<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Giuseppe Notarbartolo di Sciara</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/gnsciara/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Ambiente? I governi servono a poco o niente</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/26/ambiente-governi-servono-poco-niente/200123/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/26/ambiente-governi-servono-poco-niente/200123/#comments</comments> <pubDate>Mon, 26 Mar 2012 06:57:49 +0000</pubDate> <dc:creator>Giuseppe Notarbartolo di Sciara</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Blue Planet]]></category> <category><![CDATA[Blue Planet Prize]]></category> <category><![CDATA[Environmental and Development Challenges: the imperative to act]]></category> <category><![CDATA[Iucn]]></category> <category><![CDATA[Rio + 20]]></category> <category><![CDATA[surriscaldamento climatico]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=200123</guid> <description><![CDATA[La crisi dell’ambiente non sta facendo niente per nascondersi ai nostri occhi. Il pianeta continua a riscaldarsi, gli oceani ad acidificarsi, le specie a scomparire a velocità vertiginosa. La salute di un numero crescente di ecosistemi si sta indebolendo, e questi saranno sempre meno in grado di fornire all’umanità tutti i servizi – acqua, ossigeno,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La crisi dell’ambiente non sta facendo niente per nascondersi ai nostri occhi. Il pianeta continua a riscaldarsi, gli oceani ad acidificarsi, le specie a scomparire a velocità vertiginosa. La salute di un numero crescente di ecosistemi si sta<strong> indebolendo</strong>, e questi saranno sempre meno in grado di fornire all’umanità tutti i servizi – acqua, ossigeno, cibo, depurazione, riciclo; tanto per citarne solo alcuni &#8211; di qui questa non può fare a meno. Se ci aspettiamo che siano i nostri governi – tutti i governi del mondo – a risolvere queste crisi ambientali, siamo fritti (anche letteralmente). Spazio per agire ce n’è ancora, anche se si sta rapidamente riducendo. Dobbiamo smetterla di stare lì impalati nella speranza che i governi facciano qualcosa, perché non lo faranno. È il tempo per tutte le donne e gli uomini di buona volontà di sporcarsi le mani.</p><p>Questo non lo dico io, anche se della cosa sono personalmente convinto ormai da un pezzo. Lo ha recentemente <a href="http://www.af-info.or.jp/blog/b-info_en/" target="_blank">affermato un consesso </a>di autorevolezza <strong>indiscussa</strong>, i vincitori del <em>Blue Planet Prize</em>, una sorta di Nobel dell’ambiente. Non esattamente un’accozzaglia di scalmanati ambientalisti visto che <a href="http://www.iucn.org/about/union/members/who_members/" target="_blank">comprende</a>, tra gli altri, il consigliere scientifico del ministero dell’ambiente britannico, il sottosegretario al commercio per gli oceani e l’atmosfera degli Stati Uniti, e l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (Iucn), un organismo di cui fanno parte 89 nazioni e 124 agenzie di governo.</p><p>Riunitisi a Londra alcune settimane or sono per <strong>accordarsi </strong>su una dichiarazione congiunta in preparazione dell’imminente Summit della Terra “Rio + 20”, che si terrà in Brasile il prossimo giugno, i Premi <em>Blue Planet</em> hanno stilato un documento, “<em><a href="http://www.af-info.or.jp/en/bpplaureates/index.html" target="_blank">Environmental and Development Challenges: the imperative to act</a>”</em> contenente indicazioni sulle sfide di governance che le società dovranno affrontare per ricondurre l’umanità sulla retta via del suo rapporto con il pianeta su cui vive.</p><p>La <a href="http://www.un.org/geninfo/bp/enviro.html" target="_blank">conferenza</a> delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo tenutasi a Rio nel 1992 aveva inaugurato un’era di ottimismo planetario, introducendo nel pensiero comune concetti come sostenibilità e precauzione, e dando mandato ai governi della Terra di attuare misure per <strong>contrastare</strong>, tra le altre cose, il cambiamento del clima e la perdita di biodiversità. Dopo vent&#8217;anni tutto quello che possiamo dire è che, in un momento in cui ogni minuto è prezioso, questi vent’anni li abbiamo semplicemente buttati via. I risibili recenti risultati dei negoziati sul clima (Copenaghen, Cancun) sono noti al grande pubblico. Meno conosciuto è il fiasco complessivo causato alla Convenzione sulla biodiversità dall&#8217;inanità delle azioni dei governi. Riunitesi in Giappone l’anno scorso, le parti di questa peraltro importante <strong>convenzione</strong> hanno occultato i brucianti insuccessi di target mai raggiunti, azioni mai intraprese, degrado mai arrestato con le roboanti note della “Dichiarazione di Nagoya”, zeppa di meravigliose intenzioni e di nuovi target, che sappiamo tutti benissimo non verranno mai raggiunti. Difficile non sentirsi presi per i fondelli.</p><p>Oggi, usciti finalmente, seppur malconci, dall’età dell’innocenza, cosa possiamo fare? Qui non si tratta tanto di prendersela con una classe politica incompetente, disinteressata, disonesta: che diamine, mica saranno delle mele marce proprio tutti quanti. Molti forse, ma certo non tutti. Il problema risiede non tanto nelle intenzioni, ma nel modo in cui è strutturata la <strong>governance </strong>dei paesi: impossibilitata a prendere misure sacrosante, ma impopolari alle masse degli elettori che ancora non hanno colto la gravità dei problemi, e al tempo stesso legata ai diktat di mercati e di economisti che ancora si ostinano, vuoi per deliberata intenzione, vuoi per incapacità culturale o strutturale, a tenere al di fuori delle loro dotte equazioni sia i benefici dei servizi offerti dagli ecosistemi in buona salute, sia i costi del loro degrado.</p><p>Di ricreare l’ordine mondiale per far fronte in maniera efficace ai problemi dell’ambiente manco parlarne; magari dopo qualche cataclisma planetario, ma è proprio questo quello che vorremmo evitare.</p><p>Dunque, come suggeriscono i Premi <em>Blue Planet</em>, occorre fare affidamento sui <strong>poteri locali</strong>, assai più strettamente e genuinamente legati ai problemi del territorio di quanto non lo siano i governi centrali, in stretta collaborazione con le Ong, da tempo il principale motore culturale della consapevolezza ambientale, e con il supporto del settore privato. Ai governi dovrebbe rimanere il <strong>ruolo</strong>, peraltro importante, del controllo di qualità dei processi, oltre che quello, più importante ancora, di evitare di mettersi di traverso ai processi stessi.  