<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Enrico Beltramini</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/ebeltramini/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Cosa resterà del 2011 (in America)</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/12/cosa-restera-2011-america/176686/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/12/cosa-restera-2011-america/176686/#comments</comments> <pubDate>Mon, 12 Dec 2011 07:08:08 +0000</pubDate> <dc:creator>Enrico Beltramini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[2011]]></category> <category><![CDATA[economia]]></category> <category><![CDATA[mercati]]></category> <category><![CDATA[“Occupy Wall Street”]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=176686</guid> <description><![CDATA[L’anno che si chiude non è stato uno dei migliori, per usare un eufemismo, in America. Un altro anno di transizione, dal biennio del collasso, 2007-8, a – speriamo – la ripresa. Ecco comunque le dieci più importanti eredità dell’anno 2011. La disoccupazione è ancora al 9 per cento. L’economia non è ripartita (crescita sotto...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’anno che si chiude non è stato uno dei migliori, per usare un eufemismo, in America. Un altro anno di transizione, dal <strong>biennio del collasso</strong>, 2007-8, a – speriamo – la ripresa.</p><p>Ecco comunque le dieci più importanti eredità dell’anno 2011.</p><ol><li>La <strong>disoccupazion</strong>e è ancora al 9 per cento.</li><li>L’<strong>economia</strong> non è ripartita (crescita sotto il 2%).</li><li>Gli Stati Uniti non sono stati coinvolti in alcuna      guerra in <strong>Medio Oriente</strong> (malgrado la Primavera araba e tutto il resto).</li><li>La <strong>green economy</strong> stenta a svilupparsi (e nel      frattempo soffre un paio di fallimenti clamorosi).</li><li>Il primo movimento radicale dal 1996, <strong>Occupy Wall      Street</strong>, cambia le coordinate della politica americana.</li><li>L<strong>’industria automobilistica</strong> americana è      definitivamente fuori pericolo: è sopravvissuta alla catastrofe del 2008.</li><li>Il <strong>mercato immobiliare</strong> non riparte (a parte alcune      zone, tra cui San Francisco).</li><li>Il <strong>mercato finanziario</strong> non è ripartito (con      l’eccezione del primo dicembre 2011, in cui la borsa è andata molto bene).</li><li>Il<strong> Congresso</strong> non legifera (a novembre ne ha dato una      dimostrazione definitiva, non riuscendo a tagliare le spese nel budget      2012).</li><li>La<strong> politica</strong> non guida il paese (vari esempi).</li></ol> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/12/cosa-restera-2011-america/176686/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Bye Bye Sarah</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/28/sarah/173555/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/28/sarah/173555/#comments</comments> <pubDate>Mon, 28 Nov 2011 14:25:18 +0000</pubDate> <dc:creator>Enrico Beltramini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[elezioni presidenziali]]></category> <category><![CDATA[Sarah Palin]]></category> <category><![CDATA[Stati Uniti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=173555</guid> <description><![CDATA[Pochi giorni fa Sarah Palin ha ancora una volta dichiarato che non si candiderà alla presidenza degli Stati Uniti. A ridosso come siamo dell’apertura ufficiale della stagione delle primarie, i media americani hanno finalmente deposto lo scetticismo di pragmatica e le hanno creduto. La Palin non si candiderà, hanno scritto. In passato erano stati meno...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Pochi giorni fa <strong>Sarah Palin</strong> ha ancora una volta dichiarato che non si candiderà alla presidenza degli Stati Uniti. A ridosso come siamo dell’apertura ufficiale della stagione delle primarie, i media americani hanno finalmente deposto lo scetticismo di pragmatica e le hanno creduto. La Palin non si candiderà, hanno scritto. In passato erano stati meno accondiscendenti, e a farne le spese erano stati i loro lettori.</p><p>A fine maggio, per esempio, avevo pubblicato un post, su questo blog, intitolato <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/30/che-fine-ha-fatto-sarah-palin/114643/">“Che fine ha fatto Sarah Palin?”</a>. Il post sosteneva che la Palin non avrebbe corso per la presidenza degli Stati Uniti. Alcuni commenti al post mi avevano fatto notare che la Palin, al contrario, era in procinto di candidarsi. In realtà, la Palin non era in procinto di candidarsi, erano piuttosto i media che le attribuivano questa intenzione. Ai <strong>media americani</strong> piace giocare il ruolo di ‘enabler’. Lo stesso trattamento è stato poi riservato ad altri candidati, da Jeb Bush a Chris Christie, da Mitch Daniels a George Pataki. Tutti a dichiarare che non volevano candidarsi, tutti non creduti, almeno per un po’.</p><p>La Palin ha speso il suo capitale politico negli ultimi due anni a fare soldi, non a costruirsi una base politica. La decisione di lasciare il governatorato dell’Alaska ne è la prova più evidente. Anche quando si è presentata in occasioni pubbliche, anche davanti alle assemblee del Tea Party, ha sempre chiesto di essere pagata. Un atteggiamento che si confà ad uno <strong>speaker di professione</strong>, non ad un candidato alla ricerca di supporto e di voti. Quando si è impegnata nei suoi tour in autobus, è sempre stata attenta a combinare i luoghi delle sue visite ‘politiche’ con quelli in cui presentava i suoi libri. Più che una campagna elettorale, era un tour commerciale. Ingaggi come speaker, libri, e poi reality show.</p><p>Oggi la ricchezza della famiglia Palin, raccolta in un trust, è composta di <strong>immobili residenziali</strong> in Alaska, Arizona, e New England per un valore di svariati milioni di dollari. La premiata Palin Inc. ha fatto di tutto per spremere il marchio prima che questo appassisse. E, probabilmente, ha fatto molto bene. Il New York Times ha confinato l’ultimo annuncio della Palin, quello della definitiva rinuncia alla presidenza, a pagina 22.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/28/sarah/173555/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Contributi elettorali. Obama vince facile.</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/14/contributi-elettorali-obama-vince-facile/170648/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/14/contributi-elettorali-obama-vince-facile/170648/#comments</comments> <pubDate>Mon, 14 Nov 2011 15:10:40 +0000</pubDate> <dc:creator>Enrico Beltramini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Barack Obama]]></category> <category><![CDATA[Contributi elettorali]]></category> <category><![CDATA[Mitt Romney]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=170648</guid> <description><![CDATA[Premessa. Nell’ultimo secolo, nessun presidente con un indice di popolarità inferiore al 45% e un’economia in panne, è stato rieletto. Questo si sa. Ci sono gli esempi di Hoover, nel 1932, Johnson, nel 1968, Jimmy Carter, nel 1980, e GH Bush nel 1992. Nessuno di questi presidenti non rieletti, però, aveva a disposizione i fondi...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Premessa. Nell’ultimo secolo, nessun presidente con un indice di popolarità inferiore al 45% e un’economia in panne, è stato rieletto. Questo si sa. Ci sono gli esempi di Hoover, nel 1932, Johnson, nel 1968, Jimmy Carter, nel 1980, e GH Bush nel 1992.</p><p>Nessuno di questi presidenti non rieletti, però, aveva a disposizione <strong>i fondi</strong> che Barack Obama sta raccogliendo. I soldi possono fare la differenza?</p><p>Se i contributi raccolti fossero un’indicazione attendibile delle preferenze degli elettori, Barack Obama l’anno prossimo dovrebbe vincere in carrozza. Almeno, così dicono i numeri. Non i numeri dei sondaggi, ma quelli relativi ai fondi raccolti. A metà ottobre, Jim Messina, il manager della campagna per la rielezione di Obama, ha dichiarato di aver raccolto <strong>70 milioni</strong> di dollari nel secondo trimestre 2011, a cui vanno aggiunti i <strong>48 milioni</strong> del secondo trimestre. Mitt Romney, che è di gran lunga il candidato repubblicano con più soldi, ha raccolto 17 milioni di dollari nel terzo trimestre e 18 milioni nel secondo. Ad oggi, il rapporto è di 3 a 1: tre dollari ad Obama per ogni dollaro a Romney.</p><p>Non è un segreto che Messina abbia intenzione di raccogliere un miliardo di dollari. Si tratterebbe di una <strong>somma doppia</strong> a quella spesa di GW Bush e John Kerry insieme nel 2004. I due spesero infatti circa 250 milioni di dollari ciascuno.</p><p>Se Messina riesce veramente a raccogliere un miliardo di dollari, assisteremo ad un interessante caso di <strong>marketing politico</strong>: vedremo cioè se i soldi sono sufficienti per riportare un presidente alla Casa Bianca.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/14/contributi-elettorali-obama-vince-facile/170648/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>1</slash:comments> </item> <item><title>Chi odia Facebook</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/04/chi-odia-facebook/168471/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/04/chi-odia-facebook/168471/#comments</comments> <pubDate>Fri, 04 Nov 2011 15:28:26 +0000</pubDate> <dc:creator>Enrico Beltramini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Facebook]]></category> <category><![CDATA[finanza]]></category> <category><![CDATA[Internet]]></category> <category><![CDATA[privacy]]></category> <category><![CDATA[social network]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=168471</guid> <description><![CDATA[Quando si è sparsa la notizia che Steve Jobs era morto, gli ingegneri di Facebook hanno continuato a lavorare, ma in silenzio. Gli ingegneri di Facebook. Sì, perché c’è un tacito, invisibile filo che collega Jobs a Facebook, o forse meglio sarebbe dire al fondatore di Facebook. Sarà che il blockbuster Social Network ha offerto...