<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Francesco Vatalaro</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/fvatalaro/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Il Governo Monti si occupi dell&#8217;AgCom</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/25/governo-monti-occupi-dellagcom/200058/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/25/governo-monti-occupi-dellagcom/200058/#comments</comments> <pubDate>Sun, 25 Mar 2012 11:40:06 +0000</pubDate> <dc:creator>Francesco Vatalaro</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[agcom]]></category> <category><![CDATA[Internet]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[Tlc]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=200058</guid> <description><![CDATA[Nell’imminenza del rinnovo del Consiglio dell’AgCom trovo preoccupante il silenzio che circonda questo passaggio parlamentare così importante per le implicazioni, fino al 2019, sulla gestione delle regole democratiche, sui funzionamenti del sistema dell’informazione e delle comunicazioni e sulle regole del mondo delle telecomunicazioni a cui si chiedono nei prossimi anni investimenti cruciali per contribuire al...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Nell’imminenza del rinnovo del Consiglio dell’AgCom <strong>trovo preoccupante il silenzio </strong>che circonda questo passaggio parlamentare così importante per le implicazioni, fino al 2019, sulla gestione delle regole democratiche, sui funzionamenti del sistema dell’informazione e delle comunicazioni e sulle regole del mondo delle telecomunicazioni a cui si chiedono nei prossimi anni investimenti cruciali per contribuire al rilancio economico del Paese.</p><p>La riduzione disposta con la Legge “Salva Italia” dello scorso mese di gennaio del numero dei componenti del Consiglio dell&#8217;AgCom da otto a quattro dovrebbe consigliare un ripensamento complessivo dei meccanismi di nomina previsti dalla Legge Maccanico (Art.1 comma 3, Legge 249/1997). I Commissari restano in carica ben sette anni, un tempo davvero lunghissimo. Uno studio condotto nel 2009 dal “<em><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://cadmus.eui.eu/bitstream/handle/1814/12877/RSCAS_2009_63.pdf;jsessionid=38699637D5126DF761E17018E592D295?sequence=1" target="_blank">Robert Schuman Center for Advanced Studies</a></span></em>” che ha considerato 175 agenzie di regolamentazione settoriali in 88 paesi indica una media di cinque anni per la durata degli incarichi di governo delle <em>Authorities</em>, mentre i nostri 7 anni rappresentano un caso limite. Ad un’eventuale riduzione della durata degli incarichi di Commissario dovrebbe corrispondere anche una variazione del <strong>regime delle incompatibilità </strong>che dovrebbe prevedere un periodo antecedente, ad esempio di due anni, di assenza di incarichi politici e di lavoro dipendente in aziende dei settori controllati, rivedendo o addirittura cancellando l’attuale irrilevante, anzi pericolosa, incompatibilità all’atto dell’abbandono dell’incarico.</p><p>La lunga durata dell’incarico di Commissario AgCom, la sostanziale inamovibilità, e l’esiguità del numero dei componenti il Consiglio (cinque, compreso il presidente, non eletto ma nominato di concerto fra il ministro competente e il Capo del Governo, con la ratifica del Presidente della Repubblica), dovrebbero oggi consigliare al Parlamento una <strong>cautela anche maggiore</strong> di quella esercitata in passato nell’identificare i nominativi, possibilmente fuori da logiche partitiche e comunque rivalutando “senza se e senza ma” il criterio di legge che impone la scelta “fra persone dotate di alta e riconosciuta professionalità e competenza nel settore” (Legge n. 481/1995, istitutiva delle due Autorità per l’Energia e per le Comunicazioni).</p><p>Stando così le cose, purtroppo, l’esito di questa fase è facilmente prevedibile: un <strong>accordo spartitorio</strong> fra Pdl e Pd che metta fuori gioco tutte le altre forze politiche per eleggere due Commissari per parte. Se questa facile profezia si dovesse avverare, si sarà operato lo scempio del dettato della legge e un’offesa ai cittadini. Credo che il Governo abbia il dovere di intervenire senza indugio, evidentemente non nel merito (non può e non deve!), ma sulle regole, quanto meno per rendere la vita più difficile a chi volesse privilegiare, attraverso lo strumento del consociativismo, il criterio della fedeltà rispetto a quello della competenza, con il risultato netto di uno scadimento, non sostenibile da questa Alta Istituzione, del livello qualitativo del Consiglio.</p><p>Credo che, nel rispetto assoluto delle prerogative del Parlamento, una possibile linea d’azione possa costruirsi sulla base di <strong>un meccanismo a “doppio turno” </strong>per giungere all’elezione in Aula dei quattro Commissari. Un primo livello di scelta potrebbe coinvolgere le due Commissioni Parlamentari, di Camera e Senato, secondo competenza, al fine di predisporre una lista di candidature “sopra soglia” per competenza e pertinenza dei curricula; si dovrebbero prevedere audizioni obbligatorie dei candidati e sia i relativi curricula che i verbali delle audizioni dovrebbero essere resi pubblici, sui siti web dei due rami del Parlamento, in ossequio a un doveroso criterio di trasparenza nei riguardi dei cittadini. Solo a questo punto, si potrebbe procedere con il “secondo turno” che consiste nella votazione in Aula ed elezione di due Commissari da parte della Camera e di altri due da parte del Senato, possibilmente a maggioranza qualificata, almeno in un primo scrutinio. Così facendo, si godrebbe di un<strong> duplice vantaggio</strong>:<br /> a) i Parlamentari potranno votare in modo più consapevole;<br /> b) i cittadini, anche grazie alla mediazione della stampa, potranno giudicare l’operato delle due Commissioni parlamentari rispetto alla scelta preliminare operata, verificando se i criteri di Legge sono rispettati in pieno. La trasparenza dell’operazione darebbe la massima garanzia di scelte di qualità e indipendenza.