<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Giovanni Ziccardi</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/gziccardi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Il sole dei morenti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/21/sole-morenti/192723/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/21/sole-morenti/192723/#comments</comments> <pubDate>Tue, 21 Feb 2012 10:50:34 +0000</pubDate> <dc:creator>Giovanni Ziccardi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[clochard]]></category> <category><![CDATA[jean claude izzo]]></category> <category><![CDATA[persone senza fissa dimora]]></category> <category><![CDATA[recensioni di libri]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=192723</guid> <description><![CDATA[Barboni. Senzatetto. Pezzenti. Senza fissa dimora. Quegli “esseri” – scrive Jean-Claude Izzo – “che possiamo incrociare ogni giorno per strada. Esseri di cui perfino lo sguardo ci è insopportabile”. Che si aggirano d’inverno, con neve e ghiaccio, la stagione più temuta dai barboni. Soprattutto da quelli morenti. Il recente clima gelido, e alcune lodevoli iniziative...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Barboni. Senzatetto. Pezzenti. Senza fissa dimora. Quegli “esseri” – scrive <strong>Jean-Claude Izzo</strong> – “che possiamo incrociare ogni giorno per strada. Esseri di cui perfino lo sguardo ci è insopportabile”. Che si aggirano d’inverno, con neve e ghiaccio, la stagione più temuta dai barboni. Soprattutto da quelli morenti.</p><p>Il recente clima gelido, e alcune lodevoli iniziative di volontari e amministrazioni comunali pensate per correre in soccorso a persone che dal freddo possono essere uccise, mi ha portato a rispolverare, e a rileggere, un libro che a suo tempo mi aveva emozionato e che contiene una delle più belle descrizioni della <strong>vita di strada di un barbone</strong>. Si tratta de <em>Il sole dei morenti</em> di <strong>Jean-Claude Izzo</strong>, scrittore francese – anzi, marsigliese – di origine italiana molto noto per il grande successo della sua trilogia noir poliziesca, <em>Casino totale</em>, <em>Chourmo</em> e <em>Solea</em>,  ambientata, appunto, per le strade di Marsiglia.</p><p><em>Il sole dei morenti</em> è un libro tristissimo che, attorno a una <strong>vicenda apparentemente banale</strong> (un barbone di Parigi, <strong>Rico</strong>, quando vede morire di stenti e freddo, al suo fianco, un caro amico, <strong>Titì</strong>, decide d’intraprendere un viaggio verso la sua città d’origine, Marsiglia, con l’intenzione di morire al sole della costa), costruisce un vero e proprio mondo, direi quasi un microcosmo, che spazia dai ricordi giovanili all’idea di amicizia vera, dagli errori nella vita che possono portare alla disperazione e sulla strada sino alla difficoltà, per un barbone, di muoversi anche per brevi tragitti cercando di evitare discriminazioni ed episodi di violenza.</p><p>Anticipo che in questo libro non c’è nulla di “solare” o di positivo: ogni aspetto è trattato nel suo <strong>lato più oscuro e negativo</strong>. Dagli amori con prostitute consumati in fretta alle risse, dai piccoli furti alle liti con controllori e forze dell’ordine, dai ricordi del passato, e di una vita normale, che dilaniano i pensieri notturni sino alla mancanza di una casa o di un luogo tranquillo dove poter riposare. Già la citazione iniziale di <strong>Juliet Berto</strong> &#8211; “Bisogna tenere a mente il colore della propria ferita per farlo risplendere al sole” &#8211; fornisce un buon indizio sul tono dell’opera.</p><p>Man mano che le pagine scorrono, gli ospedali, anche se i piedi sono congelati o si tossisce sangue, diventano <strong>luoghi assolutamente da evitare</strong> (“Va a finire che ci crepi”), la mappa della <strong>metropolitana </strong>è mandata a memoria per spostarsi alla ricerca di calore o di vodka a buon prezzo, il <strong>vino </strong>tiene caldo più a lungo di un caffè ma uccide, i <strong>ricordi </strong>sono “buoni solo a far piangere”, la <strong>fame </strong>diventa “la più precisa di tutte le sveglie” ma, alla fine, si sopporta meglio del mal di denti. Anche perché i denti non ci sono più.</p><p>Il romanzo si apre, cosa particolare, con una scena molto dinamica (il talento di Izzo per le descrizioni vivaci è notorio): la<strong> morte di un barbone </strong>per stenti movimenta un intero quartiere, con televisioni, interviste ai “colleghi”, discorsi di politici. Ma tutto ciò dura il tempo di una giornata, e alla sera ogni cosa è dimenticata. Una simile indifferenza porta Rico alla decisione di lasciare Parigi: “crepare per crepare, meglio crepare al sole”, cerca di autoconvincersi nel momento in cui vede come impossibile la possibilità di rifarsi una vita e di uscire dalla strada.</p><p>Il mare, le spiagge bianche e il sole di Marsiglia sono, per il barbone, i migliori ricordi, e si collegano a <strong>un tempo nel quale stava bene</strong>, prima che tutto crollasse. E proprio “quei ricordi inalterati, gli unici bei ricordi che gli rimanessero, meritavano un altro viaggio a Marsiglia.” Morire per morire, dice di nuovo il protagonista, perlomeno è meglio morire fedeli a istanti come quelli.</p><p>La parte iniziale del libro racconta la <strong>vita felice di Rico</strong>, quella che potremmo definire la sua prima vita, lavoro, famiglia, amore e figli, ma anche quella stessa vita che, improvvisamente, lo porterà sulla strada non appena tutti i piani inizieranno pian piano a smantellarsi.</p><p>Nella seconda vita da barbone si ripetono, alterati nelle loro prospettive,<strong> momenti della prima vita</strong>: il lavoro redditizio di rappresentante (e il problema se assumere o no una donna di servizio) diventa, sulla strada, il problema dell’elemosina come unica fonte di reddito, con i rimorsi connessi (“… chiedere l’elemosina aveva un vantaggio. Permetteva di non pensare. <strong>Rico </strong>aveva scoperto che per aprire la porta dell’ufficio postale, tendere la mano, dire buongiorno, arrivederci, grazie, grazie mille, tante grazie, arrivederci, buona giornata, bisognava avere la mente completamente vuota” anche se ‘tendere la mano vuol dire ammettere, una volta per tutte, che siamo fuori dal giro, che non ce la faremo più’. Ma Rico aveva trovato anche il modo per superare quella vergogna e per annegare quell’umiliazione: si beveva un bel litro di vino, poi uno o due caffè ristretti per mascherare l’odore e si concentrava su ogni persona che entrava nell’ufficio postale”).</p><p>Il <strong>percorso sulla strada</strong> è descritto anche nei comportamenti criminali: le rapine alle coppiette che si fermano al bancomat, l’accesso a locali abbandonati o a cantieri, il livello dell’asticella che, insomma, si sposta sempre più in là per sopravvivere, proprio come il risentimento del barbone nei confronti della moglie che lo abbandonò che assumerà, ben presto, toni di violenza esasperata, soprattutto nei sogni (“siamo pieni di brutti sogni. È perché viviamo così…”).