<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Iside Gjergji</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/igjergji/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Immigrazione, quei segnali poco incoraggianti per il futuro</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/24/immigrazione-quei-segnali-poco-incoraggianti-futuro/240706/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/24/immigrazione-quei-segnali-poco-incoraggianti-futuro/240706/#comments</comments> <pubDate>Thu, 24 May 2012 15:02:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Iside Gjergji</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[amnesty international]]></category> <category><![CDATA[Berlusconi]]></category> <category><![CDATA[Consiglio d’Europa]]></category> <category><![CDATA[diritto romano]]></category> <category><![CDATA[Gheddafi]]></category> <category><![CDATA[immigrati italia]]></category> <category><![CDATA[Lampedusa]]></category> <category><![CDATA[legge immigrazione Italia]]></category> <category><![CDATA[rapporto Amnesty]]></category> <category><![CDATA[respingimenti in mare]]></category> <category><![CDATA[trattato italia-libia]]></category> <category><![CDATA[“the left-to-die boat”]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=240706</guid> <description><![CDATA[Quando il 15 dicembre 2011, Mustafa Abdul-Jalil, presidente del Consiglio Nazionale di Transizione in Libia e il neo-presidente del Consiglio italiano, Mario Monti, dichiararono congiuntamente, durante una conferenza stampa a Roma, di aver deciso di “riattivare” il Trattato sull’amicizia tra Libia e Italia, svanirono di colpo le speranze di tutti coloro che si illudevano in un cambiamento...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">Quando il 15 dicembre 2011, Mustafa Abdul-Jalil, presidente del Consiglio Nazionale di Transizione in Libia e il neo-presidente del Consiglio italiano, Mario Monti, dichiararono congiuntamente, durante una conferenza stampa a Roma, di aver deciso di “riattivare” il <strong><em>Trattato sull’amicizia</em> tra Libia e Italia</strong>, svanirono di colpo le speranze di tutti coloro che si illudevano in un cambiamento radicale nelle politiche migratorie del nuovo governo italiano. Il sopramenzionato <em>Trattato</em>, firmato a Bengasi il 30 agosto 2008, da Berlusconi e Gheddafi, era stato “sospeso”, infatti, nel mese di marzo 2011, dopo la partecipazione attiva dell’Italia alla guerra contro la Libia. Ci sarebbe molto da osservare sulla possibilità giuridica di “sospendere” un Trattato ratificato con legge dello Stato (Legge n. 7/2009, approvato con ampia maggioranza bipartisan), specie se poi quel Trattato sancisce il reciproco divieto di intervento militare. Ciò che però qui preme sottolineare è il fatto che quel Trattato non è mai stato davvero rispettato, eccezion fatta per la parte che prevedeva la guerra agli immigrati provenienti dall&#8217;Africa.</p><p align="JUSTIFY"><span>Il <strong>pattugliamento navale</strong> ed i respingimenti in alto mare diventarono infatti prassi quotidiana delle unità marittime italiane a partire dal 2008 (anche se simili episodi si erano registrati anche negli anni precedenti, come nel caso dello speronamento della nave albanese “Kater i Rades”). Sul carattere crudele ed illegittimo di tale prassi, adottata dal governo italiano, si è espressa persino la Corte europea dei diritti dell’uomo, la quale il 23 febbraio 2012 ha condannato l’Italia per il respingimento di diversi cittadini somali ed eritrei verso la Libia.</span></p><p align="JUSTIFY"><span>La politica italiana dei respingimenti in alto mare ha provocato più di 1.500 morti nelle acque del Mediterraneo lo scorso anno (secondo <em>Fortress Europe</em> il numero dei morti nel Mediterraneo lo scorso anno è 1.822), transformando il <em>Mare Nostrum</em> in un campo di battaglia, in un’enorme fossa comune. I respingimenti non si sono realizzati soltanto attraverso l’accompagnamento degli emigranti africani verso le coste libiche, ma anche attraverso l’uso di mezzi più “sofisticati”: ad esempio non rispondendo agli S.O.S. disperati provenienti dalle imbarcazioni in difficoltà.</span></p><p align="JUSTIFY"><span>Il caso, noto nei media internazionali come <strong>“the left-to-die boat”</strong> (il caso della “barca lasciata morire”), del 23 mazo 2011, ne è una prova schiacciante in tal senso. Partita il 23 marzo da Tripoli, un’imbarcazione con 72 persone a bordo è rimasta per quasi 14 giorni in balia delle onde, senza cibo né acqua. Nessuna risposta alle disperate chiamate provenienti dalla barca, né dalle autorità italiane (l’Italia fu il primo paese a ricevere le chiamate), né dalle forze Nato che, in quei giorni, pochi chilometri più in là, sganciavano bombe in nome dei diritti umani. 63 emigranti africani morirono in quella sfortunata traversata, e ci sono voluti mesi prima che il <strong>Consiglio d’Europa</strong> gettasse un po’ di luce sul macabro evento.</span></p><p align="JUSTIFY"><span>Il tratamento riservato ai più di 50.000 africani sbarcati a Lampedusa nel 2011, ha confermato in seguito soltanto il carattere non casuale di quanto accaduto in alto mare. Per lungo tempo gli immigrati furono rinchiusi (o sequestrati?) a <strong>Lampedusa</strong>, adulti e minori, nel tentativo di esasperare gli animi sia degli immigrati che degli abitanti dell’isola e creare così l’ “emergenza”. In seguito, ammassati dentro le navi <em>Moby Fantasy</em>, <em>Moby Vincent</em> e <em>Audacia</em> (trasformate imemdiatamente in navi-prigioni) e trasferiti in altri campi di detenzione <em>just-in-time</em>, come quello di Manduria o di Santa Maria Capua Vetere, le cui qualificazioni giuridiche sfuggono ancora oggi.</span></p><p align="JUSTIFY">Si fonda su questi dati e su questi episodi, dunque, l’ultimo <a href="http://rapportoannuale.amnesty.it/2012/introduzione" target="_blank">Rapporto di Amnesty Italia</a>, che denuncia com forza le politiche razziste perpetrate dallo Stato italiano nei confronti degli immigrati giunti in Italia nel 2011. Nel Rapporto si auspica, inoltre, un’inversione di tendenza delle <strong>politiche italiane sull&#8217;immigrazione</strong>, ma nel contempo si rilevano, altresì, i segnali molto poco incoraggianti che provengono in questo senso dall’attuale governo, a partire dai nuovi accordi segreti siglati tra Libia e Italia.</p><p align="JUSTIFY"><span>Il <em>Trattato</em> siglato da Berlusconi e Gheddafi nel 2008 sembra dunque riprendere vigore. In ossequio, aparentemente, di quel sacro principio del <strong>diritto romano</strong> che impone il rispetto dei Patti internazionali (“<em>Pacta sunt servanda</em>”), ma che in realtà vale soltanto se si trata di riprendere la guerra contro gli immigrati africani nel Mediterraneo.</span></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/24/immigrazione-quei-segnali-poco-incoraggianti-futuro/240706/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Usa, un primo maggio senza il 99%</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/23/primo-maggio-senza/206632/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/23/primo-maggio-senza/206632/#comments</comments> <pubDate>Mon, 23 Apr 2012 15:36:22 +0000</pubDate> <dc:creator>Iside Gjergji</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA["Coalizione 1° Maggio"]]></category> <category><![CDATA[immigrati]]></category> <category><![CDATA[movimento "Noi siamo il 99%"]]></category> <category><![CDATA[Usa]]></category> <category><![CDATA[“Occupy Wall Street”]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=206632</guid> <description><![CDATA[E’ dal 2006 che il primo maggio negli Stati Uniti è rinato, da quando cioè rappresenta la giornata di mobilitazione di massa contro le politiche dei governi degli Stati Uniti nei confronti degli immigrati. Nel 2006, infatti, la “Coalizione 1° Maggio” riuscì ad organizzare il più grande sciopero dei lavoratori immigrati nella storia statunitense nonché...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>E’ dal 2006 che il primo maggio negli Stati Uniti è rinato, da quando cioè rappresenta la giornata di <strong>mobilitazione</strong> di massa contro le politiche dei governi degli Stati Uniti nei confronti degli immigrati. Nel 2006, infatti, la “Coalizione 1° Maggio” riuscì ad organizzare il più grande sciopero dei lavoratori immigrati nella storia statunitense nonché la più grande protesta di massa nella storia di New York, portando centinaia di migliaia di persone per strada, tutti uniti in una marcia che si estese lungo 26 isolati. Da allora il movimento è cresciuto in tutto il paese e la manifestazione del 1° maggio è diventata la giornata simbolo della lotta per i diritti degli immigrati negli Stati Uniti.</p><p>Anche quest’anno il movimento per i diritti degli immigrati di New York scenderà in strada a protestare assieme ai più importanti sindacati del paese, i cui <strong>iscritti </strong>sono sempre più stranieri. Gli organizzatori prevedono anche quest’anno una grande manifestazione. E forse i loro calcoli non sono sbagliati, se solo si pensa che questa volta a marciare con loro ci sarà anche il movimento Occupy Wall Street. Si va saldando così un fronte unico di lotta contro le ingiustizie sociali tutte, senza separazioni, nazionalismi o settarismi vari.</p><p>Le <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://occupywallst.org/article/may-1st-coalition-unionize-legalize-organize/" target="_blank">richieste </a></span>della “Coalizione 1° Maggio” sono audaci e la loro critica al governo statunitense non fa sconti. Chiedono innanzitutto la regolarizzazione di 12 e forse 20 milioni di immigrati irregolari presenti negli Stati Uniti. Altra richiesta indirizzata al governo di Obama è quella di abolire l’obbligo per i <strong>giovani</strong> di entrare nelle Forze Armate, per non essere “<em>mandati a combattere guerre imperialiste</em>”.</p><p>Ma le richieste della “Coalizione 1° Maggio” non si fermano qui. Si chiede, infatti, anche: la fine delle espulsioni e la separazione delle famiglie degli immigrati; la cancellazione del debito di circa 15 milioni di famiglie (straniere e non) che hanno perso<strong> la casa </strong>a causa dell’avidità delle banche; l’immediata occupazione di 40 milioni di disoccupati (stranieri e non), le cui fila si ingrossano sempre di più a causa della “<em>recessione prolungata del sistema capitalistico a livello mondiale</em>”; la liberazione di tutti gli immigrati detenuti nei centri di detenzione e la chiusura del carcere di Guantanamo (“<em>Mr. Obama enough of your lies and demoagoguery</em>”). Ciò che però più colpisce nell’elenco delle richieste della “Coalizione 1° Maggio” è la ferma condanna e la richiesta di fermare tutti “<em>i preparativi di guerra contro l’Iran</em>” (“<em>We demand a halt to all war preparations against Iran</em>”), anche perché – a dire la verità &#8211; in Europa, e ancora meno in Italia, i movimenti, ma anche i media, ancora tacciono su tali <strong>preparativi.</strong></p><p>Il tentativo di unificare gli sforzi e le lotte degli immigrati, dei sindacati, del movimento Occupy Wall Street, delle associazioni, dei collettivi studenteschi e di molti altri gruppi potrebbe rappresentare un importante salto di qualità nelle <strong>numerose </strong>proteste sociali e negli imponenti scioperi che attraversano gli Stati Uniti negli ultimi mesi. Il prossimo 1° maggio potrebbe essere, in questo senso, un importante banco di prova. Il popolo del “Noi siamo il 99%” proverà questa volta ad unire le forze, incrocerà le braccia e lascerà – almeno per un giorno – l’1% da solo. Quello che accadrà lo vedremo. L’appuntamento è a Union Square, ore 12.</p><p><strong> </strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/23/primo-maggio-senza/206632/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;Aquila e il diritto alla città</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/laquila-diritto-alla-citta/202803/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/laquila-diritto-alla-citta/202803/#comments</comments> <pubDate>Fri, 06 Apr 2012 15:12:28 +0000</pubDate> <dc:creator>Iside Gjergji</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Berlusconi]]></category> <category><![CDATA[Bertolaso]]></category> <category><![CDATA[campo]]></category> <category><![CDATA[cricca]]></category> <category><![CDATA[David Harvey]]></category> <category><![CDATA[l'Aquila]]></category> <category><![CDATA[Michel Foucault]]></category> <category><![CDATA[new town]]></category> <category><![CDATA[terremoto]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=202803</guid> <description><![CDATA[La storia degli ultimi 3 anni dell’Aquila e della (r)esistenza quotidiana dei suoi abitanti può essere agevolmente letta attraverso gli insegnamenti di Michel Foucault e David Harvey. La chiave di lettura qui non è il tempo, ma lo spazio. Le misure adottate per far fronte ai danni causati dal terremoto del 6 aprile 2009, oltre...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La storia degli ultimi 3 anni dell’Aquila e della (r)esistenza quotidiana dei suoi abitanti può essere agevolmente letta attraverso gli insegnamenti di <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Michel_Foucault" target="_blank">Michel Foucault</a> e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/David_Harvey_(geografo)" target="_blank">David Harvey</a></strong>. La chiave di lettura qui <strong>non è il tempo, ma lo spazio.</strong></p><p>Le misure adottate per far fronte ai danni causati dal terremoto del 6 aprile 2009, oltre ad aver portato flussi di denaro nelle mani di varie “cricche”, hanno dato il via anche ad un <strong>mega-esperimento sociale</strong>, ovvero hanno creato le condizioni per la sperimentazione di un nuovo modello sociale, attraverso la riorganizzazione degli spazi.</p><p>Come? In un primo momento attraverso la costruzione di<strong> mega-tendopoli per i &#8216;senzatetto&#8217;</strong>, ovvero: campi chiusi, recintati, sorvegliati militarmente, controllati tecnologicamente (tesserino di accesso per ogni residente del campo e “autorizzazione all’accesso” per gli “esterni” al campo), organizzati gerarchicamente, posti fissi per gli abitanti, mobilità controllata (ordine di segnalare all’autorità eventuali spostamenti dal campo).<br /> In seguito, attraverso la costruzione di nuovi spazi abitativi, ossia la c.d. <strong>“new town”</strong>, tutta plasmata sul dispositivo disciplinare.<br /> Foucault, in <em>Sorvegliare e punire</em>, descrive la costruzione del sistema compatto di dispositivo disciplinare attraverso le misure adottate dal potere per sconfiggere la peste. Il terremoto dell’Aquila ha creato l’occasione per costruire uno simile schema disciplinare, ovvero un’architettura del controllo dall’alto. Foucault spiega anche che dietro l’ossessione del potere per la peste c’era<strong> l’ossessione per tutto ciò che era radicalmente “altro”</strong>, ivi compresa la paura per le possibili rivolte in tempi di crisi.