<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?> <rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/" xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/" ><channel><title>Il Fatto Quotidiano &#187; Daniela Padoan</title> <atom:link href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/dpadoan/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.ilfattoquotidiano.it</link> <description></description> <lastBuildDate>Sat, 26 May 2012 20:00:11 +0000</lastBuildDate> <language>it</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Cronache di suicidi annunciati, ovvero l’eclissi della politica</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/09/cronache-suicidi-annunciati-ovvero-l%e2%80%99eclissi-della-politica/223754/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/09/cronache-suicidi-annunciati-ovvero-l%e2%80%99eclissi-della-politica/223754/#comments</comments> <pubDate>Wed, 09 May 2012 07:42:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Daniela Padoan</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Cronaca]]></category> <category><![CDATA[Durkheim]]></category> <category><![CDATA[monti]]></category> <category><![CDATA[suicidi]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=223754</guid> <description><![CDATA[&#8220;Chiedo perdono a tutti”, lascia scritto prima di impiccarsi, “visto che sono un fallito ho deciso di farla finita”: è un custode di 48 anni, licenziato e sfrattato dall’alloggio nel cash&#38;carry in cui vive con tutta la famiglia. Nello stesso giorno – ieri, 8 maggio – si tolgono la vita un operaio edile e un...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Chiedo perdono a tutti”, lascia scritto prima di impiccarsi, “visto che sono un fallito ho deciso di farla finita”: è un custode di 48 anni, licenziato e sfrattato dall’alloggio nel cash&amp;carry in cui vive con tutta la famiglia. <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/08/ennesimo-suicidio-custode-impicca-salerno/223376/" target="_blank">Nello stesso giorno</a> – ieri, 8 maggio – si tolgono la vita un operaio edile e un piccolo imprenditore, entrambi sessantenni. Il giorno prima, un commerciante di 48 anni, socio di una ditta di ricambi per elettrodomestici, si è impiccato nel retrobottega del suo negozio, e un ex commerciante di 52 anni è stato trovato appeso a una giostra per bambini in un parco pubblico. Anche un muratore di 44 anni ha tentato di impiccarsi nel giardino di casa, fermato della figlia quindicenne che lo ha sorretto per le ginocchia fino all&#8217;arrivo dei soccorsi.</p><p><strong>Dall’inizio dell’anno sono 37 i suicidi di persone gravate da debiti</strong>, martoriate da sfratti, licenziamenti e cartelle esattoriali. Si tratta perlopiù di uomini di mezza età, con figli a carico. Li si tira dalla parte di Confindustria, li si addebita alla “difficoltà del fare impresa”, ma sono piccoli, piccolissimi artigiani, partite Iva minimali, precari, disoccupati oppressi dalla vergogna, senza spiragli per il futuro e, soprattutto, senza un orizzonte politico condiviso in cui inscrivere la propria condizione.</p><p>“C’è rischio di emulazione?” si chiedono i conduttori di talkshow e gli articolisti. “Si può paragonare l’ondata odierna al fenomeno di France Telecom tra il 2008 e il 2009?” “C’è un parallelo con la crisi del ’29?” I sociologi rispolverano il vetusto “effetto Werther”, quando alla pubblicazione del grande romanzo epistolare di <strong>Goethe</strong>, nel 1774, seguì un’impennata di suicidi. Se ne parla, ma come di una questione lontana, tecnica, che non prevede una grammatica della decenza; tutt’al più generiche formule di solidarietà alle “vedove bianche”, già racchiuse, fin dalla nominazione, nell’anestetico del luogo comune.</p><p>Nella puntata della Zanzara di ieri, la trasmissione di Radio24, i conduttori hanno ingaggiato un siparietto con un presunto impresario di pompe funebri: “Come vanno gli affari, è un settore in crescita? No? Ma allora non è vero che c’è una moria di gente, che la gente si suicida.” Un’uscita appena più sconcia della frase di Monti di un paio di settimane fa: “Suicidi in Italia? Neanche tanti, in Grecia ce ne sono stati di più”; o del commento odierno circa la responsabilità dei governi precedenti. Che dimostra, clamorosamente, la mancanza di quell’assunzione di responsabilità che deriva dallo spondeo latino: il sentirsi tenuti a rispondere davanti alla collettività cui si è legati (ob-ligati) da un contratto. Vale per il premier e per tutti i partiti dell’arco costituzionale: per tutti i politici che siedono in Parlamento.