<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Kerry Kennedy</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/kkennedy/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Chicago, un passo alla volta per i diritti umani</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/26/chicago-passo-alla-volta-diritti-umani/208878/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/26/chicago-passo-alla-volta-diritti-umani/208878/#comments</comments> <pubDate>Thu, 26 Apr 2012 13:23:37 +0000</pubDate> <dc:creator>Kerry Kennedy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[diritti umani]]></category> <category><![CDATA[Giovani]]></category> <category><![CDATA[microcredito]]></category> <category><![CDATA[Muhammad Yunus]]></category> <category><![CDATA[Premio Nobel]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=208878</guid> <description><![CDATA[Ho trascorso la mattinata di ieri nella biblioteca della Lincoln Park High School di Chicago dove si è svolto tra gli studenti un interessante dibattito sul significato per ciascuno di loro della parola “eroe”. Non era una qualunque giornata di scuola perchè li aspettava l’incontro con il Dr. Muhammad Yunus, padre del micro-credito e premio...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="CENTER">Ho trascorso la mattinata di ieri nella biblioteca della Lincoln Park High School di Chicago dove si è svolto tra gli studenti un interessante dibattito sul significato per ciascuno di loro della parola “eroe”. Non era una qualunque giornata di scuola perchè li aspettava l’incontro con il<strong> Dr. Muhammad Yunus</strong>, padre del micro-credito e premio Nobel per la pace nel 2006. E nemmeno gli studenti erano studenti qualunque perchè da mesi studiavano la vita e le opere di difensori dei diritti umani come il prof. Yunus grazie ad un programma dello “Speak Truth to Power” del Centro RFK. E grazie a questo programma imparavano a prendere coscienza del fatto che essi stessi erano<strong> difensori dei diritti umani</strong>.</p><p style="text-align: left;" align="CENTER">Al professor Yunus gli studenti hanno chiesto: “come è riuscito a realizzare il suo progetto? Come è riuscito a trasformare la Grameen Bank in un istituto con 25.000 dipendenti che presta denaro a milioni di persone? Come è riuscito a creare un modello bancario che ha rivoluzionato il movimento che si batte per porre fine alla povertà globale?”.</p><p style="text-align: left;" align="CENTER">E il professor Yunus li ha messi a parte di una verità essenziale riguardo all’attivismo: la sua opera non è cominciata con grandi iniziative o con alleanze prestabilite; il suo movimento non era guidato da un governo né era difeso dai militari. La <strong>Grameen Bank</strong>, oggi nota in tutto il mondo come la “banca dei poveri”, ha iniziato la sua attività nel villaggio di Jobra, in Bangladesh, con un prestito di 27 dollari, provenienti dalle tasche del professor Yunus, a 42 donne che vendevano ceste al mercato.</p><p style="text-align: left;" align="CENTER">L’incontro alla Lincoln Park High School ha racchiuso e sintetizzato il messaggio che tutti noi riuniti a Chicago intendevamo far arrivare alla gente: dobbiamo insegnare ai giovani che, se solo hanno il coraggio di fare il primo passo, <strong>dispongono già degli strumenti e delle capacità per cambiare il mondo</strong>.</p><p style="text-align: left;" align="CENTER">Quello stesso pomeriggio ho avuto l’onore di parlare ai delegati che hanno partecipato al Vertice all’università dell’Illinois, a Chicago. Ho parlato dell’essenza del<strong> coraggio morale</strong>, che è poi la capacità di non piegarsi dinanzi alle avversità e di operare con la consapevolezza che si è spinti a farlo dall’amore per gli altri. Nel mondo degli adulti è la forma più rara di coraggio, una forma di coraggio con cui i giovani, quando vedono i loro compagni oggetti di bullismo, debbono fare i conti tutti i giorni.</p><p style="text-align: left;" align="CENTER">Ciò che mi ha ripetutamente colpito durante la prima giornata di lavori è stato il fatto di non essere la sola a capire che questo Vertice, nella sua essenza, altro non è che un <strong>messaggio diretto ai giovani</strong>. A pranzo il presidente Jimmy Carter ha espresso il desiderio di parlare ai giovani e di ricordare loro che tutte le religioni del mondo sono unite nel chiedere la fine di ogni sofferenza. In occasione dell’inizio dei lavori, il sindaco Rahm Emanuel ha parlato con orgoglio della partecipazione delle scuole pubbliche di Chicago agli eventi organizzati questa settimana e al programma “Speak Truth to Power” che li ha spinti ad unirsi a noi.</p><p style="text-align: left;" align="CENTER">Prima che si aprissero le tavole rotonde, la Nobel del 1997 Jody Williams ha invitato gli studenti ad ascoltare le storie di persone come il professor Yunus e a riconoscersi nel suo esempio. E il presidente Mikhail Gorbaciov ci ha ricordato che il mondo attende con profonda angoscia soluzioni a questi problemi e che i leader di oggi un giorno dovranno cedere le redini del comando alla prossima generazione di rivoluzionari.</p><p style="text-align: left;" align="CENTER">Ma il pubblico che ci segue questa settimana è molto più numeroso dei fortunati studenti di scuola superiore presenti all’università dell’Illinois, a Chicago. Ai lavori parteciperanno per tre giorni anche tre college della zona. Inoltre migliaia di studenti ci seguiranno online grazie al portale “Scholastic”. E il programma “Speak Truth to Power” sta diffondendo le storie dei difensori dei diritti umani in numerose citta’: da New York a Chicago, da Firenze a Hong Kong a Phnom Phen. L’anno prossimo intendiamo far arrivare il programma nelle aule scolastiche della Svezia, del Sud Africa, del Canada e della Romania.</p><p style="text-align: left;" align="CENTER">E non smetteremo mai di farci portatori e promotori di un semplice messaggio ai nostri giovani: <strong>una sola persona può fare la differenza</strong> e noi tutti abbiamo il dovere di provarci.