Measurement of Societal Progress”, P. Roberti e altri, <em>Rivista di Politica Economica, anno XCVIII, terza serie, settembre-ottobre 2008, pp. 233-262</em><br /> [5] Le curve della crescita elaborate sui microdati dell’indagine campionaria della Banca d’Italia rappresentano un approccio alternativo rispetto ad analisi basate sui modelli di microsimulazione che utilizzano dati di fonte amministrativa, presentati nella Conferenza “Incomes Across the Great Recession”, Fondazione Rodolfo De Benedetti, Palermo 10 settembre 2011 <a href="http://www.frdb.org/language/eng/topic/conferences/scheda/conference-incomes-across-great-recession">http://www.frdb.org/language/eng/topic/conferences/scheda/conference-incomes-across-great-recession</a><br /> [6]  Il reddito netto medio annuo è stato di 32.714 euro, e quello del decile più ricco di 85.378 euro, oltre 10 volte superiore a quello del decile più povero.<br /> [7]  Rispetto ai Conti Nazionali dell’Istat l’indagine della Banca d’Italia tende a sovrastimare gli affitti imputati mentre tende a sottostimare i redditi derivanti da partecipazioni in società e da capitale finanziario (v. nota 11 a pag. 14 della pubblicazione Banca d’Italia citata).<br /> [8]  Se si utilizzassero deflatori dei consumi delle famiglie differenziati rispetto al livello di reddito/consumo, le  valutazioni potrebbero essere diverse.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/04/costi-della-crisi-pagati-deboli/202268/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il cerchio magico degli advisor delle cosche</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/03/cerchio-magico-degli-advisor-delle-cosche/201985/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/03/cerchio-magico-degli-advisor-delle-cosche/201985/#comments</comments> <pubDate>Tue, 03 Apr 2012 09:15:27 +0000</pubDate> <dc:creator>Lavoce</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA['ndranheta]]></category> <category><![CDATA[advisor]]></category> <category><![CDATA[affiliati]]></category> <category><![CDATA[consulenti]]></category> <category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category> <category><![CDATA[economia legale]]></category> <category><![CDATA[illegalità]]></category> <category><![CDATA[mafia]]></category> <category><![CDATA[penetrazione]]></category> <category><![CDATA[professionisti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=201985</guid> <description><![CDATA[Nella diffusione della presenza criminale nelle attività economiche, svolgono un ruolo cruciale figure professionali non affiliate alle cosche e tuttavia strategiche nel consentirne la penetrazione nei gangli dell&#8217;economia legale. Se non si può ricorrere alla nozione di concorso esterno, sono comunque necessari altri istituti giuridici che permettano di colpire i consulenti delle organizzazioni criminali, pur...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Nella diffusione della presenza criminale nelle attività economiche, svolgono un ruolo cruciale figure professionali non affiliate alle cosche e tuttavia strategiche nel consentirne la penetrazione nei gangli dell&#8217;economia legale. Se non si può ricorrere alla nozione di concorso esterno, sono comunque necessari altri istituti giuridici che permettano di colpire i consulenti delle organizzazioni criminali, pur non affiliati. Anche perché superato questo passaggio diviene molto più difficile rintracciare l&#8217;origine delittuosa delle attività lecite.<br /> </em><strong><em>di <a href="http://www.lavoce.info/lavocepuntoinfo/autori/pagina14.html">Michele Polo</a>, 02.04.2012, <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002980.html" target="_blank">lavoce.info</a></em></strong></p><p>La recente sentenza della Corte di cassazione sul caso Dell’Utri ha aperto una discussione di natura giuridica sulla nozione di concorso esterno ampiamente commentata<a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002977.html" target="_blank"> nel pezzo di Marco Alessandro Bartolucci </a>. Fuori dalle categorie giuridiche, lo stesso istituto si presta tuttavia anche a una riflessione sul ruolo che, nello sviluppo e nella diffusione della <strong>presenza criminale</strong> nelle attività economiche, svolgono figure non affiliate alle cosche e tuttavia funzionali e strategiche nel consentirne la penetrazione nei gangli dell’economia legale.</p><p><strong>Dall&#8217;attività criminale a quella legale<br /> </strong><a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002671.html" target="_blank">Abbiamo già discusso</a> come lo sviluppo fisiologico delle attività di una organizzazione criminale parta dalla<strong> gestione di attività illecite</strong> (stupefacenti, estorsione, usura, gioco d&#8217;azzardo, prostituzione, smaltimento illegale dei rifiuti, eccetera) e richieda di reinvestire una parte di questi proventi, attraverso il riciclaggio, in attività produttive e investimenti mobiliari e immobiliari. I tassi di rendimento delle attività illegali, infatti, sono troppo elevati per consentire di reinvestire tutti i nuovi capitali in una continua espansione delle attività dentro il perimetro illegale, e spingono quindi ad affacciarsi verso nuove attività e nuove aree territoriali capaci di valorizzare il reinvestimento dei capitali illeciti. Questo processo, che ha conosciuto una accelerazione nei decenni scorsi con il ruolo (e gli enormi guadagni) che prima Cosa Nostra e poi la &#8216;Ndrangheta calabrese hanno assunto nel commercio internazionale degli stupefacenti, da molto tempo immette <strong>nei circuiti dell&#8217;economia legale</strong> ingenti capitali e una diffusa presenza criminale in molti settori economici e nelle regioni settentrionali del paese.