<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Franco Vespignani &amp; Eleonora Farneti</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/efarneti/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>L&#8217;Italia non è un  paese di criminali</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/06/litalia-paese-criminali/195767/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/06/litalia-paese-criminali/195767/#comments</comments> <pubDate>Tue, 06 Mar 2012 11:14:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Franco Vespignani &#38; Eleonora Farneti</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[criminalità Italia]]></category> <category><![CDATA[crimini in Europa]]></category> <category><![CDATA[crimini in Italia]]></category> <category><![CDATA[dati Eurostat Italia]]></category> <category><![CDATA[omicidi in Italia]]></category> <category><![CDATA[rapine in Italia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=195767</guid> <description><![CDATA[E’ pensiero comune che l’Italia sia un paese in cui la criminalità è molto sviluppata e che si trovi quindi nelle prime posizioni delle classifiche europee in fatto di incidenza dei crimini commessi. Abbiamo voluto perciò verificare se questa opinione ampiamente diffusa, e che spesso diventa un cavallo di battaglia nelle campagne elettorali di molti...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>E’ pensiero comune che l’Italia sia un paese in cui la criminalità è molto sviluppata e che si trovi quindi nelle prime posizioni delle classifiche europee in fatto di incidenza dei crimini commessi. Abbiamo voluto perciò verificare se questa opinione ampiamente diffusa, e che spesso diventa un cavallo di battaglia nelle campagne elettorali di molti partiti, abbia un fondamento reale. Abbiamo quindi dato <strong>la parola ai numeri,</strong> consultando le più recenti statistiche pubblicate da Eurostat su tale fenomeno.</p><p>Per rendere omogenei e confrontabili i dati relativi ai diversi Paesi, si sono calcolati degli <strong>Indici rapportando il numero di delitti per 100.000 abitanti</strong>. I Paesi presi in considerazione sono quelli che demograficamente e territorialmente si avvicinano maggiormente all’Italia (Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna). A questi se ne sono aggiunti altri due, Polonia e Svezia, al fine di  raffrontare il nostro Paese con due realtà profondamente diverse, non solo per ragioni demografiche e territoriali, ma anche di tipo culturale e sociale.</p><p>L’Analisi ha riguardato il Tasso di criminalità complessivo dei Paesi sopra citati per gli anni 2002, 2005 e 2008.</p><p>Il primo dato da evidenziare è che l’Italia si colloca, nei tre anni, in una posizione che la pone al <strong>penultimo posto tra i Paesi considerati</strong> e che vede &#8211; forse inaspettatamente &#8211; la Svezia in cima alla classifica, seguita dalla Gran Bretagna e dalla Germania.</p><p><strong>TOTALE CRIMINI</strong><br /> <iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://docs.google.com/spreadsheet/pub?key=0As5BBnKm0gSAdFBCRFBaUzZlVzhkUHltSG5taGNvT3c&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p>L’Analisi ha voluto approfondire, oltre al Tasso di criminalità complessivo, che mette in luce una situazione molto più rassicurante per il nostro Paese di quanto, generalmente, ci si potrebbe aspettare, anche alcuni aspetti particolari di tale fenomeno, quali gli Omicidi, i Crimini violenti, le Rapine e i Furti domestici con scasso.</p><p><strong>OMICIDI</strong></p><p><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://docs.google.com/spreadsheet/pub?key=0As5BBnKm0gSAdGJNMjFVZTFkdjBmZzhJbWdpY182b0E&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p>Al tendenziale decremento dell’incidenza degli Omicidi su 100.000 abitanti, che riguarda in generale tutti i Paesi osservati nell’arco temporale 2002 – 2008, fa riscontro una <strong>certa stabilità </strong>del nostro Paese che passa da 1,2 Omicidi ogni 100.000 abitanti nel 2002 a 1,1 nel 2005 e nel 2008. L’Italia, in tutti gli anni presi in esame, si avvicina ai Paesi più virtuosi, piuttosto che a quelli con Tassi elevati di Omicidi, collocandosi, infatti, sempre dietro a Francia, Gran Bretagna e Polonia, che oscillano da un massimo di 2,1 Omicidi per 100.000 abitanti (Gran Bretagna, 2002) a un minimo di 1,2 (Polonia, 2008).</p><p>Considerando che nel nostro Paese sono da molto tempo presenti e fortemente radicati sul territorio fenomeni di criminalità organizzata, il risultato non può ritenersi del tutto negativo se raffrontato con quello di Paesi dove tali fenomeni non esistono o non raggiungono la dimensione di quelli italiani.</p><p><strong>CRIMINI VIOLENTI</strong></p><p><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://docs.google.com/spreadsheet/pub?key=0As5BBnKm0gSAdFFab3ZLYWU1SUp0RDFnVWFsNnplR3c&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p>Anche per i crimini violenti, rappresentati da aggressioni, rapine violente e violenze sessuali, l’Italia presenta una situazione poco allarmistica, collocandosi in ultima posizione nel 2002 e in penultima nel 2005 e nel 2008, rispetto ai Paesi considerati. <strong>In Svezia</strong>, nel 2008, in fatto di Crimini violenti si delinque quasi 5 volte più che in Italia e in Francia oltre due volte. In Gran Bretagna, in particolare, il livello dei crimini violenti è stato pari a circa 10 volte quello del nostro Paese nel 2002, per poi scendere a poco oltre le 7 volte nel 2008.</p><p><strong>RAPINE</strong></p><p><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://docs.google.com/spreadsheet/pub?key=0As5BBnKm0gSAdF9OY2FDaFBjUUlRV1N5RjU1RE9uZnc&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p>Anche per le rapine la situazione italiana è meno drammatica di <strong>quella percepita</strong> o che si tende a far percepire a livello nazionale. Francia, Gran Bretagna e Spagna contano un numero di tali reati per 100.000 abitanti da oltre 2 volte (Spagna 2002) a 1,27 (Gran Bretagna 2008) superiore a quelli che si riscontrano negli stessi periodi in Italia.</p><p><strong>FURTI DOMESTICI CON SCASSO</strong></p><p><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://docs.google.com/spreadsheet/pub?key=0As5BBnKm0gSAdGJKbXhucThGSS1hRXlabC1uTmE5dGc&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p>Solo per i furti in casa, il nostro Paese si trova è al terzo posto della classifica, dopo Gran Bretagna e Francia per tutti i tre anni considerati.</p><p>Il breve excursus appena concluso mette in luce con tutte le cautele del caso, dal momento che i raffronti a livello internazionale sono sempre piuttosto complicati, in quanto le <strong>modalità di rilevazione dei fenomeni </strong>non sono mai identiche tra Paese e Paese, una situazione che non ci dipinge come la Nazione europea in cui si delinque di più, ma al contrario, come una Nazione abbastanza tranquilla, soprattutto in relazione ai crimini più cruenti, quali omicidi e delitti violenti, prerogativa questa invece di Paesi spesso presi a modello, come la Gran Bretagna, la Svezia o la Francia.</p><p>In conclusione, dati alla mano, potremmo affermare che è molto probabile, senza inorgoglirci immeritatamente, che il nostro Paese sia meglio di quello che crediamo o ci vogliono far credere, ma, soprattutto, se esistesse una maggiore equità e si perseguisse la <strong>criminalità organizzata</strong> con maggiore efficacia, potrebbe esprimere ancora di più le sue qualità e doti.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/06/litalia-paese-criminali/195767/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Ma i Comuni non sono troppi?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/15/comuni-sono-troppi/183982/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/15/comuni-sono-troppi/183982/#comments</comments> <pubDate>Sun, 15 Jan 2012 09:44:34 +0000</pubDate> <dc:creator>Franco Vespignani &#38; Eleonora Farneti</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[comuni]]></category> <category><![CDATA[enti locali]]></category> <category><![CDATA[italia]]></category> <category><![CDATA[soldi pubblici]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=183982</guid> <description><![CDATA[In Italia esiste un livello di amministrazione territoriale talmente capillare che si sviluppa in tre gradi (senza contare quello relativo al governo nazionale), che a fronte di una popolazione di circa 60 milioni di abitanti si articola in 8.100 Comuni, 110 Province e 20 Regioni. Ciò significa che, mediamente, a ogni 7.400 cittadini circa corrisponde...