Come cantava Bob Dylan, “ … <em>come senators, congressmen, please heed the call, don’t block at the doorway, don’t block up the hall</em>”.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/26/ambiente-governi-servono-poco-niente/200123/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Se cala il silenzio sui cetacei</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/13/cala-silenzio-cetacei/190949/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/13/cala-silenzio-cetacei/190949/#comments</comments> <pubDate>Mon, 13 Feb 2012 12:45:22 +0000</pubDate> <dc:creator>Giuseppe Notarbartolo di Sciara</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[cetacei]]></category> <category><![CDATA[esercitazioni]]></category> <category><![CDATA[nato]]></category> <category><![CDATA[onde]]></category> <category><![CDATA[sonar]]></category> <category><![CDATA[specie protette]]></category> <category><![CDATA[tutela]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=190949</guid> <description><![CDATA[Qualche lettore ricorderà la denuncia fatta su questo blog il 4 dicembre scorso. Nel frattempo, il mondo è andato avanti imperterrito. I cetacei sono protetti dalle leggi di tutti i Paesi mediterranei, tuttavia queste leggi sono spazzatura se alle forze navali di questi Paesi e all&#8217;industria del petrolio è consentito immettere in mare, all&#8217;interno dell&#8217;habitat critico...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Qualche lettore ricorderà la denuncia fatta <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/04/rumori-delluomo-uccidono-cetacei/175178/" target="_blank">su questo blog il 4 dicembre scorso</a>. Nel frattempo, il mondo è andato avanti imperterrito. I cetacei sono protetti dalle leggi di tutti i Paesi mediterranei, tuttavia queste leggi sono spazzatura se alle forze navali di questi Paesi e all&#8217;industria del petrolio è consentito immettere in mare, all&#8217;interno dell&#8217;habitat critico di queste specie &#8211; come chiaramente denunciato dal Comitato Scientifico di <a style="font-weight: bold;" href="http://www.accobams.org/" target="_blank">ACCOBAMS</a> (l&#8217;Accordo internazionale per la tutela di questi animali in Mediterraneo) &#8211; <strong>suoni ad altissima intensità</strong> che sappiamo essere causa di mortalità per questi mammiferi protetti da tutte le leggi.</p><p>Recentemente siamo stati informati che <strong>domani</strong> prenderà il via la massiccia esercitazione navale NATO &#8220;<a href="http://www.manp.nato.int/exercises/proud_manta_2012/background.html" target="_blank">Proud Manta 12</a>&#8220; con dispiego di mezzi navali sommergibili, di superficie e aerei, e ovviamente<strong> uso di sonar</strong>, esattamente all&#8217;interno di habitat critico di cetacei protetti.</p><p>Mi rendo conto di suonare come un disco rotto perché finisco per ripetere sempre le stesse cose. Tuttavia quello che veramente è rotto non è soltanto il mio disco; lo è anche, e soprattutto, la capacità di ascoltare non solo delle autorità di governo, ma anche di tutti noi, il semplice richiamo al rispetto delle leggi che ci siamo dati.</p><p>Da domani in avanti potrebbe anche non succedere niente. Potrebbe anche <strong>non esserci più niente da uccidere</strong> nella zona delle esercitazioni, con i cetacei che sono o già morti oppure migrati in cerca di altre, inesistenti, zone più tranquille.  Ma se qualcosa succederà, se di nuovo troveremo sulle spiagge siciliane, calabresi o pugliesi, o su quelle greche, cetacei morti o morenti con<strong> chiari segni di trauma acustico</strong>, non potremo non considerare l&#8217;uso di sonar militari in habitat critico di cetacei altro che deliberata uccisione di specie protette, e ci chiederemo come mai la società civile non sia in grado di intervenire con gli strumenti giuridici nazionali, europei, mediterranei e internazionali a disposizione.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/13/cala-silenzio-cetacei/190949/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Concordia, atti di dio e atti dell&#8217;uomo</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/17/atti-atti-dell%e2%80%99uomo/184348/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/17/atti-atti-dell%e2%80%99uomo/184348/#comments</comments> <pubDate>Tue, 17 Jan 2012 07:56:48 +0000</pubDate> <dc:creator>Giuseppe Notarbartolo di Sciara</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Concordia]]></category> <category><![CDATA[disastri]]></category> <category><![CDATA[emergenza]]></category> <category><![CDATA[mare]]></category> <category><![CDATA[prevenzione]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=184348</guid> <description><![CDATA[Nel linguaggio assicurativo esiste il termine “atto di dio” per definire un evento imprevisto e imprevedibile, provocato dalle forze della natura. Come vediamo, però, il più delle volte i disastri non sono “atti di dio” ma “atti dell’uomo”. La differenza tra le due situazioni è che nella seconda c’è, o dovrebbe esserci, ampio margine per...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Nel linguaggio assicurativo esiste il termine “atto di dio” per definire un evento imprevisto e imprevedibile, provocato dalle forze della natura. Come vediamo, però, il più delle volte i disastri non sono “atti di dio” ma “atti dell’uomo”. La differenza tra le due situazioni è che nella seconda c’è, o dovrebbe esserci, ampio margine per interventi preventivi. Invece no, come al solito siamo a<strong> rincorrere l’emergenza</strong> dopo che la frittata è fatta.</p><p>Il costo di questa <strong>stolta immunità al pensiero preventivo</strong>, nel caso del naufragio del Giglio? Vite umane, innanzitutto. Ma anche l’ambiente, di cui timidamente si inizia a parlare. Per esempio, una quantità di combustibile oltre sette volte superiore a quello della <strong>nave Rena</strong> (incagliatasi di recente causando un serio disastro ambientale in Nuova Zelanda), che una sottile paratia di metallo, sulla cui imminente integrità nessuno vorrebbe scommettere, separa oggi dal pregiato ecosistema del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano e del Santuario Pelagos per i mammiferi marini del Mediterraneo.