<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Guido Harari</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/gharari/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Gelmini-La Russa e la &#8220;colombina&#8221; all&#8217;italiana?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/23/gelmini-la-russa-e-la-colombina-allitaliana/63843/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/23/gelmini-la-russa-e-la-colombina-allitaliana/63843/#comments</comments> <pubDate>Thu, 23 Sep 2010 11:36:02 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Harari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[allenati per la vita]]></category> <category><![CDATA[gelmini]]></category> <category><![CDATA[La Russa]]></category> <category><![CDATA[pattuglie]]></category> <category><![CDATA[Tremonti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=63843</guid> <description><![CDATA[E’ notte e mi sto gustando su YouTube alcuni video di Frank Zappa che ancora non avevo visto (una versione chilometrica di “King-Kong” del 1968, le geniali animazioni di plastilina di Bruce Bickford). Visto che ci sono, occhieggio anche la mia bacheca di Facebook e l’occhio (e non solo quello) mi cade sulla seguente notizia,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>E’ notte e mi sto gustando su YouTube alcuni video di <strong>Frank Zappa</strong> che ancora non avevo visto (una versione chilometrica di “<em>King-Kong</em>” del 1968, le geniali animazioni di plastilina di <strong>Bruce Bickford</strong>). Visto che ci sono, occhieggio anche la mia bacheca di Facebook e l’occhio (e non solo quello) mi cade sulla seguente notizia, tratta da un articolo di <em>Famiglia Cristiana</em> del 20 settembre.</p><p><strong>Il ministero dell’Istruzione e quello della Difesa, con l’avvallo di Tremonti</strong>, avrebbero firmato un protocollo per introdurre nei licei la creazione di “<em>pattuglie</em>” di studenti che andranno impegnati in lezioni di tiro con la pistola e in percorsi “<em>ginnico-militari</em>”!</p><p>L’iniziativa si chiama “<em>Allenati per la vita</em>”, un corso teorico e pratico, valido come credito formativo scolastico e inserito nell’attività scolastica di “<em>Diritto e Costituzione</em>”. E a cosa servirebbe, domanda il giornalista di <em>Famiglia Cristiana</em>? Ad accumulare esperienze di condivisione sociale, culturale e sportiva, informa la circolare spedita ai professori della <strong>Regione Lombardia</strong>, precisando che “<em>le attività in argomento (corsi di primo soccorso, arrampicata, nuoto, salvataggio, “orienteering” cioè sopravvivenza e senso di orientamento, tiro con l’arco, uso della pistola ad aria compressa, percorsi ginnico-militari) permettono di avvicinare, in modo innovativo e coinvolgente, il mondo della scuola alle Forze Armate, alla Protezione Civile, alla Croce Rossa e ai gruppi volontari del soccorso</em>”.</p><p>Secondo il progetto <strong>Gelmini-La Russa</strong>, “<em>la pratica del mondo sportivo militare, veicolata all’interno delle scuole, oltre ad innescare e ad instaurare negli studenti la ‘conoscenza e l’apprendimento’ della legalità, della Costituzione, delle istituzioni e dei principi del diritto internazionale, permette di evidenziare, nel percorso educativo, l’importanza del benessere personale e della collettività attraverso il contrasto al ‘bullismo’ grazie al lavoro di squadra che determina l’aumento dell’autostima individuale ed il senso di appartenenza ad un gruppo</em>”. Seguirà, a fine corso, “<em>una gara pratica tra “pattuglie” (!) di studenti</em>”.</p><p>Spengo YouTube e sento una rabbia sorda montare, accompagnata da un rialzo di disperazione. Al peggio non c’è mai fine e la debacle della scuola italiana, per non dire della coscienza civile di questo Paese, pare ormai inarrestabile, e ad un ritmo vertiginoso. E allora mi viene in mente un giorno di agosto dell’anno passato. Una giornata calda e soleggiata in quel di <strong>Genova</strong>, a portare l’ultimo saluto a <strong>Fernanda Pivano</strong>. Ascoltando l’omelia ostinata e contraria del grande <strong>Don Gallo</strong>, deturpata e umiliata dal clero ufficiale, ho ripensato agli ideali di pace di una donna come <strong>Nanda</strong>, capace di attraversare un secolo intero, passando indenne attraverso gli orrori dell’ultima Guerra insieme a <strong>Pavese</strong> e poi farsi messaggera dell’antifascismo di <strong>Hemingway</strong> prima e degli ingenui ma per nulla stupidi ideali di “<em>Love And Peace</em>” della <strong>Beat Generation</strong> e degli <strong>Hippies</strong> poi (<strong>Allen Ginsberg</strong> che distribuiva lettere di protesta ai tassisti newyorkesi perché le spedissero per fermare la distruzione dell’unico atollo di corallo azzurro al mondo, minacciato e poi distrutto da un mostruoso aeroporto progettato da <strong>Renzo Piano</strong>!). Ho salutato quella “<em>ragazza di 90 anni</em>” che a quegli ideali aveva creduto nel bene e nel male, e per quelli s’era battuta tutta la vita. Poi, dopo qualche ora, il ritorno a casa e l’abbraccio di mio figlio di 4 anni che mi mostra tutto fiero l’ultimo regalo ricevuto da un conoscente macedone: un mitra di plastica.</p><p>Una società che ritiene “<em>normale</em>” che ad un bambino di 4 anni si possa regalare un mitra come giocattolo, può anche arrivare, dopo le “<em>ronde</em>” cittadine, ad istituire delle “<em>pattuglie</em>” nelle scuole superiori e continuare a coltivare il mito della violenza, con tutti gli alibi del caso, in tutte le sue possibili e perverse declinazioni. Ma rimarrà per sempre una società perdente, autocondannata ad un destino di miseria culturale, prima di tutto. Cos&#8217;altro ci si deve aspettare ora dal Lunapark Italia?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/23/gelmini-la-russa-e-la-colombina-allitaliana/63843/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>46</slash:comments> </item> <item><title>Hendrix e 40 anni di foschia rosso porpora</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/18/hendrix-e-40-anni-di-foschia-rosso-porpora/62076/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/18/hendrix-e-40-anni-di-foschia-rosso-porpora/62076/#comments</comments> <pubDate>Sat, 18 Sep 2010 17:23:23 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Harari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Piacere quotidiano]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[America]]></category> <category><![CDATA[hendrix]]></category> <category><![CDATA[Musica]]></category> <category><![CDATA[nuove generazioni]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=62076</guid> <description><![CDATA[Sono quarant’anni oggi dalla scomparsa di Jimi Hendrix. Posto nella mia bacheca fb la prima di sette puntate di un documentario inglese in cui si insinua l’ipo/tesi dell’assassinio politico, dovuta al coinvolgimento di Hendrix con i Black Panthers. Puntuale mi ribatte un ragazzo di vent’anni, Gianfranco, orientamento centro-destra / cattolico-cristiano, scrivendo: “non mettiamo la politica...