<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Federico Faloppa</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/ffaloppa/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description>News, inchieste e blog su politica, cronaca, giustizia, economia</description> <lastBuildDate>Tue, 21 May 2013 23:03:52 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Grillo, ma ci sei o ci fai?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/25/grillo/186344/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/25/grillo/186344/#comments</comments> <pubDate>Wed, 25 Jan 2012 11:41:07 +0000</pubDate> <dc:creator>Federico Faloppa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category> <category><![CDATA[Cittadinanza]]></category> <category><![CDATA[Generazioni]]></category> <category><![CDATA[Immigrati]]></category> <category><![CDATA[Ius Sanguinis]]></category> <category><![CDATA[Ius Soli]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=186344</guid> <description><![CDATA[So di ficcarmi in un ginepraio, criticando Beppe Grillo. E facendolo, per di più, sul Fatto: che conta certamente molti lettori tra i suoi sostenitori. Però – francamente &#8211; non mi interessa, vista l’importanza del tema. Che non ammette tentennamenti, timidezze, «se» e «ma». E che anzi richiede sensibilità, coerenza, lungimiranza (e non approssimazione, presunzione,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>So di ficcarmi in un ginepraio, criticando<strong> </strong>Beppe Grillo. E facendolo, per di più, sul<em> Fatto</em>: che conta certamente molti lettori tra i suoi sostenitori. Però – francamente &#8211; non mi interessa, vista l’importanza del tema.<strong> Che non ammette tentennamenti, timidezze</strong>, «se» e «ma». E che anzi richiede sensibilità, coerenza, lungimiranza (e non approssimazione, presunzione, gusto della provocazione). Mi riferisco al tema della cittadinanza italiana per persone nate in Italia da genitori non italiani. Su cui (meglio: contro cui) Grillo ha ieri pubblicato un <a href="http://www.beppegrillo.it/2012/01/la_cittadinanza.html" target="_blank">post</a> che ha suscitato dure critiche – per fortuna – anche da parte degli stessi lettori del suo blog.</p><p>Mi è capitato, personalmente, di prendere <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/11/immigrato-a-chi/71030/" target="_blank">posizione netta</a> sull’argomento già un anno e mezzo fa, proprio su questo sito<em> . </em>Ma ancora di più mi è capitato di approfondire, sapere, capire grazie ai tanti racconti, ai tanti (qualificatissimi) interventi ascoltati e letti negli ultimi mesi. A cominciare da quelli dei promotori della campagna d’opinione «<a href="http://www.litaliasonoanchio.it" target="_blank">L’Italia sono anch’io</a>». Convincendomi ancor più che non solo sia necessario riformare la<strong> legge sulla cittadinanza</strong>, ora basata su un anacronistico ius sanguinis invece che &#8211; come avviene in paesi come Francia, Stati Uniti, Argentina, Brasile, Canada, ecc. – su un più realistico &#8211; per un paese di forte immigrazione come l’Italia – <strong>ius soli</strong>. Ma anche che sia urgente farlo, perché già oggi centinaia di migliaia di persone nate e vissute in questo paese non hanno, fino al compimento del diciottesimo anno, gli stessi diritti di cittadinanza degli altri. E anche al raggiungimento della maggiore età non è detto che possano facilmente e rapidamente ottenerli a causa di criteri piuttosto rigidi (si veda una sintesi su <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.secondegenerazioni.it/legge-cittadinanza/">www.secondegenerazioni.it/legge-cittadinanza/</a></span>) ed esasperanti lentezze burocratiche. <strong>Necessario e urgente</strong> – dicevo &#8211; per aggiornare il nostro sistema giuridico rendendolo più conforme alla realtà dei fatti, certo. E per sanare – tanto sul piano dei principi quanto su quello formale – un vuoto politico e culturale, prima ancora che legislativo. Ma soprattutto per risolvere un <strong>problema vero </strong>per le persone coinvolte, come ha cercato di spiegare ieri Randa Ghazy sul <a href="http://collettivoalma.wordpress.com/2012/01/24/grillo-lascia-perdere-la-cittadinanza" target="_blank">blog</a> del collettivo Alma.</p><p>Per questo ieri sono trasalito anch’io, come molti, nel leggere ciò che Grillo ha postato sul suo blog, sotto il titolo di <em><a href="http://www.beppegrillo.it/2012/01/la_cittadinanza.html" target="_blank">La liberalizzazione delle nascite</a></em>: «<em>La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall’altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della “liberalizzazione” delle nascite</em>».</p><p>Fa trasalire, intanto, <strong>l’inconsistenza argomentativa </strong>del post. «Distrarre gli italiani dai problemi reali?» Prima di tutto, questo «problema» non «distrae» affatto dagli altri. Anzi, semmai chiede di essere assunto ed affrontato come pezzo di un percorso di riforma della società, come complemento a una <strong>battaglia più generale</strong> per il ripensamento e il riconoscimento dei diritti di cittadinanza di tutti. E poi, con quale supponenza si può dire che questo non è un problema «reale»? Forse non lo sarà per Grillo, ma di certo lo è per quelle centinaia di migliaia di persone che devono farci i conti, anche ben prima di aver compiuto diciotto anni. «I buonisti della sinistra senza se e senza ma»?. E dagli &#8211; ancora &#8211; con questa storia del «buonismo». Come se l’assenza di politiche sociali di lungo termine fosse stata causata dai «deliri» dei «buonisti della sinistra» (i cui esponenti – è bene ricordarlo anche a Grillo – sono stati al governo per soli sette anni in questo Paese dal 1994) e non dalle politiche reali proprio dei «leghisti e dei movimenti xenofobi». «Oneri dei loro deliri» lasciati agli «italiani»? Ma quando mai! Gli oneri del vuoto politico e legislativo, in questo caso, semmai li hanno sopportati (e li sopportano) proprio – e soltanto &#8211; quelli che Grillo non vorrebbe far diventare italiani. «Liberalizzazione delle nascite»? Ma che significa? Perché dar corso a un’espressione e a uno slogan così gretti? E chi avrebbe paura, di questa supposta «liberalizzazione»?