</p><p>Gli strumenti per l’attuazione di <strong>politiche di prevenzione</strong> esistono, ma vengono utilizzati con eccessiva parsimonia per non irritare interessi particolari che continuano a contare di più di quelli della collettività. L’<em>International Maritime Organisation </em>delle Nazioni Unite, per esempio, può istituire le <em>Particularly Sensitive Sea Areas </em>dove le<strong> regole della navigazione</strong> sono più stringenti, ma in Mediterraneo l’unica PSSA è stata dichiarata meno di un anno fa nelle <strong>Bocche di Bonifacio</strong>.</p><p>Ci vorrebbe ben altro. Ora non ci resta che fare gli scongiuri nella speranza che chi si occuperà di mettere il relitto in sicurezza riesca a farlo prima che avvenga l’irreparabile. Avremmo preferito meno scongiuri ex post e più ferme regole ex ante, soprattutto quando le regole sono non solo possibili, ma anche doverose.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/17/atti-atti-dell%e2%80%99uomo/184348/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Nel mare la gioia di vivere esiste ancora</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/31/mare-gioia-vivere-esiste-ancora/180946/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/31/mare-gioia-vivere-esiste-ancora/180946/#comments</comments> <pubDate>Sat, 31 Dec 2011 09:38:18 +0000</pubDate> <dc:creator>Giuseppe Notarbartolo di Sciara</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mare di Cortez]]></category> <category><![CDATA[Mobule di Munk]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=180946</guid> <description><![CDATA[Capita sempre più spesso di scrivere un blog per parlare dei problemi del mare, per denunciare una nuova ferita inferta da dissennati comportamenti, per rimpiangere un elemento di mistero o bellezza che giorno dopo giorno scompare davanti ai nostri occhi. Ma il mare è ancora popolato da creature straordinarie in grado di rallegrarci con la...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><iframe style="margin-top: 10px;" width="630" height="375" src="http://www.youtube.com/embed/nHrrS_hOnZw" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><div class="clear"></div></p><p>Capita sempre più spesso di scrivere un blog per parlare dei<strong> problemi del mare</strong>, per denunciare una nuova ferita inferta da dissennati comportamenti, per rimpiangere un elemento di mistero o bellezza che giorno dopo giorno scompare davanti ai nostri occhi.</p><p>Ma il mare è ancora popolato da creature straordinarie in grado di rallegrarci con la loro voglia di vivere, come queste <strong>Mobule di Munk</strong>, piccole mante tropicali che ebbi la fortuna di scoprire e descrivere un quarto di secolo fa, nel lontano 1987.</p><p>Con queste stupefacenti immagini girate dalla Bbc nel <strong>Mare di Cortez</strong> rivolgo ai lettori i miei migliori auguri di buon anno, e ricordo che malgrado tutto c&#8217;è ancora tanto da salvare sul pianeta, e nel mare in particolare. Anche per questo bisogna continuare a lottare.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/31/mare-gioia-vivere-esiste-ancora/180946/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>I rumori dell&#8217;uomo che uccidono i cetacei</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/04/rumori-delluomo-uccidono-cetacei/175178/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/04/rumori-delluomo-uccidono-cetacei/175178/#comments</comments> <pubDate>Sun, 04 Dec 2011 11:59:11 +0000</pubDate> <dc:creator>Giuseppe Notarbartolo di Sciara</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[giuseppe notarbartolo di sciara]]></category> <category><![CDATA[mare]]></category> <category><![CDATA[Rumore]]></category> <category><![CDATA[zifi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=175178</guid> <description><![CDATA[Poniamo che Italia e Francia, nel corso di un’esercitazione militare congiunta sulle Alpi, abbiano provocato una serie di esplosioni nella zona del Gran Paradiso; e che molti stambecchi in preda al panico si siano gettati giù dai dirupi sfracellandosi. Ne sarebbe venuto fuori un casino con probabili dimissioni dei Capi di Stato maggiore dei rispettivi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/12/Zifio.jpg?47e3a5"><img class="alignnone size-medium wp-image-175207" title="Zifio" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/12/Zifio-225x300.jpg?47e3a5" alt="Zifio" width="225" height="300" /></a>Poniamo che Italia e Francia, nel corso di un’esercitazione militare congiunta sulle Alpi, abbiano provocato una serie di esplosioni nella zona del Gran Paradiso; e che molti stambecchi in preda al panico si siano gettati giù dai dirupi sfracellandosi.  Ne sarebbe venuto fuori un casino con probabili dimissioni dei Capi di Stato maggiore dei rispettivi paesi.  Non si capisce perché quando cose simili avvengono sott’acqua <strong>nessuno dice niente</strong>. Forse perché lontano dagli occhi – in questo caso dalle orecchie – lontano dal cuore?</p><p>Purtroppo “cose simili” avvengono quotidianamente, nella totale impunità di coloro che perpetrano azioni che di fatto si possono ascrivere alla strage, illegale e deliberata, di specie protette dalla legge.  Alcuni giorni, fa tra il 30 novembre e il 1 dicembre, cinque <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ziphius_cavirostris" target="_blank">zifi</a></span></strong> – rari e timidi cetacei presenti anche nel Mediterraneo – sono finiti morenti sulle coste ioniche, sia in Grecia che in Calabria; in quest&#8217;ultimo caso erano <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.asca.it/news-CROTONE__DUE_DELFINI_SPIAGGIATI__UNO_E__MORTO-1071843-ORA-.html" target="_blank">una femmina con il suo piccolo</a></span>.</p><p>Si tratta qui soltanto dell’ultimo episodio di una serie, che ci fa temere che questa specie, una sorta di delfinone lungo oltre 5 m, finirà per scomparire dal Mediterraneo.  Gli zifi hanno una grande sfortuna: sono i più sensibili tra i cetacei al <strong>rumore</strong>, e ci sono suoni, come quelli prodotti dalle navi militari con i moderni sonar a media frequenza, che li mandano nel panico facendoli emergere forse troppo velocemente dalle grandi profondità dove si spingono in cerca di calamari. Questa condizione può provocare negli animali gravi patologie da decompressione, ed ecco perché poi ce li troviamo agonizzanti sulle spiagge.