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>In Italia esiste un livello di amministrazione territoriale talmente capillare che si sviluppa in tre gradi (senza contare quello relativo al governo nazionale), che a fronte di una popolazione di circa 60 milioni di abitanti si articola in <strong>8.100 Comuni</strong>, 110 Province e 20 Regioni. Ciò significa che, mediamente, a ogni 7.400 cittadini circa corrisponde un Comune, a poco più di mezzo milione di abitanti una Provincia e a 3 milioni una Regione.</p><p>Già tali valori fanno sorgere qualche dubbio sulla necessità di questa<strong> “sovramministrazione”</strong> e sui conseguenti costi che ne derivano e immediatamente viene da pensare che probabilmente rappresenta  un eccesso, una ridondanza inutile se non addirittura dannosa in termini economici e di efficienza ed efficacia di risultati concreti e tangibili cui dovrebbe tendere. Ma dove si nasconde questo eccesso? <strong>Sono troppi i Comuni</strong>, oppure le Province o forse le Regioni?</p><p>Ci sarebbe molto da discutere, ma cominciamo con i Comuni e riserviamoci qualche altro approfondimento su Province e Regioni in un prossimo futuro. Come abbiamo già detto in Italia ci sono 8.100 Comuni.</p><p>Alcune considerazioni balzano subito agli occhi: la quota più considerevole di Comuni  (19,7%) si concentra nella fascia <strong>tra 1.000 e 2.000 abitanti</strong> e poco oltre il 70% di essi non conta più di 5.000 residenti. In altre parole, l’Italia è il paese delle piccole comunità, piccole e piccolissime comunità, che, si badi bene, contrariamente a quello che molti potrebbero ritenere, sono <strong>più presenti al Nord</strong> che al Centro-Sud, soprattutto per quanto concerne le piccolissime realtà.</p><p>Difatti, mentre al Nord ben il 13,7% dei Comuni presenta una popolazione non superiore a <strong>500 abitanti</strong>, al Centro e al Sud tale situazione è molto più contenuta, riducendosi a meno della metà (circa il 6% dei centri conta un numero massimo di abitanti pari a 500). Circa la metà dei Comuni del Settentrione d’Italia (47,4%), si concentra in Comuni di non oltre 2.000 abitanti, contro il 34,9% del Centro e il 40,7% del Meridione.</p><p>Ma tale situazione può considerarsi positiva? A tal proposito, viene subito da pensare agli anni ’90 del secolo scorso in cui, a proposito della dimensione aziendale del tessuto imprenditoriale italiano, si diceva che “piccolo è bello”, per scoprire, anni dopo, che il nanismo non lo è affatto, perché procura grandi squilibri e una competitività sui mercati impossibile, perché le<strong> capacità contrattuali</strong> di chi si presenta sul mercato con un ettogrammo di prodotto è di gran lunga inferiore a quella di chi  ne offre un quintale.</p><p>E anche in questo caso, difendere a spada tratta l’esistenza e la sopravvivenza dei piccoli enti locali significa essere miopi, non capire che <strong>piccolo non è bello </strong>e genera più inefficienze e costi che benefici.</p><p>Basterebbe fare una semplice considerazione. E’ possibile che il 70,4% dei Comuni, cioè 5.700, debbano amministrare il <strong>17,2% dell’intera popolazione</strong> italiana, ovvero poco meno di 10,4 milioni di cittadini, mentre i restanti 2.400 Comuni, pari al 29,6% del numero complessivo di tali Enti locali, debba occuparsi della gestione del restante 83% circa di italiani, corrispondente a pressoché 50 milioni di cittadini? Sembrerebbe esserci una certa sperequazione.</p><p>Se poi vogliamo vedere l’economicità dei Comuni più piccoli, rispetto ai maggiori, basta osservare la sottostante tabella (Tab.1). I Comuni con non più di 5.000 abitanti sostengono, complessivamente, il <strong>16,4% dell’intera spesa</strong> effettuata da tutti i Comuni italiani, pur rappresentando solo il 10,3% dei Comuni e appena lo 0,4% della popolazione residente in Italia.</p><p>D’altra parte, è chiaro come, escludendo il confronto con le amministrazioni locali oltre i 60.000 abitanti, poiché inconfrontabili realtà tanto diverse, con esigenze e fabbisogni di natura tanto diversa, la <strong>spesa pro capite</strong> raggiunga il culmine degli <strong>834,30 euro</strong> proprio nei Comuni più piccoli, contro importi tutti inferiori e variabili tra i 679,30 euro nei centri tra i 5.001 e i 10.000 abitanti e i 757,50 euro nei centri tra i 20.001 e i 60.000. E, anche scomponendo la spesa totale nelle sue diverse componenti (personale, acquisto di beni e servizi, altre spese correnti) in nessun caso la spesa pro capite dei Comuni minori risulta inferiore a quella dei maggiori.</p><p><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://docs.google.com/spreadsheet/pub?hl=en_US&#038;hl=en_US&#038;key=0As5BBnKm0gSAdHJFTUVrVHVXcEZxbFZtVGFUN0VWUVE&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p>In conclusione, questa breve disamina mette in evidenza come sarebbe il caso di rivedere la struttura amministrativa dei Comuni, indurli a <strong>raggrupparsi</strong>, a condividere molti servizi, a razionalizzare il personale e a evitare campanilismi senza senso. L’identità di un luogo, delle persone che vi vivono, delle sue tradizioni, non ha bisogno dell’etichetta “Comune”, ma può tranquillamente sussistere, in una comunità più allargata, che consenta di gestire meglio i servizi, senza interferire nelle specificità di ogni Comune che ne faccia parte.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/15/comuni-sono-troppi/183982/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Numeri dal carcere</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/24/numeri-dal-carcere/165463/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/24/numeri-dal-carcere/165463/#comments</comments> <pubDate>Mon, 24 Oct 2011 09:11:57 +0000</pubDate> <dc:creator>Franco Vespignani &#38; Eleonora Farneti</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Giustizia & impunità]]></category> <category><![CDATA[carceri]]></category> <category><![CDATA[costi]]></category> <category><![CDATA[immigrati]]></category> <category><![CDATA[sovraffollamento]]></category> <category><![CDATA[stranieri]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=165463</guid> <description><![CDATA[Le ultime, numerose iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema delle carceri ci hanno indotto a svolgere una breve analisi sull’argomento e, fra le molte statistiche disponibili sulla situazione degli istituti penitenziari del nostro Paese, ne abbiamo scelte alcune da sottoporre all&#8217;attenzione dei lettori, corredandole di confronti con gli altri Stati europei, per proporre...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Le ultime, numerose iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema delle <strong>carceri </strong>ci hanno indotto a svolgere una breve analisi sull’argomento e, fra le molte statistiche disponibili sulla situazione degli istituti penitenziari del nostro Paese, ne abbiamo scelte alcune da sottoporre all&#8217;attenzione dei lettori, corredandole di confronti con gli altri Stati europei, per proporre qualche riflessione.</p><p>Le carceri italiane ospitano un numero davvero consistente di imputati, rappresentato da una quota considerevole di <strong>detenuti in attesa di giudizio </strong>definitivo, pari, nel 2010, al 42,4% del totale dei carcerati e che ha raggiunto punte elevatissime, oltre il 50%,   tra il 2006 e il 2008 (tabella 1).</p><p>E’ chiaro che all’interno della categoria “persone in attesa di un giudizio definitivo” vi sono situazioni assai differenti fra loro (si passa, infatti, dal soggetto appena arrestato che attende il giudizio di convalida, al condannato in appello che ha presentato ricorso in Cassazione): ciò non toglie, però, che per la nostra Costituzione si tratti di persone che si presumono non colpevoli. E’ quindi ragionevole ritenere che l’elevata percentuale di imputati sul totale dei detenuti rappresenti una <strong>patologia del sistema penale</strong>. A cosa è dovuto, però, questo fenomeno? E’ la conseguenza di un eccessivo ricorso alla custodia cautelare, oppure di un sistema di pene troppo blande, tale da far sì che si stia in carcere solo prima di essere definitivamente condannati?