</p><p>Infatti, i modelli di città che si delineano all’Aquila dopo il terremoto, sia il campo recintato e sorvegliato che &#8220;L’Aquila 2&#8243;, simboleggiano<strong> l’ideale della “città perfetta”</strong>: ordinata, disciplinata e controllata. Città in cui nulla si può muovere senza autorizzazione o senza essere visto, sorvegliato. Il ruolo della “città perfetta” è assegnato in particolar modo all’<strong>Aquila 2</strong>, nuovo spazio sponsorizzato direttamente dall’<em>ex</em> Presidente del consiglio che, in lunghi spot televisivi, ci ha mostrato soddisfatto perfino le pentole e le posate delle ordinate abitazioni della “new town”. In piena crisi (anche il terremoto è una crisi), dunque, la soluzione scelta fu quella di affidare tutto il potere a Bertolaso, capo della Protezione Civile, e di puntare all’utopia disciplinare, oltre che agli affari (ça va sans dire!).</p><p>Anche <strong>Napoleone Bonaparte</strong>, del resto (figura storica spesso evocata dall’ex presidente Berlusconi), dopo la terribile crisi economica del 1848, diede ad <strong>Haussmann</strong> l’incarico di costruire una città ordinata e disciplinata. Haussmann obbedì e procedette alla distruzione dei vecchi bassifondi di Parigi, espropriando ed allontanando gli abitanti, cioè i poveri e gli operai, in nome del progresso civile e del rinnovamento, dando vita così ad una nuova forma urbana che avrebbe dovuto garantire, secondo quanto richiesto da Napoleone, maggiori livelli di sorveglianza e di controllo militare, nonché la rapida repressione dei movimenti rivoluzionari (anche se poi la storia lo smentì clamorosamente nel 1871).</p><p>La scelta del Governo e della Protezione Civile, dunque, di svuotare e recintare il vecchio centro e di realizzare, nel contempo, una “new town” in un luogo anonimo in periferia, non è affatto casuale, oppure dettata dalla mera “emergenza”. A distanza di 3 anni e alla luce delle inchieste giudiziarie nonché dei miliardi pubblici stanziati per la realizzazione di tutto ciò, tali scelte non appaiono<strong> affatto casuali</strong>. Quel terremoto sembra essere stato “sfruttato” per realizzare e sperimentare molto altro: ovvero <strong>nuovi modelli di socialità</strong>. Perché lo spazio in cui viviamo ci definisce e modella le nostre relazioni sociali.</p><p>“<em>La scelta della città che vogliamo non può essere separata da quella di un certo tipo di legami sociali, di rapporti con l’ambiente naturale, di stili di vita, di tecnologie e di valori estetici</em>”, afferma <strong>David Harvey</strong>, rivendicando un inedito, quanto trascurato, “diritto alla città” (The right to the city, <em>New Left Review</em>, Ottobre 2008). Significa che il <strong>diritto alla città </strong>“<em>non si esaurisce nella libertà individuale di accedere alle risorse urbane, ma è il diritto di cambiare noi stessi cambiando la città</em>”, perché costruendo la città costruiamo noi stessi.</p><p>Ed è chiaro che gli aquilani non possono stare molto sereni e fiduciosi nel vedersi costruiti, formati e modellati come individui e come collettività da un Napoleone, un Haussmann, un Berlusconi o un Bertolaso. Gli aquilani hanno diritto alla loro città!</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/laquila-diritto-alla-citta/202803/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Portogallo, nuovo sciopero generale</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/22/portogallo-nuovo-sciopero-generale/199182/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/22/portogallo-nuovo-sciopero-generale/199182/#comments</comments> <pubDate>Thu, 22 Mar 2012 07:40:57 +0000</pubDate> <dc:creator>Iside Gjergji</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Cgtp]]></category> <category><![CDATA[crisi economica]]></category> <category><![CDATA[lavoratori]]></category> <category><![CDATA[lavoro]]></category> <category><![CDATA[Portogallo]]></category> <category><![CDATA[sciopero generale]]></category> <category><![CDATA[sciopero Portogallo]]></category> <category><![CDATA[Troika]]></category> <category><![CDATA[UGT]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=199182</guid> <description><![CDATA[Quando all&#8217;inizio di febbraio, Arménio Carlos, segretario generale del Cgtp (Confederação Geral dos Trabalhadores Portugueses), si oppose alle richieste della troika di modificare il diritto del lavoro in Portogallo, in molti si scandalizzarono e alzarono contro di lui l’indice per ricordargli che il parere della troika era decisivo per ottenere la terza tranche del finanziamento concesso al...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Quando all&#8217;inizio di febbraio, Arménio Carlos,<strong> </strong>segretario generale del <strong>Cgtp</strong> (Confederação Geral dos Trabalhadores Portugueses), si oppose alle richieste della troika di modificare il diritto del lavoro in Portogallo, in molti si scandalizzarono e alzarono contro di lui l’indice per ricordargli che il parere della troika era decisivo per ottenere la terza <em>tranche</em> del finanziamento concesso al Portogallo (78 miliardi di euro). Ma egli, noncurante di tutto ciò, rincarò la dose il 18 febbraio scorso, quando al termine di un incontro, durato circa un’ora e mezza, con Poul Thomsen (Fmi), Jürgen Kröger (CE) e Rasmus Rüffer (Bce), rappresentanti della troika in Portogallo, dichiarò ai giornalisti presenti: &#8220;<em><strong>Questi signori si comportano come dei robot</strong>. Sono venuti qui con una missione e, potete starne certi, la missione non è quella di aiutare il Portogallo. <strong>Sono qui per aiutare i mercati</strong></em>&#8220;. E subito dopo chiese a tutti i lavoratori portoghesi, compresi i tanti precari, di partecipare allo sciopero generale del 22 marzo: “<em>Non è facile perdere la retribuzione di un giorno per un lavoratore portoghese. Ma costerà molto di più perdere le ferie, i diritti ed essere trattati come schiavi</em>”.</p><p>Oggi, infatti, è previsto lo sciopero generale indetto dal <strong>Cgtp. </strong>Ma questa volta lo sciopero non è soltanto contro le politiche di austerità del governo portoghese, ma anche contro il c.d. “<em>pacchetto lavoro</em>” (“<em>pacote de trabalho</em>”) che a breve sarà approvato dal parlamento portoghese. Il disegno di legge n. 46/XII è il risultato di un accordo siglato il 18 gennaio scorso tra governo, patronato e <strong>Ugt</strong> (União Geral de Trabalhadores).</p><p>“<em>Il ‘pacote de trabalho’ <strong>è un atto di guerra contro i lavoratori portoghesi</strong></em>”, dichiarano i vertici del Cgtp, “<em>e per questo dobbiamo partecipare numerosi allo sciopero</em>”. Numerosi sono, infatti, anche i diritti dei lavoratori che saranno cancellati dal disegno di legge ora in discussione in parlamento. <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.publico.pt/Economia/concertacao-social-os-pontoschave-do-acordo-1529607" target="_blank">Tra le più importanti modifiche si possono menzionare</a></span>:</p><p>1.  La cancellazione di ogni vincolo al licenziamento e riduzione degli indennizzi;</p><p>2. L’allargamento dei contratti precari e cancellazione della contrattazione collettiva;</p><p>3. La riduzione della retribuzione degli straordinari e dei giorni di riposo;</p><p>4. L’eliminazione di 4 giornate festive;</p><p>5. Il prolungamento della giornata lavorativa fino a 12 ore e fino a 60 ore settimanali;</p><p>6. L’eliminazione del giorno di riposo compensativo;</p><p>7. La riduzione del sussidio di disoccupazione.</p><p>Questo di oggi è il terzo sciopero generale in Portogallo dal 2010, da quando cioè la crisi è scoppiata nel paese. A giudicare dai risultati finora ottenuti, non si può certo dire che siano state iniziative di successo, neanche per quanto riguarda l’unificazione delle lotte dei lavoratori, che sono sempre di più in balia degli eventi e degli umori della troika. I “tecnici” della troika, assieme al governo, d’altra parte, contano sul proverbiale temperamento mite e gentile del popolo portoghese, considerato, molto spesso, un popolo in grado di sopportare qualsiasi sacrificio. Memori, forse, di quei carri armati della rivoluzione del 25 aprile 1974, che non osavano attraversare col semaforo rosso, nel mentre occupavano Lisbona e cancellavano la dittatura quarantennale di Salazar. Forse, però, lorsignori farebbero bene anche a ricordare che si trattava pur sempre di carri armati, nonostante il rispetto per la segnaletica stradale.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/22/portogallo-nuovo-sciopero-generale/199182/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>A che servono davvero i Cie?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/12/servono-davvero/196667/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/12/servono-davvero/196667/#comments</comments> <pubDate>Mon, 12 Mar 2012 09:22:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Iside Gjergji</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Andrea e Senad]]></category> <category><![CDATA[cie]]></category> <category><![CDATA[clandestini]]></category> <category><![CDATA[Commissione De Mistura]]></category> <category><![CDATA[immigrati]]></category> <category><![CDATA[Luigi Ferrajoli]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=196667</guid> <description><![CDATA[I rigidi controlli alle frontiere, le deportazioni coatte, i respingimenti in alto mare, il sistema centralizzato dei dati e delle impronte digitali, il legame indissolubile tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno, la criminalizzazione diffusa e la contrazione della soggettività giuridica degli immigrati sono tutti elementi che vedono convergere le politiche sull’immigrazione in Italia...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>I rigidi controlli alle frontiere, le deportazioni coatte, i respingimenti in alto mare, il sistema centralizzato dei dati e delle impronte digitali, il legame indissolubile tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno, la criminalizzazione diffusa e la contrazione della soggettività giuridica degli immigrati sono tutti elementi che vedono convergere le politiche sull’immigrazione in Italia verso un comune obiettivo: <strong>svalorizzare la forza-lavoro immigrata</strong>.</p><p>E’ esattamente questo che sottolinea <strong>Luigi Ferrajoli</strong> quando afferma che in Italia: “<em>Si è venuto formando, in questo modo, un nuovo proletariato, discriminato giuridicamente e non più solo economicamente e socialmente. I nuovi lavoratori immigrati infatti, soprattutto se clandestini, non hanno diritti, e sono perciò esposti al massimo sfruttamento. Il fenomeno non è nuovo. Sempre le diverse generazioni delle classi operaie sono state formate e alimentate da flussi migratori: dall’emigrazione dalle campagne che fece nascere il primo proletariato industriale in Inghilterra; da quella italiana e irlandese negli Stati Uniti tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento; dal Sud al Nord dell’Italia nel nostro secondo dopoguerra. Sempre i nuovi venuti sono stati oggetto di discriminazioni e messi in concorrenza con il vecchio proletariato. Ma oggi lo sfruttamento e l’oppressione sociale si avvalgono anche delle disuguaglianze giuridiche che intervengono, nello status civitatis, tra cittadini e stranieri</em>», (L. Ferrajoli, <em>Libertà di circolazione e di soggiorno. Per chi?</em>, in AA.VV., <em>Quale libertà. Dizionario minimo contro i falsi liberali</em>, a cura di M. Bovero, Laterza, Roma-Bari, 2004, p. 181).</p><p>Se tale valutazione è veritiera, allora anche i Cie devono essere analizzati in tale prospettiva.<strong> </strong>I Cie, infatti, rappresentano emblematicamente le “funzioni sociali” – manifeste e latenti – attribuite alle politiche migratorie degli ultimi anni e possono essere definiti come dei “<strong>misfatti sociali totali</strong>”. La loro genesi (un tempo ipocritamente definiti Cpta – Centri di permanenza temporanea ed assistenza) e la loro costante moltiplicazione non è agevole da spiegare soltanto attraverso il punto di vista delle cosiddette politiche “securitarie”, che alimentano la paura dello straniero, o di quelle “migratorie”, che riducono il movimento migratorio a variabile dipendente delle politiche di “apertura” o di “chiusura” delle frontiere. <strong>Non è solo la paura dello straniero che può spiegarci i Cie</strong>, così come non è solo la dicotomia cittadino/non-cittadino che ci aiuterà a cogliere la loro vera essenza. L’analisi, per essere completa, dovrebbe tenere conto della collocazione di tali “istituzioni totali” nell’attuale contesto socio-economico e della loro reale funzione in tale ambito. Bisogna, cioè,  &#8211; come ci suggerisce Ferrajoli &#8211; <strong>partire dallo sfruttamento e dall’oppressione sociale</strong> a cui sono destinati gli immigrati in Italia ed in Europa.</p><p>I Cie definiscono gli immigrati, agli occhi di tutti, come un pericolo oggettivo, indipendentemente dai comportamenti effettivi, criminalizzando e stigmatizzando il fatto stesso di migrare o anche semplicemente di essere stranieri (<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/11/nati-modena-rinchiusi-onida-soli-modificato/196603/" target="_blank">come nel caso di quei due ragazzi, figli di genitori bosniaci, nati e vissuti in Italia</a></span>). Nella catena di istituti giuridici preposti alla <strong><em>produzione </em>di “clandestini”</strong> i Cie rappresentano l’anello più importante e decisivo, nonostante l’apparenza possa indurre a pensare il contrario; perché se è vero che gli stranieri sono considerati dalla legge “clandestini” prima ancora di capitare in un Cie (per essere trattenuti è necessario che venga prima emesso un decreto di espulsione), è altrettanto vero che è lì dentro che tale condizione viene suggellata pubblicamente e stabilmente. Il “trattenimento” (ma sarebbe meglio chiamarlo col proprio nome, ovvero “detenzione amministrativa”), disposto indipendentemente dalla commissione di specifici reati, sembra in realtà raggiungiere un unico obiettivo: quello di razionalizzare e normalizzare l’intero<strong> processo di clandestinizzazione degli stranieri</strong>.</p><p>La riprova di ciò la si può desumere osservando attentamente alcuni dati significativi: 1) i Cie non sono efficienti, perché non garantiscono l’effettiva espulsione degli immigrati trattenuti (<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/sala_stampa/notizie/immigrazione/notizia_23602.html" target="_blank">a questo risultato giunse persino la Commissione De Mistura durante il governo Prodi</a></span>); 2) non garantiscono la cosiddetta “sicurezza” dei cittadini autoctoni, posto che il numero effettivo degli stranieri &#8220;trattenuti&#8221; è decisamente inferiore rispetto al numero dei “clandestini” in circolazione (basta dare un’occhiata ai numeri degli immigrati che partecipano alle sanatorie per rendersi conto di ciò); 3) i Cie sono assolutamente diseconomici, poiché costano moltissimo &#8211; specie ora che la durata del “trattenimento” dello straniero può arrivare fino a 18 mesi &#8211; creando di conseguenza un circuito di valore e di business non irrilevante (<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2009/09/23/indagato-letta-da-10-mesi-e-ne/12088/" target="_blank">almeno a giudicare dalle numerose inchieste giudiziarie che hanno coinvolto non di rado personalità eccellenti e ben note alla vita pubblica italiana</a></span>).