</p><p style="text-align: left;" align="CENTER">Stamattina nella biblioteca della Lincoln Park High School il Dr. Yunus aveva ragione: nessuno ha mai cambiato il mondo se prima non ha superato la paura di fare quel primo, piccolo passo che lo allontanava da un presente ingiusto e lo guidava verso un più luminoso futuro. E tutto comincia dai giovani.</p><p align="JUSTIFY"><em>(Traduzione a cura di Carlo Antonio Biscotto) </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/26/chicago-passo-alla-volta-diritti-umani/208878/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Messico, i capi villaggio e i reati immaginari</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/19/toglimi-stivale-collo/205590/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/19/toglimi-stivale-collo/205590/#comments</comments> <pubDate>Thu, 19 Apr 2012 13:51:18 +0000</pubDate> <dc:creator>Kerry Kennedy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[diritti umani]]></category> <category><![CDATA[Kennedy]]></category> <category><![CDATA[Messico]]></category> <category><![CDATA[RFK]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=205590</guid> <description><![CDATA[Malgrado la detenzione, è stata la Settimana Santa più spirituale della mia vita. Abbiamo trascorso gran parte del tempo nei villaggi degli indigeni. A Nuevo Zaragoza (Messico) vivono circa 200 persone. Non hanno acqua corrente né elettricità e la farmacia più vicina è a 5-6 ore di cammino, all’inizio lungo un sentiero fangoso e accidentato,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/kerry_k.jpg?47e3a5"><img class="alignnone size-medium wp-image-205591" title="kerry_k" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2012/04/kerry_k-300x202.jpg?47e3a5" alt="" width="300" height="202" /></a><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://rfkcenter.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1544%3Aget-your-boot-off-my-neck&amp;catid=181%2C258%3Arfk-center-in-the-news-news&amp;Itemid=340&amp;lang=en" target="_blank">Malgrado la detenzione</a></span>, è stata la Settimana Santa più spirituale della mia vita. Abbiamo trascorso gran parte del tempo nei villaggi degli indigeni.  A Nuevo Zaragoza (Messico) vivono circa  200 persone. Non hanno acqua corrente né elettricità e la farmacia più vicina è a 5-6 ore di cammino, all’inizio lungo un sentiero fangoso e accidentato, poi su una strada asfaltata che si snoda tra le montagne e che a tratti, essendo mal costruita, sembra sprofondare nel vuoto e lascia scorgere la vallata sottostante.  Ci sono tre classi, rispettivamente con 22, 30 e 40 bambini e una sola insegnante che arriva al villaggio quattro volte la settimana a meno che non debba prendere un giorno o due di permesso per sbrigare le pratiche amministrative. Non ci sono pavimenti né carta né penne. La scuola è dotata soltanto di qualche vecchio libro, due gessetti e un poster che ritrae una famiglia bianca dall’aria felice all’interno di una casa  borghese. In due delle tre aule scolastiche manca una parete. Sebbene i bambini siano malnutriti, il villaggio ha deciso di sacrificare una capra in nostro onore, cosa questa che ha comportato una sera di digiuno per molti abitanti del villaggio.  Si sono riuniti per darci il benvenuto e tutti  hanno voluto stringerci la mano. Poi ci siamo seduti e quelli che erano stati incaricati di parlare a nome del villaggio ci hanno parlato dei problemi che la comunità deve affrontare.  E’ difficile immaginare il coraggio di cui hanno dovuto dare prova per affrontare una esistenza di orrende privazioni e di terribili sopraffazioni da parte di una burocrazia indifferente e crudele.</p><p>Il capo del villaggio di quest’anno  (il capo viene scelto ogni anno) ci ha spiegato che la Protezione Civile, responsabile della prevenzione dei disastri naturali, aveva fatto sapere che dovevano abbandonare la loro terra a causa di <strong>problemi di erosione</strong> (probabilmente causati dallo sfruttamento minerario della regione ad opera di società minerarie straniere). Erano stati trasferiti nella piccola vallata dove li abbiamo conosciuti, ma avevano dovuto chiedere un prestito per poter versare 20.000 dollari al proprietario del terreno.  Per restituire il prestito molti abitanti del villaggio hanno dovuto mandare i figli negli Stati Uniti dove – dopo un viaggio faticoso e pericoloso &#8211; hanno accettato di lavorare nei campi al minimo salariale. La Protezione Civile non ha informato la comunità che anche un villaggio vicino reclamava la proprietà dello stesso pezzo di terra e ha chiesto altri 20.000 dollari.  La controversia non è ancora risolta e nel frattempo l’azienda elettrica, il sistema sanitario, l’azienda dell’acqua e altre aziende pubbliche si rifiutano di erogare i loro servizi.  Quando il capo del villaggio, che non parla spagnolo, si è recato in città per chiedere al governo di risolvere l’intricata questione, è stato accusato falsamente di aver tentato di rubare un’auto, un’accusa incredibile visto che si sposta trascinandosi sulle mani in quanto ha entrambe le gambe paralizzate.  Una vicenda degna di un romanzo di Kafka. Ciò che più mi ha colpito è stata la totale assenza di rabbia. Questa assenza di rabbia non va confusa con una sorta di <strong>passiva accettazione del loro destino</strong> – in realtà gli abitanti del villaggio erano decisi ad ottenere i cambiamenti che ritengono necessari per i loro figli, ma non  si lasciano distrarre dalla furia cieca. Gli abitanti del villaggio lavorano con Abel e i suoi collaboratori per veder riconosciuto il loro diritto sulla terra e per indurre le varie articolazioni della burocrazia statale a fornire i servizi promessi.