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	<title>Il Fatto Quotidiano &#187; Franco Bassi</title>
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		<title>Birkenau e quei bottoni di madreperla</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 09:22:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Bassi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ormai sono alcune ore che seguiamo la nostra guida polacca <strong>all’interno del campo di Birkenau</strong>. Il freddo pazzesco, quindici gradi sotto zero, ci fa lasciare scoperti soltanto gli occhi, attraverso i quali posso vedere gli sguardi sgomenti del gruppo formato dai soli adulti presenti sul “treno della memoria”, che anche quest’anno è stato organizzato dalla Fondazione Fossoli. Tutti gli altri gruppi sono composti dagli oltre seicento ragazzi, studenti delle superiori, provenienti da diverse scuole modenesi.</p>
<p>Continuiamo a ripetere, tra noi: “Ma come facevano a resistere a questo freddo?”. Noi siamo imbottiti dei migliori abiti ad alta tecnologia, mentre loro affrontavano gli inverni più freddi del secolo con un pigiama a righe, zoccoli di legno e poco altro. Eppure io avevo appena visto il documentario di <strong>Roberto Olla</strong>, “<em><a href="http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-3f97412e-e91e-4add-af79-22fe9b2ddff4.html" target="_blank">Le non persone</a></em>”, e la testimonianza di una ex deportata che spiegava benissimo come le sofferenze insopportabili non fossero quelle atmosferiche, ma le umiliazioni, le separazioni, le crudeltà gratuite.</p>
<p>Siamo proprio nel punto del campo in cui, nel documentario,<strong> Goti Bauer</strong>, deportata a Birkenau il 16 maggio 1944 insieme ai genitori e al fratello, unica sopravvissuta della famiglia, è in piedi, appoggiata al muro della baracca di fronte alla quale il dottor Mengele selezionava le persone sane, utili al lavoro, da quelle che dovevano invece proseguire il percorso per altri trecento metri, ignare che ad attenderle ci sarebbe stata non una doccia, ma una lenta morte nelle camere a gas. È in questo punto preciso che Goti Bauer, 87 anni, ha salutato la mamma per l’ultima volta. Ancora oggi l’immagine che proprio non riesce a dimenticare, non vuole dimenticare, è quella della mamma che continua a voltarsi verso di lei e la saluta con la mano cercando di nascondere lo strazio di un abbandono. Goti Bauer non ricorda il gelo: ricorda quel saluto e la terribile sofferenza della separazione.</p>
<p>Il caso vuole che esattamente in questo punto la guida, <strong>sfuggendo al protocollo</strong>, inizi a parlare con un tono diverso. E il calore delle sue parole attirano la nostra attenzione: “In questi giorni ospito a casa mia una signora. È anziana, poverina, ed è venuta a Cracovia perché vorrebbe rivedere almeno qualcuno della famiglia che l’ha accolta dopo essere stata liberata dal campo di sterminio di Birkenau, grazie all’intervento dei soldati russi. Era una bambina, allora, di cinque anni. Come molti dei bambini sopravvissuti e liberati insieme a lei, era stata curata e affidata alla Croce Rossa. I volontari, a loro volta, l’avevano consegnata a una famiglia del luogo che, come tante, aveva dato disponibilità ad accogliere i bambini, nell’attesa che la  Croce Rossa iniziasse le operazioni di ricerca dei genitori. Operazioni che &#8211; è superfluo ricordarlo &#8211; spesso risultavano vane o conducevano a risultati certamente non confortanti. La maggior parte dei genitori era morta nel lager.</p>
<p>Sua madre, invece, no: è sopravvissuta e per tre lunghissimi anni ha cercato disperatamente la figlia, senza mai rassegnarsi all’idea di averla persa per sempre&#8230; Fino al giorno della chiamata della Croce Rossa, che la informa che a Cracovia una bambina potrebbe essere sua figlia. La madre parte immediatamente e in breve tempo riesce a incontrarla. C’è un problema, però: la bimba non riconosce la madre. Anche solo alcuni mesi nel campo di Birkenau possono trasformare una persona. Il corpo è mortificato per sempre, i capelli cambiano colore, le note di gioia scompaiono definitivamente dalla voce. La mamma non si rassegna: ha portato con sé un gilet abbottonato sul davanti da <strong>cinque piccoli bottoni di madreperla</strong>. Tastare quei bottoni era sempre stato il gioco preferito di sua figlia. La prende in spalla, come faceva una volta quando piangeva, e la bimba comincia subito a toccare i bottoni, li riconosce, sorride a sua madre stringendola forte”.</p>
<p>La storia finisce e noi siamo lì, con lo sguardo a terra per nascondere le lacrime. Carlo Lucarelli, straordinario compagno di viaggio, ci aveva appena esortati a cercare, tra i milioni di volti scomparsi, una singola storia per trovare in essa il nostro punto di rottura, quello che ci avrebbe aiutati a ritenere insopportabile tutto quanto stavamo osservando attorno a noi. Io l’ho trovato lì, paradossalmente in una storia a lieto fine raccontata in una cornice di orrore.</p>
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		<title>Servizio Pubblico: mi addormento</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Nov 2011 13:51:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Bassi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Media & regime]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Santoro]]></category>
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		<description><![CDATA[Un po’ è colpa mia. Il giovedì sera è una delle mie due serate libere della settimana e patisco sempre i molti arretrati di sonno, però con Annozero ero quasi sempre rimasto sveglio fino alla fine. C’era Vauro, alla fine, ma c’era soprattutto la voglia di non darla vinta a chi avrebbe usato anche un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un po’ è colpa mia. Il giovedì sera è una delle mie due serate libere della settimana e patisco sempre i molti arretrati di sonno, però con <em><strong>Annozero</strong> </em>ero quasi sempre rimasto sveglio fino alla fine. C’era Vauro, alla fine, ma c’era soprattutto la voglia di non darla vinta a chi avrebbe usato anche un calo di audience pur di avere un motivo in più per chiudere una delle rare trasmissioni che, in Rai, parlava di temi altrimenti inascoltati.</p>
<p>Purtroppo non è servito e, come sappiamo, nei confronti di <strong>Santoro </strong>e di tutta la redazione si è messa in moto una delle più ignobili censure del regime berlusconiano.</p>
<p>Per questo, l’impegno mio e di tanti cittadini è stato immediato all’indomani della proposta di utilizzare canali alternativi per realizzare finalmente una trasmissione di informazione libera da vincoli e padroni.</p>
<p>Per Santoro, ma in particolare per <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/MTravaglio" target="_blank">Travaglio</a></span> e Vauro, io mi butterei in mare. Per quel che conta il mio appoggio, <strong>li difenderò sempre</strong> e cercherò sempre di difendere la loro possibilità di fare televisione, soprattutto all’interno delle reti pubbliche nazionali. È un nostro diritto e va tutelato.</p>
<p>Però sono davvero deluso da <em><strong><a href="http://www.serviziopubblico.it/" target="_blank">Servizio Pubblico</a></strong></em>. Mi aspettavo che Santoro, una volta libero dalle tante catene che lui stesso ci aveva raccontato di avere, finalmente avrebbe potuto mandare in onda un programma diverso. Un programma i cui protagonisti avrebbero dovuto essere persone vere, con storie reali, con i problemi che incontrano ogni giorno, ma anche con il loro modo di affrontarli, risolverli.</p>
<p>Invece ci ritroviamo lo stesso prodotto di prima, con <strong>gli stessi politici di prima</strong>, che imperversano in <em>Servizio Pubblico</em> come in qualsiasi altra trasmissione televisiva e che, dall’alto del loro vergognoso stipendio, ci spiegano come dobbiamo stare al mondo. Con l’aggravante che oggi, non essendoci più il nemico censore, viene a mancare, per noi, il principale motivo per cui prima si restava ad ascoltarli resistendo al sonno e al voltastomaco.</p>
<p>Speravo proprio che i miei dieci euro servissero almeno a evitarmi la faccia di Tosi, ma anche la faccia di Di Pietro (con tutto il rispetto) e di qualsiasi altro personaggio che &#8211; basta cambiar canale &#8211; puoi ritrovarti, magari in contemporanea, da qualunque altra parte. Ci manca solo che la prossima volta arrivi Belpietro e dopo siamo a posto!</p>
<p>E pensare che, con le due trasmissioni-evento <em><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Raiperunanotte" target="_blank">Raiperunanotte</a></span> </em>e <em><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/18/tutti-in-piedi-riguarda-levento-nei-video-de-ilfattoquotidiano-it/118953/" target="_blank">Tutti in piedi!</a></span></em> la direzione giusta sembrava essere stata tracciata&#8230; Per la prima volta, in quelle trasmissioni, avevo ascoltato <strong>operai, ragazzi, signori nessuno</strong> fare il loro comizio vero, da inc&#8230;ati autentici, con parole che potevano essere le nostre e che arrivavano alle nostre orecchie come una medicina purificatrice, senza che venissero tagliati dopo 30 secondi e senza che qualcuno, nel frattempo, inquadrasse la faccia da schiaffi di Ghedini mentre sogghignava. Non mi permetto certo di voler insegnare il mestiere a Santoro e alla sua bravissima squadra: chiedo solo di osare e di sfruttare le potenzialità e capacità di cui dispongono.</p>
<p>Poi, almeno per una volta, <strong>fregatevene dell’Auditel!</strong></p>
<p>Se sarà necessario, credo che ognuno di noi accetterà di tirar fuori altri dieci euro pur di sostenere una televisione finalmente diversa, che non ti faccia dormire perché “tanto l’hai già vista”.</p>
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		<title>Sono d’accordo con il ministro Sacconi</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Oct 2011 15:40:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Bassi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category>
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		<description><![CDATA[Detta così rischio di essere linciato, per cui è meglio che apra subito una parentesi, anzi, due. Prima parentesi: di solito io non sono mai d’accordo con Sacconi. Neanche sulle previsioni del tempo. Quando parla provo un senso di rigurgito, e la cosa, ahimè,  si ripete spesso perché in qualità di Consulente del Lavoro  sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Detta così rischio di essere linciato, per cui è meglio che apra subito una parentesi, anzi, due.</p>
<p>Prima parentesi: di solito io non sono mai d’accordo con <strong>Sacconi</strong>. Neanche sulle previsioni del tempo. Quando parla provo un senso di rigurgito, e la cosa, ahimè,  si ripete spesso perché in qualità di Consulente del Lavoro  sono costretto a sopportare i suoi comizi durante i corsi formativi on line ai quali presenzia con una puntualità sorprendente.</p>
<p>Seconda parentesi:  sono straconvinto che <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/27/misure-italiane-anti-crisi-sindacati-inferociti-sacconi-faremo-assumere-non-licenziare/166713/" target="_blank">tutte queste misure</a></span>,  di cui si sta discutendo al fine di far uscire il nostro paese dal baratro nel quale è stato cacciato, non servono assolutamente a nulla e sono utili unicamente a distruggere quel poco che resta dello stato sociale e a rinviare, di poco, il crack definitivo. Penso, in estrema sintesi, perché siamo dentro una parentesi e non la voglio far lunga, che si debba<strong> cambiare completamente</strong> il modello di sviluppo e procedere spediti verso un’altra economia basata su fattori e presupposti opposti a quelli perseguiti sino ad oggi.</p>
<p>Detto questo sono anche convinto che nel nostro paese, tra le altre cosette  da fare,  andrebbe abolito<strong> l’articolo 18</strong>. Anzi, sarebbe stato meglio abolirlo molto tempo fa,  ai tempi del referendum per  capirci.</p>
<p>Invece, sull’argomento la sinistra, e il sindacato in testa, hanno sempre avuto un atteggiamento “ideologico”, <strong>come dice oggi Sacconi</strong>, e hanno fatto dell’articolo 18 il simbolo di tutte le conquiste dei lavoratori, al punto da farlo diventare un dogma inviolabile, salvo poi calare le braghe di fronte al completo smantellamento del cosiddetto “stato sociale” e al totale sputtanamento del mercato del lavoro.<span style="text-decoration: underline;"> </span>E’ vero, in questi venti anni l’articolo 18 non è stato toccato, ma sono entrate in vigore una serie di normative, anche grazie al governo di sinistra (ad esempio i Co.co.co.) che di fatto oggi consentono alle aziende di aggirare l’ostacolo e instaurare una miriade di contratti di lavoro atipici che hanno elevato “la precarietà” a sistema.</p>
<p>Oggi, di fatto, l’assunzione con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato è una <strong>rarità</strong>.  Un’autentica mosca bianca.  Nel mio piccolo sono un testimone oculare quotidiano.<span style="text-decoration: underline;"> </span>Questo ha arrecato e arreca danni enormi a tutte le parti in gioco: imprese,  lavoratori e sistema economico.</p>
<p>Le <strong>aziende</strong> non dispongo mai di una forza lavoro &#8211; che, voglio ricordare, è la prima risorsa dell’azienda &#8211; qualificata, capace, motivata, perché per lo spauracchio dell’art. 18 (spesso alimentato ad arte,  ma anche spesso utilizzato dal sindacato come l’ unica arma per far valere i rapporti di forza con le aziende, anche quando si è trattava di difendere dipendenti indifendibili) l’azienda  evita di assumere, appena le viene data la possibilità, con contratto a tempo indeterminato.</p>