</p><p>Appare, pertanto, <strong>legittimo interrogarsi sulle vere ragioni della loro esistenza</strong>. A cosa serve davvero la custodia dei corpi degli immigrati nei Cie? A renderli forse più docili e sottomessi per i futuri padroni? Ad insegnare loro la disciplina come un tempo si faceva nelle <em>workhouses</em>? I Cie sono i nuovi istituti <em>bio-regolatori</em> dei mercati del lavoro?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/12/servono-davvero/196667/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il razzismo è di Stato</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/24/razzismo-stato/193403/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/24/razzismo-stato/193403/#comments</comments> <pubDate>Fri, 24 Feb 2012 07:43:58 +0000</pubDate> <dc:creator>Iside Gjergji</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[clandestini]]></category> <category><![CDATA[condanna]]></category> <category><![CDATA[corte di strasburgo]]></category> <category><![CDATA[corte europea per i diritti dell'uomo]]></category> <category><![CDATA[Franz Fanon]]></category> <category><![CDATA[immigrazione]]></category> <category><![CDATA[italia]]></category> <category><![CDATA[legge bossi-fini]]></category> <category><![CDATA[Libia]]></category> <category><![CDATA[Pietro Basso]]></category> <category><![CDATA[razzismo]]></category> <category><![CDATA[razzismo istituzionale]]></category> <category><![CDATA[respingimenti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=193403</guid> <description><![CDATA[Pietro Basso, nell’ultimo libro da lui curato, Razzismo di stato. Stati Uniti, Europa, Italia (Franco Angeli, 2010), afferma che “il primo propellente del revival del razzismo in corso è il razzismo istituzionale, e i suoi primi protagonisti sono proprio gli Stati, i governi, i parlamenti: con le loro legislazioni speciali e i loro discorsi pubblici...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Pietro Basso</strong>, nell’ultimo libro da lui curato, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.francoangeli.it/ricerca/Scheda_libro.aspx?ID=18344&amp;Tipo=Libro" target="_blank"><strong><em>Razzismo di stato. Stati Uniti, Europa, Italia</em> </strong>(Franco Angeli, 2010)</a></span>, afferma che “<em>il primo propellente del revival del razzismo in corso è il razzismo istituzionale, e i suoi primi protagonisti sono proprio gli Stati, i governi, i parlamenti: con le loro legislazioni speciali e i loro discorsi pubblici contro gli immigrati, le loro prassi amministrative arbitrarie, la selezione razziale tra nazionalità ‘buone’ e nazionalità pericolose, le ossessive operazioni di polizia e i campi di internamento</em>” (p. 9). <strong>E’ una</strong> <strong>tesi controcorrente</strong>, non c’è dubbio, non solo rispetto ai discorsi massmediatici, dove la rappresentazione dominante vede il razzismo come un processo che sale <strong>dal basso verso l’alto,</strong> sviando l’attenzione dei più sui sentimenti e sui comportamenti ostili diffusi a livello popolare verso gli immigrati, ma anche rispetto a quelle produzioni accademiche che, acriticamente, adottano il medesimo punto di vista, finendo per fare così “<em>la guardia del corpo dell’imperatore o accontentarsi di produrre aria fritta a mezzo di aria fritta</em>” (p. 9).</p><p>Ebbene, eccolo qui il <strong>razzismo istituzionale</strong>, certificato con tanto di <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/23/immigrazione-italia-condannata-corte-europea-respingimenti-libia/193241/" target="_blank">sentenza della <strong>Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo</strong> </a></span>che ha condannato l’Italia per il respingimento in alto mare dei profughi provenienti dall’Africa nel 2009.  Per 11 cittadini somali e 13 cittadini eritrei, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.stranieriinitalia.it/briguglio/immigrazione-e-asilo/2012/febbraio/sent-cedu-hirsi-c-italia.pdf" target="_blank">la Corte europea ha accertato il trattamento inumano e degradante</a></span> (art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo) perpetrato da parte dello stato italiano. La Corte ha rilevato, inoltre, la violazione dell’art. 4 del protocollo n. 4 della sopramenzionata Convenzione (che vieta l’espulsione collettiva) nonchè dell’art. 13 (che garantisce il diritto individuale ad un ricorso effettivo, ovvero l’Abc della civiltà giuridica).</p><p>Il respingimento degli immigrati in alto mare da parte dello stato italiano <strong>è un puro atto di razzismo</strong>, se per razzismo s’intende – come ci insegna <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Frantz_Fanon" target="_blank">Franz Fanon </a></span></strong>– la riduzione allo stato di <strong>assoluta inferiorità </strong>(giuridica, politica, economica, culturale) di individui o popoli. E l’Italia è, in questo senso, avanguardia in Europa. Non che il razzismo istituzionale costituisca una novità in Europa, o in Italia, &#8211; basti pensare, a tal proposito, al razzismo istituzionale sviluppato a giustificazione delle imprese coloniali o in corrispondenza di frangenti storici drammatici –, ma il balzo in avanti che si è registrato con le politiche e le leggi dei governi Berlusconi non ha precedenti nella storia repubblicana.</p><p>La guerra agli immigrati, però, è stato il <em>leit-motiv</em> <strong>di tutti i governi degli ultimi venticinque anni</strong>. E in questa guerra hanno avuto un ruolo centrale i provvedimenti legislativi (leggi e decreti) e amministrativi (circolari, direttive) dello Stato, in quanto fattori di socializzazione della paura e di promozione del razzismo di massa. Non sono di certo mancati in questi anni le critiche e gli ammonimenti lanciati ai vari governi italiani (di centro-sinistra e di centro-destra) da vari organismi europei (Commissione europea, Parlamento europeo, Consiglio d’Europa) ed internazionali (Fundamental Rights Agency di Vienna, Osce, Unhcr, Onu). Nel suo rapporto del marzo 2007, Daudou Die’ne, relatore speciale presso l’Onu, affermava, infatti, che la <strong>legge Bossi-Fini</strong> “<em>ha messo l’accento più sulla sicurezza che sull’integrazione degli immigrati</em>”, giungendo a parlare espressamente di “<em>schiavizzazione</em>” degli immigrati in Italia.</p><p>Le politiche sperimentate sugli immigrati nel “<strong>laboratorio-Italia</strong>” hanno conosciuto però, in seguito, una larga espansione in tutta l’Europa (sia nelle legislazioni nazionali di ciascun paese membro sia nella legislazione comunitaria) e, così, i richiami fatti all’Italia, appaiono, in questa prospettiva, più come un<strong> gioco delle parti</strong> che delle vere critiche che puntano a scoraggiare seriamente le politiche razziste. Ciò vale anche per alcuni ammonimenti europei sui respingimenti in alto mare effettuati dal governo italiano, considerato che, in Europa, anche a livello comunitario, si rafforza sempre di più la pratica del pattugliamento congiunto delle coste africane per “<strong>bloccare le partenze</strong>”. L’ultimo accordo, in tal senso, risale al vertice italo-francese dell’8 aprile 2011, finalizzato a &#8220;bloccare le partenze&#8221; dalla Tunisia.</p><p>Tuttavia, la decisione della Corte di Strasburgo, che condanna l’Italia al pagamento di <strong>15 mila euro</strong> agli stranieri ingiustamente ed illegittimamente respinti (si tratta dei soli ricorrenti, naturalmente), può essere letta come un forte segnale, in controtendenza con le politiche finora sviluppate in Europa e, soprattutto, in Italia. La sentenza, infatti, è chiara e senza ambiguità: da un punto di vista giuridico blocca i respingimenti in mare, sotto il profilo politico, invece, <strong>intima allo Stato italiano di cambiare radicalmente la politica sugli immigrati</strong>.</p><p>La sentenza, ad avviso di chi scrive, segnala anche lo stato di barbarie in cui si è arrivati e lancia un forte allarme su ciò che sta avvenendo nelle “nostre” società, imponendoci di “svegliarci”, prima che su di noi scenda la notte.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/24/razzismo-stato/193403/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La risposta della rete allo spot della Fiat</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/26/risposta-della-rete-allo-spot-della-fiat/186616/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/26/risposta-della-rete-allo-spot-della-fiat/186616/#comments</comments> <pubDate>Thu, 26 Jan 2012 12:20:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Iside Gjergji</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[controspot]]></category> <category><![CDATA[dino amenduni]]></category> <category><![CDATA[fiat]]></category> <category><![CDATA[panda]]></category> <category><![CDATA[spot]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=186616</guid> <description><![CDATA[Ho letto con attenzione l&#8217;interessante post di Dino Amenduni dal titolo: Panda=Jeep, il Manifesto (politico?) di Marchionne. Alla fine, egli conclude il suo pezzo auspicando che qualcuno, magari dai sindacati o dal centrosinistra, risponda con un controspot (satirico) allo spot della Fiat: “In teoria dovrebbe rispondere la Fiom, i sindacati, qualche leader di centrosinistra. Magari...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ho letto con attenzione l&#8217;interessante <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/26/panda-jeep-manifesto-politico-marchionne/186456/" target="_blank">post di Dino Amenduni</a> dal titolo: <em>Panda=Jeep, il Manifesto (politico?) di Marchionne</em>. Alla fine, egli conclude il suo pezzo auspicando che qualcuno, magari dai sindacati o dal centrosinistra, risponda con un controspot (satirico) allo spot della Fiat: “<em>In teoria dovrebbe rispondere la Fiom, i sindacati, qualche leader di centrosinistra. Magari con un controspot o un po’ di satira. Per il momento resta un sogno fantapolitico</em>”.</p><p>Presa dalla curiosità, sono andata a vedere su youtube lo <a href="http://www.youtube.com/watch?v=_m_r3luOu3s" target="_blank">spot della Fiat</a> di cui parla Amenduni. E così, navigando, mi è capitato di imbattermi in quello che potrebbe essere chiamato un “<strong>controspot” della nuova Panda</strong>.</p><p>Non ho idea di chi l’abbia messo in rete, ma vorrei comunque chiedervi: che ne pensate?</p><p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/Q-eubfhsrow" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/26/risposta-della-rete-allo-spot-della-fiat/186616/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Di nuovo in piazza Tahrir un anno dopo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/22/di-nuovo-in-piazza-tahrir-un-anno-dopo/185601/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/22/di-nuovo-in-piazza-tahrir-un-anno-dopo/185601/#comments</comments> <pubDate>Sun, 22 Jan 2012 10:36:39 +0000</pubDate> <dc:creator>Iside Gjergji</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Banca Mondiale]]></category> <category><![CDATA[Blocco egiziano]]></category> <category><![CDATA[Efitu]]></category> <category><![CDATA[Egitto]]></category> <category><![CDATA[el-Nur]]></category> <category><![CDATA[Fondo monetario internazionale]]></category> <category><![CDATA[Fratelli musulmani]]></category> <category><![CDATA[Gennaro Gervasio]]></category> <category><![CDATA[Giustizia e Pace]]></category> <category><![CDATA[Iside Gjergji]]></category> <category><![CDATA[La rivoluzione egiziana]]></category> <category><![CDATA[piazza Tahrir]]></category> <category><![CDATA[Retau]]></category> <category><![CDATA[Scaf]]></category> <category><![CDATA[Slavoj Žižek]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=185601</guid> <description><![CDATA[Il 19 agosto 2011, il filosofo Slavoj Žižek, in un articolo pubblicato sulla London Review of Books, dal titolo “Saccheggiatori di tutto il mondo unitevi”, così descriveva la situazione in Egitto: “Sfortunatamente, l’estate egiziana del 2011 sarà ricordata per aver segnato la fine della rivoluzione, il momento in cui il suo potenziale di emancipazione è stato...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il 19 agosto 2011, il filosofo <strong>Slavoj Žižek</strong>, in un articolo pubblicato sulla <em>London Review of Books, </em>dal titolo “<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://mirudue.blogspot.com/" target="_blank">S<em>accheggiatori di tutto il mondo unitevi</em></a></span>”, così descriveva la situazione in Egitto: “<em>Sfortunatamente, l’estate egiziana del 2011 sarà ricordata per aver segnato la fine della rivoluzione, il momento in cui il suo potenziale di emancipazione è stato soffocato</em>”.</p><p>In effetti, proprio quando Žižek scriveva, piazza Tahrir veniva brutalmente evacuata, migliaia di manifestanti arrestati e processati dai tribunali militari e nuove leggi repressive approvate. Tutto volgeva al peggio. La situazione non è migliorata nei mesi seguenti: l’esercito ha perfino reintrodotto la legge di Mubarak sullo <strong>“stato di emergenza”</strong>, gli arresti sono aumentati, gli attacchi contro i lavoratori, i sindacati indipendenti e le organizzazioni politiche di sinistra sono diventati sempre più violenti e pericolosi. Anche i gruppi islamisti, che erano rimasti emarginati nelle prime settimane delle sollevazioni di massa del 2011, hanno ripreso ora vigore e sono tornati ad alzare la voce e a puntare l’indice contro i manifestanti e gli scioperanti.</p><p>Eppure, in Egitto, <strong>nulla sembra essere sedato</strong>! Nessun manifestante (lavoratore o studente) si è ritirato a vita privata o ha abbassato la guardia. Nessun movimento ha cancellato lo stato di agitazione o si è sciolto. Al contrario, essi crescono in quantità e in qualità, giorno dopo giorno. Gli scioperi (selvaggi e a oltranza) continuano e si espandono senza sosta, in ogni fabbrica, in ogni istituzione, in ogni angolo del Paese, come uno tsunami a cui nulla può resistere. Non a caso, infatti, <em>Washington Post</em> scriveva a novembre: “<em>Una nuova ondata di scioperi è esplosa in tutto il Paese e scioperi di tali dimensioni non si registravano dalle prime settimane della rivoluzione</em>”.</p><p>Allora, che succede? La rivoluzione è finita? Ha già fatto il suo tempo, come ci avverte Žižek, oppure è all’inizio dell’opera, avendo davanti a sé nuovi e ampi orizzonti da dipingere?