</p><p>Ma oltre all’inconsistenza dei paradossi, a sorprendere è soprattutto il <strong>tono generale</strong>. Per quella logica – viscidamente sottesa – che la questione sia da porsi, ancora e sempre, in termini di <strong>«noi» italiani e «loro»</strong> (ed è proprio questo schema ritrito a creare le opposte tifoserie esecrate nel post). Per la superficialità, la sciatteria, la protervia. Ovviamente Grillo, come qualunque cittadino – italiano o non ancora italiano &#8211; può esprimere le opinioni che vuole. Però questa non è neppure un’opinione (che richiede argomenti, sostanza). Questa è soltanto una<strong> boutade</strong>. Uno provocazione fine a se stessa (anzi, un fine l’ha avuto, irritando moltissimi lettori: ma cui prodest?). Però la politica – soprattutto da parte di chi la fa, come Grillo sa bene, essendo la guida di un movimento che ha rappresentanti nelle istituzioni – dovrebbe essere qualcos’altro: dovrebbe esprimere analisi, suggerire proposte, articolare confronti. Altro che frizzi, lazzi, ed ebbre chiacchere da bar.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/25/grillo/186344/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Cittadinanza a punti sì, ma per i leghisti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/16/cittadinanza-punti-leghisti/178083/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/16/cittadinanza-punti-leghisti/178083/#comments</comments> <pubDate>Fri, 16 Dec 2011 16:34:18 +0000</pubDate> <dc:creator>Federico Faloppa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[Gianluca Casseri]]></category> <category><![CDATA[Immigrati]]></category> <category><![CDATA[Lega Nord]]></category> <category><![CDATA[Neonazisti]]></category> <category><![CDATA[Razzismo]]></category> <category><![CDATA[Zingari]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=178083</guid> <description><![CDATA[Sconvolti per quanto successo a Torino prima, e a Firenze poi. Quindi coinvolti in discussioni, ragionamenti, commenti. O semplicemente raccolti nell’indignazione silenziosa, nell’incredulità, nella commozione. Gli ultimi sette giorni sono stati vorticosi per tante, tantissime persone. Perché vorticosa è stata la gravità dei fatti. In un’escalation che dal tentato pogrom di sabato scorso ha portato...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Sconvolti per quanto successo a Torino prima, e a Firenze poi. Quindi coinvolti in discussioni, ragionamenti, commenti. O semplicemente raccolti nell’indignazione silenziosa, nell’incredulità, nella commozione. Gli ultimi sette giorni sono stati vorticosi per tante, tantissime persone. Perché vorticosa è stata la <strong>gravità dei fatti</strong>. In un’escalation che dal tentato <em>pogrom </em><span style="font-weight: normal;">di sabato scorso ha portato all’omicidio assurdo di </span><span style="font-weight: normal;"><strong>Samb Modou</strong></span><span style="font-weight: normal;"> e </span><span style="font-weight: normal;"><strong>Diop Mor</strong></span><span style="font-weight: normal;">. Due vicende non certo legate: comunque frutto di un clima che si è drammaticamente manifestato ora, ma i cui segnali erano già presenti da tempo, come dicono, non da oggi, molti attivisti e osservatori. E come sanno le tante vittime di atti di discriminazione, sopruso, violenza razzista.</span></p><p>In molti – e a ragione &#8211; si è puntato il dito sui<strong> mezzi di comunicazione <em>mainstream</em></strong>. Sulle loro responsabilità. Sul loro modo di distorcere l’informazione. Sul loro «razzismo inconsapevole», come ha ammesso in un ormai <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/433907/" target="_blank">celebre messaggio di scuse</a></span> un caporedattore de «La Stampa», domenica scorsa. Pensavamo che quel messaggio rappresentasse una cesura, una nuova consapevolezza. Ma ci siamo stupiti di nuovo martedì pomeriggio, scorgendo sul web il primo titolo proprio de «La Stampa», che ha proposto la discutibile espressione di «Far West a Firenze» (immagine che ricorda scontri a fuoco tra pistoleri, più che un barbaro omicidio). O scorrendo le prime edizioni <em>online</em> di alcuni quotidiani, che hanno chiamato «vu cumprà» i due cittadini senegalesi morti, ma «ambulanti» i loro colleghi italiani; che hanno negato per tutto il giorno, alle due vittime, un nome e un cognome (mentre hanno fatto a gara per poter dare quello di <strong>Casseri</strong>). O leggendo un lancio dell’Ansa, in cui l’assassino veniva definito «giustiziere». E dallo stupore siamo passati alla rabbia quando abbiamo letto ieri, su «Il foglio», <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfoglio.it/preghiera/585" target="_blank">l’elzeviro di Camillo Langone</a></span>.</p><p>In molti siamo rabbrividiti di fronte ai farneticanti proclami neo-nazisti zeppi di «scorrerà altro sangue», «punire gli invasori», «immondizia negra». Come siamo rabbrividiti a scoprire che in Italia l’estrema destra, in questi anni di razzismo strisciante, è cresciuta, <strong>si è organizzata</strong>, si è radicata.