</p><p>Un ulteriore problema, <strong>niente affatto secondario</strong>, aperto dalla riduzione a quattro del numero dei Commissari AgCom riguarda il numero e la composizione delle Commissioni, ora in numero di due ma che, considerate anche le nuove attribuzioni dell’AgCom in materia postale, dovrebbero aumentare di numero. Inoltre, vista la rilevanza assunta da Internet nella moderna Società, sarebbe utile un ripensamento più ampio rispetto alla struttura di queste Commissioni, prevista alla fine degli anni Novanta <strong>quando Internet ancora non esisteva</strong>, né se ne poteva prevedere la pervasività che ha poi assunto nella vita di tutti noi. Pertanto le Commissioni da due potrebbero divenire quattro, articolandosi, ad esempio in:<br /> 1) Infrastrutture e Accesso TLC;<br /> 2) Internet e Servizi TLC;<br /> 3) Audiovisivo, Contenuti e Media;<br /> 4) Servizi Postali.</p><p>Occorre, peraltro, esaminare con grande attenzione la distribuzione dei ruoli, fra Commissioni e Consiglio e chiarire senza possibilità di equivoco se le prime devono avere ruolo consultivo, istruttorio o deliberante. Tutte questioni di rilevante importanza su cui ci <strong>si attende un chiarimento da parte del Governo</strong> che, avendo già dato prova di ascoltare tutti ma di non fermarsi di fronte alle infinite discussioni politiche a cui l’agonizzante Seconda Repubblica ci aveva abituato, si trova oggi nella condizione migliore per decidere su una materia tanto delicata ma anche così strategica nell’ottica della modernizzazione del Paese.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/25/governo-monti-occupi-dellagcom/200058/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Una firma per la ricerca</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/29/una-firma-per-la-ricerca/167284/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/29/una-firma-per-la-ricerca/167284/#comments</comments> <pubDate>Sat, 29 Oct 2011 16:41:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Francesco Vatalaro</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[appello]]></category> <category><![CDATA[ricerca]]></category> <category><![CDATA[Sviluppo]]></category> <category><![CDATA[università]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=167284</guid> <description><![CDATA[Con alcuni colleghi abbiamo lanciato un appello pubblico affinché &#8211; pur consapevoli della difficile contingenza economica &#8211; fra le misure sullo sviluppo che si dovranno mettere in campo non si dimentichi la ricerca scientifica e tecnologica. L’appello ha raccolto già più di mille adesioni e ha stimolato un’interrogazione parlamentare. Siamo partiti dalla constatazione che la...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Con alcuni colleghi abbiamo lanciato un <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.key4biz.it/Pagine_di_servizio/universita_per_la_ricerca_petizione_ricerca_scientifica_e_tecnologica_key4biz_IEEE_Institute_of_Electrical_and_Electronics_Engineers.html" target="_blank">appello pubblico</a></strong></span> affinché &#8211; pur consapevoli della difficile contingenza economica &#8211;  fra le misure sullo sviluppo che si dovranno  mettere in campo non si dimentichi la ricerca scientifica e tecnologica. L’appello ha raccolto già <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.key4biz.it/Pagine_di_servizio/appello_per_la_ricerca_form.html" target="_blank">più di mille adesioni</a></strong></span> e ha stimolato un’<span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.key4biz.it/News/2011/10/27/Policy/Vincenzo_Vita_Mariapia_Garavaglia_Antonio_Rusconi_Luigi_Vimercati_206387.html" target="_blank">interrogazione parlamentare</a></strong></span><strong>.</strong><sup><strong></strong></sup></p><p>Siamo partiti dalla constatazione che la recente asta per le frequenze si è chiusa con un risultato assai soddisfacente per il bilancio dello Stato e che le proposte su come impiegare il surplus rispetto alle attese di cui il <strong>Governo</strong> potrà disporre sono le più disparate e, purtroppo, non tutte pienamente condivisibili.</p><p>Noi riteniamo che una quota, sia pure di entità relativamente modesta, di questi fondi dovrebbe essere destinata alla <strong>ricerca</strong>, dando così un importante segnale ai giovani che l’Italia crede nella loro creatività e nel loro impegno, qualità fondamentali per la ripresa dell’economia e per la competitività internazionale del Paese.