<p>I <strong>lavoratori</strong> così assunti si sentono come un funambolo in bilico sulla fune, i primi a cadere se qualcosa va storto, e affrontano il lavoro non come la definitiva soluzione del loro primario diritto costituzionale e  la realizzazione della propria personalità, ma come un disagio perenne che rende l’insicurezza uno stile di vita.</p>
<p>Il<strong> sistema economico</strong>, ma anche le normali relazioni sociali, sono state irrimediabilmente compromesse dal diffondersi della precarietà. I ragazzi non si sposano, non vanno a vivere insieme, non hanno progetti,  non fanno figli, non comprano casa, non possono neppure comprare l’auto perché le banche li guardano come appestati appena gli fan vedere la busta paga.</p>
<p>Ecco perché, in un paese normale, con una destra che fa la destra e la sinistra che fa la sinistra, in condizioni diverse dalle attuali e quindi fuori da questo contesto, nel mondo dei sogni probabilmente, quando sarà possibile tornare a parlare di politica e dell’art. 18,  io sarò uno di quelli che dirà: <em>“Ok, <strong>togliamo l’articolo 18</strong>. Lo lasciamo solo per le discriminazioni politiche e sindacali, non si sa mai”</em>.</p>
<p>I lavoratori torneranno a essere i primi  responsabili, con il loro modo di lavorare, della salvaguardia del posto di lavoro e le imprese torneranno a fare le imprese, investendo nel loro futuro prima di tutto attraverso la valorizzazione delle risorse umane, senza il terrore che un domani, dovesse andar male, siano impossibilitati a interrompere i rapporti di lavoro.</p>
<p>Nello stesso tempo, però, togliamo tutte le altre <strong>porcate</strong>, dai co.co.pro, ai contratti intermittenti, ai voucher, ai tempi determinati eterni, agli interinali, ai job sharing… non me li ricordo neanche tutti.</p>
<p>Per fortuna domani mattina ho un corso di aggiornamento e potrò ascoltare le nuove misure dalla viva voce del ministro Sacconi.</p>
<p>Cercherò di mangiar leggero.</p>
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		<title>Ridono di noi? Grazie Merkel, grazie Sarkozy</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 14:25:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Bassi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Leggo che, dopo Frattini, alcuni falsi oppositori di questo governo indecente, tipo Casini, si scagliano contro i leader di Francia e Germania per i loro ironici sorrisi rivolti all’Italia. Però non mi aspettavo di leggere analoghe dichiarazioni da parte di Pier Luigi Bersani, che candidamente afferma: “Siamo stati derisi in modo inaccettabile. Gli italiani non sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Leggo che, dopo Frattini, alcuni falsi oppositori di questo governo indecente, tipo Casini, si scagliano contro i leader di Francia e Germania per i loro <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/23/crisi-sarkozy-italia-e-grecia-siano-responsabili/165910/" target="_blank">ironici sorrisi rivolti all’Italia</a></span>. Però non mi aspettavo di leggere analoghe dichiarazioni da parte di <strong>Pier Luigi Bersani</strong>, che candidamente afferma: <em>“Siamo stati derisi in modo inaccettabile. Gli italiani non sono Berlusconi, li si deve rispettare”.</em></p>
<p>Stai un po’ a vedere che, se nel mondo intero ridono di noi, non solo per le pessime figure quotidiane che il primo ministro ci fa fare, ma anche per un’opposizione incapace di toglierselo di dosso, riuscendo quindi a far diventare incomprensibile la situazione italiana agli occhi di qualsiasi persona straniera sana di mente, è <strong>colpa loro</strong> e non nostra?!</p>
<p>È un peccato che si limitino a ridere di noi. Dovrebbero insultarci, schiaffeggiarci, umiliarci, fino a metterci quotidianamente davanti alla nostra nullità. Chissà che in questa maniera non riescano a scuoterci dal profondo sonno nel quale siamo precipitati. Dovremmo <strong>ringraziarli</strong>, anziché rimproverarli.</p>
<p>Io dico: <strong>grazie Signora Merkel</strong>, grazie tedeschi, inglesi, francesi, danesi, norvegesi, spagnoli, portoghesi, americani, cinesi, giapponesi, canadesi, brasiliani, argentini, cubani, cileni, africani&#8230; che ridete di noi sbattendoci in faccia la nostra pochezza.</p>
<p>Ho l’impressione che i millantati rigurgiti nazionalisti dei nostri politici siano solo un modo per nascondere i <strong>sensi di colpa</strong>.</p>
<p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/25/ridono-di-noi-grazie-merkel-grazie-sarkozy/166255/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
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		<title>Sotto una nuova luce</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 11:28:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Bassi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
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		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
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		<description><![CDATA[Noi apparteniamo alla generazione che, nel mitico film “Marrakech Express” di Salvatores, uno dei protagonisti descrive così: “Ma ci pensate? Noi saremo gli ultimi ad avere ricordi in bianco e nero!”. È il bianco e nero della tv, delle fotografie di quando eravamo bambini, dei nostri genitori, delle cartoline dal mare, alle quali si sono aggiunte, crescendo, quelle della nostra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Noi apparteniamo alla generazione che, nel mitico film “<strong>Marrakech Express</strong>” di <strong>Salvatores</strong>, uno dei protagonisti descrive così: “<em>Ma ci pensate? Noi saremo gli ultimi ad avere ricordi in bianco e nero!”.</em></p>
<p>È il bianco e nero della tv, delle fotografie di quando eravamo bambini, dei nostri genitori, delle cartoline dal mare, alle quali si sono aggiunte, crescendo, quelle della nostra storia recente.<br />
L’immagine dei volti in bianco e nero dei <strong>sette fratelli Cervi</strong> ci accompagna da sempre nel nostro viaggio alla riscoperta della memoria.</p>
<p><strong>Berlinguer </strong>lo ricordiamo in bianco e nero, come <strong>Sandro Pertini</strong>, e anche di <strong>Falcone e Borsellino</strong> conserviamo una gigantografia in bianco e nero. Quando siamo smarriti, e capita spesso, basta fermarsi un minuto e<br />
dare una spolverata a questi ricordi per ritrovare la bussola.</p>
<p>Sì, uno sguardo di nostalgia e, a volte, di rimpianto. Però quel voltarsi indietro è sempre stato, allo stesso tempo, una vitale spinta verso il futuro, un incitamento a non scoraggiarsi, ma anche un invito alla ricerca di nuove strade e sperimentazioni, all’applicazione di nuove tecnologie.</p>
<p>Noi, purtroppo, ci siamo ormai abituati ad associare all’idea di progresso, o meglio di sviluppo, la devastazione che hanno fatto del nostro territorio, l’insensata crescita economica basata esclusivamente sul consumo più sfrenato e sullo spreco di risorse. Ma &#8211; attenzione &#8211; questo non ha nulla a che vedere col progresso&#8230; e fa benissimo chi, come noi, ne denuncia quotidianamente gli aspetti più contraddittori.</p>
<p>Oggi la ricerca, le nuove tecnologie, il sapere, ma anche semplicemente il buon senso, ci potrebbero consentire di rendere immediatamente applicabili soluzioni che non sprecano risorse, rispettano l’ambiente e, con esso, l’uomo che lo vive.</p>
<p>Abbiamo sempre cercato, nella storia del nostro circolo (il <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.arcifuori.it/main/home.asp" target="_blank">Fuori Orario</a></span> di Taneto di Gattatico, Reggio Emilia, ndr), di mettere in pratica le teorie di cui ci siamo fatti promotori. Lo scorso anno abbiamo adottato soluzioni che hanno consentito di risparmiare l’emissione di <strong>39.000 tonnellate di CO2</strong>.</p>
<p>Quest’anno, oltre a mantenere le soluzioni applicate (piatti, bicchieri e posate in polpa di mais, soppressione delle bottiglie di vetro con prodotti sfusi, produzione di acqua calda con pannelli solari), inaugureremo il nuovo impianto fotovoltaico e un nuovissimo sistema di illuminazione che permetterà di risparmiare parecchi danni all’ambiente che ci circonda.</p>
<p>È questa la nuova luce. Quella che ci consentirà di vedere tanti nuovi colori. Quella che ci aiuterà a mettere a fuoco, a illuminare, le cose che più ci stanno a cuore. Siamo un circolo. Con i nostri mezzi cerchiamo di offrire, ai soci che ci frequentano, un divertimento fatto di musica, di cultura, di solidarietà e, perché no, di impegno politico.</p>
<p>Abbiamo l’ambizione di voler ridare ai ragazzi la speranza <strong>che sia possibile vivere in un mondo diverso</strong>, dove il lavoro sia un diritto, la legalità sia un sentimento diffuso, la mafia e la criminalità organizzata siano sconfitte, la solidarietà e l’accoglienza siano una gioia e una ricchezza, la politica sia, prima di tutto, un dovere civico e chi la rappresenta un esempio di onestà, etica e moralità, in modo che venga estirpato per sempre il cancro della corruzione e degli interessi personali.</p>
<p>Abbiamo trascorso un’estate, e sicuramente trascorreremo anche i prossimi anni, immersi in una crisi economica che è frutto di questo sistema, senza che nessun economista, nessun esperto, nessun rappresentante politico abbia posto come pre-condizione il <strong>ripristino della “legalità” nel nostro Paese.<br />
</strong><br />
Eppure sappiamo, secondo i dati della <strong>Corte dei Conti</strong>, che la corruzione ammonta a circa 60-70 miliardi di euro all’anno (almeno il doppio delle manovre finanziarie che vogliono far pagare ai lavoratori, ai pensionati, alla povera gente). La criminalità organizzata fa girare un’economia sommersa che, come minimo, è pari a quella ufficiale.</p>
<p>Intanto alla magistratura mancano i soldi per le fotocopie e alle forze dell’ordine i soldi per la benzina. Non sono barzellette: è la drammatica realtà di un Paese allo stremo delle forze.</p>
<p>Può un circolo, dedito al divertimento, che in molti scambiano, ahinoi, per una discoteca e che forse avrebbe convenienza a tacere per tentare di accontentare tutti quanti, dire queste cose?<br />
La risposta è scontata, ovviamente. Certo che può.<br />
Deve farlo.</p>
<p>Sappiamo già che dovremo scontrarci con le tante <em>filippiche</em> dei nostri avversari, perbenisti della domenica e falsi moralisti, gli stessi che inorridiscono quando sentono parlare di legalizzazione e poi vanno a braccetto con il mafioso che, attraverso il commercio di droghe, si procura i soldi per comprare anche loro (per dirne solo una e non voler infierire).</p>
<p><strong>Noi non saremmo noi se non ci impegnassimo</strong>. E i nostri ricordi in bianco e nero resterebbero solo delle fredde immagini attaccate alle pareti. Quest’anno, invece, li metteremo sotto una nuova luce, affinché possano risplendere ancora meglio, in un vortice di colori da far girare la testa.<br />
Possibilmente dalla nostra parte.</p>
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		<title>Parma brucia</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jul 2011 13:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Bassi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Devo fare una premessa. Sono reggiano. Ma gli studi, la moglie e una vita di lavoro a Parma mi hanno fatto amare e sentire questa città come “la mia città”. È una premessa doverosa perché, a uno che viene dall’altra sponda dell’Enza, non è consentito criticare o, meglio, non si usa dare ascolto quando ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Devo fare una premessa. Sono reggiano.</p>
<p>Ma gli studi, la moglie e una vita di lavoro a Parma mi hanno fatto amare e sentire questa città come “la mia città”.</p>
<p>È una premessa doverosa perché, a uno che viene dall’altra sponda dell’Enza, non è consentito criticare o, meglio, non si usa dare ascolto quando ha qualcosa da ridire. Da queste parti gli si tappa la vena ancor prima che abbia cominciato. Per non correre ulteriori rischi, ho pensato di tentare un’analisi di quanto accaduto in questi giorni a Parma citando tre autori che qui sono nati e hanno vissuto: <strong>Beppe Sebaste, Paolo Nori e Carlo Lucarelli</strong>.</p>
<p>Il primo, in uno splendido libro intitolato “<em><strong>Panchine</strong></em>”, ci ricorda come uno dei simboli della città, <strong>il monumento a Garibaldi</strong>, situato al centro dell’omonima piazza, sia stato modificato per non permettere più alle persone di potersi sedere sui gradini che lo circondavano. Era una seduta libera, molto ambita da tutti i ragazzi, che consentiva di osservare, riposare, leggere, manifestare. L’impedimento ha reso obbligatorio, per chi voglia continuare a sedersi in piazza, il doversi arrendere ai prezzi salati dei bar, a dimostrazione che:</p>
<p><em>«la panchina è l’ultimo simbolo di qualcosa che non si compra, di un modo gratuito di trascorrere il tempo e di mostrarsi in pubblico, di abitare la città e lo spazio. La panchina è un luogo di sosta, un’utopia realizzata».</em></p>
<p>A Parma, da molti anni, si è iniziato a toglierle.</p>
<p><strong>Paolo Nori</strong>, invece, nel libro “<em>Mi compro una Gilera</em>” descrive magistralmente un incontro, organizzato presso una televisione locale, nel quale la nuova Amministrazione comunale di centrodestra, che era riuscita nell’impresa di rompere la decennale tradizione di Amministrazioni “rosse” (anche se sarebbe più corretto dire “rosa”), cerca di instillare nei cittadini l’aberrante idea di costruire una metropolitana in città:</p>