</p><p>Il giorno di Sabato Santo abbiamo riportato <strong>Maximino </strong>nella su villaggio  natale di Juquila. Per il solo fatto di essersi battuto per migliorare la scuola e l’assistenza sanitaria, Maximino è stato arrestato e accusato di omicidio e ha trascorso in prigione il mese di gennaio e quello di febbraio. Ci ha raccontato che al momento dell’arresto la polizia gli ha detto: “qui c’è l’acqua e qui ci sono gli elettrodi; ti conviene confessare”. Abel e i suoi avvocati hanno aiutato Maximino a uscire di prigione, ma hanno ritenuto che per Max fosse troppo pericoloso tornare immediatamente al villaggio e il suo ritorno, la settimana scorsa, è stato motivo di grandi festeggiamenti.  Al nostro arrivo ci anno offerto una zuppa di pollo e cioccolata calda. Poi  una banda di ragazzi ci ha scortato suonando fino alla chiesa improvvisata dove, davanti a tutti gli abitanti di Juquila,  l’anziano del villaggio ha messo sui nostri capi chini una coroncina di tuberose e calendule morbide e profumate. Ci hanno mostrato l’aula vuota in quanto  l’insegnante, che non parla la loro lingua,  se ne era andata due mesi prima e non aveva più fatto ritorno.  La scuola ha un tetto, un pavimento in terra battuta e le pareti sono di rete metallica.  Nella scuola non c’è la cattedra, non ci sono banchi né sussidi didattici di alcun tipo.  In tutto il villaggio le case sono prive di servizi igienici. Su tutti i capi del villaggio pende un mandato di arresto per qualche reato immaginario.  E’ questo il modo in cui le autorità impediscono ai capi dei villaggi di affrontare le sette ore di cammino per raggiungere la città e chiedere il rispetto dei diritti umani fondamentali.</p><p><strong>Abel Barrera</strong>, insignito del RFK Human Rights Award, e i suoi avvocati di Tlachinollan sono continuamente oggetto di minacce perché difendono i diritti delle popolazioni indigene di La Montana. Abbiamo chiesto ad Abel dove vorrebbe trovarsi fra cinque anni e come possiamo aiutarlo a raggiungere i suoi obiettivi. Ci ha risposto:<strong> aiutateci a porre fine all’impunità di cui godono i militari </strong>indagando, denunciando e facendo pressioni sul governo messicano e sull’esercito; fate passi concreti per ridurre le sofferenze della gente nel breve periodo facendo in modo che nei villaggi arrivino libri, medicinali e altre cose indispensabili; fate in modo che le multinazionali siano dichiarate responsabili dei danni arrecati alla popolazione locale a seguito dello sfruttamento delle miniere e contribuite alla formazione della gente facendo sì che imparino a organizzare  la loro comunità e a difendere i loro diritti.  L’equipe di RFK ha già cominciato a dare risposte a queste richieste.</p><p>L’altro giorno Paul Schrade e Dolores Huerta hanno partecipato presso la Scuola Superiore RFK nel centro di Los Angeles, nei pressi dell’Hotel Ambassador, alla <strong>RFK Compass Conference</strong>. Dopo pranzo, 500 studenti, in maggioranza latino-americani, tutti provenienti da quel quartiere hanno riempito il teatro e hanno parlato del significato del coraggio. Quella sera Martin Sheen, Dennis Haysbert, Catherine Keener e Marcia Gay Harden hanno recitato brani di “Speak truth to Power” a casa di Max e Vicki.  In quella stessa giornata Bobby Shriver e Kathleen avevano affrontato il tema del rapporto tra investimenti e diritti umani. Mickey Kantor aveva raccontato come aveva iniziato a lavorare presso i Servizi Legali per Migranti a Immokalee.  Bill Lockyer, ministro del Tesoro dello stato della California, aveva ricordato la sua partecipazione alla campagna elettorale del 1968. E John Chiang,  California State Controller, ci aveva detto che il nome John gli era stato dato in onore di John Kennedy e di cosa quel nome  aveva significato per lui. Dopo cena Martin Sheen e Dolores hanno accettato di fare parte della nostra delegazione a Guerrero e Dolores si è offerta di tenere un corso di tre giorni  sul tema dell’organizzazione della comunità.</p><p>E’ straordinario vedere tutti questi mondi convergere verso un unico obiettivo seguendo la strada indicata da un uomo morto 45 anni fa, ma la cui visione di giustizia e la cui fede nella capacità di cambiare le cose sono ancora  fonte di ispirazione.</p><p>A presto! Kerry</p><p><em>Traduzione a cura di Carlo Antonio Biscotto</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/19/toglimi-stivale-collo/205590/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Uganda, fermiamo l&#8217;omofobia di Stato</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/15/uganda-fermiamo-lomofobia-stato/191459/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/15/uganda-fermiamo-lomofobia-stato/191459/#comments</comments> <pubDate>Wed, 15 Feb 2012 15:58:58 +0000</pubDate> <dc:creator>Kerry Kennedy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[aids]]></category> <category><![CDATA[kerry kennedy]]></category> <category><![CDATA[legge]]></category> <category><![CDATA[lgbt]]></category> <category><![CDATA[omosessuali]]></category> <category><![CDATA[p]]></category> <category><![CDATA[uganda]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=191459</guid> <description><![CDATA[Martedì scorso, poche ore prima che venisse dichiarata l’incostituzionalità della Proposizione 8 nello stato della California, sguaiati applausi sono scoppiati nel Parlamento ugandese all’annuncio che alcuni deputati avevano ripresentato un controverso disegno di legge che di fatto legalizzerebbe l’odio contro la comunità ugandese degli omosessuali, dei transgender e dei transessuali. 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In caso di approvazione, la “Legge contro l’omosessualità” – unitamente ad altri disegni di legge pendenti dinanzi al parlamento come, ad esempio,  alcune parti della<strong> Legge per il controllo e la prevenzione dell’Hiv/Aids </strong>- avrebbe anche l’effetto di indebolire le iniziative volte a contrastare la diffusione dell’Hiv in Uganda contribuendo a un allarmante incremento del numero dei sieropositivi.