</p><p>Le piccole cose diventano di fondamentale importanza. L’attenzione a un vestito, spesso rubato, è la via per <strong>cercare per un attimo di non essere ciò che sei</strong> (“è pazzesco, si era detto, come è facile apparire quello che non sei. Una giacca nuova e puoi confonderti nella folla. Vestito così non attirava lo sguardo di nessuno. Finché non gli si guardavano i piedi, naturalmente. Le scarpe tradiscono. Quando chiedeva l’elemosina all’ufficio postale, poteva distinguere i disoccupati da chi aveva un lavoro. Con un’unica occhiata ai loro piedi. ‘Quando sono arrivato a Parigi per studiare’ gli aveva raccontato Titì ‘ho vissuto più di un mese quasi senza un soldo. Avevo una soffitta in rue Luyens all’angolo con boulevard Raspail. La mattina mi mettevo la cravatta, m’infilavo la giacca del mio unico vestito e scendevo a comprare il pane. La panettiera mi propinava le stesse gentili banalità riservate agli altri clienti. Per via del mio aspetto. Era lontana mille miglia dall’immaginare che una volta tornato a casa la baguette me la sarei mangiata così, senza companatico’.<strong> L’abito fa il monaco</strong>, checchè se ne dica. Se adesso fosse andato a sedersi per terra di fronte al giornalaio, aveva pensato Rico, l’avrebbero immediatamente preso per quello che era: un morto di fame. Proprio così. E avrebbe ritrovato su di sé i soliti sguardi. Pietà, disprezzo, sufficienza, disgusto, paura… Soprattutto paura. La miseria fa paura. I disoccupati che entravano nell’ufficio postale non lo guardavano mai, non lo salutavano mai. La maggior parte di loro sapeva che dalla disoccupazione alla strada il passo è breve, soltanto una questione di tempo. Un anno, sei mesi, una settimana… Un giorno o l’altro, comunque sia”.</p><p>Possono essere numerosi, è vero, gli <strong>esempi nel cinema o nella letteratura </strong>con, al centro della storia, un barbone. Mi vengono in mente, ad esempio, il post-apocalittico <em>La strada</em> di Cormac McCarthy (anche in quel romanzo il freddo e il gelo sono protagonisti) o un bel legal-thriller come<em> Suspect-Presunto colpevole</em>, con <strong>Liam Neeson </strong>senzatetto difeso da <strong>Cher</strong>. Però <strong>Jean-Claude Izzo </strong>ha questa grande capacità di descrivere un mondo dall’interno (compreso, a un certo punto, quello della prostituzione e della “vendita” degli esseri umani) senza banalità e con un realismo che mette i brividi, con la durezza di un tipico (e bravo) scrittore di noir, tanto che in tutto il libro ogni parola sembra una pallottola, e, soprattutto, in maniera neutra, senza prendere parti o simpatie ma lasciando al lettore la riflessione su temi così importanti.</p><p><strong>Jean-Claude Izzo<br /> Il sole dei morenti<br /> 2000, Edizioni e/o</strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/21/sole-morenti/192723/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Pessime scuse per un massacro</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/14/pessime-scuse-massacro/191154/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/14/pessime-scuse-massacro/191154/#comments</comments> <pubDate>Tue, 14 Feb 2012 09:58:28 +0000</pubDate> <dc:creator>Giovanni Ziccardi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Enrico Pandiani]]></category> <category><![CDATA[recensioni libri noir]]></category> <category><![CDATA[rizzoli editore]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=191154</guid> <description><![CDATA[Ho letto il nuovo giallo dello scrittore torinese Enrico Pandiani, Pessime scuse per un massacro, senza conoscere, prima, le vicende del gruppo di poliziotti francesi “Les italiens” (guidato dal Commissario Mordenti) che già si erano sviluppate nei tre romanzi che lo hanno preceduto: Les italiens, Troppo piombo e Lezioni di tenebra. Mi sono, comunque, subito...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ho letto il nuovo giallo dello scrittore torinese <strong>Enrico Pandiani</strong>, <em><a href="http://www.ibs.it/code/9788817055970/pandiani-enrico/pessime-scuse-per.html?shop=5277" target="_blank">Pessime scuse per un massacro</a></em>, senza conoscere, prima, le vicende del gruppo di poliziotti francesi “Les italiens” (guidato dal Commissario Mordenti) che già si erano sviluppate nei tre romanzi che lo hanno preceduto: <em>Les italiens</em>, <em>Troppo piombo</em> e <em>Lezioni di tenebra</em>. Mi sono, comunque, subito trovato “a casa”, grazie all’<strong>indipendenza della trama </strong>e all’innegabile capacità dello scrittore di tratteggiare con cura, senza lasciare alcuna curiosità insoddisfatta, i caratteri dei personaggi e i dettagli dei luoghi che si trovano ad attraversare.</p><p><em>Pessime scuse per un massacro</em> ha, a mio modesto avviso, quattro pregi evidenti. Il primo è la <strong>precisione</strong> delle informazioni (quasi “lezioni di balistica”, mutuando un’espressione di Mordenti) nel momento in cui, durante la vicenda, entrano in scena pistole, fucili, bombe a mano, altri tipi di armi, munizioni e avvenimenti storici spesso correlati a contesti di guerra. Il secondo aspetto interessante è una<strong> caratterizzazione dei personaggi </strong>che non sconfina mai nell’eccesso, ma che riesce a connotare questi poliziotti (e i soggetti in cui si imbattono) mantenendo un registro “medio” che è, però, più che sufficiente per rappresentarli, per molti versi, come dei perdenti (ma simpatici) o come elementi problematici e “asimmetrici”. Il terzo punto è che, nel momento in cui si parla di<strong> noir </strong>(inteso come atmosfera noir), be’, in queste pagine il noir c’è davvero, senza però scimmiottare i grandi maestri di tanti anni orsono bensì disegnando ex novo atmosfere da pioggia sui marciapiedi e da profumo di proiettili. Il quarto pregio, infine, è che anche<strong> la trama tiene</strong>: è ampia, ricca di colpi di scena, si estende per un periodo di tempo molto lungo (sino ad arrivare a questioni correlate alla resistenza francese) senza però annoiare quel lettore spaventato da “salti” storici troppo frequenti.</p><p>La prima caratteristica di Pandiani, l’<strong>attenzione ai dettagli</strong>, è quella che apre il libro poco prima dell’entrata in gioco dei protagonisti, con una scena (subito) molto movimentata che ruota attorno a una vecchia mitragliatrice Browning calibro .50 della seconda guerra mondiale e al killer che la utilizza. La mitragliatrice che battezza il romanzo fa già comprendere che le armi (nuove, vecchie, di contrabbando) e le sparatorie saranno il filo conduttore di tutta la storia.</p><p>Il gruppo di poliziotti, con<strong> diverse competenze</strong>, che seguiranno il caso e che condivideranno non solo paure ma anche momenti di vita quotidiana, è molto variegato, e per ogni persona Pandiani enfatizza una o due caratteristiche che sono più che sufficienti per definirla bene.</p><p>Tutti i toni, nonostante le sparatorie e le deflagrazioni frequenti, sono tenuti molto<strong> bassi e cupi</strong>, adatti agli ambienti descritti. Non ci sono mai grandi amori ma approcci spesso goffi e situazioni problematiche (che si concludono con un rifiuto o con un abbandono), non si lavora mai in un ufficio ideale ma in ambienti tesi per le continue grane con i superiori, i problemi con i colleghi e l’ingerenza della politica, e anche i rapporti di amicizia, in questo quadro, non sono mai “puliti”: o vengono recuperati dopo decenni o sono sempre molto fragili e condizionati dagli eventi. La camicia è un po’ sporca, il vestito stazzonato, il calzino spaiato, il capello scompigliato (“Lo specchio mi ha rimandato un’immagine di me stesso che mi ha spaventato. Spettinato, livido, la barba lunga e le occhiaie. La camicia sembrava l’avessi addosso da una settimana”), i sogni sono imbarazzanti e la gaffe è sempre in agguato.