<p>“… <em>qualche giorno fa, ero andato a casa di mio fratello per guardare un dibattito televisivo e a questo dibattito televisivo il sindaco ha interrotto un signore che diceva che la metropolitana, se la fanno davvero, come l’amministrazione guidata dal sindaco di Parma vorrebbe, dopo la città per dieci anni sarebbe piena di cantieri, di polvere. Ma che polvere? L’ha interrotto il sindaco di Parma. </em></p>
<p><em>Come che polvere? Ha detto quel signore, Devon fare un buco, per forza fan della polvere.</em></p>
<p><em>Ma noo, ha detto il sindaco di Parma, è un buco sottoterra, non si fa polvere.</em></p>
<p><em>Allora io, subito mi son chiesto se esistono dei buchi sopra la terra….” </em></p>
<p>Da <em>&#8220;Mi compro una Gilera&#8221;</em> di <strong>Paolo Nori</strong></p>
<p><em>«Allora si parla di soldi, di metropolitana e tutto diventa aberrante e ridicolo. Ma come si fa a dire: “</em><em>visto che ci sono i fondi facciamo la metropolitana”</em><em>. È come quel personaggio di Molière che sostiene: i nasi sono fatti per portare gli occhiali e quindi tutti dobbiamo portare gli occhiali. Visto che ci sono i fondi si fa la metropolitana e tutti devono esser convinti che se ci sono i fondi la metropolitana serve, anche in una città che si percorre in bicicletta. Questa è una condizione uguale alla deriva». </em>Intervista a Paolo Nori a <em>Repubblica </em>Parma del 19 giugno 2008<em><strong><br />
</strong></em></p>
<p>Tocca a <strong>Carlo Lucarelli</strong>. Uno scrittore che, per le cose che ha detto e scritto sulle infiltrazioni delle Mafie negli affari della città ducale, è stato “bandito” dalla città stessa e&#8230; nessun ente, se patrocinato dal Comune, può invitarlo a iniziative locali:</p>
<p><em>«È successo che a Parma un importante lavoro di edilizia sia fermo perché l’imprenditore campano che dovrebbe realizzarlo, stanco di essere taglieggiato dalla camorra &#8211; da tempo presente in città anche per altri affari con imprenditori parmigiani &#8211; si è ritirato per mettersi sotto la protezione delle forze dell’ordine. Così, una cosa che doveva essere fatta, dopo essere costata parecchio, non si fa, non funziona, non c’è. Ripeto, io sono di Parma, ci sono nato e penso a quella città con l’amore che si prova verso una madre, per cui soffro ogni volta che la sento associata a fattacci di mafia, come penso succeda a tutti quelli che vogliono bene a quella città così elegante, nobile e bella. Vale per tutte le città, naturalmente, ma Parma è la nostra, e così noi lo sentiamo di più. Per cui, i casi sono due. O facciamo come gli struzzi, infiliamo la testa per terra e facciamo finta che questo</em><em> problema non esista ma sia solo la “sparata” di qualche scrittore dalla fantasia noir. Occhio non vede, orecchio non sente, e cuore non duole. O affrontiamo il problema di petto e la mafia &#8211; in questo caso la camorra dei casalesi &#8211; dalla nostra città la cacciamo via</em><em>»</em><em>.</em></p>
<p>Ecco, questa Amministrazione, oggi per metà in galera e metà dimissionaria, con a capo un Sindaco colpito dalla sindrome di <strong>Scajola</strong>, ha pensato bene di “cacciare” via Lucarelli.</p>
<p>Adesso, però, i parmigiani sembrano essersi svegliati da un sogno di “grandeur” che impediva loro di vedere il disastro che quotidianamente cresceva davanti ai loro occhi: una periferia devastata da palazzoni in costruzione, abbandonati da imprese fallite, ipermercati e aree commerciali che, nell’accavallarsi l’una con l’altra, distruggono il suolo più fertile del mondo e obbligano alla chiusura centinaia di piccoli negozi che rappresentano il collante di una città che ha nel settore alimentare la sua vera fonte di ricchezza.</p>
<p>Oggi Parma brucia.</p>
<p>Come bruciava allora, nei <em>«giorni afosi dell’agosto dell’anno 22. </em><em>Parma</em><em>, </em><em>circondata da pianura. Pianura dove incendi attecchiscono</em><em>, incendi che portano la camicia nera&#8230; Parma salì sulle barricate e non permise ai fascisti di entrare in città». </em><em>(</em><strong>Pino Cacucci </strong>dal libro “<em>Oltretorrente</em>”<em>)</em></p>
<p><em>«</em><em>Purtroppo, molti negli apparati dei partiti di sinistra, socialisti e comunisti, non capirono l’importanza di questo tentativo e d’altra parte, padronato, agrari e Savoia avevano già deciso da che parte stare. Gli “arditi del popolo” si trovarono soli contro tutti, anche se al loro interno c’erano non solo comunisti e anarchici, ma anche cattolici, iscritti al Partito popolare, che non esitarono a prendere un fucile da caccia e mettersi dietro le barricate. Parma resta un simbolo dei barricadieri di tutti i tempi, di coloro che, per sensibilità, per dignità, di fronte alla possibilità di perdere tutto, compresa la vita stessa, non chinano la testa e agiscono di conseguenza</em><em>»</em><em>. </em><em>(</em><strong>Pino Cacucci </strong>da un’intervista su<em> “Oltretorrente”) </em></p>
<p>Per questo, noi che amiamo Parma, coltiviamo ancora speranza.</p>
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		<title>Capossela tra marinai, profeti e&#8230; compagni</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Jun 2011 12:50:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Bassi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Vinicio Capossela]]></category>

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		<description><![CDATA[È dal giorno della pubblicazione del disco Marinai, profeti e balene che mi sono ripromesso di intervistare Vinicio Capossela per il blog. Non un’intervista sul disco, che &#8211; dico subito &#8211; è l’ennesimo, imperdibile, capolavoro dell’artista, attorno al quale è stato costruito uno spettacolo dal vivo davvero entusiasmante, ma sul Capossela meno noto, quello che ho [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/06/Capossela.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-128845" title="Capossela" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/06/Capossela-199x300.jpg" alt="Vinicio Capossela e Jacopo Fo alla festa del Fatto al Circolo Fuori Orario di Gattatico" width="199" height="300" /></a>È dal giorno della pubblicazione del disco <em><strong>Marinai, profeti e balene</strong></em> che mi sono ripromesso di intervistare <strong>Vinicio Capossela </strong>per il blog. Non un’intervista sul disco, che &#8211; dico subito &#8211; è l’ennesimo, imperdibile, capolavoro dell’artista, attorno al quale è stato costruito uno <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://viniciocapossela.it/site/blogit/?page_id=326&amp;lang=it" target="_blank">spettacolo dal vivo</a></span> davvero entusiasmante, ma sul Capossela meno noto, quello che ho la fortuna di conoscere da 25 anni, da quando era solo l’amico Vinicio.</p>
<p>Il <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/29/la-festa-del-fatto-a-taneto-di-gattatico-collegamento-in-diretta-con-annozero/114593/" target="_blank">raduno del <em>Fatto Quotidiano </em>al Fuori Orario</a></span> mi ha fornito l’occasione,  per cui è bastata una telefonata per mettere in programma:  ore 24, palco centrale, Franchino intervista Vinicio Capossela. Ovviamente, da quel momento ho pensato a tutto&#8230; <strong>tranne che a prepararmi</strong> in modo adeguato all’incontro. D’altra parte &#8211; pensavo &#8211; a cosa mi devo preparare? Non ci si prepara a incontrare un fratello, lo si aspetta solo con gioia!</p>
<p>Sapevo però che la mia impreparazione non l’avrebbe rassicurato. Lui è fatto così. Se sale su un palco, anche quando lo fa in modo informale, in un luogo familiare, difficilmente lascia qualcosa al caso. In pubblico non si improvvisa! Per un istante mi sono riapparse alla memoria le volte in cui l’avevo osservato nelle interminabili ore passate a provare un giro di accordi, un nuovo arrangiamento, una correzione di bozze, la messa a punto di una scenografia&#8230;</p>
<p>La prima domanda, infatti,  è fallita inesorabilmente.</p>
<p><strong>Vinicio, come stai?</strong></p>
<p>Avrei voluto aggiungere: <em>“È finita la prima parte del tour, sei soddisfatto?”</em>. Ma lui, al <em>“come stai”</em>, mi ha interrotto e ha stravolto l’incontro: <em>“Va bene. Visto che Franchino non si è preparato nulla, facciamo che lo intervisto io”</em>.</p>
<p>Dovevo sapere che la risposta al<em> “come stai”</em>, difficile da ottenere in privato, sarebbe stata impossibile in pubblico. Una volta Paolo Nori, un comune amico, splendido scrittore, dopo aver guardato il film <em>La faccia della terra</em>, riuscì a cogliere un aspetto di Vinicio che mi sembrò particolarmente azzeccato. Paolo sottolineò come l’amore di Capossela per le maschere, il travestimento, la rappresentazione, non fosse solo il tentativo di rendere artisticamente più efficace la riuscita dei brani, ma fosse anche il modo per tenere distinto, e per certi versi preservare, <strong>l’artista dall’uomo</strong>. È questo che rende l’artista molto più libero.</p>
<p>Conosco bene la sua riluttanza a parlare di sé e la sua difficoltà a mescolarsi tra il pubblico una volta sceso dal palco (unico luogo in cui lo vedo sempre perfettamente a suo agio e dove non risparmia mai alcuna energia). Io dico che è timidezza, <strong>riserbo</strong>. Alcuni, ahimè, la scambiano per supponenza. A volte ci ridiamo su, come l’altra sera, quando, dopo un rifiuto a una foto (lui ne ha proprio la fobia), il malcapitato ha trovato l’ardire di riavvicinarlo per dirgli: “Ve’, guarda che non sei mica Bob Dylan!” (lui aveva appena finito di cantare sul palco un suo brano <em>When the ship comes in</em><em> </em>traducendone il testo  in italiano).</p>
<p>Per fortuna, la chiacchierata ci ha condotto esattamente dove volevo arrivare. L’occasione è stata una sua domanda sul perché al Fuori Orario facciamo suonare tante cover band e dopo una mia banalissima risposta,  sono riuscito a riprendere in mano la situazione e a rivolgergli la seconda domanda.</p>
<p><strong>Ma tu, quando hai preparato l’album <em>Marinai, Profeti e Balene</em>, di fronte alla tanta diffidenza che ti circondava perché ti apprestavi a ultimare un’opera complessa, certamente non da primo ascolto, con quali convinzioni hai potuto mantenere intatti i tuoi intendimenti iniziali?<br />
</strong>In effetti, questo disco è nato fra molti scetticismi. Notavo qualche incertezza soprattutto tra gli addetti ai lavori nel mercato della produzione e della distribuzione, ma anche tra i più stretti collaboratori. Oggi sono qui a constatare che da sei settimane il disco è costantemente nei primissimi posti degli album più venduti. Non è mai stata una mia fissazione quella di scalare le classifiche, ma in questo caso il risultato è stato sorprendente per molti. Ciò è indicativo di come spesso si sottovaluti il pubblico preferendo offrirgli prodotti banali, a volte di scarsa qualità e comunque di immediata lettura, perché si pensa che la gente si aspetti questo. Non è così! O meglio, non è solo così.<br />
È vero che il mio disco è il frutto di un lavoro di ricerca attorno a classici della letteratura, opere epiche, figure mitologiche, ma è altrettanto vero che questi capolavori appartengono alla nostra cultura, al nostro patrimonio genetico, e i drammi o le passioni in essi rappresentati sono in fondo la raffigurazione dei grandi interrogativi che l’uomo si pone da sempre nel vivere quotidiano. Il pubblico e i cittadini sono molto più maturi di quello che spesso si è portati a immaginare. Provate solo a pensare a quanto è capitato nei giorni scorsi. Veniamo da giornate entusiasmanti e inaspettate. Forse è la dimostrazione di come la società civile sia almeno due o tre passi più avanti delle sue abituali rappresentanze politiche. Nessun politologo aveva previsto il risultato elettorale, eppure i cittadini si sono dimostrati capaci di saper scegliere, di saper distinguere, di voler un radicale cambiamento.</p>
<p><strong>A proposito, ti ho visto festeggiare la vittoria di Pisapia sul palco di piazza Duomo a Milano, tua città d’adozione&#8230;<br />
</strong>Ero a festeggiare come tanti cittadini, ero vicino al palco e mi hanno invitato a salire. Sicuramente è stata una gran bella vittoria e a Milano, dopo tanti anni, si respira un’aria diversa. Mi pare che sia riaffiorata la speranza.</p>
<p><strong>Non è un caso che tu sia presente alla Festa per la Costituzione del <em>Fatto</em>. Sei intervenuto varie volte alla Festa del 25 aprile, a Casa Cervi, e spesso ti ho visto in prima linea in battaglie importanti come quella contro la costruzione di una discarica nella piana del Formicoso ad Andretta, oppure a Trieste, dove insieme a Paolo Rumiz sei stato tra i protagonisti di un’importante manifestazione a difesa delle panchine che un’Amministrazione miope aveva tolto da molte piazze della città. Inoltre ti ho visto sul palco per Emergency, e invitare  <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Enzo_Del_Re" target="_blank">Enzo Del Re</a></span> (grazie, Enzo, per tutto quel che hai fatto prima di lasciarci!), al concerto del Primo Maggio a Roma&#8230;<br />
</strong>Sì, è vero. Ho partecipato a queste manifestazioni, ovvie prese di posizione su argomenti che non dovrebbero neppure essere oggetto di discussione. Siamo costretti a difendere anche diritti sacrosanti, come l’importanza dell’integrità ambientale  di un territorio, che in questo ha la sua maggiore risorsa, i diritti sanciti dalla Costituzione e i valori della Resistenza. La cosa più naturale sarebbe  parteciparvi da normale cittadino, come fate voi, perché siamo uniti da un comune sentire e siamo mossi dalla stessa volontà. Invece, troppo spesso si devono utilizzare volti noti per dare risonanza a questioni che altrimenti passerebbero inosservate. Gli eventi che hai citato sono importanti in sé, non perché vi aderiscano Vinicio Capossela o altri, e ci sono persone molto preparate che dedicano la vita a questo, eppure non basta, c’è bisogno della risonanza mediatica, non basta il buon senso. Il mio timore, nel parteciparvi, è proprio quello che, una volta usciti di scena, si spengano i riflettori e nessuno più ne parli.</p>