</p><p>Quando una organizzazione criminale deve uscire dal perimetro delle proprie attività illegali tradizionali, porta con sé un insieme di asset che possono essere valorizzati<strong> anche in attività lecite</strong>: enormi capitali liquidi, l&#8217;abitudine a non rispettare le normative e regolamentazioni fiscali, contributive, di sicurezza, ambientali, una rete di relazioni e il controllo del territorio, l&#8217;uso della violenza. Questi fattori costituiscono potenzialmente un vantaggio di costi e una capacità di spiazzamento rispetto ai concorrenti legali. E spiegano anche perché in modo sistematico le prime incursioni nell&#8217;economia legale avvengano in settori dove questi fattori sono sufficienti a svolgere le attività economiche, dalle fasi meno tecnologicamente avanzate del ciclo edilizio (movimento terra, forniture) al commercio, ai pubblici esercizi, al trasporto. Settori spesso opachi dove quindi la stessa <strong>fase del riciclaggio</strong> meglio è gestibile.</p><p>Ma una presenza consolidata e sistematica in settori legali richiede<strong> competenze tecnologiche e professionali </strong>che, in origine, l&#8217;organizzazione criminale non possiede. E può essere ulteriormente valorizzata dallo sviluppo di una rete di rapporti con gli amministratori locali che regolano molte di queste attività. Si apre quindi un duplice fronte su cui la crescita della presenza criminale si sviluppa: i rapporti con i ceti professionali e quelli con i pubblici amministratori. L&#8217;organizzazione ha bisogno, per svolgere le sue attività economiche legali, di <strong>avvocati, commercialisti, consulenti, ingegneri, tecnici</strong>, che apportino quelle competenze che originariamente gli affiliati alla cosca non avrebbero. E non sempre queste figure professionali, pur operando in modo stabile e continuativo, assumono un ruolo assimilabile a quello dell&#8217;affiliato. L&#8217;inner circle dei membri della cosca si avvale quindi di una rete di collaboratori che, pur con un legame meno stretto e formale con l&#8217;organizzazione, ne costituiscono un vitale circuito di competenze e supporti.</p><p>Allo stesso modo, con le pubbliche amministrazioni, i legami di corruttela e complicità che permettono di manipolare gli appalti nei settori della fornitura diretta o nei lavori pubblici, e di ammorbidire decisioni cruciali nel campo immobiliare, ambientale e del commercio,<strong> non necessariamente avvengono con pubblici amministratori affiliati alle cosche.</strong> Nella maggior parte dei casi, in un tessuto amministrativo già profondamente contaminato dalla corruzione, le organizzazioni criminali hanno buon gioco nello sfruttare le proprie armi, dai capitali alle relazioni fino alla violenza.</p><p><strong>Figure cruciali<br /> </strong>Da questa breve e sommaria ricostruzione appare quindi evidente come l&#8217;espansione della presenza criminale in settori legali non avvenga solamente attraverso pratiche illecite <strong>già censurate dal codice penale</strong>, dalla violenza alla corruzione dei pubblici amministratori all&#8217;evasione fiscale e al riciclaggio. L&#8217;espansione nei settori legali coinvolge, in attività legali e svolgendo funzioni professionali di per sé lecite (si pensi alla redazione di un progetto edilizio o di un piano di investimento finanziario) figure che tuttavia si prestano, in ruolo strategico, a favorire la crescita delle organizzazioni criminali nell&#8217;economia legale. Senza queste competenze, questo cerchio magico di advisor delle cosche, le <strong>capacità di penetrazione</strong> delle organizzazioni criminali in campo legale sarebbero molto minori.</p><p>Non siamo in grado di dire se la nozione di concorso esterno, nata nella ricostruzione di Bartolucci per individuare quanti, in una fase eccezionale di ripiegamento di Cosa Nostra, si prestarono a <strong>dare un aiuto pur non essendo membri delle cosche</strong>, possa abbracciare anche queste figure e questi ruoli di raccordo cruciali nella normale attività delle organizzazioni criminali all&#8217;interno dell&#8217;economia legale. Ma riteniamo che questo sia uno dei <strong>fronti fondamentali</strong> dove cercare di bloccare la penetrazione del crimine organizzato nell&#8217;economia legale, un fronte superato il quale diviene molto più difficile rintracciare l&#8217;origine criminale delle attività lecite e interrompere la penetrazione del crimine nell&#8217;economia legale. E un fronte per il cui presidio è necessario predisporre anche i necessari istituti giuridici.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/03/cerchio-magico-degli-advisor-delle-cosche/201985/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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