<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Guido Scorza</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/gscorza/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description>News, inchieste e blog su politica, cronaca, giustizia, economia</description> <lastBuildDate>Thu, 23 May 2013 11:40:48 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Il ritorno dell&#8217;ammazza Internet</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/20/ritorno-dellammazza-internet/599391/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/20/ritorno-dellammazza-internet/599391/#comments</comments> <pubDate>Mon, 20 May 2013 07:14:33 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Scorza</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Informazione]]></category> <category><![CDATA[Internet]]></category> <category><![CDATA[Libertà d’Informazione]]></category> <category><![CDATA[Rettifica]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=599391</guid> <description><![CDATA[Cambiano gli uomini, cambiano i gruppi parlamentari e cambiano, naturalmente, i firmatari dei disegni di legge ma metodi ed obiettivi restano sempre gli stessi specie se si tratta di mettere un bavaglio all&#8217;informazione online. Le disposizioni della vecchia legge sulla stampa datata 1948, scritta di loro pugno dai padri costituenti si applicano a tutti &#8220;i...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT">Cambiano gli uomini, cambiano i gruppi parlamentari e cambiano, naturalmente, i firmatari dei disegni di legge ma metodi ed obiettivi restano sempre gli stessi specie se si tratta di<strong> mettere un bavaglio all&#8217;informazione online</strong>.</p><p align="LEFT">Le disposizioni della vecchia legge sulla stampa datata 1948, scritta di loro pugno dai padri costituenti si applicano a tutti &#8220;i siti internet aventi natura editoriale&#8221; ovvero, in assenza di qualsivoglia disposizione che circoscriva l&#8217;ampiezza della definizione, a tutti i siti internet attraverso i quali sono diffusi contenuti informativi o opinioni ovvero, con una certa approssimazione, a tutti i siti internet.</p><p align="LEFT">La disposizione che rimbalza e carambola in Parlamento ormai da quasi un lustro salta fuori, questa volta, in un <a href="http://www.senato.it/loc/link.asp?tipodoc=sddliter&#038;leg=17&#038;id=39719" target="_blank">disegno di legge presentato dall&#8217;On. Pino Pisicchio del Gruppo Misto</a>, un disegno di legge dal volto buono perché si propone, tra l&#8217;altro, di eliminare la pena detentiva per la diffamazione ma dal contenuto liberticida almeno per l&#8217;informazione che corre sul web.</p><p align="LEFT">Un pugno di caratteri, poco più di cento, spazi inclusi che, tuttavia, minacciano &#8211; poco importa se per ignoranza della materia o consapevole volontà politica di controllare la Rete &#8211; di mettere l&#8217;ennesimo cerotto dei milioni di italiani che, anche se lentamente, iniziano a scoprire che Internet può rappresentare uno straordinario strumento di informazione e di manifestazione delle proprie idee ed opinioni.</p><p align="LEFT">&#8220;Ammazza-blog&#8221; o &#8220;ammazza-internet&#8221; sono i nomi che media ed addetti ai lavori hanno già dato una dozzina di volte alla disposizione che, ora, <strong>l&#8217;on. Pino Pisicchio</strong>, ripropone sia approvata dal Parlamento italiano.</p><p align="LEFT">Ci vuole poco a capire il perché di un nome in codice tanto apocalittico, tanto poco che stupisce, sorprende e dispiace che decine di deputati e senatori, da anni, non lo capiscano o fingano di non capirlo.</p><p align="LEFT">Non esiste nel nostro Ordinamento una disposizione che stabilisca cosa debba intendersi per &#8220;sito internet di natura editoriale&#8221; e l&#8217;unica norma che lambisce l&#8217;argomento ovvero quella sull&#8217;editoria, stabilisce che per &#8220;prodotto editoriale&#8221; &#8211; categoria nella quale rientrano anche i siti internet &#8211; &#8220;si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici&#8221;.</p><p align="LEFT">A tutti i siti internet &#8211; o quasi &#8211; quindi può essere attribuita &#8220;natura editoriale&#8221; con l&#8217;ovvia conseguenza che se, a forza di provarci e riprovarci, il Parlamento riuscisse ad approvare la famigerata disposizione &#8220;ammazza-internet&#8221;, tutte le disposizioni contenute nella preistorica legge sulla stampa diverrebbero applicabili, il giorno dopo, a chiunque diffonda informazioni ed opinioni online.</p><p align="LEFT">Le conseguenze sarebbero devastanti in termini democratici.</p><p align="LEFT">Non solo, infatti, chiunque gestisce un sito internet finirebbe con l&#8217;essere soggetto al <strong>famoso obbligo di rettifica entro 48 ore</strong>, a pena, di una sanzione di diverse migliaia di euro ma ogni blogger e gestore di sito internet si ritroverebbe costretto &#8211; come appunto prevede la legge sulla stampa &#8211; alla registrazione della propria &#8220;testata&#8221; in tribunale e a nominare un direttore responsabile, giornalista salvo eccezioni.</p><p align="LEFT">Senza contare l&#8217;automatico &#8211; o quasi &#8211; irrigidimento delle responsabilità dei gestori di blog e siti internet oltre che per i propri contenuti, per i commenti di utenti e lettori.</p><p align="LEFT">Lo scenario che si aprirebbe in caso di approvazione della legge è democraticamente apocalittico perché ci si ritroverebbe costretti a rinunciare &#8211; prima ancora di averne iniziato a sfruttare integralmente le potenzialità &#8211; al più straordinario mezzo di attuazione della libertà di manifestazione del pensiero della storia dell&#8217;umanità.</p><p align="LEFT"><strong>Che ci sia ignoranza, malafede o confusione</strong> dietro a quest&#8217;ultimo tentativo di imbavagliare l&#8217;informazione sul web italiano, occorre fermarlo prima che sia troppo tardi.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/20/ritorno-dellammazza-internet/599391/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Web, Corte Europea: il politico deve essere più tollerante alle critiche</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/16/web-corte-europea-il-politico-deve-essere-piu-tollerante-alle-critiche/595561/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/16/web-corte-europea-il-politico-deve-essere-piu-tollerante-alle-critiche/595561/#comments</comments> <pubDate>Thu, 16 May 2013 09:57:04 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Scorza</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Corte Europea]]></category> <category><![CDATA[Corte Europea dei Diritti dell’Uomo]]></category> <category><![CDATA[Giorgio Napolitano]]></category> <category><![CDATA[Laura Boldrini]]></category> <category><![CDATA[Legge Bavaglio]]></category> <category><![CDATA[Libertà di Espressione]]></category> <category><![CDATA[Libertà di Pensiero]]></category> <category><![CDATA[Web]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=595561</guid> <description><![CDATA[La storia della foto della sosia del Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini postata su Facebook con tanto di commento da caserma e quella dei presunti commenti offensivi del Capo dello Stato hanno acceso un vivace dibattito sui limiti da  porre alla circolazione dei contenuti online ed innescato la reazione di magistratura e forze...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La storia della foto della sosia del Presidente della Camera dei Deputati,<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/06/web-giornalista-indagato-per-foto-ose-di-laura-boldrini/585185/" target="_blank"> <strong>Laura Boldrini</strong> postata su Facebook con tanto di commento da caserma</a> e quella dei presunti <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/14/grillo-vogliono-chiuderci-blog-resteremo-senza-informazione/594236/" target="_blank">commenti offensivi del Capo dello Stato</a> hanno acceso un vivace <strong>dibattito</strong> sui limiti da  porre alla circolazione dei <strong>contenuti online</strong> ed innescato la reazione di magistratura e forze dell’ordine.</p><p>Niente di strano, naturalmente, né che si discuta di episodi, tutto sommato, “nuovi”, almeno nel nostro Paese né che forze dell’ordine e magistratura facciano il loro dovere, cercando di far rispettare le leggi.</p><p>Tra il <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/15/intercettazioni-bavaglio-pdl-attacca-ripartire-leggi-del-governo-berlusconi/594867/" target="_blank">partito del Cavaliere che minaccia di riproporre il famigerato decreto intercettazioni</a> con a bordo – probabilmente – il liberticida comma ammazza-internet, l’allarme urlato dal Presidente della Camera dei Deputati a proposito delle offese ricevute via Internet e polizia e magistratura che sembrano aver messo “una marcia in più” nel dar la caccia a <strong>blogger</strong> e commentatori dalle “dita facili”, c’è, tuttavia, più di un motivo per preoccuparsi che, in Italia, si prenda una brutta piega.</p><p>Vale allora la pena di ricordarci e ricordare che certi problemi – ad esempio l’utilizzo di internet come strumento di dibattito politico, talvolta, anche colorito ed offensivo – non ci sono solo nel nostro Paese e che, forse, guardare oltre i confini aiuta a trovare <strong>soluzioni</strong> e risposte migliori di quelle che si darebbero in modo istintivo o emotivo.</p><p>E’ il caso, ad esempio, del procedimento contro i commentatori del blog di <strong>Beppe Grillo</strong> che la Procura della Repubblica di Vallo della Lucania sta perseguendo per vilipendio del Capo dello Stato o di quello per diffamazione che la Procura della Repubblica di Roma sta conducendo – pare con straordinaria determinazione – contro chi ha fatto rimbalzare in Rete la foto della sosia dell’On. Boldrini, in versione “naked” e con commento nel quale si attribuiva alla Presidente della Camera un primato assai poco istituzionale.</p><p>In un caso e nell’altro siamo davanti a <strong>procedimenti penali</strong>, certamente, sin qui, legittimi perché – almeno a quanto si sa – condotti in conformità alle <strong>leggi nazionali</strong> e, peraltro, a tutela della prima e della terza più alte cariche dello Stato.</p><p>Guai però a dimenticarsi che, nel caso di specie, la magistratura è impegnata in un esercizio straordinariamente complicato come l’<a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/03/boldrini-minacce-online-e-norma-per-controllo-sul-web-ma-legge-ce-gia/582278/" target="_blank">applicazione di regole vecchie decine di anni ad un contesto – quello della circolazione di contenuti online -</a> completamente nuovo e certamente imprevedibile da parte di chi quelle regole ha pensato ed ha scritto.</p><p>Nessuno, fino ad un pugno di anni fa, avrebbe potuto immaginare che oltre venti milioni di cittadini italiani avrebbero potuto “criticare” – ciascuno a modo proprio e secondo la propria sensibilità ed educazione – le più alte cariche dello Stato, partecipando così al <strong>dibattito politico</strong>, come, sino a ieri, era possibile solo in modo estemporaneo ed eccezionale manifestando in una piazza.</p><p>E’ per questo che, forse, sarebbe utile che i politici prima – specie se siedono sugli scranni più alti della Repubblica – ed i giudici poi, leggessero tutto d’un fiato, la <a href="http://hudoc.echr.coe.int/sites/eng/Pages/search.aspx#{%22fulltext%22:[%22eon%22],%22languageisocode%22:[%22FRA%22],%22kpdate%22:[%222012-11-15T00:00:00.0Z%22,%222013-05-15T00:00:00.0Z%22],%22itemid%22:[%22001-117137%22]}" target="_blank"><strong>sentenza</strong> con la quale, nei mesi scorsi, la Corte Europea dei diritti dell’Uomo ha condannato il Governo francese</a>, ritenendo che l’applicazione di una sanzione penale [n.d.r. peraltro nel caso che ha dato origine alla pronuncia una condanna ad una multa di trenta euro] ad un’ipotesi di offesa all’ex Capo dello Stato, <strong>Sarkozy</strong>, da parte di un cittadino politicamente impegnato, doveva ritenersi sproporzionata alla stregua della Convenzione internazionale per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e suscettibile, per questo, di <strong>limitare</strong> in maniera illegittima la libertà di <strong>manifestazione del pensiero</strong> con particolare riferimento al dibattito politico.</p><p>Per evitare ogni equivoco, val la pena ricordare, che, nel caso di specie, il cittadino poi condannato a 30 euro di multa per vilipendio al Capo dello Stato, aveva alzato un cartello, nel corso di una manifestazione cui stava partecipando il Presidente della Repubblica, con una frase ben più offensiva e volgare di quelle che – a quanto risulta – sarebbero state indirizzate al Capo dello Stato ed all’On. Boldrini.</p><p>Applicando principi peraltro analoghi a quelli già elaborati dalla giurisprudenza italiana, la Corte europea ha stabilito che, pur non potendosi dubitare del carattere offensivo della frase, per valutare la <strong>legittimità</strong> della condanna comminata al cittadino francese, sarebbe stato necessario esaminare l’episodio nel suo complesso con particolare riferimento alla qualità del destinatario della frase offensiva ed al contesto nel quale la frase era stata pronunciata.</p><p>E’ proprio muovendo da queste considerazioni che la <strong>Corte Europea</strong>, contestualizzato l’episodio come un momento – ancorché acceso – del dibattito politico nazionale, ha messo nero su bianco, nella sentenza, un principio che, faremmo bene, tutti, a tenere a mente: la Convenzione sulla salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali “lascia poco spazio per delle restrizioni alla <strong>libertà di espressione</strong> nel dibattito politico – nel quale la libertà di espressione riveste la più alta importanza  &#8211; o nelle questioni di interesse generale.”.</p><p>“I limiti di critica ammissibili – hanno aggiunto i giudici della Corte – sono più ampi in relazione ad un uomo politico rispetto a quelli applicabili ad un <strong>semplice cittadino</strong>: a differenza del secondo, il primo si espone inevitabilmente e coscientemente ad un controllo attento delle sue azioni tanto da parte dei giornalisti che dei comuni cittadini”.</p><p>Ineguagliabile – per chiarezza ed attualità – la chiosa della Corte Europea dei diritti dell’uomo: l’uomo politico, quindi “deve, conseguentemente, mostrare una maggiore tolleranza [n.d.r. rispetto a quella esigibile dal cittadino comune]”.</p><p>E’, più o meno, il principio opposto a quello che sembra sotteso ad alcune recenti reazioni delle massime cariche dello Stato, in Italia, e alla straordinaria incisività e tempestività dell’azione di magistratura e forze dell’ordine nella <strong>repressione</strong> di certe offese indirizzate, online, ai vertici delle nostre istituzioni.</p><p>Ed eccola la conclusione della Corte Europea dei diritti dell’uomo: il ricorso alle sanzioni penali per punire delle offese al Capo dello Stato, nel contesto esaminato [n.d.r. il dibattito politico] è <strong>sproporzionato</strong> in quanto non necessario in una società democratica.</p><p>E’ questo il “punto di vista” che sarebbe bene non sfuggisse ai vertici delle nostre istituzioni ed alla magistratura impegnata nel garantire il rispetto della reputazione e dell’onore a queste ultime.</p><p>A procedere in una direzione diversa, c’è il rischio – che oggi appare straordinariamente attuale – che il nostro Paese finisca nella <strong>lista</strong> di quelli che, per ragioni più o meno nobili, fanno carne da macello dei diritti dell’uomo e del cittadino.</p><p>Attenzione – per evitare ogni facile equivoco – vale la pena chiarire che nessuno dice che sia legittimo offendere impunemente questo o quell’uomo politico ma solo che questi ultimi devono mostrare <strong>maggiore tolleranza</strong> di un comune cittadino nel ricevere critiche talvolta persino offensive e che gli autori di tali critiche non vanno “puniti” troppo severamente perché, altrimenti, si corre il rischio di disincentivare quanti vorrebbero e potrebbero partecipare al confronto ed al dibattito politico.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/16/web-corte-europea-il-politico-deve-essere-piu-tollerante-alle-critiche/595561/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Caso Boldrini: le leggi sul web ci sono ma sono uguali per tutti?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/15/caso-boldrini-leggi-sul-web-ci-sono-ma-sono-uguali-per-tutti/594181/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/15/caso-boldrini-leggi-sul-web-ci-sono-ma-sono-uguali-per-tutti/594181/#comments</comments> <pubDate>Wed, 15 May 2013 07:39:54 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Scorza</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Blogger]]></category> <category><![CDATA[Foto]]></category> <category><![CDATA[Laura Boldrini]]></category> <category><![CDATA[Leggi]]></category> <category><![CDATA[Privacy]]></category> <category><![CDATA[Web]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=594181</guid> <description><![CDATA[E’ davvero conflittuale il rapporto tra il Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini ed il web. Mentre le polemiche sollevate dalle sue dichiarazioni a proposito dell’inadeguatezza delle attuali leggi a governare la circolazione dei contenuti online non si sono ancora placate, il neo Presidente della Camera torna a far parlare di sé e della...