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT">Sono quarant’anni oggi dalla scomparsa di <strong>Jimi Hendrix</strong>. Posto nella mia bacheca fb la prima di sette puntate di un documentario inglese in cui si insinua l’ipo/tesi dell’assassinio politico, dovuta al coinvolgimento di Hendrix con i <strong>Black Panthers</strong>. Puntuale mi ribatte un ragazzo di vent’anni, Gianfranco, orientamento centro-destra / cattolico-cristiano, scrivendo: “non mettiamo la politica ovunque per favore”.</p><p lang="it-IT">Mi dico, ecco un fan che consuma la musica al livello basic senza alcun desiderio o pretesa di approfondire. Ma qualcosa nella calma piatta delle sue parole mi irrita. Riapro in ordine sparso i files dei miei quindici anni vissuti e “celebrati” in pieno ’68: <strong>Dylan</strong>, <em>“Volunteers”</em> dei <strong>Jefferson Airplane</strong>, il primo “Human Be-In” a <strong>San Francisco</strong>, le battaglie per i <strong>diritti civili</strong> in America, i <strong>disordini razziali</strong> di Watts cantati da <strong>Zappa</strong> in <em>“Trouble Every Day”</em>, <em>“Revolution”</em> dei <strong>Beatles</strong>, <em>“If Six Was Nine”</em> e <em>“Machine Gun”</em> di <strong>Hendrix</strong>, i primi moti studenteschi, il massacro di Kent State, le sequenze iniziali di <em>“Zabriskie Point”</em> di <strong>Antonioni</strong>, film come <em>“If”</em> di <strong>Lindsay Anderson</strong>, <em>“The Strawberry Statement”</em> e <em>“Easy Rider”</em>, l’idealismo di <em>“Hair”</em>, la bandiera americana bruciata dai Nice di <strong>Keith Emerson</strong> in pieno <strong>Vietnam</strong>, <strong>Angela Davis</strong>.</p><p lang="it-IT">Mi limito però a replicare che “le vicende dei più grandi artisti neri degli anni Cinquanta e Sessanta &#8211; <strong>Stevie Wonder</strong>, <strong>Otis Redding</strong>, <strong>Marvin Gaye</strong>, <strong>Staple Singers</strong>, <strong>Aretha Franklin</strong>, solo per citarne alcuni in cui mi sento di includere anche <strong>Cassius Clay/Muhammad Ali</strong> &#8211; &#8220;grondano&#8221; <strong>politica</strong>. Basta leggere la storia dell&#8217;America di quegli anni per capirlo. Non porta lontano far finta di nulla per concentrarsi sul vinile che gira”.</p><p lang="it-IT">Gianfranco ribatte: “Sì, però a me personalmente interessa poco se si sia trattato o no di assassinio politico. Preferisco ascoltare la sua chitarra che non incentrarmi su problemi secondari”. La sua risposta potrebbe non fare un plissè, se non fosse che quel “problemi secondari” mi risulta così disturbante da spingermi a insistere nel rispondergli: “Padrone di farlo, ma quelli che chiami problemi secondari sono forse il motivo per cui da quarant&#8217;anni possiamo solo ascoltare i suoi dischi e non vederlo più dal vivo”.</p><p lang="it-IT">La cosa potrebbe chiudersi qui, come molti ping-pong sul web. E invece no. Si scatenano le reazioni degli “amici”. Qualcuno gli augura un lapidario “Buon sonno”, altri gli chiedono conto se deve considerarsi “un problema secondario anche la progettazione della Cia di far sparire tutti gli eventuali ‘disturbatori’ della Grande America”. E poi secondari a che cosa, mi chiedo io?</p><p lang="it-IT">Mi rendo conto che, a questo punto, è come se stessi parlando a mio figlio, o ad un suo amico coetaneo. Un perfetto rappresentante della “new generation”, se mai questa definizione può avere una chance di attendibilità. Allora mi ci incaponisco e voglio vederci più chiaro, se possibile. La discussione, com’è prevedibile (almeno per me), esce dall’ambito strettamente musicale. Vedo una piattezza di lettura in Gianfranco, un’insensibilità di fondo, un rifiuto di capire/accogliere la realtà, che sono una voragine dello spirito prim’ancora che dell’intelletto. Un deficit di formazione, o di istruzione. Vorrei lo stesso provocare un sussulto, un qualunque moto di reazione. Scrivo un altro post mentre fioccano nuovi commenti: “Che significato possono avere per lui (Gianfranco) <strong>Kent State</strong>, la convenzione di <strong>Chicago</strong>, l&#8217;assassinio di <strong>Martin Luther King</strong>, per non dire dei fratelli <strong>Kennedy</strong> e di <strong>Malcolm X</strong>, <strong>Woodstock</strong> e <strong>Altamont</strong>, <strong>l&#8217;Era d&#8217;Acquario</strong>, il <strong>Vietnam</strong>, <strong>Nixon</strong> e il <strong>Watergate</strong>, ecc&#8230;.? Aggiungo anche la <strong>Beat Generation</strong> che Gianfranco include nelle sue preferenze. Non c&#8217;è nessun male a non avere approfondito tutto questo e a non volerlo fare, ma liquidare come &#8220;problemi secondari&#8221; mali che hanno afflitto e continuano ad affliggere anche il nostro Paese, e non solo l&#8217;America, non è prova di intelligenza, mi dispiace. Forse se lo stesso fosse accaduto a <strong>De André</strong>, non la penserebbe allo stesso modo”.</p><p lang="it-IT">Gianfranco sottolinea di sapere bene cosa siano stati la Beat Generation e i suoi ideali, ma rivendica il suo diritto di “ascoltare i capolavori di Hendrix piuttosto che cercare di capire qualcosa che nessuno riuscirà mai a scoprire… Penso che ci siano problemi ben più gravi e primari (della morte di Hendrix e della sua dinamica) da risolvere per questa nostra generazione”.