</p><p>Il contesto, a dire il vero, è assai complesso e l’esito dei processi sociali e politici in atto non è affatto scontato. Da un lato, ci sono le forze politiche uscite vittoriose dalle ultime elezioni. Si tratta, in particolare, del partito<strong> Libertà e Giustizia</strong> dei Fratelli Musulmani e del partito salafita <strong>el-Nur</strong>, seguiti dalla coalizione liberale <strong>Blocco Egiziano</strong>. La presenza delle forze di sinistra e delle donne resta assai minoritaria (c’è molto da dire sull’attuale sistema elettorale egiziano e come questo sistema abbia potuto favorire certe formazioni politiche, ma non è possibile affrontare oggi, in questo post, un tema di tale complessità e vastità).</p><p>Dall’altro lato, invece, ci sono i movimenti sociali, che crescono in qualità e in quantità: c’è, in particolare, il <strong>movimento dei lavoratori</strong>, con i suoi innumerevoli comitati di sciopero e i nuovi sindacati indipendenti (come, ad esempio, il Retau e l’Efitu), poi ci sono i movimenti degli <strong>studenti</strong> nelle università (compresi gli studenti delle università islamiche, come quella antica di el-Azhar), quelli dei <strong>giovani semiproletari </strong>che vivono nelle periferie delle metropoli e c’è perfino il movimento degli <strong>imam</strong>, i quali negli ultimi mesi hanno protestato più volte. A settembre, ad esempio, gli imam e i predicatori del governatorato di Assyut hanno scioperato: in 500 si sono rifiutati di predicare il sermone del venerdì in segno di protesta contro il taglio della loro paga.</p><p>Al centro della scena politica, però, c’è l’esercito egiziano, che governa il Paese dalla caduta di Mubarak. Gli analisti sono divisi sul destino del <strong>Consiglio Supremo delle Forze Armate</strong> (Scaf): alcuni pensano che l’esercito non lascerà facilmente il potere ai civili e altri, invece, affermano che l’esercito non ricava alcun beneficio dal continuare ad esporsi così tanto politicamente, potendo controllare ogni governo civile da dietro le quinte, a causa del suo enorme potere, politico ed economico (l’esercito egiziano riceve ogni anno un finanziamento di 1,3 miliardi di dollari direttamente dal governo statunitense).</p><p>Quello che accadrà lo vedremo a breve. Anche perché molte organizzazioni, comitati e associazioni hanno indetto una <strong>protesta in piazza Tahrir </strong>per il prossimo <strong>25 gennaio</strong>, data in cui un anno fa ebbe inizio la “rivoluzione egiziana”. L’obiettivo della protesta questa volta è chiedere la fine del governo militare. Niente male come salto, se soltanto si pensa che, esattamente un anno fa, si poteva essere linciati dagli stessi manifestanti che chiedevano la fine di Mubarak se si parlava male dell&#8217;esercito.</p><p>La convocazione di una nuova grande manifestazione in piazza Tahrir il 25 gennaio prossimo, cioè due giorni dopo la prima riunione della nuova Assemblea nazionale a seguito delle prime elezioni post-Mubarak, ci dice che – proprio come ha affermato lo studioso <strong>Gennaro Gervasio</strong> qualche giorno fa sul <span style="text-decoration: underline;"><a style="text-decoration: underline;" href="http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120118/manip2pg/09/manip2pz/316607/" target="_blank"><em>Manifesto</em></a> </span>– non si può ridurre la rivoluzione egiziana alla competizione elettorale. Se si continua a fare ciò, come spesso gli analisti occidentali hanno fatto in questi mesi, si continuerà a considerare la rivoluzione egiziana come un inspiegabile susseguirsi di manifestazioni, scontri e violenze casuali.</p><p>Per comprendere la rivoluzione egiziana, <strong>l’intreccio di ragioni politiche e sociali che la caratterizzano</strong>, nonché le sue, ancora vive, rivendicazioni di fondo (giustizia sociale, dignità, libertà), bisogna rivolgere lo sguardo in basso, laggiù dove regna la disperazione, lo sfruttamento, l’alienazione, la fame. Il 40% della popolazione egiziana vive al di sotto della soglia di povertà, cioè con meno di 2 $ al giorno e la maggior parte della popolazione, almeno il 75% (si tratta di quasi 55 milioni di egiziani!), spende in cibo quasi interamente il suo reddito. Tutto questo dopo la terapia ventennale del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.</p><p>Cosa accadrà a Tahrir lo vedremo presto. C’è però chi, in Occidente, ha deciso di non restare a guardare, ma di <a style="text-decoration: underline;" href="http://menasolidaritynetwork.com/2012/01/08/25jan2012/" target="_blank"><strong>manifestare e solidarizzare con i rivoluzionari egiziani</strong></a>. Vi saranno, infatti, eventi, proteste e sit-in un po’ ovunque, dal 21 al 25 gennaio: New York, Vancouver, Toronto, Ottawa, Boston, Washington, Chicago, Minnesota, Oslo, Madrid, Londra, Dublino,Venezia, Napoli&#8230; Tutti quanti uniti nel grido “<em>La rivoluzione non è finita</em>”.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/22/di-nuovo-in-piazza-tahrir-un-anno-dopo/185601/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Dei bandi pubblici truccati nella “Puglia migliore”</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/18/bandi-pubblici-truccati-nella-%e2%80%9cpuglia-migliore%e2%80%9d/184373/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/18/bandi-pubblici-truccati-nella-%e2%80%9cpuglia-migliore%e2%80%9d/184373/#comments</comments> <pubDate>Wed, 18 Jan 2012 16:05:57 +0000</pubDate> <dc:creator>Iside Gjergji</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[bandi pubblici]]></category> <category><![CDATA[concorso]]></category> <category><![CDATA[istituzioni]]></category> <category><![CDATA[Puglia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=184373</guid> <description><![CDATA[Ho ricevuto oggi questa lettera di E.P., giovane intellettuale pugliese, il cui racconto delle disavventure nella giungla proto-mafiosa delle istituzioni pugliesi squarcia senza pietà il velo della retorica dilagante sulla “Puglia migliore”. Altri commenti sono superflui. “Di bandi pubblici truccati nel campo delle questioni di genere e pari opportunità in Puglia ne ho visti parecchi,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>Ho ricevuto oggi questa lettera di E.P., giovane intellettuale pugliese, il cui racconto delle disavventure nella giungla proto-mafiosa delle istituzioni pugliesi squarcia senza pietà il velo della retorica dilagante sulla “Puglia migliore”. Altri commenti sono superflui.</em></p><p>“Di bandi pubblici truccati nel campo delle questioni di genere e pari opportunità  in Puglia ne ho visti parecchi, almeno tanti quanti quelli a cui ho partecipato: tra Bari e Lecce di certo una decina dal mio sciagurato rientro in questa regione nel 2008. Eppure<strong> quello di stamattina a Foggia</strong>, li ha superati tutti, ridimensionando in un baleno tutte le altre truffe a cui avevo assistito e stagliandosi prepotentemente per quello che è stato. Ovvero una prevaricazione in pieno stile mafioso all’Università: grezza, sfacciata, senza bisogno di giri di  parole.<br /> L’antefatto è il seguente: il 2 Gennaio alle ore 17, in preda a Virus gastrointestinale,  ricevo una mail dall’amico Gennaro. Anche lui pugliese, ora dottorando a Leeds,  Gennaro ha studiato con me teoria femminista all’università di Utrecht dal 2004 al 2006.  Oltre agli auguri per il 2012 e al rammarico per non sentirci più spesso Gennaro mi segnala un <strong>bando</strong> che potrebbe interessarmi e che a lui ha spedito amorevolmente un amico, amministrativo dell’università di Foggia. Si tratta di un assegno di ricerca  di pochi mesi per una esperta in questioni di genere che lavori per il neo costituitosi “Osservatorio regionale sulla comunicazione di genere”.</p><p>Pur di pochi mesi il bando mi consentirebbe di avere qualche soldo, magari di tornare a viaggiare,  nonché di <strong>lavorare finalmente con le istituzioni locali</strong> in un ambito nel quale vanto una miriade di esperienze all’estero ed in Italia di varia natura. Questa volta la figura richiesta corrisponde perfettamente al mio profilo formativo e professionale, anzi è tutto così  corrispondente che quasi temo. Ho una laurea in Lingue e Letterature straniere- Tedesco e Inglese- con  indirizzo filologico letterario conseguita con una tesi su “femminismo e società patriarcale nella DDR” frutto di una borsa Erasmus trascorsa presso il dipartimento di “Studi delle donne e Studi di Genere” dell’Università TU di Berlino,  ho un Diploma di Master internazionale in “Comparative Women’s Studies in Culture and Politics” conseguito presso Università  di Utrecht, ho   svolto stage presso il centro di Ricerca “MIGS- Mediterranean Institute of Gender Studies” di Nicosia, Cipro  e  presso l’ ONG  Mama Cash di  Amsterdam, ho ottenuto un Dottorato di ricerca in  Filosofie e teorie sociali contemporanee con una tesi dal titolo “Sapere e differenza sessuale la questione epistemologica nella teoria femminista”, ho <strong>pubblicazioni</strong>, ho partecipato a delle scuole estive all’estero, ho partecipato a progetti di ricerca universitari sul tema delle rappresentazioni di genere, ho tenuto, tornata in Puglia, svariati laboratori di consapevolezza di genere nelle scuole e nei corsi professionali, ho  tenuto seminari su varie questioni di genere all’Università, ho partecipato come relatrice a conferenze, convegni, dibattiti.</p><p>Mi chiedo, quindi, <strong>questa volta come faranno a trombarmi?</strong> Pur avendo meno di 24h di tempo, un virus in corpo e 300km da fare, il bando alle 11 del 3 Gennaio è archiviato all’ufficio protocollo. Alla mia domanda, quante persone abbiano fatto domanda il  responsabile di turno nicchia. Passano i giorni e aspetto; e ogniqualvolta mi ricordo del colloquio che dovrò affrontare una domanda nasce spontanea:- Come faranno a trombarmi questa volta? Si perché che si tratti di una truffa è chiaro: ho imparato a riconoscere <strong>l’odore di rose della Puglia migliore</strong>.</p><p>D&#8217;altronde l’intento è chiarito già nel bando altrimenti perché  dare 10 punti al CV e 30 al colloquio orale? I temi sul quale il colloquio dovrebbe svolgersi sono tanti, eppure  scorrendone l’elenco non c’è ne uno sul quale non abbia lavorato ed il mio CV parla per me. Come faranno a trombarmi questa volta, quindi? Arriva stamattina il<strong> fatidico giorno</strong>. Scopro che c’è solo un’altra candidata oltre me.<strong> Che il bando fosse circolato poco si era capito</strong>. Ma in questo caso è circolato cosi poco da far si che l’unica altra candidata abbia conseguito il suo dottorato proprio presso lo stesso dipartimento dei membri della commissione. Le faccio qualche domanda sulle esperienze precedenti, magari è anche preparata chissà,  ma mi pare di capire che il suo Cv sia molto ma molto più corto del mio, molto meno monotematico, nonché anche di respiro esclusivamente locale.<br /> Come faranno a trombarmi questa volta, quindi? Mi metteranno in difficoltà durante il colloquio, mi dico, perché che sia dato è chiaro: lo dice l’assenza di saluto all’ingresso, lo dice la presenza di una sola sedia nell’anticamera dell’attesa, lo dice anche la mia presunta rivale che è ansiosa in modo imbarazzante e lo dicono pure le due ore che la commissione si prende per valutare i titoli di noi due sole, lasciate ad aspettare senza neppure una parola di cortesia.</p><p>Come stanno pensando di  trombarmi questa volta, quindi, mi chiedo mentre inizio a riconoscere nell’aria la tipica atmosfera da Puglia migliore che segue come nube tossica il mio ritorno a Bari.  Ed ecco che proprio quando l’aria è tutta intrisa di un santo profumo di rose una delle commissarie corre fuori dalla stanza,<strong> lascia un foglio su di un banco</strong> e fugge a rinchiudersi al riparo. Il foglio porta  con sé questo verdetto: Rosella 10 punti, E.P “<em>esclusa per mancanza di equipollenza del titolo di studio posseduto con quello richiesto</em>”. Ecco come mi trombano questa volta!  Allora ricapitolando il bando chiede come primo requisito un “<em>Diploma di Laurea Specialistica o Magistrale appartenente ad una delle seguenti classi: LM-14 Filologia moderna; LM-50 Programmazione e gestione dei servizi educativi; LM-57 Scienze dell’educazione degli adulti e della formazione continua; LM-85 Scienze pedagogiche ovvero Diploma di Laurea quadriennale conseguiti secondo la normativa previgente al D.M. n.509/1999 o titolo equipollente in Lettere moderne, Scienze dell’educazione; </em>ed è lampante che una Laurea in Letteratura tedesca ed Inglese con indirizzo Filologico Letterario non possa assolutamente ritenersi equipollente. E chiaramente ci vogliono due ore per accorgersene tanto è lampante.<strong> Riescono sempre a stupirmi in questi bandi regionali</strong>: che rettitudine, che inventiva, che regione di talenti  questa terra di rivoluzioni gentili! Ammetto che a questo non avevo proprio pensato.</p><p>PS: La prossima volta faccio direttamente domanda alla Sacra Corona Unita senza perder tempo con questi infingimenti e  con queste istituzioni affiliate e decadenti.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/18/bandi-pubblici-truccati-nella-%e2%80%9cpuglia-migliore%e2%80%9d/184373/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Mai dire capitalismo!</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/01/dire-capitalismo/180853/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/01/dire-capitalismo/180853/#comments</comments> <pubDate>Sun, 01 Jan 2012 10:26:47 +0000</pubDate> <dc:creator>Iside Gjergji</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[capitalismo]]></category> <category><![CDATA[Frank Luntz]]></category> <category><![CDATA[Guy Debord]]></category> <category><![CDATA[Pew Research Center]]></category> <category><![CDATA[socialismo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=180853</guid> <description><![CDATA[Il capitalismo è brutto, vecchio come un abito logorato che ormai ha fatto il suo tempo e deve essere abbandonato e dimenticato in un armadio. E’ questo il pensiero dei giovani americani &#8211; specie di coloro che in questi mesi hanno partecipato al movimento “Occupy Wall Street” &#8211; registrato dal sondaggio realizzato dal Pew Research...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il capitalismo è brutto, vecchio come un abito logorato che ormai ha fatto il suo tempo e deve essere abbandonato e dimenticato in un armadio. E’ questo il pensiero dei giovani americani &#8211; specie di coloro che in questi mesi hanno partecipato al movimento “Occupy Wall Street” &#8211; registrato dal <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.huffingtonpost.com/2011/12/29/young-people-socialism_n_1175218.html" target="_blank">sondaggio realizzato dal <strong>Pew Research Center</strong></a></span> e pubblicato mercoledì scorso.</p><p>Il risultato del sondaggio, che viene effettuato ogni anno e che mira a conoscere gli orientamenti politici dei cittadini americani, ha sorpreso molti analisti politici. In tanti si aspettavano, infatti, un atteggiamento critico nei confronti dell’attuale amministrazione, ma quasi nessuno era pronto a scommettere sulla <strong>diffusione degli </strong><strong>ideali socialisti</strong> tra gli americani. Eppure, i dati della ricerca ci rivelano che il 49% dei giovani americani, tra i 18 e i 29 anni, è “fan” del socialismo, mentre soltanto il 43% si dichiara contrario. Il risultato è ancor più sorprendente se si considera che soltanto venti mesi fa la situazione era completamente rovesciata, vale a dire che soltanto il 43% dei giovani americani era favorevole al socialismo e il 46% era contrario.