</p><p>In molti siamo rimasti increduli di fronte ai commenti di chi non ha perso occasione – neanche in questi giorni – per sostenere che un po’ di colpa ce l’hanno anche loro: gli zingari, gli immigrati. Come se la causa del razzismo dovesse essere cercata nelle presunte colpe delle vittime, più che nei comportamenti dei razzisti. A me personalmente è capitato di rimanere sbacalito ieri – durante il programma <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.la7.tv/richplayer/index.html?assetid=50244778" target="_blank">«Coffee Break» su La7</a></span> &#8211; di fronte alla pochezza di argomenti e alla protervia di un onorevole leghista che pensava di essere – sbagliando vergognosamente tempi e contesto – in campagna elettorale. Come sono rimasto sbacalito in questi anni, insieme alla maggioranza di noi, di fronte alle dichiarazioni razziste di molti esponenti della Lega: da quelle sugli «immigrati» che sono una «malattia», a quelle che paragonavano gli «zingari» ai «topi», a quelle che evocavano i «forni crematori» per gli «immigrati». Frasi che, se <strong>pronunciate in un altro paese europeo</strong>, avrebbero costretto i loro autori a dimettersi, immediatamente, da qualsiasi carica pubblica. E che da noi invece sono state fatte passare come «folklore».</p><p>In molti abbiamo sorriso – a denti stretti – di fronte alla massima (e di nuovo Lega <em>dixit</em>) «il razzismo esiste per colpa del buonismo». Perché è vero: c’è stato troppo «buonismo». Ma non certo nei confronti dei migranti, a cui progressivamente sono stati negati dei diritti. Piuttosto, <strong>nei confronti dei razzisti</strong>, a maggior ragione di quelli «istituzionali». Che non avrebbero dovuto dire, ripetere, fare &#8211; impunemente &#8211; certe cose. Altro che cittadinanza a punti per gli «immigrati». La cittadinanza a punti la si dovrebbe dare a chi non rispetta la Costituzione, a chi disprezza la dignità delle persone, a chi istiga al razzismo.</p><p>Ecco. Prendo spunto dalla provocazione per rovesciare uno stato d’animo. Dopo la commozione, l’indignazione, la condanna dovremmo passare all’azione. All’orgogliosa risposta. Alla proposta. Deve esserci una svolta. Una svolta nel nostro modo di ragionare, di discutere di certi temi. Respingendo l’approssimazione, il confronto al ribasso e le battute da bar. Ed esigendo – a partire da noi stessi, sapendo che ci costerà fatica – una nuova qualità tanto degli argomenti quanto dell’argomentazione.<strong> </strong>Ci deve essere una svolta<strong> </strong>in chi fa, per chi fa informazione. Che deve dimostrare di essere all’altezza del proprio compito, dell’intelligenza dei lettori, della complessità della realtà. <strong>Ci deve essere una svolta nelle risposte politiche</strong>. Non più ricalcate – a sinistra &#8211; su quelle della destra. O basate sui sondaggi del giorno prima, che negli anni scorsi hanno imposto il mantra della «sicurezza», intesa soltanto come «ordine pubblico».</p><p>Ci deve essere una svolta, insomma, nel pensare alla società «multiculturale». Non si tratta di trovare la pietra filosofale. Basterebbe, per cominciare, partire dalle tante elaborazioni, sperimentazioni, iniziative costruite negli anni da chi ha lavorato sul territorio. E a cui spesso urlatori, piazzisti, improvvisatori &#8211; anche a sinistra &#8211; hanno sottratto visibilità sui media, nelle istituzioni. <strong>È una voce collettiva quella che va ripresa</strong>. Una voce che leghi le tante esperienze già svolte, i tanti contenuti già discussi, negoziati, condivisi: all’interno di un progetto di lunga durata, svincolato – finalmente – dall’emergenza (altra parola a cui ci siamo, colpevolmente, assuefatti, nella mistificante retorica di questi anni). Una voce che non soltanto si opponga alla barbarie, ma che senza timore, a testa alta, si esponga. Una voce che – sui razzismi e sui leghismi – progressivamente si imponga.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/16/cittadinanza-punti-leghisti/178083/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Zingari, basta la parola</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/12/zingari-basta-parola/177037/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/12/zingari-basta-parola/177037/#comments</comments> <pubDate>Mon, 12 Dec 2011 16:39:08 +0000</pubDate> <dc:creator>Federico Faloppa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Federico Faloppa]]></category> <category><![CDATA[Giornalismo]]></category> <category><![CDATA[Incendi]]></category> <category><![CDATA[Informazione]]></category> <category><![CDATA[Razzismo]]></category> <category><![CDATA[Rom]]></category> <category><![CDATA[Torino]]></category> <category><![CDATA[Zingari]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=177037</guid> <description><![CDATA[Peccato che la domenica non esca Cronaca qui – Torino, il quotidiano più letto in città dopo La Stampa. Peccato, perché sarebbe stato interessante vedere con quali piroette il giornale – noto per le sue posizioni intransigenti sugli «zingari» &#8211; avrebbe cercato di correggere il tiro, dopo aver sparato sulla prima pagina di sabato il...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Peccato che la domenica non esca <em><strong>Cronaca qui – Torino</strong></em>, il quotidiano più letto in città dopo <em>La Stampa</em>. Peccato, perché sarebbe stato interessante vedere con quali piroette il giornale – noto per le sue posizioni intransigenti sugli <strong>«zingari»</strong> &#8211; avrebbe cercato di correggere il tiro, dopo aver sparato sulla prima pagina di sabato il titolo, a cinque colonne:<em> «Quindicenne stuprata alle Vallette. Il fratello: “Sono stati due zingari”»</em>. Con quella citazione a rafforzare – se lo dice il fratello sarà vero, perbacco! –  la perentorietà delle accuse e l’oggettività dei fatti: su cui peraltro gli autori dell’articolo (a pag. 6) non sembrano nutrire dubbio alcuno (e infatti incorporano la citazione nella loro narrazione, facendola propria: <em>«Stuprata in strada da due zingari. La vittima, una ragazza italiana ecc.»</em>).