</p><p lang="it-IT">Mi s’insinua un senso di scoramento che s’accompagna al logorio delle parole e ad un evidente disallineamento intellettuale con Gianfranco. Mi schianta il grado di anestesia totalizzante che lo paralizza, ma scelgo lo stesso di scrivere un nuovo, ultimativo post, pur conscio dei limiti del mezzo fb, dell’evidente disinteresse di Gianfranco e dell’irrilevanza, per lui, delle mie parole: “Molti dei cosiddetti &#8220;misteri&#8221; relativi ai fatti più tragici della storia più recente (puoi immaginare a cosa posso riferirmi) rimarranno tali, d&#8217;accordo. Ma capire la loro dinamica, gli scenari in cui si sono compiuti, le persone o le &#8220;entità&#8221; che hanno giocato un ruolo determinante nella dinamica di cui sopra, può aiutarti a capire a che razza di mondo appartieni e a come riuscire a sopravvivere, soprattutto psicologicamente. La mia generazione ha fatto quello che ha potuto, nel bene e, purtroppo, nel male. Hai vent&#8217;anni e l&#8217;anagrafe stabilisce (purtroppo per te) che sia tu a doverti fare il culo per raddrizzare i casini che ti lasciamo in eredità. Allora benedici ogni spiraglio che può avvicinarti a scoprire anche solo una frazione di verità, e continua pure ad ascoltare la musica immortale di Hendrix. Una cosa non esclude l&#8217;altra. al contrario, è stata proprio la musica ad aprirci gli occhi su molte cose, spesso dolorose”.</p><p lang="it-IT">Gianfranco chiude con un “Bel discorso..davvero..solo che non penso che fra i casini da risolvere ‘con urgenza’ lasciatici in eredità ci sia la morte di Hendrix come caso politico&#8230;tutto qua&#8230;”. Li sento tutti questi quarant’anni, da quel lontano-vicino18 settembre 1970, in cui la mia fidanzata dell’epoca mi telefonò e col tatto degli imbecilli mi snocciolò la ferale notizia: “Sai quel tuo amico, Jimi Hendrix?… È morto”. La stessa <em>“purple haze”</em>, la foschia rosso porpora di Jimi, che di colpo calò sui quattro anni di musica più fulminante che io abbia mai ascoltato, pare ora stendersi come un sudario sugli orizzonti di questo ventenne e forse su una parte (auspicabilmente modesta) della sua generazione. Benvenuto nel mondo moderno, mi dico una volta di più. <strong>Il Grande Sonno è qui</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/18/hendrix-e-40-anni-di-foschia-rosso-porpora/62076/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>82</slash:comments> </item> <item><title>Morgan, Elton, Litfiba e l&#8217;ignoranza</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/20/morgan-elton-litfiba-e-lignoranza/51707/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/20/morgan-elton-litfiba-e-lignoranza/51707/#comments</comments> <pubDate>Fri, 20 Aug 2010 12:45:23 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Harari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Elton John]]></category> <category><![CDATA[litfiba]]></category> <category><![CDATA[Morgan]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=51707</guid> <description><![CDATA[Il Medioevo italiano si veste di “politically correct” recuperando in salsa mediatica l’antico rituale dell’abiura. Così è successo in quel di Verona, dove il sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi, ha finalmente concesso il Teatro Romano per il concerto che Morgan terrà il 15 settembre, solo dopo una lettera di scuse e di sostanziale dissociazione...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>Medioevo</strong> italiano si veste di “<strong>politically</strong> <strong>correct</strong>” recuperando in salsa mediatica l’antico rituale dell’abiura. Così è successo in quel di <strong>Verona</strong>, dove il sindaco leghista di Verona, <strong>Flavio</strong> <strong>Tosi</strong>, ha finalmente concesso il Teatro Romano per il concerto che Morgan terrà il 15 settembre, solo dopo una lettera di scuse e di sostanziale dissociazione dall’uso delle droghe da parte dell’artista.</p><p lang="it-IT">Il vento della restaurazione soffia anche su Trani. <strong>Giacomo</strong> <strong>Babini</strong>, <strong>vescovo</strong> <strong>emerito</strong> di <strong>Grosseto</strong>, tuona in questi giorni contro il concerto che Elton John dovrebbe tenere a Trani il 22 settembre. ”Meglio non nascere che vivere certe esistenze”, ha dichiarato Babini senza mezzi termini con riferimento all’artista evidentemente reo di omosessualità.</p><p lang="it-IT">E ancora gran putiferio in terra di Sicilia dopo che durante un concerto i <strong>Litfiba</strong> hanno dato fuoco alle polveri della polemica, con feroci battute su B, Dell’Utri e la P3. Parlando addirittura di “incitamento all’odio”, una coordinatrice del club del Pdl-Sicilia, Costanza Castello, avrebbe chiesto alla band di rimborsare i biglietti perché “i concerti rock di politico dovrebbero avere ben poco”!</p><p lang="it-IT">Dunque, episodi diversi eppure legati da una comune matrice: quell’intolleranza ipocritamente travestita da pia opera di moralizzazione che il minculpop clerico-berlusconiano porta avanti bollando come “diseducativo” tutto ciò che non è allineato. Un’imperturbabile strategia mistificatoria, ostinatamente cieca, sorda e muta di fronte alla bufera infinita (questa sì inequivocabilmente diseducativa) di scandali, violenze e atrocità per tutti i gusti, che affligge ogni livello della società italiana. Deposta ogni speranza in un soprassalto di intelligenza, a quando una cura per il cancro dell’ignoranza?</p><p lang="it-IT"> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/20/morgan-elton-litfiba-e-lignoranza/51707/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>45</slash:comments> </item> <item><title>Dio Bono Vox</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/11/dio-bono-vox/49478/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/11/dio-bono-vox/49478/#comments</comments> <pubDate>Wed, 11 Aug 2010 09:06:17 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Harari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Bono]]></category> <category><![CDATA[Saviano]]></category> <category><![CDATA[U2]]></category> <category><![CDATA[Vox]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=49478</guid> <description><![CDATA[Bono arriva in Italia e telefona a Roberto Saviano, dicendogli di aver letto i suoi libri e di volerlo conoscere. Saviano ritrova in sé sussulti da fan, forse rimossi dalla dura vita che si è scelto, e si avvia all’incontro della sua vita “come una groupie che perde ogni contegno davanti alla sua rockstar”. In...