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>E’ davvero conflittuale il rapporto tra il Presidente della Camera dei Deputati, <strong>Laura Boldrini ed il web</strong>. Mentre le polemiche sollevate dalle sue <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/03/boldrini-minacce-online-e-norma-per-controllo-sul-web-ma-legge-ce-gia/582278/" target="_blank">dichiarazioni a proposito dell’<strong>inadeguatezza delle attuali leggi</strong> a governare la circolazione dei contenuti online</a> non si sono ancora placate, il neo Presidente della Camera torna a far parlare di sé e della sua straordinaria preoccupazione per la propria immagine online.</p><p><strong>Alessandro M.,</strong> blogger emiliano, infatti – <a href="http://www.ilgiornale.it/news/interni/916999.html" target="_blank">stando a quanto racconta <em>Il Giornale</em></a> – si sarebbe visto piombare la polizia delle telecomunicazioni dentro casa per aver ri-pubblicato l’ormai famosa foto della donna somigliante al Presidente della Camera, a seno nudo, su una spiaggia, con un invito pubblico ad inviare all’On. Boldrini foto osé dello stesso genere. La polizia sarebbe stata inviata a casa del giovane blogger dalla Procura della Repubblica di Roma che, come è noto, ha già aperto un procedimento penale contro un giornalista che sarebbe stato il primo a postare la foto incriminata.</p><p>Sul punto è bene essere assolutamente chiari. Non c’è niente di strano né di scandaloso che giudici e forze dell’ordine indaghino in relazione a condotte come quella della quale si discute allo scopo di accertare se e quali reati siano stati commessi.</p><p>Si tratta, anzi, della migliore conferma dell’assoluta infondatezza delle preoccupazioni sollevate dall’On. Boldrini a proposito della presunta “<strong>anarchia del web</strong>” e della altrettanto presunta difficoltà di individuare i responsabili delle condotte illecite perpetrate online. Evidentemente – considerata la frenetica attività delle ultime settimane ed i risultati di magistratura e forze dell’ordine a tutela dell’immagine del Presidente della Camera dei Deputati – le leggi ci sono e giudici e poliziotti sono perfettamente in grado di applicarle e farle rispettare anche online.</p><p>Tanto chiarito, il punto però, questa volta è un altro.</p><p>Siamo sicuri che le leggi che ci sono <strong>siano uguali per tutti</strong> e che tutti i cittadini abbiano le stesse concrete possibilità di vederle applicate da parte di giudici e forze dell’ordine? La sensazione, ad osservare dall’esterno, i fatti di questi giorni è che, sfortunatamente, non sia così.</p><p>E’ difficile, infatti, credere che magistratura e polizia delle telecomunicazioni seguano con eguale zelo e tempestività tutte le vicende nell’ambito delle quali<strong> l’immagine di un cittadino qualunque</strong> – ma, forse, persino di un personaggio pubblico qualsiasi – appaia lesa attraverso la diffusione, online, di immagini osé e frasi inopportune, ineducate e sopra le righe.</p><p>Si tratta di un aspetto centrale della vicenda che vede coinvolto<strong> il Presidente della Camera dei Deputati.</strong></p><p>Sarebbe, infatti, gravissimo se emergesse che per garantire la tutela dell’immagine dell’On. Boldrini e cercare di frenare la diffusione online della famigerata immagine della sua “sosia” a seno nudo, magistratura e forze dell’ordine avessero distratto risorse ed energie che, invece, avrebbero potuto e dovuto essere dedicate al perseguimento di uno qualsiasi dei tanti illeciti – o presunti tali – ben più gravi che, proprio il Presidente della Camera dei Deputati ha denunciato, nei giorni scorsi, nel corso della propria intervista.</p><p><strong>Femminicidi, stalking online, minacce di morte e di stupro,</strong> incitamenti all’odio razziale, infatti, non hanno nulla a che vedere con la vicenda – benché anch’essa grave e biasimevole &#8211; al centro dell’inchiesta della Procura della Repubblica di Roma che vede come parte lesa l’On. Laura Boldrini né con le visite che la polizia delle telecomunicazioni sta facendo ai tanti blogger che hanno postato e ripostato “l’immagine della vergogna”.</p><p>L’atteggiamento del Presidente della Camera dei Deputati, risulterebbe, straordinariamente contraddittorio: da una parte lamenta, nell’interesse comune, l’eccesso di violenza che resterebbe impunita online e dall’altro “esige” un’attenzione particolare da parte di magistratura e forze dell’ordine nella consapevolezza di distrarle dall’esercizio dei propri compiti nell’interesse di tutti gli altri cittadini “normali”.</p><p>E’ un dubbio che va fugato senza ritardo.</p><p>E’, urgente, che i Ministri della Giustizia e dell’Interno si presentino in Parlamento e chiariscano se la Procura della Repubblica di Roma abbia o meno riservato al “Caso Boldrini” un<strong> binario privilegiato</strong> e d’urgenza rispetto alle migliaia di altre denunce e querele, per fatti analoghi, da evadere e se altrettanto abbia fatto la polizia delle telecomunicazioni, dedicando alla vicenda dell’On. Boldrini maggiore e più tempestiva attenzione rispetto a quella riservata alle decine di migliaia di analoghe segnalazioni.</p><p>Rispondere a questa domanda è una questione fondamentale di civiltà e di democrazia che viene prima di qualsivoglia altra preoccupazione sulle regole del web.</p><p>Se il Paese dispone di leggi, giudici e poliziotti in grado di reprimere tanto tempestivamente il meno grave degli illeciti online, allora, sembra arrivato il momento di farla finita di rappresentare il web italiano come il più violento dei far west se, invece, così non è, il Presidente della Camera ed i Ministri della Giustizia e dell’Interno devono spiegare al Paese perché un onorevole cittadino ha diritto a leggi, giudici e polizia più solerti ed efficaci rispetto a quelli cui ha diritto un normale cittadino.</p><p>Dal Presidente della Camera dei Deputati, ci si aspetta che -come dovrebbe fare ogni buon comandante di nave &#8211; metta in salvo<strong> prima il resto del Paese</strong> e poi pensi a sé stessa e non che “approfitti” di ruolo e funzioni per salvare prima sé stessa – o meglio ancora la propria immagine online – e poi gli altri cittadini italiani.</p><p>Quanto sopra – val la pena scriverlo chiaramente per evitare di veder ingolfata l’attività della magistratura con un’ennesima querela per diffamazione proprio in relazione al contenuto di questo post – ovviamente, nei limiti in cui risultasse accertato che il Presidente della Camera abbia esercitato pressioni su forze dell’ordine o magistratura per accedere ad una corsia preferenziale di tutela.</p><p>&nbsp;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/15/caso-boldrini-leggi-sul-web-ci-sono-ma-sono-uguali-per-tutti/594181/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;Agenzia per l&#8217;Italia Digitale ha un anno ma non è ancora nata</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/12/lagenzia-per-litalia-digitale-ha-un-anno-ma-non-e-ancora-nata/591339/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/12/lagenzia-per-litalia-digitale-ha-un-anno-ma-non-e-ancora-nata/591339/#comments</comments> <pubDate>Sun, 12 May 2013 07:42:20 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Scorza</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Tecno]]></category> <category><![CDATA[Agenda Digitale]]></category> <category><![CDATA[Agenzia per l’Italia Digitale]]></category> <category><![CDATA[Alfabetizzazione Digitale]]></category> <category><![CDATA[Digitale]]></category> <category><![CDATA[Enrico Letta]]></category> <category><![CDATA[Governo Monti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=591339</guid> <description><![CDATA[E’ il 22 giugno 2012, l’estate incombe, e l’amministrazione italiana si avvia a chiudere i battenti ma a Palazzo Chigi si lavora freneticamente al varo del famoso Decreto Legge Crescitalia, uno dei tanti provvedimenti d’urgenza del Governo dei Professori, fatto di belle parole e tante promesse, destinate a restare tali. L’Italia “aspirante-digitale” e l’Europa –...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>E’ il <strong>22 giugno 2012</strong>, l’estate incombe, e l’amministrazione italiana si avvia a chiudere i battenti ma a Palazzo Chigi si lavora freneticamente al varo del famoso <strong>Decreto Legge Crescitalia</strong>, uno dei tanti provvedimenti d’urgenza del Governo dei Professori, fatto di belle parole e tante promesse, destinate a restare tali.</p><p>L’Italia “aspirante-digitale” e l’Europa – che guarda, ormai, all’Italia con preoccupazione sempre maggiore – si aspettano che il Governo inserisca nel nuovo provvedimento una serie di misure per la digitalizzazione del Paese, promesse dall’ex premier e dall’ex ministro per lo Sviluppo economico sin dal giorno dopo il loro insediamento ed elaborate da una coreografica cabina di regia per<strong> l’agenda digitale italiana</strong>.</p><p>Ma a Palazzo Chigi non sono pronti. Hanno dimenticato un dettaglio. Le misure per la digitalizzazione del Paese hanno bisogno di una copertura finanziaria che non c’è e, quindi, bisogna rimandare tutto, almeno, a settembre.</p><p>A questo punto, qualcuno, ha un’ideona. <br />Nascondere l’incompetenza, il pressapochismo e l’approssimazione con la quale ci si è preoccupati di dare al Paese un’agenda digitale con un annuncio roboante, <strong>a costo zero</strong> e, anzi, apparentemente ad alto potenziale di risparmio.</p><p>L’idea, rivoluzionaria &#8211; in un Paese che ha più enti, Autorità, tavoli tecnici, cabine di regia ed Agenzie che scuole – è quella di istituire una nuova Agenzia a cui affidare<strong> l’attuazione dell’Agenda digitale.  </strong>Nessuno, così, potrà dire che il Governo si è dimenticato dell’Agenda.</p><p>Detto, fatto. Bastano un pugno di caratteri inseriti in fretta e furia nel Decreto per istituire la nuova agenzia dei miracoli digitali, battezzata – per la verità con poca fantasia – Agenzia per l’Italia digitale. </p><p>Ma non basta. <br />Si stanno chiedendo al Paese sacrifici importanti e nessuno giustificherebbe la creazione di un nuovo costoso carrozzone pubblico.</p><p>Per far posto all’Agenzia per l’Italia Digitale si sceglie, quindi, di smantellare, dalla sera alla mattina e senza attendere neppure il “primo vagito” della neonata creatura, <a href="http://www.digitpa.gov.it/" target="_blank">DigitPA</a> -  già AiPA e poi CniPA, sulla scena dell’informatizzazione della <strong>pubblica amministrazione </strong>sin dal 1993 – e la “modernissima” <a href="http://www.aginnovazione.gov.it/" target="_blank">Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione</a>, nata solo nel 2005. </p><p>Competenze e funzioni dei due enti cui – in uno slancio di straordinario ottimismo o di folle incoscienza – si aggiungono anche quelle del Dipartimento per la <strong>digitalizzazione</strong> della pubblica amministrazione e l’innovazione tecnologica della Presidenza del Consiglio dei ministri sono trasferite, con effetto immediato, alla neonata Agenzia anche se quest’ultima avrà, naturalmente, bisogno di tempo per organizzarsi.</p><p>Poco tempo, però, dice il Decreto che stabilisce che, entro trenta giorni, dalla sua entrata in vigore &#8211; e, quindi, in piena estate &#8211; il Presidente del Consiglio dei Ministri e una pletora di ben quattro ministri, procedano alla nomina del Direttore Generale dell’Agenzia e che, nei quarantacinque giorni successivi – e, dunque, prima che l’estate sia finita &#8211; venga approvato lo Statuto, rendendo così la neonata creatura pienamente operativa.</p><p>Persino un ragazzino straniero alla sua prima gita in Italia avrebbe capito che si tratta di “scadenze promozionali e da proclama politico” <strong>assolutamente irrealizzabili</strong> perché mai un premier e quattro ministri, in piena estate, si sarebbero accordati sulla nomina di un super dirigente della pubblica amministrazione e, poi, sulle regole di funzionamento della nuova Agenzia.</p><p>Il ragazzino in questione avrebbe, naturalmente, visto giusto.</p><p>I termini per la nomina del Direttore Generale dell’Agenzia vengono prima<strong> prorogati</strong> ripetutamente come si fa con una cambiale a garanzia di un debito che proprio non si riesce a pagare e poi lasciati scadere senza, tuttavia, adempiervi.</p><p>Bisognerà, infatti, attendere il <strong>30 ottobre</strong> perché il Governo nomini <strong>Agostino Ragosa</strong> Direttore Generale e l’8 marzo perché venga firmato lo Statuto della neonata Agenzia.</p><p>Ma siamo solo all’inizio di una lunga epopea istituzionale perché <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/pa-digitale/21163_l-agenzia-digitale-torna-in-alto-mare.htm" target="_blank">è notizia dei giorni scorsi</a> – peraltro ampiamente prevedibile – che lo Statuto dell’Agenzia, dopo aver a lungo giaciuto sui tavoli della Corte dei conti, è stato richiesto indietro dal governo al quale i giudici contabili, anziché dare parere negativo, hanno, per cortesia istituzionale, bisbigliato all’orecchio che c’è qualcosa che non va.</p><p>Si ricomincia da capo, dunque.</p><p>Siamo quasi ad un mese dal primo compleanno – almeno sulla carta – della neonata Agenzia eppure, benché nata come una delle tante “misure urgenti per la crescita del Paese”,<strong> l’Agenzia dei miracoli digitali</strong> deve ancora emettere il primo vagito e, specie ora che in cabina di regia siedono quattro ministri diversi da quelli che l’hanno concepita, non è dato sapere se e quando ciò accadrà.</p><p>Frattanto però, con un gesto di irresponsabilità e follia istituzionale, si sono <strong>smantellati, da quasi un anno tutti gli Enti</strong> che – bene o male – nell’ultimo ventennio si sono occupati dell’informatizzazione del Paese.</p><p>Ce n’è abbastanza perché, quella dell’Agenzia per l’Italia digitale, sia considerata una delle pagine più vergognose della politica dell’innovazione nel nostro Paese.</p><p>Una pagina tanto buia che l’ex premier Monti e l’intera cabina di regia per l’Italia digitale tirata fuori dal cilindro di un governo che ha giocato a fare il prestigiatore istituzionale fino ad esaurire colombe e conigli, dovrebbero prendere carta e penna – perché è lecito dubitare sappiano persino usare un computer – e chiedere scusa al Paese per aver allontanato ancora di più il nostro futuro digitale.</p><p>Frattanto il neo-premier, <strong>Enrico Letta</strong>, non ha altra alternativa – al punto in cui siamo – che attaccare l’Agenzia al respiratore prima che i quattro Ministri che dovrebbero coordinarne l’attività, inizino a contendersene leadership e poltrone il che – considerata l’inedita composizione politica del nuovo Esecutivo – avverrà, purtroppo, molto presto.</p><p>E’ davvero una vergogna che un Paese che è già fanalino di coda europeo in termini di attuazione dell’agenda digitale si ritrovi senza un’Agenda e senza qualcuno che sia responsabile di scriverla ed aggiornarla.</p><p>&nbsp;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/12/lagenzia-per-litalia-digitale-ha-un-anno-ma-non-e-ancora-nata/591339/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Enrico Mentana lascia Twitter. Colpa dell’anonimato dilagante?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/09/enrico-mentana-lascia-twitter-colpa-dellanonimato-dilagante/588160/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/09/enrico-mentana-lascia-twitter-colpa-dellanonimato-dilagante/588160/#comments</comments> <pubDate>Thu, 09 May 2013 09:46:01 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Scorza</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Anonimato]]></category> <category><![CDATA[Enrico Mentana]]></category> <category><![CDATA[Garante della Privacy]]></category> <category><![CDATA[Internet]]></category> <category><![CDATA[Libertà di Espressione]]></category> <category><![CDATA[ONU]]></category> <category><![CDATA[Pseudonimo]]></category> <category><![CDATA[Twitter]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=588160</guid> <description><![CDATA[“Il numero di tizi che si esaltano a offendere su twitter è in continua crescita. 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Calmi, tra poco ce ne andremo, così v&#8217;insulterete tra di voi”.</p><p>E’ questo il <strong>cinguettio</strong> con il quale, ieri, quando erano da poco passate le tredici, <strong>Enrico Mentana</strong> <strong><a href="https://twitter.com/ementana" target="_blank">ha aperto una lunga discussione via Twitter</a></strong>, chiusa poi, poco prima delle venti, con il suo ultimo tweet: “Un saluto finale a tutti”.</p><p>Il direttore del Tg di <strong>La7</strong> ha così annunciato – o almeno sembra – la propria intenzione di lasciare la popolare piattaforma di socialnetwork.</p><p>L’episodio non avrebbe motivo di essere raccontato se il protagonista non fosse uno dei volti noti del giornalismo italiano, i cui cinguettii – per la verità poco più di un migliaio – erano seguiti da oltre 300 mila persone e, soprattutto, se non fosse per le motivazioni che hanno indotto Mentana a smettere di cinguettare online.