</p><p>Il Pew Research Center classifica inoltre i suoi risultati dividendo la popolazione per età, razza, reddito e appartenenza politica. E così si scopre che la maggior parte dei “fan” del socialismo si trovano tra la popolazione nera e i simpatizzanti del partito democratico: cioè il 55% dei neri e il 59% dei democratici si dichiarano a favore del socialismo.</p><p>I risultati di questa ricerca giustificano bene le paure di <strong>Frank Luntz</strong>, il guru della comunicazione politica del partito repubblicano, il quale soltanto poche settimane fa si dichiarava terrorizzato dalla crescita della popolarità del movimento “Occupy Wall Street”: “<em>Sono spaventato a morte dall’impatto che il movimento “Occupy Wall Street” sta avendo sul modo in cui gli americani vedono il capitalismo</em>”. Luntz sta ora girando in lungo e in largo gli Stati Uniti per insegnare ai membri del partito repubblicano la nuova strategia comunicativa, che egli stesso <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://news.yahoo.com/blogs/ticket/republicans-being-taught-talk-occupy-wall-street-133707949.html" target="_blank">sintetizza in 10 raccomandazioni</a></span>:</p><p>1. <strong>Mai usare la parola “<em>capitalismo</em>”</strong>. Al suo posto Luntz consiglia l’uso di altre espressioni: “<em>libertà economica</em>” o “<em>libero mercato</em>”;</p><p>2. <strong>Mai dire che il governo “<em>tassa i ricchi</em>”</strong>. Secondo Luntz, infatti, occorre affermare che il governo “<em>prende dai ricchi</em>”;</p><p>3. <strong>Mai dire “<em>classe media</em>”</strong>. Il termine adatto da utilizzare sarebbe “<em>lavoratori contribuenti</em>”;</p><p>4. <strong>Mai dire “<em>lavoro</em>”</strong>. La parola giusta per la sostituzione sarebbe “<em>carriera</em>”;</p><p>5. <strong>Mai dire “<em>spesa pubblica</em>”</strong>. Al suo posto Luntz consiglia la parola “<em>spreco</em>”;</p><p>6. <strong>Mai dire che si desidera raggiungere un “<em>compromesso</em>”</strong>. Sarebbe un chiaro segno di debolezza, secondo Luntz, perciò egli ordina la sua sostituzione con il termine “<em>cooperazione</em>”;</p><p>7. <strong>La parola chiave da dire a un membro del movimento “Occupy Wall Street”, secondo Luntz, è: “<em>Capisco</em>” </strong>(“<em>Capisco che sei arrabbiato. Capisco che hai visto l’ineguaglianza. Capisco che vuoi migliorare il sistema</em>”);</p><p>8. <strong>Mai dire “<em>imprenditore</em>”.</strong> Meglio usare le espressioni: “<em>datore di lavoro</em>” o “<em>creatore di lavoro</em>”.</p><p>9. <strong>Mai chiedere a qualcuno di “sacrificarsi”.</strong> Meglio dire che “<em>siamo tutti sulla stessa barca. Possiamo avere successo o possiamo fallire insieme</em>”.</p><p>10. <strong>Attribuire sempre la colpa a Washington</strong>.</p><p>Luntz la sa lunga e sa fiutare il pericolo prima di tanti altri, ma egli appare poco più che una &#8220;giovane marmotta&#8221; se paragonato ai “guru comunicativi” di casa nostra. Il riferimento è a quelli che definiscono “assoluzione” una semplice prescrizione, a quelli che parlano di “patto tra generazioni” per nascondere il più grande allargamento dello sfruttamento e della precarietà per tutti, padri e figli, a coloro che si riempiono la bocca con espressioni tipo “progetto fabbrica Italia” soltanto per cancellare il fatto che le fabbriche le stanno pian piano chiudendo tutte, che usano la parola “riforma” per promuovere le più feroci controriforme… e così via. Dinanzi a tale generale tendenza al rovesciamento di senso vengono in mente le parole di <strong>Guy Debord</strong> che, non molto tempo fa, affermava lungimirante: &#8220;<em>Lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all&#8217;occupazione totale della vita sociale</em>&#8220;. Cioè ora &#8220;<em>non solo il rapporto con la merce è visibile, ma non si vede più che quello: il mondo che si vede è il suo mondo</em>&#8220;.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/01/dire-capitalismo/180853/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Chi risarcirà gli operai e le operaie dell’Irisbus?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/19/risarcira-operai-operaie-dell%e2%80%99irisbus/178532/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/19/risarcira-operai-operaie-dell%e2%80%99irisbus/178532/#comments</comments> <pubDate>Mon, 19 Dec 2011 09:04:25 +0000</pubDate> <dc:creator>Iside Gjergji</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[fiat]]></category> <category><![CDATA[irisbus]]></category> <category><![CDATA[Iside Gjergji]]></category> <category><![CDATA[lavoratori]]></category> <category><![CDATA[Rossella Iacobucci]]></category> <category><![CDATA[sindacati]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=178532</guid> <description><![CDATA[L’Irisbus di Valle Ufita ha chiuso. Dopo quattro mesi di dura lotta, 685 lavoratori e lavoratrici dello stabilimento del gruppo Fiat tornano a casa. Avranno per due anni la cassa integrazione straordinaria. E poi, il buio pesto. Nessuno sa, nessuno risponde alle loro domande sul futuro dello stabilimento. Non c’è alcuna certezza di reindustrializzazione del...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’Irisbus di Valle Ufita ha chiuso. Dopo quattro mesi di dura lotta, 685 lavoratori e lavoratrici dello stabilimento del gruppo Fiat tornano a casa. Avranno per due anni la cassa integrazione straordinaria. E poi, il buio pesto. Nessuno sa, nessuno risponde alle loro domande sul futuro dello stabilimento. Non c’è <strong>alcuna certezza di reindustrializzazione</strong> del sito.</p><p>I lavoratori hanno resistito eroicamente per 120 giorni. Li trovavi ogni giorno, ventiquattro ore su ventiquattro, con o senza pioggia, davanti ai cancelli della loro fabbrica, dandosi il cambio, facendo assemblee, distribuendo volantini, protestando contro la chiusura. Non volevano accettare la decisione della Fiat, del 14 settembre scorso, di dismettere completamente lo stabilimento. Considera(va)no il loro lavoro all’Irisbus &#8211; con orgoglio! &#8211; la loro vita, ciò che gli restituiva <strong>dignità</strong> e che garantiva ai loro figli un <strong>futuro</strong>.</p><p>Invece, l’Irisbus l’hanno chiusa. Probabilmente per sempre. Grazie anche agli accordi siglati dai sindacati. Ai lavoratori non resta che un presente di sacrifici e un futuro di povertà, oltre che l’amarezza e lo sconforto per una battaglia persa, tradita. Ma conservano, nel contempo, anche la consapevolezza per la sedimentazione di <strong>un’organizzazione autonoma</strong>, di un’unione forte tra di loro (lavoratori dell’Irisbus e di altre aziende), che la sconfitta di oggi forse non potrà cancellare facilmente.</p><p>E’ questo, infatti, ciò che si evince dalle parole dure e rabbiose, ma anche piene di profonda umanità, di <strong>Rossella Iacobucci</strong>, lavoratrice, che nella lotta dei lavoratori della Irisbus aveva partecipato e ci aveva creduto, con tutta se stessa. La sua lettera, pubblicata prima su facebook e poi ripresa da alcuni siti, vi propongo di leggerla <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.irpino.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=3760:irisbus-stabilimento-chiude-resistenza-operaia-e-noi&amp;catid=116:vertenza-irisbus-valle-ufita&amp;Itemid=178" target="_blank">qui</a></span></strong> oggi, affinché ci aiuti a riflettere seriamente sulle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici in questo paese.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/19/risarcira-operai-operaie-dell%e2%80%99irisbus/178532/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Gianluca Casseri, fascista del terzo millennio</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/14/gianluca-casseri-fascista-terzo-millennio/177508/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/14/gianluca-casseri-fascista-terzo-millennio/177508/#comments</comments> <pubDate>Wed, 14 Dec 2011 16:57:33 +0000</pubDate> <dc:creator>Iside Gjergji</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Casa Pound]]></category> <category><![CDATA[fascismo]]></category> <category><![CDATA[Gianluca Casseri]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=177508</guid> <description><![CDATA[Gianluca Casseri era un fascista del “terzo millennio”, perché è così che si autodefiniscono quelli di Casa Pound. Subito dopo il massacro di due innocenti lavoratori senegalesi e del ferimento di un altro loro connazionale, parte dei media si è prontamente adoperata per sminuire l’accaduto (“era un folle”) e per cancellare ogni traccia di appartenenza...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Gianluca Casseri era un fascista del “terzo millennio”, perché è così che <strong>si autodefiniscono</strong> <strong>quelli di Casa Pound</strong>. Subito dopo il massacro di due innocenti lavoratori senegalesi e del ferimento di un altro loro connazionale, parte dei media si è prontamente adoperata per sminuire l’accaduto (“<em>era un folle</em>”) e per cancellare ogni traccia di appartenenza dell’assassino (“<em>era uno scrittore depresso e solitario</em>”) ai “nuovi” (ma sempre vecchi) fascisti.</p><p>Piuttosto che guardare la luna, alcuni giornalisti si limitano e si compiacciono di osservare e vivisezionare il dito che lo indica. Il feroce gesto razzista di Casseri – una sorta di “intellettuale” tra i fascisti del terzo millennio – dice molto della sua personalità, ma dice ancora di più <strong>della cultura e dell’ideologia </strong>del gruppo a cui apparteneva: Casa Pound.</p><p>Il fatto è che, ormai, non si riesce neanche più a pronunciare il nome di questa organizzazione senza che si erga imediatamente un bloco politico bipartisan per prenderne le difese e per accusarti di “intolleranza”. “<em>Eh, ma bisogna sentire tutte le opinioni</em>”, ti senti dire. “<em>Bisogna dialogare con i ragazzi di Casa Pound, con chi la pensa diversamente da noi</em>”, urlò uno speaker (comico) dal palco della manifestazione della Fiom a Roma, qualche mese fa. E così, senza che nessuno si scandalizzi o rilevi il carattere <strong>profondamente anticostituzionale</strong> dell’organizzazione dei fascisti del terzo millennio (appare oportuno ricordare, infatti, che la Costituzione italiana è dichiaratamente antifascista), Casa Pound si è espansa ovunque, più o meno silenziosamente.</p><p>Gode, inoltre, di ampi e forti appoggi nel centrodestra, visto che nelle ultime tornate elettorali l’ha perfino fatta salire sul carro elettorale. Ma, ciò che davvero preocupa, è che negli ultimi anni Casa Pound è guardata con tolleranza, se non com vera e propria simpatia, anche da diversi membri del centrosinistra. Non sono pochi, infatti, i personaggi politici e i direttori di giornali di (pseudo)sinistra che negli ultimi anni hanno partecipato o hanno sponsorizzato diverse loro iniziative. Basta googlare in rete per conoscere i loro nomi.</p><p>Tra i “segreti” del successo di casa Pound, però, non c&#8217;é solo l’appoggio, più o meno consapevole, della politica e di certa parte del mondo culturale e giornalistico. Ad aver contribuito alla sua ascesa ci sono anche i cospicui finanziamenti pubblici e privati<strong> </strong>che l’organizzazione ha ricevuto da diverse giunte comunali o provinciali. Non bisogna però dimenticare <strong>l’astuta strategia mediatica</strong> della stessa organizzazione, che si “vanta” di occuparsi e di dedicarsi alla causa degli “ultimi”, degli strati sociali più deboli e più colpiti dalla crisi.</p><p>Un esempio palese ed istruttivo di come i membri, simpatizzanti o intellettuali di Casa Pound si occupano degli strati sociali più sfruttati e colpiti dalla crisi<strong> lo abbiamo avuto ieri</strong>, con la strage dei cittadini senegalesi a Firenze. E, per favore, non venitemi a dire che quello è un individuo isolato, che era depresso e pazzo. Andate prima a leggere i manifesti e le parole d’ordine di Casa Pound, ovvero dei fascisti del terzo millennio, e poi ne riparliamo. Ciò che Casseri ha fatto non è che la messa in opera dell’ideologia fascista. Quella stessa ideologia che hanno contribuito a diffondere in tanti, grazie all’appoggio diretto o indiretto di Casa Pound.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/14/gianluca-casseri-fascista-terzo-millennio/177508/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Immigrato o detenuto?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/13/migrante-o-detenuto/177222/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/13/migrante-o-detenuto/177222/#comments</comments> <pubDate>Tue, 13 Dec 2011 16:28:50 +0000</pubDate> <dc:creator>Iside Gjergji</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Corte di Giustizia Europea]]></category> <category><![CDATA[immigrati]]></category> <category><![CDATA[Iside Gjergji]]></category> <category><![CDATA[migranti]]></category> <category><![CDATA[reclusione]]></category> <category><![CDATA[Ue]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=177222</guid> <description><![CDATA[Con la sentenza pronunciata il 6 dicembre 2011, la Grande Sezione della Corte di Giustizia Ue si è pronunciata sulla questione sollevata dalla Corte di Appello di Parigi circa la compatibilità della normativa francese sui rimpatri con la direttiva 2008/115/Ce (meglio nota come “direttiva rimpatri”), dichiarando l’incompatibilità dell’art. L. 621-1 del Codice francese dell’ingresso e...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Con la <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/13/lunione-europea-caso-francese-illegale-incarcerare-clandestini-attendono-lespulsione/177073/" target="_blank">sentenza</a></span> pronunciata il 6 dicembre 2011, la Grande Sezione della Corte di Giustizia Ue si è pronunciata sulla questione sollevata dalla Corte di Appello di Parigi circa la compatibilità della normativa francese sui <strong>rimpatri </strong>con la direttiva 2008/115/Ce (meglio nota come “direttiva rimpatri”), dichiarando l’incompatibilità dell’art. L. 621-1 del Codice francese dell’ingresso e del soggiorno degli stranieri e del diritto d&#8217;asilo con la sopramenzionata direttiva.</p><p>La legge francese, infatti, prevede attualmente la pena di un anno di <strong>reclusione </strong>a carico dello straniero che sia<strong> </strong>entrato o soggiorni illegalmente<strong> </strong>in Francia e i giudici parigini hanno giustamente ipotizzato un conflitto tra questa legge e la direttiva europea che tende a considerare la sanzione penale e la detenzione nei confronti degli immigrati irregolari come una <em>extrema ratio</em>.