</p><p>Oltre al disturbo causato dalle marine militari, si aggiunge oggi in maniera massiccia quello delle navi che effettuano prospezioni geosismiche per la ricerca di <strong>petrolio nel fondo marino</strong>, e i suoni fortissimi trasmessi nel mare da queste operazioni sono in grado di sloggiare i cetacei dal loro habitat in ampie porzioni di mare. Nella fattispecie, lo Ionio nei giorni scorsi era affollato sia da navi militari impegnate in esercitazioni, sia da navi specializzate nella ricerca di petrolio, per cui non fa meraviglia lo spiaggiamento degli zifi, anche se risulta difficile, forse impossibile, capire in quale direzione puntare il dito.</p><p>Il “mondo del silenzio” di Cousteauiana memoria non esiste più da un pezzo. In un mondo popolato da un’umanità sempre più famelica di petrolio, il mare è attanagliato da una morsa di rumore assordante che si aggiunge a quello delle <strong>esercitazioni militari</strong> e al sottofondo delle <strong>eliche </strong>di centinaia di migliaia di natanti di ogni dimensione. L’industria del petrolio si ammanta dietro valutazioni d’impatto ambientale addomesticate, i militari dietro la segretezza.  La cosa non è priva di conseguenze, ma la gente non lo sa, e se lo sa, fa spallucce.</p><p>Eppure non è il fatto intrinseco dell’esistenza dell’industria e dei militari a creare il problema.  Molto si potrebbe fare per ottenere che queste attività siano rese compatibili con la tutela dell’ambiente, imposta da una legge che non potrebbe essere meno trascurata.  Gli animali non sono sempre dappertutto; la scienza è oggi in grado di indicare stagioni e località più delicate. Il problema è essenzialmente causato dall’<strong>arroganza</strong> di chi vuole operare in mare senza il fastidio di alcun tipo di vincolo, e dalla condiscendenza delle istituzioni la cui <em>raison d’être</em> è la tutela dell’ambiente.</p><p><em>Foto di Vidal Martin. Per ingrandire <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/12/Zifio.jpg?47e3a5" target="_blank">clicca qui</a></span> </em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/04/rumori-delluomo-uccidono-cetacei/175178/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Eliche, squali e pistacchi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/11/eliche-squali-e-pistacchi/151058/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/11/eliche-squali-e-pistacchi/151058/#comments</comments> <pubDate>Thu, 11 Aug 2011 10:29:00 +0000</pubDate> <dc:creator>Giuseppe Notarbartolo di Sciara</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[eliche]]></category> <category><![CDATA[gommone]]></category> <category><![CDATA[mediterraneo]]></category> <category><![CDATA[Mondello]]></category> <category><![CDATA[squali]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=151058</guid> <description><![CDATA[Una settimana fa moriva nel mare di Mondello, colpito con violenza sul capo, un ragazzo di 23 anni. A colpirlo non furono le mascelle di uno squalo, ma l’elica del gommone sul quale si trovava con amici. La notizia rimbalzò sui mezzi di comunicazione, anche nazionali, per un giorno o due prima di scomparire nel...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Una settimana fa <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2011/08/03/visualizza_new.html_759114488.html" target="_blank">moriva nel mare di Mondello</a></span>, colpito con violenza sul capo, <strong>un ragazzo di 23 anni</strong>. A colpirlo non furono le mascelle di uno squalo, ma<strong> l’elica del gommone </strong>sul quale si trovava con amici. La notizia rimbalzò sui mezzi di comunicazione, anche nazionali, per un giorno o due prima di scomparire nel limbo che tutto inghiotte e dissolve per far posto a nuove tragedie, perché la qualità delle notizie dipende dalla loro novità più che dalla loro gravità.</p><p>Essere stato ucciso da uno squalo oppure da un’elica ormai non fa differenza per il malcapitato che non c’è più; tuttavia, se invece di un gommone si fosse trattato di un grande predatore, i mezzi di informazione ci avrebbero chiosato sopra <strong>per settimane</strong>. Poco importa se la pericolosità reale delle eliche &#8211; come dimostrato da eventi fin troppo frequenti &#8211; sia per i bagnanti superiore di svariati ordini di grandezza rispetto a quella degli squali, che nell’intero Mediterraneo hanno attaccato una persona meno di venti volte in 110 anni. In Italia, per esempio, l’attacco mortale più recente da parte di uno squalo fu quello avvenuto nel Golfo di Baratti <strong>22 anni fa</strong>: un morto nell’arco di una generazione, in un mare dove i bagnanti si contano a milioni ogni estate, significa irrilevanza.</p><p>Eppure, malgrado l’evidenza e malgrado lo <strong>sfaldamento del mondo naturale</strong> che dovrebbe essere manifesto agli occhi più miopi, l’atteggiamento comune di fronte al rischio ormai sbiadito di venire insidiati da un animale selvatico è rimasto quello dell’uomo delle caverne. Giorni fa, all’ora dell’aperitivo, conversavo sull’argomento con un affermato professionista, maturità classica, laurea prestigiosa in economia, preparazione culturale apparentemente solida. “È mai possibile – diceva l’amico – che non si sia ancora riusciti a estirpare dal mare questi animali così pericolosi?”. Il pistacchio che stavo sgranocchiando per poco non mi è andato di traverso, strozzandomi. Sono più numerosi gli esseri umani morti per un pistacchio che quelli uccisi dagli squali.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/11/eliche-squali-e-pistacchi/151058/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>13</slash:comments> </item> <item><title>Caccia alle balene: è ora di finirla</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/13/caccia-alle-balene-e-ora-di-finirla/144995/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/13/caccia-alle-balene-e-ora-di-finirla/144995/#comments</comments> <pubDate>Wed, 13 Jul 2011 15:26:03 +0000</pubDate> <dc:creator>Giuseppe Notarbartolo di Sciara</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[accordi]]></category> <category><![CDATA[balene]]></category> <category><![CDATA[caccia]]></category> <category><![CDATA[Giappone]]></category> <category><![CDATA[Iwc]]></category> <category><![CDATA[mare]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=144995</guid> <description><![CDATA[Come ogni anno, anche questa volta è arrivata la stagione in cui i media globali si occupano di caccia alle balene. L’occasione è la riunione, questa settimana sull’isola di Jersey, della International Whaling Commission (Iwc), l’organo che stabilisce tempi e modi di un’attività che sarebbe dovuta scomparire dal pianeta decenni fa. Molti sono i motivi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Come ogni anno, anche questa volta è arrivata la stagione in cui i media globali si occupano di caccia alle balene. L’occasione è la riunione, questa settimana sull’isola di Jersey, della<strong> <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/International_Whaling_Commission" target="_blank">International Whaling Commission</a></strong> (Iwc), l’organo che stabilisce tempi e modi di un’attività che sarebbe dovuta scomparire dal pianeta decenni fa.