</p><p>La decisione del direttore sta, infatti, tutta, in altri cento quaranta caratteri, dello stesso Mentana: “Resterei se ci fosse almeno un elementare principio d&#8217;uguaglianza: l&#8217;obbligo di usare la propria vera <strong>identità</strong>. Strage di ribaldi col nickname”.</p><p>E’, dunque, il fatto che, su Twitter, vi siano milioni di persone che cinguettano utilizzando un nickname all&#8217;origine della decisione di Mentana di abbandonare la piattaforma di social network. Tutta colpa dell’<strong>anonimato</strong> o di quello che, il giornalista, chiama – forse facendo un po’ di confusione tra scrivere usando uno <strong>pseudonimo</strong> e scrivere in forma anonima – “anonimato”.</p><p>Il popolare giornalista, d’altra parte, non fa mistero che nel Twitter dei suoi sogni non dovrebbe esserci spazio per cinguettii “anonimi” – nel senso appena chiarito – e a chi gli fa presente che, forse, la possibilità di cinguettare da dietro un pseudonimo consente, a molti, di sentirsi più liberi di manifestare il proprio pensiero, risponde con un cinguettio lapidario: “Curioso: gli argomenti usati dai difensori dell&#8217;anonimato su Twitter son gli stessi addotti dai <strong>massoni</strong> per giustificare le logge coperte&#8230;”.</p><p>A prescindere dal gesto di Mentana – forse dovuto ad un momento di umana debolezza davanti a qualche tweett-insulto di troppo – la discussione di ieri via Twitter è troppo importante per essere chiusa con qualche cinguettio. Vale quindi la pena di fare un po’ di chiarezza, pur senza nessuna pretesa di proporre verità assolute che non ci sono e non possono esserci dinanzi ad un <strong>fenomeno</strong> in così rapida evoluzione e con un così rilevante impatto sociale prima ancora che giuridico.</p><p>Un primo aspetto da chiarire è che usare un <strong>nickname</strong> &#8211; su Twitter come in qualsiasi altra piattaforma online – è perfettamente legale ed è, anzi, quanto suggerito dai <strong>Garanti della Privacy</strong> <strong>Europei</strong> sin dal 2008 e ribadito, più di recente anche dal nostro Garante per il trattamento dei dati personali e la riservatezza. A ciascuno, quindi, scegliere se presentarsi online con il proprio nome e cognome o, invece, usare uno pseudonimo moderno ovvero un nickname, una modalità di “firma” e non di anonimato, diffusa da tempi ben più antichi della Rete.</p><p>Completamente diversa, invece, è la questione della <strong>legittimità</strong> o meno e, soprattutto, dell’opportunità o meno di consentire – ammesso che un eventuale divieto possa essere effettivamente attuato – che chi pubblica un contenuto online si renda completamente <strong>irrintracciabile</strong>, mascherandosi non già semplicemente dietro ad un nickname ma dietro ad una falsa identità o ad una identità di fantasia.</p><p>Nel primo caso, infatti, chi abusi della propria libertà di manifestazione del pensiero, se anche abbia scelto di farlo sotto il nickname di “cavaliere mascherato” è destinato, senza neppure grandi difficoltà, ad essere <strong>identificato</strong> e chiamato a rispondere del suo abuso mentre, nel secondo, rintracciare online chi ha scelto scientificamente di non essere rintracciabile, potrebbe essere molto difficile ma non necessariamente sempre impossibile.</p><p>La regola su Twitter – per stare alla vicenda che ha fatto infuriare Mentana inducendolo ad abbandonare la piattaforma cinguettante – è che si utilizzi un nickname ma che si lasci il proprio indirizzo mail ed una serie di altre informazioni che, ove necessario, consentono all&#8217;Autorità di rintracciarci.</p><p>E’ ovvio che si può scegliere di lasciare un indirizzo mail a sua volta non riconducibile ad un’identità reale ed aver cura – con una serie di espedienti alla portata se non di tutti dei più – di lasciare poche tracce digitali. Ma da qui a cinguettare – come ha fatto Mentana – che chi difende l’uso di un nickname su Twitter la pensa come i massoni a proposito dei loro elenchi segreti, il passo è davvero lungo.</p><p>Quanto al tema dell’anonimato – quello vero – online, è questione straordinariamente complessa.</p><p>Sembra, però, opportuno ricordare che, proprio di recente, il <strong>Relatore Speciale delle Nazioni Unite</strong> per la promozione e tutela della libertà di informazione, <strong><a href="http://www.ohchr.org/en/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=12744&#038;LangID=E" target="_blank">in un suo report sulla circolazione dei contenuti violenti online</a></strong>, ha ribadito che tutti gli Stati dovrebbero consentire ai propri cittadini di esprimersi online, protetti dall&#8217;anonimato.</p><p>Forse la soluzione – da ricercarsi necessariamente a livello globale – potrà, un giorno, essere rappresentata dal ricorso ad una qualche forma di c.d. “anonimato protetto”: libertà di agire online in forma anonima, dopo aver, tuttavia, lasciato da qualche parte la vera identità alla quale, solo le forze dell’ordine, dietro ordine della magistratura e nei soli casi più gravi, potranno accedere.</p><p>E’ difficile, d’altra parte, allo stato, ipotizzare una identificazione “forte” degli oltre due miliardi di naviganti del web.</p><p>Educazione, cultura, autodisciplina e, soprattutto dialogo e <strong>confronto online</strong> – come suggerito proprio dal relatore speciale Onu nella sua relazione -  restano, probabilmente, le cure migliori per un male – quello del c.d. hate speech &#8211; che innegabilmente esiste ma è, probabilmente, un necessario tributo da pagare a fronte dei tanti effetti positivi in termini democratici sin qui prodotti dalla diffusione di Internet.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/09/enrico-mentana-lascia-twitter-colpa-dellanonimato-dilagante/588160/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Berlusconi, il Pd e la legge costituzionale contro i suoi conflitti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/08/berlusconi-pd-e-legge-costituzionale-contro-suoi-conflitti/587035/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/08/berlusconi-pd-e-legge-costituzionale-contro-suoi-conflitti/587035/#comments</comments> <pubDate>Wed, 08 May 2013 09:36:22 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Scorza</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Articolo 21]]></category> <category><![CDATA[Conflitto di interessi]]></category> <category><![CDATA[Costituzione]]></category> <category><![CDATA[Internet]]></category> <category><![CDATA[Luigi Zanda]]></category> <category><![CDATA[Media]]></category> <category><![CDATA[Media Digitali]]></category> <category><![CDATA[Pluralismo]]></category> <category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=587035</guid> <description><![CDATA[“L’influenza rilevante nella proprietà o nella gestione di una o più reti radiotelevisive o telematiche, nonché di uno o più quotidiani o periodici a diffusione nazionale o interregionale è causa di ineleggibilità alla carica di deputato e di senatore della Repubblica, nonché di incompatibilità con la carica di Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio dei...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em>“L’influenza rilevante nella proprietà o nella gestione di una o più reti radiotelevisive o telematiche, nonché di uno o più <strong>quotidiani</strong> o <strong>periodici</strong> a diffusione nazionale o interregionale è causa di ineleggibilità alla <strong>carica</strong> <strong>di deputato</strong> e di <strong>senatore</strong> della Repubblica, nonché di incompatibilità con la carica di Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio dei ministri, Presidente e giudice della Corte costituzionale, Ministro, Vice Ministro, Sottosegretario di Stato, vice presidente del Consiglio superiore della magistratura e Presidente della Giunta regionale. Altri casi di conflitto di interessi possono essere regolamentati con legge”.</em></p><p>E’ questa <a href="http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00699377.pdf" target="_blank">una delle disposizioni che il Sen. <strong>Luigi Zanda</strong>, Presidente del Gruppo del Pd al <strong>Senato</strong>, propone di aggiungere all’<strong>art. 21 della Costituzione</strong></a> per scongiurare il rischio che in futuro la democrazia possa ritrovarsi ancora esposta al rischio che Tycoon dei media, siedano in Parlamento o, peggio, occupino ruoli chiave nei vertici delle istituzioni della Repubblica come – sebbene nella relazione al disegno di legge Mr. B. (<strong>Silvio Berlusconi</strong>) non venga mai espressamente nominato – avvenuto nell&#8217;ultimo ventennio nel nostro Paese.</p><p>Rigida e severa &#8211; forse, troppo, persino per un Paese ammalato cronico di intrecci perversi <strong>media-politica</strong>, come il nostro &#8211; la regola che il Senatore Zanda vorrebbe inserire addirittura nella nostra <strong>Costituzione</strong>: basterebbe, infatti, l’esercizio di &#8220;un’influenza rilevante&#8221; nella gestione di “una o più reti televisive…nonché di uno o più quotidiani o periodici” per far scattare l&#8217;<strong>ineleggibilità</strong> a membro del Parlamento o ai vertici di una delle altre Istituzioni repubblicane.</p><p>Il disegno di legge ha, tuttavia, il merito di sollevare, sin dall’avvio dei lavori della nuova legislatura uno dei principali problemi per il futuro della democrazia in Italia: se non si spezza con forza il rapporto perverso tra il controllo dei media e quello delle istituzioni non ci sarà mai <strong>legge elettorale</strong> che valga a porre la nostra democrazia al riparo da operazioni di pericoloso hackeraggio del sistema a vantaggio degli interessi egoistici di quanti, di volta in volta, riusciranno a garantirsi il controllo dei media.</p><p>Ed è, infatti, proprio il <strong>pluralismo</strong> dei media l&#8217;altro problema al centro del disegno di legge presentato dal Senatore Zanda il cui primo comma mira ad introdurre nella costituzione, sempre all&#8217;art. 21, una norma secondo la quale &#8220;La Repubblica garantisce e tutela con apposite norme il pluralismo dell’informazione, ne favorisce l’imparzialità, pone limiti alle concentrazioni e vieta posizioni dominanti nella proprietà di imprese che producono informazione a diffusione nazionale, regionale o interregionale.&#8221;</p><p>Principio sacrosanto anche se, in realtà, non è nuovo.</p><p>Il problema è che regole ed <strong>Autorità</strong> che pure già ci sono, non sono state, sin qui, in grado di garantire che si passasse dalla teoria alla pratica e che si impedisse la formazione degli <strong>oligopoli</strong> dell&#8217;informazione che hanno così orribilmente condizionato la vita democratica del Paese.</p><p>Una sola piccola <strong>sbavatura</strong> nel disegno di legge, una &#8220;stecca&#8221; digitale, un&#8217;antipatica conferma di quanto il Paese non abbia ancora raggiunto un livello accettabile di <strong>alfabetizzazione digitale</strong>. Tra i limiti, superati i quali scatterebbe l&#8217;ineleggibilità il Senatore Zanda inserisce anche &#8220;L’influenza rilevante nella proprietà o nella gestione di una o più reti&#8230;telematiche&#8221;.</p><p>Difficile comprendere a cosa si riferisca.</p><p><strong>Internet</strong> è una &#8220;rete telematica&#8221; &#8211; o, meglio ancora, una rete di reti &#8211; ma, naturalmente, il Senatore non pensa che Mr. B. &#8211; o i suoi posteri &#8211; possano acquisire il controllo di una o più Internet!</p><p>Probabilmente nel disegno di legge ci si voleva riferire all&#8217;eventualità che qualcuno acquisisca il controllo di <strong>piattaforme online</strong> idonee a influenzare in modo significativo il sistema dell&#8217;informazione. È una preoccupazione corretta e condivisibile e, anzi, dovrebbe essere la prima preoccupazione di chi abbia l&#8217;ambizione di garantire al Paese il necessario pluralismo informativo negli anni che verranno.</p><p>È però indispensabile, nell&#8217;affrontare il problema, riflettere sulle molteplici forme attraverso le quali, domani, la legittima aspirazione al pluralismo informativo potrà essere ostacolata.</p><p>L&#8217;assenza di <strong>net-neutrality</strong>, talune pericolose intese tra i gestori delle autostrade dell&#8217;informazione e produttori di contenuti, restrizioni all&#8217;accesso delle principali piattaforme di distribuzione dei contenuti online sono queste &#8211; e molte altre &#8211; le sembianze che i nuovi oligopoli dell&#8217;informazione potrebbero avere. Bisogna prepararsi a saperli riconoscere ed ad evitare che si formino.</p><p>L&#8217;esperienza della <strong>regolamentazione</strong> dei media tradizionali insegna che, una volta che un oligopolio si è formato, smantellarlo è un&#8217;operazione quasi impossibile.  </p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/08/berlusconi-pd-e-legge-costituzionale-contro-suoi-conflitti/587035/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Web e anarchia, lettera aperta a Laura Boldrini</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/03/web-e-anarchia-lettera-aperta-a-laura-boldrini/582401/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/03/web-e-anarchia-lettera-aperta-a-laura-boldrini/582401/#comments</comments> <pubDate>Fri, 03 May 2013 15:52:50 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Scorza</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Anarchia]]></category> <category><![CDATA[Giustizia]]></category> <category><![CDATA[Laura Boldrini]]></category> <category><![CDATA[Libertà di Espressione]]></category> <category><![CDATA[Prescrizione]]></category> <category><![CDATA[Rete]]></category> <category><![CDATA[Web]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=582401</guid> <description><![CDATA[Onorevole Presidente, ho letto, online, assieme a milioni di cittadini italiani &#8211; quelli stessi che Lei rappresenta, sedendo sullo scranno più alto della Camera dei Deputati &#8211; la Sua intervista a Repubblica sulla presunta &#8220;anarchia&#8221; che regnerebbe nel web. È un&#8217;affermazione giuridicamente errata e politicamente preoccupante. Mi permetta, innanzitutto, di segnalarLe che tutte le condotte...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Onorevole Presidente,</p><p>ho letto, online, assieme a milioni di cittadini italiani &#8211; quelli stessi che Lei rappresenta, sedendo sullo scranno più alto della <strong>Camera dei Deputati</strong> &#8211; <a href="http://www.repubblica.it/politica/2013/05/03/news/boldrini_intervista-57946683/" target="_blank">la Sua intervista a Repubblica sulla presunta &#8220;<strong>anarchia</strong>&#8221; che regnerebbe nel web</a>.</p><p>È un&#8217;affermazione giuridicamente errata e politicamente preoccupante.</p><p>Mi permetta, innanzitutto, di segnalarLe che tutte le condotte che Lei cita a fondamento della Sua tesi costituiscono già, nel nostro Paese, <strong>fattispecie di illecito</strong> o, addirittura, di <strong>reato</strong> puntualmente tipizzate dal nostro legislatore ed in relazione alle quali esiste un apparato sanzionatorio severo e rigoroso.</p><p>Non corrisponde egualmente al vero che talune delle condotte cui Lei si riferisce nella Sua intervista &#8211; come, ad esempio, una scritta ingiuriosa su un muro &#8211; se commesse nel c.d. &#8220;mondo fisico&#8221; costituirebbero reato mentre se commesse online dovrebbero &#8211; o anche solo potrebbero &#8211; allo stato, considerarsi lecite.</p><p>Sono convinto che non Le sfugga che il <strong>web</strong> è &#8220;solo&#8221; un mezzo di comunicazione di massa e che il mezzo &#8211; per definizione &#8211; è insuscettibile di alterare il valore o il disvalore sociale e giuridico di una condotta.</p><p>Non c&#8217;è, pertanto, nessuna &#8220;anarchia&#8221; sul web rispetto alla quale sia urgente ed improcrastinabile correre ai ripari e trovare rimedio.</p><p>Le <strong>leggi</strong> ci sono e disciplinano la pressoché totalità delle azioni umane online.</p><p>La verità, probabilmente, è che quella che Lei definisce &#8220;anarchia del web&#8221; è solo la Sua personale percezione di <strong>inadeguatezza</strong> delle leggi e del sistema investigativo e giudiziario esistente rispetto alla repressione di talune condotte illecite.</p><p>È una percezione umana e comprensibile analoga, tuttavia, a quella di milioni di cittadini italiani dinanzi alla lentezza &#8211; e talvolta alla fallibilità &#8211; della macchina della <strong>giustizia</strong> nel perseguire talune condotte pure dotate di uno straordinario disvalore sociale.</p><p>Non pensa che i Suoi cittadini abbiano la stessa percezione quando vedono politici corrotti continuare indisturbati ad amministrare la cosa pubblica mentre la giustizia arranca, i termini di <strong>prescrizione</strong> decorrono e cavilli legali consentono loro di farla franca?</p><p>Non pensa che le famiglie delle tante vittime delle c.d. &#8220;stragi di Stato&#8221; abbiano la stessa percezione di assoluta impotenza dell&#8217;apparato investigativo e giudiziario del nostro Paese ogni qualvolta si ritrovano costrette a bruciare il calendario di un nuovo anno trascorso senza avere avuto giustizia?