</p><p><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://docs.google.com/spreadsheet/pub?hl=en_US&#038;hl=en_US&#038;key=0As5BBnKm0gSAdEN1d1RxenkxYzZyNmF0a1FtSGx1Y3c&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p><strong>Un carcere sempre meno italiano </strong></p><p>La tabella 2 sottolinea un aspetto che ormai caratterizza il nostro sistema penitenziario: la crescente e rilevante presenza di detenuti <strong>stranieri</strong>. Mentre l’aumento di stranieri nei nostri penitenziari non stupisce, poiché è spiegabile con la crescente presenza di immigrati sul territorio nazionale; colpisce assai di più il fatto che gli stranieri rappresentino, nel 2010, il 36,7% della popolazione detenuta, mentre costituiscono soltanto il 7,5% di quella residente in Italia.</p><p>E’ anche interessante notare come in appena 8 anni (2002-2010) la popolazione carceraria sia sempre aumentata (tranne che nel 2006, per effetto dell’indulto), ma in modo del tutto disomogeneo tra quella italiana e quella straniera: i nostri connazionali assicurati alla giustizia sono cresciuti del 10%, mentre gli immigrati sono aumentati di quasi del 50%. Quali sono le ragioni di questa<strong> sovrarappresentazione degli stranieri</strong> nei nostri istituti penitenziari?</p><p>Il tema è estremamente complesso e, in questa sede, si possono avanzare soltanto alcune ipotesi: il maggior tasso di esclusione sociale che normalmente caratterizza gli “ultimi arrivati” in un paese; l’età media della popolazione immigrata (più bassa di quella della popolazione italiana); la presenza di leggi che <strong>penalizzano </strong>i reati di cui più frequentemente si macchiano gli stranieri e, al contempo, la scarsa efficacia della repressione dei reati dei “colletti bianchi”, prevalentemente commessi da italiani (ad esempio, corruzione, reati finanziari, grandi evasioni fiscali, ecc. ecc.).</p><p><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://docs.google.com/spreadsheet/pub?hl=en_US&#038;hl=en_US&#038;key=0As5BBnKm0gSAdHRSREFzU3M3cnVjV182VFVzODBkNXc&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p><strong>Quanto costa un detenuto?<br /> </strong><br /> E’ una domanda ricorrente che in molti si pongono. Un detenuto oggi costa, all’intera comunità,  circa<strong> 113 euro al giorno</strong> (tabella 3). Anche se tale costo può suscitare una certa impressione, va chiarito, però, che in tale dato sono conteggiate tutte le spese relative al sistema penitenziario, non solo, per così dire, il “vitto e alloggio” del detenuto, ma tutti i fondi assegnati alle carceri (stipendi del personale, manutenzione delle strutture, investimenti, ecc), che vengono utilizzate per far funzionare l’intero sistema.</p><p>Tra le diverse spese che compongono quel costo medio per detenuto, e che contribuiscono a incrementarlo, vanno anche segnalate quelle derivanti da alcuni compiti che in Italia, diversamente che all’estero, sono assegnati all’amministrazione penitenziaria e non ad  altri corpi dello Stato (si pensi, ad esempio, al servizio di traduzione dei detenuti nei tribunali per i processi o negli ospedali per i ricoveri). C’è anche da sottolineare che il costo medio ha registrato una punta nel 2007 (198,44 euro/giorno), cui è seguita una graduale discesa, con una riduzione di spesa pari al 43% circa.</p><p><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://docs.google.com/spreadsheet/pub?hl=en_US&#038;hl=en_US&#038;key=0As5BBnKm0gSAdG1NRjdyRlNFM2FZNDY1NURNVldHOWc&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p><strong>Confronti internazionali</strong></p><p>Raffrontando alcuni fra gli indicatori più significativi (tabella 4) del settore penitenziario italiano con quelli degli altri Paesi membri dell’Unione Europea, ne viene fuori un’Italia con luci e molte ombre. Se, infatti, ci collochiamo (112) esattamente a metà classifica per l’incidenza di detenuti su 100 mila abitanti, precedendo di molto Paesi a noi più raffrontabili, per peso demografico e livello economico, quali Spagna (164 detenuti per 100 mila residenti) e Inghilterra (154), e seguendo Germania (88) e Francia (96), ci classifichiamo al penultimo posto per <strong>affollamento delle carceri </strong>e per percentuale di detenuti stranieri e addirittura all’ultimo per percentuale di detenuti in attesa di giudizio.</p><p><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://docs.google.com/spreadsheet/pub?hl=en_US&#038;hl=en_US&#038;key=0As5BBnKm0gSAdHJMLWtOSWVNNEVZNk56X3cxU3R0c0E&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p>Dunque, tirando le fila di tutti questi numeri, ci sembrerebbe che la nostra analisi<strong> confermi i motivi di preoccupazione </strong>diffusi in parte dell’opinione pubblica per la situazione del “pianeta carcere”. Paiono evidenti, infatti, alcune anomalie del sistema, che contravvengono a quel rispetto che ogni essere umano deve ad un altro essere umano, a prescindere dalla sua etnia e da ciò che ha fatto di criminoso nella sua vita. Una domanda ci viene spontanea: il nostro è un sistema garantista di forma o di sostanza, nel momento in cui si accetta che circa la metà della popolazione carceraria sia in attesa di giudizio?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/24/numeri-dal-carcere/165463/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>5</slash:comments> </item> <item><title>Quanti soldi (nostri) all&#8217;editoria no profit?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/12/quanti-soldi-nostri-vanno-alleditoria-no-profit/144712/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/12/quanti-soldi-nostri-vanno-alleditoria-no-profit/144712/#comments</comments> <pubDate>Tue, 12 Jul 2011 09:55:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Franco Vespignani &#38; Eleonora Farneti</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Politica & Palazzo]]></category> <category><![CDATA[cattolici]]></category> <category><![CDATA[contributi]]></category> <category><![CDATA[editoria]]></category> <category><![CDATA[giornali]]></category> <category><![CDATA[periodici]]></category> <category><![CDATA[soldi pubblici]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=144712</guid> <description><![CDATA[Ci eravamo divertiti qualche mese fa ad analizzare come la politica si è messa d&#8217;accordo e come ha stabilito di erogare all&#8217;editoria i soldi dei cittadini, in base alla normativa vigente. Avevamo analizzato, tabelle alla mano, i contributi diretti percepiti dai quotidiani editi da cooperative di giornalisti, altre cooperative, fondazioni ed enti morali, e quelli percepiti...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Ci eravamo divertiti qualche mese fa ad analizzare come la politica si è messa d&#8217;accordo e come ha stabilito di <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/12/perche-paghiamo-due-volte-i-giornali/91686/" target="_blank">erogare all&#8217;editoria i soldi dei cittadini</a></span>, in base alla normativa vigente. Avevamo analizzato, tabelle alla mano, i contributi diretti percepiti dai quotidiani editi da cooperative di giornalisti, altre cooperative, fondazioni ed enti morali, e quelli percepiti da<strong> testate di partito</strong>: avevamo così scoperto che c&#8217;è una sperequazione tra le somme percepite dalle testate che realmente vendono e quelle che semplicemente prendono i soldi per diffondere,<strong> a spese del contribuente</strong> (non dell&#8217;acquirente che liberamente sceglie!) il loro messaggio.</p><p>Vogliamo completare la nostra analisi andando a vedere cosa succede di quei contributi pubblici diretti erogati a <strong>periodici </strong>appartenenti a categorie che non si prefiggono uno scopo di lucro (art. 3, comma 3, legge 250/1990). Sul totale dei contributi pubblici diretti erogati per l’anno 2008, i periodici che non hanno scopo di lucro pesano per un 5,5%. Sui 167 milioni distribuiti per tale anno, la fetta mangiata da questo tipo di informazione (sic!) è pari a 9.261.629 euro (tabella 1).</p><p><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://spreadsheets.google.com/spreadsheet/pub?hl=en_US&#038;hl=en_US&#038;key=0As5BBnKm0gSAdDJoZnFxVTRoekYxUzZJYUY3ZkltMUE&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p>E&#8217; quasi inevitabile soffermarsi sul secondo valore della suddetta tabella. 