</p><p>Tuttavia, non si può non rilevare <strong>l’ambiguità </strong>di fondo della decisione della Corte di Giustizia, ambiguità derivata direttamente dall’impianto opaco della direttiva stessa. La Corte, infatti, ha ribadito che la direttiva europea “<em>non vieta che il diritto di uno Stato membro qualifichi il soggiorno irregolare alla stregua di un reato</em><em> e preveda sanzioni penali per scoraggiare e reprimere la commissione di siffatta infrazione</em>&#8220;, ma ha poi subito aggiunto che gli Stati membri &#8220;<em>non possono applicare una normativa penale tale da compromettere la realizzazione degli obiettivi perseguiti da tale direttiva</em><em> e da privare così quest&#8217;ultima del suo effetto utile</em>”.</p><p>Più che una decisione chiarificatrice degli obblighi degli Stati membri (in questo specifico caso si tratta della sola Francia) in merito alla condizione giuridica e al trattamento sanzionatorio dello straniero espellendo, si tratta dell’ennesimo <strong>sforzo equilibrista</strong> della Corte di Giustizia che – così come era successo com la sentenza riguardante il caso italiano &#8211; tenta di bilanciare diritti individuali e interessi statuali (specie in un momento storico in cui ogni istituzione europea si sta sfasciando sotto i colpi impietosi della guida Bce e Merkozy). Ciò che sostanzialmente la Corte si limita a fare è di raccomandare “moderazione” nel trattamento sanzionatorio dei “clandestini”.</p><p>Con questo, non intendo sottovalutare la portata e, soprattutto, il significato politico della sentenza, specie in un momento come questo. Tuttavia, occorre anche ribadire che nella vita degli stranieri in Francia (come in Italia e in altri paesi europei) <strong>poco o nulla cambierà</strong>, posto che le detenzioni per loro sono <em>multilevel</em>: penali e amministrative. Uno straniero può anche passare una vita intera (come fosse un ergastolano) tra un <em>Centre de Retention</em> <em>Administrative</em> e una <em>Zone d’attente</em>, senza che nessun giudice lo trovi scandalosamente illegale, oltre che disumano.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/13/migrante-o-detenuto/177222/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Portogallo: sciopero generale contro i tagli</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/24/portogallo-sciopero-generale-contro-i-tagli/172853/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/24/portogallo-sciopero-generale-contro-i-tagli/172853/#comments</comments> <pubDate>Thu, 24 Nov 2011 13:15:13 +0000</pubDate> <dc:creator>Iside Gjergji</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[CTGP]]></category> <category><![CDATA[Fitch]]></category> <category><![CDATA[Fmi]]></category> <category><![CDATA[Pedro Passos Coelho]]></category> <category><![CDATA[Piigs]]></category> <category><![CDATA[Portogallo]]></category> <category><![CDATA[sciopero generale]]></category> <category><![CDATA[tagli]]></category> <category><![CDATA[UGT]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=172853</guid> <description><![CDATA[Lo sciopero generale ritorna a essere un mezzo di lotta sindacale e politica che accomuna le proteste di milioni di persone in molti paesi del mondo. E’ ritornato in America Latina (dove in realtà non ha mai smesso di essere presente), negli Stati Uniti (con lo sciopero del 2 novembre scorso a Oakland, dopo ben...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Lo <strong>sciopero generale</strong> ritorna a essere un mezzo di lotta sindacale e politica che accomuna le proteste di milioni di persone in molti paesi del mondo. E’ ritornato in America Latina (dove in realtà non ha mai smesso di essere presente), negli Stati Uniti (con lo sciopero del 2 novembre scorso a Oakland, dopo ben 65 anni), nel Nord Africa e, naturalmente, in Europa (Grecia, Italia, Spagna e Portogallo).</p><p>Il dibattito in seno ai movimenti rivoluzionari (anarchici, comunisti e socialisti) sull’importanza di questo potente mezzo di lotta è stato ampio e di particolare rilevanza negli ultimi decenni del XIX secolo e agli inizi del ventesimo. Le riflessioni di <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Rosa_Luxemburg" target="_blank">Rosa Luxemburg</a></strong></span> sono quelle che hanno maggiormente segnato tale dibattito.</p><p>Storicamente, in diverse parti del mondo, lo sciopero generale è sempre stato uno <strong>strumento di resistenza </strong>contro il peggioramento delle condizioni lavorative e salariali e anche contro l’ingiusta cancellazione o limitazione di diritti sociali e civili delle classi subalterne. Ma allo stesso tempo ha avuto anche un carattere offensivo dal punto di vista politico. Parliamo, ovviamente, di scioperi generali che, all’epoca, coinvolgevano la maggior parte dei lavoratori (e anche di altre parti sociali, comunque minacciate dalle condizioni sociali ed economiche) e che si attuavano senza preavviso e duravano, talvolta, giorni o settimane.</p><p>All’inizio del XXI secolo il mondo intero è attraversato da una crisi economica che non ha precedenti nella storia. In molti paesi – in particolare nei cosiddetti <strong>Piigs</strong> (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) – vengono adottate dai rispettivi governi misure economiche che attaccano frontalmente gli strati più poveri della società, i lavoratori in primis. Alcuni sindacati e partiti di questi paesi hanno immediatamente indetto scioperi generali, talvolta più di uno sciopero generale nell’arco di poco tempo. Così in Grecia. E così anche in Portogallo, dove oggi si è svolto il secondo sciopero generale per protestare contro <strong>i tagli imposti dalla Bce e dal Fmi</strong>, in cambio di 78 miliardi di euro. La scelta della data è simbolica, sia perché esattamente un anno fa, cioè il 24 novembre 2010, fu organizzato il primo sciopero generale contro la crisi, sia perché oggi, in Parlamento, inizia la votazione della legge di bilancio dello Stato.</p><p>Lo sciopero è stato indetto ed organizzato dai due maggiori sindacati portoghesi: <strong>Ctgp</strong> e <strong>Ugt</strong>. L’adesione dei lavoratori è stata molto alta, in particolare nel settore dei trasporti pubblici e della sanità. Almeno 121 i voli cancellati dalla compagnia di bandiera e moltissimi gli ospedali che hanno garantito soltanto gli interventi più urgenti. Gli organizzatori si dicono molto soddisfatti e dichiarano che questo di oggi sia stato <strong>il più grande sciopero degli ultimi trent’anni</strong>.</p><p>Resta tuttavia da capire quali saranno i risultati effettivi. Come l&#8217;evento potrà cambiare i rapporti di forza in campo e quanto riuscirà a dimostrarsi uno strumento di effettiva resistenza all’offensiva del capitale finanziario. Proprio oggi, del resto, la nota agenzia finanziaria, <strong>Fitch</strong>, ha nuovamente declassato i titoli di stato portoghesi, da BBB- a BB+. I titoli portoghesi, dunque, sono ora considerati mera spazzatura (<em>junk bond</em> li definisce il mercato). Notizia pessima per tutti i lavoratori portoghesi, perché significa che l’attuale governo in carica, guidato dal socialdemocratico (coalizione di centrodestra) <strong>Pedro Passos Coelho</strong>, spingerà ulteriormente per l’attuazione di misure economiche ancora più drastiche di quelle finora messe in atto.</p><p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/g0Sy7QQknv0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/24/portogallo-sciopero-generale-contro-i-tagli/172853/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>7</slash:comments> </item> <item><title>Crisi, i greci non possono più permettersi l&#8217;ospedale</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/29/grecia-gli-effetti-sanitari-della-crisi-finanziaria/167230/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/29/grecia-gli-effetti-sanitari-della-crisi-finanziaria/167230/#comments</comments> <pubDate>Sat, 29 Oct 2011 11:41:48 +0000</pubDate> <dc:creator>Iside Gjergji</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[Commissione europea]]></category> <category><![CDATA[crisi]]></category> <category><![CDATA[Fondo monetario internazionale]]></category> <category><![CDATA[Grecia]]></category> <category><![CDATA[Sanità]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=167230</guid> <description><![CDATA[Sulla prestigiosa rivista medica The Lancet è stato pubblicato pochi giorni fa un articolo che rivela come i greci stiano «perdendo la vita» a causa dei tagli al sistema sanitario imposti dalla troika (Commissione europea, Bce, Fondo monetario internazionale). Lo studio del The Lancet, che si intitola “Gli effetti sanitari della crisi finanziaria: presagi di una tragedia greca”,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Sulla prestigiosa rivista medica <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.thelancet.com/" target="_blank"><em>The Lancet</em> </a></span>è stato pubblicato pochi giorni fa un articolo che rivela come i greci stiano «<em>perdendo la vita</em>» a causa dei tagli al sistema sanitario imposti dalla <em>troika</em> (Commissione europea, Bce, Fondo monetario internazionale). Lo studio del<em> The</em> <em>Lancet, </em>che si intitola <strong>“<a style="text-decoration: underline;" href="http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(11)61556-0/fulltext" target="_blank"><em>Gli effetti sanitari della crisi finanziaria</em>: </a><em><a style="text-decoration: underline;" href="http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(11)61556-0/fulltext" target="_blank">presagi di una tragedia greca</a>”</em></strong>, è opera dei dottori Alexander Kentikelenis e David Stuckler, della Cambridge University, del professor Martin McKee, della London School of Hygiene and Tropical Medicine e di numerosi altri autorevoli medici e studiosi. I loro dati sono ricavati da fonti ufficiali, ovvero dai documenti presentati dal governo greco e dalle statistiche Uesul reddito e le condizioni di vita, e riguardano il periodo che va dall’inizio della crisi nel 2007 fino alla prima metà del 2011.</p><p>Gli autori dello studio rivelano che, dal 2007 a oggi, i bilanci degli ospedali pubblici in Grecia sono stati tagliati almeno del <strong>40%</strong>. Contemporaneamente a questi gravi tagli, negli ospedali pubblici è aumentato il numero di accettazioni (del 24 % nel 2010 e dell’8% nella prima metà del 2011). Ciò è accaduto come conseguenza del fatto che sempre più persone non possono permettersi di rivolgersi a strutture private. Infatti, con riferimento allo stesso periodo, il numero di accettazioni negli ospedali privati è diminuito del 25-30%. Nel rapporto si evidenzia, inoltre, come gran parte della popolazione greca abbia ormai difficoltà a pagare persino i <strong>5 Euro di ticket</strong> per la degenza in un ospedale pubblico. A tale inquietante scenario, occorre aggiungere il fatto che molte ditte farmaceutiche hanno interrotto le forniture agli ospedali pubblici greci, in quanto non più in grado di pagare i debiti.</p><p>Come risposta all’impossibilità di ricevere cure nelle strutture pubbliche, nelle grandi città greche sono sorte negli ultimi tre anni numerose <strong>cliniche volontarie</strong> di strada, organizzate e gestite da diverse Ong, le quali riferiscono di un drammatico aumento del numero di greci che si rivolgono a queste strutture mobili, specie se disoccupati. Secondo i dati dello studio, infatti, molti disoccupati non possono più permettersi farmaci speciali, come ad esempio l’insulina in caso di diabete.</p><p>Lo studio rivela, inoltre, dei dati sconcertanti sull’incremento dei <strong>suicidi</strong>, che risultano aumentati del 17% tra il 2007 ed il 2009, mentre dati non ufficiali del 2010 parlano di un aumento del 25% rispetto al 2009. Soltanto nella prima metà del 2011 c’è stato un aumento del 40% rispetto allo stesso periodo del 2010, come riferisce il ministro della Sanità. Sono aumentate le infezioni di <strong>Hiv </strong>(del 52% nel 2010) e l’uso di <strong>eroina </strong>(del 20% nel 2009). Un terzo dei programmi sociali del Paese è stato tagliato, costringendo molti tossicodipendenti al ricovero negli ospedali pubblici sovraffollati.</p><p>Nonostante questo scenario catastrofico, da guerra post-atomica, Mathias Mors, rappresentante della Commissione europea in Grecia, ha ribadito il 12 ottobre scorso, <a style="text-decoration: underline;" href="http://www.ekathimerini.com/4dcgi/_w_articles_wsite2_1_12/10/2011_410701" target="_blank">in un’intervista</a> rilasciata al giornale greco <em>Kathimerini</em>, la necessità di <strong>ulteriori tagli</strong> alla sanità pubblica.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/29/grecia-gli-effetti-sanitari-della-crisi-finanziaria/167230/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>36</slash:comments> </item> <item><title>Steve Workers, il nuovo guru folle e affamato</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/09/steve-workers-il-nuovo-guru-folle-e-affamato/162977/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/09/steve-workers-il-nuovo-guru-folle-e-affamato/162977/#comments</comments> <pubDate>Sun, 09 Oct 2011 09:46:35 +0000</pubDate> <dc:creator>Iside Gjergji</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Foxconn]]></category> <category><![CDATA[movimento "Noi siamo il 99%"]]></category> <category><![CDATA[schifados]]></category> <category><![CDATA[steve jobs]]></category> <category><![CDATA[Steve Workers]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=162977</guid> <description><![CDATA[Steve Jobs, il visionario imprenditore, è morto tre giorni fa, ma il lutto virtuale per la sua perdita continua ad espandersi inarrestabile di iPod in iPad. Lo supereremo mai questo iPain? Chissà. Forse però sapere che un nuovo visionario si aggira tra noi potrebbe alleggerirci un po’. Si chiama Steve Workers e dice di essere...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/steveworkers.jpg?47e3a5"><img class="alignnone size-medium wp-image-163071" title="Steve Workers" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/10/steveworkers-220x300.jpg?47e3a5" alt="Steve Workers" width="220" height="300" /></a>Steve Jobs</strong>, il visionario imprenditore, è morto tre giorni fa, ma il lutto virtuale per la sua perdita continua ad espandersi inarrestabile di iPod in iPad. Lo supereremo mai questo iPain? Chissà.</p><p>Forse però sapere che un nuovo visionario si aggira tra noi potrebbe alleggerirci un po’. Si chiama <strong>Steve Workers</strong> e dice di essere venuto al mondo per enunciare e denunciare.</p><p>Se Steve Jobs (il cui nome si può tradurre in italiano con <strong>Stefano Lavori</strong>) era il guru dei capitani d’industria, dei “<em>self made man</em>”, Steve Workers (ovvero <strong>Stefano Lavoratori</strong>) è il guru dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, degli studenti in lotta. Se Jobs era un singolo individuo, Workers è un soggetto collettivo, se i prodotti del primo sono l’iPhone, l’iPad, l’iPod, quelli del secondo sono “<em>iClasswar, iStrike, iStruggle, iRevolution</em>”. <strong>Workers è Jobs rovesciato</strong>. E’ il suo esatto contrario.</p><p>Dal <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://steveworkers.tumblr.com/" target="_blank">suo blog</a></span> e dal suo <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://twitter.com/#!