<p>Il tempo a disposizione per l’intervista è volato via, nel pochissimo che ci resta ci presentiamo a vicenda alcuni tra i nostri “peggiori amici”, come lui ama definirli, e dopo aver accompagnato <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=U9AmUa56iPw" target="_blank">Cinaski</a></span></strong> durante la lettura di un suo racconto,  dedica a tutta la combriccola del Chiavicone una splendida versione di <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.youtube.com/watch?v=ZL1acFz64ZY" target="_blank"><em>In Clandestinità</em></a></span></strong>, <em>“dove mister Pall incontra mister Mall in tutta libertà dalla clandestinità”</em>.</p>
<p>Al mitico  Vittorio Bonetti,  l’ingrato compito di mettere la parola fine a una nottata in cui, dopo tanto tempo, Vinicio e io riusciamo ad uscire insieme e insieme ci gustiamo i rumori e le luci del mattino.</p>
<p><em>“Ci vediamo domani, caro. Prepara il salame!”</em>.</p>
<p>È stato il suo modo di salutarmi e io non ho più avuto bisogno di chiedergli:<em> “Come stai?”</em>.</p>
<p><em>Nella foto di Luca Rossi, Vinicio Capossela e <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/JFo" target="_blank">Jacopo Fo</a></span> alla festa del </em>Fatto <em>al Circolo Fuori Orario di Gattatico (Reggio Emilia). Per ingrandire <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/06/Capossela.jpg" target="_blank">clicca qui</a></span></em></p>
<p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/28/marinai-profeti-e-compagni-intervista-a-capossela/128831/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
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		<title>Noi vogliamo Roberto Saviano</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jun 2011 15:55:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Bassi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Com’era facilmente prevedibile, all’indomani della vittoria nei referendum una schiera di politici “bolliti” &#8211; così li definirebbe Marco Travaglio &#8211; hanno iniziato subito a mettere il cappello sui meriti di questo straordinario risultato. I meno citati, i meno intervistati, i meno coinvolti nei dibattiti televisivi sono stati, naturalmente, i veri protagonisti della vittoria: i tantissimi cittadini [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Com’era facilmente prevedibile, all’indomani della vittoria nei <strong>referendum </strong>una schiera di politici “bolliti” &#8211; così li definirebbe Marco Travaglio &#8211; hanno iniziato subito a mettere il cappello sui meriti di questo straordinario risultato. I meno citati, i meno intervistati, i meno coinvolti nei dibattiti televisivi sono stati, naturalmente, i veri protagonisti della vittoria: i tantissimi cittadini che, attraverso i più svariati comitati, associazioni e gruppi di lavoro, si battono da tempi non sospetti per il diritto all’acqua pubblica, per la produzione di energia pulita e per una giustizia uguale per tutti.</p>
<p>Tra questi &#8211; lasciatemelo dire &#8211; includo anche il circolo Arci <strong>Fuori Orario</strong>, che da anni conduce una forte campagna promozionale a favore del risparmio idrico, della valorizzazione delle acque dell’acquedotto, del boicottaggio delle bottigliette di plastica, del risparmio energetico. Lo dico perché tutti noi ne siamo veramente fieri ed è doveroso ringraziare le migliaia di ragazzi che, frequentandoci con assiduità, hanno permesso di far conoscere a tanti altri le nostre proposte.</p>
<p>Oggi questo meraviglioso movimento di cittadini, che ha saputo affermarsi attraverso il referendum ed è stato il determinante protagonista anche delle ultime elezioni amministrative, ha dimostrato di sapersi muovere con una nuova<strong> autonomia rispetto ai tradizionali partiti</strong> di riferimento e di essere almeno due o tre passi avanti a essi. I cittadini sono stati gli anticipatori di tematiche “sconosciute” nel mondo della politica tradizionale e sono stati anche capaci di mantenere quell’autonomia necessaria per non farsi risucchiare all’interno delle soffocanti logiche partitocratiche (che spesso sono logiche di interesse).</p>
<p>Adesso sarebbe un vero spreco lasciare che tutte queste “potenzialità” tornino a rioccuparsi delle pur nobili battaglie civili alle quali sembriamo relegati. Ho letto che alcuni comitati stanno pensando di raccogliere firme per un referendum che abroghi l’attuale legge elettorale. E altri lo stanno facendo per togliere i rimborsi elettorali. Azioni sacrosante, certo, ma io credo che siano insufficienti e che possano limitare il nostro ruolo a quanto in realtà ci è consentito fare, cioè le cose di <strong>bassa manovalanza</strong>, perché tanto poi le cose che contano davvero le decidono  “altrove”.</p>
<p>Ritengo che sia arrivato il momento giusto affinché tutti i soggetti, associazioni, movimenti, comitati di cittadini, gruppi di lavoro, si diano un obiettivo molto più ambizioso: dobbiamo individuare un nostro <strong>candidato premier</strong> e costringere i partiti che più ci sono vicini a dover confluire su di lui.</p>
<p><em>“Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci”. </em>Succederà così, com’è successo con i referendum.</p>
<p>Noi il nome da proporre lo abbiamo già ed è il miglior candidato che la società civile possa esprimere. È il candidato che può vincere oggi, domani o anche fra due anni.</p>
<p>Si chiama <strong>Roberto Saviano</strong>.</p>
<p>Noi vogliamo Roberto Saviano!</p>
<p>Abbiamo anche il programma. O meglio,<em> “<span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/14/un-solo-programma-la-costituzione/111085/" target="_blank">un solo programma: la Costituzione</a></span>”</em>.</p>
<p>I primi a montar su saranno i ragazzi del Movimento 5 Stelle, poi Di Pietro, quindi Vendola e alla fine, inevitabilmente, dovrà farlo anche il Pd, perché noi nel frattempo saremo così tanti e il nostro sogno sarà così grande&#8230; che nessuno potrà impedirci di realizzarlo.</p>
<p>Postiamo su Facebook, scriviamolo a tutti i nostri amici, cominciamo a tessere quella rete di consenso che, di giorno in giorno, porterà Roberto Saviano a diventare il primo ninistro del nostro Paese.</p>
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		<title>La Lega annega</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 18:18:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Bassi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È stato sintomatico, oltre che molto istruttivo, guardare ieri le immagini televisive dell’incontro ad Arcore tra i vertici della Lega e il loro padrone e poi, come una naturale sequenza, i disastri causati dall’alluvione in molte aree del Veneto. Un disastro sottovalutato, oscurato ad arte, che ha, se non altro, il pregio di sbattere in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">È stato sintomatico, oltre che molto istruttivo, guardare ieri le immagini televisive dell’incontro ad <strong>Arcore </strong>tra i vertici della <strong>Lega </strong>e il loro padrone e poi, come una naturale sequenza, i disastri causati dall’alluvione in molte aree del <strong>Veneto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un disastro sottovalutato, oscurato ad arte, che ha, se non altro, il pregio di sbattere in faccia ai veneti l’amara realtà di quanto le bugie abbiano le gambe corte.</p>
<p style="text-align: justify;">È stato imbarazzante ascoltare le grida dei tanti cittadini in ginocchio di fronte all’ennesima emergenza ambientale, causata da una terra che si ribella alla scelleratezza con la quale continuiamo a gestire il territorio, ma è stato altrettanto imbarazzante sentire le parole di una classe politica, <strong>l’ex ministro Zaia</strong> in testa, che invoca l’aiuto e le risorse dello Stato per risolvere la drammatica situazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma cosa urla &#8211; mi sono detto &#8211; gli basterebbe chiamare al telefono i suoi colleghi di partito che da 18 anni siedono a Roma, dov’è stato anche lui fino all’altro giorno, e chiedere loro perché, di fronte a un evento così catastrofico che ha colpito buona parte dell’amata Padania, siano rimasti ancora una volta seduti a tavola, intenti a ribadire la loro piena fiducia al governo.</p>
<p style="text-align: justify;">Loro, sempre solerti a correre davanti alle telecamere con tanto di cravatta o fazzolettino verde quando c’è da eleggere la miss di turno e sempre pronti a raccogliere un po’ di acqua sorgiva in ampolle, dov’erano nei giorni in cui Padova, Vicenza e tutto il circondario andavano sott’acqua? E sì che lì ce n’era di acqua!</p>
<p style="text-align: justify;">Però, al di là di questa amara constatazione, ennesima riprova di quanto siano falsi coloro che, pur governando da anni questo Paese, tentano ogni giorno di far credere che non c’entrano nulla, quello che mi ha veramente fatto sorridere è stata l’idea dello sciopero fiscale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma allora &#8211; mi sono chiesto &#8211; non abbiamo lo sbandierato federalismo in Italia?</p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno sì&#8230; e l’altro pure, il quotidiano «la Padania» titola che «Abbiamo il federalismo!» oppure «Ce l’abbiamo fatta, il federalismo c’è!». Beh, di fronte a questa convinzione, che alberga nella testa di tanti fedeli seguaci, mi domando: che bisogno c’è di chiedere aiuto a Roma?</p>
<p style="text-align: justify;">Le casse dei Comuni, delle Province e della Regione Veneto dovrebbero già essere piene dei tributi pagati dai loro cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è così?</p>
<p style="text-align: justify;">Ma dai&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Sta’ a vedere che adesso dovranno raccontare la verità e dire che, da quando <strong>la Lega è al governo</strong>, le casse delle amministrazioni locali sono state letteralmente svuotate proprio mentre fior di miliardi venivano mangiati dall’allegra compagine governativa per grandi opere inutili e devastanti oppure per sostenere i divertimenti dei tanti corrotti e corruttori, col capo della Protezione civile in testa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dov’era Bertolaso in questi giorni? Stava andando in pensione? </strong>Ma poverino&#8230; chissà che dispiacere aver messo da parte tutti quei milioni di euro che adesso gli servono per comprare un bel vigneto (in Veneto) e «sgodazzarsela» alla faccia dei vicini di casa!</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi due decenni abbiamo visto il peggio di quanto una democrazia possa sopportare, eppure la Lega ha sempre fatto finta di non vedere nulla, ha sempre protetto il finanziatore, gli ha sempre parato il culo anche nelle situazioni più indecenti e insostenibili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È ora che questi leader in verde comincino davvero a vergognarsi!</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ed è giusto che si vergognino davanti alle montagne di fango e acqua che hanno sepolto definitivamente, per fortuna, anche l’illusione di un popolo di aver trovato una classe politica degna di questo nome.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultimo espediente è stato quello di raccontare che il federalismo arriverà a Natale.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non oscurassero perfino i loro siti, potrebbero venire a sapere che il tempo delle favole è finito.</p>
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		<title>Tra la Via Emilia e il West</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Oct 2010 07:10:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Bassi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente & Veleni]]></category>
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		<description><![CDATA[Per chi non abita dalle nostre parti, vale la pena ricordare che il mio paese è attraversato da: - Via Emilia; - Ferrovia Milano-Bologna; - Autostrada A1; - Linea ferroviaria Alta Velocità. Questi importanti assi viari sono inseriti in una delle aree più industrializzate, e di conseguenza cementificate, di tutto il territorio nazionale. Non vi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per chi non abita dalle nostre parti, vale la pena ricordare che il mio paese è attraversato da:</p>
<p>- Via Emilia;<br />
- Ferrovia Milano-Bologna;<br />
- Autostrada A1;<br />
- Linea ferroviaria Alta Velocità.</p>
<p>Questi importanti assi viari sono inseriti in una delle aree più industrializzate, e di conseguenza <strong>cementificate</strong>, di tutto il territorio nazionale. Non vi sorprenda quindi il fatto che, vista dal satellite, <strong>l’Emilia Romagna</strong> risulta essere una delle aree più inquinate del pianeta.</p>
<p>Questi brevissimi dati di partenza dovrebbero imporre, a chiunque sia chiamato ad amministrare le nostre terre, perlomeno un poco di prudenza nel progettare interventi che possano compromettere ulteriormente lo stato già precario, per non dire di peggio, del nostro ecosistema.</p>
<p><strong>Sottovalutando drammaticamente questi aspetti</strong>, invece, è all’ordine del giorno, ormai da alcuni anni, la realizzazione di un tratto stradale denominato Via Emilia Bis che, correndo parallelamente a quello esistente, sarebbe in grado di risolvere &#8211; secondo i promotori &#8211; buona parte dei problemi legati al traffico di auto e di mezzi pesanti che attualmente ingorga la “storica” Via Emilia.</p>