5,500 milioni di euro sono davvero tanti! E come fanno le<strong> testate cattoliche</strong> ad essere così brave da meritare tanto di più di quelle laiche? Ci chiediamo subito cosa significhi &#8220;informazione cattolica&#8221; (tabella 2). Possiamo solo immaginare, non essendo entrati nel merito delle testate, che i contenuti siano principalmente relativi a fatti interni all’organizzazione e alle direttive della Chiesa cattolica. Non ci resta che essere pieni di ammirazione ed invidia per la capacità di penetrazione sul territorio nazionale che la Chiesa, con la sua vasta e millenaria rete di strutture grandi e piccole, dissemina il suo verbo in modo capillare. Non c&#8217;è luogo che possa sottrarsi alla sua informazione!</p><p><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://spreadsheets.google.com/spreadsheet/pub?hl=en_US&#038;hl=en_US&#038;key=0As5BBnKm0gSAdDUyUENFandYYUZCQUhWYkFldURvTVE&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p>Analizzando il settore “Diocesi” è interessante notare che delle 50 testate che beneficiano dei contributi pubblici diretti, ben 39 (il 78%) appartengono all’<strong>Italia settentrionale</strong>, 10 (il 20%) all’Italia centrale e solo una (il 2%) all’Italia meridionale/insulare. Questo dato, per noi sorprendente, si può spiegare solo con la tradizione e la cultura?</p><p>Sfogliando l’elenco delle testate di informazione cattolica, troviamo non solo periodici prestigiosi e diffusi a livello nazionale, come <em>Famiglia Cristiana</em> (312mila euro di contributi) e il <em>Giornalino </em>(306mila euro di contributi), entrambi della casa editrice Periodici San Paolo, ma soprattutto una pletora di<strong> piccoli giornali a diffusione locale </strong>che percepiscono contributi oscillanti dai 10mila Euro ai 100mila euro.</p><p>Chissà, se in momenti di “tagli” come questi che sta effettuando il Governo, non sia il caso di <strong>rivedere certe spese</strong>, forse eccessive, destinate a soddisfare solo una piccola parte dei cittadini.<br /> <em><br /> Con la collaborazione di Marinella Ferrarotto</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/12/quanti-soldi-nostri-vanno-alleditoria-no-profit/144712/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>3</slash:comments> </item> <item><title>Ma di che si occupano i telegiornali?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/27/ma-di-che-si-occupano-i-telegiornali/127608/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/27/ma-di-che-si-occupano-i-telegiornali/127608/#comments</comments> <pubDate>Mon, 27 Jun 2011 15:21:33 +0000</pubDate> <dc:creator>Franco Vespignani &#38; Eleonora Farneti</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[cronaca]]></category> <category><![CDATA[economia]]></category> <category><![CDATA[notizie]]></category> <category><![CDATA[Ordine]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[sky tg24]]></category> <category><![CDATA[Tg]]></category> <category><![CDATA[tg la7]]></category> <category><![CDATA[Tg1]]></category> <category><![CDATA[tg5]]></category> <category><![CDATA[titoli]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=127608</guid> <description><![CDATA[In questi ultimi mesi i telegiornali nazionali delle diverse reti televisive, pubbliche e private, sono stati al centro dell’attenzione per via della loro supposta non imparzialità o per il mancato rispetto della normativa sulla par condicio. In questa sede non si vuole entrare nel merito di questi eventi, ma solo dare un contributo circa “l’impostazione di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>In questi ultimi mesi i <strong>telegiornali nazionali </strong>delle diverse reti televisive, pubbliche e private, sono stati al centro dell’attenzione per via della loro supposta non imparzialità o per il mancato rispetto della normativa sulla par condicio. In questa sede non si vuole entrare nel merito di questi eventi, ma solo dare un contributo circa “l’impostazione di fondo” dei più visti Tg delle ore 20: Tg1, Tg5 e Tg La7, con indicazioni anche sul Tg24 di Sky.</p><p>Si è, pertanto, effettuata un’analisi attraverso la quantificazione degli argomenti dei <strong>titoli di apertura</strong> e l’ordine con cui sono state date le notizie nei Tg nella settimana che va dal 9 al 15 maggio, caratterizzata dagli scontri pre-elettorali, dalla rivolta in Libia, dagli sbarchi a Lampedusa, dall’omicidio di Melania Rea e dalle vicende del premier con la giustizia. Per condurre l’analisi, si è scelto di considerare tutte le notizie lette nei titoli dei Tg, sebbene il loro numero vari da Tg a Tg. Il risultato non si modifica, nella sostanza, se si fa riferimento allo stesso numero di notizie per ciascun telegiornale, scartando, in caso di eccesso, le ultime.</p><p>Il Tg che ha dato più notizie nei titoli è il Tg5 (mediamente 8), contro le 6 del Tg1 e del Tg La7. Andando ad analizzare la tipologia delle notizie, sono evidenti le forti differenze (tabella 1). Simili Tg1 e Tg5, <strong>diverso Tg La7</strong>. Quest’ultimo, infatti, punta molto su argomenti di politica, interna ed estera, tanto che più della metà delle notizie riguarda questo ambito. Solo una notizia su 5, invece, ha tale natura negli altri due Tg, orientati molto di più sulla cronaca interna e, in parte, su quella estera. Anche le notizie che trattano di <strong>economia, finanza e giustizia</strong> assumono un diverso peso nei Tg: sono molto trascurate dal Tg1 (una su 20) e alquanto dal Tg5 (una su 10), mentre il Tg La7 ne dà un rilievo maggiore (una su 7). Il Tg1 con una notizia su 5 di attualità, tv, cinema e teatro è nettamente la testata televisiva che tratta più ampiamente questa tipologia di informazione, una su 10 il Tg5 e nessuna informazione viene, invece, fornita a riguardo dal Tg La7.</p><p><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://spreadsheets.google.com/spreadsheet/pub?hl=en_US&#038;hl=en_US&#038;key=0As5BBnKm0gSAdGloR2hBb0lLX0g4ZlYwNy1QQVlSTkE&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p>Riassumendo:<br /> Tg1: moltissima cronaca e un po’ di politica e attualità varia, pochissimi temi economici e finanziari o sulla giustizia.<br /> Tg5: moltissima cronaca, un po’ di politica, un po’ meno di attualità e di economia, finanza e giustizia.<br /> Tg La7: moltissima politica, un bel po’ di cronaca e un po’ di economia, finanza e giustizia; nulla di altro.</p><p>E’ stato effettuato, poi, un approfondimento in merito all’<strong>ordine</strong> con cui vengono date le notizie, limitandosi ai primi due posti (tabella 2). È la <strong>politica interna</strong> a fare la parte del leone con una variabilità più accentuata per il Tg La7 che dà rilievo anche alla cronaca estera e raramente alla giustizia.</p><p><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://spreadsheets.google.com/spreadsheet/pub?hl=en_US&#038;hl=en_US&#038;key=0As5BBnKm0gSAdFhxOTVqRGRFMk9KdGdvOG1QV1RrcFE&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p>Un’ultima analisi ha riguardato il <strong>Tg24 di Sky</strong>, che va in onda sul digitale satellitare a pagamento, per avere un termine di paragone, se così si può dire, “diverso” (tabella 3). Mediamente il Tg di questa rete apre con una numerosità di titoli superiore agli altri Tg presi in esame (circa 10). Nella settimana considerata, esclusa l’edizione delle 20 del 13 maggio, non trasmessa, l’andamento di fondo delle notizie tende a quello del Tg La7 con un po’ meno politica e più attualità, specialmente sport. Anche per il Tg24 le notizie di sport e attualità varia sono relegate agli ultimi posti nell’ordine dei titoli annunciati.</p><p><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://spreadsheets.google.com/spreadsheet/pub?hl=en_US&#038;hl=en_US&#038;key=0As5BBnKm0gSAdEl4RC1Ka2NuZkt6aURMc1JPR1NBRWc&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p>Da questa “analisi del contenuto”, come tecnicamente si chiama l’indagine sopra esposta, emerge chiaramente che le “sensazioni” di molti sulla “impostazione di fondo” dei Tg più visti hanno trovato <strong>diretto riscontro</strong> nella oggettività dei dati esaminati.