/Steve_Workers">profilo ufficiale</a></span> su Twitter, infatti, Steve Workers lancia <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5512" target="_blank">pericolosi siluri controinformativi</a></span>. Prende i simboli di Jobs e li rovescia, li mette sopra degli occhiali e il cappello di Mao e poi li scaglia con violenza contro lo stesso Jobs, <strong>manipola e stravolge i suoi consigli</strong>. Si racconta anche che Workers sia un tipo parecchio arrabbiato e ribelle sin da bambino. In rete qualcuno narra addirittura che <em>«quando aveva nove anni, dopo un solo morso e benché fosse affamato, Steve Workers scagliò una mela contro il padrone di sua madre»</em>.<em> </em>E pare che da allora sia rimasto molto affamato, proprio come Jobs consigliava (“<em>stay hungry</em>”), e con una vera fissazione per le ricette particolari, folli direi (anche qui sembra proprio che Workers si ispiri al suo rivale/nemico Jobs, che diceva sempre: “<em>stay foolish</em>”).</p><p>A Workers &#8211; strano ma vero! &#8211; piace “<em>mangiare i ricchi</em>”. “<em>Eat the Rich</em>”, ripete ossessivamente ad ogni affamato che incontra. <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://silencedmajority.blogs.com/.a/6a00d834520b4b69e2014e8bd963c0970d-450wi" target="_blank">“<em>Eat the Rich</em>” urla sul ponte di Brooklyn</a></span> assieme al movimento “<em>Noi siamo il 99%</em>”. “<em>Non ti suicidare, ma mangia i padroni</em>”, sussurra nelle orecchie dei lavoratori cinesi della <strong>Foxconn</strong> (<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5241#more-5241" target="_blank">la fabbrica cinese che produce gli iPad, diventata famosa nel mondo per il numero impressionante di suicidi a causa delle condizioni lavorative</a></span>). “<em>Non fare la schiava, mangia il padrone</em>”, mormora alle lavoratrici di <strong>Barletta</strong>. <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://clashcityworkers.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=181:eat-the-rich-perche-e-come&amp;catid=41:approfondimenti&amp;Itemid=84" target="_blank">&#8220;<em>Magnammec e&#8217; padrun. Che lo paghino loro il debito!&#8221;</em></a></span> ha gridato pure da <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://napoli.repubblica.it/cronaca/2011/10/07/foto/napoli_in_piazza_contro_i_tagli-22845596/1/" target="_blank">Napoli il 7 ottobre scorso</a></span>, abbracciato a studenti, lavoratori e “<em>schifados</em>” (a Napoli, più che “<em>indignados</em>” si sentono <strong>“<em>schifados</em>”</strong>). C&#8217;è chi giura, poi, che Workers abbia scelto di seguire questa particolare dieta visitando Napoli. Leggende della rete!  Di una cosa però in molti si dichiarano sicuri: Steve Workers, il 15 ottobre prossimo, sarà presente in tutte le capitali europee per presentare &#8211; con un travolgente <em>keynote</em> &#8211; tutti i prodotti del suo catalogo.</p><p>Strano tipo questo Steve Workers. Ma fa venire una fame&#8230;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/09/steve-workers-il-nuovo-guru-folle-e-affamato/162977/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>22</slash:comments> </item> <item><title>Dalla fuga all&#8217;insolvenza, i nuovi diritti non sense</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/04/dalla-fuga-allinsolvenza-i-nuovi-diritti-non-sense/162044/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/04/dalla-fuga-allinsolvenza-i-nuovi-diritti-non-sense/162044/#comments</comments> <pubDate>Tue, 04 Oct 2011 14:43:55 +0000</pubDate> <dc:creator>Iside Gjergji</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[debito]]></category> <category><![CDATA[diritto all'insolvenza]]></category> <category><![CDATA[diritto di fuga]]></category> <category><![CDATA[immigrati]]></category> <category><![CDATA[movimenti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=162044</guid> <description><![CDATA[E’ sconcertante l’abitudine di certe aree dei movimenti in Italia di svuotare e di disinnescare la forza e il potenziale innovativo dei movimenti stessi, per metterli al servizio di logiche strumentali e mistificatorie, attraverso l’uso di parole d’ordine suggestive, ma decisamente fuorvianti. Prendiamo, ad esempio, l’espressione, ormai dilagante e di moda in diversi ambienti dei...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>E’ sconcertante l’abitudine di certe aree dei movimenti in Italia di svuotare e di disinnescare la forza e il potenziale innovativo dei movimenti stessi, per metterli al servizio di logiche strumentali e mistificatorie, attraverso l’uso di parole d’ordine suggestive, ma decisamente fuorvianti. Prendiamo, ad esempio, l’espressione, ormai dilagante e di moda in diversi ambienti dei movimenti: <strong>“diritto all’insolvenza”</strong>. Che cosa significa? Qual è l’orizzonte politico e di senso che ci propone, al di là della suggestione?</p><p>Parlare di insolvenza<strong> in termini di diritto è un <em>n</em></strong><em>on sense</em>. Almeno lo è nella misura in cui non mette radicalmente in discussione il sistema in cui è nato e cresciuto il debito (e il credito). L’insolvenza può di certo essere dichiarata, rivendicata politicamente (cioè della serie: “Io non ti pago, perché non voglio!”), ma non giuridicamente, non perché se ne ha “diritto”. Prima di tutto perché si tratta di un diritto che eccede quello positivo e, di conseguenza, l’intero discorso sdrucciola nella magica sfera del <strong>diritto naturale o morale</strong>, con tutto ciò che ne consegue in termini di mistificazione. In secondo luogo, perché l’insolvenza, qualora messa in atto, ripetutamente e in ogni luogo del pianeta (a meno che i sostenitori del “diritto all’insolvenza” non intendano far pagare la loro insolvenza alle classi povere delle altre parti del globo), provocherebbe la <strong>crisi definitiva</strong> di un sistema economico e sociale fondato interamente sul nesso debito/credito.</p><p>Ma se ciò dovesse mai accadere, non sarà di certo perché rivendicato in termini giuridici. E’ completamente illogico pensare l’insolvenza in termini di diritto all’interno di un assetto economico e sociale imperniato sul nesso debito/credito. Non bisogna trascurare infatti che, parallelamente al diritto all&#8217;insolvenza, a rigor di logica, dovrebbe coesistere il <strong>diritto al credito</strong>: ha senso parlare di diritto all&#8217;insolvenza in un sistema in cui continuano ad esistere il debito, e cioè anche il credito. E allora eccoci di nuovo al punto di partenza.</p><p>Evocare il “diritto all’insolvenza” per uscire dalla crisi attuale è, dunque, <strong>profondamente mistificatorio</strong> e, per alcuni versi, inquietante. Lo è nella stessa misura in cui lo era alcuni anni fa evocare il <strong>“diritto di fuga”</strong>, come strumento di “liberazione” per gli immigrati. L’espressione (o teoria del) “diritto di fuga” &#8211; che richiama l’idea dell’immigrato come fuggiasco, come evaso (con tutte le storiche accezioni negative di cui sono cariche tali figure), piuttosto che quella di un soggetto forzato a emigrare a causa delle dinamiche economiche e delle politiche globali &#8211; divenne per lungo tempo egemonica nei discorsi politici di certe aree dei movimenti (più o meno gli stessi che ora evocano il &#8220;diritto all’insolvenza&#8221;), ma anche in quelli scientifici di alcune aree accademiche.</p><p>Bisogna ammettere, anche quella volta l’espressione era suggestiva: “diritto di fuga”. Wow! Peccato però che l’utilizzo di questa espressione suggestiva, pur contenendo la parola “diritto”, nulla aveva a che fare con il diritto positivo. Le sue radici erano sempre nel diritto naturale o morale. Ma vi è di più! L’espressione “diritto di fuga”, a causa delle sue intrinseche ambiguità concettuali, ha finito per giustificare – logicamente e teoricamente &#8211; <strong>l’approccio poliziesco</strong> o bellico dei paesi occidentali nei confronti dei movimenti migratori. Se la “fuga” è un “diritto”, lo è allora altrettanto quello dei custodi dell’ordine e della “sicurezza” di “catturare” i fuggitivi. Legittimo, dunque, sulla base del diritto <em>hobbesiano</em> evocato dalla teoria del “diritto di fuga”, lo schieramento dell’esercito in difesa dei confini occidentali.</p><p>La fallacia di simili teorie è apparsa &#8211; se possibile &#8211; ancora più chiara nelle parole di un lavoratore immigrato di Nardò (Lecce) che, quest’estate, incitando i suoi compagni a scioperare contro lo sfruttamento e il caporalato ha detto: <em>“In Africa c’era lo sfruttamento. Siamo fuggiti. Ma<strong> lo sfruttamento ci è venuto dietro</strong>”</em>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/04/dalla-fuga-allinsolvenza-i-nuovi-diritti-non-sense/162044/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>17</slash:comments> </item> <item><title>Ad Amburgo l’università torna gratuita</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/23/ad-amburgo-l%e2%80%99universita-torna-gratuita-2/159508/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/23/ad-amburgo-l%e2%80%99universita-torna-gratuita-2/159508/#comments</comments> <pubDate>Fri, 23 Sep 2011 09:59:23 +0000</pubDate> <dc:creator>Iside Gjergji</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[amburgo]]></category> <category><![CDATA[diritto allo studio]]></category> <category><![CDATA[Germania]]></category> <category><![CDATA[tasse universitarie]]></category> <category><![CDATA[università]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=159508</guid> <description><![CDATA[Il partito socialdemocratico tedesco, l’Spd, &#8211; che governa lo stato (Länder) di Amburgo assieme al partito dei Verdi dal mese di febbraio di quest’anno &#8211; ha comunicato ieri la decisione di cancellare le tasse universitarie per tutte le università pubbliche dello stato di Amburgo. Significa che, a partire dal 1° ottobre dell’anno prossimo, gli studenti...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/09/Lo-slogan-degli-studenti-tedeschi.jpeg?47e3a5"><img class="alignleft size-medium wp-image-159511" title="Lo slogan degli studenti tedeschi" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/09/Lo-slogan-degli-studenti-tedeschi-212x300.jpg?47e3a5" alt="&quot;Via le tasse ballerine&quot;, lo slogan degli studenti tedeschi" width="212" height="300" /></a>Il partito socialdemocratico tedesco, l’Spd, &#8211; che governa lo stato (Länder) di <strong>Amburgo </strong>assieme al partito dei Verdi dal mese di febbraio di quest’anno &#8211; ha comunicato ieri la decisione di <strong>cancellare le tasse universitarie </strong>per tutte le università pubbliche dello stato di Amburgo. Significa che, a partire dal 1° ottobre dell’anno prossimo, gli studenti che si immatricoleranno all’università non dovranno pagare più alcuna tassa. Zero euro per studiare. Gli studenti potranno finalmente tornare ad esercitare un vero diritto allo studio.</p><p>Si tratta di un ritorno, infatti, e non di un’assoluta novità: prima del 2007, anno in cui furono introdotte le tasse universitarie ad Amburgo (anche come conseguenza della sempre maggiore adesione del sistema universitario tedesco al “<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Processo_di_Bologna" target="_blank">processo di Bologna</a></span>”, fondato essenzialmente sulla competizione e sul principio di mercato), l’iscrizione alle università pubbliche<strong> era già gratuita</strong>. Ottima notizia, quindi, per gli studenti dello stato di Amburgo &#8211; che è anche la più grande e importante regione della Germania dopo Berlino – che tornano a studiare gratuitamente.</p><p>Ma come si è arrivato a questo risultato così importante (quasi impensabile per gli studenti italiani, il cui diritto allo studio è stato di fatto cancellato dopo la “contro-riforma Gelmini”)? Merito della coalizione di <strong>centrosinistra </strong>al governo? Non proprio. La coalizione di centro sinistra ad Amburgo, che ha ottenuto il voto di migliaia di studenti alle elezioni di febbraio di quest’anno con la promessa di cancellare le tasse universitarie, una volta al governo ha cambiato idea. Il nuovo governo, infatti, quasi subito dopo le elezioni, fece sapere che le tasse universitarie sarebbero rimaste invariate, almeno fino al 2013 e che gli studenti si potevano mettere l’anima in pace. In aggiunta a tale decisione, il governo prospettò anche un<strong> taglio di circa 20 milioni</strong> di euro per il prossimo anno accademico.</p><p>Il cambio di rotta del governo di Amburgo è avvenuto soltanto a seguito delle continue e decise <strong>proteste degli studenti</strong>. Tra queste è da ricordare indubbiamente la protesta rumorosa del 25 maggio scorso, quando migliaia di studenti manifestarono fuori dal palazzo del governo, indossando anche delle allegre magliette con su scritto<em> ‘Studiengebühren wegtanzen’</em> (che si potrebbe tradurre con “Via le tasse ballerine”).</p><p>Oltre al taglio delle tasse universitarie, il governo di Amburgo ha deciso di destinare altri<strong> 37,8 milioni di euro all’università</strong>, a partire dal 2013. Le lotte studentesche ad Amburgo hanno dato i loro frutti.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/23/ad-amburgo-l%e2%80%99universita-torna-gratuita-2/159508/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>24</slash:comments> </item> <item><title>Per restare in Europa. Ma in quale Europa?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/09/per-restare-in-europa-ma-in-quale-europa/156206/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/09/per-restare-in-europa-ma-in-quale-europa/156206/#comments</comments> <pubDate>Fri, 09 Sep 2011 11:36:54 +0000</pubDate> <dc:creator>Iside Gjergji</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Bce]]></category> <category><![CDATA[democrazia]]></category> <category><![CDATA[Europa]]></category> <category><![CDATA[Giorgio Napolitano]]></category> <category><![CDATA[Jean-claude trichet]]></category> <category><![CDATA[liberismo]]></category> <category><![CDATA[Maurizio Sacconi]]></category> <category><![CDATA[Unione Europea]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=156206</guid> <description><![CDATA[“Per stare in Europa, l’Italia cambi” intima il presidente Napolitano. E il cambiamento deve, prima di tutto, partire da “un esame di coscienza collettivo che deve riguardare anche i comportamenti individuali di molti italiani di ogni parte politica e sociale. Molti italiani devono comprendere che non siamo più negli anni Ottanta e tanto meno negli...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/08/napolitano-per-restare-in-europa-dobbiamo-cambiare/156190/" target="_blank"><em>Per stare in Europa, l’Italia cambi</em></a>” intima il presidente <strong>Napolitano</strong>. E il cambiamento deve, prima di tutto, partire da “<em>un esame di coscienza collettivo che deve riguardare anche i comportamenti individuali di molti italiani di ogni parte politica e sociale. Molti italiani devono comprendere che non siamo più negli anni Ottanta e tanto meno negli anni Settanta. Il mondo è radicalmente cambiato e anche noi dobbiamo cambiare i nostri comportamenti e le nostre aspettative in senso europeo per mantenere una nostra prospettiva in Europa</em>”.