</p><p>Già da tempo soggetta a severi tagli di bilancio, avviati ben prima dell’attuale grave avvitamento della crisi economica, l’Università italiana sta facendo la sua parte per contribuire al risanamento dei conti pubblici. Con essa, purtroppo, in prima fila nei sacrifici, proprio i giovani oggi hanno <strong>minori prospettive di inserimento</strong> e maggiore incertezza del futuro e sono, perciò, sempre più spinti a emigrare verso destinazioni ove svolgere con soddisfazione le loro ricerche. Un fenomeno che impoverisce le università e le imprese, che rischia di peggiorare e che, con la perdita delle componenti migliori, deruba il nostro Paese del suo futuro.</p><p>Già in occasione della <strong>gara per le frequenze</strong> <strong>Umts</strong> del 2000 si era destinato un <strong>contributo alla</strong> r<strong>icerca, </strong>consentendo a tanti giovani, grazie all’iniziativa denominata <strong>Firb</strong> (Fondi per gli Investimenti della Ricerca di Base), di contribuire, con la forza delle loro idee e del loro entusiasmo, a mantenere la produzione scientifica dell’Italia al livello di quello delle grandi democrazie occidentali.</p><p>Ma oggi secondo tutti gli indicatori di produttività della ricerca, il trend comparativo tende a peggiorare, anche in virtù dei massicci investimenti in ricerca e innovazione che vengono operati in paesi orientali che si affacciano da poco sugli scenari internazionali. Occorre dunque un rilancio della <strong>ricerca scientifica e tecnologica:</strong> tuttavia, a differenza del passato, non è più sufficiente agire sulla sola leva dei finanziamenti, ma occorre anche preoccuparsi con più attenzione del monitoraggio della qualità dei risultati, prevedendo forme di incentivo per i ricercatori più meritevoli e trovando anche modo di assicurare <strong>continuità alle ricerche di maggiore successo</strong>.</p><p>Una volta che si sia deciso sulla base di procedure eque e trasparenti, l’avvio delle ricerche dovrebbe essere reso rapido, <strong>sburocratizzando i meccanismi di erogazione</strong>, troppo spesso lenti e farraginosi, sottoponendo le ricerche a un serio e competente controllo “<em>ex post</em>”, poco legato all’esame di parametri formali quanto piuttosto alla valutazione dell’efficacia e dell’efficienza dei risultati ottenuti.</p><p>Insomma, vorremmo che l’occasione di un’erogazione di fondi alla ricerca si tramuti oggi anche in una <strong>profonda revisione dei meccanismi</strong>, rendendo l’Italia più simile ai paesi europei che gestiscono le risorse per la ricerca in modo moderno, sempre più responsabilizzando il ricercatore cui si affida il ruolo di “<strong>Principal Investigator”</strong>, l’ideatore del programma che ha la massima motivazione a portarlo al successo.</p><p>Occorre anche identificare i meccanismi premiali che incentivino a ben operare: solo così sapremo conservare <strong>in Italia i nostri “cervelli” migliori</strong> e invertire il processo di fuga verso l’estero, incentivando anche il rientro di quanti non hanno trovato finora nel nostro Paese quell&#8217;humus necessario per realizzarsi come persone e come scienziati.</p><p>Un programma di ricerca dotato di risorse finanziarie ma anche basato su un nuovo e più moderno insieme di <strong>regole </strong>potrebbe dare un contributo prezioso alla ripresa del Paese e incoraggiare le nuove generazioni a impegnarsi sempre di più per obiettivi nobili di conoscenza, progresso e benessere per tutti i cittadini.</p><p>Fondi per la ricerca e meccanismi moderni di gestione: ecco qualcosa di cui l’Italia ha urgente bisogno, specie oggi che il paese ha vitale necessità di <strong>iniziative di rilancio</strong> che facciano anche, se non soprattutto, leva sulle giovani generazioni.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/29/una-firma-per-la-ricerca/167284/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>17</slash:comments> </item> <item><title>La disastrosa utopia italiana sulla NGN</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/06/la-disastrosa-utopia-italiana-sulla-ngn/150266/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/06/la-disastrosa-utopia-italiana-sulla-ngn/150266/#comments</comments> <pubDate>Sat, 06 Aug 2011 16:21:37 +0000</pubDate> <dc:creator>Francesco Vatalaro</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[NGN]]></category> <category><![CDATA[privatizzazioni]]></category> <category><![CDATA[Telecom]]></category> <category><![CDATA[telecomunicazioni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=150266</guid> <description><![CDATA[Ancora nello scorso mese di luglio, ma prima dell’ultima tempesta dei mercati che ha colpito severamente l’Italia, circolavano “voci” sull’inevitabilità di uno scorporo della rete di Telecom. Questa idea rimasta a lungo nell’underground delle TLC non è mai stata completamente abbandonata: seduce la politica più famelica, sempre in cerca di posti in CdA da spartirsi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ancora nello scorso mese di luglio, ma prima dell’ultima tempesta dei mercati che ha colpito severamente l’Italia, circolavano “voci” sull’inevitabilità di uno scorporo della rete di Telecom. Questa idea rimasta a lungo nell’underground delle TLC non è mai stata completamente abbandonata: <strong>seduce la politica più famelica</strong>, sempre in cerca di posti in CdA da spartirsi per gli amici, affascina ancora qualche economista in buona fede ma che difetta di senso pratico, trova persino sponda in qualche ambiente di Telecom Italia spaventato dalle trimestrali non sempre favorevoli, senza parlare poi di qualche operatore suo concorrente che potrebbe vedere con interesse uno scenario di indebolimento e ridimensionamento dell’odiato “incumbent”.