</p><p>Peccato, dicevo. Perché domenica abbiamo scoperto come sono andate realmente le cose. Ovvero, che la ragazza <a style="text-decoration: underline;" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/10/torino-stuprata-smentisce-fiaccolata-finisce-lincendio-campo/176718/" target="_blank"><strong>non è stata affatto stuprata</strong></a>: che si era inventata tutto, che gli «zingari» non c’entravano niente. E dire che sabato, a sfogliare anche l’altro quotidiano cittadino, <em>La Stampa</em>, sembrava tutto così chiaro, così acclarato: i colpevoli della violenza carnale erano senz’altro due «rom» che abitano nel «campo» della Continassa, alla periferia Nord di Torino. Una certezza fin dal titolo: <em>«Mette in fuga i due rom che violentano sua sorella»</em>, con quell’indicativo – <em>«violentano»</em> – a non lasciare spazio ad ambiguità o presunzioni di innocenza.</p><p>E invece no! La ragazza ritratta. L’accusa cade. I presunti colpevoli sono scagionati. Qualcuno – questa sì una certezza &#8211; ha preso una colossale cantonata. Tanto colossale che la redazione de <em>La Stampa</em>, per voce del suo caporedattore, ha dovuto ammettere, con un commento pubblicato sempre domenica, di essere <em>«scivolata»</em> &#8211; il giorno prima &#8211; su un <em><strong>«<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/433907/" target="_blank">titolo razzista</a></span>»</strong></em> (ovvero: <em>«Mette in fuga i due rom che violentano sua sorella»</em>; ma vale la pena di leggerla per intero, l’<em>excusatio</em>).</p><p>Fa specie leggere un’autocritica così limpida. Perché càpita raramente, nel mondo dell’informazione nostrana. Ma non fa piacere. Meglio: non procura sollievo. Sia perché non è pratica diffusa, anche quando sarebbe – come in questo caso &#8211; necessaria. Sia perché, a ripensare a tutta la vicenda, l’indignazione non smorza: semmai monta. Per alcuni semplici motivi.</p><p>Primo. A seguito di una dichiarazione menzognera (presa per buona da tutti), si è scatenata una inconcepibile <strong>violenza squadrista e razzista</strong> ai danni di un gruppo inerme di persone. Una violenza nei fatti, gravissimi (il rogo del «campo»), nelle intenzioni (a leggere le cronache di ieri si apprende che alcuni dei «manifestanti» avrebbero dato fuoco, fosse dipeso da loro, a chiunque gli fosse capitato a tiro), nelle parole d’ordine. Una violenza che mette i brividi: per ciò che è avvenuto, e ciò che sarebbe potuto succedere.</p><p>Secondo. La menzogna stessa ricalca uno schema che si ripete. Perché acquisito, <strong>culturalmente accettato</strong>, pronto all’uso. Come faccio per far credere di aver subito una violenza efferata, in mancanza di testimoni? Facile: accuso chi nell’immaginario porta lo stigma sociale più pesante, chi è stato (da sempre) additato come la causa di tutti i mali, chi nella realtà non ha modo di difendersi, di avere voce (e quindi di contraddirmi): gli «zingari». Meglio se descritti in modo stereotipato (<em>«puzzavano da morire»</em>), capace di far leva sui preconcetti di chi mi ascolta. Ricordate il delitto di Novi Ligure, dieci anni fa? Ricordate Omar ed Erika, le loro accuse agli albanesi, la ricerca collettiva di un «mostro» venuto dall’esterno, e la (con)seguente manifestazione della Lega contro gli «assassini albanesi»? Lo schema era, è simile. La menzogna attecchisce dove manca la cultura del dubbio: dove l’<em>altro</em>, l’<em>alieno</em>, l’<em>estraneo</em> ha sempre – per definizione, per «natura» – torto. E noi sempre ragione: non per la forza delle idee, per l’evidenza dei fatti, ma (spesso) soltanto per un chiuso, ossessivo, posticcio senso di «in-group», di appartenenza, di identità. In nome del quale siamo pronti alle risposte più rassicuranti. E pronti, se è il caso, anche a distorcere la realtà.</p><p>Terzo. <strong>L’iterazione dello stigma</strong>, appunto. Non è la prima volta che di fronte ad alcuni presunti crimini vengano accusati i soliti sospetti. In base non certo a riscontri, ma a leggende metropolitane, a dicerie di untori. Un esempio soltanto: le «zingare» rapitrici di bambini, che hanno affollato (e ancora affollano) le pagine di cronaca nera di giornali nazionali e locali. Anche se sappiamo – grazie ad analisi lucide come <em>La zingara rapitrice. Racconti, denunce, sentenze (1986-2007)</em>, di Sabrina Tosi Cambini – che dal dopoguerra a oggi sarebbe stato accertato un solo caso (uno solo!) di «rapimento» (e uso il condizionale perché quell’indagine, e quel processo, furono viziati – è stato evidenziato più volte &#8211; da tanti, troppi vizi di forma). Eppure la leggenda, la diceria diventa realtà oggettiva. E quindi stigma, condanna. A prescindere dai fatti. Al punto da negarli, i fatti, se non sono in linea con le supposizioni (si vedano alcuni incredibili commenti di lettori sul sito del <em>Giornale</em>).</p><p>Quarto. La colpevole leggerezza (o inconsapevolezza, per citare <em>La Stampa</em>) di chi (non) ha fatto informazione. <strong>Non ha verificato le fonti</strong>. E ha immediatamente gridato al lupo. Senza un minimo di rispetto per la parte accusata (che in uno stato di diritto dovrebbe godere della presunzione di innocenza fino a prova contraria). Di leggerezze &#8211; o direi, piuttosto, di porcherie &#8211; del genere è piena la cronaca, come documentano, <em>vox clamantis in deserto</em> ma tenacemente, i reporter di &#8220;<a href="http://www.giornalismi.info/mediarom/" target="_blank">Giornalisti contro il razzismo</a>&#8220;, o gli attivisti di &#8220;<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.cronachediordinariorazzismo.org/" target="_blank">Cronache di ordinario razzismo</a></span>&#8220;. Ebbene, sarebbe ora che i giornalisti rispettassero – anche da noi, come avviene in molti paesi europei – un serio codice deontologico. E che chi sbaglia chieda scusa (sapendo che perseverare è, comunque, diabolico). Scriva e pubblichi rettifiche, con la stessa evidenza e visibilità con cui ha appiccato l’incendio dell’infamia. Si interroghi sul proprio mestiere, e sulle sue implicazioni. Si assuma le proprie responsabilità.