<p>In pochi, pochissimi a dir la verità, ci stiamo battendo affinché le province di Parma e Reggio Emilia, oltre ai comuni limitrofi alla Via Emilia, desistano da questo progetto che sembra riscuotere anche il consenso della maggioranza dei cittadini.</p>
<p>Nessuno degli amministratori provinciali o regionali, che più di ogni altro si occupano della questione, pare essersi preoccupato di esaminare attentamente la tipologia di traffico che ingorga quotidianamente la Via Emilia e, soprattutto, di verificare se esistono possibili <strong>forme alternative di mobilità</strong>, meno costose, meno inquinanti, più rapide e più convenienti per gli utenti.</p>
<p>Io ero ancora ventenne (oggi ho quasi cinquant’anni) quando ascoltavo gli amministratori locali che, per convincerci della necessità di costruire l’Alta Velocità, ci spiegavano che poi l’attuale linea ferroviaria Milano-Bologna si sarebbe trasformata in “<strong>metropolitana di superficie</strong>”.</p>
<p>Anche per questo motivo, molti cittadini si sono convinti della necessità dell’opera. Nel frattempo l’opera è costata almeno 20 volte di più di quanto preventivato, non è ancora finita dopo trent’anni, la ferrovia storica ha subìto ogni sorta di tagli di risorse e gli abitanti <strong>continuano a viaggiare in auto</strong>.</p>
<p>Voi che leggete, dovete sapere che lungo l’asse storico della ferrovia Milano-Bologna sono insediate le più grosse aree industriali e commerciali della nostra zona: la Bellarosa, l’Ex Salamini, Corte Tegge, l’area di San Pancrazio, solo per citarne alcune tra le più note. Sono aree che occupano migliaia di lavoratori che, ogni giorno, non hanno altro mezzo a disposizione, al di là dell’auto, per raggiungere il proprio luogo di lavoro.</p>
<p>Basterebbe costruire delle stazioni di fermata (a New York ce ne sono diverse in superficie, fatte in assoluta economia, e quindi non è certo necessario erigere delle “cattedrali”) all’interno di queste aree industriali per ottenere immediatamente una <strong>riduzione drastica del traffico stradale</strong>, che per almeno il 60% è formato da pendolari che lavorano lungo l’asse della Milano-Bologna.</p>
<p>Basterebbe far percorrere ai treni tratte più brevi e molto più frequenti, per consentire a tutti di recarsi al lavoro guadagnando tempo e risparmiando in soldi e salute.</p>
<p>Spiegatemi perché un treno deve obbligatoriamente andare da Milano a Bologna. Non è possibile fare da Milano a Piacenza avanti e indietro? E poi da Piacenza a Reggio avanti e indietro, e ancora da Reggio a Bologna avanti e indietro, con tante fermate in più intermedie?</p>
<p>Se un utente vuole farsi la tratta intera, prende l’Alta Velocità, oppure va in aereo, oppure scende nelle stazioni di cambio. È davvero così complicato?</p>
<p>Si preferisce, invece, investire non so quanti miliardi di euro in un progetto di cui, come al solito, non si riesce a vedere la fine, puntando ancora una volta sull’auto quale mezzo di locomozione, senza curarsi delle conseguenze irrimediabili che i nostri figli dovranno subire a causa della miopia di una classe dirigente sempre più preoccupata a <strong>conservare il consenso</strong> nel breve periodo di una legislatura e sempre meno occupata a progettare un futuro possibile per il nostro Paese.</p>
<p>Sapete perché oggi vi racconto questo?</p>
<p>Perché ieri ho avuto l’ennesima prova di come alcune <strong>cose sensate</strong> possano davvero funzionare.</p>
<p>Dopo tanti anni in cui la stazione ferroviaria di Sant’Ilario d’Enza sembrava destinata a un’inesorabile chiusura, così com’è accaduto a molte stazioncine di piccoli paesi, ieri ho contato, alle 8 del mattino, almeno 50 persone che hanno preso il mezzo per recarsi a Reggio, Modena o Bologna, grazie a un lungimirante, benché minimo, intervento della Regione Emilia-Romagna che ha moltiplicato le fermate dei treni (più o meno una ogni ora).</p>
<p>Già mi era capitato nelle scorse settimane di usufruire di altre corse, in altri orari: in tutte ho notato una buona affluenza di studenti e lavoratori.</p>
<p>Prima era il deserto. D’altra parte c’erano un treno alle 6 di mattina e l’altro alle 13&#8230;</p>
<p>Figuratevi il <strong>potenziale</strong> che avrebbe una linea del genere se solo si fermasse, con maggior frequenza, nelle aree che vi dicevo! In pochi minuti si arriverebbe dappertutto, senza code, senza stress e senza l’onere economico e ambientale della benzina.</p>
<p>Tra l’altro, considerati i tempi di crisi che stiamo attraversando, nessuno può realisticamente pensare che la realizzazione della Via Emilia Bis possa concretizzarsi prima di 15 anni.</p>
<p>Se c’è qualcuno, magari un abitante delle mie parti, che vuole farmi conoscere un aspetto positivo della vicenda, io sono qui, pronto anche a ricredermi&#8230;Vi prego, però, di non venirmi a dire che così ci togliamo il traffico dal <strong>centro dei paesi</strong>. Con quel che stanno costruendo i comuni a ridosso delle tangenziali, fra qualche anno (non fra 15) queste nuove strade saranno già in mezzo a centri abitati e quei cittadini che si troveranno la Via Emilia Bis sotto il balcone di casa avranno lo stesso diritto di chiedere un’altra strada più lontana da loro.</p>
<p>Io allora sarò sottoterra, ma nel frattempo, cari Amministratori, Presidenti e Assessori, siamo certi che non vi sia altra “strada” da percorrere per evitare di distruggere quel poco che ci è rimasto e per permettere che almeno i fiori sulle tombe non appassiscano nel giro di poche ore?</p>
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		<title>Compagni del Pd, ribelliamoci</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Oct 2010 16:01:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Bassi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>A volte mi capita. Da tre giorni ho addosso un nervoso&#8230; che faccio fatica anche a dormire.</p>
<p>È vero che nella scorsa settimana sono stato un po’ preso da mille cose, ma quando sabato pomeriggio mi sono messo a guardare su <strong>RaiNews24</strong> la diretta della manifestazione di Roma indetta dalla <strong>Fiom Cgil</strong>, mi sarei aspettato di tutto tranne che ascoltare che il <strong>Partito democratico</strong>, il mio partito, non ha aderito alla giornata di protesta.</p>
<p>E la cosa più sconfortante è che l’ho dovuto apprendere dalla voce di <strong>Enrico Letta</strong> mentre partecipava a <strong>Cernobbio</strong> al solito convegno di industriali (insieme al genio <strong>Tremonti</strong>), con parole che quasi per nulla si distinguevano da quelle del Ministro <strong>Sacconi</strong> e del suo amico <strong>Casini</strong>, ascoltate poco prima.</p>
<p>Mi è venuto un nervoso che avrei sputato sul televisore, se mia moglie non fosse stata lì a guardarmi.</p>
<p>Io non voglio star qui a sottolineare le ragioni che hanno spinto la Fiom Cgil a indire la manifestazione nazionale &#8211; le conoscete tutti &#8211; e non c’è neppure bisogno di rimarcare quanto sia necessario oggi far sentire la vicinanza del Partito democratico a tutti quei lavoratori, disoccupati, precari, che stanno pagando a caro prezzo il costo di una crisi che, nonostante il Governo si affanni a farci credere che sia caduta dal cielo, non è altro che il frutto di una politica capitalistica spudorata e senza scrupoli. Chi dirige il nostro Paese ha avuto un ruolo di primaria importanza sia nel determinare la crisi che nel non fare nulla poi per tentare di arginarla.</p>
<p>Quel mondo che è sceso in piazza a Roma è stato storicamente il <strong>punto di riferimento</strong> del mio partito, che una volta si chiamava <strong>Pci</strong>, e non trovo alcun motivo convincente affinché oggi non continui a esserlo, tanto più ora che il segretario <strong>Bersani</strong> non perde occasione in tv per dire che il tema del lavoro deve essere portato al centro dell’attenzione!</p>
<p>Caro segretario, quando avrà finito di rimboccarsi le maniche, sappia che potrebbe anche sporcarsi le mani e cominciare davvero a essere vicino a quegli operai che dice di avere tanto a cuore. Loro c’erano a Roma! Lei dov’era?</p>
<p>Gli operai, i disoccupati, i precari, i poveri di questo Paese non sono dei soggetti utili a essere presi in considerazione solo quando una telecamera li inquadra sul tetto di una fabbrica. La difesa dei loro diritti è una delle principali ragioni per le quali abbiamo deciso di fare politica e per le quali abbiamo lottato per anni. Devo ricordarglielo io? E i compagni iscritti al partito, i pochi rimasti, non sono solo il serbatoio di voti da andare a salutare, quando va bene, una volta ogni cinque anni per dare un contentino. Noi rappresentiamo quel poco di senso che al partito è rimasto per essere considerato ancora tale.</p>
<p>Voi avete <strong>il dovere di ascoltarci</strong>.</p>
<p>Voi dirigenti, che ogni mattina vi svegliate convinti di avere la verità in tasca e andate a sventolarla al primo giornalista che passa, sappiate che l’esercizio della democrazia è una cosa faticosa, che va praticata quotidianamente, e le decisioni devono essere assunte collegialmente e poi difese sempre collegialmente.</p>
<p>Com’è possibile che, in un momento così drammatico per il Paese, il nostro partito non abbia mai riunito la  <strong>Direzione Nazionale</strong>?</p>
<p>Aderire o meno alla manifestazione di Roma e discutere dei temi che essa poneva al centro dell’attenzione, non erano argomenti sui quali valeva la pena riunirsi? O dobbiamo già dare per scontato che ogni questione davvero importante non vedrà mai il partito prendere una posizione precisa, perché ci sarà sempre un motivo “superiore” che ci impone di non dar dispiacere al nostro futuro alleato?</p>
<p>A forza di cercare alleati dall’altra parte, stiamo diventando giorno dopo giorno “l’altra parte”. In questi tre giorni mi è venuta la tentazione di restituire la tessera almeno una decina di volte. Ma non voglio darvela vinta. Continuo a sostenere che siate voi a tradire il partito ogni giorno, mancando di rispetto ai tanti compagni che ancora resistono nella speranza che rinsaviate.</p>
<p>È per questo che chiedo, a tutti i compagni che la pensano come me, un <strong>atto di ribellione</strong> (compagni, non amici: gli amici sono quelli con cui vado al cinema la domenica o a pranzo la sera; i compagni, invece, sono coloro che condividono lotte, aspirazioni, ideali&#8230;). Una lettera, un fax, una telefonata o anche un commento a questo blog.</p>
<p>Probabilmente il Pd non leggerà mai queste testimonianze e forse non gli arriveranno nemmeno. In tanti anni di lavoro nella programmazione del circolo al quale appartengo, non sono mai riuscito a chiamare un dirigente di primo piano del mio partito. È passato il meglio della cultura, del giornalismo, della magistratura, del mondo dello spettacolo. Ma un dirigente del mio partito mai, in 18 anni, e questo la dice lunga sulla distanza che c’è tra noi e loro.</p>
<p>Le testimonianze, però, serviranno a me, se non altro per sentirmi meno solo nel partito che abbiamo creduto essere nostro.</p>
<p><a href="http://www.partitodemocratico.it/servizi/inviamail/?to=6C5118C5-6F21-4AEE-9809-1E269C976F2F   " target="_blank"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Questo</strong></span></a> è l’unico indirizzo trovato per inviare un messaggio.</p>
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		<title>Berlinguer ti voglio bene</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Oct 2010 10:42:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Bassi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sabato sera al circolo è successa una cosa che, secondo me, merita di essere raccontata. Sono entrato di corsa, come sempre, perché ogni volta mi sembra di essere in ritardo, però ho fatto in tempo ad accorgermi che uno dei collaboratori, addetto all’ingresso, indossava una maglietta su cui era stampata la foto di Roberto Benigni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato sera al circolo è successa una cosa che, secondo me, merita di essere raccontata.</p>
<p>Sono entrato di corsa, come sempre, perché ogni volta mi sembra di essere in ritardo, però ho fatto in tempo ad accorgermi che uno dei collaboratori, addetto all’ingresso, indossava una maglietta su cui era stampata la foto di <strong>Roberto Benigni</strong> con in braccio <strong>Enrico Berlinguer</strong>.</p>
<p>Sono tornato indietro, gli ho dato una pacca sulle spalle e gli ho detto: “<em>Che bella, Miccu, dove l’hai trovata? Dai, dai, cercane una anche per me!</em>”.</p>
<p>È la famosa foto scattata alla <strong>Festa Nazionale dell’Unità</strong> di <strong>Reggio Emilia</strong> il 18 settembre del <strong>1983</strong>, prima del comizio di chiusura.</p>
<p>Quel giorno eravamo in tantissimi. C’è chi parla di 500mila persone, altri addirittura di un milione. Così tanti io, comunque, non li ho mai visti tutti insieme! Noi della <strong>Fgci</strong> di Taneto eravamo al gran completo e quella domenica pomeriggio avevamo disertato i servizi per andare ad ascoltare il nostro segretario.</p>
<p>Insomma, una bella emozione rivedere quella foto, peraltro molto nota.</p>
<p>O meglio, pensavo io che fosse molto nota&#8230; fino a quando, al termine della serata di sabato al Fuori Orario, nell’attesa che tutti finissero di sistemare le ultime cose per poi avvicinarsi al bancone centrale dove siamo soliti ritrovarci per un brindisi e un saluto, non so come mi sia venuto in mente, ma accanto a me ho chiamato Miccu e ai ragazzi che man mano si approssimavano ho cominciato a chiedere se conoscessero i due rappresentati sulla maglietta.</p>