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/11/zuck_jobs_def_sito.jpg?47e3a5"><img class="alignnone size-full wp-image-168475" title="zuck_jobs_def_sito" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/11/zuck_jobs_def_sito.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="151" /></a></strong>Quando si è sparsa la notizia che <strong>Steve Jobs</strong> era morto, gli ingegneri di Facebook hanno continuato a lavorare, ma in silenzio. Gli ingegneri di Facebook. Sì, perché c’è un tacito, invisibile filo che collega Jobs a Facebook, o forse meglio sarebbe dire al fondatore di Facebook. Sarà che il blockbuster Social Network ha offerto un ritratto di <strong>Mark Zuckerberg</strong>, un misto di creatività e determinazione, che ricorda tanto il fondatore di Apple. Sarà che Zuckerberg è il capo dell’azienda, come Jobs, e controlla ogni dettaglio, come Jobs, e non ha passato la mano, anche se l’azienda nel frattempo è passata da una valutazione di mille dollari a sessanta miliardi di dollari. Sarà quello che sarà. Ma per molti, e in primis per gli ingegneri di Facebook, Zuckerberg è l’unico e vero erede di Jobs.</p><p>Il filo che collega Steve Jobs a Mark Zuckerberg ha creato come un senso di inevitabilità: <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it-it.facebook.com/" target="_blank">Facebook</a></span> </strong>è – o sarà &#8211; la nuova Apple. Facebook è la piattaforma dei social network, così come un tempo Apple era – o voleva essere &#8211; la piattaforma per i computer. Questo senso di inevitabilità è invisibile ma perfettamente percepibile, perché si respira nell’aria e si avverte sui media. In quella che immagina come una guerra tra titani e che dovrebbe scoppiare l’anno prossimo, l’iconica rivista <em>Fast Company </em>prevede Facebook combattere contro Amazon, Google e ovviamente Apple per il primato assoluto: l’azienda più hot del mondo.</p><p>Ora, non è che tutta questa attenzione dei media per Facebook sia al di sopra di ogni sospetto:<strong> </strong>l’azienda probabilmente andrà in<strong> Borsa</strong> nella seconda parte dell’anno prossimo, e per allora essere hot non sarà soltanto un complimento, ma anche un prerequisito per una valutazione che raggiunga i cento (100!) miliardi di dollari. Cento miliardi per un’azienda che ha 600 milioni di utenti, un paio di miliardi di dollari nel 2011 di fatturato, e soltanto quattro mila dipendenti (il che significa una redditività di mezzo milione di dollari per dipendente, cioè il 20 per cento più di Apple, tanto per dire. Ma il miracolo avviene quando si confrontano gli altri dati: ogni nuovo utente apporta soltanto 3 dollari in termini di fatturato, ma quasi 200 dollari in termini di valutazione dell’azienda sul mercato finanziario).</p><p>Eppure, questo senso di inevitabilità crea anche il suo contrario: più Facebook diventa invasivo, più crea<strong> anticorpi</strong>. Proliferano i siti che paragonano Facebook a un impero e la sua pervasività sul Web a una colonizzazione. Infatti, in un’economia di mercato, ciò che dovrei fare, se sono insoddisfatto di Facebook, è semplicemente passare alla concorrenza. Ma, come ha scritto recentemente il <em>Wall Street Journal</em>, questo con Facebook è di fatto impossibile. Perché non soltanto i miei amici sono su Facebook, ma anche tutta la mia storia. Insomma, l’impressione è quella di essere confinati, con o contro la nostra volontà, nella prigione dorata di Facebook.</p><p>E non è finita qui. C’è la questione della <strong>privacy</strong> dei dati scambiati tra l’utente e Facebook. E’ sempre stato il tallone d’Achille di Mark Zuckerberg, il quale non è mai riuscito a convincere completamente la blogosfera che i suoi server sono altrettanto sigillati come i conti bancari svizzeri. E infatti ogni mese 600 mila dati ‘scappano’ via, colpa degli hacker. L’affermazione poi di Randi Zuckerberg, la sorella di Mark (già direttore del marketing di Facebook), che <em>“l’anonimato non è per Internet”</em>, ha insospettito parecchi sulle reali intenzioni della società e ha provocato la nascita di una start-up, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.4chan.org/" target="_blank"><strong>4chan</strong></a></span>, che sostiene che l’identità appartiene all’utente, non al social media.</p><p>Prendiamo poi l’interfaccia. <strong>L’interfaccia </strong>è una componente di Facebook, nel senso che è l’espressione visibile di Facebook. Ma quello che poi si vede – letteralmente – è la mia, di faccia. Così, quando Facebook decide di modificare l’interfaccia – come infatti è successo a settembre &#8211; non è proprio come la Coca Cola che cambia il design della lattina. Lo scopo è lo stesso, immagine e marketing, ma gli effetti impattano su di me, sulla mia auto-percezione, oltre naturalmente sulla percezione che gli altri hanno di me. Insomma, ci dovrebbe essere un modo per cui Facebook mi coinvolge nella decisione sull’interfaccia. Ma ovviamente non c’è. Pur apportando un contributo alla valutazione del social media di 200 dollari,  in quanto utente non ho alcun diritto. Ecco perché è scoppiata la rivolta.</p><p>L’anno scorso il <em>New York Times</em> parlò di <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://joindiaspora.com/" target="_blank">Diaspora</a></span></strong>, la start-up composta da ex utenti di Facebook che – appunto – si separava dal social media. Ma ora abbiamo addirittura un venture capital che finanzia (2 milioni e mezzo di mezzo di dollari) <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.unthink.com/" target="_blank">Unthink</a></span></strong>, un’azienda di Tampa che promuove l’emancipazione degli utenti di Facebook. In particolare, la missione di Unthink è quello di bloccare la stravagante abitudine di Facebook di cambiare i termini del servizio unilateralmente, senza preavviso, e soprattutto troppo di frequente.</p><p>Ci sono poi i siti come<strong> <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.facebookhaters.com/" target="_blank">Facebook Haters</a></span></strong> – quelli che odiano Facebook – che superano facilmente il milione di utenti ciascuno, proclamano l’emancipazione da Facebook e guidano l’opposizione. Sono, diciamo così, la versione digitale dei<strong> “we are the 99 percent”</strong>; protestano perché siano riconosciuti i diritti di quel 99 per cento di utenti che garantiscono il benessere all’1 percento, cioè i dipendenti e proprietari di Facebook.</p><p><em>Saturno, 4 novembre 2011</em></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/04/chi-odia-facebook/168471/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>54</slash:comments> </item> <item><title>Cos&#8217;è Occupy Wall Street?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/02/cose-occupy-wall-street/167432/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/02/cose-occupy-wall-street/167432/#comments</comments> <pubDate>Wed, 02 Nov 2011 09:14:25 +0000</pubDate> <dc:creator>Enrico Beltramini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Occupy Wall Street]]></category> <category><![CDATA[Tea Party]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=167432</guid> <description><![CDATA[&#8216;Occupy Wall Street&#8216; è niente più di una massa di ragazzi benestanti che giocano a cambiare il mondo. Un movimento di radical chic che abbiamo già visto, in altre fasi storiche, e che non sopravviverà al passaggio dalle proteste alle proposte&#8230; No, &#8216;Occupy Wall Street&#8217; è un motto di protesta composto da poveri ed ex-affluenti...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>&#8216;<a href="http://occupywallst.org/" target="_blank">Occupy Wall Street</a>&#8216; è niente più di una massa di ragazzi <strong>benestanti</strong> che giocano a cambiare il mondo. Un movimento di radical chic che abbiamo già visto, in altre fasi storiche, e che non sopravviverà al passaggio dalle proteste alle proposte&#8230;</p><p>No, &#8216;Occupy Wall Street&#8217; è un motto di protesta composto da poveri ed ex-affluenti che è emerso spontaneamente e senza regia da una reale, concreta situazione di precarietà e indigenza economica. Un movimento <strong>radicale</strong> e ideologico che esprime un disagio concreto ma che è completamente disconnesso dallo spirito dei tempi &#8230;</p><p>No, &#8216;Occupy Wall Street&#8217; è il sintonomo di una rabbia sociale alimentata dalla recessione, mischiata alla percezione politica che in America sussiste oggi un&#8217; intollerabile <strong>diseguaglianza</strong> di natura economica. Un movimento che si colloca esattamente all&#8217;opposto del Tea Party. &#8216;Occupy Wall Street&#8217; espime le istanze di chi non è ricco, il Tea Party di chi paga le tasse federali. Entrambi vogliono una revisione del patto sociale, anche se da prospettive contrarie.</p><p>Vedremo nei prossimi mesi quale di queste tre interpretazioni di &#8216;Occupy Wall Street&#8217; si rivelerà esatta. Già adesso, comunque, una considerazione va fatta: il tasso di <strong>populismo</strong> in America sta aumentando &#8211; raggiungendo livelli importanti e imprevedibili ancora poche settimane fa.