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/27/ma-di-che-si-occupano-i-telegiornali/127608/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>6</slash:comments> </item> <item><title>Istat, sul lavoro le donne ancora penalizzate</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/13/istat-sul-lavoro-le-donne-ancora-penalizzate/110973/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/13/istat-sul-lavoro-le-donne-ancora-penalizzate/110973/#comments</comments> <pubDate>Fri, 13 May 2011 10:54:46 +0000</pubDate> <dc:creator>Franco Vespignani &#38; Eleonora Farneti</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Lavoro & precari]]></category> <category><![CDATA[Società]]></category> <category><![CDATA[donne]]></category> <category><![CDATA[Istat]]></category> <category><![CDATA[lavoro]]></category> <category><![CDATA[Scuola]]></category> <category><![CDATA[stipendi]]></category> <category><![CDATA[studi]]></category> <category><![CDATA[università]]></category> <category><![CDATA[Uomini]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=110973</guid> <description><![CDATA[Tutti noi cittadini italiani abbiamo sopportato troppo, non ci riconosciamo nelle azioni e nel pensiero di Mr. B, ma solo le donne hanno preso l&#8217;iniziativa di mostrare la loro indignazione. Gli uomini si sono aggiunti, ma l&#8217;iniziativa è partita dal gentil sesso. Le altre donne, quelle che non sono disposte ad essere comprate come carne...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Tutti noi cittadini italiani abbiamo sopportato troppo, non ci riconosciamo nelle azioni e nel pensiero di Mr. B, ma solo le <strong>donne </strong>hanno preso l&#8217;iniziativa di mostrare la loro indignazione. Gli uomini si sono aggiunti, ma l&#8217;iniziativa è partita dal gentil sesso.</p><p>Le altre donne, quelle che non sono disposte ad essere comprate come carne in vetrina ci sono, sono tante, le hanno viste tutti <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/13/da-trieste-a-palermo-da-bari-a-pesaro-sono-gia-decine-di-migliaia-le-donne-in-piazza/91829/" target="_blank">nelle piazze d&#8217;Italia il 13 febbraio</a></span>. Sono quelle che non aspettano il marito ricco, che non si fanno il lifting, a cui non importa niente della borsa di Vuitton, che lavorano tutto il giorno, spesso occupando posizioni di responsabilità, altre volte per uno stipendio non sempre sicuro, quelle che crescono i figli e si occupano degli anziani. Sono quelle che hanno detto <strong>no alla meritocrazia basata sulle “misure”</strong>.</p><p>Cosa ci dicono i dati statistici sul <strong>rapporto tra uomo e donna</strong> in relazione al sistema scolastico e al mondo del lavoro nella realtà del nostro paese? A tal fine ci siamo avvalsi delle più recenti Ricerche effettuate dall’Istat su tali argomenti.</p><p>I dati dimostrano che le ragazze, pur attestandosi su un <strong>tasso di scolarità</strong> simile  a quello dei ragazzi, portano a termine l&#8217;impegno scolastico con 9,7 punti percentuali in più di quello dei maschi, dimostrando quindi una costanza e una determinazione nel conseguire il titolo di studio nettamente superiore.</p><p><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://spreadsheets.google.com/spreadsheet/pub?hl=en&#038;hl=en&#038;key=0As5BBnKm0gSAdEVOOXQ1cnM3b2tuUEctTEdjUmZJWGc&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p>Le cose cambiano quando dalla scuola si passa alla vita lavorativa. I <strong>dati occupazionali</strong>, soprattutto per il contratto a tempo indeterminato, ci dicono che c&#8217;è un vantaggio di oltre 5 punti percentuali a favore dei maschi. Forse i datori di lavoro preferiscono dipendenti che non andranno in congedo per maternità.</p><p><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://spreadsheets.google.com/spreadsheet/pub?hl=en&#038;hl=en&#038;key=0As5BBnKm0gSAdGdFNWdoQjY2VHVNR040MEJEREVJWFE&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p>Che succede quando si arriva all&#8217;<strong>università</strong>? Possiamo osservare una conferma per le donne della tendenza all&#8217;impegno nel voler proseguire gli studi e alla determinazione nel voler conseguire il diploma di laurea. Tale tendenza fa registrare un sensibile divario sempre a loro favore.</p><p><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://spreadsheets.google.com/spreadsheet/pub?hl=en&#038;hl=en&#038;key=0As5BBnKm0gSAdHktRDVNYVFwMlF3SHNwc3lrN0NQenc&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p>La<strong> laurea triennale </strong>sembra rendere pari le opportunità lavorative tra i due sessi. Ci sorprende il dato relativo agli occupati in possesso di laurea specialistica. Gli uomini vengono preferiti nel sistema lavoro per 7,5 punti percentuali, anche se le donne non hanno affatto deciso di rimanere in casa! Tanto è vero che, a fronte del 10,4% dei maschi in cerca di lavoro, ben il 16,8 % delle femmine si affanna alla ricerca dell&#8217;indipendenza economica.</p><p><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://spreadsheets.google.com/spreadsheet/pub?hl=en&#038;hl=en&#038;key=0As5BBnKm0gSAdDVBWXlqZ1lkTll2UGxOcVBsdnZGY2c&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p>Per concludere, non volendo fare commenti, offriamo alla considerazione dei lettori i seguenti dati Istat sulle <strong>retribuzioni</strong>. Tali dati non sono comprensivi di quelli relativi al settore del pubblico impiego, dove la selezione del personale avviene per concorso ed esiste un trattamento economico paritario tra maschi e femmine, ma esclusivamente di coloro che sono occupati nel comparto privato.</p><p><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://spreadsheets.google.com/spreadsheet/pub?hl=en&#038;hl=en&#038;key=0As5BBnKm0gSAdG5KR2NhXzFHRzFuZ3lyblg4LW9RVmc&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p>Abbiamo appena festeggiato il 150° Anniversario dell&#8217;Unità d&#8217;Italia e dopo aver letto i dati della suddetta tabella ci piace ricordare che nel 1964 fu abolito il<strong> “Coefficiente Serpieri”</strong>, introdotto con legge del 1934, il quale determinava, nel settore agricolo, che il compenso per la donna era pari al 60% di quello percepito dall&#8217;uomo.<br /> <em><br /> Con la collaborazione di Marinella Ferrarotto</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/13/istat-sul-lavoro-le-donne-ancora-penalizzate/110973/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>12</slash:comments> </item> <item><title>Sondaggi, verità e falsi statistici</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/19/sondaggi-falsi-e-verita-statistiche/105148/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/19/sondaggi-falsi-e-verita-statistiche/105148/#comments</comments> <pubDate>Tue, 19 Apr 2011 07:51:37 +0000</pubDate> <dc:creator>Franco Vespignani &#38; Eleonora Farneti</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[Enrico Mentana]]></category> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[sondaggi]]></category> <category><![CDATA[statistica]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=105148</guid> <description><![CDATA[Sempre più frequentemente, negli ultimi anni, i media pubblicano sondaggi che investigano sui più diversi argomenti, ma in particolare su quelli di carattere politico. Ne riportano i risultati, commentandoli e verificando quanto siano in linea con tesi e ipotesi aprioristiche. Il sondaggio d’opinione &#8211; attraverso un campione, che rappresenta una sorta di fotografia a formato...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Sempre più frequentemente, negli ultimi anni, i media pubblicano <strong>sondaggi </strong>che investigano sui più diversi argomenti, ma in particolare su quelli di carattere <strong>politico</strong>. Ne riportano i risultati, commentandoli e verificando quanto siano in linea con tesi e ipotesi aprioristiche.</p><p>Il <strong>sondaggio d’opinione</strong> &#8211; attraverso un campione, che rappresenta una sorta di fotografia a formato ridotto dell’intera collettività su cui si intende indagare &#8211; ha lo scopo di scoprire quali siano i giudizi, i pareri, i comportamenti, gli atteggiamenti di una popolazione nel suo complesso o di una sua particolare categoria, quale, ad esempio, quella degli elettori, dei disoccupati, dei consumatori di un  prodotto, degli utenti di un servizio.</p><p>Soffermiamoci ora sui soli sondaggi politici, i più “delicati”. Appare chiaro, soprattutto nel caso in cui i risultati del sondaggio vengano divulgati a un così vasto pubblico come quello dei telespettatori, l’effetto che informazioni poco precise, distorte, oppure non errate, possano creare nell’opinione pubblica. Ma <strong>la scorretta informazione è </strong><strong>dannosa</strong> anche al commentatore giornalistico, al politico indotto a modificare orientamenti in base ad esse.</p><p>L’informazione è un aspetto estremamente delicato in una <strong>democrazia</strong>: diffondere, artatamente o solo per superficialità o ignoranza, notizie non corrispondenti al vero, anche solo in parte, può modificare il modo in cui ci si comporta, perché esse contribuiscono a “formare” l’opinione di ognuno di noi e, “migliori” sono, maggiore sarà la capacità di ciascuno di giudicare e di prendere una decisione con cognizione di causa.