</p><p>Ogni cittadino italiano, probabilmente, almeno una volta nella vita, si è trovato a percepire il sistema normativo come inadeguato a garantirgli la <strong>tutela dei propri diritti</strong> e, magari, ha guardato proprio verso lo scranno che Lei occupa invocando l&#8217;esigenza di nuove leggi e maggiore attenzione delle <strong>Istituzioni</strong>, sentendosi, tuttavia, rispondere che quello attuale non è un Ordinamento perfetto ma è il migliore che la Repubblica sia in grado di garantire.</p><p>Se, come ritengo, quando Lei parla di &#8220;anarchia sul web&#8221; è questo che intende, tuttavia, le Sue dichiarazioni oltre a non essere &#8211; per quanto detto &#8211; giuridicamente corrette, sono, come ho anticipato, politicamente pericolose per non dire deflagranti.</p><p>Lei sembra, infatti, pensare che giacché sotto il <strong>profilo tecnologico</strong> sarebbe astrattamente possibile fare di più ovvero rendere inaccessibile in poche ore un intero sito internet o ordinare &#8211; magari senza neppure passare per un giudice &#8211; l&#8217;immediata rimozione di un contenuto pubblicato online, la legge debba, necessariamente &#8211; per scongiurare, appunto, il rischio di quella che Lei chiama impropriamente anarchia &#8211; prevedere la possibilità di far ricorso a tali strumenti da Codice militare di guerra e da corte marziale.</p><p>L&#8217;equazione secondo la quale gli strumenti di repressione degli illeciti tecnicamente possibili dovrebbero ritenersi anche giuridicamente validi ed auspicabili è, tuttavia, un&#8217;equazione perversa che minaccia alle radici i principi fondamentali dello Stato di diritto nel quale, sono convinto, Lei si riconosce.</p><p>Si tratta di un&#8217;equazione tanto più pericolosa online dove, quasi sempre, reprimere un presunto illecito, significa <strong>rimuovere</strong> <strong>un contenuto</strong> o renderlo inaccessibile sacrificando così &#8211; se la diffusione di quel contenuto dovesse poi risultare lecita all&#8217;esito di un giusto processo &#8211; la libertà di manifestazione del pensiero ovvero una delle libertà fondamentali del nostro ordinamento democratico.</p><p>È per questo che, Onorevole Presidente, Le confesso che le Sue dichiarazioni oltre ad avermi giuridicamente sorpreso mi hanno politicamente preoccupato.</p><p>Quella che Lei traccia &#8211; o forse solo sottende &#8211; è, infatti, una <strong>deriva</strong> che ha già investito, nella storia recente, decine di volte il nostro Paese come ricorderà certamente bene, tra i tanti, l&#8217;attuale <strong>ministro della funzione pubblica Giampiero D&#8217;Alia</strong> che, qualche anno fa, muovendo da considerazioni analoghe alle Sue, avrebbe voluto affidare al Ministro dell&#8217;Interno il potere di rendere inaccessibili, nello spazio di poche ore, interi siti internet, senza alcun procedimento giudiziario neppure di natura sommaria.</p><p>Spero, naturalmente, di aver completamente sbagliato nell&#8217;interpretare le Sue parole e la volontà politica che esse sottendono e mi auguro che, anche grazie alle Sue dichiarazioni, nei mesi che verranno si possa, serenamente, tornare a parlare del <strong>web</strong> ma non per invocare nuove leggi speciali delle quali non si avverte davvero l&#8217;esigenza ma, invece, per promuovere, sempre di più, la circolazione delle informazioni, dei dati e dei contenuti &#8211; naturalmente leciti &#8211; online e con essa lo sviluppo democratico ed economico del Paese.</p><p>Ringraziando Lei per l&#8217;attenzione ed il web per questa straordinaria possibilità di dialogo &#8211; mi auguro costruttivo &#8211; Le porgo i miei più cordiali saluti.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/03/web-e-anarchia-lettera-aperta-a-laura-boldrini/582401/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Informazione, attenzione ai monopoli</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/01/informazione-attenzione-ai-monopoli/580049/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/01/informazione-attenzione-ai-monopoli/580049/#comments</comments> <pubDate>Wed, 01 May 2013 09:23:49 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Scorza</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Autorità Garante delle Comunicazioni]]></category> <category><![CDATA[Contributi Editoria]]></category> <category><![CDATA[Democrazia]]></category> <category><![CDATA[Editoria Digitale]]></category> <category><![CDATA[Fieg]]></category> <category><![CDATA[Informazione]]></category> <category><![CDATA[Monopolio]]></category> <category><![CDATA[Siae]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=580049</guid> <description><![CDATA[La Fieg – la Federazione italiana editori di giornali – nell’ultimo anno ha deciso di dichiarare guerra a chiunque utilizzi online i contenuti degli editori ad essa aderenti senza autorizzazione e, soprattutto, senza aver pagato il prezzo. Nell’occhio del ciclone, nei mesi scorsi, sono finite per prime le rassegne stampa online realizzate, nella più parte...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>Fieg</strong> – la Federazione italiana editori di giornali – nell’ultimo anno ha deciso di dichiarare guerra a chiunque utilizzi <strong>online</strong> i contenuti degli editori ad essa aderenti senza autorizzazione e, soprattutto, senza aver pagato il prezzo.</p><p>Nell’occhio del ciclone, nei mesi scorsi, sono finite per prime le <strong>rassegne stampa online</strong> realizzate, nella più parte dei casi, da agenzie specializzate e pubblicate quotidianamente da enti pubblici e privati.</p><p>Una dietro all’altra, sotto le diffide della Fieg, sono state “spente”, tra le tante, la <a href="http://www.senato.it/4114" target="_blank">rassegna stampa online del Senato della Repubblica</a> e <a href="https://dirse.camera.it/nidp/idff/sso?RequestID=idT36B7FMK1zvhYAjoa8SaNc3h7n4&#038;MajorVersion=1&#038;MinorVersion=2&#038;IssueInstant=2013-05-01T09%3A08%3A26Z&#038;ProviderID=https%3A%2F%2Faccgt.camera.it%3A443%2Fnesp%2Fidff%2Fmetadata&#038;RelayState=MQ%3D%3D&#038;consent=urn%3Aliberty%3Aconsent%3Aunavailable&#038;ForceAuthn=false&#038;IsPassive=false&#038;NameIDPolicy=onetime&#038;ProtocolProfile=http%3A%2F%2Fprojectliberty.org%2Fprofiles%2Fbrws-art&#038;target=http%3A%2F%2Frassegna.camera.it%2F&#038;AuthnContextStatementRef=secure%2Fform%2Fname%2Fpassword%2Frassegna" target="_blank">quella della Camera dei Deputati</a>.</p><p>L’Autorità Garante per le comunicazioni è stata, <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/21/diritti-degli-editori-buon-esempio-dellagcom/537132/" target="_blank"><strong>addirittura, costretta ad annullare una gara</strong> </a>per l’affidamento dell’appalto per la fornitura del servizio di rassegna stampa perché nei documenti di gara non era sufficientemente chiarito che l’aggiudicatario avrebbe dovuto disporre di tutti i diritti d’autore a ciò necessari.</p><p>Per la gestione dell’attività di intermediazione dei propri diritti la Fieg ha creato <strong><a href="http://www.repertoriopromopress.it/chi-siamo.asp" target="_blank">un’apposita società di servizi</a></strong> – la Promopress 2000 s.r.l. – alla quale ha affidato un repertorio nel quale, ad oggi, compaiono 330 testate.</p><p>Promopress, secondo quanto si legge sul sito internet, ha già concluso alcuni contratti di licenza con le agenzie che producono rassegne stampa e pare ora intenzionata a fare altrettanto con ogni altra categoria di utilizzatori.</p><p>Sarebbero, infatti, “in costruzione” le <strong>licenze</strong> per l’utilizzo online dei contenuti pubblicati sui giornali italiani da parte di pubbliche amministrazioni, università, biblioteche e centri di ricerca, associazioni ed organismi di rappresentanza, enti non profit e utenti business.</p><p>Il contenuto di queste licenze è, almeno per il momento, <strong><a href="http://www.repertoriopromopress.it/licenze.asp" target="_blank">segreto</a></strong> quanto la formula della coca cola.</p><p>Il testo della licenza per le agenzie di rassegne stampa – l’unico già messo a punto – è, probabilmente, noto alle sole agenzie che hanno perfezionato il contratto mentre gli altri risultano ancora da mettere a punto.</p><p>Cosa c’è di tanto segreto nel prezzo e nelle condizioni di utilizzazione dei contenuti degli editori?</p><p>Un “<strong>cartello</strong>” da parte di tutti i principali editori italiani per la commercializzazione – alle stesse identiche condizioni – dei contenuti, ad oggi, di 330 testate è un fatto davanti al quale l’<strong>Autorità Antitrust</strong> non può girarsi dall’altro e far finta di niente.</p><p>Occorre almeno porsi il problema – che potrà poi essere risolto con un via libera condizionato o incondizionato – dell’impatto che un cartello come questo sul prezzo dell’informazione potrà produrre sul mercato di riferimento e, più in generale, sulla circolazione delle informazioni.</p><p>Tutto questo, peraltro, senza dimenticarsi che buona parte dell’informazione della quale si parla è prodotta grazie a <strong>contributi pubblici all’editoria</strong> di decine di milioni di euro e che i diritti di proprietà intellettuale che si stanno commercializzando devono, in talune ipotesi – che non può essere lasciato ai privati identificare – cedere il passo al diritto di cronaca ed alle altre libere utilizzazioni previste nella legge sul diritto d’autore.</p><p>Davanti ad una situazione tanto complessa e delicata non può che destare ulteriore preoccupazione la circostanza che la <strong>Siae</strong> – la quasi monopolista italiana dell’intermediazione dei diritti d’autore – abbia deciso di<strong> candidarsi con forza</strong> e determinazione a gestire anche i diritti d’autore degli editori di giornali.</p><p>E’ uno scenario decisamente allarmante.</p><p>Un <strong>monopolista</strong> che anziché fare un passo indietro come richiedono i tempi ed i mercati, vorrebbe farne uno in avanti espandendo la propria esclusiva anche in un un mercato “sensibile” come quello dell’informazione.</p><p>Senza contare, peraltro, che è difficile capire per quali ragioni la Promepress – una società nata con il solo obiettivo di intermediare i diritti d’autore degli editori – dovrebbe affidarsi ad un’altra società di intermediazione che, come se non bastasse, ha il suo tallone d’achille proprio nell’inefficienza e nel <strong>sovradimensionamento</strong> dei costi di gestione e non ha alcuna eccellenza nel mondo dell’online.</p><p>Sulla questione occorre procedere con estrema cautela e governo e autorità di regolamentazione non possono e non devono girarsi dall’altro lato.</p><p>Niente di strano, naturalmente, che gli editori, titolari dei diritti d’autore su taluni contenuti, desiderino monetizzarli pretendendo che chi li usa, paghi un prezzo.</p><p>Il punto è, però, che la “merce” in questione si chiama <strong>informazione</strong> e che si tratta di una “merce” straordinariamente più preziosa rispetto alla musica, ai film, ai dipinti o alle fotografie.</p><p>La circolazione dell’informazione, prima che ricchezza produce e deve produrre <strong>democrazia</strong>.</p><p>Tanto, naturalmente, non basta per esigere che gli editori rinuncino al loro legittimo profitto che, peraltro, serve a produrre nuova informazione, auspicabilmente, di qualità e, quindi, democraticamente preziosa.</p><p>Guai, però, a dimenticare che il “mercato dell’informazione” non è e non può essere un mercato come tutti gli altri abbandonato, solo, al libero confronto tra <strong>interessi privati</strong> perché non è solo una questione di soldi e di ricchezza prodotta o utilizzata.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/01/informazione-attenzione-ai-monopoli/580049/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>I cittadini chiedono ma lo Stato non risponde</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/27/cittadini-chiedono-ma-stato-non-risponde/576470/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/27/cittadini-chiedono-ma-stato-non-risponde/576470/#comments</comments> <pubDate>Sat, 27 Apr 2013 07:05:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Scorza</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Mario Monti]]></category> <category><![CDATA[Pubblica Amministrazione]]></category> <category><![CDATA[Trasparenza]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=576470</guid> <description><![CDATA[73 volte su 100 quando un cittadino chiede allo Stato di accedere a documenti o informazioni che lo riguardano, lo Stato risponde in modo insoddisfacente o, peggio ancora, in 65 casi su 100 non risponde affatto. Che si tratti di ambiente, diritti umani, giustizia, spesa pubblica, educazione, servizi sociali, investimenti finanziari o salute, non cambia...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>73 volte su 100 quando un cittadino chiede allo Stato di accedere a documenti o informazioni che lo riguardano, lo Stato risponde in modo insoddisfacente o, peggio ancora, <strong>in 65 casi su 100 non risponde affatto</strong>.</p><p>Che si tratti di ambiente, diritti umani, giustizia, spesa pubblica, educazione, servizi sociali, investimenti finanziari o salute, non cambia nulla.</p><p>Inesorabilmente l’amministrazione pubblica oppone il silenzio a chi chiede di sapere.</p><p>Sono questi alcuni degli sconcertanti risultati di <strong><a href="http://www.dirittodisapere.it/rapporto/" target="_blank">una ricerca</a></strong> condotta da Diritto di Sapere, un’associazione senza scopo di lucro, che tra gennaio e marzo del 2013 ha presentato 300 istanze di accesso a documenti e informazioni pubblici ad oltre 100 diversi enti pubblici.</p><p>In 196 casi su 300, lo Stato ha risposto con il silenzio e solo nel 4% dei casi ha avuto l’educazione – perché di questo si tratta – di prendere carta e penna e preoccuparsi, almeno, di spiegare ai cittadini perché riteneva di non poter accogliere la domanda di accesso.</p><p>Solo in 40 casi su 300 l’Amministrazione pubblica ha fatto il suo dovere e fornito ai cittadini i dati che richiedevano.</p><p>E pensare che giusto la scorsa settimana è entrato in vigore il nuovo c.d. “decreto trasparenza”, la <strong><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/05/governo-monti-e-bufala-della-trasparenza/489644/" target="_blank">norma contrabbandata dal Governo come un FOIA</a></strong>, ovvero una legge volta a riconoscere a chiunque il diritto di accedere ad ogni informazione e documento in possesso della pubblica amministrazione che, in realtà, meno prosaicamente, si limita a riorganizzare le disposizioni di legge già esistenti in materia di trasparenza.</p><p>Inutile, in un Paese come il nostro, continuare a sfornare testi di legge sull’accesso alle informazioni pubbliche o a riempirsi la bocca – all’indomani di ogni scandalo – della parola “trasparenza”.</p><p>Sin qui, sfortunatamente, si tratta di un’espressione sconosciuta al vocabolario dell’amministrazione pubblica italiana.</p><p>Prima di varare nuove norme sulla trasparenza, forse, bisognerebbe <strong>preoccuparsi di far funzionare quelle che ci sono</strong> da oltre un ventennio ma vengono sistematicamente tradite da un’Amministrazione che non accetta l’idea di lasciare che il cittadino guardi all’interno del Palazzo.</p><p>Passi, peraltro, la paura di permettere a cittadini e giornalisti di sbirciare dentro l’amministrazione con scuse ed alibi più o meno pretestuosi ed infondati ma che lo Stato neppure si preoccupi di rispondere a chi chiede di sapere è davvero inaccettabile.</p><p>Altro che amministrazione trasparente, l’amministrazione è, nella più parte dei casi, tanto maleducata da non rispondere neppure a chi chiede di sapere.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/27/cittadini-chiedono-ma-stato-non-risponde/576470/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Fondi Ue, milioni di euro finiti nella monnezza campana</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/22/fondi-ue-milioni-di-euro-finiti-nella-monnezza-campana/571346/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/22/fondi-ue-milioni-di-euro-finiti-nella-monnezza-campana/571346/#comments</comments> <pubDate>Mon, 22 Apr 2013 11:50:53 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Scorza</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Campania]]></category> <category><![CDATA[Corte di Giustizia Europea]]></category> <category><![CDATA[Emergenza Rifiuti Napoli]]></category> <category><![CDATA[Fondi Europei]]></category> <category><![CDATA[Regione Campania]]></category> <category><![CDATA[Rifiuti]]></category> <category><![CDATA[Unione Europea]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=571346</guid> <description><![CDATA[Decine di milioni di euro in contributi dell’Unione Europea destinati al nostro Paese letteralmente finiti nella monnezza e l’Italia ridotta a fare la parte dell’azzeccagarbugli nel tentativo disperato di recuperarli. E’ una brutta storia italiana tanto che si guardi al metodo che al merito quella che rimbalza dal Lussemburgo attraverso il comunicato stampa con il...