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/02/cose-occupy-wall-street/167432/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>17</slash:comments> </item> <item><title>Herman Cain e Martin Luther King</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/17/herman-cain-e-martin-luther-king/164252/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/17/herman-cain-e-martin-luther-king/164252/#comments</comments> <pubDate>Mon, 17 Oct 2011 07:33:17 +0000</pubDate> <dc:creator>Enrico Beltramini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Barack Obama]]></category> <category><![CDATA[diritti civili]]></category> <category><![CDATA[Herman Cain]]></category> <category><![CDATA[james bond]]></category> <category><![CDATA[John Lewis]]></category> <category><![CDATA[Martin Luther King]]></category> <category><![CDATA[Stokely Carmichael]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=164252</guid> <description><![CDATA[Herman Cain è uno dei candidati repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti. Da qui all’agosto dell’anno prossimo, cercherà di ottenere un numero di delegati superiore a quello dei suoi avversari, e ottenere così la candidatura del suo partito alla presidenza. La questione è quindi la seguente: può un businessman afro-americano ottenere la candidatura del partito...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Herman Cain è uno dei candidati repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti. Da qui all’agosto dell’anno prossimo, cercherà di ottenere un numero di delegati superiore a quello dei suoi avversari, e ottenere così la candidatura del suo partito alla presidenza. La questione è quindi la seguente: può un <strong>businessman afro-americano</strong> ottenere la candidatura del partito repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti?</p><p>Non politici che sono diventati presidenti ce ne sono stati pochi, nella storia americana. In effetti, nell’ultimo secolo e mezzo, c’è n’è stato soltanto uno. Quindi, dal punto di vista dei precedenti, è poco probabile che Cain ottenga la candidatura. E candidati non bianchi che sono diventati presidenti, come è noto, la storia politica americana ne ha prodotto soltanto uno, <strong>Barack Obama</strong>. Combinando le due principali caratteristiche elettorali di Cain, la sua appartenenza alla comunità degli affari e a quella afro-americana, le probabilità che diventi il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti sono considerevolmente basse.</p><p>C’è però una terza ragione che rende fragile la candidatura di Cain: il fatto che non abbia partecipato al movimento dei diritti civili che negli anni Sessanta diede agli afro-americani il diritto di accedere alle stesse aree pubbliche (trasporti, ristoranti, alberghi, ecc.) disponibili ai bianchi e il diritto di voto. Il movimento dei diritti civili fu, <em>at large</em>, guidato da <strong>Martin Luther King</strong>. Quindi, in qualche modo, quello che danneggia Cain è il suo non rapporto con King. King è per la comunità afro-americana quello che papa Wojtyla per il cattolicesimo polacco: un’icona.</p><p>Nel suo libro, Cain sostiene di aver intenzionalmente deciso di non partecipare al movimento. Un giornalista, <strong>Lawrence O&#8217;Donnell</strong>, ha letto attentamente il libro di Cain, e nel corso di un’intervista è riuscito a metterlo sulla difensiva. Se tutti avessero fatto come lei, Mr. Cain, dove sarebbero oggi gli afro-americani?, ha chiesto. Piuttosto che sostenere di aver scelto di stare alla larga dal movimento, come ha scritto nel libro, nel corso dell’intervista Cain ha preferito seguire un’altra strada: ha sostenuto che ai tempi era troppo giovane per partecipare al movimento. C’è del vero nell’affermazione di Cain: Cain è nato nel 1945; John Lewis e James Bond (due dei più giovani leader del movimento) sono nati nel 1940, <strong>Stokely Carmichael</strong>, l’anno successivo. Però è altrettanto vero che nel 1965 Cain aveva 20 anni. E a 20 anni Lewis, Bond e Carmichael erano già attivamente impegnati nel movimento. Erano stati picchiati e messi in cella.</p><p>E’ ovvio che il rapporto tra Cain e il movimento dei diritti civili non si concentra tanto su quello che Cain ha fatto o non ha fatto, quanto piuttosto sull’atteggiamento che Cain ha assunto nei confronti della <strong>segregazione</strong> e della discriminazione razziale. Apparentemente, Cain non ha ritenuto di doversi ribellare. Questo ovviamente apre una serie di domande sulla sua integrità e sui suoi valori, e soprattutto sulla sua voglia di combattere battaglie civili impopolari e pericolose.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/17/herman-cain-e-martin-luther-king/164252/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>7</slash:comments> </item> <item><title>Il post d&#8217;un lettore: Luca Caleffi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/10/sulla-liberta-d%e2%80%99espressione-ospite-luca-caleffi/156686/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/10/sulla-liberta-d%e2%80%99espressione-ospite-luca-caleffi/156686/#comments</comments> <pubDate>Mon, 10 Oct 2011 13:46:53 +0000</pubDate> <dc:creator>Enrico Beltramini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Luca Caleffi]]></category> <category><![CDATA[Tea Party]]></category> <category><![CDATA[uragano irene]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=156686</guid> <description><![CDATA[Premessa: per una volta, si cambia. Invece di essere voi che leggete e io che scrivo, è il contrario. Ho chiesto a un &#8220;commentatore&#8221;, cioè una persona che ha commentato uno dei miei post, di scrivere su questo blog. Ovviamente, era libero di scrivere su qualsiasi tema legato alla politica americana, a sua discrezione. Luca...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Premessa: per una volta, <strong>si cambia</strong>. Invece di essere voi che leggete e io che scrivo, è il contrario. Ho chiesto a un &#8220;commentatore&#8221;, cioè una persona che ha commentato uno dei miei post, di scrivere su questo blog. Ovviamente, era libero di scrivere su qualsiasi tema legato alla politica americana, a sua discrezione. <strong>Luca Caleffi </strong>ha accettato l’invito. L’articolo è sulla libertà di espressione in America. Luca e io non ci siamo mai incontrati se non virtualmente, su questo blog. Lo ringrazio per aver accettato l’invito. Questo è l’articolo che mi ha mandato. Buona lettura. EB</p><p>“Se qualcuno ogni tanto – sempre meno, a dire la verità – si fermasse ad ascoltare i racconti di nonni e bisnonni, ciò che richiama alla mente la parola <strong>America</strong> è il suo essere <em>paese della libertà</em>.</p><p>La situazione storica era diversa e ora il concetto di libertà è cambiato anche in relazione alla nostra attuale realtà, ma le recenti vicende, in fatto di libertà e della loro più pubblica espressione, i media, sembrano molto più complesse del semplice concetto di “fare ciò che si vuole”, come molti interpretano oggi la parola: in particolare mi hanno colpito ultimamente le dichiarazioni politiche che continuano a passare dai giornali e telegiornali americani fino in Italia, sicuramente con tutte le<strong> edulcorazioni</strong> del passaparola e delle traduzioni spesso non molto fedeli – normalmente mirate a far passare un certo messaggio di parte.</p><p>Per quanto sia fondamentalmente favorevole alla libertà di espressione, certi interventi ricordano terribilmente un certo modo di fare “informazione” che noi conosciamo bene e che personalmente ritengo<strong> eticamente iniqui</strong>. La critica, estremamente sterile e fuori luogo, alle misure prese per l’uragano Irene, soprattutto dopo quello che è successo a New Orleans, sarebbe da insegnare nelle scuole di politica e di libertà come esempio di pessimo esercizio del proprio diritto di espressione, ma è solo l’ultimo di una serie di interventi che, per quanto alcuni possano trovare condivisibili perché espressione dell’ideologia del proprio schieramento, sarebbero da considerare quanto meno infelici. Gli attacchi personali del <strong>Tea Party</strong> a Obama, che lo colpiscono sollevando dubbi su razza, religione e cittadinanza sono degni delle peggiori espressioni di razzismo, eppure non arrivano scuse o ripensamenti – o se lo fanno passano in secondo o terzo piano, quindi spesso inosservati.</p><p>Probabilmente la libertà – non quella dei nonni, che davvero non l’avevano – si salva, ma la libertà da sola serve davvero se ci si imbarbarisce così tanto da usarla in questo modo?”</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/10/sulla-liberta-d%e2%80%99espressione-ospite-luca-caleffi/156686/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>38</slash:comments> </item> <item><title>Tre ipotesi per il governo federale</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/27/tre-ipotesi-per-il-governo-federale/159058/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/27/tre-ipotesi-per-il-governo-federale/159058/#comments</comments> <pubDate>Tue, 27 Sep 2011 14:20:04 +0000</pubDate> <dc:creator>Enrico Beltramini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Barack Obama]]></category> <category><![CDATA[Mitt Romney]]></category> <category><![CDATA[Rick Perry]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=159058</guid> <description><![CDATA[Al cuore del dibattito politico americano, c’è una questione e un problema culturale. La questione è: cosa deve fare il governo federale americano per far ripartire l’economia? Il problema culturale è: il governo federale è come un’azienda? Perché se è come un’azienda, il suo ambito d’azione non è l’economia del paese ma i propri conti...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Al cuore del dibattito politico americano, c’è una <strong>questione</strong> e un<strong> problema culturale</strong>.