</p><p>Dopo il default del 2001, in <strong>Argentina</strong> divenne consueto lo spettacolo di bambini abbandonati che si prostituivano lungo le avenidas di Buenos Aires, ed Hebe de Bonafini, la presidente delle Madri di Plaza de Mayo, disse che era una questione politica rifiutarsi di nominarli come <em><strong><em>niňos de rua</em></strong></em>, “bambini di strada”, perché in quel modo già li si condannava. “Non sono della strada”, diceva, “sono nostri. Se li pensiamo come nostri bambini, che vivono in strada, che cercano cibo nella spazzatura, che salgono sulle macchine di chiunque, allora ne abbiamo la responsabilità”. Così come abbiamo la responsabilità della parole che usiamo.</p><p>Se chiamassimo “nostri” i padri di famiglia, gli operai, i muratori, i piccoli imprenditori, gli artigiani, i lavoratori autonomi disoccupati che si suicidano per disperazione, lo spazio discorsivo smetterebbe di essere ammorbato da statistiche, geremiadi del “mai più”, speculazioni e witz variamente disgustosi: si proverebbe invece a cercare risposte politiche e soluzioni concrete, nell’ambito della dignità e della decenza.</p><p>In uno tra i suoi studi più importanti, dedicato per l’appunto al suicidio, uno dei padri della sociologia, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/%C3%89mile_Durkheim" target="_blank">Émile Durkheim</a>, spiegava come quello che appare un atto individuale sia dovuto in realtà alla <strong>rottura degli equilibri sociali</strong>. “Il suicidio varia in ragione inversa al grado di integrazione dei gruppi sociali di cui fa parte l’individuo”, scriveva nel 1897. “È la costituzione morale della società a fissare in ogni istante il contingente di morti volontarie […]. Il malessere di cui soffriamo non viene quindi dal fatto che le cause obiettive di sofferenza siano aumentate di numero o d’intensità; testimonia non una maggiore miseria economica, ma un’allarmante miseria morale”.</p><p><strong>Il suicidio è sostanzialmente un omicidio mancato</strong>, sostenevano tanto Durkheim che Freud: l’uomo si uccide rivolgendo contro di sé l’aggressività che ha cumulato verso gli altri. Oggi questa aggressività sociale – che una volta trovava legittima articolazione nell’azione politica, nella possibilità di riflettere sulle cause e di agire una difesa – viene criminalizzata, resa muta, impotente. Si diventa colpevoli, individualmente, del proprio fallimento. Forse, prima ancora di Monti, prima degli esponenti del governo precedente, prima dei vari Feltri con i loro squallidi tweet, dovrebbero essere i politici della cosiddetta sinistra a chiedersi cosa hanno sbagliato. </p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/09/cronache-suicidi-annunciati-ovvero-l%e2%80%99eclissi-della-politica/223754/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Non c’è bisogno che i desaparecidos siriani scompaiano</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/02/c%e2%80%99e-bisogno-desaparecidos-siriani-scompaiano/215505/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/02/c%e2%80%99e-bisogno-desaparecidos-siriani-scompaiano/215505/#comments</comments> <pubDate>Wed, 02 May 2012 10:59:25 +0000</pubDate> <dc:creator>Daniela Padoan</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Diritti]]></category> <category><![CDATA[Mondo]]></category> <category><![CDATA[Argentina]]></category> <category><![CDATA[Assad]]></category> <category><![CDATA[assassinio]]></category> <category><![CDATA[bambini]]></category> <category><![CDATA[desaparecidos]]></category> <category><![CDATA[dissidenti]]></category> <category><![CDATA[Jorge Videla]]></category> <category><![CDATA[Siria]]></category> <category><![CDATA[torture]]></category> <category><![CDATA[violenza]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=215505</guid> <description><![CDATA[Pochi giorni fa, a Buenos Aires, è stata pubblicata la biografia di Jorge Videla, il generale golpista a capo del triumvirato che nel 1976 instaurò una fra le dittature più feroci del Novecento, colpevole di aver fatto scomparire nel nulla trentamila desaparecidos. &#8220;Noi della giunta avevano concordato che fosse questo il prezzo da pagare per...