</p><p>Anche le<strong> idee politiche</strong> sono poche ma chiare (“La democrazia ha sempre il suo prezzo, anche quando te la infilano su per il culo a forza di calci e somiglia tanto al regime che intende sostituire”). Ciò rende la storia sempre imprevedibile e mai banale ma, soprattutto, credibile. Il panorama tutto attorno lo definirei “instabile”: può cambiare improvvisamente di registro a causa, sì, di un proiettile vagante, ma anche per colpa di un wurstel coi crauti mal digerito o di un hangover smaltito male.</p><p>Uno degli aspetti più gustosi di questo libro è il fatto che non solo il “passato” (come si diceva: resistenza in territorio francese, famiglie sterminate da nazisti e traffico d’armi) sia inserito nell’atmosfera noir, ma anche il presente, di solito ben poco adatto a contesti così classici. <strong>Ebay</strong>, a un certo punto, diventa un ambiente perfettamente simile e integrato con quello che circonda i poliziotti (“Ebay non è più la figata di una volta. Come tutte le buone idee ha finito per corrompersi diventando una specie di grande magazzino dove i negozi sono più numerosi delle aste. <strong>Prezzi allineati </strong>e venditori che si inventano ogni genere di porcata per alzare la posta”). Gli stessi paesaggi sono noir e ostili (“C’era un solo fottutissimo ponte per passare la Senna, l’unico nel raggio di cinquanta chilometri, così abbiamo dovuto fare un giro della madonna”).</p><p>È bello, e mi è piaciuto, questo <strong>modo di scrivere</strong> che cala un velo di noir su tutto ciò che circonda il protagonista o, meglio, che interagisce coi caratteri senza bisogno di eventi eclatanti, di paesaggi eccezionali, di sesso gratuito o volgarità, ma solo grazie a tanto umore nero, a problemi quotidiani e a sparatorie che, in un certo senso, scandiscono il ritmo della trama.</p><p>Sembra di assistere a uno di quei <strong>film gialli francesi</strong> dove piove dall’inizio alla fine della pellicola, o di leggere qualche giallo ambientato a Marsiglia. Scritto, però, da un autore italiano.</p><p><strong>Enrico Pandiani<br /> <em>Pessime scuse per un massacro</em><br /> 2012, Rizzoli<br /> euro 16,00</strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/14/pessime-scuse-massacro/191154/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Gli orfani digitali</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/06/orfani-digitali-2/189300/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/06/orfani-digitali-2/189300/#comments</comments> <pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:08:48 +0000</pubDate> <dc:creator>Giovanni Ziccardi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Tecno]]></category> <category><![CDATA[chiusura]]></category> <category><![CDATA[hushmail]]></category> <category><![CDATA[megaupload]]></category> <category><![CDATA[posta elettronica]]></category> <category><![CDATA[servizi internet a pagamento]]></category> <category><![CDATA[splinder]]></category> <category><![CDATA[sugarsync]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=189300</guid> <description><![CDATA[Prima l’annuncio della chiusura della piattaforma di blogging Splinder dopo dieci anni di onorata attività (600 mila utenti e 400 mila blog). Poi la volontà, resa pubblica da Google, di “ottimizzare” molti dei servizi lanciati negli scorsi anni facendo un po’ di “pulizie di primavera”. Infine le azioni giudiziarie che hanno colpito MegaUpload (e altri...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Prima l’annuncio della chiusura della piattaforma di blogging<strong> Splinder</strong> dopo dieci anni di onorata attività (600 mila utenti e 400 mila blog). Poi la volontà, resa pubblica da <strong>Google</strong>, di “ottimizzare” molti dei servizi lanciati negli scorsi anni facendo un po’ di “pulizie di primavera”. Infine le azioni giudiziarie che hanno colpito <strong>MegaUpload </strong>(e altri siti) e che hanno creato problemi anche a quegli utenti che avevano depositato e catalogato file legittimi. Tre ipotesi che stanno rendendo manifesta la “fragilità” intrinseca di alcuni provider gratuiti che rischiano di alimentare sempre di più la categoria degli “orfani digitali”.</p><p>Mi spiego: oggi i servizi che “attirano” la maggioranza dei dati (ma anche, vedremo, delle energie) degli utenti sono offerti gratuitamente. Pongo tre esempi banali: <strong>Gmail</strong>, <strong>Facebook </strong>e <strong>Twitter</strong>. Ciò comporta che tali provider assumano pian piano la forma, nella vita dell’utente, di una presenza indispensabile verso la quale gli utenti veicolano tanta energia (in termini di ore, giorni e anni impiegati a organizzare cartelle, catalogare informazioni, creare collezioni di foto, commenti e dati, caricare siti o blog).</p><p>Fin qui, niente di male, anzi. Il <strong>sito gratuito</strong> acquista valore e trae profitto per vie diverse (pubblicità, riutilizzo dei dati degli utenti, et similia) e/o acquista fama e, quindi, valore, proprio grazie al numero degli utenti.</p><p>Occorre però sempre tenere a mente che, in linea di principio e tranne rare eccezioni, il <strong>rapporto contrattuale</strong> che si genera tra l’utente “creatore” e un servizio gratuito può essere molto debole. In particolare, il rischio che il servizio improvvisamente chiuda può portare come conseguenza, all’utente, una serie di problemi.</p><p>Il primo è capire come l’utente possa fare per <strong>recuperare fruttuosamente tutte le energie investite</strong> nel corso degli anni. Si pensi all’organizzazione di un efficace e ragionato sistema di tag (o di categorie dei post) in un blog, che richiede un gran lavoro, o a commenti apposti a fotografie e album, oppure allo sviluppo di una personalità virtuale in un gioco di ruolo, e simili. Questo problema, si badi bene, non si riduce alla possibilità di fare, a un certo punto, un <strong>backup </strong>(ad esempio: quando il servizio annuncia che sta per chiudere). La cosa più importante è la successiva <strong>portabilità del materiale</strong>: un backup è inutile se, poi, altri servizi, magari diventati più di moda, non sono in grado di garantire una conversione o una incorporazione trasparente e senza errori nel nuovo ambiente dei vecchi dati.</p><p>Sono stato un utilizzatore per anni, sin dalle origini, di <strong>Eudora</strong>, programma di posta elettronica che trovavo eccezionale per diversi motivi, soprattutto correlati alla sicurezza in un periodo storico in cui circolavano quotidianamente codici maligni per Outlook Express. Ho però provato sulla mia pelle la difficoltà di una conversione perfetta (nonostante le varie funzioni d’importazione presenti nei client successivi) di dieci anni di posta, di cartelle create, di filtri e di messaggi catalogati secondo una certa ratio.</p><p>In un mondo fluido quale quello di oggi, dove alcuni servizi in pochi mesi si spostano dal grande successo a un uso di nicchia (si noti il calo che hanno avuto servizi quali <strong>Orkut </strong>e <strong>Second Life </strong>che pur avevano beneficiato di momenti di entusiasmo collettivo), il <strong>pericolo del lock-in</strong>, ossia del rimanere con in mano un mare di informazioni su cui abbiamo lavorato ma che sono fruibili efficacemente solo in un ambiente che non c’è più, è molto attuale.</p><p>Il rischio, si è capito, è che molto del <strong>tempo che investiamo per “creare” qualcosa </strong>all’interno di un servizio gratuito possa essere reso vano da cambiamenti commerciali improvvisi. In alcuni casi, a onor del vero, può capitare il contrario: mi ricordo, ad esempio, il dibattito “nato dal basso” quando Facebook si apprestò a cambiare le policy senza interpellare gli utenti, e la conseguenza pratica che ebbe tale protesta.