</p><p>La rete in rame di Telecom  Italia serve 23 milioni di clienti ma il numero totale di linee equivalenti attive ammonta a 27 milioni; secondo le valutazioni degli esperti il valore per linea potrebbe aggirarsi tra 400 e 500 euro. A tale stima si giunge tenendo conto del <em>goodwill </em>della rete necessario a non determinare contraccolpi sul valore in borsa dell’azienda e sui tassi del debito.  Dunque, anche ammettendo (e non concedendo) che il management di quell’azienda possa prendere seriamente in considerazione un’ipotesi di scorporo del rame, o comunque di conferimento a terzi a fronte di qualche complessa costruzione finanziaria finalizzata a promuovere la rete di nuova generazione, ben difficilmente potrebbe prevederne l’alienazione altro che tra 9200 e 13500 milioni di euro.</p><p>Si tratta di una prospettiva che non può convincere né il potenziale venditore né il potenziale acquirente, ossia lo Stato o chi per lui, che dovrebbe acquistare un asset con la prospettiva certa di svalutarlo progressivamente, costruendo a fianco la rete ottica, per poi abbandonarlo (a valore zero). L’ipotesi formulata nei mesi passati di “Stato imprenditore a tempo” per il cospicuo intervallo di 10 anni è subito tramontata: lo Stato-gestore nelle TLC non può volerlo nessuno (salvo che, forse, la politica più arraffona), e non può volerlo ancor di più il cliente finale che ha sperimentato negli anni prezzi decrescenti, qualità crescente e nuovi utili servizi. Un’esperienza felice per le tasche del cittadino che da una parte non ha l’uguale in settori con presenza ancora asfissiante dello Stato e degli enti locali (pensiamo ad esempio alle ferrovie  e all’acqua degli sciagurati due referendum dei cui esiti ben presto ci pentiremo) e dall’altra si raffronta con il perdurare di cartelli silenti non contrastati con sufficiente energia da controlli troppo spesso deboli (vedi le assicurazioni e la benzina).</p><p>Oggi, dovendosi ridurre &#8211; come prima delle priorità nazionali &#8211; il debito pubblico, la strada delle liberalizzazioni e delle<strong> privatizzazioni</strong> dovrà essere imboccata di nuovo e in fretta, che piaccia o no. Di sicuro non c’è spazio per “rinazionalizzazioni” né temporanee né permanenti delle TLC. E allora? Non solo lo Stato non potrà investire ma non potranno farlo in modo massiccio neppure istituzioni collaterali come la Cassa Depositi e Prestiti che, per essere utili al sistema-paese oltre che ai propri sottoscrittori, dovranno valutare con la massima oculatezza gli interventi da attivare.</p><p>Nel rispetto del dettato europeo, dunque le regole per la NGN (Next Generation Network) dovrebbero essere meglio adattate al nuovo scenario con l’obiettivo di rassicurare e liberare le energie del settore privato. Non vi sarà alcun “consorzio di operatori”, questo è certo, nessuna rete unica da Campione d’Italia a Mazara del Vallo, ma ogni operatore dovrà, secondo le proprie possibilità e interessi, contribuire a questo progetto attraverso il quale passa anche la capacità di posizionarsi nel mercato del futuro.</p><p>Lo scenario più credibile è quello &#8211; promosso con coerente convinzione e ormai avanzato in Francia &#8211; dei coinvestimenti nelle infrastrutture, mantenendo ciascun operatore la propria identità e autonomia. Disponendo ogni operatore di proprie porzioni di infrastruttura di rete, senza duplicare i costi delle opere civili grazie alle iniziative di cofinanziamento, è assicurato il processo virtuoso detto della “scala degli investimenti” che consente a ciascuno di ideare e realizzare nuovi servizi, di contendersi i clienti in modo più efficace e di crescere in un sano ambiente competitivo. Chi non ha la sufficiente massa critica imprenditoriale per sopravvivere in questo scenario è spinto a formulare accordi (come quello, meritevole, già promosso dall’associazione degli internet provider, AIIP, con la costituzione di FOS, esperienza che dovrebbe crescere con decisione) e a realizzare fusioni tra imprese in tutte le forme possibili. Nel radiomobile opera una concorrenza efficiente con soli quattro grandi operatori e un numero molto limitato di altri player di più piccola dimensione: perché nel mercato delle telecomunicazioni fisse si dovrebbe ritenere desiderabile un regime di estrema frammentazione? Cui prodest? Un problema del paese è quello dell’eccessiva polverizzazione di piccoli soggetti che spiega in parte la gracilità della base produttiva: è una sfortuna che, almeno in parte, anche nelle TLC si replichi questo rachitismo imprenditoriale.</p><p>Purtroppo si è dedicato più di un anno a cercare una soluzione impraticabile, “la società unica per gestire una rete unica”. <strong>Non si può più perdere tempo</strong> con inutili minuetti. Occorre una rapida sterzata per rilanciare le TLC, che possono, anzi devono, dare un contributo essenziale alla ripresa del Paese. Se faremo le scelte giuste, si accrescerà il valore delle azioni in borsa, allontanando il rischio di scalata su aziende importanti, si creerà occupazione in un settore fiaccato da anni di difficoltà, si genererà valore per il cittadino e per le imprese nazionali, specialmente quelle piccole che hanno necessità vitale di informatica e telecomunicazioni per competere meglio sui mercati internazionali.