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT">Bono arriva in Italia e telefona a Roberto Saviano, dicendogli di aver letto i suoi libri e di volerlo conoscere. Saviano ritrova in sé sussulti da fan, forse rimossi dalla dura vita che si è scelto, e si avvia all’incontro della sua vita “come una groupie che perde ogni contegno davanti alla sua rockstar”. In una villa superblindata Bono lo accoglie con una prima massima di saggezza: &#8220;La prima, anche se piccola, vittoria contro le forze del male che ti circondano, è conservare il senso dell&#8217;umorismo. Quindi, devi combattere assolutamente, e lo fai essendo al di sopra di tutto, con il sorriso. Perché ridere &#8211; e ridi molto &#8211; è veramente la prova conclamata della libertà”. Accidenti. Ma dopo cinquant’anni di rockstar viziose/viziate, che ancora sbandierano con filosofia d’accatto la loro incontenibile filantropia, mancando l’obbiettivo più spesso che non, non è mai il momento di dire basta?</p><p lang="it-IT">L’altra sera mi sono calato nel catino affollato dell’Olimpico, a Torino, per la grande rentrée del “360° Tour”, officianti gli U2. Un audio insopportabilmente fangoso era adeguato commento sonoro al gigantismo ridondante della scenografia (una cupola composta da quattro chele al cui centro campeggiava un imponente megaschermo circolare), che letteralmente schiacciava la band. Ho sempre creduto che, se c’è qualcuno sulla terra, che può modificare in meglio e riportare ad una dimensione umana il circo del rock, sono proprio loro, gli U2. Ma la dichiarata volontà di perseguire ogni variazione sul tema del glamour pop-rock (fin dai tempi di “Pop”) si traduce ancora in una coazione a ripetere, su scala sempre maggiore, un rituale ormai obsoleto.</p><p lang="it-IT">Nulla da eccepire sulla musica, sia chiaro, ma non di sola musica si tratta qui. C’è qualcosa di disturbante, ad un certo punto del concerto, nell’apparizione sugli schermi dell’arcivescovo africano Desmond Tutu, premio Nobel per la pace 1984, in uno spot ecumenico stile cartoon che anticipa la canzone <em>One</em>. Mi chiedo quanti dei giovani presenti all’Olimpico sappiano chi sia quella specie di Babbo Natale nero che parla di “oneness” in un mondo irrimediabilmente diviso e atomizzato, dove è più facile emozionarsi per una canzone o per un popolo lontano che per le rogne del proprio vicino. Quando Tutu pronuncia la fatidica parola “one”, l’urlo dei ventimila è un tributo al suo “messaggio” o all’arpeggio di Edge che annuncia l’omonima canzone?</p><p lang="it-IT">Quando un defilé di attivisti di Amnesty International, completi di lumini, si sparge lungo la passerella posizionata in mezzo al pubblico, pare un replay glamorizzato di certi concerti di venticinque (25!) anni fa, monumenti all’indifferenza di un pubblico che da sempre accorre solo per vedere le rockstar preferite e se ne fotte del cosiddetto “messaggio”. Così pure l’immagine dell’attivista birmana Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace 1991 e simbolo della lotta per i diritti civili, pare un santino agitato, forse per assolvere qualche coscienza.</p><p lang="it-IT">Bono dice ancora a Saviano, il cui nome peraltro non è mai stato fatto dal cantante durante il concerto: “Sono certo che se riusciamo a spiegare meglio le cose agli italiani, credo che saranno poi loro a dire ai loro leader che cosa fare. Forse non ce l&#8217;abbiamo fatta, finora, a spiegare queste cose in maniera chiara, allora c&#8217;è bisogno probabilmente di trovare gente che abbia la dote di saper veicolare queste informazioni. Ce la farà l&#8217;Italia ad avere un nuovo inizio?&#8221;. A questo punto ho il dubbio che Bono abbia davvero letto i libri di Saviano. Forse una sbirciatina anche al “Ritorno del principe” di Lodato &amp; Scarpinato (Chiarelettere) potrebbe fugargli d’un colpo certe idee stantìe sul nostro paese e sull’illusione, sempre più remota, di quel “nuovo inizio”.</p><p lang="it-IT">Un quarto di secolo è passato dal primo tour americano di Amnesty International e dalla beffa del concertone di Live Aid (soldi requisiti dal governo etiope per l’acquisto di armi, cibo e medicinali lasciati marcire sulle banchine del porto d’arrivo). Molto è cambiato da allora: la comunicazione viaggia superveloce, il web ha stretto del tutto la sua tela globale, i social network sono un tam tam istantaneo, gli smart phones hanno liberato tutti dalla dipendenza da un computer. Lo spettacolo degli U2 cerca di afferrare per la coda uno spirito evaporato: quello della buona, vecchia aggregazione, per usare un termine anch’esso obsoleto. Estinta, come l’utopia hippy, la colère del Maggio parigino e il “no future” del punk. Lo show-business non conosce sentimentalismi e l’evangelizzazione oggi si fa a colpi di biglietti che arrivano fino a 287,50 euro. Ridicolo brandire valori ormai fuori corso (il prossimo è morto, alla faccia della “oneness”), credere che un sorriso possa vincere le forze del male e affermare che George W. Bush in fondo era un bravo ragazzo. Ma davvero siamo diventati così coglioni?</p><p lang="it-IT"> </p><p lang="it-IT"> </p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/11/dio-bono-vox/49478/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>114</slash:comments> </item> <item><title>Grandi fratelli, piccoli uomini</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/27/grandi-fratelli-piccoli-uomini/44614/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/27/grandi-fratelli-piccoli-uomini/44614/#comments</comments> <pubDate>Tue, 27 Jul 2010 11:16:46 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Harari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Saviano]]></category> <category><![CDATA[taricone]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=44614</guid> <description><![CDATA[Non meno di un mese fa è scomparso “o’ guerriero”, Pietro Taricone. Amici, vip, soloni e precari della comunicazione, oltre 400.000 suoi aficionados raccolti su Facebook, tutti hanno speso fin troppo rituali parole di elogio. Di Anna Lupini, sulle pagine di “Repubblica”, la chiosa più tipicamente efficace: “La morte di Pietro Taricone sembra inaccettabile. Il...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT">Non meno di un mese fa è scomparso “o’ guerriero”, Pietro Taricone. Amici, vip, soloni e precari della comunicazione, oltre 400.000 suoi aficionados raccolti su Facebook, tutti hanno speso fin troppo rituali parole di elogio. Di Anna Lupini, sulle pagine di “Repubblica”, la chiosa più tipicamente efficace: “La morte di <strong>Pietro Taricone</strong> sembra inaccettabile. Il giorno dopo la tragica scomparsa del giovane attore, padre di una bimba di sei anni, non accennano a diminuire le manifestazioni di cordoglio: in Rete, sui giornali, in televisione e nel mondo dello spettacolo, è una gara a ricordare e onorare la memoria del personaggio”. <strong>Roberto Saviano poi ha voluto ricordare l’ex-compagno di scuola, definendolo </strong>&#8220;carismatico, solare e un po&#8217; guascone&#8221;. Francesco Alberoni ha scomodato Marshall MacLuhan per ribadire che “la televisione trasforma il mondo in un villaggio in cui qualsiasi personaggio televisivo diventa un tuo vicino di casa. Questo era diventato Taricone, un caro amico morto troppo giovane e che lascia una moglie, una bambina”.