</p><p>Quinto. Allarma, eccome, il <strong>circolo vizioso</strong>: sempre lo stesso (lo denunciava già, in <em>Non persone</em>, Alessandro Dal Lago dodici anni fa). La costruzione del capro espiatorio. La benzina sul fuoco &#8211; non solo metaforico &#8211; razzista. L’incompetenza di chi fa informazione. La creazione di un’allarme sociale ingiustificato: rieccolo, il “framework” della sicurezza: che tutto inquadra, tutto giustifica. L’idea della «giustizia fai da te», aberrante, è bene ricordarlo, in uno stato di diritto: con parole ferme, ne ha scritto ieri Chiara Saraceno su <em>Repubblica</em>. La mancanza di voci “contro”, a partire da quella dei senza voce, i «rom»: e voglio vedere quanti pubblicheranno il duro comunicato stampa della Federazione Romanì, a condanna delle violenze di sabato. E allarmano anche i dettagli, di questa costruzione del <em>diverso</em>. Forse inconsapevoli, ma rivelatori di un certo uso del linguaggio: e di una mancanza di critica, di attenzione, di precisione. Di una certa inspiegabile pigrizia. Anche su questa testata. Dove &#8211; probabilmente per questioni di (inutile, dannosa) <em>variatio</em> stilistica <em>extracomunitario</em>, <em>rom</em> e <em>staniero</em> sono stati usati come sinonimi (è il caso di <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/10/torino-stuprata-smentisce-fiaccolata-finisce-lincendio-campo/176718/" target="_blank">questo articolo</a></span>): perché anche se italiani, o comunitari – i rom rumeni – gli «zingari» sono nel nostro immaginario sempre <em>altri</em>, estranei.</p><p>Un’ultima considerazione. Non mi interessa offrire il destro a inutili, qualunquiste discussioni in termini di «pro» o «contro» gli «zingari». Mi interessa, semmai, riflettere sui fatti (accertati). Sulla loro distorsione, colpevole o distratta: ma l’esito è drammatico comunque. Su una cattiva informazione che diventa &#8211; e alimenta &#8211; una cattiva opinione pubblica. Su <em>cliché</em> che diventano stigma, odio, violenza. Sulla necessità, in ultima analisi, di <strong>responsabilizzarsi</strong>: come operatori dell’informazione, come lettori, come cittadini. Per non cadere, sempre, nei soliti – ma evitabili &#8211; tranelli.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/12/zingari-basta-parola/177037/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La lingua batte (dove Berlusconi duole)</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/02/la-lingua-batte-dove-berlusconi-duole/89722/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/02/la-lingua-batte-dove-berlusconi-duole/89722/#comments</comments> <pubDate>Wed, 02 Feb 2011 08:40:24 +0000</pubDate> <dc:creator>Federico Faloppa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Corriere Della Sera]]></category> <category><![CDATA[Gad Lerner]]></category> <category><![CDATA[L'Infedele]]></category> <category><![CDATA[lessico]]></category> <category><![CDATA[Lettera]]></category> <category><![CDATA[Lingua]]></category> <category><![CDATA[Linguaggio]]></category> <category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category> <category><![CDATA[Vocabolario]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=89722</guid> <description><![CDATA[Un paio di giorni fa, su Unità.it, Leonardo Tondelli si è interrogato sulle più recenti scelte linguistiche di Berlusconi. A cominciare da quelle che hanno caratterizzato la recente invettiva contro Gad Lerner e L’infedele, trasmissione paragonata come è noto a un “postribolo” e condotta in modo “spregevole, turpe, ripugnante”. Si chiede Tondelli, e viene da chiedersi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Un paio di giorni fa, su <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.unita.it/culture/linguaggio-ecco-perche-silvio-br-usa-le-parole-i-postribolo-i-o-i-insufflare-i-1.269230" target="_blank">Unità.it</a></span>, Leonardo Tondelli si è interrogato sulle più recenti <strong>scelte linguistiche di Berlusconi</strong>. A cominciare da quelle che hanno caratterizzato la recente <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/25/berlusconi-a-linfedele-puntata-vergognosa-lerner-lei-e-un-cafone/88113/" target="_blank">invettiva contro Gad Lerner e <em>L’infedele</em></a></span>, trasmissione paragonata come è noto a un<em> “postribolo” </em>e condotta in modo <em>“spregevole, turpe, ripugnante”</em>.</p><p>Si chiede Tondelli, e viene da chiedersi con lui, se l’uso di quei termini, lungi dall’essere casuale, non sia invece il frutto di una scelta accurata: chi altri, infatti, direbbe oggi <strong>“postribolo”</strong> al posto di “bordello” o “casino” (e a proposito si veda il commento di Guido De Franceschi su <em><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-01-25/nella-telefonata-lerner-berlusconi-154418.shtml" target="_blank">Il Sole24Ore</a></span></em> del 25 gennaio)? E chi altri potrebbe concedersi il lusso di utilizzare, <em>“al colmo dello sdegno”</em> (cito sempre dall’articolo di Tondelli) un cultismo come <strong>“turpe”</strong>?</p><p>Da anni &#8211; è la riflessione del giornalista de <em>L’Unità</em> &#8211; chi interviene in televisione cerca di utilizzare un <strong>vocabolario il più ridotto possibile</strong>, alla portata dell’<em>audience</em> più ampia possibile. Perché le parole “difficili”, i “tecnicismi”, suonano snob, pretenziosi, perfino paternalistici. Fanno molto “politichese”. Mentre invece per bucare lo schermo bisogna parlare chiaro, come parla il “popolo”. Con un vocabolario quantitativamente selettivo, semanticamente vago (tutto è allo stesso modo “sfida”, o “emergenza”, o “responsabilità”), possibilmente anti-accademico. Con una sintassi fin troppo lineare. E per mezzo di argomentazioni apodittiche: che sembrano dimostrarsi da sole.