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Pochi giorni fa, a Buenos Aires, è stata pubblicata la biografia di <strong>Jorge Videla</strong>, il generale golpista a capo del triumvirato che nel 1976 instaurò una fra le dittature più feroci del Novecento, colpevole di aver fatto scomparire nel nulla trentamila desaparecidos. &#8220;Noi della giunta avevano concordato che fosse questo il prezzo da pagare per vincere la guerra contro la sovversione, e che tale decisione dovesse rimanere nascosta, perché era necessario che la società non se ne accorgesse. Dovevamo eliminare un grande gruppo di persone che non potevano essere portate in tribunale, né uccise davanti a tutti&#8221;. Solo pochi anni prima, nel Cile di Pinochet, le esecuzioni di prigionieri negli stadi aveva suscitato l’indignazione del mondo, e la giunta argentina non intendeva ripetere lo stesso errore.</p><p>I giornali italiani hanno ampiamente riportato questa notizia, con toni di vibrata indignazione. Nel frattempo, continuavano a giungere le immagini di <strong>morti ammazzati in Siria</strong>, visibilissimi, e tuttavia muti, perché i loro volti infranti, i loro corpi torturati non ci interpellano, nemmeno quando si tratta di bambini.</p><p><strong>È una cecità selettiva</strong>, che si attiva ogniqualvolta un gruppo umano venga investito da uno stigma; nel caso della Siria, quello del fondamentalismo islamico. </p><p>Non importa che intere città, da più di un anno, scendano disarmate in piazza e che, davanti ai carri armati, uomini, donne e bambini chiedano libertà e dignità, indipendentemente dalla loro confessione religiosa: meglio il “laico” Assad che il “pericolo islamista”. Come è possibile che l’apporre a un intero gruppo umano un marchio di sospetto, una parola non indagata che evoca avversione, ottenga il risultato di renderlo invisibile ai nostri occhi, e questo proprio mentre viene mostrato, come mai è successo in precedenza, da un fiume ininterrotto di immagini sul web? Le immagini della carneficina siriana vengono screditate a priori, rese mute, inoffensive per la nostra coscienza civile: non ci interpellano. </p><p>La questione dell’invisibilità del crimine è stata fondamentale nella Shoah. La necessità di mantenere nascosto l’eccidio di sei milioni di ebrei smaltendone industrialmente i cadaveri giunse al suo apice durante l’<strong>Aktion Reinhard</strong>, quando i campi di sterminio vennero edificati nel folto delle foreste polacche – a Sobibor, a Belzec, a Treblinka – così che per molto tempo fu consentito ai contemporanei di proclamare la propria irresponsabilità. Ora però vediamo, vediamo tutti i giorni, eppure siamo ciechi.</p><p>L&#8217;ex generale Videla è stato accusato di aver deciso il <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/08/argentina-alla-sbarra-i-ladri-di-vita/96036/" target="_blank">destino dei neonati venuti al mondo</a> nei centri clandestini di detenzione, sottratti alle prigioniere che venivano uccise subito dopo il parto e consegnati in adozione a famiglie conniventi con la giunta militare. Per cinquecento sottrazioni di neonati, l’ottantaseienne criminale golpista può vedersi comminati fino a 50 anni di carcere. Le sue parole disumane, prive di qualsiasi pentimento, hanno fatto il giro del pianeta.</p><p><a href="http://ilmondodiannibale.globalist.it/Detail_News_Display?ID=10560&amp;typeb=0&amp;I-1089-bambini-assassinati-in-Siria-alla-Nato-non-interessano" target="_blank">Dall’inizio della rivolta siriana sono stati assassinati <strong>1089 bambini</strong></a>; molti di loro sono stati torturati, come riportano le organizzazioni per i diritti umani e l’Unicef: una pratica che non si era mai vista, neppure tra i macellai argentini. I bambini vengono torturati – come il tredicenne Hamsa el-Kathib, orribilmente menomato, evirato e restituito cadavere, livido e informe, alla famiglia – perché costituiscano un monito per tutti: nessuna ferocia, nessuna ignominia verrà risparmiata a chi osa levare la propria voce contro il <strong>civile, occidentale, laico Assad</strong>.