</p><p>Molti sono i motivi per cui la caccia alle balene è anacronistica. In primo luogo è inaccettabilmente <strong>crudele</strong>. In mare la certezza dell’uccisione immediata e indolore è impossibile, e se sapessimo che anche i bovini vengono macellati arpionandoli nel fianco da un veicolo che li insegue nelle loro pasture, per poi essere trascinati attaccati all’arpione finché muoiono, credo che resterebbero in pochi a continuare a mangiar bistecche. In secondo luogo, in un mondo in cui <strong>l’ambiente marino</strong> subisce crescenti insulti per opera delle attività umane – pesca, inquinamento chimico e acustico, distruzione degli habitat, cambiamenti climatici, ecc., insulti particolarmente dannosi per i grandi animali ai vertici delle reti alimentari che si trovano a vivere in un mare ogni giorno un po’ più inospitale &#8211; uccidere le balene, anche quelle considerate meno minacciate, è pura follia.</p><p>Infine e soprattutto, cacciare le balene non serve a nessuno, perché il mercato della carne di cetaceo si è negli anni ristretto a nicchie localizzate, e continua in un calo verticale. <strong>La carne di balena non è un granché</strong>, e perfino in Giappone le nuove generazioni preferiscono un Big Mac. Mentre carne e grasso dei cetacei si accumulano inutilizzati nelle celle frigorifere di Tokyo, Oslo e Reykjavík, finendo perfino nelle scatolette per cani, vien da chiedersi il perché tanta caparbietà a continuare con una caccia che, in aggiunta a tutti i problemi sopra elencati, costituisce un notevole costo per il contribuente. Le spiegazioni sono tante e complesse: per esempio, <strong>interessi di lobby</strong> corrotte e di parte ma potenti; rigurgiti nazionalistici; o anche timori per la creazione di un precedente in cui la pressione internazionale interferisce con il prelievo di risorse marine, considerato dai giapponesi un diritto divino inalienabile.</p><p>Quando la Iwc iniziò a operare nel 1949, la sua membership era limitata alle nazioni che praticavano la caccia alle balene. Nei decenni successivi molte di queste nazioni abbandonarono le attività per motivi sia economici che etici, ma rimasero nell’Iwc; a queste se ne aggiunsero via via molte altre (oggi i membri della Iwc sono 89) che con il loro voto contrario vollero dare un contributo alla salvaguardia di animali così speciali e simbolici, ormai considerati un <strong>retaggio planetario</strong>. Tra queste nazioni vi fu l’Italia, che ratificò la Convenzione sulla caccia alle balene nel 1998 soprattutto grazie all’interessamento dell’ex ministro dell’ambiente e commissario Ue Carlo Ripa di Meana, e con l’appoggio di Susanna Agnelli, allora ministro degli esteri; il che diede a molti di noi l’opportunità di entrare nel ring e prendersi a pesci in faccia – quasi letteralmente – con giapponesi, norvegesi e islandesi. L’ago della bilancia dei voti nella Iwc sarebbe stato comunque decisamente in favore di chi la caccia alla balena la vuole abolire, se non fosse per la <strong>campagna acquisti</strong> intrapresa dal Giappone, che valse ai balenieri il sostegno di numerosi staterelli dei Caraibi, del Pacifico e dell’Africa occidentale, in cambio di aiuti economici nonché <a href="http://www.politics.co.uk/Microsites2/364355/graphics/iwc.pdf" target="_blank">corruzione diretta dei funzionari</a> mediante beni e servizi (escort incluse).</p><p>Al momento attuale vige dal 1986 una <strong>moratoria</strong> sulla caccia alla balena ottenuta grazie alla maggioranza anti-baleneria che il Giappone non è mai riuscito a sconfiggere malgrado i suoi sforzi sopra- e sottobanco. Ciò malgrado, migliaia di balene vengono ancora uccise ogni anno: da Norvegia e Islanda che obiettarono alla moratoria, dal Giappone che si avvale della possibilità di cacciare<strong><em> “per scopi scientifici”</em></strong> prevista dalla Convenzione (chiaramente un sotterfugio) e da cacciatori di sussistenza, per lo più Inuit, dislocati ai margini del Circolo polare artico.</p><p>Negli ultimi decenni la Iwc ha sofferto di una situazione di stallo tra le opposte fazioni, e nulla lascia presumere che le cose quest’anno vadano diversamente. Degna di nota è una risoluzione presentata dalla Gran Bretagna volta ad aumentare la <strong>trasparenza</strong> e lasciar meno spazio alla corruzione. Sforzo lodevole, ma pare un po’ come cercare di ripulire una motocisterna per liquami, scrostandone le pareti dall’accumulo decennale di rifiuti, per adibirla al trasporto di latte: meglio sarebbe rottamarla. La Convenzione e l’Iwc andrebbero abolite, e la tutela delle balene trasferita sotto l’ombrello delle Nazioni Unite mediante organismi internazionali più moderni e appropriati, per esempio la <strong>Convenzione sulle specie migratrici.</strong> Purtroppo questo non è possibile perché per abolire una Convenzione occorre il consenso di tutte le parti, cosa dalla quale in questo momento siamo ancora ben lontani.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/13/caccia-alle-balene-e-ora-di-finirla/144995/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>26</slash:comments> </item> <item><title>Gli Assassini del Mare</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/30/gli-assassini-del-mare/132761/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/30/gli-assassini-del-mare/132761/#comments</comments> <pubDate>Thu, 30 Jun 2011 10:57:25 +0000</pubDate> <dc:creator>Giuseppe Notarbartolo di Sciara</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Annozero]]></category> <category><![CDATA[assassini del mare]]></category> <category><![CDATA[pesca]]></category> <category><![CDATA[pescatori]]></category> <category><![CDATA[predatori]]></category> <category><![CDATA[tragedia dei commons]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=132761</guid> <description><![CDATA[L’equilibrio tra predatori e prede è uno dei meccanismi classici che dà stabilità agli ecosistemi. Aumenta il numero delle lepri, e la popolazione di linci che su di queste prospera si espande; calano le lepri sotto gli effetti della pressione predatoria delle linci, e in risposta la popolazione di queste si contrae, per cui la...