</p><p><strong>Le idee concrete non mancano </strong>su come promuovere la NGN in Italia, ma occorre subito rimboccarsi le maniche senza perdere altro tempo prezioso. Sciaguratamente nei mesi scorsi queste idee sono state messe da parte per lasciare strada ad una pericolosa utopia: il “pensiero unico della rete unica”. In un recente convegno il presidente di Arcep (la Agcom francese), Monsieur Silicani, pur senza mai nominare il nostro Paese ha bollato con queste semplici parole la soluzione consortile che ha caratterizzato la fallimentare “via italiana alla NGN”: «Cette solution, très séduisante sur le papier, est largement utopique.».</p><p>A volte le utopie sono molto affascinanti, ma più spesso si rivelano solo disastrose.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/06/la-disastrosa-utopia-italiana-sulla-ngn/150266/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>31</slash:comments> </item> <item><title>Università: ognuno fa la sua classifica</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/07/universita-ognuno-ha-la-sua-classifica/85230/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/07/universita-ognuno-ha-la-sua-classifica/85230/#comments</comments> <pubDate>Fri, 07 Jan 2011 08:57:03 +0000</pubDate> <dc:creator>Francesco Vatalaro</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[indice h]]></category> <category><![CDATA[indici bibliometrici]]></category> <category><![CDATA[rango scientifito]]></category> <category><![CDATA[università]]></category> <category><![CDATA[valutazione]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=85230</guid> <description><![CDATA[I ricercatori italiani all’estero di VIA-Academy pubblicano una tabella e la Repubblica si precipita ad incensarne le virtù, ipotizzando che col tempo migliorerà: ma non è buon vino e, nel mio piccolo, nutro seri dubbi che ciò potrà mai accadere. Poi, il presidente del Cnr, vedendosi collocato al secondo posto dopo l’Università di Bologna, si...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>I ricercatori italiani all’estero di VIA-Academy pubblicano una <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.tisreports.com/products/4-Top_50_Italian_Institutes.aspx" target="_blank">tabella</a></span> e <em>la Repubblica</em> si precipita ad <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.repubblica.it/scuola/2011/01/05/news/i_migliori_cervelli_italiani_nelle_universit_pubbliche-10873921/?ref=HREC1-6" target="_blank">incensarne le virtù</a></span>, ipotizzando che col tempo migliorerà: ma non è buon vino e, nel mio piccolo, nutro seri dubbi che ciò potrà mai accadere. Poi, il presidente del Cnr, vedendosi collocato al secondo posto dopo l’Università di Bologna, si sente in dovere di rilasciare una <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.agi.it/research-e-sviluppo/notizie/201101051833-eco-rt10179-ricerca_maiani_cnr_classifica_cervelli_premia_nostro_lavoro" target="_blank">dichiarazione</a></span> che trasuda di soddisfazione. Ma è vera gloria?</p><p>Gli scienziati del “VIA” scelgono per la loro classifica il parametro di un tale Mr. Hirsch o “<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Indice_H" target="_blank">indice-H</a></span>” che è un modo di tenere conto sia del numero delle pubblicazioni che di quello delle citazioni. Gli illustri colleghi hanno messo in fila gli Istituti (università e centri di ricerca pubblici e privati) sulla base della <strong>somma dei valori degli “indici-H” dei TIS</strong> (“Top Italian Scientists”) loro affiliati. Ma i raffronti dovrebbero essere fatti su basi omogenee: confrontare <em>tout court</em> Istituti con finalità e composizioni strutturalmente tanto diverse è un arbitrio. A prima vista gli estensori, un tentativo di “normalizzare”, ossia di mettere in scala i loro dati, lo fanno, rapportandoli ai numeri dei TIS che loro stessi hanno identificato. Peccato però che tutti i numeri della colonna finale della loro <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.tisreports.com/products/4-Top_50_Italian_Institutes.aspx" target="_blank">tabella</a></span> oscillino davvero poco intorno al valore medio (che è 42) perché lo scarto relativo è solo un misero 4%. Quindi abbiamo scoperto che, in tutte le 50 Istituzioni italiane considerate, <strong>questi TIS sono tutti Einstein! </strong>Ben piccolo risultato.</p><p>Senza volere respingere subito il criterio di questo “indice H cumulativo” che ci viene proposto per classificare il rango scientifico degli Atenei, sembrerebbe più opportuno rapportare i dati rispetto a parametri quali i finanziamenti per ricerca o il costo complessivo del personale. Per fare in fretta si può provare a normalizzare, per le università pubbliche, rispetto alla <strong>consistenza del personale docente in organico</strong> fornita sul <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://cercauniversita.cineca.it/php5/docenti/cerca.php" target="_blank">sito del MIUR</a></span>.