</p><p>Eppure, è il commento di Tondelli, <em>“l’&#8217;insipida neolingua televisiva [Berlusconi] l&#8217;ha imposta a tutti, tranne che a sé stesso”</em>. Perché alla fine poi Berlusconi qualche <strong>stravaganza lessicale </strong>la inserisce sempre, nel suo eloquio. E non a caso: avendo obbligato i suoi concorrenti ad appiattire e omologare il loro stile per poterlo rincorrere, si è voluto consapevolmente smarcare, differenziare, rendere riconoscibile.</p><p>E allora, ecco il lessico <em>“al tempo stesso magniloquente e popolare dei libretti d&#8217;opera e dei romanzi d&#8217;appendice”</em> (altri esempi? <em>Insufflare</em>, ma anche <em>pannicello</em>, utilizzato nella <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.corriere.it/politica/11_gennaio_30/lettera-berlusconi-piano-bipartisan_bbdb6408-2cb6-11e0-b8e2-00144f02aabc.shtml" target="_blank">lettera al <em>Corriere della Sera</em></a></span> di un paio di giorni fa), che si mescola al celeberrimo <em>coglione</em>, all’onomatopeico <em>bunga-bunga</em>, all’informale <em>malmostoso</em> (che è un regionalismo). E che infatti <strong>fa presa</strong>, viene notato, e spesso annotato (<em>in primis</em>, dai giornalisti).</p><p>C’è una coloritura che altri non ostentano, così preoccupati di tendere a un generico – e poco credibile – italiano dell’uso medio: che dovrebbe parlare a tutti, ma che in realtà non imita (né convince) nessuno. Mentre la lingua di Berlusconi sembra paradossalmente <strong>più reale, o perlomeno realistica</strong>: perché non si attiene a un solo “registro”, ma ne sfiora diversi, proprio come fa ognuno di noi quando parla.</p><p>Ora, per uscire dal gorgo, la <strong>sinistra </strong>non dovrebbe certo studiare (e imitare) ancora una volta lo stile di Berlusconi. Intanto perché l’imitazione suonerebbe ridicola e deferente, in presenza dell’originale. E poi perché – al contrario – dovrebbe invece tornare a un <strong>linguaggio più alto</strong>, radicalmente altro. Di nuovo semanticamente denso, intellettualmente stimolante, e politicamente caratterizzato. Libero da locuzioni buone per tutte le stagioni (e per tutti i palati) come “fare squadra”, “fare sistema”, “fornire degli incentivi”, e da termini come “sinergie”, “ripresa”, “competitività”. Che, oltre a essere piatte, hanno appiattito il nostro modo di pensare su un unico modello: quello dell’azienda, come ha ricordato Gustavo Zagrebelsky nel suo pamphlet <em><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/gustavo-zagrebelsky/sulla-lingua-del-tempo-presente/978880620774" target="_blank">Sulla lingua del tempo presente</a></span></em> (a proposito, rimando all’interessante commento di Valeria Della Valle, <em><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/argomenti/numero/20110118/pagina/11/pezzo/295299/" target="_blank">Parole di plastica. Contagiati da un lessico bugiardo</a></span></em>, pubblicato su <em>Il manifesto </em>il 18 gennaio).</p><p>Un linguaggio che non abbia, come unico scopo, quello di semplificare a tutti i costi. Di creare assuefazione all’ovvio, di compiacere tutti, di illuderci che ci sia sempre una risposta (immediata, generica) per tutto. Ma che si ponga l’obiettivo di <strong>rompere gli schemi</strong>, di rovesciare punti di vista, di veicolare la complessità. Perché la politica è (dovrebbe essere) una cosa complessa: e complessi sono i temi – e le parole chiave &#8211; di cui dovrebbe farsi carico.E pazienza se ogni tanto non si capirà qualcosa. Se dovremo <strong>fare degli sforzi</strong>. Se ci sentiremo impreparati, imperfetti. Vorrà dire che torneremo a sfogliare un dizionario. Ce ne sono di ottimi, in giro. E costano meno di un telefonino.</p><p>Ps: dal prossimo post vorrei provare a interrogarmi sul significato di alcune <strong>parole chiave</strong> del linguaggio politico, nel tentativo – appunto – di articolarne un po’ la definizione. Ogni suggerimento è benvenuto.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/02/la-lingua-batte-dove-berlusconi-duole/89722/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>70</slash:comments> </item> <item><title>Lezione (di) inglese</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/22/lezione-di-inglese/73023/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/22/lezione-di-inglese/73023/#comments</comments> <pubDate>Fri, 22 Oct 2010 07:39:35 +0000</pubDate> <dc:creator>Federico Faloppa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Bill Emmott]]></category> <category><![CDATA[Economist]]></category> <category><![CDATA[Tagli Spesa Pubblica]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=73023</guid> <description><![CDATA[Benché si tratti della manovra economica più “pesante” dagli anni Venti a questa parte (roba da far rimpiangere – ironizzano i colleghi inglesi &#8211; Margareth Thatcher), i cospicui tagli alla spesa pubblica da parte del governo britannico – annunciati in parlamento mercoledì scorso dal ministro delle finanze George Osborne – in Italia non interessano quasi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong>Benché si tratti della manovra economica più “pesante” dagli anni Venti a questa parte (roba da far rimpiangere – ironizzano i colleghi inglesi &#8211; Margareth Thatcher), i <strong>cospicui tagli alla spesa pubblica</strong> da parte del governo britannico – annunciati in parlamento mercoledì scorso dal ministro delle finanze George Osborne – in Italia non interessano quasi a nessuno. Non fanno notizia. D’altronde, di tagli ne subiamo fin troppi già a casa nostra: non c’è tempo, né voglia, di preoccuparsi anche dei tagli degli altri.