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>Decine di milioni di euro</strong> in contributi dell’Unione Europea destinati al nostro Paese letteralmente finiti nella monnezza e l’Italia ridotta a fare la parte dell’azzeccagarbugli nel tentativo disperato di recuperarli.</p><p>E’ una brutta storia italiana tanto che si guardi al metodo che al merito quella che rimbalza dal Lussemburgo attraverso <a href="http://curia.europa.eu/jcms/upload/docs/application/pdf/2013-04/cp130050it.pdf" target="_blank">il comunicato stampa con il quale il Tribunale dell’Unione Europea annuncia di aver appena rigettato il ricorso proposto dall’Italia</a> avverso la decisione con la quale la Commissione Ue le aveva negato il diritto a vedersi rimborsare decine di milioni di euro di fondi strutturali parte degli oltre 90 milioni investiti in svariate operazioni relative al<strong> sistema regionale campano di gestione e di smaltimento dei rifiuti </strong> tra il 1999 ed il 2009.</p><p>La storia è tanto semplice quanto sconcertante e preoccupante.</p><p>Il nostro Paese presenta alla Commissione un progetto da oltre <strong>90 milioni di euro</strong> per l’esecuzione, tra il 1999 ed il 2009 [n.d.r. il termine originario era 2008] di una serie di importanti opere connesse con il ciclo dello smaltimento dei rifiuti in Campania e la Commissione lo approva, impegnandosi a finanziarci con <strong>il 50%</strong>, oltre 45 milioni di euro, cento mila in più o centomila in meno.</p><p>Approvato il progetto, tuttavia, la Commissione dell’Unione Europea si accorge – senza per la verità fare grande fatica considerato lo scandalo dei rifiuti che colpisce e travolge la Regione Campania – che il nostro Paese, nella realizzazione del progetto, <strong>ha disatteso la disciplina europea</strong> ed apre dunque una procedura di infrazione contro il nostro Paese reo “<em>di non aver garantito che, in Campania, i rifiuti fossero smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza recare pregiudizio all’ambiente e quindi di non aver creato una rete integrata e adeguata di impianti di smaltimento, in violazione della direttiva sui rifiuti</em>”.</p><p>Nel 2010 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, dando ragione alla Commissione UE, “<em>constata <strong>l’inadempimento dell’Italia</strong> che, non avendo adottato tutte le misure necessarie per lo smaltimento dei rifiuti nella regione Campania, aveva in tal modo messo in pericolo la salute umana e danneggiato l’ambiente</em>”.</p><p>A quel punto la Commissione Ue assume l’unica decisione sensata su di un piano logico prima ancora che giuridico: comunica all’Italia che non intende continuare a finanziare un progetto gestito in violazione della disciplina europea, esponend<strong>o a rischio la salute dei cittadini e danneggiando l’ambiente</strong>.</p><p>Su questo presupposto la Commissione respinge al mittente una serie di richieste di rimborsi provenienti dal nostro Paese in relazione allo smaltimento dei rifiuti in Campania, per decine di milioni di euro. L’Italia non ci sta e prova a giocare a<strong> fare l’azzeccagarbugli</strong> davanti ai Giudici del Tribunale del Lussemburgo sostenendo che gli inadempimenti alla disciplina Ue accertati dalla Corte di Giustizia non avrebbero nulla a che fare con le operazioni cui si riferivano i finanziamenti richiesti.</p><p>Il Tribunale, però, non si lascia convincere e con la sentenza dello scorso 19 aprile, rigetta il ricorso del nostro Paese e conferma la bontà della scelta della Commissione Ue di bloccare i rimborsi di finanziamento all’Italia.</p><p>Decine di milioni di euro, già nostri – o meglio nostri se chi aveva la responsabilità di occuparsi del sistema campano di smaltimento dei rifiuti lo avesse fatto bene ed onestamente &#8211; finiscono così nella monnezza. Al danno si aggiunge la beffa: non solo ci siamo ritrovati sulle spalle decine di milioni di euro di conti da pagare che pensavamo avrebbe saldato Bruxelles ma abbiamo anche fatto la figura di quelli che provano a fare i “furbi” ad ogni costo.</p><p>L’auspicio, a questo punto, è chi ha sbagliato – e sono in tanti – paghi davvero, nel modo più severo possibile non solo per aver contribuito ad allargare i buchi di un bilancio che è ormai un colabrodo ma anche e soprattutto per la figuraccia che ci ha fatto fare agli occhi dell’Europa intera.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/22/fondi-ue-milioni-di-euro-finiti-nella-monnezza-campana/571346/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Innovazione in Italia: tante parole, pochi fatti e ancor meno soldi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/12/innovazione-in-italia-tante-parole-pochi-fatti-e-ancor-meno-soldi/560136/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/12/innovazione-in-italia-tante-parole-pochi-fatti-e-ancor-meno-soldi/560136/#comments</comments> <pubDate>Fri, 12 Apr 2013 10:04:42 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Scorza</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Crescita Economica]]></category> <category><![CDATA[Innovazione]]></category> <category><![CDATA[Start Up]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=560136</guid> <description><![CDATA[“L’innovazione è un fattore chiave della crescita economica… rappresenta un elemento di prosperità e ben essere individuale” ed è per questo “che l’innovazione costituisce il cuore degli obiettivi dell’Unione Europea per il 2020.” “Tutti gli indicatori dell’innovazione mostrano che le performances dell’Italia [n.d.r. in termini di innovazione] sono tra le meno buone in Europa”. Sono...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“<strong>L’innovazione è un fattore chiave della crescita economica…</strong> rappresenta un elemento di prosperità e ben essere individuale” ed è per questo “che l’innovazione costituisce il cuore degli obiettivi dell’Unione Europea per il 2020.”</p><p>“Tutti gli indicatori dell’innovazione mostrano che le performances dell’Italia [n.d.r. in termini di innovazione] sono tra le meno buone in Europa”.</p><p>Sono queste le parole con le quali si apre <a href="http://www.bulletins-electroniques.com/rapports/smm13_003.htm" target="_blank">un rapporto appena pubblicato</a> dall’ambasciata francese in Italia.</p><p>Tanti – troppi per dubitare del carattere scientifico ed obiettivo – i dati snocciolati, uno dietro l’altro, nello Studio.</p><p>Allarmante il primo di questi dati: l’investimento italiano in ricerca e sviluppo è – se in relazione al nostro prodotto interno lordo – <strong>tra i più bassi in Europa</strong>, lontano dagli obiettivi identificati, per il nostro Paese, dall’Unione Europea per il 2020.</p><p>L’Italia investe in ricerca e sviluppo solo l’1,25% del PIL contro il 2,84 della Germania, il 2,25 della Francia e una media Europea dell’1,94.</p><p>Percentuali basse in termini assoluti ma che celano, naturalmente, cifre a nove zeri.</p><p>E’ un problema di investimenti pubblici ma anche privati.</p><p>Solo sei imprese italiane, infatti, figurano nella top 100 delle imprese europee in termini di ricerca e sviluppo e questo contro le 30 imprese tedesche, le 22 imprese francesi e le 17 inglesi.</p><p>A supporto della sua obiettività, nel rapporto redatto dall’ambasciata francese in Italia, si cita la classifica pubblicata ogni anno direttamente dall’unione europea sulla base dei principali indici di misurazione dell’innovazione di un Paese: strumenti, attività delle imprese e risultati.</p><p>Il posizionamento del nostro Paese nello scoreboard europeo sull’innovazione è inequivoco e preoccupante.</p><p><strong>Siamo al 15° posto in Europa</strong>, tra i Paesi considerati “innovatori moderati” in compagnia di Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna, Ungheria, Grecia, Malta, Slovacchia e Polonia.</p><p>Un piazzamento, sfortunatamente, coerente con quello ottenuto dal nostro Paese nel “Global innovation index 2012” redatto dall’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale e dall’INSEAD [n.d.r. considerata una delle migliori business school al mondo].</p><p>L’Italia, nel global index, strappa appena un 36° posto dietro alla Spagna (29°), alla Francia (24°), agli Stati Uniti (17°), alla Germania (15°) al Regno Unito (5°) ed alla Svizzera (1°).</p><p>Un piazzamento che ci pone, peraltro, tra i Paesi definiti “underperformers” ovvero tra quelli che, in termini di innovazione, raggiungono risultati inferiori a quelli che potrebbero raggiungere in rapporto al tasso di crescita.</p><p>Risultati allarmanti ma, sfortunatamente, confermati da ogni altra classifica e graduatoria volta alla misurazione del livello di innovazione.</p><p>Tanto per ricordare qualche altro dato richiamato nello Studio dell’ambasciata francese, nella classifica delle 100 imprese più innovatrici pubblicata dal Forbs compare una sola impresa italiana (la SAIPEM), in 69° posizione a dispetto delle nove imprese francesi e delle 6 tedesche.</p><p>Peggio ancora se si guarda alla classifica dei top 100 innovatori pubblicata dalla Reuters, nella quale l’Italia non compare affatto mentre la Francia è presente con 13 imprese e la Germania con una.</p><p>Investiamo poco in innovazione e, infatti, brevettiamo meno della più parte dei Paesi europei.</p><p>Le uniche ragioni di speranza di inversione del trend e, dunque, le uniche opportunità di risalire la china, a leggere il rapporto sembrerebbero essere offerte dalle <strong>Startup innovative</strong> che, per fortuna, in Italia non mancano.</p><p>Il rapporto dell’ambasciata francese, tuttavia, ricorda che le startup hanno bisogno di finanziamenti e capitali di rischio e che, sfortunatamente, sotto questo profilo, in Italia le cose non vanno affatto bene.</p><p>I capitali di rischio investiti nel nostro Paese sono, in termini percentuali sul PIL, tra i più bassi in Europa, con numeri lontani anni luce da quelli spagnoli, tedeschi, inglesi e francesi.</p><p>Addirittura peggiori i dati relativi alla facilità di accesso al credito bancario: l’Italia occupa l’ultimo posto [n.d.r. siamo il Paese nel quale è più difficile accedere al credito bancario per un’impresa] nella classifica redatta dall’OECD.</p><p>Tristemente condivisibile la conclusione del rapporto dell’ambasciata francese secondo il quale se, nei dati delle classifiche sin qui ricordati si inserissero i numeri relativi alle conferenze, ai workshop, ai festival, alle esposizioni e ai premi relativi all’innovazione, il nostro Paese si classificherebbe tra i primi al mondo.</p><p><strong>Come dire che in Italia si parla tanto di innovazione e futuro ma, purtroppo, mancano fatti</strong> e, soprattutto, propensione all’investimento. </p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/12/innovazione-in-italia-tante-parole-pochi-fatti-e-ancor-meno-soldi/560136/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Conflitto di interessi: guai in arrivo per i vertici della Siae</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/03/conflitto-di-interessi-guai-in-arrivo-per-vertici-della-siae/550218/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/03/conflitto-di-interessi-guai-in-arrivo-per-vertici-della-siae/550218/#comments</comments> <pubDate>Wed, 03 Apr 2013 14:37:20 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Scorza</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Antitrust]]></category> <category><![CDATA[Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato]]></category> <category><![CDATA[Conflitto di interessi]]></category> <category><![CDATA[Siae]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=550218</guid> <description><![CDATA[Il Presidente della Repubblica deve ancora firmare il Decreto di nomina di Gino Paoli a nuovo Presidente della Siae ed il neo-eletto Consiglio di Gestione [n.d.r. la cabina di regia che ha preso il posto del vecchio Consiglio di amministrazione] deve ancora entrare in funzione ma, per i vertici della società, già iniziano i guai. 100...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il Presidente della Repubblica deve ancora firmare il <strong>Decreto di nomina di Gino Paoli a nuovo Presidente della Siae</strong> ed <a href="http://www.siae.it/edicola.asp?click_level=0500.0100.0200&#038;view=4&#038;open_menu=yes&#038;id_news=12323" target="_blank"><strong>il neo-eletto Consiglio di Gestione</strong> </a>[n.d.r. la cabina di regia che ha preso il posto del vecchio Consiglio di amministrazione] deve ancora entrare in funzione ma, per i vertici della società, già iniziano i guai.</p><p>100 autori, Aidac, Art, Asifa, Doc.it, S.a.c.t. e la Sezione Produttori Anica, associazioni che rappresentano la quasi totalità dell&#8217;autorialità dell&#8217;audiovisivo italiano e della produzione cinematografica hanno, infatti, presentato all&#8217;Autorità Garante per la concorrenza ed il Mercato e trasmesso a tutte le Istituzioni con poteri di vigilanza sulla Siae, una segnalazione nella quale <strong>contestano l’elezione dell’Avv. Domenico Luca Scordino</strong>, già sub commissario straordinario della Siae a membro del Consiglio di Gestione della società.</p><p>Secondo le associazioni firmatarie della denuncia, infatti, l’Avv. Scordino sarebbe stato <strong>ineleggibile</strong> in forza di quanto disposto dalla disciplina in materia di conflitto di interessi che vieta a chi ha ricoperto cariche governative – ivi inclusa quella di Commissario straordinario di un Ente pubblico – di “<em>ricoprire cariche o uffici o svolgere altre funzioni comunque denominate in enti di diritto pubblico, anche economici</em>”.</p><p>Il Consiglio di Sorveglianza della Siae, dunque, non avrebbe dovuto eleggere uno degli ex sub-commissari straordinari dell’Ente a membro del Consiglio di Gestione e, procedendovi, ha <strong>violato la disciplina </strong>sul conflitto di interessi.</p><p>L’Avv. Scordino, dal canto suo, non avrebbe dovuto accettare l’incarico ed avrebbe dovuto limitarsi a ringraziare per la fiducia dimostratagli dai rappresentanti della società e far presente la situazione di palese incompatibilità nella quale si trova.</p><p>Tocca ora all’<strong>Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato</strong> valutare la denuncia e, ove la ritenesse fondata, fallito il tentativo di ottenere la “spontanea” rimozione della situazione di conflitto di interessi, disporre la rimozione di Scordino dal suo incarico.</p><p>La decisione dell’Autorità Garante appare, in realtà, in questo caso, quasi il risultato di un’operazione aritmetica giacché neppure la disciplina italiana sul conflitto di interessi – notoriamente a “maglie larghe” come ci ricordano costantemente i nostri partner stranieri – può, evidentemente, consentire che un ex commissario governativo, nominato dall&#8217;Esecutivo nell&#8217;esercizio dei suoi poteri di vigilanza e che ha addirittura riscritto di proprio pugno il nuovo Statuto di un Ente pubblico, <span style="***********************************">possa poi ritrovarsi a gestirlo, eletto attraverso il procedimento che lui stesso ha contribuito a congegnare.</span></p><p>I vertici della Siae, dunque, ora rischiano di ritrovarsi falcidiati dal conflitto di interessi ancor prima di cominciare a lavorare con il primo atto del Consiglio di Sorveglianza – la nomina del Consiglio di Gestione – già “macchiato” di una assai probabile violazione di legge e con l’Autorità Garante della concorrenza costretta ad intervenire.</p><p>Un pessimo debutto per <strong>Gino Paoli</strong> ed i suoi sul palcoscenico della gestione della Siae.</p><p>I protagonisti del golpe d’autunno in Siae – che li si voglia chiamare i “ricchi” o in altro modo – hanno peccato, a dirla con l’allegoria dantesca, di ingordigia.</p><p>Lontano dalle fiamme dantesche dell’inferno, naturalmente, c’è sempre tempo per recuperare ma il primo passo è che qualcuno, da Viale della Letteratura, chieda scusa per l’incidente e rimuova l’Avvocato Scordino dall’incarico prima che lo faccia l’Autorità Antitrust.</p><p>Certe cicatrici sono difficili da rimarginare ed il sospetto che ogni futura decisione assunta nella sala dei bottoni della Siae possa essere caratterizzata da analoghi episodi di piccoli e grandi conflitti di interessi, rischierebbe, diversamente, di paralizzare la società negli anni che verranno. </p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/03/conflitto-di-interessi-guai-in-arrivo-per-vertici-della-siae/550218/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Europa: grave la situazione della giustizia italiana</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/01/europa-grave-situazione-della-giustizia-italiana/548309/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/01/europa-grave-situazione-della-giustizia-italiana/548309/#comments</comments> <pubDate>Mon, 01 Apr 2013 13:03:51 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Scorza</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Avvocati]]></category> <category><![CDATA[Commissione Europea]]></category> <category><![CDATA[Giustizia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=548309</guid> <description><![CDATA[E’ preoccupante la “fotografia” della giustizia italiana che emerge dai dati appena pubblicati dalla Commissione Europea. I giudizi civili in Italia durano più a lungo che in ogni altro Paese europeo con le sole eccezioni – assai poco confortanti – di Cipro e Malta. Oltre 500 giorni solo per arrivare alla Sentenza di primo grado [n.d.r....]