</p><p>A prima vista la classifica del “VIA” prende un aspetto più ragionevole, ma l’entusiasmo dura poco. Con uno scatto di reni, <strong>al primo posto schizza la Normale di Pisa</strong> che, con i suoi soli 102 professori, presenta un valore del rapporto pari a ben 4,7 mentre Bologna cede la testa del gruppo scendendo ad un pur dignitoso fattore 1,02. Certo è superata da Ferrara (1,6), ma almeno mantiene a distanza lo storico contendente della famosa Secchia (0,6). <strong>Roma La Sapienza</strong> che, secondo i nostri colleghi all’estero, occuperebbe il 5° posto, con un rapporto pari a 0,4 precipita a picco facendosi superare da molti contendenti: con un moto di sollievo posso constatare che viene superata di slancio anche dalla “mia” Tor Vergata (0,65).</p><p>E il <strong>Cnr</strong>? Per trovare i dati sul personale faccio un po’ di <em>Googling</em> nel <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.cnr.it/sitocnr/IlCNR/Datiestatistiche/Risorse/Personale.html" target="_blank">loro sito</a></span> e, pazienza, mi devo accontentare dei dati del 2004: persino basandomi solo sui ricercatori a tempo indeterminato (magnanimamente trascuro il resto del personale tecnico) trovo un deludente 0,64.</p><p>Tutto sembrerebbe tornare abbastanza a posto: <strong>gli Atenei del Sud</strong>, con la classifica riveduta e corretta, si piazzano malissimo (Bossi ringrazia). Vedo uno 0,10 e poi uno 0,13: insomma alle latitudini meridionali fioccano tante accademiche insufficienze. Una sede mi strappa per la disperazione uno 0,18 e la mando via con una firma veloce sul libretto e uno sguardo rattristato di riprovazione misto a senso di sconfitta.</p><p>Ma poi, cosa vedo? Il <strong>Politecnico di Milano</strong>, onusto di illustri colleghi ingegneri, mi prende soltanto uno 0,12? E il <strong>Politecnico di Torino</strong>? Quello nemmeno si presenta all’esame. Non ne ha il coraggio, troppo impreparato: secondo i “VIA” non è <strong>neppure degno di menzione</strong> (non presente tra le prime 50 Istituzioni)! Peggio dei meridionali (Cota non ringrazia).</p><p>Un po’ scosso per il <strong>trattamento riservato a queste antiche Scuole napoleoniche</strong>, decido di rapportare al valore della prima Istituzione, che è diventata senza che ne fossi sorpreso la Normale di Pisa, a cui assegno convenzionalmente un bel “30” (e lode se volete). Allora, mi chiedo, <strong>la seconda in graduatoria quanto prenderebbe</strong>? La seconda è la storica Bologna che prende proprio pochino (7, sì proprio così, sette trentesimi, bocciata!) e, poi, a seguire <strong>la Statale di Milano</strong> (poco più di 6, sempre in trentesimi, non confondiamoci… la candidata si ripresenti al prossimo appello!) e poi il galileiano <strong>Ateneo di Padova</strong>, a braccetto con quello di <strong>Pavia</strong>, e così via, giù giù a precipitare nel baratro della mediocrità.</p><p>Cado davvero in preda allo sconforto! <strong>Questa non è una classifica</strong>, ma una vera ecatombe di atenei. Sono davvero tutti così scarsi come ci dicono i colleghi del VIA? Suvvia… Avanti un altro, proviamo con l’indice “I”, e se non va, con quello “J”, “K”&#8230; prima o poi uno funzionerà!</p><p>La verità è che i sopravvalutati indici bibliometrici (adatti alle Scienze Naturali), dovrebbero essere usati con cautela, impiegandoli con sospetto e solo dove hanno un po’ di senso. Le Università non sono tutte uguali e fare un <em>ranking</em> del genere non aiuta alla comprensione del livello qualitativo del sistema accademico italiano: è solo un modo di <strong>sommare mele con patate</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/07/universita-ognuno-ha-la-sua-classifica/85230/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>161</slash:comments> </item> <item><title>Riprendere a crescere si può, con l&#8217;ICT</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/01/riprendere-a-crescere-si-puo-con-lict/79704/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/01/riprendere-a-crescere-si-puo-con-lict/79704/#comments</comments> <pubDate>Wed, 01 Dec 2010 09:39:04 +0000</pubDate> <dc:creator>Francesco Vatalaro</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[crescita]]></category> <category><![CDATA[ICT]]></category> <category><![CDATA[imprese]]></category> <category><![CDATA[quadrato della radio]]></category> <category><![CDATA[università]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=79704</guid> <description><![CDATA[Ieri, nel giorno del passaggio alla Camera della contrastata riforma Gelmini, il Quadrato della Radio – associazione di persone che studia i problemi delle ICT in Italia – in un incontro tenutosi in Roma presso la sede Rai di via Teulada presenta in bozza uno studio sull’importanza dell’istruzione universitaria nel settore delle telecomunicazioni. Sulla base...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ieri, nel giorno del passaggio alla Camera della contrastata riforma Gelmini, il <a href="http://www.quadratodellaradio.it/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Quadrato della Radio</span></a> – associazione di persone che studia i problemi delle ICT in Italia – in un incontro tenutosi in Roma presso la sede Rai di via Teulada presenta in bozza uno studio sull’importanza<strong> </strong>dell’<strong>istruzione universitaria nel settore delle telecomunicazioni</strong>.</p><p>Sulla base di numerosi studi internazionali può considerarsi accertato che le ICT (Information and Communication Technologies), in virtù del loro ruolo di tecnologie abilitanti, generano ricadute rimarchevoli su tutto il tessuto economico e sociale. I benefici economici indotti si misurano in termini sia di crescita di produttività del sistema delle imprese che di aumento del numero di attività economiche. Le telecomunicazioni poi, specialmente quelle a banda larga e ultra larga, permettono anche di ridurre in misura sostanziale vari costi produttivi e la crescita di efficienza economica che ne deriva contribuisce anche all’<strong>aumento del PIL</strong>.