</p><p>Qualche commento sulla carta stampata, però, si è visto. E si è visto addirittura un editoriale. Quello pubblicato su “La Stampa” di ieri (21 ottobre), a firma di <strong>Bill Emmott</strong>, che inizia così:</p><p><em>“La scommessa è straordinaria: tagliare 500.000 posti di lavoro nel pubblico impiego, nell’ambito di un programma di radicale riduzione della spesa [...]. In più, è una scommessa affrontata con un’audacia e una determinazione che pochi si aspettavano quando il partito Conservatore di David Cameron ha fallito l’obiettivo di vincere con una maggioranza netta nelle elezioni generali britanniche di maggio&#8230;”. </em></p><p>Segue una breve analisi. E la domanda: sarà davvero messa in pratica, questo programma radicale di riduzione della spesa?</p><p>Ex editor dell’<em>Economist</em> (e anzi, fautore alcuni anni fa di un riuscito rilancio della rivista), editorialista del “Times” e divulgatore di successo, Emmott è un osservatore privilegiato – in tutti i sensi – e conosce le cifre, i numeri, per sostenere il suo ragionamento. Ma sono le parole, qui, a colpire.</p><p>Perché quei termini “<em>scommessa&#8230; straordinaria</em>” associati a “<em>tagliare 500.000 posti di lavoro</em>” lasciano perplessi. Certo, occorrerebbe capire se il testo è estrapolato o adattato da un contesto specifico (nel qual caso bisognerebbe verificare ciò che riporta l’originale), o se è stato scritto e poi tradotto espressamente – come parrebbe &#8211; per “La Stampa”, che l’ha pubblicato. Sta di fatto che <strong>c’è qualcosa che stride</strong>. Che urta, anche.</p><p>Perché, malgrado la supposta oggettività e “neutralità” del linguaggio tecnocratico, non si può accettare come un assunto che la perdita di mezzo milione di posti di lavoro sia una “<em>scommessa&#8230; straordinaria</em>”. Una scommessa tanto più fastidiosa quanto più scopertamente ipocrita: perché è chiaro che chi scommette, in questo caso, lo fa sulla pelle degli altri. E comunque, ammettiamo pure che “<em>scommessa straordinaria</em>” stia qui per “impresa difficile, fuori dall’ordinario”. Ma che razza di impresa sarà (far)<strong> licenziare 500.000 persone</strong>?</p><p>Non vale la pena, né è corretto, accanirsi contro una traduzione. Ma certo vale la pena, invece, osservare meglio il linguaggio, di questi tempi. E denunciare l’uso <strong>demistificatorio</strong> che ne viene fatto. Non solo quando si parla di politica. Dove da sempre la lingua è potere. Ma anche quando si parla di economia. Perché non sarà un caso se le parole <em>cuts</em> (tagli), <em>spending review</em> (revisione della spesa), <em>reforms</em>, campeggiano da settimane, anzi mesi, sulle pagine di tutti i giornali inglesi, sulle bocche di tutti i commentatori, a bombardare e stordire l’opinione pubblica britannica. Convincendola dell’<strong>inevitabilità di quelle parole d’ordine</strong>. E quindi dell’inevitabilità delle misure che essere anticipano, comunicano, veicolano.</p><p>Fioriscono le parole feticcio (o <em>Plastikwörter</em>, ‘parole di plastica’, secondo il linguista Uwe Pörksen). Quelle che a forza di essere ripetute sembrano spiegarsi da sé. Che non hanno bisogno di glosse, di precisazioni. I cui significati diventano tautologici (è così perché è così&#8230;). Le misure sono “fair” (giuste), ripetevano ieri (21 ottobre) i ministri della coalizione di governo, commentando il piano di Osborne. “Fair” è diventata una parola alla moda (<strong><em>buzzword</em></strong>) nella politica inglese di questi ultimi mesi. E “fairness” (equità), scriveva alcuni giorni fa Jill kirby sul “Mail on Sunday” sembra essere diventato un “universal nostrum”, un rimedio universale (ma “nostrum” è propriamente il rimedio da ciarlatani, la panacea). È equo perché è equo. Punto. Ma equo per chi? Rispetto a che cosa? In che modo? Non chiedetelo a un politico, in Gran Bretagna. Vi risponderebbe probabilmente citando David Cameron, che alla conferenza nazionale dei <em>Tories</em> di inizio ottobre ha sentenziato “<em>Fairness means giving people what they deserve – and what they deserve depends on how they behave</em>”: equità significa dare alla gente ciò che si merita – e ciò che si merita dipende da come si comporta”. Che è come dire tutto senza dire niente. Alla faccia della “fairness” (onestà).</p><p>Parole feticcio esistono e si usano anche in italiano, eccome. Si pensi a <em>rigore</em> (e a <em>mantenere il rigore</em>: ma chi lo deve mantenere? Per quanto tempo? Con quali risultati?), <em>sviluppo</em> (ma quale sviluppo? A vantaggio di chi? A danno di chi? Se lo chiedeva già <strong>Pasolini</strong>&#8230;), <em>emergenza,</em> <em>sicurezza </em>(anche nel binomio ormai fisso “emergenza sicurezza”) <em>crescita</em>, <em>modernizzazione</em>, <em>risanamento</em>, ecc. <strong>Parole ripetute come un mantra</strong>. Usate per confondere, stordire. Non certo per definire, spiegare.</p><p>Parafrasando (frettolosamente) Gramsci, verrebbe da pensare che “<em>ogni volta che affiorano, in un modo o nell’altro, questioni legate alla lingua, vuol dire che si sta imponendo una serie di altri problemi</em>”: una serie di altre questioni che hanno a che fare con nuove egemonie culturali, politiche, economiche.</p><p><em>Mutatis mutandis</em>, e fuor di (frettolosa) parafrasi, lo ha suggerito in altri termini George Mombiot sul “Guardian” di  lunedì scorso (18 ottobre): per i falchi della finanza mondiale (a partire dal “teorico” Milton Friedman, guru della ultraliberista Scuola di Chicago), e per la loro sponda politica, i conservatori (non solo quelli inglesi), le crisi economico-finanziarie non sono un problema, semmai una straordinaria opportunità. Per ridisegnare i rapporti di forza all’interno della società. Per ristrutturare, a indubbio vantaggio del “capitale”, lo stato sociale. Senza peraltro dover spiegare perché e percome: perché è ovvio che è colpa della “<strong>crisi</strong>” (altra parola feticcio, a pensarci bene).