</p><p>Per alcune riflessioni prendiamo spunto dai sondaggi commentati ogni lunedì nel<strong> telegiornale delle 20.00 su La 7</strong>.</p><p>In tale spazio Mentana &#8211; senz&#8217;altro un ottimo giornalista &#8211; ci presenta i progressi o i regressi che i diversi partiti registrano <strong>a cadenza settimanale</strong>, raffrontando le indicazioni di un campione intervistato in ogni periodo e di un campione costituito da altri, diversi elettori, interpellati nella settimana successiva.</p><p>In tal modo si intendono cogliere le modificazioni che intervengono nell’arco di sette giorni, presso l’elettorato italiano, a seguito di avvenimenti di ordine politico, che dovrebbero contribuire ad aumentare o ridurre il livello di gradimento nei confronti del partito che si voterebbe in caso di elezioni. E’ <strong>una domanda legittima</strong> e interessante: gli interventi del Governo sulla riforma della giustizia, le vicende relative ad appartamenti di alcuni leader, i passaggi da un partito all’altro di alcuni deputati, gli sbarchi a Lampedusa, ecc., quale impatto provocano nell’elettorato? Sono eventi che hanno o non hanno conseguenze sull’intenzione di votare un partito piuttosto che un altro?</p><p>Tutti i lunedì vediamo proiettata sullo schermo televisivo del telegiornale di Mentana una tabella con le percentuali di intenzione di voto espresse dagli intervistati, confrontate con quelle del lunedì precedente. In due recenti sondaggi, l’uno successivo all’altro, le variazioni più ampie in valore assoluto sono di <strong>0,6 punti percentuali</strong>.</p><p>Il giornalista evidenzia per ogni partito le variazioni positive o negative intercorse tra le ultime due settimane e le presenta, con interventi del “sondaggista” (che brutto termine!) che lo aiuta integrandone i commenti. Peccato che quelle variazioni per tutti i partiti minori <strong>non abbiano alcun senso statistico</strong>! La statistica è una cosa seria, non può essere usata come un “giocherello”, non le si può far dire quello che non può dire.</p><p>Perché diciamo che quelle differenze percentuali tra i due sondaggi non hanno senso? Proveremo a spiegarlo, semplificando al massimo. Le percentuali sulle intenzioni di voto, calcolate dalla società Emg, si riferiscono solo a coloro che hanno dichiarato che voterebbero, <strong>escludendo gli indecisi</strong><strong>, gli astensionisti e chi vota scheda bianca</strong>. Pertanto, non si riferiscono a tutti i 1.000 individui che costituiscono ciascun campione, ma ai 536 per quanto riguarda l’ultimo sondaggio e ai 530 per quel che concerne il precedente, che hanno fornito una risposta in merito al partito che voterebbero in caso di elezioni politiche.</p><p><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://spreadsheets.google.com/pub?hl=en&#038;hl=en&#038;key=0As5BBnKm0gSAdEoyTDNYcjNKeTRMOGY1NTBhUHNhTkE&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></p><p>Riferendoci, dunque, a questi soli intervistati, abbiamo calcolato, nel primo e nel secondo sondaggio, quanti individui hanno espresso la propria intenzione di voto relativamente a ciascuno dei partiti citati e quindi, a quanti intervistati si riferiscono quelle differenze percentuali, verificatesi nell’arco della settimana, di 0,2%, 0,6%, ecc. Occorre commentare? Basta osservare le ultime tre colonne della tabella, e in particolare l’ultima, per comprendere immediatamente che le induzioni sugli spostamenti di voto dell’intero elettorato italiano sono basate, esclusivamente, sulle <strong>dichiarazioni di 1 persona, massimo 4</strong>.</p><p>C’è poi da chiedersi come mai la somma di coloro che hanno dichiarato un’intenzione di voto non raggiunga il 100%, ma solo il 98,2% nell’ultimo sondaggio e il 98,5% nel primo. <strong>Che fine hanno fatto </strong>quei 13 intervistati dell’ultimo sondaggio e quei 6 del precedente?</p><p>Un’ultima osservazione per gli scettici. Tutto questo non li deve indurre a rivangare la “statistica del pollo” di trilussiana memoria. La statistica è basata sulla probabilità e quando si realizza un campione si stabilisce anche <strong>con quale  probabilità i risultati che ne scaturiranno corrispondano</strong> all’intera popolazione di riferimento e di quanto se ne possano discostare, ovvero quale sia l’intervallo di confidenza (e non lo <em>“sbaglio”</em> come affermava un deputato del Pdl in una trasmissione televisiva) da cui siano affetti. E’ palese che per avere una più elevata probabilità che i risultati siano quelli della popolazione e che se ne discostino in un modo accettabile, occorre realizzare campioni di una consistenza più ampia rispetto a quella dei sondaggi or ora analizzati, che  si basano su poco più di 520 risposte. In realtà, qualche elaborazione sull’orientamento politico degli indecisi sarebbe effettuabile, con metodologie statistiche e in presenza di informazioni idonee su tutti gli intervistati (soddisfazione sull’attività del governo, temi sociali ritenuti prioritari, ecc.).</p><p>D’altra parte, non deve stupire che un risultato campionario sia probabile e non coincidente perfettamente con il valore della popolazione. Difatti, non esiste <strong>nessun fenomeno sociale, economico, fisico e via dicendo di cui l’uomo possa avere certezza</strong>. Chi, infatti, dopo avere ascoltato le previsioni di pioggia è certo al 100% che effettivamente pioverà? Chi può dire in che ora, giorno, mese, anno si verificherà un terremoto e di quale magnitudo in una zona pur riconosciuta altamente sismica? Chi può calcolare esattamente di quanti punti o decimi di punto varierà il Pil a seguito, per esempio, all’aumento dei prezzi dei cereali e di materie prime, all’aumento dei tassi di interesse, alla rimodulazione delle aliquote fiscali, ecc.?</p><p>Per misurare la significatività delle differenze, ossia delle variazioni che intercorrono tra due rilevazioni, da molto tempo i “sondaggisti” potrebbero ricorrere a una soluzione, che risale al 1940, introdotta dal sociologo Paul Lazarsfeld negli Usa – proprio in campo politico-elettorale, che si chiama <em><strong>panel</strong> </em>(rilevazioni periodiche effettuate sempre sul medesimo campione).</p><p>Infine, un invito a tutti: <strong>non giochiamo con i numeri</strong>. Rispettiamoli!</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/19/sondaggi-falsi-e-verita-statistiche/105148/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>28</slash:comments> </item> <item><title>Quanto tempo dedicano i Tg ai partiti?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/22/quanto-tempo-dedicano-i-tg-ai-partiti/98527/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/22/quanto-tempo-dedicano-i-tg-ai-partiti/98527/#comments</comments> <pubDate>Tue, 22 Mar 2011 13:19:28 +0000</pubDate> <dc:creator>Franco Vespignani &#38; Eleonora Farneti</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[agcom]]></category> <category><![CDATA[informazione]]></category> <category><![CDATA[par condicio]]></category> <category><![CDATA[partiti]]></category> <category><![CDATA[tempo di antenna]]></category> <category><![CDATA[Tg]]></category> <category><![CDATA[tv]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=98527</guid> <description><![CDATA[L’informazione televisiva è appannaggio di qualche partito più che di altri? Sulle reti televisive si dedica più spazio a un certo partito piuttosto che a un altro? Secondo molti, più che domande, queste sono certezze. Secondo altri sono solo ed esclusivamente impressioni. Abbiamo voluto verificare, numeri alla mano, quale sia l’obiettiva risposta a queste domande. Non...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’informazione televisiva è appannaggio di qualche partito più che di altri? Sulle reti televisive si dedica <strong>più spazio a un certo partito</strong> piuttosto che a un altro? Secondo molti, più che domande, queste sono certezze. Secondo altri sono solo ed esclusivamente impressioni.