</p><p>A supporto di queste affermazioni ci potremmo appellare a molti indicatori, tutti tra loro sostanzialmente concordi, ma basta forse un dato soltanto per dare la misura della crescita economica e di produttività legata alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione: secondo una stima della Commissione europea, infatti, <strong>ben il 40% della crescita economica dell’Unione</strong> può essere attribuito alle infrastrutture ICT.</p><p>Nei Paesi avanzati con un’economia fortemente basata sulle attività ad alto valore aggiunto come l’Italia, anche gli investimenti in formazione presentano un poderoso saldo attivo. La conoscenza è oggi un fattore primario di successo e un elemento di vantaggio competitivo essenziale per le imprese, in quanto capace di generare innovazione e di creare valore. Ma nell’odierna <strong>economia basata sulla conoscenza</strong> l’Italia spende solo il 4,5% del PIL nell’istruzione scolastica contro una media Ocse del 5,7% (tra i Paesi industrializzati solo la Slovacchia spende una percentuale inferiore). Nell’università, poi, <strong>la spesa media per studente, inclusa l’attività di ricerca, è di 8.600 dollari</strong> contro i quasi 13mila della media Ocse.</p><p>Secondo uno studio, realizzato da <a href="http://www.ambrosetti.eu/italian/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Ambrosetti</span></a> nel 2009 per la <a href="http://www.crui.it/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Conferenza dei Rettori</span></a>, la formazione universitaria nel decennio 2011-2020 potrebbe essere complessivamente in grado di generare per il Paese <strong>oltre 11 punti di PIL</strong>, ossia in media oltre un punto percentuale di PIL all’anno. Per comprendere meglio la portata di questo dato, basti pensare che nel decennio 1998-2007 il valore medio del PIL accumulato per anno dall’Italia <strong>è stato poco meno del 1,4%</strong>, dato questo che si può considerare sostanzialmente stabile nel periodo precedente alla grande crisi dei mercati che ha preso avvio nel 2008.</p><p>Dunque, se da un lato lo sviluppo dell’ICT comporta la crescita del PIL e dall’altro gli investimenti in formazione universitaria sono anch’essi in grado di indurre su una società industriale avanzata come la nostra benefici ampi ed economicamente quantificabili, tutto questo indurrebbe a ritenere che l’Italia debba prestare una particolare <strong>attenzione proprio all’alta formazione universitaria nel settore ICT</strong> quale fondamentale leva per generare una crescita poderosa e stabile del Paese.</p><p>Ma, si sa, l’Italia è il paese dei paradossi: uno di questi è la <strong>continua diminuzione di immatricolazioni di studenti in ingegneria delle telecomunicazioni e nell’informatica</strong> nel decennio trascorso. A questo grave fenomeno, che non risparmia nessun ateneo dai più piccoli ai principali politecnici del paese, corrispondono insufficiente impegno dell’università a cercare soluzioni, scarsa attenzione del mondo dell’impresa persino a capirne le ragioni, totale disinteresse del mondo politico e dei media. Nell’insieme ciò comporta anche un carente sforzo a fare comprendere a studenti e famiglie che la scelta di un percorso formativo in questo settore, al di là delle contingenze legate alla crisi economica, generale e di settore, rappresenta <strong>un investimento per il futuro degli stessi giovani e del Paese</strong>.</p><p>Ma quali sono i numeri del problema? Nel decennio 2000, le immatricolazioni ai corsi di ingegneria informatica sono <strong>diminuite del 24%</strong>, solo in parte compensate dalle immatricolazioni in scienza dell’informazione, mentre quelle in ingegneria delle telecomunicazioni sono <strong>addirittura scese del 60%</strong>, con una perdita di oltre mille nuove iscrizioni. I dati del recente rapporto <a href="http://www.assinform.it/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Assinform</span></a> 2010 mostrano che il mercato dell’ICT in Italia ha il rimarchevole valore annuo di <strong>circa 61 miliardi di euro</strong> con uno share di circa il 70% nelle telecomunicazioni.</p><p>Indubbiamente questa diminuzione degli iscritti in TLC dipende anche da fattori contingenti: uno per tutti, la crisi che Telecom Italia ha patito per tutti gli anni 2000 e la conseguente cattiva stampa che ne è seguita.</p><p>Ma un paese avanzato che punta ad avere un futuro non può limitarsi ad una visione miope. Chi studia lo fa per <strong>un futuro che si misura in decenni</strong> di attività professionale e dovrebbe essere aiutato ad avere una visione prospettica.</p><p>Se il Paese vuole riprendere a crescere, occorre perciò un’azione di recupero pronta ed energica nell’istruzione superiore nel settore ICT: data la complessità del problema, però, si richiede un intervento coordinato di tutti gli attori coinvolti: <strong>Università, Istituzioni, Imprese</strong>.