</p><p>Un secondo punto è che, al contempo, oggi esistono servizi che, dietro un modesto contributo (per modesto intendo tra i 20 e i 50 euro l’anno) offrono <strong>un “prodotto”</strong> che rende il cliente un po’ più tranquillo perché dà (e deve dare!), nel momento in cui è offerto a pagamento, ulteriori garanzie in punto di continuità ed efficienza del servizio, o dell’assistenza, dell’aiuto nella migrazione o del backup di cui si parlava prima.</p><p>Per fare qualche esempio (ma l’elenco potrebbe essere fitto), sto apprezzando particolarmente il servizio di posta elettronica offerto dalla canadese <a title="servizio di posta elettronica canadese Hushmail" href="http://www.hushmail.com/" target="_blank">Hushmail</a>, circa 27 euro l’anno la e-mail Premium a pagamento, o il servizio di backup “sulle nuvole”, sincronizzazione di dispositivi e restore offerto da <a title="servizio di sincornizzazione dispositivi a pagamento" href="https://www.sugarsync.com" target="_blank">SugarSync</a>, sempre attorno ai 40 euro annui. Non ho provato personalmente, ma ho molti colleghi che hanno scelto la versione <strong>Business delle Google Apps</strong> (circa 40 euro l’anno) associata al proprio dominio, una sorta di Gmail “rinforzata” (più altri servizi) non più gratuita ma con maggiori garanzie contrattuali. E così via.</p><p>Probabilmente sono preoccupazioni non fondate, e basate sul mio approccio paranoico. È noto che  anche chi offre servizi gratuiti è pur sempre consapevole che un periodo di down del servizio, soprattutto se parliamo di community così frequentate, potrebbe causare <strong>danni notevoli</strong> anche di immagine (e, quindi, di ritorno pubblicitario). Però l’idea di acquistare i servizi essenziali (posta elettronica, backup e sincronizzazione) anche quando sarebbero disponibili gratuitamente genera automaticamente, almeno nel pensiero dell’acquirente medio, una sorta di rapporto più equo tra l’utente e il fornitore del servizio.<br /> L’idea che pagando qualcosa faccia nascere un dovere in più in capo a chi fornisce il servizio porta al contempo la speranza che, in caso di “disastro”, si possa essere in qualche modo più tutelati e meno “orfani”.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/06/orfani-digitali-2/189300/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Ebreo, romanzo delle identità</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/30/ebreo-romanzo-delle-identita/187604/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/30/ebreo-romanzo-delle-identita/187604/#comments</comments> <pubDate>Mon, 30 Jan 2012 09:28:05 +0000</pubDate> <dc:creator>Giovanni Ziccardi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[D.O.Dodd]]></category> <category><![CDATA[ebreo]]></category> <category><![CDATA[leone editore]]></category> <category><![CDATA[thriller]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=187604</guid> <description><![CDATA[Di Ebreo, un thriller molto crudo – e davvero per stomaci forti – di un autore (o autrice…) canadese che utilizza da anni il nome di fantasia D. O. Dodd e che è stato pubblicato in questi giorni dalla milanese Leone Editore, mi hanno incuriosito, al termine della lettura, diversi aspetti. Il primo è, appunto,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Di <em>Ebreo</em>, un thriller molto crudo – e davvero per stomaci forti – di un autore (o autrice…) canadese che utilizza da anni il nome di fantasia <strong>D. O. Dodd</strong> e che è stato pubblicato in questi giorni dalla milanese <a href="www.leoneeditore.it/" target="_blank">Leone Editore</a>, mi hanno incuriosito, al termine della lettura, diversi aspetti.</p><p>Il primo è, appunto, il mistero sull’<strong>identità</strong> dell’autore il quale, a quanto pare, comunica solamente tramite posta elettronica, in maniera assolutamente anonima, ed <strong>evita accuratamente di presentarsi in pubblico</strong> al fine di non rivelare il suo vero nome. Non è una novità, per lui/lei: si comporta in questo modo sin dai due romanzi che hanno preceduto il successo di questo <em>Jew</em>. Sembra quasi che ci sia la volontà di far parlare “direttamente” i libri, anche se <strong>Dodd</strong> non disdegna brevi interviste (nel corso delle quali, però, più che dare risposte chiare cerca di alimentare ulteriormente il mistero). Questo <em>Ebreo</em> è certamente il romanzo che gli/le ha dato la notorietà in diversi Paesi, turbando molti lettori e attirando anche l’interesse di alcuni produttori hollywoodiani che, probabilmente, rappresenteranno presto sul grande schermo le vicende narrate nel thriller.</p><p>Ma non è finita qui: nel romanzo <strong>non ci sono nomi di persone</strong>, di città, di luoghi. Nessun nome, solo “la donna più giovane”, “il comandante”, “l’ufficiale anziano”. Tutti i nomi propri (e le identità) sono stati eliminati per dare un senso costante di dubbio, d’incertezza e di mistero.</p><p>Anche le connotazioni di luogo e di tempo non sono definite. Certo, il titolo <em>Ebreo</em> richiama subito momenti storici ben precisi, ma non vi è mai alcun riferimento all’Olocausto: le decorazioni delle uniformi sono solo “scintillanti” senza simboli riconoscibili, nessun Paese è identificato, tutto è lasciato all’<strong>immaginazione</strong> – o, in un certo senso, alla personalizzazione – del lettore. A volte l’autore aggiunge qualche elemento per confondere: una parola in arabo, un manganello o un’altra nota stonata che allerta chi sta leggendo.</p><p>L’identità, si diceva, è il motivo principale che domina tutta la trama. D’accordo, l’idea può sembrare abbastanza banale: un ebreo si salva da una fossa comune, in un incipit che tiene il lettore incollato alle pagine, raggiungendo faticosamente la superficie nuotando attraverso un mare di cadaveri, e ha la brillante idea d’indossare una divisa militare, trovata in una baracca, per invertire in un certo senso il <strong>tragico gioco delle parti</strong> e entrare così, però, in un gioco molto più grande di lui. In realtà, anche se il punto di partenza può sembrare poco originale, la descrizione di questo “viaggio” nei peggiori, e più violenti, aspetti dell’essere umano e della sua natura si sviluppa, nelle pagine seguenti, con un certo fascino e indubbio mestiere.</p><p>Il viaggio inizia nel momento in cui, si diceva, il superstite, uscito nudo da una fossa di oltre quattro metri piena di cadaveri, noterà, in una capanna, da una parte un mucchio di vestiti tolti ai cadaveri e dall’altra “una camicia nera, dei pantaloni anch’essi neri e una giacca con dei distintivi scintillanti sulle maniche”. Non avrà dubbi su <strong>quale scelta compiere</strong>, indossando la divisa, ma proprio da quel momento entrerà in un mondo fatto della peggiore burocrazia, anche militare, dell’ebbrezza del potere, anche nei confronti dei propri “simili”, del dubbio sulla propria identità (“non ho idea di chi io sia”) e della mancata consapevolezza di quale sia la parte giusta e quella sbagliata (significativo, su questo aspetto, il dialogo con una persona che conosce la sua vera natura: “Ma ora sei tu al comando” “Sì” “E allora cosa c’è di diverso tra voi due”).