</p><p> Ma noi siamo tranquilli. Noi continuiamo a sdegnarci per Videla. Non c’è bisogno che i desaparecidos siriani ci vengano nascosti: riusciamo da soli a non vederli.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/02/c%e2%80%99e-bisogno-desaparecidos-siriani-scompaiano/215505/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Scrittori stranieri e industria culturale</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/19/scrittori-stranieri-industria-culturale/184921/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/19/scrittori-stranieri-industria-culturale/184921/#comments</comments> <pubDate>Thu, 19 Jan 2012 08:51:26 +0000</pubDate> <dc:creator>Daniela Padoan</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[mercato editoriale]]></category> <category><![CDATA[razzismo letterario]]></category> <category><![CDATA[Rodolfo Wilcok]]></category> <category><![CDATA[scrittori]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=184921</guid> <description><![CDATA[Attorno alla proposta di un virtuale ius soli per i nostri scrittori “stranieri”, su Saturno si è aperto un bel dibattito sulla necessità di riconoscere la forza narrativa e linguistica di chi, proveniente da un “altrove” geografico e culturale, ha scelto l’italiano per la propria nascita alla scrittura. Spesso le case editrici, i media e...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Attorno alla <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/16/razzismo-letterario-scrivere-in-italiano-e-non-vincere-premi/183460/" target="_blank">proposta</a> di un virtuale ius soli per i nostri scrittori “stranieri”, su Saturno si è aperto un bel dibattito sulla necessità di riconoscere la <strong>forza narrativa e linguistica</strong> di chi, proveniente da un “altrove” geografico e culturale, ha scelto l’italiano per la propria nascita alla scrittura.</p><p>Spesso le case editrici, i media e le pagine culturali dei giornali riducono a un <strong>fatto folcloristico</strong> – come dice <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/18/attesa-della-cittadinanza-letteraria/184606/" target="_blank">Igiaba Scego nel suo intervento</a> – lo statuto di migrante dello scrittore, disinteressandosi della qualità letteraria della sua opera.</p><p>Fa impressione rileggere le parole con cui <strong>Roberto Calasso</strong>, nel 1978, commemorò il grande scrittore <strong>Rodolfo Wilcock</strong>, argentino di nascita e italiano per scelta, che trascorse tra Roma e Viterbo gli ultimi 23 anni della sua vita: &#8220;A noi non rimane che ricordare, con rimpianto, come Wilcock è apparso in  questo Paese, che si è comportato con lui un po’ come l’Italia fascista  col grande incisore Escher: se Escher seppe vivere per anni in Italia  senza farsi nominare da nessuno, Wilcock è riuscito per anni a non farsi includere nei listini di Borsa dei nostri ponderati recensori [...]. Il suo italiano è come un<strong> isolotto tropicale</strong>, carico di antica e folta vegetazione, preso nella corrente di un fiume ammorbato dagli scarichi industriali, che scorre in una magra e proterva campagna. Su quell’isolotto troppo pochi, finora, hanno  provato a mettere piede. E non è escluso che, come già altre volte, la fama di Wilcock si riverberi in Italia da fuori, per esempio dalla Francia, dove comincia a essere letto e apprezzato ben di più di troppi illustri scrittori che qui occupano le vetrine&#8221;.