</p><p>Abbiamo voluto verificare, numeri alla mano, quale sia l’obiettiva risposta a queste domande. Non tutti sanno, forse, che un’Autorità indipendente, istituita con la legge 249/1997,<strong> l’Agcom, misura i tempi</strong> dedicati ai diversi partiti dalle reti televisive, comunicandoli alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ovviamente tali dati non possono entrare nel merito della qualità e della tipologia di informazione trasmessa, ma riescono a fornire un quadro quantitativo della situazione, consentendo di verificare quanto prescrive la Commissione Parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radio-televisivi, la quale afferma che <em>“nel rispetto della libertà di informazione, ogni direttore responsabile di testata è tenuto ad assicurare che i programmi di informazione a contenuto politico-parlamentare attuino <strong>un’equa rappresentazione</strong> di tutte le opinioni politiche assicurando la parità di condizioni nell’esposizione di opinioni politiche presenti nel Parlamento nazionale e nel Parlamento europeo”</em>.</p><p>Ebbene, basta uno sguardo alla tabella qui riportata e subito salta all’occhio come i due maggiori partiti, l’uno del Governo (<strong>Pdl</strong>) e l’altro dell’opposizione (<strong>Pd</strong>), siano quelli che, negli ultimi tre mesi (dicembre 2010-febbraio 2011) hanno concentrato su di sé la maggior parte del tempo di trasmissione. In questo trimestre ha conteso loro la scena il <strong>Fli</strong>, per oggettive motivazioni legate alle sue posizioni, alla novità che rappresenta nello scenario politico, alle vicissitudini di cui è stato protagonista. Focalizzando, tuttavia, l’attenzione sui due maggiori partiti &#8211; Pdl e Pd &#8211; appare chiaro come vi sia uno <strong>squilibrio</strong> tra il tempo di cui gode il primo rispetto al secondo. E questo appare del tutto evidente, in particolare sui due più importanti telegiornali delle reti <strong>Mediaset</strong>, il Tg5 e il Tg4, e sul Tg1 della rete <strong>Rai</strong>.</p><div style="text-align: center;"><iframe width='500' height='300' frameborder='0' src='https://spreadsheets.google.com/pub?hl=en&#038;hl=en&#038;key=0As5BBnKm0gSAdERZZGM5R0h4QnJTOFFBemxuamZmSkE&#038;output=html&#038;widget=true'></iframe></div><p>Il comportamento <strong>più eclatante </strong>è quello del telegiornale di Emilio Fede (<strong>Tg4</strong>) che arriva a febbraio a dedicare al Pdl circa 4 volte il tempo concesso al Pd. Gli altri due telegiornali di Mediaset manifestano due atteggiamenti antitetici: il <strong>Tg5</strong>, come già rilevato, tende a un pronunciato favoritismo (escluso il mese di dicembre) nei confronti del Pdl, mentre <strong>Studio Aperto</strong> accorda a gennaio e febbraio un tempo di informazione più che doppio al partito di opposizione rispetto a quello di maggioranza. Tale comportamento è tuttavia in netto contrasto con l’atteggiamento tenuto nei mesi precedenti a quelli in esame, quando, generalmente, al Pdl veniva concesso un tempo di antenna spesso più che doppio rispetto a quello attribuito al Pd.</p><p>In ambito Rai, come già osservato, il <strong>Tg1 </strong>dà più spazio al Pdl che al Pd, “controbilanciato” dal comportamento del <strong>Tg3 </strong>che, invece, dedica più o meno lo stesso tempo al maggior partito di opposizione e a quello di governo, mentre il <strong>Tg2 </strong>mantiene un comportamento sostanzialmente più equilibrato nei confronti dei due partiti. Infine, il <strong>Tg La7</strong>, tranne che nel mese di dicembre, in cui dedica all’incirca lo stesso tempo ai due partiti in esame, nei mesi successivi allarga la forbice a tutto vantaggio del Pdl.</p><p>In estrema sintesi, se facciamo un conteggio del tempo di antenna dedicato dai sette telegiornali ai due maggiori partiti, risulta chiaro che, in tutti e tre i mesi considerati, 4 reti su 7 a dicembre e febbraio e 6 su 7 a gennaio danno<strong> più spazio al Pdl rispetto al Pd</strong>.</p><p>Un’ultima considerazione. Per una più chiara lettura dei dati, occorrerebbe ponderare i tempi di antenna di ciascun telegiornale con il rispettivo<strong> numero di telespettatori</strong>, per poter effettivamente calcolare quante persone vengono raggiunte dalle informazioni dedicate al Pdl e al Pd, oltre che a tutti gli altri partiti. Ma purtroppo non disponiamo dei dati Auditel, che permetterebbero tale tipo di analisi. Queste le parole che i numeri ci hanno detto e che tutti possono verificare.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/22/quanto-tempo-dedicano-i-tg-ai-partiti/98527/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Perché paghiamo due volte i giornali?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/12/perche-paghiamo-due-volte-i-giornali/91686/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/12/perche-paghiamo-due-volte-i-giornali/91686/#comments</comments> <pubDate>Sat, 12 Feb 2011 15:40:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Franco Vespignani &#38; Eleonora Farneti</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Media & regime]]></category> <category><![CDATA[editoria]]></category> <category><![CDATA[finanziamenti pubblici all'editoria]]></category> <category><![CDATA[il manifesto]]></category> <category><![CDATA[l'Unità]]></category> <category><![CDATA[Secolo d'Italia]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=91686</guid> <description><![CDATA[Perchè noi lettori italiani paghiamo i giornali due volte, una dal giornalaio e una attraverso i contributi pubblici? L&#8217;Indagine conoscitiva del Senato “Sul sistema di reperimento delle risorse pubblicitarie dei mezzi di comunicazione di massa” del 31 maggio 2005 ha evidenziato che “nella distribuzione delle risorse pubblicitarie tra i differenti mezzi di comunicazione il mezzo...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Perchè noi lettori italiani paghiamo i giornali due volte, una dal giornalaio e una attraverso i contributi pubblici?</p><p><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.senato.it/documenti/repository/commissioni/stenografici/14/comm08/08a_20050531p_IC_1567.pdf" target="_blank">L&#8217;Indagine conoscitiva</a></span> del Senato “Sul sistema di reperimento delle risorse pubblicitarie dei mezzi di comunicazione di massa” del 31 maggio 2005 ha evidenziato che “<em>nella distribuzione delle risorse pubblicitarie tra i differenti mezzi di comunicazione il mezzo televisivo complessivamente considerato raccoglie circa il 54 per cento delle risorse a fronte di un 37 per cento a favore della carta stampata</em>”.</p><p>Poiché la torta pubblicità è stata fagocitata prevalentemente dalle emittenti televisive, la sopravvivenza dei giornali si è legata al contributo dello Stato e così noi lettori, quando andiamo in edicola, paghiamo il quotidiano una prima volta e poi, quando lo Stato eroga i contributi alla carta stampata con i soldi delle nostre tasse, lo paghiamo una seconda volta.</p><p>E comunque la democrazia ha bisogno di voci diverse.</p><p>Lo Stato apre i cordoni della borsa e versa ai giornali contributi diretti e indiretti. Lo fa con precise e molteplici norme di legge. I contributi indiretti riguardano principalmente: le agevolazioni per le spese postali, per le utenze telefoniche ed elettriche, per il credito in conto interessi e per l’acquisto della carta. I contributi diretti sono previsti per specifiche categorie di giornali e concessi finora <strong>in relazione al numero delle copie tirate, non necessariamente vendute</strong>.</p><p>Nel mese di Novembre 2010 il Governo ha emanato un nuovo Regolamento (DPR 25/11/2010, n.223), per cui i contributi diretti all’editoria, saranno assegnati, da ora in poi, in base al rapporto tra copie vendute e distribuite. Le <strong>copie effettivamente distribuite</strong> sostituiranno, quale parametro di calcolo per l’erogazione dei contributi, le <strong>copie tirate</strong>. E&#8217; la maggior novità contenuta nel testo, che intende tutelare i giornali con autentica vocazione editoriale. Le norme entreranno in vigore a partire dai finanziamenti per l&#8217;anno 2011.</p><p>Siamo stati curiosi di vedere, comunque, come i quotidiani d&#8217;indirizzo politico, che rientrano nelle categorie espressamente individuate dalle leggi in materia, si siano finora distribuiti, e quindi prima della entrata in vigore delle nuove norme, il vantaggio offerto dai contributi diretti. Ci siamo limitati ad analizzare, per gli anni di riferimento 2006-2008, i quotidiani che appartengono alle categorie più rilevanti, includendo nelle prime due solo quelli più noti, come evidenziato nella tabella sottostante.