</p><p>Questa situazione costituisce una seria minaccia per i diritti e le libertà di tutti gli ugandesi ed è una palese <strong>violazione del diritto internazionale</strong>. Nega ai cittadini omosessuali, transgeder e transessuali il diritto all’assistenza sanitaria, all’istruzione e al lavoro. Crea un&#8217;atmosfera di odio, di intolleranza e di paura. Criminalizza le iniziative, sia collettive che individuali, della società civile volte alla tutela dei diritti legali degli ugandesi. E mette l’imprimatur della legge sulla discriminazione di genere o fondata sull’orientamento sessuale. Siamo in presenza di una palese soppressione dei diritti di tutti gli ugandesi e del tentativo di abolire la libertà di parola e di associazione in un Paese in cui la società civile è molto attiva e vivace.</p><p>I sostenitori del disegno di legge affermano di voler proteggere i bambini ugandesi – giocando sul diffuso pregiudizio che non fa alcuna distinzione tra omosessualità e <strong>pedofilia</strong>. In realtà è proprio questo disegno di legge che mette in  pericolo i bambini.  La legge imporrebbe alle famiglie ugandesi di tradire la fiducia e di denunciare fratelli e figli.  La legge obbligherebbe i medici a venire meno all’obbligo della riservatezza e a rifiutare le cure agli ugandesi. Di fatto, se questo disegno di legge fosse approvato, distruggerebbe le famiglie ugandesi, farebbe aumentare il numero dei sieropositivi e costituirebbe uno spaventoso precedente nel campo della repressione di quei gruppi che tutelano diritti invisi ai politici.</p><p>Inoltre, per gli ugandesi l’approvazione del disegno di legge non è la sola minaccia. La reintroduzione di questa normativa minaccerebbe la sicurezza della comunità di omosessuali, transgender e transessuali  e la sicurezza di chiunque fosse sospettato di appartenervi. Oggi in Uganda assistiamo alla violenza delle squadracce e a discorsi che incitano all’odio amplificati dal sensazionalismo dei media e dalla retorica omofobica dei capi religiosi. In tutto il Paese omosessuali, transgender e transessuali sono già oggetto di <strong>aggressioni e stupri</strong>, estorsioni da parte dei vicini e arresti arbitrari ad opera della polizia.</p><p>Se sosteniamo i diritti umani e civili degli omosessuali, dei transgender e dei transessuali negli Stati Uniti, dobbiamo anche opporci con forza all’approvazione di questo disegno di legge e mobilitarci per impedire che <strong>l’omofobia di Stato</strong> prenda piede in qualsivoglia Paese. Se sosteniamo i diritti umani, non possiamo ignorare la brutalità legalizzata contro un qualsivoglia gruppo della comunità globale.</p><p><em>Traduzione di Carlo Antonio Biscotto</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/15/uganda-fermiamo-lomofobia-stato/191459/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Maathai, la donna che sussurrava ai potenti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/28/maathai-la-donna-che-sussurrava-ai-potenti/160479/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/28/maathai-la-donna-che-sussurrava-ai-potenti/160479/#comments</comments> <pubDate>Wed, 28 Sep 2011 14:22:37 +0000</pubDate> <dc:creator>Kerry Kennedy</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[ambientalismo]]></category> <category><![CDATA[Daniel arap Moi]]></category> <category><![CDATA[donne]]></category> <category><![CDATA[Green Belt Movement]]></category> <category><![CDATA[kenya]]></category> <category><![CDATA[Wangari Maathai]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=160479</guid> <description><![CDATA[Wangari Maathai è stata la prima donna africana a vincere il Premio Nobel per la Pace. Molte persone ritengono Maathai una ambientalista, una donna che piantava alberi. In realtà, il suo attivismo ambientalista era parte di un approccio olistico per dare potere alle donne, sostenendo la democrazia e proteggendo la terra. Era la principale ambientalista...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Wangari_Maathai" target="_blank"> Wangari Maathai</a></span></strong> è stata la prima donna africana a vincere il Premio Nobel per la Pace. Molte persone ritengono Maathai una ambientalista, una donna che piantava alberi. In realtà, il suo attivismo ambientalista era parte di un approccio olistico per dare potere alle donne, sostenendo la democrazia e proteggendo la terra. Era la principale ambientalista e difensore dei <strong>diritti delle donne</strong> in Kenya. Affermava che le donne hanno una connessione unica con l’ambiente e che le violazioni dei diritti umani delle donne accentuano il degrado ambientale.</p><p>In tutta l’Africa, come in molta parte del mondo, le donne sono responsabili della coltura dei campi, decidendo cosa piantare, coltivando i raccolti e raccogliendo il cibo. Sono <strong>le prime ad accorgersi dei danni ambientali</strong> che deteriorano la produzione agricola. Se il pozzo si prosciuga, le donne sono le più interessate a cercare nuove fonti di acqua e sono loro che devono camminare più lontano per raccoglierla. Come madri, le donne sono le prime a sapere quando il cibo con cui nutrono i loro figli è inquinato da sostanze inquinanti o impurità, perché lo vedono nelle lacrime dei loro figli e lo sentono nelle grida dei loro bambini.</p><p>Per questo Maathai ha fondato il <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.greenbeltmovement.org/" target="_blank">Green Belt Movement</a></span></strong>. Durante l&#8217;Earth Day 1977, ha lanciato da sola una campagna per rimboschire il Kenya. Sperava così di bloccare l’erosione del suolo e di fornire una fonte di legname per le case e di legna per cucinare. Ha distribuito pianticelle alle donne rurali e ha ideato un sistema di incentivi per ogni pianta che sopravviveva. Ha incoraggiato i contadini, di cui il 70% donne, a piantate delle <em>green belts</em> (cinture verdi) di protezione per bloccare l’erosione del suolo, fornire ombra, ed essere una fonte di legname e combustibile. Il Green Belt Movement ha piantato più di 30 milioni di alberi in Africa, aiutando 900 mila donne. È si è poi esteso <strong>in tutto il mondo</strong>, dall’Africa, agli Stati Uniti, ad Haiti e oltre. Era un concetto semplice ed ebbe un successo enorme.