</p><p>Analizzando attentamente il significato delle parole &#8211; ben ponderate &#8211; del presidente della Repubblica, si possono cogliere diverse indicazioni sull’attuale condizione sociale ed economica del paese, ma si possono scorgere anche delle possibili traiettorie del suo prossimo futuro. L’accento nel discorso del presidente è posto con enfasi, innanzitutto, sulla <strong>necessità di restare in Europa</strong> e sull’urgenza di fare tutto ciò che serve per continuare a farne parte. Il che significa, ovviamente, che il rischio che l’Italia esca attualmente dalla zona euro non può più dirsi una simpatica fantasia. Per evitare tale concreto rischio, cioè la fuoriuscita dell’Italia dall’euro, il presidente chiede agli italiani di comprendere &#8211; una volta per tutte &#8211; che gli anni Settanta e Ottanta sono ormai definitivamente archiviati e che bisogna adeguare al più presto i “<em>comportamenti individuali</em>” e “<em>le aspettative in senso europeo</em>”.</p><p>Per comprendere il senso di queste ultime affermazioni occorre formulare due domande:</p><p>1) Quali erano i comportamenti degli italiani negli anni Settanta e Ottanta; 2) Quali sono queste “<em>aspettative in senso europeo</em>” che sembrerebbero imporre agli italiani di dimenticarsi di quegli anni?</p><p>Gli anni Sessanta e Settanta in Italia sono gli anni che hanno visto emergere un articolato protagonismo sociale degli italiani, quasi totalmente di segno democratico, che puntava all’espansione delle basi democratiche e sociali del Paese, anche in attuazione dei principi e dei diritti inviolabili sanciti nella Costituzione. Il ciclo di lotte sociali, sviluppatosi in quegli anni, ha portato a numerose conquiste ottenute sul piano del <strong>progresso civile e sociale</strong>. Il riferimento qui è allo statuto dei lavoratori, alla riforma sanitaria, all’istituzione delle Regioni, alla riforma del diritto di famiglia, alle leggi in favore delle donne, a quelle sulla libertà di stampa e di informazione, cioè a tutte quelle importanti leggi attuative dei diritti civili e di quelli economico-sociali. Dunque, si può dedurre che, grazie alle<strong> lotte sociali e sindacali</strong>, gli italiani, in particolare quelli appartenenti alle classi subalterne, sono finalmente riusciti a migliorare le loro generali condizioni di esistenza (a partire dalle abitudini alimentari, dell’igiene e della salute, così come sono riusciti ad avere accesso all’istruzione e ad abitazioni di migliore qualità).</p><p>La <strong>pratica dei diritti</strong> ha dunque raggiunto il suo momento più avanzato proprio negli anni Settanta, grazie anche a un ruolo interventista e garantista dello Stato. Negli anni Ottanta (e precisamente verso la metà), questo quadro storico, sociale ed istituzionale ha iniziato a venire progressivamente meno. Si può però ugualmente affermare che molte delle conquiste sociali e giuridiche degli anni Settanta sono complessivamente sopravissute anche in questa decade.</p><p>Chiedere ora agli italiani di dimenticarsi degli anni Settanta e Ottanta significa, inevitabilmente, chiedere anche di <strong>rinunciare definitivamente a tutte le conquiste sociali e civili</strong> di quegli anni. E’ interessante notare, tra l’altro, come questa richiesta del presidente Napolitano sia stata formulata a pochi giorni di distanza da <a style="text-decoration: underline;" href="http://multimedia.lastampa.it/multimedia/in-italia/lstp/76645/" target="_blank">quella del ministro <strong>Sacconi</strong></a>, il quale dall’assemblea delle Acli a Castel Gandolfo ha chiesto, a sua volta, agli italiani (presenti in sala e non) di “<em>uscire definitivamente da un maledetto tempo, dai bastardi anni ’70 la cui onda lunga arriva fino ad oggi. Bastardi anni ’70 dove le peggiori culture secolariste si sono espresse</em>&#8220;.<em> </em>L’ossessiva avversione del ministro Sacconi per gli anni Settanta, e in particolare per lo statuto dei lavoratori, è ormai nota da tempo. Ciò che sorprende è questa singolare vicinanza della dichiarazione del presidente con quella del ministro.</p><p><em> </em></p><p>Insomma, occorre prendere atto che un forte grido si alza da più parti per chiedere agli italiani di abbandonare gli anni Settanta, cioè le libertà, le tutele e le garanzie allora conquistate, per poter finalmente coltivare delle “<em>aspettative in senso europeo</em>”. Ma quali? Per individuarle bisogna prima conoscere alcune norme basilari del <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://eur-lex.europa.eu/it/treaties/dat/12002E/pdf/12002E_IT.pdf" target="_blank">Tce</a></span></strong>, il Trattato della Comunità Europea.</p><p>Per prima cosa occorre dire che sia il Tce che il Trattato sull’Ue hanno assunto il <strong>liberismo </strong>e il mercato concorrenziale come archetipo dell’intera organizzazione sociale. Anche perché la politica economica dell’Unione europea è orientata sulla stella fissa del “<em>principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza</em>”, dotata di una “<em>moneta unica</em>” e di una “<em>politica monetaria e di cambio uniche</em>”, il cui “<em>obiettivo principale</em>” è quello di “<em>mantenere la stabilità dei prezzi</em>” (art. 4, commi 1 e 2, Tce).</p><p>Il governo della politica monetaria è affidato alla <strong>Bce </strong>(Banca centrale europea) che deve perseguire, in via esclusiva, l’obiettivo di combattere l’inflazione, ma non dispone di adeguati strumenti per combattere la recessione e la disoccupazione (e questo è cronaca degli ultimi giorni). Alla Bce è fatto <strong>divieto assoluto di finanziare enti pubblici o organismi statali</strong> (art. 101 Tce), e di conseguenza le amministrazioni pubbliche e, quindi, gli stati non possono usufruire di canali di finanziamento necessari allo svolgimento delle politiche sociali. Così sono sempre costretti a rivolgersi ai privati per trovare canali di finanziamento.</p><p>L’art. 108 del Tce fissa inoltre il <strong>principio di indipendenza</strong>, il quale comporta che la Bce e i suoi organi decisionali non possano sollecitare o accettare istruzioni, né dalle istituzioni e dagli organi comunitari, né dai governi degli Stati membri e, di converso, che questi soggetti istituzionali non possano cercare di influenzare la Bce ed i suoi organi. La Bce costituisce, quindi, un potere assolutamente non responsabile verso ogni istituzione e organo comunitario e verso i parlamenti e i governi degli Stati membri. Essa è svincolata, in particolare, da ogni controllo e obbligo verso il Parlamento europeo, salvo quello di trasmettergli “<em>una relazione annuale sull’attività del Sebc e sulla politica monetaria dell’anno precedente e dell’anno in corso</em>” (art. 113, terzo comma, Tce).</p><p>La Bce, oltre a non dover rispondere del suo operato di fronte a nessuna assemblea rappresentativa, dispone di<strong> poteri regolamentari, decisionali e consultivi</strong> (art. 110 Tce), necessari per imporre o per sollecitare l’adozione dei suoi indirizzi finalizzati a garantire la stabilità monetaria (del resto, l’ultima manovra economica in Italia sembra essere stata dettata con una <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.corriere.it/economia/11_agosto_08/lettera-trichet_238bf868-c17e-11e0-9d6c-129de315fa51.shtml" target="_blank">lettera</a></span> &#8211; rimasta tuttora segreta – inviata dal governatore della Bce, <strong>Jean-Claude Trichet</strong>, al governo italiano).</p><p>In altre parole, la politica economico-finanziaria dell’Unione europea, cioè quella che attualmente decide il destino individuale e collettivo di tutti noi, è stabilita e gestita da soggetti completamente <strong>sganciati da ogni forma di controllo democratico</strong>.</p><p>Si può dire ancora molto altro sul <strong>“deficit democratico” dell’Europa</strong> &#8211; ormai largamente accettato e metabolizzato da tutti come fosse anch’esso una delle istituzioni europee (cioè, accanto alla Commissione, al Parlamento, alla Corte di Giustizia e al Consiglio europeo c’è anche il “deficit democratico”) &#8211; ma quelle poche norme sopra menzionate forniscono già un quadro abbastanza esaustivo dell’architettura istituzionale, politica ed economica dell’Europa di oggi. Allora, cosa ne dite? Rientra nelle vostre aspettative?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/09/per-restare-in-europa-ma-in-quale-europa/156206/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>54</slash:comments> </item> <item><title>Rap, ovvero della ribellione cantata</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/24/rap-ovvero-della-ribellione-cantata/153104/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/24/rap-ovvero-della-ribellione-cantata/153104/#comments</comments> <pubDate>Wed, 24 Aug 2011 09:01:28 +0000</pubDate> <dc:creator>Iside Gjergji</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Diseguaglianze]]></category> <category><![CDATA[Logic]]></category> <category><![CDATA[Lowkey]]></category> <category><![CDATA[rap]]></category> <category><![CDATA[razzismo]]></category> <category><![CDATA[Shadia Mansour]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=153104</guid> <description><![CDATA[Possono suscitare antipatia quelle facce perennemente crucciate e ancora di più alcune frasi da saccenti militanti. L’indice puntato come un’arma contro le ingiustizie, le disuguaglianze, i razzismi e le violenze del mondo non li aiuta, di certo, a rendersi simpatici ai più. Eppure a loro poco importa di quello che i democratici da caffè pensano...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Possono suscitare antipatia quelle facce perennemente crucciate e ancora di più alcune frasi da saccenti militanti. L’indice puntato come un’arma contro le ingiustizie, le disuguaglianze, i razzismi e le violenze del mondo non li aiuta, di certo, a rendersi simpatici ai più.</p><p>Eppure a loro poco importa di quello che i democratici da caffè pensano di loro. Sono i figli delle <em>banlieues</em>, delle periferie del mondo, spesso i <strong>figli degli immigrati</strong>, nati e cresciuti nel disprezzo e nel disconoscimento pubblico (Sarkozy, alcuni anni fa, li definì “feccia umana”). Sono i figli della disuguaglianza che a questo mondo si ribellano e lo fanno (anche) cantando. Il <em>rap</em> <em>politico</em> è il loro genere musicale privilegiato, che meglio si adatta a descrivere la rabbia di una gioventù alienata, la loro esperienza di emarginazione, violenza e repressione. Il rap è un po’ quello che il <em>reggae</em> è stato per le generazioni precedenti, ha la caratteristica di essere stato ripreso in tutto il mondo per dare voce alla vita nel ghetto o ai sentimenti anticoloniali (ciò che gli accademici definiscono esperienza della subalternità). Il fenomeno è particolarmente esteso in diversi paesi del mondo, dagli Usa all’Europa, passando per l’America Latina. E dal contagio non sono estranee l’Asia e l’Africa. Non vi è stata sommossa urbana degli ultimi dieci anni che non sia stata anticipata, scandita e narrata dalle canzoni rap. A ritmo di rap si sono mossi i giovani tunisini che hanno rovesciato il regime di Ben Alì e a ritmo di rap avviene oggi la formazione politica e culturale di intere generazioni di giovanissimi nelle periferie delle metropoli. Come una<strong> lingua universale</strong>, la musica rap attraversa le nazioni e le culture del ventunesimo secolo per unire in un unico ritmo, arrabbiato e (talvolta) con tratti epici, la gioventù diseredata del globo.  In altre parole, il rap rappresenta oggi una finestra aperta che ci consente di osservare e comprendere meglio una realtà sociale sconosciuta e trascurata da molti (compresi anche i musicisti di altri generi)</p><p>I cantanti del <em>political rap</em> (da distinguere assolutamente dai cosiddetti <em>gangsta rapper</em>) non sono delle “rock star”. Sono di più. Sono dei leader politici, sono coloro che danno voce ai senza voce. Almeno è così che milioni di giovani che vivono nelle periferie del mondo li considerano. E forse non senza ragione. Completamente fuori dai circuiti <em>mainstream</em>, i rapper politici cantano con rabbia ma anche con delicatezza, cantano contro le guerre, cantano per riscattare i popoli sofferenti, gli emarginati delle periferie di Londra, Parigi, Marsiglia, Roma, come quelli di Gaza o di Baghdad. La loro musica è un miscuglio di note e di parole strozzate, di rabbia, di bellezza e di singhiozzi rotti. I loro testi hanno connotati di classe, anche se spesso misconosciuti da molti analisti ed accademici. La loro cultura è unitaria (dal Maghreb all’Europa, passando per le Americhe), ma non scevra da influenze esterne o da bastardizzazioni e creolizzazioni locali. Il loro sguardo appare severo, ma, nonostante ciò, non riesce a nascondere del tutto un certo romanticismo. Il fatto è che il romanticismo loro lo condensano in una solida oggettività: con le parole creano una sorta di realtà suonata a ritmo veloce, una realtà spezzata, frammentata, come nel montaggio di un film, inventata a partire dal buio, dalle ombre, dal rovescio.</p><p><strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Lowkey" target="_blank">Lowkey</a></span></strong>, infatti, è il nome che si è dato uno dei più autorevoli cantanti rap londinesi di questi ultimi anni. Il suo nome d’arte richiama i colori scuri e le luci basse nella fotografia (<em>low key light</em>). Lowkey, come molti altri suoi colleghi, sa coniugare facilmente e felicemente rap e politica, ritmo e militanza. Nel suo nuovo album, <em>Soundtrack to the struggle</em>, previsto  per il 16 ottobre prossimo, egli affronta temi di politica internazionale, tra i quali le sommosse inglesi degli ultimi giorni. Diverse canzoni del nuovo album sono già state rese note al pubblico negli ultimi due anni (è sufficiente andare su youtube per trovarli). Lowkey comunica con una visione del mondo dilaniato e tormentato da troppe ingiustizie, così molecolare e interiorizzata, da riuscire ad incantare ed emozionare. E lo farà anche dal vivo il prossimo <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.facebook.com/event.php?eid=186462951420657" target="_blank">1° ottobre a Roma (al CSOA Forte Prenestino)</a></span> insieme a <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Shadia_Mansour" target="_blank">Shadia Mansour</a></span></strong> e <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.myspace.com/chosenlogic" target="_blank">Logic</a></span></strong>.</p><p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/kmBnvajSfWU" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/24/rap-ovvero-della-ribellione-cantata/153104/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>15</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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