</p><p>L’atmosfera è, per molti versi, kafkiana. Le<strong> scene di violenza</strong>, di stupri e di necrofilia disturbano, e non poco. Angoscia anche questa sensazione di “sospeso” che lascia tutto indefinito, misterioso, mutevole. Sembra quasi che l’autore sia rimasto affascinato dalla tradizione della letteratura dei misteri e degli enigmi: punta a confondere il lettore, a non farlo sentire sicuro nelle sue convinzioni proprio quando è certo di aver compreso, per poi sorprenderlo</p><p>Ciò porta, in conclusione, alla non contestualizzazione della<strong> violenza</strong> (è sempre violenza!) anche quando il protagonista se la prende sia con i “perdenti” sia con i “vincenti”; lo stesso status di “ebreo” del protagonista è, in ogni pagina, in discussione, e lui stesso è confuso sino al finale.</p><p><strong>Dodd</strong> cerca, è vero, di prendere un po’ in giro il lettore e di trarlo in inganno; in molti passaggi, però, il libro riesce a essere <strong>profondo</strong>, riflessivo e originale nei quesiti che pone.</p><p><strong>D.O. Dodd<br /> <em>Ebreo</em><br /> 2012, Leone Editore<br /> euro 15,00 </strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/30/ebreo-romanzo-delle-identita/187604/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La violenta guerra del copyright</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/23/guerra-copyright-megavideo/185777/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/23/guerra-copyright-megavideo/185777/#comments</comments> <pubDate>Mon, 23 Jan 2012 08:12:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Giovanni Ziccardi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Tecno]]></category> <category><![CDATA[Anonymous]]></category> <category><![CDATA[Copyright]]></category> <category><![CDATA[diritti d'autore]]></category> <category><![CDATA[megaupload]]></category> <category><![CDATA[megavideo]]></category> <category><![CDATA[torrent]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=185777</guid> <description><![CDATA[Ci sono momenti, storici e politici, durante i quali s’inasprisce la guerra tra i difensori del passato e i paladini del futuro, tra i fautori della tutela del copyright attraverso il tintinnare di manette e gli utenti che domandano una gestione più libera dei diritti, tra i politici che propongono norme censorie e i provider...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono momenti, storici e politici, durante i quali s’inasprisce la <strong>guerra</strong> tra i difensori del passato e i paladini del futuro, tra i fautori della tutela del copyright attraverso il tintinnare di manette e gli utenti che domandano una gestione più libera dei diritti, tra i politici che propongono norme censorie e i provider che, di conseguenza, si preoccupano. Prova ne è il vivace dibattito che stiamo seguendo in questi giorni come conseguenza del crackdown di Megaupload e Megavideo.</p><p>Rileggiamo allora considerazioni – e ci troviamo a dover valutare posizioni – che, a cadenza regolare, ci fanno tornare in mente i vent’anni appena passati, quando apparirono i primi <strong>nastrini blu di protesta sui siti web</strong> in quel lontano 1996, l’anno in cui la Corte Suprema degli Stati Uniti rispedì al mittente il Communication Decency Act di Clinton dichiarandolo incostituzionale e, soprattutto, censorio e non rispettoso della natura stessa di Internet.</p><p>Le due parti di questa guerra, di solito, mantengono <strong>posizioni poco malleabili </strong>(e negoziabili) e spesso intransigenti.</p><p>I <strong>grandi detentori di diritti</strong>, siano essi musicali, cinematografici o sul software, applaudono pubblicamente ad arresti e crackdown su larga scala. Poco è cambiato, insomma, da quando anche in Italia, alla fine degli anni Novanta, si confezionavano pubblicità che rappresentavano “pirati del software” detenuti in celle fredde e disumane. Le lobbies e le major applaudono alla over-protection del diritto d’autore, a mezzi investigativi, manette e raid che non guardano negli occhi nessuno (compresi i fan dei musicisti) e cercano di mantenere vivo, almeno simbolicamente, un passato che non si rendono conto essere ormai svanito. Non cavalcano l’onda, la vogliono affrontare di petto, ma non si accorgono – o fanno finta di non accorgersi – che l’onda ogni giorno aumenta. E non si può più fermare.</p><p>Dall’altra parte ci sono coloro che rimangono offesi da simili comportamenti ma che, in fondo al cuore, sono abbastanza tranquilli: sanno che queste azioni esemplari si riveleranno, dopo pochi mesi, inutili. Già si è visto come chiudere <strong>Napster </strong>non abbia fermato il <strong>peer-to-peer</strong> (anzi, lo abbia aumentato), limitare l’attività di <strong>The Pirate Bay</strong> non abbia ostacolato la circolazione dei <strong>torrent</strong>, attaccare <strong>WikiLeaks</strong> non abbia impedito la creazione di <strong>mirror</strong>. Tutti sanno già che il blocco di <strong>Megaupload </strong>e <strong>Megavideo </strong>non cambierà nulla: gli anticorpi della rete stanno già provvedendo. Tra due settimane tutto sarà come prima, su altri server e in altri Stati, o molti ex utenti saranno già migrati verso servizi simili. Ciò non toglie, però, che chi è pur consapevole dell’inutilità di certe azioni abbia la voglia, e l’energia, per protestare e, a ragione o a torto, lo faccia o in maniera più civile (dai blue ribbon della mia giovinezza in periodo di CDA ai black-out o disclaimer attuali, con il paradosso che si protesta contro la censura auto-censurandosi…) o adottando gli stessi metodi violenti di chi c’è dall’altra parte, tramite attacchi informatici (come scrisse l’hacker <strong>Emmanuel Goldstein </strong>in un editoriale apparso lo scorso anno su <em>2600 – The Hacker Quarterly</em> in occasione dei denial-of-service di <strong>Anonymous </strong>contro società che avevano boicottato finanziariamente WikiLeaks).</p><p>Al contempo, molti avranno notato, la guerra che i detentori dei diritti conducono si sta spostando dagli utenti ai <strong>provider</strong>. È chiaro: i provider fanno gola, soprattutto quelli grandi, il movimento per individuare una responsabilità (o per costringere i provider a rimuovere contenuti senza garanzie) è molto vivace e progetti di legge fioccano non solo negli USA ma anche in Europa. Questo mi sembra un punto gravissimo: i provider oggi sono il nervo centrale dell’intero sistema attuale, e anche la tendenza a trattare i provider come custodi, come sceriffi, come criminali, come obbligati a installare filtri per controllare il traffico o a denunciare gli utenti, non è certo nuova (anche in Italia).</p><p>In molti si domandano, in tutto questo caos (che purtroppo, a volte, sembra diventare un ottuso gioco delle parti), che fine abbia fatto un <strong>approccio responsabile</strong>, un’aurea mediocritas, un giusto equilibrio che sia rispettoso di tutti quegli utenti, quegli studiosi e quei politici che non si ritrovano in nessuno dei due contesti, che sono inorriditi sia dalle manette per la violazione del diritto d’autore (!) sia dal dover prendere le difese, in alcuni casi, di criminali o truffatori, e che vorrebbero che l’attenzione fosse sempre sul bene della società tecnologica, sulla libertà di circolazione della cultura e dei materiali culturali, sulle garanzie processuali e il diritto.