</p><p lang="it-IT">Altro villaggio, altri vicini di casa, altra tragedia. Il 24 luglio scorso, alla Love Parade di Duisburg, non c’erano idoli da adorare, solo l’ennesimo rito di condivisione da vivere in assoluta, gioiosa libertà. Quel giorno disattenzione, incompetenza e indifferenza hanno fatto morire venti “persone” e oltre mille risultano ancora disperse. Le immagini video di Duisburg mi hanno rimbalzato indietro esattamente di venticinque anni. Mi hanno ricordato lo strazio, la rabbia e l’impotenza provate guardando in diretta il compiersi di un’altra folle tragedia, quella dello stadio Heysel di Bruxelles, che portò alla morte 39 tifosi, poco prima della finale di Coppa dei Campioni, tra Juventus e Liverpool.</p><p lang="it-IT">Chi piangerà i morti di Duisburg, a parte le loro famiglie e i loro amici? Chi spenderà parole “alte” per onorare la memoria di corpi senza nome, lontani, astratti, tanto che gli organizzatori hanno voluto che la “festa” continuasse, facendo in modo che la gran massa del pubblico non si accorgesse dell’accaduto? Come scrive Luigi Zoja, in quest’epoca del “tutto mediato, tutto mediatico”, “siamo alla soglia di un territorio nuovo. Dove la morale dell’amore non è più possibile per mancanza di oggetto”. Di oggetto “reale”, aggiungeremmo noi. E sono sempre l’indifferenza, la “latitanza” morale, l’inconsapevole deriva umana, i nemici ultimi da combattere.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/27/grandi-fratelli-piccoli-uomini/44614/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;Aquila, umiliata e offesa</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/10/laquila-umiliata-e-offesa/38607/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/10/laquila-umiliata-e-offesa/38607/#comments</comments> <pubDate>Sat, 10 Jul 2010 18:12:05 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Harari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Aquila]]></category> <category><![CDATA[Guido]]></category> <category><![CDATA[Harari]]></category> <category><![CDATA[terremoto]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=38607</guid> <description><![CDATA[La mia amica Alessandra Schiavinato, presidente della Biblioteca Comunale di Montebelluna, si reca da vent’anni a Onna e a L’Aquila dove ha numerosi amici. 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Il prezioso resoconto della sua ultima visita, risalente al 18 giugno, merita di trovare asilo in questo Blog, specie dopo la giornata organizzata per i giornalisti il 22 giugno scorso dal sindaco Cialente e dopo le ignobili violenze, da parte dei reparti antisommossa, sugli aquilani che hanno manifestato a Roma il 7 luglio scorso.</p><p lang="it-IT">Cari amici,  </p><p lang="it-IT">sono nel paese di <strong>Onna</strong>, o meglio, in quello che ne è rimasto.  Sono circa le dieci di mattina di una bella giornata di inizio giugno. Sono passati 14 mesi dal terremoto che l&#8217;ha devastata. Con un’amica parcheggiamo l&#8217;auto appena uscite dalla SS17 che porta a L’Aquila. La prima cosa che ci colpisce è il silenzio. Un silenzio irreale. Non auto, non bambini, non motorini, non trattori, non camion, nessuno dei rumori che fanno vivo un paese. </p><p lang="it-IT">L&#8217;Onna di prima giace inerte sulle sue macerie quasi intatte. Muri a brandelli mostrano impietosamente gli interni di una vita che non c&#8217;è più, un’intimità violata: calendari che sventolano all&#8217;aria, libri in scaffali sgangherati, quadretti rimasti appesi a monconi di pareti, secchiai ancora da rigovernare, credenze con suppellettili di uso quotidiano, sedie appostate all&#8217;uscio, case deturpate come come bocche sdentate.</p><p lang="it-IT">Ci aggiriamo per quella che era la sua strada principale, quella che porta alla chiesa. Ora è una strada sterrata, contornata da cumuli di macerie, cortili in cui sono implose le case intorno, e ancora case smangiate dalle scosse con crepe larghe una mano. La chiesa (può ancora chiamarsi così un muro perimetrale sostenuto da un&#8217;infilata di pali di sostegno ?) non è agibile. </p><p lang="it-IT">Le opere di consolidamento le hanno fatte tutte i vigili del fuoco, come quasi tutto il resto. Le strade da percorrere sono talmente poche che si finisce quasi subito. Lungo il cammino vediamo per terra dei lumini votivi, come stazioni di una via crucis poste davanti ai luoghi dove un tempo viveva un onnese che qualcuno così intende ora ricordare.</p><p lang="it-IT">In un cortile sepolto dai sassi una vite cerca ancora di dare i suoi frutti e poco più in là un cespuglio di rose rosse fa ancora la sua parte dignitosamente, a ridosso di un muro. Sassi, macerie, detriti, fili, cavi, mattoni, travi, piastrelle, tutto è accartocciato e sovrapposto, tutto è ancora lì al suo vecchio posto. </p><p lang="it-IT">Qualcosa non torna. Il vecchio paese è come congelato e mi tornano alla mente le immagini di Beirut bombardata di tanti anni fa. Poi, accanto alle macerie dell&#8217;Onna di prima, è sorta l&#8217;Onna di ora. </p><p lang="it-IT">L&#8217;ingresso del nuovo &#8220;paese&#8221; ricorda un campeggio o una colonia estiva: tre bandiere sventolano pronte per l&#8217;alzabandiera, la tipologia urbana richiama quella dei villaggi delle vacanze, le casette in legno come piccoli chalet alpini: gerani alle finestre, un piccolo portichetto con tavolo e sedie per pranzare all&#8217;aperto, una corsia di verde sintetico a segnare il vialetto di accesso, stendini per la biancheria, graticci per i rampicanti,qualche bici appoggiata al muro. Sono le casette consegnate chiavi in mano da Berlusconi in pompa magna e con gran dispiego mediatico. In verità sono opera del lavoro dei vigili del fuoco di Trento e della Regione autonoma che ha in gran parte finanziato l&#8217;intera opera. Non un’anima in vista. Nessun rumore dalle casette.