<p>Alcuni, cinque o sei, hanno saputo riconoscere Roberto Benigni; nessuno, ripeto nessuno su almeno 40 interpellati (tutti giovani dai 20 ai 30 anni), ha riconosciuto Enrico Berlinguer. In diversi mi hanno anche chiesto, dopo: “<em>Ma chi è Enrico Berlinguer?</em>”.</p>
<p>Oh mamma mia, peggior finale di serata non potevo ottenere&#8230;</p>
<p>Sì, perché uno si può anche immaginare che in un Paese dove si preferisce commemorare con tutti gli onori i latitanti come <strong>Bettino Craxi</strong> o dove i mafiosi vengono definiti eroi, un personaggio come Enrico Berlinguer, così lontano dai normali canali di informazione, possa essere dimenticato&#8230;</p>
<p>Sì, perché uno si può anche immaginare i danni che produce una scuola che <strong>non educa alla memoria</strong>, che non stimola i ragazzi alla lettura di libri, giornali, ad approfondire le proprie conoscenze dei fatti e&#8230; chi più ne ha, più ne metta.</p>
<p>Uno si può anche immaginare cosa potrebbe produrre un comportamento, tanto diffuso in famiglia, che suggerisce di “<em>non parlare mai di politica ai propri ragazzi, che è una cosa sporca&#8230;</em>”.</p>
<p>Adesso, però, mi è capitato di constatare il manifestarsi di tanta ignoranza a tu per tu. Live. Oltretutto con un campionario di ragazzi a disposizione che sono più sensibili della media a certi argomenti, se non altro per il semplice fatto di lavorare con noi e di essere coinvolti, volenti o nolenti, in tante iniziative.</p>
<p>Non voglio farne loro una colpa, anche se sto leggendo un libro, “<em>Ritratti. Volti del mio Novecento</em>”, in cui l’autore <strong>Diego Novelli</strong> scrive a pagina 46 la seguente frase che a me è rimasta molto impressa:</p>
<p>«<em>Non potrò mai dimenticare, di Cesare Negarville, una delle sue frequenti battute rivolta al mio gruppo di giovani al termine degli “incontri” alla 26ª Sezione del Pci di Borgo San Paolo, per spronarci a continuare a leggere, a studiare: <strong>“Ricordatevi, ragazzi, che sino a 14 anni l’istruzione è obbligatoria; dopo l’ignoranza è facoltativa”</strong></em>».</p>
<p>Ecco, io non so se questa frase, pronunciata nei primissimi anni del dopoguerra, abbia ancora oggi un suo significato e non so, quindi, se molto dipenda dai ragazzi oppure se, in quest’epoca in cui i condizionamenti esterni sono così efficaci e costruiti appositamente per allevare una generazione di “ignoranti”, debbano essere tutti scusati perché “non è colpa loro”.</p>
<p>Chiedo a voi un aiuto per capire meglio cosa devo fare venerdì prossimo alla riapertura settimanale:</p>
<p>metto una gigantografia di Berlinguer con la didascalia “<em>Enrico Berlinguer, segretario del Pci dal 1972 fino alla sua morte, avvenuta a Padova l’11 giugno 1984 in sèguito a un ictus durante un comizio elettorale. Una persona modesta, saggia, un politico onesto. Razza in via d’estinzione</em>”</p>
<p>&#8230;oppure mi rassegno sapendo di combattere contro i mulini a vento?</p>
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		<title>Gli occhi di un licenziato</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Oct 2010 15:50:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Bassi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi ho guardato negli occhi un licenziato. Anzi, meglio, ho guardato negli occhi tre ragazzi che sono stati licenziati da una ditta che assisto come Consulente del Lavoro. Non mi era mai capitato di partecipare in modo così diretto, in tanti anni che svolgo questa professione. Certo, lettere di licenziamento ne ho scritte tante e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi ho guardato negli occhi un licenziato.</p>
<p>Anzi, meglio, ho guardato negli occhi tre ragazzi che sono stati licenziati da una ditta che assisto come Consulente del Lavoro. Non mi era mai capitato di partecipare in modo così diretto, in tanti anni che svolgo questa professione.</p>
<p>Certo, lettere di licenziamento ne ho scritte tante e per tanti motivi. Ma non mi sono mai trovato lì, davanti al lavoratore, mentre si sente dire dal proprio titolare: “<em>L’azienda è in crisi, non sappiamo più cosa fare, siamo costretti a ridurre il personale e tu sei tra coloro che abbiamo deciso di licenziare</em>”.</p>
<p>Avevo tentato di <strong>prepararmi</strong>. Io e il datore di lavoro, imprenditore valido e persona degna della massima stima, che ha provato di tutto prima di arrivare a questa decisione, avevamo discusso a lungo per trovare le parole più appropriate da usare in una circostanza del genere.</p>
<p>Lui è stato in gamba: mentre ha comunicato ai tre la decisione, si è capito che era sinceramente dispiaciuto e la voce a tratti gli si è rotta per l’emozione (sono mesi che non dorme per il pensiero&#8230;). Ma non c’è stato paragone con lo <strong>sgomento</strong> visto negli occhi del ragazzo che, dopo 15 anni di lavoro, ha saputo, alle 10.30 di un normale giovedì mattina, che da quel momento una delle sue poche certezze, forse l’unica, si era infranta nel volgere di pochi istanti.</p>
<p>Le braccia gli sono cadute sui fianchi, il viso è sbiancato e, tra le poche parole pronunciate in stato confusionale, ricordo bene solo: “<em>Devo dirlo a mia moglie&#8230; Come facciamo adesso?</em>”. E io ero lì &#8211; mentre avrei voluto essere chissà dove, piuttosto &#8211; a spiegargli tecnicamente che adesso avrà due mesi di preavviso pagato, potrà usufruire della <strong>disoccupazione</strong>, potrà iscriversi nelle liste di <strong>mobilità</strong> e cercare un lavoro dicendo alle aziende che non dovranno pagargli contributi per due anni. Un’opportunità&#8230; se qualcuno lo assumerà. Ma lui non mi ascoltava. Lo capivo bene.</p>
<p>Gli è caduto <strong>il mondo addosso</strong>. Cosa vuoi che gliene freghi a uno appena licenziato dei miei suggerimenti da primo della classe!</p>
<p>Lui sarebbe dovuto andare a casa a mezzogiorno, aprire la porta, salutare la moglie e dirle: “<em>Cara, ho 41 anni, non ho più un posto di lavoro, sono stato licenziato</em>”.</p>
<p>Ci siamo lasciati stringendoci due mani tremanti.</p>
<p>Non riuscivo a immaginarmi come avrei potuto affrontare altre due situazioni analoghe.</p>
<p>Io non so che faccia avessi quando è entrato il secondo operaio.</p>
<p>Sta di fatto che lui ha ascoltato con estrema dignità le parole cosi amare che gli avrebbero cambiato la vita e, con <strong>l’umiltà di cui solo gli operai sono capaci</strong>, ha detto una cosa inaspettata, quasi sentisse il bisogno di darmi una mano: “<em>Sì, lo so, c’è una crisi molto grossa, non vi preoccupate per me, io me la caverò!</em>”. E poi, durante il saluto, ha trovato la forza per aggiungere “<em>grazie</em>”.</p>
<p>Il terzo era un ragazzo di <strong>30 anni</strong>. Lavorava da quando ne aveva 15. Per lui era stato facile trovare lavoro: non gli piaceva andare a scuola e la passione sfrenata per i motorini l’aveva spinto a trovare occupazione nell’officina più vicina a casa. All’azienda era parso straordinario il fatto di vedere un ragazzino desideroso di imparare un mestiere nel quale bisognava sporcarsi le mani.</p>
<p> Adesso a lui non è sembrato vero ascoltare quelle parole mai immaginate.</p>
<p>“<em>Perché io? Ho fatto qualcosa che non va? Ho il mutuo da pagare&#8230;</em>”.</p>
<p>Sapevo che sarebbe arrivato anche il momento “<em>del mutuo da pagare</em>”, me l’aspettavo. In televisione, nelle rare trasmissioni in cui fanno parlare persone che perdono il lavoro, è una considerazione che non manca mai.</p>
<p>Qui, però, <strong>le distanze erano ravvicinate</strong>. La voce usciva da una persona seduta davanti a me e vi assicuro che la cosa è diversa, come d’altra parte lo sono tutte le cose che si toccano con mano.</p>
<p>“<em>Quanto ti manca per il mutuo?</em>”, gli ho chiesto.</p>
<p>“<em>Vent’anni</em>”, mi ha risposto.</p>
<p>Anche lui, incredibilmente, ha cercato parole per <strong>sdrammatizzare</strong>, dimostrandosi ottimista. Si è detto sicuro di trovare facilmente un nuovo lavoro. Io non posso far altro che rendermi disponibile ad aiutarlo qualora senta qualcosa di adatto a lui. So che non sarà facile.</p>
<p>Nella ricca Parma del prosciutto e del Parmigiano-Reggiano, perfino le aziende del settore alimentare cominciano a scricchiolare. Non parliamo, poi, dell’edilizia, che sconta il crollo del sogno megalomane di sindaci megalomani che pensavano di soddisfare i propri sogni di grandezza trasformando Parma in una giungla d’asfalto perforata da una metropolitana in stile Paris. Adesso le gru a torre delle imprese <strong>sembrano scheletri</strong> messi di guardia per sorvegliare cantieri abbandonati e posti di lavoro persi.</p>
<p>Lavori persi che aumentano a ritmo costante, diventano moltitudine, ma restano piccoli drammi individuali, iniziati nella stanza di un piccolo ufficio e tenuti, per vergogna, come una colpa, tra le mura domestiche, vissuti in solitudine tra l’indifferenza generale.</p>
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		<title>Rivoluzione sia</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Sep 2010 08:55:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Bassi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono passati già alcuni mesi dal giorno in cui ho ascoltato Monicelli pronunciare in tv, con la necessaria intensità durante la trasmissione “Rai per una notte”, la famosa frase “In questo Paese c’è bisogno di fare la Rivoluzione”. Eppure quell’invito continua a rodermi la testa come un tarlo. E adesso, ogni volta che mi viene [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono passati già alcuni mesi dal giorno in cui ho ascoltato <strong>Monicelli</strong> pronunciare in tv, con la necessaria intensità durante la trasmissione “Rai per una notte”, la famosa frase “<em>In questo Paese c’è bisogno di fare la Rivoluzione</em>”. Eppure quell’invito continua a rodermi la testa come un tarlo.</p>
<p>E adesso, ogni volta che mi viene in mente qualche cosa, se non è abbastanza<strong> rivoluzionaria </strong>non ci perdo neanche due minuti. No, perché almeno di una cosa sono convinto: con le mezze misure non arriviamo da nessuna parte.<br />
Stiamo andando a culo indietro a una velocità tale e con una potenza di mezzi tale che, o riusciamo a invertire la rotta con azioni “rivoluzionarie”, oppure continueremo a curare con aspirine per bambini i tumori che ci stanno massacrando.<br />
Adesso, prima che mi vengano ad arrestare, è meglio precisare che non sto parlando di prendere le armi e assalire Palazzo Grazioli. Rischieremmo di perderci a chiacchierare con le ragazze che girano lì attorno.</p>
<p>Parlo di <strong>idee</strong>.</p>
<p>Parlo delle cose che possiamo fare tutti quanti noi, a partire da quando ci svegliamo la mattina fino ad arrivare a sera, per mettere in fila una serie di comportamenti che siano non solo rivoluzionari rispetto alle consuete abitudini, ma si sforzino di diventare un <strong>esempio</strong> per coloro che ci circondano.<br />
Troppo spesso ho la netta sensazione che, di fronte alla difficoltà di fare certe scelte che ci coinvolgono in prima persona, l’atteggiamento sia quello di chi dice “vai avanti tu che mi scappa da ridere&#8230;”.</p>
<p>Ecco, in questi giorni, insieme con <strong>Jacopo Fo</strong>, abbiamo deciso di andare avanti noi e di metterci a ridere.<br />
L’idea, forse, l’avete letta <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/JFo/" target="_blank">nel suo blog</a></strong></span> su questo giornale (e, se non ci siete ancora stati, andateci subito perché lui la spiega mille volte meglio di me!) ed è certamente una delle proposte più rivoluzionarie mai ascoltate in vita mia.<br />
Inventori e proletari di tutto il mondo, unitevi e inventate un <strong>progetto ecologico</strong>! Con le vostre idee dimostreremo che cambiare il mondo è possibile.</p>
<p>Mercoledì 10 novembre il <strong>Fuori Orario</strong> e <strong>Alcatraz </strong>saranno collegati con l’intero territorio nazionale, sul web, in diretta tv (una meravigliosa televisione locale ci ha già dato disponibilità a coprire tutt’Italia), con piccioni viaggiatori, con il passaparola&#8230; ma soprattutto con la vostra fantasia, per presentare a tutto il mondo le prime ingegnose macchine con le quali abbatteremo questo opprimente e triste sistema capitalista.</p>
<p>P.s.<br />
Per raccogliere idee, proposte, gemellaggi, appoggi, materiali e tutto quello che verrà fuori facciamo una video assemblea chat il 03 ottobre alle ore 18.<br />
Nella home di <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.alcatraz.it" target="_blank">www.alcatraz.it</a></strong></span> sarà visibile il video della diretta.</p>
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		<title>La danza della vita</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Sep 2010 08:44:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Bassi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La favola la conoscete senz’altro. È quella del Re Leone. Ma ve la riassumo, così ci rinfreschiamo la memoria. Nella Terra del Branco, in Africa, il re leone Mufasa regna con saggezza e sobrietà, felicemente accompagnato alla leonessa Sarabi. Mettono al mondo il piccolo Simba, che sarà destinato a diventare il nuovo Re, e tutti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La favola la conoscete        senz’altro.</p>
<p>È quella del <strong>Re Leone</strong>. Ma ve        la riassumo, così ci rinfreschiamo la memoria.</p>
<p>Nella Terra del Branco, in        Africa, il re leone Mufasa regna con saggezza e sobrietà, felicemente        accompagnato alla leonessa Sarabi. Mettono al mondo il piccolo Simba, che        sarà destinato a diventare il nuovo Re, e tutti gli animali del regno        accorrono per rendere omaggio al prossimo regnante.<br />