</p><p>Questi pensatori della “terra di mezzo” gradirebbero che si ragionasse, finalmente, in un’ottica costruttiva rispettosa della tecnologia e della libertà. Che si pensasse a un metodo di <strong>gestione del diritto d’autore</strong> che tuteli chi vuole conoscere, chi è consapevole di vivere in un periodo tecnologico che sta regalando alla razza umana la più ampia possibilità di conoscenza, di contaminazione e di impulsi continui mai avuta. Che ci si renda conto che bloccare questa circolazione di idee e contenuti, invece di ripensarla e di prevedere modalità innovativa per la retribuzione degli autori, è non solo anti-storico ma inutile.&lt;</p><p>È vero, siamo in un periodo di guerra, e parlare di “pace” proprio nel momento in cui la guerra è più aspra può sembrare inutile. Che io ricordi, mai la <strong>guerra per il copyright</strong> è stata così violenta, multiforme ed estesa (oggi interessa tutti: utenti, politica, governi, forze dell’ordine, provider), ma l’esperienza di quasi vent’anni dovrebbe insegnare che nessuno, così, può vincere.</p><p>Forse però è venuto il momento per tutti di <strong>migrare</strong> da posizioni cristallizzate (e ormai ventennali) e di muoversi nella direzione della conoscenza, del rispetto degli utenti, dei fruitori dei contenuti e della modernità.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/23/guerra-copyright-megavideo/185777/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Dittatura e democrazia digitale</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/17/dittatura-democrazia-digitale/184361/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/17/dittatura-democrazia-digitale/184361/#comments</comments> <pubDate>Tue, 17 Jan 2012 10:47:05 +0000</pubDate> <dc:creator>Giovanni Ziccardi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[democrazia]]></category> <category><![CDATA[mass media]]></category> <category><![CDATA[paesi islamici]]></category> <category><![CDATA[partiti online]]></category> <category><![CDATA[social network]]></category> <category><![CDATA[tecnologia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=184361</guid> <description><![CDATA[Un recentissimo libro di un professore dell’Università di Washington a Seattle, Philip N. Howard, pubblicato nella collana di studi oxfordiani dedicati alle Digital Policies e significativamente intitolato The digital origins of dictatorship and democracy affronta, in maniera completa, il tanto dibattuto tema del rapporto tra nuove tecnologie, regimi dittatoriali e “evoluzione” della democrazia in numerosi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Un recentissimo libro di un professore dell’Università di Washington a Seattle, <strong>Philip N. Howard</strong>, pubblicato nella collana di studi oxfordiani dedicati alle <em>Digital Policies</em> e significativamente intitolato <em>The digital origins of dictatorship and democracy</em> affronta, in maniera completa, il tanto dibattuto tema del rapporto tra <strong>nuove tecnologie, regimi dittatoriali e “evoluzione” della democrazia</strong> in numerosi Stati. Il sottotitolo, altrettanto importante, precisa che lo studio dedica volutamente un’attenzione quasi esclusiva al<strong> quadro politico nei Paesi islamici.</strong> L’approccio è essenzialmente ricognitivo: prende le mosse da una mole enorme di dati che vengono presentati in appendice del libro con grafici e tabelle (ne costituiscono quasi il 50%!) e che servono da base solida per alcune osservazioni (e ragionamenti) che mi sono sembrati interessanti.</p><p>Il primo dubbio che l’autore si pone, osservando ciò che è avvenuto (o sta avvenendo) in molti Stati del mondo, è se le tecnologie dell’informazione siano in grado di dar vita a una<strong> infrastruttura tecnica</strong> talmente robusta da permettere ad attivisti, giornalisti indipendenti o dell’opposizione e a gruppi sociali di portare a veri e propri cambi di regime (o di politica) o se, al contrario, pur evidenziata l’indubbia importanza di tali tecnologie, siano ben altri gli elementi che contribuiscono a causare cambiamenti radicali ed epocali.</p><p>Ora, io sono convinto che sia sempre molto difficile “pesare” con precisione il ruolo che hanno le tecnologie in occasione di sommosse sociali, anche se l’autore, in questo caso, cerca di porre alla base delle sue considerazioni dati, numeri e tabelle basati su <strong>diversissimi tipi</strong> <strong>di media</strong>: ragiona sul numero di SMS scambiati in occasione delle proteste, sull’aumento o la diminuzione del traffico su Twitter (quell’umore degli utenti misurato con i grafici dei tweet circolati che è oggi tanto di moda e che sta interessando anche il mondo della finanza) in occasioni speciali, ad esempio prima di un Internet shut-down o nel caso di una reazione che l’autore definisce “vecchio stile” del regime (espulsione di corrispondenti stranieri, sequestro di quotidiani o arresto degli oppositori).</p><p>Una prima nota, a mio avviso corretta, dell’autore riguarda l’indubbia estrema difficoltà attuale di<strong> smantellare una rete informatica</strong> che, in molti Paesi, si è in un certo senso evoluta e consolidata. Mentre può essere facile, in un momento di crisi politica, impedire la diffusione delle notizie su carta stampata o “spegnere” il sistema di comunicazione tradizionale (ad esempio: televisioni e radio), sta diventando sempre più difficile per i governi bloccare completamente (e per lungo tempo) il traffico circolante in Internet e smantellare una infrastruttura che sta diventando sempre più indipendente e con “vita propria” (grazie anche a telefonini e strumenti “personali” degli attivisti).</p><p>La base di analisi di questo studio è, si diceva, tra le più ampie mai analizzate: ben <strong>75 Stati</strong> che vantano una presenza di comunità musulmane significativa, tra cui 48 Paesi dove i musulmani sono la maggioranza (dove almeno il 50% della popolazione è musulmana) e i rimanenti 27 Paesi dove la presenza musulmana è minoritaria (ma conta, almeno, il dieci per cento della popolazione).</p><p>Individuato ogni singolo Stato come<strong> “oggetto di studio”</strong>, l’autore affronta numerosi aspetti: le <strong>rivolte</strong>, i progetti di <strong>e-government </strong>e la <strong>diffusione</strong> della tecnologia (per l’autore è importante comprendere quali di questi Stati siano realmente “online” e che capacità abbia la loro infrastruttura dell’informazione), lo stato dei<strong> giornalisti</strong> e del citizen journalism, della stampa e delle opposizioni, l’uso di <strong>strumenti mobili</strong> e del social network, la proprietà dei <strong>grandi mezzi di comunicazione</strong>, la presenza di <strong>“partiti online”</strong> (interessante notare, dice lo studioso, se si è in presenza di un’eguale possibilità di accesso alle infrastrutture da parte di tutti partiti). Tutto ciò, insomma, che può condizionare il “livello” democratico di un determinato Stato.</p><p>Con riferimento ai partiti online in questi Paesi, Howard nota due fattori:<strong> i) </strong>se, nel passato, i <strong>grandi partiti</strong> avevano il monopolio e addirittura, in alcuni casi, “incorporavano” e assorbivano i grandi mezzi di comunicazione, ora per loro è molto più difficile farlo con i media digitali, e <strong>ii)</strong> nonostante il credo comune, in molti casi<strong> i piccoli partiti e i gruppi più radicali</strong> di opposizione non sempre riescono a sfruttare al meglio Internet ma a farlo al meglio sono, spesso, quelli stessi grandi partiti che hanno investito negli ultimi anni anche in tecnologia.