</p><p lang="it-IT">Finalmente un ronzio. Incredibile, è l&#8217;impianto di irrigazione di un prato all’inglese (si, queste casette hanno il prato all’inglese) e c&#8217;è pure un fotografo che, con l’aiuto di un assistente, sta scattando delle foto con grande impegno, per chi o per cosa non si sa. In più di un&#8217;ora incrociamo solo un anziano su sedia a rotelle spinto da una badante, una ragazza in bicicletta seguita dal suo cane e infine una signora che spazza il portico e sparisce in un lampo.</p><p lang="it-IT">L&#8217;Onna di ora è stata pretesa dagli abitanti per non disperdersi del tutto. Ha una nuova scuola materna, una chiesa nuova di zecca. Ma non ha un bar né uno spazio aggregativo per adulti o ragazzi. Presto avrà un municipio, già in fase di costruzione (la Casa Onna ), che pare sarà ultimato entro settembre 2010.</p><p lang="it-IT">Udite, udite: il progetto per la costruzione della casa municipale di Onna avviene con il contributo offerto dall’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania, da Volkswagen, Deutsche Bank, Unicredit, ThyssenKrupp, E.On, il land Baviera e altri donatori privati. Hanno collaborato, a titolo gratuito, lo studio architetti Mar srl di Zelarino-Venezia per il progetto, lo studio Blutec s.s. di Marghera Venezia per il progetto delle strutture, Tifs Ingegneria di Padova per il progetto degli impianti e l&#8217;Ing.Giuseppe Blandino per il Piano di sicurezza e Coordinamento in fase di progettazione e la ditta esecutrice Caron di Vicenza. Sarà un caso che siano tutti veneti?</p><p lang="it-IT">All&#8217;uscita da Onna sostiamo davanti a un lungo murales che riporta frasi di Giustino Parisse, giornalista del quotidiano Il Centro. Nel crollo della casa di famiglia, a Onna, sono morti i suoi due figli, Domenico di 18 anni, Maria Paola, di 16, e il padre. Un lungo lamento di dolore che squassa pancia e cuore. : &#8221;Quant&#8217;era bella Onna quella notte, prima dello scossone orrendo. La luna rischiarava i vicoli: via dei Calzolari, via Oppieti, via dei Martiri, via Ludovici, via della Ruetta, via delle Siepi. Dentro, mille anni di storia, e milioni di storie: uomini e donne che quel piccolo paese in fondo alla valle dell&#8217;Aterno avevano costruito e amato. In quella orrenda notte abbiamo perso tutto: le vite umane, le case, il nostro borgo&#8217;.&#8217;</p><p lang="it-IT">Ora le strade si chiamano invece: Via della Ricostruzione, Via del Volontariato. Differenza semantica e poetica ad altissimo peso specifico.</p><p lang="it-IT">A distanza di 14 mesi, cosa ne pensano gli onnesi? La ricostruzione di un paese può ridursi a questo nuovo contenitore senza storia, senza anima, abitato dal silenzio e dalla nostalgia?</p><p lang="it-IT">Risaliamo in auto per dirigerci verso l&#8217;Aquila. Prima di arrivarci, lungo la strada vediamo i nuovi palazzoni costruiti dopo il terremoto: appaiono come ritagliati da un altro luogo e appiccicati là, a mo&#8217; di figurine. Li hanno nominati New Town, molto cinematograficamente.</p><p lang="it-IT"><strong>L&#8217;</strong><strong>Aquila</strong> sorge a 714 metri e guarda in faccia il Gran Sasso. È capoluogo di regione, sede di università, ricca di chiese, basiliche, bei palazzi antichi di grande pregio, monumenti, la famosa fontana delle 99 cannelle che ricordo bellissima.</p><p lang="it-IT">Sul suo stemma la scritta &#8220;<em>Immota manet</em>&#8221; suona come una beffa fottuta. Di circa 73.000 abitanti, oltre 65.000 gli sfollati iniziali, a un anno dal sisma pare siano appena scesi sotto i 50.000.  Tanti, Troppi.</p><p lang="it-IT">Parcheggiamo alla stazione  e proseguiamo verso il centro città con i mezzi pubblici. La stazione è in rifacimento al solo scopo di riportarla in condizioni minime di sicurezza. L’estetica è un optional. Alcuni locali ospitano i CAAF dei sindacati.</p><p lang="it-IT">Saliamo sul primo autobus che passa e scopriamo che, dopo il terremoto, il trasporto è gratuito, però nessuna sa dove vada la vettura. Quindi prima di salire si deve chiedere all&#8217;autista quale direzione e quali fermate effettuerà per capire se vicino o lontano al luogo in cui si è diretti.</p><p lang="it-IT">È passato oltre un anno e solo il Corso principale e qualche altra strada del centro storico sono state da poco riaperte. Gli spostamenti sono difficili e non organizzati, i mezzi arrivano fino ad un certo punto non oltre, nessuna indicazione che aiuti la popolazione a riorientarsi. Tutto questo, e molto altro, è funzionale soltanto a un perenne stato di emergenza, dove la pura sopravvivenza si fulmina la maggior parte delle energie individuali.</p><p lang="it-IT">Siamo sull&#8217;autobus da oltre venti minuti e ci accorgiamo che, invece di andare verso il centro, ce ne stiamo allontanando. Poco male, vedremo un pò di periferia: l’Ospedale e Coppito, dove ha sede la scuola ispettori della Guardia di Finanza e dove lo scorso anno si è svolto il G8 bollato da vari giornalisti come un evento “di plastica”.</p><p lang="it-IT">Un altro autobus ci fa fare il percorso inverso, questa volta in direzione esatta. Quando scendiamo in centro, alla Fontana luminosa, è ora di pranzo. Dovrebbe esserci il solito viavai cittadino, con i lavoratori che migrano dagli uffici ai baretti per una pausa e un pranzo veloce. Invece il Corso che porta alla piazza del Duomo è deserto, non c&#8217;è quasi anima viva se si eccettuano i manovali, i molti militari e un vigile. Nessun segno di attività commerciale. I negozi sono tutti inattivi, polverosi e sconsolatamente vuoti. Di cosa campa oggi questa città-fantasma?</p><p lang="it-IT">Camminiamo. Il Corso è transennato e ingombro di ponteggi, sacchi di sabbia come fossimo sulle barricate. Tutte le strade laterali che si aprono sulla destra e sulla sinistra sono sbarrate da transenne che ne vietano l’accesso, ma che non nascondono i cumuli di macerie ancora da rimuovere. Sulle transenne sono appese chiavi di ogni foggia e misura, appelli e messaggi scritti dalla popolazione. Stile Ground Zero.</p><p lang="it-IT">In uno dei fogli appesi leggo l’imperativo kantiano &#8220;<em> Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me </em>&#8220;. Che nobile esercizio di autocontrollo!</p><p lang="it-IT">Intervisto un vigile urbano lungo il Corso. Il suo compito è bloccare e reindirizzare le rare auto di passaggio. Per quanto ne sa, non sono state definite priorità di intervento ricostruttivo e infatti tutto il centro storico è fermo, vi si sta solo consolidando e mettendo in sicurezza. Anche il vigile risiede in un bungalow ai margini dell&#8217;Aquila.