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’equilibrio tra predatori e prede</strong> è uno dei meccanismi classici che dà stabilità agli ecosistemi. Aumenta il numero delle lepri, e la popolazione di linci che su di queste prospera si espande; calano le lepri sotto gli effetti della pressione predatoria delle linci, e in risposta la popolazione di queste si contrae, per cui la pressione cala a sua volta e le lepri tornano ad aumentare. Risulta così impossibile, per il predatore, causare l’estinzione della sua preda: un equilibrio che è invece<strong> negato al rapporto tra pesci e pescatori</strong>, che sono tenuti in vita artificialmente da fattori che nulla hanno a che fare con l’abbondanza delle loro prede: per esempio, i sussidi dello stato e il prezzo politico del gasolio per i motori dei pescherecci. Come assai bene illustrato nel recente servizio “<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-f9a56f9e-9092-4285-82ce-8ec4f314d21f-annozero.html#p=0" target="_blank">Gli assassini del mare</a></span>” di Annozero (28 giugno 2011).</p><p>i pescatori/predatori sono oggi in grado di pescare l’ultimo pesce del mare, dopodiché saranno per forza di cose anch’essi condannati all’estinzione. Per il momento il mercato italiano supplisce all’agonia della pesca nazionale importando pesce dall’estero; tuttavia il problema – esasperato nel nostro Paese da una gestione singolarmente accidiosa – è un problema globale, come magistralmente illustrato dal documentario “<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://slowfood.com/international/press-releases/89945/it/2011/the-end-of-the-line-immaginatevi-un-mondo-senza-pesci/q=66019A?-session=query_session:42F94236080f3009CDXwjp9EBD67" target="_blank">The End of the Line</a></span>” di <strong>Charles Clover</strong>.</p><p>L’annunciatissima tragedia della pesca sul viale del tramonto è una storia complessa che vede un intreccio tra fattori economici, sociali ed ecologici che non è possibile liquidare con due battute. È una storia che vede soltanto perdenti, e alla cui radice si pone un esempio di suprema insipienza gestionale. Le decisioni vengono prese prevalentemente sulla base di <strong>considerazioni politiche</strong>, senza tener conto del principio che con tutti si può contrattare, tranne che con la natura, la quale prima o poi ci presenta il conto. E il conto, nel particolare caso della malapesca, è davvero salato: ecosistemi sfracellati, specie marine &#8211; pescate e non &#8211; decimate spesso<strong> al di sotto</strong> della loro capacità di ripresa, marinerie distrutte, disoccupazione rampante, illegalità privilegiate, tradizioni secolari e professionalità dissipate per sempre.</p><p>Il disastro avrebbe potuto essere evitato da politiche attente, ma queste in Italia hanno sempre fatto difetto. Per esempio, assicurandosi che lo sforzo di pesca non superi mai il limite oltre il quale non è più l’”interesse” che viene raccolto, ma il “capitale” delle popolazioni di pesci che viene rosicchiato. Invece si è lasciato che lo sforzo di pesca aumentasse vertiginosamente, sulla base di criteri che con un’oculata gestione della risorsa poco hanno a che fare. Purtroppo, in una condizione di libero accesso alla risorsa da parte di chiunque ne abbia vaghezza, si innesca un meccanismo perverso descritto nel 1968 da<strong> Garrett Hardin</strong> con il nome di “<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Tragedy_of_the_commons" target="_blank"><strong>Tragedia dei Commons</strong></a></span>”, che potrebbe essere così riassunto: “se un bene è condiviso, come nel caso dei pesci nel mare, se non me lo predo io a qualsiasi costo, anche di distruggerlo, se lo prenderà qualcun altro; per cui tant’è che me lo prenda io, e se così facendo lo distruggo, tanto peggio”. Perché se una risorsa rientra nelle maglie della Tragedia dei Commons, in assenza di un’etica collettiva che oggi non esiste la sua distruzione è comunque assicurata.</p><p>Le soluzioni alla perversione dei Commons ci sono e sono tante, ma hanno tutte un difetto: danno benefici <strong>nel lungo periodo</strong>, mentre nel breve termine comportano costi politici. Nulla di nuovo, dunque, né di sorprendente. Ci attanaglia il dubbio che le nostrane politiche della pesca siano per lo meno in parte animate dal <strong>calcolo cinico e codardo</strong> di lasciare che sia l’attività stessa ad andare al macello, lasciando ai pescatori il compito di risolvere lo spinoso problema con un suicidio che essi non sono più in grado di evitare.  Con il non trascurabile <em>collateral damage</em> di un ambiente marino che è, in tutti i sensi, al collasso.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/30/gli-assassini-del-mare/132761/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>16</slash:comments> </item> <item><title>Il mare muore, viva il mare</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/23/il-mare-muore-viva-il-mare/123042/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/23/il-mare-muore-viva-il-mare/123042/#comments</comments> <pubDate>Thu, 23 Jun 2011 08:50:04 +0000</pubDate> <dc:creator>Giuseppe Notarbartolo di Sciara</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Antropocene]]></category> <category><![CDATA[barriera corallina]]></category> <category><![CDATA[biodiversità]]></category> <category><![CDATA[ecosistema]]></category> <category><![CDATA[estinzione]]></category> <category><![CDATA[politica ambientale]]></category> <category><![CDATA[riscaldamento globale]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=123042</guid> <description><![CDATA[La crème de la crème della conservazione del mare si riunisce a Londra lo scorso aprile per fare il punto della situazione degli oceani, e in questi giorni il mondo ne apprende le conclusioni. Davvero, niente di cui rallegrarci, malgrado il deprimente quadro emerso non sia certamente una sorpresa. Le acque degli oceani si riscaldano,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/06/oceano.jpg?47e3a5"><img class="alignnone size-medium wp-image-123046" title="oceano" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/06/oceano-300x215.jpg?47e3a5" alt="" width="300" height="215" /></a>La crème de la crème della conservazione del mare si riunisce a Londra lo scorso aprile per fare il punto della<strong> situazione degli oceani</strong>, e in questi giorni il mondo ne apprende le <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.stateoftheocean.org/ipso-2011-workshop-summary.cfm" target="_blank">conclusioni</a></span>.