</p><p>Wangari Maathai ha vinto l’Africa Prize per il suo aiuto a porre fine alla <strong>fame</strong>. Il governo del Kenya l’ha osannata come una dei cittadini modello del paese. La stampa e le organizzazioni locali l’hanno lodata.</p><p>Il suo impegno fu messo a dura prova quando il presidente <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Daniel_arap_Moi" target="_blank"><strong>Daniel arap Moi</strong></a></span> decise di erigere un grattacielo di 60 piani nel centro del parco più grande di Nairobi. L’edificio, adibito a uffici, doveva essere un monumento a Moi, e i progetti prevedevano che l’area di accesso fosse adornata da una statua del presidente, alta due piani, che avanza verso il futuro. Quando Maathai ha condannato il progetto, che avrebbero pavimentato l’unico spazio verde per decine di migliaia di poveri di Nairobi, alcuni pubblici ufficiali le hanno detto di smettere. Quando Maathai ha reso pubblica la sua campagna, le forze di sicurezza sono andate al suo ufficio e a casa, minacciando di arrestarla. Quando si è rifiutata di essere messa a tacere, è diventata il bersaglio di una campagna di intimidazioni orchestrata dal governo.</p><p>Alcuni membri del Parlamento hanno denunciato Maathai e chiamato la sua organizzazione <em>“un mucchio di divorziate”</em>. I giornali fedeli al governo hanno messo in discussione le sue passate attività sessuali, spargendo voci che fosse lesbica, e la polizia l’ha trattenuta in custodia e l’ha interrogata, senza mandato e senza accuse.  Maathai allora ha organizzato nel parco stesso una manifestazione di donne anziane. La polizia antisommossa ha vessato, umiliato, picchiato, gettato lacrimogeni e arrestato Maathai e le sue compagne. Quell’atto di sfida è costato a Maathai la sua posizione nei confronti di un governo che deteneva tutti i poteri, i suoi finanziamenti e il suo lavoro. Ma la <strong>protesta pacifica</strong> che ha guidato quel giorno è diventato un grido di guerra per le donne attiviste, gli ambientalisti e i leader per la democrazia.</p><p>Avevo incontrato Maathai alcuni mesi prima, durante una missione per i diritti umani in Kenya per l&#8217;Rfk Center for Human Rights, e siamo diventate subito amiche. Ha parlato appassionatamente del suo lavoro con le donne rurali, e delle difficoltà che incontravano con lo scarso reddito a disposizione, i mariti assenti, un governo ostile e poche risorse di cibo, acqua e legna. Maathai ha iniziato a lavorare con loro piantando alberi. Insieme a un piccolo gruppo di difensori dei diritti umani kenioti, l&#8217;Rfk Center ha chiesto il <strong>rilascio di Maathai </strong>e la messa in stato di accusa della polizia anti sommossa che ha brutalizzato i manifestanti pacifici. Più determinata che mai, Maathai ha continuato il suo lavoro, usando il piantare alberi come strumento organizzativo per dare potere alle donne e per la loro partecipazione politica.</p><p>Sono orgogliosa di dire che Maathai è tra gli <strong>eroi </strong>che ho profilato nel libro che ho scritto sui difensori dei diritti umani, <em>Speak Truth To Power</em>.<br /> Wangari Maathai era una donna imponente, creativa, coraggiosa e piena di amore. Ne sentiremo la mancanza.</p><p><em> Il Fatto Quotidiano, 28 settembre 2011</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/28/maathai-la-donna-che-sussurrava-ai-potenti/160479/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>5</slash:comments> </item> <item><title>Non c&#8217;è giustizia senza spirito di comunità</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/26/dietro-alla-giustizia-ce-lo-spirito-di-comunita/153652/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/26/dietro-alla-giustizia-ce-lo-spirito-di-comunita/153652/#comments</comments> <pubDate>Fri, 26 Aug 2011 10:28:35 +0000</pubDate> <dc:creator>Kerry Kennedy</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Abel Hernández Barrera]]></category> <category><![CDATA[diritti civili]]></category> <category><![CDATA[indigeni]]></category> <category><![CDATA[Messico]]></category> <category><![CDATA[razzismo]]></category> <category><![CDATA[Rfk Human Rights Award]]></category> <category><![CDATA[violenza]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=153652</guid> <description><![CDATA[Cari lettori, Sono da poco rientrata da un viaggio in Messico, dove mi ero recata come parte di una delegazione del Robert F. Kennedy Center for Justice and Human Rights, l’organizzazione intitolata a mio padre che si occupa di promuovere i diritti umani nel mondo. L’Rfk Center diventa partner di attivisti per i diritti umani di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Cari lettori,</em></p><p><em>Sono da poco rientrata da un viaggio in </em><strong>Messico</strong><em>, dove mi ero recata come parte di una delegazione del Robert F. Kennedy Center for Justice and Human Rights, l’organizzazione intitolata a mio padre che si occupa di promuovere i diritti umani nel mondo. L’Rfk Center diventa partner di attivisti per i diritti umani di tutto il mondo, considerati i Martin Luther King e i Gandhi dei loro paesi, che lottano coraggiosamente a favore del movimento per i diritti umani. Li premiamo con il Robert F. Kennedy Human Rights Award e ci impegniamo con loro in partnership di lungo periodo per sostenere il loro lavoro.</em></p><p>Il vincitore 2010 del Rfk Human Rights Award è <a style="text-decoration: underline; font-weight: bold; font-style: italic;" href="http://www.rfkennedyeurope.org/it/abel-hernandez-barrera.html" target="_blank">Abel Barrera Hernández</a>, <em>con il quale abbiamo visitato lo stato messicano di Guerrero. Questa è una lettera che ho scritto alle mie tre figlie sulla delegazione, un’esperienza per me straordinaria. Vorrei condividerla con voi.