Simba cresce e,        quando è abbastanza grande, Mufasa gli mostra il regno: “Tutti gli animali        vivono insieme nel cerchio della vita”, gli dice spiegandogli come        diventare un bravo re.</p>
<p>Purtroppo in tutte le favole        c’è sempre un rompicoglioni: in questo caso è raffigurato da Scar, il        fratello cattivo di Mufasa, che fa di tutto per diventare re e, quindi,        prima cerca di far fuori Simba, poi riesce addirittura a uccidere Mufasa e        a incolpare Simba della sua morte. Simba, impaurito e addolorato, fugge        nascondendosi nella foresta.</p>
<p>Il perfido Scar diventa così        re del regno.</p>
<p>Ben presto, però, sotto la        sua guida, avida, egoista e irrispettosa, la Terra del Branco inizia un        declino inesorabile, prossimo alla completa distruzione. Per fortuna        alcuni animali ritrovano Simba, sperduto nella giungla, che nel frattempo        è diventato un bel leone, lo implorano di tornare e di sfidare Scar,        l’artefice di tutti i mali.</p>
<p>Simba si convince, torna,        sconfigge Scar e inizia a regnare nel rispetto delle regole della        Terra.</p>
<p>Nel volgere di poco tempo il        regno rifiorisce e&#8230; vissero tutti felici e contenti.</p>
<p><strong>Va mo’ là! Ci voleva        tanto?</strong></p>
<p>Ecco, noi che compiamo        diciott’anni proprio in questa stagione, abbiamo pensato che è ora di        diventare adulti e cominciare a rispettare fino in fondo il “cerchio della        vita”.</p>
<p>Lo faremo cercando di essere        un Circolo a “impatto zero” &#8211; credo si dica così nel mondo degli adulti &#8211;        a cominciare dal cibo, rispettando Terra Madre e insegnando come sia        possibile non farci mangiare dal cibo che mangiamo.</p>
<p>Lo faremo diventando        produttori di energia pulita, utilizzando materiali riciclabili,        incentivando l’uso delle biciclette e dell’autobus, valorizzando l’acqua        del rubinetto e proponendovi ogni settimana esempi concreti di come sia        possibile partire da noi stessi per tentare di migliorare il mondo in cui        viviamo.</p>
<p>Lo faremo non smettendo mai        di denunciare le malefatte dei tanti &#8216;Scar&#8217; che governano questo mondo, ma        smetteremo di piangerci addosso e inizieremo proprio da quel che possiamo        fare in prima persona. Insieme a voi vogliamo essere i promotori di un        vero cambiamento.</p>
<p>Lo faremo danzando,        sognandoci su, cercando di tornare bambini.</p>
<p><a href="http://www.arcifuori.it/main/home.asp" target="_blank">www.arcifuori.it</a></p>
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		<title>Le 5 ragioni per cui vale la pena vivere</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 10:59:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Bassi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualcuno, non più giovanissimo, senz’altro si ricorderà la splendida rubrica di Cuore alla quale i lettori, tramite posta (la comodità di internet non esisteva ancora) inviavano le loro prioritarie ragioni per le quali valeva la pena vivere. Sul giornale veniva pubblicata la classifica generale e quella settimanale. Oltre agli evergreen “La Figa”,  “La Fine di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualcuno,  non più giovanissimo,  senz’altro si ricorderà la splendida rubrica di <strong>Cuore</strong> alla quale i lettori, tramite posta (la comodità di internet non esisteva ancora) inviavano le loro prioritarie ragioni per le quali valeva la pena vivere.</p>
<p>Sul giornale veniva pubblicata la classifica generale e quella settimanale.</p>
<p>Oltre agli evergreen “La Figa”,   “La Fine di Andreotti” o “Craxi in galera”,  era meraviglioso vedere settimanalmente fino a dove si spingeva la fantasia dei lettori.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, sul finire dell’estate, nel momento in cui lo smarrimento dei nostri leader pare aver raggiunto livelli sublimali (l’altro giorno su <em>Repubblica</em>, all’indomani delle dichiarazioni di D’Alema sul sistema elettorale desiderato, sono riuscito a leggere, nello stesso articolo,  che Franceschini ne voleva un altro, la Bindi un altro ancora e Bersani era d’accordo con tutti e tre. Nel frattempo, sulla stessa pagina si leggeva che Renzi mandava a cagare tutti quanti e Debora Serracchiani sgridava Renzi perché bisogna mandarne a cagare solo qualcuno, Renzi compreso) ecco, dicevo, in questo momento di smarrimento secondo me potremmo cercare di schiarire le idee a tutti quanti facendo un gioco più o meno analogo a quello proposto vent’anni fa dal magico Cuore.</p>
<p>Il titolo del gioco potrebbe essere:</p>
<p><strong>Le cinque ragioni per cui vale la pena votare</strong>.</p>
<p>Io propongo le mie cinque, in modo sintetico naturalmente, così come dovrete fare voi.</p>
<p>Diamo per scontato che si capiscano al volo solo dai “titoli” perchè se stiamo lì a spiegarle diventa una menata.</p>
<p>Mi impegno io a metterle in fila e dichiarare alla fine le cinque ragioni vincitrici.</p>
<p>Ah, ultima cosa&#8230;,</p>
<p>propongo anche che a guidare la Santissima Alleanza Elettorale, costruita per sconfiggere Berlusconi e la sua banda, sia Nicola Zingaretti, come suggerito da Travaglio. Però, visto che per trovare il candidato giusto stanno già esercitandosi a decine, qui è meglio concentrarsi nel suggerire loro cosa dovranno fare.</p>
<p>Le mie 5 ragioni</p>
<p><strong>1°</strong> Vedere i Parlamentari prendere uno <strong>stipendio normale</strong> e andare in <strong>pensione</strong> come gli altri lavoratori</p>
<p><strong>2°</strong> Vedere la <strong>Rai libera</strong> dai partiti e al servizio dell’informazione</p>
<p><strong>3°</strong> Una legge sul <strong>conflitto di interessi</strong></p>
<p><strong>4°</strong> <strong>Jacopo Fo, Marco Boschini, Maurizio Pallante</strong> al ministero dell’Economia</p>
<p><strong>5°</strong> Poter <strong>votare </strong>chi mi pare</p>
<p>Adesso tocca a voi.</p>
<p>Buon divertimento</p>
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		<title>La scomparsa della Lega</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 13:24:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Bassi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non so, avete osservato Bossi ultimamente? A me sembra più nervoso del solito. Ormai non perde occasione per alzare il dito medio, e non credo sia solo per dimostrare a tutti che qualcosa ancora gli si drizza. Secondo me c’è dell’altro. E in effetti dell’altro potrebbe esserci. Immaginate voi un padre qualsiasi che, dopo averle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non so, avete osservato Bossi ultimamente? A me sembra più nervoso del solito. Ormai non perde occasione per alzare il dito medio, e non credo sia solo per dimostrare a tutti che qualcosa ancora gli si drizza.</p>
<p>Secondo me c’è dell’altro.</p>
<p>E in effetti dell’altro potrebbe esserci.</p>
<p>Immaginate voi un padre qualsiasi che, dopo averle provate tutte col suo figliolo, trovi finalmente la soluzione ai propri problemi: lo faccia eleggere in Regione, gli assegni il compito di fargli da bastone per la sua malandata vecchiaia e, mentre è convinto di avergli trovato il giusto ruolo, si accorga di non aver adeguatamente considerato il fatto che al ragazzo è rimasto in corpo l’istinto primordiale che egli stesso gli ha geneticamente tramandato, il celodurismo.</p>
<p>Immaginate quindi un adolescente qualsiasi che, dopo essersi massacrato di seghe per anni nel leggere Messalina, Jolanda e Valkiria fingendo di studiare, venga catapultato improvvisamente nel paese dei balocchi, incontri un Merolone qualsiasi e questi, in cambio di un posto fisso in Rai, gli faccia annusare il profumo di “prugna”.</p>
<p>Mamma mia, un macello! Adesso quel ragazzo, appena annusa la traccia, balza in avanti e, muovendosi come un cane segugio, insegue la preda incurante del padre rimasto attaccato al braccio. E proprio mentre il padre urla al ragazzo “Mollami, testa di cazzo!”, il solito giornalista invadente passa di là e gli chiede “Come va?”.</p>
<p>È ovvio che al poveretto non resti altro da fare che alzare il dito medio e mandare tutti affanculo.</p>
<p>Per consolarlo occorrerebbe davvero che una Suor Maria Gelmini qualsiasi lo proponesse per l’assegnamento di una laurea ad honorem alla pazienza.</p>
<p>Ma sappiamo che queste cose non potrebbero mai accadere nel nostro Paese&#8230; e quindi le ragioni dell’incazzatura saranno senz’altro altre.</p>
<p>Infatti io volevo solo dire che secondo me il leader della Lega, Umberto Bossi, è nervoso perché ha capito che persino i suoi fedeli seguaci, capaci anche di credere che “la luna l’è una formaja”, ormai non abboccano più e, più passa il tempo, più cominciano a capire che nei nove anni (degli ultimi undici) di governo leghista il loro partito non ha fatto altro che reggere il moccolo al padrone di Arcore approvando per lui una infinita serie di leggi vergognose e svendendo un cavallo di battaglia come la sicurezza, in cambio di neppure una briciola di Federalismo. Spiegaglielo tu ai cazzuti leghisti del nord che le casse dei Comuni, delle Province e delle Regioni sono state completamente svuotate e adesso si troveranno a pagare i servizi almeno il doppio di prima!</p>
<p>Vai a spiegargli perché i loro amati Sindaci han cominciato a restituire in segno di protesta le fasce tricolori!</p>
<p>Sai, fino a quando governava Prodi, potevano tenerli buoni dandogli da mangiare un po’ di negri tutti i giorni, ma adesso che governano loro e hanno dovuto togliere dalla televisione le immagini degli immigrati che sbarcano, non gli è rimasto proprio altro che un etto di Federalismo per poterli sfamare. E si sa che le balle hanno poca sostanza e durano poco.</p>
<p>Per questo dico che secondo me sarà la Lega a far cadere il Governo.</p>
<p>È l’ultima cartuccia rimasta da sparare a un partito destinato altrimenti a scomparire.</p>
<p>Sperando che, per il bene dell’umanità, non seguano il mio consiglio e che dunque a far cadere il Governo non siano i Bossi e i Fini, ma un’opposizione vera e finalmente capace di mobilitare una massa di cittadini stanchi e offesi da tanta incapacità, mando a tutti un saluto affettuoso augurandovi buone vacanze.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Toc toc c&#8217;è qualcuno nel Pd?</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2010 08:53:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Bassi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Forse sarebbe il caso che qualcuno di noi, cioè semplici iscritti al Pd che non si capacitano di come si possa essere così inefficaci e inconcludenti pur di fronte ad una compagine governativa di siffatta specie, adottino delle forme di protesta, nei confronti dei propri dirigenti nazionali, fuori dal comune. Che ne sò, tipo salire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Forse sarebbe il caso che qualcuno di noi, cioè semplici iscritti al Pd che non si capacitano di come si possa essere così inefficaci e inconcludenti pur di fronte ad una compagine governativa di siffatta specie, adottino delle forme di protesta, nei confronti dei propri dirigenti nazionali, fuori dal comune.</p>
<p>Che ne sò, tipo salire sui tetti delle sezioni e incatenarsi, montare su un carroponte alla festa dell’Unità, oppure cercare un carcere in un isola e rinchiudersi dentro, qualcosa del genere, perchè se no, qua, davvero non ti caga nessuno.</p>
<p>L’ultima volta che ho visto un parlamentare nella mia sezione è stato più o meno 25 anni fa, una cena per la campagna elettorale di Elena Montecchi, che tra l’altro, non era ancora stata eletta, quindi mi sa che debba cancellare anche quella volta lì.</p>
<p>Ma passi per un Parlamentare che, si sa, sono così impegnati a lavorare due giorni di media alla settimana che fan fatica a frequentare gli elettori che li hanno eletti… quaggiù ci accontenteremmo di conoscere il segretario regionale (aiutatemi ragazzi, chi è il segretario regionale del partito?) oppure, quello provinciale! Noi a Reggio Emilia l’abbiamo eletto nuovo di pacca due mesi fa e sono qui a chiedere ai compagni che lo conoscono di persona se per caso se lo sono scordati dentro un armadio. Sai, uno s’aspetta una lettera di saluto alle sezioni, una richiesta di incontro, al limite un’idea.., insomma un po’ di energia da spendere visto che ci si è candidati con tanta forza. Su google l’ultima notizia sul segretario scomparso è datata 7 giugno 2010, giorno dell’elezione.</p>
<p>Cominciamo a cercare da lì…</p>
<p>Ma quel che proprio non si comprende, da quaggiù, è quel che sta accadendo ai nostri dirigenti nazionali e ai nostri parlamentari. L’ipotesi più convincente è proprio quella avanzata da Marco Travaglio nel suo pezzo “C’è vita nel PD?” nel quale si attribuisce al virus della berlusconizzazione la causa di tanta inconsistenza.</p>
<p>Io non posso pensare che lo facciano apposta, dev’esserci qualcosa di infetto in quelle stanze.</p>
<p>Siamo un partito che, seppur in difficoltà, è accreditato di un 27% circa dell’elettorato, eppure, a differenza di tutti gl’altri, molto più piccoli di noi, se solo nominano le elezioni anticipate, ci caghiamo addosso.</p>
<p>Chiamparino dice che non siamo pronti! Devi cambiarti le mutande, per caso???</p>
<p>Bersani invece, slargone, dice che siamo pronti a tutte le soluzioni. Ci piacerebbe sapere quali sono, caro segretario, evitando per cortesia il “te lo spiego dopo&#8230;”.</p>
<p>Letta, che quando dice una cosa “di centro” io son già contento, sarebbe meglio che imparasse ad imitare la voce dello zio così almeno penseremmo che sia quell’altro a parlare.</p>