</p><p>La questione è: cosa deve fare il governo federale americano per far <strong>ripartire l’economia</strong>? Il problema culturale è: il governo federale è come un’<strong>azienda</strong>? Perché se è come un’azienda, il suo ambito d’azione non è l’economia del paese ma i propri conti (cioè il <strong>bilancio</strong> federale). E quando il bilancio è in rosso si tagliano i costi. Punto. Se invece il governo federale è un’<strong>istituzione politica</strong>, allora interviene e promuove giustizia sociale, cioè &#8211; nello specifico &#8211; tassa chi è più ricco per poter spendere di più (cioè aumentare la<strong> spesa pubblica</strong>) a favore di chi è povero o in difficoltà.</p><p>C’è anche un secondo aspetto da considerare. Ammesso che il governo federale sia da trattare come un’azienda, <strong>chi ci mettiamo a capo</strong>? Qualcuno che la rende efficiente o qualcuno che, semplicemente, la chiude?</p><p>Ecco: <strong>Barack Obama</strong> crede che il governo federale sia un’istituzione politica; <strong>Mitt Romney</strong> che sia come un’azienda che bisogna rendere efficiente. E <strong>Rick Perry</strong> che sia da chiudere.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/27/tre-ipotesi-per-il-governo-federale/159058/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>8</slash:comments> </item> <item><title>Romney e Perry sono già in guerra</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/14/romney-e-perry-sono-gia-in-guerra/156684/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/14/romney-e-perry-sono-gia-in-guerra/156684/#comments</comments> <pubDate>Wed, 14 Sep 2011 17:11:06 +0000</pubDate> <dc:creator>Enrico Beltramini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Mitt Romney]]></category> <category><![CDATA[Nelson Rockefeller]]></category> <category><![CDATA[Rick Perry]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=156684</guid> <description><![CDATA[Il terzo dibattito tra i candidati repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti, mercoledì scorso, è stato molto interessante. Malgrado la campagna elettorale non sia ancora ufficialmente iniziata &#8211; bisogna attendere fino all’inizio di gennaio &#8211; la polarizzazione tra moderati e conservatori è già in atto. Gran parte del dibattito è infatti vissuto sugli scambi di...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il terzo dibattito tra i<strong> candidati repubblicani</strong> alla presidenza degli Stati Uniti, mercoledì scorso, è stato molto interessante. Malgrado la campagna elettorale non sia ancora ufficialmente iniziata &#8211; bisogna attendere fino all’inizio di gennaio &#8211; la polarizzazione tra moderati e conservatori è già in atto. Gran parte del dibattito è infatti vissuto sugli scambi di battute tra<strong> Matt Romney</strong> e<strong> Rick Perry</strong>.</p><p>L’ingresso nella competizione di Rick Perry, il governatore del <strong>Texas</strong>, ha vanificato sette lunghi anni di lavoro di Mitt Romney. Partito da posizione moderate, Romney ha cercato di evitare il destino di un altro famoso moderato, <strong>Nelson Rockefeller</strong>, governatore dello stato di New York dal 1959 al 1973, che avrebbe potuto vincere le elezioni nel 1960 o nel 1968 e diventare presidente se soltanto fosse riuscito a convincere il suo partito a nominarlo candidato.</p><p>Ma quella era una stagione politica in cui il partito repubblicano preferiva i politici<strong> conservatori</strong> a quelli moderati, e così Rockefeller non ebbe mai la sua occasione di diventare presidente. Oggi il partito repubblicano vive una stagione politica simile, e ora come allora i veri “king maker” dei candidati repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti sono i membri dell’establishment conservatrice del partito.</p><p><strong>John McCain</strong>, che ha cercato di sfuggire a questo umiliante (per lui) condizione nelle elezioni del 2000, si è ben guardato di riprovarci in quelle del 2008. Conseguentemente, Romney ha iniziato nel 2004 a reinventarsi come conservatore. E’ diventato pro-life in materia di divorzio (era pro-choice), ha assunto i toni del liberista e le posture da politico pro-business, ha stigmatizzato Washington e i politici di professione. Tutto questo però non è stato sufficiente per assicurargli la nomination nel 2008, ma avrebbe potuto esserlo nel 2012; sarebbe stato sufficiente se, appunto, Rick Perry non si fosse anch’egli candidato.</p><p>L’ingresso di Perry ha immediatamente riposizionato Romney come moderato. Il dibattito di mercoledì ha confermato questa dinamica. Romney si è proposto di riformare il sistema pensionistico (<strong>Social Security</strong>), Perry di rivoluzionarlo. Romney ha cercato di presentarsi come un interlocutore del Tea Party, ma Perry è già ora un interlocutore <em>naturale </em>del Tea Party. E della destra religiosa. E della componente sudista del partito. La coalizione che potenzialmente sostiene Perry è nelle cose, quella di Romney ancora da costruire. L’ingresso di Perry inevitabilmente spinge Romney a cercare al Nord, tra i moderati repubblicani del <strong>Midwest </strong>e del<strong> New England</strong>, quel consenso che non troverà al Sud.</p><p>L’ingresso di Perry nella competizione per la nomination del candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti ha posto Romney sulla difensiva. L’intera sua strategia era quella di assumere una <strong>postura presidenziale</strong>, un atteggiamento super partes, e non lasciarsi toccare e influenzare da critiche e polemiche. Ma questa strategia ha senso se i tuoi interlocutori sono percepiti dall’opinione pubblica come inferiori a te. Questa strategia non ha più senso se tra i tuoi avversari c’è il governatore dello stato del Texas (uno stato che ha espresso tre degli ultimi otto presidenti). A questo punto, l’atteggiamento ‘imperiale’ deve lasciare spazio a una postura aggressiva. Ma la postura aggressiva è proprio quella che sembra essere naturale a Perry.</p><p>La campagna non è ancora iniziata, e sarà interessante vedere come Romney reagirà alla sfida di Perry. Per intanto, allo stato delle cose, Romney dovrà mostrare di avere sangue nelle vene, se vuole ottenere i voti, e Perry di possedere autocontrollo, se i voti non li vuole perdere. Infatti, se Romney ha urgentemente bisogno di mostrare un po’ più di<strong> passione</strong> per cancellare l’impressione di essere un politico tutto calcoli e razionalità, incapace di infiammare gli entusiasmi della base repubblicana, Perry si trova nella condizione opposta. Proprio perché è passionale, volitivo, emotivo, deve dimostrare di essere un candidato disciplinato e capace di evitare di cadere in qualche gaffe che potrebbe istantaneamente distruggere la sua candidatura.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/14/romney-e-perry-sono-gia-in-guerra/156684/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>4</slash:comments> </item> <item><title>Qual è l’ultimo anno del XX secolo?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/12/qual-e-l%e2%80%99ultimo-anno-del-xx-secolo/151126/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/12/qual-e-l%e2%80%99ultimo-anno-del-xx-secolo/151126/#comments</comments> <pubDate>Fri, 12 Aug 2011 14:45:41 +0000</pubDate> <dc:creator>Enrico Beltramini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Terza pagina]]></category> <category><![CDATA[Cina]]></category> <category><![CDATA[guerra fredda]]></category> <category><![CDATA[Stati Uniti]]></category> <category><![CDATA[XX secolo]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=151126</guid> <description><![CDATA[Si avvicina Ferragosto, tempo di relax. Ecco il mio contributo. Un giorno Michael Harrington scrisse che “il 1948 era l’ultimo degli anni Trenta”. Quello che intendeva dire è che la lunga depressione economica che aveva investito gli Stati Uniti negli anni Trenta si conclude soltanto nel 1948. Intendeva anche dire che successivamente, il mondo cambia:...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Si avvicina Ferragosto, tempo di relax. Ecco il mio contributo.</p><p>Un giorno <strong>Michael Harrington</strong> scrisse che “<em>il 1948 era l’ultimo degli anni Trenta</em>”. Quello che intendeva dire è che la<strong> lunga depressione economica</strong> che aveva investito gli Stati Uniti negli anni Trenta si conclude soltanto nel 1948. Intendeva anche dire che successivamente, il mondo cambia: nel 1949 la Cina diventa comunista. Lo stesso anno l’Unione Sovietica esplode la sua prima bomba atomica. Sempre nel 1949, gli Stati Uniti ‘entrano’ nella Nato, per la prima volta partecipando ad un’alleanza militare in tempo di pace dal lontano 1778. Nel 1950 inizia la guerra di Corea. Insomma, una cosa sono i tempi cronologici, un’altra i tempi storici.</p><p>Ecco la domanda: <strong>qual è, secondo voi, l’ultimo anno del XX secolo? </strong>O, che è lo stesso, l’ultimo anno dell’era segnata dalla Guerra Fredda?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/12/qual-e-l%e2%80%99ultimo-anno-del-xx-secolo/151126/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>25</slash:comments> </item> <item><title>Debito Usa: ecco quanto pesano le scelte politiche</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/06/debito-usa-quanto-pesano-le-scelte-politiche/150258/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/06/debito-usa-quanto-pesano-le-scelte-politiche/150258/#comments</comments> <pubDate>Sat, 06 Aug 2011 14:49:50 +0000</pubDate> <dc:creator>Enrico Beltramini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Economia & Lobby]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Barack Obama]]></category> <category><![CDATA[Cina]]></category> <category><![CDATA[debito federale]]></category> <category><![CDATA[economia]]></category> <category><![CDATA[george bush]]></category> <category><![CDATA[Stati Uniti]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=150258</guid> <description><![CDATA[Il debito totale del governo degli Stati Uniti è $14.27 trilioni (d’ora innanzi, ‘dimenticheremo’ di aggiungere ‘trilioni’). Una quota di $5.95 di debito pubblico è finanziato da programmi governativi come Social Security e Medicare, e dalla Federal Reserve. Il resto, $8.32, è finanziato da soggetti non governativi. Nello specifico: l’importo di $5.95 di debito pubblico...