</em></p><p>Care Cara, Mariah e Michaela,</p><p>Ho passato la scorsa settimana in Messico con il vincitore del Rfk Human Rights Award 2010 Abel Hernández Barrera e la sua squadra del <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.tlachinollan.org/" target="_blank">Centro de derechos humanos de la montaña Tlachinollan</a></span>, visitando le comunità indigene nella regione montagnosa di <strong>Guerrero</strong>, l’area più povera dello stato più povero del paese. Essere indigeni a Guerrero è come essere afro-americani in Mississippi 50 anni fa. Le persone a malapena sopravvivono nella più completa povertà e la fame è dilagante. Il <strong>razzismo </strong>ha una lunga, brutta storia e una forte presa sul presente. Coloro che osano dire la verità al potere sono minacciati, imprigionati, torturati, fatti sparire, violentati e uccisi in assoluta impunità.</p><p>Abel e il suo team del Tlachinollan sono i <strong>leader dei diritti civili </strong>dei nostri tempi. Armano le comunità con il loro attivismo, individuano gli abusi, confrontano i perpetratori e avanzano sotto la costante minaccia di morte. Sono avvocati di gratuito patrocinio, avvocati difensori, organizzatori di comunità, attivisti ambientalisti. Lo staff del Tlachinollan si confronta sia con i gruppi indigeni che di contadini, e si adopera per migliorare l’accesso alla rappresentanza legale, alla sanità, alle case, all’istruzione, alle fognature, all’elettricità e altro. La crescente violenza, collegata ai recenti sforzi del governo messicano per combattere il narco-traffico, ha portato Abel a condannare l’eccessiva militarizzazione e a denunciare le violazioni. In cambio, lui e i suoi collaboratori sopportano <strong>minacce e violenze</strong> crescenti.</p><p>Ho parlato con Inés, una donna <strong>violentata dai militari </strong>mentre altri due soldati stavano di guardia. Malgrado tutto, ha portato avanti coraggiosamente la sua rivendicazione contro gli aguzzini. L’anno scorso, la Corte Interamericana dei diritti umani ha emesso un giudizio secondo cui il suo caso deve essere trasferito dalla giurisdizione militare a quella civile. Proprio il mese scorso, la Corte Suprema del Messico ha confermato tale decisione. Per tutta risposta, l’esercito messicano ha rilasciato un comunicato congiunto con l’ufficio del presidente e del ministro della Giustizia, che mina il parere della Corte Suprema definendolo un mero <em>“criterio orientativo”</em>. Il ministro della Giustizia non si è mosso, e il caso rimane nella giurisdizione militare, dove langue da nove lunghi anni.</p><p>Ho incontrato due donne i cui mariti, Raul e Manuel, presidente e vicepresidente della Organizzazione per il futuro del popolo mixteco (Ofpm), sono stati <strong>assassinati </strong>dopo aver denunciato abusi dell’esercito e crimini contro natura. Queste vedove si chiedono come riusciranno a nutrire i propri bambini. Dei vicini hanno dato a una delle due donne cinque sacchi di grano, non abbastanza per sopravvivere: avrebbe bisogno di $ 2.200, una somma impossibile da ricavare nella sua comunità, per costruirsi una casa in un luogo dove può trovare lavoro.</p><p>Ho incontrato un altro organizzatore di comunità e difensore dei diritti umani che mi ha raccontato che gli hanno <strong>sparato otto volte</strong> come rappresaglia per aver tentato di incriminare per spaccio di droga e furto un membro della locale élite di potere. Una coppia sposata che ho incontrato, entrambi leader della Organizzazione per il popolo indigeno Me’Phaa (Opim), è nascosta per proteggersi dalle continue <strong>minacce di morte</strong> ricevute per la richiesta di messa in stato di accusa di militari per abusi.</p><p>Coloro che osano reclamare per i diritti fondamentali corrono i rischi maggiori. Il loro coraggio ricorda quello di John Lewis, Rosa Parks e Martin Luther King Jr, difensori e organizzatori negli Stati Uniti che hanno messo le loro <strong>vite a rischio per gli altri</strong>. Come questi difensori, anche i leader dei movimenti indigeni sono stati presi di mira e attaccati.</p><p>Di fronte a questi attacchi, l’agio con cui<strong> le autorità convivono con l’ingiustizia </strong>è sbalorditivo. Nella città di Ayutla, ho incontrato un difensore che ha passato due anni in prigione per un crimine che non aveva commesso, rilasciato dopo che l’accusatore ha ammesso di essersi inventato l’accusa contro 15 membri dell’Opim. Ho chiesto perché il ministro della Giustizia non lasci cadere le accuse anche contro tre uomini ancora sotto mandato di arresto per la stessa falsa accusa. Il ministro ha mostrato una sorprendente mancanza di interesse per la giustizia. <em>“Oh, non si preoccupi”</em>, mi ha assicurato.<em> “Non passeranno in prigione più di 72 ore”</em>.</p><p>Mi ha rincuorato la promessa del neo eletto governatore di Guerrero, <strong>Angel Aguirre</strong>, di acconsentire a ogni nostra richiesta, ma il nostro ottimismo è durato poco. Ho ricordato al governatore che l’ufficio satellite del Tlachinollan nella città di Ayutla, chiuso per due anni dopo l’assassinio di due difensori dei diritti umani locali, ha riaperto in giugno solo dopo che il governatore ha garantito la sua sicurezza. Nonostante questo, gli agenti di polizia assegnati all’ufficio sono rimasti presenti solo per quattro giorni  e non si sono fatti vivi da allora. <em>“Saranno lì questo pomeriggio!”</em> ha dichiarato. Quando siamo partiti, cinque giorni dopo, non c’erano poliziotti in giro. (Una buona notizia: dopo che questo scambio è apparso sulla stampa nazionale sabato mattina, due agenti di polizia sono comparsi all’ufficio, e stazionano lì da allora).</p><p>Inés è andata a un incontro faccia a faccia con il governatore. <em>“Ah sì”</em>, mi ha detto, <em>“lo presiederò io stesso, chiederò alle autorità federali di venire, e anche il Tlachinollan sarà presente”</em> per assicurare che tutti siano in accordo sui prossimi passi da compiere nel suo caso. Quando Abel ha chiamato per organizzare l’incontro, il delegato ha spiegato che <strong>il governatore è troppo occupato</strong>, ma che lui avrebbe potuto incontrarli.