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/19/scrittori-stranieri-industria-culturale/184921/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La Siria e la cecità</title><link>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/11/siria-cecita/183009/</link> <comments>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/11/siria-cecita/183009/#comments</comments> <pubDate>Wed, 11 Jan 2012 12:18:11 +0000</pubDate> <dc:creator>Daniela Padoan</dc:creator> <category><![CDATA[Blog]]></category> <category><![CDATA[Saturno]]></category> <category><![CDATA[Lega Araba]]></category> <category><![CDATA[Moustafa al-Dabi]]></category> <category><![CDATA[Omar al-Bashir]]></category> <category><![CDATA[osservatori internazionali]]></category> <category><![CDATA[Siria]]></category><guid isPermaLink="false">http://www.ilfattoquotidiano.it/?p=183009</guid> <description><![CDATA[Appena entrato nel paese, si è subito affrettato a definire “molto collaborativo” l’atteggiamento delle autorità di Damasco; poi si è recato per un sopralluogo nella città di Homs, dove l’esercito del regime, appena il giorno prima, il 26 dicembre, aveva ucciso 34 persone a colpi di artiglieria pesante. “Non abbiamo visto carri armati, solo alcuni...]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>Appena entrato nel paese, si è subito affrettato a definire “molto collaborativo” l’atteggiamento delle autorità di <strong>Damasco</strong>; poi si è recato per un sopralluogo nella città di Homs, dove l’esercito del regime, appena il giorno prima, il 26 dicembre, aveva ucciso 34 persone a colpi di artiglieria pesante. “Non abbiamo visto carri armati, solo alcuni veicoli blindati”, ha detto <strong>Moustafa al-Dabi</strong>, il generale sudanese a capo degli osservatori che la <strong>Lega araba</strong> ha inviato in Siria per far luce sulla carneficina di civili da cui il mondo distoglie lo sguardo ormai da dieci mesi.</p><p>Non è una persona qualsiasi, al-Dabi: fedele amico del presidente del Sudan Omar al-Bashir – ricercato dalla Corte Penale Internazionale per genocidio e crimini contro l’umanità in Darfur – è stato per vent’anni alla testa dei <strong>Servizi militari sudanesi</strong> ed è accusato di aver presieduto alla creazione delle famigerate milizie arabe janjaweed.</p><p>Che il regime di Bashar al-Assad possa servirsi di una persona così compromessa per dire al mondo che in Siria non sta succedendo nulla è <strong>un sinistro paradosso</strong>; ma, come tutti i paradossi, contiene un salutare rovesciamento: che teatro dell’assurdo è il nostro mondo, se può avere come “osservatore” una figura simile? E chi sono, che statuto simbolico e politico hanno, le figure che nominiamo come “osservatori”? Cosa significa “osservare” per conto del cosiddetto mondo libero?</p><p>Nel 1943, dunque nel pieno delle operazioni di sterminio, la Croce Rossa internazionale inviò un suo funzionario,<strong> Maurice Rossel</strong>, a visitare <strong>Auschwitz</strong>, “al fine di ottenere il maggior numero possibile di informazioni”.  A <strong>Claude Lanzmann</strong> – che lo intervistò nel 1979, consegnandolo alla storia come Un vivant qui passe, &#8220;un vivo che passa&#8221; tra i morti – raccontò di essere stato ricevuto dal comandante del campo, di aver visto i corpi scheletriti dei prigionieri vestiti di cenci, ma di non aver capito. Pur avendo incontrando centinaia di prigionieri scheletriti di cui “solo gli occhi vivevano”, fece un rapporto in cui diceva che “tutto era normale”.</p><p>Era stato lì, ma <strong>non aveva visto</strong>, perché quello che gli si parava davanti agli occhi non lo aveva interrogato. Ma, più ancora, era andato per non vedere: era stato inviato perché non vedesse. Si voleva che “gli occhi del mondo” osservassero senza vedere.</p><p><em>“Non era nulla di nuovo. Erano cose già note. Pensi, non si dirà mai abbastanza quanto tutto sia stato irrilevante, irrilevante e triste”.</em></p><p><em>“E poi, quando è rientrato da quella visita ad Auschwitz?”</em> lo incalza Lanzmann.</p><p><em>“Come al solito, ho fatto un breve rapporto della mia visita alla Kommandantur di Auschwitz. Ma, sapesse… Alla fine, è davvero poco, no? Si va lì con i brividi nella schiena, e ci si dice: ‘Ebbene, voglio assolutamente arrivare fino ad Auschwitz’, e poi si ritorna, senza riportare nulla…”</em></p><p>Rischiamo ogni momento di <strong>non riportare nulla</strong>, di essere vivi che passano tra i morti: anche a Damasco. Anche nelle nostre poltrone, mentre leggiamo i nostri giornali.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/11/siria-cecita/183009/feed/</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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