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>E’ preoccupante la “fotografia” della giustizia italiana</strong> che emerge dai <a href="http://ec.europa.eu/justice/effective-justice/files/justice_scoreboard_communication_en.pdf" target="_blank">dati appena pubblicati</a> dalla Commissione Europea.</p><p>I giudizi civili in Italia durano più a lungo che in ogni altro Paese europeo con le sole eccezioni – assai poco confortanti – di Cipro e Malta.</p><p><strong>Oltre 500 giorni solo per arrivare alla Sentenza di primo grado</strong> [n.d.r. una durata che sembra persino troppo breve a chi vive da vicino il sistema della giustizia civile italiano].</p><p>Abbiamo, invece, addirittura il primato assoluto in termini di giudizi pendenti in rapporto al numero di abitanti.</p><p>In nessun altro Paese europeo ce ne sono così tanti: 7 giudizi pendenti ogni 100 abitanti.</p><p>Sette volte in più della Germania e tre volte in più della Francia solo per dare qualche riferimento.</p><p>Pochi, anzi pochissimi i giudici in Italia in relazione alla popolazione, meno che in ogni altro Stato dell’Unione, eccezion fatta per la sola isola di Malta.</p><p>E i nostri giudici sono anche <strong>tra i pochi in Europa</strong> a non essere tenuti a svolgere corsi di formazione, specializzazione e aggiornamento nel corso della loro attività.</p><p>Come noi solo in Ungheria, Lituania, Austria, Portogallo, Slovacchia e Serbia.</p><p>Tutto questo, nonostante, in Italia si spendano per la giustizia cifre sostanzialmente in linea con quelle investite nella maggior parte dell’Unione Europea.</p><p>Segno evidente che<strong> sprechi ed inefficienze</strong> non mancano.</p><p>Terzi e, quindi, sul podio anche in termini di numero di avvocati in rapporto alla popolazione.</p><p>In Italia ce ne sono 350 per ogni 100 mila abitanti. Più di noi, di misura, solo in Grecia e Lussemburgo.</p><p>Uno dei numeri che desta più preoccupazioni è, tuttavia, quello del <em>rating</em> relativo alla percezione dell’indipendenza della giustizia nei Paesi dell’Unione Europea.</p><p>Male, anzi, malissimo il nostro Paese.</p><p>Siamo sul fondo della classifica seguiti solo da Paesi come la Repubblica Ceca, la Lituania, la Grecia o la Romania.</p><p><strong>Siamo 68esimi al mondo in una classifica di 144 Paesi</strong> mentre, solo per dare alcuni riferimenti, tra i nostri partner europei ce ne sono molti addirittura tra i primi dieci: Finlandia, Germania, Olanda e Svezia, ad esempio.</p><p>Se è vero, come ha ricordato Viviane Reding, vice presidente della Commissione Europea nel presentare i risultati della ricerca, che la qualità, l’indipendenza e l’efficienza della giustizia giocano un ruolo essenziale nel restituire <strong>fiducia nella crescita e nello sviluppo dell’Unione</strong>, bisognerà correre ai ripari e porre, almeno per una volta, l’emergenza giustizia in cima alla lista delle priorità da affrontare e risolvere non appena – c’è da augurarsi presto – avremo, di nuovo, un Governo nel pieno delle sue funzioni.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/01/europa-grave-situazione-della-giustizia-italiana/548309/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Amministrazione digitale, timbri a peso d’oro</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/26/amministrazione-digitale-timbri-a-peso-doro/542319/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/26/amministrazione-digitale-timbri-a-peso-doro/542319/#comments</comments> <pubDate>Tue, 26 Mar 2013 08:40:41 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Scorza</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Antonio Catricalà]]></category> <category><![CDATA[Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato]]></category> <category><![CDATA[Costi]]></category> <category><![CDATA[Digitalizzazione]]></category> <category><![CDATA[Governo]]></category> <category><![CDATA[Pubblica Amministrazione]]></category> <category><![CDATA[Spese]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=542319</guid> <description><![CDATA[238 euro e spicci oltre le spese di spedizione per un timbro recante lo stemma della Repubblica italiana che sul libero mercato non costerebbe neppure 20 euro. Un prezzo più alto di oltre dieci volte quello di mercato. E’ questo uno dei tanti effetti perversi del riconoscimento, in esclusiva, all’Istituto poligrafico e zecca dello Stato,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>238 euro e spicci oltre le s<strong>pese di spedizione</strong> per un timbro recante lo stemma della <strong>Repubblica italiana</strong> che sul libero mercato non costerebbe neppure 20 euro.</p><p>Un prezzo più alto di oltre dieci volte quello di mercato.</p><p>E’ questo uno dei tanti effetti perversi del riconoscimento, in esclusiva, all’<strong>Istituto poligrafico e zecca dello Stato</strong>, del compito di produrre e commercializzare &#8211; oltre a decine di altri prodotti ed utensili di uso comune nell&#8217;amministrazione italiana – i timbri recanti lo stemma della Repubblica.</p><p>Decine di migliaia di piccole e piccolissime amministrazioni italiane con in testa le scuole nelle quali, spesso, mancano i fondi per l’acquisto della carta e di altri generi di prima necessità, costrette ad acquistare, a peso d’oro, il proprio timbro dall’unico fornitore ufficiale imposto dalla legge anziché dal proprio fornitore di prodotti di cancelleria.</p><p>Un’esclusiva storicamente giustificata dall’esigenza di garantire adeguati <strong>standard</strong> di <strong>sicurezza</strong> nella produzione dei timbri così da evitare ogni rischio di contraffazione degli stessi.</p><p>La giustificazione, però, non ha mai convinto l’<strong>Autorità Garante della concorrenza e del mercato</strong> che, infatti, <strong><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/17/monopoli-di-stato-l%E2%80%99antitrust-al-parlamento/118907/" target="_blank">sin dal giugno del 2011 ha segnalato al Parlamento</a></strong> l’esigenza di cambiare la legge perché – lo scrive testualmente l’allora Presidente Catricalà – “<em>Per talune categorie di prodotti, la ragione giustificatrice delle esclusive potrebbe risiedere nell&#8217;esigenza di far eseguire all&#8217;interno del settore pubblico la produzione, per agevolare i necessari controlli dello Stato. Tali esigenze sembrano sussistere per le cartevalori e la fabbricazione delle monete aventi corso legale. </em><em>Per tutti gli altri prodotti [n.d.r. ivi inclusi, evidentemente, i timbri], la ragione dell’esclusiva nelle forniture alle Amministrazioni statali attribuita al Poligrafico non sembra risiedere in motivi tecnici né in esigenze riconducibili a particolari caratteristiche dei prodotti e dei relativi processi produttivi, come è evidenziato dalla possibilità che l’esecuzione delle forniture sia affidata a terzi, qualora presso il Poligrafico stesso non vi sia capacità produttiva disponibile</em>.”.</p><p>Tanto sarebbe dovuto bastare, in un Paese nel quale il<strong> risparmio dei costi</strong> dell’amministrazione e la liberalizzazione dei mercati avessero rappresentato qualcosa di più che uno spot elettorale o un manifesto propagandistico di governo, per cambiare le regole del gioco e <strong>liberalizzare</strong> la produzione e la commercializzazione dei timbri – e dei tanti altri prodotti dei quali il Poligrafico è e resta esclusivista – consentendo così alle amministrazioni di scegliersi, magari dati certi standards minimi di qualità e sicurezza, il proprio fornitore.</p><p>Così, però, non è stato.</p><p>La tassa sui timbri – e non solo – continua ad essere pagata da tutte le amministrazioni italiane.</p><p>Nell&#8217;era della pubblica amministrazione digitale e di leggi – Codice dell’<strong>amministrazione digitale</strong> in testa – che stabiliscono, in modo perentorio, il divieto delle amministrazioni di produrre documenti di carta e l’inutilità di timbri e punzoni, un’amministrazione dello Stato deve ancora, spendere – per legge e non per scelta – centinaia di euro in timbri da inchiostro, sottraendoli a scanner e pc.</p><p>Se ce ne fosse il tempo, l’abolizione della “tassa sui timbri”, sarebbe, una delle piccole ma simboliche leggi che il nuovo Parlamento potrebbe e dovrebbe approvare di corsa per dimostrare che, anche in Italia, qualcosa può cambiare davvero.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/26/amministrazione-digitale-timbri-a-peso-doro/542319/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Diritti degli editori: il buon esempio dell&#8217;Agcom</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/21/diritti-degli-editori-buon-esempio-dellagcom/537132/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/21/diritti-degli-editori-buon-esempio-dellagcom/537132/#comments</comments> <pubDate>Thu, 21 Mar 2013 08:02:59 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Scorza</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Agcom]]></category> <category><![CDATA[Bando di Gara]]></category> <category><![CDATA[Diritto d'autore]]></category> <category><![CDATA[Editori]]></category> <category><![CDATA[Gara d'appalto]]></category> <category><![CDATA[Stampa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=537132</guid> <description><![CDATA[In un momento nel quale gli editori di giornali rivendicano, con sempre maggior forza, il diritto ad essere remunerati per l&#8217;utilizzo dei propri contenuti da parte di chi gestisce servizi di rassegna stampa e/o di aggregazione di news, l&#8217;Autorità Garante per le comunicazioni si è ritrovata costretta a dare il buon esempio anche se, a...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>In un momento nel quale <strong>gli editori di giornali</strong> rivendicano, con sempre maggior forza, il diritto ad essere remunerati per l&#8217;utilizzo dei propri contenuti da parte di chi gestisce servizi di rassegna stampa e/o di aggregazione di news, l&#8217;Autorità Garante per le comunicazioni si è ritrovata costretta a dare il buon esempio anche se, a caro prezzo.</p><p>Con una <a href="http://www.agcom.it/default.aspx?DocID=10704" target="_blank">delibera dello scorso 20 febbraio</a>, infatti, l&#8217;Agcom ha annullato la propria precedente delibera dello scorso mese di novembr<a href="http://www.agcom.it/Default.aspx?DocID=10327" target="_blank">e con la quale aveva indetto una gara per l&#8217;affidamento di un servizio di rassegna stampa a favore del proprio personale</a>.</p><p>Il motivo <strong>dell&#8217;annullamento della gara</strong> ha, a ben vedere &#8211; ed a prescindere da ogni considerazione giuridica circa la legittimità dell&#8217;iniziativa &#8211; dell&#8217;incredibile.</p><p>A oltre tre mesi dalla pubblicazione dei documenti di Gara, l&#8217;Autorità che ha tra le proprie competenze anche la <strong>difesa del diritto d&#8217;autore</strong>, si è accorta che nelle proprie regole di gara non solo non aveva previsto, tra i requisiti, che le imprese partecipanti avrebbero dovuto procurarsi e garantire di disporre di tutti i diritti d&#8217;autore necessari allo svolgimento del servizio di rassegna stampa ma aveva addirittura &#8220;giocato&#8221; allo &#8220;scarica barile&#8221;, sfilandosi da ogni responsabilità per eventuali violazioni della legge sul diritto d&#8217;autore da parte dell&#8217;aggiudicatario dell&#8217;appalto di servizi.</p><p>L&#8217;Autorità, in buona sostanza, era stata un po&#8217; &#8216;pirata&#8217; ed aveva accettato l&#8217;idea che chi le avesse fornito il servizio potesse non essere proprio in regola con il riconoscimento agli editori di giornali di quanti loro dovuto &#8211; o, almeno, richiesto &#8211; a titolo di diritto d&#8217;autore. <br />Un po&#8217; come se il Ministero della Salute bandisse una gara per una fornitura di farmaci senza chiarire che debba trattarsi di farmaci legalmente commercializzati nel nostro Paese!</p><p>Qualcuno deve, tuttavia, averlo fatto notare all&#8217;Autorità che, nei giorni scorsi, ha, dunque, avvertito l&#8217;esigenza di <strong>correggere il tiro e annullare la gara</strong>, impegnandosi a ribandirla, prevedendo, questa volta, espressamente che tutti i concorrenti debbano dimostrare di esse in possesso dei diritti d&#8217;autore necessari all&#8217;espletamento dei servizi.</p><p>Ed ora?</p><p>Per ora l&#8217;Autorità resta senza rassegna stampa e poi dovrà ricominciare tutto da capo, buttando, tra l&#8217;altro, dalla finestra i 3 mila e 500 euro &#8211; nostri, anche se poca cosa rispetto al fiume di denaro che viene sperperato ogni giorno in adempimenti inutili &#8211; spesi per la pubblicazione dei documenti di gara sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica, sul sito informatico del Ministero delle infrastrutture, sul sito informatico dell’Autorità di Vigilanza sui contratti pubblici di lavori, e sul “profilo di committente” dell’Autorità mesima (n.d.r. Inutile chiedersi come sia possibile dover spendere due o tre mesi di uno stipendio normale <strong>per pubblicare documenti da poche migliaia di caratteri su siti internet istituzionali ed in Gazzetta</strong>).</p><p>Resta poi da vedere, ora, chi si aggiudicherà il servizio di rassegna stampa giacché a leggere <a href="http://repertoriopromopress.fieg.it/" target="_blank">quanto riferisce la Federazione Italiana editori di giornali</a>, per il momento, le società specializzate che avrebbero sottoscritto la speciale licenza messa a punto dagli editori si contano sulle punte della dita delle mani.</p><p>Ma questa è un&#8217;altra storia, anche se non meno preoccupante, giacché rischiamo la costituzione di un autentico monopolio dell&#8217;informazione in piena stagione di liberalizzazioni.</p><p>&nbsp;</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/21/diritti-degli-editori-buon-esempio-dellagcom/537132/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Trasparenza, se l&#8217;Africa lo è più di noi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/14/governo-italiano-per-diventare-trasparenti-prendiamo-esempio-dal-rwanda/529674/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/14/governo-italiano-per-diventare-trasparenti-prendiamo-esempio-dal-rwanda/529674/#comments</comments> <pubDate>Thu, 14 Mar 2013 08:50:14 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Scorza</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Accesso agli Atti]]></category> <category><![CDATA[Governo]]></category> <category><![CDATA[Governo Monti]]></category> <category><![CDATA[Italia]]></category> <category><![CDATA[Pubblica Amministrazione]]></category> <category><![CDATA[Rwanda]]></category> <category><![CDATA[Trasparenza]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=529674</guid> <description><![CDATA[“La presente legge permette al pubblico e ai cittadini di accedere all’informazione detenuta dagli organismi pubblici ed alcuni organismi privati”. Recita così l’articolo uno della nuova legge rwuandese sull’accesso all’informazione appena pubblicata sulla gazzetta ufficiale – disponibile gratuitamente online ed in tre lingue – della piccola Repubblica presidenziale del Rwuanda, nel cuore dell’Africa. “Chiunque ha...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“La presente legge permette al pubblico e ai cittadini di accedere all’informazione detenuta dagli organismi pubblici ed alcuni organismi privati”. Recita così l’articolo uno della <a href="http://allafrica.com/stories/201303120212.html" target="_blank">nuova legge rwuandese sull’accesso all’informazione</a> appena pubblicata sulla gazzetta ufficiale – disponibile gratuitamente online ed in tre lingue – della piccola Repubblica presidenziale del Rwuanda, nel cuore dell’Africa.</p><p>“Chiunque ha il <strong>diritto di accedere all’informazione detenuta da ogni organismo pubblico e da alcuni organismi privati</strong>”, continua l’articolo tre della medesima legge.</p><p>Poche, pochissime, come è giusto che sia, le eccezioni al principio del diritto di accesso di chiunque alle informazioni detenute dalla pubblica amministrazione.</p><p>Possono non essere fornite a chi le richieda, infatti, le sole informazioni che potrebbero esporre a rischio la <strong>sicurezza nazionale</strong>, ostacolare il rispetto delle leggi o delle decisioni dei giudici, determinare un’ingerenza nella vita privata di una persona in assenza di un interesse pubblico, violare la protezione legittima dei segreti commerciali o dei diritti di proprietà intellettuale e, infine, ostacolare il regolare corso di procedimenti contro i responsabili di una pubblica amministrazione.</p><p>In tutti gli altri casi, il principio oggi stabilito nella Repubblica presidenziale del Rwuanda è quello della <strong>trasparenza assoluta di ogni dato</strong>, informazione e documento detenuto dalla pubblica amministrazione.