</p><p>Tutta questa violenza, la doppiezza, e l’impunità avvengono in un contesto di orribile <strong>povertà e marginalizzazione </strong>delle popolazioni indigene nel Messico rurale. In molta parte della regione della Montaña, come in molte comunità indigene in tutto Guerrero, l’accesso ai servizi di base è pressoché inesistente.</p><p>Un uomo che ho conosciuto ha lasciato casa sua all&#8217;una di notte per scendere dalla montagna con sua moglie e il figlio di due anni, per raggiungere la più vicina farmacia alle 8 di mattina in cerca di una medicina per la dissenteria. La farmacia era chiusa. A una comunità è stato detto che gli studenti avrebbero dovuto portarsi sedie e banchi a scuola, comprare una cattedra per l’insegnante e pagargli lo stipendio, anche se tutto questo dovrebbe essere fornito dal governo. Quando la comunità è riuscita a superare tutti questi ostacoli, invece di inviare un educatore, il governo ha inviato uno studente part-time, incaricato anche della manutenzione.</p><p>Per questi bambini indigeni, non esistono libri che insegnino le lingue, tradizioni e storie indigene, o che studino personaggi indigeni storici. A scuola si insegna in spagnolo, e gli studenti sono spesso messi in imbarazzo per i quartieri, la lingua e le radici indigene. Nel mezzo della dilagante povertà, dice Abel, questo trattamento equivale a <strong>“genocidio culturale”</strong>.</p><p>Nella nostra area dello Stato di New York una strada sterrata è considerata pittoresca, e i valori delle case sono assai più alti che quelli delle case lungo le strade asfaltate. Ma non c’è nulla di pittoresco nel viaggio in auto che abbiamo fatto da Metlatónoc a Xalpatlahuac. La strada a una corsia è lunga due chilometri, e abbiamo impiegato più di un’ora a schivare buche grandi come vasche da bagno, macigni elefanteschi e fango altissimo. Le comunità prive di strade pavimentate hanno <strong>scarso accesso agli approvvigionamenti </strong>di cibo, abbigliamento, medicine, lavoro, o materiali per costruzioni, e possono rimanere isolate per mesi durante la stagione delle piogge.</p><p>A Xalpatlahuac, padre Mario ha riunito un gruppo di oltre 70 catechisti, che hanno aspettato per tre ore il nostro arrivo, mentre ritardavamo a causa delle strade sterrate e  delle colate di fango. Non hanno perso tempo e avevano già stilato una lista di temi da discutere con la nostra delegazione. Padre Mario ha descritto ogni tematica, e poi due o tre membri della delegazione si alzavano e raccontavano le loro esperienze e le sfide nella vita di tutti i giorni. Varie persone hanno raccontato che una famiglia a Città del Messico può pagare anche meno di 100 pesos al mese per l’elettricità, mentre la stessa famiglia nelle montagne, con tre lampade, può pagare svariate <strong>migliaia di pesos in più</strong>. Una donna ha raccontato di come ha iniziato a cucire vestiti per creare reddito, ma che l’elettricità per la macchina da cucire costava  più di quanto riuscisse a guadagnare dalla vendita dei vestiti che produceva.</p><p>Molti altri hanno parlato dell’assegnazione da parte del governo federale di concessioni minerarie su terre indigene considerate sacre. Queste concessioni sono assegnate senza consultare, chiedere permessi o redigere una pianificazione per la spartizione delle entrate con le comunità indigene. La <strong>dissacrazione ambientale</strong> è una grande preoccupazione.</p><p>Altri ancora hanno parlato della perdita di interi quartieri a causa delle migrazioni, sia in Messico verso i campi agricoli del nord, che a “Tlapa York”, meglio nota come Manhattan e Queens, dove tante famiglie indigene di Guerrero sono state obbligate ad andare per cercare lavoro. Le vedove delle migrazioni sono abbandonate e devono provvedere a se stesse e ai figli. <strong>Le comunità sono dilaniate.</strong> Nei campi, le condizioni sono ancora più orribili che nei villaggi abbandonati, dove uomini e donne indigene diventano servitori a contratto per i loro datori di lavoro, e le famiglie devono affrontare il furto dello stipendio, il lavoro minorile e violenze sessuali.</p><p>In mezzo a tutto questo, Abel e i suoi collaboratori lottano ogni giorno. Incredibilmente, non ricordo di aver mai incontrato un gruppo di amici più allegro. Lavorano duro, ridono facilmente e possono contare assolutamente uno sull’altro. È uno spettacolo mozzafiato e un vero tributo allo spirito umano. Quando ho chiesto ad Abel cosa lo sostiene, mi ha parlato dello <strong>spirito di comunità</strong> che lui e i suoi colleghi hanno appreso dalle popolazioni indigene delle montagne, che condividono tutto quello che hanno e vivono a beneficio della collettività, dei loro fiumi, delle loro foreste e delle loro montagne. Le parole appese sul muro dell’ufficio del Tlachinollan  suonano vere: <em>“La montagna fiorirà quando la giustizia abiterà tra i popoli Me’Phaa, Na Savi, Nauas, Nn’anncue, e Mestizo”</em>.</p><p>Cara, Mariah e Michaela, ricordate sempre che le nostre vite sono più belle quando questo tipo di <strong>amicizia </strong>ci unisce tutti. Questo è lo spirito dietro alla vera <strong>giustizia</strong> – che ci curiamo degli altri affinché siano trattati con dignità, come vogliamo essere trattati noi. Abbiamo trovato nuovi amici in Abel e al Tlachinollan e non vedo l’ora di condividere questa amicizia con voi.</p><p>Con tutto il mio amore,</p><p>Mamma</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/26/dietro-alla-giustizia-ce-lo-spirito-di-comunita/153652/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>19</slash:comments> </item> <item><title>Il Golfo del Messico sta morendo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/20/il-golfo-del-messico-sta-morendo/152465/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/20/il-golfo-del-messico-sta-morendo/152465/#comments</comments> <pubDate>Sat, 20 Aug 2011 10:00:08 +0000</pubDate> <dc:creator>Kerry Kennedy</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[assistenza sanitaria]]></category> <category><![CDATA[Barack Obama]]></category> <category><![CDATA[Bp]]></category> <category><![CDATA[Edward M. Kennedy]]></category> <category><![CDATA[Golfo del Messico]]></category> <category><![CDATA[Petrolio]]></category> <category><![CDATA[Stephen Bradberry]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=152465</guid> <description><![CDATA[È passato più di un anno dallo sversamento nel Golfo del Messico di 170 milioni di galloni di greggio e 2 milioni di galloni di dispersanti tossici da parte di un’azienda privata operante in acque pubbliche. E mancano ancora statistiche accurate e affidabili sull’impatto del disastro sulla salute dei residenti. Insieme a Stephen Bradberry –...