</p><p lang="it-IT">Il Consiglio Comunale non ha una sede fissa per riunirsi, è itinerante. Il Sindaco Massimo Cialente, a giudizio del vigile intervistato, è stato inizialmente molto coraggioso, ma poco a poco si è fatto travolgere dalla situazione sotto il profilo pratico. Cialente è medico pneumologo presso l&#8217;ospedale San Salvatore dell&#8217;Aquila. Altre sono le emergenze a cui deve essere abituato.</p><p lang="it-IT">Il suo ruolo, oltre che di primo cittadino, è anche di Commissario Governativo per la Ricostruzione. Difficile sapersi muovere in una situazione così conflittuale. Difficile farlo se le tue controparti hanno progetti diversi dai tuoi. Difficile farlo se sei coinvolto in trattative estenuanti, sempre in nome dell’emergenza. Chissà cosa si aspettasse quel vigile. Non lo diceva con rabbia, anzi, lo diceva con rassegnazione.</p><p lang="it-IT">La città, ponteggiata ovunque, è in mano alle imprese e ai loro muratori e manovali, ma il ritmo di lavoro (è un mercoledì) è lento e pigro. Non si sentono il fervore e l&#8217;alacrità tipici dei “veri” cantieri in corso. La sede aquilana della Banca d&#8217;Italia è curiosamente intonsa: nemmeno un piccolo graffio. La sorte.</p><p lang="it-IT">Militari in jeep stazionano agli imbocchi di molte strade. Ne intervisto due coppie. La prima, formata da due ragazzi molto giovani, mi informa che gli è stato assegnato il compito di vigilare che non avvengano atti di sciacallaggio in tutta la zona rossa (il centro storico) poichè le case sono state evacuate, lasciando al loro interno tutti i mobili e ogni genere di proprietà. Devono anche vigilare che false imprese non si intrufolino, per cui chi lavora deve essere munito di pass con autorizzazione. Di sera vige il coprifuoco, come in guerra. Dalle 22 fino alle 8 del mattino la città vecchia resta chiusa, anche se i militari vigilano 24 ore al giorno.</p><p lang="it-IT">La seconda coppia è composta da un ragazzo e una ragazza, anch’essi molto giovani. Sembrano non rendersi conto delle implicazioni del tempo che scorre via, inutilmente. La ragazza ridacchia. Le chiedo se ha paura a fare i turni di notte. “E di che?”, risponde.  </p><p lang="it-IT">Le case. Dalle finestre rimaste aperte tende che svolazzano. Si intravedono pezzi d&#8217;arredamento. Nei villini liberty il giardino si sta trasformando in selva. A rendere più irreale la scena, un cane che ci gira attorno frugando col muso nei detriti a lato della strada. Un cane nero a tre zampe. Forse anche lui ha perso qualcosa nel terremoto.</p><p lang="it-IT">Scendiamo verso la Casa dello Studente. Un nodo ci stringe la gola, sempre più forte. Camminiamo in fila indiana lungo via XX Settembre a senso unico, costeggiata da negozi abbandonati. Al civico 46 la scena è così forte e carica di implicazioni, che le gambe cedono. Quella che chiamano l’ala nord dell’edificio è implosa. Le porte antipanico verdi dei cinque piani dell’edificio ora si affacciano nel vuoto. Ai lati di ogni vano ancora gli armadi con poster e foto attaccati. 50 stanze erano, 119 posti letto. Oltre 400 scosse. Nemmeno un sopralluogo.</p><p lang="it-IT">Mancava un pilastro reggente, hanno scritto i giornali: mancavano le staffe di armatura dei pilastri all&#8217;interno dei nodi della struttura, calcestruzzo misto a sabbia, robusto come polistirolo. Sotto al palazzo c’era un vuoto, il tetto non era impermeabilizzato. Chissà cos’altro ancora è stato sacrificato insieme ai ragazzi sepolti. Luciana, Davide, Angela, Francesco, Hussein, Luca, Marco, Alessio sono i nomi dei ragazzi morti. Avevano tra i 20 e il 25 anni. Le loro foto sono appese alle transenne che recintano l’edificio.</p><p lang="it-IT">Tocca rientrare. Andiamo piano verso la stazione ferroviaria e tutto il muro di cinta messo in sicurezza riporta le targhe colorate di coloro che hanno realizzato l’opera: Vigili del fuoco di Torino, di Alessandria, di Grosseto, di Padova e ancora altri vigili del fuoco che non ricordo più. Solo Vigili del Fuoco. Della Protezione Civile non abbiamo visto nessun cartello. Ci sarà di certo sfuggito.</p><p lang="it-IT">Si fa largo l’amara sensazione che i centri storici de L’Aquila e degli altri paesini colpiti non saranno mai più ricostruiti. Ma cresceranno altre New Town, con centri commerciali che accoglieranno gli sfollati fuori delle città. Quanti borghi e paesini abbandonati ad un destino di oblio e di solitudine.</p><p lang="it-IT">Alessandra Schiavinato. 18 giugno 2010</p><p lang="it-IT"><a href="http://www.bibliotecamontebelluna.it">www.bibliotecamontebelluna.it</a></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/10/laquila-umiliata-e-offesa/38607/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>&#8220;Hanno ammazzato Saviano&#8221;</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/28/hanno-ammazzato-saviano/32759/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/28/hanno-ammazzato-saviano/32759/#comments</comments> <pubDate>Mon, 28 Jun 2010 14:14:49 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Harari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Arnold Newman]]></category> <category><![CDATA[Irving Penn]]></category> <category><![CDATA[Mantegna]]></category> <category><![CDATA[Oliviero Toscani]]></category> <category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=32759</guid> <description><![CDATA[Per una volta non c’entra Oliviero Toscani, “comunicator ferox” delle campagne pubblicitarie più irritanti e meglio pagate degli ultimi trent’anni. Il mensile Max, esaurita la spinta commerciale del “tits ‘n’ ass” all’amatriciana, non ha di meglio che inventarsi quello che reputa evidentemente lo scoop del secolo: la foto (o meglio, il fotomontaggio) di Roberto Saviano...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Per una volta non c’entra Oliviero <strong>Toscani</strong>, “comunicator ferox” delle campagne pubblicitarie più irritanti e meglio pagate degli ultimi trent’anni. Il mensile <em><strong>Max</strong></em>, esaurita la spinta commerciale del “tits ‘n’ ass” all’amatriciana, non ha di meglio che inventarsi quello che reputa evidentemente lo <strong>scoop </strong>del secolo: la foto (o meglio, il fotomontaggio) di Roberto <strong>Saviano </strong>ammazzato sul lettino della <strong>morgue</strong>.