</p><p>Le motivazioni di tale scelta di trasparenza sono spiegate in modo straordinariamente efficace all’articolo 6 della legge e risiedono nell’esigenza di: promuovere in seno agli organismi pubblici e privati ai quali la nuova legge si applica la cultura di informare il pubblico sulle loro attività, assicurare che i fondi pubblici siano soggetti ad una gestione ed ad un controllo efficaci, promuovere un dibattito pubblico consapevole ed informato, informare in modo regolare ed adeguato il pubblico circa ogni rischio per la salute e per l’ambiente e, infine, assicurare che tutte le autorità pubbliche con poteri regolamentari adempiano correttamente alle loro funzioni.</p><p>Chiunque potrà domandare di accedere alle informazioni in possesso della pubblica amministrazione e dei soggetti privati che gestiscano servizi di interesse pubblico, in una qualsiasi delle lingue ufficiali previste dalla Costituzione ed in qualsiasi forma ovvero oralmente, per iscritto, telefonicamente o attraverso internet. <strong>Sì, internet</strong>.</p><p>Nella legge rwuandese, c’è proprio scritto che il cittadino può esercitare<strong> il proprio accesso all’informazione detenuta dall’amministrazione pubblica</strong> semplicemente con una telefonata o attraverso internet. Tocca all’amministrazione soddisfare la richiesta del cittadino gratuitamente o, al limite, riaddebitando i costi vivi sostenuti per le copie o la trasmissione delle informazioni.</p><p>Ma non basta.</p><p>La nuova legge sull’accesso all’informazione della piccola repubblica africana, stabilisce anche che nessuno può essere punito per aver pubblicato informazioni di interesse pubblico e che l’amministrazione che ha l’obbligo di fornire ometta di fornire entro il termine previsto dalla legge.</p><p>Nessun dubbio. Quello rwuandese è un vero <strong>Freedom of information act</strong>, lontano anni luce dal <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/06/palazzo-chigi-ha-mentito-sulla-trasparenza/522709/" target="_blank">Decreto-bufala nostrano</a> che il governo del Professor Monti, nelle scorse settimane, in piena campagna elettorale, ha contrabbandato come tale, cercando di prendere in giro – peraltro senza successo – cittadini ed opinione pubblica. Con la nuova legge, la Repubblica del Rwuanda si unisce al lungo elenco di Paesi africani che già dispongono di un Freedom of information act e che, dunque, in fatto di trasparenza sono ben titolati a dare lezione alla nostra piccola Repubblica delle banane nella quale continuiamo a credere che<strong> l’opinione pubblica non abbia diritto di sapere</strong> come agisce la propria amministrazione e di controllarla.</p><p>Tanto per non dimenticarlo, in Africa, un Freedom of information act è già in vigore in<strong> Sudafrica, Angola, Zimbabwe, Liberia, Etiopia, Uganda, Nigeria, Niger, Guinea-Conakry e Tunisia.</strong></p><p>Un messaggio per i neo-parlamentari in ascolto e per i prossimi inquilini di Palazzo Chigi: prendiamo esempio dall’Africa e sbrighiamoci a tradurre in italiano la legge rwuandese sull’accesso all’informazione pubblica.</p><p>Un’operazione semplice, economica e rivoluzionaria che, nello spazio di pochi anno, tornerebbe finalmente a far risplendere la nostra democrazia, emarginando, dove e come meritano, ladri, corrotti, corruttori e pessimi amministratori che gestiscono la cosa pubblica come fosse la loro.</p><p><em>(NdR Il titolo iniziale del post &#8220;Governo italiano, per diventare trasparenti prendiamo esempio dal Rwanda&#8221;  si riferiva unicamente alla nuova disciplina rwandese sull&#8217;accesso all&#8217;informazione e, ovviamente,  non voleva in alcun modo dimenticare  o proporre a  modello la sanguinaria dittatura che governa il Paese africano)</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/14/governo-italiano-per-diventare-trasparenti-prendiamo-esempio-dal-rwanda/529674/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Agcom: la strana storia del segretario generale tra lottizzazione e governo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/12/agcom-strana-storia-del-segretario-generale-tra-lottizzazione-e-nuovo-governo/528095/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/12/agcom-strana-storia-del-segretario-generale-tra-lottizzazione-e-nuovo-governo/528095/#comments</comments> <pubDate>Tue, 12 Mar 2013 18:12:26 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Scorza</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Agcom]]></category> <category><![CDATA[Autorità Garante delle Comunicazioni]]></category> <category><![CDATA[Elezioni Politiche 2013]]></category> <category><![CDATA[Mario Monti]]></category> <category><![CDATA[Nomine Agcom]]></category> <category><![CDATA[Palazzo Chigi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=528095</guid> <description><![CDATA[Ad oltre sette mesi dal suo insediamento l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni non ha ancora provveduto alla nomina del suo nuovo segretario generale, figura alla quale tocca il compito di  garantire il complessivo funzionamento della struttura dell’Authority, assicurare il coordinamento dell’azione amministrativa e vigilare sulla efficienza e sul rendimento delle direzioni e dei servizi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ad oltre sette mesi dal suo insediamento l’<strong>Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni</strong> non ha ancora provveduto alla nomina del suo nuovo <strong>segretario generale</strong>, figura alla quale tocca il compito di  garantire il complessivo funzionamento della struttura dell’Authority, assicurare il coordinamento dell’azione amministrativa e vigilare sulla efficienza e sul rendimento delle direzioni e dei servizi dell’Autorità.</p><p>Si tratta, insomma, di un ruolo tutt’altro che di secondo piano.</p><p>Potrebbe trattarsi di una storia – ancorché grave – di ordinaria mala-amministrazione o di uno dei tanti <strong>ritardi</strong> che, sfortunatamente, spesso si registrano nella macchina dell’amministrazione pubblica italiana.</p><p>Potrebbe ma potrebbe anche non essere così.</p><p>E’, infatti, curioso che solo qualche mese fa – era il 12 novembre – il nuovo Consiglio dell’Authority al quale compete, su proposta del Presidente, la nomina del segretario generale sembrava intenzionato a procedere speditamente a tale adempimento tanto da <strong><a href="http://www.agcom.it/Default.aspx?message=visualizzadocument&#038;DocID=9691" target="_blank">pubblicare un invito a presentare dichiarazioni di interesse per raccogliere eventuali candidature</a></strong>, stabilendo come data di scadenza per il loro invio la data del 10 dicembre 2012.</p><p>E poi? Cosa è successo? Possibile che in oltre tre mesi il Consiglio dell’Authority non sia riuscito a selezionare nessun candidato idoneo a ricoprire il ruolo di segretario generale tra i tanti che avranno, certamente, inviato il proprio <strong>curriculum</strong> ed i tanti altri – forse più dei primi – che il Presidente, <strong>Angelo Cardani</strong> potrebbe comunque proporre al Consiglio?</p><p>Possibile che non ci sia nessuno all&#8217;altezza o che sia così difficile trovare un accordo in seno al Consiglio?</p><p>Possibile, soprattutto, che &#8211; come <strong><a href="http://www.agcom.it/Default.aspx?message=contenuto&#038;DCId=665" target="_blank">rivelano gli Ordini del Giorno delle sedute del Consiglio successive al termine per la raccolta dei curricula</a></strong> – i membri dell’Authority ed il suo Presidente non abbiano, sin qui, neppure trovato il tempo di avviare la discussione sulla nomina del segretario generale?</p><p>Naturalmente è possibile ma, considerata la matrice politica dell’Autorità Garante e la solita <strong>lottizzazione</strong> <strong>partitica</strong> che ha dato i natali all&#8217;attuale Consiglio [n.d.r. come, naturalmente, ai precedenti] è difficile allontanare il sospetto che il ritardo non sia né casuale, né dovuto a semplice incapacità di scegliere il candidato ideale.</p><p>E’, infatti, impossibile non notare che, proprio a pochi giorni dalla chiusura della raccolta delle candidature al prestigioso incarico e, quindi, proprio mentre il Consiglio avrebbe dovuto scegliere il nuovo segretario generale, il Premier uscente, <strong>Mario Monti</strong> – l’uomo che ha nominato l’attuale Presidente dell’Autorità Garante – <strong><a href="http://www.ilmessaggero.it/primopiano/politica/monti_si_dimesso_oggi_le_consultazioni_mesi_difficili_ma_affascinanti/notizie/239853.shtml" target="_blank">è salito al Colle per rassegnare le proprie dimissioni al Capo dello Stato</a></strong>.</p><p>Era il 21 dicembre ed il Paese stava per essere chiamato ad andare alle urne con la conseguenza che gli <strong>equilibri parlamentari</strong> che hanno dato i natali al nuovo Consiglio dell’Autorità erano, ormai prossimi, ad essere messi completamente in discussione e sconvolti, come poi è puntualmente avvenuto.</p><p>Impossibile in questo contesto resistere alla tentazione di sospettare che il ritardo nella nomina del nuovo segretario generale dell’Autorità sia legato all&#8217;instabilità politica seguita alle dimissioni di Monti ed alle nuove elezioni nonché alla ricerca, da parte del Presidente e del Consiglio dell’Authority, di una “<strong>benedizione politica</strong>” anche per la nomina del segretario generale.</p><p>Non è purtroppo remota la possibilità che Consiglio e Presidente dell’Authority, rimasti ormai orfani dei loro “genitori politici”, non se la siano, sin qui, sentita di procedere in autonomia alla nomina.</p><p>Sarebbe un fatto gravissimo e rappresenterebbe un’ulteriore conferma del livello di politicizzazione e di <strong>dipendenza partitica</strong> di quella che dovrebbe essere un’Autorità indipendente.</p><p>L’auspicio è, naturalmente, che non sia così ma per fugare ogni dubbio è urgente che dall’Autorità si spieghino le ragioni di un così “ingombrante” ritardo nella nomina del nuovo segretario generale e, soprattutto, che si proceda celermente a tale adempimento senza attendere la ricostituzione – ammesso che ce ne sia una all&#8217;orizzonte – dei nuovi equilibri in Parlamento ed a <strong>Palazzo Chigi</strong>.</p><p>Se l’indipendenza governa l’Authority, batta un colpo o, meglio ancora, ispiri, di corsa, la nomina del miglior possibile segretario generale.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/12/agcom-strana-storia-del-segretario-generale-tra-lottizzazione-e-nuovo-governo/528095/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Nuova Siae, la voce di Battisti riecheggia fuori dal coro</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/11/nuova-siae-voce-di-battisti-riecheggia-fuori-dal-coro/526272/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/11/nuova-siae-voce-di-battisti-riecheggia-fuori-dal-coro/526272/#comments</comments> <pubDate>Mon, 11 Mar 2013 10:09:38 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Scorza</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Autori]]></category> <category><![CDATA[Diritto d'autore]]></category> <category><![CDATA[Editori]]></category> <category><![CDATA[Elezioni]]></category> <category><![CDATA[Lucio Battisti]]></category> <category><![CDATA[Ministero dei Beni Culturali]]></category> <category><![CDATA[Multinazionali]]></category> <category><![CDATA[Musica]]></category> <category><![CDATA[Siae]]></category> <category><![CDATA[Statuto Siae]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=526272</guid> <description><![CDATA[Sono stati poco più di 500 su 94820 – neppure l’1% &#8211; gli associati della Siae che lo scorso primo marzo hanno partecipato, a Roma, alle elezioni per la nomina del Consiglio di Sorveglianza e sono stati meno di 3000, ovvero poco più del 3%, quelli che – non potendo raggiungere Roma – hanno delegato...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Sono stati poco più di 500 su 94820 – neppure l’1% &#8211; gli associati della <strong>Siae</strong> che lo scorso primo marzo hanno partecipato, a Roma, alle <strong>elezioni</strong> per la <strong>nomina del Consiglio di Sorveglianza</strong> e sono stati meno di 3000, ovvero poco più del 3%, quelli che – non potendo raggiungere Roma – hanno delegato altri a votare per loro.</p><p>Difficile considerare in salute un ente pubblico a base associativa alle cui elezioni dell’organo di governo, si registrano risultati tanto sconfortanti, almeno in termini di partecipazione.</p><p>Ed è difficile, dinanzi ai dati incontrovertibili dell’affluenza alle urne, scrivere – come <a href="http://www.siae.it/edicola.asp?click_level=0500.0100.0200&#038;view=4&#038;open_menu=yes&#038;id_news=12255" target="_blank">ha fatto la Siae in un proprio comunicato stampa</a> – che, in occasione delle elezioni del 1° marzo, “Migliaia di persone hanno gremito l&#8217;edificio dell&#8217;Eur sin dalle prime ore del mattino”.</p><p>Ha, invece, addirittura dell’incredibile che si dica – <strong><a href="http://www.federazioneautori.com/attachments/article/107/elezioni%20comitato%20di%20sorveglianza%20SIAE.pdf" target="_blank">come ha fatto la Federazione Autori presieduta daGino Paoli</a></strong> – che le elezioni del 1° marzo avrebbero segnato “il ritorno ad una gestione governata dalla <strong>base associativa</strong>”.</p><p>Chi rappresenterebbe la “base associativa” che sarebbe ritornata a governare la Siae?</p><p>Le poche centinaia di persone su quasi centomila associati che hanno avuto il privilegio – come <strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=AaVmkNqdLRE" target="_blank">ha detto Vittorio Nocenzi prendendo la parola</a></strong> durante l’assemblea elettorale – di partecipare alle elezioni?</p><p>Ma la domanda che non ci si può sottrarre dal porsi è un’altra.</p><p>La mancata partecipazione della base associativa alle elezioni della Siae è stata un caso o il risultato di un preciso disegno <strong>antidemocratico</strong> di chi, riscrivendo lo Statuto della società, ha rivoluzionato le <strong>regole elettorali</strong> di sempre e previsto che anziché votarsi negli oltre 100 uffici della società sparsi sul territorio, quest’anno, si votasse esclusivamente a Roma?</p><p>Non c’è dubbio, infatti, che dover necessariamente votare a Roma, nelle prime ore del mattino, di un giorno lavorativo ha rappresentato, per decine di migliaia di associati, un disincentivo importante ed insuperabile.</p><p>Difficile – per non dire impossibile – comprendere le ragioni che hanno indotto la gestione commissariale della Siae ad una scelta tanto irrazionale e tanto penalizzante per la partecipazione della base associativa alle elezioni.</p><p>Difficile soprattutto perché per l’election day del 1° marzo a Roma, la Siae ha <strong>speso</strong>, un milione di euro ovvero più di quanto – “solo” 780 mila euro &#8211; aveva previsto di spendere nel 2011 lasciando votare gli associati, come di consueto, in tutti gli uffici locali.</p><p>Senza contare che tanti, troppi associati hanno addirittura lamentato di non aver alcuna notizia dell’indizione delle elezioni.</p><p>Tutti indici sintomatici incontrovertibili di una <strong>frattura profonda</strong> e – almeno apparentemente incolmabile – tra la base associativa, e chi sin qui ha governato la società: questi ultimi non vogliono che la base associativa partecipi alla vita dell’Ente e la base associativa, evidentemente, non ha più alcuna fiducia in chi ha governato sin qui la società.</p><p>Ma il dato più allarmante è un altro.</p><p>Il <strong>risultato</strong> delle elezioni – largamente annunciato e prevedibile &#8211; infatti, non lascia in alcun modo presagire che tale frattura possa essere, in qualche modo, colmata in futuro.</p><p>Nel Consiglio di Sorveglianza è, infatti, entrata una <strong>schiacciante maggioranza</strong> di rappresentanti nominati nelle fila delle <strong>liste degli autori più ricchi</strong> e di quelle dei <strong>grandi gruppi editoriali</strong>.</p><p>Questi ultimi, peraltro, nella sezione <strong>musica</strong> – da sempre la più rilevante e rappresentativa nella Siae &#8211; hanno addirittura la maggioranza sui rappresentanti degli autori.</p><p>Numeri e dati che rendono, purtroppo, difficile credere che la Siae possa tornare ad essere la società italiana di tutti gli autori ed editori.</p><p>Le elezioni del primo marzo hanno, infatti, consegnato la società nelle mani dei grandi gruppi editoriali – in larga parte <strong>stranieri</strong> – e degli autori multi-milionari mentre agli autori meno ricchi e, in molti casi, più giovani così come ai <strong>piccoli editori</strong> sono andate solo briciole, rappresentanze, poco più di testimonianze, condannate all’eterna opposizione in seno al Consiglio di Sorveglianza.</p><p>Una situazione destinata a peggiorare se il prossimo 18 marzo il Consiglio di Sorveglianza assegnerà solo ai più grandi ed ai più ricchi le cinque <strong>poltrone</strong> del Consiglio di gestione che deve eleggere.</p><p>A quel punto, davvero, la società italiana autori ed editori potrà considerarsi un personaggio della storia della cultura italiana perché il nuovo Ente sarà ben poco italiano ed ancor meno autorale.</p><p>La promozione e tutela del <strong>diritto d’autore</strong> in Italia sarà consegnata definitivamente nelle mani delle <strong>multinazionali</strong> dell’editoria musicale.