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Il debito totale del governo degli Stati Uniti è <strong>$14.27 trilioni </strong>(d’ora innanzi, ‘dimenticheremo’ di aggiungere ‘trilioni’). Una quota di $5.95 di debito pubblico è finanziato da programmi governativi come Social Security e Medicare, e dalla Federal Reserve. Il resto, $8.32, è finanziato da soggetti non governativi.</p><p>Nello specifico: l’importo di $5.95 di debito pubblico che è finanziato da programmi governativi è composto dalla somma di $4.53 e $1.42. $4.53 è il debito che il governo federale ha nei confronti dei contribuenti americani. Per esempio, il governo ha usato ad oggi $2.40 che originariamente appartenevano alla Social Security, $1.68 alla sanità e $0.40 ad altri programmi. Il rimanente $1.42 è il debito che il governo ha nei confronti della Federal Reserve.</p><p>Invece, l’importo di $8.32 è il risultato della somma di $4.47, $0.63, $0.61, $0.31, $0.25, $.018, $.018, and $1.39. $4.47 è il debito nei confronti di altri paesi ($1.15 alla Cina, $0.91 al Giappone, $0.36 alla Gran Bretagna, circa $0.20 a ciascuno dei paesi esportatori di petrolio e al Brasile, e $1.70 al resto del mondo). $0.63 è invece il debito nei confronti dei fondi, $0.61 dei fondi pensione, $0.31 alle banche, $0.25 alle assicurazioni e $1,39 a soggetti vari.</p><p>Qualche ulteriore informazione:<br /> Nel 2000, al passaggio dall’amministrazione Clinton a quella Bush, il debito federale ammontava a $5.77. Come si è passati da $5.77 a $14.27?  Il taglio delle tasse promosso da Bush conta per $2.39, la Guerra in Iraq e Afghanistan per $1.47 e il mancato introito fiscale dovuto all’attuale crisi economica e i diversi stimoli all’economia per $1.20. Il restante $3.44 è il precipitato di tutto il resto.<br /> Il debito di $5.77 nel 2000 era salomonicamente diviso a metà tra programmi governativi e soggetti non governativi. Nell’arco di dieci anni, il debito dei primi è raddoppiato, quello dei secondi è triplicato.</p><p>Alcune considerazioni:<br /> - cresce 	la dipendenza del governo degli Stati Uniti dai creditori esteri;<br /> - la 	dipendenza dalla Cina è oggi pari a circa l’8%;<br /> - il 	debito sta erodendo sul breve periodo le riserve di risparmi di 	lungo periodo (pensioni, sanità);<br /> - l’indipendenza 	energetica vale poco, l’equivalente di $.35 del debito federale;<br /> - le 	scelte di Bush pesano direttamente per circa il 40% dell’incremento 	del debito federale (quanto indirettamente è difficile dirlo);<br /> - le 	scelte di Obama pesano per meno del 15% (cioè il quasi trilione di 	stimolo e qualche altro programma, quale quello per l’industria 	automobilistica).</p><p>Conclusioni. <strong>L’influenza di Cina e petrolio è normalmente sovrastimata nel dibattito politico</strong>. Circa il 40% del debito è una conseguenza delle scelte di Bush post 11 settembre. La riforma della sanità nasce dalla necessità di ridurre la spesa sanitaria la fine di utilizzare il surplus per finanziare il debito pubblico. Il settore privato è coinvolto soltanto marginalmente nel finanziamento del debito.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/06/debito-usa-quanto-pesano-le-scelte-politiche/150258/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>27</slash:comments> </item> <item><title>Cercasi ricetta economica per l’America</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/28/cercasi-ricetta-economica-per-l%e2%80%99america/148336/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/28/cercasi-ricetta-economica-per-l%e2%80%99america/148336/#comments</comments> <pubDate>Thu, 28 Jul 2011 08:14:21 +0000</pubDate> <dc:creator>Enrico Beltramini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[America]]></category> <category><![CDATA[Bush]]></category> <category><![CDATA[Clinton]]></category> <category><![CDATA[credito]]></category> <category><![CDATA[crisi economica]]></category> <category><![CDATA[obama]]></category> <category><![CDATA[recessione]]></category> <category><![CDATA[Usa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=148336</guid> <description><![CDATA[Non è che la storia sia segreta o cosa… la storia è nota e i numeri altrettanto. Nel febbraio 2011, quando George W. Bush inizia la sua presidenza, l’economia americana viene da esattamente 8 anni di crescita che hanno prodotto 23 milioni di nuovi posti di lavoro. Il bilancio federale è in attivo. I due tagli...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Non è che la storia sia segreta o cosa… la storia è nota e i numeri altrettanto. Nel febbraio 2011, quando <strong>George W. Bush</strong> inizia la sua presidenza, l’economia americana viene da esattamente 8 anni di crescita che hanno prodotto 23 milioni di nuovi posti di lavoro. Il bilancio federale è in attivo. I due tagli alle tasse di Bush, nel 2001 e 2003, falliscono nel loro scopo di stimolare l’economia; nel frattempo, però, creano un buco nelle finanze pubbliche del paese. L’<strong>attivo</strong> lasciato da Clinton si è trasformato in <strong>passivo</strong>.</p><p>Nel 2008 e 2009, Bush e il nuovo presidente <strong>Barack Obama</strong> finanziano rispettivamente il piano di salvataggio delle banche e lo stimolo; entrambi gli interventi, comunque, non rilanciano l’economia.</p><p>Conclusione, oggi lavorano in America un milione e mezzo di persone in meno che nel febbraio 2001. Detto in altre parole, sia taglio delle tasse che <strong>manovra keynesiana</strong> si sono dimostrati incapaci di produrre posti di lavoro. Ecco perché, da un certo punto di vista, la discussione a Washington tra democratici e repubblicani è un copione di natura politica piuttosto che una seria discussione di politica economica.</p><p>Qualche dettaglio. Se è vero che l’economia è entrata in<strong> recessione</strong> nel 2008, è altrettanto vero che nel periodo precedente, cioè tra il febbraio 2001 e il febbraio 2007, l’America ha prodotto la metà esatta dei posti di lavoro creati tra il febbraio 1991 e febbraio 1997. In altre parole, la crisi dell’occupazione è precedente a quella dei mercati finanziari. La mancata creazione di posti di lavoro nel lustro precedente la crisi finanziaria spiega anche l’esplosione del <strong>credito</strong>.</p><p>A cosa si deve questa crescita senza occupazione nel periodo 2001-07? Senz’altro alla competizione internazionale, cioè all’ascesa della Cina e degli altri paesi di recente <strong>industrializzazione</strong>, che ha spostato posti di lavoro &#8220;manifatturieri&#8221; dall’America all’Asia. Ovviamente alla diffusione della tecnologia, che ha reso superflui certi lavori a bassa specializzazione. Ma soprattutto all’esaurirsi degli effetti economici dell’innovazione tecnologica. Scoppiata la bolla di Internet, nel marzo 2000, biotecnologie e nanotecnologie ne hanno raccolto l’eredità ma senza produrre gli stessi effetti benefici.</p><p>Post Scriptum: Con riferimento al <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/19/obama-e-il-declino-degli-stati-uniti/146373/" target="_blank">post precedente</a></span>, per il quale – sintetizzo &#8211; mi sono beccato del razzista perché ho scritto che alcuni bianchi americani sono razzisti. E’ stato un interessante quanto involontario esperimento di psicologia sociale. Probabilmente lo riproveremo. Grazie a tutti per aver partecipato.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/28/cercasi-ricetta-economica-per-l%e2%80%99america/148336/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>22</slash:comments> </item> <item><title>Obama è il declino degli Stati Uniti</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/19/obama-e-il-declino-degli-stati-uniti/146373/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/19/obama-e-il-declino-degli-stati-uniti/146373/#comments</comments> <pubDate>Tue, 19 Jul 2011 12:44:41 +0000</pubDate> <dc:creator>Enrico Beltramini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[declino]]></category> <category><![CDATA[obama]]></category> <category><![CDATA[presidenza USA]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=146373</guid> <description><![CDATA[Un elemento spesso sottovalutato nell’analisi sullo stato di salute dell’ultima superpotenza è che – per una consistente minoranza di americani – un presidente afro-americano è esso stesso un segno di declino. Quando questa minoranza si lascia prendere dalla nostalgia, e volge le spalle a un presente inguardabile e a un futuro da spavento, vede una...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Un elemento spesso sottovalutato nell’analisi sullo stato di salute dell’ultima superpotenza è che – per una consistente minoranza di americani – un presidente afro-americano è esso stesso un <strong>segno di declino</strong>.</p><p>Quando questa minoranza si lascia prendere dalla<strong> nostalgia</strong>, e volge le spalle a un presente inguardabile e a un futuro da spavento, vede una superpotenza invincibile, che domina il mondo e flette i muscoli in ogni parte del globo La più efficiente economia di ogni dove, una nazione cristiana, una nazione bianca. E ora – e con questo intendo tra poco più di dieci anni – i<strong> bianchi</strong> diventano una <strong>minoranza</strong> nel loro stesso paese.