</p><p>Davvero, niente di cui rallegrarci, malgrado il deprimente quadro emerso non sia certamente una sorpresa.  Le acque degli oceani si riscaldano, la loro acidità aumenta, le zone prive di ossigeno si espandono. La velocità dei fenomeni è pari, e talvolta supera, quella prevista nel <em>worst case scenario</em> dell’<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ipcc.ch/" target="_blank">Intergovernmental Panel on Climate Change</a></span>. Gli effetti cumulativi dei diversi impatti sono superiori a quelli anticipati, e intanto i tempi utili per intervenire con un minimo di speranza di efficacia <strong>si accorciano</strong>.  Non basta: la capacità degli oceani di reagire vigorosamente al degrado causato dagli scombussolamenti climatici è gravemente compromessa da insulti di diversa natura, quali la pesca eccessiva, l’inquinamento e la distruzione degli habitat. In sintesi, gli ecosistemi sono al collasso e sono sempre di più le specie<strong> minacciate di estinzione</strong>. La perdita di biodiversità marina, fino a oggi limitata per lo più a scale locali, sta diventando globale, e nell’arco di una generazione potremmo giocarci un intero ecosistema quale la <strong>barriera corallina</strong>. Si profila, a velocità vertiginosa se rapportata ai normali tempi geologici, la sesta grande estinzione di massa della storia della vita sul pianeta degli ultimi 600 milioni di anni. Un’estinzione causata unicamente dall’uomo; l’era in cui viviamo è stata giustamente battezzata <em>Antropocene</em>.<br /> La considerazione più urgente di fronte a tale disastro, da tempo annunciato dalla scienza in tutte le lingue dell’uomo, è che <strong>ci riguarda tutti </strong>da vicino.  Demolire ecosistemi non è cosa da poco, soprattutto ecosistemi marini che forniscono servizi essenziali alla sopravvivenza umana – produzione di ossigeno e nutrimento, depurazione, mantenimento degli equilibri idrologici, assorbimento della CO<sub>2</sub> atmosferica, ecc. – e sappiamo bene che la <strong>biodiversità</strong> è condizione essenziale per il buon funzionamento di un ecosistema. Ma non solo di servizi si tratta, perché il mare fa molto di più per noi: ci ispira, ci intimorisce, ci attrae, ci fa comporre musica e poesia, ci fa sognare e innamorare; tutti sentimenti che una pozzanghera putrescente, per quanto sconfinata, non potrà mai più evocare.</p><p>Darsi una spiegazione del perché stiamo precipitando verso la catastrofe come passeggeri di un<strong> treno senza macchinista </strong>attiene più agli ambiti della sociologia e della politica che a quello della scienza.  Un aspetto fondamentale riguarda il divorzio dal mondo naturale che è andato creandosi nella fascia più colta delle società moderne, la fascia – per intenderci – cui appartengono anche molti lettori di blog.  Vivono, costoro, in una bolla superprotetta isolata dall’universo, e sono così portati a ingannarsi che la loro bolla sia l’universo. Finché non arriva uno tsunami che rompe la bolla e li riduce in poltiglia.</p><p>Sia chiaro che mettere in guardia contro gli effetti certi di questa <strong>assenza di politica ambientale </strong>che affligge l’umanità non è una profezia di sventura. Le Cassandre non hanno mai goduto di grandi simpatie. Personalmente ricordo bene il senso di fastidio che mi dava il personaggio, nelle letture omeriche della gioventù; “smettila di frignare – mi veniva da dirle – e datti una mossa”. Lei, poveraccia, non poteva fare un granché, perché la distruzione del suo mondo era nelle cose. Qui sta la differenza. <strong>Noi siamo ancora in tempo</strong>, ma per fare qualcosa abbiamo bisogno di precisa e determinata volontà politica. Ancora non è apparsa all’orizzonte.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/23/il-mare-muore-viva-il-mare/123042/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>11</slash:comments> </item> <item><title>Le reti spadare: metastasi mediterranea</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/16/le-reti-spadare-metastasi-mediterranea/118493/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/16/le-reti-spadare-metastasi-mediterranea/118493/#comments</comments> <pubDate>Thu, 16 Jun 2011 08:06:52 +0000</pubDate> <dc:creator>Giuseppe Notarbartolo di Sciara</dc:creator> <category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[mediterraneo]]></category> <category><![CDATA[pesca illegale]]></category> <category><![CDATA[pesce spada]]></category> <category><![CDATA[reti spadare]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=118493</guid> <description><![CDATA[Per spiegare quello che non si dovrebbe fare in Italia in termini di gestione e conservazione dell’ambiente marino e delle sue risorse, è difficile trovare un esempio più calzante della pesca del pesce spada. Questo pregiatissimo pesce un tempo era catturato soprattutto con l’arpione, che è il metodo di pesca più selettivo che esista. Quando...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Per spiegare quello che non si dovrebbe fare in Italia in termini di gestione e conservazione dell’ambiente marino e delle sue risorse, è difficile trovare un esempio più calzante della <strong>pesca del pesce spada</strong>.  