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>È passato più di un anno dallo  sversamento nel <strong>Golfo del Messico</strong> di 170 milioni di galloni di greggio e  2 milioni di galloni di dispersanti tossici da parte di un’azienda  privata operante in acque pubbliche. E mancano ancora statistiche  accurate e affidabili sull’impatto del disastro sulla salute dei  residenti.</p><p>Insieme a<strong> Stephen Bradberry </strong>–  direttore esecutivo dell’Alliance Institute di New Orleans e vincitore  nel 2005 del Rfk Human Rights Award – ho fatto parte di una delegazione  che ha attraversato la regione della Costa del Golfo, parlando con  pescatori di ostriche e di gamberi, ristoratori e residenti, delle  malattie di cui hanno sofferto dopo la calamità. Mi è subito tornato alla memoria il  viaggio di mio padre, <strong>Robert Kennedy</strong>, nel delta del Mississippi nel  1967. Rimase scandalizzato dalla povertà, dai bambini il cui ventre era  gonfio dalla fame. Credeva fermamente che avessimo un dovere, come  nazione, di alleviare la loro sofferenza e lenire il loro dolore. Oggi, i  figli e i nipoti di quelle stesse famiglie continuano a soffrire per la  negligenza sistematica del governo, l’eredità debilitante di comunità  marginalizzate per il colore della pelle, per la religione, per il  livello di educazione, per il       reddito o per l’accesso al potere.</p><p>Ora deve intervenire il governo  federale. A <strong>Biloxi</strong>, in Mississippi, un pescatore di nome Kwan ci ha  raccontato di aver fatto parte di una squadra di pulizia per la <strong>Bp</strong>, e ci  ha detto che lui e i suoi compagni hanno avuto da allora irritazioni  cutanee su tutto il corpo, che prudono fino al sanguinamento. In quella  città, la struttura per l’assistenza sanitaria è talmente oberata, che  ci vogliono tre mesi per un appuntamento con il dottore. Anche Catfish  Miller, un altro pescatore, ha lavorato in una squadra di pulizia per la  Bp. Gli furono negati i guanti, un respiratore, occhiali o qualsiasi  altra attrezzatura protettiva. Ha sofferto di forti emicranie, infezioni  alle orecchie, e piaghe nel naso e in gola per mesi a seguire. Ci ha  detto che nessun dottore da cui è stato visitato ha voluto collegare i  suoi disturbi all’intossicazione.</p><p>Abbiamo sentito dozzine di persone  in tutta la regione raccontare di simili problemi di salute e degli  ostacoli al trattamento, che includevano il dover attraversare grandi  distanze per raggiungere le strutture sanitarie e costi per comunità già  impoverite. Ci sono anche molte altre ragioni. I dottori del posto  generalmente non hanno la possibilità di accedere all’esperienza, alla  formazione e alle attrezzature per diagnosticare un avvelenamento da  esposizione ad agenti tossici. Non vogliono essere chiamati come<strong> testimoni  esperti in cause legali</strong> contro la Bp. Sono spaventati da cause per  negligenza e non trattano i pazienti se non hanno la specializzazione,  accrescendo il disincentivo alla diagnosi. E, dato che la maggior parte  dei pazienti sono lavoratori in proprio e non assicurati, pochi possono  permettersi le costose analisi e medicine necessarie per provare la  causa del malessere e ottenere la cura adeguata.</p><p>Lo scorso anno il presidente <strong>Barack  Obama </strong>si è impegnato affinché i residenti lungo il Golfo fossero  risarciti totalmente (“<em>made whole</em>”). Per onorare tale impegno, il  Congresso deve garantire che l’assistenza sanitaria sia adeguata, vicina  e accessibile; che il personale sanitario sia formato per  diagnosticare, individuare e trattare le intossicazioni; e che la  popolazione del Golfo sia trattata con rispetto, qualunque sia la sua  origine. Una soluzione esiste. Il senatore <strong>Edward M. Kennedy</strong> ha firmato  la prima legge federale che prevede l’istituzione di centri comunitari  di assistenza sanitaria per le persone bisognose.       Oggi, 23 milioni di americani  dipendono da quei centri per le cure.</p><p>Con la legislazione approvata lo  scorso anno, i centri aumenterebbero fino a       coprire 40 milioni di americani,  molti dei quali residenti lungo la Costa del Golfo. Se i Repubblicani al  Congresso non mantengono la minaccia di ridurre il progresso che è già  stato compiuto, le popolazioni del Golfo hanno ancora una possibilità. I <strong>primi soccorritori alla tragedia dell’11 settembre </strong>non hanno dovuto  provare la causa dei loro disturbi per ottenere cure, dovevano solo  dimostrare di essere stati nelle vicinanze del luogo dell’attacco  terroristico.</p><p>In maniera analoga, i 150mila  partecipanti alle squadre di pulizia che si sono sacrificati, le loro  famiglie e i loro vicini che vivono lungo la Costa del Golfo, non  dovrebbero dover dimostrare che i loro sintomi sono stati causati dalla  catastrofe della Bp, solo che erano lì. È arrivato il momento di fornire  alla famiglie della Costa del Golfo <strong>l’assistenza sanitaria che  meritano</strong>.<br /> <em><br /> Il Fatto Quotidiano, 20 agosto 2011</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/20/il-golfo-del-messico-sta-morendo/152465/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>23</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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