</p><p>E gli <strong>islamici</strong> hanno il diritto di vivere qui e addirittura costruire una moschea in<em> Ground Zero</em>, anche se sognano la distruzione degli Stati Uniti, anche se finanziano e fomentano il terrorismo. E i <strong>cinesi</strong> sono diventati i banchieri del paese, e gli Stati Uniti non possono nemmeno chiamarli “comunisti” per paura che questi chiudano il rubinetto del credito.</p><p>Il segno di questo declino – che, per questa minoranza, non è soltanto politico, è sociale, è morale -  è lo stesso presidente. Barack Obama è <strong>alieno</strong> alla tradizione di successi e valori che contraddistingue la storia anche recente del paese. Il suo padre naturale era <strong>africano</strong>, quello adottivo era <strong>asiatico</strong>. Ha frequentato <strong>Harvard </strong>in virtù delle “quote” istituite a favore delle minoranze razziali, è diventato presidente grazie al senso di colpa che gli afro-americani hanno instillato nel cuore e nella mente dei bianchi.</p><p>Probabilmente non è nemmeno americano (e si riferiscono al suo certificato di nascita). Ma se anche lo fosse, quell’uomo dalla carnagione scura alla Casa Bianca è una provocazione che va raccolta, oppure un segno dell’<strong>imbarbarimento</strong> in cui il paese è caduto. Come nell’antica Roma, l’arrivo dei generali germanici alla guida delle legioni non salvò l’impero, ma ne accelerò il collasso.</p><p>La riscossa parte allora dalla rimozione di quella provocazione e dal ristabilimento dell’<strong>ordine naturale delle cose</strong>, quelle che resero questo paese unico e che possono renderlo unico ancora. L’alternativa è accettare l’inevitabile, la fine di un mondo glorioso, di una storia di trionfi, di una eredità di valori cristiani e principi occidentali che hanno reso grande il paese e illuminato il mondo intero. In entrambe i casi, il presidente fa parte del problema, non della soluzione.</p><p>Così circa il 40% della popolazione bianca di questo paese – qualcosa come 80 milioni di americani &#8211; vede il suo presidente.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/19/obama-e-il-declino-degli-stati-uniti/146373/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>101</slash:comments> </item> <item><title>Obama e l&#8217;economia (con post scriptum)</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/01/obama-e-il-messaggio-sulleconomia-con-post-scriptum/134451/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/01/obama-e-il-messaggio-sulleconomia-con-post-scriptum/134451/#comments</comments> <pubDate>Fri, 01 Jul 2011 14:21:39 +0000</pubDate> <dc:creator>Enrico Beltramini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Barack Obama]]></category> <category><![CDATA[economia]]></category> <category><![CDATA[George W. Bush]]></category> <category><![CDATA[presidenza USA]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=134451</guid> <description><![CDATA[L’economia americana non va bene e la disoccupazione è ancora alta. Tasso di crescita sotto il 3% e disoccupazione all’8,5%. D’altra parte Obama può sempre dire di aver ereditato una situazione disastrosa dal suo predecessore. Ma sarebbe una strategia efficace? Con l’avvicinarsi dell’avvio della campagna elettorale, Obama deve scegliere il suo messaggio sull’economia. Ha tre...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>L’economia americana non va bene e la <strong>disoccupazione</strong> è ancora alta. Tasso di crescita sotto il 3% e disoccupazione all’8,5%. D’altra parte<strong> Obama</strong> può sempre dire di aver ereditato una situazione disastrosa dal suo predecessore. Ma sarebbe una strategia efficace?</p><p>Con l’avvicinarsi dell’avvio della <strong>campagna elettorale</strong>, Obama deve scegliere il suo messaggio sull’economia. Ha tre opzioni:</p><p>-          Può dire che sta facendo quello che può, date le condizioni di partenza che <strong>GW Bush</strong> gli ha lasciato in dote;</p><p>-          Può invece cercare di convincere l’elettorato che – senza di lui alla Casa Bianca – le cose sarebbero ora ben peggiori;</p><p>-          Infine, può chiedere agli americani di credergli sulla parola, che l’economia si metterà a posto.</p><p>Nel primo caso, contestualizza, nel secondo ragiona, nel terzo perora. Purtroppo, con 4 americani su 5 che giudicano l’andamento dell’economia “povero”, c’è poca speranza che accolgano positivamente una delle tre opzioni.</p><p>E allora? E allora la scelta di Obama sarà piuttosto un’altra: proporre all’elettorato di scegliere tra la sua<strong> soluzione </strong>al problema dell’economia e quella del suo avversario. Invece di permettere ai repubblicani di presentare le prossime elezioni come un <strong>referendum </strong>sulla sua gestione economica, proverà a dimostrare che gli americani sono di fronte ad un’alternativa su come ricostruire l’economia.</p><p>L’attuale crisi dell’economia, dirà Obama, ha origini lontane. Il lavoro da fare è complesso e richiede tempo. Si tratta di<strong> cambiare modello</strong>, ammodernare le infrastrutture, smetterla di litigare a livello politico. Invece che parlare del presente, offrire una prospettiva per il futuro.</p><p><strong>Post scriptum:</strong></p><p>Vorrei assegnare – a giudizio squisitamente personale – gli<strong> Oscar Award</strong> alle risposte pervenute dai lettori alla domanda nel mio <a href="../2011/06/24/scegliete-una-frase-per-il-presidente/124137/" target="_blank">post precedente</a>: qual è secondo voi la frase che sintetizza la presidenza di G.W. Bush? E quella di Barack Obama?<br /> <strong>Award per la risposta più spiritosa:<br /> </strong>Per Bush: Pushed the Nation down the cliff<br /> Per Obama: Failed to find the brake<br /> DSA</p><p><strong>Award per la risposta più amara:<br /> </strong>Bush: gira e rigira, ha fatto esattamente quello che le lobby del petrolio e delle armi gli chiedevano di fare. Ah, e anche le banche.<br /> Obama: gira e rigira, ha fatto esattamente quello che le lobby del petrolio e delle armi gli chiedevano di fare. Ah, e anche le banche.<br /> silvialaura</p><p><strong>Speciale nota per:<br /> </strong>BUSH : Ingannò tutti per un certo tempo, ma non per sempre (Abramo Lincoln).<br /> OBAMA: Il peso simbolico della sua elezione gravò come un macigno sulle sue scelte politiche.<br /> dadoderrick</p><p>Grazie a tutti per aver partecipato</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/01/obama-e-il-messaggio-sulleconomia-con-post-scriptum/134451/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>19</slash:comments> </item> <item><title>Scegliete una frase per il presidente</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/24/scegliete-una-frase-per-il-presidente/124137/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/24/scegliete-una-frase-per-il-presidente/124137/#comments</comments> <pubDate>Fri, 24 Jun 2011 13:36:16 +0000</pubDate> <dc:creator>Enrico Beltramini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Barack Obama]]></category> <category><![CDATA[bill clinton]]></category> <category><![CDATA[Dwight Eisenhower]]></category> <category><![CDATA[G.H. Bush]]></category> <category><![CDATA[G.W. Bush]]></category> <category><![CDATA[Jimmy Carter]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=124137</guid> <description><![CDATA[Leggo spesso con attenzione e curiosità i commenti ai miei post. E mi piacerebbe coinvolgere i lettori in un gioco innocente. Questo. Alla fine del loro mandato, i presidenti americani ricevono una &#8220;liquidazione&#8221;, cioè dei fondi per costruire la loro biblioteca, la memoria della loro presidenza. Andare per queste biblioteche è istruttivo. Quella di Jimmy...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Leggo spesso con attenzione e curiosità i commenti ai miei post. E mi piacerebbe <strong>coinvolgere i lettori </strong>in un <strong>gioco</strong> innocente. Questo.</p><p>Alla fine del loro mandato, i <strong>presidenti americani </strong>ricevono una &#8220;liquidazione&#8221;, cioè dei fondi per costruire la loro biblioteca, la memoria della loro presidenza.</p><p>Andare per queste biblioteche è istruttivo.</p><p>Quella di <strong>Jimmy Carter</strong>, ad Atlanta (Georgia), sintetizza così la sua presidenza: “<em>fece fare la pace a Egitto e Israele</em>”.</p><p>Quella di<strong> Bill Clinton</strong>, a Little Rock (Arkansas), afferma invece: “<em>portò il bilancio federale in surplus</em>”.</p><p>Come si vede, in una frase si sintetizza una presidenza.</p><p>Quella di <strong>Dwight Eisenhower</strong> recita: “<em>pose fine alla guerra in Corea e costruì le autostrade interstatali</em>”.</p><p>E quella di <strong>G.H. Bush</strong>: “<em>vinse la prima guerra del Golfo</em>”.</p><p>La domanda è: quale è secondo voi la frase che sintetizza la presidenza di<strong> G.W. Bush</strong>?</p><p>E quella di <strong>Barack Obama</strong>?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/24/scegliete-una-frase-per-il-presidente/124137/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>42</slash:comments> </item> <item><title>La nuova strategia di Obama</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/17/la-nuova-strategia-di-obama/118876/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/17/la-nuova-strategia-di-obama/118876/#comments</comments> <pubDate>Fri, 17 Jun 2011 13:38:16 +0000</pubDate> <dc:creator>Enrico Beltramini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Clinton]]></category> <category><![CDATA[consenso]]></category> <category><![CDATA[Kennedy]]></category> <category><![CDATA[obama]]></category> <category><![CDATA[Presidenziali USA]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=118876</guid> <description><![CDATA[Detto male (cioè con la necessaria sintesi che si richiede a un blog), nel 2008 Barack Obama divenne presidente perché riuscì a costruire una nuova coalizione, composta dai “vecchi democratici” liberal del New England, quelli più conservatori del Midwest e dai “nuovi democratici” del West. Arrivò cioè alla presidenza grazie ad una coalizione che non...