<p>Adesso io, francamente, non so bene se sia meglio andare subito ad elezioni o tentare di fare un governo con le caratteristiche che suggerisce Paolo Flores d’Arcais, ma una cosa è certa, se c’è da andare a votare noi, quaggiù, siamo pronti e anche qualora avessimo qualche timore non saremmo così somari da andarlo a dire a Repubblica.</p>
<p>Certamente l’ipotesi più disastrosa sarebbe quella di farsi condizionare da questa paura e tentare di tutto, Tremonti e casini compresi, per tirare a campare, con la scusa di governi tecnici, in attesa di tempi migliori.</p>
<p>Col timore che questa fase possa essere gestita da strateghi come Massimo D’Alema, che sarebbe capace di rivitalizzare anche il cadavere del nano, c’è da augurarsi che si vada alle elezioni il più presto possibile.</p>
<p>Io non impazzisco per Vendola, (prima vorrei che ci spiegasse come ha fatto a spendere tanti soldi a New York in un giorno solo) ma avendo ascoltato proprio in questi giorni il leader Maximo dichiarare che lui non lo voterà mai, capisco che le sue quotazioni sono in netto rialzo. Adesso tutto è possibile e, a meno che Massimo ci abbia preso gusto, lasci che sia il nano, stavolta, a prenderla in quel posto.</p>
<p>Chissà che non sia proprio Vendola l’uomo giusto al momento giusto!</p>
<p>Se poi facessimo un’altra cosa saggia e invece di correre dietro a Casini cominciassimo a parlare seriamente con Di Pietro, con Beppe Grillo e con tutti coloro che possono davvero rappresentare un alternativa a questo modo di governare, e trovassimo con loro un accordo su cinque o sei cose da fare subito qualora fossimo chiamati a governare, secondo me sarebbe molto, ma molto meglio e gli italiani potrebbero addirittura capirci.</p>
<p>Sì, lo so che siamo tutti qui a dare dei consigli sul da farsi e ognuno vuole dire la sua.</p>
<p>Però, da quaggiù, secondo me, si vedono le cose in modo diverso e la berlusconite, seppur ben diffusa, attecchisce meno dalle parti in cui le poltrone sono più rare.</p>
<p>Quaggiù si intravedono ancora segnali di vita nel PD.</p>
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		<title>Bologna, 2 agosto 2010, senza governo</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Aug 2010 08:26:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Bassi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo dico subito, così non ci giro tanto intorno. A me, il fatto che nessun rappresentante di questo governo fosse sul palco, nel trentennale anniversario della strage del 2 agosto, ha fatto solo che piacere. Capisco benissimo il rammarico del Presidente e dei familiari delle vittime che, una volta di più, si sentono abbandonati da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo dico subito, così non ci giro tanto intorno. A me, il fatto che nessun rappresentante di questo governo fosse sul palco, nel trentennale anniversario della strage del 2 agosto, ha fatto solo che <strong>piacere</strong>.</p>
<p>Capisco benissimo il rammarico del <strong>Presidente</strong> e dei familiari delle vittime che, una volta di più, si sentono abbandonati da chi dovrebbe avere il preciso compito di dare loro le risposte alle domande che puntualmente son costretti ogni anno a riproporre: verità sui mandanti, abolizione del segreto di <strong>Stato</strong> sulle stragi, risarcimento alle vittime.</p>
<p>Io però, da cittadino, non posso che constatare con gioia la giusta distanza che c’è tra quei cittadini presenti sul palco e in quella piazza, che ieri ha gremito il piazzale davanti alla stazione, rispetto ad una classe politica corrotta, mafiosa e pittreista che malauguratamente governa questo Paese.</p>
<p>E’, naturalmente, una gioia amara, che parte dall’ancor più amara constatazione dell’incredibile voragine che s’è creata tra i cittadini e chi riveste alcune delle più alte cariche istituzionali.</p>
<p>Non vorrei generalizzare troppo, ma oggi mi è particolarmente difficile non accomunare in questa distanza buona parte della classe politica che rappresenta il paese, di destra o di sinistra che sia. Intendiamoci, a me ha fatto piacere vedere in corteo <strong>Bersani</strong> e <strong>Ferrero</strong>, unici due volti noti che ho riconosciuto tra i tanti cittadini presenti (li avrei preferiti vedere giù dal palco, stare giù, ad ascoltare, mescolati agli altri presenti, ma pazienza&#8230;) però in quanti erano assenti e, soprattutto, in quanti sono assenti negli altri 364 giorni dell’anno in cui l’<strong>Associazione</strong> <strong>dei</strong> <strong>familiari</strong> chiede ai politici risposte, sostegno, coerenza? Mi vien da rispondere: <strong>tutti</strong>, nessuno escluso.</p>
<p>Non c’è quindi da meravigliarsi se nelle occasioni più drammatiche e importanti, nelle quali ricorrono anniversari di stragi che hanno segnato profondamente il nostro <strong>Paese</strong> e la democrazia ha rischiato di infrangersi sotto il colpi dello stragismo mafioso e fascista, chi è rimasto a difendere i valori democratici non gradisca più avere tra i presenti i rappresentanti delle Istituzioni e politici che indossano la faccia di convenienza per fingersi affranti e interessati, per qualche minuto, alle loro istanze.</p>
<p>E questa classe politica, anziché <strong>insultare</strong> e trovare comode scuse, dovrebbe interrogarsi a lungo, dopo essersi vergognata adeguatamente, su questa distanza che si è generata tra chi ha perso la vita e loro che avrebbero il dovere di dare risposte sul perché questo è potuto accadere nell’Italia democratica.</p>
<p>Nella piazza io ho ascoltato l’interminabile elenco dei nomi e l’età delle ottantacinque vittime della strage del 2 agosto 1980, ho ascoltato l’applauso infinito alla fine della lettura, ho visto i visi commossi dei manifestanti, ho risentito gli applausi salutare il messaggio del Presidente della Repubblica e li ho risentiti sottolineare il discorso di <strong>Paolo</strong> <strong>Bolognesi</strong>. Una piazza piena si è stretta, senza un fischio, senza un urlo, senza un cartello, attorno ai famigliari cercando di dar loro coraggio nel proseguire una battaglia che è una battaglia di civiltà utile e necessaria a tutti noi.</p>
<p><strong>Giovanardi</strong> parla, pur non essendo presente, di una piazza di “<strong>livore</strong> e <strong>odio</strong>”. Gli farà eco, ne sono certo, un coro di servi assenti che cercherà di infangare ciò che rimane di sano in questo Paese.</p>
<p>Credo sia meglio per tutti poterli distinguere.</p>
<p><strong>arcifuori.it</strong></p>
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		<title>Decrescita FIAT</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 09:13:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franco Bassi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Io credo di essere un seguace della “decrescita”. Uso la forma dubitativa unicamente perché so che mettere insieme due parole come seguace e come decrescita è molto impegnativo. Secondo me un seguace vero dovrebbe applicare la teoria in cui crede alla lettera e io certamente non sono uno di questi. E’ un po’ come quando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io credo di essere un seguace della “<strong>decrescita</strong>”. Uso la forma dubitativa unicamente perché so che mettere insieme due parole come seguace e come decrescita è molto impegnativo. Secondo me un seguace vero dovrebbe applicare la teoria in cui crede alla lettera e io certamente non sono uno di questi. E’ un po’ come quando uno afferma di essere un <strong>comunista</strong>. Io ci vado sempre molto piano a dirlo perché ho conosciuto alcuni che si dicevano comunisti, e secondo me lo erano veramente, per i quali ho un tale rispetto che quando mi accusano dicendomi, quasi per insultarmi, “sei un comunista” io rispondo sempre: “<strong>Magari</strong>!”</p>
<p>Io con la teoria della decrescita ho un po’ questi dilemmi qui, nel senso che cerco di applicarmi e soprattutto cerco di diffondere nelle cose pubbliche che facciamo nel circolo, le idee e i comportamenti legati a questo movimento di pensiero, pur sapendo di non essere perfetti. Ma da quando ho letto “La decrescita felice” di Maurizio <strong>Pallante</strong>, e ho ragionato sulle cose che ci accadono intorno, non ho potuto fare a meno di ritenere prioritario in ogni ragionamento politico che affrontavo, confrontare le possibili soluzioni ai problemi con i concetti legati alla teoria della decrescita.</p>
<p>Peggio ancora è stato quando, approfondendo la cosa, mi sono imbattuto in Serge <strong>Latouche</strong>, che è uno che, per intenderci, dice cose così: “Dopo anni di frenetico spreco, siamo entrati in una zona di turbolenza, in senso proprio e figurato. L’accelerazione delle catastrofi naturali – siccità, inondazioni, cicloni – è già in atto. Ai cambiamenti climatici si accompagnano le guerre del petrolio (alle quali seguiranno quelle dell’acqua) ma anche possibili pandemie, e si prevedono addirittura catastrofi biogenetiche. Ormai è noto a tutti che stiamo andando dritti contro un muro. Restano da calcolare solo la velocità con cui ci stiamo arrivando e il momento dello schianto.”</p>
<p>E ancora (sempre dalle prime due pagine del suo libro “La scommessa della decrescita”, per cui vi lascio immaginare le altre 180): “Proseguire con questa dinamica di crescita ci metterà di fronte alla prospettiva di una scomparsa della civiltà così come la conosciamo, non tra milioni di anni o qualche millennio, ma entro la fine di questo secolo. E’ noto che la causa di tutto ciò è il nostro stile di vita fondato su una crescita economica illimitata. E, malgrado tutto ciò, il termine “decrescita” suona come una sfida o una provocazione. Nel nostro immaginario la forza della religione della crescita e dell’economia è tale che parlare di decrescita necessaria risulta letteralmente blasfemo e chi si arrischia a farlo è quantomeno considerato iconoclasta”.</p>
<p>Io avrei scritto <strong>stronzo</strong>, al posto di iconoclasta, così si capiva meglio, ma il senso è quello.</p>
<p>E io non avrei osato parlare di decrescita, neppure tra queste pagine, se non fossi stato incoraggiato da un ragazzo che, intervistato da qualcuno del TG3, a Torino, in un inchiesta che mirava a far conoscere il pensiero dei cittadini piemontesi in merito al trasferimento di parte della produzione <strong>FIAT</strong> in <strong>Serbia</strong>, ha risposto dicendo più o meno che “se la cosa servisse per produrre meno auto io non potrei che esserne felice”.</p>
<p>Ecco, sul caso FIAT a me vien da pensarla come quel ragazzo qui. Sì, lo so, io sono sempre stato dalla parte degli operai; non mi piace l’accordo fatto su <strong>Pomigliano</strong> e reputo tutti coloro che non si sono opposti adeguatamente a quelle negazioni di diritti, soprattutto tra i sindacati e i partiti della sinistra, delle stratosferiche teste di cazzo, e naturalmente mi dispiace che qualcuno perda il posto di lavoro, però, se oggi vedessi fallire la FIAT, così com’è oggi, dopo che ha ricevuto una infinità di fondi senza che gli sia stato imposto un benché minimo vincolo sulla ricerca di nuove tecnologie ecc. ecc, e senza che l’azienda, di testa sua, l’abbia fatto, be, allora credo che penserei che questa dirigenza ha avuto quello che si merita.</p>
<p>No, perché qui o la smettiamo di fabbricare auto come quelle che stanno fabbricando e cominciamo a pensare a diversi modi di spostarci, di progettare le città, di consumare, di Vivere, o non possiamo poi certo meravigliarci se ogni tanto un pozzo di petrolio in mare distrugge l’intero ecosistema di un golfo, se in Cina accade altrettanto e se presto nel nostro mare, dove la <strong>BP</strong> sta perforando grazie alla gentile concessione dell’amico <strong>Gheddafi</strong>, accadrà lo stesso.</p>
<p>E questo, naturalmente, non è altro che l’esempio più recente che possa ricordarvi. Per tutti gli altri leggete le cronache quotidiane, fate i conti dei miliardi di danni subiti ogni volta che viene uno squasso d’acqua oppure date un occhio alla miriade di climatizzatori piazzati fuori dalle finestre, oppure…potrei proseguire ore a fare degli esempi e a voi faccio senza farli.</p>
<p>Pensando quindi alla “decrescita” alla “Fiat” e alla crisi di rappresentanza che il mio, come gli altri partiti della sinistra, palesemente hanno, mi chiedo: perché non cominciamo a rappresentare per tutti un idea diversa di futuro?</p>
<p>Se questa cosa qui non cominciano a dirla i sindacati, il mio partito, gli altri partiti della sinistra, gli intellettuali e tutto il resto della fila, chi la deve dire?</p>
<p>Di cosa abbiamo paura? Questi teorici qui della decrescita, ai quali credo, ci danno si è no sessant’anni di buono prima di sprofondare definitivamente nella merda.</p>
<p>Eppoi noi, peggio di così come possiamo andare?</p>
<p>Io parlo del mio di partito perché lo conosco meglio. Che paura ha il mio partito di queste cose? A parte che è lontano anni luce da queste teorie che io quasi non mi azzardo neanche a parlarne in riunione, ma santo dio, dico io, ormai non rappresentiamo più nessuno. Una volta eravamo almeno il partito degli operai, adesso, l’altro giorno in una riunione ho sentito uno che diceva: ”Dobbiamo rappresentare il popolo delle <strong>partite</strong> <strong>IVA</strong>”, avevo una voglia si saltar su e dire “mo va a cagher Angelo, te e le partite IVA” invece mi sono trattenuto.</p>
<p>Allora io, quando da grande farò il segretario del PD, dirò che il mio partito vuole rappresentare la speranza di futuro possibile per i nostri figli.</p>
<p>Rappresenteremo loro e rappresenteremo la terra che ci ospita.</p>
<p>E’ lei che ci dà da lavorare, mica Marchionne.</p>
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