Questo pregiatissimo pesce un tempo era catturato soprattutto con l’arpione, che è il metodo di pesca più selettivo che esista. Quando negli anni ’80 sono venute in auge le cosiddette spadare, reti derivanti di superficie lunghe spesso decine di chilometri dette anche “muri della morte”, sono anche cominciati i problemi, perché queste reti pescano troppo e finiscono per<strong> svuotare il mare</strong>. In particolare, le spadare pescano troppo in termini di varietà di specie pescate, visto che l’obiettivo della pesca, il pesce spada adulto, rappresenta soltanto <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ft.com/intl/cms/s/0/2cd9b24e-8849-11df-aade-00144feabdc0.html" target="_blank">un quinto delle catture</a></span>. Tutto il resto viene rigettato in mare morto o morente: “spadelli” sotto-taglia, squali, mante, pesci luna e altri grandi pesci pelagici, uccelli marini, delfini e perfino capodogli e balene. Le reti spadare dispiegate negli anni ’90 da una flotta italiana forte di oltre 700 imbarcazioni (con una lunghezza totale di rete che probabilmente superava i diecimila chilometri) hanno devastato la popolazione mediterranea di <strong>capodogli</strong>, un tempo comuni e oggi iscritti nella Lista Rossa delle specie minacciate, ed è stata causa di elevatissima mortalità per stenelle striate, delfini comuni, zifii, globicefali, grampi; in totale, svariate migliaia di esemplari ogni anno.  Morire in una rete spadara, per questi mammiferi fortemente sociali e intelligenti, comporta una sofferenza lenta e orrenda oltre che inutile, con il peso della rete che impedisce la risalita per respirare, mentre ne affonda le maglie nella carne viva.</p><p>Fu proprio per via del loro potere distruttivo che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite decretò nel 1989, ribadendola nel 1991, la moratoria globale delle <strong>reti pelagiche derivanti </strong>a partire dal 1992.  Alla risoluzione Onu fece seguito l’Unione Europea imponendo alle flotte comunitarie una lunghezza massima per rete di 2,5 km nel 1992, e il bando totale a partire dal 1° gennaio 2002. L’Italia, tipicamente, cercò fino all’ultimo di fregarsene delle norme, comunitarie o internazionali che fossero, a danno del contribuente oltre che della salute del mare. L’eloquente approccio iniziale del governo italiano – quando nel 1994 l’allora ministro delle Risorse agricole, Adriana Poli Bortone, annunciò di voler chiedere alla Commissione una deroga per lasciare che le reti arrivassero a 9 km, e invitò le capitanerie di porto “<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1994/05/24/Altro/SPADARE-AMBIENTALISTI-PRONTI-A-DENUNCIARE-MINISTRO_182100.php" target="_blank">a non elevare verbali ai pescatori colti in situazioni illegali</a></span>” – non è infatti cambiato un gran che nei decenni che seguirono, in barba alla più schiacciante evidenza della distruttività di questo attrezzo da pesca. E infatti ancora oggi l’unico Paese europeo che continua a voltarsi dall’altra parte quando si tratta di reti pelagiche derivanti è l’Italia.</p><p>In previsione dell’entrata in vigore del divieto totale di pesca con le spadare in acque europee dal 2002, la Commissione stanziò 200 milioni di Euro da destinare alla<strong> riconversione delle barche italiane</strong>. Sembra una grande cifra, ma in realtà non un gran che a fronte del valore di mercato del pesce spada in Italia, che tra dichiarato e sommerso assommerebbe all’incirca a <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ft.com/intl/cms/s/0/2cd9b24e-8849-11df-aade-00144feabdc0.html" target="_blank">4 miliardi di Euro all’anno</a></span>. Non deve far meraviglia dunque che molti pescatori non accettassero l’offerta, preferendo continuare a <span style="text-decoration: underline;"><a href="www.wdcs-de.org/docs/Drifnets_and_Loopholes.pdf" target="_blank">operare illegalmente</a></span>. Peggio ancora, altri hanno intascato il denaro per la riconversione e poi <span style="text-decoration: underline;"><a href="www.legambiente.it/dettaglio.php?tipologia_id=5&amp;contenuti_id=1965" target="_blank">hanno continuato &#8211; e continuano &#8211; a pescare</a></span>, imperterriti e incontrastati. L’azione dello Stato di fronte a tanta<strong> sfacciata illegalità </strong>fu a macchia di leopardo: qualche intervento estemporaneo in alcune località (<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ft.com/intl/cms/s/0/2cd9b24e-8849-11df-aade-00144feabdc0.html" target="_blank">nel 2006 vennero confiscati 3000 km di rete</a></span>), molto disinteresse altrove, e in alcuni casi <span style="text-decoration: underline;"><a href="www.legambiente.it/dettaglio.php?tipologia_id=5&amp;contenuti_id=1965" target="_blank">perfino connivenza</a></span>; di questo si occupò magistralmente, due anni fa, anche <a href="http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-1c6411c7-2f60-490d-bd5a-2829c1d233ff.html" target="_blank">un servizio della trasmissione <em>Report</em></a>, curato da Sabrina Giannini. Di fatto, grazie alla mancanza di trasparenza nei controlli, o alla loro assenza, si può dire che il denaro pubblico sia stato utilizzato in Italia in larga misura <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ft.com/intl/cms/s/0/2cd9b24e-8849-11df-aade-00144feabdc0.html" target="_blank">per sostenere la pesca illegale</a></span>.</p><p>Nel 2009 la Corte europea di giustizia ci mandò un primo avvertimento condannandoci per<strong> inadempienza</strong> nel rispetto della legge europea, tuttavia senza comminare sanzioni pecuniarie. Non avendo ottenuto alcun miglioramento apprezzabile, oggi dobbiamo però attenderci un trattamento meno benevolo.  Una <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ft.com/intl/cms/s/0/50c636e8-82bf-11e0-b97c-00144feabdc0.html" target="_blank">ricognizione condotta recentemente</a></span> in Sicilia e a Ponza da ispettori della Commissione in incognito, che ha riscontrato la perdurante<strong> tolleranza delle autorità </strong>nei confronti di illegalità flagranti, non può che preludere all’avvio di una procedura di infrazione, e a una conseguente salatissima sanzione, particolarmente dolorosa in questi tempi di crisi. Dunque il contribuente italiano si troverà in tal modo a pagare due volte, la prima per la riconversione, la seconda per la multa, senza aver ottenuto il risultato di proteggere il mare. Chissà che l’indignazione, che non ci sfiora quando gli insulti sono arrecati sotto la superficie (occhio non vede, cuore non duole) sia più facilmente attizzabile quando veniamo colpiti nel portafoglio, e possa arrivare per lo meno a scalfire i palazzi del potere.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/16/le-reti-spadare-metastasi-mediterranea/118493/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>59</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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