</p><p>Personalmente, la parte che più mi ha interessato è quella finale, dedicata alla<strong> censura </strong>e al possibile uso delle tecnologie anche per “plasmare” il pensiero e le menti (l’autore dice: “per gestire l’identità collettiva”). Le tecniche per la censura tecnologica sono note, e nota è anche la pericolosità delle stesse. Tali interventi non si limitano alla censura di notizie e al controllo della e-mail: consistono, anche, nella creazione di un vero e proprio sistema modulare di censura tecnologica.</p><p>In conclusione, l’approccio dell’autore è<strong> moderato</strong> e, mi sia consentito, quasi sempre positivo: sostiene, infatti, che, negli Stati che ha analizzato, sembri innegabile che le nuove tecnologie possano portare, e abbiano portato, maggiore<strong> “spirito democratico</strong>”. Forse un piccolo difetto è che viene trascurato il dark side delle tecnologie in regimi dittatoriali, ossia Howard non si sofferma troppo sugli aspetti negativi delle tecnologie in alcuni Paesi dove si registra, ad esempio, anche un aumentato potere di sorveglianza in capo allo Stato, di controllo dei mezzi di comunicazione, di individuazione e tracciamento di dissidenti o potenziali oppositori al regime.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/17/dittatura-democrazia-digitale/184361/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;Afghanistan e la guerra delle immagini</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/13/lafghanistan-guerra-delle-immagini/183597/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/13/lafghanistan-guerra-delle-immagini/183597/#comments</comments> <pubDate>Fri, 13 Jan 2012 10:42:16 +0000</pubDate> <dc:creator>Giovanni Ziccardi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Afghanistan]]></category> <category><![CDATA[diritti umani]]></category> <category><![CDATA[fotogiornalismo]]></category> <category><![CDATA[media]]></category> <category><![CDATA[soldati]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=183597</guid> <description><![CDATA[Nel 2010 un professore inglese, Noel Whitty, ha pubblicato su Human Rights Law Review uno studio che tratta del rapporto tra (la visualizzazione dei) diritti umani (e della loro violazione) e la fotografia/ripresa digitale. Il caso da cui ha preso le mosse, le fotografie di detenuti da parte di militari inglesi e la morte di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2010 un professore inglese, <strong>Noel Whitty</strong>, ha pubblicato su <a href="http://hrlr.oxfordjournals.org/" target="_blank">Human Rights Law Review</a> uno studio che tratta del rapporto tra (la <strong>visualizzazione</strong> dei) diritti umani (e della loro<strong> violazione</strong>) e la fotografia/ripresa digitale. Il caso da cui ha preso le mosse, le fotografie di detenuti da parte di militari inglesi e la morte di <strong>Baha Mousa</strong> (un civile iracheno deceduto nel 2003 nel sud dell’Iraq dopo un periodo di detenzione in una base militare inglese), è molto simile a quello discusso in questi giorni che riguarda episodi di vilipendio di cadaveri da parte di militari statunitensi.</p><p>L’analisi è molto interessante: valuta alcuni aspetti “nuovi” che le tecnologie digitali hanno portato in luce nel loro utilizzo come strumento di <strong>testimonianza in zone di guerra</strong>. I punti in discussione sono numerosi: la possibilità che le nuove tecnologie offrono per registrare e diffondere episodi di violazione di diritti umani, le possibili controversie che possono sollevare fotografie scattate in contesti così delicati, il concetto oggi rinnovato (l’autore lo definisce “espanso”) di <strong>visualizzazione della violazione</strong> di diritti umani, di sofferenza e morte nelle zone di guerra e gli aspetti di svantaggio e vantaggio, di utilità e danno che simili operazioni possono portare.<br /> Procediamo, però, con ordine.</p><p>Una cosa è nota, indipendentemente dal contesto di guerra: le nuove tecnologie hanno portato nuove modalità di <strong>testimonianza</strong> e di diffusione “visuale” istantanea di fatti in Internet. L’autore nota come la categoria tradizionale tanto cara agli studiosi di “human rights visual culture”, di poter rappresentare “visivamente” i diritti umani e la loro violazione, si stia evolvendo rapidamente.</p><p>Si ricorderà, però, che non è cosa nuova rappresentare visivamente (ad esempio: in un’aula di tribunale) episodi orribili di violazione dei diritti umani: il caso classico, è noto, fu in occasione dei <strong>Processi di Norimberga</strong>, dove vennero proiettati filmati ed esposte fotografie che servivano a incardinare nell’immaginario visivo di giurati (e di tutti) episodi di violenza, strage, esperimenti medici e altro. Si rammenti anche, in epoca più recente, il Tribunale Penale Internazionale per i crimini commessi nella ex Jugoslavia, che approntò un archivio di oltre 300 video che testimoniavano atrocità nei Balcani. Ed era, sino ad oggi, cosa molto rara poter vedere “dentro alle guerre”: di solito si poteva “vedere” solo grazie a materiale ufficiale che operava in un’atmosfera di “censura” (o di “patto” tra governo, militari e media) che condizionava la disponibilità del materiale visuale (senza risalire alle censure operate in guerra di Crimea attorno al 1850 o alle modalità di reportage della <strong>guerra del Vietnam</strong>, si pensi che nel 1982, durante la guerra delle Falkland, furono accreditati ufficialmente solo 200 giornalisti, la metà di quelli accreditati qualche mese fa per il processo di appello per la morte di Meredith).</p><p>Che cosa è cambiato grazie alle tecnologie? Tre cose, nota lo studioso: la possibilità di <strong>superare le barriere fisiche</strong> (la fotografia in zona di guerra era sempre stata riservata ai giornalisti o fotografi embedded, mentre ora, in zone di guerra, ci sono innumerevoli possibili fonti di testimonianza grazie alla facilità d’uso e alla diffusione dei telefoni), la possibilità anche <strong>per i soldati</strong> di documentare le loro azioni (questa, lo studioso, la definisce una sorta di visione dei fatti attraverso una “lente” che si basa anche sulla volontà da parte dei soldati di mantenere “ricordi” di ciò che è accaduto) e la grande<strong> capacità amplificativa</strong> di questi mezzi (tanto che, con dubbio gusto, alcuni episodi di omicidio sono stati classificati come “l’omicidio più visto di tutti i tempi” o “la tortura più cliccata della storia”).</p><p>La lettura di questo articolo pone alcune riflessioni, che penso sia giusto condividere:</p><p>i) la <strong>“visual representation”</strong> di simili episodi è sempre positiva (con influenza non solo su azioni ufficiali, disciplinari e processi, ma anche sulla opinione pubblica) o può, in alcuni casi, portare a una (mis)representation sino a servire a fini contrari o, peggio, a portare indifferenza in chi guarda? Di conseguenza, è “naturale” che un aumento di diffusione visuale di simili episodi porti a una reazione ufficiale o a un pubblico disgusto, o non è così “matematico”?</p><p>ii) l’indiscutibile<strong> aumento di produzione di materiale</strong> visuale digitale dalle zone di guerra ha sempre come fine primario quello della testimonianza, o la mutazione dell’uso della soldier photography grazie all’ubiquità dei cellulari risponde anche all’aumentato desiderio da parte dei soldati di testimoniare e registrare la loro personale esperienza e condividerla con familiari, amici e l’intera comunità su Internet, fattore comune, oggi, in tutta la cultura e stile di vita condizionato dai media?