</p><p>Lo studio del Quadrato della Radio <strong>“Riprendere a crescere con l’ICT: quale ruolo per l’università, le istituzioni e le imprese”</strong>,<strong> </strong>ieri illustrato in anteprima ai soci e<strong> </strong>che sarà presto pubblicato, mira a proporre soluzioni per assistere la crescita del settore delle telecomunicazioni, attraverso il potenziamento degli studi in ICT. Occorre riflettere che <strong>investire nell’alta formazione ICT</strong> &#8211; non solo denaro, ma anche tempo ed energie &#8211; è probabilmente il modo più efficace per stimolare la ripresa ed uscire dalla seria crisi economica globale che non ha risparmiato l’Italia. Ma occorre farlo ora.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/01/riprendere-a-crescere-si-puo-con-lict/79704/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>62</slash:comments> </item> <item><title>Chi ha bisogno della Fondazione Bordoni?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/18/chi-ha-bisogno-della-fondazione-ugo-bordoni/77521/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/18/chi-ha-bisogno-della-fondazione-ugo-bordoni/77521/#comments</comments> <pubDate>Thu, 18 Nov 2010 08:43:50 +0000</pubDate> <dc:creator>Francesco Vatalaro</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[associazioni consumatori]]></category> <category><![CDATA[Fondazione Ugo Bordoni]]></category> <category><![CDATA[gestori telefonici]]></category> <category><![CDATA[registro pubblico delle opposizioni]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=77521</guid> <description><![CDATA[Riprendendo fonti di stampa, si apprende che martedì l’avv. Sarzana ha espresso preoccupazione per la presunta decisione del Ministero dello Sviluppo economico di affidare alla Fondazione Ugo Bordoni la gestione del registro pubblico delle opposizioni, che accoglierà tutti gli abbonati telefonici che non desiderano essere contattati telefonicamente per fini commerciali o promozionali. Secondo il legale,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Riprendendo <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2010-11-14/fondazione-gestire-registro-064158.shtml?uuid=AY6QKdjC#" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">fonti di stampa</span></a>, si apprende che martedì <a href="http://punto-informatico.it/3037400/PI/Commenti/telemarketing-chi-registro.aspx" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">l’avv. Sarzana</span></a> ha espresso preoccupazione per la presunta decisione del Ministero dello Sviluppo economico di affidare alla Fondazione Ugo Bordoni la gestione del registro pubblico delle opposizioni, che accoglierà tutti gli abbonati telefonici che <strong>non desiderano essere contattati telefonicamente per fini commerciali o promozionali</strong>. Secondo il legale, la presenza fra i fondatori – rappresentati in un apposito “Comitato” – di primari operatori di telecomunicazioni (Fastweb, Poste Italiane, Telecom Italia, Telespazio, Tre Italia, Vodafone e Wind) potrebbe configurare un vero e proprio conflitto di interesse, potenzialmente a danno del consumatore. E come dargli torto?</p><p>Ma, si sa, dato un problema esistono almeno due punti di vista. Qui c’è quello dei consumatori e c’è quello dei ricercatori.</p><p>Per chi non la conosce, la <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.fub.it/" target="_blank">FUB</a></span> è un Ente di ricerca nelle telecomunicazioni con un prestigioso passato.</p><p>Fino all’anno 2000, quando è entrata in un declino inarrestabile, ha formato ricercatori e accademici di valore internazionale nelle telecomunicazioni. Ha prodotto risultati scientifici pregevoli, dagli studi sui fenomeni della propagazione necessari alle comunicazioni via satellite, a quelli sulle fibre e sui dispositivi ottici, agli studi sulle tecniche di elaborazione dei segnali vocali, solo per citarne alcuni. Era, sia pure in un settore di nicchia, un fiore all’occhiello del Paese che formava tanti giovani laureati e studiosi.</p><p>Oggi, ridotta al simulacro di ciò che era, sta mestamente e docilmente al guinzaglio del MSE (Ministero dello Sviluppo Economico) e “la gestione del registro pubblico delle opposizioni” ha tutta l’aria di rappresentare il <strong>punto di arrivo della parabola</strong>. Ora la gloriosa FUB sarà un “call center” o poco più: sia detto con tutto il rispetto per le professionalità dei call center (<a href="http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-a1a8150e-e22d-4d5d-8459-871a11376a7d.html" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Report</span></a> domenica scorsa ci ha mostrato che sono pieni di giovani e bravi avvocati).</p><p>Si sa, quando si conferisce un mandato c’è il committente e c’è l’incaricato. E se il Consiglio di Amministrazione della FUB, qualora questo incarico – supponiamolo per assurdo, per mero esercizio retorico – arrivasse davvero, <strong>con uno scatto di orgoglio</strong> declinasse con cortese ma anche con ferma determinazione? Purtroppo anche il più inguaribile degli ottimisti non oserebbe sperare tanto. E allora: andiamo avanti cosi, facciamoci del male. E non se ne dispiacciano le associazioni dei consumatori e i call center se gli enti di ricerca fanno loro concorrenza. Sono tempi duri per tutti. Anche i ricercatori tengono famiglia.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/18/chi-ha-bisogno-della-fondazione-ugo-bordoni/77521/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>10</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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