</p><p></p><table><tbody><tr><td>Categorie</td><td>QUOTIDIANI</td><td colspan="3">CONTRIBUTI DIRETTI</td></tr><tr><td colspan="2"></td><td colspan="3">ANNO DI RIFERIMENTO</td></tr><tr><td colspan="2"></td><td>2006</td><td>2007</td><td>2008</td></tr><tr><td>A</td><td>L&#8217;AVANTI</td><td>2.506.619,35</td><td>2.530.638,81</td><td>2.530.638,81</td></tr><tr><td>A</td><td>IL MANIFESTO</td><td>4.441.529,00</td><td>4.352.698,75</td><td>4.049.022,10</td></tr><tr><td>A</td><td>RINASCITA</td><td>2.500.215,86</td><td>2.530.638,81</td><td>2.530.638,81</td></tr><tr><td>B</td><td>AVVENIRE</td><td>6.300.774,18</td><td>6.174.758,70</td><td>6.174.758,70</td></tr><tr><td>B</td><td>ITALIA OGGI</td><td>n.d.</td><td>5.263.728,72</td><td>5.263.728,72</td></tr><tr><td>C</td><td>IL CAMPANILE NUOVO</td><td>969.209,17</td><td>1.150.919,75</td><td>713.982,34</td></tr><tr><td>C</td><td>CRONACHE DI LIBERAL (già 				Cronache dell&#8217;Indipendente)</td><td>n.d.</td><td>n.d.</td><td>2.798.767,84</td></tr><tr><td>C</td><td>DEMOCRAZIA CRISTIANA</td><td>298.255,76</td><td>298.136,46</td><td>303.204,78</td></tr><tr><td>C</td><td>EUROPA</td><td>3.613.912,92</td><td>3.599.203,77</td><td>3.527.208,08</td></tr><tr><td>C</td><td>ITALIA DEMOCRATICA</td><td>n.d.</td><td>1.476.783,76</td><td>n.d.</td></tr><tr><td>C</td><td>ITALIA DEI VALORI</td><td>2.036.107,31</td><td>n.d.</td><td>n.d.</td></tr><tr><td>C</td><td>LIBERAL</td><td>1.124.917,33</td><td>1.200.342,31</td><td>n.d.</td></tr><tr><td>C</td><td>LIBERAZIONE GIORNALE 				COMUNISTA</td><td>3.718.489,68</td><td>3.947.796,54</td><td>4.555.149,86</td></tr><tr><td>C</td><td>LA PADANIA</td><td>4.028.363,82</td><td>4.028.363,82</td><td>3.947.796,54</td></tr><tr><td>C</td><td>PEUPLE VALDOTAIN</td><td>n.d.</td><td>301.325,06</td><td>306.447,59</td></tr><tr><td>C</td><td>LA RINASCITA DELLA 				SINISTRA</td><td>415.150,59</td><td>934.621,50</td><td>918.561,04</td></tr><tr><td>C</td><td>SECOLO D&#8217;ITALIA</td><td>3.098.741,40</td><td>2.959.948,01</td><td>2.952.474,42</td></tr><tr><td>C</td><td>IL SOCIALISTA LAB</td><td>472.225,86</td><td>472.036,97</td><td>480.061,60</td></tr><tr><td>C</td><td>TERRA (già Notizie verdi)</td><td>2.710.568,37</td><td>2.510.957,71</td><td>2.484.656,16</td></tr><tr><td>C</td><td>L&#8217;UNITA&#8217;</td><td>6.507.356,94</td><td>6.377.209,80</td><td>6.377.209,80</td></tr><tr><td>C</td><td>ZUKUNFT IN SUDTIROL</td><td>765.831,90</td><td>650.081,04</td><td>661.132,42</td></tr><tr><td>D</td><td>APRILE</td><td>198.388,03</td><td>206.317,47</td><td>201.292,49</td></tr><tr><td>D</td><td>AREA-POLITICA COMUNITA&#8217; 				ECONOMICA</td><td>315.338,15</td><td>343.004,05</td><td>365.786,62</td></tr><tr><td>D</td><td>CRISTIANO SOCIALI NEWS</td><td>43.178,00</td><td>57.717,93</td><td>58.699,14</td></tr><tr><td>D</td><td>IL DENARO</td><td>2.426.380,11</td><td>2.459.799,42</td><td>2.455.232,22</td></tr><tr><td>D</td><td>IL DUEMILA</td><td>105.542,37</td><td>178.007,45</td><td>181.033,57</td></tr><tr><td>D</td><td>IL FOGLIO</td><td>3.821.781,06</td><td>3.745.345,44</td><td>3.745.345,44</td></tr><tr><td>D</td><td>METROPOLI DAY</td><td>2.272.067,32</td><td>2.024.511,05</td><td>2.024.511,05</td></tr><tr><td>D</td><td>MILANO METROPOLI</td><td>n.d.</td><td>288.432,89</td><td>74.125,41</td></tr><tr><td>D</td><td>IL NUOVO RIFORMISTA (già 				Le Ragioni del Socialismo)</td><td>3.382.893,56</td><td>2.530.638,81</td><td>n.d.</td></tr><tr><td>D</td><td>OPINIONE DELLE LIBERTA&#8217;</td><td>1.927.448,91</td><td>1.976.359,70</td><td>2.009.957,81</td></tr><tr><td>D</td><td>ROMA</td><td>2.582.284,50</td><td>2.530.638,81</td><td>2.530.638,81</td></tr><tr><td>D</td><td>VOCE REPUBBLICANA</td><td>624.361,50</td><td>624.111,76</td><td>634.721,66</td></tr><tr><td></td><td>Fonte: Presidenza del 				Consiglio dei Ministri</td><td></td><td></td><td></td></tr><tr><td></td><td>Note:</td><td></td><td></td><td></td></tr><tr><td></td><td colspan="4">- Categoria A = Contributi 				per Quotidiani editi da Cooperative di Giornalisti. (Art. 3 comma 				2 Legge n. 250/1990)</td></tr><tr><td></td><td colspan="4">- Categoria B = Contributi 				per Quotidiani editi da Imprese editrici la cui maggioranza del 				capitale sia detenuta da</td></tr><tr><td></td><td colspan="2">Cooperative, Fondazioni 				o Enti morali. (Art. 3 comma 2 bis Legge n. 250/1990)</td><td></td><td></td></tr><tr><td></td><td colspan="4">- Categoria C = Contributi 				per Testate organi di Partiti e Movimenti politici che abbiano il 				proprio Gruppo parlamentare</td></tr><tr><td></td><td colspan="4">in una delle  Camere  o 				rappresentanze  nel  Parlamento  europeo o che siano espressione  				di  minoranze linguistiche</td></tr><tr><td></td><td colspan="4">riconosciute, avendo 				almeno un rappresentante in un ramo del Parlamento italiano, 				ovvero che, essendo state in</td></tr><tr><td></td><td colspan="4">possesso di tali 				requisiti, abbiano percepito i  contributi alla data  del 				31.12.2005.  (Art. 3 comma 10 Legge n. 250/</td></tr><tr><td></td><td colspan="3" width="577">1990 e Art. 20 comma 3 				ter D.L. n. 223/2006 convertito dalla Legge n. 248/2006)</td><td></td></tr><tr><td></td><td colspan="4">- Categoria D = Contributi 				 per  Imprese di  Quotidiani  o  Periodici organi di Movimenti 				politici, trasformatesi  in</td></tr><tr><td></td><td colspan="2">Cooperativa entro e non 				oltre il 1° Dicembre 2001. (Art. 153 Legge 388/2000)</td><td></td><td></td></tr><tr><td></td><td>- Il Campanile Nuovo nel 				2006 faceva parte della categoria D</td><td></td><td></td><td></td></tr></tbody></table><p>Abbiamo voluto fare un breve excursus su cinque dei quotidiani più significativi: <em>l’Unità, l’Avvenire, Liberazione Giornale Comunista, il Manifesto</em> e il<em> Secolo d’Italia</em>. Non abbiamo potuto considerare <em>La Padania</em> in quanto, nelle statistiche fornite dalla Federazione italiana editori giornali, i dati sulla tiratura e sulle vendite non erano presenti.</p><p><em>L’Unità</em> e <em>l’Avvenire</em> si collocano in prima posizione, riscuotendo contributi tra i 6,2 e i 6,5 milioni di euro/anno, seguiti da <em>Liberazione</em> e dal <em>Manifesto</em> (tra i 3,7 e i 4,5 milioni di euro/anno), mentre il <em>Secolo d’Italia</em> si trova in fondo a tale classifica (intorno ai 3 milioni di euro/anno).</p><p>Ma interessante, non è tanto rilevare l’importo complessivo dei contributi che ciascun quotidiano percepisce, quanto piuttosto il <strong>costo che il cittadino deve sostenere</strong> per ogni singola copia di tali giornali.</p><p>Calcolando tale valore, la classifica precedente subisce un netto cambiamento e <em>l’Avvenire</em> e <em>l’Unità </em>diventano i due quotidiani che si posizionano agli ultimi posti, mentre il <em>Secolo d’Italia</em> si posiziona al primo posto.  Al contribuente per l’anno 2008, rispetto a una copia del<em> Secolo d’Italia</em>, una copia dell’<em>Avvenire </em>costa 36 volte meno, una copia dell’<em>Unità</em> 9 volte meno, una copia del <em>Manifesto</em> 6 volte meno e una copia di <em>Liberazione</em> 1,7 volte in meno, come è possibile dedurre calcolando il rapporto tra contributi diretti erogati e copie vendute per ciascun quotidiano considerato.</p><p>Il fatto che ci sia questa sperequazione tra i contributi erogati ai quotidiani è determinato dal <strong>vecchio metodo di calcolo</strong> basato non sulle vendite, ma sulla tiratura delle copie. Difatti, nei tre anni considerati, su 100 copie tirate <em>l’Avvenire</em> ne ha vendute 65, <em>l’Unità</em> tra le 37 e le 46, il<em> Manifesto</em> tra le 28 e le 31, mentre il <em>Secolo </em>e <em>Liberazione</em> appena tra le 9 e le 18 copie.</p><p>Questa sperequazione con l’entrata in vigore del nuovo regolamento non dovrebbe esserci più (almeno speriamo!). Così, nello stesso tempo e per il bene della democrazia, tutte le opinioni avranno voce, ma riceveranno contributi in proporzione al numero dei propri sostenitori.</p><p>Sono i “numeri”, analizzati con semplici e appropriati strumenti statistici, che ci suggeriscono il modo per essere equi.</p><p><em>Ha collaborato alla presente analisi Marinella Ferrarotto</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/12/perche-paghiamo-due-volte-i-giornali/91686/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>34</slash:comments> </item> </channel> </rss>
<!-- Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: http://www.w3-edge.com/wordpress-plugins/

Minified using memcached
Page Caching using memcached (User agent is rejected)
Object Caching 1085/1086 objects using memcached
Content Delivery Network via st.ilfattoquotidiano.it

Served from: www.ilfattoquotidiano.it @ 2012-05-27 06:16:52 -->