</p><p>iii) la prova visuale digitale può davvero diventare la<strong> “prova regina”</strong>, una testimonianza incontrovertibile di ciò che è accaduto in un contesto di violazione dei diritti umani, od occorre muoversi con grande circospezione e cautela?</p><p>iv) stanno cambiando, grazie al digitale, le classiche <strong>regole del foto-giornalismo</strong> di guerra, che era sempre strettamente legato alla presenza in loco di fotografi autorizzati (e controllati) e spesso vi era una censura sui campi di battaglia e sulle riprese possibili? Ciò porterà una (benefica?) impossibilità di controllo su foto scattate in ogni contesto? Dal campo di battaglia alle prigioni, dai campi per detenuti alle basi militari?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/13/lafghanistan-guerra-delle-immagini/183597/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Bobbio ai tempi di WikiLeaks</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/11/bobbio-tempi-wikileaks/182968/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/11/bobbio-tempi-wikileaks/182968/#comments</comments> <pubDate>Wed, 11 Jan 2012 09:34:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Giovanni Ziccardi</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[bobbio]]></category> <category><![CDATA[giovanni ziccardi]]></category> <category><![CDATA[Julian Assange]]></category> <category><![CDATA[piazza fontana]]></category> <category><![CDATA[servizi segreti]]></category> <category><![CDATA[wikileaks]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=182968</guid> <description><![CDATA[Einaudi ha riunito in un volume agile, sotto la cura dello studioso Mario Revelli, alcuni articoli di Norberto Bobbio dedicati allo “stato invisibile”, ai segreti della politica e al rapporto tra democrazia e trasparenza. Il titolo è Democrazia e segreto. Molti degli argomenti presentano elementi in comune con temi di dibattito sorti attorno all’attività di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Einaudi ha riunito in un volume agile, sotto la cura dello studioso <strong>Mario Revelli</strong>, alcuni articoli di <strong>Norberto Bobbio </strong>dedicati allo “stato invisibile”, ai segreti della politica e al rapporto tra democrazia e trasparenza. Il titolo è <em>Democrazia e segreto</em>. Molti degli argomenti presentano elementi in comune con temi di dibattito sorti attorno all’<strong>attività di WikiLeaks</strong> e ai suoi <strong>rapporti con lo stato</strong>, con l’apparato diplomatico e con il mondo della politica in generale. Non è quindi esercizio inutile ragionare su una questione tornata così d’attualità quale la trasparenza radicale (Bobbio la definisce “assoluta”, Lessig e altri la definiscono “radical”) muovendo da tali considerazioni.</p><p>Al centro vi è il tema del<strong> “potere invisibile”</strong>. Gli scritti sono nati in un periodo, subito dopo Piazza Fontana, caratterizzato da episodi di manipolazione mediatica e da operazioni di depistaggio e dalla diffusione della consapevolezza dell’esistenza di poteri occulti che portarono Bobbio a ribadire la teoria del <strong>“doppio Stato”</strong> (l’esistenza di due stati, uno di diritto e uno discrezionale, che opera, quest’ultimo, al di fuori del principio di legalità “in base a un mero giudizio di opportunità”). Anche gli scritti successivi, pensati dopo la rivelazione dello <strong>scandalo della P2</strong>, radicarono ancora di più l’idea di un vero e proprio conflitto tra il segreto, il potere invisibile, e l’essenza stessa della democrazia (“l’opacità del potere è la negazione della democrazia”). Gli scritti degli <strong>anni Novanta</strong> sono dedicati, infine, al rapporto tra “segreto” e “mistero” e sono stati elaborati in periodo di stragi di mafia e di  grandi scandali di stato (tra cui, si ricordi, il caso Gladio, la cui componente “segreta” si rivelò componente essenziale del piano). Le conclusioni, per Bobbio, sono chiare: l’idea dell’esistenza di un potere invisibile è incompatibile anche con una concezione minima di democrazia.</p><p>Sono sei i punti di partenza che si possono desumere da questi articoli:<br /> 1) la necessaria<strong> visibilità </strong>della cosa pubblica;<br /> 2) il necessario <strong>controllo </strong>da parte dei cittadini;<br /> 3) il <strong>rischio</strong> dell’uso del segreto come strumento per coprire scandali;<br /> 4) i limiti a una <strong>trasparenza</strong> assoluta, e una “minima opacità fisiologica”;<br /> 5) il <strong>segreto di stato</strong> come eccezione, e non come regola;<br /> 6) il <strong>pericolo</strong> del segreto ottenuto anche attraverso il divario di conoscenza.</p><p>I primi due articoli, <em>Il potere invisibile</em> e <em>Il potere invisibile dentro e contro lo Stato</em>, trattano della <strong>democrazia</strong> idealmente intesa come il “governo del potere visibile”, con tutti gli atti svolti in pubblico e sotto il controllo della pubblica opinione. In realtà, nella storia, i poteri hanno agito <strong>i)</strong> “occultandosi”, e<strong> ii)</strong> “occultando”: “occultandosi”, ossia prendendo le decisioni in una sorta di consiglio segreto, e “occultando”, ossia operando attraverso la menzogna.</p><p>Molti progetti tecnologici dei giorni nostri che mirano all’apertura dei dati e della politica falliscono nel momento in cui non portano la <strong>trasparenza </strong>anche a questo primo livello di “consiglio segreto”, quello deliberativo che riguarda le decisioni interne, ad esempio, a un gruppo. Rarissimi sono i casi in cui la trasparenza si spinge fino a quel livello che, in realtà, è il più importante, mentre proliferano progetti che, pur nel loro nobile intento, sono concentrati al livello di diffusione e pubblicità dei dati finali (a volte già ordinati e aggregati) o, più raramente, ad alcune fasi intermedie del procedimento.</p><p>Il saggio successivo, <em>Democrazia e Segreto</em>, è della fine degli <strong>anni Ottanta</strong>, con un quadro politico (e un clima) sensibilmente mutato. L’analisi qui riguarda non solo il segreto ma anche il vedere/non vedere e il rapporto tra il “poter vedere”, in capo al re, e il “non poter vedere”, in capo al suddito. Maggiore è il potere se chi può vedere può vedere tanto, e se chi è visto non può a sua volta vedere, come accade nel progetto di un Panopticon o nelle atmosfere dei romanzi di <strong>Orwell</strong>.  Il <strong>“poter vedere”</strong> dello stato si concretizza oggi con strumenti di sorveglianza globale e di controllo diffuso o con sofisticate banche dati, strumenti che, inevitabilmente, possono però essere, per lo stato, a doppio taglio perché possono consentire anche al cittadino di vedere e testimoniare. Si pensi, ad esempio, a come il cuore di ogni azione di attivismo digitale sia, oggi, la testimonianza facilitata da smartphone e telefonini.</p><p>L&#8217;ultimo articolo, <em>Segreto e misteri: i poteri invisibili</em>, è del 1990. Viene illustrata la differenza tra <strong>segreto e mistero</strong> (“vorresti sapere, ma non puoi”). Anche in questo caso, si pensi, l’<strong>azione di WikiLeaks</strong> si è posta subito come strumento ideale per svelare misteri e risolvere dubbi. Più i documenti svelati soddisfano i desideri del cittadino (“vorrei sapere”), più questo obiettivo viene raggiunto.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/11/bobbio-tempi-wikileaks/182968/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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