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Detto male (cioè con la necessaria sintesi che si richiede a un blog), nel 2008 <strong>Barack Obama</strong> divenne presidente perché riuscì a costruire una nuova coalizione, composta dai “vecchi democratici” liberal del <strong>New England</strong>, quelli più conservatori del <strong>Midwest</strong> e dai “nuovi democratici” del <strong>West</strong>.</p><p>Arrivò cioè alla presidenza grazie ad una coalizione che non era quella di <strong>Clinton</strong> (centrata su New England, Sud e Midwest) e neppure quella di <strong>Kennedy</strong> (New England, Sud e West).</p><p>Ora i segnali sono che Obama stia pensando di farsi rieleggere da una ulteriore coalizione, simile a quella che portò Kennedy alla<strong> Casa Bianca</strong>. Perché questa novità? Molto semplicemente, perché la recessione sta facendo perdere consenso al presidente proprio nel Midwest, dove si concentra la maggior parte dell’<strong>elettorato bianco poco istruito</strong>.</p><p>Obama ha cercato di alleviare il disagio investendo nell’industria automobilistica, ed è stato premiato. Ma la <strong>recessione</strong> morde e l’<strong>emorragia di consenso</strong> prosegue. Si calcola che, negli ultimi 2 anni, il <strong>10% dell’elettorato</strong> democratico del Midwest si sia spostato a<strong> destra</strong>; il che – se queste proiezioni si rivelassero corrette – significherebbe per Obama la perdita in toto del Midwest (escluso l’<strong>Illinois</strong>). Da qui il cambio di strategia.</p><p>Una notazione: dal 1964 in poi, nessun candidato è diventato presidente senza essersi aggiudicato i voti dello stato dell’<strong>Ohio</strong>. La nuova strategia di Obama vuole proprio porre fine a questa tradizione.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/17/la-nuova-strategia-di-obama/118876/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>14</slash:comments> </item> <item><title>Candidati repubblicani cercasi</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/07/candidati-repubblicani-cercasi/116457/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/07/candidati-repubblicani-cercasi/116457/#comments</comments> <pubDate>Tue, 07 Jun 2011 13:21:10 +0000</pubDate> <dc:creator>Enrico Beltramini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Barack Obama]]></category> <category><![CDATA[candidati]]></category> <category><![CDATA[Michele Bachmann]]></category> <category><![CDATA[presidenza USA]]></category> <category><![CDATA[Rick Perry]]></category> <category><![CDATA[Rudy Giuliani]]></category> <category><![CDATA[Sarah Palin]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=116457</guid> <description><![CDATA[I candidati repubblicani non riescono a suscitare entusiasmi e passioni, ed ecco allora la tentazione di individuare altri candidati, magari più brillanti. Si candiderà Rudy Giuliani alla presidenza degli Stati Uniti? Probabilmente no. E Sarah Palin? Neppure. Eppure tutti e due sono in cima ai sondaggi. Sì, ma Giuliani era in cima anche nel 2007,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>I <strong>candidati repubblicani </strong>non riescono a suscitare entusiasmi e passioni, ed ecco allora la tentazione di individuare altri candidati, magari più brillanti.</p><p>Si candiderà <strong>Rudy Giuliani</strong> alla presidenza degli Stati Uniti? Probabilmente no. E <strong>Sarah Palin</strong>? Neppure.</p><p>Eppure tutti e due sono in cima ai sondaggi. Sì, ma Giuliani era in cima anche nel 2007, e poi sappiamo come è andata. L’esperienza suggerisce di non fidarsi troppo dei sondaggi dell’anno che precede quello delle primarie. Un esempio tra i tanti: nel 2007, <strong>Hillary Clinton</strong> era avanti 25 punti su<strong> Barack Obama</strong>.</p><p>Chi invece potrebbe candidarsi è <strong>Michele Bachmann</strong>, che non rischia niente. E’ membro del<strong> Congresso</strong> e, male che vada, se alle prime primarie del gennaio 2012 non porta a casa una percentuale significativa, fa sempre in tempo a ricandidarsi al suo collegio.</p><p>Un’altra che potrebbe candidarsi, ma non alla Casa Bianca, piuttosto al <strong>Senato</strong>, è proprio la Palin, che ha comprato casa in<strong> Arizona</strong> mentre uno dei due senatori dello stato, <strong>Jon Kyl</strong>, annunciava il ritiro. Una coincidenza che ha attirato l’attenzione dei media.</p><p>Al momento, l’unico annuncio in grado di cambiare la competizione sarebbe quello del governatore del Texas, <strong>Rick Perry</strong>. Il quale nicchia.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/07/candidati-repubblicani-cercasi/116457/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Che fine ha fatto Sarah Palin?</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/30/che-fine-ha-fatto-sarah-palin/114643/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/30/che-fine-ha-fatto-sarah-palin/114643/#comments</comments> <pubDate>Mon, 30 May 2011 09:41:19 +0000</pubDate> <dc:creator>Enrico Beltramini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[alaska]]></category> <category><![CDATA[Partito Repubblicano]]></category> <category><![CDATA[Sarah Palin]]></category> <category><![CDATA[Usa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=114643</guid> <description><![CDATA[La parabola politica di Sarah Palin è veramente interessante. È diventata governatore dell’Alaska come repubblicana, essendo lo stato a maggioranza democratica. Il risultato, certamente eccezionale, è stato raggiunto perché, nella prima parte della sua carriera politica, la Palin si è costruita la fama di politico indipendente. Come sindaco della città dove abitava, Wasilia, ha combattuto...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>La parabola politica di <strong>Sarah Palin</strong> è veramente interessante. È diventata governatore dell’<strong>Alaska</strong> come repubblicana, essendo lo stato a maggioranza democratica. Il risultato, certamente eccezionale, è stato raggiunto perché, nella prima parte della sua carriera politica, la Palin si è costruita la fama di politico indipendente.</p><p>Come sindaco della città dove abitava, <strong>Wasilia</strong>, ha combattuto l’<em>establishment</em> del suo stesso partito, quello repubblicano, accusandolo di corruzione, e lo ha battuto raccogliendo alle elezioni una minoranza del voto repubblicano e una maggioranza di quello democratico. Così, quando si è candidata a governatore, la Palin poteva contare non soltanto sull’appoggio dei repubblicani delle generazioni più giovani, che vedevano in lei il <strong>paladino</strong> della <strong>legalità</strong>, ma anche degli indipendenti e di una gran parte dei democratici non ideologici. La Palin ha quindi speso la prima parte della sua carriera politica preferendo definirsi come un <strong>politico bipartisan</strong>, che preferisce definirsi sui diversi temi – aborto, ecologia, e così via.</p><p>Tutto questo cambia quando la Palin diventa la candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti. <strong>John McCain</strong>, il candidato alla presidenza, è un repubblicano moderato, quindi il ruolo lasciato al candidato alla vicepresidenza è quello di<strong> repubblicano conservatore</strong>. Fin dalle sue prime dichiarazioni, fin dal suo discorso d’accettazione alla <em>Convention</em> repubblicana, la Palin interpreta il suo ruolo alla lettera. Si presenta come la vera rappresentante dei valori tradizionali americani: <strong>Dio, famiglia e patria</strong>.</p><p>Finita la campagna elettorale, però, la <strong>Palin paga il conto</strong>. Torna in Alaska e capisce presto che la coalizione che l’ha eletta governatore si è disintegrata. Essendosi spostata a destra, ha perso il favore del suo elettorato naturale, indipendenti e democratici moderati. La Palin ne prende atto, dà le dimissioni da governatore e si mette a scrivere libri e a comparire in televisione. In pratica (almeno per il momento), <strong>lascia la politica</strong>.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/30/che-fine-ha-fatto-sarah-palin/114643/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>11</slash:comments> </item> <item><title>Visibilità ed elezioni</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/17/visibilita-ed-elezioni/111873/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/17/visibilita-ed-elezioni/111873/#comments</comments> <pubDate>Tue, 17 May 2011 17:18:56 +0000</pubDate> <dc:creator>Enrico Beltramini</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Barack Obama]]></category> <category><![CDATA[bill clinton]]></category> <category><![CDATA[elezioni]]></category> <category><![CDATA[GH Bush]]></category> <category><![CDATA[GW Bush]]></category> <category><![CDATA[Jimmy Carter]]></category> <category><![CDATA[Matt Romney]]></category> <category><![CDATA[richard nixon]]></category> <category><![CDATA[Ron Paul]]></category> <category><![CDATA[Ronald Reagan]]></category> <category><![CDATA[Sarah Palin]]></category> <category><![CDATA[Usa]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=111873</guid> <description><![CDATA[In un collegio elettorale grande come gli Stati Uniti, essere conosciuti è fondamentale. Ecco perché molti si candidano alla presidenza due volte. La prima volta per farsi conoscere, la seconda per diventare presidente. Ovviamente non è una regola generale. Bill Clinton fu eletto al primo tentativo. Lo stesso GW Bush (Bush figlio), Jimmy Carter e...