</p><p>Ovviamente, per conferire opinabile dignità a simili operazioni si scomodano citazioni colte – Saviano come il Cristo di <strong>Mantegna</strong>, o, forse più calzante, come il cadavere del <strong>Che Guevara</strong>- a fronte di una mediocre mistificazione che aggancia il <strong>voyeurismo </strong>di un pubblico a tal punto inebetito da essere  incapace di quello choc che Max vorrebbe impartirgli. Di abuso della morte e della sua <strong>rappresentazione </strong>visiva si parla anche in questi giorni a proposito del reality americano “<em><strong>Deathlist Catch</strong></em>” che per mesi ha mandato in onda fino all’atto finale la malattia del capitano di una nave impegnata ai confini del mondo, in <strong>Alaska</strong>.</p><p>Tanto vale rassegnarsi: la sublime finalità divulgativa e artistica di una <strong>fotografia </strong>da tempo non passa più per le Leica dei signori di Magnum e neppure di raffinati ritrattisti come Arnold <strong>Newman </strong>o Irving <strong>Penn</strong>. Il caso della foto di Saviano conferma come l’impero dell’immagine si sgretoli definitivamente quando cerca di mettere a tacere proprio l’unico suo vero contraltare, la <strong>parola</strong>. Non è un caso che vittima di questa patetica pantomima sia Roberto Saviano, l’uomo più “<strong>pericoloso</strong>” oggi da questo punto di vista in Italia.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/28/hanno-ammazzato-saviano/32759/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>11</slash:comments> </item> <item><title>De André e le idee ammalate</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/21/de-andre-e-le-idee-ammalate/27687/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/21/de-andre-e-le-idee-ammalate/27687/#comments</comments> <pubDate>Mon, 21 Jun 2010 11:45:26 +0000</pubDate> <dc:creator>Guido Harari</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Operazione Cultura]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Berlino]]></category> <category><![CDATA[De André]]></category> <category><![CDATA[idee]]></category> <category><![CDATA[Pasolini]]></category> <category><![CDATA[tangentopoli]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=27687</guid> <description><![CDATA[foto di Guido Harari Sono passati vent’anni esatti dall’uscita di Le nuvole, penultimo disco di Fabrizio De André. 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Un anno dopo la caduta del Muro di Berlino e alla vigilia di Tangentopoli e della discesa in campo di B, per la prima volta il “poeta degli ultimi” tuonava anatemi contro i suoi “protetti”, rei di cronica mancanza di indignazione nei confronti di un potere che dilagava indisturbato: “Ormai viviamo tutti al centro di un’immensa e dolorosa satira”, scriveva il cantautore.</p><p>“Trent’anni fa si poteva sperare di cambiare il mondo, di avere una giustizia sociale e un’opposizione seria al sistema. Oggi, purtroppo, non ci resta che la rassegnazione davanti a un mondo che è cambiato in peggio, a una giustizia e a un’opposizione fantasma.</p><p>Una rinascita la vedo soltanto attraverso una catastrofe sociale di tutte le micro-società che si chiamano nazioni. Una rinascita degli uomini che penseranno in primo luogo di appartenere a una sola razza: la razza umana”.</p><p>Tra due giorni la grande mostra multimediale dedicata alla figura e all’opera di De André, di cui sono uno dei curatori, inaugurerà a Palermo, allo Spazio Sant’Erasmo. Vi si renderà una volta di più omaggio al cadavere di Utopia, alla mummia di ideali sconfitti e cancellati. De André ha sempre sostenuto che le canzoni, se da un lato non cambiano il mondo, dall’altro possono almeno cambiare le coscienze. Non è così: le idee a volte si ammalano e, come le stelle, si spengono. A nulla serve poi inventarsi nuove religioni in un’epoca senza religioni: mi riferisco alla poetica di De André innalzata da <strong>Don Gallo</strong> addirittura a “quinto vangelo” laddove gli altri quattro, da sempre mal amministrati, continuano a fare più danni che altro.</p><p>La verità è che l’uomo compie progressi sempre più prodigiosi nella tecnica, ma nessuno in campo etico. Una grande forza morale è evaporata, insieme al senso della dignità e agli anticorpi della democrazia, e si è ormai al ripudio degli ideali, alla “pace terrificante” paventata da Fabrizio ne La domenica delle salme. Perduto per sempre il senso civico, non rimane che il senso “cinico”, per dirla con <strong>Giovanni Sartori</strong>.</p><p>Ma c’è pur sempre una realtà con cui dover fare i conti: ad esempio, una società che non può permettersi strati impermeabili né muri. De André ha parlato più volte di nomadismo, di dromomania, ad esempio in canzoni toccanti come Khorakhané. Tra pochissimi anni 250 milioni di migranti si sposteranno a causa di cambiamenti climatici irreversibili. Una reale, tangibile, inevitabile emergenza che travolgerà qualunque fumismo accademico o ideologico.</p><p>Tornando allora al discorso sui valori estinti, impossibile non condividere il raggelante realismo dello psicoanalista <strong>Luigi Zoja</strong> che, citando Enzensberger nel suo libro La morte del prossimo, scrive: “Quanto più un paese costruisce barriere per difendere i ‘propri valori’, tanto meno valori avrà da difendere”. “Come nel momento in cui Nietzsche proclamò la ‘morte di Dio’”, continua Zoja, “siamo alla soglia di un territorio radicalmente nuovo. Dove la globalizzazione favorisce la solidarietà con persone lontane, mentre cresce l’indifferenza per il vicino prodotta dalla civiltà di massa e dalla scomparsa dei valori tradizionali. Dove la morale dell’amore non è più possibile per mancanza di oggetto.</p><p>Nell’irraggiungibile impero dell’accesso, di Internet, si è sfarinata la comunità dei prossimi, della cultura e della psicologia dell’incontro tra persone. Ma quando la comunità sparisce, la morale inevitabilmente si ammala e saltano anche le antiche, semplici basi della convivenza”.</p><p>A parlare di alti valori, devono essere uomini a loro volta alti. <strong>De André, Gaber, Pasolini</strong>, una razza in estinzione. Voci purtroppo sempre più lontane di una cultura novecentesca la cui forza propulsiva si è tradotta in illogica utopia. Come ha scritto il biologo <strong>Henri Laborit</strong>, “non esiste società ideale perché non esistono uomini ideali, o donne ideali, che possano costruirla”.</p></div> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/21/de-andre-e-le-idee-ammalate/27687/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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