</p><p>E’ questo che, purtroppo, alla <strong>Presidenza del Consiglio dei Ministri</strong> ed al <strong>Ministero dei beni e delle attività culturali</strong> non hanno capito o non hanno voluto capire mentre firmavano il nuovo statuto della Siae.</p><p>La società non può e non deve essere solo una multinazionale della gestione e raccolta dei diritti d’autore governata nel nome e nell&#8217;interesse dei grandi nomi e delle grandi etichette della musica ma – come oggi richiesto dalla legge – il riferimento nazionale per l’intero <strong>sistema culturale</strong> e, dunque, un soggetto che agisce ed opera per promuovere trasversalmente l’arte e la cultura degli artisti di successo, dei giovani emergenti e dei piccoli come dei grandi editori.</p><p>Se – come appare – la Siae perdesse tali caratteristiche e divenisse incapace di adempiere a tale <strong>funzione pubblicistica</strong>, non resterebbe altra soluzione che sfilarle di dosso l’abito dell’ente pubblico, sottrarla alla vigilanza di qualsivoglia amministrazione dello Stato e, naturalmente, ad un tempo privarla di ogni potere pubblicistico e, soprattutto, di ogni privilegio <strong>para-monopolistico</strong> di mercato.</p><p>A quel punto, infatti, diverrebbe inevitabile riconoscere ad ogni autore ed editore la libertà di scegliere a quale società affidare la gestione dei propri diritti e, quindi, del proprio presente e del proprio futuro.</p><p>La Siae di un tempo sembra, oggi, cantare il <em>de profundis</em>.</p><p>Una sola voce si stacca dal coro e lascia accesa la speranza che un futuro, anche questa Siae, possa averlo ancora.</p><p>E’ quella degli <strong>eredi di Lucio Battisti</strong> che il primo marzo hanno negato il loro voto ai grandi autori ed editori e lo hanno attribuito alle liste dei più piccoli spiegando così la ragione della scelta: “<em>Questo è il nostro regalo di compleanno per Lucio, che il 5 marzo 2013 avrebbe compiuto 70 anni.  Lucio, anche se era diventato un grande autore e interprete, non era un egoista e non ha mai dimenticato di essere stato un “piccolo” e di aver fatto tanta gavetta prima di raggiungere il successo. Per cui siamo certi che avrebbe apprezzato questo nostro gesto di aiuto e solidarietà nei confronti dei giovani autori e delle nuove generazioni”</em></p><p>C’è da augurarsi che il gesto della<strong> Signora Battisti</strong> e di suo <strong>figlio</strong> sia seguito da tanti e che la società che fu, tra gli altri, di <strong>Verdi</strong>, <strong>Carducci</strong> e <strong>De Amicis</strong> possa così tornare ad essere la Siae di tutti e, soprattutto, di tutta la cultura e non solo di quella commercialmente più preziosa ed apprezzata.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/11/nuova-siae-voce-di-battisti-riecheggia-fuori-dal-coro/526272/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il governo Monti ha mentito sulla trasparenza</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/06/palazzo-chigi-ha-mentito-sulla-trasparenza/522709/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/06/palazzo-chigi-ha-mentito-sulla-trasparenza/522709/#comments</comments> <pubDate>Wed, 06 Mar 2013 18:21:51 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Scorza</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Decreto]]></category> <category><![CDATA[Governo Monti]]></category> <category><![CDATA[Pubblica Amministrazione]]></category> <category><![CDATA[Trasparenza]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=522709</guid> <description><![CDATA[Il decreto stabilisce “il principio della totale accessibilità delle informazioni. Il modello di ispirazione è quello del Freedom of Information Act statunitense, che garantisce l’accessibilità di chiunque lo richieda a qualsiasi documento o dato in possesso della Pubblica amministrazione, salvo i casi in cui la legge lo esclude espressamente (es. per motivi di sicurezza)”. E’ così che...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>decreto</strong> stabilisce “il principio della totale <strong>accessibilità delle informazioni</strong>. Il modello di ispirazione è quello del <strong>Freedom of Information Act</strong> statunitense, che garantisce l’accessibilità di chiunque lo richieda a qualsiasi documento o dato in possesso della <strong>Pubblica amministrazione</strong>, salvo i casi in cui la legge lo esclude espressamente (es. per motivi di sicurezza)”.</p><p>E’ così che lo scorso <a href="http://palazzochigi.it/Governo/ConsiglioMinistri/dettaglio.asp?d=70430&#038;pg=1%2C2576%2C4696%2C7098%2C9103%2C11166%2C13461%2C15463%2C17834%2C18604&#038;pg_c=3" target="_blank">15 febbraio il governo di <strong>Mario Monti</strong> aveva presentato <strong>alla stampa</strong> il proprio <strong>decreto di riordino della disciplina in materia di trasparenza</strong></a>.</p><p>Era una balla. <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/05/governo-monti-e-bufala-della-trasparenza/489644/" target="_blank">Una clamorosa bufala istituzionale <strong>come ipotizzato, sin dall’inizio</strong></a>, da queste stesse colonne.</p><p>La conferma – per la verità non necessaria davanti all&#8217;inequivoco tenore letterale delle disposizioni del decreto – è appena arrivata da <strong><a href="http://www.access-info.org/" target="_blank">Acces info</a></strong> – una delle più accreditate organizzazioni internazionali in materia di diritto all&#8217;informazione – e da <strong><a href="http://www.dirittodisapere.it/" target="_blank">Diritto di Sapere</a></strong> – associazione che in Italia promuove il diritto di accesso.</p><p>Le due associazioni, nelle ultime settimane, hanno confrontato il testo italiano con le leggi più avanzate a livello internazionale ed i parametri utilizzati da <strong><a href="http://www.globalintegrity.org/" target="_blank">Global Integrity</a></strong>, organizzazione internazionale che da anni si occupa di misurare, tra l’altro, il livello di trasparenza delle amministrazioni pubbliche in giro per il mondo.</p><p><strong>Helen Darbishire</strong>, direttore esecutivo di Access-Info, <strong><a href="http://www.dirittodisapere.it/2013/03/06/open-media-coalition-perche-il-decreto-trasparenza-non-e-un-foia/" target="_blank">riassume così i risultati del confronto</a></strong>: il decreto italiano è una legge sulla <strong>trasparenza</strong>, ma non contiene alcuna misura che metta l’Italia in linea con la normativa internazionale sul fronte del diritto di accesso all&#8217;informazione, che nelle democrazie più avanzate garantisce ai <strong>cittadini</strong> il diritto di <strong>richiedere e ottenere dalle istituzioni documenti e dati pubblici</strong>, ma non pubblicati.</p><p>«<em>Pur parlando di “accesso civico” nell&#8217;articolo 5, infatti, il decreto non espande veramente il diritto dei cittadini di richiedere informazioni pubbliche, ma non pubblicate» </em>sottolinea Andrea Menapace, co-fondatore dell&#8217;associazione Diritto di Sapere <strong>«</strong><em>perché non va a toccare la legge italiana sull&#8217;accesso (L. 241/90). Come già segnalato dalla Open Media Coalition, a cui aderisce anche DDS, questa legge non è adeguata agli standard internazionali del diritto all&#8217;informazione e questa legge non porta significativi miglioramenti».</em></p><p>Il governo ha mentito e lo ha fatto  a proposito di un testo di legge sulla trasparenza dell’azione dell’amministrazione.</p><p>Una storia che sembra più una tragicommedia uscita dalla penna di uno scrittore di successo che un episodio realmente accaduto.</p><p>Tra i primi ad avanzare <strong>dubbi</strong> e <strong>perplessità</strong> sull&#8217;iniziativa del governo, nelle scorse settimane, <strong><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/18/trasparenza-lonu-bacchetta-governo/503579/" target="_blank">era stato Frank La Rue</a></strong>: “Come relatore speciale delle <strong>Nazioni Unite</strong> sulla promozione e tutela della <strong>libertà di espressione </strong>sono profondamente sorpreso che il governo italiano abbia varato un decreto sull&#8217;accesso all&#8217;informazione senza una preventiva consultazione con la società civile e gli altri <strong>stakeholders</strong> e soprattutto che il decreto sia stato approvato a due settimane dalle <strong>elezioni</strong> e surrettiziamente, omettendo di darne notizia nell&#8217;ordine del giorno della seduta della Presidenza del Consiglio dei ministri”.</p><p>Dubbi e perplessità che, oggi, risultano, purtroppo, confermati dall&#8217;analisi del testo condotta sulla base di incontestabili <strong>standard internazionali</strong>.</p><p>Il nostro Paese è, ancora, uno dei pochi al mondo nel quale non esiste un Freedom of information Act e, quindi, nel quale al cittadino ed al <strong>giornalista</strong> continua ad essere negato il diritto di essere informato ed informare a proposito dell’azione della pubblica amministrazione.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/06/palazzo-chigi-ha-mentito-sulla-trasparenza/522709/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Golpe Siae: ultimo atto</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/02/golpe-siae-ultimo-atto/517868/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/02/golpe-siae-ultimo-atto/517868/#comments</comments> <pubDate>Sat, 02 Mar 2013 10:51:38 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Scorza</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Siae]]></category> <category><![CDATA[Statuto Siae]]></category> <category><![CDATA[Voto]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=517868</guid> <description><![CDATA[“L&#8217;Assemblea degli Associati Siae, nel corso della riunione tenutasi venerdì primo marzo al Palazzo dei Congressi, in Roma, ha nominato il nuovo Consiglio di Sorveglianza, composto da 34 membri, che sarà in carica per quattro anni. Migliaia di persone hanno gremito l&#8217;edificio dell&#8217;Eur sin dalle prime ore del mattino e le operazioni di voto si...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>“L&#8217;Assemblea degli Associati Siae, nel corso della riunione tenutasi venerdì primo marzo al Palazzo dei Congressi, in Roma, ha nominato il nuovo Consiglio di Sorveglianza, composto da 34 membri, che sarà in carica per quattro anni. Migliaia di persone hanno gremito l&#8217;edificio dell&#8217;Eur sin dalle prime ore del mattino e le operazioni di voto si sono svolte con grande rapidità ed efficacia.”.</p><p>E’ così che la <strong>Società italiana autori ed editori</strong>, in un <a href="http://www.siae.it/edicola.asp?click_level=0500.0100.0200&#038;view=4&#038;open_menu=yes&#038;id_news=12255" target="_blank">comunicato pubblicato sul proprio sito internet</a>, racconta quanto accaduto ieri nel corso dell’assemblea elettorale che ha nominato il primo<strong> Consiglio di Sorveglianza</strong> della sua storia.</p><p>Sembra il resoconto puntuale di una bella giornata elettorale – a prescindere da chi abbia vinto e chi perso &#8211; svoltasi all’insegna della partecipazione, della trasparenza e dell’efficienza. Non è stato così, però e, anzi, è probabilmente vero<strong> l’esatto contrario</strong>.</p><p>Chi ha scritto il comunicato stampa della Siae o non era presente ed è stato male informato o mente nella piena consapevolezza di mentire. Non si spiega diversamente come abbia potuto scrivere che “migliaia di persone hanno gremito l&#8217;edificio dell&#8217;Eur sin dalle prime ore del mattino”.</p><p>Ieri all’assemblea di SIAE hanno partecipato <strong>poche centinaia di persone</strong>, 597, secondo il numero annunciato in assemblea dal Commissario Straordinario Gian Luigi Rondi e, certamente, meno di 800 giacché i presenti non hanno neppure riempito la sala del Palazzo dei Congressi nella quale si sono svolti i lavori, sala che ha una capienza di 800 posti. <br />Raccontare di un palazzo “gremito da migliaia di persone” è una balla, diffusa ad arte con l’intento di far apparire partecipata la consultazione elettorale.</p><p>Si è invece, probabilmente, trattato delle<strong> elezioni meno partecipate della storia della società</strong>.</p><p>Poche centinaia– su quasi cento mila associati – presenti di persona e poco più di 2500 i votanti, contando gli associati che hanno votato per delega.</p><p>Una scarsa partecipazione che è il risultato, quasi-scientifico, di una serie di ostacoli che la gestione commissariale della Siae – peraltro duramente contestata nel corso dei lavori dell’assemblea – ha perseguito attraverso una serie di modifiche allo Statuto e la fissazione di procedure elettorali discutibili.</p><p>Tanto per cominciare, per la prima volta nella storia dell’ente, si è votato solo a Roma anziché nelle oltre cento sedi periferiche della Siae con l’ovvia conseguenza di<strong> limitare drammaticamente la partecipazione degli associat</strong>i che, nella più parte dei casi – oltre il 99% &#8211; non se la sono naturalmente sentita di affrontare spese ed oneri di una trasferta a Roma per votare.</p><p>Ma non basta.</p><p>Anche la percentuale degli associati che, non potendo raggiungere Roma, hanno delegato altri a votare per loro è stata bassissima: probabilmente attorno al <strong>3%</strong>. Colpa, in questo caso, delle tante complicazioni introdotte nel nuovo statuto per l’esercizio del voto per delega: l’esigenza di una firma autentica e un limite massimo per ogni rappresentante di dieci deleghe.</p><p>Uffici comunali e cancellerie dei tribunali, nella più parte dei casi, si sono rifiutati – ed a ragione – di autenticare la firma in calce alla delega come, invece, secondo le istruzioni date dalla Siae agli associati avrebbe dovuto accadere e, naturalmente, in pochi hanno preso appuntamento da un notaio e pagato decine di euro per farsi autenticare la firma in calce alla delega.</p><p>Era davvero indispensabile richiedere una firma autentica in calce alla delega? <strong>Non si potevano raccogliere i voti anche per corrispondenza?</strong> Non si poteva continuare a far votare negli uffici locali della Siae come sin qui accaduto? Era davvero impensabile attuare, da subito, il voto elettronico come, peraltro, previsto nello statuto?  L’area riservata agli associati del portale della Siae non avrebbe potuto essere utilizzata a tal fine?</p><p>La gestione commissariale non ha pensato a queste opzioni o ha invece, scientificamente, deciso di ignorarle? E’ questa la domanda che non ci si può astenere dal porsi davanti al drammatico risultato in termini di partecipazione registrato nel corso delle elezioni di ieri.</p><p>Egualmente, discutibile l’affermazione nel comunicato stampa della Siae secondo la quale le operazioni di voto si sarebbero svolte con “grande rapidità ed efficacia”. Non è andata così.<br />L’organizzazione della giornata costata alla SIAE un milione di euro ha fatto cilecca.</p><p>Al di là degli effetti speciali, del ricco buffet, dell’esercito di centocinquanta hostess e steward in divisa e dei sessantacinque dipendenti e funzionari della Siae incaricati di supervisionare le operazioni di voto è, davvero, <strong>successo di tutto e di più</strong>, sin dalle prime ore del mattino.</p><p>Tanta confusione, troppa per parlare di procedure di voto rapide ed efficaci: interpretazioni discordanti delle regole da parte del personale incaricato di controllare le deleghe, stampare e consegnare le schede elettorali ad associati e delegati e, al momento del voto, ordini e contrordini provenienti dal banco della presidenza, totale incertezza circa la durata di ogni votazione e, soprattutto, modalità di raccolta delle schede almeno discutibili tanto sotto il profilo della sicurezza che sotto quello della privacy.</p><p>Basti pensare che tra gomitate e risatine, le schede elettorali, riportanti in bella mostra i dati dei ricavi di ciascun associato, sono state passate di mano in mano per essere poi ammassate in enormi scatoloni di plastica portati a spasso dalle hostess e dagli steward incaricati della raccolta delle schede.</p><p><strong>Difficile definire riuscita la consultazione elettorale di ieri</strong>.</p><p>Nessun brivido e nessuna emozione, d’altra parte, alla proclamazione degli eletti,<strong> tutto come da copione</strong>. La quasi totalità delle poltrone del Consiglio di Sorveglianza, salvo una sparuta pattuglia di “testimonianze” diverse, proviene, naturalmente, dalle liste dei<strong> grandi gruppi editoriali musicali</strong> e da quelle dei grandi autori, Gino Paoli in testa.</p><p>Ora – e per ora perché c’è da giurarci che le contestazioni sulle operazioni di voto non mancheranno e perché c’è sempre la scure del giudizio amministrativo che pende sulla legittimità dello statuto –<strong> la Siae è dei ricchi.<br /></strong>L’ultimo atto del golpe si è consumato ieri.</p><p><em>Dichiarazione di trasparenza: sono legale di alcune delle associazioni che hanno impugnato il nuovo statuto della Siae dinanzi al TAR Lazio</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/02/golpe-siae-ultimo-atto/517868/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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