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>In un collegio elettorale grande come gli Stati Uniti, <strong>essere conosciuti</strong> è fondamentale. Ecco perché molti si candidano alla presidenza <strong>due volte</strong>. La prima volta per farsi conoscere, la seconda per diventare presidente.</p><p>Ovviamente non è una regola generale. <strong>Bill Clinton</strong> fu eletto al primo tentativo. Lo stesso <strong>GW Bush</strong> (Bush figlio), <strong>Jimmy Carter</strong> e<strong> Barack Obama</strong>.</p><p>Però <strong>GH Bush</strong> (Bush padre) e <strong>Richard Nixon</strong> divennero presidenti al secondo tentativo, <strong>Ronald Reagan</strong> addirittura al terzo.</p><p>In queste elezioni, tra i possibili candidati repubblicani, ce ne sono tre che sono al secondo tentativo: <strong>Matt Romney</strong>,<strong> Ron Paul</strong> e <strong>Mick Huckabee</strong>. Ai tre è da aggiungere <strong>Sarah Palin</strong>, che nel 2008 era candidata alla vicepresidenza. Non è un caso che questi siano anche i quattro candidati con il maggior consenso.</p><p>Eppure, anche così, più del <strong>50 per cento</strong> dell’elettorato americano non ha <strong>mai sentito parlare</strong> di loro.</p><p>Questo significa che i candidati repubblicani, pure quelli al secondo tentativo, dovranno dividere la loro campagna elettorale in due fasi: dedicare i prossimi dodici mesi e circa<strong> 500 milioni di dollari</strong> per farsi conoscere. E poi impiegare gli ultimi sei mesi di campagna elettorale e altri 500 milioni per provare a battere Obama.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/17/visibilita-ed-elezioni/111873/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>2</slash:comments> </item> <item><title>Il dopo Facebook è già iniziato</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/13/il-dopo-facebook-e-gia-iniziato/111002/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/13/il-dopo-facebook-e-gia-iniziato/111002/#comments</comments> <pubDate>Fri, 13 May 2011 13:43:12 +0000</pubDate> <dc:creator>Enrico Beltramini</dc:creator> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[apple]]></category> <category><![CDATA[Facebook]]></category> <category><![CDATA[google]]></category> <category><![CDATA[iFund]]></category> <category><![CDATA[Knewton]]></category> <category><![CDATA[Microsoft]]></category> <category><![CDATA[mobile]]></category> <category><![CDATA[Palo Alto]]></category> <category><![CDATA[Silicon Valley]]></category> <category><![CDATA[Twitter]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=111002</guid> <description><![CDATA[Gli studenti della mia classe, a Notre Dame University (Belmont, California), non hanno il computer. Quando devono andare su Internet o fare qualche ricerca, usano i computer dell’università. Gli studenti non comprano più computer, dicono che sono so 2010! (“così duemiladieci!”) che poi vorrebbe dire vecchi. Non usano neppure Facebook, anzi non l’hanno mai usato,...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/05/enrico_online.jpg?47e3a5"><img class="alignleft size-full wp-image-111005" title="Cloud" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/05/enrico_online.jpg?47e3a5" alt="" width="295" height="152" /></a>Gli studenti della mia classe, a <strong>Notre Dame University</strong> (Belmont, California), non hanno il computer. Quando devono andare su Internet o fare qualche ricerca, usano i computer dell’università. Gli studenti non comprano più computer, dicono che sono so 2010! (“così duemiladieci!”) che poi vorrebbe dire vecchi.</p><p>Non usano neppure<strong> Facebook</strong>,<strong> </strong>anzi non l’hanno mai usato, perché è un feticcio della mia generazione, e quindi non è “cool”, che poi vuol dire trendy. I miei studenti, come gli studenti di tante altre università americane, si stanno costruendo la loro internet personalizzata, fatta di applicazioni scaricate gratuitamente dall’<strong>Apple Store</strong> e messe in circolo e condivise con gli amici del cuore.</p><p>Una internet parallela, <em>ça va sans dire</em>, a quella universale, accessibile a tutti. Una internet personalizzata? Tu sei uno studente che spende, come nel caso dell’università dove insegno io, circa 50 mila dollari all’anno in tasse e libri. Vuoi essere sicuro di andare bene e laurearti in tempo. Puoi sederti di fronte a un Pc e andare al sito di <strong>Knewton</strong>. Lì ti attende una delle migliori piattaforme in circolazione per accertare il tuo apprendimento.</p><p>La piattaforma offre una serie di domande per aiutarti a verificare se hai capito quello che hai ascoltato in classe e studiato sui libri. È costruita su un algoritmo che “impara” man mano che immagazzina dati. Così, maggiore il numero di utenti, migliore l’algoritmo. Non solo: la piattaforma è anche in grado di adattarsi all’utente. Quindi, tutti accedono alla stessa tecnologia e la tecnologia adatta i risultati. Ma i miei studenti non usano <strong>Knewton</strong>. Preferiscono un’applicazione mobile (cioè che funziona solo su <strong>telefono </strong>o <strong>tablet</strong>) progettata da un cervello italiano in fuga a Los Angeles, Alberto Cecioni. La sua applicazione funziona come Knewton, ma in più permette un’istantanea personalizzazione dell’output. È come se tu godessi il vantaggio di un algoritmo personalizzato.</p><p>La verifica è di gran lunga più accurata e le possibilità di passare l’esame (che in America non si può ripetere) maggiori. Inoltre, l’applicazione mobile ti libera dalla schiavitù della stabilità. Questa internet parallela, o rete mobile, è infatti il risultato di un’equazione a tre incognite: la personalizzazione, la mobilità, e la famosa “Nuvola”, la <strong>Cloud Computing</strong> che trattiene i tuoi dati nella rete e ti lascia in mano un terminale dal quale puoi accedere a questi dati da qualsiasi parte del mondo tu sia. Questa rete non web-centrica ha preso il posto del Web 2.0 (<strong>Facebook</strong>, <strong>Twitter</strong> e gli altri social media) nel cuore e nei sogni di studenti, imprenditori e investitori di <strong>Silicon Valley</strong>.</p><p>Pensiamo allo shopping. Oggi lo shopping online può essere un’esperienza demoralizzante. Un catalogo di prodotti, qualche spiegazione, foto, anche video nei casi più fortunati. Ma la piattaforma mobile “social mall”, lanciata da <strong>Shirish Patel</strong>, un veterano del mobile di<strong> Palo Alto</strong>, permette di essere avvisati sul telefono quando ci si avvicina a un negozio che vende un paio di blu jeans che ci interessano. Possiamo mandare la foto del prodotto in vetrina ai nostri amici, riceverne il parere, confrontare il prezzo con quello di altri prodotti simili venduti nella zona, e magari anche comprare senza neppure entrare nel negozio. I blu jeans ci arriveranno a domicilio. “<strong>Shopkick</strong>” è un passo avanti: mette insieme tecnologia mobile e classica attività di vendita. Fondata da un altro imprenditore seriale, <strong>Cyriac Roeding</strong>, la piattaforma offre buoni sconto a chi si avvicina alle vetrine, cammina nei negozi, non necessariamente compra qualcosa. Se non compra, in cambio di cosa la persona riceve i buoni sconto? In cambio della tracciabilità.</p><p>Quando gira per il negozio, anche se non compra niente, il navigatore satellitare incluso nel telefonino traccia la sua posizione e trasmette importanti informazioni sui suoi gusti o sul suo approccio al layout del negozio. Shopkick raccoglie questi dati e li vende. A ben vedere, non è neppure una applicazione per lo shopping ma per il “food walking business”, espressione che vuol dire qualcosa come “business su chi cammina a piedi”.</p><p>Shopkick ha ricevuto un premio dal “Wall Street Journal” e 20 milioni di dollari da investitori importanti tra cui Kleiner Perkins, una delle società di venture capital più ricche (ha investito in <strong>Google</strong>), famose (tra i suoi soci c’è l’ex vice-presidente degli Stati Uniti, Al Gore), e potenti di Silicon Valley. Due anni fa ha messo in piedi un fondo (<strong>iFund</strong>) per finanziare le nuove tecnologie mobili. L’anno scorso ha raddoppiato la dotazione del fondo. L’interesse da parte degli investitori sembra inarrestabile. Si tratta di un business oggi da 10 miliardi di dollari, domani, cioè nel 2020, del doppio (fonte: Morgan Stanley).</p><p>La crescita è di 2 miliardi circa di dollari all’anno. La rete mobile avrà impatti sul mercato dell’hardware (tablet invece che Pc), software (Google o Apple invece che <strong>Microsoft</strong>), memorie e schermi. Intere industrie saranno messe a soqquadro: in primis, quelle dell’intrattenimento e dei giochi, ma anche la vendita al dettaglio, dell’istruzione e, sorpresa!, quello delle fotocopiatrici.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/13/il-dopo-facebook-e-gia-iniziato/111002/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>57</slash:comments> </item> </channel> </rss>
<!-- Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: http://www.w3-edge.com/wordpress-plugins/

Minified using memcached
Page Caching using memcached (User agent is rejected)
Object Caching 1655/1656 objects using memcached
Content Delivery Network via st.ilfattoquotidiano.it

Served from: www.ilfattoquotidiano.it @ 2012-05-27 06:14:14 -->