</p><p>Di questa ristrutturazione la manipolazione linguistica non è di certo la sola arma. Né la più devastante. Ma è di certo una tra le più subdole.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/22/lezione-di-inglese/73023/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>21</slash:comments> </item> <item><title>Immigrato a chi?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/11/immigrato-a-chi/71030/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/11/immigrato-a-chi/71030/#comments</comments> <pubDate>Mon, 11 Oct 2010 14:50:42 +0000</pubDate> <dc:creator>Federico Faloppa</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[Cittadinanza]]></category> <category><![CDATA[Immigrati]]></category> <category><![CDATA[Immigrazione]]></category> <category><![CDATA[Integrazione]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=71030</guid> <description><![CDATA[Ne hanno parlato molti giornali, del boom dei bambini immigrati (varianti: alunni immigrati, baby immigrati) che si sono iscritti quest’anno alle scuole italiane. Scuole elementari, soprattutto: a cominciare dalla “Carlo Pisacane” di Torpignattara, a Roma. Dove ormai l’italiano è lingua madre minoritaria. E dove l’educazione multiculturale (espressione un po’ generica ma pur sempre preferibile, in...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT"><p lang="it-IT"><p>Ne hanno parlato molti giornali, del boom dei <em>bambini immigrati</em> (varianti: <em>alunni immigrati</em>, <em>baby immigrati</em>) che si sono iscritti quest’anno alle scuole italiane. Scuole elementari, soprattutto: a cominciare dalla “Carlo Pisacane” di Torpignattara, a Roma. Dove ormai l’italiano è lingua madre minoritaria. E dove l’<strong><em>educazione multiculturale</em></strong> (espressione un po’ generica ma pur sempre preferibile, in questo contesto, a <em>integrazione</em>) non sarà una passeggiata ma non è neppure vista come un problema: semmai come una <strong>sfida pedagogica</strong>, ancor prima che sociale. Ma anche dove all’inizio di quest’anno scolastico – tanto per non creare illusioni e aspettative che stonerebbero con le politiche correnti &#8211; l’assessore del Comune di Roma Laura Marsilio si è affrettata ad affermare che i “<em>bambini figli di immigrati, anche se nati in Italia</em>”, non possono non essere considerati “<em>stranieri</em>”, perché straniere sono le culture di cui sarebbero portatori. Sono stati sempre i giornali a raccontarcelo: provocando la nostra reazione. Facendoci, ovviamente, discutere.</p><p>Eppure, a ben guardare, avremmo dovuto discutere a prescindere dalle affermazioni dell’assessore. Ci saremmo dovuti interrogare già intorno a un’altra questione. Che sembre marginale, formale, ma è invece di sostanza. La presenza – negli articoli sull’argomento &#8211; di <em>bambini immigrati</em> (o <em>alunni immigrati</em>, o <em>baby immigrati</em>). Che sarà anche un’espressione utile per attirare la nostra attenzione. Ma è scorretta (e quindi, foriera di scorretta informazione). Perché tre quarti di quei bambini, a leggere le statistiche (ad esempio, quelle fornite dalla Fondazione Agnelli di Torino) sono <strong>nati in Italia</strong>. Ovvero, immigrati non lo sono e non lo sono mai stati, se si considera l’immigrazione come un processo, una fase, un’esperienza transitoria e non come uno stigma sociale, per giunta ereditario.</p><p>Certo, alcuni giornalisti – e guardacaso, anche l’assessore in questione – hanno scritto o parlato di “<em>bambini figli di immigrati</em>”: il ché è senz’altro più veritiero. Ma non risolve la questione, e non solo da un punto di vista nominale. Perché definisce quei bambini, quei ragazzi in base allo status, alla provenienza, dei loro genitori. Come se dicessimo: in quella scuola ci sono 7 figli di avvocati, 3 di medici, 4 di artigiani. E pretendessimo che questo ci dicesse qualcosa di categorico, di ontologico su quegli alunni.</p><p lang="it-IT">Che fare, allora? Quali espressioni usare? Sarebbe meglio dire “<em>bambini di origine marocchina</em>” (ma origine di che tipo? Culturale, nazionale, o – ancor più discutibilmente &#8211; etnica?), o di genitori rumeni (e se si trattasse di coppie miste?), o di nazionalità ucraina?. Oppure “<em>immigrati di seconda generazione</em>”? O, per guardare al presente e al futuro (e non rivolti necessariamente al passato delle loro famiglie) “<em>italiani di seconda generazione</em>”? Ma chi appartiene alla “seconda generazione”: chi ha oggi 8 anni, o 15, o 25? Alcuni suggeriscono “nuovi italiani”. Ma anche qui la soluzione non sembra accontentare nessuno. A parte il fatto che occorrerebbe spiegare prima di tutto agli italiani che cosa significa essere italiani, non è detto che i cosiddetti “<strong>nuovi italiani</strong>” si sentano davvero italiani, o soltanto italiani, anche se nati in Italia. Spesso, anzi, stanno – vivono &#8211; tra due (o più) lingue e culture: cercando di prendere il meglio da entrambe. O sentendole &#8211; anche drammaticamente – confliggere.</p><p>E allora, che fare? Il problema è aperto. E i commenti – mi auguro – non mancheranno. Anche perché non si tratta di un cavillo lessicografico. Perché interrogarsi sulla denominazione, in questo caso, significa interrogarsi sul concetto di <strong>cittadinanza</strong> stessa (da concedere secondo <em>ius sanguinis</em>? O secondo lo <em>ius solis</em>? Attraverso altri criteri? Quando si cessa di essere considerati “immigrati”? O peggio, stranieri, estranei?). E sull’idea che abbiamo – se l’abbiamo – di società multi (o pluri) culturale. Formata da cittadini ‘adulti’. E non soltanto da assessori retrogradi e <em>baby immigrati</em>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/11/immigrato-a-chi/71030/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>5</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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